CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (VIII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

La Città del bene e la Città del male.

CAPITOLO VII.

(seguito del precedente)

Nuove prove della riparazione del male e della possibilità della salute per tutti gli uomini — Dottrina cattolica: la circoncisione, la fede, il Battesimo — Qual fede è necessaria alla salute ed alla remissione del peccato originale — Dottrina di sant’Agostino e di san Tommaso — Dei fanciulli morti prima di nascere — Degli adulti — Riassunto delle prove e delle risposte.

« La teologia cattolica insegna, che esser salvo, vuol dire essere incorporato in Gesù Cristo, novello Adamo. Anco innanzi l’Incarnazione del Verbo e sino dall’origine del mondo, la salvezza non è stata possibile che a questa condizione. È scritto: sotto il cielo non v’è altro nome dato agli uomini per salvarsi. Ma gli uomini erano innanzi l’Incarnazione incorporati a Gesù Cristo con la fede alla sua futura venuta. Il segnale di questa fede fu la circoncisione. E innanzi a questa erano gli uomini incorporati a Gesù Cristo mediante la fede sola e mediante il sacrificio, segnale della fede degli antichi padri. Dopo il Vangelo, fu mediante il Battesimo. Questo stesso Sacramento non è stato dunque sempre necessario alla salvezza; ma la fede di cui il Battesimo è il segno sacramentale è stata sempre necessaria. » […. Et ideo licet ipsum sacramentum baptismi non semper fuerit necessarium ad salutem; fìdes tamen, cujus baptismus sacramentum est, semper necessaria fuit. S. Th. III, p. q. LXVIII, art.1, corp.]. – Si vede dunque che la circoncisione non era altro che un segno locale e passeggero. Esso, come esclusivamente proprio della stirpe giudaica non era punto obbligatorio per gli altri popoli. La stessa applicazione non si estendeva che ai figli e non alle figlie degli Ebrei. Le nazioni straniere alla posterità d’Abramo, riguardo all’espiazione del peccato originale, rimanevano come gli ebrei stessi, rispetto alle figlie, sottomesse alla condizione primitiva della legge di natura, alla fede cioè manifestata per mezzo del sacrificio. – « Il tempo anteriore al Messia e il tempo posteriore, dice un dotto commentatore di san Tommaso, sono tra loro come l’indeterminato al determinato. Prima della circoncisione, per rimettere il peccato originale non eravi alcun sacrificio determinato, né quanto alla materia, né quanto al tempo, né quanto al luogo. I genitori potevano, a questo fine, offrire il sacrificio ch’essi volevano, quando volevano, e dove volevano. La circoncisione determinò la natura e il tempo del sacrificio, pel quale i figli degli Ebrei dovevano essere purificati dalla macchia originale. – « L’ottavo giorno dopo la nascita, era fissato per questa purificazione, che non poteva essere anticipata. Se prima di quest’epoca, eravi pericolo di morte, i genitori erano ritornati nelle condizioni della legge di natura e potevano purificare il fanciullo con un altro mezzo. Il che fa dire a san Tommaso : « Come avanti l’istituzione della circoncisione la sola fede al Redentore futuro bastava per purificare i fanciulli e gli adulti, così era del pari dopo la circoncisione. Soltanto, innanzi di essa, non si pretendeva nessun segno speciale, come testimonianza di questa fede. È però probabile che in favore dei neonati in pericolo di morte, i genitori fedeli offrissero alcune preghiere al Signore, o adoprassero certa benedizione, o qualche altro segno di fede, » come gli adulti lo facevano per se medesimi e come veniva praticato per le figlie, che non erano soggette alla circoncisione. » [Viguier, Instit., c. xv, § 2, vers. S, p. 468]. Qual è questa fede, che presso i Giudei anteriormente alla circoncisione, e presso i Gentili, fino al angelo, bastava per incorporare gli uomini al secondo Adamo? Essa consisteva essenzialmente nella credenza più o meno esplicita di un vero Dio, redentore del mondo: credenza manifestata da un segno esteriore, come sacrificio, benedizione, preghiera. [S, Th. la 2æ p. CLXXIV, art. 6, corp.]. Ora, chi potrebbe provare che questa fede imperfetta non l’avesse Iddio conservata presso i pagani al grado sufficiente per la salute? Per ciò che riguarda l’esistenza di un solo Dio, sant’Agostino dice: « Le nazioni non sono giammai cadute tanto a basso nell’idolatria da avere esse perduto la nozione di un solo vero Dio creatore di tutte le cose. » [Gentes non usque adeo ad falsos Deos esse delapsas, ut opinionem omitterent unius veri Dei, ex quo est omnis qualiscumque natura. Contr. Faust, lib. XX, n. 19; id,, Lactant De errore.] – Quanto a Dio redentore, Signor nostro, non è egli chiamato il desiderato da tutte le nazioni?[Agg. II, 8]. Non si desidera ciò che non si conosce, e ciò di cui non abbisognarne. Tutte le nazioni dell’antico mondo, i Gentili come pure gli Ebrei, con la consapevolezza della loro caduta, avevano dunque la fede nel futuro Redentore. Ascoltiamo intorno a questa consolante verità, l’incomparabile san Tommaso. Dopo aver ricordato che Dio vuole la salute di tutti gli uomini, aggiunge: « Ora, la condizione necessaria della salute, è l’incarnazione del Verbo. Bisognava dunque che il mistero dell’Incarnazione fosse in qualche modo conosciuto in tutti i tempi e da tutti gli uomini. Questa conoscenza però, ha variato secondo i tempi e le persone. Adamo innanzi di peccare, ebbe la fede esplicita del mistero dell’Incarnazione in tanto che destinato alla consumazione della gloria eterna, ma non in quanto destinato alla liberazione dal peccato, mediante la passione del Redentore…. « Dopo il peccato, il mistero dell’Incarnazione fu creduto con una fede esplicita, non solamente quanto all’Incarnazione del Verbo, ma ancora quanto alla passione ed alla resurrezione, che dovevano liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Altrimenti gli uomini non avrebbero anticipatamente figurata la passione di Gesù Cristo mediante sacrifici, tanto innanzi che dopo Mosè. – I più istruiti conoscevano perfettamente il significato di questi sacrifici. Gli altri credendo questi sacrifici istituiti dallo stesso Dio, avevano per mezzo loro una conoscenza velata del futuro Redentore. Questa conoscenza più oscura nei remoti tempi, divenne più chiara via via che il Messia si avvicinava. « Se si tratta dei pagani, la rivelazione del mistero dell’Incarnazione fu fatta ad un gran numero. Testimone fra gli altri, Giobbe, che dice: Io so che il mio Redentore è vivo. Testimone la Sibilla citata da sant’Agostino. Testimone quell’antica tomba romana, scoperta sotto il regno di Costantino e dell’Imperatrice Irene, in cui trovossi un uomo che aveva una lamina d’oro sul petto con questa iscrizione: Cristo nascerà da una vergine, ed io credo in lui. O sole, tu mi rivedrai sotto il regno di Costantino e di Irene. Se vi ebbero di quelli che furono salvati senza questa rivelazione, non lo furono però senza la fede del mediatore. Certo, essi non ebbero la fede esplicita, ma ebbero quella implicita nella divina Provvidenza, credendo che Dio fosse il liberatore degli uomini, con mezzi ad esso noti e manifesti a coloro, che il di lui Spirito aveva degnato ammaestrarne. » – Trovasi inoltre in tutte le epoche e sotto tutti i climi, l’uso dei sacrifici, delle purificazioni, delle adorazioni, delle preghiere conservate presso i popoli pagani come presso gli Ebrei. Chi potrebbe affermare che ognuno di questi atti, manifestazione di una fede qualunque, non avesse in ogni circostanza una relazione più o meno compresa, tra l’espiazione del peccato in generale e il peccato originale in particolare? Non trovasi egli scritto del centurione Cornelio tuttora pagano, che le di lui preghiere e le sue elemosine erano accette a Dio? (Act. X, 31). Parlando ai pagani del tempo suo, sepolti nella più rozza idolatria, Tertulliano non dice ad essi: « Nella prosperità voi fissate i vostri sguardi al Campidoglio, ma nell’avversità, voi gli alzate al cielo, dove sapete che risiede il vero Dio? » Sarebb’egli pure di una necessità invariabilmente assoluta, che il fanciullo fosse nato per trar benefìcio dalla fede dei suoi genitori? « È vero, risponde un gran teologo, che in nessun luogo si legge che tali sacrifici siano stati offerti o ricevuti per i bambini tuttora nel seno materno. Cosi in virtù di un ordine provvidenziale, legalmente stabilito, nessun bambino prima di nascere, non ha mai ottenuto con sacrifici esteriori, la remissione del peccato originale. Parecchi hanno ricevuto questa grazia per uno special privilegio, come Geremia e san Giovan Battista. Tuttavia non dobbiamo disapprovare né le preghiere, né i voti, né le buone opere esterne dei genitori, per i loro figli nati o da nascere, e che si trovano in pericolo di morte. Imperocché Iddio non ha incatenato la sua onnipotenza ai sacramenti. « Possono essi dunque pregare, affinché Egli si degni nell’infinita sua misericordia condurli al battesimo, o rimetter loro il peccato originale. Allora Iddio che è infinitamente buono, potrà salvarli. Ciò sarà non in virtù di una legge, ma unicamente per grazia. Perciò, senza una rivelazione, non bisogna affermare ch’essi siano salvi, e il corpo loro non deve essere sepolto in terreno sacro, » (Viguier, c. xv, § 2, vers. 8, p. 467-458). Fin dove si estendeva e fin dove si estende ancora questa possibilità della salute per gli infanti sopraccitati, come per gli altri, mediante le preghiere, le opere buone, i sacrifici, la fede, insomma, dei genitori tuttora idolatri? Chi può ancora qui rispondere? Tutti questi dubbi e altri pure che possono, senza offendere l’insegnamento cattolico, essere risoluti nel senso della misericordia, permettono di diminuire, forse infinitamente più che non si creda, il numero dei soggetti, e soprattutto delle vittime eterne dello Spirito maligno. Se ella ne avesse bisogno, questo solo basterebbe per giustificare, agli occhi di ogni uomo imparziale, l’infinita sapienza, e l’infinita bontà dell’eterno amatore delle anime, specialmente di quelle dei bambini. – Venendo agli adulti nati nell’antico paganesimo Egiziani, Assirii, Persi, Greci, Romani, Galli, tutti avevano per sottrarsi all’impero di satana, la conoscenza essenziale della legge primitiva; la grazia per adempirla o per pentirsi d’averla violata; finalmente il Battesimo dì desiderio; il che basta alla salute. Ascoltiamo ancora san Tommaso. Pigliando l’esempio il più decisivo, quello di un selvaggio nato in mezzo alle foreste, e che non ha mai sentito parlare del Battesimo, il gran dottore insegna una dottrina seguita da tutta la scuola. Egli dice che: « Se al momento in cui si sveglia la sua ragione, questo selvaggio si volge verso un fine onesto, Iddio gli concede la grazia, e il peccato originale vien cancellato. Se egli non persevera, gli rimane il rimorso, di modo che nell’una e nell’altra ipotesi, questo povero selvaggio, l’ultimo degli esseri umani, non sarà dannato altro che per sua colpa.1 » (Viguier, Institutiones7 c. xvi, p. 483). – Tali erano generalmente i mezzi di salute dati ai pagani prima della venuta del Redentore. L’incarnazione, mistero d’infinita misericordia, ha forse reso peggiore la condizione degli infedeli d’oggidi, posti nelle stesse condizioni di quelli antichi? Chi oserebbe pretenderlo? Da queste spiegazioni derivano rigorosamente i seguenti corollari;

l°. Se la maggior parte degli abitanti del globo non hanno mai appartenuto all’impero visibile dello Spirito Santo, o come parla la Teologia, al corpo della Chiesa; nessuno può provare che un solo vi sia stato, o vi sia ancora, nell’impossibilità assoluta di appartenere all’impero invisibile dello Spirito Santo, che appellasi l’anima della Chiesa, il che basta per essere salvo. La ragione ne è, che se noi conosciamo i mezzi esteriori pei quali Iddio applica agli uomini i meriti del Redentore, gli innumerevoli mezzi interiori ci sfuggono; e noi dobbiamo dire con Giobbe: « Benché voi gli nascondiate nell’intimo del vostro cuore, io so però che voi vi ricordate di tutto ciò che respira.1 » (Giob. X, 13).

2° Se, a malgrado questa deduzione, la moltitudine dei sudditi di satana rimane cosi considerevole, bisogna imputarlo, non a Dio, ma al libero arbitrio dell’uomo. – Ora nessuno può provare che Iddio abbia dovuto creare l’uomo impeccabile, o che la maggior parte degli uomini abbiano la volontà seria di salvarsi.

3° È bene stabilito che la prescienza di Dio non offende in nulla la liberta dell’uomo, e che Dio non è per niente nel male che l’uomo si è fatto vendendosi al demonio; tanto meno il padre del prodigo nelle vergogne e nelle miserie del suo figlio ribelle. Iddio non è intervenuto se non che per prevenire il male, per contenerlo e per ripararlo. Se il libero arbitrio dell’uomo non vi mettesse ostacoli, la stessa riparazione sorpasserebbe la rovina in profondità ed in estensione.

4° Iddio vuole la salute di tutti gli uomini, niuno eccettuato. La salute, è il godimento eterno di Dio mediante la visione beatifica. Iddio lo vuole di una volontà seria, poiché Egli riserba eterni supplizi a coloro che non l’avranno raggiunta. Egli ha dunque procurato a tutti gli uomini in tutti i tempi, i mezzi di salvarsi, cosicché nessuno sarà dannato se non per propria colpa.

5° Il sapere poi come in certi casi particolari questi mezzi di salute sono applicabili e applicati, quest’è l’incognita del problema. Ora, in domma come in geometria, sciolta o no, l’incognita esiste nondimeno. – Una cosa resta dunque matematicamente certa: ed è, che a malgrado delle misteriose tenebre in cui Egli ravvolge i secreti della sua misericordia, Iddio, essendo la potenza, la sapienza e la infinita bontà, non farà torto a nessuno. Tale è il soave guanciale su cui dormono in pace, e la fede del Cristiano e la ragione dell’uomo, capace di legare due idee: In pace in idipsum dormiam et requiescam. – Dinanzi a questi schiarimenti, per quanto incompleti possano essere, sparisce la difficoltà che abbiamo da risolvere; e con essa l’inquietudine che poteva porre negli spiriti. Niente impedisce dunque di continuare il nostro cammino, e di passare allo studio profondo delle due Città.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (VII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO VI.

La Città del bene e la Città del male.

Influenza del mondo superiore sul mondo inferiore, provata dall’esistenza della Città del bene e della città del male — Che cosa sono queste due Città considerate in sé medesime — Ogni uomo appartiene necessariamente all’una o all’altra — Necessità di conoscerle a fondo — Estensione della Città del male — Risposta all’obiezione che se ne cava — Il male non costituisce che un disordine più apparente che reale — Gloria che procura a Dio — Le battaglie dell’uomo — La potenza del demonio sull’uomo viene da questo e non da Dio — Dio non è intervenuto nel male che per prevenirlo, contenerlo e ripararlo: prove.

Delle quattro verità che formano la base di questo lavoro, tre sono oramai stabilite. Due Spiriti opposti si disputano l’impero della creazione; avvi un mondo soprannaturale; questo mondo si divide in buono ed in cattivo. I due Spiriti sono: da una parte lo Spirito Santo, cioè lo Spirito di Dio, spirito di luce, d’amore e di santità, avente ai suoi ordini legioni di Angeli, chiamati da san Paolo Spiriti ministri inviati in missione, a prender cura de’suoi eletti. [Hebr., I, 14] Dall’altra lucifero o satana, l’arcangelo ribelle, spirito di tenebre, di odio e di malizia, che comanda ad una armata di spiriti perversi, occupati di continuo a fare dell’uomo il complice della loro rivolta, per farne il compagno delle loro pene. [Eph. VI, 11,12]. – In un lavoro dove si tratterà costantemente degli agenti soprannaturali, era indispensabile lo stabilire innanzi tutto, questi dommi fondamentali, su’quali riposa d’altro canto la vera filosofia della storia. Ne rimane un quarto; l’influenza del mondo superiore, buono o cattivo, su quello inferiore. Noi l’abbiamo già indicata, ma una indicazione non basta. Lo studio profondo di questa duplice influenza, de’suoi caratteri e della sua estensione, è uno degli elementi necessari della storia dello Spirito Santo. Come in pittura lo studio dell’ombre è indispensabile allo studio della luce, così nella filosofia cristiana, la cognizione della redenzione non può essere separata da quella della caduta. Ora la certezza di questo nuovo domma è affermata da un fatto luminoso come il sole, palpabile come la materia, intimo come la coscienza: noi abbiamo nominato la Città del bene e la Città del male. « Due amori, dice sant’Agostino, hanno fatto due città. (Fecerunt itaque civitates duas amores duo. De Civ. Dei, lib. XIV, c. XXVIII) ». I due opposti spiriti, con le forze di cui essi dispongono, non sono rimasti oziosi nelle inaccessibili regioni del mondo superiore. La loro presenza nel mondo inferiore è permanente. Se essi restano invisibili in sé medesimi, le loro opere sono palpabili. Tale è la loro influenza che ognun d’essi ha fatto un mondo, o per ripetere la parola del grande dottore, una città sua immagine. Queste due città, visibili come fa luce, antiche quanto il mondo, così estese quanto il genere umano e così opposte tra loro quanto il giorno e la notte, accusano per autori due spiriti essenzialmente differenti. Queste due Città sono la Città del bene e la Città del male. Per conoscerle, fa d’uopo prima di tutto considerarle in sé medesime. Come svolgimento dell’uomo composto d’un corpo e d’un’anima, ogni società presenta un lato palpabile e un lato spirituale. Nella Città del bene, come nella Città del male, la parte palpabile e visibile è la riunione degli uomini di cui esse si compongono. Sotto il nome di buoni e di cattivi, o, come dice la Scrittura, di figli di Dio e di figli degli uomini, i cittadini di queste due città esistono sino dall’origine dei tempi, e si rivelano ad ogni pagina della storia. Noi li vediamo, noi vi inciampiamo; noi contiamo o tra gli uni o tra gli altri. Provare questo fatto sarebbe superfluo. Niuno d’altronde tenta porlo in dubbio, eccetto il selvaggio incivilito, abbrutito abbastanza per negare la distinzione del bene e del male; ma la negazione del bruto non conta. Il lato invisibile delle due città è lo spirito che le anima. Con ciò intendiamo i fondatori ed i governatori dell’una e dell’altra, per conseguenza, l’azione reale, permanente, universale del mondo superiore sul mondo inferiore, del mondo degli spiriti sul mondo dei corpi. Una di queste due si chiama la Città del bene. La ragione è che il suo fondatore e il suo re è lo Spirito del bene; i governatori ed i guardiani suoi sono gli angeli buoni; i cittadini di essa, tutti gli uomini che lavorano alla loro deificazione conforme al piano tracciato da Dio medesimo. Questa Città è l’ordine universale. Essa è l’ordine perché piglia per regola delle sue volontà, la volontà stessa di Dio, ordine supremo. Essa è l’ordine, perché il suo pensiero coordinando il finito all’infinito, il presente con l’avvenire, tende all’eternità, oggetto di tutti i suoi sforzi e di tutte le sue aspirazioni. Ora l’eternità è l’ordine o il riposo immutabile degli esseri nel loro centro. È l’ordine universale perché in questa città tutto sta al suo posto. Iddio nell’alto e l’uomo al basso. Questa Città è il Cattolicismo. Immensa e gloriosa famiglia, nata col tempo, composta di Angeli e di fedeli di tutti i secoli, e i di cui membri, oggi separati ma non disuniti, formano la Chiesa della terra, la Chiesa del Purgatorio, la Chiesa del Cielo, fino al giorno in cui, confondendosi in un abbraccio fraterno, queste tre Chiese non formeranno altro che una Chiesa eternamente trionfante. – L’altra è la Città del male. La si chiama cosi, perché il suo fondatore e suo re è lo Spirito del male; i suoi governatori gli angeli caduti: i cittadini, tutti gli uomini che lavorano alla loro pretesa deificazione, conforme alle regole date da satana. Questa Città è il disordine, disordine universale. È il disordine perché piglia se stessa per regola, senza tener conto della volontà di Dio. Ella è il disordine, perché frangendo nel suo pensiero le relazioni tra il finito e l’infinito, tra il presente e l’avvenire, si concentra nei limiti del tempo, i cui godimenti formano l’unico oggetto delle sue aspirazioni e delle sue fatiche. Essa è il disordine universale, perché nient’altro è in suo luogo. L’uomo in alto, Dio in basso. Questa città è il Satanismo. Immensa e orrida famiglia, nata dalla ribellione angelica, composta di demoni e di malvagi di tutti i paesi e di tutti i secoli; sempre febbricitante di libertà, e sempre schiava, sempre in cerca della felicità, e sempre infelice fino al dì in cui l’ultimo colpo del fulmine dell’ira divina la farà rientrare violentemente nell’ordine, precipitandola tutta quanta nei cuocenti abissi dell’ eternità. Ivi, per non aver voluto glorificare l’eterno amore, glorificherà essa l’inesorabile giustizia. (S. Aug,, De Citi. Dei, lib. XIX, c. XXVIII, e lib. XI, c. XXXIII, dove si trova un vivo ritratto delle due città).Vedesi dunque, che come non vi sono tre spiriti, così non vi sono tre città, ma due sole; queste due città abbracciano il mondo inferiore ed il mondo superiore, il tempo e l’eternità. Quindi, per ogni creatura intelligente, angelo o uomo, la terribile alternativa d’appartenere all’una od all’altra, al di qua e al di là della tomba. « Qualunque cosa facciasi, ci gridano con instancabile voce la ragione, l’esperienza e la fede, l’uomo vive necessariamente sotto l’impero dello Spirito Santo, o sotto l’impero di satana. Voglia o non voglia, egli è cittadino della Città del bene, o cittadino di quella del male.  (Quisque enim aut Spiritu sancto plenus est, aut Spiritu immundo; neque utrumque horum caveri potest, quin alterum accidere necesse sit. Constit. apostol., lib, IV, c. XXVI). D’onde il motto di sant’Ilario: « Dove non è lo Spirito Santo vi è il Diavolo. » Ubi non est Spiritus Dei, ibi Diabolus. » Essendo libero di darsi un padrone, non è però libero di non ne avere. S’ei si sottrae all’azione dello Spirito Santo, non diventa indipendente, ma cade proporzionatamente alla sua diserzione, sotto l’azione di satana. Ciò che è vero dell’individuo, è vero eziandio della famiglia, della nazione, e della stessa umanità. Conoscere a fondo le due città, come dimora tanto della vita che della morte, come vestibolo del Cielo e vestibolo dell’Inferno, è dunque per l’uomo di un interesse supremo. Conoscerle a fondo, è conoscerle nel loro governo, nella loro storia, nelle opere e nel fine loro. Iniziarci a questa conoscenza decisiva e così rara ai nostri dì, sarà l’oggetto dei seguenti capitoli. Ma avanti di porsi a provarla, dobbiamo schiarirla. Due città si dividono il mondo, e la più estesa è la Città del male. Secondo le più recenti statistiche, la terra sarebbe popolata da mille duecento milioni d’abitanti. Su questo numero noveransi appena duecento milioni di Cattolici. Tutto il rimanente, almeno esteriormente, vive e muore sotto il dominio dello spirito malvagio. Nulla prova che questa proporzione non sia stata sempre ciò ch’ella è oggidì. Prima dell’Incarnazione del Verbo, essa era molto più forte in favore di satana. Cos’è dunque questo mistero, pietra di scandalo pel debole, cavallo di battaglia per l’empio? e come conciliarlo con l’idea di Dio ed i precetti della fede? Per non lasciare nessuna inquietudine negli animi, ci sembra necessario di appianare sin d’ora questa difficoltà, che accrescerebbe di troppo il seguito del nostro lavoro. Tutto ciò che noi pretendiamo e tutto ciò che si è in diritto di sapere è, non di spiegare quel che è inesplicabile, ma di mostrare che la divisione dell’uman genere tra il buono ed il cattivo Spirito, non offre nessuna contradizione con gli attributi di Dio e le dottrine rivelate. Ora, per fare svanire la difficoltà, basta questo. Che sia un mistero la formidabile potenza del demonio sull’uomo e sulle creature noi ne conveniamo. Ma questo che cosa prova? Dentro di noi, intorno a noi, nella natura come pure nella religione, non è egli tutto un mistero? Noi non lo intendiamo per niente, ha detto Montaigne, e nemmen noi giungeremo mai a capirlo. Opere di Dio, la natura e la Religione si avvicinano per tutti i punti all’infinito. Comprendere l’infinito, è tanto possibile all’uomo, quanto il mettere l’Oceano in un guscio di noce. Ma il mistero del fatto non toglie nulla alla certezza del fatto. Lo stesso incredulo più ostinato lo confessa. Ciascuno dei suoi aliti è un atto di fede verso tali incomprensibili misteri. L’istante in cui cessasse di credervi, ei cesserebbe di vivere. Sarebbero questioni impertinenti il domandare perché Dio ha permesso questa terribile potenza, perché in tali limiti piuttostoché in tali altri. Che cosa è l’uomo, che abbia diritto di chiedere a Dio ragione della sua condotta e dirgli: Perché avete voi fatto questo? Se l’osasse, guai a lui, poiché sta scritto: lo scrutatore della maestà divina sarà oppresso dalla gloria. (Qui scrutator est majestatis opprimetur a gloria. Prov.,) Due volte guai se ardisse aggiungere: Poiché io non comprendo, ricuso di credere. Una simile pretesa posta per principio è il suicidio dell’intelletto. L’intelletto vive di verità, e ogni verità racchiude un mistero. Pretendere di non ammettere altro che ciò che si capisce è un condannarsi a non ammetter nulla. Perciò il non ammetter nulla, più che abbrutimento, è il nulla. Contuttociò, allorché la potenza del demonio e la colpevole obbedienza dell’uomo alle perverse ispirazioni di lui, sono studiate senza idee preconcette, perdono una parte della loro oscurità misteriosa. Prima di tutto vediamo ch’esse costituiscono un disordine puramente passeggiero e più appariscente che reale; poi vediamo ch’esse non hanno nulla di contrario alle divine perfezioni. Disordine passeggiero. La lotta dello Spirito del male contro lo Spirito del bene ha per limiti la durata del tempo. Questo paragonato all’eternità che lo precede ed all’eternità che lo segue, è men che un giorno. A fine di ragionar con giustezza dell’ordine provvidenziale, bisogna dunque unire il tempo all’eternità; come pure per giudicare sanamente di una cosa, bisogna considerarla non in un punto isolato, ma nell’insieme. Secondo questa regola di saviezza, il disordine che si misura dalla durata del tempo, è relativamente all’ordine provvidenziale nella sua generalità, ciò che è una nube fuggitiva sull’orizzonte rifulgente di luce. Disordine più apparente che reale. Il fine principale della Creazione e dell’Incarnazione, come di tutte le opere esteriori di Dio, è la sua gloria. (Universa propter semetipsum operatus est Dominus. Prov. XVI, 4. — Propter me, propter me faciam, ut non blasphemer: et gloriam meam alteri non dabo. Is., XLVIII, 12) – Il fine secondario, è la salute dell’uomo. La gloria di Dio, è la manifestazione degli attributi suoi: la potenza, la sapienza, la giustizia, la bontà. Che la lotta del bene e del male esista o no; ch’essa sia favorevole all’uomo o sfavorevole; che l’uomo si perda o si salvi, Dio avrà pur sempre raggiunto il suo fine essenziale. L’inferno non canta la gloria di Dio con minore eloquenza del cielo. Se uno proclama la bontà, l’altro proclama la giustizia; e la giustizia non è un attributo meno glorioso a Dio di quello della bontà. (S, Th. 1a p. q. 68, art. 7 ad.)- (Iddio certamente ha visto fino da ab eterno la caduta degli Angeli e dell’uomo, ma questa visione non ha per nulla nociuto alla libertà degli Angioli e dell’uomo. Sono entrambi caduti, non perché Dio l’ha visto, ma Dio ha visto il perché sono caduti. Altrimenti sarebbe l’autore del male, e il male stesso. Che la visione eterna di Dio non nuoce alla libertà dell’uomo è facile il dimostrarlo. Io veggo un uomo che cammina. La mia vista non gli impone nessuna necessità di camminare. Cosi, la prescienza, o piuttosto la vista di Dio non gli impone nessuna necessità agli atti liberi. Malgrado questa vista, io sono libero di cessare gli atti che io faccio, e anche di fare il contrario. In una parola. Dio ha voluto che gli Angeli e l’uomo fossero liberi, affinché fossero capaci di merito e di demerito. Noi tutti sentiamo d’esser liberi: dunque la prescienza di Dio non ha impacciato in nulla la libertà degli Angeli o di Adamo, e non inceppa in nulla la nostra. Quanto alla salute dell’uomo, Dio la rende sempre possibile, e l’ottiene ben più gloriosamente mediante la guerra che mediante la pace. Nell’ordine attuale, un solo giusto che si salvi, dice in un luogo sant’Agostino, procura più gloria a Dio che non possano togliergliene mille peccatori che si perdono. Per perdersi, basta che l’uomo si abbandoni alle sue corrotte inclinazioni; mentre che per salvarsi, bisogna vincerle. Un istante di riflessione mostra tutto quel che ridonda a gloria di Dio in una simil vittoria. Che cosa è l’uomo, e chi sono i suoi nemici? L’uomo è una canna, e una canna per natura inclinata verso il male. L’intera natura, ribellata contro di lui sembra congiurata a schiacciarlo. Intorno ad esso, miriadi di animali malefici o molesti, con dente micidiale, o con veleno ancor più micidiale, attentano notte e giorno al suo riposo, ai suoi beni, alla sua vita. Sopra di lui, il cielo che lo illumina, l’aria che respira, divenuti ora gelo, ora fuoco, pongono la conservazione de’ suoi giorni a prezzo di cure faticose e di precauzioni inutili. In prospettiva gli appare la tomba, al termine della sua dolorosa carriera, con i suoi tristi misteri di dissolvimento. Al presente, l’infermità sotto tutte le forme col suo innumerevole seguito di dolori più vivi gli uni degli altri, lo assedia sin dalla culla e lo spinge incessantemente alla irritazione, al rammarico, qualche volta alla bestemmia ed anche alla disperazione. Invece di alleggerire il suo peso, i compagni dei suoi pericoli e delle sue fatiche non servono troppo di sovente che ad aggravarlo. La metà del genere umano pare creata per tormentar l’altra. Condannato a coltivare una terra ingombra di spine, mangia un pane quasi sempre bagnato di sudore o di lacrime. Ei trascina sul difficile sentiero della vita, simile al galeotto, la lunga catena delle sue speranze deluse. Oggi, ricco e contornato da amici; domani povero e derelitto. La sua fisica esistenza non è altro che una continua successione di disinganni, di umilianti servitù, di fatiche e di dolori, e per conseguenza di terribili tentazioni. – Mentre che al di fuori tutto cospira contro di lui, internamente egli è obbligato a sostenere una guerra ancor più terribile. Circondato da nemici invisibili, arrabbiati, indefessi; da una malizia e da una potenza i cui limiti sono sconosciuti, per sopraggiunta porta in sé medesimo delle intelligenze dì e notte intente ad abbandonarlo. Insidie d’ogni specie son tese a ciascuno dei suoi sensi, e lo stesso bene gli diventa occasione di caduta; così è l’uomo. (Cosi egli è sempre stato. La di lui triste condizione, dipinta da sant’Agostino, darà, lo spero, largo campo alla misericordia. “Vita hæc, vita misera, vita caduca, vita incerta, vita laboriosa, vita immonda, vita domina malorum, regina superborum, plena miseriis et erroribus— quam humores tumidant, dolores extenuant et ardores exsiccant, aer morbidat, escæ inflant, jejunia macerant, joci dissolvunt, tristitiae consumunt, sollicitudo coarctat, secUritas hebetat, divitiae infiant et jactant, paupertas dejicit, juventus extollit, senectus incurvat, infìrmitas frangit, moeror deprimit. Et his malis omnibus mors furibunda succedit. Meditaz. c. XXI). – Ebbene! quest’essere cosi fragile, così combattuto, cosi esposto a cadere, che un semplice cattivo pensiero quanto è grosso un capello lo separa dall’abisso, lotterà per sessant’anni senza cadere; o, se talvolta egli cade, si rialza, ripiglia coraggio; e malgrado la natura, malgrado l’inferno, malgrado se stesso, rimane vittorioso nell’ultimo combattimento. Respingere il nemico non è che una parte della sua gloria. Vedete questo figlio della polvere e della corruzione, che piglia l’offensiva, e che s’innalza con l’eroismo delle sue virtù fino alla rassomiglianza di Dio; e che poi porta la guerra al centro stesso dell’impero nemico, atterra le cittadelle di satana, gli strappa le sue vittime, pianta lo stendardo della croce sulle rovine dei templi di lui, guarisce ciò che aveva ferito, salva quel che aveva perduto, in premio del suo sangue allegramente versato, e fa fiorire l’umiltà, la carità, la verginità in milioni di cuori, schiavi sin’allora dell’orgoglio, dell’egoismo e della voluttà. – Questo spettacolo di un eroismo che gli Angeli ammirano e del quale essi sarebbero gelosi, se la gelosia trovasse accesso nel cielo, non avrebbe mai avuto luogo senza il combattimento. Mercé di questo, tutti i secoli l’han visto, tutti lo vedranno, e nel di delle manifestazioni supreme, le nazioni riunite accoglieranno con acclamazioni immense questo magnifico trionfo della grazia, che Dio stesso coronerà di un’eterna gloria, facendo sedere il vincitore sul di lui proprio trono. (Qui vicerit dabo ei sedere mecum in throno meo. Apoc. III, 21) D’altra parte, bisogna notar bene che non è Dio che ha dato al demonio il suo terribile impero sull’uomo, ma è l’uomo stesso. La potenza del demonio gli viene dalla eccellenza medesima della sua natura. Come angelo, il peccato non gli ha fatto perder nulla dei suoi doni naturali, né della sua forza, né della sua intelligenza, né della sua attività prodigiosa. L’impero naturale ch’egli ha sopra di noi, l’esercita con più o meno estensione, secondo i consigli divini, e troppo sovente secondo la permissione che noi medesimi abbiamo l’imprudenza di dargli. Nel primo caso, la potenza del demonio, come la vediamo per l’esempio di Giobbe e degli Apostoli, (Job., I, 12; Luc., XXII, 31) è controbilanciata da quella della grazia, di guisa che la vittoria ci è sempre possibile, e lo stesso combattimento sempre vantaggioso. « Dio è fedele, dice san Paolo, e non permetterà mai che voi siate tentati oltre le vostre forze; egli vi farà altresì approfittare della tentazione, affinché possiate perseverare. (I Cor. X, 13) » Nel secondo caso, l’uomo deve incolpare soltanto sé medesimo della potenza tirannica del demonio. Cosi, Adamo conosceva molto meglio di noi il mondo angelico. (S. Th., ì, p. q. xc, art. 2. corp.). Nel momento della tentazione, sapeva perfettamente qual fosse la terribile potenza di Lucifero, e a qual tiranno ei si vendeva, disobbedendo a Dio. D’altra parte ei possedeva tutti i mezzi di rimaner fedele e ne conosceva i motivi. Dio, per onorarlo al pari degli Angeli, gli aveva dato il libero arbitrio. Il Creatore, la cui sapienza aveva unito la beatitudine soprannaturale degli spiriti angelici a uno sforzo meritorio, era egli obbligato di crear l’uomo impeccabile, o di coronarlo senza combattimento? Dunque malgrado i lumi della sua ragione, malgrado il grido della sua coscienza, malgrado l’aiuto della grazia, Adamo disobbedisce a Dio per obbedire al demonio, e diviene suo schiavo. In tutto ciò, Dio non c’entra per nulla. La potenza tirannica del demonio sul primo uomo è il fatto del primo uomo. La tentazione di Adamo è il tipo di tutti gli altri. Allorquando noi vi soccombiamo, diamo volontariamente appiglio su di noi al nostro nemico. Dio non ci è per nulla se non se per l’oltraggio, ch’ei riceve dalla nostra ingiusta preferenza. (Iddio non è Fautore del male che deturpa, ma del male che punisce. Questo assioma è esposto da san Tommaso cosi: Deus est auctor mali pœnæ, non autem mali culpœ. I. p. q. XLVIII, art. 6. corp.). – Che dico io? nel male che l’uomo fa a sé medesimo, dandosi al demonio, Dio interviene per prevenirlo e per ripararlo. Ei lo previene: e per porre Adamo ed i suoi figli al coperto dalle seduzioni del tentatore, gli provvede di tutti i mezzi di resistenza, ed annunzia loro chiaramente le conseguenze inevitabili della loro infedeltà: se voi disobbedite, morrete, morte moriemini. Adamo affronta questa minaccia, e i discendenti di lui lo imitano. Il diluvio viene a vendicare Iddio oltraggiato, e l’uomo si ostina nella suo ribellione. Appena la catastrofe è passata che i discendenti di Noè volgono le spalle al Signore, e con allegrezza di cuore si danno al culto del demonio; e adonta di nuove minacce e di nuovi castighi, satana diviene il dio e il re di questo mondo. Quello che fecero i peccatori in antico, noi lo vediamo fare dai peccatori d’oggidì. Con chi debbono rifarsela della formidabile potenza del demonio e della loro deplorabile schiavitù? Io veggo un padre pieno di tenerezza e di esperienza che dice al maggior figlio: Non mi lasciare; se tu ti allontani da me, tu cadrai in un abisso, in fondo al quale c’è un mostro pronto a divorarti. Il figlio disobbedisce, cade nell’abisso e diviene preda del mostro. L’esempio del fratello maggiore non fa più saggi gli altri figli e cadono anch’essi nell’abisso dove il mostro gli divora. E questi figli possono imputare il padre suo della loro disgrazia? In questo padre vediamo Dio; in questi figli indocili vediamo Adamo, vediamo tutte le generazioni di peccatori che si sono succedute dalla caduta originale in poi. – È dunque una bestemmia il rendere Dio responsabile delle nostre cadute e della potenza tirannica del demonio sul mondo colpevole. Ei lo ripara. Appena che l’uomo si è venduto, Iddio dona il proprio suo figlio per redimerlo. Questo Figlio adorabile rigenerando l’uomo col suo sangue, diviene un secondo Adamo, ceppo di un nuovo genere umano, ristabilito in tutti i suoi diritti perduti. Come basta d’essere figlio del primo Adamo per essere schiavo del demonio, cosi, per cessare di esserlo, basta diventare figlio del secondo Adamo. (Sicut in Adam omnes moriuntur, ita et in Cirri sto omnes vivifìcabuntur. I Cor., XV, 22).  Cosicché, nella potenza lasciata al demonio per divina sapienza, non bisogna vedere che due cose: primo, una condizione della prova, necessaria alla conquista del regno eterno; secondo, la grandezza della ricompensa, che sarà il frutto di una vittoria tanto a caro prezzo acquistata. Rimane a sapersi come si diviene figli del seconda Adamo e se tutti possono diventarlo. L’uomo è il figlio dell’uomo mediante una generazione umana; ei diviene, figlio di Dio mediante una generazione divina. Questa generazione si completa nel Battesimo. Qui ricomparisce, come una insolubile obiezione, l’impero immenso del demonio, in tutte le epoche della storia. — Da un lato, Dio vuole la salute di tutti gli uomini; egli ciò vuole di una volontà positiva, poiché il suo Figlio è morto per tutti gli uomini. Ora, la salute non è solamente il possesso di una felicità naturale dopo la morte, né l’esenzione dalle pene dell’inferno, ma bensì la felicità soprannaturale che consiste nella visione intuitiva di Dio (Omnes homines vult salvos fieri, et ad agnitionem veritatis venire. I Tim., XI) — (Pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt jam non sibi vivant, sed ei qui prò ipsis mortuus est et resurrexit. II Cor., V, 15) – (Il fine della redenzione è di rendere all’uomo, con usura, tutto ciò che ha perduto col peccato originale. Ora Adamo, cioè dire ogni uomo, è stato creato in uno stato di giustizia soprannaturale il cui termine è la chiara vista di Dio nel cielo. Dunque il frutto della redenzione è di rendere ad ogni uomo lo stato soprannaturale e il cielo in cui va ad aver termine. Conc. Trid. sess. V, De Peccat. orig.). Dall’altra, niuno può esser salvo senza esser battezzato. (Nisi quis renatus fuerit ex aqua,et Spiritu Sancto, non potest introire in regnum Dei. Joan., III, 5.). Come conciliare, con l’antico stato del genere umano e la statistica attuale del globo, la possibilità del Battesimo per tutti gli uomini? Qual modo hanno avuto ed hanno ancora d’essere battezzati tante migliaia di milioni di creature umane, completamente straniere al Cristianesimo? Bisogna egli forse ammettere, per esempio, che tutti i fanciulli nati da sei mil’anni in qua fuori del Cristianesimo, e morti innanzi d’aver potuto peccare, siano eternamente privi della vista di Dio? Se così fosse, come stabilire che Dio ha bastantemente provvisto alla riparazione del male? Tutto ciò è mistero. Ma lo ripetiamo: una verità per essere misteriosa, non è per questo men certa. Ora, che Dio abbia bastantemente provveduto alla riparazione del male, dando a ciascun uomo tutti i mezzi di salvarsi, è una verità tanto certa quanto l’esistenza stessa di Dio. Ammettere che sia altrimenti, sarebbe ammettere un Dio senza verità, senza potenza, senza sapienza, senza bontà infinita; un Dio che vuole il fine senza volere i mezzi; un Dio che non è Dio, un Dio nullo. Questa risposta del semplice buon senso è perentoria e si potrebbe starcene a questa. Non pertanto cercheremo di dare alcune spiegazioni nel seguente capitolo.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (VI)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO V.

Conseguenze di questa Divisione.

Espulsione degli angeli ribelli — Loro dimora: l’inferno e l’aria — Passi di san Pietro e di san Paolo — di Porfirio — di Eusebio — Di Beda — di Viguiero — di san Tommaso — Ragione di questa doppia dimora — Dal Cielo discende la lotta sulla terra — L’odio contro il domina dell’Incarnazione, ultima parola di tutte le eresie e di tutte le rivoluzioni, innanzi e dopo la predicazione del Vangelo — Odio particolare di Satana contro la donna — Prove e ragioni.

E il Dragone, aggiunge l’Apostolo, venne precipitato sulla terra, projectus in terram. [Et postquam vidit Draco quod projectus esset in terram, etc. Apoc., XII, 18]. – Qual è questa terra? Parlando della caduta di Lucifero e de’ suoi complici, san Pietro dice che Dio gli ha precipitati nell’inferno, dove sono tormentati e tenuti in riserva sino al dì del giudicio. [Rudentibus inferni detractos in tartarum tradidit cruciandos, in judicium reservari, II Petr. II, 4]. Altrove egli ci esorta alla vigilanza prevenendoci che il demonio, simile ad un leone che ruggisce, gira di continuo a noi d’intorno per divorarci. [Vigilate quia adversarius vester diabolus tanquam leo rugiens, Circuit quaerens quem devoret. I Petr., V, 8]. – San Paolo dal canto suo, chiama Satana il principe delle potenze dell’aria, ed avvisa l’uman genere di porsi indosso la sua divina armatura a fine di poter resistere agli assalti del demonio. « Per noi, dice egli, la lotta non è contro i nemici di carne e di sangue, ma contro i principi e le potenze, contro i governatori di questo mondo di tenebre, gli spiriti maligni, che abitano nell’aria. » [Secundum principem potestatis aeris hujus. Ad Ephes. II, 2. — Induite vos armaturam Dei, ut possitis stare adversus insidias diaboli. Quoniam non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem; sed adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, cantra spiritualia nequitiæ, in cœlestibus. Id., VI, 11 et 12].  A questo modo, i due organi più illustri della verità, san Pietro e san Paolo, danno a vicenda per abitazione agli angeli caduti, l’inferno e 1’aria che ci circondano. Malgrado un’apparente contradizione, il loro linguaggio è esatto: è l’eco rimbombante della tradizione universale. Sotto il nome di Plutone o di Serapide, gli antichi popoli non hanno eglino forse ammesso un re dell’inferno, che abita le tenebrose regioni del Tartaro, e circondato da dii infernali satelliti suoi e suoi cortigiani Non hanno essi nel tempo stesso proclamato con mille sacrifici, con mille suppliche, mille differenti riti, la presenza di quelli dèi infernali negli strati inferiori della nostra atmosfera, insieme alla loro malefica azione sull’uomo e sul mondo? Dice Porfirio: « Non è invano che noi crediamo soggetti i demoni malvagi a Serapide, che è lo stesso dio di Plutone. E poiché questo genere di demoni abita i luoghi più prossimi alla terra, all’ oggetto di saziare più liberamente e più di sovente le loro abominevoli inclinazioni, non v’è sorta di delitti ch’essi non abbiano costume di tentare e di far commettere. » [Improbos dæmones Serapi subditos esse haud temere suspicamux…. atque idem prorsus qui Fiuto deus iste est. Porphyr., apud Eìiseb., Præp, Evang., ibid. IV, cap. XXIII, etc. — Hoc genus dæmonum, ut in locis terræ vicinioribus cupiditatis explendæ causa libentius frequentiusque versatur, nihil piane, sceleris est, quod moliri non soleat. Ibid., lib. IV, cap. XXII]. – Sotto questo rapporto il linguaggio dell’ umanità cristiana è simile a quello dell’umanità pagana. I Padri della Chiesa parlano come i filosofi. Ecco quel che dice il Signore rivolgendosi a Lucifero: « Tu fosti generato sul monte santo di Dio; tu nascesti in mezzo a pietre rilucenti di fuoco. Tu le sorpassavi per splendore sino al dì in cui l’iniquità penetrò nel cuor tuo. La tua scienza si è corrotta con la tua beltà, e ti ho precipitato sulla terra. » [Ezech. XXVIII, 14 e seg.]. – « Da queste parole e da altre ancora, noi veniamo chiaramente a conoscere, dice Eusebio, il primo stato di Lucifero fra le più divine potenze e la sua caduta dal più alto grado, a motivo del suo orgoglio segreto e della sua rivolta contro Dio. Ma sotto di lui troviamo miriadi di spiriti dello stesso genere, inclinati alle stesse prevaricazioni, ed a causa della loro empietà espulsi dal beato soggiorno. Invece di quello splendido cerchio di luce, soggiorno della Divinità, invece di quella gloria che brilla nella celeste magione, invece della società dei cori angelici, essi abitano la dimora preparata per gli empii, per la giusta sentenza di Dio onnipotente, il Tartaro, che i libri santi designano sotto il nome d’abisso e di tenebre. « A fine di esercitare gli atleti della virtù e di arricchirli di meriti, una parte di questi esseri maligni ha ricevuto da Dio il permesso di abitare intorno alla terra, nelle regioni inferiori dell’aria. Questa è divenuta la causa concomitante del politeismo, che non val meglio dell’ateismo; è quella che la Scrittura nomina coi nomi che le convengono: di spiriti malvagi, di demoni, di principati e di potenze, di principi del mondo, di re malefici dell’aria. Altre volte in vista di rassicurare gli uomini, suoi dilettissimi, Iddio gli designa sotto tanti simboli, per es. allorché dice: Voi camminerete sull’aspide e sul basilisco; voi calpesterete il leone e il dragone. » [Praep. Evang., lib. VII, cap. XVI.]. – Per omettere altri venti nomi, Beda il venerabile, nell’ottavo secolo, parlava in Occidente come Eusebio, al quarto secolo, aveva parlato in Oriente. Ecco le sue parole: « Sia che i demoni sorvolino nell’aria o ch’essi percorrano la terra, ossia che vaghino nel centro del globo, o che vi siano come incatenati, dappertutto e sempre portano seco le fiamme che gli tormentano: simili al febbricitante che stando in un letto d’avorio, o esposto al raggi del sole, non può evitare il calore o il freddo inerente alla sua infermità; cosi i demoni, ancorché siano onorati in splendidi templi, o che percorrano gli spazi immensi dell’ aria, non cessano per questo di ardere del fuoco dell’ inferno. » [Comment. in cap, in, epist. Jacob.]. – Più tardi un altro testimonio della fede universale si esprime in questi termini: « Una parte degli angeli cattivi, cacciati dal cielo, è rimasta nella oscura regione delle nuvole, vale a dire, negli strati mezzani e inferiori dell’atmosfera, portando seco l’inferno. Essi stanno ivi per una disposizione della Provvidenza, per tenere in esercizio gli nomini. Un’altra parte è stata precipitata  nell’inferno, spogliata di ogni nobiltà e di ogni dignità non però naturale, attesoché, come insegna san Dionigi, gli angeli caduti non hanno perduto i loro doni naturali, ma bensì i doni gratuiti, vale a dire l’amicizia di Dio, le virtù e i doni dello Spirito Santo, chiamati da Isaia le delizie del Paradiso. » [Viguier, c. m, § 2, v. 15, p. 97]. – San Tommaso col suo acume ordinario scopre la ragione di questo doppio soggiorno: « La Provvidenza, dice l’angelico dottore, conduce l’uomo al suo fine in due maniere: direttamente, portandolo al bene, che è il ministero degli Angeli buoni: indirettamente, esercitandolo alla lotta contro il male. Conveniva che questa seconda maniera di procurare il bene dell’uomo fosse affidata agli angeli cattivi, affinché essi non fossero del tutto inutili all’ordine generale. Da ciò deriva che vi sono per essi due luoghi di tormenti; uno per ragione della loro colpa, ed è l’inferno; l’altro per ragione dell’esercizio che essi debbono procurare all’uomo, ed è la tenebrosa atmosfera che ci circonda. « Ora, procurare la salute dell’uomo deve durare fino al giorno del giudizio: dunque durerà fino allora il ministero degli Angeli buoni e la tentazione dei cattivi. Cosi gli Angeli buoni, continueranno ad esserci mandati fino all’ultimo giorno del mondo, ed i cattivi seguiteranno ad abitare le regioni inferiori dell’aria. Per altro ve ne sono alcuni tra di loro che dimorano nell’inferno per tormentare quelli che vi sono trascinati; come pure una parte degli angeli buoni rimane nel cielo con le anime dei santi. Ma dopo il giudizio, tutti i cattivi, tanto uomini che angeli, saranno nell’inferno, e tutti i buoni nel cielo.1 » [Pars I, q. LXIV, art. 4, corp.]. – Il testo sacro continuala dire: Il Dragone precipitato che fu una volta sulla terra, si mise a perseguitare la Donna, persecutus est mulierem. Quale è questa persecuzione? Non è altro che la continuazione della gran battaglia di Lucifero e degli angeli suoi, contro il Verbo incarnato. Sulla terra come nel cielo, oggi come al principio e sino alla fine del mondo, sono gli stessi combattenti, le armi stesse, lo stesso fine. Qui sta tutta la filosofia dell’istoria passata, presente e futura. Ohi non capisce ciò, non capirà mai nulla del grande enimma, che si chiama la vita del genere umano sulla terra. Noi abbiamo visto, e pigliando ad imprestito le parole di Cornelio a Lapide, ripetiamo che: « Il peccato di Lucifero e dei suoi angeli fu un peccato di superbia. Essi avendo avuto conoscenza del mistero dell’Incarnazione, videro con gelosia preferita la natura umana all’angelica. Di qui l’odio loro contro il Figlio della Donna, vale a dire il Cristo. Di qui la loro guerra nel cielo, guerra a morte che essi continuano sulla terra.2 » (Apoc. XII, 4). – Lucifero e i suoi satelliti non essendosi potuti opporre al decreto dell’unione ipostatica della natura divina con l’umana, sono costantemente e unicamente occupati a deluderlo nei suoi effetti. Rendere impossibile o inutile la fede al dogma dell’Incarnazione; tale è l’ultima parola di tutti i loro sforzi. Apriamo la storia. Mercé la malizia del demonio, l’uomo che sopra ogni altro doveva profittare dell’Incarnazione, incomincia per divenire prevaricatore. Satana per ritenerlo eternamente lontano dal Verbo suo liberatore, aggrava il suo nobile schiavo di una triplice catena. Sino alla venuta del Messia, tre grandi errori dominano le nazioni: il Panteismo, il  Materialismo, il Razionalismo. Questi tre grandi errori si riassumono in un solo, che n’è il principio e la fine; il Satanismo.Queste mostruose eresie, madri di tutte le altre, tendono, come è facile vederlo, a rendere radicalmente impossibile la credenza al domma dell’Incarnazione.

1) Il Panteismo: se tutto è Dio, l’Incarnazione è inutile.

2) Il Materialismo: se tutto è materia, l’Incarnazione è assurda;

3) Il Razionalismo: se la suprema sapienza è credere alla sola ragione, l’Incarnazione é chimerica.

Questo in quanto alle nazioni pagane. – Quanto al popolo ebreo, incaricato di conservare la promessa del gran Mistero, tutti gli sforzi di satana hanno per fine di trascinarlo nell’idolatria. Diverse volte, almeno in parte, vi riuscì. Israele ai piè degli idoli perde persino la memoria del Verbo incarnato, futuro liberatore del mondo. Allora, satana regna in pace sull’uman genere vinto, e la storia dell’antichità non è che la storia del suo insolente trionfo. Che cosa vediamo noi allorché giunge la pienezza dei tempi? Da tutte le parti arrossiscono le infernali potenze. La guerra contro il dogma dell’Incarnazione ricomincia con un accanimento indicibile. Per impedire che si stabilisca, satana scatena le persecuzioni; e per rovinarlo nello spirito di coloro che l’hanno accettato egli scatena le eresie. Per otto secoli, dal tempo degli Apostoli sino ad Elipando ed a Felice di Urgel, passando per Ario, lo sforzo dell’Inferno si porta direttamente sul dogma dell’Incarnazione. Lo stesso assalto più o meno mascherato continua nei secoli susseguenti. – Per un ricorso troppo significativo, la divinità del nostro Signore, o il mistero della Incarnazione, chiave di volta del mondo soprannaturale, è ridiventata sotto i nostri occhi, ciò ch’essa fu al principio, il fine confessato, il punto capitale, l’ultima parola dell’eterno combattimento. Ario non è egli risuscitato ed abbellito in Strauss, in Renan e consorti, corifei della lotta presente? satana nell’aspettare la rovina quasi totale della fede verso il dogma riparatore, funesta vittoria che gli è annunziata per gli ultimi giorni del mondo, moltiplica i suoi sforzi, a fine di renderla inutile a coloro che la conservano ancora. Egli spinge oggi i Cristiani, come anticamente gli ebrei, a ogni sorta d’iniquità: che è ciò che san Paolo chiama l’idolatria spirituale, il cui effetto immediato è di annientare in tutto o in parte la salutare influenza dell’augusto mistero. (Quod est idolorum servitus. Gal., v. 20). – L’oggetto eterno dell’odio di satana, è dunque il Verbo incarnato; ecco l’ultima parola delle persecuzioni, degli scismi, delle eresie, degli scandali, delle tentazioni e delle rivoluzioni sociali: in altri termini, ecco la spiegazione della gran battaglia che, incominciata nel cielo, si perpetua sulla terra, per far capo all’eternità della felicità, ovvero all’eternità della infelicità. – Ma perché l’Incarnazione è stata, è tuttavia, e sarà sempre l’unico oggetto della lotta tra il cielo e l’inferno? Questa questione è fondamentale. Solamente la risposta può spiegare l’eterno accanimento di tal battaglia, come pure la natura e l’insieme dei mezzi adoperati dall’assalto e dalla difesa. L’Incarnazione è la base di tutto il Cristianesimo. Ma qual è il fine dell’Incarnazione? Già l’abbiamo indicato: è di deificare l ‘uomo. (Il lettore cattolico intende da se, quanto questa deificazione della quale parla l’autore, nel significato cattolico sia lontana dall’assurdità che avrebbe, intesa nel significato panteìstico. Del resto l’autore più sotto spiega anche con maggiore evidenza il suo pensiero. (V. d. Ed.). –  Iddio non se lo è nascosto. Le sue parole, ripetute venti volte, manifestano il suo consiglio. « Io l’ho detto: voi siete tanti Dei e tutti figli dell’Altissimo. Si chiameranno: Figli del Dio vivente. Siate perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste medesimo; imperocché voi partecipate della natura divina. Vi è stato dato il potere di diventare figli di Dio. Vedete dunque qual è la carità del Padre, egli vuole che non solo siamo chiamati, ma che siamo realmente figli di Dio.2 » (Ego dixi: Dii estis et filii Excelsi omnes. Ps LXXXI , 6. — Dicetur eis: Filii Dei viventis. Osee, I, 10. — Estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester coelestis perfectus est. Matth., V, 48. — Divinæ consortes naturæ. II Petr., i, 4. — Dedit eis potestatem filios Dei fieri. Joan., I, 12. — Videte qualem charitatem dedit nobis Pater, ut filii Dei nommemur et simus. I Joan., III, 1). – L’uomo conosce il divino consiglio, e lo ha sempre conosciuto. Sa, ed ha sempre saputo, nel significato cattolico della parola, ch’egli deve diventare Dio. Egli vi aspira con tutte le potenze del suo essere. Satana pure lo sa, e prende l’uomo per questo verso. Mangiate di quel frutto e voi sarete come Dio, questa è la prima parola che egli gli indirizza. (Gen., III. 5). Tale n’è il significato: « Voi dovete essere tanti Dii, lo so e non lo contrasto. Soltanto vi propongo un mezzo breve e facile per divenirlo. Per essere Dii vi è stato detto: umiliatevi; obbedite; astenetevi; riconoscete la vostra dipendenza. Sottoporvi a simili condizioni, è volgere il tergo alfine. L’abbassarsi non può condurre all’innalzamento. Volete voi giungervi? rompete i vostri lacci, il primo passo verso la deificazione è la libertà. » – Avvi del vero in queste parole come in qualsisia eresia: il vero è che l’uomo dev’essere divinizzato. Il falso è ch’egli possa divenirlo seguendo la via indicata da satana. Perciò, notiamolo bene; comunque strana ella sia, questa promessa di deificazione non eccita nei padri dell’uman genere, né meraviglia, né indignazione, né sorriso di disprezzo. Essi l’accolgono; e, per averla presa nel significato del tentatore, si perdono accogliendola. Per conseguenza, san Tommaso nota con ragione che il principale peccato dei nostri primi padri non fu né la disobbedienza, né la gola, ma bensì il desiderio disordinato di diventare simili a Dio. La disobbedienza e la gola furono i mezzi; l’ambizione illegittima d’esserle come Dii, fu lo scopo finale della loro prevaricazione. – « Il primo uomo, dice il gran dottore, peccò principalmente pel desiderio di diventare simile a Dio quanto alla scienza del bene e del male, secondo la suggestione del serpente: in modo da potere, con le sole forze della sua natura stabilire da sé medesimo le regole del bene o del male; o conoscere anticipatamente e da se stesso la felicità o l’infelicità che poteva avvenirgli. In secondo luogo peccò pel desiderio di diventare simile a Dio, quanto alla potenza d’agire, in modo da giungere alla beatitudine con le proprie sue forze. » (2a 2ae, q. LXIII, art. 2, corp.). Qui san Tommaso non è altro che l’eco di sant’Agostino che dice chiaramente: « Adamo ed Èva vollero rapire la divinità, e persero la felicità. » (Adam et Èva rapere voluerunt divinitatem et perdiderunt felicitatem. Gloss. in Ps. LXIII). Che certi antropologi la cui audacia giunge persino a negare l’unità della specie umana, spieghino l’influenza di questa magica parola sopra tutti gli abitanti del globo: voi sarete come Dii. Questa parola vincitrice, or son mille anni, dei padri della nostra stirpe, satana la ripete costantemente alla posterità loro, e ne ottiene lo stesso successo: egli non ne conosce altre, ed infatti quella gli basta. La psicologia del male, studiata con attenzione, dimostra che un desiderio di divinità è nel fondo di tutte le tentazioni: le vittime di satana non sono sue vittime, tranne che per aver voluto essere come tanti Dii. In conclusione, tanto per parte dello Spirito di luce che per parte dello Spirito di tenebre, tutto si raggira intorno alla divinizzazione dell’uomo. Il primo vuole operarla con l’umiltà; il secondo con l’orgoglio. Uno dice all’uomo sulla terra, la parola apoteizzante che dice all’Angelo in cielo: Sottomissione. L’altro ripete all’uomo la parola corrompitrice, che egli stesso pronunziò in cielo: Indipendenza. Da questi due principii opposti scaturiscono, come due rivi dalle loro sorgenti, i mezzi contradittorii dell’apoteosi divina, e dell’apoteosi satanica. – È inutile aggiungere che la prima è la verità, la seconda, una contraffazione; che l’una rende l’uomo veramente figlio di Dio, immagine viva delle sue perfezioni, erede del suo regno, compagno della sua gloria; e l’altra, figlio di satana, complice della sua ribellione e compagno del suo castigo. Esiste per altro, tra questi opposti mezzi, un parallelismo completo, che noi faremo conoscere più tardi; imperocché non è il minor pericolo della grande persecuzione dell’angelo caduto. « Lucifero e i suoi ministri faranno grandi prodigi, e cose meravigliose in modo da sedurre, se fosse possibile, gli stessi eletti: (Matth. XXIV, 24) » tale è l’avvertimento troppo dimenticato del Divino maestro. Vero in tutti i tempi, sembra divenirlo oggi più che mai, e domani lo sarà ancor più d’oggidì. L’Apostolo termina la grande istoria del male, dicendo: E il Dragone perseguitò la donna che partorì il figliuolo: Persecutus est mulierem quæ peperit fìlium. – La persecuzione ci è nota; ma qual donna ne è l’oggetto? È la donna per eccellenza, madre del figlio per eccellenza. È la donna di cui fu detto allo stesso Dragone, subito dopo la sua prima vittoria: « Io decreterò la guerra tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua; essa ti schiaccerà il capo, e tu tenderai dell’insidie al suo calcagno. (Gen. III, 15) » Volete voi conoscerla? Porgete l’orecchio alla voce dei secoli passati e dei secoli presenti: tutti ripetono il nome di Maria. – Ma come mai Maria, il cui passaggio sulla terra si è compiuto in pochi anni, in un angolo oscuro della Palestina, può Ella essere l’oggetto di una persecuzione cosi durevole quanto i secoli, e così estesa quanto il mondo? Maria è la Donna immortale. Quaranta secoli avanti la sua nascita essa viveva in Eva; e satana lo sapeva. Dopo diciotto secoli, ella vive nella Chiesa, e satana neppure questo ignora. Ma viveva in Eva. Ella vi viveva come la figlia nella madre sua, o piuttosto come il tipo in un ritratto. Secondo i Padri, Adamo fu formato sul modello del Verbo incarnato, ed Eva su quello di Maria. Sin dall’origine, Maria fu in Eva la madre di tutti i viventi, perché Ella doveva partorire la vita: Mater cunctorum viventium. Questo mistero, noto a satana, spiega il di lui odio particolare contro la donna. Certo la donna colpevole è stata condannata alla dipendenza dell’uomo, e ai dolori propri al suo sesso. Ma questa condanna basta ella per spiegare la sua trista condizione in tutti i secoli e su tutti i punti del globo? Che cosa sono i patimenti dell’uomo paragonati alle umiliazioni, agli oltraggi, ai dolori della donna? Donde deriva questa differenza? Il credere che ella, abbia la sua causa unicamente nella colpabilità maggiore della donna primitiva, ci sembra una affermazione arrischiata, per non dire un errore. – È vero, che secondo san Tommaso, il peccato di Eva fu, sotto molti rapporti, più grande di quello di Adamo; ma è vero altresì che, secondo lo stesso dottore, il peccato d’Adamo relativamente alla persona, fu maggiore di quello di Eva. (2a 2æ, q. CLXIII, art. 4, corp.) Come fare a provare che agli occhi della giustizia divina non vi sia una sorta di compenso che riconduca i colpevoli all’eguaglianza? Se rimane una differenza sfavorevole alla donna, basta ella a giustificare l’enorme aggravio della sua pena? Basta a spiegare soprattutto la indubitabile preferenza che ha sempre avuta nell’odio di satana? In tutti i paesi dove egli ha regnato, e dove regna tuttora, essa è la più infelice creatura che sia sotto il cielo. Nata schiava, bestia da soma, battuta, venduta, oltraggiata in ogni maniera, oppressa dalle più dure fatiche, la sua istoria non può scriversi che con lacrime di sangue e di loto. Perché questa ferocia del Dragone contro l’essere il più debole, e da cui pare per conseguenza che si abbia meno da temere? Donde viene quella predilezione nello scegliere la donna, e soprattutto la giovinetta per medium, per organo delle sue menzogne, per istrumento delle sue ridicole o colpevoli manifestazioni? (La storia è piena di queste vergognose preferenze). – Noi non potremmo dubitare esser questa una vendetta del Dragone. Nella donna, e soprattutto nella vergine, egli vede Maria. Egli vede quella che gli deve schiacciare il capo; e perciò vuole ad ogni costo tormentare la donna, avvilirla, degradarla, sia per vendicarsi della sua disfatta, ossia per impedire al mondo di credere alla incomparabile dignità della donna, e scuotere cosi fino nelle sue fondamenta il dogma dell’Incarnazione: Persecutus est mulierem. (Questa preferenza dell’odio, dice Camerario, si osserva persino nell’ordine puramente fisico. L’opinione è che i serpenti, nemici crudeli dell’uomo, lo sono ancor più della donna; essi l’assalgono più spesso e più spesso la uccidono co’ loro morsi. Un fatto evidente lo conferma, ed e che se vi ha una sola donna in una gran quantità d’uomini, è quella che il serpente cerca di mordere. « Id enim in eo maxime perspicitur, quod etiam in turba frequentissima virorum, serpens unius mulieris, etiam si sola fuerit, calcibus insidiari consueverit. » Medit. Hist., par I, cap. IX, p. 81). – Ma calcolando bene, non parrebbe egli più giusto che dovesse l’uomo e non la donna avere la preferenza nell’odio di satana? Poiché alla fine non è la donna ma l’uomo-Dio che ha distrutto l’impero del demonio. Certo, il vincitor del Dragone è il Figlio della Donna; ma è vero altresi che senza la donna, senza Maria, questo vincitore non sarebbe esistito; e che satana continuerebbe ad essere pacificamente ciò che egli fu in antico, il dio ed il re di questo mondo. L’osservazione è tanto più giusta, in quanto che il vincitore di satana non è venuto dall’uomo, ma dalla donna, senza veruna partecipazione dell’uomo. A ragione dunque incolpò il Dragone non l’uomo ma la donna, della sua disfatta. Per questa stessa ragione dunque Iddio medesimo gli annunziò che la donna e non l’uomo, gli schiaccerebbe il capo: e così in fine la Chiesa fece omaggio a Maria delle sue vittorie, e fece ripetere a Lei da tutte le parti del globo: Rallegrati, o Maria; tu sola hai distrutto tutte le eresie da un capo all’altro della terra. (Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti in universo mundo. Brev. Rom., offic. B. M. Virg.) A giusto titolo dunque la donna è l’oggetto preferito dall’odio di satana: Persecutus est mulierem. Insomma a tutti i trionfi di Maria corrispondono i ruggiti del Dragone, ed essi divengono tanto più spaventosi, quanto è più sorprendente il trionfo. Oh come queste idee così ragionevoli insieme e misteriose, cosi sublimi e così semplici, spiegano a meraviglia la lotta feroce, inaudita, della quale siamo noi oggidì i testimoni! Per sollevare tanti furori che cosa ha fatto la Chiesa? È inutile il domandarlo. Essa proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione ha glorificato l’eterna nemica di satana di una gloria sin qui sconosciuta. Ora, con l’innalzare sino agli ultimi estremi il trionfo di Maria, ha fatto cadere sul Dragone l’ultimo scoppio della folgore da cui fu minacciato sei mila anni fa. È veramente oggi che il piede verginale della donna gravita con tutto il suo pondo sul capo del serpente. Che Pio IX soffra di angosce inaudite, egli le ha ben meritate. (L’acuto lettore non avrà mancato di osservare, che lo studio profondo dell’autore sui mali dei suoi tempi, e sulle vere cause di quelli, lo fa apparire, quasi diremmo, dotato di lume profetico. Anche dopoché l’autore dettava queste pagine stupende, quanto non è cresciuta la rabbia di satana, e dei suoi complici! Quanto maggiormente inaudite divennero le angosce di Pio IX, finché la Vergine glorificata da lui non lo chiamava al cielo, nel momento che i sacri bronzi invitavano i pii fedeli a benedire Colei che per la divina Maternità era stata l’oggetto costante dell’odio di Satana! – N. d. Ed.-). – Essendo Maria stata perseguitata in Eva sua madre, e in tutte le donne, sue sorelle, con una rabbia la cui storia può appena delinearne di nuovo il quadro, lo fu eziandio nella sua persona. Dal presepio alla croce qual fu la sua vita? Donna dei dolori, come suo figlio fu l’uomo dei dolori, ad Ella appartiene il diritto esclusivo di ripetere di generazione in generazione: « O voi tutti che passate per via, osservate e vedete se v’è un dolore da paragonarsi al mio! (O vos omnes, qui transitis per viam, attendite et videte si est dolor sicut dolor meus. Thren., I, 12). » A nessun altro; e per conseguenza conviene come a Lei, il titolo di Regina dei Martiri. –  Muore Maria, e la persecuzione non si ferma dinanzi alla sua tomba. Infatti, come Maria aveva vissuto in Eva, sua madre e sua figura, così ella vive nella Chiesa, sua figlia e suo prolungamento. Diciamo la sua Figlia, poiché il sangue divino che ha partorito la Chiesa è il sangue di Maria. (Beata Virgo Maria, ait Ambrosius, mater est, imo avia Ecclesiæ; quia eum peperit, qui caput et parens est Ecclesiæ. – Apud Corn. a Lap. in Apoc., XII, 1). Noi diciamo il suo prolungamento; perché la Chiesa è come Maria, Vergine e Madre tutt’insieme: vergine, perché l’errore non l’ha mai macchiata; madre, perché essa partorisce -tanti Cristi quanti partorisce Cristiani: Chrìstianus alter Christus. Maria fu la sposa dello Spirito Santo; la Chiesa ha lo stesso privilegio. È desso che la protegge, che la nutrisce, che ne piglia cura e che la fa Madre d’innumerevoli figli.33 (Corn. a Lap. in Gen. III, et in Apoc., XIII, 1). – Così, la donna, oggetto dell’odio eterno del Dragone, è Eva, è Maria, è la Chiesa, o meglio è Maria sempre vivente in Eva e nella Chiesa. Donna per eccellenza, in cui un privilegio senza esempio riunisce le più incompatibili glorie della donna, l’integrità della vergine e la fecondità della madre: Donna della Genesi e dell’Apocalisse, posta al principio ed alla fine di tutte le cose; sii benedetta! La tua eccellenza ci dà l’ultima parola della grande lotta che senza di te nessuno saprebbe capire; come pure la tua missione, immortale come la tua esistenza, spiega l’immortalità dell’odio infernale del quale tu sei l’oggetto, e noi con te: Persecutus est mulierem quæ peperìt masculum.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (V)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I. , Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO III

Dogma che ha cagionato la divisione del mondo soprannaturale.

L’Incarnazione del Verbo, causa della caduta degli angeli — Prove: dottrina dei Teologi — San Tommaso — Viguier — Suarez — Catharin.

Decretato sino ab æterno il dogma dell’Incarnazione del Verbo, fu a suo tempo proposto all’adorazione degli Angeli. Alcuni accettarono umilmente la superiorità ch’esso creava in favore dell’uomo; altri, ribellatisi per la preferenza data all’umana natura, protestarono contro il divino consiglio. Tale essendo l’opinione della maggior parte degli illustri dottori, essa merita per ogni rispetto l’attenzione del teologo e del filosofo. Il primo vi trova la soluzione delle più alte questioni della scienza divina. Al secondo spiega essa unicamente il carattere intimo dell’eterna lotta del bene e del male. Comunque siasi, tre incontrovertibili proposizioni ci sembrano dimostrarne la giustezza. Il mistero dell’Incarnazione fu la prova degli Angeli: 1° se essi hanno avuto cognizione di questo mistero; se questo mistero era di natura da ferire l’orgoglio loro e da eccitare gelosia; 3° se il Verbo incarnato è l’unico oggetto dell’odio di satana e dei suoi angeli. – Sentiamo i dottori che stabiliscono questa triplice verità: « Sin dal principio della loro esistenza, dice san Tommaso, tutti gli Angeli conobbero in qualche maniera il mistero del regno di Dio adempito mediante il Cristo; ma soprattutto partendo dal momento in cui essi furono beatificati con la visione del Verbo: visione che non ebbero mai i demonii, imperocché fu essa la ricompensa della fede degli angeli buoni. (Mysterium regni Dei, quod est impletum per Christum, omnes quidem angeli a principio aliquo modo cognoverunt; sed maxime ex quo beatificati sunt visione Verbi, quam dæmones nunquam habuerunt. – P. I, q. LXIV, art. 1, ad. 4) » – Che tutti gli Angeli, senza eccezione, abbiano avuto sin dal primo istante della loro creazione una certa conoscenza del Verbo eterno, la ragione si eleva sino a capirlo. Il Verbo è il sole di verità che illumina ogni intelletto che esce dalla notte del nulla; non ve ne sono però altri. Gli Angeli come specchi di una rara perfezione non poterono non riverberare qualche raggio di quel sole divino, del quale essi erano le più perfette immagini. Ma, quantunque essi avessero la coscienza di se medesimi, e delle verità che possedevano, quei raggi erano ancora velati e dovevano esserlo. Creati gli Angeli nello stato di grazia, non godettero però sin dall’origine della visione beatifica. Essi non conobbero dunque che imperfettamente il regno di Dio mediante il Verbo. Le cognizioni preliminari degli spiriti angelici furono, che questo Verbo adorabile, pel quale tutto è stato fatto, sarebbe il punto d’unione tra il finito e l’infinito, tra il Creatore e la creazione tutta quanta, e che in tal modo stabilirebbe gloriosamente il regno di Dio sopra l’universalità delle sue opere. Era insomma il mistero in germe dell’Incarnazione, o della unione ipostatica del Verbo con la creatura; ma nulla di più. (Fa d’uopo dire altrettanto dello stesso Adamo, e per le stesse ragioni. S. Th. II. 2a, q. n, art. 7. corp., ec.; e q. I, p. XCIV, art. 1, corp). – Spiegando le parole del maestro: « Gli Angeli, dice un dotto discepolo di san Tommaso, hanno una duplice cognizione del Verbo, cognizione naturale e soprannaturale. » – « Una cognizione naturale, con cui essi conoscono il Verbo nella sua immagine, risplendente nella loro propria natura. Questa prima cognizione, illuminata dalla luce della grazia e riferita alla gloria di Dio e del Verbo, costituiva quella beatitudine naturale nella quale essi furono creati. Pur tuttavia essi non erano ancora perfettamente beati, poiché essi erano capaci di una maggior perfezione, e che potevano perderla, il che infatti ebbe luogo per un gran numero. « Una cognizione soprannaturale o gratuita, in virtù della quale gli Angeli conoscono il Verbo per essenza e non per immagine. Essa non fu data loro al primo istante della loro creazione, ma al secondo, dopo una libera elezione per parte loro. » – Ascoltiamo adesso Suarez, per la cui bocca, dice Bossuet, parla tutta la scuola: « Bisogna tenere per molto probabile l’opinione che crede, che il peccato originale commesso da lucifero, sia stato il desiderio dell’unione ipostatica: ciò che l’ha reso sin da principio il nemico mortale di Gesù Cristo. Ho detto che questa opinione è molto verosimile, e continuo a dirlo. Abbiamo dimostrato che tutti gli Angeli, nello stato di prova, avevano avuto rivelazione del mistero dell’unione ipostatica che doveva compiersi nella natura umana. È dunque credibilissimo che lucifero abbia trovato in ciò l’occasione del suo peccato e della sua caduta. » (Viguier, cap. III, § 11, vers. 6, p. 79) – Una delle glorie teologiche del concilio di Trento, Catharin, sostiene altamente la stessa opinione, e con altri commentatori spiega egli così il testo di san Paolo: E allorquando lo introdusse di nuovo nel mondo, Egli disse: che tutti gli angeli l’adorino. (Hebr. I, 6). Perché questa parola di nuovo, una seconda volta? « Perchè il Padre eterno aveva già introdotto una prima volta il suo Figliuolo nel mondo, allorché, sin dal principio, Egli lo propose all’adorazione degli Angeli e rivelò loro il mistero dell’incarnazione. Lo introdusse una seconda volta, allorquando lo mandò sulla terra per incarnarsi effettivamente. Ora, a questa prima introduzione e rivelazione, lucifero ed i suoi angeli rifiutarono a Gesù Cristo di adorarlo ed obbedirlo. Tale fu il loro peccato. « Difatti, secondo la dottrina comune dei Padri, il demonio ha peccato per invidia contro l’uomo, ed è più probabile ch’egli abbia peccato prima che l’uomo fosse creato. Ora, non bisogna credere che gli angeli abbiano invidiato la perfezione naturale dell’uomo, in tanto che creata ad immagine e similitudine di Dio. In questa supposizione, ogni Angelo avrebbe avuto la stessa ragione, ed anche una più forte, quella d’ingelosire gli altri Angeli. È dunque più verosimile che il demonio abbia peccato per l’invidia della dignità con cui ha visto innalzare la umana natura nel mistero dell’Incarnazione. » (Opusc. de gloria Beator. apud Vasquez, pars I, q. LXIII, disp. 233). – Nel capitolo seguente verranno nuove autorità a confermare l’opinione dell’illustre teologo.

CAPITOLO IV.

(continuazione del precedente.)

Naclanto — Nuovo passo di Viguier — Ruperto — Ragionamento —

Testimonianza di san Cipriano, di sant’Ireneo, di Cornelio a Lapide

— Conclusione.

Un altro membro del concilio di Trento, il dottissimo vescovo di Foggia, Naclanto, così si esprime: « Sin dal principio, lucifero e lo stesso Adamo conobbero il Cristo, almeno per il lume della fede e di una rivelazione particolare, come il Creatore, il Signore e l’Oceano di tutti i beni. Ma, traviati per propria loro colpa, rimossero gli occhi dalla luce, e come se non l’avessero conosciuto per il Signore e per l’autore di ogni grazia e di ogni felicità, rifiutarono di sottometterglisi. Essi lo disprezzarono altresì nel modo il più empio: cosi la Scrittura spiega il non conoscerlo. Quanto a lucifero, la cosa è evidente. Non solo egli pretese innalzarsi da sé medesimo nel cielo, ma di più uccidere Cristo, invadere il suo trono e costituirsi in suo luogo. » (Enarrat, in epist ad Eph., cap. I, p. 49, in-fol.). –  Per stabilire che l’odio verso il Verbo incarnato fu il peccato di lucifero, e che non ha altro scopo che di combatterlo, Naclanto dimostra dal canto suo che il Verbo incarnato non ha altro pensiero che di combattere satana e di distruggere l’opera sua, « Cristo è venuto per distruggere le opere del diavolo. Infatti, muore Cristo, e il capo di satana è schiacciato, e cacciato egli stesso dal suo impero. Cristo scende all’inferno, e satana è spogliato; le armi ed i trofei nei quali riponeva egli la sua fiducia gli son tolti. Cristo trionfa, e satana, nudo e prigioniero, è consegnato e lasciato in balìa del disprezzo del mondo, e lasciato in. Esempio ai suoi partigiani. » (Venit Christus ut dissolvat opera diaboli. Cliristo moriente, contritum est caput ejus; et ipse foras est a principatu dejectus. Christo descendente, Tartarus est spoliatus, et arma et trophaea in quibus confidebat sunt direpta. Christo triumphante, nudus et captivus palam est ostentatus, et reliquia ejus membris in exemplum traductus. Enarr. In Epist. ad Eph., XI, p. 100).  – La stessa dottrina trovasi, ma in una maniera più esplicita, nel gran teologo spagnolo Viguiero. Parlando del testo di san Tommaso (Part. I, q. LXIII, art. 3; et De malo, q. XVIII, art. 8, ad 4) egli dice: « lucifero, considerando la bellezza, la nobiltà e la dignità della sua natura e della sua superiorità su tutte le creature, dimenticò la grazia di Dio, a cui tutto doveva. Disconobbe inoltre i mezzi di giungere alla perfetta felicità che Dio riserba ai suoi amici. Pieno d’orgoglio, ambì quella felicità suprema, e il cielo dei cieli, retaggio della natura umana, che doveva essere unita ipostaticamente al Figlio di Dio. Egli invidiò quel posto, il quale, nella Scrittura è chiamato la destra di Dio, s’ingelosì dell’umana natura, e comunicò il suo desiderio a tutti gli Angeli, dei quali egli era naturalmente il capo. – « Siccome egli era superiore agli Angeli nei doni naturali, cosi volle esserlo pure nell’ordine soprannaturale. Insinuò loro dunque di sceglierlo per mediatore o mezzo di giungere alla beatitudine soprannaturale, in luogo del Verbo incarnato, predestinato da tutta la eternità a questa missione. Tale è il significato dèlle sue parole: Io salirò al cielo; sopra le stelle di Dio innalzerò il mio trono, salirò sul monte del testamento al lato di settentrione. Sormonterò l’altezza delle nuvole, sarò simile all’Altissimo.  (Is., XIV, 13, 14) « Risovvenendosi i buoni Angeli allo stesso istante della grazia di Dio, come principio di tutti, i beni, e conoscendo per via della fede la passione del vero mediatore, il Verbo incarnato, cui gli eterni decreti avevano riserbato il posto e l’ufficio di mediatore del quale Lucifero voleva impadronirsi, non vollero per niente associarsi alla sua rapina. Essi gli seppero resistere; e grazie al merito della passione preveduta del Cristo, vinsero mediante il sangue dell’Agnello. In cotal modo quella gravitazione verso Dio che fin dal primo istante di loro creazione avevano essi incominciata, parte per inclinazione naturale, parte per impulso della grazia, liberamente, ma imperfettamente, la continuarono poi in piena e perfetta libertà. « In quanto agli angeli cattivi, ve ne furono di tutte le gerarchie e di tutti gli ordini, in tutto formanti la terza parte del cielo. Abbagliati essi, come Lucifero, dalla nobiltà e dalla bellezza della loro natura, si lasciarono adescare dalla brama di ottenere la bellezza soprannaturale, mediante le proprie loro forze e col soccorso di Lucifero; se ne stettero alle di lui suggestioni, applaudirono al suo progetto, portarono invidia alla natura umana, e giudicarono che l’unione ipostatica, l’ufficio di mediatore e la destra di Dio, si addicevano meglio a Lucifero che alla natura umana, inferiore alla natura angelica. « Dopo quell’istante, la cui durata ci è ignota, di libera e completa elezione, l’Iddio onnipotente comunicò ai buoni Angeli la chiara visione della sua essenza, e condannò al fuoco eterno i cattivi, con lucifero, loro capo, a cui disse: Tu non salirai, ma scenderai, e sarai trascinato nell’inferno.(Isa. XIV, 1). Gli Angeli buoni, avendo Michele e Gabriele alla loro testa, tosto eseguirono l’ordine di Dio, e comandarono a lucifero ed ai partigiani suoi di uscire dal cielo, dove pretendevano rimanere. – Bisognò loro malgrado obbedire. « In conseguenza di quanto abbiamo visto, risulta chiaro:

1° Che lucifero non ha peccato per avere ambito di essere uguale a Dio; era egli troppo illuminato da ignorare ch’è impossibile uguagliare Dio, essendo impossibile che vi fossero due infiniti. Inoltre è impossibile che una natura di un ordine inferiore diventi una natura d’un ordine superiore; attesoché bisognerebbe, perciò, ch’ella si annientasse. Egli non poté concepire un tal desiderio, conciossiachè ogni creatura desidera altresì, innanzi tutto e invincibilmente, la sua conservazione. Perciò il Profeta Isaia non gli fa dire: Io sarò uguale, sarò simile a Dio.

2° É evidente che Lucifero ha peccato desiderando in un modo colpevole la rassomiglianza con Dio. Ambì egli d’essere il capo degli Angeli, non solamente per l’eccellenza della sua natura, privilegio di cui godeva, ma volendone esser loro mediatore per ottenere la beatitudine soprannaturale: beatitudine che voleva acquistare egli stesso con le sue proprie forze. Cosi è che egli desiderò l’unione ipostatica, l’ufficiò di mediatore ed il posto riserbato all’umanità del Verbo, come ad esso conveniente meglio che alla natura umana, alla quale sapeva che il Verbo doveva unirsi. Il volere impadronirsene era dunque per parte sua, un atto di rapina. Perciò Nostro Signore Gesù Cristo lo chiama ladro. » (Viguier, cap. m, § 11, vers. 15, p. 96, 97). – Ruard, Molina e altri sommi teologi professano la stessa dottrina in un modo non meno assoluto: assolute. Molto prima di costoro il celebre Ruperto area espresso la stessa sentenza. Intorno a quelle parole del Salvatore: Egli fu omicida sino da principio, e voi volete compiere i desideri del Padre vostro, egli dice: Il Figliuolo di Dio parla qui della sua morte. Cosi, niente impedisce d’intendere per questo primitivo omicidio, l’antico odio di satana contro il Verbo. Quest’odio, anteriore alla nascita dell’uomo, satana arde di soddisfarlo. Per giungere al suo intento, adopra tutti i mezzi di far porre a morte quello stesso Verbo di Dio, attualmente rivestito dell’umana natura. « Ciò è tanto più vero, in quanto che Nostro Signore aggiunge: Ed egli non fu fedele al vero; il che ebbe luogo avanti la creazione dell’uomo. Infatti, nel momento in cui sollevandosi contro il Figliuolo, che solo è l’immagine del Padre, egli disse nel suo orgoglio: Io sarò simile all’Altissimo, divenne omicida dinanzi a Dio, salvo a divenirlo dinanzi agli uomini, facendo morire per mano dei Giudei l’eterno oggetto dell’odio suo…. Queste parole, egli non rimase fedele alla verità, significano che egli non ha continuato ad amare Colui il quale è la verità, il Figlio di Dio. Difatti rimanere nella verità è lo stesso che amare la verità; e rimanere o tenersi a Cristo è la stessa cosa che amare Cristo. Satana è dunque omicida sin dal principio, perché ha sempre tenuto per la verità, che è il Verbo, un odio indicibile.1 » (Comment. in Joan., lib. VII, ad illa: Ille erat homicida, n° 242 a 224).  Questa notevole testimonianza può riassumersi cosi: lucifero, avanti la sua caduta, conosceva le adorabili persone della SS. Trinità, e le amava. Troppo grandi erano i suoi splendori per permettergli d’essere geloso di Dio, tanto meno ancora di avere la pretensione di divenirlo. Allora egli tenevasi nel vero. Ma quando seppe che il Verbo doveva unirsi alla natura umana, a fine di divinizzarla, e, divinizzandola, innalzarla al disopra degli Angeli, al disopra del medesimo lucifero, allora non stette più nel vero. L’orgoglio entrò in lui, questo lo condusse alla ribellione; dalla ribellione all’odio, dall’odio alla caduta. – La stessa ragione dall’altra parte, per poco che essa rifletta, si persuade facilmente che la prova degli Angeli ha dovuto consistere nel credere al mistero dell’Incarnazione. Prima di tutto, il peccato degli Angeli è stato un peccato d’invidia; questo è un punto indiscutibile della dottrina cattolica. Fra tutti i Padri ascoltiamo solamente san Cipriano, parlando dell’invidia: « Come è grande, o miei dilettissimi figli, esclama egli, quel peccato che ha fatto cadere gli Angeli; che ha offuscato quelle alte intelligenze, e rovesciato dai troni loro quelle potenze sublimi; che ha ingannato lo stesso ingannatore! Di qui appunto è discesa sulla terra l’invidia. Per cagion sua perì colui che, pigliando a modello il maestro della perdizione, obbedì alle sue ispirazioni, come sta scritto: Per invidia del demonio la morte entrò nel mondo. » (Invidia diaboli mors introivit in orbem terrarum. – Opusc. de zelo et livore.) In conseguenza, l’invidia degli angeli non ha potuto avere che due oggetti: Dio o l’uomo. Rispetto a Dio, il volere essere simile a Dio, uguale a Dio, considerato in se medesimo, e fatta astrazione dal mistero della Incarnazione, è un desiderio che l’angelo non ha potuto avere: « Questo desiderio, dice san Tommaso, è assurdo e contro natura; e l’angelo lo sapeva. » (Scivit hoc esse impossibile, naturali cognitione…. et dato quod esset possibile, hoc esset contra naturale desiderium. Pars I; q. LXIII, art. 3, corp.; id Petav. de Ang. cap. XI, n° 22) – L’uomo è stato dunque l’oggetto della gelosia di lucifero. « Per la gelosia concepita contro l’uomo, dice sant’Ireneo, l’angelo divenne apostata e nemico dell’uman genere. » (Ex tunc enim apostata est angelus et ininnicus, ex quo zelavit plasma Dei et inimicum illum Deo facere agressus est. Lib. IV”, Adv. hæres., cap. LXXVIII). – Ma come noi abbiamo già visto, l’angelo non aveva nessuna ragione d’invidiare la dignità naturale dell’uomo. Questa dignità consiste nella creazione ad immagine ed a somiglianza di Dio. Ora, l’Angelo stesso è fatto ad immagine di Dio, ed anche in un modo più perfetto dell’uomo. (S. Aug.: De Trinit, lib. XII, cap. VII). Una sola cosa innalzava l’uomo al disopra dell’Angelo e poteva eccitare la sua gelosia, cioè l’unione ipostatica. – Se il dogma dell’Incarnazione, considerato in sé medesimo, basta per spiegare la caduta di lucifero; lo spiega ancor meglio riguardato nelle sue relazioni e ne’suoi effetti. Da un lato, questo mistero è il fondamento e la chiave di tutto il disegno divino, tanto nell’ordine della natura che in quello della grazia. Dall’altro esigeva dagli Angeli, per essere accettato, il più grande atto di abnegazione: atto sublime relativamente alla sublime ricompensa che doveva coronarlo. Tutta la creazione, materiale, umana, ed angelica, come discesa da Dio, a Dio deve risalire; imperocché il Signore ha fatto tutto per sé e per sé solo. (Universa propter semetipsum operatus est Dominus. Prov., XVI, 4. — Ego Dominus, hoc est nomen meum, et gloriam meam alteri non dabo. Is. XLII, 8). Ma una distanza infinita separa il creato dall’increato. Per colmarla, è necessario un mediatore; e poiché è necessario, si troverà. Formando il punto di congiunzione, e come la saldatura del finito con l’infinito, questo mediatore sarà il legame misterioso che unirà tutte le creazioni tra di esse e con Dio. (S. Aug. Soliloq. cap. VI. Chi sarà egli? Evidentemente Colui il quale, avendo fatte tutte le cose, non può lasciare l’opera sua imperfetta: sarà dunque il Verbo eterno. Alla natura divina unirà ipostaticamente la natura umana, nella quale si danno convegno la creazione materiale e la creazione spirituale. Mercé di questa unione in una medesima Persona, dell’Essere divino e dell’essere umano, del finito e dell’infìnito, Dio sarà uomo, e l’uomo sarà Dio. Questo Dio-uomo diventerà la deificazione di tutte le cose, principio di grazia e condizione di gloria, anco per gli Angeli, i quali dovranno adorarlo come loro Signore e loro padrone. (S. Iren. Adv. hæres., lib. III, cap. VIII, et Corn. a Lap., in Epist. ad Eph. ap. I, 10).Un uomo-Dio, una Vergine-Madre, l’innalzamento più smisurato dell’essere il più umile, la natura umana preferita alla natura angelica, l’obbligo d’adorare, in un uomo-Dio, il loro inferiore divenuto loro superiore! A questa rivelazione, l’orgoglio di Lucifero si rivolta, e si manifesta la sua invidia. Iddio l’ha visto. La giustizia, rapida come la folgore, colpisce il ribelle ed i complici suoi, in quelle colpevoli disposizioni, le quali, facendo eterno il loro delitto, eternizzano il loro castigo. Tale è la grande battaglia della quale parla san Giovanni.Il Cielo ne fu il primo teatro: la terra sarà il secondo.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (III)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I. , Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO I.

Lo Spirito del bene e lo Spirito del male.

Due Spiriti opposti, dominatori del mondo — Prove della loro esistenza: la fede universale, il dualismo — L’esistenza di questi due Spiriti suppone quella di un mondo superiore al nostro — Necessità di dimostrarla — La negazione del soprannaturale, grande eresia del nostro tempo — Che cosa è il mondo soprannaturale — Prove della sua esistenza: la religione, la storia, la ragione — Passi del signor Gruizot.

Due Spiriti opposti si contrastano l’impero del mondo. (Questa espressione, il cui equivalente si trova quasi ad ogni pagina dell’Antico e Nuovo Testamento, sarà spiegata nel corso del capitolo). – La storia non è altro che il racconto dell’eterno loro combattimento. Questo gran fatto suppone: l’esistenza di un mondo superiore al nostro, e la divisione di questo in buono e in cattivo, che vuol dire la duplice influenza del mondo superiore sulla creatura inferiore. Innanzi tutto bisogna porre al di sopra di questa contesa quattro verità fondamentali. Che i due Spiriti contrari si disputano l’impero dell’uomo e della creazione, domma scritto in testa della teologia di tutti i popoli e nella biografìa di ciascuno individuo, ce lo insegna la rivelazione. L’antico paganesimo lo mostra nel culto universale dei geni, buoni e malvagi: il buddismo dell’Indiano, del Chinese e del Tibetano, il feticismo del negro dell’Affrica, come la sanguinosa idolatria dell’Oceanico, continuano a fornircene la più incontrovertibile prova. Nel cuore della civiltà, non meno che nel centro della barbarie, l’esperienza lo rende sensibile in un fatto sempre antico e sempre nuovo, il Dualismo. Ancorché si neghi ogni distinzione tra la verità e l’errore, tra il bene ed il male, tra l’uccidere il proprio padre ed il rispettarlo, e ancorché si faccia dell’uman genere un armento, si è costretti però a riconoscere sulla terra la coesistenza e la perpetua lotta del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto, degli atti buoni e dei malvagi. Ora questo fenomeno è un mistero inesplicabile, altrimenti che per l’esistenza dei due Spiriti opposti, superiori all’uomo. – Per non ne citare che una prova, il sacrificio umano ha fatto il giro del mondo; e continua al presente presso tutti quei popoli che non adorano lo Spirito del bene, quello Spirito Santo, quale la rivelazione ce lo dimostra. Ma l’idea del sacrificio umano è tanto straniera ai lumi della ragione, quanto ella è opposta ai sentimenti della natura. Qualunque cosa ella faccia la ragione resterà eternamente impotente a trovare una relazione qualsiasi tra l’uccisione del mio simile, e l’espiazione del mio peccato. Lungi dal seguire l’istinto della natura, il padre, per quanto egli sia degradato, ha inorridito sempre e sempre inorridirà, nel recare egli stesso il suo figlio sotto il coltello del sacrificatore. Con tutto ciò il sacrificio dell’uomo per mano dell’uomo, del figlio per mano del padre, è un fatto [oggi l’omicidio dei fili è perpetrato dalle madri attraverso l’aborto volontario, nuova forma di infanticidio rituale!], ma ha però una cagione. Se è un fatto universale e permanente, esso ha dunque una causa universale permanente; se questo fatto è inesplicabile, ha per conseguenza una causa sovrumana. Fatto che si produce da per tutto, dove non regna lo Spirito del bene; adunque è inspirato e comandato dallo spirito del male. Nello spiegare il dualismo, questi due Spiriti sono i veri dominatori del mondo. Non vuol dir certamente che essi siano, affrettiamoci a dirlo, uguali tra loro; poiché il pretenderlo sarebbe cadere nel manicheismo; errore mostruoso che la ragione respinge e che la fede condanna. Ma la verità è che questi due Spiriti sono ineguali e di una ineguaglianza infinita. Uno è Dio, potenza eterna; l’altro, una semplice creatura, essere effimero che un alito potrebbe annientare. Solamente per un consiglio della sua infallibile sapienza, ma della quale l’uomo terreno non potrà mai scandagliare la profondità, Dio ha lasciato a satana il terribile potere di combattere contro di Lui; e, nel possesso dell’uman genere di tenere indecisa la vittoria. Noi tenteremo bentosto di sollevare un lembo del velo, che copre questo irrepugnabile mistero. Frattanto l’esistenza di due Spiriti opposti, suppone l’esistenza di un mondo superiore al nostro. Quindi intendiamo un mondo composto di esseri più perfetti e più potenti di noi, sciolti dalla materia, e puramente spirituali: Dio, gli Angeli buoni e malvagi in numero incalcolabile; mondo delle cause e delle leggi, senza il quale il nostro non esisterebbe o camminerebbe a caso, come la nave senza bussola e senza piloto; mondo pel quale l’uomo è fatto e verso cui aspira; mondo che ci circonda da tutte le parti, e con cui siamo incessantemente in rapporti; al quale noi parliamo, che ci vede, ci intende, che opera su di noi e sulle creature materiali, realmente, efficacemente, come l’anima opera sul corpo. – Lungi dall’essere una chimera, l’esistenza di questo mondo superiore è la prima delle realtà. La Religione, la storia e la ragione .si riuniscono per farne l’articolo fondamentale della fede del genere umano. Oggi più che mai è necessario il dimostrarlo; imperocché la negazione del soprannaturale è la grande eresia del nostro tempo. Poco fa lo stesso sig. Guizot ce lo faceva avvertire scrivendo: « Tutti gli assalti di cui il Cristianesimo è oggi l’oggetto, per quanto essi siano diversi nella loro natura o nella misura loro, partono da uno stesso punto, e tendono ad uno stesso fine, cioè la negazione del soprannaturale nei destini dell’ uomo e del mondo, e l’abolizione dell’elemento soprannaturale nella Religione Cristiana, nella sua storia come nei suoi domini. Materialisti, panteisti, razionalisti, scettici; critici, eruditi, parte di questi altamente, altri discretissimamente, tutti pensano e parlano sotto l’impero di questa idea, che il mondo e l’uomo, la natura morale come la natura fisica, sono unicamente governati da leggi generali, permanenti e necessarie, di cui nessuna volontà speciale è mai venuta né mai viene a sospendere o modificare il corso. 1 » (La Chiesa e la Società Cristiana nel 1861; Cap. IV, pag. 19-20) Nulla di più esatto: ma aggiungeremo soltanto che l’indicare il male, non basta a guarirlo. A fine di porre sulla via del rimedio, sarebbe stato necessario dire come, dopo diciotto secoli di soprannaturalismo cristiano, l’Europa attuale si trova popolata di naturalisti di tutte le gradazioni, la cui razza, fiorente nell’antichità pagana, era scomparsa dopo la predicazione del Vangelo. Comunque siasi, le negazioni individuali svaniscono dinanzi ad affermazioni generali. Per conseguenza il genere umano ha, sempre affermato l’esistenza di un mondo soprannaturale. L’esistenza di una religione presso tutti i popoli è un fatto, il quale è inseparabile dalla credenza in un mondo soprannaturale. Il signor Guizot continua: « Ogni religione si fonda sopra una fede naturale nel soprannaturale, e sopra un istinto innato del soprannaturale. In tutti i luoghi, in tutti i climi, in tutte le epoche della storia, in tutti i gradi della civiltà l’uomo porta in sé questo sentimento, o meglio direi, questo presentimento, che il mondo che egli vede, l’ordine in seno al quale vive, e i fatti che regolarmente e costantemente si succedono intorno a lui, non sono ogni cosa. « Invano egli fa ogni giorno in questo vasto insieme scoperte e conquiste; invano egli osserva ed accerta sapientemente le leggi permanenti che vi presiedono; il suo pensiero non si racchiude punto in quell’universo lasciato alla scienza. Questo spettacolo non basta alla sua anima, essa si slancia altrove; essa cerca, intravede altra cosa; essa aspira per l’universo e per se medesima ad altri destini, a un altro padrone. Il Dio dei cieli risiede al di là di tutti i cieli, ha detto Voltaire; e questo Dio non è la natura personificata, ma è il soprannaturale in persona. A lui s’indirizzano le religioni; e si fondano per porre l’uomo in comunicazione con lui. Senza la fede istintiva dell’uomo nel soprannaturale, senza il suo slancio spontaneo e invincibile verso il soprannaturale, la religione non sarebbe. » (La Chiesa e la Società Cristiana, nel 1861. Cap. IV, pag. 21)Il genere umano non crede soltanto all’esistenza isolata di un mondo soprannaturale, crede bensì all’azione libera e permanente, immediata e reale de’ suoi abitanti sul mondo inferiore. Di questa fede costante noi troviamo la prova in un fatto non meno splendido della stessa religione, vuol dir la preghiera. « Solo tra tutti gli esseri terreni, l’uomo prega. Fra gli istinti morali non ve ne ha di più naturale, di più universale, nè di più invincibile fuorché la preghiera. » Il figlio vi si volge con una docilità premurosa; il vecchio vi si ripiega come in un rifugio contro la decadenza e l’isolamento: la preghiera sale da se medesima sulle giovani labbra che appena balbettano il nome di Dio, e sulle labbra morenti che non hanno più la forza di pronunziarlo.« Ad ogni passo incontransi presso tutti i popoli celebri od oscuri, inciviliti o barbari, atti e formule di invocazione. Dappertutto dove vivono uomini, in certe circostanze, in certe, ore, sotto l’impero di certe impressioni dell’anima, gli occhi si innalzano, le mani si congiungono, piegansi i ginocchi, per implorare o per rendere grazie, per adorare o per pacificare. L’uomo si rivolge per ultimo rifugio, alla preghiera con trasporto e con tremore, pubblicamente, o nell’intimo del suo cuore, per riempiere i vuoti della sua anima, o per portare i pesi del suo destino. Quando tutto gli manca, egli cerca nella preghiera appoggio per la sua debolezza, consolazione nei suoi dolori, speranza nella virtù. (Ibid., pag. 22) » Non si creda che questa fiducia nel potere e nella bontà degli esseri soprannaturali sia una chimera. Prima di tutto vorrei che mi si mostrasse una chimera universale: quindi niuno disconosce il valore morale e interno della preghiera. L’anima per il solo motivo che ella prega si solleva, si rialza, si addolcisce, si fortifica: ella prova, nel rivolgersi verso Dio, quel sentimento di ritornare a salute ed a riposo che si diffonde nel corpo, allorché passa da un’aria tempestosa e pesante in una atmosfera pura e serena. Dio viene in aiuto a coloro che lo implorano, innanziché sappiano se saranno da Lui esauditi. Se avvi un solo uomo che consideri come chimerici questi felici effetti della preghiera, perché non gli ha mai provati, egli è degno di compianto, ma non è rifiutato. – La preghiera ha una forma più elevata della parola, ed è il sacrificio. Questa seconda forma più facile a chiarirsi, essendo ella sempre palpabile, non è meno universale della prima. Essendo il sacrificio in uso presso tutti i popoli, in tutti i tempi e sotto tutte le latitudini, esso si è offerto ad esseri buoni o malvagi, ma sempre stranieri al mondo inferiore. Il sangue di un toro non ha mai scorso sugli altari in onore di un toro o di un altro essere materiale, neppure di un uomo. Il diritto al sacrificio non comincia che allorquando l’adulazione vede in lui un genio personificato, ed è a questo genio che si volge il sacrificio; o quando ritraendolo dal mondo inferiore, la morte ha fatto di lui l’abitatore del mondo soprannaturale. Ora, nel pensiero dell’uman genere, il sacrificio ha la stessa significazione della preghiera. Offerto perpetuamente, egli è dunque la prova perpetua della fede, dell’umanità nell’influenza permanente del mondo superiore su quello inferiore. – L’uomo non si è mai contentato d’ammettere un’azione generale e indeterminata degli agenti soprannaturali sul mondo e su lui. Interrogato in qualunque momento che vi piaccia, sulla sua lunga esistenza, egli vi dirà: Io credo nel governo del mondo materiale, a motivo del mondo spirituale, come io credo al governo del mio corpo pel bene dell’anima mia; io credo che ciascuna parte del mondo inferiore sia diretta da un agente speciale del mondo soprannaturale, incaricato a conservarla ed a mantenerla nell’ordine. Io credo a queste verità, come credo che nei governi visibili (pallido riflesso di quel governo invisibile), l’autorità sovrana personificata nei suoi funzionari è presente in ogni parte dell’ impero, ad oggetto di proteggerla, e di farla concorrere all’armonia generale. – Niuno ignora che i popoli dell’antichità pagana, senza alcuna eccezione, hanno ammessa l’esistenza di eroi, semidei, ai quali attribuiscono i fatti meravigliosi della loro storia, le loro legislazioni, e lo stabilimento de’ loro imperi. Niuno ignora che essi hanno creduto, scritto, cantato che ogni parte del mondo materiale è animata da uno spirito che presiede alla sua esistenza ed ai suoi movimenti; che questo spirito è un essere soprannaturale, degno degli omaggi dell’uomo, e potente abbastanza per fare della creatura, la cui conservazione gli è affidata, un istrumento di bene o un istrumento di male. La stessa credenza è anche oggidì in pieno vigore presso tutti i popoli idolatri delle cinque parti del mondo. – In questa unanime credenza, base della religione e della poesia, come altresì della vita pubblica e privata del genere umano, non v’è nessuna particella di vero? A meno che non si sia dementi, chi oserebbe sostenerlo? Il mondo dei corpi è governato dal mondo degli spiriti: tale è, benché l’abbiano alterato in alcuni punti secondari, il domma fondamentale che l’uman genere ha sempre posseduto. Vogliamo noi averlo in tutta la sua purità? Rileggiamo i divini oracoli. Sino dalla prima pagina dell’antico Testamento, noi vediamo lo Spirito del male farsi sensibile sotto la forma del serpente, e questo seduttore soprannaturale esercitare sull’uomo e sul mondo un dominio che non ha mai perduto. Vediamo da un altro lato gli Spiriti del bene governare il popolo di Dio, come i ministri di un re governano il suo regno. Da Abramo, padre della eletta nazione, sino ai Maccabei, ultimi campioni della sua indipendenza, tutti gli uomini della Bibbia, sono diretti, soccorsi, protetti da agenti soprannaturali, la cui autorità determina i grandi eventi registrati nella storia di questo popolo, tipo di tutti gli altri. – Il popolo cristiano successore, o meglio, svolgimento del popolo giudaico, ci offre lo stesso spettacolo. Ma, se le società le più perfette sono state sempre, e sono tuttora poste sotto la direzione del mondo angelico, con più potente ragione quelle meno perfette, si trovano, a causa altresì della loro inferiorità, sottoposte allo stesso governo. Quanto alle creature puramente materiali, ascoltiamo la testimonianza dei più grandi geni che hanno illustrato il mondo: « Gli Angeli, dice Origène, soprintendono a tutte le cose, alla terra, all’acqua, all’aria, al fuoco, vale a dire, agli elementi principali; e secondo quest’ordine, pervengono a tutti gli animali, a tutti i germi e perfino agli astri del firmamento. [Omnibus rebus angeli praesident, tam terræ et aquæ, quam aeri et igni, id est præcipuis elementis, et hoc ordine perveniunt ad omnia animalia, ad omne germen, ad ipsa quoque astra cœli. Homil. VIII, in Jerem. » Sant’Agostino non è meno esplicito: « In questo mondo, egli dice, ogni creatura visibile è affidata ad una angelica potenza secondo la testimonianza, più volte ripetuta, delle sante Scritture. » [Lib. De diversis quæst. LXXXIII-LXXIX, n° 1, opp. t. IV, pag. 125]. Lo stesso linguaggio udiamo in bocca di san Girolamo, di san Gregorio Nazianzeno e degli organi più autentici della fede dell’uman genere rigenerato. Di questa fede universale ed invincibile, la vera filosofìa porge due perentorie ragioni: l’armonia dell’universo, e la natura della materia.

L’armonia dell’universo. Nella natura non v’è salto; Natura non facit saltum. Tutte le creature visibili agli occhi nostri si sovrappongono, si incastrano, si incatenano le une con le altre con misteriosi legami, la cui successiva scoperta è il trionfo della scienza. Di scalino in scalino, tutte vanno a far capo all’uomo: come spirito e materia, l’uomo è la saldatura dei due mondi. Se per il suo corpo egli è al gradino più alto della scala degli esseri materiali; per la sua anima è ai piè della scala degli esseri spirituali. La ragione si è che la perfezione degli esseri, per conseguenza la loro superiorità gerarchica, si calcola sulla loro rassomiglianza più o meno completa con Dio, l’Essere degli esseri, lo spirito increato, la perfezione per eccellenza. – Ora, la creatura puramente materiale è meno perfetta della creatura materiale e spirituale nello stesso tempo. All’inverso, questa è meno perfetta della creatura puramente spirituale. Poiché non vi ha nessun salto nelle opere del Creatore, al disopra degli esseri puramente materiali, perciò vi sono degli esseri misti; sopra a questi, esseri puramente spirituali, al di sopra dell’uomo, gli Angeli. Come puri spiriti, quelle brillanti creature, gerarchicamente disposte, continuano la lunga catena degli esseri e sono, rispetto all’uomo, ciò ch’è egli stesso rispetto alle creature puramente materiali; esse lo rannodano a Dio, come l’uomo stesso congiunge la materia allo spirito. [La perfezione dell’universo esigeva questa gradazione degli esseri: quest’è l’osservazione di san Tommaso: « Necesse est ponere aliquas creaturas incorporeas. Id enim quod praecipue in rebus creatis Deus intendit, est bonum quod consistit in assimilatione ad Deum. Perfecta autem assimilation effectus ad causam attenditur, quando effectus imitato causam secundum illud per quod causa producit effectum; sicut calidum facit calidum. Deùs autem creaturam producit per intellectum et voluntatem. Unde ad perfectionem universi requiritur quod sint aliquæ creaturæ intellectuales. I p. q. 50. art. 1. Cor.]. Tutto ciò è fondato sopra due grandi leggi che la ragione non saprebbe contrariare, senza cadere nell’assurdo. La prima, che tutta la creazione discesa da Dio tende di continuo a risalire a Dio; imperocché ogni essere gravita verso il suo centro. La seconda, che gli esseri inferiori non possono ritornare a Dio, se non per l’intermezzo degli esseri superiori. Ora abbiamo visto, che l’essere puramente materiale essendo per la sua stessa natura, inferiore all’essere misto, soltanto per mezzo di questo può ritornare a Dio. La teologia cattolica formula dunque un’assioma di alta filosofìa, allorché essa dice: « Tutti gli esseri corporei sono governati e mantenuti nell’ordine da esseri spirituali; tutte le creature visibili da creature invisibili. » La natura della materia. Questa è inerte di sua natura, nessuno lo può negare: « Purtuttavia, dice san Tommaso, vediamo da tutte le parti la materia in moto: questo non le può essere comunicato che da esseri naturalmente operosi; e questi esseri sono, né possono essere che potenze spirituali, le quali sovrapponendosi le une sulle altre, vanno a terminare negli Angeli, e a Dio stesso, principio di ogni moto. Di qui derivano quelle parole di sant’Agostino: Tutti i corpi sono retti da uno spirito di vita dotato d’intelligenza; e quest’altre di san Gregorio: In questo mondo visibile nulla può esser messo in ordine ed in movimento fuor che mediante una creatura invisibile. Così il mondo dei corpi tutto quanto, è fatto per esser retto dal mondo degli spiriti.1 » — [Vi sono dunque tante anime quante sono vite: vita e anima vegetativa, vita e anima sensitiva, vita e anima intellettiva. Inutile dire che le due prime anime non sono della stessa natura della nostra, niente più della vita di cui esse sono il principio.]. –  A questa prova tratta dal moto della materia si aggiunge un fatto « che merita, dice ancora il Guizot, tutta l’attenzione degli avversari del soprannaturale. È riconosciuto ed accertato dalla scienza, che il nostro globo è anteriore all’uomo: ma in che maniera e con qual potenza il genere umano ha incominciato sulla terra? Non vi possono essere che due spiegazioni intorno alla sua origine: v’è stato il lavoro proprio e intimo delle forze naturali della materia, o pure è stata l’opera di un potere soprannaturale, esteriore e superiore alla materia. Per la comparsa dell’uomo sulla terra è necessario: la creazione spontanea o la creazione libera, o l’una o l’altra di queste cause.« Ma ammesse, il che per mio conto io non ammetto, le generazioni spontanee, questo mondo di produzione non potrebbe, non avrebbe mai potuto produrre che esseri infantili, e di pochi istanti, e nel primo stato della vita nascente. Niuno, io credo, ha mai detto né mai dirà, che per virtù di una spontanea generazione, l’uomo, vale a dire l’uomo e la donna, la coppia umana, sien potuti uscire, e che un giorno siano usciti, dal seno della materia, già formati, già grandi, in pieno possesso della loro statura, della loro forza, di tutte le facoltà loro, come il paganesimo greco ha fatto uscire Minerva dal cervello di Giove. « Però soltanto a questa condizione l’uomo, comparendo per la prima volta sulla terra, avrebbe potuto vivervi, perpetuarvi e fondarvi il genere umano.Immaginiamoci il primo uomo che nasca nella prima età infantile, vivente ma inerte, privo d’intelligenza, impotente, incapace di bastare per un istante a sé stesso, tremolante e gemebondo, senza madre che lo intenda e che lo nutra. Quest’è frattanto il solo primo uomo che la generazione spontanea possa dare. Evidentemente, l’altra origine dell’uomo è la sola ammissibile, la sola possibile. Il fatto soprannaturale della creazione spiega solo l’apparizione dell’uomo quaggiù …. E i razionalisti sono costretti a fermarsi dinanzi alla cuna soprannaturale dell’umanità, impotenti a farne uscire l’uomo senza la mano di Dio. » Riassumendo; il genere umano, interrogato sul mondo soprannaturale, risponde con tre atti di fede: Io credo e ho sempre creduto all’esistenza di un mondo superiore: credo e ho sempre creduto al governo del mondo inferiore, non per le leggi immutabili, ma per l’azione libera di agenti superiori; io credo e ho sempre creduto che in certi casi, Dio interviene da se medesimo, o per via dei suoi agenti, in un modo eccezionale, nel governo del mondo inferiore, cioè dire ch’egli sospende, o modifica le leggi delle quali egli è autore, e che fa miracoli; Io credo in particolare, aggiunge il mondo moderno, nell’eletta dell’umanità, cioè che io son nato per virtù di un miracolo. La mia esistenza tutta quanta riposa sulla fede nella risurrezione di un morto, e la mia civiltà ha per piedistallo un sepolcro. Per tacciare d’errore questa fede costante, universale, invincibile, occorre provare che il genere umano, dalla sua origine sino ai dì nostri, è colpito da una triplice follia. Follia l’aver creduto all’esistenza d’un mondo soprannaturale; follia 1’aver creduto all’influenza degli esseri superiori sugli inferiori; follia l’aver creduto che il Legislatore supremo è libero di modificare le sue leggi, o di sospenderne il corso. Queste tre operazioni di pietà filiale, compite religiosamente, e l’uman genere debitamente convinto di essere stato sempre colpito di demenza; ne rimane una quarta: chi nega il soprannaturale dovrà provare, che egli medesimo non è pazzo.

 

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (II)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I. , Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

INTRODUZIONE -2-

IV.

Il quarto motivo è l’interesse della società. Dire che dopo la predicazione del Vangelo non si è visto mai una insurrezione contro il Cristianesimo così generale e così ostinata come oggidì, è dire una cosa triviale a forza d’essere ripetuta, e a forza d’essere disgraziatamente vera: ma nel dir questo, è confessare che il mondo non è stato mai così malato e per conseguenza tanto minacciato da ignote catastrofi; insomma è dichiarare che, da diciotto secoli in poi, il demonio non ha regnato mai tanto imperiosamente come al presente. — Chi salverà l’infermo? Forse gli uomini? No. Tanto nel temporale come nello spirituale non vi è che un Salvatore, l’Uomo-Dio, Cristo-Gesù. Egli solo è la via, la verità, la vita: tre cose senza delle quali ogni salute è impossibile. Come farà l’Uomo-Dio a salvare il mondo, se questo deve esser salvato? Come Egli lo salvò, or son due mil’anni, per mezzo dello Spirito Santo. Perché? Perché lo Spirito Santo è il negatore adeguato di satana o dello Spirito maligno. Andiamo innanzi: se in nessun tempo dei secoli evangelici, il regno di satana non è stato così generale, né così accetto come è oggidì, mostra che l’azione dello Spirito Santo dovrà rivestire dei caratteri di una estensione e di una forza stragrande. Gli assiomi di geometria non ci compariscono meno rigorosi di queste proposizioni. Della necessità pertanto di una nuova effusione dello Spirito Santo per il mondo attuale, ne sentiamo già qualche presentimento, del quale non bisogna esagerare il valore, ma sarebbe temerario il non tenerne conto. Accettati questi presentimenti dal conte De Maistre, manifestati da un gran numero d’uomini rispettabili, sì per sapere che per virtù, sono discesi nel mondo della pietà, e formano le basi di una aspettazione assai generale. Il demonio stesso abusando di questo fondo di verità, ne fa uscir fuori una setta recentemente condannata dalla Chiesa. Alla nuova influenza dello Spirito Santo si attribuisce lo splendido trionfo della Chiesa, la pace del mondo, l’unità dell’ovile annunziata dai Profeti e dallo stesso Signor Nostro, come le altre meraviglie, tra le quali il domma della Immacolata Concezione sembra essere il pegno. – Comunque siasi, una cosa rimane accertata, e dà ad un Trattato dello Spirito Santo tutto il merito dell’opportunità. Il mondo non sarà salvo che per mezzo di Esso. Ma come salverà il mondo lo Spirito Santo, se il mondo lo ripudia? ed egli lo ripudierà se non lo ama. Come lo amerà, e come lo chiamerà egli? Essendo egli traviato, come potrà egli correre a porsi sotto il suo impero, se non lo conosce? Il far conoscere adunque lo Spirito Santo ci sembra, per tutti i versi, una necessità più che mai imperiosa. – Tali sono in compendio, i motivi principali del nostro lavoro. Ci sarà egli permesso di aggiungerne un altro? Noi abbiamo combattuto per venticinque anni lo Spirito Maligno, additando il ritorno del suo regno in mezzo alle attuali nazioni. Scorto da lungo tempo da taluni, negato pertinacemente da altri, questo fatto culminante della storia moderna, è oggidì palpabile. A confessione generale, il Satanismo o il Paganesimo, che è la stessa cosa, assume sotto i nostri occhi limiti così ignoti come la sua potenza. La Compagnia di Gesù per mezzo di uno dei suoi organi più accreditati, non sospetta su questa materia, ha riconosciuto la realtà del terribile fenomeno e lo ha proclamato in Roma poco distante dal Vaticano. – Nel 1862, durante l’ottava dell’Epifania, il Padre Curci, redattore della Civiltà cattolica, sale in pulpito, e per otto fiate, manda un grido d’allarme, mostrando che l’Europa, l’Italia, la stessa Roma sono invase dal paganesimo. « Il mondo moderno, esclama egli, ritorna a gran passi verso il paganesimo. Egli vi ritorna con le idee, con gli affetti, con le tendenze, con le opere, con le parole senza risuscitarne poi la grossolana idolatria. Ciò è talmente vero, che se dall’immenso sepolcro che appellasi suolo romano, uscisse vivo il popolo dei tempi degli Scipioni e dei Coriolani, e che, senza osservare i nostri templi ed il nostro culto, ponesse attenzione soltanto ai pensieri, alle aspirazioni, al linguaggio dei più, io son convinto ch’egli non troverebbe tra essi e lui altra sensibile differenza che nella prostrazione delle anime e nell’imbecillità déll’idee. » – E più innanzi: « Oh sì è vero pur troppo, e quantunque me ne dispiaccia, io lo dirò; tacere il male non è un mezzo per guarirlo. Il mondo attuale, e appunto adesso, la nostra Italia più forse di qualunque altra parte del mondo, comincia evidentemente ad avere dei pensieri, delle affezioni, dei desideri poco differenti da quelli dei pagani. Non crediate che sia necessario per questo adorare gli idoli. No. Il paganesimo nella sua parte costitutiva, o nella sua ragione d’essere, non implica altra cosa che il Naturalismo. Ora se voi mirate la società e la famiglia; se voi ascoltate i discorsi’ che si fanno; se leggete i libri e i giornali che si stampano; se voi considerate le tendenze che si manifestano, a fatica troverete in tutto ciò altra cosa che la natura, la sola natura, sempre la natura.  – « Ebbene, questo Naturalismo invasore e dominatore della società moderna, non è altro che il paganesimo puro puro; ma paganesimo mille volte più condannabile dell’antico, attesoché il paganesimo moderno è l’effetto della apostasia da quella fede che il paganesimo antico ricevette con tanta gioia, e che abbracciò con tanto amore. Paganesimo risuscitato, che ha tutte le servilità e tutte le abominazioni del defunto, senza averne l’originalità e la grandezza, essendo stato impossibile risuscitare la grandezza pagana a coloro che 1’hanno tentata, non essendo riusciti che a formare parodìe sfortunate e sempre ridicole quando non erano il più delle volte atroci. – Paganesimo disperato, attesoché nessun Balaam gli ha promesso una stella di Giacobbe, come succedette all’antico, il quale aspettava di risorgere; mentre il nostro, nato dalla corruzione del Cristianesimo, o piuttosto da una civiltà decrepita e incancrenita, non ha da aspettare altra chiamata che quella del supremo giudice, vendicatore di tante misericordie conculcate. 1 » Così, a confessione stessa de’ nostri più ardenti avversari, il verme roditore della moderna società, non è né il protestantesimo, né l’indifferentismo, né tale altra malattia sociale con particolare denominazione, ma bensì il paganesimo che tutte le comprende; il paganesimo nei suoi elementi costitutivi, come il mondo lo subiva or son diciotto secoli. Per completare adunque le nostre fatiche, che cosa restava egli d’ora innanzi se non che cercare di glorificare lo Spirito Santo, affinché, ripigliando il suo impero, cacci egli l’usurpatore e rigeneri di nuovo la faccia della terra?

VI.

Quanto al piano del lavoro, esso è delineato dal soggetto: cioè lo Spirito Santo in se medesimo, e nelle opere sue; la spiegazione delle opere sue meravigliose tanto nell’Antico che nel Nuovo Testamento, per conseguenza l’azione incessante, universale dello Spirito Santo, e quella non meno continua dello Spirito maligno; il luogo immenso che occupa nel mondo della natura, come pure nel mondo della grazia, e che deve sotto pena di morte, tenere, nella nostra vita la terza Persona dell’adorabile Trinità oggidì tanto obliata e sconosciuta; la duplice rigenerazione del tempo e dell’eternità a cui il suo amore ci conduce; la natura, infine le condizioni, la pratica del culto che il cielo e la terra a Lui vanno debitori per tanti titoli: tale è adunque l’insieme delle materie che compongono questo Trattato. – L’ordine è il seguente: Due Spiriti opposti si contrastano l’impero del mondo. La guerra essendo incominciata in cielo, si è perpetuata sulla terra. Isaia e san Giovanni la descrivono. San Paolo ci dice che è contro il demonio che dobbiamo combattere. Lo stesso nostro Signore annunzia non essere venuto sulla terra che per distruggere il regno del demonio. Noi non poniamo in contrasto questi due Spiriti; essi vi sono, non ne inventiamo il fatto ma lo constatiamo. Siccome è impossibile conoscere la redenzione senza conoscere la caduta, così è impossibile di far conoscere lo Spirito del bene, senza far insieme conoscere lo Spirito del male. Appena che noi abbiamo detto l’esistenza dello Spirito Santo, siamo obbligati a parlare di satana la cui nera figura apparisce come l’ombra accanto alla luce. L’esistenza di questi due Spiriti suppone quella di un mondo superiore al nostro; cioè la divisione di questo mondo in due campi nemici, come pure la sua azione permanente, libera e universale sul mondo inferiore. Stabilita che sia la realtà di questi tre fatti, noi veniamo a confermare la personalità dello Spirito malvagio, la sua caduta, la causa e le conseguenze della di lui caduta, insomma l’origine storica del male. – I due Spiriti non sono mai rimasti in regioni inaccessibili all’uomo, né estranei a ciò che succede sulla terra. Tutt’altro! essi padroni del mondo, si rivelano come i fondatori di due Città; la Città del bene e la Città del male. Città visibili, palpabili, antiche quanto l’uomo, estese quanto il mondo, durevoli perciò quanto i secoli, racchiudono nel loro seno il genere umano tutto quanto, al di qua e al di là della tomba. – La cognizione di queste due Città esaminata bene a fondo, interessa egualmente all’uomo, al Cristiano, al filosofo ed al teologo.

1° All’uomo, attesoché ogni individuo, ogni popolo, ogni età appartiene necessariamente all’una o all’altra.

2° Al Cristiano, attesoché l’una è la dimora della vita e il vestibolo del cielo; l’altra, la dimora della morte, e il vestibolo dell’inferno.

3° Interessa al filosofo, conciossiachè la eterna lotta delle due Città, formi l’ordito generale della storia, e sola renda conto di ciò che il mondo ha visto, di ciò che egli vede e vedrà sino alla fine, di delitti e di virtù, di prosperità e di infortuni, di pace e di rivoluzioni.

4° Interessa infine al teologo in quanto ché le due Città mostrando in azione lo Spirito del bene e lo Spirito del male gli fanno conoscere meglio di tutti i ragionamenti. Per conseguenza le due Città sono oggetto di uno studio, la cui importanza, e forse la novità ne faranno perdonare la lunghezza. La formazione, l’organamento, il governo, il fine della Città del bene; il di lei Re, lo Spirito Santo, rivelato dai nomi che Egli ha nei libri santi; i suoi principi, e gli Angeli buoni; la natura loro, le lor qualità, le loro gerarchie, gli ordini, gli uffici, la ragione sì degli uni che degli altri, sono altrettanti soggetti di particolari investigazioni. – Un lavoro analogo succede pure intorno alla Città del male. Noi facciamo conoscere la sua formazione, il suo governo, il suo fine; il suo re, satana, rivelato dai suoi nomi biblici; i suoi principi, i demoni; le loro qualità, gerarchie, la loro dimora, l’azione loro sull’uomo e sulle creature. – Ogni città dividesi in due classi, governanti e governati. Dopo i principi vengono i cittadini di ambe le città, gli uomini. Mostriamo l’esistenza di essi, posta tra due armate nemiche che se la litigano, come pure quei bastioni con cui lo Spirito Santo circonda la Città del bene per impedire all’uomo di uscirne, o al demonio di entrarvi. Non basta pei nostri bisogni conoscere le due Città in se medesime e nella metafisica loro esistenza; bisogna altresì vederle nell’azione, cioè studiar di entrambe la storia religiosa, sociale, politica e contemporanea Questo quadro abbraccia nelle sue intime cagioni, tutta la storia della umanità; ma noi non abbiamo fatto altro che abbozzarla. Contuttociò, il nostro saggio pone in rilievo il punto capitale, vale a dire lo spaventevole parallelismo che esiste tra la Città del bene e quella del male, tra l’opera divina per salvar l’uomo, e l’opera satanica per perderlo. Esporre questo parallelismo non solo nel suo insieme, ma altresì nei suoi tratti principali, ci è parso il miglior modo di smascherare lo Spirito delle tenebre, e di far sentire al vivo al mondo attuale, incredulo o leggero, la presenza permanente e l’azione multiforme del suo più terribile nemico. Quindi risulta, evidente come la luce, l’obbligo perpetuo e perpetuamente imperioso, nel quale noi tutti siamo, tanto popoli come individui, di tenerci in guardia, e sotto pena di morte, di rimanere o di rimettersi sotto l’impero dello Spirito Santo. Con questa conseguenza termina il primo volume dell’opera e ci conduce al secondo.

VII.

Affinché l’uomo ed il mondo sentano la necessità di ritornar sotto l’impero dello Spirito Santo fa d’uopo innanzi tutto che essi lo conoscano: Ignoti nulla cupido. Né potrebbe bastare una cognizione generale e puramente filosofica, ma ci vuole una scienza intima, particolareggiata, pratica: il dar questa è il fine dei nostri sforzi. Dopo d’avere dimostrata la divinità dello Spirito Santo, parlato della sua processione e della sua missione, e spiegato i di lui attributi, noi seguiremo la sua speciale azione sul mondo fisico e sul mondo morale nell’Antico Testamento. Questo lavoro ci preparerà ai tempi evangelici. – Qui si rivela in tutta la magnificenza del suo amore, la terza Persona dell’adorabile Trinità. Dinanzi a noi si presentano quattro grandi creazioni: la SS. Vergine, il Verbo incarnato, la Chiesa e il Cristiano. Questi quattro capi d’opera sono studiati con tanta più cura in quanto abbracciano tutta la filosofia della storia; poiché esse riassumono tutto il mistero della grazia, vale a dire tutta l’azione di Dio sul mondo. Questo mistero della grazia, pel quale l’uomo diviene Dio, è, in quanto dipenderà da noi, esposto nei suoi mirabili particolari, vogliamo dire il principio della nostra generazione divina, gli elementi di cui si compone, la loro natura, il loro concatenamento, lo svolgimento loro successivo, fino a tanto che il figlio d’Adamo sia giunto alla misura del Verbo incarnato, figlio di Dio e Dio Egli stesso. Le Virtù, i Doni, le Beatitudini, i Frutti dello Spirito Santo, tutto insomma il lavoro intimo della grazia, tanto poco stimato ai nostri dì, perché è assai poco conosciuto, sono spiegati con l’estensione necessaria al Cristiano che vuole istruirsi da se medesimo, e al prete incaricato d’istruire gli altri. Le beatitudini del tempo conducono alla beatitudine dell’eternità. L’Uomo divenuto figlio di Dio, mediante lo Spirito Santo, ha diritto all’eredità di suo Padre. Noi varcando il soglio dell’eternità tentiamo alzare un lembo del velo gettato sugli splendori e sulle delizie di questo regno creato e governato dall’amore; dove, tanto per il corpo come per l’anima, tutto è luce senz’ombra, vita senza limiti, cioè dire comunicazione plenaria, incessante dello Spirito Santo agli eletti e degli eletti allo Spirito Santo: in una parola, flusso e riflusso di un oceano d’amore che immergerà gli alunni del Crisma, alumni Chrismatis, in una eterna ebrietà. Tanti benefizi per parte dello Spirito Santo chiedono una proporzionata riconoscenza dalla parte dell’uomo. Noi mostreremo come questa riconoscenza siasi manifestata nella successione dei secoli, e come ella debba ancora manifestarsi. Ella splende nel tabernacolo del culto dello Spirito Santo, nelle feste, in associazioni, in pratiche pubbliche e private, istituite in onore dell’eterno Benefattore, a cui ogni creatura del Cielo e della Terra è debitrice di ciò che ella è, di ciò che ella possiede, di ciò che ella spera: Neque enim est ullam omnino donum absque Spiritu Sancto ad creaturam perveniens.

VIII

Per adempiere il nostro compito, difficile per la sua natura, per la sua estensione e per la precisione teologica che esso richiede, abbiamo, senza parlare dei concili e delle costituzioni pontificie, chiamato in nostro aiuto gli oracoli della vera scienza, i Padri della Chiesa. La Dottrina di costoro intorno allo Spirito Santo è così profonda e così abbondante che niente le si può sostituire. Aggiungasi che oggidì la conosciamo così poco, che essa offre tutto l’interesse della novità. Si tratta forse di precisare le verità dommatiche con rigorose definizioni, di dare la ragione ultima delle cose, ovvero di ‘mostrare la concatenazione gerarchica che unisce gli elementi della nostra formazione? In queste delicate questioni san Tommaso ci ha fatto da maestro. Possano le numerose citazioni che abbiamo preso da lui, farlo conoscere sempre più, e accelerare il moto che oggidì conduce gli spiriti seri verso questo incomparabile centro di ogni vera scienza, divina ed umana! –

A questo proposito noi domanderemo, non è egli tempo di ravvedersi dalla aberrazione che è stata così funesta al clero, ai fedeli, alla Chiesa, alla stessa società? « Esiste un genio unico nel suo genere, che l’ammirazione dei secoli chiama il Principe della teologia, l’Angelo della scuola, l’angelico Dottore. Questo genio, abbraccia in una immensa sintesi, tutte le scienze teologiche, filosofiche, politiche, sociali, e le insegna con una chiarezza ed una profondità senza paragone. Quantunque per la forma e qualche volta anche per il fondo la sua dottrina sia, da un tempo all’altro, marcata dall’inevitabile sigillo dell’umanità, ella è però di tal fatta sicura che al Concilio di Trento i suoi scritti, mediante un privilegio ignoto negli annali della Chiesa meritarono, secondo la tradizione, d’essere posti accanto alla Bibbia stessa. – Questo gran genio è un santo, al quale il Vicario di Gesù Cristo, nel canonizzare le sue virtù ha reso questa testimonianza solenne: « Frate Tommaso quanti articoli scrisse, tanti miracoli fece. Egli solo ha illuminata la Chiesa più di tutti gli altri dottori. E un’enciclopedia universale. Alla sua scuola si approfitta più in un anno che in quella di tutti gli altri dottori durante tutta la vita. » (Bolla di S. S. Giovanni XXII)  Finalmente, affinché nulla manchi alla di lui gloria, egli è un genio talmente potente, che un eresiarca del XVI secolo [Bucero] non temeva di dire: « Toglietemi Tommaso, io distruggerò la Chiesa. » (“Tolle Thomam, et Ecclesiam dissipabo”. —  In tal modo devesi considerare san Tommaso posto in mezzo ai secoli, a guisa di un serbatoio dove son venuti a riunirsi tutti i fiumi di dottrina dell’Oriente e dell’Occidente, e come un vaglio, per il quale le acque della tradizione sbrogliate di tutto ciò che non è alta e pura scienza, ci pervengono fresche e limpide senza aver perduto niente della loro fecondità. Ora questo dottore, questo santo, questo maestro tanto utile alla Chiesa, e tanto temuto dall’eresia, l’epoca del così detto Rinascimento lo ha bandito dai seminari, come essa ha bandito dai Collegi tutti gli autori Cristiani. Qual professore di teologia, di filosofia, di diritto sociale, or sono quasi trenta anni, parlava mai di san Tommaso? chi conosceva le sue opere? chi più le leggeva, chi le meditava, chi più le stampava? chi, e che cosa gli hanno eglino sostituito? Senza saperlo si era adunque almeno in parte realizzato il voto dell’eresiarca. Perciò che cosa è avvenuto? Dove è oggigiorno tra noi la scienza della teologia, della filosofia e del diritto pubblico? In che stato si trovano la Chiesa e la società? Di qual tempera sono le armi impiegate a loro difesa? Quale è la profondità, l’ampiezza, la solidità, la virtù nutritiva della dottrina; distribuita alle menti, nella maggior parte delle opere moderne; che cosa sono libri, giornali, riviste, conferenze, sermoni, catechismi? Noi non sappiamo che rispondere: ci è più caro salutare il movimento retrogrado che si manifesta verso san Tommaso. Fortunati noi se questi pochi versi, sfuggiti a ciò che vi ha di più intimo nell’anima, il dolore e l’amore, potessero renderlo più generale e più rapido. (Il voto dell’illustre autore, perché fosse richiamata all’antico onore la dottrina di S. Tommaso, è stato esaudito. Infatti nell’Enciclica Æterni Patris, il sapiente Leone XIII richiamava l’attenzione non solo dei Pastori della Chiesa, ma del mondo tutto, sul grave torto che si faceva all’Angelico Dottore, e sui gravi danni che ne conseguivano alla Chiesa e alla stessa civil società, con l’abbandono dello studio delle immortali opere del Dottore di Aquino – n. d. trad.-).

IX.

Noi esterneremo un ultimo voto, quello cioè di vedere ridestarsi nel clero e nei fedeli, l’ardore apostolico per lo Spirito Santo. Se è vero che tra i tempi presenti e i primi secoli del Cristianesimo esista più di una relazione, aggiungiamo un nuovo tratto di rassomiglianza per la nostra premura nel conoscere e per la nostra fedeltà nell’invocare la terza Persona dell’adorabile Trinità, sorgente inestinguibile di luce, di forza e di consolazione. Diventino dunque le parole del Savio, applicate allo Spirito Santo, e così ben comprese dai nostri maggiori, l’incoraggiamento dei nostri sforzi e la Regola della nostra condotta. « Beato l’uomo che è costante nella Sapienza, e medita la giustizia, e con la sua mente pensa le meraviglie del Dio creatore, redentore e glorificatore; che va studiando in cuor suo le vie di lei e ne penetra gli arcani; che la insegue come il cacciatore, e si pone nell’imboscata per sorprenderla, e rimira per le finestre di lei, e alla porta di lei sta a udire, e presso alla casa di lei prende i suoi riposi, e che pianta nelle mura di essa il chiodo per dispiegare la sua tenda a fine di abitare sotto la sua mano. Alla tutela di lei raccomanderà egli ed i suoi figliuoli, le sua facoltà, le opere, la vita sua e la sua morte, e gusteranno le delizie della pace. Ella stessa gli nutrirà con i suoi frutti, gli proteggerà con i suoi rami; e difesi dalle tempeste vivranno felici e riposeranno nella gloria: Et in gloria ejus requiescet. » (Eccl. XIV, 22 e segg.)

 

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (I)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I. , Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

INTRODUZIONE -1-

Ignoto Deo

(Al Dio ignoto: Act. XVIII, 23)

I.

Quest’opera ha per oggetto di far conoscere, per quanto dipende da noi, la terza Persona della Santa Trinità in se medesima e nelle sue opere. Parecchi motivi ci hanno determinato ad intraprenderla. Il principale è la gloria dello Spirito Santo. Dio essendo la carità per essenza, (Deus charitas est – 1 Joan. IV; 16). tutte le opere sue sono amore. Creare, conservare, redimere, glorificare, è amare. Ora lo Spirito Santo è l’amore consustanziale del Padre e del Figliuolo: dunque Egli è in tutte le opere loro. Per Lui le altre due Persone dell’augusta Trinità si pongono, a dir così, in commercio col mondo. Quindi quella parola di san Tommaso : « Lo Spirito Santo è il principal dono di Dio » (Cum Spiritus Sanctus procedat ut amor, procedit in ratione primi doni. P. 1, q. xxxviii, art. 2, corp.1), come quell’altra di san Basilio: « Tutto ciò che le creature del cielo e della terra posseggono nell’ordine della natura, come pure nell’ordine della grazia, proviene loro dallo Spirito Santo. (Liber de Spir. Sanc. Cap. XXIX) » Non parrebbe che questo divino Spirito dovesse per un giusto ricambio occupare il primo luogo nei nostri pensieri e nella nostra riconoscenza? pur nonostante per una strana inversione quasi nessuno pensa a Lui. Si conosce il Padre, lo si rispetta, lo si ama; e come potrebb’essere altrimenti? Le opere sue sono palpabili e sempre presenti agli occhi del corpo. Le magnificenze dei Cieli, le ricchezze della terra, l’immensità dell’Oceano, i muggiti dei flutti, il rombo del tuono, l’armonia meravigliosa che regna in tutte le parti dell’universo, ripetono con una eloquenza intesa da tutti, l’esistenza, la sapienza e la potenza di Dio Padre, e conservatore di tutto ciò che è. Conosciamo il Figlio, lo rispettiamo, lo amiamo; e i predicatori che di Lui parlano, non sono meno numerosi di quelli del Padre, né meno eloquenti. La storia così commovente, della nascita, della vita, e della sua morte; la croce, i templi, le immagini, i quadri, il sacrificio dell’altare, e le feste, rendono popolari i differenti misteri delle sue umiliazioni, del suo amore e della gloria sua. Infine l’Eucaristia che lo tiene personalmente presente nei tabernacoli, fa gravitare verso di Lui tutta la vita Cattolica, dalla nascita fino alla morte. Accade egli lo stesso dello Spirito Santo? Le sue opere proprie non sono sensibili come quelle del Padre e del Figliuolo. La santificazione che Egli opera nelle nostre anime, la vita che Egli diffonde dovunque, sfugge alla vista ed al tatto. Egli non si è fatto carne come il Figliuolo, né come Lui ha mai abitato sotto una forma umana tra i figli d’Adamo. Solamente tre volte Egli si è mostrato sotto un emblema sensibile, ma passeggiero: in forma di colomba sul Giordano, come nuvola luminosa sul Thabor, in lingua di fuoco nel Cenacolo. Le arti rappresentandolo, non hanno, come per il Nostro Signore, trovato mai modo di variare i loro quadri. Due simboli: ecco tutti i mezzi plastici lasciati alla pietà per conservare nella memoria la sua esistenza ed i suoi benefìzi. (Sappiamo che la Chiesa ha proibito di rappresentare lo Spirito Santo in altro modo che sotto la forma di una colomba o di lingue di fuoco, «, Spiritus Sancti imagines sub humana juvenis forma damnantur et prohibentur…. Spiritus Sancti tamen imagines in forma columbæ approbantur et permittuntur. Item in figura linguarum ignis, uti repraesentatur mysterium Pentecostes. » Benedict. X IV Bull. Sollicitudinis) –  Parimente, qual cognizione abbiamo noi dello Spirito Santo nel mondo attuale come pure tra i Cristiani? Dove sono i voti che a Lui indirizziamo, il culto che gli si rende, la confidenza e l’amore che gli testifìchiamo, l’espressione seria, sorretta dal continuo bisogno che abbiamo della sua assistenza? Lo stesso suo nome pronunziato nel segno della croce, risveglia egli gli stessi sentimenti di quelli del Padre e del Figliuolo? È cosa trista, ma pur troppo bisogna dirlo; la terza Persona della Trinità nell’ordine nominale, cioè lo Spirito Santo, è altresì l’ultima nella conoscenza e negli omaggi della maggior parte dei Cristiani. Questo oblio troppo colpevole forma, sé il dirlo è lecito, il calvario dello Spirito Santo. Ora se la passione della seconda Persona dell’adorabile Trinità commuove il Cristiano fin nelle profondità del suo essere, come mai vedremo con sangue freddo la passione della terza? Non è lo stesso abbandono, lo stesso disprezzo, e assai di sovente le stesse bestemmie? Non vi sembra egli udire dalla bocca del divino Spirito il lamento che usciva dai labbri moribondi dell’Uomo dei dolori: « Ho atteso che qualcuno dividesse meco i miei patimenti e non è comparso nessuno; neppure, un solo consolatore ho trovato! (Sustinui qui simul còntristaretur, et non fuit; et qui consolaretur, et non inveni. Ps. XLV, 21) » – Consolare lo Spirito Santo, o almeno comportarsi col Verbo Incarnato, come Simone Cireneo aiutandolo a portare la sua croce: che bella missione sarebbe stata! Ma per creature deboli, qual mezzo di compierlo? Impiegare tutta la loro vita nel glorificare questa adorabilissima ed amabilissima Persona dell’augusta Trinità. E come glorificarla? Convertendo a suo riguardo l’ignoranza e l’oblio in conoscenza e in affettuosa rimembranza; l’ingratitudine in riconoscenza e in amore, la ribellione in adorazione e in sacrificio senza limiti. Una opera simile è, inutile il dirlo, al disopra delle nostre forze; perciò noi abbiamo meno obbligo di adempierla che di indicarla.

II.

Il secondo motivo, conseguenza del primo, è il vantaggio del clero: ad esso appartiene la missione di far conoscere la terza Persona dell’adorabile Trinità. Ma una grave difficoltà si presenta innanzi tutto, vo’ dire la scarsità delle fonti dottrinali. Quante volte abbiamo noi sentito lamentarsi i nostri venerabili fratelli nel sacerdozio, della penuria di opere intorno, allo Spirito Santo! Le loro lagnanze son pur troppo fondate. Infatti, quale è il trattato dello Spirito Santo che sia comparso da parecchi secoli? Noi vogliamo dire un Trattato tanto più o meno completo: e poi a che si riduce, intorno a questo domma fondamentale, l’insegnamento delle teologie classiche, le sole presso a poco che si studino? Ad alcune pagine del Trattato della Trinità, del Simbolo e dei Sacramenti. A detta di tutti, le nozioni che esse racchiudono, sono insufficienti. Quanto ai catechismi diocesani, che per necessità sono più ristretti delle teologie elementari, quasi tutti, si limitano soltanto a definirlo. Non si può non convenire, che da lungo tempo in Francia almeno, l’insegnamento relativo allo Spirito Santo lascia molto a desiderare. Chi lo crederebbe per esempio, che tra i Sermoni di Bossuet non se ne trova uno intorno allo Spirito Santo, niente in Massillon, e solamente ufto in Bourdaloue?Il mezzo di riempiere una così lamentevole lacuna sta nel ricorrere ai Padri della Chiesa e ai grandi teologi del medio evo. Ma chi ha il tempo e i mezzi di dedicarsi a questo studio? Quindi un estremo imbarazzo per il prete zelante, sia nell’istruire se medesimo, ossia nel preparare la gioventù alla cresima, ossia nel dare ai fedeli una seria cognizione di Colui, senza il quale nessuno nulla potrebbe in ordine alla salute, neppure pronunziare il nome del suo Salvatore! (Et nemo potest dicere: Dominus Jesus, nisi in Spiritu Sancto. I Cor. XII, 3). – Alcune brevissime particolarità, e quasi che astratte, fermanti nella memoria parole anziché idee, compongono l’istruzione della prima età. Nell’epoca solenne della Cresima divengono, è vero, un po’ più estese le spiegazioni: ma la prima comunione assorbe da un lato l’attenzione dei fanciulli, e dall’altro si prosegue ad operare sul terreno delle astrattezze. Sotto la parola del catechista lo Spirito Santo non assume corpo, rivelandosi con una lunga serie di splendidi fatti; e in difetto di espedienti, per parlare, come si conviene circa la Persona e le opere dello Spirito Santo, si passa ai doni di esso. – Questi doni essendo semplicemente interni non sono accessibili né all’immaginazione né ai sensi. Grande è la difficoltà di farli conoscere, maggiore quella di farli capire. Nell’insegnamento ordinario essi non sono mostrati con chiarezza, né nella loro applicazione agli atti della vita, né nella loro opposizione ai sette peccati capitali, né nella loro concatenazione necessaria per la deificazione dell’uomo, né come il coronamento dell’edificio della salute. Perciò l’esperienza c’insegna, che di tutte le parti della dottrina cristiana, la meno compresa, la meno apprezzata, sono forse i Doni dello Spirito Santo. Il fornire i mezzi di riparare a questo grave inconveniente è ai nostri occhi se non un dovere, un servigio almeno, di che l’esercizio del ministero ci ha sovente insegnato a misurare l’estensione.

III.

Il terzo motivo è il bisogno dei fedeli. Quanto più è difficile il parlare convenientemente dello Spirito Santo, tanto più sembra che si dovrebbero moltiplicare le istruzioni intorno a questo domma fondamentale. Non è forse un’anomalia, una disgrazia il non farlo, tenendo a dir così lo Spirito Santo nell’oscurità, mentre ci sforziamo di porre in rilievo tutte le altre verità della religione? Non è un andar manifestamente contro all’insegnamento della fede, contro alle raccomandazioni della Scrittura, contro alla condotta dei Padri, contro all’intenzione della Chiesa e contro ai nostri propri interessi? Abbiamo noi considerato a sufficienza, che, posti tra due eternità noi tutti, sacerdoti e fedeli, siamo obbligati, sotto pena di cadere morendo nel fuoco eterno dell’inferno, di salire sui troni luminosi preparati per noi nel Cielo? Ci pensiamo noi abbastanza, che per arrivarci ci è bisogno di diventare, mediante la perfezione delle virtù nostre, le immagini perfettamente rassomiglianti (per quanto ci è possibile) della santissima Trinità? Consideriamo noi bastevolmente che tra queste virtù e la nostra debolezza vi è l’infinito? Riflettiamo noi quanto è necessario che senza l’aiuto dello Spirito Santo ci è non solo impossibile di giungere alla perfezione di nessuna virtù, ma ancora di compiere meritoriamente il primo atto della vita cristiana? (S. Agost.).  Dalla penuria pertanto di dottrina nel sacerdote, provengono la magrezza e la scarsità delle istruzioni intorno allo Spirito Santo. I Cristiani riflessivi se ne meravigliano, e se ne affliggono. Essi con un linguaggio, che ci sarà permesso di citare tale quale ha colpito i nostri orecchi, domandano se lo Spirito Santo è stato destituito, poiché non si parla mai di Lui. Questi lamenti dei fedeli, benché fondati sopra a ragioni diverse, sono però legittimi quanto quelli del clero. Essi dimostrano la soddisfazione di un bisogno, del quale parecchi forse non si sanno ben render conto, ma che non ne è per questo meno reale. Noi intendiamo parlare della invincibile tendenza che ciascun uomo sente, venendo in questo mondo, d’immedesimarsi con Dio: anima naturaliter Christiana. Come immagine attiva di Colui che è amore, l’anima aspira a rassomigliarlo. Ora come ce lo insegna la fede, lo Spirito Santo è lo stesso amore, l’amore consustanziale del Padre e del Figliuolo. Ne resulta che senza la profonda cognizione dello Spirito Santo, vale a dire della grazia e delle sue operazioni, il principio di vita divina, infuso in noi dal Battesimo, trovasi trattenuto o contrariato nel suo svolgimento. Il Cristiano soffre, vegeta, si assottiglia e difficilmente giunge alla verità della vita soprannaturale. Per arrivare in cima alla scala di Giacobbe, bisogna innanzi tutto conoscerne i gradini. Queste osservazioni riguardano i buoni Cristiani, la maggior parte dei quali, a malgrado della loro istruzione, potrebbero dire quasi, come anticamente i neofiti d’Efeso: « Noi non abbiamo sentito parlare mai dello Spirito Santo, lo conosciamo pochissimo e ancora meno lo invochiamo. (Act. XIX, 2) » – Che cosa dire di quelle innumerevoli moltitudini che si agitano dentro le città, o che popolano le campagne? Che pensate voi che cosa intendano esse per Spirito Santo, prive come sono di scienza religiosa, tranne le lezioni necessariamente imperfettissime e sempre troppo presto dimenticate, del Catechismo? Noi non temeremo d’affermarlo: è il Dio ignoto del quale san Paolo trovò l’altare solitario, entrando in Atene. Se esse hanno conservato qualche nozione dei principali misteri della fede, l’esperienza insegna che rispetto allo Spirito Santo, alla sua influenza necessaria, al concatenamento e allo scopo finale delle sue successive operazioni, esse vivono in una ignoranza presso a poco completa. Queste moltitudini, niuno potrà dubitarne, formano l’immensa maggioranza delle attuali nazioni; e così trovasi dolorosamente giustificata la rigorosa esattezza dell’epigrafe posta a quest’opera: « al Dio sconosciuto: Ignoto Deo! – Se dunque l’imperfetta conoscenza dello Spirito Santo è un ostacolo alla perfezione del Cristiano, che cosa sarà, domandiamo noi, l’ignoranza assoluta? Quale può essere la vita divina in colui che non ne conosce neppure il principio? Un coperchio di piombo si frammette tra lui e il mondo soprannaturale. Questo mondo della grazia, questo vero ed unico consorzio delle anime, con i suoi elementi divini, con le sue leggi meravigliose, co’ suoi gloriosi abitanti, coi suoi sacri doveri, con le sue incomparabili magnificenze, con le sue realtà eterne, colle lotte, con le gioje, con le sue potenze e col suo fine; questo mondo pel quale l’uomo è fatto, e nel quale ei deve vivere, è per lui come se non fosse. La nobile ambizione che egli doveva esercitare si cangia in indifferenza, in disprezzo la stima, l’amore in disgusto. Invece di essere la vita tutta soprannaturale, o non lo è che per metà, o, concentrata nel mondo sensibile, essa diviene terrestre ed animale. Il Naturalismo che usurpa l’impero delle anime, forma il carattere generale della società. Lacrimevole divorzio! che sviando l’umanità dal suo fine, spoglia lo Spirito Santo della gloria sua e rapisce al Verbo incarnato il prezzo del suo sangue, per consegnarlo al demonio. [1. Continua … ]

DOMENICA DI PENTECOSTE (2018)

DOMENICA DI PENTECOSTE (2018)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Sap 1:7. Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja [Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps LXVII:2 Exsúrgat Deus, et dissipéntur inimíci ejus: et fúgiant, qui odérunt eum, a fácie ejus. [Sorga il Signore, e siano dispersi i suoi nemici: e coloro che lo òdiano fuggano dal suo cospetto].

Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja [Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

Orémus.

Deus, qui hodiérna die corda fidélium Sancti Spíritus illustratióne docuísti: da nobis in eódem Spíritu recta sápere; et de ejus semper consolatióne gaudére.[O Dio, che in questo giorno hai ammaestrato i tuoi fedeli con la luce dello Spirito Santo, concedici di sentire correttamente nello stesso Spirito, e di godere sempre della sua consolazione.]

Lectio

Léctio  Actuum Apostolórum. Act. II:1-11

“Cum compleréntur dies Pentecóstes, erant omnes discípuli pariter in eódem loco: et factus est repéente de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis: et replévit totam domum, ubi erant sedentes. Et apparuérunt illis dispertítæ linguæ tamquam ignis, sedítque supra síngulos eórum: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, et coepérunt loqui váriis linguis, prout Spíritus Sanctus dabat éloqui illis. Erant autem in Jerúsalem habitántes Judaei, viri religiósi ex omni natióne, quæ sub coelo est. Facta autem hac voce, convénit multitúdo, et mente confúsa est, quóniam audiébat unusquísque lingua sua illos loquéntes. Stupébant autem omnes et mirabántur, dicéntes: Nonne ecce omnes isti, qui loquúntur, Galilæi sunt? Et quómodo nos audívimus unusquísque linguam nostram, in qua nati sumus? Parthi et Medi et Ælamítæ et qui hábitant Mesopotámiam, Judaeam et Cappadóciam, Pontum et Asiam, Phrýgiam et Pamphýliam, Ægýptum et partes Líbyæ, quæ est circa Cyrénen, et ádvenæ Románi, Judaei quoque et Prosélyti, Cretes et Arabes: audívimus eos loquéntes nostris linguis magnália Dei.” [Giunto il giorno di Pentecoste, tutti i discepoli stavano insieme nello stesso luogo: e improvvisamente si sentí un suono, come di un violento colpo di vento: che riempí tutta la casa ove erano seduti. Ed apparvero loro delle lingue come di fuoco, che, divise, si posarono su ciascuno di essi, cosicché furono tutti ripieni di Spirito Santo e incominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito concedeva loro. Soggiornavano allora in Gerusalemme molti Giudei, uomini religiosi di tutte le nazioni della terra. A tale suono si radunò molta gente, e rimase attònita, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E si stupivano tutti, e si meravigliavano, dicendo: Costoro che parlano, non sono tutti Galilei? E come mai ciascuno di noi ha udito il suo linguaggio natio? Parti, Medi ed Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia, della Panfilia, dell’Egitto e della Libia, che è intorno a Cirene, e pellegrini Romani, tanto Giudei come proseliti, Cretesi ed Arabi: come mai abbiamo udito costoro discorrere nelle nostre lingue delle grandezze di Dio?]

 Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CIII:30 Emítte Spíritum tuum, et creabúntur, et renovábis fáciem terræ. Allelúja. Hic genuflectitur:

Veni, Sancte Spíritus, reple tuórum corda fidélium: et tui amóris in eis ignem accénde.

Sequentia

Veni, Sancte Spíritus, et emítte cælitus lucis tuæ rádium.

Veni, pater páuperum; veni, dator múnerum; veni, lumen córdium.

 Consolátor óptime, dulcis hospes ánimæ, dulce refrigérium.

 In labóre réquies, in æstu tempéries, in fletu solácium.

O lux beatíssima, reple cordis íntima tuórum fidélium.

Sine tuo númine nihil est in hómine, nihil est innóxium.

Lava quod est sórdidum, riga quod est áridum, sana quod est sáucium.

 Flecte quod est rígidum, fove quod est frígidum, rege quod est dévium.

 Da tuis fidélibus, in te confidéntibus, sacrum septenárium.

Da virtútis méritum, da salútis éxitum, da perénne gáudium. Amen. Allelúja.

Evangelium

 Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XIV:23-31

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Si quis díligit me, sermónem meum servábit, et Pater meus díliget eum, et ad eum veniémus et mansiónem apud eum faciémus: qui non díligit me, sermónes meos non servat. Et sermónem quem audístis, non est meus: sed ejus, qui misit me, Patris. Hæc locútus sum vobis, apud vos manens. Paráclitus autem Spíritus Sanctus, quem mittet Pater in nómine meo, ille vos docébit ómnia et súggeret vobis ómnia, quæcúmque díxero vobis. Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis: non quómodo mundus dat, ego do vobis. Non turbátur cor vestrum neque formídet. Audístis, quia ego dixi vobis: Vado et vénio ad vos. Si diligere tis me, gaudere tis utique, quia vado ad Patrem: quia Pater major me est. Et nunc dixi vobis, priúsquam fiat: ut, cum factum fúerit, credátis. Jam non multa loquar vobíscum. Venit enim princeps mundi hujus, et in me non habet quidquam. Sed ut cognóscat mundus, quia díligo Patrem, et sicut mandátum dedit mihi Pater, sic fácio.”

OMELIA

[Mons. G. Bonomelli: “I Misteri Cristiani” vol. III, Queriniana Ed., Brescia, 1894; impr.]

« Gesù disse ai suoi discepoli: se alcuno mi ama, osserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e verremo a Lui e faremo dimora presso di Lui. Chi non mi ama, non osserva la mia parola: pure la parola, che avete udita, non è mia, ma di Colui che mi ha mandato. Queste cose vi ho ragionato, conversando con voi. Ma l’Avvocato, lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel nome mio, quegli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà quanto io vi ho detto. Vi lascio la pace; la pace do a voi, non come la dà il mondo, io la dò a voi: non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti. Avete udito, come io vi ho detto: Vado e vengo a voi; se mi amaste, certamente godreste, che Io vado al Padre, perché il Padre è maggiore di me. Ed ora ve l’ho detto prima che avvenga, acciocché quando sia avvenuto, crediate. Già non parlerò guari con voi, perché il principe di questo mondo viene; ma in me non ha nulla. Ma perché il mondo conosca, che Io amo il Padre, e che come il Padre mi ha ingiunto, così fo Io ». (Giov. XIV, 24-31).

Dettare o recitare parecchi Ragionamenti sul mistero della Pentecoste senza spiegare l’Epistola e il Vangelo proprio della festa, mi sembra cosa ripugnante alla natura stessa della festa e del mistero. La Chiesa, interprete fedele dei misteri che ricorda, nella Epistola e nel Vangelo della Messa di ciascuno d’essi, riporta costantemente quelle parti dei Libri santi che ai misteri stessi più direttamente si riferiscono. Il perché se noi vogliamo con la maggior esattezza possibile studiare e conoscere ciascun mistero che si celebra, non v’è via più spedita e più sicura che quella di studiare e penetrare a fondo il senso della Epistola e del Vangelo, che si leggono nella Messa propria del mistero istesso. – Nel Ragionamento precedente mi ingegnai di spiegare quel tratto degli Atti Apostolici che si legge nell’Epistola e feci del mio meglio per ribattere e sfatare la spiegazione razionalistica, che distrugge il fatto e il mistero che oggi si ricorda e si onora. In questo verrò commentando i pochi versetti tolti dal Vangelo di S. Giovanni, che pochi minuti or sono avete udito solennemente cantare. In questi versetti Gesù parla della venuta dello Spirito Santo e degli effetti ammirabili, che avrebbe prodotto negli Apostoli e per conseguenza in tutti quelli che l’avrebbero ricevuto. L’argomento pertanto è strettamente connesso col mistero che festeggiamo, e per la sua stessa natura è interessante per tutti e perciò degnissimo della vostra attenzione. – I versetti, che noi togliamo a chiosare, si leggono in quell’incomparabile discorso dell’ultima cena, in cui Gesù Cristo versò tutte le ricchezze della sua carità e che sarà il monumento eterno della tenerezza ineffabile del suo cuore; prima di imprenderne il commento è necessario pigliare il filo del discorso alquanto in alto a fine d’averne luce. Gesù conforta gli Apostoli della imminente sua dipartita, assicurandoli che se ne va a preparare loro il luogo. A Tommaso, Che domanda della via, risponde che la sanno e a Filippo che vuol vedere il Padre, dice, che vedendo sé, vedono anche il Padre. Promette loro che faranno opere anche maggiori delle sue, e esaudirà le loro preghiere e che verrà lo Spirito Santo, nel quale conosceranno Lui e in Lui vivranno. All’Apostolo Taddeo spiega perché non può farsi conoscere al mondo, e qui comincia il nostro commento. « Chi ama me, osserverà la mia parola ». L’Apostolo Taddeo aveva detto a Gesù Cristo: « … e perché dopo la tua risurrezione ti manifesterai a noi Apostoli e non al mondo? » e Gesù gli risponde: « Sappi, che se visibilmente Io non mi manifesterò che a voi soli per opera vostra, la mia dottrina e per la fede Io mi manifesterò a quanti crederanno e osserveranno la mia legge e mi ameranno ». – Vi è una doppia manifestazione di Cristo, l’una visibile agli occhi della carne, l’altra solo alla mente, per la fede. La prima, ancorché cosa buona e santa, non giova nulla se non è congiunta alla seconda. Che valse la vista materiale di Gesù Cristo a tante migliaia di uomini, che lo videro, l’udirono e gli parlarono, ma non credettero in Lui? Nulla! Per contrario quante migliaia e milioni di uomini che non lo videro nella sua natura umana, né l’udirono, ma credettero in Lui, lo amarono e osservarono la sua legge, furono salvi ed ora con Lui e di Lui sono beati in Cielo! Non diciamo adunque: O se vedessi Gesù Cristo! Se lo udissi! Crediamo in Lui, a Lui uniamoci per amore vivo ed operoso ed a Lui piaceremo come ed anche meglio che se lo vedessimo con gli occhi ed udissimo con le nostre orecchie. La carne, disse Cristo, per sé non giova a nulla; è lo spirito che dà vita, cioè è l’anima, che con la mente e con il cuore, aderendo a Dio per fede e per carità, partecipa della sua vita istessa. – Gesù rincalza la sua dottrina e dice : « E il Padre mio amerà costui e verremo a lui e faremo dimora presso di lui ». Alto e stupendissimo insegnamento! « Visibilmente a voi soli mi mostrerò: invisibilmente per fede e per amore mi mostrerò a chiunque vorrà: anzi ti dico, o Taddeo, che non solo Io mostrerò per fede me stesso a chiunque lo vorrà, ma con me verrà il Padre e porremo dimora in Lui ». Ma come, o divin Maestro, Voi ed il Padre dimorerete in chi crederà alla vostra parola e la osserverà? E lo Spirito Santo è forse separato da Voi e dal Padre? Forse il Padre e il Figlio con lo Spirito Santo si muovono e discendono nell’anime dei giusti? Dio non è Egli immenso e perciò dovunque? Come può esso entrare ed uscire, avvicinarsi o allontanarsi da un’anima? Dio è immenso e immutabile e perciò è dovunque con la sua presenza, con la sua azione e con la sua stessa essenza. Immaginare che Dio vada e venga, entri ed esca da un’anima, è cosa indegna di Dio, che ripugna alla sua infinita perfezione e se noi usiamo questo linguaggio, e l’usano i Libri santi, è per la debolezza e povertà estrema del nostro linguaggio istesso e dei nostri concetti, che non possono sollevarsi sino a conoscere Dio nella sua natura: ma ciò che la lingua dice in modo tanto imperfetto, corregga tosto la mente sorretta dalla fede. O Cristiano! Dio è dovunque con la sua essenza: lo sai, lo credi; ma è pur vero che non è dovunque con la sua fede e con la sua grazia. Tu mi dici: “Come ciò?” Ascolta e intenderai. Tu conosci per fermo un gran numero di persone, altre vicine, altre lontane: come le conosci tu? Tu le conosci in quantochè la loro immagine, la loro fisionomia, la memoria dei loro atti sono come dipinte nella tua mente e in qualche modo essi stanno dentro di te, come possono stare le cose conosciute nella mente di chi le conosce. Ma vi è un altro modo molto più nobile, con cui le persone e le cose tutte stanno in te. Tu nel tuo pensiero tieni dentro di te le cose e le persone che conosci: ma tu puoi essere esse indifferente e puoi anche odiarle e respingerle. Allora rimangono soltanto nella mente. Ma se tu, contemplandole nella mente le ami, che accade? Dalla mente esse discendono nel tuo cuore, dalle vette del pensiero calano nel santuario della tua volontà e con le funi dell’amore tu stringi a te quelle cose e quelle persone delle quali possiedi il conoscimento e con esse, secondo l’intensità dell’affetto, formi una cosa sola. Allora quelle cose e quelle persone fanno dimora in te, sono in te per forma che tu stesso dici: – Io le tengo qui dentro del mio cuore, le ho nell’anima mia -. Vi stanno per via di cognizione (che è poca cosa) e per forza d’amore, che è tutto. È questa la dottrina di San Tommaso, fondata sulla natura delle cose stesse ed è in questo senso, o dilettissimi, che Gesù Cristo col Padre e con lo Spirito Santo fanno dimora nell’anima del giusto. Voi, o figli, per l’amore portate nei vostri cuori i vostri genitori: e voi, o giusti, per l’amore portate nei vostri cuori Dio stesso, la S. Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. E per quanto tempo Dio abita nei vostri cuori? Fino a che lo amate e serbate in voi la sua grazia. E quando Dio si parte dalle anime vostre? – Quando cessate di amarlo, quando gli preferite una creatura e donate ad altri il vostro cuore, allora Dio rimane nella vostra mente come conosciuto per ragione o per fede, ma non è più nel vostro cuore, perché più non l’amate e il dolce vincolo che lo stringeva a voi, con il peccato è rotto. Ma di ciò basti e proseguiamo il commento del nostro Vangelo. « Chi me non ama, non osserva la mia parola ». A quelli poi che non credono in me, né mi amano, come potrei far conoscere la mia risurrezione e manifestare me stesso? Essi sono impotenti a ricevere il beneficio della mia manifestazione e la colpa è tutta loro, perché non amano la verità e nulla fanno per averla detta, così Cristo, la mia parola, o mia dottrina, che è la stessa cosa: ma, ponete ben mente, essa più propriamente non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Gesù Cristo riferisce la dottrina sua al Padre come uomo non solo, ma eziandio come Dio. Come uomo, tutto ciò che Gesù Cristo è, fa e dice, tutto appartiene a Dio-Trinità, perché come uomo anch’Egli al pari di noi è creato e tutto riceve dalla divina larghezza: ma anche come Dio, Gesù Cristo deve dire: la mia dottrina ed ogni mia cosa è del Padre, da cui tengo tutto. E perché? Perché da Lui con la generazione eterna ricevo la stessa sua sostanza e tutta la scienza che vi comunico. Perciò la mia parola, o la mia dottrina, è mia ed è del Padre mio: Egli la fonte prima, io il rivo; Egli il sole, io la luce che dal sole emana: tutto ciò che è mio è suo, perché Io e Lui siamo una cosa sola. È questo il significato di quelle parole di Gesù Cristo: « La parola, che avete udita, non è mia, ma di chi mi ha mandato ». E ciò disse Gesù Cristo per sollevare la mente degli Apostoli dalla sua natura umana alla divina e per confortarli in quei momenti di tanta e sì crudele angoscia. E poi, seguitando il discorso, disse: – « Queste cose vi ho ragionate, conversando con voi ». Queste verità, che vi ho annunziate in tutto il tempo, che ho vissuto con voi, le avete udite, ma non sempre, né tutte, né chiaramente le avete comprese: molte sono per voi oscure ed anche al tutto inintelligibili: non vi turbate: fra non molto le comprenderete chiaramente. E chi ve le farà conoscere? « Il Paraclito, od Avvocato, lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel nome mio, quegli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà quanto Io vi ho detto ». – Questo Paraclito, che significa Consolatore ed Avvocato, di cui parla Gesù Cristo e che promette ai suoi cari, indubbiamente è Persona, perché è pareggiata a Cristo stesso, ne tiene il luogo, continua l’opera di Lui e dicesi mandato dal Padre, cioè avente origine dal Padre non altrimenti dal Piglio. Onde in questo versetto chiaramente ci si presenta l’augusta Trinità, il Padre, che vi è nominato, il Figlio, Gesù Cristo che parla e lo Spirito Santo, che è mandato dal Padre nel nome di Cristo e che insegnerà ogni verità. Si chiama Paraclito od Avvocato in questo luogo, perché grande era la tristezza degli Apostoli in quei momenti di angosciosa aspettazione e avevano bisogno sommo di conforto e di difesa. Ma come Cristo può dire che il Padre manderà lo Spirito Santo nel suo nome – Quem mittit Pater in nomine meo? – Perché il Padre manda e spira lo Spirito Santo col Figlio, con unico atto a quel modo ch’io col mio intelletto fo col mio conoscimento accendo la fiamma del mio amore: perché la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli avvenne per i meriti di Cristo. Si dice che lo Spirito Santo insegnerà ogni cosa agli Apostoli : – Docebit vos omnia. – Forseché lo Spirito Santo, allorché riempì della sua luce e della sua forza gli Apostoli, insegnò loro tutte le scienze umane e divine? Forseché in quell’istante che ricevettero lo Spirito Santo gli Apostoli conobbero la matematica, la geometria, la fisica, la storia profana, la filosofia, l’astronomia, la geologia e tutte l’altre scienze naturali, di cui l’uman genere ora va meritamente altero? Certamente, no. Cristo venne sulla terra non per insegnarci queste scienze, che entro i loro confini lascia in balìa delle nostre libere discussioni, ma per insegnarci la scienza del Cielo, la scienza di Dio, dell’anima nostra, della salvezza eterna, la scienza che ci rende virtuosi e santi e figli suoi per adozione. Mirabil cosa, o carissimi! Gesù Cristo, Uomo-Dio, conosceva perfettissimamente tutte le scienze naturali, delle quali il mondo ora fa tanto strepito: conosceva quelle senza numero maggiori, che il progresso andrà mano mano scoprendo: eppure nei suoi discorsi che il Vangelo ci ha conservati nel suo insegnamento, che la tradizione ci trasmette, non vi è un solo cenno, una sola parola, che si riferisca a queste scienze naturali che formano l’orgoglio del nostro secolo. Gesù Cristo avrebbe potuto insegnare agli Apostoli almeno alcuni di quei misteri della natura, svelar loro alcune di quelle grandi scoperte, che più tardi scossero il mondo e mutarono la faccia della società. Ricchi di queste scienze e di queste scoperte gli Apostoli avrebbero ricolmato il mondo di stupore, avrebbero tirato a sé gli uomini tutti e compiuto in breve tempo la conquista delle più alte intelligenze. Eppure Gesù Cristo non fece nulla di tutto questo e restrinse tutto il suo insegnamento alle verità di ordine religioso e morale e queste sole volle che gli Apostoli predicassero. È questo, o dilettissimi, tal fatto che non deve passare inosservato e che segna a noi sacerdoti, continuatori dell’opera di Cristo e degli Apostoli, la via che dobbiamo tenere nell’esercizio del nostro ministero. È utile e necessario, che noi sacerdoti conosciamo tutte queste scienze profane e naturali per onore della Chiesa, per la difesa della fede, perché anch’esse ci sollevano a Dio e ne mettono in maggior luce la grandezza; ma non sono queste le scienze che noi dobbiamo portare nel tempio, sulla cattedra di verità, e annunziare ai popoli e né a queste scienze direttamente si estende il magistero della Chiesa e l’assistenza dello Spirito Santo promesso da Cristo. – Docebit vos Omnia -. Queste scienze della natura formano il patrimonio della ragione umana, sono il campo ch’essa può correre liberamente e cogliervi sempre e più belle palme. – Ma è da ritornare al testo evangelico che stiamo interpretando. Non senza ragioni profonde, Cristo disse che lo Spirito Santo avrebbe rammentato agli Apostoli quanto aveva loro detto: Suggeret vobis omnia quæcumque dixero vobis – . Perché disse che avrebbe loro rammentato? Gesù Cristo, nei tre anni della sua vita pubblica, aveva insegnato agli Apostoli tutte o pressoché tutte le verità necessarie alla salvezza delle anime e al governo della Chiesa: ma le avevano essi comprese a dovere? Alcune, sì: ma la maggior parte  erano rimaste nella loro memoria confusamente, ed altre le dovevano avere dimenticate o fraintese. Era dunque necessario rinfrescarne la memoria e chiarirle affinché gli Apostoli se ne facessero i banditori e questa fu l’opera dello Spirito Santo: Egli fu la luce che fece loro leggere, nel fondo dell’anima, ciò che Gesù Cristo vi aveva scritto e ch’essi non discernevano: fu la forza che li rese atti ad annunziarlo intrepidamente al mondo intero. Chi legge il discorso dell’ultima cena di leggieri comprende che non corre tutto legato, come suole essere un discorso formale, se posso usare questa parola. – Gesù Cristo si trattenne in quella sera memoranda parecchie ore con i suoi discepoli: era imminente la sua passione e la sua separazione ed Egli, a così dire, sciolse il freno alla piena dei suoi affetti e versò tutto il suo cuore. Perciò il suo discorso talvolta sembra rotto, muta argomento: ora incoraggia, ora dà consigli, ora promette, ora conforta ed ora prega. È un padre amoroso, che all’atto di separarsi per lungo tempo dai suoi figliuoli moltiplica le raccomandazioni e ripete i saluti. – Qui, quasi interrompendo il discorso, con una espansione dell’anima, che ne lascia vedere il fondo, Gesù Cristo esclama: « Vi lascio la pace; la pace mia do a voi: non come la dà il mondo, Io la do a voi ». Quali espressioni! Quale effusione di cuore! Quale tenerezza in queste parole ripetute! È vero, era questo il saluto ordinario, che si davano gli Ebrei: « La pace sia con te, sia con voi ». Ma qui e per l’occasione solenne, e per la ripetizione e per quelle parole aggiunte – la pace mia -. Non come il mondo la dà, Io la dò a voi – e perché in quel momento non si dipartiva, e soprattutto per l’accento di inesprimibile dolcezza e affocato affetto con cui pronunciò quel saluto, esso ha un significato e una forza tutta propria. Par di vedere Gesù con le palme tese verso i suoi cari, con la fronte velata da una soave e tranquilla mestizia, con gli occhi scintillanti, pieni d’amore e umidi di pianto, versare tutta l’anima sua. – Vi lascio la pace! È l’unica eredità, che vi lascio: essa è l’estremo augurio che vi fo, pegno d’ogni benedizione: pace vera, solida, eterna: pace con Dio, del quale siete figli; pace tra voi che dovete considerarvi ed amarvi come fratelli; pace con tutti, anche con i vostri nemici e persecutori; pace nei vostri cuori. Non è la pace ingannevole e bugiarda del mondo, ma la mia pace, che porta la serenità della mente, la semplicità del cuore, il vincolo dell’amore, il consorzio della carità: pace che custodisce i vostri sensi e le vostre intelligenze e trascende ogni umano concetto. – Deh, carissimi! che questa pace che Cristo porse ai suoi diletti Apostoli, che è figlia della giustizia, compagna della virtù, che allieta i giorni del nostro esilio, che in mezzo ai dolori ci consola e ci rende felici, abiti sempre nelle vostre anime. – Prosegue Gesù svolgendo l’idea della pace e confortando gli Apostoli che, afflitti, scorati e muti, gli facevano corona e dice loro: « Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti ». Queste parole noi pure siamo soliti indirizzare a quelli che soffrono, che sono minacciati di qualche grave sventura: è un conforto, un aiuto che vorremmo dare ai fratelli nostri, che sono posti a qualche dura prova. Esse mostrano il nostro buon cuore ed il desiderio di soccorrerli. Ma, ohimè! Queste parole sulla nostra lingua non sono che un augurio, la espressione d’un desiderio, impotenti come siamo ad infondere in altri la forza e la energia della volontà per vincere la lotta della vita. Ma Gesù, che è Dio, Egli solo fa ciò che dice, e nell’anima di chi confida in Lui e a Lui ricorre, infonde la forza di vincere se stesso, di superare ciò che sul cammino della vita vi si attraversa dinanzi e di comporre in pace le tempeste, che si agitano nel fondo dell’anima nostra. – Egli solo pertanto, con tutta verità, può dire: « Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti ». Voi vi trovate in mezzo a uomini che, odiando me, odiano pur voi, così Cristo; siete come agnelli in mezzo ai lupi e ciò che rende più dolorosa la vostra condizione presente è ch’Io, vostro maestro e vostra guida, me ne vado, cioè vado incontro alla morte e qual morte! Ma nemmeno per questo dovete turbarvi e sgomentarvi e abbandonarvi alla tristezza; perché se vado non rimango; se vado alla morte e morte di croce, risorgerò e ritornerò a voi. – Audistis quia ego dixi vohis: Vado et venio ad vos -. Anzi vi dico che se mi amaste davvero, godreste certamente, perché Io vado al Padre. – Si diligeretìs me, gauderetis utique, quia vado ad Patrem -. Se l’andare e il venire – Vado et venio ad vos di Cristo indicano la sua morte e la sua risurrezione e il suo mostrarsi agli Apostoli, il suo andare al Padre, senza dubbio significa non solo la sua risurrezione ed il suo apparire agli Apostoli, ma l’ascensione sua al cielo. Ancora poche ore, dice Cristo, ed Io morrò e poi risorgerò e me ne andrò al Padre: ancora poche ore e avranno fine i miei dolori, le mie angosce e comincerà una vita di gioie pure, una vita perfettamente beata, che non avrà fine più mai. So che mi amate: ma se mi amate davvero e volete il mio vero bene, lungi dal dolervi della mia andata, della mia morte, dovete rallegrarvi. L’amico che vede partire l’amico per lontano paese, dove sa che sarà felice, ne gode: i figli, che vedono il padre recarsi in remota contrada per riceverne il dominio e cingervi la corona di re, fanno gran festa. E questo dovete fare voi pure con me se mi amate, come veramente mi amate. – Lascio la terra pel Cielo, il luogo d’esilio per la patria vera, il luogo delle umiliazioni e dei dolori per il luogo della gloria e delle delizie: perché non godreste ? Vo al Padre mio, che è nei cieli; Egli è maggiore di me e perciò presso di Lui sarà compiuta la mia felicità. – Ma come il Padre vostro, o Gesù, è maggiore di Voi? Voi e il Padre non siete una sola cosa? Voi non siete nel Padre e il Padre non è in Voi? Non siete consostanziale al Padre e a Lui in ogni cosa perfettamente eguale, come crediamo per fede e Voi stesso tante volte avete insegnato? Come dunque ora ci dite che il Padre è maggiore di Voi? – Gesù Cristo è Dio ed uomo, vero Dio e vero uomo: come Dio Egli è eguale al Padre e perciò il Padre non è maggiore di Lui: ma come uomo Egli non è eguale, ma inferiore al Padre e in questo senso è verissimo il dire che il Padre è maggiore di Lui. E che Gesù abbia chiamato il Padre maggiore di sé in quanto uomo si fa manifesto dalle parole « Vado al Padre » perché l’andare di Gesù al Padre non può riferirsi che alla natura sua umana. Del resto, o dilettissimi, in un senso il Padre si può dire maggiore di Gesù Cristo, anche come Dio, senza che ne riceva offesa la sua divina natura. Come ciò? Il Padre è il Principio senza principio: Egli è la fonte del Figlio e col Figlio è la fonte eziandio dello Spirito Santo: il Padre è il sole e il Figlio è la luce che ne emana: il Padre è la radice, il Figlio è il fiore: per ragione adunque dell’origine il Padre precede il Figlio e in questo senso il Padre si può dire e si dice maggiore del Figlio. Questa dignità di principio che compete al Padre rispetto al Figlio e per la quale il Padre è maggiore del Figlio non toglie che la natura dell’uno e dell’altro sia una sola e comune e perciò vi sia tra loro perfetta ed assoluta eguaglianza. – Il sole e la luce hanno una sola natura, sono una cosa sola, ma il sole nella nostra mente è principio e causa della luce e non questa di quello: la natura e la vita della radice e del fiore è una sola, comune all’uno e all’altra; ma noi pensiamo prima alla radice e poi al fiore, perché questo germoglia da quella e perciò una cotal dignità maggiore, non per diversità di natura, ma di ordine e di origine, spetta alla radice sul fiore, al sole sulla luce. Così il Padre si può dire maggiore del Figlio, rimanendo perfetta la loro eguaglianza secondo natura. – Gesù Cristo, sempre inteso a rassodare la fede degli Apostoli nella sua Persona divina, perché è questa la base incrollabile del suo insegnamento e il motivo supremo del loro conforto, accenna alla nuova prova che ne avranno tra breve nell’adempimento fedele delle sue parole e soggiunge: « Ve l’ho detto prima che avvenga, acciocché, quando sia avvenuto, crediate ». Egli ha predetto la sua morte, la sua risurrezione ed altre cose particolari, che gli Apostoli avrebbero veduto con i loro occhi e toccato con le loro mani e che nessuno umanamente poteva prevedere con certezza: vedendo il tutto perfettamente adempito, che cosa dovevano necessariamente conchiuderne? Ch’Egli vedeva il futuro come il presente: che alle sue parole si doveva credere, perché non erano le parole d’un uomo, ma sì del Figliuol di Dio, come chiaramente affermava d’essere. Era qui il fondamento sicuro della fede degli Apostoli ed è qui pure il fondamento della fede nostra, che si appoggia a quella degli Apostoli, come in un edificio una pietra poggia sull’altra e tutte sulla prima, che ne è il fondamento. La certezza nostra, che abbiamo tanti secoli dopo gli Apostoli, è la certezza stessa degli Apostoli, perché legati con essi mercé una successione non mai interrotta, con essi formiamo una cosa sola, come le pietre d’un edificio tra loro congiunte formano un solo tutto. « Già non parlerò quasi più con voi », soggiunse Cristo, girando gli occhi sugli Apostoli e queste parole le dovette pronunciare con un accento di tenerezza insolita e forse con voce commossa e accrebbero sul volto dei suoi cari quella nube di mestizia, che vedevasi dipinta. Era un dir loro in altra forma: Ho finito l’opera mia: me ne vado: l’ora della separazione, della mia morte è vicina, è giunta. « Perché il principe di questo mondo viene ». Ma chi è, o amabile Gesù, il principe di questo mondo? Non siete Voi il Figlio di Dio, quel Verbo stesso, per il quale furono create tutte le cose? Non avete Voi detto che ogni potere vi è dato in Cielo ed in terra? Non siete il padrone assoluto d’ogni cosa? Come dunque dite che vi è un altro, che è principe di questo mondo, che viene contro di Voi? Chi è desso? – Gesù Cristo, perché Dio, è solo e vero Signore del Cielo e della terra. Ma vi è un altro, il quale, permettendolo Lui per gli altissimi fini della sua sapienza e bontà, ha invaso il suo regno, tenta usurpargli il suo dominio e muove contro di Lui stesso. È quello che chiamasi principe delle tenebre, seduttore e tentatore, che si designa col nome di maligno o demonio. Egli aperse la rivolta contro l’Uomo Dio in Cielo e l’ha portata sulla terra; egli lo odia ferocemente, perché fu la pietra, in cui urtò la sua superbia e n’ebbe rotte le tempia: perché a Lui uomo, e perciò inferiore per natura, dovette piegare il ginocchio, essendo anche suo Dio e suo Creatore. Lo odia e perciò muove contro di Lui la Sinagoga, i capi del popolo, Giuda e quanti sono satelliti suoi, per levarlo dalla terra e spegnere sul nascere il regno di Lui. La espressione, – Principe di questo mondo – cioè dei malvagi, indica la potenza del maligno, che pur troppo è grande: ma per quanto sia grande è pur sempre limitata entro quei confini, che Dio ha posto e che gli consente per il trionfo dei buoni e per la gloria loro e sua. Questa potenza del maligno deve pur sempre arrestarsi sulle soglie della libertà umana, la quale sorretta com’è sempre dal soccorso della grazia per chi debitamente la vuole, può resistere a qualsiasi più furioso assalto. Finalmente la scienza e la ragione istessa ci mostrano che in questo immenso e tremendo duello tra Cristo e il Principe di questo mondo la vittoria piena e definitiva sarà per Cristo e per quelli che lo seguono. Fidenti pertanto in Cristo, seguiamolo animosamente e con Lui e per Lui avremo parte alla finale vittoria. – Il Principe di questo mondo venga pure contro di me con tutti i suoi satelliti, mi uccida puranco: ma egli non troverà in me ombra di colpa e perciò, lungi dallo stendere sopra di me il tirannico suo dominio, perderà quello pure che tiene sugli uomini, perché Io soddisferò per essi e glieli strapperò di mano a prezzo del mio sangue, e così il mondo conoscerà qual sia l’amor mio verso del Padre: amore, che mi conduce a fare il suo volere fino alla morte. – Carissimi! Su questo gran campo di battaglia, che è la terra, un solo vinse e atterrò per sempre il Principe del mondo, l’autore del male, ed è Gesù Cristo; Egli solo lo vinse e lo atterrò per virtù propria. Vogliamo che la vittoria di Lui sia comunicata a noi, a ciascuno di noi? Non vi è che un mezzo: per fede e per carità operosa uniamoci a Gesù Cristo, facciamo con Lui una sola cosa, e la sua vittoria diventerà nostra.

Credo

Offertorium

Orémus – Ps LXVII:29-30

Confírma hoc, Deus, quod operátus es in nobis: a templo tuo, quod est in Jerúsalem, tibi ófferent reges múnera, allelúja. [Conferma, o Dio, quanto hai operato in noi: i re Ti offriranno doni per il tuo tempio che è in Gerusalemme, allelúia].

Secreta

Múnera, quæsumus, Dómine, obláta sanctífica: et corda nostra Sancti Spíritus illustratióne emúnda. [Santifica, Te ne preghiamo, o Signore, i doni che Ti vengono offerti, e monda i nostri cuori con la luce dello Spirito Santo]. Communio Acts II:2; II:4 Factus est repénte de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis, ubi erant sedéntes, allelúja: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, loquéntes magnália Dei, allelúja, allelúja. [Improvvisamente, nel luogo ove si trovavano, venne dal cielo un suono come di un vento impetuoso, allelúia: e furono ripieni di Spirito Santo, e decantavano le meraviglie del Signore, alleluja, alleluja.]

Communio Acts II:2; II:4

Factus est repénte de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis, ubi erant sedéntes, allelúja: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, loquéntes magnália Dei, allelúja, allelúja. [Improvvisamente, nel luogo ove si trovavano, venne dal cielo un suono come di un vento impetuoso, allelúia: e furono ripieni di Spirito Santo, e decantavano le meraviglie del Signore, alleluja, alleluja.]

Postcommunio

Orémus.

Sancti Spíritus, Dómine, corda nostra mundet infúsio: et sui roris íntima aspersióne fecúndet. [Fa, o Signore, che l’infusione dello Spirito Santo purifichi i nostri cuori, e li fecondi con l’intima aspersione della sua grazia] .

OMELIA DI PENTECOSTE DI S.S. GREGORIO XVII

 

OMELIA DI PENTECOSTE DI S.S. GREGORIO XVII

[che gli a-cattolici eretici e scismatici si ostinano a chiamare Cardinal G. Siri]

PENTECOSTE – S. Messa (1979)

Il testo evangelico (Gv XX, 19-23), che ci riporta al giorno stesso della Risurrezione del Signore, narra un’anticipazione della Pentecoste: parla di una prima diretta effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli per dare ad essi il potere di rimettere i peccati. Ma il vero oggetto di questa, che è tra le massime solennità della Chiesa, la Pentecoste, è narrato nella prima lettura tolta dal 2° capitolo degli Atti degli Apostoli (vv. 1-11). Quello è l’oggetto, e su quello io invito voi a convergere le vostre riflessioni. – Il fatto della Pentecoste è grandioso, solenne, stupendo; riecheggia, ma in forma più dolce, la grande manifestazione del Sinai accaduta molti secoli prima per la promulgazione del Decalogo (cfr. Es XIX). Questa seconda promulgazione di tutto l’operato di Cristo, già ormai compiuto, ha un carattere più dolce, più amabile, adattandosi al tenore che la Provvidenza ha assunto nel Nuovo Testamento. Ora nel fatto della Pentecoste, oggetto della riflessione in questo giorno, bisogna distinguere alcune cose. La prima è il fatto esterno: il vento impetuoso che ha scosso le fondamenta della città; le fiammelle ardenti scese sul capo dei singoli che erano nel Cenacolo, fatto grandioso; la presenza, anzi la presidenza – e voglio sottolinearlo – della Santissima Vergine, perché nel Cenacolo c’era Maria. Ad Ella non erano state date le chiavi di Pietro, ma stava al di sopra delle chiavi di Pietro ed era Ella, la Madre del Signore, in ragione della dignità e della Venerabilità del suo ufficio, a tenere almeno nell’onore la presidenza di quella piccola assemblea degnata di un tanto fatto divino, che riecheggiava l’antico Sinai. Ma di questo parlerò stasera dopo i vespri, non ora. – C’è una seconda cosa: la vera Pentecoste. Perché la vera effusione dello Spirito Santo non è stata né il vento, né le fiammelle, né il chiarore, niente; questo era semplicemente un involucro esterno per accompagnare ad uomini che capiscono tutte soltanto attraverso le cose materiali, accompagnare a loro e lasciare un’adeguata impressione l’effusione interna dello Spirito Santo. La vera Pentecoste non si vedeva. E la vera Pentecoste, quella alla quale sono partecipi tutti i fedeli fino alla fine del mondo, non si vedrà, se non in casi straordinari, mai. Ora, anche in questa Pentecoste interiore c’è da fare una distinzione, cioè quello che è stato dato agli Apostoli allora e che è dato anche a noi nel Battesimo, nella Cresima, in tutti i Sacramenti e in tutti gli atti soprannaturali che noi compiamo, e quello, invece, che è state caratteristico per gli Apostoli. Bisogna distinguere: anche noi entriamo nella Pentecoste, ma non come loro. Vediamo prima quello in cui entriamo anche noi nella Pentecoste. Essi avevano la Grazia divina, cioè quella dignità soprannaturale che rende quanto è possibile la creatura partecipe della stessa natura divina, che è radice per cui gli atti fatti in state di Grazia hanno tutti un valore eterno, oltre che soprannaturale: quella dignità per cui si diventa figli adottivi di Dio, non più soltanto servitori; quella dignità che innalza ontologicamente, obbiettivamente – non è cavalierato che sta tutto nella medaglia appesa sul petto-, è intima, interiore e tocca le sorgenti dell’essere e della vita, per cui siamo, vivendo in questo mondo, appartenenti ad un ordine e ad una famiglia divina. Quello l’avevano e l’abbiamo anche noi, se siamo in Grazia di Dio; vorrei sperare che in questa chiesa, in questo momento, non ci fosse nessuno che sia in disgrazia del Signore, perché avrei paura che qualche cosa venisse giù. Ma non è qui solo: c’era e c’è in noi quell’intervento continuo soprannaturale che si chiama Grazia attuale, per prevenire, accompagnare, dando luce, forza e costanza. Tutti gli atti buoni, che noi compiamo e che possono essere valevoli, anche indirettamente, all’eterna salute e al merito che avremo nella gloria di Dio, l’ebbero loro e li abbiamo noi. I doni dello Spirito Santo, che sono quell’intervento divino che appresta l’anima, la allena ad aprirsi alla Grazia di Dio comunque essa venga data e in qualunque misura essa venga data, l’ebbero loro, li abbiano noi. – Ricordiamocene qualche volta, non fosse altro per portare rispetto a quel tanto di divino che è in noi, al quale pensiamo così poco, al quale pensando forse troveremmo la forza di evadere dalle strettoie degli avvenimenti che ci sono imposti dalla cattiveria del mondo. – Ma veniamo a quello che era proprio degli Apostoli. Ecco, mi sforzerò di descriverlo come so, per deduzione, perché è grande e sfugge in se stesso alla nostra penetrazione; ci è chiaro negli effetti. Gli Apostoli ebbero intera e perfetta la carica apostolica per convertire il mondo. Vi prego di misurare questa carica: prima dubitosi, paurosi, facili a suggestioni in un senso e nell’altro; immediatamente campioni che affrontano tutti nel giorno stesso i capi del popolo, e parlano a tutto il popolo, non hanno più paura né delle beffe – e gliene hanno fatte quel giorno e di grosse – né di insulti né di interpretazioni né di minacce. Niente da quel giorno e poi sempre. Tutta la lettura degli Atti degli Apostoli, libro meraviglioso della luminosità divina della Chiesa, mostra quest’atteggiamento ben alieno dalla paura, dal complesso di timidità, con un coraggio immenso che ha affrontato tutto. Badate bene: hanno affrontato un mondo che era marcio e hanno incominciato ad affrontarlo nel Medio Oriente, che era la culla di tutto il marciume, senza paura, a fronte alta, soli, poveri, niente in mano per potersi cambiare gli abiti e mangiare; questo hanno percorso il mondo, e tutto quello che vediamo di cristiano oggi è stato loro, è la conseguenza di quello che hanno fatto loro. Non lo dico io, l’Apostolo lo dice: sono il fondamento loro e restano il fondamento. Se pensiamo che questi uomini per questa carica spirituale non solo hanno affrontato tutto, ma hanno abbandonato tutto – meno uno, Giovanni, è da credere che tutti avessero famiglia -: il paese, la loro lingua, le loro usanze! Hanno affrontato tutto, e i due più coraggiosi di tutti hanno affrontato Roma. La carica che ebbe Pietro in quel giorno non lo fece restare a porre la sua sede primaziale di tutto l’universo in Antiochia, che sarebbe stata comoda e abbastanza vicina tanto all’Oriente che all’Occidente. No, la carica lo ha portato a portare la sede in Roma, dove stava sedendo un mostro imperiale che si chiamava Nerone, sapendo che là l’avrebbero ucciso. Questa carica! Noi possiamo entrare nei meandri del nostro spirito e parlare del sentimento che deve essere stato investito da tutto, di tutto quello che emerge dal nostro subcosciente che raccoglie dal passa e quasi antevede il futuro, di tutti i meandri della psicologia: là dentro è entrato questo Spirito divino. Non so dirvi di più di questa carica. So dirvi solo quello che è successo dopo, e da quello che è successo dopo si misura la carica del momento. – Ci sono tante anime che nella loro Pentecoste una certa carica, non come quella, ma una certa carica la ricevono e, se la ricevono, se la tengano nell’umiltà e nel silenzio. Si ricordino che a presiedere il giorno della Pentecoste c’era la Vergine Madre del Signore, che, appena diventata tale, per prima cosa partì e andò servire sua cugina, vecchia e in procinto di dare alla 1uce Giovanni Battista, le cui reliquie stanno là. Ha cominciata così la Madre di Dio, che ha presieduto il giorno della Pentecoste, e si è ritirata nel silenzio, protetta dall’usbergo dell’Apostolo vergine Giovanni. L’ha seguito, e quello ha piegato la sua vita all’incarico avuto da Cristo in Croce di conservarla nel silenzio; e nel silenzio del mondo se ne è andata per lasciare il posto ai cori angelici. Non dimentichiamo: nella gloria della Pentecoste, al sommo di quella stupenda piccola assemblea, sta la Vergine Madre del Signore. Ma i1 Magnificat l’ha cantato lei una volta, ora per Lei lo cantiamo noi.

DOMENICA DI PENTECOSTE

Introitus

Sap 1:7. Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja [Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps LXVII:2 Exsúrgat Deus, et dissipéntur inimíci ejus: et fúgiant, qui odérunt eum, a fácie ejus. [Sorga il Signore, e siano dispersi i suoi nemici: e coloro che lo òdiano fuggano dal suo cospetto]. V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto. R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sæcula sæculórum. Amen

Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja [Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

V. Dóminus vobíscum. R. Et cum spiritu tuo.

Orémus. Deus, qui hodiérna die corda fidélium Sancti Spíritus illustratióne docuísti: da nobis in eódem Spíritu recta sápere; et de ejus semper consolatióne gaudére.[O Dio, che in questo giorno hai ammaestrato i tuoi fedeli con la luce dello Spirito Santo, concédici di sentire correttamente nello stesso Spirito, e di godere sempre della sua consolazione.] Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate eiusdem Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum. R. Amen.

Lectio

Léctio Actuum Apostolórum.

Acts II:1-11

“Cum compleréntur dies Pentecóstes, erant omnes discípuli pariter in eódem loco: et factus est repéente de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis: et replévit totam domum, ubi erant sedentes. Et apparuérunt illis dispertítæ linguæ tamquam ignis, sedítque supra síngulos eórum: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, et coepérunt loqui váriis linguis, prout Spíritus Sanctus dabat éloqui illis. Erant autem in Jerúsalem habitántes Judaei, viri religiósi ex omni natióne, quæ sub coelo est. Facta autem hac voce, convénit multitúdo, et mente confúsa est, quóniam audiébat unusquísque lingua sua illos loquéntes. Stupébant autem omnes et mirabántur, dicéntes: Nonne ecce omnes isti, qui loquúntur, Galilaei sunt? Et quómodo nos audívimus unusquísque linguam nostram, in qua nati sumus? Parthi et Medi et Ælamítæ et qui hábitant Mesopotámiam, Judaeam et Cappadóciam, Pontum et Asiam, Phrýgiam et Pamphýliam, Ægýptum et partes Líbyæ, quæ est circa Cyrénen, et ádvenæ Románi, Judaei quoque et Prosélyti, Cretes et Arabes: audívimus eos loquéntes nostris linguis magnália Dei.” [Giunto il giorno di Pentecoste, tutti i discepoli stavano insieme nello stesso luogo: e improvvisamente si sentí un suono, come di un violento colpo di vento: che riempí tutta la casa ove erano seduti. Ed apparvero loro delle lingue come di fuoco, che, divise, si posarono su ciascuno di essi, cosicché furono tutti ripieni di Spirito Santo e incominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito concedeva loro. Soggiornavano allora in Gerusalemme molti Giudei, uomini religiosi di tutte le nazioni della terra. A tale suono si radunò molta gente, e rimase attònita, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E si stupivano tutti, e si meravigliavano, dicendo: Costoro che parlano, non sono tutti Galilei? E come mai ciascuno di noi ha udito il suo linguaggio natio? Parti, Medi ed Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia, della Panfilia, dell’Egitto e della Libia, che è intorno a Cirene, e pellegrini Romani, tanto Giudei come proseliti, Cretesi ed Arabi: come mai abbiamo udito costoro discorrere nelle nostre lingue delle grandezze di Dio?]

Deo gratias.

 Alleluja Allelúja, allelúja

Ps CIII:30 Emítte Spíritum tuum, et creabúntur, et renovábis fáciem terræ. Allelúja. Hic genuflectitur.

Veni, Sancte Spíritus, reple tuórum corda fidélium: et tui amóris in eis ignem accénde.

Sequentia

Veni, Sancte Spíritus, et emítte cælitus lucis tuæ rádium. Veni, pater páuperum; veni, dator múnerum; veni, lumen córdium. Consolátor óptime, dulcis hospes ánimæ, dulce refrigérium. In labóre réquies, in æstu tempéries, in fletu solácium. O lux beatíssima, reple cordis íntima tuórum fidélium. Sine tuo númine nihil est in hómine, nihil est innóxium. Lava quod est sórdidum, riga quod est áridum, sana quod est sáucium. Flecte quod est rígidum, fove quod est frígidum, rege quod est dévium. Da tuis fidélibus, in te confidéntibus, sacrum septenárium. Da virtútis méritum, da salútis éxitum, da perénne gáudium. Amen. Allelúja.

Evangelium

 Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Gloria tibi, Domine!

Joannes XIV:23-31

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Si quis díligit me, sermónem meum servábit, et Pater meus díliget eum, et ad eum veniémus et mansiónem apud eum faciémus: qui non díligit me, sermónes meos non servat. Et sermónem quem audístis, non est meus: sed ejus, qui misit me, Patris. Hæc locútus sum vobis, apud vos manens. Paráclitus autem Spíritus Sanctus, quem mittet Pater in nómine meo, ille vos docébit ómnia et súggeret vobis ómnia, quæcúmque díxero vobis. Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis: non quómodo mundus dat, ego do vobis. Non turbátur cor vestrum neque formídet. Audístis, quia ego dixi vobis: Vado et vénio ad vos. Si diligere tis me, gaudere tis utique, quia vado ad Patrem: quia Pater major me est. Et nunc dixi vobis, priúsquam fiat: ut, cum factum fúerit, credátis. Jam non multa loquar vobíscum. Venit enim princeps mundi hujus, et in me non habet quidquam. Sed ut cognóscat mundus, quia díligo Patrem, et sicut mandátum dedit mihi Pater, sic fácio.”  [In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli: Chiunque mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo da lui, e faremo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole. E la parola che udiste non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto mentre vivevo con voi. Il Paràclito, poi, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel nome mio, insegnerà a voi ogni cosa, e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Vi lascio la pace, vi dò la mia pace: ve la dò non come la dà il mondo. Non si turbi il vostro cuore, né si impaurisca. Avete udito che vi ho detto: Vado e vengo a voi. Se voi mi amaste, vi rallegrereste certamente che io vado al Padre, perché il Padre è maggiore di me. Ve l’ho detto adesso, prima che succeda: affinché quando ciò sia avvenuto crediate. Non parlerò ancora molto con voi. Viene il príncipe di questo mondo e non ha alcun potere su di me; ma bisogna che il mondo sappia che amo il Padre e agisco conformemente al mandato che il Padre mi ha dato.]

Laus tibi, Christe!

Per Evangelica dicta, deleantur nostra delicta.

 

OMELIA

della Domenica della Pentecoste

[“Omelie”, del Canonico G.B. Musso, I vol. 1851-impr.]

Ispirazioni

È questo il memorabile giorno in cui lo Spirito Santo disceso in forma di fuoco sopra i discepoli, con Maria Vergine nel Cenacolo congregati. Se mi chiedete, uditori umanissimi, perché venne in questa forma di fuoco? Io vi rispondo con l’angelico dottor S. Tommaso (3 P, q. 39. A. 7.) che lo Spirito Santo prese “forma sensibile di questo elemento per significare ch’Egli produce nell’anime nostre quegli effetti, che sono propri del fuoco. Il fuoco illumina, purifica, consuma. Lo Spirito Santo illumina la mente, purifica il cuore, consuma le viziose abitudini: “Deus noster ignis conmmens est” (ad. Ebr. XII, 29). Ma perché in noi produca questi salutevoli effetti, è necessario aprirgli la strada con accogliere e mettere in pratica le sue sante ispirazioni. Si verificherà allora ciò che Gesù Cristo ha promesso nell’odierno Vangelo, che lo Spirito Santo c’insegnerà e ci suggerirà ogni cosa appartenente alla nostra eterna salute: “Ille docebit vos omnia, et suggeret vobis omnia”. Ma come potrà insegnare, se chiudiamo le orecchie alle sue voci? Come potrà suggerirci i mezzi e la via da tenere per andar salvi, se chiudiamo gli occhi alla sua luce? È dunque della somma importa importanza, anzi della massima necessità, il profittare della sua luce, l’ascoltare la sua voce, il seguire le sue sante ispirazioni. Ispirazioni, notate bene quel che mi accingo a dimostrarvi, ispirazioni, dall’accogliménto, o rifiuto delle quali può dipendere la nostra eterna salvezza, o la nostra eterna perdizione. Uditemi cortesemente! – Noi siamo pellegrini su questa terra: peregrinamur a Domino” (2 Cor. V, 6). In questa nostra pellegrinazione, i nostri passi sono indirizzati alla casa dell’eternitàIbit homo in domum æternitatis suæ” (Prov. XVI, 5), e di quella eternità felice, o sventurata a cui l’uomo viatore avrà diretti i suoi passi,in domum æternitatis suæ”. Posto ciò, egli è certo che in qualità di viatori o di pellegrini ci troviamo sovente ad un bivio, in capo a due strade, l’una a destra, l’altra a sinistra, una che al bene ci porta, l’altra al male, una di salute, l’altra di perdizione. Tutto il punto sta a metter bene il primo piede, a dar il primo passo nella buona strada. Si chiama dallo Spirito Santo un tal passo: “initium viæ bonæ, principio di buon sentiero, che sul cominciare da una ispirazione, la quale ci suggerisce una limosina o una preghiera, una confessione da farsi, o un vizio da emendarsi, un’occasione da fuggire, o una virtù da praticare; alla quale ispirazione secondata vien poi dietro una serie non interrotta d’altri passi virtuosi, che dirittamente ci conducono fino all’ultima meta, fino alla beata eternità. – La predestinazione degli eletti, come con i santi Agostino e Tommaso insegnano, e i teologi, altro non è che la divina prescienza, e l’ordinazione dei mezzi valevoli a condurre i predestinati all’eterna beatitudine; onde siccome la sua provvidenza ha disposto di darci l’esistenza e la vita, così la sua bontà ha decretato di farci sentire nel tal tempo, nella tal circostanza quella santa ispirazione, la quale se prontamente si accoglie e s’eseguisce, come il primo anello di ben contesta catena, trae seco l’altre grazie, gli altri lumi, gli altri mezzi, che facilmente conducono all’ultimo beato fine. Vediamolo in pratica. Dove cominciò la predestinazione, la santità di tanti eroi, che veneriamo sugli altari? Da un’occasione per essi fortuita, ma dallo Spirito Santo diretta a commuoverli, accompagnata dall’impulso della sua grazia, e da un raggio della superna sua luce. Entra a caso in una Chiesa S. Antonio Abate ancor giovanetto, mentre si legge il santo Vangelo, ciò che sente lo crede detto a se stesso, e sull’istante vende tutto ciò che possiede, lo dà ai poveri, fugge dal mondo, si nasconde in un deserto, diviene Patriarca di monaci, caro a Dio, terribile ai demóni. Una limosina prima negata, e poi per commovente ispirazione concessa, innalzò alla più gran santità un Francesco d’Assisi. Giunge casualmente alle mani d’Ignazio di Loyola un libro devoto, comincia a leggerlo per rompere l’ozio; ma leggendo, lo Spirito del Signore lo illumina, profitta di questo lume, rompe i legami, del mondo, e si fa uno dei più zelanti promotori della gloria di Dio. La vista del contraffatto cadavere del complice dei suoi disordini, congiunta con una luce alla mente e con un tocco al cuore, converte sul momento la peccatrice Margherita da Cortona in una fervidissima penitente. Un avviso della propria madre ben accolto da Andrea Corsini lo cangia di lupo in agnello in un chiostro del Carmelo, e lo fa un Vescovo santissimo! Ditemi ora, uditori, se questi santi, e tanti altri di cui son piene l’ecclesiastiche storie, avessero disprezzata quell’ispirazione, negletta quella chiamata, ributtata quella grazia, volete dire che, rifiutato il primo passo, avrebbero poi potuto più metter piede in quella virtuosa carriera, che li portò all’onore degli altari, ed alla patria dei beati? V’è molto a dubitarne. L’occasione è calva, diceva un antico-uomo di senno, una volta che sia passata non si può più tenere per i capelli. Gesù Cristo chiamò i suoi discepoli a seguitarLo, e li chiamò passando, “cum pertranserit, e li chiamò una sola volta, e sull’istante Simon Pietro abbandonò la sua barca, Matteo il suo banco, i figli di Zebedeo, Giovanni e Giacomo, le loro reti, e cominciarono così la carriera dell’apostolato, che li rese tanto accetti a Dio, e tanto benemeriti della sua Chiesa. – Per l’opposto quei due seguaci della legge di Mosè, invitati dal Redentore a seguirLo, perché trovarono scuse, uno per assistere al funerale del padre, l’altro per spedire gli affari domestici, perdettero la bella sorte d’essere annoverati fra i suoi discepoli, e S. Agostino li piange come perduti. Ah, diceva pertanto lo stesso Agostino, fratelli miei, osservo nel santo Vangelo che Gesù dispensa i suoi benefici come lampi fuggitivi, e via passando, “pertransit benefaciendo”, e vi confesso apertamente, e v’assicuro, che mi riempie di timore Gesù che passa. “Fratres mei, dico, et aperte dico, timeo Jesum transenuntem(Serm. 18 de verb. Dom.). La sua chiamata è una luce che balena alla mente: chi non profitta di questa luce resterà al buio, camminerà fra le tenebre, incontrerà inciampi e precipizi; e perciò il Redentore ci avvisa a camminare al favor di questa luce acciò non ci sorprendano tenebre per noi fatali: “Ambulate dum lucem habetis, ne vos tenebræ comprehendant” (Jo. XII, 33). – È vero che talora rinnova le sue chiamate, Iddio pietoso, e fa di nuovo risplendere la sua luce, anche a chi chiuse gli occhi per non vederla; ma di qui appunto nasce il pericolo per l’uomo caparbio, che ostinato nelle sue ripulse vie più si indura, come una incudine al dir di Giobbe (Giob. XLI, 15), sotto i colpi di grave martello. Non vi fu anima tanto dalla divina grazia amorevolmente assediata con replicate ispirazioni, quanto quella di Giuda. Osservate la traccia amorosa tenuta dal divino maestro per espugnare il cuore di questo suo discepolo traditore. Gesù scopre, e comincia a dargli indizio d’avere scoperto il suo iniquo disegno. Voi siete, dice ai suoi discepoli, per purezza di cuore costituiti in grazia e mondi; ma tutti non lo siete Vos mundi estis, sed non omnes(Jo. XIII, 10). Poteva Giuda conoscere l’infelice suo stato, e sentirne rimorso, ma non si muove. Replica Gesù e con più forza gli mette innanzi l’enormità del suo delitto con dire: Uno fra voi è per malizia un vero Demonio: “Ex vobis unus diabolus est”, e Giuda non inorridisce. Passa ad intimargli l’atrocità della pena che va ad incorrere, pena per la quale sarebbe meglio per lui che mai veduta avesse la luce del giorno: “Bonum erat ei si non fuisset homo ille” (Mat. XXVI, 24); e Giuda è insensibile. Parla Gesù in genere finora, e non lo nomina per lasciargli un segreto ritiro a ravvedersi, ma nulla giova. Torna alle prese il buon Salvatore, e alquanto più chiaro: un di voi, o miei discepoli, un di voi mi tradirà: “Unus ex vobis tradet me, e Giuda dissimula. Più chiaro ancora: La mano del traditore è meco su questa mensa. “Manus tradentis me mecum est in mensa” (Luc. XXII, 21): assai più chiaro: Chi meco in questo piatto pone la mano, desso è colui che mi tradirà: “Qui mecum intingit manum in paropside, hic me tradet” (Mat. XXVI, 23), e Giuda fa il sordo, e tutto disprezza. E via, finalmente gli dice Gesù, vanne pure, ed il reo attentato che volgi in mente affrettati ad eseguirlo. “Quod facis, fac citius” (Jo. XII, 21). Non fu già questo un precetto, dice qui il Crisostomo, non comanda Iddio un’azione sì indegna, un tradimento, “non est vox praecipientis”. Non fu consiglio, una somma bontà non può consigliare un eccesso cotanto esecrabile, “non est vox consulentis”. Che dunque volle significare Cristo con quelle parole? Volle dimostrare il giusto e tremendo abbandono ch’Egli faceva di quel cuore indurito, come non più capace di ravvedimento e di emenda. “Cum Judas, conchiude il citato Dottore, esset inemendabilis, dimisit eum Christus” (Hom. 73 in Io.). Ma pure Giuda dà qualche segno di penitenza, restituisce il danaro ai sacerdoti, rende la fama al suo divino Maestro, si ritratta, confessa d’aver tradito il sangue d’un giusto. Ahimè nulla giova, movimenti sono questi d’un disperato, non d’un convertito. Dio vi guardi, miei cari, dall’imitare nel rifiuto delle divine ispirazioni questo discepolo prevaricatore, incontrerete la stessa sorte. Farete forse come Giuda qualche opera apparentemente buona, ma non vi gioverà ad uscire da quel precipizio, che dopo tanti avvisi non avete voluto schivare. – Potete forse lagnarvi che Iddio non v’abbia parlato? Dio vi parlò quando vi trovaste in quella malattia, quando per lo spavento di morte temporale ed eterna vi fece conoscere lo stato deplorabile dell’anima vostra: prometteste allora, se Dio vi accordava grazia d’uscirne, di cangiar vita, Egli vi esaudì, e voi non adempiste la fatta promessa. Vedeste esposto in Chiesa, o condotto al sepolcro il cadavere di quella donna, colpita nel fior dell’età, foste presente al funerale di quel facoltoso, ed una voce vi disse al cuore: “ecco dove va a finire la beltà e la ricchezza”. La vanità delle terrene cose disingannò in quel momento il vostro intelletto, ma la volontà non si arrese a romperne il colpevole attacco. Quel rimorso, fratello mio, quel rimorso, che vi lacera il cuore, è una grazia da voi non conosciuta, con cui Iddio pietoso vi stimola ad emendar costume, a troncare quella scandalosa corrispondenza; che conto ne fate? Vi avvisa per mezzo di quel congiunto, di quell’amico, di quel buon cristiano a ritirarvi da quella licenziosa conversazione, a lasciare quel giuoco, quel ridotto, quel malvagio compagno, che ascolto gli date? “Figlio, dice a più d’uno di noi, se non paghi gli operai, se non soddisfi quel debito, se non dismetti quella lite ingiusta, se non adempi quel pio legato, non sperare salute.” – “Figlio, dice a quell’altro, le partite di tua coscienza son mal in ordine, datti fretta d’aggiustarle con una generale confessione: fa’ al presente quel che desidererai voler fare in punto di morte”. Tutte queste e simili voci, pensieri, sentimenti, ispirazioni, rimorsi, sono chiamate di Dio, sollecito del vostro bene; se chiudete l’orecchie, come un aspide sordo, Iddio offeso, Iddio disprezzato tratterà voi come da voi venne trattato. Così Egli si esprime e minaccia: “Vocavi, et renuistis, ego quoque in interitu vestro ridebo(Prov. I, 24. 26). Ponderate bene, peccatori fratelli miei, queste tremende divine parole. “Vocavi”, ch’Io vi abbia più volte chiamati, e tuttora vi chiami, non potete negarlo. Vi ho chiamati per bocca dei miei sacri ministri colla predicazione, per bocca dei vostri parenti con le ammonizioni, per mezzo di quelle disgrazie, di quelle infermità, con l’esempio dei buoni, col castigo dei malvagi: “Vocavi, et renuistis”, che abbiate ricusato di ascoltarmi, dovete confessarlo, ve ne convince la propria coscienza. Che cosa dunque potete aspettarvi? “Ego quoque”, che Dio cioè vi renda la pariglia, e nel maggior dei vostri affanni si rida di voi,in interitu vestro ridebo”. Miei cari, se si può dire di voi che fate continua resistenza agl’impulsi dello Spirito Santo, come ai contumaci Ebrei rinfacciò lo zelante Levita S. Stefano, “vos semper Spiritui Sancto resistitis(Act. VII, 51) , voi siete perduti. Sarete come una casa che minaccia ruina, che perciò si lascia vuota e abbandonata.Ecce relinquetur vobis domus vestra deserta( Mat. XXIII, 38): abbandono, segno fatale d’eterna riprovazione. Che Dio vi guardi!

Credo …

Offertorium

Dóminus vobíscum. R. Et cum spíritu tuo.

Orémus Ps LXVII:29-30 Confírma hoc, Deus, quod operátus es in nobis: a templo tuo, quod est in Jerúsalem, tibi ófferent reges múnera, allelúja. [Conferma, o Dio, quanto hai operato in noi: i re Ti offriranno doni per il tuo tempio che è in Gerusalemme, allelúia].

Secreta

Múnera, quaesumus, Dómine, obláta sanctífica: et corda nostra Sancti Spíritus illustratióne emúnda. [Santifica, Te ne preghiamo, o Signore, i doni che Ti vengono offerti, e monda i nostri cuori con la luce dello Spirito Santo]. Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate eiusdem Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. R. Amen

Communio Acts II:2; II:4 Factus est repénte de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis, ubi erant sedéntes, allelúja: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, loquéntes magnália Dei, allelúja, allelúja. [Improvvisamente, nel luogo ove si trovavano, venne dal cielo un suono come di un vento impetuoso, allelúia: e furono ripieni di Spirito Santo, e decantavano le meraviglie del Signore, alleluja, alleluja.]

Postcommunio

S. Dóminus vobíscum. R. Et cum spíritu tuo.

Orémus. Sancti Spíritus, Dómine, corda nostra mundet infúsio: et sui roris íntima aspersióne fecúndet. [Fa, o Signore, che l’infusione dello Spirito Santo purifichi i nostri cuori, e li fecondi con l’intima aspersione della sua grazia.] – Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate eiusdem Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum. R. Amen.