CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XVII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XVI.

(fine del precedente.)

La potenza dei demoni regolata dalla sapienza divina — Essi puniscono e tentano — Puniscono: prove, l’Egitto, Saul, Acabbo — Celebre confessione del demonio — Tentano: prove. Giobbe, il Nostro Signore, san Paolo, i Padri del deserto, tutti gli uomini — Perché  tutti non resistono ad essi — Imprudenza e castigo di quelli che si pongono in relazione col demonio — Egli tenta per odio al Verbo incarnato.

Abbiamo detto della potenza dei demoni. Iddio seguendo i consigli della sua infinita sapienza la mantiene in giusti limiti. [S. Aug. Enarr, in ps. c. 12]. Da ciò resulta che i principi della Città del male non possono nuocere all’uomo ed alle creature in tutta la misura del loro odio. [S. Th., III p.7 q. XXXIX, art. 1, ad 3]. Non solamente Iddio ristringe la loro potenza ma la dirige; imperocché, come tutto ciò che esiste, questa potenza deve, al modo suo, contribuire alla gloria del Creatore. Su questo punto essenziale nel governo della Città del bene, noi ricordiamo l’esatto insegnamento della teologia cattolica: « Gli Angeli buoni, dice san Tommaso, fanno conoscere ai demoni molte cose risguardanti i divini segreti. Queste rivelazioni hanno luogo tutte le volte che Dio esige dai demoni certe cose, sia per castigare i malvagi, ossia per esercitare i buoni. Cosi nell’ordine sociale, gli assessori del giudice notificano agli esecutori la sentenza chegli ha recata. Affinché dunque non vi sia nulla d’inutile nell’ordine generale, neppure nei demoni, Iddio gli ha fatti concorrere alla sua gloria, dando loro la missione di punire il delitto, ovvero lasciando loro la libertà di tentare la virtù. » [I p., q. CIX, art. 4, ad 1]. E altrove: « Gli angeli cattivi assalgono l’uomo in due modi. Il primo, eccitandolo a peccare: in questo senso essi non sono mandati da Dio ma qualche volta, secondo i consigli della sua giustizia, Iddio gli lascia fare. Il secondo, castigandolo e provandolo: in questo senso sono essi mandati da Dio. [Id., q. LXIV, art. 4. Corp.]. Fa d’uopo notare, che a cagione del suo odio inveterato contro il Verbo, il demonio è naturalmente tentatore dell’uomo: quest’è il suo uffizio. Di più bisogna osservare Ch’egli tenta anche quando è mandato per punire. Infatti, altra è la sua intenzione nel punire, altra quella di Dio che lo manda. Egli punisce per odio e per gelosia; mentre Dio lo manda per vendicare i diritti della sua giustizia. [Viguier, p. 91]. Occorre infine notare che questa delegazione o permissione divina, nulla aggiunge alla naturale potenza dei demoni: essa non fa altro che aizzarla e determinarne L’uso. Per intromissione dei buoni Angeli, Iddio indica loro i luoghi e le persone alle quali debbono far sentire la loro terribile presenza; il genere ed il limite dei castighi e delle prove di cui sono i ministri. Chi oserebbe alzarsi contro questa condotta della Sapienza infinita? Dio non è egli libero di fare, per mezzo di chi vuole e come vuole, rendere al malvagio, secondo le sue opere, e guadagnare al giusto la corona che Egli gli riserba? Di questa duplice funzione di punire e di provare, data ai cattivi angeli, le prove abbondano nella Scrittura e nella storia della Chiesa. Eccone alcune.

Funzione di castigare. — È per mezzo del demonio che furono colpiti di morte i primogeniti degli Egizi, in punizione della caparbietà di questo popolo e del suo re di resistere agli ordini di Dio. Oh abisso della giustizia divina! I demoni avevano, con i loro prestigi, potentemente contribuito all’ostinazione dell’Egitto, e gli stessi demoni vengono incaricati di punirli! Fors’anche questi spiriti maligni avevano il presentimento di ciò che doveva avvenire. Tant’è vero, che in tutto ciò che essi fanno, non hanno che uno scopo, il male dell’uomo. [Viguier, p. 92]. – Nel primo libro dei Re si legge: « Uno spirito maligno venuto dalla parte del Signore tormentava Saul. Questo spirito, mandato da Dio, s’impadroniva di Saul, e Saul profetizzava. » [I Reg., XVI, 14; XVIII, 10]. Secondo i commentatori, lo spirito maligno di cui si trattava, era un demone mandato da Dio per punire Saul. « Il primo re d’Israele, dice Teodoreto, essendosi volontariamente sottratto all’impero dello Spirito Santo, fu dato in preda alla tirannia di un demone.3 » [In hunc loc. q. XXXVIII]. – San Gregorio aggiunge: « Lo stesso spirito è chiamato a un tempo spirito del Signore e spirito maligno: del Signore, per notare rinvestitura di una giusta potenza: maligno, a cagione del desiderio di una ingiusta tirannia. » [Moral, lib. II, c. VI]. Questo sacro testo ha ciò di prezioso che non prova soltanto la delegazione divina data al demonio, ma altresì che ne determina l’uso. Saul non perde né l’udito, né la parola, né la salute, come certi ossessi del Vangelo: altra è la punizione regolata dal Giudice Supremo. Usurpando le funzioni sacerdotali, questo principe aveva voluto diventare il veggente d’Israele, e soffre delle violenti agitazioni, vede dei fantasmi, cade nell’eccesso del furore; e in questo stato, il quale manifesta sempre la presenza dello spirito del disordine, egli proferisce degli oracoli incoerenti [Theodor., ubi supra]. – Apprendiamo dallo stesso libro, che uno spirito della menzogna è mandato dai Signore per ingannare Acabbo re d’Israele, in punizione della sua ipocrisia: [III Reg., c. ultim.]; per dirla in brevi parole; l’ultimo dei sacri libri annunziando ciò che deve accadere alla fine dei tempi, ci mostra quattro demoni incaricati di punire la terra, il mare e i loro abitanti; ricevendo però, secondo gli interpreti, la loro missione da Dio mediante il ministero degli Angeli buoni. [Apoc., VIII, et Corn. a Lap. in hunc loc.]. – Nei secoli intermedi tra l’Antico Testamento e la consumazione del mondo, la missione di punire delegata al demonio non è stata mai sospesa. Come prova tra mille, citiamo soltanto un fatto celebre nella storia. Noi diciamo celebre, poiché ha dato luogo a quattro concili. A tempo di Carlomagno facevasi una solenne traslazione delle reliquie dei santi martiri Pietro e Marcellino. Numerosi miracoli si operavano sul loro passaggio; ma ve ne fu uno che meravigliò più di tutti gli altri. Una giovine ossessa fu condotta a uno dei sacerdoti perché l’esorcizzasse. Il sacerdote le parlò latino: qual fu la meraviglia della moltitudine, allorché si udì la giovine rispondere nella stessa lingua! Il sacerdote rimasto stupito egli stesso le domandò: « Dove hai tu imparato il latino? di qual paese sei tu? chi è la tua famiglia? » Il demonio rispose per bocca della giovine: « Io sono uno dei satelliti di satana, e sono stato per lungo tempo portinaio dell’inferno. Ma da qualche anno in qua abbiamo ricevuto ordine io e undici miei compagni di devastare il regno dei Franchi. Siamo noi che abbiamo fatto mancare le raccolte di grano e di vino, e attaccate tutte le altre produzioni della terra che servono di nutrimento all’uomo. Siamo noi che abbiamo fatto morire i bestiami con diversi generi di epidemie, e gli stessi uomini con la peste e con altre malattie contagiose. In breve, siamo stati noi che abbiamo fatto cadere sopra di essi tutte le calamità e tutti i mali, di cui soffrono da parecchi anni. » – « Perché, gli domandò il sacerdote, vi è stata data una simile potestà? » Il demonio rispose: «A cagione della malizia di questo popolo e delle iniquità di ogni genere di quelli che lo governano. Essi amano i doni e non la giustizia; essi temono l’uomo più di Dio. Essi opprimono i poveri, rimangono sordi alle grida delle vedove e degli orfani e vendono la giustizia. Oltre a questi delitti particolari ai superiori, havvene una infinità d’altri che sono comuni a tutti; lo spergiuro, la ubriachezza, l’adulterio e l’omicidio. Ecco perché noi abbiamo ricevuto ordine di render loro secondo le loro opere. » — Esci, gli disse il sacerdote minacciandolo, esci da questa creatura. — « Io ne uscirò, rispose, non in forza dei tuoi ordini, ma in forza della potenza dei martiri che non mi permettono di rimanervi più a lungo. » A queste parole egli gettò con violenza la giovine per terra, e ve la tenne per qualche tempo come addormentata. Appena che egli si fu ritirato, l’ossessa uscendo come da un sonno letargo,- per la potestà del Nostro Signore, e per i meriti dei beati martiri, si alzò sana e salva alla presenza di tutti gli spettatori. Una volta che si fu partito il demonio, non le fu più possibile parlare in latino; il che mostrò chiaramente che non era lei medesima che parlasse quella lingua, ma il demonio che la parlava per bocca sua. [Labbe, Collect., concil., t. VII, col. 1668]. – La fama di questo avvenimento, compiuto alla presenza di una moltitudine di testimoni, si sparse da per tutto, né tardò molto a giungere alle orecchie dell’imperatore. Carlo Magno era un grand’uomo, ma non a modo dei pigmei dei nostri dì, i quali usurpano questo titolo. Carlo Magno era un grand’uomo, perché era un gran Cristiano. Come tale ei credeva, con la Chiesa e con tutto quanto il genere umano, ai demoni ed alla loro potenza sull’uomo e sulle creature. Alla vista del prodigio e dei flagelli che desolavano l’impero, non disse come i piccoli grand’uomini d’oggidì : « Levate i bruci, fognate, insolfate e basta. » Carlo Magno, fatto comporre un antidoto col veleno stesso del serpente, convoca i Vescovi. D’accordo con essi egli ordina in tutto l’impero tre giorni di digiuno e di pubbliche preghiere. Poiché non bastasse guarire il male, ma bisogna prevenirne il ritorno, il magno Imperatore fa radunare quattro concili in diversi punti delle Gallie, allo scopo di provvedere alla correzione degli abusi ed alla riforma dei costumi. Questi concili furono tenuti a Parigi, a Magonza, a Lione ed a Tolosa: sapienti regolamenti furono in essi stabiliti, e dopo questa fognatura cattolica i flagelli cessarono e ritornò l’abbondanza.1 [Labbe, Collect. concil., t. VII, col. 1668].

Funzione di prova. — Tutti conoscono la storia di Giobbe. Questa storia scritta sotto l’ispirazione di Dio medesimo, è la prova eternamente perentoria della potenza data al demonio per provare il giusto. Giobbe, grande fra tutti i principi dell’Oriente, padre di una bella e numerosa famiglia, pacifico possessore di immense ricchezze, patriarca della fede d’Abramo, eccita la gelosia di satana. Il re della Città del male domanda il permesso di sottoporlo alla tentazione. Iddio che conosceva l’anima del suo servo, ne accorda il permesso. Egli sapeva che questo puro oro gettato nel crogiuolo del dolore, ne uscirebbe più lucido; che il trionfo della debolezza umana aiutata dalla grazia diverrebbe la confusione di satana, l’ammirazione dei secoli ed il modello di tutte le vittime dell’avversità. Come la missione dipunire, così questa del provare è determinata dalla sapienza divina: il sacro testo ce ne fornisce ancora la prova. « Il Signore dice a satana: Tutto ciò che Giobbe possiede ti è dato; ma tu non distenderai la mano sopra la sua persona. » [Job. I, 12]. Noi vediamo difatti, in questo primo assalto, tutte le possessioni di Giobbe crudelmente colpite e cosi interamente distrutte, che il sant’uomo può pronunziare con verità la parola di sublime rassegnazione, che da quattro mila anni in qua è ripetuta da tutti gli echi del mondo: « Io sono uscito dal seno di mia madre e nudo vi rientrerò. Il Signore mi aveva dato, il Signore mi ha tolto: come è piaciuto al Signore così è stato fatto: che il nome del Signore sia benedetto. » [Id 21]. Giobbe è spogliato di tutto; ma gli resta la salute. Malgrado la potenza del suo odio, il demonio non ha potuto far cadere un capello dal capo della sua vittima. Furibondo nel vedere che la sua malizia non fa che dare alla virtù di Giobbe uno splendore che lo confonde, satana ritorna a fare nuove prove: chiede a Dio il permesso di colpire Giobbe nella sua carne. Appena ottenutolo, il patriarca vien ricoperto da capo a piedi di un’ulcera della peggiore specie. Con la stessa rassegnazione ch’egli ricevette la perdita dei suoi beni, cosi accoglie Giobbe la perdita della sua salute. A fine di inacerbirlo e di strappargli se non delle bestemmie, almeno un rammarico, satana si serve contro l’eroico patriarca dell’ultimo degli esseri cari, che gli rimane. La moglie di Giobbe, complice dello spirito malvagio, gli dice: « Maledici quegli che ti colpisce. » Giobbe risponde benedicendolo. [Job., II, 7-10]. Fatto ciò, la prova è finita: satana resta confuso, e il giusto trionfa. Divenuto l’ammirazione degli Angeli e degli uomini, Giobbe non ha da attendere altro che le divine benedizioni, come ricompensa della sua vittoria. Senza parlare della tentazione di Nostro Signore nel deserto, troviamo nel Nuovo Testamento una simile missione data al demonio riguardo a san Paolo. Udiamo il grande apostolo: « E affinché la grandezza delle rivelazioni non mi levi in altura mi è stato dato lo stimolo della mia carne, un angelo di satana che mi schiaffeggi. Sopra di che tre volte pregai il Signore che da me fosse tolto. E dissemi: A te basta la mia grazia, perché nell’infermità la virtù si fa perfetta. » [II Cor., XII, 7, 8]. Notiamolo bene: san Paolo non dice: « Un angelo di satana mi schiaffeggia, ma dice: un angelo di satana mi è stato dato, datus est mihi, per schiaffeggiarmi. » Quest’angelo, aggiungono i commentatori, non è altro che un demonio, al quale Dio permise di tentare la castità del grande Apostolo, come aveva permesso allo stesso satana di tentare la pazienza di Giobbe. [Corn. a Lap. ibid.]. Ma perché san Paolo nomina schiaffi e non semplicemente tentazioni gli assalti che gli fa subire l’angelo di satana? Eccolo: in quanto ai Santi le tentazioni della carne producono l’effetto di uno schiaffo applicato sulla guancia. Esse non gli feriscono, ma fanno loro salire sul volto il rossore e sentire dei salutari dolori di umiliazione. Quanto più è grande la santità tanto più l’umiltà dev’essere profonda: quanto magnus es humilias in omnibus. Che cosa di più conforme ai savi consigli di Dio sopra i suoi eletti che Paolo, elevato al terzo cielo, fosse di continuo richiamato al sentimento della sua debolezza e del suo nulla per mezzo del demonio il più adatto ad umiliarlo! « Questo consigliere, dice san Girolamo, fu dato a Paolo per reprimere in lui l’orgoglio; a similitudine di quelli che trionfavano, ai quali in sul carro stava dietro uno schiavo incaricato di ripetergli di continuo: Ricordati che tu sei uomo. » Ep., xxv, ad Paulam, de obitu Blœsillœ].Paolo ha compreso la paterna intenzione del suo divino Maestro. Come atleta generoso, egli cinge le sue reni al combattimento, e assicurato che la prova tornerà a vergogna del suo nemico esclama: « Ebbene, volentieri mi glorierò negli oltraggi, nelle mie umiliazioni, nelle mie infermità: e quanto più la lotta sarà viva, tanto più grande sarà lo splendore della forza divina che combatte in me. » [II Cor., XII, 9]. Infatti l’Oriente e l’Occidente, Gerusalemme, Atene, Roma vedono passare l’instancabile atleta. Malgrado il suo importuno consigliere, procede di vittoria in vittoria sino al giorno in cui, il demonio per sempre confuso, Paolo intuona l’inno della liberazione e dell’eterno trionfo: « Ho combàttuto nel buon arringo, ho terminata la mia corsa, ho conservata la fede, del resto è serbata a me la corona della giustizia. » [II Tm., IV, 7]. – La Storia della Chiesa offre mille splendidi esempi della medesima delegazione o permissione divina data ai demoni. Per non ne citare che un solo, che vi ha egli di più famoso di quello delle tentazioni di sant’Antonio e dei Padri del deserto? Volete voi veder brillare di tutto il suo splendore una di queste belle armonie, che riscontrasi ad ogni istante nei consigli di Dio? fa d’uopo riferirsi alle circostanze di queste lotte formidabili. Eravamo a mezzo al terzo secolo. La guerra contro la Chiesa stava per diventare la mischia più spaventosa; diciamo meglio, la più orribile carneficina che il mondo avesse ancor visto. Da un capo all’altro dell’impero, risuonava il grido tremendo: I Cristiani al leone, Christianos ad leonem! e migliaia di giovanetti, vergini timide, deboli donne andavano a scendere negli anfiteatri ed a lottare corpo a corpo con le fiere e con i ministri di satana, più feroci delle bestie. A un dato momento Iddio fa partire per le sante montagne della Tebaide novelli Mosè. « Tutti quanti consacrati al servizio di Dio, dice Origene, e prosciolti dalle cure della vita, sono incaricati di combattere pei loro fratelli, mediante la preghiera, il digiuno, la castità, e mediante la pratica sublime di tutte le virtù. » [HomiL, XXIV in Num.]. Non sarà mai missione meglio adempiuta. Dal fondo della loro solitudine, Paolo, Antonio, Pacomio ed i loro numerosi discepoli alzarono verso il cielo le loro mani supplichevoli, e la voce della virtù, disarmando Diocleziano e Massimiano, otterrà la vittoria ai martiri, e Costantino alla Chiesa. satana vede ciò che si prepara e rugge. Iddio gli permette di scatenarsi contro gli intercessori, la cui potente preghiera va a scuotere i suoi altari e distruggere il suo impero. La lotta sarà una lotta a tutto sangue: all’oggetto di rendere più splendida la gloria del trionfo e la vergogna della sconfitta, essa avrà luogo nella stessa fortezza del demonio e contro i suoi più terribili satelliti. Qual’era questa fortezza ? Erano i deserti dell’alto Egitto, specie di galera, dove la giustizia di Dio teneva rilegati i più terribili di questi spiriti maligni. Questa non è solamente una vana supposizione, ma un fatto. Non leggiamo noi nella storia di Tobia che l’Arcangelo Raffaello, avendo preso il demonio che tormentava Sara, lo confinò nei deserti dell’alto Egitto dove l’incatenó?2 [Tob., VIII,[. Iddio, padrone sovrano di tutte le creature, non può Egli prescrivere ai demoni certi confini al loro potere, tanto in rapporto ai tempi ed ai luoghi quanto in rapporto alle persone ed alle cose? Il Nostro Signore nel Vangelo fa allusione alle stesse solitudini. Parlando di un demonio cacciato dall’anima, dice che se ne va in paesi aridi e senz’acqua, dove egli recluta sette altri demoni più maligni di lui. [Luc., XI, 24]. Quali sono questi paesi infamati? Gli interpreti più dotti rispondono senza esitare: « Sono gli orridi deserti situati nella parte orientale dell’Egitto, tante vaste solitudini ricoperte di ardenti sabbie, dove non piove mai, dove il Nilo cessa d’essere navigabile, dove lo spaventevole rumore delle cateratte riempie l’anima di spavento, e dove formicolano i serpenti e le bestie velenose.  » [Hier. in Ezech., c. xxx; Com. A Lap., in Tob. VIII, 3; Serarius, quoestiuncul., ad lib. Tob.; Scriptur. Sacr., cursus complet, t. XII, 647, etc.]. È là, in quei luoghi orridi, di cui Satana faceva come la sua cittadella, che la divina Sapienza condusse i Paoli, gli Antoni, i Pacomi, i Pafnuzi ed i loro valorosi compagni. É su quel campo di battaglia che avranno da sostenere contro i demoni frequenti e giganteschi combattimenti. La storia gli ha descritti, e la vera filosofia ne dà la ragione. Queste lotte accanite di lucifero contro gli eroi della Tebaide, simili a quelle che intraprese contro Giobbe e contro il grande Apostolo, tornarono a sua vergogna ed a gloria dei Santi. Ascoltiamo lo storico illustre e l’amico di sant’Antonio: «Guardatelo, esclama sant’Atanasio, quel fiero dragone sospeso all’amo della croce; trascinato da un capestro come una bestia da soma: con un monile al collo e le labbra forate da un anello come uno schiavo fuggitivo! Lo vedete, così orgoglioso, sotto ai nudi piedi di Antodio come un passero che non ardisce fare un movimento né sostenere il suo sguardo! 3 » [Vit. S. Ant.]. – La potenza di provare, che i demoni manifestano qualche volta con assalti straordinari, come quelli che si leggono, è abituale presso di loro. Notte e giorno dalla caduta originale in poi, e su tutti i punti del mondo, essi resercitano rispetto a ciascun figliuolo di Adamo. [S. Th., I p. q. CXIV, art. 1, ad 1]. Ne risulta che il Re della Città del male a cui obbediscono, è la cagione indiretta di tutti i delitti; imperocché è desso che spingendo il primo uomo al peccato, ci ha resi eredi dell’inclinazione a tutte le iniquità. [S. Th. I p. q. CXIX, art. 3, c.]. Aggiungasi che il peccato al quale ci porta con maggior furore e che gli cagiona la più grande gioia, a motivo della sua aderenza, è il peccato dell’impurità. Pur nonostante, la Sapienza di Dio determina l’esercizio di questa terribile potenza, e la sua bontà ne circoscrive i limiti. Essi sono tali ai quali possiamo resister sempre. « Iddio è fedele, dice san Paolo; egli non permetterà mai che siate tentati al di là delle vostre forze; egli vi farà pure trar profitto dalla tentazione, a fine di assicurare la vostra perseveranza. 4 [I Cor. X, 13].  Per rendere più palpabile la consolante verità insegnata dall’Apostolo, sant’Efrem adopera parecchi paragoni: « Se i mulattieri, dice egli, hanno abbastanza buon senso ed equità di non caricare le loro bestie da soma di pesi che non possono portare; con più ragione Iddio non permetterà che l’uomo sia in balia a tentazioni superiori alle sue forze. » E altresi: « Se il vasellaio conosce il grado di cottura che occorre ai suoi vasi in modo che non gli lasci nel forno se non il tempo necessario per dare ad ognuno quella solidità e bellezza che gli si conviene; a maggior ragione Iddio non ci lascerà nel fuoco della tentazione che quel tempo necessario per purificarci ed abbellirci. Ottenuto che sia l’effetto, cessa la tentazione. [Tractatus de patientia]. Disgraziatamente non tutti fanno uso della grazia di resistenza che è loro data. Essendo deboli, sono presuntuosi, e perciò essi soccombono ai colpi del nemico; e ad una sconfitta tosto ne precede una seconda. satana gli inebria del suo veleno, paralizza le sue forze, e sconvolge talmente il loro senso morale, che vengono ad amare le loro catene. Invece di spaventarli, il tiranno che s’impossessa di loro, non è altro che un essere immaginario, o un possente agente la cui intimità può in molti incontri procurare seri vantaggi. Per questo l’uomo aumenta a suo riguardo l’impero dei demoni, e questa potenza data volontariamente, è la più temibile, di tutte. Per rispetto alla libertà dell’uomo Iddio permette che succeda cosi, salvo a chieder conto all’uomo dell’uso della sua libertà. Di qui nascono le pratiche occulte mediante le quali l’uomo si pone in relazione diretta e immediata con gli spiriti delle tenebre. Noi nomineremo fra le altre i patti espliciti o impliciti, il potere di gettare dei malefìci e fare apparire il demonio, ottenerne i responsi e dei prestigi, o i mezzi di soddisfare le passioni. Come abbiamo visto, tutte queste cose sono antiche quanto il mondo e cosi volgari presso i popoli infedeli, quanto il culto medesimo degl’idoli. Sebbene siano meno generali tra i Cristiani, pure esse esistono sotto forme sempre antiche e sempre nuove. Per negarle bisognerebbe stracciare la storia. [Vedi la descrizione particolare della maggior parte delle pratiche demoniache nella costit. di Sisto V. Cœli et terrœ creator, etc., 1586 ; Ferraris, art. Superstitio.]. – Di qui ancora le leggi, giustamente severe, portate contro quelli che si danno a simili pratiche. Noi leggiamo nel Levitico: « Che l’uomo o la donna in cui sarà uno spirito pitonico o di divinazione, sia posto a morte senza misericordia » [XX, 27]. E nel Deuteronomio : « Che nessuno si trovi in Israello che purifichi il suo figliuolo o la sua figliuola facendogli passare per il fuoco, ovvero chi «consulti gli indovini e che dia retta ai sogni ed agli auguri, che non vi sia né fattucchiere né incantatore, nè consultore di serpenti e di maghi, né alcuno che domandi la verità ai morti. » [XVIII, 10, 11, 12].Le antiche legislazioni cristiane non sono meno rigorose. La degradazione, l’infamia, la prigione temporaria o perpetua, le pene corporali, la morte e la scomunica maggiore sono i castighi che esse infliggono agli addetti del demonio. [Vedi Ferraris ubi sopra.]. Agli occhi di ogni uomo imparziale, l’enormità del delitto in sé medesimo e nelle sue conseguenze tanto religiose che sociali, come l’esempio del medesimo Iddio, giustificano altamente i nostri avi. Che la nostra epoca neghi le pratiche demoniache e abolisca le pene che le proibiscono, ciò prova semplicemente la sua stupidità e l’influenza troppo reale che il demonio ha ripreso nel mondo. Ancor qui, se noi riepiloghiamo le operazioni dei principi della Città del male, vediamo che i loro artifizi infiniti, come i loro implacabili furori, tendono allo stesso scopo, cioè alla distruzione del Verbo incarnato, in sé medesimo e nell’uomo, fratello suo. Verità spaventosa e preziosa nel tempo stesso: spaventosa, perché ci rivela la natura e l’enormità incomprensibile dell’odio satanico; preziosa, perché ci colpisce di un timore salutare, e, riconducendo il male all’unità, ci mostra il vero punto del combattimento, e ci dà l’idea più alta di noi stessi.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XVI)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XV.

(altra continuazione del precedente.)

Nuovo tratto di parallelismo tra la Città del bene e la Città del male — Come i buoni Angeli, cosi sono deputati dei demoni ad ogni nazione, ad ogni città, a ciascun uomo, a ciascuna creatura — Passi notevoli di Platone, di Plutarco, di Pausania, di Lampridio, di Macrobio, e altri storici profani — Evocazioni generalmente note e praticate — Evocazioni dei generali romani: Formule — Nome misterioso di Roma — Natura ed estensione dell’azione dei demoni — — Prove: la Scrittura, la teologia, l’insegnamento della Chiesa — Parole di Tertulliano — Il Rituale e il Pontificale — Ragione — Essi possono mettersi in rapporto diretto con l’uomo — I patti, le evocazioni — Il legno che si anima e che parla — Testimonianza importante di Tertulliano — Consacrazione attuale dei bambini cinesi ai demoni.

Bossuet dice: « Che dalle Sacre Scritture apparisce che satana e gli angeli salgono e scendono. Essi salgono, dice san Bernardo, [In Ps. Qui habitat., Ser. XII, n. 2] per l’orgoglio, e discendono contro di noi per gelosia: Ascendit studio vanitatis, descendit livore malignitatis. Essi hanno intrapreso a salire quando hanno seguitato colui che ha detto: Ascendam, cioè io mi innalzerò e mi renderò simile all’Altissimo. Ma la loro audacia essendo respinta, sono discesi pieni di rabbia e di disperazione, come dice san Giovanni nell’Apocalisse: O terra, o mare! guai a voi, perchè il diavolo scende a voi pieno di gran collera; Væ terræ et mari, quia descendtt diabolus ad vos, hàbens ìram magnam. » [Apoc,, XII, 12. — Bossuet, Ser, sopra i SS, Angeli]. Infatti con un nuovo tratto di parallelismo e che non è il meno temibile, l’azione generale dei demoni s’individua come quella dei buoni Angeli. Nella sua infinita bontà Iddio ha dato a ciascun regno, ad ogni città, ad ogni uomo un Angelo tutelare, incaricato di vegliare su di essi e di dirigerli verso il loro ultimo fine, che è l’amore eterno del Verbo incarnato. Parimente, nella sua implacabile malizia, satana deputa ad ogni nazione, ad ogni città, ad ogni uomo, fino dal momento che cominciano ad esistere, un demonio particolare, incaricato di pervertirli e di associarli al suo odio verso il Verbo incarnato, [Corn, a Lap,, in Dan,, x, 18]. – Questa delegazione satanica, fondata sul parallelismo rigoroso delle due Città, è un fatto di storia universale. I pagani ne avevano piena cognizione: essi sapevano che a ciascun regno, a ciascuna città come ad ogni individuo, presiedevano delle particolari divinità. « Parimente dicevano, che all’istante della nascita, differenti spiriti si pongono in contatto con i bambini; cosi nell’istesso giorno ed ora in cui s’innalzano le mura di una città, giunge un destino o un genio, il cui governo assicurerà la potenza della città. » [Prudent. Adv. Symmach., lib. II]. Essi conoscevano pel loro nome le divinità tutelari di un gran numero di città. Il protettore di Dodona era Giove; di Tebe, Bacco; Giunone di Cartagine e di Samo, Plutone di Micene; d’Atene Minerva; di Delfo, centro del mondo, Apollo; Fauno delle foreste dell’Arcadia; il Sole di Rodi; di Gnido e di Paphos Venere; così di molte altre. [Eplgram. ad custod. hortor. apud Ansaldi, De Romana tutelarium deorum evocatione, In-8, Oxford, 1765].Sapevano che gli Dei prendevano parte pei loro protetti, gli assistevano con i loro oracoli, e gli animavano del loro spirito. Tutti i poeti, tutti gli storici, tutti i riti religiosi depongono questa credenza. Le vittorie le attribuivano al favore dei loro Dii; le sconfitte al loro corruccio, tanto erano convinti che il mondo inferiore è diretto dal mondo superiore.  [Ovid. Trist. Lib. I, eleg. 2]. Sapevano che gli dei protettori erano presenti nei templi, o nelle statue regolarmente consacrate; ma che l’evocazione gli costringeva ad uscire fuori. « Sappiamo benissimo, dicevano, che il bronzo, l’oro, l’argento ed altre materie delle quali facciamo statue, non sono per se stessi dei, né gli riguardiamo come tali; ma nelle statue noi  onoriamo quelli che la consacrazióne attira in esse, e fa abitare in tanti simulacri fabbricati da mano umana. » [Amob. adv. Gentes. VI] In questa potente consacrazione, come non vedere la parodia dei nostri sacri riti, pei quali viene conferita ad oggetti benedetti una virtù soprannaturale? Se la consacrazione attraeva gli dei nelle statue, l’evocazione o la sconsacrazione gli faceva sopire. [Arnaldi, ibid. p. 21]. I Romani in particolare avevano una tal fede nella potenza della evocazione, che non esitavano ad attribuirle l’universalità del loro impero. [Vedi Minuzio Felice, Octav.; e Ansaldi, p. 49]. Di qui le usanze di cui adesso parleremo. – Presso i diversi popoli dell’Oriente e dell’Occidente si legavano le statue degli dei, affinché l’evocazione non potesse trarli fuori dal loro santuario, e fare abbandonar loro il regno o la città posti sotto la loro protezione. « Le statue di Dedalo, dice Platone, sono legate. Quando esse non lo sono, si scuotono e si salvano, e se lo sono, il Dio resta al suo posto. » [In Menone, apud Philipp. Carnerar., Medit. Mst., par. II, c. X, p. 37]. Pausania riferisce che eravi a Sparta una vecchissima statua di Marte attaccata per i piedi. « Col tenerla attaccata, dice il grave storico, gli Spartani avevano voluto avere questo dio per difensore perpetuo delle loro persone e della loro repubblica, e pigliandolo all’impegno, impedirgli di non mai disertar la loro causa.  » [In Menone, apud Philipp. Carnerar., Medit. Mst., par. II, c. X, p. 37.]. –  E Plutarco: « I Tirij si dettero premura di onorare i loro dii…, quando Alessandro venne ad assediare la loro città. Difatti, un gran numero di abitanti credettero udire in sogno che Apollo dicesse: Ciò che si fa nella città mi dispiace, e voglio andare da Alessandro. Per il che, contenendosi a suo riguardo come verso un disertore che vuol passare dalla parte nemica, essi legarono la statua colossale del nume, la inchiodarono nella base, chiamandolo l’Alessandrista. » [In Alexand.]. Omero afferma che i tripodi di Delfo camminavano da sé, [Iliade  XVIII]. Questi fatti e molti altri dello stesso genere provano, che i pagani credevano alla potenza della evocazione. Né s’ingannavano: anzi la praticavano sovente: i loro autori ed i nostri ne fanno fede. [Plin., Hist. lib. 28, c. 9; Festus, In peregrin; Virgil. Aeneid. lib. 2; Macrob., Salum ai. Ili, 9; Horaz., Carmin. lib. 2, ode 1.; Ovid., Fast. 6; Patron. Satyricon, Stace, Thehaid. lib. II, v. 8, 10; Glaudian., De Probo et Olibr. coss.; Tertull. Apolog. x; Prudent, lib. 2 adv. Symmachi; S. Ambr., epist. ad Valent adv. Symmach.; etc.]. Questa credenza universale spiega la condotta di Balac, che chiama Balaam per maledire Israello. La Potenza della evocazione ed il muoversi delle statue o degli dei, si manifestavano specialmente, quando il popolo, la città o il tempio erano minacciati da qualche grande infortunio. Parlando di certe pubbliche calamità, Stazio dice: « Voci terribili si fecero sentire nei santuari e le porte degli dei si chiusero da sé stesse. »  [Terrificaeque adytis voces, claus aeque deorum. Sponte fores. Thebaid. lib. 7]. – E Xifìlino: « Si trovo nel Campidoglio grandi e numerose vestigia degli dei che se ne andavano; ed i custodi annunziarono che durante la notte il tempio di Giove erasi aperto da sé con un gran fracasso. » [In Vitellium]. E Lampridio: « Si videro nel Foro le pedate degli dei che se ne andavano. »  [Vestigia deorum in Foro visa sunt exeuntium. In Commod. ]. E lo storico Giuseppe: « Qualche tempo innanzi la rovina di Gerusalemme, si senti nel tempio una voce che diceva: Usciamo di qui, migremus hinc. » Nell’antichità pagana lo stesso fenomeno ebbe luogo migliaia di volte. [Quod millies factum esse tradidere scriptores. Yid. Bulenger, De prodigiis veter. c. 48]. – Giusta la testimonianza di Lucano, ciò successe in una delle circostanze più memorabili della Storia Romana. Innanzi la battaglia di Farsalia, Pompeo conobbe che gli dei e i destini di Roma, evocati da Cesare, l’avevano abbandonato. [Transisse deos, Romanaque fata Senserat infelix. Parsal. VII]. Era parimente conosciuto che gli dei restavano immobili e revocazione inefficace, se non si pronunziava il nome proprio, il nome misterioso della città, o del luogo di dove si voleva fare uscire. [Carrier., ibid. C. x, p. 37. — Così nella Città del male le città avevano un nome volgare noto a tutti, e un nome misterioso dato senza dubbio dal demonio e la cui conoscenza era confidata, sotto gravi pene, a un piccolissimo numero di iniziati]. Questa tradizione, comune all’Oriente e all’Occidente, si riassume in un duplice fatto che illumina tutta una parte della Storia Romana. Macrobio riporta quei versi di Virgilio: « Gli Dei tutelari di quest’impero, uscirono tutti dai loro santuari e dai loro abbandonati altari. » Aggiunge poi: « Questa parola è uscita tutta intera dal fondo della più alta antichità romana, e dal segreto dei più reconditi misteri. Infatti, è cosa costante, che tutte le città sono sotto la custodia di qualche dio; e l’usanza dei Romani, usanza segreta e ignota al volgo, è, allorché assediano una città della quale hanno speranza d’impadronirsi, di evocarne, per mezzo di un incantesimo, carmen, gli dei tutelari. Senza di che, o essi non crederebbero poter prendere la città, e riguarderebbero come un delitto farne gli Dei prigionieri. Ecco perché i Romani stessi hanno voluto che la divinità protettrice di Roma, e il nome misterioso della loro città, fossero completamente sconosciuti, anche dai più dotti. L’evocazione ch’essi avevano fatta spesso contro i loro nemici, non volevano che una indiscretezza permettesse a nessuno al mondo di farla contro di essi. » [Saturn. Lib. III, c. IX]. – Il nome misterioso, il nome magico di Roma, non era Roma. Qual era? Nessuno oggi lo sa. Anche presso i Romani, questo nome era appena noto a qualche iniziato, al quale era proibito, sotto pena di morte, di rivelarlo. Varrone, Plinio, Solino c’insegnano che a tempo di Pompeo, un tribuno del popolo eruditissimo, Valerio Sorano, avendolo un dì pronunziato, fu immediatamente posto in croce.[Plin., Hist. Lib. III., C. 9, n. III. — Vedi altri particolari negli’ Annali di fil. crist. Febbraio 1865, p. 126 e seg. Intorno all’autorità di Pomponio Fiacco che viveva nel 3° e 4° secolo, Pierio e Camerario hanno preteso che il nome misterioso di Roma fosse Valentia. Ma questo non è punto provato. Camer., par. II, c. IX]. « Quanto alla formula di evocazione, continua Macrobio, eccola quale io l’ho trovata nel libro quinto delle Cose nascoste, di Sammonico Sereno. Lui stesso dichiara averla attinta in un antichissimo libro di un tal Furio. – Allorché l’assedio è formato, il generale romano pronunzia questo incantesimo evocatore degli dei: « Dio o dea, chiunque tu sia, protettore di questo popolo o di questa città; te soprattutto a cui la custodia di questo popolo e di questa città è stata specialmente affidata, ti prego, ti onoro, ti scongiuro di andartene via da questo popolo o da questa città; di abbandonare le loro terre, i loro templi, i loro sacrifici, le loro abitazioni, e di allontanartene; di dimenticare questo popolo e questa città e di diffondere in essi il timore e lo spavento; dopo essere usciti, di venire a Roma, presso di me e presso i miei e di dare le tue preferenze ed i tuoi favori al nostro paese, ai nostri templi, ai nostri sacrifici, alla nostra città; di essere d’ora in poi protettori miei, del popolo romano e dei miei soldati, in modo da averne certa la prova. Se tu fai così, io ti prometto con voto dei templi e dei giuochi. » – « Pronunziando queste parole si offrivano delle vittime e s’interrogavano le viscere circa l’esito della evocazione. » [Macrob. Saturn., lib III, c. IX]. – Macrobio dice che per mezzo di un canto, carmen da cui è venuto la nostra parola incantesimo, si invocavano gli dei, cioè i demoni. Questo carmen che variava probabilmente secondo i luoghi e le circostanze, era volgare tra i pagani. Cesare non saliva mai in cocchio senza pronunziare il suo carmen. In tutti i misteri, in tutte le feste, dove si mettevano più direttamente in relazione con gli spiriti, aveva luogo il carmen. – Anche oggi, gli incantatori di serpenti, nelle Indie, i Derwischi Giratori a Costantinopoli, gli Aissaoua dell’Africa che abbiamo visti a Parigi nel 1867, cominciano sempre con un canto, specie di melodia, che invoca lo spirito, il quale s’impadronisce di essi, e fa operar loro i più meravigliosi prestigi. – Ora tutto questo è una nuova parodia satanica delle usanze della vera religione. Per citarne un solo esempio; noi leggiamo che i re d’Israele, di Giuda e di Edom, consultando il profeta Eliseo, questi rispose: « Conducetemi l’incantatore o il musico. E appena che questo musico si messe a cantare, lo spirito o la potenza del Signore discese sopra Eliseo che profetò. » [IV Re, III, 15]. – Dopo la formula di evocazione veniva la formula del sacrificio. Essa aveva per fine di consegnare agli dei nemici la città o l’esercito, privata, con la evocazione, dei suoi dei tutelari. Più solenne della prima, era essa riserbata esclusivamente ai dittatori ed ai comandanti in capo dei grandi corpi d’esercito. Eccola: « O Dio Padre, ovvero Giove, ovvero Manete, o voi che con qualunque altro nome, sia permesso di chiamarvi, tutti riempite questa città (il nome della città) e il suo esercito, intendo dire, del desiderio di fuggire di spavento e di terrore; conducete via con voi le legioni che mi sono contrarie, l’armata, questi nemici e questi uomini, e le loro città ed i loro campi, e quelli che abitano questi luoghi, questi paesi, queste campagne o queste città; private del lume superno e l’esercito dei nemici, le città e le campagne, di quelli che io intendo dire; affinché queste città e campagne, le teste e l’età vi siano sacrificate e consacrate, secondo le più terribili formule con cui i nemici sono mai stati consacrati; e che io, in mia vece, per me, in virtù del mio giuramento e dell’autorità mia, per il popolo romano, i nostri eserciti e le nostre legioni, io do e consacro; affinché io, il mio giuramento ed il mio comando, le nostre legioni ed il nostro esercito, impegnati in questa spedizione, siano pienamente tutelati. Se voi fate cosi, in modo che io lo sappia, lo intenda e lo comprenda, allora, chiunque sia colui che abbia fatto questo voto, il luogo ove egli l’abbia fatto, che sia tenuto per ben fatto. Io ve lo domando per il sacrificio di tre pecore nere, a voi, o madre degli Dei e a voi Giove.1 » [Macrob. Saturnal. III, c. IX]. – « Nei tempi antichi, aggiunge Macrobio, ecco le citta che io trovo consacrate in questo modo: Tonies, Frégelles, Grabio, Veio. Fidene in Italia; all’estero, oltre Cartagine e Corinto, una moltitudine di eserciti, e di citta nemiche nelle Gallie, nelle Spagne, nell’Africa, presso i Mori e presso le altre nazioni. » – Così la prima operazione di un generale romano, quale si fosse il suo nome, Paolo, Emilio, Cesare o Pompeo, ponendo l’assedio dinanzi una città, o sul momento di dare battaglia, era d’invocare per sé gli dei protettori dell’esercito o della città nemica. [« Verno Fiacco, dice Plinio, cita quegli autori ch’egli ha per garanti, perché nell’assedio delle città si dovevano innanzi tutto fare evocare dai sacerdoti romani quel Dio sotto la protezione del quale era posta quella città, e promettergli che a Roma avrebbe lo stesso culto e anche più solenne; e questa sacra cerimonia esiste tuttora nelle prescrizioni dei Pontefici, ed è certo che si e nascosto il nome del Dio sotto la protezione del quale Roma è posta, affinché i nemici non potessero fare altrettanto. Imperocché non avvi alcuno che non tema di essere vittima di quelle terribili imprecazioni. – Hist, nat, lib. XXVIII, c. 4, n. 4]. Che cosa diranno tanti baccellieri apprendendo questo fatto che dieci anni di studi pagani lascian loro ignorare? Forse sorrideranno. Ma il ridere di un fatto non è distruggerlo. Ora la credenza alla delegazione speciale dei demoni è un fatto che ha per testimoni da mille anni in qua i Cammilli, i Fabii, gli Scipioni, i Paolo Emilii, i Marcelli, i Cesari. – Qui il riso non ha luogo affatto, perché non si tratta, né di Padri della Chiesa, né dei Santi, né degli uomini del medio evo, per la fede semplice ed ingenua; è questione di uomini, che i letterati considerano come tanti esseri quasi sovrumani, per il carattere serio, per la solidità della ragione, per la maturità dei consigli e per la superiorità dei talenti militari. – Aggiungiamo che l’uso di questa evocazione decisiva non veniva da loro. Gli oracoli più misteriosi l’avevano rivelato ; tutta l’antichità l’aveva praticato con una costante fedeltà. D’altronde, riflettendovi, si vede che questa evocazione rientrava a meraviglia nel destino di Roma pagana. satana voleva Roma per capitale. Ora chi vuole il fine vuole i mezzi. È dunque naturalissimo ch’egli abbia insegnato ai Romani il modo di disarmare i loro nemici, cioè di privarli del soccorso dei demoni, che egli medesimo aveva loro delegati. Tutti i demoni subalterni non dovevano cedere dinanzi agli ordini del loro re, e cedendo, contribuire alla formazione del suo impero? Perciò tutti manifestavano un gran desiderio di venire a Roma. [Ansaldi, p. 26 a 28]. – Che i Romani abbiano riconosciuta l’efficacia di queste terribili formule di evocazione e di sacrificio, tutta la loro storia lo dimostra. Senza di ciò, tutti i grandi uomini gli avrebbero così costantemente e così misteriosamente adoprati? Avrebbero eglino invariabilmente attribuito le loro vittorie alla superiorità degli dei di Roma? Avrebbero eglino, sotto pena di morte, proibito di rivelare il nome della divinità protettrice della loro città? Per una unica eccezione nella storia, avrebbero essi religiosamente recato a Roma, alloggiato in templi sontuosi, onorato con sacrifici e coi giochi del circo o dell’anfiteatro, gli dei delle nazioni vinte? Che cosa facevano i generali vittoriosi con tutte queste dimostrazioni, altrimenti inesplicabili? Essi compivano i loro voti, ringraziavano della loro compiacenza gli dei delle nazioni vinte, pagavano il debito del popolo romano. Questi non l’ignorava. Il fatto era cosi noto che il poeta il più popolare dell’impero [Virgilio] interpretava la fede comune, ringraziava pubblicamente Giove Capitolino, la cui potenza sovrana aveva evocato gli dèi dei nemici e dato la vittoria al suo popolo.2 [Macrob. Saturnal. III, c. IX]. – Passiamo adesso ai demoni deputati sulle città e sui regni. La delegazione di qualcuno di questi esseri malefìci ad ogni uomo in particolare, non è né meno certa né meno conosciuta dai pagani: « I demoni, dice Giamblico, hanno un capo che presiede alla generazione. A ciascun uomo egli invia il suo particolare demonio. Appena investito della sua missione, costui scopre al suo cliente e il culto che domanda e il suo nome, e il modo di invocarlo. Tale è l’ordine che regna fra i demoni. » [De myst, Aegypt p. 171]. Così il demone familiare di Pitagora, di Numa, di Socrate, di Virgilio e di tanti altri, di cui parla l’istoria, non è una eccezione. È un fatto che non ha di eccezionale che lo splendore più vistoso da cui è circondato. Da se medesimo egli rivela l’esistenza di un sistema generale, noto al paganesimo, come sui fianchi del Vesuvio, l’ardente cenere annunzia con certezza la nascosta vicinanza del vulcano. – L’insegnamento di Giamblico è confermato da una curiosa testimonianza di Tertulliano: « Tutti i beni portati nel nascere, dice questo Padre, il demonio stesso che gli inviò in origine, gli oscura adesso, e gli corrompe, sia allo scopo di nasconderci la causa, o di impedirci di farne uso conveniente. Difatti quale è quell’uomo a cui non sia congiunto un demone, uccellatore delle anime, appostato sullo stesso limitare della vita, o invocato da tutte le superstizioni che accompagnano il parto? Tutti hanno l’idolatria per levatrice: Omnes idolatria obstetrice nascuntur. – « È dessa che avvolge il ventre delle madri di fasce formate dagli idoli, e che consacra i loro bambini ai demoni. È lei che durante il parto fa offrire i piagnistei a Lucina e a Diana. È lei che durante tutta la settimana fa bruciare incenso sull’altare del Genio del bambino: Giunone per le bambine. Genio per i fanciulli. È lei che l’ultimo giorno fa scrivere i destini del bambino, e sotto quale costellazione è nato, a fine di conoscere il suo avvenire. È lei, che sin dalla deposizione del bambino sulla terra, fa un sacrificio alla dea Statina. «Qual è poi quel padre o quella madre che non voti agli dei un capello, o tutta la giovine chioma del suo figliuolo, che non faccia un sacrificio per soddisfare la sua particolar devozione, o quella della sua famiglia, o quella della sua stirpe, o quella del paese a cui appartiene? – Cosi un demonio s’impadronì di Socrate ancor fanciullo, e dei Genii, che è il nome dei demoni, sono deputati a tutti gli uomini: Sic et omnibus genti deputantur, quod dæmonum nomen est. » – [De anima, c. XXXIX. – La consacrazione del bambino al demonio è tuttora una legge delle religioni pagane. Per consacrare i loro infanti al Nostro Signore ed alla S. Vergine, le madri cristiane pongono loro al collo delle medaglie, votano di vestirle di bianco o di bleu. Udite invece quel che fanno le madri pagane: Una monaca francese scrive da Pinang, 10 febbraio 1868: « Noi leggiamo il Trattato dello Spirito Santo. Quest’opera c’interessa in modo particolare. Noi viviamo in paesi che appartengono al Re della città del male. Siamo circondate da pagani; vediamo con i nostri occhi le superstizioni del paganesimo. Quelli che rifiutassero di credervi vengano qui: vedranno ben tosto la verità di quel che si dice in questo libro, della schiavitù, dei disgraziati cittadini della città del male. « Abbiamo sovente la visita di donne cinesi che ci conducono le loro famigliole. L’altro giorno una di esse ci faceva vedere un bel bambino di sei mesi. Aveva in capo un berrettino a guisa di mitra, tutto ricoperto di fregi di oro puro, rappresentanti le più orribili figure d’animali; scorpioni, serpenti, draghi. Quella del diavolo era nel mezzo in diamanti. Il bambino aveva al collo altre figure appese con grosse catene parimente in oro. Il berretto solo costava più di 600 piastre, presso a poco 8000 franchi, così lo giudicavano dal peso. « Domandammo a questa donna di chi erano quelle figure. Essa ci rispose molto semplicemente che erano dei loro dii, e che quella del Padrone era nel mezzo. Del resto noi non vediamo mai di queste piccole creature infelici, ancorché così piccole, che non portino l’effigie del Re della Città del male. »]. L’angelo custode (li ciascun uomo, di ciascun regno, provincia o comune, non è inviato a caso dal Re della Città del bene; esso è scelto in vista dei particolari bisogni dell’individuo o dell’essere collettivo affidato alla sua sollecitudine. Cosi è che in uno Stato bene ordinato, non s’innalza ai pubblici impieghi gli uomini incapaci di adempierne i doveri. Si danno a quelli che mostrano le capacità necessarie nell’esito della loro missione. Con una maestria infernale, qui ancora satana contraffà la Sapienza eterna. Senza dubbio ei non possiede, come Dio, il potere di leggere nel fondo dei cuori; ma egli ha mille modi di conoscere, mediante i segni esterni, le disposizioni buone o cattive di ciascun uomo, il forte e il debole di ciascun popolo; e deputa all’uno ed all’altro il demone che gli bisogna per perderli. Ve ne ha di tutti i caratteri e di tutte le attitudini, in modo da fomentare ogni passione, e soprattutto la passione dominante. La Scrittura è spaventosa, allorché ne dà la nomenclatura. Essa nomina fra gli altri gli spiriti di divinazione o pytonici, Spiritus divinationis, seduttori del mondo, rivelatori di segreti e narratori di oracoli. Gli Spiriti di gelosia, Spiritus zelotypiæ, che gettano nelle anime i sentimenti di Caino contro Abele, o dei Giudei contro il Nostro Signore, i quali ispirano tutte le perfidie. Gli spiriti di menzogna, Spiritus mendacii maestri di ipocrisia, negatori audaci della verità conosciuta, oggi più numerosi e più potenti che mai. Gli Spiriti delle tempeste, Spiritus procellarum, a cui il mondo va debitore degli uragani, delle trombe, delle gragnuole, dei naufragi e delle fisiche rivoluzioni, così frequenti soprattutto nella storia moderna. Gli Spiriti di vendetta, Spiritus ad vindictam, i quali sostituendo la legge di odio alla legge di carità, accendono le guerre, provocano le risse e conducono all’assassinio sotto tutte le forme. Gli Spiriti di fornicazione, Spiritus fornicationis, i quali fanno dell’innocenza il loro cibo favorito. Gli Spiriti immondi, Spiritus immundus, il cui studio consiste nel cancellare nell’uomo perfino le ultime vestigia dell’immagine del Verbo incarnato, facendolo discendere al di sotto della bestia. Spiriti di infermità, Spiritus infirmitatis, che affliggono l’uomo nel suo corpo, mentre i loro confratelli uccidono la sua anima o la martoriano con piaghe.Tutta la tradizione, fondata nel Sacro Testo, è unanime nel proclamare l’esistenza di questa guerra individuale e incessante degli Spiriti di tenebre, contro ciascun uomo e contro ciascuna creatura. Uno dei testimoni più competenti, sant’Antonio, diceva: « Come in un esercito, tutti i soldati non combattono allo stesso modo né con le stesse armi; così fra i demoni, gli uffici sono divisi. La milizia prende tutte le forme: quante sono virtù, tante sono le specie di assalti.1 » [Diversa et partita dæmonum nequitia est…. atque omnes prò virium facilitate diversa contra singulas causas seu virtutes sumpsere certamina. S. Athan., in Vit S. Anton.]. – Sereno aggiunge: « Noi sappiamo che tutti i demoni non ispirano agli uomini le stesse passioni: ma ciascun demonio è incaricato d’ispirarne una in particolare. Taluni si compiacciono nelle immodestie, altri nelle bestemmie. Questi sono inclinati all’ira ed al furore e nelle turpitudini della voluttà: altri amano la cupa tristezza. Vi sono quelli che preferiscono l’allegria e l’orgoglio. Ognuno travaglia a gettare il suo vizio favorito nel cuore dell’uomo. « Che vi siano negli spiriti immondi tante passioni quante ve ne sono negli uomini, è indubitato. La Scrittura non nomina ella i demoni che accendono le fiamme del libertinaggio e della lussuria quando dice: Lo Spirito di fornicazione gli sedusse ed essi fornicarono lontano da Dio? Non parla essa egualmente di demoni diurni e di demoni notturni? Non segnala ella tra di essi una varietà che sarebbe troppo lungo far conoscere in tutti i suoi particolari? Ricordiamo solamente questa: I Profeti nominano uccelli notturni, struzzi, ricci, centauri, streghe. Nei Salmi si designano altri sotto il nome di aspidi e basilischi. Il Vangelo ne nomina altri, come leoni, draghi, scorpioni, principi dell’aria. Credere che questi nomi diversi siano dati a caso e senza motivo sarebbe un errore. Con queste qualità di bestie più o meno terribili, lo Spirito Santo ha voluto indicarci, nella loro varietà infinita, la ferocia e la rabbia dei demoni. » [Collat. VII, c. XVII; et Collat. XXXII . — In che senso tutte le passioni si trovino nei demoni, vedi S. Tommaso, I p., q. LXIII, art, 2, corp.]. – La stessa guerra si estende a tutte le parti del mondo visibile ed a ciascuna delle creature che lo compongono. È altresì un fatto di universale credenza, fondato sul parallelismo delle due Città. satana, nemico implacabile del Verbo, lo perseguita in tutte le sue opere. Dappertutto dove il Re della Città del Bene ha posto uno dei suoi Angeli per conservare e nobilitare, il Re della Città del male manda uno dei suoi satelliti per distruggere e corrompere. Di qui deriva che l’antagonismo è in tutte le parti della creazione, e che si può con certezza affermare dei cattivi angeli ciò che i Padri della Chiesa, sant’Agostino in particolare, dicono degli Angeli buoni: Non vi è creatura visibile in questo mondo che non abbia un demonio specialmente delegato per tenerla schiava, per deturparla e renderla ostile al Verbo incarnato, ed all’uomo nociva: Una quæqueres visibilis in hoc mundo angelicam potestatem hahet sibi præpositam. – Come abbiamo detto, questa lotta di satana contro il Verbo redentore, è in fondo tutta la storia della umanità. Cominciata nel Cielo, continuata nel Paradiso terrestre, essa ha attraversato, senza tregua, tutti i secoli antichi. Il Figliuolo di Dio incarnandosi, la trova più che mai accanita. Egli stesso, nel deserto, la sostiene in persona e dichiara non essere venuto sulla terra se non che per distruggere l’opera del diavolo, e cacciare l’usurpatore. Entrato nella vita pubblica, perseguita satana dappertutto, lo espelle da tutti i corpi, e si sente che il demonio ed i suoi angeli gli dicono: Santo di Dio, noi ti conosciamo; tu sei venuto per perderci. Cessa di torturarci, e se tu non vuoi lasciarci nell’uomo, permetti almeno che si passi nei porci. [Marc., I, 28; Luc., VIII, 32]. Con la sua morte vincitore del demonio, dei suoi principati e delle sue potenze, egli gli attacca alla sua croce e, nel giorno della sua resurrezione, gli conduce in trionfo alla presenza del cielo e della terra. Ma se egli indebolisce l’impero di Lucifero, non lo distrugge del tutto. Come il Signore aveVa lasciato in mezzo al popolo ebreo delle popolazioni idolatre, perché esercitassero la sua virtù, cosi il Divino Salvatore lascia al demonio un certo potere a fine di sperimentare la fedeltà del popolo cristiano. Prima di lasciare i suoi Apostoli Ei prende cura di annunziar ad essi, e insieme ai suoi discepoli nel seguito dei secoli, ch’essi dovranno continuare contro satana la guerra da Lui stesso vittoriosamente cominciata. – L’odio di satana si manifesterà con un furore particolare contro i membri del Collegio Apostolico, e soprattutto contro Pietro, loro capo: Simone, Simone, Satana ti ha domandato per tritarti a guisa del frumento; ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno [Luc. XXII, 31]. Essi partono per la loro missione, e sino dai primi passi, Pietro incontra il nemico nella persona di un apostata, per nome Simone. Quest’era il figlio maggiore di Satana; egli seduceva il popolo operando davanti a lui strani prodigi, con l’aiuto dei demoni. Un giorno il mago s’alza per aria: Pietro s’inginocchia, e prega: all’istante i demoni abbandonano Simone e questo primo Papa insegna a satana qual potenza avrà egli da combattere in tutti gli altri Pontefici di Roma, successori di Pietro. Paolo lo riconosce altresì nella Pitonessa di Filippi: In nome del Figliuolo, egli dice, io ti ordino di uscire da questa giovane; e ne usci nell’ora stessa. [Act., XVI, 18]. Con quale sicurezza lo stesso Apostolo riprende ancora satana, il quale si servi d’Elymas il mago, per paralizzare il suo apostolato-: 0 figlio del diavolo non cesserai tu mai di pervertire le rette vie del Signore? La mano di Dio è su di te, e tu diventerai cieco. 1 ]Act., XIII, 10]. – Tutti gli altri apostoli hanno pur vinto satana. Cosi avvenne lo stesso dei martiri; fu lui che per vendicarsi li fece morire in mezzo a tormenti fino allora inauditi. Sopprimete il soffio di satana nel martirio dei Cristiani e voi non lo intendete più. In questa sanguinosa lotta satana è ancor vinto ma non scoraggiato. Eccolo che tenta nuove armi. Col suo alito omicida suscita tra i Cristiani la divisione, gli scismi, le eresie. Impossibile spiegare ancor qui, senza l’intervento di satana, questo gran mistero dell’odio fraterno e dell’errore. Per distruggere nelle diverse parti del mondo gli avanzi del paganesimo, Roma invia dei missionari; e noi abbiamo veduto ch’essi ebbero a combattere satana sotto la forma palpabile di draghi e di mostruosi serpenti: a fine di riparare agli scandali occasionati dagli scismi e dalle eresie, la Provvidenza deputa nei deserti dell’alto Egitto delle legioni di espiatori. Là, tra gli Antoni, ed i Pacomio, tutti i patriarchi della solitudine, satana incomincia una guerra a morte. La vita di sant’Antonio è la grande epopea della battaglia dell’uomo contro il demonio. – Questa epopea non è finita. Sempre antica e sempre nuova, ciascuno di noi ne è l’eroe o la vittima. Avviene lo stesso delle creature che ci circondano. Più spesso che non si pensi esse sono tra le mani di satana strumenti del suo odio contro l’uomo. La Chiesa come depositaria di tutti i misteri del mondo morale e di tutte le vere tradizioni della umanità, niente di più le sta a cuore, quanto il tenere sempre presenti allo spirito dei suoi figli le terribili verità delle quali un’attenta Provvidenza aveva preso cura di conservare la conoscenza, anche presso i popoli pagani. – « Essa ci dice, per bocca dei Padri, che in antico i demoni ingannavano gli uomini, prendendo differenti sembianze; e tenendosi presso a fontane ed a fiumi, nei boschi e sugli scogli, sorprendevano con i loro prestigi gli insensati mortali. Ma dopo la venuta del divin Verbo i loro artifizi sono impotenti, poiché basta il segno della croce per smascherare tutte le loro furberie. » [S. Atanas. lib. de Incarnat. Verbi; vedi pure Origene e Sant’Agostino ec. citati più sopra.].  – La Chiesa non limita solo la sua sollecitudine nel segnalare la presenza di questi esseri malefici; ma grazie alla potenza che le è stata data dal Vincitore stesso del demonio, essa ha preparato e rimesso nelle mani dell’uomo tutte le armi necessarie per cacciare il nemico e preservarsi, lui e le creature, dai suoi perfidi assalti. Difatti, « Vi è un libro del quale nessuno può, senza abiurare la fede, rifiutare la testimonianza, o disconoscerne la competenza: quest’è il Rituale romano, l’organo il più sicuro e il più autorevole della dottrina ortodossa, il monumento più autentico della tradizione. Non solamente l’esistenza dei demoni vi è conservata ad ogni pagina, ma le astuzie di satana, le sue manovre, le sue nefande imprese contro gli uomini e contro le creature, vi sono segnalate minutamente, e direi quasi descritte.2 »2 [Vita del curato d’Ars, t. I, p. 386]. Nessun libro fa meglio conoscere i principi della Città del male, del quale ci intertiene in questo momento l’istoria; nulla conferma più potentemente ciò che abbiamo detto sin qui e che ancora diremo. Il Rituale ha principio Con esorcismi intorno al neonato che si presenta al Battesimo, e circa gli elementi che debbono servire alla sua rigenerazione. Il bambino diviene uomo, e gli esorcismi continuano. Tutte le creature con le quali ei si troverà a contatto durante il suo pellegrinaggio sono contaminate. La Chiesa per cacciare il demonio esorcizza l’acqua e la benedice. Acqua possente che raccomanda ai suoi figli di custodire con cura nelle loro case, a fine di spargerne su di essi e su tutto ciò che gli circonda. Allo stesso scopo ella esorcizza e benedice il pane, il vino, l’olio, i frutti, le case, i campi, le gregge. Finalmente, quando l’uomo è sul punto di lasciare la vita, essa impiega nuove benedizioni a fine di sottrarlo alle potestà delle tenebre.

Or dunque che cosa contiene ciascuno esorcismo? Racchiude tre atti di fede: atto di fede all’esistenza dei demoni; atto di fede alla loro azione reale permanente, generale e individuale sull’uomo e sulle creature; atto di fede sulla potestà data alla Chiesa di cacciare l’usurpatore. [S. Th., p. III, q. LXXI, art. 2 corp. et ad. 3]. E adesso se avvi qualche cosa di strano non è egli forse la disattenzione con cui i Cristiani, soggetti peraltro di mente e di cuore alla santa Chiesa, passano davanti a questi esorcismi così chiari, cosi positivi, senza essere colpiti dalle conclusioni che racchiudono? Oggi soprattutto è necessario di segnalarne qualcuna. Senza dunque uscire dai nostri libri liturgici, bramiamo sapere con certezza qual è l’azione demoniaca sull’uomo e sul mondo, e in quali modi essa diversifica? Apriamo il Rituale, a cui aggiungeremo il Pontificale: quest’altro monumento non meno officiale della fede Cattolica, quest’altro tesoro non meno prezioso di ogni vera filosofia. Che cosa viene insegnato in questi libri? È insegnato che i demoni possono allacciare l’uomo con legami visibili ed invisibili; come appunto un vincitore può caricare di ferri il suo prigioniero. Essi possono chiudere il suo spirito all’intelligenza delle cose divine: possono corromper l’acqua e farvi apparire dei fantasmi, il che costituisce l’idromanzia; possono frequentare le case, contaminarle e renderne il soggiorno penoso e pericoloso; possono spargere la peste, corrompere l’aria, compromettere la salute dell’uomo, turbare il suo riposo e molestarlo in tutti i modi; possono infestare non solamente i luoghi abitati ma i luoghi solitari, diffondervi il terrore e farne il centro di malattie contagiose o il teatro di molestie inquietanti; possono attaccar l’uomo nel suo corpo e nella sua anima, scagliarsi su di lui in gran numero, presentarsi a a lui sotto forme di spettri o di fantasmi; possono sollevare tempeste, mandare uragani, trombe, gragnuole, fulmini, insomma, mettere gli elementi in servizio dell’odio eterno; possono prestare all’uomo la loro malefica virtù, impadronirsi di lui, possederlo, comunicare al suo spirito cognizioni, ed al suo corpo forze, e sovrumane attitudini; possono infine tormentarlo nel più terribile modo negli ultimi suoi momenti; e nell’uscire dal corpo, contrastare all’anima sua il passaggio alla beata eternità. [Rituale, passim; Pontificale, specialmente la benedizione delle campane].Da questi insegnamenti, attinti alle fonti più pure, resultano due cose: primieramente la certezza di un’azione continua, generale e particolare dei demoni sull’uomo e sulle creature: secondariamente la possibilità di comunicazioni dirette, sensibili, e materiali dei demoni con l’uomo, e dell’uomo con essi. Di qui, le evocazioni, i patti, le obsessioni, le possessioni, i maleficii, l’esistenza delle quali, tanto spesso testimoniata dalla storia antica e moderna, sacra e profana, non può esser negata senza rinunziare a qualunque credenza divina ed umana. D’altra parte, per chiunque voglia riflettere, non sono motivo di dubbio, né la difficoltà intrinseca di queste comunicazioni, né le strane forme ch’esse possono rivestire. L’anima nostra non è essa una permanente comunicazione col nostro corpo? Se lo spirito può comunicare con la materia, dove sarebbe la radicale impossibilità per uno spirito di comunicare con un altro spirito? Trattasi di forme? Gli annali del genere umano non cominciano con una manifestazione satanica? Sotto tutti i punti di vista, questa manifestazione non è ella una delle più strane? Contuttociò essa è stata ammessa da tutti i popoli. Né vi ha alcuno le cui tradizioni non abbiano conservato la memoria del ‘fatto genesiaco, causa prima del male e di tutto il male.Che dico? questa primitiva comunicazione, reale e palpabile di satana con l’uomo, è un dogma di fede certo, quanto l’Incarnazione del Verbo: « Né  satana né Dio » diceva Voltaire. Bisogna allora aggiungere: né satana né caduta; non caduta, non Redenzione; non Redenzione

e nemmeno Incarnazione: non Incarnazione, non Cristianesimo; non Cristianesimo, ma pirronismo universale. Il nostro scopo non è di spiegare partitamente l’azione sensibile e moltiforme dei principi della Città del male sull’uomo e sulle creature. La possiamo vedere nelle dotte opere dei signori Mirville, Des Mousseaux e Bizouard. – Tuttavia le circostanze attuali non permettono di passare sotto silenzio certe manifestazioni demoniache, tanto più pericolose, in quanto che ci sforziamo di negare la vera causa: intendiamo parlare delle comunicazioni dirette con gli spiriti, delle tavole giranti ed altre pratiche, che non è molto, misero sossopra l’antico ed il nuovo mondo, le quali non hanno cessato mai, e che oggi si riproducono con una inaudita recrudescenza. – Quel che ci ha più stupiti al comparire di questi fenomeni è stata la meraviglia generale che essi hanno prodotto. Si direbbe che per gli uomini di questo tempo la ragione è colpita d’impotenza, la teologia non avvenuta, la storia muta. Il primo dogma della ragione è che due maestri opposti si disputano l’umanità che vive necessariamente sotto l’impero dell’uno, o sotto l’impero dell’altro. Alla vista del mondo attuale che si va emancipando rapidamente dal regno del Cristianesimo, era facilissimo e molto logico il concludere che esso ricadrebbe con la stessa prestezza sotto il regno del satanismo. Ora satana è sempre il medesimo. Ritornando nel mondo, ritorna con tutti gli attributi dell’antica sua autorità. Oracoli, prestigi, varie manifestazioni, tutto il corteggio di seduzioni, segni e istrumenti di regno, di cui aveva riempito il mondo antico, e ne riempie ancora il mondo moderno, dovevano necessariamente ricomparire in un mondo, tornato ad essere suo possesso per l’allontanamento dal Cristianesimo. La ragione dice ciò, come dice: che due e due fanno quattro. E la teologia? Sono circa seicento anni che l’Angelo della scuola, esponendo la dottrina della Chiesa, diceva, come il suo maestro sant’Agostino: [Apud S. Th., I p., q. 115. art. 5, ad 5. 1 « I demoni sono attratti da certe specie di pietre, di piante, di legni, di animali, di canti di riti, come segnali dell’onore divino dei quali sono gelosissimi. Essi si consacrano alle anime dei morti. Appariscono essi sovente sotto la forma di bestie, che designano le loro qualità. Qualche volta dicono la verità per ingannar meglio, e scendono a certe famigliarità; all’oggetto di condurre gli uomini e famigliarizzare con essi. [Id., I p., q. LXIV, art. 2, ad. 5]. In queste poche linee, che spiegheremo più sotto, non abbiamo noi la spiegazione, certo compendiata ma esatta, di ciò che accade sotto gli occhi nostri? Cosi parla la teologia. – E la storia? Trattasi, per es., del legno in particolare che si anima e che manifesta degli oracoli? È un fatto demoniaco la cui esistenza, quaranta volte secolare, ha per testimonio l’Oriente e l’Occidente. Che cosa vi ha di più celebre nella storia profana delle querce dodoniche? e che di più confermato? Se, come si vorrebbe pretendere, è falso che taluni alberi abbiano reso mai suoni articolati, la credenza sostenuta, per parecchie migliaia di anni, ad un tal fatto attestato dagli uomini più seri, compito in mezzo a popoli più còlti, sarebbe più incredibile del fatto stesso. D’altronde, non è egli posto fuor di dubbio dal libro in cui tutto è verità? Chi non ha letto nella Scrittura, gli anatemi lanciati contro chiunque dice al legno di animarsi, di alzarsi e di parlare come un essere vivente? « Guai a colui che ha detto al legno: animati ed alzati. Il mio popolo ha domandato oracoli al suo legno; ed il suo bastone gli ha risposto » [Habac. II, 19; Oseæ, IV, 12]. Per sempre più specificare la questione, trattandosi di tavole giranti e parlanti, esse sono conosciute sino dalla più remota antichità. Intorno a questo fenomeno demoniaco che non può sorprendere altro che l’ignoranza; abbiamo tra le altre la testimonianza perentoria di Tertulliano. Nella sua immortale Apologetica, cioè in uno scritto in cui egli non poteva niente asserire che potesse porsi in dubbio senza compromettere la grande causa dei Cristiani, questo Padre, nato in seno al paganesimo e profondamente istruito delle sue pratiche, nomina a tanto di lettere le tavole che i demoni fanno parlare. Quel che vi è di più notevole, egli ne parla non come di un fatto straordinario ed oscuro, ma come di una cosa abituale e nota a tutto il mondo. Egli designa francamente per il loro nome gli agenti spirituali del fenomeno, certo di diventare la favola dell’impero, se a somiglianza dei nostri pretesi sapienti, avesse voluto spiegarlo per via dei fluidi. [E i fatti straordinari avvenuti oggidì sotto i nostri occhi, di quella forma di spiritismo, che appellano ora ipnotismo, non mostra forse che nella società che ha fatto divorzio da Cristo, e che si sottrae all’influsso divino dello Spirito Santo l’intervento dello spirito maligno si fa ognor più potente e manifesto? (Vedi sull’ipnotismo il dottissimo studio pubblicato nella Civiltà Cattolica, serie XIII, vol. III. quad. 865 e segg.) – La testimonianza del- grande apologista è troppo preziosa per non essere citata per intero. « Noi diciamo che vi sono delle sostanze puramente spirituali, ed il loro nome non è nuovo. I filosofi conoscono i demoni: Socrate testimone egli stesso il quale attendeva l’ordine dal suo demonio per parlare e per agire. Perché? Perché egli aveva, cosi riferisce la storia, un demonio accanto a sé fino dalla sua infanzia. Quanto ai poeti, tutti sanno perfettamente che i demoni dissuadono dal bene. Infatti il loro lavoro è di distruggere l’uomo: Operatio eorum est hominis eversio. Hanno appunto inaugurata la loro malizia per perder l’uomo. Mandano essi al corpo, malattie e crudeli accidenti: all’anima moti violenti, subitanei e straordinari. « Per raggiungere la duplice sostanza dell’uomo hanno la loro sottigliezza e la loro tenuità. Come potenze spirituali hanno tutta la facilità di restare invisibili ed insensibili, di modo ché si mostrano piuttosto nelle loro opere che in se medesimi. Se per esempio attaccano i frutti e le messi, essi insinuano nel fiore, non so quale alito velenoso [Il che possono fare i demoni, come si intende facilmente, non solo direttamente, ma anche e più ordinariamente usando a questo fine delle cause naturali, come di mezzi.], che uccide il germe o impedisce la maturità; come se fosse l’aria viziata da una ignota cagione che manda esalazioni pestifere. Per cagione di questo stesso latente contagio eccitano nelle anime dei furori, follie vergognose, crudeli voluttà, accompagnate da mille errori, il più grande dei quali è di accecare l’uomo sino al punto di procurare al demonio, col sacrificio, il suo cibo favorito, l’esalazione dei profumi e del sangue. – « Avvi un’altra voluttà della quale è geloso, ed è quella di allontanare l’uomo dal pensiero del vero Dio, con prestigi mentitori, dei quali dirò il segreto. Ogni spirito è uccello: Omnis Spiritus ales est. Ciò è vero degli Angeli e dei demoni, poiché in un istante essi sono da per tutto. Per essi, tutto il pianeta è uno stesso luogo: Totus orbis illis locus unus est. Quel che si fa da per tutto essi lo sanno così facilmente come lo dicono. La loro volontà è presa per la divinità perché non si conosce la loro natura. Per conseguenza vogliono essi passare per essere gli autori delle cose che annunziano: e infatti lo sono spesso dei mali e mai dei beni: Et sunt piane malorum nonnunquam honorum tamen nunquam. » [Apolog. c. XXII]. La loro naturale celerità è per i demoni un primo mezzo di conoscere le cose che avvengono a molta distanza, o che sono prossime ad accadere. Havvene un altra, ed è la cognizione delle disposizioni della Provvidenza, per mezzo delle profezie che sentono leggere, e delle quali essi comprendono naturalmente il senso, molto meglio di noi. Attingendo a questa fonte la nozione di certe circostanze dei tempi, scimmiotteggiano la Divinità, rubando l’arte di divinare: Aemulator, divinitatem, dum farantur dtvinationem. Come padri e figli della menzogna, essi ravvolgono i loro oracoli di ambiguità, quando non vogliono, o non possono rispondere; di modo che qualunque si sia l’evento annunziato, possono difendere le loro parole. Creso e Pirro ne sanno qualche cosa. [L’oracolo dice a quest’ultimo: Aio te Romanos vincere posse; il che è anfibologico].« La loro abitazione nell’aria, la loro vicinanza agli astri, il loro commercio con le nubi, sono altresì per essi un mezzo di conoscere l’approssimarsi dei fenomeni fisici; come piogge, inondazioni, siccità. A queste meravigliose cognizioni aggiungono per attirarsi il culto dell’uomo, un artifizio più pericoloso; essi si offrono per guarire le infermità. Quali sono le guarigioni che si attribuiscono? Incominciano dal rendere l’uomo malato: poi per far credere al miracolo, prescrivono nuovi rimedi ed anche contrari. Fatta l’applicazione, tolgono il male che hanno comunicato, e fanno credere d’averli guariti. » [Apol, ubi supra.]. Per accreditare la fede alla loro potenza ed alla loro veracità, aggiungono a queste pretese guarigioni dei prodigi sorprendenti. La storia del paganesimo antico e moderno n’è ripiena. Tertulliano si contenta di citarne qualcuno, noto a tutto l’impero romano, e particolarmente ai magistrati ai quali indirizza la sua apologetica: « Che dirò io delle altre astuzie o delle altre forze degli spiriti di menzogna? L’apparizione di Castore e Polluce, l’acqua portata in un vaglio, il naviglio trascinato con una cintura, la barba diventata rossa al contatto di una statua: tutto ciò per far credere che le pietre sono tanti dei, e impedire di cercare il Dio vero. » [Nel momento in cui i Romani guadagnavano una battaglia in Macedonia, Castore e Polluce, semidei protettori dei Romani, apparvero a Roma ed annunziarono la vittoria. La vestale Tuscia portò dell’acqua in un paniere; la sua compagna, la vestale Claudia, trascinò alla riva con la sua cintura, una nave rimasta a secco nel Tevere e che portava la statua di Cibale, madre degli dei; Domizio con la barba bionda, se la vide diventar rossa al contatto della statua di Castore e Polluce. Di qui il nome di Oenobarbus, lasciato alla sua lunga e famosa posterità]. – La potenza dei demoni sul mondo fisico è accompagnata da una potenza non meno grande sul mondo spirituale. Cosa singolare! essi l’esercitano oggi allo stesso modo che a tempo di Tertulliano. Allora vi erano dei medium che facevano apparire dei fantasmi, che evocavano le anime dei morti; che davano il dono della parola a dei piccoli fanciulli; [L’abbiamo visto venti volte al principio dell’ultimo secolo presso i Camisardi. Leggi l’interessante e antichissima Storia dei Camisardi del Sig. Blanc], che operavano una infinità di prestigi alla presenza del popolo; che mandavano visioni e facevano parlare le capre e le tavole: due specie di esseri, i quali, grazie ai demoni, hanno costume di predire l’avvenire e rivelare le cose nascoste: Per quos et capræ et mensæ divinare consueverunt. [Apol., ubi supra]. Tale è la notorietà di tutti questi fenomeni che il grave apologista riferisce arditamente, senza frase, senza precauzione oratoria, senza tema di eccitare un sorriso, o provocare una smentita dalla parte di un pubblico ostile e motteggiatore. Poi aggiunge: « Se la potenza dei demoni è sì grande, ancorché essi operino per via di intermediari, come mai misurarla quando operano direttamente e da sé medesimi? È dessa che spinge gli uni a precipitarsi dall’alto delle torri: altri a mutilarsi; questi a tagliarsi il braccio e la gola…. è noto dalla maggior parte che le morti crudeli e premature sono opere dei demoni. » [De anima, c. LVII. — I sacerdoti galli facevano

tutto quEsto. I sacerdoti di Boudda al Thibet si sparano il ventre. In Africa e nell’Oceania, si tagliano i diti, e si fanno delle incisioni nella faccia. – Il suicidio! non mancava che quest’ultimo tratto per completare la rassomiglianza tra i fenomeni demoniaci del secondo e del diciannovesimo secolo. Sotto pena di rinunziare alla facoltà di legare due idee, fa d’uopo concludere, dicendo con Tertulliano: « La similitudine degli effetti dimostra l’identità della causa: Compar exitus furoris, et una ratio est ìnstìgationìs. » [Minuzio Felice, Araobio, Atenagora, Lattanzio, sant’Agostino e gli altri Padri della Chiesa, parlano come Tertulliano (V. Baltus, Risposta alla Storia degli Oracoli).

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XV)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XIV

(continuazione del precedente ) 

Agilità degli angeli cattivi — Loro potenza — Passo notabile di Porfirio.

L’agilità. — L’agilità dei demoni non gli rende meno terribili che la loro intelligenza. Per trasportarsi da un luogo ad un altro, occorre all’uomo un tempo relativamente abbastanza lungo: minuti, ore, giorni e settimane. Sovente i mezzi di trasporto gli mancano; altre volte l’infermità, o la vecchiaia gl’impediscono di muoversi. Al pari dei buoni angeli, i demoni non conoscono nessuno di questi ostacoli. In un batter d’occhio essi si trovano a volontà, presenti nei punti i più opposti dello spazio. Quindi quella risposta di satana riferita nel libro di Giobbe: « Donde vieni tu, gli chiede il Signore? ». satana risponde: « Io vengo dall’aver fatto il giro del mondo, circuivi terram. » Siccome non esiste distanza per i demoni, ciò che accade attualmente nel fondo dell’Asia, possono essi dirlo nel fondo dell’Europa e viceversa. Questa agilità, lo si comprende facilmente, è tanto pericolosa per noi quanto è indiscutibile. È pericolosa, perché  i demoni non hanno mezzo più possente di gettar l’uomo nello stupore e dallo stupore giungere alla fiducia, dalla fiducia alla familiarità, alla sottomissione, al culto stesso. È indisputabile: chi non ammirerebbe i consigli di Dio? Poco fa una scienza, sospetta d’origine, giovine d’età, povera di meriti, non ricca di presunzione, la geologia, veniva ad attaccare la genesi. Iddio ha detto alla terra: Apriti; mostragli gli avanzi delle creature nascoste dentro al tuo seno da seimila anni in qua. E la geologia, battuta dalle sue proprie armi, si è vista costretta a rendere uno splendido omaggio al racconto mosaico. – Il nostro tempo materialista si è fatto lecito di negare gli esseri spirituali e le loro proprietà. Per confonderlo, Iddio gli ha riserbato la scoperta dell’elettricità. Mercé di questo misterioso veicolo l’uomo può rendersi presente non solamente col pensiero ma con la parola su tutti i punti del globo, in un tempo impercettibile. Alla vista di un simile risultato, come fare a negare l’agilità degli spiriti?

La potenza. — Nella stessa guisa che il corpo appunto perché corpo, è naturalmente soggetto all’anima; cosi il mondo visibile in ragione della sua inferiorità, è naturalmente soggetto al mondo angelico. Subitoché si ammette altra cosa che la materia, la negazione di questa verità diviene una contradizione in termini. Ora, i demoni non hanno perduto nulla della superiorità o potenza inerente alla loro natura.  [Da ciò deriva che Nostro Signore medesimo chiama il demonio il Forte armato, Fortis armatus.].  Ella si estende come quella dei buoni Angeli, senza eccezione, a tutte le creature: la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco, le piante, gli animali e l’uomo stesso, nel suo corpo e nella sua anima. Essi possono variarne gli effetti in mille maniere che sorprendono la nostra ragione, come allarmano la nostra debolezza. Questa potenza essenzialmente benefica negli Angeli buoni, è al contrario essenzialmente malefica nei demoni. Lucifero nell’assoggettarsi mediante il peccato il re della creazione, si è assoggettato anche la creazione tutta intera. All’uomo ed al mondo ei fa sentire la sua tirannia, inocula il suo veleno, comunica le sue sozzure, e sviandoli dal suo fine, gli cambia in istrumenti di guerra contro il Verbo incarnato. Che questa azione malefica dei demoni sia reale, ch’ella sia eziandio antica quanto il mondo e perciò estesa quanto il genere umano, nessuna verità ne è più certa. La tradizione universale la conserva fedelmente, e la esperienza conferma la tradizione. Non vi è nessun popolo, anche grossolanamente pagano, che non abbia ammesso l’azione malefica delle potenze spirituali sulle creature e sull’uomo. Le testimonianze autentiche di questa credenza si rivelano ad ogni pagina della storia religiosa, politica, domestica dell’umanità. Trattar ciò di favola sarebbe follia, Il vedere pazzi da per tutto è essere pazzo se medesimo. Tra mille testimonianze ci contenteremo di quella di Porfirio. Il principe della teologia pagana si esprime così: « Tutte le anime hanno uno spirito unito e congiunto perpetuamente ad esse. Fino a che non l’hanno soggiogato esse medesime, sono in molte cose soggiogate da lui. Allorché fa loro sentire la sua azione, egli le spinge all’ira, infiamma le loro passioni e le agita miserabilmente. Questi spiriti, questi demoni perversi e malefici, sono invisibili e impercettibili ai sensi dell’uomo, imperocché essi non hanno rivestito un corpo solido. Tutti d’altra parte non hanno la stessa forma, ma sono foggiati su tipi numerosi. Le forme che distinguono ciascuno di questi spiriti, ora appariscono e ora restano celate. Qualche volta cambiano e sono i più cattivi…. le loro forme corporee sono perfettamente disordinate. « Allo scopo di sfogare le sue passioni, questo genere di demoni abita più volentieri e più di frequente i luoghi vicini della terra; di modo che non è delitto che egli non tenti di commettere. Come miscuglio di violenza e di doppiezza, hanno essi dei sottili e impetuosi movimenti, come se si gettassero in un agguato; ora tentando la dissimulazione, ora usando la violenza. Fanno essi queste cose e altre simili, per distoglierci dalla vera e sana nozione degli Dei e attirarci ad essi. » [Apud Eus. Præp. Ev., lib, IV, c. XXII.] Entrando nei particolari delle loro pratiche, il filosofo pagano continua e parla come un Padre della Chiesa: essi si dilettano in tutto ciò che è disordinato ed incoerente, e godono dei nostri errori. L’esca di cui si servono per attirare la moltitudine è quella di accendere le passioni, ora con l’amore dei piaceri, ora con l’amore delle ricchezze, della potenza, della voluttà e della vanagloria. Cosi animano le sedizioni, le guerre e tutto ciò che viene loro dietro. « Essi sono i padri della magia. Anche coloro i quali, mediante il soccorso di pratiche occulte commettono azioni cattive, gli venerano, e soprattutto il loro capo. Hanno in abbondanza vane e false immagini delle cose, e con ciò sono eminentemente abili a fare giuocare delle molle segrete a fine di organizzare degl’inganni. Ad essi dunque fa d’uopo attribuire la preparazione di filtri amorosi: da essi viene l’intemperanza della voluttà, della cupidigia verso le ricchezze, e della gloria, e soprattutto l’arte della frode e dell’ipocrisia; essendo la menzogna il loro elemento. » [Apud Easeb., Præp. Evang., lib. IV, c. XXII]. Dopo aver parlato dei principi della Città del male, Porfirio si occupa del loro re ch’egli nomina Serapide o Plutone. Qui, crediamo leggere non un filosofo pagano, non un Padre della Chiesa, ma lo stesso Vangelo, tanta è la tradizione precisa su questo punto fondamentale. « Noi non siamo temerari di affermare che i cattivi demoni siano soggetti a Serapide. La nostra opinione non è fondata solamente sui simboli e sugli attributi di questo dio, ma ancora su questo fatto che tutte le pratiche dotate della virtù di invocare o di allontanare gli spiriti maligni, s’indirizzano a Plutone, come l’abbiamo mostrato nel primo libro. Ora, Serapide è lo stesso che Plutone (il re degli abissi); e quel che prova indubitatamente essere egli il capo dei demoni, egli è che esso dà i segni misteriosi per allontanarli e porli in fuga.  « È lui infatti che svela a quelli che lo pregano, come i demoni prendano ad imprestito la forma e la rassomiglianza degli animali, per mettersi in relazione con gli uomini. Di qui deriva che presso gli Egizi, i Fenici e presso tutti i popoli, niuno eccettuato, esperti nelle cose religiose, si ha cura di rompere le cuoia innanzi la celebrazione dei sacri misteri, che sono nei templi, e di battere contro terra gli animali. I sacerdoti pongono in fuga i demoni parte col soffio, parte col sangue degli animali e parte col percuotere nell’aria affinché avendo il posto, gli Dei possano occuparlo. « Imperocché bisogna sapere che ogni abitazione ne è piena. Per questo la si purifica cacciandoli tutte le volte che si vuol pregare gli Dei. Di più, tutti i corpi ne sono ripieni; poiché assaporano particolarmente un certo tal genere di cibo. Perciò, allorché ci poniamo a tavola essi non pigliano solamente posto presso le nostre persone, ma si attaccano altresì al nostro corpo. Quindi l’usanza delle lustrazioni, il cui scopo principale non è solamente l’invocare gli Dei ma di cacciare i demoni.Essi si dilettano soprattutto nel sangue e nella impurità, e per saziarsene s’introducono nei corpi di coloro che vi vanno soggetti. Ogni moto violento di voluttà nel corpo, ogni appetito veemente di cupidigia nello spirito, è eccitato dalla presenza di questi ospiti. Sono essi che costringono gli uomini a proferire dei suoni inarticolati e ad emettere dei singulti sotto l’impressione dei godimenti che dividono con essi. » [Apud Euseb,, Præp. Evang. lib. IV, c. XXIII].Fra tutte le verità che rifulgono in questo squarcio, come le stelle nel firmamento, avvene una che faremo notare di passaggio, poiché non vi ritorneremo sopra, ed è la profonda filosofia del Benedicite, e la stoltezza non meno profonda di quelli che lo disprezzano.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XIV)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XIII.

I Principi della Città del male.

Gli angeli cattivi, principi della Città del male — Loro gerarchia — I sette Demoni che assistono al trono di satana — Parallelismo delle due Città — Numero dei cattivi angeli — Loro abitazione; l’inferno e l’aria: prove — Loro qualità: intelligenza. Loro gerarchia.

— Per sfogare il suo odio contro Dio e contro l’uomo, il Re della Città del male non è solo. Ei comanda a milioni di spiriti meno potenti è vero, ma non meno orribili e altrettanto malèfìci quanto lui. Come scimmia di Dio, simia Dei, giusta S. Bernardo, satana ha organizzato la Città del male sul piano della Città del bene. [Questo linguaggio ricondotto all’esattezza teologica, significa che satana ha approfittato di un ordine gerarchico, del quale non è egli l’autore, e voltò contro il Verbo incarnato ciò che era stato primitivamente stabilito per gloria sua]. Scelti fra tutti, nella Città del bene noi abbiamo sette angeli assistenti al trono di Dio, potenti viceré del mondo superiore e del mondo inferiore. E la Scrittura ci mostra nella Città del male sette demoni principali che circondano lucifero, del quale essi sono i primi ministri e gli intimi confidenti. I sette angeli di Dio, per mezzo dei sette doni ai quali essi presiedono, dirigono tutti i movimenti dell’umanità verso il Verbo  incarnato. I sette angeli del Demonio, ministri dei sette peccati capitali, fanno voltare il mondo morale verso il polo opposto cioè l’odio al Verbo. Come Serafini di satana, essi immergono la loro intelligenza nella profondità della sua malizia, accendono il loro odio nel centro del suo, e trasmettono ai demoni inferiori gli ordini del Padrone. In questi sette demoni principali, opposti ai sette principi angelici, noi non abbiamo che il primo tratto di parallelismo tra le due città. Come tra i buoni Angeli, cosi vi è tra i demoni una gerarchia completa; e come la Città del bene, così la Città del male ha il suo governo organato. Che vi sia una .gerarchia tra i demoni la Scrittura non permette di dubitarne. I Giudei come bestemmiatori del Figliuolo di Dio non dicevano forse: « che egli scacciava i demoni mediante la potenza del Principe dei demoni ?» E altrove: « Egli caccia i demoni con la potenza di Bèelzebub principe dei demoni. » Altrove ancora: « Andate maledetti al fuoco eterno che è stato preparato al demonio ed ai suoi angeli. » [Matth., XXV, 41] .Finalmente nell’Apocalisse: « Il dragone combatteva e i suoi angeli con lui.2 » [Apoc., XII, 7]. Nulla di più chiaro di queste rivelazioni divine e di altre che si potrebbero citare. Ma se tra i demoni vi è un principe, un re un primo superiore, vi sono dunque altresì degli inferiori, dei luogotenenti, dei ministri che eseguono i suoi ordini. In una parola, vi è una gerarchia ed una subordinazione tra gli angeli decaduti. San Tommaso ne dà la ragione.- Egli dice : « La subordinazione reciproca tra gli angeli, era, avanti la caduta, una naturale condizione della loro esistenza. Ora, cadendo, non hanno essi perduto nulla della loro condizione né dei loro doni naturali. Così, tutti rimangono negli ordini superiori o inferiori ai quali appartengono. Da ciò resulta che le azioni degli uni sono sottomesse alle azioni degli altri, e che tra essi esiste una vera gerarchia o subordinazione naturale…. : ma non bisogna credere che i superiori siano meno da compiangersi degli inferiori: il contrario è la verità. Fare il male è essere disgraziato; comandarlo, vuol dire essere più che mai disgraziato. » [S. Th. I p., q. CIX, art. 1 et 2 c. et ad. 3] – Cornelio a Lapide tiene Io stesso linguaggio: « Accade, dice egli, lo stesso tra i demoni come tra gli Angeli: gli uni sono inferiori, gli altri superiori. Questi ultimi appartengono alle più elevate gerarchie, e sono di una natura più nobile: imperocché dopo la loro caduta, i demoni hanno conservato intatti i loro doni naturali. Così, quelli che sono caduti dall’ordine dei Serafini, dei Cherubini, dei Troni, sono superiori a quelli che sono caduti dagli ordini inferiori, come le Dominazioni, i Principati e le Potestà. 2 [Come son caduti degli angeli di tutte le gerarchie, e gli uomini debbono ricolmare il vuoto lasciato da essi in cielo, così vi saranno dei Santi posti tra gli Arcangeli, i Cherubini ed i Serafini. Tra molte altre prove possiamo citare le rivelazioni fatte parecchie volte a santa Margherita da Cortona. San Francesco d’Assisi le fu mostrato tra i Serafini occupante uno dei troni più splendidi della sublime gerarchia. Ella smessa ricevé l’assicurazione d’ essere ammessa nella stessa gerarchia, e una delle sue compagne tra i Cherubini. – Vita ec. del Marchesi, lib. II, a pag. 256, 290, 291, 853, ediz. ital. in-8], Questi alla lor volta sono superiori a quelli che appartengono all’ordine delle Virtù, degli Arcangeli e degli Angeli. Avviene che tra i soldati ribelli, vi siano dei porta bandiera, dei capitani, dei colonnelli; senza di essi l’esercito non può essere posto in fila, né comandato; lo stesso succede di un regno che non può esistere senz’ordine né senza subordinazione. Ora, il principe di tutti i demoni.è Lucifero, ed il principe di tutti i buoni Angeli, san Michele. » [Omnium vero daemonum princeps est Lucifer, sicut angelorum est sanctus Michael. In Matth. IX, 34]. – Noi udiremo ben tosto i due principi della teologia pagana, Giamblico e Porfirio, parlanti come i dottori della Chiesa. L’esistenza della gerarchia satanica è un secondo punto di parallelismo tra le due Città; essa ne implica un altro. Tra i buoni Angeli, la prima gerarchia comanda alla seconda, e la seconda alla terza. Cosi i demoni superiori comandano agli inferiori, in modo da impedirli di fare ciò che vorrebbero, o da cacciarli dai corpi e dalle creature che essi invadono. Questa credenza fondata sulla superiorità naturale e perciò inammissibile degli uni e sulla inferiorità degli altri fedelmente conservata presso i giudei, come lo vediamo dalle bestemmie contro i miracoli di Nostro Signore, ha dominato il mondo intero ed ha attraversato tutti i secoli.La storia ci mostra dappertutto i pagani antichi e moderni ricorrere agli dei superiori per garantirsi o liberarsi dalla cattiva volontà degli dei inferiori. Nel seno stesso del Cristianesimo, quante persone, sotto l’impressione di un incantesimo o di un maleficio, dato da un maliardo, ovvero, come dicesi oggi, da un medium, se ne vanno a chiedere la loro liberazione a degli stregoni o a dei medium reputati più potenti e che l’ottengono? Ma, nota san Tommaso, questa liberazione non è propriamente tale. satana non agisce mai contro se stesso. Il corpo viene liberato, ma l’anima diventa schiava di un demonio più potente. Il male fisico sarà scomparso, ma il male morale sarà aggravato. [S. Th.  III p., q. XLIII, art. 2, ad 3] Un ordine gerarchico esiste dunque tra gli angeli ribelli: è una verità di teologia, di ragione e di esperienza. Ogni gerarchia produce una certa concordia tra gli esseri che la compongono: ma guardiamoci dal credere che la concordia dei demoni abbia la sua sorgente nel rispetto, nei riguardi, nell’amore reciproco di questi esseri malefici. Essa ha per principio l’odio, e per fine la guerra al Verbo incarnato, nella Chiesa sua sposa, nell’uomo suo fratello, nella creatura opera sua. Fuori di questo, i demoni si odiano di un odio immutabile e del quale nessuno può calcolare la violenza. [S. Th., I p., q. CIX, art. 2, ad 2]. Cosi vediamo i malvagi, dei quali essi sono gli ispiratori e i modelli, uniti tra loro, allorché si tratta dì assalire la Chiesa o l’ordine sociale, dividersi infallibilmente dopo la vittoria, accusarsi, proscriversi e perseguitarsi oltremodo. Appena sorge una nuova guerra tosto gli odi particolari si confondono nell’odio comune. Raggiungono i fuggiaschi; l’esercito si riforma e resta unito sino a che una nuova vittoria non riconduce una nuova divisione. Tale è il cerchio nel quale si raggirano da sei mil’anni in qua, i demoni e gli uomini divenuti loro schiavi. Loro numero e loro abitazione. — Se nei cattivi giorni in cui viviamo il numero dei nostri nemici visibili è incalcolabile, chi può contare la moltitudine dei nostri nemici invisibili? Benché gli angeli ribelli siano meno numerosi degli Angeli buoni, tuttavia, come le creature spirituali superano in numero quasi infinito le creature materiali, ne risulta che i demoni sono incomparabilmente più numerosi degli uomini. Spiegando quelle parole dell’Apostolo: La nostra lotta è contro le potenze del male che abitano l’aria, san Girolamo cosi si esprime: « È sentimento di tutti i dottori che l’aria che è tra mezzo al cielo e la terra e che chiamasi vuoto, è piena di potenze nemiche. » [Hæc autem. omnium Doctorum opinio est, quod aeriste, qui cœlum et terra medius dividens inane appellatur, plenus sit contrariis fortitudinibus. In ep. ad Eph VI, 12] – Misurate da una parte l’estensione e la profondità dell’atmosfera che circonda il nostro pianeta: fate, dall’altra parte, attenzione alla tenuità di uno spirito; e se potete, calcolate la spaventevole moltitudine di angeli cattivi dai quali siamo circondati. « Il loro numero è tale, dice Gassiano, che noi dobbiamo benedire la Provvidenza di averli celati agli occhi nostri. La vista delle loro moltitudini, dei loro terribili movimenti, delle forme orribili ch’essi prendono a volontà, quando ciò è permesso loro, penetrerebbero gli uomini di un intollerabile spavento. Ovvero un simile spettacolo gli farebbe morire, o gli renderebbe ogni giorno più malvagi: corrotti dai loro esempi, imiterebbero la loro perversità. Fra gli uomini e quelle immonde potenze dell’aria si formerebbe una famigliarità, un commercio che anderebbe a finire con la demoralizzazione universale.1 » [IV Coll., VIII, c. XII]. Vogliamo noi sapere ciò che vi è di profonda filosofia nelle parole dell’illustre discepolo di san Giovan Crisostomo? Ricordiamoci quello che fosse il mondo pagano alla nascita del Cristianesimo. Per mezzo di una quantità infinita di pratiche tenebrose: come per es. di consultazioni, evocazioni, oracoli, iniziazioni, sacrifici, il genere umano erasi messo in relazione abituale con gli dei, vale a dire coi demoni. Sotto la loro ispirazione aveva resi volgari, mediante le arti e la poesia, i loro prestigi, le loro doti e i loro delitti. E la terra era divenuta una cloaca di sangue e di melma: Similes ìllis fiant qui fadunt ea. Che cosa sarebbe egli accaduto se l’uomo avesse veduto con i propri occhi gli stessi demoni, rivestiti di corpi aerei, commettenti le loro abominazioni e invitandolo materialmente ad imitarli?La credenza in tante miriadi di spiriti, dei quali la idolatria aveva fatto altrettanti idoli, è comune ai pagani d’oggidi, come ai pagani antichi. Gli indiani ne noverano trecentomila ed i giapponesi ottocentomila che chiamansi Kaniis. [Annal. della Prop. della Fede, 1868, n. 209, p. 508].

Loro qualità. — Per essere sottratte ai nostri sguardi le legioni infernali non per questo esistono meno intorno a noi. Presi in particolare, ciascun soldato, ciascuno ufficiale subalterno è meno terribile del capo supremo. Tale è contuttociò la potenza di ciascun demonio anche dell’ordine più infimo, che spaventa con ragione chiunque tenti di misurarne l’estensione. Infatti la potenza degli angeli decaduti è in ragione diretta dell’eccellenza della loro natura. Ora noi lo ripetiamo, questa natura incomparabilmente superiore a quella dell’uomo, non ha perduto niente delle sue prerogative essenziali. Queste prerogative sono, tra le altre: l’intelligenza, l’agilità, la potenza d’agire sulle creature materiali e sull’uomo per mille modi diversi e fino a limiti sconosciuti; ogni cosa posto in servigio di un odio implacabile. Diciamo una parola su ciascuna di queste terribili realtà.

L’ intelligenza. — Essendo i demoni puri spiriti, la loro intelligenza è deiforme. Con ciò bisogna intendere ch’essi conoscono la verità a colpo d’occhio, senza ragionamento, senza sforzo in se medesima e in tutte le sue conseguenze. La caduta non ha né soppresso né diminuito questa prerogativa che essi hanno dalla natura loro. « Gli Angeli, dice san Tommaso, non sono come l’uomo che si può punire togliendogli una mano o un piede; esseri semplici, non si può nulla levare alla natura loro. Di qui quell’assioma già citato: I doni naturali rimangono intieri negli angeli decaduti. Cosi la loro facoltà naturale di conoscere non è stata per nulla alterata per la loro ribellione.1 » [S. Th ., I , p., q. LXIV, art. 1, corp.]. Fin dove si estende questa facoltà tanto a noi terribile? Come lo indica lo stesso nome che essi hanno portato presso tutti i popoli, i demoni essendo tanti spiriti o pure intelligenze, conoscono in un istante tutte le cose dell’ordine naturale. Appena che essi scorgono un principio, ne imparano tutte le conseguenze speculative e pratiche. Così, intorno al mondo materiale ed alle sue leggi, intorno agli elementi e le loro combinazioni, su tutte le verità dell’ordine puramente morale: come in astronomia, in fisica, in geografia, in istoria, in medicina, in nessuna scienza non possono essi ingannarsi: — gli angeli divenuti prevaricatori furono spogliati dei doni soprannaturali vale a dire della felicità e della beatitudine di cui la persona loro era stata arricchita dal Creatore; ma essi non furono per nulla privati delle facoltà costitutive della loro natura. Così, in un esercito, quando alcuni soldati si rendono colpevoli di certe colpe, essi vengono degradati, spogliati dell’uniforme da loro disonorata, messi in prigione e dichiarati indegni del titolo di soldati. In una parola perdono essi tutti i privilegi personali del soldato; ma malgrado tutto, essi conservano la natura d’uomo; la stessa intelligenza, la stessa volontà, gli stessi mezzi d’azione. Così è dei demoni. Dopo essere stati, a cagione della loro ribellione cacciati dal cielo, rimasero tali e quali la creazione gli aveva costituiti, cioè tanti Spiriti dotati di quella sublime intelligenza, di quella forza, di quella grande potenza che abbiamo veduta: per essi non avvi errore possibile che nelle cose dell’ordine soprannaturale.1 [S. Thom., I p., q. LVIII, art. 5, c.]. Qui pure, essi conoscono molte cose che noi ignoriamo; e tra quelle che conosciamo ve n’è un gran numero ch’essi conoscono meglio di noi. « Gli Angeli buoni, dice san Tommaso, rivelano ai demoni un’infinità di cose relative ai divini misteri. Questa rivelazione ha luogo tutte le volte che la giustizia di Dio esige che i demoni facciano certe cose, sia per punizione dei malvagi o sia per esercizio dei buoni. Così è che nell’ordine civile gli assessori del giudice rivelano agli esecutori la sentenza ch’egli ha recata. ». Quanto all’avvenire, la loro conoscenza supera molto la nostra. Trattasi dei futuri necessari? i demoni gli conoscono nelle loro cause con certezza. Si tratta dei futuri contingenti che più spesso si realizzano? essi gli conoscono per congettura, come il medico conosce la morte o il miglioramento del malato. Presso i demoni questa scienza congetturale è tanto più sicura, in quanto che essi conoscono le cause più universalmente e più perfettamente; al modo stesso che le previsioni del medico sono tanto più certe quanto esso è più abile. Nella sua parte puramente casuale o fortuita, l’avvenire è riservato a Dio solo. Tale è la prodigiosa intelligenza dei demoni e il tremendo vantaggio che dà loro sopra di noi.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XIII)

 

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XII.

Il re della Città del male.

Lucifero, il Re della Città del male — Chi è, secondo i nomi che gli dà la Scrittura Dragone, Serpente, Avvoltoio, Leone, Bestia, Omicida, Demonio, Diavolo, Satana — Spiegazione particolareggiata di ciascuno di questi nomi.

Secondo l’insegnamento universale, noi dedicammo il quadro delle celesti gerarchie; che magnificenza in quelle angeliche creazioni! che armonia in quel grande esercito dei cieli! che ammirabile varietà, e nel tempo stesso, che potente unità nel governo della Città del bene! Se l’uomo intendesse, la sua vita, supposto che potesse vivere, sarebbe una lunga estasi. Ma egli morrebbe di spavento se potesse vedere coi suoi propri occhi il Re della Città del male, circondato dal suoi orribili principi e dai suoi neri satelliti. Di lui dunque ci occuperemo adesso. Chi è questo Re della Città del male? quali sono i suoi caratteri? quale idea dobbiamo noi avere della sua potenza e del suo odio? Quale spavento deve egli ispirarci? domandiamone la risposta a Colui che solo lo conosce a fondo. Abbiamo detto che nominare, è definire. Definire è esprimere le qualità distintive di una persona o di una cosa. Ora, Colui che non può ingannarsi nominando, chiama Re della Città del male: Il Dragone, il Sergente, Avvoltoio, il Leone, la Bestia, l’Omicida, il Demonio, il Diavolo, Satana. Perché tutti questi nomi differenti di un medesimo essere? Perché Lucifero riunisce tutti i caratteri delle bestie alle quali è assomigliato: e ciò in un tal grado che formano di lui un essere a parte. Un angelo, un Arcangelo, forse il più bello degli Arcangeli, divenuto in un batter d’occhio tutto ciò che vi è di più immondo, di più odioso, di più crudele, di più terribile nell’aria, sulla terra e nelle acque; qual caduta! E questo per un peccato solo! O Dio, che cosa è dunque il peccato? Così è; questo principe angelico, anticamente cosi buono, cosi dolce, cosi risplendente di luce e di bellezza, la Scrittura lo appella Dragone, Draco, gran Dragone, Draco magnus. Nei libri santi, come nello spaventoso ricordo di tutti i popoli, questa parola indica un animale mostruoso per la sua statura, terribile per la sua crudeltà, spaventoso per la sua forma, tremendo per la rapidità dei suoi movimenti e per la penetrativa della sua vista. Animale di terra, di mare, di palude; rettile con le ali vigorose, con lunghe file di denti di acciaio, con gli occhi sanguigni; spavento della natura intera; il dragone della Scrittura e della tradizione è tutto questo. (Bellar. in Ps. 109; Corn. a Lap. in s. LI, 9, et passim; Id. S. Aug, Sopra il dragone, Enarrat, in ps. CIII. n. 9 opp. t. IV, p. 1678).Sotto questa forma o quella di qualche mostruoso rettile il demonio, padrone del mondo innanzi l’incarnazione, trovasi dappertutto. Quanti santi fondatori nella S. Chiesa non veggonsi obbligati a cominciare, giungendo alla loro missione, dal combattere un drago: ma un drago in carne ed in ossa! Nella Bretagna è sant’Armelo, san Tugdalo, sant’Efflam, san Brieuc, san Paolo di Leon. Roma, Parigi, Tarascona, Draguignan (Draguignan, il cui nome medesimo viene da draco), Avignone, Perigueux, il Mans, non so quanti luoghi della Scozia e altrove, furono testimoni dello stesso combattimento. Oggidì ancora non è contro il Drago o il Serpente adorato, che debbono lottare i nostri missionari nell’Africa?Ma questi antichi racconti non appartengono alla Leggenda? Queste descrizioni sono quadri immaginati? Il Drago è egli realmente esistito? Prima di tutto noi risponderemo che il Drago con i suoi differenti caratteri è troppo spesso nominato nei santi libri ed anche in tutte le lingue antiche, per non essere che un animale fantastico. Noi risponderemo in seguito che in ogni tempo e dappertutto, a Babilonia come in Egitto, il demonio ha preferito la forma di drago per offrirsi alle adorazioni dei pagani; ed è per questo che i loro templi portavano il nome generale di Dracontia. Inoltre questa forma trovasi troppo di frequente nell’origine cristiana dei popoli; essa è troppo bene attestata dalla tradizione che i nostri dotti moderni riconoscono finalmente: quattro volte più vera della storia, (Aug. Thierry) per non essere che un simbolo del paganesimo. Noi ci annoiamo finalmente di sentir trattare i nostri più gloriosi titoli di pie allegorie, o racconti leggendari. Non ammettiamo il sistema di mito per base della nostra storia religiosa, non solo nelle lotte dei primi missionari contro il serpente in carne e in ossa, quanto nella tentazione del Paradiso terrestre. Crediamo invece a tutti questi materiali combattimenti, visibili e palpabili, perché gli inviati da Dio ne avevano bisogno per accreditare la loro missione; essendo testimonianza dei nostri padri in tutti i secoli, e perché l’evoluzione di tutti questi fatti si opera, come dice Mabillon, nelle abitudini normali del miracolo, e perché la Chiesa sanziona questi racconti ammettendoli nella sua preghiera pubblica. Finalmente noi rispondiamo che, mercé le scoperte recenti della Geologia, l’esistenza del Drago non può essere posta in dubbio. Riguardo al drago come al liocorno, dei quali Voltaire e la sua scuola avevano tanto motteggiato, la scienza è venuta a dar ragione alla Bibbia ed alla antica credenza dei popoli. David parla del liocorno. Aristotele descrive l’Origia (asino indiano), il quale secondo lui non aveva che un corno. Plinio indica la Fera Monoceros (bestia rossiccia con un corno solo). Gli storici Chinesi citano il Kiota-ouau (animale con un corno diritto) che abita la Tartaria. Tutte queste testimonianze non diminuivano l’empietà burlesca dell’ultimo secolo. Contuttoció dovevano venire a riconoscere 1’antica esistenza del liocorno, forse anche la scoperta di questo animale: verso il 1834 questa speranza è stata realizzata. Un inglese residente nelle Indie, il sig. Hodgson, ha inviato all’accademia di Calcutta la pelle ed il corno di un liocorno, morto nel serraglio del Radjah di Népaul. Dipoi, conforme all’indicazione data dagli storici cinesi, si è scoperto nel Thibet una valle nella quale abita l’animale biblico. (L’illustre abate Moigno, la cui testimonianza vale, al dire degli stessi increduli, quanto l’autorità di tutta la scienza moderna, dimostra con forti argomenti che il liocorno della Bibbia è l’Abou-karhn. (Vedi Les livres saints et la Science , c. III.). Quanto al Drago, lasciamo parlare il nostro più illustre geologo: « Un genere di rettili molto notevole,, dice Cuvier, e le cui spoglie abbondano nelle sabbie superiori, e il Megalosaurus (grande lucertola), è cosi nominato giustamente, imperocché con le forme di lucertola, e particolarmente dei Monitors, e che ha pure i denti incisivi e frastagliati era di una cosi enorme statura che attribuendogli le proporzioni dei monitors, doveva passare settanta piedi di lunghezza: quest’era una lucertola grande come una balena. » Più oltre, Cuvier parla del Plesiosaurus (prossimo alla lucertola) e del Pterodactylus (che vola con le sue zampe come il pipistrello) specie di lucertola: « armati di denti acuti; posanti sopra alte gambe e la cui estremità anteriore ha un dito eccessivamente lungo che portava verosimilmente una membrana atta a sostenerlo per l’aria, accompagnato da quattro altri diti di ordinaria dimensione, terminati da unghie adunche. » Ed aggiunge: « Se qualche cosa potesse giustificare quelle idre e quelli altri mostri dei quali i monumenti del medio evo hanno tante volte ripetuta la figura, sarebbe incontestabilmente questo Plesiosauro. » (Il sig. Buckland l’ha scoperto in Inghilterra, ma ne abbiamo pure in Francia). Difatti, a questo mostro ed a suoi simili, che cosa gli manca per essere i Draghi dell’istoria? Pur nonostante per restituir loro questo nome senza contestazione, la conoscenza positiva di certi dettagli mancava prima di tutto al grande naturalista. La loro prodigiosa dimensione e la loro facoltà di volare non sono per lui ancora altro che supposizioni e verosimiglianze. Ma ecco che a confusione della incredulità la terra apre di nuovo le sue viscere, e le congetture di Cuvier divengono fatti palpabili. Alcuni scavi conducono alla scoperta di rettili giganteschi. Cuvier gli vede e ne dà la seguente descrizione: Eccoci, dice, giunti a quelli fra tutti i rettili e forse di tutti gli animali fossili, che meno rassomigliano a quel che conosciamo, e le cui combinazioni di struttura sembrerebbero, senza alcun dubbio, incredibili a chiunque non fosse capace di osservarli da se stesso. – « Il Plesiosauro con zampe di cetaceo, con testa di lucertola e collo lungo, composto di più di trenta vertebre, numero superiore a quello di tutti gli altri animali conosciuti, che è lungo quanto il suo corpo, e che si alza e si ripiega come il corpo dei serpenti. Ecco ciò che il Plesiosauro e FIchtyosauro sono venuti ad offrirci, dopo essere stati sepolti per parecchie migliaia d’anni sotto enormi cumuli di terra e di marmi. » (Ricerche ecc., t. V, p. 245. — « Gli occhi dell’Ichtyosauro erano di una straordinaria grandezza. La loro potenza visiva permetteva loro a un tempo di scoprire la loro preda alla più gran distanza e inseguirla durante la notte, o nelle più oscure profondità del mare. Si sono veduti dei crani d’Ichtyosauro, le cui cavità orbitali avevano un diametro di 35 a 36 centimetri. Nel più grande spazio, le mascelle armate di denti acuti hanno una apertura di quasi due metri. » Mangin. Il mondo marino, n. 3, p. 219, ed. 1865). – Parlando del Gigante-Pterodactylo: « Ecco dunque, continua il grande naturalista, un animale il quale nella sua osteologia, dai denti sino alle estremità delle unghie, offre tutti i caratteri classici dei Saurii (Lucertole). Non si può dunque dubitare che non abbia altresi i caratteri nei tegumenti e nelle parti molli; e che non ne abbia avute le squame, la circolazione…. Era nel tempo stesso un animale provvisto di mezzi di volare… che poteva ancora servirsi dei più corti dei suoi diti per tenersi sospeso…. ma la cui posizione tranquilla doveva essere ordinariamente sopra i suoi piedi di dietro, ancora come quella degli uccelli. Allora doveva altresì, com’essi, tenere ritto il suo collo e ricurvo indietro, affinché il suo enorme capo non rompesse tutto l’equilibrio. » – Col tempo la dimostrazione diventa sempre più splendida. Di guisa che nel 1862 si è scoperto, con un tronco di strada ferrata in esecuzione vicino a Poligny, gli avanzi di un enorme sauro, o pipistrello. La dimensione delle ossa raccolte è tale che non si può assegnare all’animale rinvenuto meno di 30 o 40 metri di lunghezza. Il celebre Zimmermann dal canto suo ha pubblicati i disegni di giganteschi fossili scoperti recentemente in Germania. Cosa degna di nota! questi disegni, copia fedele della realtà, si accostano molto alle figure dei draghi conservati dai cinesi, il popolo più tradizionalista del mondo. « Trovansi, dice il dotto alemanno, i fossili di lucertole della statura della più enorme balena. Ad una di queste specie mostruose appartiene l’Hydrarchos (il principe delle acque), il cui scheletro ha 120 piedi di lunghezza…. a cui aggiungiamo un altro mostro che sembra giustificare tutte le leggende dei tempi antichi, intorno ai draghi alati, che è il Pterodactilo. « Il suo patagion, o membrana che serve a volare, si spiega tra il piede dinanzi e il piede di dietro, in modo da lasciare le granfie libere per carpire la preda. La testa del mostro è quasi grande quanto la metà del tronco. La sua mascella è armata di acuti denti e ricurvi, i quali dovevano farne un terribile nemico per gli animali facendone tante sue vittime. » (II mondo avanti la creazione dell’uomo, lib. XXXII, p. 4; 1856). Piglino pure il loro partito, Voltaire e la sua generazione; è esistita una specie di mostri anfibii di cento piedi di lunghezza e di una grossezza proporzionata, ritti sopra alte gambe che vanno a terminare come le granfie del leone, aventi le ali del pipistrello, le squame del coccodrillo, i denti del pesce cane, la testa del maschio della balena, il collo e la coda di serpente, ed ecco il Drago. – E questo drago dà il nome all’arcangelo decaduto, al re della Città del male. All’oggetto di vendicare la Scrittura, abbiamo creduto estenderci intorno al primo nome che essa gli dà. – Essa lo chiama Serpente, Serpens; antico Serpente, Serpens antiquus. Questo nome si addice a Lucifero e perché come serpente ha sei mila anni d’età e perché una lunga pratica lo rende il più terribile: e perché ei si serve per tentare Eva del ministero del serpente; e perché ha tutte le qualità dell’odioso rettile. Serpente per l’astuzia, serpente per il veleno, serpente per la forza, serpente per la potenza del fascino. Tale è questa potenza che seduce l’intero mondo: seducit universum orbem; di maniera che il culto del demonio sotto la forma del serpente, ha fatto il giro del pianeta. I Babilonesi, gli Egizii, i Greci, i Romani, tutti i grandi popoli, pretesi inciviliti dell’antichità pagana, hanno adorato il serpente, come l’adorano anche oggi i negri degradati dell’Africa. (Corn. a Lap., in Gen. III, 15; e Dan. XIV, 22). E questo serpente, il più spaventoso di tutti gli altri è l’arcangelo decaduto, è il Re della Città del male! – Essa lo chiama Avvoltoio, Uccello di rapina, Avis. Per le regioni ch’egli abita, per l’agilità dei suoi movimenti, per l’abilità nello scuprire la preda, per la sua prontezza a gettarsi sopra, per la sua rapidità nel corrergli dietro per l’aria, per la crudeltà con la quale egli succhia il sangue e gli divora le carni, il demonio è bene un uccello di rapina, un avvoltoio. E questo avvoltoio più crudele di tutti gli altri, è l’arcangelo ribelle, il Re della Città del male! (S. Cyp., de Proelat.simpl., tract, III – S. Greg., lib. XXXIII Moral., XIV).Lo appella Leone, Leo. Come il Verbo incarnato è chiamato Leone della tribù di Giuda, Leo de tribù Juda, a motivo della sua forza: la Scrittura ha cura di chiamare, il demonio, Leone ruggente, Leo rugiens, Leone  sempre in furore e cercante preda, quaerens quem devoret. (S. Aug serm. XLVI, de diversis, n. 2). Nessun nome fu mai meglio applicato. Il leone è il re degli animali: Lucifero è il principe dei demoni. Orgoglio, vigilanza, forza, crudeltà: tale è il leone, e tale l’angelo decaduto, il leone divora non solamente quando ha fame, ma specialmente quando è in collera. In Lucifero, la fame e l’odio delle anime sono insaziabili. Il leone disprezza i lordi avanzi delle sue vittime. Non v’ha sorte di avaria, talora di cattivi trattamenti che il demonio non faccia subire ai suoi schiavi senza parlare delle vergogne alle quali sempre li trascina. – Ardente per natura, il leone è libidinoso all’eccesso. (Vid. Com. a Lap., in Dan. VII, 4). – Altrettanto può dirsi del demonio in questo senso perché nulla omette per spingere l’uomo all’impuro vizio. Il leone esala un odore acuto e sgradito. Il demonio spande un odore di morte. Perciò l’ebreo lo chiama Capro; e la storia afferma che di solito ei piglia la forma di quell’immondo animale, per offrirsi agli sguardi e alle adorazioni degli evocatori. E questo leone ruggente, e questo capro immondo è l’arcangelo ribelle, il Re della Città del male! (Corn. a Lap., I Petr., v, 8). – Lo appella Bestia, la bestia propriamente detta, Bestia. Riunite tutti i caratteri dei diversi animali nei quali la Scrittura personifica l’Arcangelo decaduto, e voi avrete la bestia per eccellenza: in uno stesso mostro la grandezza della balena, la gola e la voracità del pesce cane, i denti, gli occhi, le ignobili inclinazioni del coccodrillo, l’astuzia ed il veleno del serpente; l’agilità dell’uccello di rapina, la forza e la crudeltà del leone. Per compiere il ritratto dell’Arcangelo divenuto Bestia, gli oracoli divini gli danno sette teste, come simbolo energico dei suoi terribili istinti, o dei sette demoni principali che formano il suo corteggio. E questa bestia che non può rappresentarsi senza impallidire, è l’Arcangelo decaduto, vale a dire il Re della Città del male! (Corn. a Lap., Apoc., XII, 8). Ancor più che le spaventevoli qualità di cui abbiamo descritto il quadro, due cose lo rendono terribile: la sua natura ed il suo odio. Il leone ed il drago, il serpente e gli altri mostri corporei, non hanno che una limitata potenza. Essi sono soggetti alla fatica, alla fame, alla vecchiaia, alla morte, alle leggi della gravità e delle distanze. Allontanati, sazi, infermi, morti, incatenati o addormentati essi cessano di nuocere. Come semplice spirito, Satana non conosce né stanchezza, né bisogno, né catene, né vecchiaia, né morte, né sonno, né gravezza, né distanza apprezzabile ai nostri calcoli. (S. Th., I, p. 9,. 53, art. 3, ad. 3). Per la sua stessa essenza egli ha sul mondo della materia una naturale potenza. Come il corpo è fatto per essere messo in moto mediante l’anima, cosi la creazione materiale è, in ragione della sua inferiorità, soggetta all’impulso degli esseri spirituali. Nella sua caduta satana non ha perduto niente di questa potenza. Essa è tale che egli può, in parte almeno, scuotere il nostro pianeta, rovesciarlo e combinarne gli elementi in modo da produrre i più meravigliosi effetti. ( S. Th., I p. q. CX, art. 3, De malo, q. xvi, art. 10, ad 8). Se noi ne giudichiamo dalla potenza della nostra anima, quella di satana non ha nulla che debba meravigliarci. Che cosa non fa l’anima umana della creazione materiale che essa può colpire? E che non farebbe ella se non ne fosse impedita? Fra le sue mani, la materia, anche la più ribelle, è come un giocattolo tra le mani di un fanciullo. Essa la sconvolge, la scava, la sminuzza, la trasloca, la sommerge negli abissi dell’Oceano; essa la lancia in aria, e la forza a tenersi in piedi per secoli interi. Non v’è forma che essa non le imprima. Ora la rende solida, ora liquida, o aeriforme. Essa la condensa, la dissolve, la fa ridurre in scoppi. Con le sue forze combinate, essa produce la folgore che uccide, o l’elettricità che trasporta il pensiero con la rapidità del lampo. Ossia ghiaccio, o neve, o fuoco, scoglio, montagna, pianura, bosco, lago, mare o fiume, essa gli comanda da padrona. Ciò che l’anima umana fa della materia che può colpire, essa lo farebbe del pari del rimanente del pianeta. Che dico? essa farebbe mille volte più se non fosse impedita dagli impacci, che la uniscono al corpo e dall’imperfezione degli istrumenti di cui dispone. Tutti i giorni i suoi giganteschi pensieri fanno testimonianza che non è la forza che le manca, ma i mezzi di esecuzione. Se la potenza dell’anima nostra sulla materia ha dei limiti che ci sono sconosciuti, come misurare quella dell’angelo, puro spirito, di una natura molto superiore a quella dell’anima nostra? (I p. q. LXXV, art. 7, ad 2). Come soprattutto calcolare la potenza del principale degli spiriti? Ora, tale è satana, il Re della Città del male: « Il primo angelo che peccò, dice san Gregorio, era il capo di tutte le gerarchie. Come egli superava in potenza, egli le superava in splendore. (Homil. XXXIV in Evang., e S. Th. I p. q. LXVII, art. 7 e 9 ». Per non citare che un esempio di quel che egli può, contentiamoci di ricordare la storia di Giobbe. Allo scopo di esperimentare la virtù del santo uomo, Iddio permette a satana di usare contro di lui, dentro un certo limite, della potenza del suo odio. In un attimo egli ha condensato le nubi, scatenato i venti, acceso il fulmine, scossa la terra, e i fabbricati di Giobbe sono atterrati. Le sue greggi spariscono, i suoi figliuoli muoiono. Pochi istanti gli sono bastati per cagionare tutte queste rovine. Allorché gli sarà dato il permesso, ei porrà meno tempo ancora a ricoprire Giobbe dal capo sino ai piedi, di ulceri puzzolenti, e farà del più magnifico principe dell’Oriente, un solitario mendico, e il patriarca del dolore. Più tardi noi lo vediamo assalire, senza conoscerlo, il Figliuolo stesso di Dio. Con la rapidità del lampo, ei lo trasporta alternativamente dal fondo del deserto sul pinnacolo del tempio e sulla cima d’una montagna. Ivi, con uno di quei prestigi, che noi non possiamo comprendere, ma che gli sono famigliari, ei fa passare davanti agli occhi del Verbo incarnato tutti i regni della terra con le loro magnificenze. Ora, ciò che era a tempo di Giobbe e della redenzione, il Re della Città del male lo è oggidì. La stessa natura, per conseguenza la stessa potenza, lo stesso odio dell’uomo e del Verbo fatto carne. Di qui deriva a lui un altro nome. Esso è chiamato omicida, omicida per eccellenza, homicida ab initio, Omicida sempre, omicida di volontà, omicida di fatto, omicida di tutto ciò che respira, omicida del corpo, omicida dell’anima. Questo nome troppo lo giustifica.

Omicida del Verbo. — Nell’istante stesso in cui il mistero dell’Incarnazione gli fu rivelato, divenne omicida. Allo scopo di far mancare il piano divino, concepì pensiero di uccidere il Verbo incarnato. Egli l’uccise in cuor suo, e fu omicida dinanzi al Padre, dinanzi al Figlio, dinanzi allo Spirito Santo, dinanzi al mondo angelico, aspettando d’esserlo in realtà dinanzi al mondo umano. (Rupert, in Joan., lib. VIII, n. 242, III.

Omicida degli Angeli. — Strascinandoli nella sua rivolta ei fu per essi la cagione della dannazione, cioè della morte eterna. Far soccombere, quanto possano soccombere degli spiriti, centinaia di milioni di creature, le più felici e le più belle che sieno uscite dal nulla; qual carneficina e qual delitto! (Viguier, LXXXVII).

Omicida dei Santi. — Quel che fu in cielo egli è sulla terra. Omicida d’Adamo, omicida d’Abele, omicida dei profeti, omicida dei Giusti dell’antico mondo, immagini profetiche del Verbo incarnato. In essi è lui che perseguita, lui che tortura, lui che uccide. Omicida degli Apostoli e dei martiri, continuazione vivente del Verbo incarnato. In essi ancora è lui, sempre lui che insulta, che oltraggia, che flagella, che sbrana, che mutila, che brucia, che uccide e che ucciderà sino alla fine dei secoli.

Omicida dell’uomo in generale. — Egli è che ha introdotto la morte nel mondo. Nessuna agonia succede che egli non ne sia la cagione; non una goccia di sangue versato che non ricada su di lui; non un uccisione di cui non ne sia egli l’istigatore. Gli avvelenamenti, gli assassinii, le guerre, i combattimenti dei gladiatori, i sacrifici umani, l’antropofagia, vengono da lui. Omicida specialmente dell’infante, immagine più perfetta e più amata dal Verbo: sono a miliardi i fanciulli che satana ha fatti immolare al suo odio, presso tutti i popoli dell’Oriente e dell’Occidente, e che continua a fare immolare. (oggi con la barbara pratica dell’aborto – ndr. -). Omicida, non solo spingendo l’uomo ad uccidere il suo simile, ma eccitandolo ad uccidere se medesimo. Il suicidio è opera sua. Noi lo mostreremo altrove, provando che il suicidio, sopra una grande scala non si è visto nel mondo che nelle due epoche, in cui il regno di satana fu al suo apogeo. Intanto, citeremo la testimonianza di uno dei nostri Vescovi missionari: « Quanti fatti avrei io da raccontarvi per dimostrarvi sempre più, se se ne potesse dubitare, la potenza di satana sugli infedeli. Tra mille eccone uno il quale è ordinario in Cina, come pure nel Su-Tchuen che qui, in Mandchourie, e che è attestato da migliaia di testimoni. Quando per qualche lite con sua suocera o col suo marito, per colpi ricevuti o per amare parole, piglia ad una donna la voglia di impiccarsi, ed il caso è frequente in questo impero, sovente non è necessario ricorrere alla sospensione. Questa disgraziata si pone a sedere sopra una sedia o sopra il suo kango (specie di panchetto), si passa al collo la corda fatale, e quegli che fu omicida sin da principio s’incarica del resto…. e serra il nodo. (Annali della Propag. ecc., 1857, n. 175, p. 428. Lettera di Monsig. Vérolles, vescovo di Mandchourie). Uccidere il corpo non gli basta. L’uomo è soprattutto per l’anima l’immagine del Verbo incarnato, e il grande omicida tende principalmente all’anima. La sua esistenza non è che una caccia alle anime: e quale carneficina non ne fa egli! Milioni di cacciatori e milioni di carnefici sono ai suoi ordini. Dappertutto le loro insidie, dappertutto le loro vittime. La terra è ricoperta degli uni, l’inferno pieno degli altri. Che cosa è l’idolatria che ha regnato e che regna tuttora sulla maggior parte del pianeta, se non una immensa macelleria d’anime? Chi ne è la causa divoratrice? il grande omicida, nascosto sotto mille nomi e sotto mille differenti forme. (S, Th., 2a 2æ 10, q. XCIV, art. 4, corp.) Dal seno stesso del Cristianesimo, donde viene la funesta tendenza e sempre più generale che spinge tanti milioni d’anime al suicidio di sé medesime? Non potendo essere dello Spirito Santo, è dunque altresì e sempre dell’eterno omicida.1 (S. Th,, I p. q. LXIV, art. 2, corp. ; id,, id., CXIV, art. 3, corp.; id., Ia 2ae, q. LXXX, art. 4. Corp.). – Tale è la guerra accanita, spietata, che satana fa al Verbo incarnato e che gli merita il nome di omicida: ma ne ha ancora degli altri. Esso è detto Demonio, Dæmon. Per nominare Lucifero, i sacri oracoli dicono il Demonio, cioè a dire il demonio più terribile, il Re dei demoni. La sua spaventosa scienza delle cose naturali, la sua scienza non meno spaventosa dell’uomo e di ciascun uomo, del suo carattere, delle sue inclinazioni, delle sue abitudini, del suo temperamento, insomma delle sue disposizioni morali, gli hanno fatto dare questo nome che significa: intelligente, dotto, veggente. Non potendo leggere immediatamente. nell’anima nostra, egli vede quel che accade dalle finestre dei nostri sensi. I nostri occhi, il nostro volto, il tuono della nostra voce, i moti dei nostri membri, il nostro incesso, la maniera di abbigliarci, di tenerci, di mangiare, di comportarci in tutte le cose, sono altrettanti indizi da cui ei trae certe conclusioni, per tenderci insidie e scagliarci dei dardi. – Egli è chiamato Diavolo o piuttosto il Diavolo, Diabolus. – Odioso tra tutti, questo nome significa calunniatore. Due cose costituiscono la calunnia: la menzogna e l’oltraggio. A questo doppio punto di vista, Lucifero è il calunniatore per eccellenza. Dal punto di vista della menzogna, il suo nome presenta allo spirito uno spaventoso composto d’ipocrisia, di scaltrezza, di frode, d’astuzia, d’inganno, di malizia, di bassezza e di tracotanza. Il mentire è la sua vita. È desso che ha inventato la menzogna, ed è la menzogna vivente: Mendax et Pater mendacii. Egli mentì in cielo, e mente sulla terra; mentì ad Adamo e mente a tutta la sua posterità. Egli mentì nelle sue promesse, mente nei suoi terrori; mente dicendo la verità, poiché non la dice che per meglio ingannare. (S. Th. I p. q. LXIV,  art. 2, ad 5). – Mente sopra ogni cosa, mente con audacia, mente sempre e tutte le sue menzogne sono tanti oltraggi. Sotto questo punto di vista è del pari degno del suo nome. Calunniare, cioè dire, oltraggiare e bestemmiare il Verbo fatto carne; calunniarlo nella sua divinità, nella sua Incarnazione, nella sua veracità, nella sua potenza, nella sua sapienza, nella sua giustizia, nella sua bontà, nei suoi miracoli e nei suoi benefizi; calunniare la Chiesa sua sposa, calunniarla nella sua infallibilità, nella sua autorità, nei suoi diritti, nei suoi precetti, nelle sue opere, nei suoi ministri, nei suoi figli; provocare cosi l’odio e il disprezzo del Verbo incarnato e di tutto ciò che gli appartiene; tale è, la storia lo prova, l’incessante occupazione del Re della Città del male. Egli è chiamato satana, satanas. Quest’ultimo nome riassume tutti gli altri. satana vuol dire avversario, nemico. Nemico di Dio, nemico degli angeli, nemico dell’uomo, nemico di tutte le creature, nemico instancabile, implacabile, sveglio notte e giorno, e al quale tutti i mezzi son buoni; nemico per eccellenza, il quale riunendo in sé tutte le potenze ostili con la loro astuzia e forza, gli pone a servigio del suo odio: tale è l’Arcangelo decaduto. –  Di fronte a un simile nemico, la presuntuosa ignoranza può sola rimanere noncurante e disarmata. Altri sono i pensieri, altra è la condotta del genio. Sempre camminare coperto dell’armatura divina, che sola può difenderlo dai dardi infiammati di satana, è la sua sollecitudine del giorno e la sua preoccupazione della notte. Traiamo profitto dagli avvertimenti che un terrore troppo giustificato ispirava a sant’Agostino: « Che cosa vi è di più perverso, di più malefico del nostro nemico? Egli ha posto la guerra in cielo, la frode nel paradiso terrestre, l’odio tra i primi fratelli: ed in tutte le opere nostre ha seminato la zizzania. Vedete: nel mangiare, ha messo la gola; nella generazione, la lussuria; nel lavoro, la pigrizia; nelle ricchezze, l’avarizia; nel conversare tra di noi, la gelosia; nell’autorità, l’orgoglio; nel cuore, i cattivi pensieri: sulle labbra, la bugia, e nei nostri membri operazioni colpevoli. Quando siamo svegli ci spinge al male; si dorme, ci dà dei sogni vergognosi; nella gioia, ci porta alla dissolutezza; nella tristezza, allo scoraggiamento ed alla disperazione. Per dir tutto in una sola parola: tutti i peccati del mondo sono un effetto della sua perversità. » (Serm. comm., IV). L’odio di lui va più oltre. Nella stessa guisa che il Verbo incarnato appropria la sua grazia alla natura, alla posizione ed ai bisogni di ciascuno; cosi satana approfittando della sua penetrazione cambia i suoi veleni, secondo la particolare disposizione di ciascuna anima. Ascoltiamo ancora un altro genio: « L’astuto serpente, dice san Leone, sa a chi deve presentare l’amore delle ricchezze; a chi gli allettamenti della gola; a chi le eccitazioni della lussuria; a chi il virus della gelosia. Egli conosce chi bisogna turbare col rimorso; chi bisogna sedurre con la gioia; chi bisogna abbattere col timore; chi affascinare con la bellezza. Di tutti egli discute la vita, districa le sollecitudini, scrutina le affezioni; e dove vede la preferenza di qualcuno, ivi egli cerca un’occasione di nuocere. » (Et ibi causas quærit nocendi, ubi quemcumque viderit studiosius. Serm. VIII, de Nativ.). – Tale è satana, l’arcangelo decaduto, il re della Città del male.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XI

(fine del. precedente).

I sette Angeli assistenti al trono di Dio — Essi sono i supremi governatori del mondo — Prove: Culto che la Chiesa rende loro — Storia della chiesa di S. Maria degli Angeli in Roma dedicata a loro onore — Funzioni delle Dominazioni — Dei Principati — Delle Potenze — Funzioni delle Virtù — Degli Arcangeli — Degli Angeli — Angeli custodi — Prove e particolarità.

Innanzi di lasciare la prima gerarchia angelica ci sembra necessario dire una parola dei Sette Angeli assistenti al Trono di Dio, dei quali è parlato nell’uno e nell’altro Testamento. « Io sono Raffaello uno dei sette Angeli che stiamo in piedi dinanzi a Dio, diceva Raffaele a Tobia. » « Giovanni, alle sette Chiese che sono in Asia. Grazie a Voi e pace, da parte di Colui che è e che era e che deve venire, e da parte dei sette Spiriti che stanno alla presenza del suo Trono, scriveva il discepolo diletto.1 » [Tob., XII; 15- Apoc., I, 4]. La tradizione cattolica, interprete fedele degli insegnamenti divini, venera difatti, sette Angeli più belli, più grandi, più potenti di tutti gli altri, che circondano il Trono di Dio, sempre pronti ad eseguire, sia per se medesimi, ossia per altri, le sue volontà supreme [Septem sunt quorum maxima est potentia. Primogeniti angelorum principes. Clem. Alex., Strom lib. VI]. All’oggetto di confermarla, il Re degli Angeli si è piaciuto sovente di mostrarsi ai Santi ed ai martiri, circondato da questi sette Principi sfolgoreggianti di splendore. Così Egli apparve al comandante della coorte pretoriana, san Sebastiano, per animarlo al combattimento del martirio; e come pegno di vittoria, lo fece rivestire da questi sette angeli di un manto di luce. [Corn. a Lap., in Apoc., I, 4]. – Un’altra tradizione comune ai giudei, ai filosofi ed ai teologi, attribuisce a questi sette Angeli il supremo governo del mondo fisico e del mondo morale. Essi sono simili ai ministri dei re, la cui vita pare inoperosa perché essa si esercita intorno al Trono; ma che, in realtà, è l’anima di tutti i movimenti dell’impero. Essendo essi paragonati, secondo san Girolamo, al candelabro dalle sette braccia del tabernacolo mosaico, presiedono ai sette grandi pianeti, le rivoluzioni dei quali determinano il movimento di tutte le ruote secondarie nella meravigliosa macchina che chiamasi universo materiale. – Sotto la stessa figura noi vediamo questi sette Spiriti che presiedono al mondo morale. « Di qui viene, secondo l’osservazione di un dotto commentatore, la distribuzione settennaria, cosi frequente nelle opere divine. Come vi sono nel mondo sette pianeti e sette giorni nella settimana, cosi vi sono nella Chiesa sette doni dello Spirito Santo, e sette virtù principali, alle quali presiedono questi sette Angeli superiori al fine di condurre per mezzo di essi gli uomini alla vita eterna. » [Corn. a Lap., ivi.]. – Ascoltiamo ancora un altro teologo: « Il numero sette che indica i sette grandi Principi della corte celeste, è un numero preciso; imperocché quando trovasi nella Scrittura lo stesso numero, usato parecchie volte in differenti luoghi, soprattutto in materia di Storia, la regola è di prenderla nel suo significato matematico. Vi sono dunque sette angeli superiori a tutti gli altri. Loro uffici speciali sono di vegliare ai sette doni dello Spirito Santo, a fine di ottenerli, di comunicarceli e di farli fruttificare; di domare in virtù ed in forza speciale i sette demoni che presiedono ai sette peccati capitali, di presiedere ai sette corpi più splendidi del firmamento, e di farci praticare le sette virtù necessarie alla salute, le tre teologali e le quattro cardinali. « Poiché sotto la direzione di satana sette demoni presiedono ai sette peccati capitali, e nel loro odio implacabile dell’uomo, nulla trascurano per farci commettere questi peccati e strascinarci alla dannazione: perché non crediamo noi che sotto il gran Re della Citta del bene, sette Angeli, scelti tra i più nobili, sono incaricati di sorvegliare questi sette nemici principali, di metterci, al riparo contro i loro assalti, e di farci praticare le virtù che debbono assicurare la nostra eterna salvezza? L’assalto può essere egli superiore alla difesa? E se tra gli angeli cattivi vi ha un accordo per perdere gli uomini, perché non ve ne sarebbe uno tra gli Angeli buoni per salvarli? » [Seravius in Bibliam, c. XI. Tob. quæstiuncul. 3, edit. In-folio; 1610]. – La Chiesa erede fedele di questi alti insegnamenti, ha avuto cura di riprodurli nella sua gerarchia. Diciamo meglio: il divino fondatore della Chiesa militante ha voluto ch’essa offrisse nella sua gerarchia, l’immagine di quella della sua sorella, la Chiesa trionfante. Perché vediamo noi gli Apostoli, diretti dallo Spirito Santo, stabilire sette diaconi e non sei o otto? Perché i primi successori di san Pietro creano essi sette Cardinali diaconi? Perché ordinano che sette diaconi assisteranno il sovrano Pontefice ed anche il Vescovo, quando pontifica? Per ricordare i sette Angeli che assistono al Trono di Dio. « Questi sette diaconi, continua Serario, erano chiamati gli occhi del Vescovo pei quali egli vedeva tutto ciò che avveniva nella sua diocesi. Ora, Iddio è il primo e il maggiore dei Vescovi. La sua diocesi, è il mondo. Ei vede tutto ciò che vi accade per mezzo dei sette diaconi angelici. Non certamente che Egli abbia bisogno delle creature, come il Vescovo ha bisogno de suoi diaconi per conoscere tutte le cose; ma se ne serve per la stessa ragione che gli fa adoperare le cause seconde pel governo dell’universo. Questa ragione è di onorare le sue creature. » [Corn. a Lap. Ubi supra. — Vedi anche il dotto trattato del sig. di Mirville, Pneumatologia degli Spiriti. T. II, 852]. – I sette grandi Principi angelici occupano un troppo gran posto nella creazione e nel governo del mondo; essi ci ottengono troppi favori, ci rendono troppi servigi; essi sono troppo onorati da Dio medesimo, perché la Chiesa abbia dimenticato di render loro un culto speciale di riconoscenza e di venerazione. La loro memoria è celebre nelle diverse parti del mondo cattolico; ma in nessuna parte è tanto viva come in Sicilia, a Napoli, a Venezia, a Roma ed in parecchie città d’Italia. Questi luoghi, dove sembrano conservarsi più religiosamente che altrove le antiche tradizioni, ce li mostrano rappresentati in pittura, in scultura ed anche in mosaico. Palermo capitale della Sicilia possiede una bella chiesa dedicata ai sette Angeli principi della milizia celeste. Nel 1516 le loro immagini di una grandissima antichità, furono scoperte dall’arciprete di quella chiesa, il venerabile Antonio Duca. Stimolato spesso dall’ispirazione divina, questo sant’uomo venne a Roma nel 1527, per propagare il culto di questi Angeli, e trovar loro e fabbricarli un santuario. Dopo molti digiuni e preghiere ei meritò di conoscere per rivelazione che le Terme di Diocleziano dovevano essere il tempio dei sette Angeli assistenti al trono di Dio. Le ragioni della scelta divina erano, che queste Terme famose erano state costruite da migliaia di angeli terrestri, vale a dire da quaranta mila Cristiani condannati a questa dura fatica; che la loro costruzione gigantesca aveva durato sette anni; che tra tutti quei martiri, sette rifulsero di un più vivo splendore: Ciriaco, Largo, Smaragdo, Sinsinio, Saturnino, Marcello e Trasone, i quali incoraggiavano i Cristiani e provvedevano alle loro necessità. – Questa rivelazione essendo stata accertata, i sovrani Pontefici Giulio III e Pio IV ordinarono di purificare le Terme e di consacrarle in onore dei sette Angeli assistenti al Trono di Dio, o della Regina del cielo circondata da questi sette Angeli. Michelangelo fu incaricato del lavoro. Con i ricchi materiali delle voluttuose Terme del più gran nemico dei Cristiani, il celebre architetto fabbricò la splendida chiesa che si ammira tuttora. Il 5 agosto 1561 Pio IV, in presenza del sacro collegio e di tutta la corte romana, la consacrò solennemente a S. Maria degli Angeli e l’onorò del titolo cardinalizio.1[ . Andrea Victorelli. De ministeriis angel.; et Coni, a Lap., Apoc. I, 4]Si vede che la Chiesa Cattolica nella sua materna sollecitudine nulla trascura per farci conoscere gli Angeli, per onorarli, per avvicinarci ad essi ed assicurarci la loro potente protezione. Nulla di più intelligente di una simile condotta. Noi siamo della famiglia degli Angeli e dobbiamo vivere con essi per tutta l’eternità.

. – Passiamo alla seconda gerarchia. L’abbiamo già notato, non avvi nessun salto nella natura. Tutte le creazioni si toccano e si concatenano con legami misteriosi talmentechè le ultime produzioni di un regno superiore si confondono con le produzioni le più elevate del regno inferiore. [S. Th. I p., q. CVIII, art. 5, corp.] La stessa legge regge il mondo delle intelligenze, prototipo del mondo dei corpi. Così, i Troni, ultimo ordine della prima gerarchia angelica, riguardano immediatamente l’ordine il più elevato della seconda, le Dominazioni. Se i Troni finiscono la gerarchia degli Angeli assistenti, le Dominazioni cominciano le gerarchie degli Angeli ministranti. Queste ultime in numero di tre sono nel governo del mondo e della città del bene, ciò che sono nelle società umane i capi dei grandi corpi dello stato, i generali d’ armata, i magistrati. La più eminente si compone delle Dominazioni, dei Principati e delle Potestà. Indicare e comandare quel che bisogna fare è la parte delle Dominazioni. Esse sono così chiamate e con ragione, perché dominano tutti gli ordini angelici, incaricati di eseguire le volontà del gran Re: come il generalissimo di un esercito domina tutti i capi dei corpi posti sotto i suoi ordini, e gli fa manovrare secondo le intenzioni del principe di cui è il rappresentante. [Viguier, p. 85]. Per continuare il confronto, i Principati, il cui nome significa conduttori secondo rondine sacro, rappresentano i generali e gli ufficiali superiori che .comandano ai loro subordinati i movimenti e le manovre, conforme alle prescrizioni del generalissimo. Principi delle nazioni e dei regni, questi potenti spiriti le conducono, ognuna in ciò che le riguarda, alla esecuzione del piano divino. In questo ministero, di tutti il più importante, sono secondati dagli Angeli immediatamente sottomessi ai loro ordini. Da ciò resulta la magnifica armonia della quale parla sant’Agostino. « I corpi inferiori, dice il gran Vescovo, sono regolati dai corpi superiori, e tanto gli uni che gli altri dagli Angeli, e i cattivi angeli dai buoni. » [S. Th. I p. q. CVIII, art. 6, corp.]. Vengono finalmente le Potestà. Rivestiti, come lo indica il loro nome, di una autorità speciale, questi Angeli sono incaricati di togliere gli ostacoli alla esecuzione degli ordini divini, allontanando gli angeli cattivi che assediano le nazioni per distoglierli dal loro scopo. Nell’ordine umano, i loro consimili sono le pubbliche potestà, incaricate di allontanare i malfattori e togliere cosi gli ostacoli al regno della giustizia e della pace. [S. Th., ibid.] La terza gerarchia angelica è formata delle Virtù, degli Arcangeli e degli Angeli. Nei soldati che compongono i differenti corpi di un esercito, di cui ciascun reggimento ha la sua destinazione particolare, negli amministratori subalterni alla giurisdizione ristretta, noi troviamo l’immagine dei tre ultimi ordini angelici e l’idea delle loro funzioni. Le Virtù, il cui nome vuol dir forza, esercitano il loro impero sopra la creazione materiale, presiedono immediatamente al mantenimento delle leggi che la reggono, e vi conservano l’ordine che ammiriamo. Quando la gloria di Dio l’esige, le Virtù sospendono le leggi della natura e operano dei miracoli. Cosi gli agenti invisibili, dai quali noi siamo circondati, rivelano la loro presenza, e mostrano che il mondo materiale è soggetto al mondo spirituale, come il corpo è soggetto all’anima.  – Tutti i ministeri degli ordini angelici si riferiscono alla gloria di Dio ed alla deificazione dell’uomo; in altri termini, al governo della Città del bene. Gli uomini, sudditi di questa gloriosa Città, sono l’oggetto particolare della sollecitudine degli Angeli. Fra essi e noi esiste un commercio continuo, figurato dalla scala di Giacobbe. Scendere gli scalini di questa scala misteriosa e venire, in occasioni solenni, a compiere presso l’uomo importanti missioni, soprintendere al governo delle province, delle diocesi, delle comunità; tale è la duplice funzione degli Arcangeli, il cui nome significa Angelo superiore, o Principe degli Angeli propriamente detti. [Viguier, 86.]. – Sotto quest’ordine vi è quello degli Angeli. Angelo significa inviato. Tutti gli spiriti celesti essendo i notificatori dei pensieri divini, il nome di Angelo è ad essi comune. A questa funzione gli Angeli superiori aggiungono certe prerogative, dalle quali traggono il proprio loro nome. Gli Angeli dell’ultimo ordine dell’ultima gerarchia, non aggiungendo niente alla funzione comune d’inviati e di notificatori, ritengono semplicemente il nome di Angeli. In relazione più immediata e più abituale con l’uomo, essi vegliano alla custodia della sua duplice vita e gli recano ad ogni ora, ad ogni istante, lumi, forze, grazie di cui abbisogna, dalla culla fino alia tomba. [Ibid.]. Se noi riepiloghiamo questo rapido schizzo, quale immenso orizzonte non si apre dinanzi a noi! Quale imponente spettacolo non si spiega a’nostri occhi! È vero dunque che invece di non essere niente, il mondo superiore è tutto; che il reale è l’invisibile; che il mondo materiale vive sotto l’azione permanente del mondo spirituale; che Dio governa l’universo mediante i suoi Angeli, liberamente, senza necessità, senz’obbligo, come un re governa il suo regno mediante i suoi ministri, e un padre, la sua famiglia, per mezzo dei suoi servi. È vero altresì che razione di questi spiriti amministratori raggiunge ciascuna parte dell’insieme, di modo che né l’uomo né alcuna creatura non è abbandonata all’evento, lasciata alle proprie sue forze, o lasciata in balìa degli assalti delle potenze nemiche. [S. Th., I p. q. VII. art. 2, corp.]. Come principi e governatori della grande Città del bene, a cui si riferisce tutto il sistema della creazione, gli Angeli, nell’ordine materiale presiedono al moto degli astri, alla conservazione degli elementi, ed al compimento di tutti i fenomeni naturali che ci rallegrano o che ci spaventano. Tra essi è divisa l’amministrazione di questo vasto impero. Gli uni hanno cura dei corpi celesti, gli altri della terra e dei suoi elementi; altri delle sue produzioni, come gli alberi, le piante, i fiori ed i frutti. Ad altri è affidato il governo dei venti, dei mari, dei fiumi, delle fonti; ad altri la conservazione degli animali. Neppure una visibile creatura grande o piccola ch’ella sia, che non abbia una potenza angelica incaricata di sorvegliarla. 2 [S. Aug., lib. LXXXIII, Quæst LIX]. L’uomo animale, lo sappiamo, animalis homo, nega questa azione angelica; ma la sua negazione non prova che una cosa, cioè ch’egli è animale. Per l’uomo che ha l’intelligenza, questa azione è evidente. Dappertutto dove la natura materiale lascia scorgere dell’ordine, dell’armonia, del moto, un fine; ivi si riconosce tosto un pensiero, una intelligenza, una causa motrice e direttrice. – Ora, niente nella natura materiale si fa senza ordine, senza armonia, senza movimento, senza scopo. Qual’è il principio di tutte queste cose? Non è, né può essere nella materia inerte, cieca di sua natura. Senza dubbio, il vento non sa né dove, né quando dee soffiare; né con qual violenza; né quali tempeste deve suscitare; né quali nubi deve accumulare. La pioggia, la neve, la folgore stessa non sanno dove debbono formarsi, né dove debbono cadere; la direzione che devano tenere, il fine che debbono raggiungere; il giorno e 1’ora dove debbono compiere la loro missione. Cosi è lo stesso delle altre creature materiali, così impropriamente decorate del nome di agenti. Dov’é dunque il principio dell’ordine, dell’armonia e del moto? A meno che non si ammettano degli effetti senza causa, bisogna per necessità cercarlo fuori della creazione materiale, in una natura intelligente, essenzialmente attiva, superiore ed estranea alla materia. È infatti solamente là dove lo pone la vera filosofia. Il profeta parlando del Creatore, principio di ogni moto e di ogni armonia, ci dice; Le creature fanno la sua parola, vale a dire eseguiscono le sue volontà, facìunt Verbum ejus. Ma come è ella la parola creatrice posta in contatto universale e permanente col mondo inferiore, fino all’ultimo degli esseri dei quali si compone? Nel modo stesso che la parola di un monarca con le parti più lontane e più oscure del suo impero, per mezzo di mediatori. I mediatori di Dio sono gli spiriti celesti: qui facit angelos suos spiritus. Questa verità è di fede universale. Sotto tutti i climi, in tutte le epoche, il paganesimo medesimo la proclama, e la teologia cattolica la manifesta in tutta la sua splendidezza. Il sapere che tutte le parti dell’universo vivono sotto la direzione degli Angeli; qual sorgente inesauribile di luce e di ammirazione per lo spirito, di rispetto e di adorazione per il cuore!. – Nell’ordine morale, non meno certo e più nobile altresì è il ministero degli angeli. Essi sono, giusta la bella espressione di Lattanzio, preposti alla guardia ed alla cultura del genere umano. [De Instit, dipin., lib. II, c. XVI. Ancor qui le loro funzioni non sono meno variate dei bisogni del loro pupillo. Gli uni custodiscono le nazioni, ciascuno la sua, altri, la Chiesa universale. Come un esercito formidabile difende una città assediata, così essi proteggono la città del loro Re, la santa Chiesa Cattolica, nella sua guerra eterna contro le potenze delle tenebre. [Euseb. In Ps. XLVII]. Ve ne sono di quelli incaricati della cura di ciascuna Chiesa, cioè di ciascheduna diocesi in particolare. « Due custodi e due guide, insegnano con sant’Ambrogio gli antichi Padri, sono preposti a ciascuna Chiesa: l’uno visibile, che è il Vescovo; l’altro invisibile, che è l’Angelo tutelare. »  [Dan., X, 13; S. Th., I p. q. 118, art. 8, corp.]. Se per conservarla e per impedire che il demonio la deturpi o la distragga, la più piccola creatura nell’ordine fisico, come l’insetto o un filo d’erba, vive sotto la protezione di un Angelo, a più forte ragione l’essere umano, per quanto debole lo si supponga, è oggetto di una eguale sollecitudine. Ogni uomo ha il suo custode. Come tutore potente, il principe della Città del bene veglia su di noi, anche nel seno materno, a fine di proteggere la nostra fragile esistenza contro i mille accidenti che possono comprometterla e privarci del Battesimo. Lasciamo parlare la scienza: « Grande dignità delle anime, poiché fino dalla nascita, ognuna ha un Angelo per custodirla! Avanti di nascere, l’infante attaccato al seno materno fa in qualche modo parte della madre; come il frutto pendente all’albero fa tuttavia parte dell’ albero. È dunque probabile che 1’Angelo custode della madre guardi l ‘infante rinchiuso nel suo seno; come quegli che custodisce l’albero custodisce il frutto. Ma appena l’infante è separato dalla madre che subito un Angelo particolare è mandato alla sua custodia.1 » [S. Hier. inMatfh., c. XVIII ; Viguier, p. 86]. – L’Angelo custode, compagno inseparabile della nostra vita, ci segue in tutte le nostre vie, ci illumina, ci difende, ci rialza, ci consola. Mediatore tra Dio e noi, intercede in nostro favore, offre all’Antico dei giorni i nostri bisogni, le nostre lacrime, le nostre preghiere, le nostre buone opere, come incenso di grato odore, bruciato in un turibolo d’oro. La sua missione non cessa con la vita terrena, ma dura finché l’uomo non è giunto al suo fine. Così gli Angeli presentano le anime al tribunale di Dio e le introducono in cielo. Se la porta è ad esse momentaneamente chiusa, essi le accompagnano nel purgatorio, dove le consolano fino al dì della loro liberazione. Quanto a quelle che un orgoglio ostinato rende sino alla morte indocili ai loro consigli, i principi della Città del bene le abbandonano solamente sul limitare dell’inferno, ardente dimora preparata da satana, agli angeli e schiavi suoi. Come hanno essi presieduto al governo del mondo, cosi gli Angeli assisteranno al suo giudizio, risveglieranno i morti e faranno la eterna separazione degli eletti dai reprobi. – Nel lasciare la Città del bene, cerchiamo di riportare con noi una memoria che riassuma e il fine della sua esistenza e le innumerevoli funzioni dei Principi che la governano. La Città del bene ed i ministeri degli Angeli si riducono ad un solo oggetto: il Verbo incarnato: ad un solo scopo: la salute dell’uomo, mediante la sua unione col Verbo incarnato. Monarca assoluto di tutti gli esseri, creatore di tutti i secoli, Erede di tutte le cose del cielo e della terra, il Verbo incarnato è l’ultima parola di tutte le opere divine, come la salute dell’uomo è l’ultima parola del suo pensiero. Che cosa avvi di più logico, di più semplice, di più sublime e di più luminoso, per conseguenza di più vero, di questa filosofia del mondo angelico, di questa storia della Città del bene! [S. Th., I, p. q. LVII, art. 6 ad i]. — Il credere che tutte le spiegazioni che precedono siano il risultato di semplici congetture, piuttostochè cognizioni positive, sarebbe un errore. La scienza del mondo angelico è una scienza certa: certa perché essa è vera; vera perché essa è universale. La rivelazione, la tradizione, la ragione medesima di tutti i popoli, la conoscono, la insegnano, la praticano. Come tutte le altre, essa è stata richiamata alla sua purezza primitiva e svolta dal Signor Nostro, i cui insegnamenti non scritti sono, a testimonianza di san Giovanni, infinitamente più, numerosi che quelli di cui il Vangelo ci ha tramandata la cognizione. Il più ricco depositario di questi preziosi insegnamenti fu Maria; e sappiamo che, Madre della Chiesa e istitutrice degli Apostoli, la Augusta Vergine ha parlato sapientemente degli Angeli, che essa conosceva meglio di chiunque. Parimente Paolo, che può chiamarsi l’Apostolo degli Angeli, dei quali annovera tutti gli ordini, Paolo, rapito sino al terzo cielo, ha arrecato sulla terra una conoscenza profonda di ciò che aveva visto, non per se ma per la Chiesa. – Il suo illustre discepolo san Dionigi, infatti è il primo tra i Padri, che abbia dato una particolareggiata descrizione, dotta, sublime, del mondo angelico. Questa descrizione, fondata sulle Scritture e sulla testimonianza degli altri Padri, è divenuta il punto di partenza degli scrittori posteriori, e particolarmente, la scorta dell’impareggiabile san Tommaso nel suo grandioso studio del mondo angelico. Tali sono i canali pei quali è giunta sino a noi la conoscenza degli Angeli, delle loro gerarchie, dei loro ordini e dei loro ministeri. Quale scienza può essere più certa?

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XI)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO X.

(continuazione del precedente).

Numero degli angeli — Gerarchie e ordini angelici — Definizione della gerarchia — Sua ragion d’essere— Perché tre gerarchie tra gli Angeli e non più che tre — Definizione dell’ ordine — Perché tre ordini in ciascuna gerarchia e non altri che tre — Immagini della gerarchia angelica nella Chiesa e nella Società — Funzioni degli Angeli — Gli Angeli superiori illuminano gli Angeli inferiori — Linguaggio degli Angeli — Grandi divisioni degli Angeli — Angeli assistenti ed Angeli che eseguiscono — Funzioni dei serafini — Dei cherubini — ‘ Dei Troni — Riverbero di questa prima gerarchia nella Società e nella Chiesa.

Numero degli angeli. Quando gli autori ispirati, ammessi a vedere talune delle realtà del mondo superiore, vogliono indicare la moltitudine degli Angeli, essi non parlano che di milioni e di centinaia di milioni. « Io mi stava osservando, dice Daniele, fino a tanto che furono alzati dei troni e l’antico dei giorni si assise: le sue vestimenta candide come neve e i capelli della sua testa come lana lavata. Il trono di lui era di fiamme infuocate; le ruote del trono erano vivo fuoco. Rapido fiume di fuoco usciva dalla sua faccia. I suoi ministri erano migliaia di migliaia e i suoi assistenti dieci mila volte cento mila. » [Dan. VII, 10]. Testimone dello stesso spettacolo san Giovanni, continua: « E io vidi e intesi intorno al trono la voce di una moltitudine di Angeli il cui numero era di migliaia di migliaia. » [Apoc. V, 11] Più sotto avendo osservato l’universalità degli eletti del sangue d’Abramo, aggiunge: «Dopo ciò vidi una grande moltitudine che nessuno poteva contare, di tutti i popoli e di tutte le lingue. » [Ibid. VII, 9]. Ora sin dal principio del mondo, ciascun predestinato e ciascun reprobo ha per guardiano un Angelo dell’ordine inferiore; cosicché il numero degli Angeli di tutte le gerarchie è incalcolabile. San Dionigi, depositario degli insegnamenti del suo maestro Paolo rapito al terzo cielo, tiene lo stesso linguaggio: «I beati eserciti delle superne menti, superano, egli dice, per numero tutti i poveri calcoli della nostra aritmetica materiale. Non sospettate nessuna esagerazione nelle parole dei profeti. Il numero degli Angeli è incalcolabile; eccede quello di tutte le creature anche quello degli uomini che furono, che sono e che saranno. [ De Coelest. hier. c. IX e XIV] »L’Angelo della scuola ne dà la ragione; e noi traduciamo il suo pensiero. Il fine principale che Dio si è proposto nella creazione degli esseri è la perfezione dell’universo. La perfezione o la bellezza dell’universo risulta dalla più splendida manifestazione degli attributi di Dio, nei limiti segnati dalla sua sapienza. Quindi ne segue che quanto più certe creature sono belle e perfette, tanto più ne è stata abbondante la creazione. Il mondo materiale conferma questo ragionamento. Vi si rinvengono due specie di corpi: i corruttibili e gli incorruttibili. La prima si riduce al nostro pianeta, abitazione degli esseri corruttibili; ed il pianeta nostro è un nulla in confronto ai globi del firmamento. Ora siccome la grandezza è per i corpi la misura della perfezione, il numero lo è per gli spiriti. Così la ragione medesima conduce a questa conclusione, che gli esseri immateriali superano gli esseri materiali in numero incalcolabile [S. Th. I p. q. L, art. 3, corp.]. Aspettando che il cielo ci riveli la esattezza di queste magnifiche supposizioni del genio illuminato dalla fede, è per il nostro pellegrinaggio un grande argomento di sicurezza il sapere che gli Angeli buoni sono molto più numerosi dei cattivi. « La coda del Dragone, dice san Giovanni, non trascinò seco che la terza parte delle stelle. » [Ap. XII, 4] Non avvi nessuno interprete che per queste stelle non intenda parlarsi qui degli angeli ribelli. (Corn. a Lap. in XII. Apoc. et S. Th., i p. q. LIV, art. 9,, corp.]. Gerarchie e ordini degli angeli. Una moltitudine senza ordine è la confusione: tale non può essere lo stato degli Angeli. « Tutte le opere di Dio, dice l’Apostolo, sono ordinate; » o, come è scritto altrove: « Dio ha fatto tutte le cose in numero, peso e misura, » (Omnia in mensura, et numero et pondere disposuisti. Sap. XI, 21). cioè dire con ordine perfetto. (Rom. XIII, 1). L’ordine è la prima cosa che ci colpisce nel mondo materiale. L’ordine produce l’armonia, e l ‘armonia suppone la mutua subordinazione di tutte le parti dell’universo. Dal canto suo questa armonia rivela una causa intelligente che l’ha creata e che la mantiene. – Senza dubbio la stessa armonia deve esistere per quanto è possibile più perfetta nel mondo degli spiriti, archetipo del mondo dei corpi e capo d’opera della Sapienza creatrice. La subordinazione, per conseguenza la gerarchia degli esseri che la compongono, è dunque la legge del mondo invisibile, come è la legge del mondo visibile. Tali sono l’insegnamento della fede e l’affermazione invariabile della ragione. – Ora secondo l’etimologia delle parole; La Gerarchia è un sacro principato. (Hierarchia est sacer principatus. S. Th. I  p. q. CVIII, art. 1, corp.). Principato significa a un tempo il principe stesso e la moltitudine posta sotto i suoi ordini. Di qui derivano bellissime conseguenze che mandano una viva luce sull’ordine generale dell’universo e sul governo particolare della Città del bene. Dio essendo il Creatore degli Angeli e degli uomini non ha rispetto a sé che una sola gerarchia della quale Egli è il supremo Gerarca. Lo stesso è rispetto al Verbo incarnato. Re dei Re, Signore dei Signori, a cui è stata data ogni potenza in cielo e in terra, Egli è il supremo Gerarca degli Angeli e degli uomini e per conseguenza della Chiesa trionfante e della Chiesa militante. Pietro, come Vicario del Verbo incarnato è il supremo gerarca della Chiesa militante in virtù di quelle parole divine: Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore. Dal canto suo poi Pietro ha stabilito altri gerarchi, i quali essi pure hanno stabilito rettori subalterni, incaricati di dirigere le diverse provincie della Città del bene. Ciononostante tutti non formano che una sola e medesima gerarchia, poiché tutti militano sotto uno stesso capo, Gesù Cristo.(Viguier, p. 184). Vedremo tra poco che la gerarchia angelica è il tipo della gerarchia ecclesiastica, tipo essa stessa della gerarchia sociale. Se consideriamo il principato nei suoi rapporti con la moltitudine, chiamasi gerarchia l’insieme degli esseri soggetti ad una sola e medesima legge. Se essi sono soggetti a leggi differenti formano delle gerarchie distinte, senza cessare di far parte della gerarchia, generale. (S. Th., I p. q. CVIII, art. 1, corp.). – Cosi vediamo in uno stesso reame e sotto uno stesso re delle città governate da differenti leggi. (Vediamo altresì da questo che la centralizzazione in un grande impero è contraria alle leggi fondamentali dell’ordine, e come conseguenza inevitabile, ella deve produrre la collisione, l’inquietudine, la ribellione, la rovina). Ora, gli esseri non sono soggetti alle stesse leggi, se non perché hanno la stessa natura e le stesse funzioni. Resulta da ciò che gli Angeli e gli uomini non avendo né la stessa natura né le stesse funzioni, formano delle gerarchie distinte; risulta altresì che tutti gli Angeli non avendo le stesse funzioni, il mondo angelico si divide in parecchie gerarchie. Che gli Angeli e gli uomini formino delle gerarchie distinte, la ragione e la prova è nella perfezione relativa degli uni e degli altri. Questa perfezione è tanto più grande, quanto gli esseri partecipano più abbondantemente delle perfezioni di Dio. Come creatura puramente spirituale, l’Angelo ne partecipa più dell’uomo. Infatti l’Angelo riceve le illuminazioni divine nell’intelligibile purità della sua natura, mentre l’uomo le riceve sotto le immagini più o meno trasparenti delle cose sensibili, come la parola ed i Sacramenti. L’Angelo è dunque una creatura più perfetta dell’uomo, e deve per conseguenza formare una diversa gerarchia. Inoltre siccome vi è gerarchia, vale a dire ordine di subordinazione nel mondo angelico, è evidente che tutti gli Angeli non ricevono ugualmente le divine illuminazioni. Vi sono dunque degli Angeli superiori agli altri. La loro superiorità ha per fondamento la cognizione più o meno perfetta, più o meno universale della verità. – « Questa conoscenza, dice san Tommaso, segna tre gradi negli Angeli; imperocché essa può essere riguardata sotto un triplice rapporto. « Primieramente, gli Angeli possono vedere la ragione delle cose in Dio, principio primo e universale. Questa maniera di conoscere è il privilegio degli Angeli che si accostano più a Dio, e che secondo la bella parola di san Dionigi, stanno dentro il suo vestibolo. Questi Angeli formano la prima gerarchia. – « In secondo luogo possono essi vederla nelle cause universali create che appellansi le leggi generali. Queste cause sono multiple, la conoscenza è meno precisa e meno chiara. Questa maniera di conoscere è la dote della seconda gerarchia. – « In terzo luogo, possono essi vederla nella sua applicazione agli esseri individuali, in tanto che essi dipendono dalle loro proprie cause, o dalle leggi particolari che le reggono. In tale modo conoscono gli Angeli della terza gerarchia.(1 p. q. CVIII, art. 1, corp.). Vi sono dunque tre gerarchie tra gli Angeli e non sono che tre: una quarta non troverebbe posto. Di fatti queste tre gerarchie hanno la loro ragione d’essere nelle tre maniere possibili di vedere la verità: in Dio, nelle cause generali, nelle cause particolari, vale a dire come parla il sublime areopagita, nella vita più o meno abbondante della quale godono gli Angeli che le compongono. ( De divin. nom., c. v.). – La rivelazione ci scopre altresì in ciascuna gerarchia tre cori o ordini differenti. Chiamasi coro ovvero ordine angelico, una certa moltitudine di Angeli, simili tra loro per i doni della natura e della grazia. (Magist, Sent. Dist. 9, Sent. n. II). Ogni gerarchia ne racchiude tre non più che tre. Più sarebbe troppo; meno, non basta. Infatti ogni gerarchia compone come un piccolo stato. Ora ciascuno stato possiede necessariamente tre classi di cittadini né più né meno. « Per quanto siano numerosi, dice san Tommaso, tutti i cittadini di uno stato si riducono a tre classi, secondo le tre cose che costituiscono ogni società bene ordinata: il principio, il mezzo e il fine. Perciò noi vediamo invariabilmente tre ordini tra gli uomini; gli uni sono al primo grado, ed è l’aristocrazia; gli altri all’ultimo, cioè il popolo gli altri tengono il mezzo, e quest’è la cittadinanza. « Così avviene fra gli Angeli. In ciascuna gerarchia vi sono ordini differenti. Simili alle gerarchie medesime questi ordini si distinguono per l’eccellenza naturale degli Angeli che gli compongono e per la differenza delle loro funzioni. Tutte queste funzioni si riferiscono necessariamente a tre cose né più né meno: il principio, il mezzo e il fine. » (1 p. q. CVIII, art. 2, corp.; id. id art. 4, c.). Vedremo ciò chiaramente con la spiegazione delle particolari funzioni di ogni ordine. – Prima di darla confermiamo che la magnifica gerarchia del cielo, o della Chiesa trionfante si prova di per se stessa, riflettendosi agli occhi nostri nella Gerarchia della Chiesa militante, quell’altra porzione della Città del bene. Basta aprire gli occhi per vedere che la Chiesa terrena si divide in tre gerarchie, ed ogni gerarchia in tre ordini. –

La prima si compone di prelati superiori, e racchiude tre ordini: il supremo Pontificato, l’Arcivescovado e l’Episcopato; al supremo pontificato appartiene il Cardinalato, imperocché i cardinali sono i coadiutori del supremo Pontefice; come l’arcivescovado appartiene al patriarcato, la cui giurisdizione si estende a parecchie diocesi ed anche a parecchie provincie. –

La seconda si compone di prelati mezzani, i quali ricevono la direzione dai prelati superiori, e che adempiono a certe funzioni, sia in virtù della loro propria autorità, ossia per delegazione. Essa racchiude altresì tre ordini: gli abati a cui è affidato il potere di benedire e qualche volta di confermare. I priori e i decani delle collegiate o delle comunità, i cui poteri sono più o meno estesi. I rettori ed i curati, incaricati della condotta delle parrocchie, ed ai quali si riferiscono nella qualità loro di ausiliari!, i vicari ed i chierici inferiori. Tutti hanno per missione di amministrare i Sacramenti.

– La terza si compone dei fedeli o del popolo; ai quali appartiene il ricevere i beni spirituali, ma non amministrarli. – Come le altre, quest’ultima gerarchia racchiude tre ordini, le vergini, i continenti ed i maritati, i cui doveri sono diversi, come la loro stessa vocazione è distinta. – Nella regolarità del loro ministero queste gerarchie e questi ordini presentano la più bella armonia che l’uomo possa contemplare quaggiù, e quest’armonia non è altro che l’immagine dell’armonia mille volte più bella che noi vedremo nel cielo. Lassù si mostreranno agli occhi nostri senza nubi e senza velo, le tre Gerarchie angeliche, con i loro nove cori, di luce e di beltà risplendenti.

Nella prima: i Serafini, i Cherubini ed i Troni.

Nella seconda: le Dominazioni, i Principati e le Potenze.

Nella terza: le Virtù, gli Arcangeli e gli Angeli.

Funzioni degli angeli. Il mondo angelico composto di tre grandi gerarchie, ed ogni gerarchia divisa in tre ordini distinti, ci apparisce come un magnifico esercito in bell’ordine. Il saper questo non basta. Per godere dello spettacolo di un immenso esercito nei suoi formidabili splendori, bisogna vederlo in movimento. Cosi, per avere un’idea dell’esercito armato dei cieli, e misurare il luogo occupato nel piano provvidenziale, con i principi della Città del bene, è d’uopo studiarli nell’esercizio delle loro funzioni. Essere purificati, illuminati, perfezionati; ovvero purifìcare, illuminare e perfezionare; tal’è il duplice fine a cui si riferiscono tutte le funzioni delle gerarchie e degli ordini angelici. (San Dion., apud s. Th., I p. q., CVIII, art. 1, corp.). Qual è il significato di queste misteriose parole? Tutti gli Angeli non conoscono del pari i segreti divini. La prima gerarchia, abbiamo detto con san Tommaso, vede la ragione delle cose in Dio medesimo; la seconda, nelle cause seconde universali: la terza, nell’applicazione di queste cause agli effetti particolari. Alla prima appartiene la considerazione del fine; alla seconda, la disposizione universale dei mezzi; alla terza,, il porla in opera. (I p. q. CVIII, art. 6, corp.) I lumi attinti nel seno stesso di Dio gli Angeli della prima gerarchia gli comunicano, per quanto occorre, agli Angeli della seconda gerarchia: questi agli Angeli della terza; e quelli della terza ne fanno parte agli uomini. Ma la reciprocità non ha luogo, atteso che gli Angeli inferiori non hanno nulla da insegnare agli Angeli superiori, né gli uomini agli Angeli. (Vigiiier, p. 79.). Questa comunicazione incessante, come necessaria al governo del mondo, durerà sino all’ultimo giudizio. Essa racchiude quel che noi abbiamo chiamata la purificazione, l’illuminazione ed il perfezionamento. Infatti la manifestazione di una verità a colui che non la conosce, purifica il suo intelletto, dissipando le tenebre dell’ignoranza; essa l’illumina facendo rifulgere la luce dove regnava l’oscurità; essa lo perfeziona dandogli una scienza certa della verità. (S. Dion., cœlest. hier., c. VII). Tali sono le operazioni degli Angeli superiori rispetto agli Angeli inferiori; i quali sono, per questo, detti purificati, illuminati e perfezionati. Neppure una di quelle misteriose operazioni della gerarchia celeste, che non si rinvenga nella gerarchia della Chiesa militante. Ora le comunicazioni angeliche si fanno mediante la parola; imperocché gli Angeli, immagini perfette del Verbo, hanno un linguaggio e si parlano tra di loro. Che gli Angeli parlino, san Paolo ce lo insegna, allorché dice: « Quando io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli. » (I Cor., XIII, 1) Non pertanto guardiamoci dall’immaginare che il linguaggio angelico sia simile al linguaggio umano, e che abbia bisogno di suoni articolati o di segni esteriori, veicoli del pensiero tra un Angelo e l’altro. Questo linguaggio è tutto interiore, tutto spirituale, come lo stesso Angelo. Ei consiste da parte dell’Angelo superiore nella volontà di comunicare una verità all’Angelo inferiore; e dalla parte di questi nella volontà di riceverla. Queste due operazioni non incontrando nessun ostacolo, né nella natura degli Angeli, né nelle loro disposizioni individuali, sono infallibili ed istantanee. (Viguier, p. 80). Tanto la seconda che la terza gerarchia ricevono dalla prima, l’una immediatamente, l’altra mediatamente le divine illuminazioni. Di qui, relativamente alla loro dignità ed alle loro funzioni quella grande divisione degli Angeli, in Angeli assistenti e in Angeli esecutori, o amministratori. I primi considerano in Dio stesso la ragione delle cose da fare, e le manifestano agli Angeli inferiori, incaricati di eseguirle. Tale è l’immagine sotto la quale la sacra Scrittura ci rappresenta gli Angeli della prima gerarchia. Uno di questi principi illustri della corte del grande Re, parlando a Tobia gli dice: « Io sono Raffaello, uno dei sette angeli che siamo assistenti dinanzi a Dio. » (Tob., XII, 15). Che letteralmente vuol dire: che noi stiamo in piedi dinanzi al suo trono. Bisogna dire che questa bella espressione essere assistenti al trono di Dio ha parecchi significati. Gli Angeli assistono dinanzi a Dio allorquando essi prendono i suoi ordini; allorché gli porgono le preghiere, le elemosine, le buone opere, i voti dei mortali; quando essi difendono contro i demoni la causa degli uomini al supremo tribunale; quando penetrano i loro sguardi nei raggi della faccia divina per ritrarne le ineffabili voluttà che costituiscono la loro felicità. In quest’ultimo significato tutti gli Angeli, nessuno eccettuato, sono assistenti dinanzi a Dio; poiché tutti godono e godono continuamente della beatifica visione, allorché pure essi compiono le loro missioni sul governo del mondo. Nondimeno nel senso preciso, l’espressione assistere dinanzi a Dio designa gli Angeli della prima gerarchia, che non hanno costume d’essere impiegati in ministeri esterni. (Corn. a Lap., in Tob. XII, 15). Questi Angeli assistenti al trono di Dio e superiori a tutti gli altri si chiamano i Serafini, i Cherubini, i Troni, e formano la prima gerarchia. Poiché le gerarchie del mondo inferiore non sono che un riflesso delle gerarchie del mondo superiore; un solido confronto, preso dalla corte dei re della terra, ci aiuta a comprendere il grado e le funzioni di questi grandi ufficiali della Corona eterna. Fra i cortigiani ve ne sono di quelli che debbono alla loro dignità l’entrare famigliarmente presso il principe, senza aver bisogno d’essere introdotti; altri che aggiungono a questo primo privilegio quello di conoscere i segreti del principe; altri finalmente ancor più favoriti, compagni inseparabili del principe, sembrano non fare che un solo con lui. Questi ultimi ci rappresentano i Serafini. Creature le più sublimi che Dio abbia tratte dal nulla, questi spiriti angelici debbono il loro nome alla fiamma del loro amore. (Viguier, p. 85; S. Dion., 7; Cœlest hier,). Posti in cima delle gerarchie create, essi giungono fin dove il finito può giungere all’infinito, alla Trinità divina, all’amore stesso ed al centro eterno di ogni amore. Lungi dal raffreddare il loro ardore, le solenni missioni che gli sono qualche volta affidate sembrano accrescerlo e far loro ripetere, con una più intima voluttà, il cantico sentito da Isaia: « I Serafini stavano in piedi, e chiamandosi l’un l’altro, dicevano: Santo, santo, santo è il Signore Dio degli eserciti; tutta la terra è ripiena della sua gloria. » (Is., VI, 3) Nei fortunati cortigiani che conoscono tutti i segreti del principe, noi abbiamo un’immagine dei Cherubini, il cui nome significa pienezza della scienza. (Viguier, ibid.) Questi spiriti deiformi che non abbagliano né turbano mai i raggi scintillanti della faccia di Dio, contemplano con uno sguardo le ragioni intime delle cose nella loro sorgente, a fine di comunicarle agli Angeli inferiori, dei quali debbono essi determinare le funzioni e regolare la condotta. Essi medesimi qualche volta sono spediti in missione. Cosicché vedesi un Cherubino incaricato di guardare l’ingresso del paradiso terrestre e d’interdirlo all’uomo colpevole. Perché un Cherubino e non un altro Angelo? Vegliare e vedere di lontano sono le due qualità di una sentinella. Ora, come il loro nome lo indica, i Cherubini posseggono queste due qualità ad un grado sovraeminente, anche nel mondo angelico.(Corn. a Lap., in Gen., III, 23). I Troni sono rappresentati dai grandi signori che hanno libero ingresso presso il Re. Elevatezza, beltà, solidità: ecco le tre idee che reca allo spirito il nome della sede sulla quale si pongono i monarchi nelle occasioni solenni. Nessuno poteva meglio designare il terzo ordine angelico della prima gerarchia. I Troni sono così chiamati, anche quegli Angeli, sfolgoranti di bellezza, che sono elevati al disopra di tutti i cori delle gerarchie inferiori, ai quali essi intimano gli ordini del gran Re, dividendo con i Serafini ed i Cherubini il privilegio di vedere chiaramente la verità in Dio medesimo, vale a dire nella causa delle cause. (S. Th. I p. q. CVIII, art. 5, ad. 3). Fissi in Dio per intuizione della verità, essi sono incrollabili. – Di più, come il trono materiale è aperto da un lato per ricevere il monarca che parla di questa fede maestosa; cosi i Troni angelici sono aperti per ricevere lo stesso Dio che parla per bocca loro. Ad essi appartiene il nobile ufficio di trasmettere le sue sovrane comunicazioni agli Angeli delle gerarchie inferiori, sparsi in tutte le parti della Città del bene. Infatti i Troni, essendo l’ultimo ordine della prima gerarchia o degli Angeli assistenti, toccano immediatamente alle Dominazioni, che formano il coro il più elevato degli Angeli ministranti. – Tali sono dunque in poche parole i rapporti e le distinzioni che esistono tra gli Angeli della prima gerarchia. Tutti sono assistenti al Trono. Tutti contemplano le ragioni delle cose nella causa prima. Il privilegio dei Serafini è di essere uniti a Dio nel modo il più intimo, negli ardori deliziosi di un indicibile amore! Il privilegio dei Cherubini è di vedere la verità, di una veduta superiore a tutto ciò che è al disotto di essi. Il privilegio dei Troni è di trasmettere agli Angeli inferiori, in proporzione del bisogno, le comunicazioni divine di cui essi posseggono la pienezza. S. Th., I p., q. CVIII, art. 6, corp.).  Cosi è che l’augusta Trinità, la cui immagine passa attraverso a tutte le creazioni, brilla di un incomparabile splendore nella massima perfezione. Nei Troni vediamo la Potenza; nei Cherubini, l’intelligenza; nei Serafini, l’Amore. La gerarchia ecclesiastica, come riflesso della gerarchia celeste, offre lo stesso spettacolo. Nel Diacono voi avete la Potenza che eseguisce; nel Sacerdote, l’Intelligenza che illumina; nel Pontefice, l’Amore che consuma, secondo quella parola indirizzata al capo supremo del Pontificato: « Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più degli altri? — Signore, voi sapete che io vi amo. — Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore. » L’amore è dunque il principio, il fine, la legge suprema della Città del bene; siccome l’odio, come noi vedremo, è il principio, il fine, la legge suprema della Città del male. (S. Dion., Eccles. hierarch; C. V.)

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (X)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO IX.

I Principi della Città del bene.

Gli angeli buoni, principi della Città del bene — Prova particolare della loro esistenza — Loro natura — Essi sono puramente spirituali, ma possono prendere dei corpi: prove — Loro qualità: l’incorruttibilità, la bellezza, l’intelligenza, l’agilità, la forza — Prodigiosa estensione della loro forza — Essi l’esercitano sopra i demoni sul mondo e sull’uomo quanto al corpo e quanto all’anima: prove.

Il Re della Città del bene non è solitario. Intorno al suo trono stanno innumerevoli legioni di principi risplendenti di bellezza che formano la sua corte.(Dan. VII, 10) Ufficio, loro è di onorare il grande Monarca, vegliare alla guardia della Città e presiedere al suo governo: questi principi sono i buoni Angeli. Sotto pena di lasciare nell’ombra una delle più grandi meraviglie del mondo superiore ed il roteggio più importante della sua amministrazione, noi dobbiamo farli conoscere. Perciò fa d’uopo dire la loro esistenza, natura, numero, le loro gerarchie, i loro ordini e funzioni.

Esistenza degli Angeli. Gli Angeli sono tante creature incorporee, invisibili, incorruttibili, spirituali, dotate di intelligenza e di volontà. (Viguier, c. in, § 2, vers. 2, p. 77) La fede del genere umano, la ragione, l’analogia delle leggi divine si riuniscono per stabilire sopra un fondamento incrollabile il domma dell’esistenza degli Angeli. Di già abbiamo visto la lede del genere umano manifestarsi con splendore nel culto universale dei geni buoni e cattivi. La ragione dimostra facilmente che il nostro mondo visibile con la sua imperfetta natura, non ha né può avere in sé, né la ragione della sua esistenza, né il principio delle leggi che la regolano. Bisogna cercarla in un mondo superiore, del quale non è che il reverbero. Com’è per l’albero, il cui fogliame sboccia ai nostri sguardi, cosi sono i principii di vita e di solidità, nascosti nelle profondità della terra. – L’osservazione più sapiente delle leggi divine provoca quest’assioma: che non vi è salto nella natura né rottura nella catena degli esseri. (Natura non facit saltus. Linneo). Nello stesso tempo essa dimostra che di questa catena magnifica l’uomo non può essere l’ultimo anello. Dio è l’oceano della vita. Egli la diffonde su tutte le forme, vegetativa, animale, intellettuale. Secondo che essa è più o meno abbondante, la vita segna il grado gerarchico degli esseri. Ora essa è più abbondante via via che l’essere si avvicina più a Dio. Cosi per ricondurre a sé con gradi insensibili tutta la creazione discesa da lui, l’Onnipotente, la cui infinita sapienza si è divertita nella formazione dell’universo, ha tratto dal nulla parecchie specie di creature. Le une visibili e puramente materiali, come per esempio, la terra, l’acqua, le piante: altre, visibili ed invisibili a un tempo, materiali e immateriali, come gli uomini; altre infine, invisibili ed immateriali come gli Angeli. Questi ultimi, non meno degli altri, sono dunque una necessità della creazione. Ascoltiamo il più grande dei filosofi: « Supposto, dice san Tommaso, il decreto della creazione, l’esistenza di certe creature incorporee è una necessità. Difatti il fine principale della creazione, è il bene. Il bene o la perfezione consiste nella rassomiglianza dell’essere creato col Creatore, dell’effetto con la causa. La rassomiglianza dell’effetto con la causa è perfetta, allorquando l’effetto imita la causa, secondo che essa lo produce. Ora, Dio produce la creatura con intelletto e con volontà. La perfezione dell’universo esige dunque che vi siano creature intellettuali ed incorporee.(I p. q. L, art. 1, cor.) – « Di maniera che, che vi siano Angeli, e che questi siano esseri personali, e non miti o allegorie, quest’è una verità insegnata dalla rivelazione, confermata dalla ragione, e attestata dalla fede del genere umano. –

« Natura degli Angeli. L’abbiamo già indicata; gli Angeli sono incorporei, vale a dire che non hanno corpi con i quali siano essi naturalmente uniti. La ragione è che essendo tanti esseri completamente intellettuali e sussistenti per se medesimi, formæ subsistentes, come  parla san Tommaso, cosi essi non hanno bisogno di corpo per essere perfetti. Se l’anima umana è unita ad un corpo, è che essa non ha la pienezza della scienza, e che è obbligata ad acquistarla per mezzo delle cose sensibili. Quanto agli Angeli, essendo perfettamente intellettuali per loro natura, non hanno niente da apprendere dalle creature materiali: e il corpo loro è inutile.1 »1 (Sum.th. I p.? q. LI, art. 1. cor.). – Da ciò resulta che gli Angeli non possono, come le anime umane, essere uniti essenzialmente a dei corpi, e diventare una stessa persona con loro. Essi sono per conseguenza incapaci di esercitare nessun atto della vita sensibile o vegetativa, come vedere corporeamente, sentire, mangiare e altre cose simili. (Viguier, ubi supra, p. 78.) Dell’aria o di un’altra materia già esistente, essi possono però formarsi dei corpi, e dar loro una figura ed una forma accidentale. L’Arcangelo Raffaello diceva a Tobia: Quando io era con Voi per volere di Dio, pareva che io mangiassi e bevessi, ma io faceva uso di cibi invisibili. 33 (Tob., XII). Cosi, l’apparizione degli Angeli sotto una forma sensibile non è una visione immaginaria. La visione immaginaria non è che nella immaginazione di colui che la vede: essa sfugge agli altri. Ora, la Scrittura ci parla sovente degli Angeli che appaiono sotto forme sensibili, e che sono visti indistintamente da tutti. Gli Angeli che appariscono ad Abramo sono visti dal patriarca, da tutta la sua famiglia, da Lot e dagli abitanti di Sodoma. Cosi pure l’Angelo che apparisce a Tobia è visto da lui, da sua moglie, da suo figlio, da Sara e da tutta la famiglia di Sara. È dunque manifesto che non era quella una visione immaginaria. Era bensì una visione corporea, nella quale quegli che ne gode, vede una cosa che è esteriore a lui. – Ora, l’oggetto di una simile visione, vale a dire la cosa esteriore non può essere altro che un corpo. Ma, poiché gli Angeli sono incorporei e che non hanno corpi, ai quali siano naturalmente uniti, ne resulta, ch’essi rivestono, quando ne hanno bisogno, di corpi formati accidentalmente. (S. Th., I p. q. LI, art. 1, cor.). Questi corpi, composti d’aria condensata, o di un’altra materia, gli Angeli non gli prendono per sé ma per noi. Tutte le loro apparizioni si riferiscono al mistero fondamentale dell’Incarnazione del Verbo, e alla salute dell’uomo del quale è la indispensabile condizione. Le une lo preparano, le altre lo confermano, intanto che esse provano la esistenza del mondo superiore con le sue realtà eterne, gloriose o terribili. « Conversando familiarmente con gli uomini, dice san Tommaso, gli Angeli vogliono mostrarci la verità di questa grande società degli esseri intelligenti, che noi attendiamo nel cielo. Nell’antico Testamento, le loro apparizioni avevano per scopo di preparare il genere umano all’Incarnazione del Verbo, imperocché erano tutte figura dell’apparizione del Verbo nella carne. (Id. ad 1) – Nel Nuovo, esse concorrono al compimento del mistero, sia in se medesimo, ossia nella Chiesa e negli eletti. È facile convincersene esaminando le circostanze delle apparizioni angeliche a Zaccaria, alla santa Vergine, a San Giuseppe, a san Pietro, agli Apostoli, ai martiri, ai santi in tutti i secoli. Secondo i più dotti interpreti, le apparizioni accidentali degli Angeli sulla terra non sarebbero che il preludio di una apparizione abituale in cielo. « I reprobi, dicono essi, saranno tormentati non solamente nella loro anima, per la conoscenza dei loro supplizi: ma altresì nei loro corpi, vedendo le figure orribili dei demoni. In essi gli occhi del corpo hanno peccato nello stesso modo che gli occhi dell’anima; è dunque giusto che tanto gli uni che gli altri ricevano il loro castigo. « Parimenti, è probabile che nel cielo gli Angeli prenderanno corpi magnifici aerei, a fine di rallegrare gli occhi degli eletti, e di conversare con essi a bocca a bocca. Ciò pare esatto, da un lato, per l’amicizia, per l’unione, per la comunicazione intima, la quale esisterà tra gli Angeli ed i beati, come concittadini della stessa patria: dall’altro per la ricompensa dovuta alla mortificazione

dei sensi ed alla vita angelica che i santi hanno menato quaggiù, nella speranza di godere della società degli Angeli. Se fosse altrimenti, i sensi degli eletti non riceverebbero nessuna gioia dagli Angeli,, ed anche ogni relazione con essi sarebbe loro impossibile. Tutto si limiterebbe ad una comunicazione mentale, ed il corpo sarebbe privato di una parte della sua ricompensa. » (Corn. a Lap., In Is., XXXIV, 14. — In virtù dello stesso ragionamento non si potrebbe supporre che le due persone della Santa Trinità che non hanno preso corpo, il Padre e lo Spirito Santo, degneranno pure mostrarsi agli eletti sotto una forma visibile? 0 altitudo diuitiarum!) Parlando del giudizio ultimo essi aggiungono: « Egli è credibilissimo che tutti gli Angeli riappariranno in corpi splendidi; altrimenti questa gloria del Figliuolo di Dio non sarebbe veduta dagli empi, pei quali appunto sarà soprattutto mostrata. L’esercito potente dei cieli niente aggiungerebbe alla maestà esteriore del Giudice supremo; maestà che la Scrittura prende cura di descrivere con tanta precisione. La moltitudine degli Angeli essendo innumerevole, essa riempirà dunque le immense pianure dell’aria e presenterà alle nazioni radunate, il formidabile aspetto d’un’armata schierata in battaglia. Non è meno credibile che i demoni appariranno sotto forme corporee: altrimenti non sarebbero veduti dai reprobi, e però la gloria del Nostro Signore e la confusione dei malvagi esigono che siano visibili. (Viguier, p. 78).

« Qualità degli Angeli. Dalla semplicità o incorporeità della loro natura, resulta che i principi della Città del bene sono incorruttibili. Esenti da languori e da infermità, essi non conoscono né il bisogno di nutrimento o di riposo, né le debolezze dell’infanzia, né le infermità della vecchiaia. Resulta ancora ch’essi sono dotati di una bellezza, di una intelligenza, di una agilità e di una forza incomprensibile all’uomo. – Iddio è la bellezza perfetta e la sorgente di ogni bellezza. Quanto più un essere gli rassomiglia, tanto più è bello. I cieli sono belli, la terra è bella, perché i cieli e la terra riflettono alcuni raggi della bellezza del Creatore. Di tutti gli esseri materiali il corpo umano è il più bello, perché possiede in un grado più elevato la forza e la grazia, la cui felice unione forma il marchio della bellezza. L’anima è più bella del corpo, perché è l’immagine più perfetta dell’eterna bellezza. L’angelo, dunque essendo alla sua volta l’immagine incomparabilmente più perfetta di questa bellezza, è incomparabilmente più bello che l’anima umana. – Per conseguenza quale spettacolo offre agli sguardi il Re della Città del bene, circondato da tutti questi principi, rilucenti come tanti soli, il meno bello dei quali ecclissa tutte le bellezze visibili! Il giorno in cui sarà dato all’uomo di vederlo faccia a faccia, entrerà in un rapimento, indicibile anche a Paolo che ne fu testimone. Frattanto l’umanità ha l’istinto di questa suprema bellezza; imperocché, per indicare il grado più perfetto della bellezza sensibile essa dice; bello come un Angelo. La bellezza degli Angeli è il raggio della loro perfezione essenziale, e questa loro essenziale perfezione è l’intelligenza. Chi ne dirà l’estensione? Risponde san Tommaso : « L’intelligenza angelica è deiforme, vale a dire, che l’Angelo acquista la conoscenza della verità non mediante la vista delle cose sensibili, né per via del ragionamento, ma per il semplice sguardo.1 (S- Th., 2a 2æ, q. CLXXX , art. 6 ad 2.). Come sostanza esclusivamente spirituale la potenza intellettiva é in lui completa, cioè dire ch’essa non è mai in potenza come nell’uomo, ma sempre in atto, di maniera che l’Angelo conosce attualmente tutto ciò che può conoscere naturalmente. » (Id. , q. L, art. 1, ad 2; q . LV, art. 1, cor.; e t art. 2, cor.) Ei lo conosce tutto intero, nel complesso, e nei particolari, nel principio, e nelle ultime conseguenze. « Le intelligenze d’un ordine inferiore, come l’anima umana, hanno bisogno per giungere alla perfetta cognizione della verità di un certo movimento, di un certo lavoro intellettuale, col quale esse procedono dal noto all’ignoto. Questa operazione non avrebbe luogo se, dal momento che esse conoscono un principio, ne vedessero istantaneamente tutte le conseguenze. Tale è la prerogativa degli Angeli. Tosto che sono in possesso di un principio, già conoscono tutto quel che racchiude: ecco perché si chiamano intellettuali, e le anime umane semplicemente ragionevoli. Così non può esservi né falsità, né errore, né inganno nell’intelligenza di nessun angelo.2 (Id., art. 5, c.). – A che cosa si estende la conoscenza dei principi della Città del bene? Essa si estende a tutte le verità dell’ordine naturale.I p. q. LXXV, art. 1, cor., etc.). Per essi il cielo e la terra niente hanno di celato; e dacché sono confermati in grazia, conoscono la maggior parte delle verità dell’ordine soprannaturale. Noi diciamo “la maggior parte”, poiché sino al di del giudizio, in cui il corso dei secoli finirà, gli Angeli riceveranno delle nuove comunicazioni intorno al governo del mondo, e in particolare circa la salute dei predestinati.(Id. q. CVI, art. 4, ad 3.). Se l’intelligenza dei principi della Città del bene è per essi la sorgente di voluttà ineffabili, essa è per noi un triplice soggetto di consolazione, di tristezza e di speranza; di consolazione, perché i buoni Angeli non si servono della loro intelligenza, se non che nel nostro interesse e quello del nostro Padre celeste. Di tristezza, perché in Adamo noi possedevamo un’intelligenza simile alla loro, esente da errore e noi l’abbiamo perduta. (Id. I p. q. XCIV, art. 1 et 4, cor.). Di speranza, perché noi la ritroveremo in cielo, e già ne possediamo le primizie negli splendori della fede. – Dalla incorporeità degli angeli nasce la loro agilità. – Come essere finito, l’Angelo non può essere dappertutto nel tempo stesso, ma tale è la rapidità de’ suoi movimenti, che equivalgono quasi all’ubiquità. « L’Angelo, dice san Tommaso, non è composto di diverse nature, di modo elle il movimento dell’una impedisca o ritardi il movimento dell’altra; come avviene all’uomo, in cui il movimento dell’anima è contenuto dagli organi. Ora dunque, siccome nessun ostacolo lo ritarda né lo impedisce, l’essere intellettuale si muove in tutta la pienezza della sua forza. Per lui lo spazio sparisce. Così, i principi della Città del bene possono a un colpo d’occhio, essere in un luogo, ed, in un altro colpo d’occhio, in altro luogo senza durata intermedia. (I p. q. LIII, art. 3, ad 3; q. LXII, art. 6, cor.). Tale è d’altro canto la loro sottigliezza, che i corpi più opachi sono per essi meno di un velo diafano che per i raggi del sole. Come agilità, la forza degli Angeli prende la sua sorgente nell’essenza del loro essere, il quale partecipa più abbondantemente d’ogni altro dell’essenza divina, forza infinita.(Diamo a questa partecipazione il significato delle parole di san Pietro: divinæ consortes naturæ. Ciò che non è del panteismo Cosi l’una e l’altra sorpassano tutto ciò che noi conosciamo d’agilità e di forza nella natura, vale a dire che esse sono incalcolabili e si esercitano sul mondo e sull’uomo. Sul mondo: gli Angeli sono quelli che gli imprimono il moto. Tutte le creature materiali, come inerti di loro natura, sono nate per essere messe in movimento dalle creature spirituali, siccome il nostro corpo e l’anima nostra. « È legge della divina sapienza, insegna l’angelico dottore, che gli esseri inferiori siano mossi dagli esseri superiori. Ora la natura materiale essendo inferiore alla natura spirituale, è manifesto ch’essa è posta in movimento da esseri spirituali. Tale è l’insegnamento della filosofia e della fede. » (I p. q. ex, art. 3, cor.). Ora, la forza d’impulsione della quale gli Angeli sono dotati è cosi grande, che basta un solo per mettere in moto tutti i corpi del sistema planetario; e benché sia ad oriente la sua azione, secondo un’antica credenza conservata pure presso i pagani, si fa sentire a tutte le parti del pianeta. Di guisa che lo stesso uomo, la cui mano pone in azione la ruota maestra di un’immensa macchina produce senza cambiar di luogo, il movimento di tutte le ruote secondarie. (Viguier, p. 81). La conseguenza logica di questa forza d’impulsione è che gli Angeli possono spostare i corpi più voluminosi e trasportarli dove vogliono con una tale rapidità che sfugge al calcolo. Secondo sant’Agostino la forza naturale dell’ultimo degli Angeli è tale, che tutte le creature corporee e materiali gli obbediscono quanto al moto locale, nella sfera della loro attività, a meno che Iddio o un Angelo superiore non vi ponga ostacolo. Se dunque Iddio lo permettesse, un Angelo solo trasporterebbe un’intera città da un luogo ad un altro, come l’hanno fatto per la santa Casa di Loreto trasportata da Nazaret in Dalmazia, e di Dalmazia al luogo ove riceve oggi gli omaggi del mondo cattolico. (Apud Viguier, p. 81). Non solamente gli Angeli imprimono il moto al mondo materiale, ma lo conservano, sia impedendo ai demoni di portare la perturbazione nelle leggi che presiedono alla sua armonia, ossia vegliando al mantenimento perpetuo di quelle leggi ammirabili. « Tutta la creazione materiale, dice sant’Agostino, è amministrata dagli Angeli. – Perciò nulla impedisce di dire, aggiunge san Tommaso, che gli Angeli inferiori sono preposti dalla sapienza divina al governo dei corpi inferiori, e i superiori al governo dei corpi superiori, e in fine, i più elevati, all’adorazione dell’Essere degli esseri. » (Tota creatura corporats administratur a Deo per angelos, ut Aug. dicit, tib. III, De Trinit, c. IV et V). Non bisogna dunque illudersi: l’ordine meraviglioso che ci colpisce nella natura e soprattutto nel firmamento, è dovuto non al caso, non alla forza delle cose, non a leggi immutabili, ma all’azione continua dei principi della Città del bene. [Questo intervento degli angeli, che san Tommaso e gli antichi filosofi ammettevano per spiegare il moto dei globi celesti, può benissimo conciliarsi con le cognizioni che abbiamo ora dalle scienze naturali, in specie dall’astronomia, in questo senso, che gli angeli cioè senza effettuare immediatamente cotesti moti, presiedano alle leggi fìsiche, che direttamente li producono. (N. d. Ed.)]. –  Sotto gli ordini del loro re, essi conducono gli immensi globi che compongono la splendida armata dei cieli, come tanti ufficiali conducono i loro soldati, come i capi del treno conducono le terribili macchine; con questa differenza che gli ultimi possono ingannarsi, i primi giammai. A malgrado della spaventosa rapidità che imprimono a queste masse gigantesche, essi le mantengono però nella loro orbita, facendo percorrere ad ognuna la sua ruota con una precisione matematica. Un giorno solamente, che sarà l’ultimo dei giorni, questa magnifica armonia sarà rotta. All’avvicinarsi del Giudice supremo, allorché tutte le creature si armeranno contro l’uomo colpevole, i potenti conduttori degli astri, rovesceranno l’ordine del sistema planetario, allora le nazioni, inorridiranno di timore nell’aspettativa di ciò che deve succedere. (Corn. a Lap. in Matth., XXIV, 29). Sull’uomo: In virtù della stessa legge di subordinazione gli esseri spirituali di un ordine inferiore sono sottomessi all’azione degli esseri spirituali di un ordine superiore. Così l’uomo è soggetto corpo e anima, alle potenze angeliche e gli Angeli non sono a lui soggetti. Bisognerebbe scorrere tutta la Scrittura qualora si volessero

riferire le diverse operazioni degli Angeli sul corpo dell’uomo. – Citiamo soltanto l’esempio del profeta Abacuc trasportato da un angelo dalla Palestina in Babilonia, a

fine di portare il suo nutrimento a Daniele rinchiuso nella fossa coi leoni. Citiamo altresì l’esercito del re d’Assiria Sennacheribbe, del quale cent’ottantacinque mila uomini sono tagliati a pezzi da un Angelo in una notte. Ricordando questo fatto a proposito delle dodici legioni d’angeli che Nostro Signore avrebbe potuto chiamare intorno a sé nell’orto degli Ulivi, san Crisostomo esclama con ragione: « Se un Angelo solo ha potuto mettere a morte cent’ottantacinque mila soldati che cosa non avrebbero fatto dodici legioni d’angeli? » (In Matth. XXVI, 3). Si potrebbe aggiungere il passo cosi noto dell’Angelo sterminatore, al quale pochi istanti bastarono per fare perire tutti i primogeniti degli uomini e degli animali nel vasto regno d’Egitto. Quanto alla nostra anima, Ali angeli possono esercitare, e in realtà esercitano su di lei una azione a quando a quando ordinaria e straordinaria, di cui è difficile misurare la potenza. L’intelletto deve ad essi i suoi lumi più preziosi. « Le rivelazioni delle cose divine, dice il gran san Dionigi, giungono agli uomini per mezzo degli Angeli. » (Revelationes divinorum. perveniunt ad homines mediantibus

angelis. Cælest hierarch., c. IV). – Dalla prima sino all’ultima tutte le pagine dell’antico e del nuovo Testamento verificano le parole dell’illustre discepolo di san Paolo. Abramo, Lot, Giacobbe, Mosé, Gedeone, Tobia, i Maccabei, la SS. Vergine, san Giuseppe, le sante donne e gli Apostoli sono istruiti e diretti da questi spiriti amministratori dell’uomo e del mondo. Noi vedremo che l’Angelo custode compie certo con meno splendore, ma non con meno realtà le stesse funzioni rispetto all’anima affidata alla sua sollecitudine. Questa illuminazione così potente intorno alla condotta della vita ha luogo in parecchie maniere. Ora l’Angelo fortifica l’intelletto dell’uomo, affinché possa concepire la verità; ora gli presenta immagini sensibili, mediante le quali egli può conoscere la verità, perché senza di esse non conoscerebbe. A questo modo si conduce l’uomo medesimo nell’istruirne un altro. (S. Th.. p. q. CXI, art. 1, corp.). Si tratta per caso della volontà? È vero che gli Angeli, buoni o malvagi, non possono forzare le sue determinazioni, imperocché l’anima resta sempre libera; ma l’esperienza universale insegna quanto le ispirazioni degli Angeli buoni e le suggestioni degli angeli cattivi sono efficaci, per condurci al bene come al male. Tanto gli uni che gli altri, traggono gran parte della loro forza dalla potenza che hanno i principi della Città del bene e della Città del male, di agire profondamente sopra i sensi esteriori. Mercé di essi, i demoni affascinano l’immaginazione con lusinghiere immagini che tolgono al male la sua bruttura, e lo rivestono dell’apparenza di bene; sommuovono tutta la parte inferiore dell’anima e accendono in tal modo la concupiscenza. Al contrario i buoni Angeli allontanano le nubi dell’errore e le tenebre delle passioni, riconducono i sensi alla loro natia purezza, e producono come una seconda veduta, mediante cui le cose si presentano agli apprezzamenti dell’anima sotto il vero loro aspetto. In certi casi, gli Angeli possono altresì privare l’uomo dell’uso dei suoi sensi, come avvenne agli abitanti di Sodoma. A questa legge si ricollega la lunga serie dei fatti del soprannaturale divino e del soprannaturale satanico, che riempiono gli annali di tutti i popoli, e di cui la ragione non può molto meno spiegare la natura o disconoscere la causa, come non può negarne l’autenticità. (I p. q. CVI, art. 2, corp.; q. CXI, art. 3 et 4 corp., etc.). I Pagani meno ignoranti o meno ostinati nell’errore dei nostri razionalisti moderni, che non avevano inventato ancora il sistema delle leggi immutabili, proclamano altamente e senza restrizione il libero governo dell’uomo e del mondo, mediante le potenze angeliche. Oltre le testimonianze già citate, abbiamo quella di Apuleio. Esso è talmente esplicito, che direbbesi una pagina del libro di Giobbe. « Se, dice egli, è sconveniente per un re di far tutto, e governare tutto da sé medesimo, egli è molto più per Iddio. Per conservar a lui tutta la sua maestà, bisogna dunque credere che Egli stia assiso sul suo sublime trono e che governi tutte le parti dell’universo con le potenze celesti. Infatti egli governa il mondo inferiore mediante le loro cure: perciò non gli occorre né fatica, né calcoli, cose di cui l’ignoranza o la debolezza dell’uomo hanno bisogno. « Quando dunque il re ed il padre degli esseri che noi non possiamo vedere, fuorché con gli occhi dell’anima, vuol porre in movimento l’immensa macchina dell’universo, risplendente di stelle, fulgida di mille bellezze, regolata dalle sue leggi ei fa, se dirlo è permesso, come facciamo nel momento di una battaglia. Al suono della tromba i soldati, animati dai suoi accenti, si pongono in moto; chi piglia la sua spada, chi il suo scudo; quelli la loro corazza, il loro elmo, i loro stivali; questi inforca il suo cavallo, l’altro attacca i suoi cavalli alla quadriga, ciascuno con ardore si prepara. I veliti formano le loro file, i capitani fanno la loro ispezione e i cavalieri ne pigliano il comando. Ognuno si occupa del suo ufficio. Ciononostante tutto l’esercito obbedisce ad un sol generale che il re pone alla sua testa. Cosi avviene lo stesso nel governo delle cose divine ed umane. Sotto gli ordini di un solo capo, ciascuno conosce il suo dovere e lo compie, quantunque esso non conosca la molla segreta che lo fa agire e che questa potenza sfugge agli occhi del corpo. Prendiamo un esempio in un ordine meno elevato. Nell’uomo l’anima è invisibile. Però bisognerebbe essere pazzo per negare che tutto ciò che l’uomo fa, viene da questo principio invisibile. A lui deve la vita umana e la sua sicurezza, i campi la loro cultura, i frutti il loro uso; le arti il loro esercizio; insomma tutto quel che fa l’uomo. »(De mando lib. unus, p. 148). Bossuet è stato dunque l’eco della fede universale, allorquando ha pronunziato questa magistrale parola: « La subordinazione delle nature create chiede che questo mondo sensibile ed inferiore sia diretto dal superiore ed intelligibile, e la natura corporea dalla natura spirituale. (Sermone per la festa dei SS. Angeli p. 402, t. XVI, edit. Lebel. – Che l’uomo dunque se ne ricordi. Come il mondo materiale è governato dalle potenze angeliche, egli stesso è posto sotto l’azione immediata di un angelo buono o malvagio. Non una parola, non una azione, non un minuto nella sua esistenza che non sia influenzato da una o dall’altra di queste potenti creature. Ma è dolce il pensare che il potere dei principi della Città del bene supera quello dei principi della Città del male. « In Dio, dice l’Angelo delle Scuole, è la sorgente principale di ogni superiorità. Quanto più esse si accostano a Dio, tanto più le creature partecipano di Esso e tanto più sono perfette. Ora, la perfezione più grande, quella che si accosta più di tutto a quella di Dio, appartiene agli esseri che godono di Dio medesimo; tali sono gli Angeli buoni. I demoni sono privi di questa perfezione. Ecco perché i buoni angeli sono superiori a loro in potenza, e li tengono soggetti al loro impero. – Di qui deriva, come conseguenza, che l’ultimo degli Angeli buoni comanda al primo dei demoni, atteso che la forza divina, alla quale egli partecipa, la vince sulla forza della natura angelica. » (Dicendum quod angelus, qui est inferior ordine naturæ, praeest dæmonibus, quamvis superioribus ordine naturæ; quia virtus divinæ justitiæ, cui inhærent boni angeli, potior est quam virtus naturalis angelorum. I p. q. CIX, art. 4 corp. et ad 3)

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (IX)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO VIII

Il Re della Città del bene.

Lo Spirito Santo, Re della Città del bene: Perché? — Risposta della teologia— Nomi diversi del Re della Città del bene: Spirito Santo, Dono, Unzione, Dito di Dio, Paracleto — Spiegazione particolareggiata di ciascuno di questi nomi.

 L’ordine visibile non è che il riflesso dell’ordine invisibile. Nei governi della terra l’ordine si compone essenzialmente di una autorità suprema e di autorità subalterne, incaricate di eseguire la volontà della prima. Non può concepirsi veruna società senza questi due elementi. Cosi avviene del pari della città del bene e della città del male. Sì nell’una, come nell’altra il governo si compone di un re e di ministri, di potenza disuguale, soggetti ai suoi ordini. Ora, come l’abbiamo indicato, il Re della Città del bene è lo Spirito Santo. Perché si attribuisce allo Spirito Santo e non al Figliuolo o al Padre, la gloriosa monarchia della città del bene? La Teologia cattolica risponde: «Quantunque tutte le opere esteriori della Santa Trinità, opera ad extra, siano comuni alle tre Persone, pur tuttavia, per appropriazione la lingua divina attribuisce allo Spirito Santo le opere, in cui l’amor di Dio si manifesta con uno splendore più marcato. Cosi la potenza è attribuita al Padre, la sapienza al Figliuolo, la bontà allo Spirito Santo. Con tutto ciò in queste tre Persone, la potenza, la sapienza e la bontà è una e indivisibile: come è una e indivisibile, la divinità, l’essenza e la natura. » – Essendo la città del bene la creazione più magnifica dell’amor di Dio, a giusto titolo la monarchia viene attribuita allo Spirito Santo, amore consustanziale del Figliuolo e del Padre. Il fondamento, o come parla la Scrittura, la pietra angolare di questa città è il Verbo incarnato. Ora dunque, l’incarnazione del Verbo è l’opera dello Spirito Santo. Con la sua ordinaria profondità, l’angelo della scuola mostra l’esattezza di questo linguaggio, dicendo: « Il concepimento del corpo di Gesù Cristo è senza dubbio l’opera di tutta la Trinità. Nondimeno, essa è attribuita allo Spirito Santo, e ciò per tre ragioni.

« La prima perché ciò conviene alla causa dell’Incarnazione, considerata dal lato di Dio. Difatti lo Spirito Santo è l’amor del Padre e del Figliuolo. Ora è un effetto dell’immenso amore di Dio che il Verbo si sia rivestito di carne nel seno di una vergine. Quindi la parola di san Giovanni: Iddio ha amato il mondo sino al punto di dargli l’unico suo figliuolo.

« La seconda, perché ciò conviene alla causa dell’Incarnazione, considerala dal lato dell’umana natura. Con ciò si capisce perché la natura umana è stata presa dal Verbo e unita alla sua Persona divina senza alcun merito da parte sua; ma unicamente per un affetto della grazia che è attribuita allo Spirito Santo secondo la parola dell’Apostolo: Le grazie sono diverse ma vengono dallo stesso Spirito.

« La terza, perché conviene ciò all’intento dell’Incarnazione. Difatti il fine dell’incarnazione era che l’uomo che stava per essere concepito fosse santo e Figlio di Dio. Ora la santità e la figliolanza divina sono attribuite allo Spirito Santo. Prima di tutto è da Lui che gli uomini divengono figli di Dio, come l’insegna l’Apostolo san Paolo ai Galati: Perché voi siete figli di Dio, Iddio ha inviato lo Spirito del suo Figlio nei vostri cuori, gridando: Salve, o Padre. Di poi Egli è lo Spirito di santificazione, come lo stesso Apostolo lo scrive ai Romani. Perciò nella stessa guisa che è mediante lo Spirito Santo che gli altri uomini sono santificati spiritualmente, a fine di essere i figli adottivi di Dio; così il Cristo, l’uomo per eccellenza, il novello Adamo, è stato concepito nella santità mediante lo Spirito Santo, a fine d’essere il Figlio naturale di Dio. « Tale è l’insegnamento dell’Apostolo, il quale parlando di nostro Signore dice: Chi è stato predestinato Figliuolo di Dio in potenza, aggiungendovi subito: Secondo lo Spirito santificante; vale a dire, perché è stato concepito dallo Spirito Santo. Finalmente l’Arcangelo, annunziando l’effetto di questa promessa, cioè: lo Spirito Santo sopravverrà in te, conclude: perchè l’essere santo che da te nascerà sarà chiamato il Figliuolo di Dio. 1 » (S. Th.., p. III, q. XXXII,  art. 1, corp.).

Re della Città del bene, perché ne ha formato la base viva; lo Spirito Santo l’é altresì, perché ne è l’anima e la vita. Circolando Egli in tutte le parti di questo gran corpo, come il sangue circola nelle nostre vene e la luce nell’aria, così la sua carità lo ispira, la sua sapienza lo governa, la sua beltà lo abbellisce, la sua potenza lo protegge. (Omnipotens sempiterne Deus, cujus Spiritu totum corpus Ecclesiæ sanctifìcatur et regitur. Orat., Eccl. inter divers.) All’oggetto di conoscere la natura e il modo delle sue comunicazioni divine, in altri termini il governo del Re della Città del bene, accostiamoci con rispetto misto ad amore al trono ove è assiso, e vediamo Qual è in se stesso questo divino Re. Il conoscerlo è tutto quel che vi è di più alto a farci desiderare di vivere sotto il suo impero.Conoscere un essere, vuol dire sapere il suo nome; chi ci dirà i nomi propri del Re della Città del Bene? Egli solo; imperocché l’Essere infinito può solo nominarsi. Ora Egli si chiama: Spirito Santo, Dono, Unzione, Dito di Dio, Paracleto. Che la più vasta intelligenza creata prenda queste parole divine nel loro più alto significato, e si ricordi che, a malgrado di tutti gli sforzi, rimarrà sempre infinitamente al disotto delle sublimi realtà ch’essi esprimono. Tal è il suo dovere, studiando l’Ineffabile. Egli si chiama Spirito Santo,

Spiritus Sanctus.

Spirito. Le altre due persone divine, il Padre, ed il Figliuolo, sono altresì degli Spiriti e Spiriti Santi. Tutti gli Angeli del cielo e tutte le anime beate lo sono del pari. Perché dunque attribuire ad un solo il nome comune a parecchi ? « È vero, risponde san Tommaso, la Trinità nella sua natura e nelle sue Persone, è Spirito Santo. Contuttociò, siccome la prima Persona ha un nome proprio, che è quello di Padre; e la seconda quello di Figlio, si è lasciato alla terza il nome di Spirito Santo, per distinguerla dalle due altre e per fare intendere la natura delle sue operazioni.

« Questo nome la distingue; poiché designa la Persona divina che procede mediante l’amore. Indica la natura delle sue operazioni, imperocché nelle cose corporee, la parola Spirito significa un certo impulso. Di qui deriva che noi chiamiamo spirito, l’alito e il vento. Ora, proprietà dell’amore è di spingere la volontà di colui che ama verso l’oggetto amato, e la santità si attribuisce alle cose che tendono a Dio. È dunque con grande proprietà di linguaggio che si chiama Spirito Santo la terza Persona della Trinità, la quale procede mediante l’amore, amore pel quale noi amiamo Dio. » (S. Th., I, p . q. XXXVI, art.1, corp.). – È vero ancora che gli Angeli e le anime beatificate sono tanti spiriti santi; ma essendo semplici creature, non sono santi che per grazia, mentre lo Spirito Santo è Santo per natura e la stessa santità. È dunque arcigiustissimo che lo si chiami per eccellenza lo Spirito Santo. Come quello del Padre e del Figlio, il nome dello Spirito Santo viene, non dagli uomini, ma da Dio medesimo. Di questa conoscenza siamo debitori alla Scrittura che lo ripete più di trecento volte, tanto nell’antico che nel nuovo Testamento.

Santo. Santo vuol dire puro, privo di composizione. Il Re della Città del bene è appellato santo perché è l’Essere propriamente detto; l’essere puro da ogni miscuglio e la sorgente di ogni purità. Quel che è l’Oceano alla pioggia che feconda la terra, e alle rugiade che la rinfrescano, cosi è lo Spirito Santo alla santità ed anche più. Non è solamente il serbatoio inesauribile, ma ne è il principio eterno ed eternamente fecondo. Ora, è verità d’ordine morale come d’ordine materiale, che la cagione del male, e per conseguenza della vergogna e del dolore, è il miscuglio, il dualismo o per dire la vera parola l’impurità. Comunicandosi alle creature che cosa fa lo Spirito di santità? Elimina gli elementi eterogenei che le disonorano e le fanno soffrire. Quanto più questa comunicazione è abbondante, tanto più le creature si semplicizzano; e quanto più si semplicizzano, tanto più si perfezionano; imperocché più che mai esse si accostano alla loro purità nativa ed alla purità ineffabile del loro Creatore e del loro modello. Ma a misura che esse si perfezionano, tanto più diventano belle e felici. Da queste nozioni fondate sull’essenza stessa delle cose, risulta che la santità è il principio unico della bellezza e della felicità. Poiché il Re della Città del bene essendo la santità medesima, possiamo giudicare se è glorioso, e se è dolce il vivere sotto le sue leggi. – Le creature materiali medesime ci rivelano qualcuna delle ricchezze racchiuse in questo nome misterioso dello Spirito Santo. Si può dire che fra tutti gli elementi, l’alito e il vento è il più necessario. Per esso vive tutto ciò che respira. Esso è il più forte; noi lo abbiamo visto sradicare in meno di sette minuti, cento mila piedi di alberi secolari sopra una estensione di tre leghe. (Tromba di Fuans -Doubs-, 11 luglio 1855). Ogni giorno i naviganti lo vedono mettere a nudo gli abissi del mare, sollevando fino alle nubi la pesante massa delle loro acque. Esso è il più carezzevole: chi non ha invocato con ardore la sua azione benefica in mezzo dei cocenti calori della state e non l’ha sentita con delizia? Esso è il più indipendente, il più utile, il più misterioso. Il vento è il principio sempre attivo che purifica le nostre citta, le nostre campagne e le nostre abitazioni; nessuno lo può incatenare. Egli è il veicolo della parola, e mediante essa il legame necessario della società. In un ordine più elevato, vale a dire più reale, lo Spirito Santo è tutto ciò. Egli è vita, è forza, è dolcezza è purificatore, è il legame universale. In lui tutto è uno; e sebbene abiti il cielo, la terra ed il purgatorio, l’immensa Citta della quale è re, non forma che uno stesso corpo, obbedendo allo stesso impulso. Da ciò viene che san Cipriano lo chiama l’anima del mondo: « Questo divino Spirito, dice il glorioso martire, anima di tutto ciò che è, riempie talmente gli esseri della sua abbondanza che le creature inintelligenti come le creature intelligenti ricevono ciascuna nel suo genere, e resistenza ed i mezzi d’agire conforme alla loro natura. Non è che Egli sia lui stesso sostanzialmente l’anima di ciascuna di esse; ma come distributore magnifico della sua pienezza egli comunica a ciascuna creatura e le fa proprie le sue divine influenze: simile al sole che dà il calore e la vita a tutta la natura, senza diminuzione né esaurimento. » (Serm. De Pentecost. in Biblioth. vetus. homil. etc.). Egli si chiama Dono. Tale è il nome proprio, il vero nome del Re della Città del bene. Chi ne dirà le incomprensibili ricchezze? Il dono è quello che si dà senza intenzione di ricambio; il che importa l’idea di donazione gratuita. Ora, la ragione di una donazione gratuita è l’amore: noi non diamo gratuitamente una cosa a qualcuno, se non perché gli vogliamo del bene: cosicché la prima cosa che noi gli diamo, è il nostro amore. Donde ne segue manifestamente, che l’amore è il primo dono, poiché è per lui che noi diamo gratuitamente tutto il resto. – Ne segue altresì che lo Spirito Santo essendo lo stesso amore, è il primo di tutti i doni, la sorgente di tutti, il dono per eccellenza. A nessun altro conviene come a Lui questo nome adorabile, e talmente gli conviene che è il suo nome personale. Non si creda del resto che questo nome implichi nello Spirito Santo una inferiorità qualunque rispetto al Padre ed al Figlio; il pensarlo sarebbe una eresia, il dirlo una bestemmia. Esso indica soltanto la relazione d’origine dello Spirito Santo nei suoi rapporti col Padre ed il Figlio che ce lo donano. Ma questo dono è lo stesso Spirito Santo, e il dono è pari al donatore, eterno, infinito, onnipotente, Dio insomma come lui. (S. Th., i, p. q. XXXVIII, art. 2, corp. et art. 1 ad 3 ; et ad Contra, – 2 S. Basii., lib. De Spir. Sancto, c. xxiv). – « Quando dunque, dice sant’Agostino, noi intendiamo chiamare lo Spirito Santo dono di Dio, dobbiamo ricordarci che questa espressione rassomiglia a quell’altra della Scrittura, Nostro Corpo di carne. Alla guisa stessa che il corpo di carne non è altro che la carne, così il dono dello Spirito Santo è lo stesso Spirito Santo. Esso è dono di Dio solamente in quanto ci è dato; ma perché il Padre ed il Figlio lo danno, ed Egli stesso si dà, non è punto ad essi inferiore; poiché è donato, come dono di un Dio, ed Egli medesimo si dà come Dio. « Nessuno infatti può dire, che non sia padrone di sé medesimo e perfettamente indipendente, poiché trovasi scritto di lui: Lo Spirito spira dove vuole. L’apostolo aggiunge: Tutte queste cose, è il solo e medesimo Spirito che le fa, distribuendo i suoi favori a ciascuno com’Egli l’intende. In tutto questo non bisogna dunque vedere né inferiorità in colui che viene donato, né superiorità in quelli che donano; ma l’ineffabile concordia del donato e dei donatori. » (De Trinit., lib. XV, c. XVII, n° 86). Cosi, amore donato, amore infinito, amore vivente, amore principio, amore Dio: tale è lo Spirito Santo. Ora, la proprietà dell’amore è di tendere all’unione; e la proprietà dell’amore infinito è di tendere all’unione infinita. L’unione infinita è l’unità. Fare, secondo il voto del Verbo incarnato, che tutti gli uomini siano uno, un tra loro, uno con Dio, di una verità simile a quella delle tre Persone dell’augusta Trinità; procurare con questa unità universale, la pace, la felicità, la deificazione universale; ecco l’unico pensiero del Re della Città del bene, lo scopo supremo al quale si riferiscono tutte le leggi, tutti i moti del suo governo. O uomo, chiunque tu sia, niente e polvere; se tu consideri la tua nudità, la tua impotenza, la tua triplice nullità di spirito, di cuore e di corpo, quale amore irresistibile non deve destare in te questo titolo adorabile di dono, sotto il quale il Re della Città del bene si rappresenta al tuo pensiero ! Quale energica volontà di vivere sotto le sue leggi! Tu non hai nulla e tu hai bisogno di tutto; lo Spirito Santo è il dono che racchiude tutti i doni: dono della fede che illumina; dono della speranza che consola, dono della carità che deifica; dono dell’umiltà, della pazienza, della santità, dono della conversione e della perseveranza; dono di tutti i beni dell’anima e del corpo. In nome dei tuoi bisogni, dei tuoi pericoli, e delle tue pene; in nome dei bisogni, dei pericoli e delle pene dei tuoi parenti, dei tuoi amici, della società e della Chiesa, sii il suddito fedele del Re nella Città del bene. Invoca con tutta la vivacità della tua fede lo Spirito Dio, dono e donatore, che desidera Egli stesso ardentemente di comunicarsi a te. In lui solo tu troverai tutti i beni, unum bonum in quo sunt omnia bona. Fuori di Lui tutti i mali: indigenza per il tuo cuore; vanità per il tuo spirito, malessere per la tua vita, terrori per la tua morte, supplizi per l’eternità. Egli si chiama unzione, unctio. Fra un numero grande di mirabili significati, unzione vuol dire sapienza e luce. Siccome esso è l’amore per essenza, cosi il Re della Città del bene è la stessa sapienza, la luce senz’ombra, la luce eterna, il sole senza eclisse. Egli partecipa la sua pienezza ai suoi sudditi, e inonda il suo impero. Partecipandone i suoi sudditi diventano tutto ciò che vi ha di più grande tra gli uomini: come Re, Sacerdoti, Profeti. – Come Re: invece d’essere dominati, dominano; invece d’essere servi della materia, delle creature, dei sensi, delle passioni degli angeli ribelli, essi gli tengono incatenati ai loro piedi. Né le promesse, né le minacce, né i rovesci, né le infermità, né le tentazioni fanno cadere la corona dal loro capo, né lo scettro dalle loro mani. La loro autorità diretta dall’eterna sapienza, ha per carattere l’equità, la dolcezza, la forza. (Sap. VIII, 1, e IX, 23) – Come Sacerdoti: essi si servono del loro dominio sulle creature e sopra sé medesimi, per fare di tutto ciò che è creato, di tutto ciò che posseggono, di tutto quel che essi sono, un grande olocausto a Dio, da cui tutto è disceso e a cui tutto deve ritornare. Come Real sacerdote, come popolo amato fra tutti i popoli, dovunque regnano i figli della città del bene, si fa la luce, l’ordine si stabilisce, la civiltà si sviluppa, le nazioni prospere procedono tranquillamente nella loro via. Ne volete la prova? interrogate la storia, e date un’occhiata al mappamondo. Come Profeti; le loro parole e le opere loro, più eloquenti delle loro parole, fanno irradiare sulla terra la luce divina da cui sono inondati. Esse proclamano incessantemente le eterne leggi dell’ordine, l’esistenza del mondo futuro, il gran giorno della giustizia e la duplice dimora di felicità o d’infelicità senza fine oltre la tomba. – « Di più, esclama un Padre della Chiesa, ciò che l’occhio umano può appena scorgere attraverso folte nubi, ciò che tutti i sapienti pagani non fanno altro che intravedere, i cittadini della Città del bene lo vedono chiaramente. Il loro corpo è sulla terra, la loro anima legge nei cieli: essi vedono come Isaia, il Signore assiso sopra un trono eterno. Come Ezechiele, vedono Colui che riposa sopra i Cherubini. Come Daniele, vedono i milioni di Angeli che lo circondano. Un omiciattolo, exiguus homo, vede con un solo sguardo il principio e la fine del mondo, la metà dei tempi, la successione degli imperi. Egli sa ciò che non ha mai imparato; imperocché in esso è il principio di ogni luce. Con tutto che rimanga uomo, ei riceve dal Re della Città del bene una scienza potente che va sino a scoprirgli le segrete azioni altrui. « Pietro in persona non era con Anania e Safira allorquando essi vendevano il loro campo: ma vi era per mezzo dello Spirito Santo. Perché, dice egli, satana ha tentato il vostro cuore sino al punto da farvi mentire allo Spirito Santo? Non v’era né accusatore, né testimonio. Come dunque lo sapeva egli? Non eravate voi liberi, soggiunge, di tenere il vostro campo, e quel che avete venduto non vi apparteneva? Perché dunque avete voi formato questo cattivo disegno? Così quest’uomo ignorante possedeva per la grazia dello Spirito Santo, una scienza che tutti i sapienti della Grecia non conobbero mai. Non trovate voi la stessa scienza in Eliseo? Assente, egli vede Giezi ricevere i doni di Naaman, ed al suo ritorno egli gli dice: Che forse il mio spirito viaggiava con te, poiché il mio corpo era qui; ma lo spirito che Iddio mi ha dato conosce ciò che accade lontano. Vedete come il Re della Città del bene illumina quando vuole, i suoi sudditi, toglie loro l’ignoranza e gli arricchisce di scienza. » (S. Cyrill., Hier., Catech., xvi). – Egli si chiama: DITO DI DIO, digitus Dei. Questo nome di una incomparabile ricchezza indica a un tempo la successione del Re della Città del bene, e la sua infinita potenza, come pure la diversità dei suoi doni e delle sue operazioni nell’eterna unità dell’amore. Ogni volta che l’uomo, come immagine di Dio, studierà sopra sé medesimo, accerterà la giustizia di questo nome divino. Come i diti procedono dalla mano e dal braccio senza essere staccati, cosi lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo, ai quali resta unito inseparabilmente.(Cor. a Lap. in Exod., VIII, 19). In tutte le lingue il braccio, la mano e i diti significano la potenza e l’azione, di cui sono gli istrumenti necessari. Di qui, il nome di dito di Dio, adoperato cosi sovente dalla Scrittura per notare l’azione onnipotente di Dio sulle creature, materiali o spirituali. Benché in Dio la forza attrice sia unica, essa è però molteplice e multiforme nelle sue opere. Di qui ancora, la Scrittura che parla di tanto in tanto dei diti e del dito di Dio. Cosi il Profeta Isaia ci rappresenta l’onnipotente che solleva il globo con tre diti. (Is., XL, 12). Davide dice al Signore che i cieli sono l’opera dei suoi diti. (Ps. VIII, 4). Mosè annunzia che le Tavole della legge sono scritte col dito di Dio; ed i maghi di Faraone, impotenti a contraffare certi miracoli operati da Aaron e dal suo fratello esclamano: Il dito di Dio è qui.  (Exod., XXX, 18, e 19). Qual nome poteva meglio di questo convenire allo Spirito Santo? Noi lo domandiamo all’uomo medesimo. Non fa egli ogni cosa con le sue dita? Se il genere umano non ne avesse avute, nessuna delle opere meravigliose delle quali è ricoperta la faccia del globo, esisterebbe. Se oggi cessa d’averne, domani tutti questi monumenti non saranno che rovine: lui stesso morrà. Così dunque co’ suoi diti o con quelli dello Spirito Santo, Iddio opera tutte le sue meraviglie, poiché tutte sono opera dell’amore. – Le dita delle nostre mani non servono soltanto a creare, servono pure a pigliare, a dividere, e a distribuire. La loro lunghezza e la loro forza disuguale, gli costituiscono in una mutua dipendenza e formano la bellezza della mano. Così è per mezzo dello Spirito Santo che Iddio somministra e distribuisce a ciascuna creatura i doni che gli riserba; e ciò in proporzioni ineguali; ad una più, all’altra meno, secondo le regole della sua infallibile sapienza. Disuguaglianza necessaria donde resulta la mutua subordinazione degli esseri tra loro, la base di ogni ordine, il principio di ogni armonia nel cielo e sulla terra. E malgrado la molteplicità del loro numero, la diversità delle loro forme, la varietà dei loro movimenti, le dita inseparabilmente unite tra di loro, obbediscono allo stesso impulso. I doni e le opere dello Spirito Santo, comecché sieno varii, procedono dallo stesso principio. Considerate i cieli e la terra; interrogate l’une dopo le altre le innumerevoli creature ch’essi racchiudono; stelle o soli, monti o valli, cedri o viole, tutte vi diranno: È un solo e medesimo Spirito che ci ha fatte: Hæc autem omnia operatur unus atque idem Spiritus. Alzate i vostri sguardi sopra una creazione più magnifica; contemplate gli ordini e le gerarchie di beltà e di disuguale potenza del mondo angelico: esse vi diranno ancora; Questo è un solo e medesimo Spirito che ci ha fatte: Hæc autem omnia operatur unus atque idem Spiritus. Abbassate il. vostro sguardo sul cielo della terra, la Chiesa, madre e modello di tutte le società incivilite. Donde vengono a lei i doni interni ed. esterni, i quali per la loro brillante varietà formano la sua potenza e la sua gloria? Una voce risponde: « Vi è diversità di doni, ma non vi è che un medesimo Spirito; diversità di operazioni, ma non vi ha che uno stesso Dio che opera tutto in tutti. Uno possiede il dono di parlare con sapienza, l’altro con scienza. Un altro il dono della fede; un altro il dono di guarigione; un altro il dono dei miracoli; un altro, il dono di profezia; un altro il dono di parlare diverse lingue; un altro il dono d’interpretarle. Ora questo è un solo medesimo Spirito che opera tutte queste cose: Hæc autem omnia operatur unus atque idem Spiritus. » (I Cor. XII, 4 e segg.). Lavorando ciascuno nella sua sfera tutte le nostre dita tendono allo stesso fine, cioè alla perfezione dell’opera da loro intrapresa. Come tutte le dita di Dio, così tutte le meraviglie dello Spirito Santo tendono ad un fine unico: realizzare nella Città del bene la più perfetta concordia, la più completa unità che si possa concepire, l’unità stessa del corpo umano e la concordia delle sue membra. Come il nostro corpo che è uno, è composto di parecchie membra, e tutte le membra del corpo sebbene numerose non sono tutte che un corpo solo; parimente nella Città del bene, che è il regno dello Spirito Santo e il corpo del Verbo incarnato. Come tutte le membra del corpo lavorano le une per l’altre, e che nessuna può soffrire senza che soffrano tutte le altre, né ricevere onore senza che tutte le altre non se ne rallegrino; cosi accade fra i membri della grande Città, della quale lo Spirito d’amore è la artefice, il re, l’anima, ed il vincolo.1S. Aug. Quæst. Evang. lib. II, etc. Che ideale magnifico! e quest’ideale imperfettamente realizzato sulla terra, lo sarà completamente nell’eternità. Sotto qual titolo possiamo noi invocare lo Spirito Santo che sia in rapporto con i nostri bisogni, quanto quello di dito di Dio? Potenza, bontà, istrumento di miracoli, Spirito Santo, dito di Dio, mescolatevi attivamente nelle nostre faccende e di quelle del mondo attuale. Giudicate la vostra propria causa, riparate, alzate i bastioni della vostra città: dissipate gli eserciti che l’assalgono, fate tacere i bestemmiatori che l’oltraggiano e voi con essi. Che lo splendore delle vostre opere confonda i vostri nemici, apra gli occhi ai ciechi, risvegli gli indifferenti, ammollisca gli induriti, forzi i moderni maghi a confessarsi vinti, affinché il campo delle anime, reso. Ai ministri della verità, riceva finalmente la cultura che sola può surrogare, con frutti di vita, i frutti di morte il cui odore infetto va a provocare sino al cielo terribili catastrofi. O Dito divino, scolpite profondamente nel nostro cuore la legge reale della Città del bene, la fede potente, l’immutabile speranza, l’immortale carità; date a ciascuno di noi l’armatura impenetrabile, della quale abbisogniamo per respingere i dardi infiammati di u nemico più che mai audace. Egli si chiama Paracleto: Paracletus. Attraente al pari degli altri, questo nome vuol dire, avvocato, esortatore, consolatore. Che nomi per un Re ! (S. Ang. in Joan., tract. CXIV, n. 2. — Exhortator, incitator, impulsor. Cor. A Lap., in Joan., XIV, 16).Ancorché lo Spirito del bene non ne avesse altri, questi non basterebbero per chiamare sotto le sue leggi tutti i popoli, tutte le tribù, tutti i membri della disgraziata famiglia umana? Come avvocato Egli difende: ma che difende Egli? La causa a cui fanno capo tutte le cause, tutti i processi, la causa delle anime, la causa dei popoli, la causa della Chiesa e del mondo, la causa dalla quale dipende l’eterna felicità o l’infelicità eterna. Dove la difende Egli? Ei la difende al duplice tribunale della giustizia e della misericordia. Della giustizia all’oggetto di piegarla e disarmarla; della misericordia a fine di ottenerne larghe effusioni di grazie, di forze, di lumi, di aiuti d’ogni genere, sia per preservare i cittadini della sua città dagli assalti del nemico, ossia per guarirli dalle loro ferite. Tribunali della giustizia e della misericordia divina, corti sovrane, dinanzi alle quali non v’è alcuno, re o suddito, popolo o particolare, che ogni giorno, ad ogni ora non abbia una causa attualmente pendente. Come difende Egli? Come sa difendere l’amore. Tutta la sua eloquenza è nei suoi sospiri. Lo Spirito Santo, scrive l’Apostolo, aiuta la nostra infermità, imperocché noi non sappiamo, né ciò che dobbiamo domandare, né come dobbiamo domandarlo; ma lo stesso Spirito domanda per noi con gemiti ineffabili. (Rom. VIII, 26). Com’è dunque profonda, gran Dio! la mia miseria, la miseria dell’uman genere! Privo di tutto e mendicante in questa valle di lacrime, io non conosco i miei veri bisogni; appena gli suppongo, e gli sento ancor meno. Se io gli vedo, ignoro il modo di chiederne il sollievo. Quale necessità maggiore d’avere un abile maestro che m’insegni a mendicare; caritatevole che mendica per me; onnipotente che mendica con successo. Il Re della città del Bene in persona mi rende questo caritatevole ufficio; Ei lo rende a tutti. Si, è di fede: lo Spirito Santo prega per me, e per me si fa mendicante. « Che cosa voglio io dire con ciò? Domanda sant’Agostino. Può lo Spirito Santo gemere, Lui che gode della felicità suprema col Padre e col Figliuolo? No certo. Lo Spirito Santo non piange in se stesso e nella beata Trinità; ma geme in noi, imperocché egli c’insegna a gemere. Insinuandoci alle orecchie del cuore che noi siamo viandanti nella valle delle lacrime; c’insegna a sospirare per la patria eterna, e questo desiderio produce i nostri gemiti. Colui che sta bene, o piuttosto che crede di star bene in questa terra d’esilio, colui che s’inebria della gioia dei sensi, e che nuotando nell’abbondanza dei beni temporali, si pasce di una vana felicità, costui non fa sentire se non che la voce del corvo; poiché la voce del corvo è schiamazzante e non gemente. « Al contrario, colui che sente il peso della vita, e che si vede ancora separato da Dio e privo della beatitudine infinita che ci ha promessa, che possiede in speranza, ma che non possederà in realtà se non il di in cui il Signore verrà splendente della sua gloria, dopo essere venuto nell’umiltà; colui che conosce ciò piange; e finché egli piange per questo, piange con profitto: poiché è lo Spirito Santo che gli insegna a piangere e ad imitare la colomba. Infatti piangono molti, allorquando sono essi colpiti da alcune avversità, o in preda ai dolori dell’infermità, o sotto i catenacci di una prigione, o nelle catene della schiavitù, o nell’onde semiaperte per inghiottirli, o nei lacci tesi dai loro nemici: ma essi non gemono di quel gemito della colomba; non è, né l’amore di Dio che gli fa gemere, né lo Spirito Santo che geme per essi. Perciò quando essi sono liberati dai loro mali, gli sentite esultare ad alta voce: il che dimostra che essi sono corvi e non colombe. » (S. Aug., in Joan., tract. VI, n. 2, opp., t. III, 1737).

Egli è Esortatore. Tutto il bene, degno di questo nome, che si compie sin dal principio del mondo, che tuttora si compie, che si compirà sino alla consumazione dei secoli, è dovuto al Figliuolo dello Spirito Santo, ai cittadini della Città del bene. Chi dà loro la volontà di farlo? il loro Re. Senza il di Lui aiuto nessuno può neppure pronunziare in modo utile per il cielo il nome del Redentore.(I Cor. XII, 3). Abele offre generosamente al Signore i suoi più pingui agnelli. Io vedo il sacrificio: dov’è l’anima che lo ispira? chi ne è l’esortatore? Il Re della Città del bene. – Noè affronta per cento anni le beffe dei suoi contemporanei e costruisce a po’ alla volta l’arca che deve salvare la specie umana. Io vedo il coraggio del patriarca e vedo la nave; ma qual è il sostegno dell’uno e l’ispiratore dell’altro? Il Re della Città del bene. Io vedo Abramo che lega sull’ara l’unico suo figlio Isacco, e sta alzando la mano per immolarlo; chi è l’esortatore e la guida dell’eroico padre dei credenti? Il Re della Città del bene. Io vedo nella serie degli antichi secoli i patriarchi, i re, ed i guerrieri d’Israele compiere mille atti splendidi, trionfare di mille difficoltà, affrontare senza timore dolori senza numero; quale fu l’anima di queste grandi anime? chi fu il loro esortatore? Il Re della Città del bene. – Nei tempi nuovi chiedete ai pescatori di Galilea chi gli ha spinti ai quattro angoli del mondo a fine di spargere dappertutto, come nubi benefiche, le divine rugiade della grazia; chi ha dato loro l’intelligenza e la forza necessarie per intraprendere le loro gravose fatiche, portare la guerra persin nel centro della Città del male, battere in breccia questa città colossale, smantellarla, minarla; e fabbricare in sua vece la città del bene? Quando occorre difendere l’opera divina, a costo di tutti i sacrifici, chi è l’esortatore dei martiri ed il sostegno del loro coraggio, in faccia ai tribunali, alle torture, ai roghi ed alle fiere dell’anfiteatro? Il Re della Città del bene. – Ciò che fu per gli Apostoli e per i martiri il divino Re, lo fu e continua ad esserlo, per i solitari, per le vergini, per i missionari, per i santi ed i fedeli, i quali in tutte le condizioni ed in tutti i paesi, ogni di intraprendono e conducono ad un fine felice l’opera eroica della loro santificazione e della santificazione degli altri. Contate se potete, il numero dei buoni pensieri, delle salutari risoluzioni, dei sacrifici d’inclinazione, di gusto, d’interesse, d’amore, di tendenze, di passioni che debbono per salvare un’anima, riempire una vita di cinquant’anni; calcolatene l’estensione e vedrete, quale buono, quale instancabile e qual potente esortatore è lo Spirito Santo.

Egli è Consolatore. Miei dilettissimi, sin qui io vi ho istruiti, diretti, consolati; ecco perché vi attrista la mia prossima dipartita. Fatevi coraggio, perché Io vi manderò in mia vece un altro consolatore che dimorerà con voi, non per un po’ di tempo come me, ma per sempre. Egli v’istruirà, vi dirigerà, vi consolerà nelle vostre pene, ne’ vostri dubbi, nelle vostre tentazioni, nei vostri incessanti combattimenti. Tale è il significato delle parole del Verbo incarnato annunziante lo Spirito Santo a’ suoi apostoli, alla Chiesa, a noi medesimi. (Joann. XIV, 16). Consolatore. Bisognava conoscer bene l’umanità per dare questo nome al Re della Città del bene. La vedete voi questa povera umanità, rovina vivente, che attraversa da sessanta secoli in qua una terra di miserie, troppo giustamente chiamata la valle delle lacrime: avvolta nelle tenebre, circondata da nemici, affranta da travagli, oppressa da dolori, rosa da cure: lasciando sul selciato della via le macchie del suo sangue, ed ai rovi i brandelli della sua carne: trascinantesi dietro una lunga catena di speranze deluse, scorgendo di lontano, come ultima prospettiva, una tomba semiaperta con misteri di decomposizione ch’essa non ardisce guardare; e al di là, gli abissi imperscrutabili di una doppia eternità? Fa d’uopo convenirne, se l’umanità ha bisogno di qualcuno, è innanzi tutto di un consolatore. Degno di questo nome veramente regio, il Re della Città del bene, è il consolatore per eccellenza: Consolator optime. La sua sovranità non ha altro scopo che di rasciugare le lacrime dei suoi sudditi, o di trasformarle in perle d’immortalità. Consolatore potente; le sue consolazioni non sono vane parole che si frangono alla superficie del cuore, ma sollievi efficaci, e intime gioie. Consolatore universale; non un patimento del corpo, non un dolore dell’anima, non un rovescio di fortuna, non un dubbio, non una perplessità, non un fallo, pei quali non abbia un rimedio, una luce, una speranza. Che l’uomo, il popolo, il secolo il quale non ha nessuna faccenda da trattare dinanzi al tribunale della giustizia e della misericordia divina; che non ha bisogno né di lumi per conoscere il bene, né coraggio per intraprenderlo, né perseveranza per compierlo, né consolazione nelle sue pene, insomma, che il niente orgoglioso che ha la pretensione di bastare a sé medesimo, o di trovare in braccia di carne un appoggio sufficiente per la sua debolezza, disprezza, oblia l’Avvocato divino, l’Esortatore soprannaturale, il Consolatore supremo: noi non ci abbiamo niente da dirgli. Una profonda pietà, delle preghiere e delle lacrime, questo è tutto ciò che resta a dargli. Quanto all’uomo, al popolo, al secolo che ha la coscienza dei suoi bisogni, trova nel fondo dell’anima sua mille motivi ogni giorno più pressanti, di invocare lo Spirito Santo, e di vivere sotto le sue leggi.Tale è, secondo i nomi principali che gli danno questo carattere, il Re della Città del bene. Se a tanti titoli che gli sono propri, si aggiungono quelli ch’Egli divide col Padre e col Figliuolo, ci apparirà come il più grande, il più magnifico, il più sapiente, il migliore di tutti i monarchi; la sua città, come il regno più glorioso, il più libero, il più felice che l’uomo possa sognare; i suoi sudditi, come una famiglia di fratelli, come un’assemblea di dei, incominciati dalla grazia e in via di divenire tanti dei consumati nella gloria. Se un simile spettacolo vi lascia la forza di parlare, sarà per dire col profeta: Città del mio Dio, quanto siete bella! beati coloro cbe vi abitano. (omium habitatio est in te. Ps. LXXXVI, 3, 7).

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (VIII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

La Città del bene e la Città del male.

CAPITOLO VII.

(seguito del precedente)

Nuove prove della riparazione del male e della possibilità della salute per tutti gli uomini — Dottrina cattolica: la circoncisione, la fede, il Battesimo — Qual fede è necessaria alla salute ed alla remissione del peccato originale — Dottrina di sant’Agostino e di san Tommaso — Dei fanciulli morti prima di nascere — Degli adulti — Riassunto delle prove e delle risposte.

« La teologia cattolica insegna, che esser salvo, vuol dire essere incorporato in Gesù Cristo, novello Adamo. Anco innanzi l’Incarnazione del Verbo e sino dall’origine del mondo, la salvezza non è stata possibile che a questa condizione. È scritto: sotto il cielo non v’è altro nome dato agli uomini per salvarsi. Ma gli uomini erano innanzi l’Incarnazione incorporati a Gesù Cristo con la fede alla sua futura venuta. Il segnale di questa fede fu la circoncisione. E innanzi a questa erano gli uomini incorporati a Gesù Cristo mediante la fede sola e mediante il sacrificio, segnale della fede degli antichi padri. Dopo il Vangelo, fu mediante il Battesimo. Questo stesso Sacramento non è stato dunque sempre necessario alla salvezza; ma la fede di cui il Battesimo è il segno sacramentale è stata sempre necessaria. » […. Et ideo licet ipsum sacramentum baptismi non semper fuerit necessarium ad salutem; fìdes tamen, cujus baptismus sacramentum est, semper necessaria fuit. S. Th. III, p. q. LXVIII, art.1, corp.]. – Si vede dunque che la circoncisione non era altro che un segno locale e passeggero. Esso, come esclusivamente proprio della stirpe giudaica non era punto obbligatorio per gli altri popoli. La stessa applicazione non si estendeva che ai figli e non alle figlie degli Ebrei. Le nazioni straniere alla posterità d’Abramo, riguardo all’espiazione del peccato originale, rimanevano come gli ebrei stessi, rispetto alle figlie, sottomesse alla condizione primitiva della legge di natura, alla fede cioè manifestata per mezzo del sacrificio. – « Il tempo anteriore al Messia e il tempo posteriore, dice un dotto commentatore di san Tommaso, sono tra loro come l’indeterminato al determinato. Prima della circoncisione, per rimettere il peccato originale non eravi alcun sacrificio determinato, né quanto alla materia, né quanto al tempo, né quanto al luogo. I genitori potevano, a questo fine, offrire il sacrificio ch’essi volevano, quando volevano, e dove volevano. La circoncisione determinò la natura e il tempo del sacrificio, pel quale i figli degli Ebrei dovevano essere purificati dalla macchia originale. – « L’ottavo giorno dopo la nascita, era fissato per questa purificazione, che non poteva essere anticipata. Se prima di quest’epoca, eravi pericolo di morte, i genitori erano ritornati nelle condizioni della legge di natura e potevano purificare il fanciullo con un altro mezzo. Il che fa dire a san Tommaso : « Come avanti l’istituzione della circoncisione la sola fede al Redentore futuro bastava per purificare i fanciulli e gli adulti, così era del pari dopo la circoncisione. Soltanto, innanzi di essa, non si pretendeva nessun segno speciale, come testimonianza di questa fede. È però probabile che in favore dei neonati in pericolo di morte, i genitori fedeli offrissero alcune preghiere al Signore, o adoprassero certa benedizione, o qualche altro segno di fede, » come gli adulti lo facevano per se medesimi e come veniva praticato per le figlie, che non erano soggette alla circoncisione. » [Viguier, Instit., c. xv, § 2, vers. S, p. 468]. Qual è questa fede, che presso i Giudei anteriormente alla circoncisione, e presso i Gentili, fino al angelo, bastava per incorporare gli uomini al secondo Adamo? Essa consisteva essenzialmente nella credenza più o meno esplicita di un vero Dio, redentore del mondo: credenza manifestata da un segno esteriore, come sacrificio, benedizione, preghiera. [S, Th. la 2æ p. CLXXIV, art. 6, corp.]. Ora, chi potrebbe provare che questa fede imperfetta non l’avesse Iddio conservata presso i pagani al grado sufficiente per la salute? Per ciò che riguarda l’esistenza di un solo Dio, sant’Agostino dice: « Le nazioni non sono giammai cadute tanto a basso nell’idolatria da avere esse perduto la nozione di un solo vero Dio creatore di tutte le cose. » [Gentes non usque adeo ad falsos Deos esse delapsas, ut opinionem omitterent unius veri Dei, ex quo est omnis qualiscumque natura. Contr. Faust, lib. XX, n. 19; id,, Lactant De errore.] – Quanto a Dio redentore, Signor nostro, non è egli chiamato il desiderato da tutte le nazioni?[Agg. II, 8]. Non si desidera ciò che non si conosce, e ciò di cui non abbisognarne. Tutte le nazioni dell’antico mondo, i Gentili come pure gli Ebrei, con la consapevolezza della loro caduta, avevano dunque la fede nel futuro Redentore. Ascoltiamo intorno a questa consolante verità, l’incomparabile san Tommaso. Dopo aver ricordato che Dio vuole la salute di tutti gli uomini, aggiunge: « Ora, la condizione necessaria della salute, è l’incarnazione del Verbo. Bisognava dunque che il mistero dell’Incarnazione fosse in qualche modo conosciuto in tutti i tempi e da tutti gli uomini. Questa conoscenza però, ha variato secondo i tempi e le persone. Adamo innanzi di peccare, ebbe la fede esplicita del mistero dell’Incarnazione in tanto che destinato alla consumazione della gloria eterna, ma non in quanto destinato alla liberazione dal peccato, mediante la passione del Redentore…. « Dopo il peccato, il mistero dell’Incarnazione fu creduto con una fede esplicita, non solamente quanto all’Incarnazione del Verbo, ma ancora quanto alla passione ed alla resurrezione, che dovevano liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Altrimenti gli uomini non avrebbero anticipatamente figurata la passione di Gesù Cristo mediante sacrifici, tanto innanzi che dopo Mosè. – I più istruiti conoscevano perfettamente il significato di questi sacrifici. Gli altri credendo questi sacrifici istituiti dallo stesso Dio, avevano per mezzo loro una conoscenza velata del futuro Redentore. Questa conoscenza più oscura nei remoti tempi, divenne più chiara via via che il Messia si avvicinava. « Se si tratta dei pagani, la rivelazione del mistero dell’Incarnazione fu fatta ad un gran numero. Testimone fra gli altri, Giobbe, che dice: Io so che il mio Redentore è vivo. Testimone la Sibilla citata da sant’Agostino. Testimone quell’antica tomba romana, scoperta sotto il regno di Costantino e dell’Imperatrice Irene, in cui trovossi un uomo che aveva una lamina d’oro sul petto con questa iscrizione: Cristo nascerà da una vergine, ed io credo in lui. O sole, tu mi rivedrai sotto il regno di Costantino e di Irene. Se vi ebbero di quelli che furono salvati senza questa rivelazione, non lo furono però senza la fede del mediatore. Certo, essi non ebbero la fede esplicita, ma ebbero quella implicita nella divina Provvidenza, credendo che Dio fosse il liberatore degli uomini, con mezzi ad esso noti e manifesti a coloro, che il di lui Spirito aveva degnato ammaestrarne. » – Trovasi inoltre in tutte le epoche e sotto tutti i climi, l’uso dei sacrifici, delle purificazioni, delle adorazioni, delle preghiere conservate presso i popoli pagani come presso gli Ebrei. Chi potrebbe affermare che ognuno di questi atti, manifestazione di una fede qualunque, non avesse in ogni circostanza una relazione più o meno compresa, tra l’espiazione del peccato in generale e il peccato originale in particolare? Non trovasi egli scritto del centurione Cornelio tuttora pagano, che le di lui preghiere e le sue elemosine erano accette a Dio? (Act. X, 31). Parlando ai pagani del tempo suo, sepolti nella più rozza idolatria, Tertulliano non dice ad essi: « Nella prosperità voi fissate i vostri sguardi al Campidoglio, ma nell’avversità, voi gli alzate al cielo, dove sapete che risiede il vero Dio? » Sarebb’egli pure di una necessità invariabilmente assoluta, che il fanciullo fosse nato per trar benefìcio dalla fede dei suoi genitori? « È vero, risponde un gran teologo, che in nessun luogo si legge che tali sacrifici siano stati offerti o ricevuti per i bambini tuttora nel seno materno. Cosi in virtù di un ordine provvidenziale, legalmente stabilito, nessun bambino prima di nascere, non ha mai ottenuto con sacrifici esteriori, la remissione del peccato originale. Parecchi hanno ricevuto questa grazia per uno special privilegio, come Geremia e san Giovan Battista. Tuttavia non dobbiamo disapprovare né le preghiere, né i voti, né le buone opere esterne dei genitori, per i loro figli nati o da nascere, e che si trovano in pericolo di morte. Imperocché Iddio non ha incatenato la sua onnipotenza ai sacramenti. « Possono essi dunque pregare, affinché Egli si degni nell’infinita sua misericordia condurli al battesimo, o rimetter loro il peccato originale. Allora Iddio che è infinitamente buono, potrà salvarli. Ciò sarà non in virtù di una legge, ma unicamente per grazia. Perciò, senza una rivelazione, non bisogna affermare ch’essi siano salvi, e il corpo loro non deve essere sepolto in terreno sacro, » (Viguier, c. xv, § 2, vers. 8, p. 467-458). Fin dove si estendeva e fin dove si estende ancora questa possibilità della salute per gli infanti sopraccitati, come per gli altri, mediante le preghiere, le opere buone, i sacrifici, la fede, insomma, dei genitori tuttora idolatri? Chi può ancora qui rispondere? Tutti questi dubbi e altri pure che possono, senza offendere l’insegnamento cattolico, essere risoluti nel senso della misericordia, permettono di diminuire, forse infinitamente più che non si creda, il numero dei soggetti, e soprattutto delle vittime eterne dello Spirito maligno. Se ella ne avesse bisogno, questo solo basterebbe per giustificare, agli occhi di ogni uomo imparziale, l’infinita sapienza, e l’infinita bontà dell’eterno amatore delle anime, specialmente di quelle dei bambini. – Venendo agli adulti nati nell’antico paganesimo Egiziani, Assirii, Persi, Greci, Romani, Galli, tutti avevano per sottrarsi all’impero di satana, la conoscenza essenziale della legge primitiva; la grazia per adempirla o per pentirsi d’averla violata; finalmente il Battesimo dì desiderio; il che basta alla salute. Ascoltiamo ancora san Tommaso. Pigliando l’esempio il più decisivo, quello di un selvaggio nato in mezzo alle foreste, e che non ha mai sentito parlare del Battesimo, il gran dottore insegna una dottrina seguita da tutta la scuola. Egli dice che: « Se al momento in cui si sveglia la sua ragione, questo selvaggio si volge verso un fine onesto, Iddio gli concede la grazia, e il peccato originale vien cancellato. Se egli non persevera, gli rimane il rimorso, di modo che nell’una e nell’altra ipotesi, questo povero selvaggio, l’ultimo degli esseri umani, non sarà dannato altro che per sua colpa.1 » (Viguier, Institutiones7 c. xvi, p. 483). – Tali erano generalmente i mezzi di salute dati ai pagani prima della venuta del Redentore. L’incarnazione, mistero d’infinita misericordia, ha forse reso peggiore la condizione degli infedeli d’oggidi, posti nelle stesse condizioni di quelli antichi? Chi oserebbe pretenderlo? Da queste spiegazioni derivano rigorosamente i seguenti corollari;

l°. Se la maggior parte degli abitanti del globo non hanno mai appartenuto all’impero visibile dello Spirito Santo, o come parla la Teologia, al corpo della Chiesa; nessuno può provare che un solo vi sia stato, o vi sia ancora, nell’impossibilità assoluta di appartenere all’impero invisibile dello Spirito Santo, che appellasi l’anima della Chiesa, il che basta per essere salvo. La ragione ne è, che se noi conosciamo i mezzi esteriori pei quali Iddio applica agli uomini i meriti del Redentore, gli innumerevoli mezzi interiori ci sfuggono; e noi dobbiamo dire con Giobbe: « Benché voi gli nascondiate nell’intimo del vostro cuore, io so però che voi vi ricordate di tutto ciò che respira.1 » (Giob. X, 13).

2° Se, a malgrado questa deduzione, la moltitudine dei sudditi di satana rimane cosi considerevole, bisogna imputarlo, non a Dio, ma al libero arbitrio dell’uomo. – Ora nessuno può provare che Iddio abbia dovuto creare l’uomo impeccabile, o che la maggior parte degli uomini abbiano la volontà seria di salvarsi.

3° È bene stabilito che la prescienza di Dio non offende in nulla la liberta dell’uomo, e che Dio non è per niente nel male che l’uomo si è fatto vendendosi al demonio; tanto meno il padre del prodigo nelle vergogne e nelle miserie del suo figlio ribelle. Iddio non è intervenuto se non che per prevenire il male, per contenerlo e per ripararlo. Se il libero arbitrio dell’uomo non vi mettesse ostacoli, la stessa riparazione sorpasserebbe la rovina in profondità ed in estensione.

4° Iddio vuole la salute di tutti gli uomini, niuno eccettuato. La salute, è il godimento eterno di Dio mediante la visione beatifica. Iddio lo vuole di una volontà seria, poiché Egli riserba eterni supplizi a coloro che non l’avranno raggiunta. Egli ha dunque procurato a tutti gli uomini in tutti i tempi, i mezzi di salvarsi, cosicché nessuno sarà dannato se non per propria colpa.

5° Il sapere poi come in certi casi particolari questi mezzi di salute sono applicabili e applicati, quest’è l’incognita del problema. Ora, in domma come in geometria, sciolta o no, l’incognita esiste nondimeno. – Una cosa resta dunque matematicamente certa: ed è, che a malgrado delle misteriose tenebre in cui Egli ravvolge i secreti della sua misericordia, Iddio, essendo la potenza, la sapienza e la infinita bontà, non farà torto a nessuno. Tale è il soave guanciale su cui dormono in pace, e la fede del Cristiano e la ragione dell’uomo, capace di legare due idee: In pace in idipsum dormiam et requiescam. – Dinanzi a questi schiarimenti, per quanto incompleti possano essere, sparisce la difficoltà che abbiamo da risolvere; e con essa l’inquietudine che poteva porre negli spiriti. Niente impedisce dunque di continuare il nostro cammino, e di passare allo studio profondo delle due Città.