LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (5)

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO

GIUSEPPE SIRI

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (5)

2. EdizioneEDITRICE A. V. E. ROMA – 1943

V. – Lo Stato

Che cosa è lo Stato? Per definire occorre rivolgersi, allorché si tratta di idee complesse, all’uso ed al buon senso comune, ma non sempre si conclude. Qui è il caso: nell’uso comune l’idea di Stato non è troppo definita. Esso è « la nazione organizzata », è « l’elemento reale rappresentativo della nazione », è l’una e l’altra cosa, è « il gestore della pubblica cosa », è « il complesso dell’autorità e dei suoi organi » o « il soggetto giuridico della sovranità » o, addirittura il governo. Evidentemente l’idea è dilatabile a seconda dei postulati filosofici o della superficialità con cui la si considera. Per chi ama il monismo idealistico, nell’idea di Stato entra tutto, nazione non esclusa, e questo tutto non è affatto articolabile in distinzioni precise. Ma non è il caso di arenarsi in questo margine di dilatabilità dell’idea. C’è pur qualcosa di indiscutibile in tutte le accezioni: lo Stato è quello che detiene ed usa dell’autorità, ne è il soggetto giuridico, contiene e rappresenta tutti gli interessi della comunità. Il rimanente non ci interessa, mentre stiamo per discutere quello che lo Stato può fare proprio a proposito dell’autorità. Nessun dubbio lo si debba concepire coma « ente morale o giuridico » ben distinto dalle persone fisiche che ne gestiscono la funzione sotto l’uno a l’altro titolo. governo. Tanto basta per individuare di chi si parli appresso; senza pericolo di equivocare sulle cavillazioni filosofiche e giuridiche. – Ma è perché qui si parla dello Stato? Come c’entra? È  esso che ha i primi doveri verso l’ordine sociale di cui è depositario: il rispetto alla persona, la soluzione dei problemi del lavoro, l’integrità dell’ordine giuridico dipendono dalla fisionomia che esso assume, dalla dottrina cui esso si informa.

1. – Il pensiero del Papa sullo Stato

Il continuo richiamo fatto nel Messaggio papale al diritto di natura è già di per sé una chiara indicazione sul pensiero del Pontefice intorno allo Stato: indica infatti donde si attinge. Ma ecco alcune affermazioni più specifiche e scultoree.

l) « Lo Stato e il suo potere » debbono essere « ricondotti al servizio della società, al pieno rispetto della persona umana e della sua operosità per il conseguimento dei suoi scopi eterni ». Dunque: lo Stato è per servire e completare la persona umana, inoltre la sua concezione ed impostazione è connessa col raggiungimento dell’ultimo fine dell’uomo. Cioè: lo Stato non è un fine, ma un mezzo, uno dei tanti mezzi.

b) Occorre « sperdere gli errori che tendono a deviare dal sentiero morale lo Stato e il suo potere e scioglierli dal vincolo eminentemente etico che li lega alla vita individuale e sociale, e a far loro rinnegare o ignorare praticamente l’essenziale dipendenza, che li unisce alla volontà del Creatore ». Dunque lo ‘Stato non è signore della legge morale obbiettiva, ma ne è suddito; dunque poiché la legge morale è quella del Creatore vale per lo Stato la norma che vale per l’individuo; dunque non ci sono due morali; dunque non esiste lo Stato etico indipendente. Machiavelli è servito.

c) Lo Stato « promuova il riconoscimento e la diffusione della verità che insegna anche nel campo terreno come il senso profondo e l’ultima morale universale legittimità del regnare è il servire ». Dunque lo Stato ha dei doveri anche verso la verità, quel complesso di verità, quell’ordine di verità che gli fa da inquadramento, da base e da titolo di legittimo uso del potere..

d) Finalmente esiste un « potere dello Stato » che impone una « servitù », detta tale e quindi condannata, allorché impone all’operaio « una dipendenza economica » analoga a quella « del prepotere del capitale »; quella « servitù » o « pressione » si ha quando « lo Stato tutto domina e regola l’intera vita pubblica e privata penetrando fin nel campo delle concezioni e persuasioni della coscienza ». Dunque rimane proscritto il socialismo di Stato, cosa del resto che il Papa affermò esplicitamente il 13 giugno 1943 nel celebre discorso tenuto agli operai. Ci accingiamo ora ad esporre quell’organismo logico nel quale diventa pienamente comprensibile il pensiero del Papa, raggiungendone la possibilità di un maggiore sviluppo in dettaglio.

2 – Come sorge lo Stato

Non si tratta qui di una questione storica, bensì filosofica. Vogliamo sapere cioè donde tragga quello per cui lo Stato vale, ossia la sua autorità. Giacché è di quella che ci interessa discorrere. Questa ricerca si impone, poiché tanto vale l’autorità e la legge in ordine a creare l’obbligazione morale, quanto vale la sorgente da cui deriva. Ed è questione di vita, per una società fatta d’uomini intelligenti, che esista l’obbligazione morale. Se non potessi giustificare con un principio valevole il comando di fronte alla mia coscienza, salvo il soggiacere alla violenza, avrei tutto il diritto di disobbedire e fare il comodo mio. Dunque, donde deriva l’autorità dello Stato?

Prima sorgente: la natura

Seguiamo un procedimento obbiettivo e non polemico. Esiste la natura e attraverso essa un diritto naturale. Ciò fu dimostrato (Cfr. cap. I). La natura esprime la volontà divina, contiene quindi una indicazione autorevole di norme, cioè crea un « diritto », quanto essa afferma e postula è tutelato dalla sanzione divina: al suo dettame è unita, proprio per la sua sorgente che è Dio, la piena obbligazione morale. Della natura noi consideriamo l’espressione massima: l’uomo. L’analisi di questo che cosa può rivelare?

L’uomo individuo

Quest’uomo ha un’autonomia, una personalità (Cfr. cap. II), ciò che gli assegna dei diritti. I quali, procedendo dalla natura, ossia da Dio autore di quella, limitano qualsivoglia altra iniziativa e capacità. Sono una legge. L’uomo ha inoltre per natura un complesso di istinti, i quali vanno considerati non in quanto possono farlo prevaricare moralmente, ma in quanto sono elementi perfettivi posti dalla sua stessa costituzione. Questi istinti sono una indicazione della volontà del Creatore.

La famiglia

Di tali istinti consideriamo quelli sociali. Sono diversi ed hanno sfumature svariatissime. Se noi teniamo conto di alcuni di essi, i più forti, li vediamo convergere

ad un punto preciso: la famiglia. L’uomo vi è portato come ad un suo complemento e perfezionamento. Sicché la famiglia è nettamente voluta dalla natura. L’analisi dei lineamenti naturali che vi giocano porta a determinare i rapporti che la legano e i diritti e doveri dei suoi membri. La famiglia dunque, come istituto di diritto naturale, ben definito, limita qualsiasi altra iniziativa: voluta da Dio e voluta così, bisogna rispettarla. Eccoci alla terza tappa.

La società

Ma non tutti gli istinti e le possibilità sociali che la natura ha assegnato all’uomo si esauriscono nella famiglia. Essa pur costituendo il nido più caldo, più sentito e più amato, non dà tutto all’uomo. Egli è spinto dai suoi stessi istinti naturali ad uscirne per incontrarsi cogli altri uomini, far incontrare famiglia con famiglia, iniziare su un piano più grande la dimestichezza ed i rapporti che non lo hanno esaurito e definitivamente completato nella sua famiglia. È ancora la natura, ossia Dio, che vuole quell’incontro e quella vita più ampia: da essa ridondano tutti gli istinti eccitatori della socievolezza nell’umanità. Quell’incontro dà origine alla società, che sorge allora come l’ultimo completamento terreno tanto dell’individuo che della famiglia; sorge per diritto divino: è lo sviluppo di un disegno riposto da Dio in seno alla natura.

L’autorità

Questa società non sorge vaga ed alla rinfusa. Gli elementi contenuti in natura ne determinano i profondi lineamenti fisionomici. Gli uomini sono istintivamente e cioè naturalmente portati ad una vita di relazione complessa di diritti e doveri, di coordinazioni, di complementi quindi di finalità e di subordinazioni. Ne nasce un ordine intero, che, trattandosi di esseri liberi ed intelligenti, legati e distinti ad un tempo da rapporti morali, deve essere moralmente unificato. Nasce da tutto ciò l’organizzazione sociale. Essa ha come fulcro, senza del quale non risponde alle esigenze tra esseri intelligenti e liberi, l’autorità. – Così anche questa sorge dalle esigenze chiaramente poste dalla natura dell’individuo: ossia anche essa è postulata dalla natura, quindi da Dio. È lui che, mediante la fisionomia impressa alle cose, ha notificato volere gli uomini fossero retti dall’autorità. Qui si comprende il valore del famoso effato: « Non est auctoritas nisi a Deo ».

La legge

L’autorità fa precetti, detta leggi. Che valore hanno? Poiché sorgono dall’autorità voluta tale dalla natura, ossia da Dio, il sottrarsi ad essi equivale alla violazione di un istituto divino. Dio autore dell’autorità è quegli che avalla, tutela la legge da essa proveniente in modo legittimo; con questo dà alla legge la sua più necessaria caratteristica: essa obbliga moralmente in coscienza. Ecco come sorge lo Stato, quanto a valore capace di imperare e porre dei diritti. Questa via è obbiettiva: non c’è che da analizzare quanto si vede; è unica poiché ogni altra via che non rimonti a Dio farebbe dello Stato un’istituzione di fatto e non di diritto, una istituzione incapace di obbligare in coscienza quindi moralmente nulla; né lo spiegherebbe, né lo sosterrebbe. Con ciò si ha la grande e vera religiosa concezione dell’autorità e dello Stato: la sola che incuta un sentimento di venerazione cosciente, quella però che porta altresì con sé, e chiaramente designati, i limiti del potere statale. Essa salva dai due spaventosi eccessi: quello dell’anarchia sprezzante e quello della tirannia opprimente, quello dello Stato puro funzionario e quello dello Stato totalitario. – Dona un trono e mette dei limiti: per uomini grandi nella loro natura occorre un’autorità di splendore divino; per gli stessi uomini dotati di libertà occorre che il comando non dilaghi oltre un inderogabile margine. Allora è l’equilibrio. D’ordine sociale non si salva rispettandone un elemento solo (alternativamente autorità e libertà), esso chiede l’integrità di tutti i suoi valori.

3. – I limiti dello Stato

Che lo Stato abbia pur esso dei limiti è stato sopra dimostrato. Continuando la pura deduzione logica dobbiamo ora determinare quali siano i limiti.

Primo limite; la legge divina

Se l’autorità dello Stato deriva da Dio mediante il diritto di natura, pena il non aver alcuna forza moralmente obbligante in coscienza, tanto può quanto Dio gli dà di fare. Ossia: ha un limite nella Volontà Divina, che appunto si esprime mediante la legge tanto naturale che rivelata. È ridicolo pensare che, derivando il suo valore proprio da Dio, possa mettersi contro Dio. Questa conclusione è gravissima per le conseguenze. Infatti non esiste allora per lo stato una amoralità: anch’esso è tenuto dalla legge morale. Neppure ha una legge diversa da quella da cui sono legati i singoli uomini: è innanzi a Dio nella stessa situazione di questi. Neppure ha elementi scusanti o espedienti di evasione dalla legge divina più di quanto ne abbiano gli individui; ciò significa non esistere affatto una cieca ragione di Stato in contrasto con la morale. Un’altra volta: Machiavelli è servito. Al contrario l’azione dello Stato deve essere contenuta ed ispirata dalla legge di Dio. Non è dunque illimitato, né a discrezione il campo della giurisdizione statale; non è ammissibile il « sit pro lege voluntas ». – La legge naturale diventa la cinta delimitante le competenze dello Stato e, siccome proprio essa impone doversi accettare una legge positiva rivelata da Dio, quando questa consti, tiene non meno lo Stato che i privati e diviene pur essa un altro limite alla libertà di iniziativa. – È innegabile che la dottrina dello Stato regge logicamente se connessa con Dio; ma, proprio in Lui, mostra col limite, il vindice, il criterio del dominio umano.

Secondo limite: le istituzioni di diritto naturale

Lo Stato sorge dalla comunità, dalla famiglia, dall’individuo. Questi dunque, famiglia ed individuo, sono anteriori logicamente e cronologicamente allo Stato. Non solo: essi sono posti, indipendentemente da quello, dalla legge di natura (si è visto), ossia dalla Volontà Divina. Da loro esistenza pertanto, la loro fisionomia, il complesso dei loro diritti, non sono più campo di arbitrio per parte dello Stato, che li deve rispettare. Essi costituiscono un limite per lo Stato, il quale non li può abolire, violare, manomettere, ridurre. – Il diritto di associazione fa parte del complesso dell’individuo sociale; lo Stato potrà, sì, moderarlo, ma non sopprimerlo. Tutte le libertà e tutti i diritti della persona e della famiglia potranno esser ulteriormente definiti dalla legge, ma non abrogati da quella. È proprio questo « limite » che assicura al mondo degli esseri razionali la sua bellezza e varietà, impedendo la riduzione di tutto al grigio denominatore comune. In realtà questo sopravvivere della persona e della famiglia nello Stato, impedisce che tutto diventi « numero », mentre mantiene inviolabili i volumi diversi da cui risulta l’architettura sociale. È con senso di liberazione che si pensa come lo Stato non può portar via i figli ai genitori, non metter il naso nelle faccende interne della famiglia, non stornar mariti, mogli e soprattutto la pace e la serenità domestica. Non è meno giocondo il saper che lo Stato non può ridurre il cittadino ad esser per sempre un militare mal riuscito od uno sguattero da coreografie o un eterno numero da comparsa, non gli può impedire di viver come crede, di iniziare ciò che vuole purché non contrario al bene comune, e, finalmente di associarsi, entro gli stessi limiti, con chi gli talenta. È soprattutto questo secondo « limite » che fa dello Stato una cosa umana, non spaventevole.

Il terzo limite: la complementarietà dello Stato

Lo Stato sorge — si è visto anche questo — perché  gli istinti sociali dell’uomo non sono esauriti e pienamente corrisposti nella famiglia. Sorge così per « compiere », ossia ha essenzialmente una funzione complementare\. In ciò sta un nuovo limite, perché il completare, esclude di natura sua il sostituire, lo schiacciare, l’asservire ed il distruggere. Sicché lo Stato non può fare nessuno di queste brutte cose. Ciò dal punto di vista negativo. Inoltre complementare include l’idea di « servizio reso » di « beneficio » di « dono ». Sicché — dal punto di vista positivo — lo Stato deve essere benefico, deve servire, deve esser paterno. E il dovere è sempre un limite alla propria indipendente iniziativa. – L’autorità deve avere il volto del padre. Complementare in che cosa? È facile vederlo: in tutto quello che l’individuo e la famiglia non possono avere da soli nel loro sviluppo, nei loro rapporti vicendevoli e colla società, nei loro doveri, nella necessità di concorrere equamente al bene comune coll’armonia della legge. Il completamento diviene secondo i casi: tutela giuridica, stimolo, iniziativa, assistenza, intervento paciere, moderazione dell’armonia, remora energica, necessario, moderato e ragionevole controllo, uso della potestà coattiva, condanna, amministrazione e cura del patrimonio comune. – Tutte le iniziative dello Stato debbono essere ispirate, giudicate ed, occorrendo, respinte da questo criterio. Lo Stato non può mirare alla guerra per la guerra, che questa, se non è dura necessità imposta, non completa nessuno e rovina tutti. – La complementarità dello Stato, toglie ad esso la fisionomia dell’odioso dominio, dell’asservimento a qualche utile privato, dello sfruttamento personalistico.

I poteri dello Stato

È proprio la complementarità dello Stato quella che ne determina le capacità. I diritti si estendono tanto quanto i doveri; lo Stato « può » dunque, tutto quello che occorre per adempiere quanto « deve ». In altri termini lo Stato ha i diritti che occorrono per provvedere al bene comune. Ciò che è soprattutto notevole, è il fatto per cui il diritto gli discende dalla sua complementarità, questa gli è donata dal diritto di natura, quindi da Dio. È dunque per diritto divino che lo Stato può procedere a quanto richiede il bene comune. In nome di esso, e soltanto quanto e per quanto esso lo richiede, lo Stato può limitare i diritti della persona e della famiglia, p. es. quello di dominio. È solo un diritto divino che può inibire un altro diritto parimenti divino. Qui si ha il principio per risolvere una grave questione. È possibile socializzare determinate industrie aggiudicandone la proprietà allo Stato, dopo averle sottratte ai privati cittadini? Se si tratta di trasferimento di proprietà effettuato nelle solite e legittime forme, niente da dire. Ma se si tratta di forzata sottrazione ed esclusiva gestione il giudizio è ben diverso; non è intatti consentito per sé allo Stato di limitare arbitrariamente diritti e di ridurre la capacità di iniziativa dei cittadini, imponendo settori proibiti ed inibiti a questi. Però tutto diventa lecito nella misura in cui è necessario per il bene comune. Non di più. Il rimedio è però estremamente pericoloso e se si intende combattere efficacemente l’esagerazione capitalistica è più saggio, finché si può, battere altre vie. Di queste si è a suo tempo parlato. Nessuno nega che in tempi ed in circostanze eccezionali occorrano rimedi parimenti eccezionali; ma questi non possono essere suggeriti da manie innovatrici, da sfoghi puramente reazionari o da cerebralità ingenue.

Questi limiti escludono il socialismo di Stato

Il socialismo di Stato può essere anche molto annacquato, ma mantiene più o meno il suggello d’origine. Nella sua applicazione pura lo Stato o chi per esso (con qualunque palliativo nome lo si chiami) viene ad assorbire un complesso di diritti che la legge naturale assegna alle persone individue, alle famiglie ed alle consociazioni minori: proprietà e gestione dei mezzi di produzione, iniziativa. Il tutto magari per sottrarlo a veri e presunti dilapidatori capitalistici. L’assorbimento di quei tre diritti implica l’incameramento logico o di altri diritti connessi, poiché l’uomo è troppo legato con i beni soggetti alla proprietà cui aspira, è troppo necessario ai mezzi della produzione che senza di esso sono inerti, è troppo competitore sul terreno dell’iniziativa. Rimane cioè, sia pure per opposte ragioni, così legato all’esercizio di quei tre diritti che ne è trascinato, sicché incamerati quelli è incamerato pur lui, ossia la sua persona, la sua dignità, la sua libertà. Ineluttabilmente. Con tale prestigiosa ingestione lo Stato diventa pletorico ed onnipotente a danno di coloro cui dovrebbe invece servire e con tutte le conseguenze che già abbiamo studiato nei capitoli sulla personalità e sul lavoro. Ma non meno chiaro è che in tal caso i tre limiti posti dalla natura al suo potere sono perfettamente violati. Il che equivale a dire che quei diritti appunto e la forza a loro derivante dall’altissima ed evidente origine lo condannano e lo escludono. – Tale asserto equivale ancora ad un altro: il socialismo di Stato è innaturale; innestato sull’uomo, che non cambia, entra in contrasto con lui e prima fa di questo una vittima; poi il logorio sotterraneo svuota lo Stato. La nostra età ha ormai assistito ad esuberanza al progressivo e già totale svuotarsi di regimi innaturali. Che in questa rispondenza alla natura sta il segreto di ogni solidità politica e sociale. – Ciò vale per il socialismo di Stato assoluto, ma non si creda di poter avallare gli annacquamenti, ossia le forme di socialismo moderato.

Le facili illusioni

Infatti i contemperamenti sono sempre più o meno dettati da ragioni estrinseche, mentre rimane il fondamentale motivo ispiratore. Il quale è il materialismo, negazione dell’anima umana e di quanto le è connesso: spiritualità, moralità, libertà. Per il materialismo l’uomo non è spirito, quindi non è persona, dato che la persona è l’autonomia razionale; non ha libertà perché la libertà è solo in una potenza spirituale. – L’uomo è sostanzialmente e semplicemente un tubo digerente. Nel socialismo temperato queste cose forse neppure si dicono, ma rimangono contenute sempre nel principio ispiratore. Di là possono sempre svolgersi, intese alle ultime e logiche conseguenze. Si parlerà di libertà e di proprietà, magari d’altre cose: il tutto si tollererà e concederà non per una ragione intrinseca, bensì in contraddizione colla logica dei principi e per un opportunismo politico o tattico. In realtà il socialismo tollerante è illogico. La facile illusione sta nel non vedere che cosa si nasconde sotto opportune ed abili manovre di adattamento, nelle quali si troverà modo di assicurare ai pavidi borghesi che la proprietà privata resta, agli uomini dabbene che la libertà è salva, ai creduli cattolici che la religione continua ad accogliere rispetto. Ma con tutto questo, si dica o non si dica in buona fede, lo Stato rimane un perenne attentato al diritto di natura ed alle sue istituzioni fondamentali.

4 – Giudizio sul comunismo

Il comunismo è l’estrema logica espressione del socialismo. Esso posto il suo principio materialistico deve negare coll’anima la persona, la sua autonomia la proprietà, la libertà, ogni elemento della vita spirituale, quindi la morale e la religione. Se su uno di questi punti finge di ritirarsi, mente a se stesso ed a più forte ragione mente agli altri. Che cosa se ne debba pensare di fronte alla coscienza umana e cristiana si è visto nei capitoli precedenti, in cui appunto furono dimostrati i valori che esso impugna. Si tratta di una dottrina filosofica negatrice dell’umanità, che per farsi accogliere si ammanta di umanità, coscrivendo sotto questa insegna la fede e l’entusiasmo di molti uomini onesti. Il comunismo ha una zona reale e profonda: è quella che abbiamo descritta or ora; un’altra superficiale ed è la volontà di stabilire la supremazia ed il benessere del proletariato. La povera gente crede a questa volontà di giustizia sociale e vi si affida, non avvertendo come invece si fa toglier la dignità e molto della possibilità di salire a situazioni migliori, succuba di uno Stato innaturale e poliziesco. Di questo e della logicità con cui s’arriva a questo si è detto nei capitoli sulla personalità, sul lavoro e sull’ordine giuridico. Qui dobbiamo fermarci su alcune gravi considerazioni.

L’applicazione storica del comunismo

Anzitutto il comunismo nel senso pieno non si è avverato mai, il che dimostra la sua natura utopistica ed irreale, poiché, dove il tentativo fu fatto, nulla mancò alla sua totale attuazione. Dove in qualche modo fu dichiaratamente assunto per norma di regime è già andato incontro a mutazioni e svuotamenti progressivi. Il cammino fu compiuto, da un certo punto in poi in senso abbastanza contrario alla sua totale realizzazione. Il che conferma il suo carattere di innaturalità. La proprietà è parzialmente rientrata, la politica religiosa e nazionalista ha subito variazioni, alcuni difetti dell’aborrito capitalismo (sperequazioni, favoritismi, ghenghe, accentramenti personalistici soprattutto) hanno fatto la ricomparsa; la guerra è divenuta una meta principale, il popolo, escluso in gran parte dal partito unico e dominante, è libero a parole, in realtà serve, senza alcun decoro della sua pretesa sovranità. I poveri con poche variazioni son rimasti poveri, i deboli vigliacchi, gli arruffoni e gli arrivisti si sono fatti strada, gli ossequi aulici a qualche gran personaggio hanno di gran lunga sorpassato le smancerie solite in tempi monarchici, le congiure di palazzo e le repressioni feroci hanno drammatizzato la stanchezza di situazioni false. Lo Stato comunista è diventato per necessità totalitario e poliziesco. Quelli che sotto etichette inverse hanno già fatto esperienza di totalitarismo e di polizia dovrebbero essere ormai ben edotti. La innaturalità o non consonanza colla obbiettiva natura è di per se legata (fu già dimostrato) con quei due effetti, avvenga essa sotto l’una o l’altra etichetta.

L’inganno del comunismo economico

Oggi si parla molto di puro comunismo economico. Attenzione: questo è il cavallo di Troia! Infatti: vorrebbe applicare i suoi sistemi unicamente nel settore economico, collettivizzando per regolare il flusso della ricchezza, inibire il capitalismo, assicurare una giustizia e soprattutto potenziare al massimo lo sviluppo dell’industria. Non si occuperebbe di vita privata, di coscienza, di famiglia e di religione. Ciò è vero a parole. Il fatto solo di accentrare mezzi di produzione e capacità finanziarie nelle mani dello Stato, strapperebbe alla persona umana una gran parte della sua iniziativa. L’operaio più che del salario ha bisogno di pensare che forse lui o i suoi figli potranno un giorno salire ad una condizione superiore. Sopprimere queste « superiori posizioni » è togliergli il respiro più necessario alla sua speranza ed alla sua gioia. Ma c’è ben altro. L’uomo è talmente legato e talmente necessario alla macchina economica, che quando questa è organizzata sia pur solo nel settore produttivo secondo i princìpi del puro socialismo, egli ne è travolto. Lo abbiamo già visto. Sicché il comunismo che con l’appellativo di « economico » sembrerebbe aver l’aria di non voler violare la persona, di fatto se la asserve e la asserve alla macchina, l’asserve al rigido principio della immutabilità del suo sistema sul quale veglia il plotone di esecuzione; finisce allora col combattere anche la Religione, che gliene contesta il dominio dell’anima e dell’intelligenza. – Gli elementi della vita sociale sono così connessi che, lasciandone uno solo nell’alone di una ideologia mala, trascina a poco a poco il rimanente nella sua stessa direzione. Quelli che pensano facile ed onesto compromesso l’accedere al puro comunismo economico nella speranza di salvare il rimanente, sbagliano. Dietro al comunismo economico verrà il totalitarismo. Ciò, lo ripetiamo, è logico. Questi sistemi sorgono sempre da un partito, mai dalla massa per generazione spontanea. Per riuscire hanno bisogno di un « conformismo » che è difficile. Ciò induce un sistema di rigidità esterna, magari di violenza e di terrore. Tutto deve essere cintato perché nessuno fugga. Ecco l’assorbimento totalitario. Quando decade, la linea della natura, non c’è che da sostituire la forza. È essenziale che tutti s’accorgano di questo sviluppo fatale. Col comunismo economico entra nelle città del mondo il comunismo più o meno integrale. Alla chetichella; come nel cavallo di Troia! De presentazioni raddolcite che fanno molti moderni comunisti devono essere riguardate o come una senilità del sistema che risente degli svuotamenti subiti in qualche esperienza, oppure vanno ritenuti una manovra preparatoria e subdola. Quali delle due interpretazioni sarà prevalentemente vera? Ci riesce molto difficile il dirlo. Con ciò abbiamo coscienza di aver valutato il comunismo economico sotto un aspetto solo. Certo si tratta dell’aspetto principale, di quello « umano » e « morale ». Una condanna in questa sede non ammette appello anche se vi fossero dei vantaggi dal punto di vista strettamente economico, poiché tra l’uomo-persona e le cose noi dobbiamo decisamente stare per l’uomo (vedi cap. II). Meglio questo salvo, che un accresciuto potenziale di industria. Ma è poi vero che il comunismo economico dà in questo settore economico un vantaggio? Nessuno vorrà negare che l’esperienza comunista abbia insegnato qualcosa di cui occorre tener conto. Ciò però non basta a far dare in sede economica un giudizio complessivamente buono sull’intero sistema. – Ammettiamo pure di non possedere, ora soprattutto nell’arrossata psicologia di guerra, tutti gli elementi statistici assoluti e soprattutto comparativi (è proprio il dato relativo che qui da troppi si dimentica) per emettere in merito dei giudizi dettagliati e perentori. È tuttora lecito dubitare del valore economico di questo sistema, pur riconoscendo qualche filone puro nella ghenga, e la possibilità di qualche maggiore immediato risultato in certe circostanze. Infatti la più che relativa riuscita del comunismo in economia è legata alla rigidità sociale per cui viene eliminato ogni attrito disturbatore, e per cui senza la iniziativa privata, si realizza la colossalità dell’impresa. Finalmente l’abolizione della concorrenza e, della « resistenza » privata nella stessa rigida disciplina rappresentano un minimizzare le dispersioni ed un accelerare l’organizzazione. – Riteniamo bene: eliminazioni di attriti, colossalità nell’impresa, abolizione di concorrenza e di resistenza privata, diminuzione delle dispersioni e celerità di organismo dipendono da un punto solo di cui bisogna valutare il prezzo di fronte alla resa: rigida, macchinosa ed assolutistica disciplina sociale. Prima di valutare il prezzo riconosciamo che qualunque economia non comunista potrà utilmente riflettere su tali elementi per cavarne utili ritocchi a se. – Ora valutiamo bene il prezzo con cui tutto questo si compera nel sistema comunista. La rigida disciplina, causa ultima e vera, significa la caserma imposta a tutto un popolo; forse la bella, ma ignobile caserma, la prigione,. Nessun uomo normale, nessun popolo, nella sua ordinaria vita e fuori del momento d’eccitazione misticoide, desidera o può desiderare una gabbia d’oro. Neppure gli uccelli la amano. Siamo al punto: si tratta di scegliere tra l’uomo e qualche ipotetico guadagno materiale. Il prezzo è troppo alto. E tuttavia è illusorio quello che si compera. Infatti: caserma, prigione, poiché l’uomo non muore mai definitivamente nel senso della sua dignità, libertà e felicità, significano in un secondo momento al più tardi la rivolta psicologica. La rivolta psicologica contrae la capacità, intossica, sclerotizza, avvelena proprio l’elemento dal quale, ad onta della colossalità della macchina, la macchina stessa trae il suo primo necessario potenziale: uomo. Allora la meravigliosa organizzazione, la sesquipedale struttura è colpita nei suoi organi e nei suoi tessuti costitutivi; il gigante possente dà segni di malessere, i suoi sbandamenti suscitano e subiscono reazioni politiche, rotazioni di mentalità, tremendi disagi ed infine arresti mortali o marasmi non meno fatali. – Se l’uomo d’addormentasse, quella macchina progredirebbe forse indisturbata; ma l’uomo non s’addormenta. Quando la grande macchina dai mirabili ingranaggi diventa sua nemica egli diventa il nemico della macchina. Nella lotta l’uomo è il più forte. In altri termini, se pur c’è qualche vantaggio economico nel comunismo, questo vantaggio è effimero, chimerico e fatalmente cozza contro una resistenza di natura che finisce col neutralizzarlo e trascinarlo in perdita. Il comunismo economico e tutti coloro che ne sono invasati fanno i conti senza l’oste. – Non basta ancora, sebbene gli elementi per la scelta risultino ormai evidenti. Fin qui abbiamo pur dato e non del tutto concesso, il qualche temporaneo valore della colossale macchina comunista, negli elementi cioè sopra enumerati. Ma è poi reale questo, anche ridotto valore, o non è piuttosto frutto di considerazioni unilaterali? Osserviamo: quei tali elementi rappresentano proprio un bene assoluto nel quadro complessivo del benessere umano e della civiltà? Non lo parrebbe. La eliminazione degli attriti non rappresenta forse anche la morte dell’iniziativa, della volontà costruttiva? Il mondo ha certo più bisogno di questa che di qualche fabbrica e di qualche magazzeno di più. La colossalità dell’impresa non può forse essere ottenuta diversamente (vedi ad esempio l’economia americana) senza schiacciare nessuno e, d’altra parte, è proprio desiderabile che in un mondo fatto di cose grandi e piccole, dove talvolta le piccole hanno più forza delle grandi, sia proprio tutto colossale? La natura sempre e solo colossale sarebbe estremamente brutta. Forse che l’uomo può sottrarsi a quella indicazione che lo incontrerà sempre fintantoché è uomo? Del resto la colossalità non è pane pei piccoli denti: è inutile parlarne come di cosa ordinaria pei paesi poveri, ai quali sarà sempre impossibile concorrere con la grande industria straniera. – La concorrenza può senza dubbio esagerare, ma non è forse uno dei più potenti stimoli umani alla azione, una dei più sicuri motivi dell’ingegno, una fatela, una legge di equilibrio? La concorrenza è in se stessa una, fremito di vita e, se val la pena dedicare una grande parte dell’industria per apportare un nuovo comodo alla vita, varrà anche più la pena sacrificarne qualche piccolo incremento per non strapparle il fremito della stessa vita. È questione di aver del mondo un’idea umana. Le « resistenze » private, se possono esser da una parte un peso, dall’altra significano il gioco di molte responsabilità, di molti ingegni, di molti interessi stimolanti l’azione. Se hanno come tutte le cose umane il loro lato meno brillante, sono esattamente l’opposto, di quella facile morta gora in cui agisce l’anonimo senza controllo, trionfa la burocrazia e può allignare l’incoscienza: cose tutte facili dove è responsabile soltanto lo Stato o qualcosa di simile. Ciò fa vedere essere ben problematico il parlar con serietà assoluta di diminuzione delle dispersioni e di celerità di organismo in un’economia comunista. È certo questo: che il polmone libero e senza pesi respira meglio e permette il fluire d’una vita più sana e più intensa. Le lodi che non possono essere tributate al comunismo economico per il suo fondamentale antagonismo al diritto di natura e per le fatalità sociali che seco porta, non pare gli possano essere rivolte seriamente neppure sul pretto terreno economico: appare esattamente il contrario. Quando la revisione di una tale esperienza storica potrà farsi con più serena informazione, tutto ciò — crediamo — apparirà in maggior luce. In fondo, a guardarci bene, l’economia comunista è uno sforzo da barbari, non una nobile equilibrata fatica da uomini, è un parossismo, non una civiltà. E questo basterebbe: l’interesse materiale vi è criterio e meta per tutto, sostituisce delittuosamente tutto: lo spirito vi muore. Le cose materiali non sorridono più. Ciò è tetro, è spaventevole!

Stato comunista e Cristianesimo

Questi due estremi sono inconciliabili. Nell’ordine dei princìpi il materialismo dell’uno, lo spiritualismo dell’altro scavano un abisso incolmabile. Nel campo delle applicazioni, magari più temperate, il riverbero dei princìpi mantiene non solo la diffidenza, ma pone ancora un antagonismo irriducibile. Il comunismo economico, a meno non sia talmente epurato da non rimaner più tale, sia a guardarlo come manovra preparatoria, sia a rilevarne i contrasti col diritto di natura, non può venire accettato dalla coscienza cattolica. Sappiamo che taluni suoi lati danno a qualcuno le vertigini; ma sappiamo altresì che in stato di vertigini si stravede e si sragiona. La utilizzazione dei buoni elementi messi in rilievo dall’esperienza comunista è altra questione, sulla quale ogni mente equilibrata mai avrà dubbi: il bene lo si prende dovunque lo si trova. – Non c’è dubbio che il sistema sociale economico del mondo e in modo speciale di talune nazioni subirà dopo l’immane conflitto rotazioni profonde. Ma è troppo corrivo il credere alla ineluttabilità del comunismo. Questa sarebbe una fuga precoce né seria, né onorevole. Ragioniamo. Il comunismo ha torto ed ha delle gravi crepe. Tutto sta che l’opinione pubblica, fuori di ogni incantesimo misticoide e d’ogni reazione forsennata, ne prenda cognizione, se ne investa in funzione critica. Osserviamo panoramicamente questo bilancio conclusivo.

Le grandi crepe dello Stato comunista

Non parliamo più delle grandi dottrine cattoliche sulla spiritualità, sulla personalità, sul diritto di natura, sulla proprietà, sulla società, dottrine che evidentemente condannano il comunismo. Ecco quello che ora ognun può vedere.

a) Il comunismo è innaturale. Ciò significa la posizione prima e poi disagiata con tutte le conseguenze di Stato poliziesco, repressione, ecc.

b) Il comunismo è tetro. Toglie la varietà al mondo, distrugge i piani cui può puntare l’ascesa ed i suoi sogni; per mantenere il suo apparato industriale deve sacrificare l’uomo e condannarlo a fare il collegiale per tutta la vita. Iniziativa, emulazione, audacia, come patrimonio di tutti, sono votati al decadimento ed alla morte. Il mondo dello spirito e le sue consolazioni sono chiusi al pari del cielo. La libertà deve sacrificarsi alla gran macchina.

c) Il comunismo essendo innaturale non può contare (come già fu detto) sulla cospirazione costante e libera delle volontà: diventa dunque di necessità totalitario, al fine di presidiare e inibire tutto, e poi assolutistico.

d) Il comunismo se lo si osserva bene è piuttosto una, e non felice, soluzione industriale che non una soluzione sociale, poiché l’uomo vi fa tutte le spese a vantaggio della gran macchina e non vi ha nessun guadagno. Ciò è evidente nella comparazione tra quello che al lavoratore dà Marx e quello che dà Cristo. Per Cristo il lavoratore ha tutto: giustizia, salario, personalità, amore, possibilità anche materialmente di ascendere a situazioni economiche e sociali migliori, tutela contro l’assolutismo e lo Stato anonimo; Marx al lavoratore in realtà toglie tutto, togliendogli l’anima e di conseguenza la libertà vera e la personalità, trasferendo il primato ad un ordinamento esteriore all’uomo, anche se è animato da pietà per il proletario. Per Cristo l’uomo è uomo; per Marx è semplicemente un tubo digerente, cui si deve dare del pane e verso il quale non si hanno obblighi di doni spirituali. In Cristo il lavoratore può avere una vita indipendente e può variarla; in Marx il lavoratore viene cristallizzato al servizio del proletariato e della sua macchina nell’obbedienza all’interesse di un tutto anonimo e panteistico. Per Cristo non è solo il lavoratore, c’è tutto il vario e fecondo respiro della civiltà; per Marx la società si riduce a questa monotonia esasperante, la monotonia della materia senza sorriso e senza vita. Cristo fa un mondo di cose profonde e di rispondenza profonda alle vibrazioni dell’anima umana; Marx fa un mondo superficiale dove l’anima neppure ha la cittadinanza. La bontà e l’amore esulano dalla macchina tetra e spaventevole mentre l’uomo li invoca soprattutto. Senza Dio, chi proteggerà il lavoratore contro lo Stato, contro la piovra di un’organizzazione che lo avvinghia, contro l’ideologia che lo riguarda un semplice pezzo di macchina? Il comunismo ha un dramma intimo e terribile. La sua idea è così quale l’abbiamo descritta, fredda, calcolatrice, atea, senza cuore, con una logica spaventosa; i suoi uomini, che rimangono tali, sono mossi spesso, forse nella maggior parte dei casi, da un sentimento umano ed onesto, buono e benefico in pieno contrasto con l’idea, illogico di fronte all’idea. Allorché questo prevale, si hanno le mostruosità fatte magari col cuore a pezzi e chiusi a forza in una ingessatura misticoide a difesa contro gli stessi umani sentimenti erompenti dall’anima; quando prevale l’umanità, in verità non è più il comunismo che agisce, ma un’altra cosa, rimane però l’inganno per cui ad esso si attribuisce il merito indebito. Questo dramma diventa così equivoco, che l’ignoranza e il pregiudizio spingono all’errore fatale. Il comunismo comunque lo si annacqui, riduce l’uomo a meno della metà e il mondo ad una questione di stomaco. Dio ha creato il mondo giardino, il comunismo lo fa deserto. Non è per questa via che si risolvono le ingiustizie; non è per questa via che il lavoratore avrà il suo bene.

Conclusione

Lo Stato ha pur esso una legge da Dio: essa sola lo preserva dall’ingiustizia; ha da Dio dei limiti, questi soli lo preservano dalla tirannia; ha nella verità sull’uomo e sulla vita illuminata in Cristo il senso giusto della sua finalità, quindi dei suoi doveri e dei suoi criteri. Lo Stato non è un automa, si concreta in uomini; come questi che lo gestiscono non può essere né agnostico, né scettico, né ladro, né peccatore. Come questi è debole ed ha bisogno della luce, del consiglio e, soprattutto, della grazia di Dio. Non è divino, non è infallibile, non è supremo, non è impassibile, non è immobile, è come tutte le cose umane una grandezza ed una miseria a seconda dei casi. La via della sua grandezza è quella per cui passò l’Unico che fu Grande: servire!

VI. – Rilievi e conclusioni

Ci siamo fin qui accompagnati meditando, coll’augusta parola del Messaggio papale 1942. A questo punto occorre rilevare, sottolineare, applicare, giacché la trattazione dei puri princìpi può talvolta far supporre si rimanga lontani dalla realtà. Ormai ci appare chiaro: il punto a cui bisogna rifarsi per giudicare, assumere, rigettare e costruire è la natura obbiettiva, il diritto naturale. Esso non è una opinione. Qualunque idea e sistemazione che urti contro questo criterio sarà sempre falsa, dannosa, effimera. È necessario volgersi all’uomo come è, al mondo come è, al flusso delle cose e dei rapporti come sono, senza pregiudizi, senza unilateralità, senza miopie e senza interessi particolaristici. Non è e non sarà mai questione di guardare al cielo se mai ne scenda qualche prodigioso segnale o a qualche grande uomo perché distilli i suoi personali elucubrati, ma semplicemente, piamente, umilmente ricercare l’indicazione che le cose, tutte le cose, in tutti gli aspetti danno. In questo occorre evitare soprattutto l’unilateralità; se io vedo un elemento e annullo gli altri la mia conclusione è falsa. Noi abbiamo visti parecchi dettami di questo diritto naturale, li abbiamo anche applicati. Naturalmente molti sono spinti a guardare ed a scegliere tra i diversi orientamenti politici e sociali che hanno avuto od hanno un’importanza storica. Il criterio per giudicarne è quello esposto sopra: sono accettabili in quanto hanno coerenza col diritto naturale obbiettivo; sono da condannarsi in quanto se ne allontanano. Misuriamo dunque su questo criterio. Le correnti liberali hanno eccellenti punti di vista, ma sono affette da manchevolezze gravi. Esse curano qualcosa e trascurano troppo. Dell’uomo e sue questioni l’interessano solo certi aspetti; per il rimanente, pur necessario e compromettente, pur salutare o fatale nel gioco dei fatti, non hanno sollecitudini e soluzioni. Di più peccano di eccessivo ottimismo: credono che le forze immanenti nell’economia, nelle masse agiscano da sé equilibrandosi ad un certo punto automaticamente (lasciar fare). Ora ciò è falso perché quelle forze non sono puramente tali per avere un percorso prestabilito e ragionevolmente finalistico; sono in gran parte libere e per questa libertà non possono dare mai un vero e serio affidamento di automatico equilibrio. In verità nulla va bene tra gli uomini lasciando vada da sé. Il peccato del liberalismo è di credere ad un uomo ed ad un mondo o ad una specie di ordine prestabilito che di fatto non esiste. Non è in regola, per questa parte, colla natura. Di qui i suoi numerosi guai e le sue fatali reazioni. Le correnti socialiste dalle più temperate alle più estreme sono già state lumeggiate: esse più o meno peccano contro la natura e contro il suo diritto, pur mescolando ai princìpi materialistici molti e degni propositi umanitari e pur convogliando spesso nei loro uomini eccellenti e rettissime energie morali. I termini « radicale » e « democratico » possono non avere alcun significato e possono essere sposati con tutti i significati accompagnandosi a tutta la gamma liberale e socialista. Non si giudicano quindi per sé, ma dall’epesegetico che vi è aggiunto, il quale li fa ricadere nel raggio delle tendenze suddette. Le tendenze nazionaliste esagerate, peccano contro il naturale senso di solidarietà che è in tutto il genere umano ed in genere poggiano sulla aggressività, sui sogni troppo grandiosi e sul fanatismo. Più che correnti sociali, sono politiche; anzi sono talmente tali, da dimenticare per lo più le questioni sociali e da pascersi più delle faccende esterne che non occuparsi delle esigenze intime. Sono più movimenti, che non correnti ideologiche. Per il loro tono prevalentemente agonistico, polemico e sognatore sono da guardarsi con diffidenza. Il nazionalismo giusto non è un partito, è una dote che ogni partito può avere e forse deve avere. Le correnti razziste partono talmente da un presupposto falso sulla pretesa diversità tra i popoli, hanno un principio così materialista, vantano una morale così invertita, da essere non per un solo motivo perfettamente innaturali. – Tutte queste correnti sono delle filosofie applicate alla vita, ossia sono delle interpretazioni soggettive applicate alla realtà. Ciò non ha senso come abbiamo già avvertito. In fondo tutti questi sistemi procedono così: io penso l’uomo e il mondo a questo modo e o agisco o organizzo di conseguenza o cambio l’uno e l’altro per ridurli secondo la mia idea. La prima conclusione è stolta perché se il mio modo di concepire le cose non combacia colla obbiettiva realtà io non faccio che un contrasto per lo meno inutile e forse rovinoso con quella. La seconda conclusione è anche più stolta: né l’uomo né il mondo si cambiano con l’artificio. Di filosofia applicata alla politica ed alla sociologia non ve ne può essere che una: quella del buon senso umano, quella intonata alla natura delle cose e a tutte le sue vere esigenze. La politica non deve creare il mondo lo deve semplicemente governare ed amministrare. Per questo solo logici dei partiti amministrativi, non sono affatto logici dei partiti a sfondo filosofico e con peregrine concezioni della vita. Per un popolo è sempre segno della più alta maturità il passare da questi a quelli. – Le vere soluzioni politiche e sociali si trovano — ormai lo sappiamo — nel solco del diritto di natura. Questo diritto di natura puro ed inviolato ha avuto un patrono ed un difensore integerrimo nel Cristianesimo, che l’ha assunto completamente, innalzandolo e completandolo con le massime della morale evangelica. Sicché, se le buone soluzioni possono essere, per sé, trovate anche fuori del Cristianesimo su una base naturale che è patrimonio comune, in pratica ciò è ben difficile oltre la dottrina sociale garantita dalla Tradizione cristiana. La soluzione va cercata qui. Il Papa nel suo Messaggio ce ne ha dato gli elementi. La eliminazione che di sua forza ci ha portato a questa conclusione va accettata e difesa con coraggio e con fiducia, integralmente. Non è detto che tutti i cattolici possano dirsi nella loro attività politica, interpreti sicuri e perfetti della tradizione sociale cristiana: lo saranno quanto più la loro azione sarà illuminata dal Magistero della Chiesa, dal pensiero teologico, filosofico e giuridico del Cristianesimo. La soluzione cristiana di cui sulla scorta del Messaggio papale, sono stati qui abbozzati gli elementi, è coerente alla natura, evita gli estremi unilaterali, salva l’uomo senza sacrificare alla sua dignità, né la società, né il progresso, né le giuste evoluzioni reclamate dai tempi. Per l’avvenire molti si affannano a stilare programmi. Non sarà inutile ricordare qui alcuni criteri. I programmi deducono i princìpi alle applicazioni ed ai dettagli, organizzando quelle e questi secondo una accorta rispondenza alle esigenze dei tempi.

a) Nessun dubbio quindi che vadano redatti con assoluta fedeltà ai princìpi. Ciò esclude nel modo più categorico che abbiano ad accogliere elementi dubbi e forse inconsiderati, unicamente per entrare in concorrenza con estremisti o per presentare offe simpatiche alle masse. No, i programmi debbono avere tanta sincerità quanta ne debbono avere gli uomini.

b) Per quello che toccano del campo tecnico, devono emergere dalle considerazioni condotte con metodo rigorosamente scientifico. Nella tecnica della finanza, dell’economia, della stessa questione sociale, nessuno si improvvisa e nulla è pili deleterio di chi dalla sua incompetenza stila direttive in merito. Bisogna anche avvertire che il dato puramente ed obbiettivamente tecnico è frutto, anche se è coscienzioso, di una considerazione particolare e va pertanto sempre illuminato ed eventualmente completato dall’universale prestanza dei grandi princìpi. Come non basta il puro teorico, neppur è sufficiente il puro tecnico: l’uno e l’altro possono essere per opposti motivi fuori della verità.

c) Quelli che studiano a comporre programmi devono ricordare che i tempi si legano e non si oppongono. È falso credere che o tutto il nuovo o tutto il vecchio sia perfettamente buono. Chi oggi credesse di non dover tener alcun conto né della esperienza comunista, né di quella opposta sarebbe lontano dal vero. Un quarto o un quinto di secolo non passano mai indarno ed anche i tentativi falliti contengono elementi preziosi ed utili. Un ritorno puro e semplice al passato costituirebbe un regresso. Le diverse esperienze sociali e politiche deh nostro secolo hanno sottolineato qualcosa, hanno messo in evidenza aspetti quasi ignorati, hanno prospettato metodi, espedienti e risorse che non possono venir senz’altro gettati via. Anche se non è giunta l’ora della serenità e quindi della visibilità perfetta per estrarre il filone d’oro dalla ghenga, è d’uopo mettersi onestamente al lavoro in questo senso, senza rispetti umani e con coraggio.

d) Il valore utile dei programmi è dato dalla intuizione con cui, degli elementi compatibili coi princìpi, sanno presentare chiaramente, brevemente e plasticamente quello che è insieme più importante, più rispondente alle condizioni psicologiche, più dettagliato, concreto, immediato ed attuabile. La rispondenza alla psicologia, ai bisogni; la semplicità intuitiva del mezzo per raggiungere un fine voluto, dà ragione del trionfo. Astruserie, lungaggini, elementi vaghi e generici sono la rovina dei programmi anche semplici per contenuto e per sante intenzioni. Un programma serio non può esimersi dal presentare i più gravi e semplici provvedimenti legislativi ed amministrativi che ha in postulato. Le grandi guerre lasciano tracce tremende. Quella che grava su di noi è frutto di una situazione immorale. È ingiusto si incolpino esclusivamente uomini e regimi: tutti gli uomini sono peccatori e colpevoli. Al fondo di ogni questione esaminata appare il suo nucleo morale. – La vera soluzione è la restaurazione di tutto in Cristo. È terribile la responsabilità di quelli che o lo portano agli uomini o sono un velo sulla Sua faccia sicché non sia visto! Un’altra volta la Chiesa deve curvarsi sulla civiltà nell’atteggiamento del buon Samaritano!

F I N E

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (4)

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO

GIUSEPPE SIRI

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (4)

2. Edizione – EDITRICE A. V. E. ROMA – 1943

IV. – L’ordine giuridico

Pio XII ha nel Messaggio natalizio una singolare insistenza allorché tratta dell’ordine giuridico. Quest’osservazione è doveroso farla a proposito dei messaggi precedenti. Essa costituisce un motivo molto forte, perché studiamo con accuratezza l’ordine giuridico ed indaghiamo quanto è possibile la ragione profonda di quella insistenza. Si ha, anche prima di ogni esame, l’impressione e forse l’intuizione, che qui si contenga l’indicazione suprema per il retto ordinamento interno degli stati e per la garanzia degli altri elementi studiati: personalità e lavoro. Vedremo se impressione superficiale e giudizio a ragion veduta coincidano.

1. – Il pensiero del Papa su l’ordine giuridico

Per rimanere ancorati ad una guida sicura è giusto esponiamo anzitutto i punti salienti del Messaggio a proposito dell’ordine giuridico. Ne diamo un prospetto, che per maggiore perspicuità condensiamo in sette punti.

Sette punti

I. — « Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla vita sociale, collabori ad una profonda reintegrazione dell’ordine giuridico».

2 . — « II risanamento di questa situazione diventa possibile a ottenersi quando si ridesti la coscienza di un ordinamento giuridico riposante nel sommo dominio di Dio e custodita da ogni arbitrio umano ».

3. — « Le ultime, profonde, lapidarie fondamentali norme della società (diritto di natura) non possono essere intaccate da intervento di ingegno umano… si potranno… mai abrogare con efficacia giuridica ».

4. — Per questo, anche se « mutano le condizioni dì vita… non si dà mai manco assoluto, né perfetta discontinuità tra il diritto di ieri e quello di oggi », poiché « lo scopo di ogni vita sociale resta identico, sacro, obbligatorio ».

5. — « I legislatori (si tratta qui dunque del diritto positivo) si asterranno dal seguire quelle pericolose teorie e prassi infauste alla comunità ed alla sua coesione le quali traggono la loro origine e diffusione da una serie di postulati erronei ». Questi sono: « il positivismo giuridico…, la concezione la quale rivendica a particolari nazioni o stirpi o classi l’istinto giuridico quale ultimo imperativo e inappellabile norma, …le ideologie… che s’accordano nel considerare lo Stato o un ceto che lo rappresenti, come entità assoluta e suprema, esente da controllo e da critica, anche quando i suoi postulati teorici e pratici sboccano e urtano nell’aperta negazione di dati essenziali della coscienza umana e cristiana ».

6. — Lo Stato « ha la responsabilità di fronte all’Eterno giudice »; non è quindi l’ultima sorgente del diritto.

7. — L’ordine giuridico suppone « nel tribunale.:., chiare norme giuridiche che non possano essere stravolte con abusivi richiami ad un supposto sentimento popolare e con mere ragioni di utilità; riconoscimento del principio che anche lo Stato e i funzionari e le organizzazioni da esso dipendenti sono obbligati alla riparazione o al ritiro di misure lesive della libertà, della proprietà, dell’onore, dell’avanzamento e della salute dei singoli . … Scopo dell’ordine giuridico non è dominare ma servire, tendere a sviluppare ed accrescere »

Ristretto dei sette punti

Cerchiamo ora di arrivare ad una espressione più schematica del pensiero del Papa. Essa permette una visione molto più limpida ed utile. È condannato l’arbitrio nel fare, nel disfare, nell’applicare la legge, nel derogarvi. La evasione dall’arbitrio è legata all’imporsi di una coscienza morale nella società. Il diritto naturale è intoccabile da qualsiasi autorità umana, che è tenuta a seguir certe fondamentali direttive: anche nel diritto positivo, sicché mai sia « pro lege voluntas ». – Le norme giuridiche non possono esser formulate su ideologie balzane, unilaterali ed arbitrarie che è come dire su favole. Di fronte alla legge tutti sono uguali e nelle debite proporzioni tanto i cittadini che l’autorità sono tenuti all’ordine giuridico. – In breve, l’ordine giuridico ha tre caratteristiche:

a) è superiore a tutti poiché il legislatore stesso se è superiore alla legge da sé fatta è però tenuto dall’insieme dell’ordine giuridico, ossia, nella debita proporzione, gli è suddito.

b) è continuo, perché basandosi sul diritto di natura ha una continuità pari à quella della natura, sì da emettere evoluzioni accidentali, ma non mutamenti sostanziali di fisionomia; sì da escludere un comportamento a reazioni, improvvisazioni, strattoni, sbalzelloni.

c) è universale perché tutto ne è sostenuto, ordinato, purificato, garantito.

2. – Che cosa è l’ordine giuridico

Non è possibile capire il pensiero del Papa senza rendersi conto della natura, complessità e logica interna dell’ordine giuridico. Tanto più se si vuol giungere a spiegare la singolare insistenza di questo accortissimo appello alla sua restaurazione.

Idea di ordine giuridico

Astrattamente considerato l’ordine giuridico è il complesso di doveri e diritti, quindi di norme espresse da leggi; più in breve è il sistema delle leggi che ordinano la comunità umana. Esso sorge da questo fatto: che la persona deve fare, deve dare, può esigere. Le leggi che lo impongono hanno una doppia provenienza: quelle fondamentali sono espresse dalla natura (diritto naturale), quelle di ulteriore precisazione sono formulate ed imposte dall’autorità legittima (diritto positivo). Le seconde completano nell’adattamento e nel dettaglio le prime. Insomma l’ordine giuridico sta nella « legge ». – Ma in concreto, per essere cioè attuale ed efficace, l’ordine giuridico coinvolge diversi altri elementi:

1) Il senso giuridico. Si tratta di un cimento che sta nella mente e nella coscienza degli uomini singoli e nell’abito mentale della massa. È fatto dell’intuizione intorno al valore che le cose hanno sotto l’aspetto di diritto e di dovere, di bene e di male; contiene il discernimento e, soprattutto, la stima sul valore della legge e la coscienza della sua obbligazione morale. Senza questo senso giuridico è più o meno inutile esistano leggi. Esso è come l’anima ed il criterio dell’ordine giuridico. Senza la coscienza della legge, la legge muore.

2) I mezzi per redigere, applicare la legge e giudicare della sua osservanza, difenderla contro le lesioni. Appaiono qui gli uomini investiti di autorità legislativa, esecutiva, giudiziaria, ossia i capi, gli ufficiali dello Stato e la magistratura con quanto essa suppone e richiede (polizia, tribunali, corpi armati, luoghi di pena, etc.). Se portiamo l’ordine giuridico dal piano nazionale a quello internazionale questi « mezzi » prendono modalità e varietà speciali.

3) Le condizioni della legge. Essa deve essere veramente norma direttiva chiara; deve essere conformata secondo le esigenze della retta ragione, non può quindi peccare contro l’intima armonia delle cose e il buon senso; deve esser per il bene comune, anche se il suo soggetto è qualche persona particolare; deve esser promulgata debitamente da chi ha l’autorità legittima, quindi diversi elementi, che sono insieme costitutivi della legge e sue condizioni, definiscono lo « spirito » nel quale essa va concepita e rispettata. – Che cosa sia il bene comune — norma della legge — è definito dalla natura stessa e dal complesso di umane esigenze, di costumi normali e rette aspirazioni che la rivelano; ha quindi una presentazione obbiettiva, non è oggetto di arbitrio. Se questo spirito fosse pervertito, se molti credessero alla legge irrazionale e al gesto di puro arbitrio, se il bene comune fosse definibile nella sua sostanza a capriccio, a seconda dei gusti e delle tesi interessate, che cosa si salverebbe dell’ordine giuridico? Nient’altro che l’apparenza. Con ciò s’arriva a vedere che l’ordine giuridico ha l’ultimo suo appoggio in una chiarezza e sodezza profonda di idee sane, provate, dimostrate, umane, ispirate, al pretto buon senso. Ossia: l’ordine giuridico suppone una normalità morale nel pensiero e nel costume. – Le considerazioni che seguono possono essere riguardate come indicazioni d’altri elementi effettivi dell’ordine giuridico in concreto.

La sorgente dell’ordine giuridico

Il centro dell’ordine giuridico è la legge. La sorgente di quello è dunque la sorgente di questa. Donde deriva la legge? Per il diritto naturale — ce ne siamo già occupati — la risposta è ovvia: sorgente è Dio, mezzo rivelatore la natura. Ma, e per il diritto positivo? Sono gli uomini. – Donde traggono essi il potere di fare la legge? Ancora: dal diritto di natura in quanto questo esige e pone famiglia, società, autorità. La sorgente ultima della legge in quanto norma obbligante, anche nel diritto positivo, è Dio. – Vedremo tra poco non potersi dare altra concezione per sostenere la legge. Essa vi acquista una maestà potente e serena.

L’obbligazione morale e l’ordine giuridico

La dote più interessante della legge — anche la più necessaria — è che essa genera una obbligazione di coscienza. L’ordine giuridico è essenzialmente poggiato su questo mondo interiore, su questo vincolo profondo Senza di esso non esisterebbe un vero ordine giuridico, ma solo un ordine meccanico, coattivo. Tutti vedono che nell’ordine giuridico si parla all’intelletto e alla volontà, nei quali soltanto ha senso il diritto e il dovere; esso spinge cioè ad un piano morale, impone ed ottiene ordinariamente per una via che non è quella della mozione meccanica e della costrizione violenta. – Che è questa obbligazione morale di coscienza senza della quale è praticamente nullo l’ordine giuridico? Essa è un vincolo indeclinabile, morale e non fisico, che esige l’obbedienza al di fuori di qualsiasi controllo e sanzione esterna. È essa un puro fatto psicologico od è una realtà? Nel primo caso si riduce a qualcosa di immanente di cui la persona può essere l’arbitra: bisognerebbe trattarla come una malattia, una fisima. Nel secondo caso, per esser cioè qualcosa di veramente obbligante, chiama in causa una Realtà esterna e trascendente. – Vediamo meglio di che è composta questa obbligazione morale nell’anima dell’uomo. C’è la percezione forte di una Superiorità della quale non ci si sottrae. Tale Superiorità è sentita presente, profonda, capace di imporsi; soprattutto è sentita nell’intimo, per quanto perfettamente distinta. Sentirsi vincolato suppone sempre una « alterità ». Questa Superiorità potente, presente, attingente l’intimo forte, che solo così crea il senso dell’obbligazione, se è reale, è solo Dio. Se non si può pensare a Dio e non è reale ma chimerica, non meno chimerica è l’obbligazione di coscienza; crolla tutto l’ordine giuridico. Chiunque comanda, se non appella a Dio, deve contare per l’ubbidienza o sulla debolezza, o sulla ignoranza, o sulla suggestione, o sulla vigliaccheria, o su tutte queste cose insieme.

Caratteristiche dell’ordine giuridico

L’ordine giuridico vive di un mondo interiore più ancora che del mondo esterno, e questo s’appoggia a Dio. L’ordine giuridico o ha una base religiosa o è una servitù imposta agli uomini. L’ordine giuridico ha per centro la legge, per questo ne mutua in qualche modo le caratteristiche. La legge, anche umana, è riflesso della legge Eterna che è Dio; per questo, in una forma certo solo analogica ossia limitata e parziale, ne mutua alcuni tratti solenni. La legge, nel suo nucleo naturale, è immutabile, come è immutabile l’ordine divino. Anche la legge positiva è di per sé perpetua. La legge è universale: in ciò sta l’esser uguale per tutti. La legge ha qualcosa di trascendente in quanto è oltre le persone e tutti i privati interessi, come quella che si appoggia all’autorità derivata da Dio e solo serve al bene comune. Ancorata a sostegni solenni, essa acquista una maestà che ispira a tutto l’ordine giuridico un senso di contegno, di misura e di responsabilità, avvolgendolo in un grave e criteriato riserbo.  La legge, per la sua distinzione tra naturale e positiva, ha, colla immutabilità della prima e colla contingenza della seconda la possibilità di una rotazione e di un adattamento nella continuità: non quindi effimera e neppur vitrea. Può servire tutti i tempi senza staccarli violentemente l’uno dall’altro. Per le sue gravi caratteristiche la legge non si improvvisa mai; per la sua universalità ha bisogno di adattarsi a tutti, quindi di sorgere (allorché è positiva) da tutta l’intelligenza, tutta la ponderazione, tutta l’onestà, tutta l’esperienza; per la sua stabilità esclude l’abuso del semplice provvedimento, del decreto legge, non va ad esperimenti, a strattoni, a sbalzelloni; per il suo stesso valore non può essere moltiplicata e spinta alla faciloneria pletorica, tomba della serietà, dell’utilità e del prestigio. In antagonismo si leva la visione di un ordinamento in cui il senso giuridico rimane per forma, mentre è svuotato nella sostanza; in cui tutto è tentativo, estro, arbitrio, frenesia e finalmente rovina. L’ordinamento giuridico si raccoglie invece in linee interiori austere; difende e si difende dalle brillanti false e fatali incrostazioni di fantasie sbrigliate, tese all’irrazionale, al soggettivo, al chimerico e, più facilmente, al morboso. La storia contemporanea è in grado di documentare tristemente la verità di tutto questo.

3. – Nell’ordine giuridico sta la soluzione dei gravi problemi

L’abbiamo già detto: il reiterato, accorato appello del Papa in favore dell’ordine giuridico non è solo un’accentuazione da giurista. Anche se non tutto è detto esplicitamente, questo costante puntare il dito verso quella parte, ha il preciso valore di indicare qualcosa di grande, non solo, ma di indicare che in seno all’ordine giuridico va ricercato il vero principio equilibratore della vita interna nazionale. Ci pare che in questo gesto stia forse il punto saliente dell’intero Messaggio. E non si tratta solamente di un gesto, perché l’analisi così profonda delle qualità dell’ordine giuridico contiene precise indicazioni sui frutti; questi a lor volta costituiscono una intera concezione teorica e pratica del compaginamento sociale e politico. Pur essendo netto in questo concetto centrale, il pensiero del Papa — per ben ovvie ragioni — è molto discreto. Esso vuole affermare senza condannare; la verità non vuol sopprimere la paternità. Sicché il dettaglio, la determinazione ultima di questa indicazione possente è lasciata all’esegesi dell’attento ed intelligente ascoltatore. Le considerazioni che seguono sono in ordine ad applicare con pienezza il pensiero del Papa, nonché ad appoggiare veramente l’importanza centrale che Egli annette all’ordine giuridico.

Il problema politico dei nostri tempi

Problema politico è quello sul come reggere la società moderna, questa specie di ragazzo in genere indisciplinato e qualche volta contumace, torbido, lazzarone e falso. Reggere, comandare, anche per chi agogna al potere, non è davvero un gioco. Anche se la si vuol riguardare come un carro lussuoso pei propri trionfi, questa insidiosa compagine può sempre esser minata, travolgere, schiacciare. Un tempo, sotto questo punto di vista, il problema politico era meno grave, meno penoso e più circoscritto. Minori, più difficili, più frammentari, meno complessi i rapporti fra gli uomini, era troppo arduo si stringessero in fascio temibile le forze della irragionevolezza e della anarchia. I veicoli conducenti l’errore, la sobillazione, il contagio, il male esempio erano più ridotti ed incomparabilmente più lenti. La scienza di organizzazione ed orchestrazione delle manifestazioni civili e soprattutto della buona fede, della mala fede, della ignoranza, della anormalità, della vigliaccheria e della cretineria, in fondo non esisteva. C’è altro. Se stabiliamo un confronto tra il nostro secolo e, ad esempio, il secolo antecedente, dobbiamo pur rilevare che il costume morale è declinato e che il processo di disorganizzazione del pensiero e della vita, iniziato dall’umanesimo pagano e della pseudo-riforma protestante, ha fatto notevoli progressi coi bei risultati che ognun vede. Il senso cristiano insegnava una forza interiore (e la sussidiava coi suoi mezzi soprannaturali), nella quale soltanto erano contenute concupiscenze di orgoglio ed egoismo di sensualità, che dilagando poi nel costume privato e pubblico sovvertono profondamente e l’uno e l’altro. Nei quali, la magniloquenza farisaica e la retorica vuota servono niente più e niente meno del Kantiano imperativo categorico. Gli animi sono aperti sinistramente a tutte le sobillazioni del proprio comodo; subiscono il fascino della divisione, dell’antagonismo, del chimerico e dello strano per spingere il tutto alla passionalità partigiana e reazionaria. Tutti gli errori del passato ribollono nei sotterranei del mondo come fenomeni di un sinistro plutonismo, che può ad ogni momento innalzare pennacchi di fumo e rovesciare lapilli e lave. Le tossine del peccato portano la maledizione di una spaventosa setticemia. È il marasma senile di una vita superbamente costruita nella vantata oblivione dei diritti eterni e del soprannaturale dono di Cristo. I bubboni di quella invecchiata ed avvelenata costruzione si chiamano: odio, guerra, morte. La sola scienza esalta e non calma; la tecnica esaspera e non lenisce; noi al 1943 possiamo dire che le più audaci esperienze, quelle che ebbero tutto favorevole per tutto fare, sono ormai o di fatto o potenzialmente svuotate dopo (alla più lunga) un quarto di secolo. La Russia che non fu mai veramente quella di Marx, non è più quella di Lenin e forse neppure più quella di Stalin. Quanto agli altri esperimenti… la cosa è anche più evidente. Su questo straordinario dato di fatto, che ha il potere di far tremare le più ardite chimere e i più audaci sogni, è d’uopo si fermino le intelligenze, per considerare con verità ed onestà. – Questo stato di cose è nel mondo intero, ma accentua i suoi effetti rovinosi là ove è minore la maturità politica e dove lo stesso temperamento è più incline alle manifestazioni irriflessive e torbide. Il tutto, sarà potenziato dalla sensibilità che segue alle guerre e ai dolori immani, sensibilità esasperata, ammalata, capricciosa, estrosa, incontrollabile. Questa è la vera impostazione de’ problema politico del domani. È con un sentimento indecifrabile, ma nel quale fa capolino l’apprensione e l’incredulità, che si guarda ai futuri responsabili dei poteri. Essi si chiederanno: ma come possiamo contenere nell’ordine e nella ragionevole evoluzione il popolo; come affrontiamo una simile marea; come dominare tanti istinti scatenati?

Guardare all’ordine giuridico

Il problema politico permane grave. Ma per quanto possa esser di tale gravità non sarà mai un rimedio serio ed efficace, ricorrere a violazioni della natura. Essa si vendica. La socialità è insita per natura negli uomini; essa ha istinti il cui punto di incontro è formato dalla convivenza civile. Questa a sua volta ha da essi fisionomia ben definita: deve completare l’uomo e deve fondere tra loro gli uomini. Una soluzione del problema politico che riduca anziché completare, che metta l’uomo contro l’uomo anziché unire, è soluzione innaturale, violenta, effimera, fatale. – Rimane una via: la soluzione del problema politico, occorre cercarla in ciò che è naturale, ossia nei mezzi che la società ha naturalmente. Tale lapalissiano principio è evidente e semplice quanto la fatale esperienza del suo contrario. Non farò mai vivere un uomo se gli dico: togliti il tuo polmone, quello che t’ha dato natura; che io te ne dono uno brevettato d’acciaio. Certi sistemi sono dipinti esattamente in questa immagine. Ma la società vive solo con polmoni naturali. Quali dunque sono gli elementi naturali, i primi e forse i soli, nei quali la società può sperar di risolvere il suo terribile problema politico? La società è cospirazione di uomini liberi; essa poggia dunque sugli elementi per cui uomini liberi s’uniscono tra loro. Tali sono l’autorità, i diritti, i doveri, la cui azione si sviluppa anzitutto e soprattutto mediante intelletto e volontà, cioè per via « morale ». Tutti gli altri elementi organizzativi sono l’appoggio materiale dell’autorità dei diritti e dei doveri. Ma: autorità da cui emana la legge positiva ed in cui si dettaglia quella naturale, diritti e doveri creati, fissati e tutelati dalla legge, costituiscono appunto l’ordine giuridico. – Sicché la risoluzione del problema politico, tanto quanto va cercata nell’ambito della natura e fuori dell’artificio, altrettanto si inquadra nell’ordine giuridico. Che significa ciò in pratica? L’ordine giuridico in concreto l’abbiam descritto sopra: esso comprende anche tutti i mezzi e tutti gli strumenti della legge. La risoluzione naturale del problema politico sta nel trasferire all’ordine giuridico, legge e suoi elementi sussidiari, quella stima, quella fiducia, quella potenza, quel valore che si è cercato di dare allo Stato nello Stato, ecc. Ciò significa:

1. Invece dell’esaltazione di ideologie misticoidi, creare il senso morale e il rispetto della legge.

2. Dare alla ponderata, legittima e cosciente elaborazione della legge, quanto si può tentar di demandare a iniziative personali, subitanee, incontrollate.

3. Trasferire il processo delle giuste e necessarie notazioni dalla incomposta dinamica di partito all’uso della serena ed universale opinione pubblica in quanto può esser informatrice ed ispiratrice della legge e, più ancora, agli organi tecnici, rappresentativi, legislativi, in una severità che escluda precipitazioni, personalismi e avventure.

4. Riportare l’incombenza di sorvegliare e tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato, ai pubblici ed onesti mezzi, agli organi di polizia che agiscono nella sfera della legge e nel fondamentale rispetto dei cittadini, senza alcuna violenza al loro pensiero, alla loro coscienza ed alla loro dignità.

5. Riportare l’azione dei cittadini sul terreno del chiaro e rispettato uso dei loro onesti diritti, attraverso gli organi definiti dalla legge; al di fuori degli abusi di gerarchia, di partito, di espediente traverso, di sopraffazione occulta, di asservimento di enti sociali o sedicenti tali, a privati interessi, di delazione e, soprattutto, fuori dell’aborrito costume di ricattare in politica colla calunnia, la mistificazione e la violenza.

6. Riportare tutta la responsabilità delle azioni giudiziarie alla legittima magistratura, che agisca nella luce della legge e non negli oscuri corridoi di partito.

7. Trasferire, quando occorra, per l’ordine e il risanamento del contegno sociale, ogni forza coattiva, ogni missione energica, da qualsiasi formazione militare partigiana all’esercito o comunque a rappresentanti armati del pubblico potere, perfettamente apolitici.

8. Potenziare nella loro funzione, magari aumentandoli ove occorra, tutti questi organi agenti nell’orbita della legge. Essi rispondono a tutte le esigenze e sono in grado di liberarsi dalle fatali debolezze. Insomma la fiducia e la forza deve essere trasferita da questa parte, ove non si contamina di interesse passionale e personalistico, ove, nella severa dignità della legge tutto rimane intento al bene comune. Il mondo non vive di spettacoli e neppur di vicende or comiche or tragiche, ma sempre altisonanti. Ritrova sempre nelle vecchie risorse il farmaco della sua vecchiaia.

Applicazioni

C’è senza dubbio il bisogno di una evoluzione: l’economia non è sana, la situazione sociale non è giusta. Sono tre i modi nei quali può attuarsi la onesta e seria evoluzione: uno Stato nello Stato, la rivoluzione, ossia la piazza, l’ordine giuridico. Il primo finisce coll’essere di necessità una negazione del bene comune. Come è possibile attui efficacemente e durevolmente una evoluzione verso il miglior bene comune? Il secondo è violento. La violenza dà sfogo alla passione e non alla ragione; simpatizza più con le allucinazioni che con le larghe e sicure visioni; è per natura sua unilaterale, sì da infilare con facilità vicoli ciechi; ama più distruggere che costruire, più l’avventura che il metodo; è guidata dall’odio misticoide e si esaurisce in stanchezze di cui beneficiano i profittatori, gli arrivisti e i tiranni. Ordinare il mondo è frutto di intelligenza e di moralità, non dei colpi di forza. La storia dimostra che se le rivoluzioni possono accelerare la fine di situazioni cattive, a conti fatti, lavorano molto più in perdita che in guadagno. Come tutte le cose cui manca il senno, la rivoluzione è sempre bestiale. La piazza poi non esprime mai il bisogno e il pensiero del popolo; del popolo, che è tale quando sta a casa sua tra sollecitudini e affetti domestici, al lavoro tra l’emulazione e il godimento dei frutti sudati, nell’ordinaria serenità dell’esistenza, nella lucidità del sano criterio e del buon senso. La piazza esprime solo l’accozzaglia che non ragiona, che si guida coll’istinto, anzi coi peggiori istinti e che è supinamente guidata da tribuni e, più ancora, da occulti diabolici mestatori. La piazza è feconda di vittime, non di leggi. – Quello che passa attraverso i mezzi descritti fin qui, vi assorbe il personalismo, l’interesse privato, l’impeto irragionevole, la partigianeria. Con tutto ciò non si fa né società né civiltà. Per una giusta evoluzione non rimane che l’ordine giuridico. In esso le mutazioni avvengono colla legge, non coll’arbitrio e gli incomposti strattoni dello zelo inconsiderato e della precipitazione; la legge a sua volta sorge da una trafila di forze intellettuali concorrenti ed organizzate, che via via limitano l’errore, le sconvenienze e filtrano gli interessi particolari, i personalismi. La legge diviene ferrea norma, oltre ogni discussione ed iniziativa privata, della magistratura e degli ufficiali dello Stato. Essa ha una procedura anche nella sua applicazione, tale da far sbollire gli impeti e ridurre al minimo l’errore sulle circostanze di fatto. Essa ha, per la sua impersonalità, la calma necessaria a discernere, conciliare i diritti e, nel caso di evoluzione, liquidare il passato senza ingiustizie, inutili amarezze e troppo violenti trapassi. – Non si comprende che l’incarico delicatissimo del bene comune, della tutela del diritto, ossia degli uomini, debba esser affidato a specie di comitati sorti dalla strada, a conventicole di fanatici, a clubs ove in fondo non si fa differenza tra il divertimento ed il gioco politico, a piccoli ras dalla voce tonante e dalla nessuna competenza, con i caratteri della occasionalità, dell’estro, della mutazione e della spensieratezza. In questi sistemi possono esserci persone degne e di buona fede, ma l’ambiente è generalmente più forte di loro e delle loro buone intenzioni, appunto perché è « ambiente », fatto di persone e di cose anonime, senza un filtro delle passioni umane, sufficientemente spersonalizzato e preso da incantesimi misticoidi. L’ordine giuridico è obbiettivo, non soggettivo nel senso che, per la sua fisionomia, agisce oltre l’interesse personale.

L’ordine giuridico e la evoluzione del domani

Dopo la guerra ci sarà trisma di popoli, rotazione di mentalità, trauma psichico. Tutto ciò aggiunto alla dolorosa maturazione di molte esperienze nel periodo pre-bellico e bellico significa evoluzione della società. È infantile pensare che si sarà al punto di prima. Questa evoluzione deve venir assolutamente sottratta alle passioni, all’ignoranza, all’imbroglio e all’avventura. Essa dovrà colpire i nuclei che sono la vera causa della esagerazione capitalistica. Alcuni dei nuclei visibili, forse i principali, stanno o in leggi superate o in carenza di leggi. Facciamo un esempio. La società anonima è un capolavoro se la si considera dal punto di vista puramente economico: ha una fungibilità meravigliosa. Non è altrettanto dal punto di vista sociale per una ragione molto semplice: al possessore del cinquantuno per cento delle azioni aggiudica la capacità di manovra del cento per cento. È uno squilibrio, fonte principale degli accentramenti. Il domani dovrà preoccuparsi di questa riforma legislativa, che tolga anche i più lontani intralci alla giustizia sociale. L’eventuale partecipazione temperata agli utili, intesa come elemento della stessa giustizia sociale, le modalità di contributi per dare al lavoro quanto ha il diritto di attendersi, dovranno essere fissati per via legislativa. Lo stesso dicasi per nuove forme di cooperativa, di condominio, di iniziativa, nonché per tutte le provvidenze atte a garantire una più fluida circolazione della ricchezza. Da sistemazione di tutti questi punti su cui si attuerà l’evoluzione può esser fatta a calci o in modo umano. Farla a strattoni, senza filtri di ponderazione, in balia dell’entusiasmo accordandole a «Movimenti » più o meno disciplinati mentalmente, è farla a calci. Il mondo non si governa così. – Il « modo umano » è quello della esperienza, della ponderazione, della riprova e, infine, della verità e giustizia secondo la disciplina della logica e nella tutela degli interessi personali: è quello insomma dell’ordine giuridico. – Gli stadi dell’evoluzione potrebbero temporaneamente esigere che certe attività industriali vengano sottratte alla iniziativa ed all’interesse privato: ciò non potrà avvenire per imposizioni di forza e reazioni tribunizie. Anche qui dobbiamo partire dal principio purtroppo dimenticato, che è l’ordine quello che salva le istituzioni. Ora la misura in tali provvedimenti, si ha quando tutto passa attraverso il filtro dell’ordine giuridico. In tale ipotesi quello che è fatto per legge è sacro, quello che è sacro per legge è nel dominio pubblico; è esso, non il favoritismo di parte, il criterio per giudicare; è in esso che è possibile appellare, protestare, insorgere senza dover rimaner schiacciati sotto il tenebroso maglio di forze cieche e di tirannie inafferrabili. È solo nell’ordine giuridico inviolato che rimane questa chiarezza, questa possibilità e libertà di appello, questa capacità di difesa, e lo è solo in esso poiché solo esso è completo e impersonale. La caratteristica di qualunque ordine giuridico è che l’azione dei cittadini non ha né norme, né diritti inderogabili. Solo l’ordine giuridico, persino fosse inquinato da leggi inique, ha la capacità di mettere un « limite », giacché l’iniquità legale dovrebbe sempre essere fatta legalmente, dovrebbe essere in grado di giustificare il proprio operato e urto ciò è ben altra cosa dal puro arbitrio. – L’ordine giuridico è tutt’altro che ripugnante colle evoluzioni razionali; solo garantisce ad esse di non venir trasformate in pazzia ed in strumenti di tirannia. La partecipazione agli utili, il controllo sulle sorgenti della ricchezza, magari qualche onesta remora messa in tali sorgenti allo scopo di far defluire li benessere in modo più giusto, sono altrettante questioni degne di studio ed alle quali, per i motivi ormai ripetuti, si può dare soluzione degna solo in sede di ordine giuridico.

Conclusione

Guardiamo in scorcio questo grande ordine giuridico. L’analisi condotta fin qui lo permette agevolmente. L’ordine giuridico è (quanto ciò può venir realizzato nelle cose umane) esente di per sé dallo spirito di parte, dall’interesse particolare, dal pregiudizio soggettivo, dalla foga sentimentale e passionale, dalla sbrigativa contingenza degli estri; è quindi il solo capace di tutelare adeguatamente il bene comune, senza del quale non esiste la società umana. – L’ordine giuridico, basato come è completamente su chiare norme legislative escludendo ogni altro rimedio d’arbitrio e di fortuna, stabilisce dei punti fermi, dei confini definiti e irremovibili alla libertà e al dovere. Permette quindi ad ogni uomo di sapere quanto può e quanto non deve, senza improvvisi arresti, senza contraddizioni, senza imboscate e ricatti. Dà, in questa certezza dei propri margini, la possibilità di disporre di sé nel vero spirito sociale; dà insomma il respiro alla dignità dell’uomo libero eppur sottomesso alle leggi. Dove l’ordine giuridico non impera, non si sa mai quello che si deve, poiché per una superficiale esigenza possono valer nulla tutti i codici e può essere invece spaventevole dovere l’ossequio al più sciocco ed inconfondibile capriccio dell’ultimo uomo investito di qualche autorità. L’ordine giuridico per il suo procedimento « filtrato » nel fare ed applicare la legge, per la fermezza che gli deriva dalla sua impersonalità sta tra due estremi di prudenza e di forza che gli permettono di non dover chiedere cento per aver uno, di non dover spaventare e terrorizzare; che gli permettono insomma di essere discreto. Ossia: non esagera. – La discrezione dell’ordine giuridico è degna d’essere attentamente considerata. Equivale alla negazione di una autorità vera e rabbiosa, in quanto lascia il ragionevole e non esagerato margine alla persona ed alle istituzioni, perché liberamente dispongano di sé, possano legittimamente reagire, difendersi e porre quegli atti, che, senza ingiuria al diritto, evitino il cristallizzarsi di situazioni sorpassate e preparino le necessarie e giuste rotazioni di cose. La discrezione dell’ordine giuridico lascia il passaggio per cui non si è in prigione, ma si può reagire alle eventuali corruzioni dell’ordine stesso. È per questi che solo un regime impregnato di ordine giuridico può curarsi radicalmente e ringiovanire senza tragedie, guerre e rivoluzioni. È per questo che solo nel vero ordine giuridico si evita la cristallizzazione senza cadere in dinamismi forsennati e deleteri. È per questo che se un regime ha degli errori, è basato magari su ideologie imperfette, ma ha e mantiene sano ad ogni costo l’ordine giuridico, può ancora raddrizzarsi, convertirsi e salvarsi. – Riteniamo che tutte queste considerazioni possono far intendere perché il Papa abbia richiamato con tanta forza l’attenzione del mondo sull’ordine giuridico. Bisogna uscire dalla teatrale mentalità che per ordinare lo « Stato » occorra proprio trovare qualcosa di estremamente nuovo, estremamente originale, estremamente strano. La cosa che si deve ordinare — il mondo — è assai vecchia, ha tutti i suoi vecchi costumi, ma ha pure mi vecchio tesoro sempre nuovo, cui occorre attingere: il patrimonio di luce naturale, che il Creatore gli ha rimesso in dotazione allorché l’ha fatto.

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (5)

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (3)

GREGORIO XVII: – IL MAGISTERO IMPEDITO

GIUSEPPE SIRI

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (3)

2. Edizione, EDITRICE A. V. E. ROMA – 1943

III. –  Il lavoro

Non è possibile staccare il concetto del lavoro da quello della personalità. Ciò per due motivi fondamentali. Anzitutto: perdendo di vista la persona che genera di per sé il diritto di proprietà, come s’è visto al capitolo precedente, il lavoro può apparire come l’unica sorgente della proprietà stessa, l’unico titolo per aver diritto a vivere. Il che è falso, non solo perché  i diritti personali sono anteriori al lavoro, ma perché questo equivarrebbe ad affermare un mondo meccanico, materialistico e senz’anima. Si vede qui dove abbia origine la celebre affermazione: essa parte dalla misconoscenza della personalità. – In secondo luogo il lavoro, anche agli effetti del salario, il trattamento adeguato al lavoratore non potrà mai esser valutato con verità e giustizia se non su questo criterio: il lavoratore è persona. Fuori di questo punto di vista la questione del salario è — a voler esser logici — la questione del quanto di biada da darsi al cavallo o all’asino.

1. – Il pensiero del Papa sui problemi del lavoro

Ecco i punti salienti dedicati al lavoro nel Messaggio papale:

a) Il lavoro è « il mezzo indispensabile al dominio del mondo, voluto da Dio per la sua gloria (fine immediato o relativo e fine ultimo o assoluto). Ogni lavoro possiede una dignità inalienabile e in pari tempo un intimo legame col perfezionamento della persona ».

b) Dalla « nobiltà morale del lavoro » derivano « conseguenze pratiche. Queste esigenze comprendono OLTRE un salario giusto, sufficiente alle necessità dell’operaio e della famiglia, la conservazione ed il perfezionamento di un ordine sociale che renda possibile una sicura se pur modesta proprietà privata a tutti i ceti del popolo, favorisca una formazione superiore per i figli delle classi operaie particolarmente dotati di intelligenza e di buon volere, promuova l’attività pratica dello spirito sociale nel vicinato, nel paese, nella provincia, nel popolo e nella nazione, che mitigando i contrasti di interesse e di classe, toglie agli operai il sentimento della segregazione con l’esperienza confortante di una solidarietà genuinamente umana e cristianamente fraterna ».

c) « Il progresso e il grado delle riforme sociali improrogabili dipende dalla potenza economica delle singole nazioni ». Ma oltre questo si impone « uno scambio di forze intelligente e operoso tra forti e deboli » in modo si abbia a compiere « una pacificazione universale ». Questo è un chiaro richiamo alla necessità di risolvere le questioni del lavoro anche cogli accordi internazionali, in quanto solo una certa omogeneità può garantire efficacia ed evitare pericolosi sbilanci.

d) « L’operaio…. non venga condannato ad una dipendenza e servitù economica, inconciliabile con i suoi diritti di persona. Che questa servitù derivi dal prepotere del capitale privato o dal potere dello stato, l’effetto non muta, anzi sotto la pressione di uno stato che tutto domina e regola l’intera vita pubblica e privata, penetrando fino nel canapo delle concezioni e persuasioni della coscienza, questa mancanza di libertà può avere conseguenze ancora più gravose come l’esperienza manifesta e testimonia ». Con ciò è ben chiara una cosa: l’economia del socialismo di stato non favorisce l’operaio, bensì lo deprime e lo degrada.

e) Oggi, nel mondo operaio « è calma apparente ». Analizzando accuratamente tutto il Messaggio nella questione che riguarda il lavoro, un punto emerge: i problemi del lavoro non investono semplicemente delle bocche da sfamare, ma tutto l’uomo con tutti i suoi diritti. Anche qui il pensiero del Santo Padre dà indicazioni ben gravi sulle quali è necessario riflettere e che occorre sviluppare.

2. – L’idea del lavoro

Quest’idea diventa piena, vigorosa e umana nel Messaggio papale. Vediamolo.

Il lavoro non è solo uno sforzo cerebrale e muscolare (concezione materialistica), ma è attuazione di una persona, è mezzo al dominio del mondo, è perfezionamento del lavoratore, è base — non unica e non prima — di una serie di diritti, i quali ne fanno elemento cosciente, operante e rispettabile della compagine sociale. Il lavoro ha una finalità immediata e trascendente nella gloria di Dio. Pertanto esso non fa parte solo di un ordine economico, ma ed a più forte ragione, di un ordine morale ed eterno. Così non è solo oggetto di considerazioni economiche, ma è oggetto di considerazioni morali ed umane. Il lavoratore non è solo una cosa che produce e consuma, ma un uomo completo che vive ed ha diritto di vivere. Non tutto del lavoro si traduce con delle cifre; il più trascende la materiale aridità delle cifre. Questo è il concetto umano del lavoro. Tale considerazione adeguata (complessiva) di tutta la realtà dell’uomo. Da tale concetto umano discendono importanti conseguenze:

a) Il lavoro non è una pura espressione materiale valutabile al par delle pietre o dell’energia elettrica; esso ha qualcosa di più, precisamente quanto gli deriva dalla dignità spirituale della persona. Non è quindi una pura « merce », né può esser soltanto soggetto ad un computo di resa materiale.

b) Di conseguenza — e cioè per la presenza di un elemento trascendente la materia — il lavoro umano non può essere considerato dal solo punto di vista utilitario. Tale punto di vista è l’espressione economica del concetto materialistico del lavoro. Sicché non è possibile imporre indefinitamente taglie e sforzi al lavoro col puro intento di ottenere di più. Esiste un limite che è segnato dai diritti della persona reclamato dall’umanità.

c) Non può allora tollerarsi il lavoro che abbrutisca l’uomo. Neppure è morale un’idea di lavoro in cui l’uomo sia semplice strumento.

d) Non è l’uomo per il lavoro, ma è il lavoro per l’uomo ed il suo perfezionamento. Il criterio a giudicare del trattamento non può essere unicamente l’incremento della produzione e del guadagno: tale criterio va contemperato — e quanto! — col criterio dell’umanità. – È ovvio che tutto il concetto umano del lavoro dipende dall’idea dignitosa della persona umana. Il senso cristiano accoglie ed eleva quel concetto, dopo averlo strenuamente difeso: gli mette accanto la dolce figura del Cristo lavoratore, per cui la redenzione del mondo e la sua fecondità si lega al lavoro, lo nobilita con un’umiltà che ha tutto e solo il fastigio della verità; lo impreziosisce coll’amore; gli dona una capacità nuova ed universale per la dottrina del merito e della comunione dei Santi; lo attrae in una vita interiore dai fulgori intensi e dalle indefinite possibilità. –

Il concetto materialistico del lavoro

Di contro all’idea umana e cristiana del lavoro, sta quella materialistica. Non c’è soffio d’anima nell’uomo, non c’è dignità corrispondente nel lavoro, al quale rimane d’esser misurato in questi due soli parametri: sforzo e resa. – Gli uomini che parlano da tale angolo di visuale sono o incoscienti o ipocriti quando elogiano il lavoro e ne fanno l’apologia. Esso non è diverso dal lavoro dei muli, dei buoi o degli animali abilmente ammaestrati. Se riescono a parlare del lavoro in modo attraente, ciò è perché dinnanzi alla reazione spontanea degli uomini, capiscono di dover pel momento non manifestare l’ispirazione materialistica, di doverla invece orpellare. Ma si dovrebbe pur essere logici: perché aver per gli uomini più attenzioni di quante se ne abbiano ai muli ed ai buoi, se in fondo il loro lavoro è considerato alla pari del lavoro di questi? È vero però che là differenza si salva nelle parole: in realtà il trattamento che le concezioni e i regimi materialistici fanno al lavoratore, si salva dalla crudeltà unicamente per la forza della paura. Le conseguenze del concetto materialistico del lavoro sono chiare. – L’organizzazione scientifica del lavoro in cui F. W. Taylor fu un grande teorico, nelle conclusioni e nelle applicazioni di molti diventò tutt’insieme una caccia all’uomo e un maglio persecutorio per la vessazione e la distruzione della persona umana. L’America diede l’esempio: qualcuno imitò anche in Italia. Nella concezione materialistica del lavoro la massa operaia finisce con l’essere una massa da manovra; qualora le esigenze industriali lo imponessero, il lavoro non conoscerebbe più né regole di umanità, né trattamento di giustizia. Poiché il freno è rappresentato solo dall’interesse, dalla convenienza, dalla paura. E tutti sanno che i deboli hanno poco da fidarsi di tali protezioni. – Le due concezioni morali del lavoro stanno di fronte: sono due mondi inconciliabili, la prima vuole l’uomo nobilitato nel lavoro, la seconda non sa che farsi dell’uomo e vuole solamente il lavoro. Nella seconda tutto fatalmente si oscura, salute, diritti, famiglia, dignità, libertà, perché una mostruosa elezione ha scelto l’utile, puramente l’utile. – La questione sociale in fondo si riduce a tutto questo. Il marxismo o rinnega i suoi principi materialistici o deve ricadere in teoria ed in pratica nella concezione materialistica del lavoro, la quale, anche se si parla di benessere del popolo, strappa al popolo l’unica vera, solida e costante ragione per cui deve essere trattato bene; e non vede nell’uomo in fondo qualcosa da retribuirsi oltre lo sforzo fisico e null’altro da rispettarsi che i diritti, del suo stomaco e del suo corpo. Si cerca di mascherare la dura realtà d’una concezione materialistica del lavoro con molti eufemismi e con discorsi sviati, ma è necessario accorgersi per tempo del giocO.

Conclusioni dal concetto cristiano di lavoro

Posto che nel lavoro c’è l’aspetto materiale più quello, ben maggiore, derivante dalla realtà e dignità della persona umana, si hanno alcune conseguenze:

a) Il salario va proporzionato oltre che allo sforzo ed al rendimento anche ai bisogni della persona.

b) Oltre il salario, altri diritti vanno riconosciuti alla persona dell’operaio, il quale col suo lavoro non solo provvede alle necessità, ma è parte viva dell’organismo sociale. Vedremo subito e meglio il valore di queste conclusioni.

c) Sorgente del diritto dell’operaio è allora non solo il lavoro, ma ancora e più la personalità sua. Ciò che basta a dimostrare non essere unico titolo giuridico per la proprietà il lavoro, come taluni si affannano a vociare; aversi bensì degli altri titoli contenuti nell’autonomia della persona (occupazione, accessione, ecc.). – Quanto è vera questa, altrettanto è vero che è legittima la proprietà sorgente dal lavoro, come sorgente da altre forme di acquisizione. Del resto non ci vuol molto a comprendere che col solo titolo del lavoro una parte del genere umano (i bambini e gli inabili ad esempio) mai avrebbe il diritto di mangiare e che una gran parte della ricchezza dovrebbe o rimanere senza padrone od essere preda dello Stato. Sulla quale nefasta ipotesi abbiamo più innanzi espresso il parere del buon senso umano.

Le questioni del lavoro

Fin qui ci siamo preoccupati di fissare nell’adeguata idea di lavoro il principio ed il criterio atto a risolverne le questioni. Senza un principio teorico ben saldo (la concezione umana di lavoro), sarebbe ben difficile discernere ed ancor più difficile risolvere con saggezza e giustizia. – I massimi problemi del lavoro dal punto di vista sociale sono tre: la retribuzione al lavoro stesso, la partecipazione agli utili e la considerazione sociale in cui va tenuto e secondo la quale va trattato il lavoratore. I tre problemi si affacciano da se anche solo per l’umana idea di lavoro esposta sopra. Data l’indole del nostro studio ci fermeremo a questa indagine. Ma è doveroso ricordare che il lavoro o sotto punti di vista diversi da quello che ci preoccupa (che è morale e sociale) o per integrazione di questi stessi, pone altri e non trascurabili problemi. – Dal punto di vista del rendimento del lavoro, sorge il problema della sua organizzazione scientifica, in cui si tende a minimizzare lo sforzo e lo sperpero, spingendo al massimo il frutto e ingegnosamente sfruttando quanto rimarrebbe altrimenti inutile. Certo, come si è prima osservato, questa organizzazione scientifica va contemperata dall’umanità. – Dal punto di vista della protezione efficace dei diritti del lavoro e del lavoratore si impone il problema sindacale e l’altro complementare dell’organizzazione internazionale del lavoro. C’è infatti una interdipendenza tra le varie comunità, che come può essere sfruttata ai danni del lavoratore, deve essere usata in sua tutela. Questo problema fu affrontato a Leeds nel 1916, a Stoccolma nel 1917, a Berna nel 1918; se ne occupò la parte XIII del trattato di pace nel 1919, sicché ne fu costituito l’« Ufficio internazionale del lavoro » a Ginevra. Sarebbe ingiusto negare i benefici — per quanto relativi — di questa istituzione. L’argomento dei contratti di lavoro può rientrare nel problema sindacale. L’igiene del lavoro, il lavoro delle donne e dei ragazzi, l’eccessivo afflusso della donna al lavoro non domestico, costituiscono serie apprensioni per quanti amano i propri simili. La divisione del lavoro invece — problema già prospettato da Platone fino a Beccaria e a Smith — interessa più l’aspetto tecnico che non quello strettamente sociale. – Modernamente una non disprezzabile corrente di studiosi afferma che il lavoro ha bisogno di indipendenza, di miraggio, di speranza e di conforto. Ciò è evidente nell’ampia ed umana idea che del lavoro dà Pio XII; ciò dovrebbe esser intuitivo per tutti; per alcuni a veder una verità tanto perspicua è stato necessario contemplar — e lungamente — i resoconti e le statistiche sul lavoro degli schiavi. I quali rendono meno. In realtà le due concezioni di lavoro che abbiamo messo a riscontro potrebbero esser qualificate così: lavoro da uomini, lavoro da schiavi. Oltre tutte le belle parole, in regimi materialistici il lavoro diviene sempre cosa da schiavi.

3. – La retribuzione al lavoro

Si pensa per lo più alla retribuzione dovuta all’operaio — salario —, ma è doveroso pensare pure a quella dovuta all’impiegato — stipendio —. La classe impiegatizia sta entrando in una crisi che forse non è minore della crisi economica e morale nella classe operaia. Va da sé che quanto diremo del salario deve essere esteso pure allo stipendio.

Criteri per il salario

Quali criteri per stabilire il salario? Essi sono enunciati con chiarezza nei documenti pontifici. Ma è bene richiamare prima la ragione intima. Il salario segue il concetto del lavoro. Nell’idea materialistica del lavoro, gli elementi che formano criterio della retribuzione sono solamente lo sforzo fisico e mentale, nonché il rendimento. Nell’idea umana e cristiana la retribuzione va calcolata oltreché su quelli elementi anche sul valor e, sul diritto e sulle esigenze della persona. Che l’idea di lavoro si commensura anche e soprattutto da questa. – Rimandiamo a quanto è stato sopra scritto. Ora è facile vedere l’intima ragionevolezza dei criteri stabiliti nel Messaggio papale.

A) Il salario deve essere « giusto ». In che consiste questa giustizia? Essa è salva quando corrisponde a tutti i diritti, i quali possono essere nativi e generati da fatti. Gli elementi di tale duplice natura da tenersi in conto sono diversi. Lo sforzo, la qualità e le circostanze dello sforzo, il volume e la natura del rendimento figurano certamente tra essi. Ma non sono i soli. L’insegnamento delle due grandi encicliche Rerum novarum e Quadragesimo anno ci conduce a tener conto di altri elementi e ciò a buon diritto, poiché in ogni questione tutti gli aspetti debbono esser tenuti presenti. Si tratta anzitutto delle possibilità dell’azienda, in quanto anch’essa deve vivere e deve garantirsi di che sopravvivere per non abbandonare, l’operaio alla disoccupazione. Si tratta in secondo luogo della ragione sociale, pei cui il salario vien considerato come un elemento collegato a tutto l’equilibrio dell’economia, sulla quale può influire in senso benigno ed in senso maligno, mentre proprio essa colla sua stabilità e sanità assicura l’ordine di benessere all’operaio. È in vista di questa giusta ragione sociale che i salari, come non debbono essere tenuti troppo bassi, neppure possono essere computati troppo alti. Infatti il salario troppo alto e cioè eccellente i criteri detti sopra, è fittizio, provoca incapacità, anemie, arresti e collassi, i quali, se vanno a danno di tutti, si risolvono in un danno ben maggiore proprio per l’operaio. Frutto dei salari troppo alti sono infatti la crisi industriale, lo scompenso finanziario e la disoccupazione.

b) Il salario deve essere « sufficiente alle necessità dell’operaio e della famiglia ». Notiamo anzitutto che questa « sufficienza » fa parte della giustizia del salario, poiché corrisponde ad un chiaro e preciso diritto esistente nella persona umana. Infatti il valore del salario « lo si misura » — lo abbiamo visto — anche da essa. Ora il lavoro è il mezzo « di perfezionamento » indi di sviluppo e di soddisfazione di tutta la personalità. La quale è protesa verso la formazione della famiglia, la esige, la contiene in germe. Le esigenze della persona non sono solamente quelle del puro individuo, ma ancora quelle espresse dal raggio in cui l’individuo completa se stesso. Il lavoro è il mezzo con cui l’uomo provvede a sé ed ai suoi in questo suo naturale sviluppo. L’esser « naturale » fa di tutto ciò un « diritto » inalienabile. Ecco perché il salario deve tener conto anche della famiglia. Ciò corrisponde al fatto che il lavoro è il mezzo con cui l’uomo provvede a tutto se stesso, anche al « se stesso » possibile padre e capo famiglia. – Il salario famigliare — è bene ricordarlo — fu affermato e difeso ben prima che dagli altri, dalla morale e dalla sociologia cristiana. – Quando si asserisce la giustizia del salario famigliare, non si afferma che ogni operaio anche celibe deve essere retribuito come se avesse dieci figli. Si arriverebbe a delle conseguenze e a delle applicazioni paradossali. Infatti tutti vedono che qui il « diritto teorico al trattamento famigliare » va contemperato col « fatto » ossia colla reale situazione dell’operaio. In essa si terrà conto che anche, se non ha tuttavia famiglia, ha il diritto di prepararsela economicamente; che, anche se l’ha e minuscola, ha il dovere di lasciarla aumentare secondo Dio vuole ed ha il diritto di prevenirne i casi avversi. Con ciò si comprende la necessità di graduare sotto questo aspetto gli stipendi col criterio di un minimo famigliare aumentabile per assegni supplementari. – Quest’idea è già opportunamente entrata in più nazioni nel diritto e nella prassi.

Il complemento del salario giusto

Tra le corresponsioni dovute al lavoro, oltre al salario, Pio XII mette « la conservazione ed il perfezionamento di un ordine sociale che renda possibile una sicura se pur modesta proprietà privata a lutti i ceti del popolo, favorisca una formazione superiore per i figli delle classi operaie particolarmente dotati di intelligenza e buon volere, promuova lo spirito sociale… ». Notiamo che non si parla di salario, bensì di ordine sociale; ne vedremo presto il perché. Quest’ordine sociale deve portare all’operaio tre benefici, che complessivamente considerati, significano la possibilità aperta di migliorare indefinitamente la propria posizione sociale. È veramente questo il massimo respiro che si possa dare all’operaio: crescere. È questo tra i massimi incentivi morali che possono essergli inculcati, giacché possibilità non è realtà, mentre il passaggio dall’uno all’altro è legato all’intelligenza, al buon volere, alla sobrietà, all’economia, al buon senso, alla virtù. Che sarebbe mai dare all’operaio un buon salario e farne però un prigioniero del suo stato? Fate che tatti possano tanto Stimare la virtù che innalza a non inutilmente tentare la crescita: nessuno odierà l’esistenza di situazioni superiori, poiché esse gli diventano « meta » e nel movimento ascendentale conferiscono il sano e gioioso dinamismo dell’esistenza. Bella consolazione quella del comunismo nel sentirsi tutti uguali, ma tutti ugualmente prigionieri di tale uguaglianza! – I benefici auspicati dall’ordine sociale sono dunque tre.

a) La sicura se pur modesta proprietà privata per tutti. La natura stessa delle cose la postula: intatti la destinazione primigenia di tutti i beni terreni, quella anteriore alla occupazione fatta da qualche singolo, è per tutti gli uomini. Tale destinazione rimane in qualche modo anche dopo l’occupazione legittima del singolo, tanto che nell’uso della proprietà privata quello deve sempre ricordarsi del carattere sociale di questa. Di qui si leva una potente indicazione della natura a richiedere per tutti, fin dove è possibile, un posto al sole. – Abbiamo già detto esser questa proprietà privata aperta a tutti, il miglior stabilizzatore della pace sociale: nessuno vorrà rovesciare un ordine quando da tale ordine ha una porzione di beneficio che invece avventura fosca ed ignota non gli può assicurare. Ma è doveroso ricordare che il permanere della proprietà privata, non meno del suo acquisto, è legato alla sobrietà, all’economia, all’equilibrio spirituale, ossia ad un complesso morale.

b) La formazione per i poveri che possono rendere di più. Tutto ciò richiede una quantità di provvidenze che toccano il regime fiscale privandolo di cespiti normali ed aggravandolo di contribuzioni per la scuola. Non si tratta di cosa semplice, anche se l’iniziativa privata in regime di libera scuola può realizzare molto. Però non basta questo, anzi questo è l’aspetto più materiale del problema. È  necessario che la scuola oltre che un compito formativo e culturale, assolva un compito sociale; assumendo criteri severi ed irriducibili di eliminazione progressiva, che chiudano implacabilmente delle porte ai meno capaci ed agli inetti, qualunque sia la loro posizione sociale, e tutte le aprano ai valorosi della mente, del cuore, della volontà, dell’azione. È questo, forse, a conti fatti il solo mezzo per contemperare le eccessive fortune dovute all’eredità, le quali pur essendo — almeno talvolta — oneste in se stesse, da sole sono manchevoli, in quanto consolidano troppe ed indebite situazioni di privilegio, congelano le diversità sociali, stimolano la lotta di classe ed inibiscono quel sano movimento della fortuna, per cui tutti possono animosamente operare e volonterosamente agire, senza lasciare ai più che la disperazione d’esser prigionieri della miseria. Riteniamo che proprio il senso d’esser dei prigionieri dell’umiliazione sia la molla più forte dell’odio di classe. Non è la sola scuola, che porta il peso, di tale miglioramento nei figli delle classi operaie.

c) L’attività pratica dello spirito sociale. Si tratta della comprensione e della fiducia che apre la via alla effettiva collaborazione di tutti gli uomini onesti nella vita civile, nell’attività politica, nello sviluppo culturale.

Legislazione, educazione, sano tono di stampa e di propaganda, buona volontà di quei che stanno meglio, istituzioni: tutto è coscritto all’impresa di rifare unospirito sociale in cui anche il povero possa sentire di essere « qualcosa » e « qualcuno »..

Perché «ordine» e non «salario»

Può fare una certa impressione — l’abbiamo già notato — che Pio XII chieda una serie di benefici per l’operaio non al salario, ma all’« ordine sociale » da instaurarsi, promuoversi e perfezionarsi. Osserviamo intanto che il Papa quei benefici non li chiede direttamente al salario, però non esclude neppure il salario dal concorrere ad apportarli. Ecco le ragioni del linguaggio usato dal – Santo Padre.

a) L’ampiezza di questi benefici è tale che non può esser garantita dal solo salario. Naturalmente anche esso ha la sua parte — ove è possibile secondo i criteri esposti sopra — a far sì che s’arrivi alla proprietà privata ed alle migliori realizzazioni pei figli valenti.

b) Commettere il raggiungimento di tali finalità al solo salario, sarebbe annullare altre forze che nella compagine sociale possono e debbono, a seconda dei casi, utilmente agire: tipi diversi di partecipazione agli utili delle classi più agiate, forme assicurative, libere forme cooperative, contributi statali, mutue, ecc. – Perché mai sul lavoro dell’operaio devono convergere oltre che il suo salario altre provvidenze la cui

radice non sta nella sola azienda privata, ma in tutto l’ordine »? Perché egli è fattore d’incremento non solo della sua azienda, ma di tutto l’« ordine » stesso; perché come le cresciute possibilità della tecnica moderna hanno aumentato il raggio d’azione del capitale e le mete del benessere comune, così hanno parallelamente e proporzionalmente aumentato l’influsso, la necessità, il valore del lavoro. Lo scambio va dal lavoro a tutta la società; la restituzione deve essere da tutta la società al lavoro. È questo concetto a noi pare essenziale per la giusta impostazione di tutti i problemi dell’operaio.

c) Più o meno tutte le finalità in causa non sono raggiungibili che attraverso elementi spirituali e morali, che il salario, umile della sua realtà materiale, assolutamente non comporta. – Da tutte queste considerazioni una cosa si fa chiara: che la questione della retribuzione al lavoratore non è semplice e, soprattutto, non è solo questione materiale. Ciò basta vedere il latente marasma sotto tutte le soluzioni ad ispirazione materialistica, ossia marxistica.

4. – La partecipazione agli utili

Questa parola viene spesso pronunciata come quella che indica una integrazione del salario. Ma non pare sia sempre pronunciata con sufficiente cognizione di causa. Per tale motivo è più che opportuno chiarire alcuni punti.

La dottrina dei Papi

Non è difficile che in tema di partecipazione agli utili si faccia dire a Pio XII, soprattutto, quello che in realtà non ha detto. Pio XII non tratta direttamente l’argomento nel Messaggio natalizio 1942, ma continua talmente in tema di salario il pensiero del Suo Antecessore che non possiamo qui prescindere appunto da quello. Ora le affermazioni della Quadragesimo anno di Pio XI a proposito di partecipazione agli utili si riducono a due. Le riportiamo testualmente. Esse riprendono e dattagliano l’argomento toccato da Leone XIII nella Rerum Novarum. « Per questa legge di giustizia sociale non può una classe escludere l’altra dalla partecipazione degli utili ». « E da prima, l’affermazione che il contratto di offerta e di prestazione d’opera sia di sua natura ingiusto e quindi si debba sostituire col contratto di società, è affermazione gratuita e calunniosa contro il Nostro Predecessore (Leone XIII), la cui Enciclica “Rerum Novarum” non solo lo ammette, ma tratta a lungo sul modo di disciplinarlo secondo le norme di giustizia. Tuttavia nelle odierne condizioni sociali stimiamo sia cosa più prudente che, quanto è possibile il contratto del lavoro venga temperato alquanto col contratto di società come già si è cominciato a fare in diverse maniere con non poco vantaggio degli operai stessi e dei padroni. Così gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nella amministrazione e compartecipi in certa misura dei lucri percepiti ».

La lettura di questi testi impone alcuni rilievi.

a) Non si enuncia come principio generale la necessità di una specifica partecipazione degli operai o impiegati agli utili dell’azienda; ma solo l’esigenza di una generica partecipazione delle classi meno abbienti agli utili, ai profitti ed al benessere delle classi più agiate. – Ora la diversità tra « specifica partecipazione ad una determinata azienda » e « generica partecipazione all’utile e benessere delle classi più ben fornite » è molto grande; tanto grande che è pericoloso ed erroneo confondere l’una con l’altra.

b) La diversità sta in questo: con l’affermazione generica io ammetto molteplicità di mezzi per far partecipare agli utili, mentre non ne escludo nessuno e mi riservo di selezionare tra essi secondo giustizia ed opportunità, come pure di dosarli e di contemperarli; con l’affermazione specifica io ne eleggo uno soltanto e non ho mezzo d’evadere se questo è imperfetto o almeno in determinate circostanze assolutamente sconveniente. Nel primo caso ho il mezzo, ne ho la scelta senza correre l’alea; nel secondo caso io rimango impegnato dall’alea stessa. È davvero il caso di ammirare la preveggenza e la prudenza con cui la Chiesa tratta tali questioni, gravi non solo dal punto di vista morale, ma altresì dal punto di vista tecnico. Ma è bene spiegarsi meglio: lo faremo tra breve.

c) L a partecipazione agli utili in senso specifico,, non è enunciata come legge generale, ma solo come « cosa prudente… quanto è possibile » e non da sola, ma come contemperamento tra contratto di lavoro, e contratto di società. Contratto di società è appunto quello che determina la partecipazione agli utili in senso stretto e specifico.

Che pensare del contratto di società

La partecipazione agli utili in senso stretto implica questo: i dipendenti hanno diritto a dividersi una quota parte del profitto netto dell’azienda; hanno di conseguenza il diritto di inquisire e conoscere il bilancio per sorvegliare e tutelare l’integrità delle loro spettanze; diventano praticamente, almeno in un certo senso, dei soci del padrone. – Ci sono molti elementi da osservare con attenzione,

a) Anzitutto, in linea di giustizia, esiste un diritto che renda legittimo il partecipare ai profitti? L’esistenza di un certo diritto parrebbe attestata dal fatto che Pio XI consente di contemperare il contratto di lavoro (sul salario) col contratto di società (partecipazione ai profitti). Questo aliquale diritto pare sostenuto in vigore di giustizia da buone ragioni. Il lavoro infatti dà al prodotto qualcosa che non è giustificato solo dalla materia prima e dalla macchina (cose del padrone), ma sta ben oltre; sicché non pare doversi qui applicare unicamente in favore del padrone il principio « res fructificat domino » (la cosa fruttifica per il padrone), dato che c’è un’altra « res » che dà qualcosa di specifico al prodotto. E quella « res » è almeno di alcuni, di molti operai. – Inoltre, anche a prescindere da sottili ragionamenti, in molte delle industrie appare enorme la sproporzione tra il benessere che va comodamente al capitale, sì da farlo elefantiasi, e il sufficiente necessario che, sudato, scende al lavoratore. Questa sproporzione avverte una anormalità innaturale. – Finalmente l’industria ed il suo capitale appaiono sempre più legati alla compagine sociale, in quanto senza lavoro non si attuerebbe e senza consumatori morirebbe; questo essenziale vincolo alla compagine sociale fa sempre più ripugnante il concepire l’industria in funzione smisuratamente egoistica. Questo rilievo non condanna né industria né capitale; avverte solo che si è certamente andati un po’ troppo dalla parte dell’interesse ristretto dei pochi. È il « troppo » che si deve correggere, non la cosa che deve essere abolita.

b) Ma perché abbiamo cautamente parlato di un « certo » diritto, di un « aliquale » diritto? O è diritto o non è diritto. Certamente. Ma tutti ammettono che le espressioni debbono usare degli epesegetici prudenziali, finché il loro contenuto non è ben chiarito scientificamente in tutti i punti. Ora se la luce pare fatta abbastanza nel senso generico di poter esser legittimo un partecipare direttamente ai profitti, non è — a nostro modesto giudizio — altrettanto fatta su diversi punti e cioè: se le ragioni addotte (soprattutto la prima) valgono nella stessa misura proprio per tutti i salariati (manovali e braccianti ad esempio); se sempre costituiscano un titolo di stretta giustizia o non piuttosto una ragione di semplice equità; se valgano sempre e solo nei confronti colla propria azienda o non piuttosto in rapporto a questa e alla società intera; se non possano esser soddisfatte in un veramente congruo e generoso salario. La questione come si vede è ancor delicata; molto se ne è parlato, poco se ne è scientificamente inquisito. Siccome dinnanzi a Dio noi possiamo fare applicazioni nell’ambito dei principi certi, si vede quanta prudenza occorre qui, dove il sufficientemente sicuro è mescolato ancora coll’incerto. Ciò che, ripetiamolo, fa stimare la prudenza del linguaggio dei Papi, e stimola l’indagine degli studiosi. In certe questioni, col sentimento si correrebbe molto, ma non può essere questo l’arbitro, per quanto esso dia spesso il presentimento e l’intuito della verità. Certo è questo: verificandosi le debite condizioni, il contratto di società in contemperamento col contratto di lavoro è onesto, quindi si salda senza dubbio con una ragione di giustizia; è anzi secondo s’esprime Pio XI « cosa più prudente che, quanto è possibile, il contratto del lavoro venga temperato alquanto col contratto di società ».

c) Altra questione è: se il contratto di società in sé e per sé sia universalmente opportuno. Si noti che il Papa ne parla invece solo come di un contemperamento. Se noi lo vogliamo studiare nel nostro presente ordinamento sociale ed economico, c’è da dubitarne.

d) Finalmente l’uso esteso del semplice contratto di società, può provocare una sperequazione e porre una nuova questione. La sperequazione sta nel fatto che i profitti delle aziende non sono gli stessi: accanto ad aziende dall’enorme giro di affari con pochi dipendenti, stanno le aziende con enormi masse operaie, dinnanzi al cui numero si ridurrebbe a quote irrisorie il profitto dividendo. Ne nascerebbero categorie privilegiate e categorie praticamente diseredate, senza meriti o demeriti capaci di giustificare una tale violenta discriminazione. Ed ecco il nuovo problema: si dovrebbe andar alla ricerca di un metodo per livellare. Metodo e suoi strumenti non sarebbero realizzabili — il che è evidente — nell’ambito della singola azienda, occorrerebbe cercarli in istituzioni intermedie di raggio più vasto (Stato, sindacati ecc.), a mezzo di casse di conguaglio e di compensazione.

Concludiamo:

— il contratto di società è onesto e « più prudente » in contemperamento al contratto di lavoro, purché si verifichino le necessarie condizioni;

— può anche esser, quanto è possibile consigliabile;

— non appare realizzabile in modo universale sia per i facili inconvenienti, sia perché dovrebbe essere completato da istituzioni intermedie.

— nessun dubbio può esserci — là dove sono possibili — sulla opportunità di tutte le forme cooperative.

La generica partecipazione agli utili

Eppur nessun dubbio può rimanere su questo punto: che le classi meno abbienti abbiano il diritto di partecipare agli utili delle classi più agiate. Ecco le questioni: poiché qualcuno dovrà « dare », chi potrà essere questo «qualcuno »? Quali sono i modi con cui può avvenire questa devoluzione di benessere?

a) Se è al bene delle classi abbienti che i poveri debbono partecipare, sono dunque le classi elevate quelle cui incombe l’onere di « dare ». Il « dare » ha ragione d’essere là ove il capitale s’alimenta del lavoro. Anche fuori d’ogni contratto di società, pare dunque giusto che le aziende (con qualunque nome si chiamino) devolvano qualcosa del loro profitto a tale scopo, sempre nel limite del possibile e delle generali esigenze dell’economia. In altri termini la partecipazione agli utili potrebbe forse attuarsi intanto sotto la forma di contributi sull’utile netto delle aziende. Non si può escludere a priori che il convoglio del benessere ai meno abbienti, prenda la forma di tassazione qualora si verificassero tutte le condizioni entro le quali lo Stato può imporre tasse ad uno scopo determinato. Lo Stato stesso, nella misura in cui viene a disporre della ricchezza e secondo i criteri della giustizia distributiva, non può venir escluso dall’onere di aiutare le classi più misere. – In via generale è chiaro che le sorgenti della linfa da condurre alla zona economicamente anemica debbono essere fissate più o meno nell’ambito indicato, poiché non dà se non chi ha. Naturalmente in concreto tutto questo va fatto osservando col massimo scrupolo le leggi della giustizia commutativa, distributiva e legale, nonché badando bene all’esistenza di un vero titolo giuridico obbligante al contributo. Non è qui ancor questione del « modo » con cui si possa fare, ma del fatto che « si debba fare ». – Questo è importante: poiché nessuno parteciperà se nessuno darà, qualcuno dovrà pur dare. E se è giusto, che qualcuno partecipi è giusto altrettanto, che qualcuno dia; anche se noi abbiamo indicato in via di ipotesi soltanto chi potrebbe essere chiamato a dare. Il difficile sta nel creare la mentalità che qualcuno deve essere meno egoista; posto che nessuno Stato ha il tocco di Mida sicché non può certo raggiungere l’ideale del benessere dei poveri, chiedendo niente a nessuno. È necessario preparare colla convinzione molta gente a qualche sacrificio, che potrà essere negato solo nella sciocca incoscienza dei pericoli e dei rivolgimenti sociali forse incombenti.

b) La questione sul come realizzare la ricchezza da devolvere è ben diversa dall’altra sul come devolvere. Nell’ipotesi in cui non si generalizzi il contratto di società — e in tutti i modi moltissimi, specialmente nelle nazioni ad economia parzialmente industriale, ne rimarrebbero fuori — è chiara la necessità di ricorrere a istituzioni intermedie le quali facciano da collettori e distributori. Tale istituzione potrebbe essere lo Stato; è difficile però pensare sia esso solo in un regime sano e democratico. È preferibile la concorrenza armonizzata dello Stato (per la parte che esso solo può fare) e di altri enti minori (corporazione, sindacato, ecc). Quanto alla forma di devoluzione degli utili, diversi possono essere i criteri: si può adottare il mezzo diretto fungibile delle comodità (contributo in danaro); si possono senz’altro fornire le comodità (case, opere d’assistenza, opere d’utilità pubblica, di istruzione ed educazione, assicurazioni e pensioni). Criteri di assegnazione possono essere il titolo di lavoro, il merito, gli infortuni, il bisogno. Tutto sarà dato colla coscienza di assolvere un debito; sarà ricevuto colla coscienza di avere un diritto. Senza questa correlativa coscienza è inevitabile la divisione dell’umanità in boriosi e forzati benefattori e umiliati, fatalisti, mendicanti, parassiti. Tant’è vero che tutte le questioni sfociano sul terreno morale! È chiaro: elemento massimo è questo: si deve al lavoro una retribuzione, al povero un patrimonio morale.  – La partecipazione agli utili comunque avvenga dovrà attuarsi avendo innanzi il principio che là ove l’educazione, la sobrietà e l’economia fanno difetto è assai meglio fornire le comodità e il benessere, che non dare il mezzo per liberamente farselo. Nessuno ignora che molti, troppi, con più danaro in mano scialerebbero, rimanendo impenitenti al punto di prima.

Nuovi compiti

Il dovere della partecipazione degli utili nasce essenzialmente da un fatto. La civiltà meccanica e la tecnica moderna hanno collettivamente moltiplicata la ricchezza, ma mentre tutti in modo diverso hanno concorso a questa moltiplicazione, mentre tutto quanto era destinato al benessere dell’intera umanità ha apportato la realtà prima, relativamente pochi ne hanno avuto un notevole e proporzionato miglioramento di condizione. Il problema non ci mette solo innanzi ad alcuni che stanno bene e ad altri che stanno male, bensì al mistero per cui l’umanità, sebben fatta di persone, costituisce qualcosa di « uno » , sì da avere una insopprimibile esigenza di riversibilità dall’uno all’altro non solo del male, ma anche, e soprattutto, del bene. Questa voce profonda occorre sentirla e meditarla. – Il problema in quanto determinato da condizioni nuove e proprie della nostra età è anch’esso nuovo. Avvertire .questo è avvertire nuovi compiti:

a) Per la concezione e lo studio morale sociologico, economico.

b) Per lo Stato, che sorto in funzione essenziale di complemento, deve dare tutta la sua attenzione all’attuazione di un simile equilibrio.

c) Per l’opera legislativa, alla quale s’apre un campo immenso, dato che le sistemazioni sociali non si debbono raggiungere a strattoni ed a slanci occasionali, ma coll’opera severa, solida ed impersonale della legge. L’ordine giuridico non acquista solo un compito oggi e domani, un corpo di leggi, ma vede ribadito un concetto che per molto tempo e sotto certi aspetti gli era rimasto lontano, concetto essenzialmente ontologico, ma anche morale, per cui il genere umano viene considerato come una realtà unita e vivente anche in profondità. – Forse se da duemila anni il mondo non fosse stato anche a sua insaputa arato dal dogma della comunione dei Santi, sublimazione soprannaturale della comunità naturale, gli uomini non si sarebbero mai accorti a sufficienza dell’esistenza di questa.

5. – Il massimo debito morale verso il lavoro

Quand’anche si fosse dato al povero il migliore dei salari o degli stipendi, quando lo si fosse pure chiamato con un retto ordine sociale ad assidersi, partecipando agli utili, al banchetto della ricchezza, non si sarebbe affatto abolita la lotta di classe, l’odio tra gli uomini, l’irrequietezza dell’ordine civile. Mancherebbe ancora qualcosa e questo « qualcosa » senza del quale nulla varrebbe al benessere ed alla pace, col quale soltanto l’uno e l’altra si raggiungono, ha pertanto il diritto di essere ritenuto l’elemento massimo. Chi pensa di sistemare il mondo solo satollando stomachi e sensualità, spersonalizzando e rimpastando ricchezze, non conosce affatto gli uomini i quali « non vivono di solo pane ». Il torto massimo del socialismo sta nel suo materialismo, che ad onta degli eufemismi, considerando l’uomo un tubo, quand’anche arrivasse a dargli quello che conclama, gli darebbe soltanto il pane. Mentre l’uomo, spirito, cuore, libertà ed attesa di cose migliori, non vive affatto di solo pane. In questo tragico errore sono caduti troppi sociologi moderni. Là dove è stato fatto il massimo per la soddisfazione materiale dell’operaio, l’operaio non è stato contento. – Tale idea è fondamentale tanto nell’enciclica « Rerum novarum », nella « Quadragesimo anno », nel Messaggio 1942 di Pio XII, quanto nella concezione sociale del Vangelo, per cui anche all’ultimo degli uomini si deve quell’immenso dono morale che è contenuto nientemeno che nella parola « fraternità », fatta di visioni soprannaturali e di amore. Si può dire che fuori dall’influsso del Vangelo e della dottrina della Chiesa c’è sempre stata scarsa o addirittura nulla sensibilità per questo aspetto del problema. – Quali gli elementi di questo patrimonio morale che si deve rivendicare al povero? Qualche cosa già è stata detta parlando dell’ordine sociale che il Papa vorrebbe instaurato ed i cui benefici vengono da Egli presentati come un complemento del salario. Quei benefici stanno tutti in una parola: dare al povero delle possibilità di progresso, aprirgli una speranza ed una ascesa. È bene tener presenti quegli elementi. Ma il patrimonio morale non consta solamente di essi. Il Papa qua e là nel suo Messaggio li enumera.

a) « Uguaglianza intellettuale e differenza funzionale ». È come dire: gerarchia nei doveri, sostanziale identità nei valori. È come riconoscere ad ogni uomo, anche all’ultimo, che non ha nella sua natura nulla di sostanzialmente minore dei più grandi e fortunati tra gli uomini. Questa parte del patrimonio morale la si dà a chi va, col contegno, col rispetto, con l’abitudine individuale e collettiva d’una finezza profonda. È una realtà quando nulla nel gesto, nel calcolo, nella inflessione della voce, nello stile, nel difetto di cortesia rivela che si stima un altro inferiore a sé, solo perché non ha un bel nome, belle abitudini, agiatezza e cultura. Fintantoché il povero sarà messo in grado di temere a porger la sua mano al ricco, il dipendente dovrà tremare innanzi alla maestà del denaro, la persona modesta essere sbalordita e intimidita dall’esibizione del signore, l’uomo del popolo svergognato, sfuggito ed escluso da troppi ambienti; fintantoché la nessuna finezza spirituale, la mancanza di carità e di buon senso, servite magari dal disprezzo, dal sogghigno, dall’alterigia e dalla licenza, incideranno tutte le odiose discriminazioni, sarà negato all’operaio, all’uomo modesto la miglior parte del suo salario morale; egli si sentirà paria, non gli basterà la sua libertà, egli odierà ancora; la lotta di classe arrosserà ancora gli animi e poi la vita pubblica e poi, finalmente, la strada. Solo una educazione cristiana che incida il senso del quanto siano contingenti e secondari il denaro, la fortuna, il prestigio e il potere, del quanto sia comune il bisogno d’amore, di bontà, di compatimenti e di perdono innanzi agli uomini e a Dio, può instaurare la vera uguaglianza nel valore umano senza nulla defraudare alla gerarchia dei doveri e degli uffici sociali. – Il povero domanda soprattutto questo: di essere considerato uomo, persona, al pari degli altri, di averne il rispetto, di goderne il riguardo. È questione essenzialmente spirituale che solo in sede morale e religiosa può essere risolta. L’uomo deve arrivare a non dover aver paura del bene dell’altro uomo, della superiorità funzionale del suo simile. Il vecchio mondo, ipocrita in quasi tutti i suoi programmi, o si converte su questo punto o si condanna a morte. Non basta l’uguaglianza giuridica, è necessaria quella effettiva della coscienza e del costume.

b) « Amore e diritto ». Questo amore parte con un minimo di senso sociale, per cui i più forti non badano solo a sé ed al proprio interesse, ma tengono conto dell’esistenza degli altri, non misurano le cose dal proprio provento, ma anche dal quanto influenzino in bene o in male la felicità pubblica. La parola « amore » ha in questo caso infinite altre traduzioni ed applicazioni di cui si vede il catalogo più completo nella storia dei Santi, veri e puri benefattori dell’umanità. L’amore delle classi migliori ha creato per i più bisognosi tutta l’organizzazione dell’assistenza, della supplenza, del multiforme soccorso. La Chiesa ha tradotto il suo amore al popolo — sola in questo — con falangi di anime che vivono per la carità ed il servizio. Molti ordini religiosi, sono per la questione sociale una risoluzione, una dimostrazione della sua solubilità, un simbolo delle sue capacità. – Il « diritto » che va dato al povero è essenzialmente l’abolizione delle condizioni di privilegio, sia provengano da regimi da cui forza è creare una casta dominante, sia discendano dalla legislazione, sia s’attuino in una esagerata capacità di influenza attribuita al denaro.

c) Garanzia di una « piena responsabilità personale, quanto all’ordine terreno, come quanto all’eterno ». Responsabilità nell’ordine temporale suppone la partecipazione ad esso. Ciò suppone una collaborazione di pensiero, di volontà e di opera aperta a tutti. L’operaio, il piccolo stipendiato devono avere la possibilità di entrare nella vita pubblica come tutti gli altri, nell’ambito, si intende, del loro valore e della loro cultura. Tutto questo non sarà possibile senza la indipendenza economica di cui abbiamo parlato, ma la sola indipendenza economica non darà mai all’operaio la soddisfazione di essere « un uomo ». Necessita dargli quanto occorre perché sia e si senta « persona ». Prima che dalla miseria, deve essere redento dall’avvilimento. – I sistemi filosofici e politici, che uccidendo lo spirito, riducono l’uomo ad essere un « tubo », perpetrano l’assassinio del suo benessere. – Perché io lasci parlare l’uomo debbo prima credere che egli pensi; per credere che pensi debbo prima ammettere che ha un’anima spirituale. Perché io lo lasci agire liberamente devo pensarlo libero, e per stimarlo tale io debbo ancor una volta ricordarmi che egli è spirito. Se io gli prometto la libertà di parola e di azione, ma gli nego lo spirito come fa Marx, io gli prometto l’America e gli strappo il passaporto per andarvi. Tutte quelle libertà si riconoscono sempre nella fase preparatoria, per allettare ed invischiare; si rinnegano sempre quando lo scopo dell’asservimento è raggiunto.

La questione sociale verte sull’uomo completo, non su di un animale.

6. – Dare al lavoratore la fede

Chiediamoci: quando avremo dato al lavoratore il suo giusto salario, quando avremo creato un ordine che gli completi il salario stesso in molte ed opportune provvidenze, quando gli avremo data una posizione morale in cui egli si senta persona, avremo davvero eliminati gli attriti fra le classi, saranno contenti gli operai? C’è da dubitarne profondamente, almeno se ci si mette da un certo punto di vista. Infatti anche a queste favorevoli condizioni il lavoratore dovrebbe contemplare altri, intesi a più nobili e delicati uffici, altri dotati di più agiata condizione, altri più fortunati di lui. Non è possibile livellare tutto al mondo, per la stessa sua varietà e per la varietà delle esigenze, degli umori, dei valori e dei temperamenti. Egli, il lavoratore, sarebbe costretto a rilevare d’essere inferiore. – Supponiamo che questo modesto uomo fosse sicuro del paradiso in terra, supponiamo gli mancasse la certezza di un’altra vita in cui tutto viene pareggiato secondo giustizia e secondo merito, supponiamo egli si senta stretto in tale piccola cerchia, alla quale tutto si deve strappare e nulla rinunciare, dopo della quale più nulla sopravvive, più nulla compensa dell’attuale miseria. Come sarà possibile che questo uomo si rassegni ad essere inferiore? Come potrà egli rinunciare sotto l’istinto insopprimibile d’una felicità completa, a tollerare altri più agiati; come riuscire a respingere la proterva sobillazione d’invidia, la fanatica tentazione dei mezzi più orrendi per sostituire se stesso a chi giudica fortunato? Senza la visione d’una vita e d’una compensazione eterna, come è sopportabile l’esistenza senza il delitto, la rapina, la ferocia? E, quello che è più grave, in tal caso, in tali efferate applicazioni, l’uomo della strada sarebbe perfettamente logico! – Gli illogici sono coloro che gli chiudono il cielo o gli infangano così il volto e gli occhi colla loro erronea cultura e il loro allettamento sensuale, da non fargli più vedere il cielo, pretendendo poi che il povero « uomo » stia a posto. Che c’è di più logico, in un poveraccio, sicuro di non sopravvivere, del volere assolutamente aver tutto, disporre di tutto, dominare su tutto, e vendicarsi della natura da cui trasse tali inumani desideri e sì angusti confini? Un uomo può capire ragionevolmente — il che è peraltro ineluttabile — esser necessario al mondo una diversità di stato, doversi accettare senza quiescenza fatalistica l’umiltà di una condizione colla sua speranza di miglioramento nella volontà e nel lavoro, solo se ha una fede in Dio e nella vita futura. Se non l’ha, accetta il mondo, il suo ordine qualunque sia, per abulia, per debolezza, per fatalismo, per disperazione. Ma allora non c’è più un uomo! L’ordine sociale, che ha per inderogabile substrato la natura e tutte le sue varietà, sì da esser necessariamente multiplo nei diversi elementi (è utopia ogni concetto diverso), non sta insieme senza la fede in Dio, senza l’ordine religioso. – Questa verità domina tutta la triste esperienza dei nostri tempi. Della questione sociale si vuol fare una questione essenzialmente ed assolutamente laica, agnostica per lo meno. Il risultato è che non è mai stata composta, neppure nelle più libere e sfrenate esperienze scientificamente condotte (bolscevismo), perché là è diventata assassinio sistematico dell’uomo intelligente e libero; né sarà mai risolta, finché l’uomo sarà capace di pensare, di peccare, di invidiare e di scegliere tra il meglio e il peggio. La sistemazione dell’operaio va fatta anzitutto sul piano spirituale. È inutile ribellarsi per dispetto a tale obbiettiva verità. Senza religione l’operaio sarà sempre infelice. Senza religione arderà sempre di odio e di invidia. Senza religione non avrà né speranze, né protettori. – Senza religione mai gli basterà lo stipendio, la casa, il club.  Scristianizzarlo è assassinarlo, dopo il lento avvelenamento di tutte le cose che son fresche di sorriso solamente nel sole di Dio. Prima ancora che lo stipendio ed un ordine sociale giusto dobbiamo dare all’operaio la sua religione L’oro e il diamante stesso non brillano, se manca il raggio almeno dell’umile lucerna. Con ciò la questione sociale è collocata al punto giusto.

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (4)

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (2)

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO

GIUSEPPE SIRI

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (2)

2. Edizione EDITRICE A. V. E. ROMA 1943

II. – Personalità

Nel messaggio di Pio XII la personalità è una idea grande, è una realtà concreta, è un punto di riferimento generale per tutte le questioni inerenti all’ordine interno degli stati. La personalità umana (il suo valore, i suoi diritti, la sua qualità di « metro») è l’affermazione potente e lucida del diritto di natura, in nome del quale se ne parla e dalle indicazioni del quale, viene definita.

1. – Quello che il Papa afferma

E’ utile avere innanzi agli occhi un prospetto riassuntivo delle affermazioni del Santo Padre intorno alla personalità. Possono esprimersi in cinque punti.

1) “Origine e scopo essenziale della vita sociale vuol essere la conservazione, lo sviluppo e il perfezionamento della vita umana, aiutandola ad attuare rettamente le norme e i valori della religione e della cultura segnati dal Creatore a ciascun uomo e a tutta l’umanità, sia nel suo insieme, sia nelle sue naturali ramificazioni ” .

2) La pace è subordinata al “ridonare alla persona umana la dignità concessale da Dio fin dal principio”.

3) Ci si deve opporre “all’eccessivo aggruppamento degli uomini “ed al considerarli “masse senz’anima”; proprio per questo è necessario che gli uomini-persone abbiano una “consistenza economica, sociale, politica, intellettuale e morale”, nonché “una, responsabilità personale, così quanto all’ordine terreno, come quanto all’eterno”.

4) L’operaio non deve venir “condannato ad una dipendenza e servitù economica inconciliabile con i suoi diritti di persona”; inoltre le forme sociali debbono essere tali da garantire una libertà personale.

5) Si deve sostenere “il rispetto e la pratica-attuazione dei seguenti fondamentali diritti della persona: diritto a mantenere e sviluppare la vita corporale, intellettuale e morale e particolarmente il diritto ad una formazione ed educazione religiosa; il diritto al culto di Dio privato e pubblico, compresa l’azione caritativa religiosa; il diritto in massima al matrimonio e al conseguimento del suo scopo; il diritto alla società coniugale e domestica; il diritto di lavorare come mezzo indispensabile al mantenimento della vita familiare; il diritto alla libera scelta dello stato, quindi anche dello stato sacerdotale e religioso; il diritto ad un uso dei beni materiali, cosciente dei suoi doveri e delle limitazioni sociali”. È chiaro: la persona umana è il principio, il criterio, la misura, il soggetto ed il punto di riferimento di tutte le questioni umane; è il centro da cui tutto parte, in cui tutto si colora, cui tutto confluisce; il suo rispetto è la base di una costruzione umana e non mostruosa. – Tale rispetto ha per oggetto immediato una serie di diritti, i quali scaturiscono solo se si riconosce la « persona », muoiono se quella divien chimera; diritti che l’aspirazione umana ha sempre profondamente, totalmente invocati come assolute condizioni di vita, sì da apparire una morte la loro brutale negazione. – La « centralità » della persona umana è una delle più gravi affermazioni del Messaggio. Ad intenderla è necessario portare l’attenzione su diversi concetti.

2 . – Che è la “persona ,,

Anzitutto una questione di competenza. Chi ha il diritto di dare la definizione di persona? Rispondiamo senza esitazione: il buon senso umano. Lo può e ne ha gli elementi. Il concetto di persona infatti è astratto allorché lo si presenta in quella forma teorica che, sola, plasmandosi in modo intellettuale, può entrar nei libri. Ma la « persona » in concreto c’è; è vivente, è esaminabile; essa è semplicemente l’uomo individuo. Sicché, purché non abbia pregiudizi artificiali sia deformatori (il « sistema » accanito), o inibitori (l’agnosticismo kantiano), il buon senso può guardare, indagare e trarre serenamente la sua conclusione, che è un concetto nitido e completo. Era necessario dir questo per giudicare delle diverse definizioni di « persona », più che discutibili, proferite da esponenti della filosofia moderna (Spinoza, Wolf, Hume, Kant) ai quali fece velo il sistema o il dubbio. La filosofia, spesso poggiata sulle nuvole, poté oscillare e dir cose strane e contradditorie; il diritto invece, più severamente ancorato ai fatti ed alla realtà dalla sua stessa funzione e dalla acuta opera distintiva della competizione forense, fu più serio e stabile e diede in genere in una forma concreta il concetto che della persona diede sempre il buon senso umano. Il quale, non c’è dubbio, ha più diritto di esser ascoltato che non i dubbiosi per paura, gli strani per costituzione e frenetici del sistema.

… il concetto filosofico

Ora il buon senso, espresso dalla tradizione scolastica, ha definito e sente la persona essere così: l’individuo razionale (uomo, angelo, ecc.) che sussiste nella sua naturale costituzione in modo autonomo (distintamente). Razionalità ed autonomia sono dunque le caratteristiche costitutive della «persona». Razionalità implica un principio spirituale ed intelligente e trae nel concetto di persona tutto il mondo psicologico. Autonomia è la distinzione, l’essere in sé ed a sé (salva la dipendenza da Dio), qualcosa di completo e di sufficiente, non parte d’altra cosa, non mezzo o strumento per natura di nessuno, salvo Dio; con natura, legge fondamentale, diritti e doveri basilari, finalità, definiti indipendentemente dall’essere o dall’agire di qualsivoglia altra creatura. – Autonomia nella razionalità significa intelletto e volontà autodeterminantisi, ossia significa la libertà, che è senza dubbio il fastigio della persona. La somma di queste note sono come un tratteggio che tutto all’intorno mette in rilievo emergente una stupenda e rispettabile grandezza. Nell’orbita della persona si agita un mondo, che sovrasta potentemente il mondo materiale inquadrato nella rigida disciplina delle leggi fisiche. – Fin qui l’idea filosofica o, se piace la parola, ontologica della persona. Qualcuno troverà tutto questo discorso abbastanza teorico: non ha poi torto, ma dovrà convenire che era pur necessario alla chiarezza dei fondamenti. Desidera con maggior diritto un tratteggio più umano della « persona », che sarà bene egli contempli in un uomo ben definito e concreto. Quest’uomo può esistere — coll’aiuto di Dio — anche se nessuna altra cosa esistesse: perché egli sia, sia uomo e non un’altra cosa, sia questo uomo, presupposta la causa originativa e il concorso divino, nessun’altra cosa occorre. Se, sostenuto da quel concorso, egli rimanesse mentre il rimanente svanisse, sussisterebbe pienamente la sua natura, la sua legge, la sua finalità. Se tutto il mondo fosse connesso contro di lui per strappargli un « sì » o un « no », egli rimane perfettamente libero di concedere o negare dispoticamente l’uno e l’altro. Forse è per questo che i Martiri sono la più pura e coraggiosa espressione della personalità. Ecco che cosa è l’autonomia. Queste considerazioni erano necessarie per vedere quale mondo, quale roccaforte, quale riserva, quale riflesso divino, quale principato tra le cose terrene, quale cosa rispettabile sia questa persona-uomo, base e metro, principio e fine d’ogni costituzione sociale e politica, la quale dinnanzi ad una simile dignità sente d’esser fatta essenzialmente per servire.

L’importanza

1) Anzitutto i diversi valori si dispongono in un ordine piramidale di cui la « persona » sta evidentemente al vertice. Il suo concetto stesso lo prova.

2) Tutto attinge valore e significato dalla persona e nella persona. Il diritto non è altro che la sua autonomia che si traduce in capacità di avocare a sé e respingere da sé. La legge è espressione di persone, perché la sua formulazione intellettuale e la sua imposizione volitiva non le viene da qualche ente astratto od anche giuridico,, ma dall’esercizio di facoltà in persone singole. – Le idee, le ideologie ed anche le false mistiche non discendono dalle nubi come cavalli platonici bianchi o rossi o verdi, ma si formulano nel cervello di singole persone. Perché diritti, leggi ed idee valgano e si attuino hanno bisogno del loro terreno; e questo è ancora la persona. Lo Stato può essere concepito come si vuole con idee giuste e false, ma fruisce sempre col coincidere con una o più persone, coi loro difetti assai spesso, raramente colle loro personali virtù. – Il soggetto della legge, del contratto, delle istituzioni, quindi della costruzione sociale e politica è sempre l’uomo-persona. Gli umori soddisfatti e quelli insoddisfatti sono nelle « persone »; proprio quelle benevolenze e malevolenze, decidono d’un fatto concreto che si chiama « opinione pubblica » e, a lungo andare, pace  o rivolta. È impossibile che questo mare non si muova, non mugghi, non roda la terraferma o non vi getti la ghiaia e i relitti; possiamo ignorarlo, ma è esso che col suo moto perenne decide dei limiti dei continenti. Che ci costringe moralmente a rispettare la persona è la sua autonomia, dono di Dio; che la vendica costantemente contro il sopruso è la sua razionalità feconda ed immortale, che pensa, ricerca, soffre, vuole e decide. La conclusione è limpida: tutto si misura e si colora nell’uomo-persona.

Questo non è l’individualismo

Rispetto alla persona ed individualismo, non solo non sono la stessa cosa, ma sono antagonisti. Individualismo è pensare egoisticamente a sé senza il limite di una legge che impone doveri sociali. Rispettare la persona è rispettare la sua natura, che ha una legge prescrivente finalità e doveri sociali. – L’individualismo ignora e contraffà quel complesso di diritti, di riflessi, di fecondità che invece irradia dalla persona. L’individualismo sostituisce il fatto al diritto; il culto della persona, sorgente del diritto, restituisce il diritto prevalente nella forza. La persona è una ricchezza — dobbiamo forse ancora dirlo? —, l’individualismo è una dichiarata miseria accentratrice. Rispettare la persona significa amare qualcosa da parte di tutti; aver dell’individualismo significa rispettar nessuno. La persona — e lo vedremo — si sviluppa in società, l’individualismo si contrae in solitudine inumana e violenta. Non confondiamo dunque dei termini per farne mascelle di asino. Si vedrà subito come il concetto di persona sviluppa una morale di rapporti; si è sempre visto come l’individualismo si è beffato nonché della morale, persino dei rapporti coi propri simili.

3. – Caratteristiche della personalità

D’accorato appello del Pontefice è per una valutazione giusta o rivalutazione adeguata della persona umana. Sia l’uno che l’altro intento è raggiunto puntando sulle doti concrete elargite da Dio alla persona, nonché sulle conseguenze di questa. Tutto ciò in due sensi: occorre rispettare negli altri ed occorre rispettare in sé. Perché rispettare anzitutto in sé? Ecco: c’è un divario tra persona nel senso fisico (quello descritto sopra) e persona nel senso morale. Da prima è una realtà in parte potenziale, che solo la volontà, l’educazione e la virtù sviluppano; la seconda è lo sviluppo e la perfezione raggiunta attraverso un cosciente lavoro su se stessi. Difatti tutti gli uomini sono « persone », non tutti hanno una « personalità », sono se stessi; ciò è perché quello sviluppo non ha trasformato la capacità in realtà, qualcosa è rimasto invece latente, trascurato, sprecato. Sarebbe un controsenso invitare tutti, uomini e istituzioni, Stato compreso, a rispettare la personalità, mentre nessuno la rispetta e la completa in se stesso. Sarebbe una commedia. Abbiamo già visto che le doti fondamentali della persona sono: razionalità ed autonomia.

L’uso della propria testa

Poiché la prima dote della persona è la razionalità, è necessario usarla e lasciarla usare. Senza di che non c’è rispetto alla persona. Questo uso è una dote, un impegno, un prestigio. Bisogna dunque usare della propria testa. Non è lecito affittare puramente e semplicemente quella degli altri, del giornale, dell’ambiente, del club, dell’opinione in corso, della moda. Chi affitta, non è « persona ». Usare della testa, non affittare, è ponderare, esaminare, indagare ed esercitare, soprattutto, nel vaglio delle cose che si ammettono, il senso critico. Chi beve tutto, chi accetta tutto dietro raccomandazione del sentimento suo eccitato, dell’entusiasmo brillo, dell’impressione, senza cercare una ragione sufficiente, senza la pazienza obbiettiva di convincersi sul sodo, non è persona. L’uso della propria testa non è universale. Vi sono dei limiti ragionevoli. Eccoli: non so tutto ed in quello che so devo dipendere da chi sa; non so bene e devo rifarmi in chi sa meglio; ho difetti di logica, di scienza, di visione e devo completarmi coll’umiltà che s’appoggia all’esperienza, al consiglio, alla luce, alla giusta autorità degli altri. Così sarò prudente, discreto e saggio. Ma tutto questo mi lascia un margine in cui io agisco, mi lascia un ufficio in cui io ragiono, sia pur conscio del mio poco valore, su quello che mi vien da altri: rispettando questo, salvo la prudenza e la saggezza, ma esercitando il mio lume intellettuale salvo la mia persona. L’umiltà e la coscienza di sé ugualmente la salvano. Bisogna lasciare che gli altri usino della propria testa. Il pensiero, la scienza, l’esercizio della sana critica onesta, non si standardizzano. Gli uomini non si possono trattare come bambini ai quali si suggerisce cento volte al giorno « dì buon giorno, dì grazie ». Una delle cose più tristi della nostra età — almeno in taluni casi — sono i ministeri della propaganda, che dovrebbero informare il pubblico sulla verità, ed invece insufflano, orchestrano la menzogna sistematicamente, come se si fosse un branco di scemi. Quando al sistema limpido spontaneo della natura, figlia a Dio, e del suo diritto si sostituiscono i sistemi architettati in sostituzione, rossi o verdi che siano, è purtroppo necessario fare così. Tanto è vero che sono innaturali. Ma il lodevole proposito di lasciar agli altri usare della propria testa deve essere illuminato da alcune inflessioni, le quali impediscono visioni strabiche e conclusioni ingenue, 1) La verità è una, l’errore è il primo danno della società: la difesa di quella, la remora a questo sono un supremo interesse comune. Ciò non è un limite alla « testa », ma una doverosa ed insieme caritatevole correzione di certi usi ed abusi. 2) L’ignoranza è grande, le idee storte innumerevoli: ciò invoca ad un certo punto l’aiuto, il coraggioso aiuto, l’opera educativa, l’orientamento saggio, l’organizzazione del servizio alla verità. Non oppressione, ma aiuto e qualche volta difesa cogli onesti mezzi legali. Rispetto dunque, non oblio della verità sulle tare del peccato di origine tra gli uomini.

L’uso della propria coscienza

L’intelligenza in quanto giudica della moralità delle proprie azioni in concreto diviene « coscienza ». In quanto è giudizio, direttiva, orientamento nell’iniziativa, la coscienza è insieme espressione tanto della razionalità che della autonomia. Sicché non si rispetta la persona che a prezzo di rispettare la coscienza, il suo esercizio, il suo dettame. Un uomo è persona tanto quanto agisce nella pienezza della coscienza propria senza affittare la coscienza del primo arrivato, dell’ambiente. Poiché coscienza è intelligenza, occorre aver presenti a suo proposito tutte le considerazioni prudenziali fatte or ora sull’uso della « testa ». – Testa e coscienza sono penetrali nei quali nessuno, neppure lo Stato, può direttamente entrare. Anche i più grandi persecutori della personalità umana dovranno pur sempre fare i conti con questo insuperabile limite della loro invadenza.

L’iniziativa

La autonomia della persona è una dote che eleva la natura in cui quella vive, è anzi immanente nella natura, si identifica con essa; sicché è vero che l’autonomia, tanto si estende e tanto vale quanto si estende e vale la natura. La quale è essenzialmente operativa e dinamica. Operazione ed autonomia danno: iniziativa. Ecco una dote della personalità. Rispettarla significa dunque riconoscerle un margine congruo di libera iniziativa in tutti i settori. Questo principio di diritto naturale deve esser tenuto in conto da tutti i politici ed economisti, i quali faranno bene a non lasciarsi cogliere da nevralgie troppo ossesse o da visioni collettive ed astratte. Poiché in fin dei conti non è l’uomo per l’economia, ma l’economia per l’uomo. – C’è di più. L’iniziativa, che, come s’è visto deriva dalla natura umana attiva e dalla sua autonomia, appunto perché segue la natura che è anche sociale, entra in questo campo. L’iniziativa sociale è l’associazione: ecco il diritto naturale di associazione, che sarà contenuto, controllato e limitato dall’autorità, ma che non può venire indebitamente ristretto e tanto meno soppresso. Tutto ciò significa ricordarsi — proprio contro l’individualismo — che la persona-uomo si deve vedere nell’ambito e nel complesso sociale. – L’iniziativava tenuta nel debito conto dall’uomo in se stesso. Quando ascolta i consigli della sua natura debole, gli è facile spogliarsi dell’iniziativa per stendersi sempre sul canovaccio combinato da altri, dire e fare quello che fanno gli altri, accodarsi, supinamente imitare, mettersi nella corrente, farsi portare e non reagire mai. Con ciò egli diventa una stampigliatura banale, con ciò si spiegano le fisionomie impresse dall’ambiente, i caratteri vuoti, piatti, nulli. L’iniziativa è legata alla forza di volontà. È facile accorgersi che cosa questa conferisca alla personalità morale. Gli uomini « stampigliati » non rappresentano una negazione della libertà umana, che forza di volontà e libertà sono elementi ben diversi e può mancare perfettamente il primo, mentre il secondo l’esercita solo a liberamente scegliere sempre il più comodo, il più facile, il meno dispendioso.

La fisionomia personale

È segnata non tanto dai lineamenti esterni, quanto dal temperamento e dalle doti specifiche intellettuali, volitive, di sentimento, di gusto, di moralità, di religione. Quando ha una impalcatura volitiva di costanza e di coerenza nella luce di convinzioni profonde diviene carattere inconfondibile. Il complesso fisionomico reca una inesauribile varietà fra gli uomini. La varietà reclama il libero sviluppo, la libera scelta delle carriere, mette in guardia contro il pericolo della troppa standardizzazione, dell’eccessiva organizzazione, dell’esoso assorbimento da parte della comunità. – Le doti postulano la loro cultura, il perfezionamento e lo sfruttamento. Ciò non è impegno solamente del singolo. Il rispetto concreto della persona esige che per parte della società, le condizioni di vita si facciano sempre più tali da permettere studio, sviluppo, cultura, ascesa a chi ne ha il taglio, anche indipendentemente dalla sua posizione economica e sociale. Le scuole dovrebbero essere così umane e generose nell’accogliere tutti, anche i non abbienti, così inflessibilmente severe nel vaglio, da concorrere e discriminare finalmente nella società una vera gerarchia di valori. Questa solo è capace di correggere il difetto dell’altra gerarchia, quella della eredità di fortuna. Osserviamo finalmente che ogni dote costituisce una legge divina particolare, in quanto, conferita dal Creatore, crea il dovere di raggiungere il più perfetto sviluppo. Non è mai un talento a discrezione, è un talento da restituirsi a Dio col massimo di interesse. È per questo che il senso naturale e cristiano vorrà il medico, il giurista, ecc., all’apice della perfezione non solo morale ma scientifica, tecnica, artistica. L’uomo deve correre tante vie quante sono le sue possibilità. Solo così è completo.

Il diritto di proprietà

Il diritto di proprietà è una immediata conseguenza della « persona ». È  importantissimo vedere questa connessione inevitabile e necessaria perché essa indica donde si possa dire in piena coscienza essere il diritto di proprietà un diritto di natura, indiscutibile, inalienabile quanto la natura. – Infatti. Poiché, come si è detto autonomia e natura nella persona sono la stessa cosa, tanto si estende il raggio della prima quanto si estende il raggio della seconda. Ora la natura dell’uomo stabilisce rapporti necessari con le cose di cui l’uomo ha bisogno, non solo per la sua vita fisica, ma per l’indefinita capacità di operazione delle sue facoltà spirituali, le quali non si attuano senza elementi sensibili. A causa di tali rapporti alcune cose sempre, molte altre indefinitamente a seconda che le circostanze determinano, vengono ad essere legate e vincolate alla persona. L’autonomia, che segue la natura, si estende allora anche a queste « cose », che, per i rapporti, rientrano in qualche modo nella personalità. Rientrare tali « cose » nell’autonomia della persona significa che rimangono « avocate » ad essa con esclusione (distinzione) degli altri. Il che, non escludendo il fine sociale delle « cose avocate » come non cessa d’essere sociale la persona, è precisamente il diritto di proprietà. – Esso è tanto vero e naturale quanto sono veri e naturali i rapporti necessari tra cose e persona, quanto è vero che tali rapporti fluiscono dalla natura, quanto è vero che l’autonomia si estende là ove s’estende la natura.

Gli elementi nei quali si vede il diritto di proprietà fluire dall’autonomia della persona, quindi dalla natura e da Dio autore della natura, sono troppo evidenti. L’uomo senza « cose » e tante « cose » quante ne può investire la sua capacità operativa (che è indefinita — di qui la indefinita, per sé, aumentabilità del patrimonio) non avrebbe affatto la dignità già descritta della persona, ma sarebbe un prigioniero. – Rimarrebbe un sovrano spodestato. Homo sine pecunia imago mortis. Ed è inutile stare a blaterare ilcontrario con filosofemi, che si accettano solo quandonon si capiscono.Qui non facciamo questioni di parole o di definizioni e neppure di interpretazione sul pensiero dell’uno o dell’altro grande scrittore. Ci interessano le questioni,non il loro lusso; e le questioni si risolvono con gli elementi obbiettivi. I quali affermano essere il diritto di proprietà un diritto di natura. Il modo col quale sempre la teologia cattolica l’ha definito, rivendicato, tutelato in morale, come quello che non ammette eccezioni se non per opera di un altro diritto parimenti divino; il modo con cui fu affermato nelle Encicliche papali; il modo con cui — anche a prescindere dalla qualifica terminologica— fu sempre trattato e preso a criterio della tradizione filosofica e giuridica cattolica, non può lasciare dubbio alcuno ragionevole su tale ben ferma conclusione. La quale, logicamente parlando, crediamo appartenere alla dottrina cattolica.Ciò posto vediamo le conseguenze straordinariamente gravi dell’esser la proprietà un diritto di natura,talmente connesso col concetto e la realtà stessa di persona.

Conseguenze del diritto di proprietà

1) Non si salva la personalità se non si salva la proprietà. Questo, non solo perché la seconda è corollario della prima, come s’è visto; ma ancora perché l’uomo spirito è talmente legato e dipendente dall’uomo-materia, che la sua stessa autonomia spirituale non sussiste integra se non s’estende a cose sensibili. – La difesa della proprietà ha una posta ben più alta che non alcune piccole o grandi cose materiali.

2) Il diritto di proprietà è intangibile: può nei casi particolari e contingenti venire limitato solamente dalla forza di un altro diritto di natura (p. e. la necessità sociale).

3) Qualunque sogno di ricostruzione sociale che si fondi su uno strazio della proprietà privata, contiene un elemento innaturale che è destinato a creare un ineluttabile disagio, grave di tragiche conseguenze, anche se può a prima vista presentare qualche successo brillante.

4) Le eventuali limitazioni della proprietà mediante l’assorbimento di essa e dell’iniziativa privata da parte della collettività, quando instasse per questo un pari diritto naturale, va considerata come eccezione e non come sistema ordinario. Quand’anche talune eccezioni dovessero durare per un periodo storico, non acquisterebbero mai il carattere di cose ordinarie. La ragione sta in questo. Che la limitazione della proprietà può avvenire — come vedremo — solo in nome del bene comune, il quale non la reclama per sé, ma per ragioni accidentali; mentre la proprietà è in se stessa postulata dalla natura. Non si confondano limitazioni della proprietà e limitazioni opposte alle sorgenti della ricchezza. Queste seconde per sé non limitano la proprietà, ma piuttosto il diritto di iniziativa: Il bene comune potrà in via contingente postularle, ma, dato il loro carattere di « limitazione di un diritto naturale » non dovranno mai essere né arbitrarle, né ingiustificate, né intese come sistemazione ordinaria.

5) Non è opportuno stabilire delle quote di proprietà, sicché nessuno per esempio possa possedere capitale superiore alla rendita di 50.000 lire. A parte le considerazioni umoristiche di carattere tecnico che si potrebbero fare, basta aver presente che l’autonomia della persona può stabilire rapporti indefiniti (vedi sopra) con le cose, sicché non mette per sé limiti al patrimonio. I limiti — ripetiamo — verranno contingentemente, tanto quanto lo postulerà in modo assoluto il bene comune.

6) Se il diritto di proprietà è postulato dalla natura è logico si tenda a procurare al massimo una proprietà anche modesta a tutti gli uomini. I quali tutti intendono in sé la voce della natura. Ed è bene ricordare che questa è la migliore difesa contro i forsennati rivolgimenti sociali. Un uomo ragionevole non odierà mai l’ordine che a lui pure ha assicurato un posto al sole.

7) L’eredità non è che la necessaria conseguenza dell’esercizio di proprietà. Quanto dote di questa è la donazione tra i vivi, altrettanto lo è la disposizione in caso di morte. Ossia: il diritto di testare colla conseguenza logica di ereditare, coincide talmente col diritto di proprietà che quanto è naturale questa, lo è quello. Non può essere quindi toccato più di quanto è intoccabile il diritto di proprietà. Tutto è troppo collegato. Ciò vale dell’eredità per testamento: parrebbe non valere per l’eredità ab intestato (senza testamento). Ma questa beneficia per lo meno della analogia con quella, inoltre è legata al concetto naturale di unità e continuità fisica, morale, ideale e personale delle famiglie. È verissimo che il diritto d’eredità mette al mondo una quantità di molto privilegiati, di orgogliosi inutili, di insulsi fannulloni, di viziosi parassiti, ma non per suo difetto bensì per il cumulo di difetti con cui gli uomini guastano e non moderano le buone istituzioni. – Tutto ciò potrà suggerire molti ed opportuni provvedimenti, legittimati da vere esigenze assolute del  bene comune, ma non potrà giustificare la negazione draconiana di un istituto di natura, proprio quello che più di tutti garantisce alla società uomini che non debbano sempre cominciare daccapo. Le esplosioni, generose e precipitose possono far dir cose che la serena razionalità non approva.

8) Finalmente la proprietà è la sola che può garantire alla persona (di cui è conseguenza) la indipendenza effettiva ossia l’autonomia pratica. Non è dignitoso per l’uomo che debba tutto ricevere da altri, sia pure dallo Stato e sia pure per legge motivata dalla volontà del legislatore, ma non dal diritto della persona. Egli deve poter bastare a se stesso, disponendo di se stesso. Senza una proprietà è chimerica l’autonomia; è, almeno parzialmente, uccisa la personalità. Ogni uomo deve tendere e vi tende di fatto quando ha coscienza di sé, a non aver bisogno dell’orfanotrofio, dell’ospedale, della colletta caritativa, del qualunque ente assistenziale sia pure la maternità e infanzia. Tenderà a percepire i frutti delle istituzioni assicurative, ma di quelle sa trattarsi di roba sua che gli viene restituita. L’uomo d’onore — e non è superbia — nulla teme quanto il dover stendere la mano e chiedere l’elemosina. Abolite il diritto di proprietà e, se non proprio tutto, molto diventa elemosina. – È indegno pensare ad un mondo di mendicanti. Insisto su questo, poiché se fosse abolita la proprietà privata, anche avendosi il dovere da parte di enti di dare determinate contribuzioni, queste non essendo debite in nome di un diritto assoluto, rimarrebbero sempre, anche ad onta del titolo di lavoro, delle palliate elemosine. – Tutte queste conseguenze del diritto di proprietà, non fanno che ricordare un principio: l’uomo persona è talmente subordinato al suo corpo, quindi ai beni sensibili, che senza di essi rimane frustrata di fatto l’autonomia della sua stessa persona. Ora al mondo non ci sono, interessanti per noi, che degli uomini, delle persone. Il rimanente non è che riflesso, derivazione, ombra di quelle. Che è mai che dobbiamo preferire, l’uomo o la sua ombra? Le grandi parole non danno corpo alle ombre. – Ecco il pensiero del Santo Padre: « La dignità della persona umana esige dunque normalmente come fondamento naturale per vivere il diritto all’uso dei beni della terra a cui risponde l’obbligo fondamentale di accordare una proprietà privata possibilmente a tutti ».

4. – I nemici della personalità

Elenchiamo qui i principali.

1) Il peccato. La legge di Dio rappresenta la più sapiente conservazione dell’armonia interna ed esterna dell’uomo. L’ha fatta Colui che ha creato l’uomo e sa bene commensurare tra loro le cose. La legge è la disposizione migliore alla conservazione ed al raggiungimento perfetto del fine. La legge divina è lo scettro trasferito dal dispotismo dei sensi e dei miraggi irrazionali alla persona. Nessuno serve come quando pecca: nessuno si deforma come allora. La legge di Dio è dunque la grande tutela della personalità; il peccato che la viola è il primo nemico della persona del suo ordine, del suo perfezionamento, del suo valore sociale.

2) L’eccessiva imitazione. L’autonomia personale porta — chi non lo vede? — ad essere « se stessi ». Non dunque una stampigliatura, una brutta copia, una pura imitazione. Persona ed eccessiva imitazione idiota, si oppongono tra loro come il giorno e la notte. Parliamo di eccessiva imitazione: accogliere il buon esempio, saper cumulare, servirsi dell’utile confronto cogli altri, tener l’occhio ai modelli, ai pionieri, ai coraggiosi, ai Santi è altra cosa: quella è necessaria imitazione. La mancanza di coscienza della libertà degli altri — e molte convenienze sociali presso di noi ne peccano — finisce col moltiplicare la forza del rispetto umano spingendo ad imitare in tutto supinamente e spesso bestialmente. Il mondo della moda e delle mode, gli ambienti fatti di sciocchi garruli, di facili irrisori, di annoiati esibizionisti, sono eccellenti per trasformare gli uomini e le donne in macchine di imitazione. Il cosiddetto mondo brillante ne è un’officina e ben pochi se ne salvano. – Dal punto di vista strettamente sociale si osservi che tutte le forme troppo spettacolari e la tirannia di certa propaganda orchestrano proprio la supina imitazione.

3) L’eccessivo ordine. L’ordine è buono e necessario, ma per gli uomini che sono essenzialmente liberi e dotati di una inestinguibile iniziativa intellettuale, non può andare al di là d’un certo limite. Che là diventa geometria, formula, meccanica, automatismo insensato, bagno di incoscienza, ossia morte della personalità. Quando s’ammira una parata in cui tutti sono vestiti allo stesso modo, camminano allo stesso modo, si scaldano allo stesso modo in movimenti complessi ma armonizzati, tutto è a base di segnalazioni elettriche, di scatti automatici, con maestri d’orchestra e folla di cerimonieri, si può anche rimanere entusiasti e per qualche istante sognare un mondo in cui tutto cammini come in quella parata. Ma la vita è un’altra cosa ed ognuno esperimenta che se la parata serve agli occhi, il qualunque umile momento della vita stessa postula di poter fare quanto pare e piace sia pure in un onesto margine. La scelta non è dubbia: al refettorio ognuno preferisce la propria sala da pranzo, al dormitorio la propria camera da letto, al campanello il canto del gallo o altro di libera elezione, all’uniforme il proprio vestito. Abitualmente, s’intende! Nessuno ama salutare sempre al segnale d’attacco, marciare in formazione e chiedere come in collegio a qualcuno il permesso di far quello che occorre. Troppe gerarchie, troppi uffici, troppe burocrazie, troppi permessi, troppi ordini fanno un mondo da operetta, in cui si sta bene per qualche ora, dopo di che tutti sbuffano e non ne possono più. L’errore sta nel volere utopisticamente universalizzare quello che è eccellente per un varietà, per l’ora della siesta, per il giorno di vacanza, per la cerimonia delle particolari occasioni, per la fiera dei baracconi. Gli ingenui che commettono quell’errore e sognano ordine su ordine, organizzazione su organizzazione, cataplasmo su cataplasmo, cerotto su cerotto applicato al povero mondo certamente matto ed artritico, sono in numero non disprezzabile. Ma il troppo ordine uccide l’uomo che è libero. Poco dopo muoiono anche i sistemi immortali.

4) L’eccessivo limite. Il « limite » cui alludiamo è quello della legge, e del precetto. Troppo dell’una e dell’altro sono invasione indebita nel campo lasciato alla libera elezione umana, riducono l’autonomia, la persona. Il voler regolare proprio tutto e in tutti i particolari è mania pericolosa, è ossessione frenetica, è solletico di reazioni violente. – La sapienza del legislatore è quella di legiferare il meno possibile, ossia non oltre quello che è veramente richiesto dal bene comune; l’arte di comandare è anche quella di servirsi il meno possibile dell’autorità. Questo non è liberalismo, è solo misura; neppure è debolezza, è solo discrezione. La discrezione nel regime degli uomini è la prima forza, dato che la legge non entra in loro a spintoni e bastonate ma solo per un fatto intellettivo e volitivo, per un fatto di convinzione morale.

5) La superficialità. Con essa non si raggiunge mai il secondo piano delle cose, quello più vero. La caratteristica della persona — l’abbiamo pur visto — è la razionalità. Ufficio dell’intelligenza è entrare nella realtà: « intus legere ». Non rimane dunque quello che deve essere, se non scende in profondità. La superficialità, col decoro dell’intelligenza, toglie il decoro alla persona. La superficialità dei singoli diventa superficialità degli ambienti, dell’opinione pubblica: è una piaga sociale, è l’abdicazione collettiva dei diritti della persona. Allora hanno buon gioco gli avventurieri, i mestatori che fanno poi in sé collezione dei diritti altrui.

6) La banalità. È la consuetudine colle cose volgari, colla maleducazione. Permea lo spirito, il criterio, il modo di parlare. Vi si giunge comodamente per la via della trasandata povertà, per il costume della miseria, per il connaturato senso del bisogno e dell’inferiorità. Insomma avvicina al materiale in tutti i sensi: è parziale morte dello spirito, della sua elevatezza, finezza e dignità. Collo spirito muore la persona. Questa turba che cammina tra un lazzo e l’altro, tra una ostentazione impudica ed un appetito carnale, tra il consueto gesto appropriatore d’egoismo felino ed il viso stemperato e sciolto, forma una visione funebre. Tutta questa gente che, così, chiusa e ristretta nella vita dozzinale più dozzinale ancora pei rivoltanti confronti, non ha più bisogno di bastare a se stessa, ma ha imparato ad essere popolo d’un immenso orfanotrofio (è la gloria dei regimi materialistici qualunque nome portino) e attende sempre da qualcuno la sua misera pappa, e il suo divertimento, il mezzo per dimenticare e non pensare, che mette al mondo figli per avere un sussidio, fa una profonda pietà. È la pietà che si prova ai funerali allorché è morto un padre e rimangono dei figli di nessuno. Ai tempi antichi la politica del « panem et circenses » fece questa folla banale, ai nostri… molti hanno la tentazione di ricominciare.

5 . La drammatica scelta: o persona o cose

Le considerazioni condotte fin qui fanno intendere quanta ragione vi sia nella affermazione del Papa, per cui la persona ed il suo rispetto si trovano al centro delle questioni umane.

I termini della scelta

Tutto ha concorso a delimitare nei contorni l’assoluto e sovrano risalto della persona. In opposizione si fa rimarcare quello che è non persona, le cose, concrete ed astratte, individue e collettive, sostanze ed accidenti, azioni e passioni. Tra queste cose stanno il progresso, l’organizzazione, la macchina, la tecnica, la produzione, il consumo, il commercio, l’industria, e, meglio, l’industrializzazione di un paese. « Cose » tutte che costituiscono un miraggio particolare, elettrizzano, fanatizzano. Ora la persona da una parte, queste « cose » dall’altra, sono i grandi termini della scelta. Il mondo avvenire è chiamato ad eleggere: qui sta la sua più grande crisi, la sua più veemente tentazione, il più fatale pericolo.

Quale dei due termini?

Ma è così grave la scelta? Perché è grave? Forse che la scelta dell’un termine rappresenta la morte dell’altro? Persona e cose sono certamente entrambe necessarie alla vita del mondo. È vero: un termine non esclude l’altro di per sé, anzi il secondo è per il primo. È l’esagerazione mostruosa dell’uno che può uccidere l’altro; è in ragione di questa elefantiasi che la scelta si fa greve ed il pericolo fatale nel suo errore. – Supponiamo tra le « cose » si adori il progresso, l’ideale di una organizzazione industriale super-potente in ordine alle trasformazioni stesse dell’economia e in ordine ad una supremazia, o almeno ad una contesa politica. Supponiamo che a questo ideale cui taluno potrebbe ritenere legato l’età dell’oro, la gloria della patria, la conquista di una egemonia mondiale, si intenda — e a tal punto è logico — sacrificare tutto. Ecco allora i sistemi bestiali per il rendimento dell’uomo, ecco il calcolo delle masse come numeri, ecco l’automatismo, ecco l’oblio della ragion morale, dei diritti della cultura e della umanità, ecco ove occorra il mondo fatto caserma, ecco la ragion suprema d’un progresso senza volto e senza nome travolgere tutto. Che rimane dell’uomo-persona? Nulla. È un mostruoso pleroma in cui tutto si inabissa. A questo punto è chiaro che il secondo termine uccide il primo.

Che significhi uccidere il primo termine

Sacrificare la persona umana è capovolgere il mondo. No, non è l’uomo fatto per le cose, ma le cose sono fatte per l’uomo. Non è l’uomo per l’industria, per la grande industria, per l’esaltazione fanatica del potere politico che uno Stato acquista col dominio della grande industria, ma sono, al contrario, l’industria e lo stato stesso per l’uomo. Non è l’uomo pei fatti superficialmente splendidi come sono i primati, ma sono i primati per l’uomo. Dio ha fatto le cose del mondo per l’uomo, la saggezza umana non può spingere le cose in senso inverso, che a prezzo di diventare pazzia rovinosa. Che sarebbe un mondo pieno di officine superbe ove le macchine imperassero col volto di ferro e l’espressione senza pensiero e senza amore, ma gli uomini fossero ridotti all’alveare, al formicaio, all’arena del mare senza libertà, senza valore, senza cielo e senza terra? Che sarebbe se le grandi ragioni di questo progresso divorassero i figli alle madri e la maternità fosse la fabbrica a sua volta dei figli per le macchine, e queste ancora chiedessero il sangue, la guerra per esplodere verso la produzione o per spazzare a questa qualche barriera? È forse giunto il momento in cui l’uomo deve capitolare innanzi alle « cose » di suo dominio? Non sarebbe forse questa l’ultima nemesi al suo orgoglio? Ma dunque che si deve scegliere? »

La tentazione

La scelta è angustiosa. La guerra iniziatasi il 2 settembre 1939 ha inasprito l’imbarazzo. Gli stati che hanno sacrificato tutto — così ragionano taluni — alla loro industrializzazione, hanno rivelato una potenza meravigliosa e suggestionante, alla quale gli eventi devono fare largo. Chi ha detto così ha concluso troppo presto. Dopo che la Russia fu in grado di inferire dei colpi ben duri al suo grande avversario alcuni ingenuamente pensarono che a questo mondo per esser qualcosa bisogna assolutamente imitare la Russia. Chi ha detto così si è dimenticato per lo meno metà dei dati di fatto. Dopo che la resistenza industriale nella guerra parve indicare una intelaiatura economica superba in Russia, molti si chiesero se per caso nel mondo civile non si fosse sempre sbagliato e solo, invece, tra le steppe si fosse visto giusto. Costoro devono aver dimenticato che cosa sia solo una parte del benessere umano. Costoro se avessero visto un orso ammaestrato ballar per bene avrebbero colla stessa logica potuto concludere esser meglio far l’orso che non l’uomo. Il sogno, il grande sogno di metter a posto questo gregge umano inquadrandolo nel ferro, per correggerne il poco valore col ferro e sentir risuonare ovunque e solo l’immensa opera, dalle immense cifre, questo sogno ha la sua suggestione. Allora si dice: è necessario per ciò collettivizzare? Si collettivizzi. È necessario sottrarre dei diritti, della proprietà, accentrare per raggiungere nella condensata manovra lo sforzo propulsore immenso? Ebbene si sottragga, si elenchi, si accentri. È necessario che l’uomo non pensi, non adori Dio, non abbia un ambiente morale, non sia più puramente padre, puramente figlio…? Ebbene sia automa, sia empio, sia sacrilego, sia adultero, sia bastardo!

La scelta

Dunque che si fa? La verità obbiettiva, la logica indice della gerarchia dei valori, la parola sicura del Papa rispondono: anzitutto salvare la persona; le cose per l’uomo non l’uomo per le cose; le cose assunte e misurate dai bisogni dell’uomo, non l’uomo misurato dalle esigenze delle cose. Insomma, se la troppa industria, il troppo trionfo del progresso materiale chiedessero la testa dell’uomo, tra la persona e l’uomo, non c’è da esitare, si sceglie l’uomo. – Questa è la vera grande scelta del domani. Noi sappiamo che cosa optare. Questa indicata opzione, netta, precisa, evidente nella sua intrinseca ragionevolezza, costituisce un principio fondamentale, assoluto ed inderogabile, una posizione irremovibile dalla quale si ha il coraggio di animosamente difendere fino all’ultimo l’umano equilibrio del domani. La voce del Papa è l’unica che abbia veramente posto il problema e l’abbia risolto. Il criterio formidabile che si leva dalla scelta impedisce di cedere a sogni chimerici, a patteggiamenti con forme politiche il cui dolce belato si sa fare tanto innocente e che invece logicamente sfociano nel mostruoso capovolgimento anti-umano. Lo stesso criterio rende attento a porre nei programmi le — in fondo — ridicole offe che appartengono in sostanza proprio a quanto la coscienza umana e cristiana respinge. È essenziale ridurre i grandi dilemmi alle poche inequivocabili parole, nette, ischeletrite, per evitare i contorni vaghi nei quali finisce tanto l’inutile buona fede degli ingenui, quanto la criminale mala fede dei truffatori.

Anzitutto: salviamo l’uomo.

Ricordiamo che la persona col suo essere creato tale da Dio, colla sua fisionomia e i suoi diritti, coi suoi rapporti e le sue finalità ugualmente segnati da Dio, rappresenta una legge, su cui tutto deve essere misurato, criteriato, magari espunto, coraggiosamente contro ogni immediato interesse e contro ogni rispetto umano; esattamente come ci si deve comportare colle grandi leggi del Decalogo Divino.

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (3)

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (1)

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO

GIUSEPPE SIRI

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (1)

2. Edizione

EDITRICE A. V. E. ROMA

Nulla osta alla stampa

Genova 31 dicembre 1943

N. H. Sac. F . COSTA, revisore delegato

Imprimatur

Genaæ. 4 Ianuarii 1944

F. CANESSA, Vic. Gen.

Società Ligure « IMPRESE TIPOGRAFICHE » – Costigliole d’Asti

Alla grande e santa memoria del Card. Carlo Dalmazio Minorelli

Arcivescovo di Genova

INTRODUZIONE

Il Messaggio natalizio 1942 di Pio XII ha il suo posto in uno sviluppo logico che parte dagli analoghi Messaggi e dall’Enciclica “Summi Pontificatus”. A sua volta ha il suo vero complemento nell’Enciclica ” Corporis Christi Mystici” del 29 giugno 1943. Questa può considerarsi come il grande suggerimento costruttivo opposto alla inanità di sforzi umani. – Alle vicende di questo mondo — questioni, tentativi, soluzioni, mete — manca un anima. E l’anima si trova sempre andando in alto. La soluzione ultima sta nella pienezza di Cristo, anche per le cose terrene; questo è il significato dell’ Enciclica ” Corporis Christi Mystici “, che pertanto non può venir dimenticata in uno studio coscienzioso del Messaggio. Alcuni hanno voluto dare al discorso papale del Natale 1942 un significato polemico; l’intenzione prima e movente sarebbe stata: colpire qualcuno. Ciò è falso. Anzitutto perché il messaggio si svolge in una pacata precisa e concreta enunciazione di principi che valgono per tutti i tempi. Naturalmente affermare un principio è emettere in modo implicito una condanna su chi lo lede, ciò però accade per la forza stessa della verità, che dispiegandosi stabilisce un confronto incisivo e severo. E ciò basta a togliere il carattere polemico. Neppur si può negare che circostanze presenti abbiano spinto il Papa ad annunciare proprio ora quegli immutabili principi; ma è proprio l’esser rimasto in quella serena eppur concreta altezza, che l’ha tolto ai riferìmenti, ai ripicchi, alla terminologia di cui si sostanzia la polemica. Il tono del messaggio suggerisce come costruire, come sanare, come riformare e come possibilmente convertire. – Queste considerazioni fanno intendere che, se risponde ad esigenze contingenti, il messaggio non ha un valore contingente. Cioè del massimo rilievo, poiché anche le mutazioni indotte nella situazione italiana ed europea non ne sminuiscono la tempestività. I princìpi affermati, per la forza del contrasto, mettono a nudo errori e colpe; non si creda che questi errori e queste colpe scompaiano con l’ecclissarsi di uomini o col cadere di certe impalcature esterne di regime, essi costituiscono il « male del nostro tempo », essi hanno troppo profondamente inciso il modo di pensare ed il costume pubblico, perché quasi nella subcoscienza non se ne abbia a risentire il dettame, la suggestione, il fascino. L’oblio del diritto di natura, dello spirito, dei valori giuridici che gli sono legati, l’esaltazione materialistica, il predominio della forza e della boria sono — ognuno lo vede — un “male del tempo “, il quale tenterà ogni via per sorgere sotto mentite spoglie. Non ci si illuda: si può far relativamente presto a sanare il mondo da uomini e istituzioni superate, ma non altrettanto si fa presto a sanarlo dalle idee. L’intontimento per cui certi effati sono divenuti parte dell’abito mentale attraverso una metodica insufflazione lascia tracce durature. Ciò che vedremo meglio in seguito.

I. – I PRINCIPI GENERALI DEL MESSAGGIO PAPALE

La ricchezza della parola del Papa non la si cava solo da una minuta esegesi del messaggio che lo divida, anzi lo frantumi. Certe affermazioni emergono da tutto lo stile, dal tono, dalla forza di ritorni su alcuni punti, dalle sfumature, dal loro obbedire ad una architettura sovrastante la parola stessa, dall’imponderabile che si intuisce accostando i testi e indagandone il pensiero universale profondo. La disposizione stessa, la misura, il volume obbedisce ad una logica, che non sempre è detta, ma che fa ugualmente parte del pensiero contenuto. Se pertanto alle esplicite affermazioni si affianca quello che con tale criterio si rileva si giunge agevolmente a vedere come nel messaggio del Santo Padre dominino alcune idee profonde, cui è in un modo o nell’altro rapportato il resto. È necessario studiarle a parte per non sminuirle nella loro forza di « verità subordinanti tutto il resto e per non privarci di una visione architettonica.

1. – Il supremo principio

« Dalla vita individuale e sociale conviene ascendere a Dio, Prima causa e ultimo fondamento, come Creatore della prima società coniugale, fonte della società famigliare, della società dei popoli e delle nazioni. Rispecchiando pur imperfettamente il suo Esemplare, Dio Uno e Trino, che col mistero della Incarnazione redense ed innalzò la natura umana, la vita consociata, nel suo ideale e nel suo fine, possiede al lume della ragione e della rivelazione, un’autorità morale ed una assolutezza travalicante ogni mutar di tempi…». Dunque: Dio è Prima Causa, fondamento di tutte le istituzioni umane e della società che da Lui mutuano ed in Lui hanno una autorità, una assolutezza, ossia una consistenza reale; sicché senza di Lui rimangono spoglie di valore giuridico, di rapporti subordinanti, di ordine interiore; sicché nessuna questione umana può sciogliersi obbiettivamente prescindendo da Dio.

Dio è il principio

Lo sguardo si raccoglie su Dio, distinto dal mondo, Creatore, ordinatore Sapiente e Provvidente. La forza poi dell’affermazione sta in questo: senza Dio non esiste né logicamente, né ontologicamente, ossia né quanto a ragionevolezza evidente ed intrinseca, né quanto a struttura, un vero ordine umano e sociale. Senza Dio gli elementi ordinatori sono delle chimere o, tutt’al più, degli artifici. Osserviamo come e quanto sia vero tutto questo.

 Solo con Dio è l’ordine

Solo con Dio, trascendente e Creatore esiste la distinzione e la subordinazione tra gli uomini. Infatti poiché tutti creati, tutti sono dipendenti totalmente, e dipendenti nel modo che il Creatore ha concepito in sé ed espresso cogli elementi strutturali della natura. I quali pongono rapporti diversi, uffici diversi, quindi subordinazioni diverse, non solo rispetto a Dio ma rispetto agli uomini tra loro. L’intelletto divino, capace di obbligare, stabilire così connessioni e dipendenze di valore obbiettivo; per esse gli uomini non sono una massa disorganizzata, non un cumulo di pietre, ma un corpo vivente in struttura gerarchica. Sì, gli istinti porterebbero ugualmente ad una compagine organica, ma senza Dio ne mancherebbe il principio logico ed obbligante. Tutti sanno che tra uomini liberi, la cui organizzazione si basa anzitutto su intelletto e volontà, ossia su fattori morali, l’elemento « obbligante » è base assoluta. Dunque è per Dio che esiste la gerarchia e la reale organizzazione tra gli uomini. Solo se esiste Dio Sapiente e Provvidente esiste l’« ordine ». Esso è l’armonica disposizione dei più, pari e dispari. Esso non risulta solo dalla gerarchia sociale tra gli uomini, ma dal rispetto di tutti i rapporti che natura pone tra uomo e uomo, tra uomini e cose, tra individuo e collettività, tra libertà e fissità di leggi. Orbene è ancor ben vero che questi rapporti sono in modo sufficiente rivelati dalla natura istintiva, ma non è meno giusto che essi hanno una logica interna, una verità, un valore, un senso ed una capacità di imporsi moralmente come legge, solo se c’è una Suprema Sapienza ordinatrice. Questo « ordine » crea e definisce la persona, la famiglia, le società e la società, ossia tutto quanto ognuno di tali elementi vale, esige, impone, trae dall’« ordine » e per esso da Dio.

Solo con Dio è l’obbligazione morale

Solo con Dio « Signore » si ha l’obbligazione morale di coscienza: quella per cui gli uomini debbono agire rettamente anche senza il controllo e la sanzione umana. Tale obbligazione è senz’altro l’anima dell’ordine umano. Poiché tra gli uomini liberi e capaci di sottrarre il più di se stessi ad ogni effettivo controllo dei propri simili, l’armonia è affidata in ultima analisi alla buona volontà, questa alla persuasione e questa, a sua volta, ad un principio intimo che è l’obbligazione di coscienza. Essa, come meglio vedremo in seguito, o è posta e valorizzata da Dio, o è una suggestione della quale gli uomini dovrebbero liberarsi, quanto tentato immunizzarsi dalle malattie.

Solo con Dio è la perfezione dell’ordine

Solo con Dio Creatore, Legislatore e fine ultimo, esiste la sanzione, la piena e perfetta retribuzione tanto al bene che al male. L’ufficio della sanzione è insostituibile: per essa solo si raggiunge il pareggio e la giustizia obbiettiva. A qualcuno potrebbe venire in mente che la sanzione non è poi necessaria. S’inganna, poiché se nulla rimane spareggiato nell’ordine materiale (ad azione corrisponde sempre reazione uguale e contraria), non così accade nell’ordine morale, ove gioca intelletto e volontà libera. Qui, proprio in ragione della libertà, molto rimane privo dell’immediato saldo. Verso il quale tende la coscienza, la ragione e l’istinto, ossia tutta la psicologia umana al punto di crearsi l’anarchia tra gli uomini là ove difetta la sanzione. – Ora tutti sanno che la sola sanzione veramente efficace è quella completa: come questa poi non stia negli uomini e solo, a complemento dell’ordine, possa ammettersi se c’è Dio, tutti facilmente vedono. Solo con Dio si ha un fondamento assoluto Solo nell’idea di Dio immutabile si ha un punto di riferimento assoluto e irremovibile. Ciò significa che i valori fondamentali, le obbligazioni-base, le leggi morali allora non cambiano. Chi potrebbe pensare ad una stabilità sociale senza fissità delle leggi e dei valori? Come sussisterebbe un ordine sociale Se oggi potesse venir giudicato bene quello che ieri era male? Tutto si ritroverebbe sconnesso. Un tale relativismo fa paura. Da quasi mezzo secolo l’istinto fu spesso elevato a regola suprema dell’arte, oggi è, nei più dei nostri simili, criterio ultimo dell’ordinamento sociale e della politica, la quale vi si contamina di amoralità, impulsività, sentimentalismo e pazzia. Ma il male di questo relativismo in cui ogni cosa oscilla, in cui tutto è come piace e come comoda, in cui le affermazioni possono valere le negazioni, non lo si cura che con Dio.

Con Dio è la vera realtà umana

Con Dio solo resiste lo spirituale. Ogni realtà umana, appunto perché tale, ha caratteristiche inconfondibili dall’elemento spirituale. Ogni atto dell’uomo, ogni sua tendenza, ogni sua esigenza ha il più della propria fisionomia dallo spirito. Per quanto le attività psichiche possano essere intessute di fatti istintivi, di pesantezze materiali, di vibrazioni della fantasia e del sentimento, il tono è sempre dato dall’anima. Analizziamo pure l’uomo quando ama e quando odia, quando è puro e quando è animale, quando gusta il suo cibo e quando contempla, quando fa l’affarista e quando l’amico, noi non sfuggiremo a tale ferrea conclusione. Allora dimenticare il fattore spirituale e, peggio, agire come se non esistesse è travisare tutta la realtà, compresa quella sociale, è contaminare, sfasare, adulterare, nonché isterilirsi in impossibili mete, soggette alle indeclinabili nemesi della natura. Ma quando si tiene il broncio a Dio è necessario odiare il mondo dello spirito.

Con Dio il monito

Dio è l’Esemplare. In Lui solo sta l’autorevole modello della Provvidenza e del governo. Paternità, sollecitudine e dono sono caratteristiche di quella Provvidenza che regge. E in Lui il reggere è attuazione dell’ordine, è criterio pratico con cui tutte le cose vengono ordinate e proporzionate al proprio fine sapientemente e puntualmente. Il governo in Dio ha volto benefico. Perché al mondo ci si stia bene occorrono governanti che si ispirino all’altissimo esemplare divino. Ne risulta il governo più buono, ma anche il più furbo.

Con Dio il limite all’arbitrio

Con Dio solo s’erge una maestà eterna, dinanzi alla quale è facile e dolce ritrovare il senso dei propri limiti, la umiltà per comandare e obbedire, la docilità per assecondare e durare, la coscienza per resistere e iniziare, il cuore per servire e beneficare. Che di tutte queste cose si fa lo spirito e il senso sociale al quale sono tenuti governanti e sudditi, anzi più i governanti che i sudditi. Ecco allineati gli elementi su cui poggia l’ordine sociale. Al di là si trovano le istituzioni contingenti, che tanto valgono quanto fedelmente ed opportunamente traducono quei princìpi; al di là stanno gli accorgimenti tecnici del diritto, dell’economia. Da soli non hanno un’anima; è inutile illudersi. Il nerbo della società è legato a Dio: gerarchia, ordine, legame di coscienza, sanzione, stabilità delle leggi, ecco il nerbo. – La coscienza dell’ordine nel popolo la si corrobora mediante l’insegnamento e la convinzione di queste verità. Qui convinzione è possibile, perché è evidente la struttura logica, fermamente conclusiva. Non dimentichiamo che nella libertà si tengono a posto solo i popoli convinti; quando una convinzione manca è giocoforza cambiare il mondo in una caserma se non lo si vuol lasciar precipitare nell’anarchia. C’è un dilemma terribile. I sobillatori occulti dei nostri giorni, se hanno ancora un po’ di coscienza, dovrebbero tenerlo presente. E il popolo avido di libertà, facile credulone, dovrebbe meditare che il pericolo di quando abbonisce, gli è assai più vicino di quanto non creda.

2. – Il senso del concreto

Si tratta di un particolar modo di considerare le questioni e i loro oggetti. A questo proposito il Messaggio non formula una teoria, ma piuttosto, coi richiami fatti, colle precisazioni, colle conclusioni, colla preoccupazione di certi dettagli, svolge in pratica uno stile, è materiato da una abitudine mentale che diviene insieme monito, esempio, condanna. Infatti.

Il richiamo del Papa al « concreto »

Leggendo ci si accorge che mentre passano i diversi argomenti (rapporti internazionali, ordine interno, convivenza, collaborazione: persona, ordine giuridico, lavoro, Stato) il Papa riconduce il pensiero e la preoccupazione costruttiva ad elementi precisi, definitivi, palpabili, che è quanto dire concreti. Il confine tra il concreto e l’astratto è visibile e sta tutto qui; sfumare o non sfumare particolari reali, averli presenti tutti o sospingerne qualcuno nell’ombra, veder le cose in funzione di un’idea, ossia sotto un aspetto ed una finalità o piuttosto considerarle individue tali e quali sono, sentire una nota sola e semplificare uccidendo qualcosa, oppure cogliere la sinfonia e salvare tutto. Scendiamo dalla teoria al linguaggio più accessibile. – Il Papa parla di collaborazione, ma questo non è una cosa aerea e neppure una giustapposizione di uomini per parate; è far confluire tutte le positive doti della persona (mente, cuore, cultura, ecc.) all’ordinato benesseresociale. Egli ci riconduce alla « persona » che non è una goccia perduta nel gran mare, un numero buono solo a formare la « massa »; è bensì l’uomo con diritti e doveri col bisogno di mangiare, vincolato, se operaio, al suo salario, con esigenze al rispetto su tutti i piani, intellettuale, morale, religioso, economico, culturale e sociale. Per il Papa l’ordine sociale non è una rigidità chimerica, è fatto invece di armonica distribuzione delle parti, di rispetto dei reciproci diritti. Si passa dall’espressione idealizzata a quella reale. La legge, l’ordine giuridico non è l’espressione di chi sa quale astruseria, senza basi logiche umane e convincenti; è invece una norma concreta obbligante tutti, sia pure in modo diverso, con costanza e senza arbitrio. Il consorzio civile organizzato ha linee fisionomiche che non si perdono nell’aereo tutto panteistico senza volto, senza responsabilità, senza coscienza e senza legge; sono invece definite dalla sua finalità, dai suoi doveri, dalla sua funzione di completamento benefico rispetto agli individui ed alle istituzioni minori.

Che è il « concreto »

Se io tratto gli uomini in astratto, mi dimentico che hanno fame, che sono una collezione di dolori e di tentativi, che sono la loro famiglia, le loro umili ma inseparabili preoccupazioni, che sono il loro giorno lavorativo e il loro giorno di festa, che sono le piccole e quasi puerili varietà della loro esperienza. Se li guardo in astratto, io, di un plotone che va all’assalto non vedo se non la carne da cannone, ma se li guardo in concreto io sento la loro vita, il loro valore, le loro famiglie, la loro fecondità, il loro diritto a vivere. – Il « concreto » indica la realtà come è in sé e per sé fuori di quelle riduzioni, semplificazioni, aggiustature e gonfiature che ne può fare la mente. Le cose in esso non sono l’oggetto d’una tesi, d’un interesse o d’un particolare punto di vista. Esso non ama le nubi e le idee vaghe, inafferrabili, oscure, simili alle nubi; ama la terra solida senza forme evanescenti e cangianti. L’uomo in concreto è di carne e d’ossa. L’economia in concreto è quale la determinano la natura dell’uomo sociale, gli elementi, la capacità e la fungibilità della ricchezza, l’equilibrio tra gli uomini e i reciproci rapporti, nonché dati costanti della psicologia e della tradizione storica. Le teorie astratte potranno disputare sul modo col quale convengono fra loro e si addomesticano questi elementi, ma non ne possono prescindere, né li possono sostituire. Il « concreto » sono le linee fisse della natura materiale e delle sue leggi; sono gli orientamenti di fatto dello spirito, il quale, pur essendo perfettamente libero, rimane spesso docile ad un suo istinto interiore, sì da ricalcare in alcuni suoi moti grandi e inderogabili leggi morali della storia. – Tutto ciò può sembrare spoetizzante, può essere accolto come molesto stroncatore d’un estro poetico. Non credo. Il « Concreto » ha il suo volto che piace all’uomo forte onesto e veritiero. – Il gesto del Papa che àncora le questioni al « concreto » è ispirato da una necessità assoluta ed è il contravveleno ad una malattia profonda, forse la più profonda del mondo moderno che pensa e costruisce. Vediamolo. Ecco la necessità assoluta. Il corso delle cose, lo sviluppo dell’economia e degli avvenimenti, segue impassibile il « concreto »; questo decide della vita e della morte delle iniziative. Se vi aderisco, vivo; se me ne distacco per inforcare il cavallo di Astolfo, finisco nelle nubi. Il povero uomo della strada chiama il « concreto » con nomi che gli sono ora cari ora fastidiosi, ne ragiona con aforismi apposti dal buon senso e vagliati da un’esperienza di amore e di pena; quando non si gonfia di ignoranza e di pretese ne ha l’intuito preciso e potente. Questo intuito, se il viver fosse genuino, dovrebbe costituire il fondo più solido e sicuro della cosiddetta « opinione pubblica ». – L’importanza del metodo cui il Papa riconduce col suo esempio non è valutabile se non ci si rende conto della dilagante malattia contraria: l’astrattismo.

Gli astrattismi

In antagonismo al « concreto » si leva l’« astratto ». Il messaggio pontificio è un grave monito contro le seduzioni dell’« astratto ». Esso consiste nel considerare qualcosa separatamente dal quadro obbiettivo in cui di fatto si trova, oppure nel rappresentare una realtà secondo una forma soggettiva della mente. Nella prima maniera l’« astratto » vien bene al procedimento d’indagine scientifica, in quanto « dividendo » facilita il graduale possesso della materia. Ma quando s’esce di lì c’è il pericolo formidabile dell’unilateralità. Guai a vedere p. es. il mondo sotto il puro aspetto matematico! Nella seconda forma l’astrazione vien bene all’arte. Organizzare il mondo non è pura indagine scientifica e non è pura opera d’arte. L’arte ha altre mansioni. L’astrazione nell’ordinamento degli uomini taglia, deforma, sostituisce e, soprattutto, lascia da parte proprio quello che vuole ordinare; finisce col farsi un mondo che non esiste, parla una lingua che gli uomini non intendono. Le cose intanto proseguono la loro via. Trovar che una caserma, un collegio sono esemplari d’ordine e pensare di ridurre il mondo ad un collegio, ove tutto sia allineato, manovrato, automatico e simmetrico è cadere in una astrazione, poiché gli uomini sono irrimediabilmente diversi dal come li postulerebbe un simile specioso ideale: hanno libertà e non solo ordinabilità, di quella libertà vogliono assolutamente usare, subiscono per lo più il collegio quando sono fanciulli e lo odiano quando sono adulti. Non c’è rimedio. Come non c’è rimedio che certe forme magari seducenti, finiscano col far del mondo, colla scusa di accentrare o di livellare, un abominevole collegio, anzi una laida caserma. Esse sono tutte astrazioni dalla realtà degli uomini. –

Le origini dell’ « astrattismo » moderno

Il mondo moderno ha ereditato dai suoi immediati predecessori il brutto vezzo di far delle astrazioni, ossia di considerar le cose per l’aria. È umiliante, ma è così. Vediamo anzitutto la genesi di una simile brutta abitudine mentale, che ammazza il buon senso. I filosofi non parlano invano, anche quando non meriterebbero d’esser presi in alcuna considerazione. I loro elucubrati finiscono col filtrare anche senza esser capiti e diventano a poco a poco angolo di visuale, modo di pensare congenito della cultura. Tre correnti portano la colpa dell’astrattismo moderno: il naturalismo, il soggettivismo, l’evoluzionismo.

… Il naturalismo

Il naturalismo si fece valido dalla rinascenza in poi. Prima, cristianamente, si guardava come a fonte della verità e del benessere alla natura e al soprannaturale insieme. La reazione paganeggiante cercò di dimenticare prima e poi osteggiò il secondo elemento: disse a se stesso: la natura mi dà tutto. La natura ci guadagnò un prestigio esagerato che le miserie umane potevano facilmente dimostrare falso. Il prestigio crebbe, i confini si dilatarono, tanto da non vedersi più; coi confini sparvero i lineamenti e la natura cominciò ad esser scritta con la N maiuscola, diventò una cosa senza linee precise, enorme, solenne come un incubo, impersonale, anonima — qualcuno dice — panteistica. Telesio, Campanella, Giordano Bruno ne sanno qualcosa. Sicché la natura non fu più propriamente la terra, gli alberi, i fiori e gli uomini in carne ed ossa tra essi. La fecero anche dio, viceversa era solo una astrazione ed educò alle astrazioni, cioè a considerar le cose diverse dalla realtà, per l’aria. A quel modo dopo la natura si videro così, per l’abitudine, molte altre cose: il proletariato, il popolo, le masse… Il risultato? Il risultato fu, anzi è questo, tutti lo possono vedere. Il proletariato non combaciò più con quelle membra vive, forse doloranti, talvolta martoriate, poveri individui dell’oggi, simbolo d’un chimerico e mai afferrato domani. Fu una cosa astrusa, indigesta; fu una etichetta di appetiti, voglie e pretese; fu una espressione numerica di forza per attuare sogni misticoidi; fu in tutti i casi ben distinto dagli uomini detti proletari. Infatti — prova della astrazione — il proletariato diventò sovrano e i proletari si ridussero ad essere dei pezzi di macchina, senza respiro, senza anima e senza avvenire. – Il popolo non fu più una somma di uomini di cui bisognava curare gli interessi comuni e particolari, amministrare il patrimonio pubblico, regolando nell’insieme quanto occorreva perché i singoli stessero bene; di esso fu visto un aspetto solo: la massa di manovra, il campo sperimentale di personalissime idee, l’elemento da parata e da clamori, lo sgabello delle ascese, l’ispiratore di una gran retorica magniloquente, buona ad intontirlo. Per gli intellettualoidi il popolo fu una base di statistiche e di ricerche inerenti a quelle, al fine di cavar con dei soli numeri conclusioni congelate al par dei numeri. Astrazioni! – La « massa » fu una espressione industriale o militare, la cui definizione degna di riguardo fu nella voce « profitti » dei bilanci segreti, oppure nel computo matematico di piani strategici. Ancora: astrazioni. La patria stessa, mirabil cosa, il cui volto dolcissimo si compone col volto dei genitori, degli amici, degli altri che parlano la stessa lingua e vivono la stessa comunità civile sullo sfondo di una terra amata e di ricordi storici inobliabili, non fu per molti che un nome pauroso senza volto, un moloch terribile capace solo di chiedere si tacesse, ci si inabissasse, si sparisse, si sopportasse, ci si uccidesse. Un’astrazione colpevole di spingere ad odiare anche quanto era sacrosanto. – L a vacillante teoria continua: scuola, gioventù, diritto… tutto universalizzato, ridotto ad una teoria, ad una formula, ad una aridità facilona di cui si parla e che si tratta come sotto non vi si nascondesse una umanità ben definita, ben concreta, dalle inderogabili leggi, dagli inevitabili dolori, dalle improrogabili necessità. Le cose ridotte tanto facili, formule e nomi, sono gioco della lingua senza bisogno c’entri la testa e il cuore: sono il campo dell’insipienza bovina, dell’improvvisazione ignorante, dell’arrivismo criminale, degli esperimenti pazzoidi. A tutto questo con usurpazione indegna fu dato il nome di mistica. Ma era astrattismo, tara della nostra età. Nient’altro.

… Il soggettivismo

Il soggettivismo educò all’astrazione in modo diverso, ma con ugual risultato di filtrare e corrompere tutta la mentalità moderna. Non vale che taluno discorrendone prenda l’atteggiamento serio. Esso è una cosa buffa. Qui si dovrebbe chiamare in causa Hegel coi suoi precursori e coi suoi epigoni. Il soggettivismo idealistico consiste nel far il mondo con l’idea, ossia — per parlare comprensibilmente — nella moda di dire esser vero quello che piace, e di credere sul serio esser reale quello che si pensa, nel modo con cui si pensa. L’idealismo s’accodò al naturalismo, fece con quello alleanze oscure e, dopo aver detto parole difficili e pertanto venerate, finì coll’insegnare agli uomini una cosa molto comica: che cioè essi col pensiero potevano fare e rifare il mondo a piacimento e le cose su misura della propria testa o giù di lì. Veramente noi avevamo imparato che solo Dio crea e che solo Dio ha la prerogativa di far sì che le cose siano tali e quali Egli le pensa, di piegare la realtà all’idea. Da allora il mondo s’è riempito di una cavalcata di astrazioni. La filosofia rimase nelle scuole, il costume morale, suo figlio senza stato civile, gironzolò per le strade, cantò canzoni ermetiche ed abbaiò alla luna. Veramente così. Alcuni vollero fare il mondo rosso, altri verde, altri in camicia e puerilmente credettero e credono che il mondo possa, docile al loro pensiero, assumere un colore diverso da quello che ha dato Dio. Tutto ciò perché hanno in corpo il veleno soggettivista. Sono sempre astrazioni. La differenza tra costoro e Cristo, che pure intende dare un colore al mondo, sta in questo elemento semplice e radicale: quelli sono uomini, non hanno creato e non creeranno mai, saranno buffi a tentarlo. Questi ha creato e può creare ancora perché è Dio! – La politica è rimasta profondamente viziata da questa infamia; invece di pensare ad amministrare ragionevolmente la « polis » come sarebbe stato suo mestiere, s’è cambiata in un torneo permanente di gente che pretende far il mondo sulla propria misura e, talvolta, proprio ci crede; fa programmi su programmi, riforme a getto continuo, bandi e sogni a tutte le stagioni. L’umanità stanca ricorda a tutti questi signori che pei bambini c’è l’asilo materno, pei pazzi il manicomio e pei delinquenti la galera; ma, tant’è essa stessa non riesce a capir bene, perché il male ce l’ha nel sangue.

… L’evoluzionismo

Un terzo incantesimo spinse gli uomini e le questioni più in su sulle nubi: l’evoluzionismo. Del quale mi interessa qui solo questo: l’ingenuità dell’ottimismo esagerato. Vide tutto in cammino verso una ineluttabile perfezione e così creò il « mito del domani », altra astrazione. Il « mito del domani » consiste nel dire ai presenti che la felicità verrà (su questa terra beninteso, che certa gente non prende in alcuna considerazione il Cielo), ma sarà futura. È quanto dire che loro, i presenti, non l’avranno mai. I futuri a lor turno diventeranno presenti e ricomincerà da capo. Si tratta di un inganno crudele che chiede agli “uomini sacrifici supremi per un perpetuo domani, del quale non beneficeranno mai. Così al popolo si dice: domani! Il povero popolo pensa che il domani è un alibi spaventoso per i tentativi pazzi e non sempre in buona fede.

L’estensione del male

Abbiamo dette le cause dell’astrattismo moderno, ma tra le righe il lettore avrà letto chiaro e si sarà dolorosamente accorto fino a che punto la peste sia dilagata, quante cose ne siano tocche, come il più delle concezioni ne siano infette, al punto da doversi augurare un rifacimento ab imis della mentalità moderna. Che tutti vogliano creare, o almeno colorare, anche senza aver studiato e sperimentato, che la verità si plasmi anziché moralmente cercarla, che tutti intendano cambiare, forgiar mondi e ordini nuovi, che la faciloneria imperi e l’improvvisazione pontifichi sono sintomi impressionanti di un male del mondo. Vorrei pregare il lettore — non per malignità — di divertirsi, su quanto è stato detto, a portare dovunque la sua analisi: nelle istituzioni, nelle scuole, sulle cattedre universitarie, nella stampa, nei discorsi che intende al caffè. Avrà di che pensare. E ciò non sarà inutile a lui e agli altri. – A tutto questo occorre pensare per intendere il valore dell’esempio di Pio XII quando col suo modo di presentare le questioni ci obbliga a scender dall’astratto al concreto e dalle nubi alla terra, su cui dolorano uomini in carne ed ossa, in lotta con una questione i cui termini sono: insoddisfazione, fame, dolore, morte.

3. – Dipendenza dell’ordine esterno da quello interno

L’impostazione fondamentale e generale del messaggio 1943 nel quadro dei messaggi precedenti e nella sua finalità è espressa da Pio XII colle seguenti parole: « L’ultimo Nostro messaggio natalizio esponeva i princìpi suggeriti dal pensiero cristiano, per stabilire un ordine di convivenza e collaborazione internazionale, conforme alle norme divine. Oggi vogliamo soffermarci, sicuri del consenso e dell’interessamento di tutti gli onesti, con cura particolare ed uguale imparzialità, sulle norme fondamentali dell’ordine interno degli Stati e dei popoli. Rapporti internazionali e ordine interno sono intimamente connessi, essendo l’equilibrio e l’armonia tra le Nazioni dipendenti dall’interno equilibrio e dalla interna maturità dei singoli Stati, nel campo materiale, sociale ed intellettuale. Ne un solido ed imperturbato fronte di pace verso l’esterno risulta possibile di fatto ad attuarsi senza un fronte di pace nell’interno che ispiri fiducia ».

Ecco l’impostazione generale: l’ordine internazionale dipende dall’ordine interno dei singoli Stati.

Perché?

La connessione affermata dal Papa tra i due piani — internazionale e nazionale — è evidente. Il pensiero con le passioni, gli ideali, i miraggi che convoglia o solletica non è più contenuto da confini politici. La tecnica moderna gli ha donata una dilatabilità immediata ed indefinita con innumeri mezzi di suggestione. Così il male ideologico, le credute chimere di un popolo o di una fazione possono in breve diventare, se non sempre il male, per lo meno il pericolo, la tentazione, l’inquietudine, la febbre d’un altro popolo, di tutto il mondo. La tecnica ha creato un sistema di trasmissioni che centuplica le vibrazioni e le comunica a tutte le zone prima insensibili ed inerti. – Tutti gli elementi dei quali si costituisce la civiltà e che sono il piano in cui si concretano vita, discussioni, tentativi e ideali, tendono a diventare comuni, attraverso la forza di imitazione, l’emulazione, la concorrenza. Essi polarizzano enormi interessi, sulle cui travature corrono molti fatti della storia, ma nascono e prendono fisionomia all’interno dei singoli Stati. Le economie — nessuno ne può dubitare, quando si voglia assicurare agli uomini un genere di vita moderno e non barbarico — sono complementari. Ossia: nessun stato può fare da sé e deve, almeno indirettamente, dipendere; perché, se anche è fornito di tutto (p. es. l’America), se vuol valorizzare i suoi prodotti, li deve portare al mercato: ciò significa che ha bisogno del secondo in causa, l’acquirente. Sicché il disordine o l’anemia delle economie singole diventa fatale all’economia generale. Del resto l’ordine internazionale o è fatto d’un gioco di equilibri, o da un pacifico impero del diritto (il che sarebbe l’ideale), o dal fattore militare, almeno in potenza. Ma l’equilibrio dipende dal dinamismo, dalle maggiori o minori irrequietezze e pretese, dai sogni dei singoli stati; ciò che a più ragione si deve dire d’un auspicato impero del diritto, il quale esiste quanta ne è viva la coscienza nelle diverse pubbliche opinioni. Il fattore militare è legato alla prestanza industriale anzitutto e poi demografica dei singoli. Tutti questi motivi sono acuiti dal fatto che, per ogni singolo stato, tutti gli altri sono, più o meno ed almeno in potenza, dei fornitori, dei clienti, dei concorrenti, dei piloni d’appoggio, delle pedine necessarie nel proprio gioco. Ciò diminuirebbe molto, ma rimarrebbe ancora vero per le immanenti e naturali connessioni tra i membri della comunità umana, anche se i singoli stati diventassero una buona volta onesti, capissero di starsene in casa propria a lavorare per il bene dei propri sudditi nelle vie proporzionate ai mezzi disponibili, senza riguardar chicchessia a questo mondo come sgabello dei propri piedi o strumento del proprio comodo. Il che è evidentemente immorale.

… l’ordine internazionale dipende dall’equilibrio interno

Il Santo Padre ha nettamente indicato i due punti in cui si ha la connessione o la saldatura tra l’ordine internazionale e quello nazionale. Il primo dipende dall’equilibrio e dalla maturità interni; entrambi si attuano nel piano materiale, sociale, intellettuale.» Che è « equilibrio interno »? – L’equilibrio si ha quando tra più elementi, o parti, o aspetti, o individui, vige una proporzione razionale e cioè adeguata alle esigenze della finalità cui cospirano le cose coadunate in equilibrio; il tutto non solo nell’essere, ma nell’agire. La proporzione (appunto poiché è « razionale ») non è livellamento. Le membra del corpo sono in equilibrio non quando sono tutte della stessa grossezza — il che farebbe un mostro — ma quando le singole sono tali quali le postula la finalità, la fisiologia e l’architettura estetica del corpo stesso. – Dunque l’idea d’equilibrio comincia dal tener in conto gli elementi da equilibrare; li tratta alla luce d’una proporzione; razionalizza questa mirando alla obbiettiva finalità della nazione e della società umana. Tanto abbiam detto per la precisione teorica: ora veniamo al concreto.

… equilibrio nel campo materiale

L’equilibrio deve portarsi negli elementi materiali di una nazione. Elementi materiali sono i costitutivi della ricchezza colle loro sorgenti, organi di rotazione e di distribuzione. Sicché in pratica l’equilibrio deve farsi tra il lavoro e il capitale, tra le diverse classi, le quali beneficiano della ricchezza, tra le possibilità e il tenore di vita delle classi più abbienti e meno abbienti. Ma soprattutto — ci fermiamo qui all’aspetto materiale — l’equilibrio deve essere tra le entrate e le uscite, la industrializzazione e l’effettiva possibilità di vendita, tra l’attrezzatura economica e la fisionomia parimenti economica di uno stato. Un governo il quale spende più di quanto non introiti, salvo il caso eccezionale con fondata speranza di risarcimenti futuri, è semplicemente pazzo e condanna il suo povero gregge a scossoni ed emorragie senza fine. Un paese che vuol far l’industria per l’industria e non ha ove esitarla, fa un mestiere che non è il suo. Un paese che ha determinate sorgenti di ricchezza e — per spirito di imitazione — vuol farsi una economia la quale ne suppone altre inesistenti, diviene spostato, è fuori dell’equilibrio. La Spagna deve fare la Spagna e non la Svezia; la Finlandia deve far fa Finlandia e non l’Egitto. Che cosa significhi fare la Spagna, fare la Finlandia, lo indicano le effettive possibilità e il temperamento, le une e l’altro interpretate alla luce sovrana della storia. Col che non si nega dover tutti tendere ad un miglioramento in ogni settore dell’economia.

… equilibrio sul piano sociale

Sul piano sociale l’equilibrio risulta da una giusta, legale ed efficace ripartizione della ricchezza, del benessere, dei diritti, dei doveri e dell’autorità. Ma a tutto questo occorrono delle premesse. Eccole. Necessita un equilibrio, ossia una proporzione tra possibilità ed ideali; è sempre atto sovversivo dell’ordine e insipiente lo sbandierare e l’accreditare ideali smisurati e troppo eccedenti le vere possibilità di una nazione: è spingerla a fare delle pazzie rovinose. Eppure l’insipienza giunge a tal segno: da far credere in buona fede che per essere patrioti occorra cullare proprio simili irraggiungibili ideali. Altra necessaria premessa è l’equilibrio o la proporzione tra i vari settori della vita nazionale: tra il progresso materiale e quello culturale, tra lo sviluppo della tecnica e dell’arte; qui infatti si vien componendo quell’equilibrio spirituale che condiziona il rimanente benessere. L’equilibrio va mantenuto soprattutto, se si vuol lavorare ad un vero assetto sociale, tra l’economia e la politica. Esistono tra esse delle connessioni e delle interdipendenze, ma guai a voler subordinare dispoticamente la prima alla seconda. L’economia ha sue norme ed esigenze fondamentali, che il calcolo politico non può i n alcun modo sopraffare o ciecamente asservire. Ancora: l’equilibrio va mantenuto nella stessa politica. Qui ci si sente impegnati in considerazioni ben gravi. Che è dunque la politica? Essa dovrebbe essere semplicemente il complesso di azioni e provvidenze per amministrare bene il patrimonio comune, ordinare e reggere gli elementi della comunità in modo da procurare a tutti il massimo di benessere terreno. Siccome i patrimoni e le loro esigenze, le leggi fondamentali della psicologia, i bisogni e il benessere dell’uomo non sono opinioni, ma realtà ben individuate dall’immutabile senso comune e non plasmabili da diverse ideologie, la vera politica appare così ancorata ai fatti certi, che non la si può concepire come discussione, lotta e antagonismo. La sana politica è — colle debite proporzioni — fare il buon padre di famiglia. La politica invece è divenuta assalto al potere, gioco per far prevalere persone e loro idee più o meno peregrine nel suo godimento, armeggio, camarille e fazioni per sostenere il tutto slealmente ai danni della comunità. È doveroso confessare che della politica si è perduta anche la definizione. I giovani vi guardano come ad un campo fascinoso di competizione e di affermazione, dimenticando che le gloriose corse dei cavalli non si fanno sulla schiena degli uomini. I partiti hanno un senso quando, accettando il mondo come è e non secondo peregrine concezioni, convenendo sulle fondamentali necessità e norme obbiettive, si differenziano nella scelta dei mezzi e nelle particolarità di amministrazione. In questo ambito possono fare della sana politica, concorrendo colla onesta discussione a individuare il meglio: rimangono in fondo dei partiti amministrativi. Ma quando cominciano a concepire mondo, uomo e domani diverso da quello che realmente sono e vogliono fare un mondo che non esiste, vagolano sulla fantasia diventando, più che partiti, delle sette filosofiche di azione, la politica ne è rovinata in quanto si fa torneo su innaturali ed irraggiungibili mete, non cura ragionevole e paterna del bene comune. La politica risente troppo il male filosofico del tempo che sta nel credere di poter forgiare il mondo rosso, verde, nero, quando invece il mondo è già fatto e gli uomini sono quelli che sono e le norme base non tocca darle agli uomini, ma le dona universali e chiare la stessa natura, che, non seguita, inderogabilmente si vendica. È, se si vuole, il male del relativismo e contingentismo della verità portato in politica. Urge rieducare il senso e la coscienza politica: se non si giunge ad un equilibrio di concezione e di pratica in questa, ogni assetto sociale ne sarà sempre convulsionato, dato che ogni mala politica, di tutti i decantati assetti sociali, farà sempre una pedina del proprio gioco. Non abbiamo forse noi assistito a costituzioni politiche, che si son vantate d’essere custodi della sovranità — nientemeno — dei nullatenenti (proletari) e che son diventate delle grandi autocrazie personali, odiose e tiranniche nei momenti in cui il dispotismo serviva ai loro fini? La storia è maestra ed insegna qualcosa di più: fintantoché perdura un adulterato concetto della politica, i movimenti sociali sono strumenti prestigiosi per dar la scalata a quella da parte dei più ‘furbi e degli avventurieri. I poveri crederanno che tutto sia per amor del popolo. È chiaro: equilibrio sociale presuppone equilibrio in campo politico e qui l’equilibrio vero non è propriamente una risultante sufficientemente statica nel gioco dei partiti. Lavoro di Sisifo. Noi siamo malati di anemia nelle chiare idee fondamentali, colla stessa facilità con cui un beone non capisce più che il vino gli fa male. Supponiamo che un sindaco dica di voler fare il socialista o piuttosto il liberale. Tutto ciò non ha senso. Faccia così: amministri bene, rimpingui le casse, diminuisca le tasse, curi i servizi, le comodità, l’estetica, l’ordine: cioè sia onesto e devoto del suo dovere; in questo il mondo rosso o verde non c’entra. Queste — dicevamo — sono delle premesse all’equilibrio in campo sociale. Qui l’equilibrio impone proporzioni ragionevoli tra i profitti del capitale e dell’operaio, delle alte classi e delle classi medie. Vedremo a suo tempo che pensare dei « mezzi » per raggiungere quelle proporzioni. Tuttavia qui si pronuncia una parola importante, capitale, che ne richiama un’altra compromettente: capitalismo.  Su queste due parole polarizzano le sudate fatiche quanti cercano, in buona o mala fede, di assestare il mondo. Osserviamole semplicemente. Capitale, dice solo « riserva ». Tutti sanno che le riserve sono necessarie come nelle case occorrono i recipienti d’acqua, tanto più per la gigantesca macchina degli scambi e dell’industria creata dal mondo moderno. Il capitale non lo si può ragionevolmente abolire. Quello che può urtare è che il capitale sia in poche mani. Nessuno vorrà negare che accentramenti esagerati siano guai. Occorre limitare, arginare, decongestionare, regolarizzare il flusso. I modi possono essere diversi, né per il momento li discutiamo. Ma modo certamente errato sarebbe quello di radunare tutto nelle mani di uno (proletariato, soviet, stato). Infatti ciò libererebbe gli occhi invidiosi dalla visione di altri uomini ricchi (ma sarebbe poi vero? che dice l’esperienza?…) nulla più. L’unico capitalista, poiché lo stato ecc. sì concreta in uomini, diventerebbe uno o pochi uomini beneficiari della grande ricchezza perderebbe per l’enorme accentramento di elasticità e per l’impersonalità il senso della responsabilità. Viceversa, poiché il danaro è forza, ingigantirebbe il potere, l’autorità e le persone investite di essa; sicché gli uomini si troverebbero ad esser governati da gente che può ciò che vuole, anche ai loro danni, ben più che in regime capitalistico. Questo l’Europa l’ha sperimentato. Parrebbe che chi mira alla abolizione del capitale privato, miri alla libertà più completa: in realtà i difensori di questo punto di vista s’empiono la bocca di libertà. Stanno freschi! È il totalitarismo puro, con l’aggravante che, allorché marxisticamente si crede solo all’uomo-materia, la libertà neppure esiste a qualsiasi effetto, poiché è per definizione, dote dell’anima spirituale. Si comprende perfettamente perché chi agogna molto a comandare, a sadicamente comandare, prediliga un regime comunista o socialista. Ha ragione: in quel regime chi comanda ha in mano molto di più, dispone della somma di beni e di diritti,, che in regimi umani sono invece divisi fra i molti. È l’obesità della dominazione; e per chi ha appetito val la pena di aspirarvi. Il povero popolo crederà… – C’è di peggio. Quando l’unico capitalista (stato o l’equivalente) ha In mano l’enorme somma di disponibilità, che ne fa? Comincerà a sentire — poiché si concreta in uomini — le passioni degli uomini. Ai quali, allorché hanno il ventre pieno, rimane d’ascendere pei campi della gloria (imperialismi, internazionali, messianismi). Ecco allora che cosa farà l’unico capitalista: preparerà la guerra. Questa sarà l’ultimo amaro ed ineluttabile frutto di teorie che pur sono sbandierate sotto l’insegna della pace. L’analisi di alcuni regimi europei dell’ultimo ventennio Conferma quella che non è davvero una insinuazione maligna. – Ma continuiamo ad osservare quello che nel frattempo fa, mentre la guerra non è ancor giunta, l’unico capitalista. Può tutto e del suo potere si serve, legifera, applica, condanna. Può troppo e se ne serve troppo: è ineluttabile non sia diverso; se gli verrà qualche scrupolo per rimanenze ancestrali di coscienza, dirà a se stesso: ma lo faccio per il « Domani », per il sol dell’avvenire; questi sacrifici si « debbono » chiedere per il desiderato sogno. Ma ecco: servirsi troppo del potere è restringere troppo la libertà dei singoli, i quali cominciano nel dormiveglia a star male e a darne qualche segno. Sotto sotto cova l’insoddisfazione. Questa non va, deve essere inibita e prevenuta: ecco la polizia, ecco lo Stato fortezza, trabocchetto, ghigliottina. È un ciclo storico necessario, quando se ne son poste le premesse.

Che pensare del capitalismo? – Male, senza dubbio. Esso è una malattia che va curata con rimedi che non siano peggiori del male. Qui interessa vedere il perché profondo del male. – Il capitalismo — esagerazione del capitale e del suo impero — non sta tanto nel fatto che alcuni pochi uomini o gruppi abbiano, pel moltiplicato denaro, una esagerata, capacità d’acquisto, quanto in due indebite conseguenze della stessa capacità. Eccole. Anzitutto si cumula colla capacità di acquisto, una capacità assolutamente e giuridicamente eterogenea ad essa: la capacità di dominio politico, sociale, culturale, ideologico, che non è affatto contenuta nel danaro e per la quale l’impero del danaro diviene impero d’ogni cosa, persino della verità. L’azione sana legislativa dell’avvenire dovrà tendere a separare, quanto è onesto, queste due capacità. – Secondariamente, posto che oggi il danaro è di per sé fruttifero e lo si considera in funzione della sua moltiplicabilità, la sua abbondanza in poche mani, tende irresistibilmente a procurare onde diventar fruttifero. Di qui l’indefinito stimolo alla crescita commerciale ed industriale, che non vien più regolata e contenuta dalla naturale esigenza dei prodotti e dal progressivo miglioramento. S’arriva così alla formula il commercio per il commercio, l’industria per l’industria. La formula è una voragine, poiché si traduce così: l’uomo per l’industria, non l’industria per l’uomo, il consumo, anzi lo spreco per la produzione, e non la produzione per il consumo. S’arriva ad una corsa pazza di crear stimoli e bisogni per soddisfarli, di distruggere per creare: è l’artificio è il ciclo dell’anti-natura, è l’ingorgo, è il gran male del dell’economia con tutti i suoi drastici riflessi sociali. È il capovolgimento delle cose, puro e semplice.

… equilibrio sul piano intellettuale

Questo, per quanto non sembri, è in realtà il più difficile a raggiungere. Una nazione ha il suo intelletto — praticamente — nella mentalità pubblica, nell’opinione, nella tradizione. L’equilibrio poi sta nel fatto per cui non trovano campo di cultura le idee strane, eccessive, sovversive, strampalate, epilettiche, ossessive, false. L’equilibrio intellettuale domanda una composta serenità, una consapevolezza morale, una coscienza in tutti i mezzi di cui si forgia l’opinione pubblica: letteratura corrente, stampa, radio, spettacolo. Lo si misura dal quanto c’è di adesione alla verità obbiettiva, che è una. È per questo che il relativismo sulla verità ne è il peggiore nemico. Se per equilibrio intellettuale noi intendiamo poi quello che investe tutta la vita spirituale di una nazione, l’orizzonte si allarga, investe la civiltà, il progresso. Domanderà allora che lo sviluppo della religione, della morale, della cultura, del gusto vero, dell’arte, sia proporzionato e non inferiore a quello della tecnica e del benessere materiale; che la cura dell’educazione spirituale sia non inferiore, anzi sia maggior dell’educazione fisica; che le preoccupazioni si raccolgano non meno dei plausi sulla onestà, sul valore, sulla virtù. La rottura di questo equilibrio favorisce l’uomo-bestia con tutti i suoi istinti, che sono egoistici, sensuali e finalmente sanguinosi.

L’ordine internazionale dipende dalla maturità interna

Il secondo elemento riassuntivo d’un ordine interno negli stati è per il Papa la « maturità ». Maturità e sviluppo completo, equilibrio raggiunto, capacità ed efficienza

relativamente perfetta; proporzione stabile. Nell’uomo e, per riflesso, nella comunità umana, il concetto di maturità aggiunge : sodezza di giudizio, ponderazione di movimenti, riflessivo sfruttamento di esperienza, continuità di stile, coerenza; non compatisce i soprusi della sensibilità improvvisa, dell’estro puerile, dell’imprudenza, dell’irrazionalità; non ama le avventure. Teniamoci lontani dalle utopie. Nessun stato raggiungerà mai la maturità perfetta: il dramma della libertà comprometterà sempre l’ultimo fastigio di questo beato equilibrio. Però esistono delle realizzazioni umane possibili, alle quali si deve pur aspirare.

Maturità materiale

È lo sviluppo economico raggiunto attraverso tutti i suoi elementi, sì da garantire benessere a tutte le classi e possibilità di ulteriore sviluppo; sì da permettere nell’economia e nella pace l’ascesa dei beni spirituali. Segni di questa maturità materiale sono: l’elevato tenore di vita delle classi umili, in rapporto, s’intende, alle possibilità della nazione; la sostenuta capacità di acquisto, la relativa facilità per tutti del risparmio e della piccola proprietà, la stabilità degli elementi dell’economia, la pacifica coesistenza delle classi. Una maturità materiale non può per sé conoscere il pauperismo, come non dovrebbe conoscere le esagerazioni del capitalismo: essa infatti suppone ordinato ed assestato — quanto è possibile alle cose umane — il circolo della ricchezza. – L’idea di maturità materiale è relativa alla fisionomia, alla capacità ed alle risorse di una nazione; sicché sarebbe chimerico concepirla identica per tutti. Le diversità sono inevitabili: non tutti hanno le stesse risorse del suolo, lo stesso ingegno e la stessa tradizione culturale per sfruttarle, lo stesso temperamento e la stessa posizione geografica. Quanto più crescerà la comprensione tra i popoli — quale solo lo spirito della carità cristiana è in grado di promuovere — si imporrà un retto ordinamento giuridico, cadranno barriere economiche, i popoli meno abbienti potranno trarre dal flusso e riflusso nelle correnti della vita quanto non ottengono dalla loro povera terra. Giacché è proprio e solo su quelle basi che potrà risollevarsi la tremenda questione delle materie prime. È però utopia pensare ad una maturità materiale senza maturità là dove essa si genera e si assicura.

Maturità sociale

Sta nelle istituzioni e nella coscienza pubblica. Il termine istituzioni, non indica solamente gli organi (p. es. tribunali, parlamento, corporazione, sindacato, costituzione, federazione), ma altresì le leggi, la tradizione, il costume pubblico. La loro maturità sta nella raggiunta adeguazione ai bisogni a riprova compiuta, nella forza intrinseca di mantenersi pure da inquinamenti personalistici troppo spinti, e nella ragionevole stabilità. Istituzioni aperte in permanenza agli esperimenti e all’avventura, continuamente create dalle riforme, tarlate dal broglio, dal peculato, dal protezionismo e dai personalismi non sono indice di maturità d’uno stato. Nei fanciulli si possono scusare mutazioni continue e imprese contro il buon senso, nelle persone mature no. La logica sospinge a vedere che la maturità alle istituzioni sale da una maturità di coscienza pubblica. Che porta dunque con sé questa magica parola? La coscienza pubblica si attua attraverso il sentimento, il giudizio e l’atteggiamento comune. È matura socialmente parlando, quando ha buona formazione politica, cioè quando né concepisce, né sostiene la politica, né se ne fa zimbello, quasi fosse un gioco; la sente bensì come cosa seria, obbiettiva, lontana dalle filosofiche chimere di rifare il mondo è ancorata alle pratiche esigenze del bene comune. È coscienza matura quando ha la capacità di reagire ai sogni, agli ideali fallaci, alle esperienze rischiose, alle avventure romantiche, ai chiacchieroni, agli ipnotizzatori, quando è capace di opporre il suo infrangibile disprezzo ai conati dissolvitori della letteratura e di qualunque propaganda; quando ha il robusto senso critico delle opinioni e delle novità. La coscienza pubblica è allora il più grande stabilizzatore della politica, ne è la valvola, la remora, il controllo impersonale e terribile; là sono pure le avventure del pensiero. – I filosofi tentano spesso— ne hanno le più gravi tentazioni — di imporre la loro dittatura. Un popolo maturo non patisce neppur allora di suggestioni collettive. In fondo la maturità lo fa aderire all’umanità, al buon senso umano, obbiettivo, universale e costante. Ha la risorsa in sé per salvarsi dalle parziali deviazioni che possono incoglierlo e rasserenarsi in un composto equilibrio. Se la raggiunge, possono presentarsi in coreografie fascinose le idee esagerate, malsane, ammalate, frenetiche, pazze: sa reagire. – La maturità di coscienza pubblica è il più gran dono che possa avere un popolo. La storia ci dice che essa è stata talvolta relativamente raggiunta. Non è dunque follia sperar! Ma donde questa maturità? Qui c’è un problema rovente, che porta a scavare nelle anime. Finiamola coll’ipocrisia di scindere, per rispetto umano, l’ordine sociale dalla pienezza e — perché no? — dalla ascesi cristiana. Ma questo si vedrà meglio.

4. – Il diritto di natura

Il Papa afferma. Ma non afferma soltanto e gratuitamente: ha un continuo richiamo ad elementi giustificativi e probatori antecedenti, evidenti e valevoli per tutti. Egli appella a « norme fondamentali dell’ordine » a « fondamenti genuini di ogni vita sociale ». Dove sono tali fondamenti? È facile accorgersene: nella fisionomia naturale degli elementi che esamina, negli elementi « realizzanti fondati e sanzionati dalla volontà del Creatore » della natura quindi « non meramente forzati e fittizi » ma spontanei e congeniti alle cose. Ciò equivale a dire che il Papa appella per giustificare i suoi asserti, alle linee che sono espresse dalla natura stessa dell’uomo, delle cose e dei loro rapporti. Sa però il Papa che questa natura esprime pensiero e volontà di un altro, Dio; sicché le istituzioni e le norme promananti dalla natura, hanno origine divina, tanto che può parlare de « la convinzione dell’origine vera, divina e spirituale della vita sociale ». Per questa via logica ed obbiettiva, giungendo al vertice, Egli contempla: « Dio prima causa ed ultimo fondamento come Creatore della prima società coniugale, della società famigliare, della società dei popoli e delle nazioni ».

Il Papa si appella

Fonte delle affermazioni è dunque la natura plasmata da Dio, e le norme che all’analisi essa rivela; è, cioè, il diritto di natura. Qui cadono due osservazioni. L’una è sul punto di vista logico: il Papa sa che gli uomini vogliono essere convinti, che per essere convinti vogliono vedere le affermazioni provate dai fatti o dai princìpi più semplici, più visibili, più indiscutibili. Egli non dice: è così perché ve lo dico io »; accoglie invece il postulato della logica e dona la dimostrazione in princìpi semplici, anzi nel più semplice, più sincero e più visibile di tutti, la natura. Non ipostatizza come fanno i più, né  abbaglia con la magniloquenza fulminante e categorica, ragiona e per questo fa ragionare. – L’altra osservazione verte sulla sostanza: il Papa, appellandosi Lui stesso, richiama gli uomini alla esistenza di un diritto naturale, come a fondamento necessario e inderogabile di ogni convivenza umana. Abbiamo quindi un poderoso richiamo alla logica ed alla natura. Poiché questo richiamo è in tutto il messaggio, sia per l’esempio di coerenza razionale tanto raro, sia per l’affermazione sull’esistenza del diritto di natura, noi ci troviamo certamente dinanzi ad un elemento fondamentale che va accuratamente studiato.

Solo al diritto naturale?

Il richiamo non è fatto solamente al diritto naturale. Qua e là si hanno accenni al soprannaturale ed alla dottrina rivelata, specialmente ove si parla del lavoro e dello stato cristianamente ordinato. Tuttavia si può vedere come la trattazione sia prevalentemente ancorata al diritto di natura. Non senza ragione. Il Papa infatti si è rivolto non solo ai Cristiani, ma al mondo intero: era logico si ponesse su una base che è comune a Cristiani e ai non Cristiani, perché possibile sempre ed ovunque alla onesta metodica e volenterosa indagine di qualsiasi uomo che sappia rettamente ragionare.

Che è il diritto di natura?

È ovvio ci interessi ora sapere che cosa sia questo diritto di natura, anche per renderci conto del come esso sia sostegno legittimo di molte affermazioni del Messaggio papale. È il complesso delle norme o leggi che vengono manifestate agli uomini dalla stessa natura, la quale, creatura di Dio, non altro manifesta se non la volontà di Dio, capace di porre l’obbligazione morale di coscienza. Gli occhi s’appuntano sulla natura e tutti trovano facile comprendere che la voce della natura è ben grave, è anteriore alla nostra scarsa conoscenza, al nostro relativo accorgimento, fa parte di quell’ordine mirabile nel cui concetto sta pure la inviolabile vendetta per i violatori dei suoi assoluti dettami. Colla natura non si scherza, come non si scherza col mare, col fulmine e colle potenti arcane serve della sua fecondità. Ma è poi vero che esiste il diritto di natura? Non è esso una chimera? Per rispondere è necessaria un’indagine preliminare.

Come sorge il diritto di natura

Ciò equivale a chiedere come faccia poi la natura (uomo ed ogni suo elemento, cose e loro rapporti) a manifestare certe norme. Ecco. Ogni elemento naturale (p. es. la mia mano), ha delle linee strutturali. Più si studia e più queste diventano chiare. – Queste linee indicano un orientamento, anzi una finalità. Guardando le linee della mia mano io capisco che essa debba servire ragionevolmente. Orientamento e finalità tracciano una linea direttiva e questa è la natura. Chiunque per timore, per neghittosità o per pregiudizio volesse fermarsi a questo punto, dovrebbe pur riconoscere che andare contro questa norma sarebbe irragionevole, disordinato e, soprattutto, dannoso. – Ma è falso fermarsi qui. Come la natura indicativa espressa dagli elementi naturali individui e comparati diventa legge? Chi ha steso quelle linee strutturali, quegli orientamenti, quelle chiare finalità? L’autore della natura, Dio. Esse dunque rivelano veramente non una qualunque norma, ma la norma proposta dall’Intelligenza e imposta dalla Volontà del Creatore. Sicché avendosene generata l’obbligazione morale di coscienza, si ha la legge nel pieno senso della parola.

Il diritto di natura esiste

Ora è possibile rispondere alla domanda già prima formulata. Il diritto di natura esiste tanto quanto esiste la natura, le sue linee indicatrici, tanto quanto esiste Dio autore della natura. Queste linee le ritrovo non solo nella mano o negli occhi, ma nei sentimenti, negli istinti, nelle comparazioni fra essi, nelle facoltà spirituali e fisiche, nei rapporti naturali tra ogni individuo umano e tutti gli altri esseri, ossia in tutta la creazione, accessibile alla mia percezione ed alla mia intelligenza. Che, in un certo senso, « natura » è precisamente « l’opera del creato ». Così la natura ci parla di Dio, che è la prima legge limitativa dell’arbitrio umano; ci parla della dipendenza di ogni cosa da Lui; mostra in Lui il tutore ed il vindice degli impegni liberamente assunti, dei contratti, donando in tal modo le sole basi ad ogni altro diritto conseguente. Che varrebbe infatti il contratto se non esistesse l’anteriore legge di fedeltà? Che varrebbe la legge umana se l’autorità, sua sorgente, non fosse avallata da princìpi antecedenti e cioè dal diritto di natura?

Conseguenze

Le conseguenze dell’affermazione sull’esistenza del diritto naturale sono talmente gravi e severe da farci comprendere perché abbiano acquistato un carattere ben ostico presso i difensori della sfrenata indipendenza da Dio. Eccone alcune:

1) Il diritto di natura è immutabile quanto la natura.

Acquista pertanto un carattere assoluto. È la condanna del relativismo nei supremi princìpi della convivenza umana. È un richiamo alla fissità delle leggi-base sotto ogni civiltà ed ogni clima. Ecco perché le grandi leggi dell’economia non si creano e non si deformano d’arbitrio; ecco perché il trattamento dell’ « uomo » ha canoni ai quali è necessario sottostare.

2) Il diritto di natura è anteriore all’individuo, alla famiglia ed alla società; ecco perché è ugualmente ed inderogabilmente obbligatorio per tutte queste istituzioni, che da esso traggono fisionomia e potere.

3) Il diritto naturale è legge divina: per questo è la base di qualsivoglia programma sociale e politico, il quale si fa immorale per il solo fatto di calpestarlo. I programmi non possono essere compilati sotto la pura pressione di ragioni contingenti, né col criterio di far concorrenza alle mode più fortunate e più demagogiche, né coll’intento di presentare offe all’appetito della folla male informata e minacciosa, ma anzitutto chiamando ad ispiratrice la legge e la giustizia di Dio! Salvi i princìpi, salva con tale coraggio la legge e mai contro di essi, si potrà fare della « tattica » ispirata alle contingenze.

4) Il diritto naturale costituisce un « precedente » per cui è definito l’uomo, nonché l’interpretazione fondamentale delle questioni che lo riguardano. Spieghiamoci: l’uomo è, per esso, quello che è; io non lo posso più creare rosso o verde, più risibile di quel che non sia, o più scemo e maneggevole di quel che l’abbian pensato certi statisti, figurina da salotto, soldatino di piombo, arena di spiaggia. Il grande « precedente » che ci attende come una nemesi, qualora lo dimenticassimo, ci impedisce di creare nel regime dei popoli, ci obbliga invece a umilmente cercare, a diligentemente e magari originalmente interpretare quanto sta nella obbiettiva realtà delle cose. È il limite alla fantasia estrosa, sola risorsa degli intelligenti ignoranti e dei dotti imbroglioni. I fatti della storia danzeranno a loro piacimento, magari nello stile della danza macabra dei nostri giorni, ma finiranno coll’essere sempre implacabilmente discriminati da questo « diritto » che è nella fisionomia della natura e che costituisce il « peso » orientatore delle stesse grandi leggi morali dell’umanità. Appellare ad esso è ancorarsi a qualcosa di obbiettivo, di granitico, di provato, di estremamente concreto. – Le questioni umane bisogna staccarle dagli orientamenti impressi dalle mire egoistiche, dalle concezioni astratte, dalle stranezze degli uomini anormali. – Il diritto di natura è parte del buon senso umano, sicché un uomo è di buon senso quando ne segue le norme. Ora il buon senso è il taciuto articolo di tutte le leggi, il fondamentale comma di tutte le costituzioni. Tutti, quando non son presi da eclissi di intelligenza, se lo augurano, e soprattutto, lo augurano agli altri. Ritornare a questa cognizione, tradurla nella semplicità più accogliente, dedurla alle conseguenze, rifarci pazientemente una coscienza, è apostolato dei nostri giorni.

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (2)

26 OTTOBRE 1958: HABEMUS PAPAM – QUELLO VERO

Al calar della notte per cinque minuti è uscito fumo bianco dal camino. Per quanto era possibile sapere al mondo esterno,

era stato eletto un NUOVO PONTEFICE

Nuvole di fumo sono state viste per mezzo di luci puntate sul camino della Cappella Sistina.”

(AP News 27/10/1958, Città del Vaticano – Reportage sull’inconfondibile fumo bianco, visto da tutti, dal camino della Cappella Sistina, la sera precedente.)

( FOTO IN ALTO) da S/R:

(1.) Il Cardinale, Giuseppe Siri di Genova, in Italia era noto per essere il successore designato con cura da S.S. Pio XII.

(2.) Conclave papale del 26 ottobre 1958, ore 18:00: il fumo sbuffa all’esterno della Cappella Sistina per ben cinque minuti, indicando che Siri è stato eletto Papa. Egli ha accettato l’incarico e ha scelto il nome

GREGORIO XVII.

Poi, all’interno del conclave stesso, fu attuato un colpo di stato massonico per cui il Papa appena eletto fu “bloccato” violentemente. (*)

(3.) L’inquietante realtà delle parole di Nostra Signora di La Salette secondo cui:

Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo … La Chiesa sarà in eclissi …”,

si è ora tristemente realizzata proprio davanti ai nostri occhi.

(*) La persona così eletta [Papa] acquisisce la piena giurisdizione sulla Chiesa universale immediatamente dopo aver acconsentito, e diventa il Vicario di Cristo sulla terra. ” (“Elezioni canoniche” p. 107, 1917, Imprimatur)

DEO GRATIAS

LUNGA VITA AL PAPA

Nam mysterium jam operatur iniquitatis): tantum ut qui tenet nunc, teneat, donec de medio fiat. Et tunc revelabitur ille iniquus …

(2 Tess. II, 7-8)

Framea, suscitare super pastorem meum, et super virum cohærentem mihi, dicit Dominus exercituum: percute pastorem, et dispergentur oves: et convertam manum meam ad parvulos.

O spada, esci dal fodero contro il mio Pastore e contro l’uomo unito con me, dice il Signore degli eserciti:

percuoti il Pastore,

e le pecorelle della greggia saran disperse; ed io stenderò ai piccoli la mia mano…

(Zac. XIII, 7-8)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° corso di esercizi spirituali (14)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (14)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

14. La fiducia

Prima di lasciarvi voglio aiutarvi a fare ancora una riflessione utile, e cioè vorrei dirvi una parola sulla fiducia, perché gli Esercizi finiscono e comincia la loro applicazione; la visione si chiude e comincia l’azione. La causa è messa e debbono cominciare gli effetti buoni. È il momento in cui bisogna aver fiducia. La fiducia suppone un fondamento e il fondamento c’ è. Ecco tutto. Ciascuno di voi ha davanti i suoi problemi, i suoi difetti, le cose che gli rimangono ancora da fare. Vorrei dirvi: non spaventatevi mai. Nel corso di questi Esercizi ciascuno di voi ha potuto costatare che Dio aiuta a vedere la verità e talvolta aiuta in una maniera sorprendente. Ed è Lui che agisce: non si tratta di cause esterne, è Lui. Quello che accade qualche volta, può accadere sempre e può ripetersi sempre purché noi — mi si passi la parola — aiutiamo il buon Dio a farlo accadere. Voi avete visto che durante gli Esercizi possono muoversi in noi dei sentimenti, delle certezze, delle accensioni anche formidabili. Anche qui non si tratta di cause esterne: si tratta della mano di Dio. Bene, quello che è accaduto una volta può accadere sempre, può accadere tutti i giorni. Ma soprattutto possiamo avere la tranquillità che Dio non ci abbandona in quelle articolazioni dei fatti, in quelle articolazioni della nostra vita, in quei momenti nei quali noi abbiamo bisogno assolutamente di luce, di certezza e di forza dentro di noi. Quello che accade in qualche momento può accadere sempre ed è indefinitamente ripetibile. Il fondamento c’è — lo avete visto — e il fondamento sta in quello che Iddio ci ha dato. Nostro Signore, lo ricordate, ci ha detto che dobbiamo chiedere e possiamo chiedere e che riceveremo; che se busseremo ci sarà aperto, perché il Padre stesso ci ascolta. Ci ha assicurato dell’infallibilità della sua assistenza e della infallibilità della preghiera. Non ci ha assicurato l’oggetto da noi inteso nella preghiera, perché poi possiamo chiedere anche cose meno convenienti o possiamo chiedere inadeguatamente o cose irragionevoli ecc. Ma la preghiera ha sempre un effetto: c’è aggiunta la promessa divina. – Ma il grande documento della nostra fiducia è proprio la SS. Eucaristia. Si può pensare che Colui che ha inventato questo, che ha fatto questo, che ha trasformato con questo l’orizzonte di tutto il mondo, che ha innalzato con questo le possibilità di tutti i redenti, che ha anticipato con questo una comunione eterna, è possibile mai che non sia dalla nostra parte? Voi capite bene che tutto l’oggetto, divino, amabilissimo oggetto di questi Esercizi, ritorna per darci una parola di fiducia. Ciascuno di voi può contemplare le sue questioni, i suoi problemi, le sue risoluzioni, il suo domani, ma sempre con infinita pace, perché c’è Lui. Il fondamento c’è: è questione di appoggiarvisi. Ma è certo che, appoggiandovisi, tutte le questioni possono risolversi nella forma migliore, tutti i problemi possono avere la loro conclusione nella maniera più felice, tutto quello che può rimanere dubbio nell’anima può trovare la luce al momento, nella misura in cui forse noi non pensiamo, ma certo può trovare la luce. Non c’è nessuna questione che rimanga fuori di questa affermazione universale. Voi potete avere fiducia e guardare con fiducia. Ricordatevi che c’è Lui; a Lui potete sempre direttamente chiedere, con Lui potete sempre direttamente intrattenervi; mi permetto di richiamare e raccomandarvi quello che ho già detto a proposito dell’orazione eucaristica. – Guardate che con l’applicazione della orazione eucaristica non c’è più niente da temere nella propria vita, né per i propri dubbi, né per le proprie carenze, né per le contingenze attraverso le quali potrà venirsi a trovare la vostra vita. Tutto è perfettamente solubile, notate bene, non nel senso della comodità, perché a colui che è andato in croce per noi non possiamo chiedere le comodità. Possiamo chiedere qualche volta di essere sollevati dalla nostra umana debolezza e dalla nostra piccolezza, ma la faccia di chiedere proprio che ci faccia un letto di petali di rose, non la possiamo avere. E su questo credo che si possa essere facilmente d’accordo, perché dinanzi a tutto quello che Nostro Signore Gesù Cristo ha dato, noi non possiamo essere degli egoisti, ma dobbiamo imparare da Lui ad essere infinitamente generosi. Ma è certo che si può guardare all’avvenire con fiducia per quanto riguarda noi, per quel che riguarda il nostro apostolato, le nostre imprese, la nostra opera. Guardate sempre con fiducia: avete il documento in mano. E di questo documento in mano, di questa infinita risorsa, di questa incomparabile grazia — questo vi dico — sappiatevene servire. Essa non mette limiti; la risorsa non ha limiti. Il tempo e lo spazio hanno i loro limiti, le circostanze hanno i loro limiti, i dolori hanno pure i loro limiti, ma ricordiamoci che la grazia di Dio non ha limiti mai.

FINE

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° corso di esercizi spirituali (13)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (13)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

13. La vittoria sul mondo

Dobbiamo concludere il discorso sull’iter che ci ha intrattenuto in questi Esercizi. Abbiamo detto che noi dobbiamo percorrere una strada insieme con Gesù Cristo e che Gesù Cristo lo troviamo dov’è, ossia dove s’è messo Lui. E nella forma più vicina, più umana, più accostevole, nell’Eucaristia. E pertanto, pensando che il cammino della vita dobbiamo farlo con Lui, ci siamo volti costantemente alla considerazione dell’Eucaristia. – Quando Nostro Signore ha istituito l’Eucaristia, allorché ha porto un calice ai discepoli, ha detto queste parole: « Fino a che non lo beva nuovo con voi ». E con questo rimandava il pensiero dei discepoli presenti in tutte le generazioni all’ultimo termine, cioè al banchetto eterno. Noi dobbiamo per un momento tenere gli occhi fissi a questo: la mensa, la comunione che noi abbiamo con Gesù Cristo, l’intimità alla quale ci autorizza la dottrina eucaristica nei confronti con Lui, debbono avere la conclusione nel banchetto eterno, che noi chiamiamo così, che si chiama così, non solo per la ragione di colleganza col banchetto nel quale Dio e gli uomini si trovano insieme mentre questi sono nel pellegrinaggio terreno, ma ancora perché l’immagine del banchetto è immagine tipicamente biblica per esprimere la pienezza dei beni. Noi dobbiamo guardare al banchetto eterno. – E allora, la prima considerazione che io sottopongo a voi in questo ordine di idee e per arrivare a quel punto, eccola. In questo iter, sapendo che siamo con Gesù Cristo, che con Lui possiamo parlare tutto il giorno, che lo possiamo ricevere tutte i giorni, che di Lui possiamo essere nutriti e con Lui possiamo essere forti, noi dobbiamo essere consapevoli, fieri, sicuri e coraggiosi di fronte al mondo. – Io sono profondamente convinto che gli uomini del nostro tempo siano molto più vicini a Dio di quanto noi crediamo; proprio per l’esperienza della fugacità e della caducità delle cose umane e per la fretta travolgente del loro stesso progresso e per le spettacolose terribili applicazioni che quella fretta ha recato, si sono trovati ben più vicini e sono tutti più vicini a ripensare con obiettività il loro stato. Per questo motivo e anche per la esperienza che ne faccio tutti i giorni, è mia convinzione profonda che gli uomini del nostro tempo, presi a uno a uno, siano più vicini a Dio, molto più di quanto non lo fossero 25, 30, 40, 50 anni fa. Di questo io sono convinto circa gli uomini individui, presi a uno a uno. Ma l’ambiente loro, il mondo, che è cosa diversa dagli uomini, è quanto mai sospetto, quanto mai misero e quanto mai degno di compassione. Non di ammirazione, di compassione. Noi sappiamo che questo mondo cerca d’intimorirci, e cerca d’intimorirci sciorinando tutte le sue conquiste, le sue possibilità tecniche, sciorinando, con molta mala fede, la sua scienza come se noi diventassimo piccoli, inermi, assolutamente incapaci e non potessimo sostenere il confronto con questa maestà che si muove fiera e spesse volte tracotante. Questo scopo a cui tende il mondo: dare a noi il senso di una inferiorità, fa parte di quel tale vento del deserto a cui ho già accennato durante questi Esercizi, quel vento che viene dal deserto e che non aiuta a crescere nessuna pianta ma le brucia tutte. Quel vento del deserto può arrivare a noi e può creare in noi dei complessi d’inferiorità, quasi che a non essere scanzonati come il mondo, a non essere tracotanti come il mondo, noi abbiamo a essere degli esseri inferiori, quasi che noi dobbiamo metterci a tremare dinanzi alle sue conquiste. Io vi prego di non tremare mai dinanzi a niente, le conquiste del mondo moderno, che ha arretrato su tutta la linea per quel che riguarda il pensiero e altre manifestazioni collegate col pensiero — ha certamente arretrato, dico, la cultura —, la intelligenza di questo mondo ha invece straordinariamente avanzato nel campo delle scienze esatte, delle loro applicazioni, delle scienze positive e della tecnica, ordinando scienza e applicazioni positive ad aumentare l’agio, il comodo e il piacere materiale degli uomini. Ma ricordiamoci bene che tutto il complesso delle scienze positive e delle scienze esatte non può oltrepassare l’accidens quantitatis, sta tutto al di qua: questa piccola cosa della quale noi abbiamo avuto occasione di parlare a proposito della presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia, l’accidens quantitatis, lo ferma e lo fermerà sempre. Al di là di quello, in fatto di scienze esatte e in fatto di scienze positive, si potrà andare solo modestamente con qualche deduzione, con qualche parallelismo; il resto è lasciato alla fantasia, non alla scienza. È questo il motivo per cui non dobbiamo aver paura mai, mai. Ricordiamoci che la matematica comanda e comanda la fisica. La matematica di natura sua, non costata altro che la successione ed i rapporti di estensione. La matematica non ha per canto suo le supreme ragioni dell’essere ed i rapporti di causa ed effetto. È questo il motivo per cui talvolta taluni matematici, sconfinando in campo che non era il loro e cioè nel campo metafisico, hanno dato prova di altrettanta ignoranza e incapacità in campo metafisico, che è il massimo, quanto potevano dar prova egregia di valore nella loro diretta e immediata competenza. – Il mondo cerca di donare a noi dei complessi d’inferiorità; cerca perché non abbiamo talune sue manifestazioni — e ne possiamo fare benissimo a meno perché non servono a niente —, perché non abbiamo la sua iattanza, perché non abbiamo la sua sicumera; cerca di farci credere che siamo dei poveretti. Dei poveretti? Ricordatevi che noi camminiamo con Gesù. Cristo; ricordatevi che il mondo, tanto quanto la sua scienza è stato sempre al qua dell’accidens quantitatis, il mondo intero è stato sempre al di qua della barriera della morte e non l’ha mai potuta oltrepassare. E non la passerà mai. Gesù Cristo l’ha passata. E nella storia della Chiesa la fa passare quando crede: Egli è padrone della vita. Noi camminiamo con Lui, non camminiamo con un morituro. Il mondo cammina con sé stesso morituro. Noi assistiamo a questa mostra di giuochi: vediamo cose che sembrano grandiose e stupende, che hanno un andamento che oggi non si dice più meraviglioso, si dice addirittura cosmico, e non è vero. Noi in realtà assistiamo allo scendere in questa arena arrossata di squadre di gladiatori che hanno armi diverse, sono condannati alla morte e danno spettacolo Però questi gladiatori passano tutti davanti al podio di Cesare, alzan la mano e salutano gridando « Ave Cæsar, morituri te salutant ». Noi vediamo tutte queste cose, le guardiamo con senso di pietà e di tristezza, perché tutte queste  spettacolose cose, che sembrano scendere con tanta muscolosa iattanza nell’arena arrossata di sangue le vediamo invece passare dinanzi al podio di Gesù Cristo dicendo «Ave, Christe, morituri te salutant ». Ma camminiamo, noi, per cose che noi muoiono e siamo con Lui che, unico, ha passato la morte. – Non dimentichiamocelo mai; che non ci prenda mai il senso di una certa miseria: « Il cielo e la terra passeranno ma – ha detto Lui – le mie parole non passeranno », e nessun uomo si può perita neppure di sognare una cosa simile. Le pari degli uomini volano via molto più facilmente vento e degli uomini. Noi dobbiamo ricordare che quando spira questo vento del deserto e tenta di prenderci farci venir paura, di farci tremare, che vorrebbe far piegare le nostre ginocchia rivestendoci di complessi d’interiorità, noi con umiltà davanti a Dio e davanti a Dio e davanti a tutti i fratelli, ma con fierezza di fronte alla storia e di fronte avvenimenti  del mondo, al mondo come ambiente, dobbiamo levare la testa con sicurezza e coraggio. – I paragoni verranno incalzando davanti a noi per ottenere determinati effetti psicologici, ma attenti bene! Non lasciatevi prendere. S. Agostino, nel XII libro della sua mirabile opera De civitate Dei parlando e riassumendo tanti eventi e circostanze della storia, le guarda, a un certo momento si direbbe con una riflessione sdegnosa che vi riporto ed esclama: « Sono tutte impalcature effimere per costruire l’unica casa durevole. La storia è così Quello che voi vedete, quello che pare stupendo, non dimenticatelo: sono tutte impalcature effimere che servono unicamente per costruire l’unica casa durevole, che è il Regno di Dio. – La cultura! La cultura, la grande cultura, che ha messo tutto il suo impegno nel far perdere all’uomo la stima per la propria intelligenza, prima, poi per la certezza, poi per la verità, e l’ha privato della sicurezza della verità, poi della norma di coscienza, poi finalmente della stessa valutazione dell’essere, poi finalmente l’ha portato e condotto al disprezzo della stessa vita e della stessa felicità. Il cosiddetto pensiero dominante oggi, che non lo è, perché è una forma di romanticismo deteriore, l’esistenzialismo, è la scuola del disprezzo della vita e del disprezzo della felicità. L’ultima voce dell’ultima forma esistenzialista è il gettare in faccia al destino la stessa libertà perché non sa che farsene neppure di quella. L’odium vitæ. Prima avevano dissertato, disquisito e giocato a proposito dell’ odium contra veritatem, e sono arrivati necessariamente all’odium vitæ, allo svuotamento di tutto. È possibile aver paura? – Guardateli bene! Sono scintillanti, hanno armature splendide, fregiate d’oro; i loro pennacchi ondeggiano accompagnando e ritmando gesti di una forza, di una virulenza, di una tracotanza impressionante. Guardateli: sono gladiatori che scendono nell’arena; attendono, si ammazzeranno tra di loro, purtroppo. Credete voi di dover aver paura del mondo? È questo il dramma del nostro tempo: la dissociazione tra il fatto che gli uomini, presi come singoli, sono in realtà molto più vicini a Dio e hanno fame e sete di giustizia molto più di quanto noi possiamo credere — e lo si sperimenta ogni giorno — e l’altro fatto che il loro ambiente, che è cosa diversa dai singoli e dalla somma dei singoli, perché è cosa nella quale rifluisce tutto quello che si è raccolto da quattro secoli a questa parte e forse anche da prima, il loro ambiente porta tutti i segni della pazzia e della malattia. È possibile averne paura? – Non meravigliatevi che nell’ultima meditazione io vi intrattenga su questo argomento e insista così fortemente su questo argomento. Perché a che cosa ci si riduce noi quando abbiamo paura di qualcheduno? Noi possiamo morire, ma le cose che ci sono care non le toccherà nessuno e scapperanno fuori anche di sotto terra se dovessero andarcisi a nascondere, e s’aprirebbero veramente le tombe, se questo fosse necessario. Non ha importanza che noi si viva o si muoia quando si è camminato e quando s’intende morire con Gesù Cristo: ha importanza che quello che noi amiamo ben più di noi stessi sia assicurato al disopra del carattere effimero del mondo. « Sono tutte impalcature effimere poste per costruire l’unica casa durevole ». Guardate sempre con questa sicurezza. Guardate al mondo della cultura perché dovete lavorare anche per convertirlo, non rigettando quello che di prezioso può portare con sé ed effettivamente porta, ma non dimenticatevi che quel mondo non vi può far paura. Noi abbiamo l’assicurazione della vita, abbiamo l’assicurazione della vittoria, noi siamo e camminiamo con Gesù Cristo. Questa è la prima considerazione conclusiva che lascio a voi. – Una seconda considerazione. Noi abbiamo visto che Gesù ha istituito l’Eucaristia a tavola, mentre mangiava con gli altri; l’ha legata alla mensa Domini, alla mensa del Capo famiglia, nella luminosità dell’affetto familiare, nella chiarezza dei rapporti familiari, nella comunità. L’Eucaristia, ricordate, la si vede sempre in mensa Domini, nella comunità, e l’Eucaristia, con il quadro che intorno ad essa, col celebre discorso dell’Ultima Cena Gesù ha steso e delineato, ci porta sempre a parlare della famiglia di Dio. È inscindibile. E allora guardate bene che il monito dell’Eucaristia si volge sempre e fa volgere l’anima nostra verso la famiglia di Dio. È come dire che volge l’anima nostra verso l’apostolato. È una vocazione, quella dell’apostolato, che noi abbiamo perché ce l’ha data Lui. Segna talmente la sua strada che noi non possiamo essere veramente con Cristo se in un modo o nell’altro, agendo o pregando o soffrendo, non ci mettiamo nella linea dell’apostolato. Non dobbiamo dimenticare che Gesù Cristo è nei tabernacoli di tutto il mondo ad aspettare che noi, per quanto possiamo, gli portiamo tutti gli sparsi figli di Dio per la terra. Per quel che possiamo. Quelli che ci sono vicini, quelli che sono lontani, di tutti i continenti: sta lì ad attendere. Non che abbia bisogno di noi. No. Gesù Cristo non ha bisogno di noi; siamo noi che abbiamo bisogno di Lui. Ma Egli sta amorevolmente ad attendere, e noi che camminiamo con Lui dobbiamo sentire il battito del suo cuore che continua a dire: « Sitio », ho sete, aspetto. E dobbiamo portare gli altri o agendo, o pregando o soffrendo. Le strade possono essere diverse, ma neanche le monache di clausura, se si dispensassero dal concetto dell’apostolato, camminerebbero con Gesù Cristo: possono camminare con Gesù Cristo perché pregando lavorando e soffrendo possono rispondere, mentre l’accompagnano nella loro solitudine, al palpito e al desiderio del suo Cuore. L’apostolato cristiano è una questione connessa, come avete visto, con l’Eucaristia, e il vostro apostolato mettetelo in questa luce. E nel vostro apostolato proponetevi sempre di rendere meno deserti i tabernacoli, perché troppo deserti sono i tabernacoli e talvolta quasi dimenticati da quelli stessi che li dovrebbero curare con amore e tenerezza infinita! Collegatelo sempre, fatelo partire di là come mozione, fatelo tornare là come termine, il vostro apostolato. L’apostolato. La vostra opera vive per questo. Nella luce dell’apostolato sappiate stimare la vostra Cittadella. La vostra Cittadella è Cittadella, ma amo rappresentarla come un ponte, un ponte nuovo per uomini ai quali non è sufficiente gettare delle mobili malsicure ed effimere passerelle. La Cittadella è un ponte. Avete forse visto delineate delle fortezze che sono sui ponti. Ce ne sono a questo mondo, sono insieme cittadelle e sono ponti; ci sono dei castelli che sono costruiti sui fiumi, che uniscono due rive difendendo dagli oltraggi dell’una riva l’altra riva, eppure congiungendo le due rive. La vostra Cittadella vive per l’apostolato e ha la missione di congiungere, di gettare un ponte verso molti ai quali, senza particolari attitudini, particolari accorgimenti, particolare apertura di cuore e di metodo, nessuno sta gettando un ponte. Non dimenticate quello che dico: che in talune direzioni non esistono opere che si possano dire attrezzate, schematizzate, finalizzate, irrobustite, modellate in modo tale da costituire un ponte verso le zone più lontane da Nostro Signore Gesù Cristo, verso le zone della cultura, verso le zone del lavoro, verso le zone della confusione e della anarchia mentale, morale e materiale. La vostra opera è attrezzata per questo. Voi fate un lavoro che, sotto taluni aspetti e per talune considerazioni, nel nostro Paese si può considerare insostituibile al momento presente. E pertanto sappiate amare e stimare la vostra vocazione all’apostolato in questa Cittadella, che però è Cittadella stesa sugli archi di un ponte e deve congiungere due rive. E deve congiungere quelli che altri non possono o non hanno mezzi o non hanno attrezzature per poter congiungere. Ma il vostro apostolato, non dimenticatelo mai, fatelo tutto partire di là, incentratelo tutto là — questo è il significato degli Esercizi attraverso i quali mi sono sforzato di condurvi umilmente — e fatelo ritornare tutto là, perché troppi tabernacoli sono deserti e troppi sono i disertori dell’amore di Dio, della misericordia di Dio e della grazia di Dio. E questa è la seconda considerazione che lascio a voi chiudendo il discorso sull’iter della vita che accompagna Gesù Cristo presente tra di noi. – Ora ne viene una terza ed è quella conclusiva. Vedete, Nostro Signore quando nel discorso dell’Ultima Cena, verosimilmente prima della istituzione della Eucaristia, ha narrato la parabola della vite, ha descritto la sua Chiesa nei suoi tre momenti: militante, escatologico, eterno; l’insieme della sua Chiesa, del suo Regno, e ha identificato sé stesso col tronco della vite. Tanto basta per capire che Nostro Signore Gesù Cristo ha messo una colleganza tra l’Eucaristia e la sua Chiesa. Siccome del momento escatologico non ce ne dobbiamo occupare perché non vi arriveremo: penso che noi non arriveremo a vedere la fine del mondo, possiamo lasciarlo da parte. Siccome al momento eterno ci pensa Iddio: noi non possiamo che presentare umili preghiere a Lui, alla Vergine, agli Angeli e ai Santi, anche quello possiamo lasciarlo da parte. Noi dobbiamo invece occuparci della Chiesa militante. – Il collegamento che Gesù Cristo ha fatto tra sé stesso, l’Eucaristia e la sua Chiesa è evidentissimo. In mano di chi ha messo sé stesso? In mano di Pietro e degli altri Apostoli. A chi ha detto : « Fate questo in memoria di me »? A Pietro, agli Apostoli, ai discepoli. Tutto alla Chiesa. La grande presente al suo spirito, mentre teneva il discorso che  accompagnato la istituzione dell’Eucaristia, lo sappiamo dall’adombramento della parabola della parabola della vite — la grande presente era la sua Chiesa, quella che ha chiamato « la mia Chiesa ». Quel possessivo usato da Lui, con un affetto che potrà riempire tutti i secoli di commozione, quel possessivo « la mia Chiesa » riguarda la sua Chiesa. E pertanto l’Eucaristia, come per altre colleganze ci ha fatto volgere verso la missione della Chiesa, che è quella dell’apostolato, l’Eucaristia ci fa volgere lo sguardo alla Chiesa di Gesù Cristo. – Noi, se siamo dei votati, dobbiamo totalmente vivere con Gesù Cristo, « in mensa Domini »; vivere con la Chiesa. La nostra vita non si può distinguere da quella della Chiesa. I fedeli devono anch’essi sentire con la Chiesa, dal posto di sudditi, sudditi dei pastori stabiliti da Lui, come dice la dottrina; ma per noi che siamo votati in diverso modo o con promessa o con voti o con l’Ordinazione sacerdotale, per noi non può esistere nulla che non sia inserito, allineato, assorbito, assimilato nella stessa vita della Chiesa. – La Chiesa. Vogliamo essere con Gesù Cristo? Stiamo con la Chiesa. L’iter con Gesù Cristo lo si realizza soltanto se siamo con la sua Chiesa, perchésoltanto nella sua Chiesa noi troviamo legittimamente l’Eucaristia. E allora imparate a dare ai vostri pensieri un corso, direi, di obbedienza costante, un corso d’assimilazione affettuosa; ai vostri pensieri, ai vostri desideri, alle vostre preoccupazioni date un corso di dedizione tenerissima alla santa Madre Chiesa. Quello che si presenta gioioso per lei sia gioioso per voi, quello che si presenta arduo per lei sia arduo per voi; quello che si presenta di sacrificio per essa sia amabile sacrificio per voi. Bisogna diventare così per essere con Gesù Cristo: vivere, camminare con la Chiesa. – La Chiesa oggi ha davanti grandi problemi. La Chiesa ha il problema di far presto nella evangelizzazione dei due continenti che sono saltati improvvisamente e scapigliatamente nella strada della storia e rischiano di portare la confusione in tutta la strada della storia: l’Asia e l’Africa. La Chiesa ha questa grande istanza e la persegue. La Chiesa ha davanti a sé la istanza di compiere tutto quello che è necessario e che è nella sua disponibilità giuridica, per rendersi al massimo pronta e adatta a ricevere la fede di quelli che sono ancora infedeli nel grande continente asiatico e nel grande continente africano. – La Chiesa ha davanti a sé l’assestamento dei popoli nella giustizia e nella pace. Perché essa sola ha nelle mani una dottrina capace di portare all’assestamento duraturo dei popoli nella pace, almeno la sufficiente convivenza. Già una volta la Chiesa ha dovuto prendere in mano i popoli per dei secoli. Che cosa non sia costato questo alla Chiesa noi lo possiamo intuire leggendo la storia ecclesiastica, e Dio solo lo sa, ma l’ha fatto; perché a certe istanze e a certi livelli della vita umana, le piccole massime del campo delle scienze e del pensiero e della legislatura bastano a creare cerchi circoscritti, ma non sono state capaci di creare nulla di veramente universale. La Chiesa ha davanti a sé questo grande problema dell’avvenire e della pace dei popoli. La Chiesa ha il problema di fare quanto prima, al livello della religiosità e della cultura e del pensiero, la liquidazione della più grande ferita che sia stata inferta al suo corpo: la divisione protestantica, quella divisione che ha avvelenato il mondo civile, che ha avvelenato l’Europa e della quale sono conseguenza diretta, con evidenza di legami e di successioni e di cause, le ultime due guerre mondiali e tutto quello che potrebbe ancora accadere. Ma soprattutto, forse ancora più del Protestantesimo stesso, deve fare la liquidazione di quello che la grave ferita, che il terribile veleno allora cosparso ha lasciato nel pensiero, nel costume, nella depravazione del mondo.

So bene che alla Chiesa di Dio « nec rosæ, nec lilia desunt »: non mancano mai né le rose porporine né i gigli candidi, mai. E Dio manda gli uomini secondo i tempi; manda i giganti quando occorrono lotte gigantesche; manda i santi quando occorre la santità; manda i grandi strateghi quando occorre la strategia. Dio sa quello che fa. Dio non rende troppo comode le cose agli uomini perché essi debbono acquistarsi, attraverso le cose scomode, il merito della loro gloria; ma Dio sa quello che fa e arriva al momento opportuno. E forse noi cominciamo già a intuire qualche cosa del piano di Dio in quello che sarà. Ma vedete questa Madre, questa Madre che deve nutrire i suoi figli all’interno, che deve andare a raccogliere per tutta la terra gli altri sparsi figli, almeno virtualmente, potenzialmente figli; questa Madre che li deve nutrire, che li deve difendere, che deve talvolta con sé stessa fare un arco tra il cielo e la terra per sostenere tutto quello che umanamente può cadere! Noi sappiamo bene che gli altri fatti sono impalcature effimere per costruire l’unica casa durevole, che è essa nel tempo; essa che dal tempo si protenderà poi, unica forma associativa delle cose umane, nell’eternità. – E abbiamo finito. Vedete, S. Tommaso d’Aquino al termine della sua sequenza, il Lauda Sion, che è una delle più meravigliose poesie che siano state mai scritte in questo mondo, si volge al Signore nel Sacramento: « Tu, qui cuncta scis et vales, qui nos pascis hic mortales, tuos ibi commensales coheredes et sodales, fac sanctorum civium ». E siamo ritornati al punto di partenza. Lo sguardo deve rimanere fisso là. Abbiamo detto che l’iter è con Gesù Cristo e Gesù Cristo è lì per noi soprattutto, anzitutto. Nessun iter ha una ragione logica in sé stesso se non ha un punto d’arrivo; e il punto di arrivo non è quaggiù, a una felicità qualsiasi, a un livello qualsiasi, a una soddisfazione, a una dignità, a un posto qualsiasi, no. Il punto di arrivo non è la gloria di quaggiù, non è il plauso, non è neppure l’amore di quaggiù. Il punto di arrivo è lassù. Non dimenticatelo mai: l’Eucaristia ci collega al cielo: « Tuos ibi commensales coheredes et sodales, fac sanctorum civium ». Amen.

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GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (12)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (12)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

12. La orazione eucaristica

Il quadro di famiglia che Nostro Signore Gesù Cristo ha delineato intorno all’Eucaristia ci porta a considerare un altro elemento, quello dell’intimità, perché l’intimità è propria della famiglia. Questo discorso potrebbe allargarsi in diverse direzioni, ma per ragioni di tempo conteniamolo in un punto solo, il colloquio con Nostro Signore, cioè l’orazione. Questa orazione — parlo della orazione eucaristica, ma quello che dico può valere per qualsiasi tipo di orazione — ha l’aspetto di un colloquio. Vorrei dire che questo colloquio diventa un elemento caratteristico dell’iter che dobbiamo fare con Gesù Cristo. Perché io attiro la vostra attenzione sulla orazione eucaristica? Perché prima di tutto nella S. Comunione — a parte la preparazione che tutti sanno che va fatta e fatta bene — il nostro apporto è dato da questo discorrere con Nostro Signore. Pertanto il parlare della orazione eucaristica risolve anche il punto pratico più interessante a proposito della S. Comunione. Ma c’è un altro motivo anche più pratico che ritengo di dover delineare subito per indicare gli elementi che facilitano la orazione eucaristica. Mi rendo ben conto che il problema, quando si tratta di orazione, è sempre questo: Beh, io comincio, mi metto lì, poi a un certo punto non so più che cosa dire, e allora… mi attacco a ripetere sempre la stessa cosa, senza fine. Intanto è già una gran cosa ripetere, tanto più che la ripetizione è quella che può consumare, nel senso di portare a esplicitazione completa, l’amore di Dio. Si può fare benissimo! Ma mi rendo anche conto che quando si parla di orazione eucaristica, di colloquio con Nostro Signore Gesù Cristo, bisogna anche un po’ insegnare come si fa a parlare. È lo stesso problema che occorre a proposito della meditazione. Perché, vedete, la oratio eucaristica, e cioè la orazione che si fa davanti al SS. Sacramento, sia in chiesa che in qualsiasi punto del pianeta — quando in chiesa si è impediti di venirci col corpo, ci si può venire con la mente e col cuore — in realtà può diventare la orazione di tutta la vita. E allora veramente per questa strada si arriva a portare a perfezione una vita che sia, come è logico, come è da suggerirsi a tutti i Cristiani, incentrata in Nostro S. Gesù Cristo presente là dove Lui si è messo presente, cioè nell’Eucaristia. E vorrei affidare a questo discorso sulla orazione eucaristica la ripetizione della verità che ho già ricordato, e cioè che la pietà eucaristica non la si fa soltanto con le ginocchia o con la gola, facendo delle grandi genuflessioni e cantando, perché talvolta può anche accadere che intere ore di orazione siano fatte soltanto con le ginocchia e con la gola e nient’altro. Ci vuole qualche cosa di più. È tutta quanta la vita che viene ad armonizzarsi, a razionalizzarsi, a organizzarsi intorno a Nostro Signore. – La orazione eucaristica deve essere una orazione d’intimità. Perché? Perché la orazione eucaristica ha sempre il carattere di un dialogo: si parla con Nostro Signore. Non è mai un monologo, è sempre un colloquio. Questo colloquio, poiché da Nostro Signore è stato collocato nell’atmosfera di famiglia, di una famiglia divina, deve prendere sempre il carattere della intimità. Io ho già dovuto dire qualche cosa a proposito della intimità con gli altri: la intimità della carità con i fratelli, dell’amicizia, e ho ricordato che è un elemento fondamentale; ma ora, trattandosi di parlare con Nostro Signore Gesù Cristo, il che è una questione un po’ più alta, devo riprendere il discorso e dire quello che non ho avuto occasione di dire quando parlavo della intimità con gli altri, di quella intimità bene inteso onesta e sincera che ha luogo anche nella vita umana, nell’ambiente familiare e in tutti quegli ambienti che riproducono in qualche modo la stessa atmosfera del focolare domestico. – La preghiera deve essere d’intimità, bene! La intimità da che cosa risulta? Vediamo un po’ gli elementi dei quali è fatta la intimità. Il primo elemento è una comunanza: bisogna che ci sia qualche cosa di comune. Perché la fusione propria della intimità avviene su qualche cosa di comune. Se non c’è qualche cosa di comune, non si realizza l’intimità. E allora perché la preghiera e il colloquio con Nostro Signore raggiunga l’intimità, deve avere qualche cosa di comune. Che cosa di comune? L’apprezzamento dello stato di grazia. Quando si è nello stato di grazia, si ha la partecipazione della vita divina. La grazia è una partecipazione della vita divina, elemento che ci mette in comunità, in comunione di vita con Nostro Signore, comunione reale, non solo psicologica; è ontologica questa. – Ma noi dobbiamo cercare di spingere al massimo questa comunità di qualche cosa. Ed è quando con Nostro Signore ci si sforza di portare l’animo nostro ad avere le gioie e i dolori che ha avuto Lui nella sua vita terrena; avere le approvazioni e le disapprovazioni che Egli, giudice eterno, ha nella sua eterna saggezza, nel suo beneplacito, Egli, Signore delle cose. Quando noi la portiamo a questo, la comunità, la intimità aumenta. Per esempio io aumento la intimità con Nostro Signore se l’elemento comune, che poi porta legna al fuoco da ardere, sono le preoccupazioni della Chiesa, le preoccupazioni delle anime, le gioie della Chiesa, le gioie delle anime, tutti i bisogni che si conoscono, perché i bisogni di tutti gli uomini sono cose che interessano il Cuore divino; e allora, se noi entriamo su quelli, siamo subito in comunione. Non dimenticate! Vedete come incomincia a diventare facile la orazione eucaristica! Non si finisce più. Perché se nella orazione eucaristica uno, mancandogli assolutamente tutto, non solo i ceppi da gettare sul fuoco ma anche i sarmenti e perfino le foglie secche, comincia a dire: Signore, vedi, conosco il tale, poveretto, guarda un pochino, non se la sa cavare, così…. Lo sai, d’accordo, ma aspetti che te lo dica io. Abbi pietà di lui. Guarda ! Poi c’è l’altro e poi l’altro ancora. C è questo e poi quello. Quando uno non sapesse più cosa dire, soltanto che si metta su questo elemento che gli viene indicalo dalla comunità, non la finirebbe più. Io ho goduto quando ho sentito leggere certi punti nella vita del santo Curato d’Ars. L’hanno inteso pregare a voce alta — a voce alta si prega anche meglio — e ho goduto di sentire che stava facendo una preghiera di questo tipo. Badate che con una preghiera di questo tipo si può fare una orazione eucaristica che duri anche tutta una notte, perché di esemplari sui quali portare la nostra attenzione benevola e supplichevole ce ne sono tanti. E ci si trova nella intimità, perché si parla a Dio, a Gesù Cristo, di coloro che Egli ama, di coloro per i quali egli è andato in croce. La prima caratteristica della orazione eucaristica è la intimità. La intimità si basa sulla comunione, sulla comunità dell’oggetto, su degli elementi comuni. Guardate che la intimità è fatta di fiducia completa, la intimità è il « rilascio » dell’anima di uno verso l’anima dell’altro. Il rilascio, espresso in termini meno materiali e più esatti, è la fiducia. E la preghiera eucaristica acquista una intimità quando, oltre la comunione, la comunità dell’oggetto, ha la infinita fiducia. È quella fiducia in Nostro Signore Gesù Cristo che prende il carattere dell’abbandono. – La intimità non solo si fonda sulla comunione dell’oggetto, sulla fiducia, ma si fonda anche sulla semplicità. Tutto ciò che è arzigogolo guasta la intimità. L’intimità è un filo diretto. È una linea retta brevissima. Basta che faccia un cerchio perché la intimità s’illanguidisca. Quindi la semplicità dell’animo e la generosità del cuore, cioè l’amore che dona, che cerca; il cuore largo, il cuore aperto. Questi sono gli elementi con i quali si fa la intimità. Io mi sono fermato a esaminarne con una certa lunghezza uno, ho appena sfiorato l’altro, e ho accennato agli ultimi. Badate bene che tutte queste cose, a farne la radiografia, rivelano una ricchezza enorme per la oratio eucaristica, per il colloquio con Nostro Signore. – Ora andiamo avanti ed esaminiamo un altro elemento che si prospetta in modo diverso, ma che arricchisce stupendamente ed è il fondamento della orazione eucaristica. È l’atto di adorazione. L’atto di adorazione che cosa è? È il riconoscimento della sovraeminenza propria di Dio Signore e Creatore, della sua infinita eccellenza, della sua infinita superiorità. Il riconoscimento è adorazione. Ora la adorazione nella orazione eucaristica è una cosa necessaria, anzi è la prima, è preminente. Non è uno stato come la intimità. È un atto la adorazione. Ecco perché se ne distingue. Tuttavia può sembrare che possa essere esaurita subito: Signore, io ti adoro! Ti riconosco Padrone di tutto, Signore del cielo e della terra! Sei infinito, sei santo, sei perfetto. Amen. E poi? Finisce lì. Eh no! Non finisce lì. Attenti bene. Qui si apre un’altra ricchezza immensa. Perché? L’atto di adorazione non può essere inteso soltanto teorico. Perché se è inteso soltanto teorico, io pronuncio delle parole, dico: Signore, tu sei il creatore del cielo e della terra: adoramus te, benedicimus te, e giù fino in fondo, e poi è finito. Ma l’atto di adorazione concreto, pratico, è l’accettazione di Dio. È l’accettazione in concreto della superiorità divina. In poche parole è la conformazione, prima e soprattutto, della propria volontà alla volontà divina, e poi conseguentemente la conformazione di tutte le proprie azioni alla divina volontà. È la osservanza della legge, l’adorazione in concreto. Ora posso anche rendermi conto che la adorazione in concreto, l’osservanza della legge, la si fa anche dopo la orazione eucaristica, la si fa poi nella vita. La si fa lì, la si fa dovunque. Quello che invece emerge, proprio ai fini della orazione eucaristica, della sua ricchezza, è l’atto della uniformità della volontà propria alla volontà divina. E può essere fatto nella orazione sia come rettifica del passato, rettifica di tutto quello che è stato non accettazione, non uniformità della volontà propria alla volontà di Dio, sia come accettazione di tutto il presente e come premessa del futuro. Ora vedete che sorta di ricchezza è questa! Noi nella nostra vita non potremo avere un bene uguagliabile a questo, al di sotto della grazia del Signore, di avere l’abito della uniformità della volontà nostra alla volontà di Dio, che è l’abito morale proprio corrispondente all’atto della adorazione. – Ma agli effetti della preghiera e della adorazione eucaristica in sé stessa, ammirate un po’ che sorta di ricchezza. Se uno, quando è a colloquio con Nostro Signore e nella sua adorazione, comincia a dire: ecco io ho fatto questo, e la volontà perfettamente uniformata alla volontà di Dio non l’ho avuta, aggiustiamola! Ho fatto quest’altro, e lì le cose non erano del tutto secondo la legge di Dio, aggiustiamole! E se le fa passare, e le esamina, e trascina la vita propria, il proprio ricordo, la propria memoria davanti a Gesù Cristo, nella sua nudità, con la sua deformità, umilmente, e fa la rettifica, oh! ne viene fuori uno di quegli atti di adorazione che rintronano anche gli orecchi degli Angioli! Pensare e richiamare tutti gli elementi che sono difficoltosi nella propria esperienza spirituale e nella propria vita, richiamarli tutti e in tutti fare la rettifica della volontà: io voglio così, deve essere così perché così è la tua volontà. Vedete come allora può diventare incredibilmente ricca la orazione eucaristica, mentre diventa incredibilmente proficua ai fini morali di irrobustimento della propria vita. Perché noi la perfezione la troveremo sempre nella uniformità perfetta e concreta della nostra volontà alla volontà di Dio. E, vedete, è un esercizio questo che bisogna fare e farlo molto. Farlo quando si è al tempo delle vacche grasse affinché serva quando si arriva al tempo delle vacche magre. – Perché ci sono poi i momenti di aridità; i momenti di abbassamento, i momenti in cui cascano le ali a terra. Siamo uomini, poveretti! Si capisce che quando arriva lo scirocco, ci si sente più snervati. Quando arriva la tramontana si dirà: è freddo, ma si diventa più gagliardi. Le stesse cose succedono anche nella vita dell’anima. E allora che cosa è che salva e rende facile la uniformità alla volontà di Dio nei momenti delle vacche magre, cioè quando le faccende tentano allo stordimento, alla confusione e alla tentazione e soprattutto alla aridità spirituale? Quando avvengono certi traumi, certi choc psichici per cui succede nella nostra anima quello che succede quando si prende inavvertitamente una boccata di brodo che è ancora bollente, a cento gradi, e si rimane con la bocca tutta quanta bruciata per cui fino al giorno dopo non si sente più gusto di niente. E questo sarebbe poco, purché non succeda altro, che non si facciano delle piaghe. – Si hanno degli choc psichici, a volte, che producono questo effetto: di far perdere completamente la sensibilità, il gusto delle cose spirituali. Mettono veramente a terra. Oppure quando si debbono affrontare grandi decisioni, accettare dei dolori, accettare cose che possono fare anche spavento. Cari miei, allora viene bene l’esercizio della uniformità alla volontà divina. – La orazione eucaristica ha altri aspetti. Dopo la adorazione viene il ringraziamento. Guardate che cosa rappresenta per la nostra vita il ringraziamento inteso in concreto. Perché il ringraziare è il riconoscimento di un benefìcio ricevuto. Ed è quella certa forma di restituzione fatta con un atto affettuoso, con un riconoscimento affettuoso e con un atto spirituale di amore, di generosità, di ammirazione, una certa aliquale restituzione del bene che si è ricevuto. Quando io dico grazie, esprimo questo: mi hai fatto una cosa che mi ha fatto del bene, mi ha fatto piacere. Ti vorrei restituire qualche cosa. Riconosco anzitutto che mi hai fatto qualcosa e ti restituisco un atto di affetto. Ecco, questo è il ringraziamento. Però — ed è qui dove si vede la ricchezza pratica dell’inserimento nella orazione eucaristica del ringraziamento — l’atto del ringraziamento contiene sempre il giudizio sulla bontà delle cose. Questo significa che quello di cui io dico grazie, mi accorgo che è un bene. Se grazie lo dico distrattamente, per abitudine, non penserò a niente, sono quelle frasi che assumono quasi il valore di una interiezione. Ma se grazie lo dico sapendo quel che dico, in quel momento dico: questo è un bene, cioè riconosco che è un bene. – Sentite, miei cari amici, potete voi provarvi a pensare come cambia tutto il panorama della nostra vita spirituale se ci abituiamo a considerare che tutte le cose che Dio ci ha dato sono beni e che noi generalmente non consideriamo? Perché tutto passa in giudicato, passa nel comune, passa nel diritto e non se ne parla più. Ma se ci soffermiamo e facciamo questo atto di educazione di considerare le singole cose e accorgerci che sono un bene, allora si sostanzia l’atto del ringraziamento. Ne ho di cose di cui mi posso accorgere che sono un bene! Non la finiamo più nessuno di noi, perché i beni che abbiamo ricevuti sono infiniti. Noi gretti, che guardiamo quasi sempre nella mano dove c’è vuoto e non guardiamo mai nella mano dove c’è pieno e pertanto ci lamentiamo! Ma se siamo giusti, siccome sono molto di più le cose che abbiamo di quelle che non abbiamo, per giustizia dobbiamo prenderne atto: sì, questo è un bene, lo riconosco. Non nel dimenticatoio, non nella oblivione, non nel disprezzo, non nel non conto. Atto di giustizia. Questo è bene, quest’altra cosa è bene. Signore tu me l’hai data! Enumerare i beni! Anche in capo alla giornata! Ma insomma che oggi vi sia il sole non è una cosa bella, non è un bene? È sempre meglio che vi sia il sole che il tempo uggioso, che deprime, snerva, irrita. Siamo circondati di beni! Tutta la nostra vita è stata una continua elargizione di beni da parte di Dio. E se è così, ringraziamolo! – Vedete che non ci si ferma più, se vogliamo essere esatti. E di cose da nutrire la orazione eucaristica quante ne arrivano! Ma c’è un altro fatto che ha un risultato morale: la nostra vita, quando cui mi accorgo che è un bene, si accende una lampadina nuova! E io, continuando la elencazione e accorgendomene: questo è un bene, quest”altro è un bene, questo è un altro bene, aumento continuamente la luce. È verissimo questo: le anime liete sono quelle che vivono di riconoscenza. Il segreto della gioia è vivere di riconoscenza. Per la ragione che è riconoscenza vera, s’accorge del bene. Insomma, riconoscenza significa contemplazione del bene. Se uno si va a mettere per tutta la vita dinanzi a un lebbroso che si disfa, dinanzi a un cimitero stravecchio dove tutte le cose pare abbiano il tedio persino della eternità; se uno si mette sempre davanti a cascamorti, a gente che deve storcere sempre la bocca, gente che deve sempre capire a rovescio, parlare a rovescio, interpretare a rovescio, che deve predire dolori, che deve predire sciagure; che deve far cascare il mondo, catastrofi, apocalissi… a un certo punto, poveretto, gli viene un infarto! Finisce con l’avere il muso lungo anche lui: muso lungo di fuori e muso lungo di dentro. L’ha con gli altri e l’ha con se stesso; va tutto male, mangia limoni dalla mattina alla sera! – Il discorso potrebbe farsi lungo, ma bisogna che andiamo avanti. C’è la propiziazione. Il chiedere perdono. Basta enunciare: capite subito quale ricchezza porti questo terzo punto alla orazione eucaristica. C’è poi la impetrazione. Ah! Qui qualche parola bisogna spendercela, e vedrete la ricchezza che nella orazione eucaristica anche questo elemento può portare all’animo nostro nel colloquio con Nostro Signore Gesù Cristo. Chiedere. Ma se ci mettiamo a chiedere, possiamo non finirla più. Quanto lui ci ha incoraggiato! Ci ha detto: «Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto», e ha aggiunto : « Sine intermissione orate ». Dunque si tratta di chiedere. C’è da chiedere per noi, per gli altri, per la Chiesa, per chi ne vuole e per chi non ne vuole, per chi sta bene, per chi sta male, per chi canta, per chi ride… per tutti. Si può chiedere per tutti. E siccome il buon Dio allarga la manica quanto più noi chiediamo e s’aumenta l’effetto della nostra preghiera se chiediamo insistentemente e se chiediamo di più e per i più, questa manica facciamola allargare! Andiamo avanti e cerchiamo di arrivare, almeno sommariamente, in fondo all’argomento di questa oratio eucaristica. Vedete! Questa orazione eucaristica può arrivare e deve arrivare a uno stato anche contemplativo., Intendiamoci -. io non parlo della contemplazione mistica, cioè quella che presuppone uno stato carismatico, che viene da una grazia speciale, da un miracolo che fa Iddio. Ma stiamocene pure in quella che non è contemplazione straordinaria, e cioè la orazione eucaristica che può arrivare a quello stato di quiete in cui non c’è più il fatto discorsivo, il fatto della successione delle immagini, ma il fatto dell’intelletto che, seguendo l’affetto del cuore, rimane fisso in Dio. Fisso, non addormentato eh, intendiamoci, fisso, che è una cosa diversa. Fisso su verità che riguardano Iddio, lasciando l’azione a un fatto penetrativo; quel fatto penetrativo che consiste nel guardare con l’intelletto, sostenendo la volontà il cuore, per cui una verità, che a guardarla sembrava nuvolosa, si dipana, diventa chiara. E allora in questa fissità dell’intelletto, senza fatto discorsivo, cioè senza successioni d’immagini o passaggio da maggiore a minore in un ragionamento, una verità diventa sempre più chiara, abbagliante. Questo può accadere e può accadere senza che occorrano grazie straordinarie. Quindi è una certa quale orazione di quiete. Una certi quale, intendiamoci, non la orazione di quiete di S. Giovanni della Croce, di S. Teresa, di S. Lutgarda e di S. Matilde’. Beati loro! È una orazione di quiete, di una certa qual quiete che è possibile al comune Cristiano. È evidente che l’arrivare a questo stato di contemplazione, di aliquale orazione di quiete, suppone una pace nell’anima, suppone aver placato quel certo sommovimento psicologico, aver fermato il passeggio indebito della fantasia — che a volte viene bene, soccorre perché con le sue trovate e con i suoi cartelloni e con i suoi ritagli aiuta — suppone aver fermato tutto questo. E pertanto il fatto contemplativo in qualsiasi orazione e anche nella orazione eucaristica della quale stiamo parlando non è il più facile, intendiamoci. Ma è possibile. E non è detto che a brevi tratti, a frammenti, non si possa intercalare, infilare in mezzo a tutto il rimanente della oratio eucaristica. E può essere anche che, a forza d’infilarcelo anche per pochi istanti, qualcuno riesca a portarlo avanti per qualche minuto; e poi può essere anche che gli accada di portarselo avanti per qualche ora: Dio sia benedetto! E sia benedetto anche colui al quale ciò succede. Però non è una cosa facile, ma ci si può arrivare. – Allora lo sguardo dell’intelletto è fisso a Gesù Cristo o a qualche verità, in quella fissità però nella quale, senza fatto discorsivo dell’anima, l’oggetto stesso, da solo, lo muove, e passa dallo stato nebuloso allo stato più luminoso, dallo stato chiuso allo stato aperto, dallo stato generico allo stato dettagliato; e può arrivare anche a una luce abbagliante. E può anche lentamente presentare, quasi si direbbe, delle risposte — non parliamo di cose miracolose — da parte di Dio, cioè sottoporre all’intelligenza che rimane così fissa in Dio dei principi o delle verità che, pervenute in quel momento, sono come la presentazione di una risposta. Perché ci può essere, al di là della orazione di quiete, un dubbio, una istanza che pencola nell’anima. E può accadere, in questa orazione di quiete, permettendolo Iddio, che l’oggetto si dipani da solo e venga a mettere davanti al naso proprio quella cosa che occorreva considerare per risolvere un dubbio, Allora Dio sia benedetto! Intendiamoci, è cosa diversa dall’intervento, dalle voci; per carità, non parliamo di quelle cose lì perché è talmente grave il pericolo dell’isterismo, che bisogna starsene bene attenti. Vedete che cosa è, che cosa può essere la orazione eucaristica! Come si può dipanare con la stessa ampiezza con la quale s i dipana il moto dell’onda nel mare immenso, che si riproduce, si risolleva, ripete il suo ritmo fintanto che forse, a distanza di migliaia di chilometri, trova la sponda. La sponda è l’eternità! Nel caso presente è la orazione eucaristica, il colloquio con Nostro Signore. – Perché il Signore sta lì? Sta lì perché noi camminiamo nella nostra vita con Lui. Ma capite bene che camminare nella vita con Lui non è semplicemente muovere delle gambe e mettersi dei chilometri dietro alle spalle. È un’altra cosa! È un movimento di virtù che s’ispira all’Eucaristia. È  un movimento dell’intelligenza che vive di tutta la realtà teologica, dogmatica, evangelica che sta nell’Eucaristia. È accendere il fuoco che Lui ha acceso intorno all’Eucaristia: la caritas, che ha il suo più grande fondamento nella humilitas. Ma è il parlare con lui partendo dal fondamento di quello stato di grazia che ci rende consoni e partecipi della stessa natura divina e che mette una comunanza tra noi e Gesù Cristo, dinanzi alla quale impallidiscono tutte le altre comunanze o comunità che possono annoverarsi nell’ordine meramente naturale. Parlare con Lui tutta la vita! Ora voi traducete e capirete il valore dell’ora di adorazione, il valore della visita al SS. Sacramento, capirete il valore della visita fatta al SS. Sacramento anche da lontano. Anche da lontano! Quando camminerete e incontrerete una chiesa, non dimenticatevi mai di parlare con Lui, anche se non vi entrerete. Quando vedrete un campanile, ricordatevi che c’è Lui e sappiate parlare con Lui, sia pure brevissimamente. Non è detto che gli altri se ne debbano accorgere, non occorre affatto. Sono affari che si sbrigano dentro sé stessi! Ma l’iter con Gesù Cristo ha una parte importante, una parte dirimente, una parte vitale nel colloquio con Nostro Signore Gesù Cristo. – Allora camminiamo con Lui! Che non accada, come è accaduto ai due discepoli che fino a Emmaus non si sono accorti di niente. Soltanto avvertivano un certo calore dentro. Apriamo gli occhi prima! Loro avevano parlato con Lui; ma avevano parlato senza accorgersene. Noi parliamo con Lui accorgendocene e ripetendo sempre, come hanno ripetuto quei due poveri uomini che in fondo finivano con lo scappare sconsolati da Gerusalemme e poi sono tornati indietro: « Mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit ». Rimani con noi,Signore, perché si fa sera! Già, si fa sempre seranel mondo, perché c’è la caducità delle cose, perchéc’è il volgersi del sole; c’è il volgersi dellestagioni e degli anni, c’è in tutto il ridursi all’umiltàdella morte. E allora il colloquio deve durare:

« Mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit!».

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GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (11)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (11)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

11. La vera carità

Il collegamento fra la nostra vita eucaristica e la virtù della carità è talmente grande, talmente fondamentale, per volere di Nostro Signore Gesù Cristo, che noi dobbiamo ancora insistere su questo concetto e sulle sue pratiche conseguenze. Già vi ho fatto vedere che nella mente del nostro Divin Salvatore la carità fa veramente parte della cornice e dello sfondo della vita eucaristica, della pietà eucaristica. – La virtù della carità va pratìcata come l’ha praticata Nostro Signore Gesù Cristo. Che sostanza ha dato Nostro Signore Gesù Cristo alla parola: amare il prossimo? L’ha data in due modi: parlando e facendo. Parlando, egli ha detto chiaramente che se noi non ameremo il nostro prossimo anche quello che non ci è bene viso, saremo come i pagani. Ha detto chiaramente che l’amore verso i propri fratelli è complementare dell’amore di Dio,  e pertanto fa parte del primo e supremo di tutti i precetti che racchiude tutta la Legge e i Profeti: amare Dio e amare il prossimo. L’amore del prossimo va distinto, per l’oggetto, dall’amore di Dio, ma è parte complementare delle stesso amore di Dio. Nostro Signore ha detto che il prossimo va amato come amiamo noi stessi. Sono parole grandi e tuttavia hanno bisogno di una spiegazione pratica che è data dal modo in cui si è comportato Gesù Cristo stesso. Allora si raggiunge veramente la sostanza della carità verso il prossimo. – Nostro Signore per amare noi uomini ha fatto così: ha fatto di sé stesso, Dio, un uomo. Ossia ha fatto di sé stesso quello che sarebbe venuto bene per noi. Se non si fosse fatto uomo, non avrebbe potuto redimerci; non sarebbe stata possibile, in via di giustizia, la soluzione del peccato del mondo, del peccato di tutti gli uomini. Tutto questo è legato al fatto che s’è fatto uomo come noi, avendo preso la umana natura per mezzo di una madre come abbiamo fatto tutti noi. Cioè Egli ha amato noi non soltanto, come talvolta potrebbe sembrare in questo mondo, con la sua borsa — tanto non l’aveva, non l’ha mai voluta avere, l’ha lasciata portare agli altri — o con altri elementi estranei a sé, no; ha amato gli uomini con sé stesso, facendo di sé quello che veniva bene per gli uomini. E allora ci ha dato veramente l’indicazione di come si faccia ad amare il nostro prossimo. Questa è la grande indicazione che distingue la carità dall’amore umano, dall’umanitarismo, dalla filantropia e da tutte le altre cose o piacevolezze che si vanno dicendo talvolta in questo mondo; che distingue la socialità cristiana da tutto ciò che non è socialità cristiana. Il prossimo lo si ama così: facendo di noi delle persone talmente complete, buone, umili, sante, equilibrate, talmente a posto da essere sempre il principio della vita e della gioia, della serenità e della pace, della concordia e della riconciliazione per tutti gli altri. Ecco la carità: una moglie ama il marito se fa qualcosa per cui il marito sta bene; il marito ama la moglie se fa qualcosa per cui la moglie sta bene. E così l’amico per l’amico, il compagno per il compagno, il collaboratore per il collaboratore. Tra gli uomini questa è la grande legge: si amano gli altri facendo noi buoni in modo che gli altri stiano bene, come ha fatto Nostro Signore Gesù Cristo. E allora si comprende come la virtù della carità venga descritta da S. Paolo nel cap. XIII della prima Lettera ai Corinti con una tale sequenza di attributi che si direbbe quasi diventata la virtù totale. E tutta quella serie di attributi si compendia in questo: per amare il prossimo bisogna diventare buoni su tutto il fronte. E questo perché non dobbiamo dare agli altri soltanto delle parole o dei facili e futili sentimenti, ma qualche cosa di sostanziale, come ha fatto Nostro Signore Gesù Cristo. Non è la prima volta che vi parlo di questo argomento, ma è un argomento che non sarà mai abbastanza richiamato, perché è troppo facile che la carità verso il prossimo la si confini in un sentimento, in una specie d’istinto o addirittura in una specie di simpatia, il che non è assolutamente adeguato al concetto di carità, o che la si confini in un’abitudine di elemosina o in qualche elargizione di sorrisi di bontà e di forma quando la elemosina non la si vuole e non la si può fare o ci sembra che non sia il caso di farla. – Allora è chiaro che la virtù della carità ha bisogno della umiltà. L’elemento che più di tanto equilibra noi in rapporto ai nostri fratelli è la virtù della umiltà. Ho già detto che la virtù dell’umiltà risolve a questo mondo le questioni. È la chiave con cui si aprono tutte le porte. È l’espediente o, meglio, la risorsa con la quale si superano tutte le difficoltà, è la forza con la quale si fanno cadere tutte le muraglie, tutte le fortezze, anche quelle di Gerico. È l’arma con la quale si spuntano tutte le armi degli altri. Veramente humilitas omnia resolvit. Ora non devo fare un discorso diretto sulla virtù dell’umiltà, ma devo parlarne quale elemento potenziale per avere la virtù della carità. Badate bene che, siccome la virtù della carità è una virtù di relazione col prossimo, il fondamento di tutte le buone relazioni col prossimo sta sempre nella umiltà. Se ve ne volete convincere, provate a guardare da che parte arrivano a noi tutti i fastidi che ci dà il prossimo nostro: arrivano dalla superbia. La superbia degli altri, che poi si stempera in orgoglio, in vanità, in ambizione, in testardaggine, in gelosia, in invidia, in spirito di vendetta. Tutte parti potenziali della superbia, che è veramente il fumo negli occhi. Noi stiamo tanto bene quando troviamo della gente umile. Qualche volta questo stare bene è un po’ interessato, perché non siamo umili noi e allora ci fa ancora più piacere che lo siano gli altri, quasi perché la diversità aumenta il comodo e l’agio nostro; e questo non va bene. Tanto la umiltà si desidera dagli altri, altrettanto bisogna darla agli altri. Deve esserci una reciprocità. Gli altri, con le manifestazioni della loro superbia, ci danno veramente fastidio, ci creano una pena, sono per noi un disagio permanente. Vedendo questo negli altri, allora possiamo capire, dallo specchio, come siamo noi quando, con la nostra superbia, siamo ambiziosi, vanitosi, orgogliosi, gelosi, invidiosi, testardi; prendiamo talvolta delle grandi impennate e arriviamo alle impazienze e alle sfuriate, mettiamo su i musi, diventiamo nervosi e facciamo della gran solennità fuori posto. In sostanza si tratta di banalissime manifestazioni di superbia senza nessuna dignità. Da questo possiamo capire quanto diamo fastidio al nostro prossimo. – Voi capite che per avere la carità sostanziale secondo l’esempio che ci ha dato il nostro divin Salvatore, bisogna che ci mettiamo bene in testa che il primo dono che possiamo fare ai nostri fratelli è la nostra umiltà. L’umiltà è l’arte di sapere aver torto quando non lo abbiamo, di saperci tirare indietro, di avere così torniti i nostri sentimenti interiori che questi non abbiano a trapelare in tante manifestazioni, sia pure di sfumatura, ma che annebbiano, che lacerano la buona concordia coi nostri fratelli. Occorre, per questo, farci un’abitudine interiore, perché l’umiltà, se non è un fatto interiore, è inutile averla esternamente. La umiltà che si ha solo esternamente si chiama untuosità. E d è falsità, perché se uno, per essere umile e non credendoci affatto, dice: Io sono un somaro, io sono un’oca, è chiaro che questa non è umiltà, questa è falsità e soprattutto è untuosità. Oppure è cerimoniosità: grandi inchini, grandi scappellate e riverenze, titoli, ecc. Sono tutte cose esterne e di poco valore, che non reggono. Attenti bene! L’umiltà, per elevare, santificare, corroborare e assicurare la vita di relazione, non regge se non è un fatto interiore, se non parte dall’umile sentire di sé, da quel giudizio sincero di noi dato da noi stessi, se non parte da quella prudenza per cui, anche dinanzi a ragioni obiettive per stimarci a una determinata quota, noi abbassiamo sempre il prezzo, perché sappiamo che c’è un istinto di personalità che a nostra insaputa, incoscientemente, ci porta avanti. Con questo deprezzamento volontario, virtuoso, probabilmente arriveremo a metterci nel giusto circa la valutazione di noi stessi e quindi circa tutte le conseguenze anche esterne di contegno che vengono a dipendere da essa. Per ritornare al mistero eucaristico, vedete con quale umiltà si è presentato Nostro Signore Gesù Cristo, sotto quali apparenze si è messo. Non si è andato a mettere sotto le apparenze di una corona gemmata, di un simbolo d’oro, non si è andato a costituire chissà mai quale cosa artistica, straordinaria, ricercata, rara, ma si è messo sotto le apparenze del pane e del vino che sono il nostro nutrimento quotidiano. Le cose più semplici, più immediate. Nostro Signore ci dà questo esempio e se ne sta lì nel tabernacolo ad aspettare gente che non viene; rimane solo in tante chiese e in tante ore del giorno, tutte le ore della notte. È raro trovare dei santi Curati d’Ars che passino la notte in chiesa a pregare, a fare la parte degli altri, a fare la lampada vivente. È così difficile mettere su delle associazioni che facciano l’adorazione anche di notte! Vedete quale esempio di umiltà ci viene da Nostro Signore! La virtù della carità, proprio perché deve essere sostanziale, come mette l’accento sulla virtù della umiltà, deve mettere l’accento su qualche altra virtù. Perché se vi riducesse ad essere accompagnata da queste altre virtù, difficilmente reggerebbe. E parlo della semplicità e della sincerità dell’anima. In tutti i nostri rapporti col prossimo s’impone sempre un’istanza di chiarezza. L’istanza di chiarezza è dovuta a questo: che noi presentiamo al prossimo la nostra faccia, il corpo-materia, insomma; e per quanto la faccia abbia gli occhi e gli occhi siano le porte dell’anima che lasciano trapelare guizzi dai quali si possono capire tante cose, l’anima il nostro prossimo non la vede direttamente. La condizione naturale, imprescindibile dell’umana condizione è questo modo di essere opachi per natura, dato dal fatto che siamo costituiti di anima e di corpo, e non c’è la visione immediata tra anima e anima, che richiede sostanzialmente, perché i rapporti col nostro prossimo siano nella carità, la trasparenza. Cioè là dove esiste un corpo che è di natura sua opaco e non lascia vedere direttamente l’anima — perché l’anima può benissimo celarsi e presentarsi in spoglie completamente mentite — è necessario metterci la trasparenza. Questa è la ragione obiettiva che richiede la semplicità e la sincerità, proprio perché nelle relazioni nostre col prossimo crolla questo sipario opaco. Notate bene che ho detto due parole: non ho detto soltanto sincerità, che è la virtù morale della verità, ma ho detto anche semplicità. E la ragione è questa: che la sincerità non riesce a dare la trasparenza se manca la semplicità. La semplicicità è la negazione di ogni arzigogolo; è la negazione delle complessità, delle complicazioni, delle vie ritorte. È la negazione, insomma, di tutto quell’involgersi col quale noi facciamo perdere al nostro prossimo le tracce di quello che realmente pensiamo, anche senza dire delle menzogne. Quando manca la semplicità, non è detto che noi siamo menzogneri; non si dice il rovescio di quel che si pensa, non c’è disparità, per sé e direttamente, tra il pensiero e la parola, ma c’è un tale menare un can per l’aia che alla fine della favola si ottiene lo stesso effetto, press’a poco quasi come se si dicesse una bugia: si gira, si gira e si complica; si fanno tanti di quei giri nel labirinto delle nostre parole che si fa perdere la nozione di dove sia il nord, il sud, l’est e l’ovest. Questa è la mancanza di semplicità. Ora capite perché non ho detto che per fare cadere questo velario opaco, che è sempre pronto a erigere dei muri tra noi e il nostro prossimo, occorre solo la sincerità: perché la sincerità dà la trasparenza, ma questa trasparenza deve essere aiutata e assicurata dalla semplicità. Sì, voi potete mettere un vetro, lo so, e il vetro di natura sua è trasparente; ma se questo vetro ce lo mettete smerigliato, non ci si vede attraverso. Se voi questo vetro lo mettete sfaccettato, come si sfaccettano i diamanti, non potete vedere bene la parte di là. La sfaccettatura vi devia molti raggi e pertanto le immagini non vi possono arrivare. Ecco perché la sincerità, per raggiungere la trasparenza, per far cadere il velo della opacità, deve essere armata e sostanziata essa pure di semplicità. Non se ne può fare a meno. Che andamento sereno prende allora tutta la dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo! Come noi da questa sponda, seguendo il pensiero suo, abbiamo l’impressione di intravvedere il paradiso terrestre, l’Eden! Come si fanno belle, colorite, vive le cose! Come cambia completamente la vita, in tutti i suoi rapporti, quando sia veramente come vuole Nostro Signore Gesù Cristo! – La virtù della carità ha un punto delicato, e non si può fare a meno di parlarne anche perché c’è l’invito esplicito di Nostro Signore Gesù Cristo: « Se stai per fare il tuo dono davanti all’altare… ». Ritorniamo al concetto eucaristico. Badate che è un richiamo preciso a una legge senza la quale la carità non sussiste, ma diventa parziale, frammentaria, e poi finisce col cadere nella sua stessa sostanza. Si tratta della legge del perdono. A volte la carità appare talmente fatta di velluto e pare vellutare talmente tutte le pareri e tutti i pavimenti e persino il cielo, che vien da piangere a considerarla bene. Ma quando si arriva all’argomento del perdono, cascano gli altarini. Io ho paura che su dieci che si ritengono molto Cristiani, quasi perfetti Cristiani, e che si ritengono di avere il colloquio immediato con Dio, a mala pena se ne trovano tre o quattro che sanno perdonare. Eppure la legge del perdono è legge fondamentale nel Vangelo, tanto fondamentale che quando Nostro Signore ha creduto opportuno insegnarci una preghiera molto breve, riassuntiva, in cui ha messo le cose principali, il Pater noster ce l’ha infilata dentro: vi ha messo la condizione: « Dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris ». Questo ci fa dire, e così ci mette in imbarazzo sempiterno. Quando si dice il Pater noster, se ci si pensa, talvolta non si riesce ad andare avanti e finirlo. Perché se si pensa a quel che si dice quando cirivolgiamo a Dio dicendo: « Signore, rimetti a noii nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», se per disgrazia non è perfettamente veroche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori, come si fa a dirlo? Capisco che alle volte si va talmente avanti con l’armonica automatica che si dicono le cose più inverosimili al buon Dio mentre si prega Se ci si pensasse un po’ di più, si direbbero cose meno inverosimili. Invece con una faccia tosta inverosimile diciamo: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. – La legge del perdono è fondamentale nell’Evangelo. Io direi che un vero cristiano lo si riconosce dal perdono. Il grado, la temperatura, la valenza, la caratura, quella autentica, sostanziale, genuina del Cristiano la si conosce dal perdono. Nostro Signore è stato, direi, tremendo su questo punto. Ricordate la parabola del servo cattivo? Aveva avuti condonati dal proprio padrone tanti talenti e non aveva avuto la forza di condonare un piccolo debito a un suo conservo. E il padrone ha fatto prendere lui, la moglie e i figli e gettarli in una prigione finché non rendesse fino all’ultimo centesimo. – Quando Pietro chiese a Gesù: « Signore, fino a quante volte dovremo perdonare? Fino a sette volte? » gli sembrava di sfornare tutta la generosità del mondo. E si è sentito rispondere: « Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette », frase che nel linguaggio aramaico nel quale parlava N. S. Gesù Cristo, significa: perdonerai sempre. Sempre. Adesso io non indugio a parlare del fatto che il perdono non inibisce che si faccia giustizia, che si diano le punizioni a chi si devono dare, perché le ragioni sociali prevalgono su quelle individuali. Non è il caso di fare la casistica. Ma la legge del perdono in sé deve rimanere. Qui c’è una piccola precisazione da fare. La legge del perdono molti la considerano una legge da tirarsi fuori come i grandi addobbi, come i pavesi, cioè nelle grandi occasioni: la scena è pronta, le quinte sono ben tirate, tutto è luminoso e io faccio il bel gesto del perdono. È il gesto di S. Giovanni Gualberto che un venerdì santo incontra per la strada, inerme, lui che era armato, l’uccisore del proprio fratello, il quale allarga le braccia in croce e domanda pietà in nome del Crocifisso di cui quel giorno si faceva la commemorazione. S. Giovanni Gualberto lo perdona abbracciandolo, poi va nella chiesa di S. Miniato, e il Crocifisso china il suo capo verso di lui come a dirgli: Hai fatto bene! Casi solenni, vero? Distribuiti qua e là nella vita, per qualche circostanza un po’ teatrale, molto drammatica, molto ben drappeggiata e illuminata, è quasi una recitazione di orgoglio. Badate che la legge del perdono è una legge che dobbiamo applicare dalla mattina alla sera. È qui veramente dove si vede il perdono. Certo, quando si danno le grandi occasioni, le gravi offese, allora bisogna fare grandi remissioni, dare qualche grandissima assoluzione, perdonare al proprio calunniatore. Beh, sì, ci sono anche queste occasioni, non dico di no. Ma guai se pensiamo che la legge del perdono sia valevole soltanto in queste grandi occasioni. La legge del perdono va applicata dalla mattina alla sera, cento volte al giorno. In moltissimi dei rapporti che noi abbiamo col nostro prossimo salta fuori qualche debituccio, o almeno noi crediamo che il nostro prossimo, qualunque esemplare del nostro prossimo con cui abbiamo da fare, ci pianti sempre lì qualche piccolo debito. Che poi sia vero o non sia vero, anche questa è una cosa da tener presente, perché siamo moltissimo pronti a registrare tutti i debiti che gli altri hanno con noi, e ne inventiamo anche, e non siamo affatto pronti a ricordare i crediti che gli altri hanno con noi. Ma è certo che dalla mattina alla sera, nei contatti col nostro prossimo, sia che esista o non esista una ragione obiettiva, noi vediamo allinearsi tutta una serie di piccoli crediti nostri e di debiti altrui. E queste cose poi, ristagnando, formano una specie di patina, talché a volte finiscono col dare l’umor nero e chissà quale capacità di fulminare tutto 1’universo! Allora viene il nervoso, vengono le reazioni, ci si lavora sopra, si mettono fuori i musi e non si finisce più. Allora gli altri capiscono che ci sono dei musi, e ne fanno anche loro; uno capisce che l’altro ha fatto i musi e non capisce perché ha fatto i musi. A volte ci costruiamo noi un mondo di nemici, di persecuzioni, di vendette, di guai, insomma, che poi sono tutti nella nostra fantasia. – È l’applicazione della legge del perdono che interessa. E non è facile! Io ritengo che sia più facile dare i grandi perdoni, quelli solenni, teatrali; credo che sia più facile perché lì c’è anche il senso di troneggiare, di fare una cosa egregia: tutto l’insieme sostiene. Mentre è difficilissima, nella giornata, la continua applicazione della legge del perdono per cui non resta mai niente, la pagina rimane sempre pulita. Non c’è mai nessun debito, tutto viene subito messo a posto. – Ecco, io credo che da questa più o meno disordinata descrizione della legge del perdono al minuto, non all’ingrosso, voi siate in grado di fare una conclusione molto importante: il perdono al minuto è quello che libera l’anima continuamente, è quello che sblocca l’anima continuamente, che la riporta sempre alla serenità virtuosa, non poltrona, virtuosa davanti a Dio e davanti ai fratelli. Ed è quella che ci fa stare a questo mondo molto meglio, perché si sta bene a questo mondo quando si fa così. Costa un po’, eh! esercitare il perdono a questo modo e regolarmente bruciare tutti idebiti degli altri mano mano che pare arrivino, pensando anche che il maggior numero di debiti degli altri sono frutto della nostra fantasia e del nostro orgoglio e non frutto del peccato altrui. Anche questa considerazione deve avere il suo peso. –  Ma è la liberazione, la serenità dell’anima. Allora si raggiunge veramente la semplicità. Vi ho detto: c’è qualche cosa di opaco tra noi e i fratelli: la carità deve farcela abolire. Ma per abolirla occorre la sincerità. La sincerità da sola, che sarebbe per sé trasparente, può non esserlo perché i vetri possono essere smerigliati, sfaccettati, dipinti e perfino istoriati. Da questo vetro bisogna continuamente, con una pelle di daino, spazzare via tutto quello che vi si posa: la polvere, i granelli, gli insetti, tutto. Senza questa pelle di daino in mano non si riesce a mantenere la semplicità dei rapporti e pertanto la sincerità nei contatti coi nostri fratelli. Perché è quando ci si sente circondati di sincerità, di trasparenza, che si sta bene. Ma la trasparenza può essere mantenuta con la semplicitàe col perdono continuo. Rinnegando il perdono al minuto, il vetro si copre, si appanna. Se al mattino era bello, traslucido, alla sera non si vede più di là: è tutto coperto dai debiti degli altri e dai crediti nostri. Allora non si vede più niente e tutto diventa incerto, dubbioso, penoso, precario. Bisogna dare questa carità al nostro prossimo. Nostro Signore, mentre istituiva l’Eucaristia, faceva questo discorso : « Ut omnes unum sint! »: che tutti siano una cosa sola! L a grande luminosità della pietà eucaristica da parte dei fedeli è la carità, carità che arriva a questo punto. Così sia.

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