GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 2° Corso di Esercizi Spirituali (15)

Nostra conversatio in cœlis est

15. La Madonna

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

Parliamo della Madonna. Un corso di Esercizi senza parlare della Madonna, come si potrebbe fare? Voglio dirvi perché ne parlo. Non è semplicemente perché è argomento direi d’obbligo e argomento così insito alla pietà cristiana che non se ne può fare a meno, ma perché c’è un altro motivo, e anche un motivo per averlo tenuto in finale. Il motivo è questo. Ho cercato attraverso questi SS. Esercizi di richiamarvi ad avere niente più di quel che si deve di stima al mondo e senza abbandonarlo — perché non lo possiamo abbandonare; è qui che abbiamo il campo della nostra prova —. Ho cercato di invitarvi a collocare conversatio nostra  in cœlis. Vi ho indicato alcuni elementi, e abbiamo fatto anche una specie di esercizio di considerare taluni argomenti dall’ alto, proprio per abituarci a collocare il più alto possibile la nostra vita, la nostra abitudine mentale e il criterio direttivo della nostra esistenza. – Ma tutto questo bisogna che avvenga “humano modo”, perché siamo uomini. Ecco l’ultimo argomento: humano modo. Noi non siamo esseri astratti; non siamo spiriti, ombre, Angeli; siamo uomini, fatti di umanità, circondati di umanità, sospinti, tirati e sommersi dall’ umanità. E pertanto il discorso sulla Vergine Madre del Signore equivale a queste due parole: tutta la conversatio in cœlis, ma humano modo. La S. Vergine è, per via della sua caratteristica di Madre, quella che nella nostra vita permette a tutte le cose umane di diventare divine e fa sì che tutte le cose che sono divine si umanizzino e arrivino al nostro livello. Non dimenticatelo mai. Questa è l’ultima parola che vi lascio a chiusura degli Esercizi: la Vergine santa è il gradino per arrivare alla conversatio in cœlis. Perché, per quanto noi vogliamo realizzare questa conversatio in caelis, la ragione dell’umanità che ci circonda, che ci compone, che ci sommerge, crea certamente una serie di problemi, di difficoltà, di carenze, di ombre che hanno una soluzione messa da Dio e si chiama: la Madre del Signore, la VergineMadre di Dio. La caratteristica fondamentale della SS. Vergine è questa: che essa è la Madre di Dio. Qui c’è tutto. Tutto il rimanente è per questo e in ragione di questo. Noi dobbiamo credere e ritenere per certo che nello scegliere una creatura a tale ufficio, Dio, nella sua eterna scienza dei futuri e dei futuribili, ha visto i motivi per scegliere Maria piuttosto di qualunque altra creatura. Perché Iddio fa le cose bene, e tutte le cose hanno sempre una ragione eterna, e questa è la grande antifona del merito personale della Vergine. Se è stata scelta Lei, la scienza dei futuri e dei futuribili ha indicato a Dio che il merito di questa Vergine la poneva dinanzi a tutto e a tutti perché fosse la prescelta. Ma tutto è in Lei perché è stata la Madre di Dio. Perché è Madre di Dio? Perché ha dato a Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, quello che danno tutte le altre madri: il corpo, e l’ha dato in modo superiore a tutte le altre madri, perché in ragione della sua verginità, per miracolo unico nel genere umano, nella storia degli uomini, Maria SS. è stata la causa unica della divina maternità; per cui la verginità della Vergine fa la Madonna più Madre di tutte le altre madri: cosa che non bisogna dimenticare. Essa è la Madre per eccellenza, e questo vuol dire che è Madre in un ordine che ha tutto quello che hanno tutte le altre madri più qualche cosa di molto grande, proprio perché è Vergine. Perché è Madre di Dio? Perché il concetto di maternità è una relazione, è un rapporto, e il concetto di maternità lo si rivela sempre dal termine del rapporto. Tutte le altre madri che cosa danno ai loro figli? Danno solamente il corpo; non danno né l’anima né la personalità; eppure le chiamiamo solo madri del corpo del figlio o madri del figlio? Sono madri del figlio e non semplicemente madri del corpo del figlio. E dandogli il corpo, il rapporto, la relazione con chi è instaurata? Col termine a cui è dato il corpo, cioè con la persona del figlio, che è creata da Dio. E allora si qualificano dal termine della relazione di cui le madri pongono l’obiettivo fondamento dando il corpo: siccome lo danno alla persona del figlio, si dice che sono madri del figlio. È la stessa cosa per la Madre di Dio: essa ha dato il corpo umano al Figlio di Dio, ma a chi l’ha dato? Lo ha dato alla Persona eterna del Verbo, perché il soggetto terminale di questa relazione, di questo rapporto, è il Verbo stesso, non la creatura, e pertanto la relazione è contratta con Lui, col Verbo. Ecco perché essa è la Madre di Dio: Theotocos. Voi sapete che cosa è successo quando Nestorio ha cercato di attaccare questa verità: la Chiesa si è alzata in piedi, col Concilio che ha lasciato nell’antichità l’impressione più commovente nell’anima del popolo cristiano, il Concilio Efesino. È successo questo: che quando hanno proclamato la divina Maternità della Madonna contro l’eresia di Nestorio, il popolo, che sente sempre la Madre, sempre, ha fatto ciò che non ha fatto per nessun altro Concilio, il popolo di Efeso si è armato di torce — la sera del giorno in cui è stata fatta la definizione finale e la condanna di Nestorio — ed è andata a prendere i Padri del Concilio e li ha portati in trionfo al chiarore delle torce. Tutto quello che fa grande la Vergine è che è Madre di Dio: tutti gli altri privilegi sono stati dati ad essa perché è Madre di Dio; Vergine perché è Madre di Dio; Immacolata perché è Madre di Dio. Ma io vi ho detto che essa è il gradino; è quell’elemento che porta la humanitas nella conversatio nostra in cœlis e permette che, ad onta della nostra umanità, noi possiam vivere in modo tale da dire che la vita nostra est conversatio in cœlis. Debbo dire la ragione. Guardate dov’è laragione. Maria è stata il gradino di tutto. Perquale motivo S. Luca e S. Matteo hanno datola genealogia di Gesù Cristo? Per quale motivoS. Paolo ha fatto un così vivo riferimento a quellagenealogia dicendo chiaro che Gesù Cristo è « fatto» da Adamo, è fatto dalla carne, è fatto da unadonna (Gal. IV. 4)? Perché Gesù Cristo è stato ingrado di riversare capacità divine nel genere umano e togliere il peccato che gli uomini non potevano togliere perché li superava? Perché Gesù Cristo ha preso sopra di sé il peccato di tutti gli uomini? Ma credete che sia una cosa semplice? Per quale motivo Gesù Cristo ha potuto prendere sopra di sé il peccato di tutti gli uomini e quindi, come dice S. Paolo, ha potuto ricapitolare il genere umano in sé stesso e fare la sostituzione vicaria, che è l’aspetto più commovente della Passione del Signore? La ragione è che Gesù Cristo poteva rappresentare tutti gli uomini. Ma per quale motivo Gesù Cristo poteva rappresentare tutti gli uomini e pertanto ricapitolarli in sé stesso? Li poteva rappresentare tutti, gli uomini, perché Lui apparteneva alla famiglia umana, il che vuol dire che non era soltanto della specie umana, corpo e anima come noi; no, non sarebbe stato sufficiente questo; sarebbe mancato il collegamento; sarebbe stato collegato al genere umano come poteva essere collegato, se ci fossero, ai marziani. Era necessario questo collegamento fisico: bisognava che Egli fosse fisicamente, per la generazione, collegato con Adamo, capo del genere umano e primo peccatore e responsabile, e collegato con tutti gli altri uomini, ma collegato fisicamente: perché è la colleganza fisica che rende gli uomini fratelli. E allora Gesù Cristo ha potuto rappresentare tutto il genere umano perché Lui ha appartenuto, non solo alla specie umana, ma alla famiglia umana, e vi ha appartenuto in modo da essere collegato fisicamente con tutti gli uomini. È per questo che S. Paolo insiste: « factum ex muliere ». Factum; badate bene che è persino, si direbbe, grossolana la parola, ma necessaria: « fatto da una donna ». È stato inserito nella famiglia umana, collegato fisicamente con tutti gli uomini da redimere perché ha avuto il corpo umano per generazione naturale, salva la verginità della Madre. E così, per via della Madre, ecco l’anello, ecco il punto senza il quale si romperebbe tutta la catena; e per via della Madre, e soltanto per via della Madre, è stato collegato a tutti gli uomini ed è collegato a noi. – Io vi prego di osservare questa catena. La Vergine Madre di Dio è l’anello che lega tutto, tutto. Se si spezzasse questo anello, io non potrei essere redento, non potrei essere Cristiano, non potrei avere la grazia, non potrei salvarmi. Tutto passa di là. C’è qualcuno che ha da obbiettare qualche cosa? Ma se Dio ha voluto così! Ve l’avevo detto che quello è il gradino, perché è Madre: tutto è lì. Ecco come e perché la Vergine entra, ed entra in quell’ordine di cose, di elementi che io ho prospettato fin dall’inizio di questa nostra conversazione. La Madre. Bisogna vederla così: Mater Dei. Mi piace che quest’immagine della Madonna abbia il Bambino in braccio. Dobbiamo ricordarci che nella iconografia la Vergine, finché i tempi sono stati profondamente cristiani, non è stata mai separata dal Figlio, perché è la Madre. Sulla fine del ‘300 e nel ‘400 soprattutto, per opera dell’Umanesimo, si è cominciato a rappresentare la Vergine Madre senza il Figlio. Non dico che sia un errore teologico, no; si può rappresentare, è chiaro. Ma non è mai l’immagine più completa della Madonna, perché Ella è tutto quello che è perché è la Madre. E tutto ciò che essa rappresenta per noi, lo rappresenta perché è la Madre. Voi sapete che la interpretazione data da tutta la Tradizione Cattolica, e pertanto accettabile, al brano che ci viene riportato al cap. XIX dell’Evangelo di Giovanni, ci indica che Gesù Cristo l’ha data per madre a noi, e quindi è nostra Madre. Gesù dalla croce dice alla Madre, accennando con la testa a Giovanni: « Donna, ecco tuo figlio », e a Giovanni, accennando con la testa alla madre: « Ecco tua madre ». Egli allora agì umanissimamente, come se non fosse stato Figlio di Dio, come se non avesse avuto nessuna risorsa in mano, perché Gesù Cristo, per quel che lo riguardava, si è sempre diportato così: non ha mai voluto fare miracoli per accomodarsi le cose, mai, nemmeno per cambiare prima del tempo la testa ai discepoli, i quali il giorno in cui è andato in cielo gli han dato, alcuni di loro almeno, uno spettacolo che avrebbe fatto perdere la pazienza a chiunque. Ha sempre voluto mantenere le cose che lo riguardavano direttamente nell’ambito delle umane possibilità. Non ha mai cambiato, Lui, le pietre in pane per sveltire una questione economica. No. Mai. Ha cambiato l’acqua in vino per gli altri, per tenere una comitiva di buona gente onestamente allegra a un pranzo di nozze. Ma per sé no. E allora Gesù Cristo, che anche sulla croce è rimasto coerente a essere perfettamente uomo, ha provveduto a sua Madre come se non avesse nulla in mano. E l’ha raccomandata al discepolo, all’unico presente. Chi c’era d’altri? Pietro? Se l’era data a gambe dopo uno spettacolo che non gli ha fatto onore. Quanto agli altri, eh! hanno camminato ancora più di Pietro; perché Pietro almeno ha avuto il coraggio di seguirlo fino all’atrio. E allora Gesù, come un qualunque condannato a morte — come sono commoventi questi limiti piccoli, questo ridursi a una umanità — come un qualunque condannato a morte, senza prospettive qui in terra, con una Madre che rimaneva sola, l’ha lasciata a Giovanni. Quelli che dicono: gli altri figli! Ma se c’erano degli altri figli, l’avrebbe lasciata a loro! – Ma tutto questo, in una interpretazione cattolica che ha tale fondamento da poter essere accettata, significa, e del resto la storia di poi lo dimostra, che l’ha data a noi come Madre. Ce l’ha data Gesù Cristo, il che è coerente con tutta la dottrina della comunione dei Santi, con tutto il ritmo divino che si mantiene inalterato in tutti i diversi piani della redenzione. Maria è la Madre. Badate che come Madre nella nostra vita ce l’ha messa Iddio. E noi che cosa dobbiamo fare? Ritenerla così; è nostra Madre, quella che permetterà che noi arriviamo alla conversatio in cœlis in tanti momenti e in tante aridità; e quando le cose divine saranno difficili, e quando le cose umane saranno difficili e forse ripugnanti; e quando le cose divine saranno sul margine dell’ aridità; e quando le cose umane saranno in pieno deserto. È lei la Madre! Lasciatela entrare così nella vostra vita, ma pienamente, sempre, ogni giorno. Noi dobbiamo ricordarci di essere figli, cioè piccoli. Guardiamoci un po’. Passano gli anni, sì, ma abbiamo sempre bisogno di una maternità sopra di noi. In fin dei conti i ricordi più belli della vita di ogni uomo sono quelli di sua madre. Egli cresce, potrà diventare grande, dotto, pieno di arie, ma è sempre bambino, sempre, e ha sempre bisogno di una madre. Quando eravamo piccoli, avevamo paura a star soli. E allora si chiamava: mamma! Quando eravamo piccoli, il buio ci intimoriva e ci faceva strillare; probabilmente abbiamo obbligato nostra madre a vegliarci finché non avevamo chiuso gli occhi perché avevamo paura del buio. Oggi ci sono altre solitudini; oggi non piangiamo più se andiamo in una camera la sera o siamo soli; ma ci sono ben altre solitudini, ben altre solitudini che si chiamano aridità. Ci sono ben altre ombre, ben altri problemi, che possono essere tutti quanti simboleggiati dalla notte e dalle ombre della notte. E allora abbiamo bisogno di una madre. Questo bisogno non finisce mai, mai. A certi termini propri dell’infanzia se ne sostituiscono altri ai quali forse una madre terrena non può bastare, per quanto rimanga sempre incredibilmente grande. Quando eravamo piccoli e venivano i temporali e c’erano i tuoni e i fulmini, scappavamo terrorizzati; ma quando si trovava nostra madre, era finita la paura. Oggi probabilmente non abbiamo più paura dei temporali e dei fulmini. Ma ci sono altri temporali, altri fulmini. E noi rimaniamo sempre eternamente piccoli, siamo impenitentemente piccoli. Quando eravamo bambini, non avvertivamo mai alcun pericolo, se eravamo in braccio a nostra madre. Qualunque cosa succedesse, bastava che ci prendesse in braccio. Basta! finiva tutto. – Ho letto una volta su un giornale che un operaio americano, dovendo riparare non so che aggeggio sulla cima più alta di un grattacielo di New York, che doveva essere di 360 metri o giù di lì, si è portato lassù il suo bambino di 2-3 anni, si è attaccato all’asta che doveva riparare e c’è andato col bambino. E a un certo punto, mentre si teneva all’asta con una mano, tenendo il bambino con l’altra, l’ha sporto fuori, nel vuoto. E il bambino rideva. Ci si accappona la pelle a pensarci. I giornalisti, quando i due sono scesi, sono corsi a interrogare il bambino di 2-3 anni: « Di’, non hai avuto paura? » Il bambino rispose: « No, ero con papà! ». È perfettamente logico. Quando un bambino è con sua madre, con suo padre, non ha più paura di nulla. Gli altri continueranno ad aver paura, lui no. Abbiamo avuto bisogno anche noi, mille volte, di poter saltare in braccio a qualcuno che ci stringesse; e una volta che siamo stati in braccio … l’abbiamo tanto anche adesso questo bisogno, molto di più di quando eravamo piccoli, molto di più, credete! Vi sono tante cose umane che a un certo punto si fanno aride, sabbiose, si fanno senza umore, senza luce, si fanno pesanti e ci tolgono la forza, e tremano le gambe, vacillano, non sappiamo più dove appoggiarci. E quante volte ci sono delle cose divine che abbagliano, acciecano, impauriscono. Volontà di Dio: sono cose divine; ma come si fa a far questo? È tremendo! Come si fa a portare sto peso? Eh! bisogna trovare un braccio che ci pigli su, non c’è niente da fare! Tutta la vita. Guai al Cristiano che non capisce questi termini umani della sua esperienza, questi termini reali delle sue proporzioni. Potrebbe essere paragonato a uno che debba mangiare e gli manchino tutti i denti. – La verità è questa: l’anello, ve l’ho fatto vedere teologicamente, l’anello, aperto il quale si rompe tutta la catena, chiuso il quale tutta la catena sta, è la Madre. E rimane così. Il ritmo divino è che quello che fu « ab initio » sempre debba essere così. Quello che è stato nel Vangelo si protrae come un piano che faccia la sua proiezione all’infinito. Guai se noi dimentichiamo che siamo sempre dei bambini! Diventiamo grandi, ci danno delle responsabilità, qualche volta ci siedono in trono. Io dico a me stesso: se avessi solo la paura che avevo da bambino! Beh! di paura non ne provo tanta, ma di casi da aver paura, ne avessi solo tanti quanti ne avevo da bambino, sì che salterei, canterei, folleggerei! Come ci si sente piccoli! Sempre più piccoli. Quando crescono le cose intorno a noi, noi si diventa sempre più piccoli. Siamo dei bimbi! non c’è niente da fare. E abbiamo bisogno di una mamma. Ricordatevi che questa Madre c’è, e interviene sempre. Io vi invito a leggere, quando potrete, la vita postuma della Madre di Dio. La vita della Beata Vergine Maria ha un capitolo, e quello sta in cielo, e di quello cantiamo lode “sine fine” e va bene; a vedere non ci andiamo, perché per adesso non si può. Ma vi sono altri due capitoli quaggiù. Uno è la sua vita, della quale sappiamo poco, ma tanto quanto basta per entrare in una venerazione immensa per Lei. E poi c’è un’altra vita sua, un altro capitolo, la parte postuma, dal momento in cui è andata in cielo fino a noi, fino a oggi, fino alla fine dei tempi, quaggiù in terra. Ella viene a passeggiare sulla terra. Viene sul serio. Tutte le apparizioni della Madonna! A fare questa storia e a vederla nell’insieme, è commovente. Ho già avuto occasione di accennarvi, parlandovi del Regno di Dio, di quel tale dispositivo strategico che è stato fatto al tempo della Riforma protestante, che ha protetto l’Italia e gli altri paesi cattolici; quei santuari sorti poco prima o poco dopo, messi proprio ai valichi. Per esempio, chi legge la storia della Svizzera del XVI e XVII secolo, fino alla metà, capisce perché c’è stato il santuario di Tirano, messo lì, allo sbocco, dove scendevano abitualmente. Piantato lì, e li ha fermati. C’è stato un momento che la Valtellina era già in mano dei protestanti, ed è stato quel santuario che ha salvato la Valtellina. E dappertutto così. È commovente. Un giorno, nel Messico, e fosse stato un giorno solo!, tutti i giorni nel Messico i signori spagnoli d’allora, al seguito di Cortes e di Pizarro, facevano discriminazione tra americani e messicani, indigeni del paese e spagnoli di razza bianca. Li volevano convertire, ma non avevano superato le barriere razziali. Pensate che nell’America del Sud il motivo per cui ancora oggi mancano sacerdoti è dovuto al fatto che non accettavano al Sacerdozio gli indigeni del paese. Guardate che cosa succede: arriva la Madre. Appare nel ‘500, pochi anni dopo, a Guadalupe, e appare a un indiano al quale dà ordine di trasmettere la sua volontà a chi comanda. Non credono che la Madonna abbia parlato a un indiano; lo guardano con l’occhio del cànone. Ma arriva Lei. E sorge così il primo santuario mariano di tutto il nuovo mondo, quasi a indicare che bianchi e neri sono uguali. A ricordare tutti gli altri avvenimenti c’è da commuoversi. C’è insita una poesia, un disegno da cui esce fuori un palpito da lasciare estasiati. Le finezze di questo intervento sono di una grazia inarrivabile. Ci sono tanti momenti dell’anima, che noi conosciamo, in cui il gradino per poter salire è soltanto Lei. Ricordatevi di lei, lasciatela entrare come le si conviene, da Madre. In una Udienza di S. S. Papa Giovanni XXIII [l’antipapa massone 33:. A. Roncalli – ndr. – ], a un tratto il S. Padre mi disse: « La vede quella Madonna? Vicino a Sotto il Monte c’è quella immagine della Madonna. La Vergine in piedi, e il Bambino a cui dà la mano. Il Bambino è grande e la Madonna gli porge la mano ». Dare sempre la mano alla Madonna: ricordatelo! Il gesto che vi permetterà di superare, di rischiare, di completare, di addolcire, di vincere, di convincere, di fortificare, di sostenere, di rimanere diritti, di non perdere l’equilibrio; il gesto, ricordatevelo, ricordatevelo sempre, che vi permetterà di mantenere quella conversatio in cœlis che è stata l’oggetto di questi Esercizi Spirituali sarà sempre questa: tenete la vostra mano nella mano della Madre di Dio.

[Fine del 2° corso]

Indice del II Corso.

« NOSTRA CONVERSATIO IN CÆLIS EST »

1. Nostra conversatio in cœlis est . . . »

2. Il fine della vita »

3. Le cariche »

4. Il peccato »

5. La morte »

6. Il metodo »

7. L’Inferno »

8. Il tesoro nascosto »

9. Il Regno di Dio »

10. La SS. Eucaristia »

11. La S. Messa »

12. La preghiera »

13. La divina Liturgia »

14. Sapienza e fortezza »

15. La Madonna »

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 2° Corso di Esercizi Spirituali (14)

Nostra conversatio in cœlis est

14. Sapienza e fortezza

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

Per reggere tutto l’edifìcio e perché veramente e praticamente si arrivi a far sì che la nostra vita sia conversatio in cœlis, bisogna che in noi vi siano due cose: la sapienza e la fortezza. Quando il Vescovo dà la Cresima, stendendo le mani sul capo del cresimando, invoca solennemente che Dio gli conceda i sette doni dello Spirito Santo. Ora io non posso parlarvi di tutti e sette i doni, perché bisognerebbe cominciare un altro Corso di Esercizi. E allora parlo dei due che sono i più importanti, ossia: la sapienza e la fortezza. Cominciamo a parlare della sapienza. – A proposito della nostra sapienza, vi sono due parti: una la fa Iddio, e di questa non abbiamo da parlare perché Dio sa benissimo quello che deve fare; l’altra l’abbiamo da fare noi, e di questa invece dobbiamo parlare con una certa accuratezza. Che cos’è la sapienza? La sapienza è quella dote dell’anima per cui essa sa vedere, capire, coordinare le cose perché tutte siano atte al loro fine e all’ultimo fine: questa è la leggera parafrasi della grande definizione della sapienza data dalla Scolastica. In linguaggio povero, la sapienza è il buon senso. È ciò che si chiama il giudizio, per cui si dice: uno non ha giudizio, uno ha poco giudizio, uno sta perdendo il giudizio. E tutti, anche se non sanno dare definizioni scolastiche « per genus et differentiam specificam », quindi perfette, capiscono bene di che cosa si tratta. Noi intendiamo quindi parlare di sapienza tutte le volte che parliamo di giudizio o di buon senso. Dalla definizione essenziale bisogna passare un po’ a quella descrittiva. Il buon senso, ossia la sapienza, è un insieme di cose e risulta da tante cose: da meditazione, considerazione, ponderazione, riflessione. Però questa sapienza ha la sua innervatura nella umiltà profonda; è la umiltà che permette di vedere il vero coni è, senza veli, senza alterazioni e senza comode riduzioni. Senza umiltà non si vede mai una cosa giusta a questo mondo. Perché senza l’umiltà, una colonna rotonda la vedrete quadrata, se vi comoderà. Senza umiltà, una torre, se vi comoderà, la vedrete come se fosse un mercato, e così via. Se vi comoderà, un uomo giusto vi sembrerà un furfante e, se vi comoderà, un furfante vi sembrerà un santo. Talvolta si riesce a misurare di colpo il grado di umiltà, o viceversa, di una persona, sentendo i giudizi che dà sugli altri. E pertanto nella sapienza la virtù dell’umiltà ha un posto predominante, a tal punto che, mancando l’umiltà, generalmente crolla la sapienza. Rimarrà la furbizia, ma è una cosa diversa; rimarrà l’intuizione: l’intuizione può portare il suo contributo alla sapienza, ma non è la sapienza; rimarrà l’abilità, la diplomazia, l’intelligenza; ma tutte queste cose non sono la sapienza. Il fatto di capire profondamente le cose nella verità e assumerle per adattarle e coordinarle al loro proprio fine e al fine ultimo, il che è tutta una visione simultanea e multipla di proporzioni, richiede che noi, per vederle, siamo nel punto giusto. E questo lo dà soltanto l’umiltà quando è alimentata dalla esperienza. Notate bene che l’esperienza è un frutto d’umiltà, perché il superbo non fa esperienza. Il superbo raccoglie motivi consentanei al proprio istinto, che è una cosa diversa dall’esperienza. Per fare una esperienza che sia valevole, bisogna avere la mente così sgombra da pregiudizi, da preconcetti, da ragioni precostituite, da interessi precostituiti, da mire d’orgoglio, di vanità o d’altro, che l’esperienza, cioè il fatto conosciuto e analizzato, entri nella sua verità senza essere deformato come fanno gli specchi concavi che deformano tutto. Voi vedete dunque che bisogna avere la preoccupazione di arrivare nella vita a questo buon senso che poi calibra tutto: il buon senso calibra, proporziona, ordina, trattiene i furori e anche gli zeli smodati, fa sempre prendere la giusta via, concilia, non spinge al compromesso ma fa trovare la strada per cui si concilia senza il compromesso; il buon senso dà quella patina umana alle cose per cui si sente, si ravvisa, e se ne gode, la maturità. Noi diciamo che una persona è matura quando abbiamo motivi per credere che ormai sia veramente una persona di buon senso. E il buon senso è il condimento di tutti i cibi; è come il sale. Il buon senso è il condimento di tutti gli uffici, di tutti i doveri, di tutte le imprese e, ricordatevelo bene, di tutto l’apostolato. Non è possibile avere nostra conversatio in cœlis se non c’è il buon senso. Perché senza il buon senso, cioè senza la sapienza, la gente si crede di avere conversatio in cælis quando stravede, quando è isterica o giù. di lì, e non è affatto in cielo. Si crede di vedere, di sentire, di sapere, di avere divine comunicazioni, ma non è vero. La ragione è che manca la sapienza, manca il buon senso, e pertanto si prendono lucciole per lanterne. Si scambia l’oriente con l’occidente; uno si sente male e si crede di avere dei rapimenti; ha appetito e crede di svenire per l’amore di Dio. Un fornitore della sapienza è anche la scienza; e bisogna parlare un pochino dello studio. Ricordatevi una cosa: che non si vive di reddito, cioè non basta aver studiato una volta. Non basta assolutamente. Nella vita bisogna continuare a studiare e a mantenersi aggiornati. E ciò vale, credo, per tutti coloro che hanno determinati compiti e che a un certo momento della loro vita hanno dovuto studiare. Se non si studia, le rotelle si arrugginiscono, e dopo essersi arrugginite, si sclerotizzano e finiscono col diventare statiche. E la sclerotizzazione nel campo puramente intellettuale porta anche a una forte sclerotizzazione nel campo morale. Persino le cose più elementari si vedono male, non si capisce ilproprio tempo, si va avanti con sistemi che potevano essere validi cinque, dieci anni avanti. Oggi il mondo cammina, galoppa. Il ritmo della vita è tale che oggi, in dieci anni, noi viviamo un secolo. Quelle trasformazioni che nella storia abbiamo veduto verificarsi in cento anni, noi oggi le vediamo realizzarsi in 25 anni, in 20 anni, qualche volta si direbbe in 10 anni. Ora questo induce a una misura precauzionale, perché si può rimanere indietro; si possono perdere tutti gli autobus, se non ci si tiene in contatto. E il contatto lo si fa certamente con l’esperienza; ma 1′ esperienza la si legge bene quando c’è lo studio. Lo studio deve esserci sempre nella vostra vita, perché se non lo avrete, avrete sì un contatto con la realtà nell’apostolato, ma non lo saprete leggere. Noi dobbiamo acquistare questa sensibilità, credetelo. Voi siete su una navicella di avanguardia, unica nel suo genere e nella sua complessità, in Italia; siete su una navicella essenzialmente d’apostolato. Ma badate bene che il giorno in cui vi si arrugginisse la testa e vi venisse un pochino di sclerosi nella mente, voi rimarreste indietro. Perché le cose di questo mondo cambiano. È  notorio che ogni cinque anni gli impianti industriali di meccanica piuttosto fine debbono rinnovarsi completamente, tanto che nel calcolo economico dei bilanci bisogna considerare l’ammortamento nel giro di cinque anni. Perché, se non si mette da parte quello che occorre, a un bel momento si chiudono tutti gli impianti e si resta lì, e si mangerà aria. Ora la velocità che noi vediamo nel mondo industriale è la stessa nel mondo morale. Se non si studia, non ci si fa; se non si tengono sempre tutte le rotelle ben oleate e ben pronte, con i comandi precisi, con le inibizioni immediate, noi rimaniamo indietro. Vi prego di ascoltare questa testimonianza che vi dà un Vescovo: la mia più grave fatica è tirare: tirare gli altri perché si accorgano per tempo di ciò che accade. E quante volte si ha da fare con teste meravigliose, ma già belle e sclerotizzate. Non si capisce! Quando poi succede che l’andare avanti ha l’apparenza di andare un momento indietro! Avete mai visto i tornanti delle strade? Avete visto che, alle volte, dove inizia il tornante c’è una scaletta. Con quattro salti, anche dopo essersi riposati un momento, si arriva in cima. Chi ha preso la grande strada dice: Io vado avanti. Io vado avanti: ecco è ancora là. E invece, dopo essersi riposati e aver avuto l’aria di rimanere indietro, quattro salti, si è presa la scorciatoia e si è arrivati prima. – E questa, sapete, è veramente la grande tattica della Chiesa. Alle volte pare che rimanga un pochino indietro, la Chiesa come tale, non parlo dei suoi umili e qualche volta anche inutili servitori, ma parlo della Chiesa; pare alle volte che arrivi dopo. Non è vero: lascia al mondo di andare a fare tutto il tornante, un tornante lungo che gira tutto il monte, e finalmente, chissà quando, arriverà cinque metri più in su. Quella invece sta lì tranquilla: lascia andare e si mette a ridere; questa vecchia madre, giovane madre, annosa ma giovane madre, si mette a ridere; sta a guardare. Andate, andate, vedete poi delle vostre gambe cosa ne farete! Quando, dopo tanto girare, arrivano, la trovano già lì, c’era già. Succede sempre così. Ma bisogna che noi, servitori della Chiesa, l’aiutiamo a far questo, a seguire questa sua grande tattica per cui, con l’aria di arrivare dopo, è sempre arrivata prima degli altri. Nella sostanza della sua storia non contano certi episodi perché, avendo un criterio eterno, ha sempre il migliore dei criteri e la più grande delle furbizie. Sempre. Perché ha un punto di riferimento che è talmente al di sopra, ed è talmente perfetto che tutte le altre umane furberie non possono uguagliarla. Però noi, noi singoli, dobbiamo studiare. Permettete che vi dia, anzi che vi ricordi alcune norme. Nello studio la prima regola è sempre quella di delimitare il campo. Chi tiene davanti dei campi troppo vasti non farà altro che camminare su e giù e non combinerà niente. Farà come coloro che in una biblioteca si arrampicano su per una scala e vanno all’ultimo piano, perché l’ultimo piano permette di fare più ginnastica. Quando sono lassù e stanno cercando qualche cosa, supponiamo di storia, vien loro in mente che probabilmente sarà utile sapere una certa nozione di fisica. Scendono giù dalla scala, attraversano tutta la biblioteca, portano la scala di là. Insomma studiano a questo modo. Nello studio la delimitazione del campo è poi sempre una questione di metodo. Ciascuno il campo se lo deve delimitare secondo il dovere che ha, secondo i consigli buoni che ha ricevuto, secondo le indicazioni autorevoli che può ricevere. Campo delimitato: prima regola. Ve ne ricordo una seconda: sceverare ciò che nel campo proprio, delimitato, serve da ciò che non serve. Oggi c’è una tale colluvie di pubblicazioni che sono una delle ragioni più gravi della superficialità della nostra cultura. Perché troppe cose vengono stampate, e non è possibile che siano né pensate né meditate. E succede che tutte queste pubblicazioni servono per fare grandi bibliografie, e c’è la elefantiasi delle bibliografie. Ci sono dei libri che non sono altro che bibliografia. E di fare una bibliografia sono capaci tutti, anche i ragazzini delle scuole elementari. Pochi libri sono veramente afferenti. Ma c’è un altro grave pericolo, quello di perdere il tempo senza concludere niente: leggi di qui, leggi di là, leggi di lì, anche stando nel proprio campo, e non approfondire nulla. E soprattutto il pericolo di non arrivare mai a fare, delle cose che si studiano, una struttura logica. L’arte della lettura dei libri è un’arte che non è di tutti. Io sono convinto che molta gente non impari un bel niente tappezzando i muri di libri che poi non hanno in sé stessi la ragione di essere letti una seconda volta, perché sono stati scelti male. E pertanto vi prego di non dimenticare questa seconda regola dello studio. Guardate di sceverare, di saper sceverare e di sapervi rivolgere a chi può dare consigli per poter sceverare. Perché bisogna tendere quanto è possibile a leggere molto e profondamente i libri che poi si potranno rileggere, i libri ai quali si potrà ricorrere ancora. E vedete bene che la maggior parte dei libri si guardano, si sfogliano un po’, così, si leggicchia un po’ in qua e in là e poi si mettono lì. Riempiono gli scaffali e non servono ad altro. Perché si segue la stupida moda: uno, più nomi sa e più gli pare di essere scienziato: più libri sa citare, e più gli pare di essere un grand’uomo, tanto più se sa infarcirsi dei nomi un po’ esotici, tanto da far strabiliare la gente, in modo da dire delle grosse frasi. Ma con questo bel sistema si finisce che si perde il tempo. Attenti: saper sceverare, saper sceverare. Perché bisogna sempre impiegare il minimo mezzo per ottenere il massimo effetto. La terza regola che mi permetto ricordarvi per il vostro studio è questa: abbiate sempre il criterio di cercare delle strutture logiche. Quando studiate, vedete un po’ se avete già un albero in testa, o un attaccapanni. Perché ciò che trovate di nuovo vi converrà sempre attaccarlo a quest’albero, in modo che sia organizzato in una struttura logica che vi salverà anche dagli sgarri della memoria e vi renderà della gente che pensa. Perché uno pensa tanto quanto ha in testa delle strutture logiche, non quando ha la testa piena di francobolli, attaccati così. – Quindi, come primo lavoro, vediamo un po’ questo o quello che io ho già. L’ho già la struttura? Ce l’ho? Bene. Io vedo dove attaccarmi, in modo che quanto arriva nella mia testa vada al suo casellario, come una partita di libri che arriva, che non rimanga là nel fondo, poi nessuno ritrova più niente, ma se ne vada al suo scaffale, se ne vada nel suo debito schedario, anzi ai due schedari quando si possono fare, per lo meno al primo. Nel caso in cui una struttura non c’è, oh, allora vedete che lo stesso studio richiama e mette in campo le carenze che si hanno. Se non c’è una preparazione filosofica, è difficile affrontare bene le questioni, tutte le questioni di questo mondo. Dico una preparazione filosofica basilare, cioè uno studio della Logica maggiore, della Logica minore e della Metafisica. Badate che lo studio della Logica fa gli uomini infrangibili e li rende tetragoni e buoni argomentatori, capaci veramente di difendere una causa, e poi in sé stessi ben certi e ben sicuri. Molti dubbi o esitazioni che possono venire su una cosa o sull’altra, alle volte sono esaurimento nervoso, alle volte sono osmosi del mondo che non fa altro che vendere la sua merce; ma a volte sono la mancanza di una struttura logica in testa. Studio della teologia. Voi dedicate parte del vostro tempo allo studio della teologia, e questo non sarà mai abbastanza raccomandato perché, in fin dei conti, è dalla sacra dottrina che voi prenderete l’ispirazione. L’apostolato non consiste nell’andare a fare dei salti con delle bandiere sugli spalti né sulle trincee né sulle barricate, e gridare evviva di qui, evviva di là, o abbasso di qui, abbasso di là. L’apostolato consiste nel portare la divina parola, e tutto ciò che è anche scienza umana serve come cuscino sul quale presentare la divina parola. Serve a fare la presentazione perché questa, chiamiamola divina merce, se è presentata bene, è accolta bene. Voi sapete che oggi l’arte di presentare ha degli specialisti. Vi sono specialisti che fanno le vetrine, e i grandi negozianti chiamano gli specialisti a fare le vetrine e li pagano profumatissimamente. Nelle grandi città, almeno, succede così, perché è la vetrina che fa; è la presentazione del prodotto. Ora, ricordatevi che tutta la umana sapienza e l’umana saggezza servono proprio da appoggio per fare la presentazione giusta della parola di Dio; però è la parola di Dio che sta al centro. E per questo voi fate bene a studiare la teologia. Ma nello studiare la teologia ricordatevi che è la storia che la illumina, perché la rivelazione è essenzialmente un fatto storico. Infatti la teologia la si fa tutta con documenti positivi che sono o della Rivelazione o sono garantiti nella esplicazione e deduzione dalla Rivelazione divina e da affermazioni del Magistero ecclesiastico infallibile. E pertanto direi che la teologia ha in sé stessa un procedimento storico. Ed è qui dove si afferma, perché c’è una autorità di Dio rivelante che dà la base logica per fare affermazioni di una sicurezza inconcussa. Ma a un certo punto comincia il lavoro di spiegazione. E bisogna ricordare la distinzione che c’è fra la teologia positiva, che è la prima, che è la vera teologia, e la seconda, che è esplicativa. Nella parte esplicativa fino a un certo punto si può essere assistiti dai documenti della parte positiva, per cui quella spiegazione riveste la stessa autorità che ha la parte affermativa della teologia. A un certo punto, quando si tratta di cose in cui di camminare ce ne sarà per tutti i secoli dei secoli, può cominciare il lavoro che il teologo fa con le sue gambe e va avanti. E allora bisogna essere discreti e cauti, e stare sempre attenti ad avere ben netto il criterio teologico. Perché, ed ecco la seconda cosa che devo dirvi a proposito della teologia, la seconda cosa è il criterio teologico. – I n teologia bisogna avere in un modo quadrato questo criterio teologico, che è la logica della teologia. La teologia si afferma per documento: « credo Deo revelanti et non theologo opinanti ». Il documento è quello che decide: documento della Rivelazione, documento del Magistero della Chiesa, la cui logica si ricostruisce tutta nel trattato De locis theologicis e nel trattato De Ecclesia, che poi ci rimanda al trattato De divina Revelatione e De Christo divino legato. Ma il criterio teologico è questo: che c’è il mezzo per giudicare il documento. Questo che io vi dico è coerente al documento? Sì o no? Ma le mie poesie! Poesie ne posso fare quante ne voglio, ma credo « Deo revelanti et non theologo opinanti ». E ancora, a proposito dello studio della teologia, un altro consiglio. Guardate sempre di mirare all’approfondimento delle grandi linee, mettendo in secondo piano le cose che sono accessorie, secondarie, che non sono le più necessarie. L’errore più tragico che si possa fare è di dare la stessa importanza al tronco dell’albero come a un piccolo filamento che si distacca dall’albero, al tronco della vite come a un piccolo pampino che se ne va vagolando qua e là per l’aria. Questo criterio di distribuzione, di rilevanza delle grandi linee, e queste approfondite fino in fondo, ecco ciò che veramente fa delle impostazioni teologiche quadrate, inconcusse, che servono meravigliosamente alla certezza della fede, a dare la certezza agli altri, a chiarificare tutto. Poiché alle volte certi particolari secondari possono anche essere obliterati dalla

memoria; ma quando c’è questa grande struttura degli elementi fondamentali, tutto e sempre si risolleva, anche se la memoria serve poco. Vi prego di ricordare questo. – Ma ora vengo alla seconda parte, alla quale, purtroppo, per le malefatte del tempo che corre, non posso dare l’ampiezza che avrei voluto concederle. – Cominciamo a parlare della fortezza. La fortezza, lo sapete, è la qualità dell’anima, per cui l’anima sa portare egregiamente i pesi senza curvarsi, per cui l’anima sa resistere alle sollecitazioni, mozioni, istigazioni esterne contro la norma. È una dote dell’anima che non si piega, che rimane ferma, che sostiene la sua parte, che non ha paura. La fortezza ci vuole, perché noi non dobbiamo credere che le cose in noi resisteranno, se le appoggiamo sul sentimento, sugli impeti o sugli incanti dello stesso. No; se le cose si vanno ad appoggiare sul sentimento, non resistono molto. Se si diventa sensibili, ipersensibili, se si fa capo a quella facile devozione che vede una bella vetrata e si mette a piangere e adora Iddio; sente una bella musica e comincia a fare la faccia svanita… no, no; il sentimento è una cosa che viene molto bene, serve, perché è quello che rimpolpa tutto, che imbottisce tutto, dà una vibrazione a tutto; quello che fa sì che nella vita le cose non siano tutti chiodi da succhiare, e pertanto umanizza la vita e il mondo. Il sentimento è una parte rispettabilissima, e sia ringraziato Iddio che ce l’ha messo, perché se non ce l’avesse messo, noi saremmo proprio mal ridotti. Però non si può appoggiare sul sentimento la propria vita spirituale; la vita spirituale deve essere appoggiata sulla volontà. La fortezza è una dote della volontà, è una qualità della volontà. Ma a che serve aver detto che ci vuole la fortezza? Tanto più quando c’è l’opposto. Voi sapete che la virtù della fortezza è direttamente contraria al guaio della debolezza. E la debolezza umana è un capitolo troppo grave, troppo ingombrante, troppo presente dovunque, troppo clamoroso, troppo invadente, troppo pretenzioso, troppo filtrante: filtrante anche quando si dorme, per poterlo trascurare. E pertanto l’elogio della fortezza, che è una dote dell’anima, richiama l’antagonista che è la debolezza. Noi siamo carichi di debolezza, la nostra natura umana, per la sua stessa struttura, è esposta alle prove, perché è creata per essere quaggiù nella prova. E pertanto, di natura sua, è esposta ai terremoti. Ma la disposizione ai terremoti cresce perché il peccato di origine ha lasciato al genere umano un ampliamento di questa debolezza, ha acuito la debolezza naturale, ha portato una debolezza nuova: non ha tolto niente di sostanziale all’uomo: il peccato di origine non gli ha tolto la libertà, come ha detto Lutero, no, ma l’ha lasciata indebolita, e i peccati degli uomini si raccattano su dalla gran debolezza. Voi sapete quanto c’è di ereditario nella vita; lo studio sull’ereditarietà ha rivelato cose che hanno dato ragione alla Chiesa, hanno dato pienamente ragione a quanto la Chiesa, senza sapere delle leggi di Mendel, ha sempre insegnato; sapete che tutta la teoria del subcosciente dà pienamente ragione alla morale della Chiesa, alla virtù della modestia, ecc., predicate da duemila anni, quando sulla teoria del subcosciente non si sapeva un bel nulla. La scienza arriva a dar ragione alla fede; arriva in ritardo, perché sono i soliti tornanti, è vero? Arriva in ritardo, bene o male, ma poi arriva a darle sempre ragione. Come, in fondo, oggi le ultime scoperte nucleari danno pienamente ragione alla teoria ilemorfica di S. Tommaso. È sempre la storia dei tornanti. Ma attenti che noi, se non abbiamo un criterio esatto su questa debolezza che c’è nella nostra natura e non sappiamo fare i conti con questo dato reale, non resistiamo nella vita spirituale, assolutamente. Nel trattato De gratia actuali c’è una proposizione che è certa, non opinabile, la quale dice che senza la grazia di Dio nessun uomo può osservare per lungo tempo, con le sole forze naturali, tutta la legge. Se poi guardiamo all’esperienza, quel « per lungo tempo », lo accorciamo molto. E allora vedete che a questo punto, consci che occorre una fortezza spirituale, consapevoli della nostra debolezza, noi dobbiamo capire che ci occorre la grazia di Dio. Parlo della grazia di Dio attuale, cioè erogazione divina di mozioni, di energia divina data alla mente e alla volontà dell’uomo perché possa evitare il male, fare meglio il bene, tutto il bene e camminare verso l’ottimo. Erogazione di energia divinamente data in modo discretissimo e senza che la coscienza psicologica direttamente la possa avvertire. Dio è discreto: entra senza chiedere al portinaio le chiavi; ma senza questa grazia, non si fa niente. È inutile avere l’umano orgoglio o il cerebrale umanesimo di dire: io, coi miei principi filosofici, io col mio carattere da galantuomo, io con la mia forza di volontà! No. Io niente, proprio niente; senza grazia di Dio non si fa niente. E questo deve rimanere ben scolpito. – Ci vuole la sapienza; ma per avere la sapienza, ci vuole tanta grazia di Dio; e per questo cominciamo sempre col cantare il Veni Creator o il Veni Sancte Spiritus. Ci vuole la fortezza, ma la fortezza noi non la rimediamo se non c’è una grande grazia di Dio, grazia attuale. E allora capite dove si arriva. Ho lasciato questo argomento della grazia di Dio al termine degli Esercizi perché, siccome il dulcis in fundo rimane, ve ne ricordiate sempre. Tutta la nostra conversatio in cœlis è legata al

fatto della grazia di Dio in noi, e pertanto al fatto che noi abbiamo la metodologia per procurarcela sempre, coi mezzi che voi ben conoscete. Occorre la fede in quei mezzi, perché con quei mezzi si risolvono tutti i problemi, nessuno escluso; si superano tutte le difficoltà, tutte le tentazioni, tutti i dubbi, tutte le esitazioni. Messa, sacramenti fatti bene, sacramentali, preghiera, e nella preghiera soprattutto l’orazione mentale, penitenza. La penitenza è necessaria all’obbedienza perfetta, all’umiltà perfetta, alla carità perfetta. Noi dobbiamo procurarci la grazia di Dio coi mezzi che conosciamo e saperli maneggiare tutti, con la caratura, col volume, con la forza, con la lunghezza d’onda che occorre, secondo i rispettivi casi e la propria soggettiva situazione. Ma usciamo di qui con la coscienza che noi non avremo nessuna conversatio in cœlis se non ci sarà questa grazia di Dio, se non useremo la strumentalità e se non daremo a questa grazia del Signore la collaborazione che si dà con la docilità e con la stessa ricerca. Perché Dio ci ha lasciati liberi, ci ha lasciato l’onore di chiedere molte volte la sua grazia e, in ogni grazia, anche data senza nostra richiesta, e sono le più, l’onore di collaborare. Dio non ci vuole ricchi mendicanti; vuole che in tutte le cose anche noi abbiamo la nostra parte; Dio per primo intende salvare l’umana dignità che ci ha dato. È qui che deve operare il nostro convincimento. È qui che deve farsi sentire la profondità del medesimo e la costanza nel medesimo quale criterio che deve guidare la nostra vita.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 2° Corso di Esercizi Spirituali (13)

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

13. La divina Liturgia

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

Vi invito a meditare sulla divina liturgia. Questo è l’argomento consequenziale a quello della preghiera, ed è anche consequenziale a quello del Regno di Dio, perché la divina liturgia ci fa veramente vivere all’unisono col Regno di Dio. La divina liturgia offre a noi lo spunto, il mezzo, l’aiuto, lo sfondo, l’accompagnamento per la forma più completa, elevata e fruttuosa di preghiera e dà a noi i mezzi maggiori della grazia. E pertanto è un argomento al quale noi non possiamo sfuggire, tanto più che la divina liturgia è il momento più solenne, più diretto della nostra conversatio in cœlis. È veramente in essa che si riesce adabbandonare, in qualche modo, spiritualmente laterra per vivere in un’altra atmosfera, per sentire un altro palpito di vita e per abbandonare le scorie delle quali si sta coprendo questo povero mondo. Dobbiamo anzitutto volgere uno sguardo a un concetto più generale, che è il culto di Dio, perché la divina liturgia è una specie del culto, è il culto ufficiale voluto e determinato dalla Chiesa, svolto nell’ambito della legge e della tradizione della Chiesa. Pertanto il genere di questa definizione è proprio il concetto di culto. Il culto di Dio è l’atto di riconoscimento della sua divina maestà in qualunque modo e con qualunque strumento tale culto venga praticato. – Ma dobbiamo riflettere in genere che cosa rappresenta il culto di Dio. Il culto di Dio rappresenta questo: anzitutto è la garanzia della morale. Io vi prego di osservare bene i Comandamenti. I Comandamenti sono dieci; ma guardate i primi tre: « Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori di me. Non nominare il nome di Dio invano. Ricordati di santificare le feste ». I primi tre che cosa riguardano? Il culto di Dio. E sono i primi tre quelli che garantiscono gli altri sette, perché è psicologicamente e storicamente vero questo: che se vanno via i primi tre, vanno giù gli altri sette, non reggono. E la ragione è molto semplice: gli altri sette hanno bisogno, per resistere, che si senta la obbligazione di coscienza. Se non si sente la obbligazione di coscienza, gli altri sette non resistono né alla tentazione, né agli allettamenti, né alle comodità, né all’ambiente generico del mondo. Occorrendo, con la massima facilità questi sette comandamenti vengono abbandonati; esigono che agisca fortissimamente la obbligazione di coscienza per resistere; ma l’obbligazione di coscienza ha un punto sostanziale: la presenza di Dio. In tanto esiste la obbligazione di coscienza, quella che è capace di sopravvivere a tutte le tentazioni e di imporsi contro tutti gli allettamenti, in quanto riposa sul concetto di Dio, e di Dio presente in noi e pertanto arbitro della nostra vita, giudice della nostra vita, ragione del bene della nostra vita, punitore del male che abbiamo operato nella nostra vita. – Vedete quindi che il culto di Dio è veramente il guardiano di tutto il resto, e vi prego di applicarlo anche alla vostra vita, perché quando vi sarà nella nostra vita il culto del Signore e la aderenza a quel culto, tanto ci sarà di energia, di forza, di resistenza in tutto il resto. Qualora si anemizzasse questa parte, voi dovreste aspettarvi che logicamente si renda anemico il resto. Naturalmente la grazia di Dio può sorpassare tutto, può fare a meno delle cause ordinarie per mantenere l’equilibrio della nostra anima, se crede di farlo; ma allora si comincia ad andare fuori dell’ordinario, e noi non dobbiamo rischiare di contare o di puntare troppo sullo straordinario. Ma il culto di Dio è quello che garantisce tutto il resto. Questa è la prima cosa che bisogna osservare del culto del Signore. – In secondo luogo il culto del Signore rappresenta veramente la evasione dal peso della vita, perché è un deporre le scorie, è un lasciare l’abitudinarietà delle cose di questo mondo, è un chiudere una porta su di una esperienza che finisce sempre col diventare monotona e banale. È una grande risorsa della nostra esistenza il culto di Dio. Noi osserviamo nella storia che le più grandi epoche di vita cristiana hanno combaciato sempre con lo splendore del culto del Signore. Se nel medioevo — quando si è forgiata la civiltà che non si è più arrestata, poiché ha portato al nostro tempo, al progresso della nostra età e della nostra esperienza —, se allora tutta l’Europa non fosse stata costellata di monasteri e questi monasteri non fossero stati il canto continuo della lode di Dio e del culto di Dio, la nostra civiltà non sarebbe cresciuta. Perché, a esaminare tutti gli elementi che l’hanno conservata, che l’hanno attivata, trasmessa e mantenuta, vediamo sempre che sono profondamente legati all’esercizio del culto divino. Vorrei dire che la nostra civiltà è nata in coro, perché soltanto attraverso questo cantico dell’Ufficio divino si è mantenuto l’equilibrio. Ma ora dobbiamo venire alla divina liturgia. – La divina liturgia è il culto reso a Dio in forma ufficiale, cioè il culto della Chiesa Cattolica, il culto i cui atti sostanziali sono stati posti e determinati da N. S. Gesù Cristo e poi regolati dalla legge della Chiesa. È per questo che diventano ufficiali. Voi sapete che questo culto di Dio contiene anzitutto la S. Messa e l’amministrazione dei Sacramenti, i Sacramentali e finalmente la preghiera pubblica e l’ufficiatura. In questa divina liturgia noi dobbiamo vedere, e ne troviamo qui l’aspetto caratteristico, due elementi: la liturgia non è soltanto l’atto degli uomini che, con una ordinata coreografia, rendono il culto al loro Signore e Redentore. Non è soltanto questo: questo è un aspetto, e può avere un punto di rassomiglianza e di contatto con qualunque culto reso a Dio. Ma ne ha un altro, che è assolutamente singolare e rappresenta uno dei punti di originalità della rivelazione cristiana, della rivelazione divina. E cioè: questi stessi atti, che costituiscono il portare la lode di Dio verso l’alto, sono lo strumento per cui dall’alto si dà la grazia agli uomini. Sicché noi abbiamo un incontro in direzioni opposte, con un movimento dal cielo verso la terra e un movimento dalla terra verso il cielo. È soprattutto questo movimento dal cielo verso la terra che rende ricchissima la liturgia, perché noi abbiamo, sotto questo aspetto, gli strumenti della grazia di Dio. – La S. Messa, certo, porta la voce degli uomini verso l’alto; ma porta verso gli uomini Gesù Cristo, l’Eucaristia e tutto ciò che di grazia è legato alla divina Eucaristia. I santi Sacramenti sono sempre, certo, anche dei riti esterni, i quali contengono e sollecitano la lode di Dio nella bocca degli uomini e costituiscono un atto di ossequio al loro Creatore e Redentore; ma nello stesso tempo tutti i Sacramenti sono gli artefici della grazia del Signore; portano qualche cosa di divino: divina realtà, divina dignità, divino aiuto alla debolezza umana. Ed ecco che abbiamo così uno scambio continuo, una reciprocità, un dualismo che si fonde nella unità del bene e della gloria del Signore sugli uomini. Sono questi i due aspetti della divina liturgia, per cui noi nella divina liturgia non siamo soltanto attivi: cantiamo, preghiamo, lodiamo Dio, meditiamo, espletiamo le parti sociali nelle quali si dipana questa divina liturgia; ma in quel momento siamo anche passivi: riceviamo e riceviamo continuamente qualche cosa che va a innervare la nostra vita, ad agire profondamente sulla nostra psicologia, a rettificare il cammino nostro, a eliminare tante difficoltà della nostra esistenza, a irrobustire la nostra volontà, a illuminare supernamente la nostra intelligenza. Insomma riceviamo continuamente qualche cosa che diventa ricchezza della nostra vita. – Questo dobbiamo tener presente, perché allora si comprende sempre meglio che la divina liturgia è per noi il momento massimo della conversatio nostra in cœlis. Allora noi siamo con Gesù Cristo, parliamo con Dio, parliamo con la Vergine, coi santi, con un ordine, un mondo che sta al di sopra di noi. Allora qualche cosa si ripete in noi dei cori angelici e di quella grande realtà nella quale noi attendiamo di consumare, dopo acquisito il merito, il pellegrinaggio della nostra esistenza. È entrare in un altro mondo. Voi sapete che la liturgia si svolge tutta socialmente; la liturgia non è la preghiera arida che ha lo stesso andamento, sia che sia detta da uno, sia che sia detta da molti. No, la preghiera liturgica è tutta distribuita: c’è una parte che deve fare soltanto il celebrante, presidente deli assemblea; ci sono parti che debbono fare i suoi ministri; c’è una parte che deve fare il popolo; c’è una parte che debbono fare quelli che cantano, e tra quelli che cantano ce ne sono alcuni che debbono fare i solisti; ci sono i canti antifonici, ci sono i canti responsoriali. È un variare continuamente. Non è mai il semplice unisono, non è mai il suono monocorde; è sempre la pluralità dell’azione. E mentre si snoda la preghiera, si snoda il canto, si attua il simbolo, si compie l’atto di ossequio, e tutte queste cose si intrecciano; è una divina regìa, e questa divina regìa viene componendo qualche cosa, sensibilizzando qualche cosa attraverso il cristallo del simbolo, ricostruendo una realtà che è vera, che è lontana dai nostri sensi, che è al di sopra di noi e che entra divinamente ed efficacemente nella nostra vita. È un altro mondo nel quale, è il caso di dire, molte volte noi troviamo l’unico rifugio dall’amara, arida, oscura esperienza di questo mondo: là dove tutto viene assunto, dalle arti, dalla letteratura, dal canto, dalla profezia, dalla patristica, dove entrano i sermoni e dove entrano gli slanci della poesia, tutto viene assunto e viene assunto in una luce altissima, in una aspirazione, come se la pesantezza del mondo si fosse allontanata per lasciare soltanto lo sfogo verso l’alto e l’anticipata esperienza di realtà eterne. Nella divina liturgia noi troviamo la famiglia di Dio. – Ma veniamo a una terza considerazione. La liturgia ha non soltanto lo scopo di renderci presente un mondo che sta al di là di noi e nel quale si decidono le nostre sorti, e farcelo gustare attraverso il simbolo e lo slancio dell’anima e la purificazione dell’anima; ma ha anche lo scopo di farci perennemente rivivere qualche cosa che è stato nella storia. Il passato ritorna tutto, nella liturgia, quasi a garantire che della storia degli uomini non cade nulla. Anche il loro male si trasformerà nella purificazione della penitenza. Quando noi pensiamo che è il tempo in cui si vive in terra che costituisce il merito di cui si vivrà in cielo, si capisce come tutta la storia sarà presente per tutta l’eternità, perché là io avrò quel grado di gloria per quel momento meritorio che ho vissuto quaggiù. E mentre alla nostra pochezza è dato soltanto di coprire la gran parte del passato con l’oblio e col silenzio, davanti a Dio tutto ritorna. Ed è per questo che, come sarà in cielo, così in una forma certo infinitamente lontana ma che già la echeggia, la storia ritorna tutta nella divina liturgia. Ed è per noi un anticipato invito a quello che sarà un giorno la vera ed eterna conversatio in cœlis, quando avremo raggiunto la pace e la gloria. – Voi sapete che la liturgia si svolge su tre cicli: 1° il ciclo ebdomadario; 2° il ciclo temporale; 3° il ciclo santorale. E tutti e tre hanno un grande significato. Il primo, il ciclo ebdomadario, si svolge dalla domenica, col quale si apre, al sabato di tutte le settimane. E l’anima del ciclo ebdomadario è il Salterio. In questo ciclo ebdomadario si recitano o si cantano tutti i 150 salmi del Salterio detto davidico. E cioè, attraverso questo ciclo ebdomadario, che cosa ritorna? Notate che è imperniato essenzialmente sui salmi, non sul rimanente. Che cosa ritorna? Ritorna la ispirazione profetica dell’attesa di Gesù Cristo, il mondo che l’aspetta. Lo aspettava allora, anche senza saperlo; lo aspetta oggi sempre senza saperlo. In fondo a ogni peccatore, a ogni distratto, a ogni miscredente c’è sempre un’anima che aspetta: l’aspettativa, la sete, che è portata dalla stessa condizione di deserto in cui molte volte deve svolgersi la nostra vita. – Il Salterio, ciclo ebdomadario, ci porta l’attesa; non solo l’attesa messianica, ma l’attesa di chi ancora non ha e attende. È sempre l’aspirazione alla vittoria sui propri nemici, alla pace nelle proprie disgrazie, alla presenza di Dio contro l’aridità della vita, all’aiuto del Signore contro la sperimentata debolezza della nostra esistenza. Il Salterio è tutto su questi motivi, i motivi che costituiscono l’incarnazione più propria del dramma umano, che fu potente prima di Gesù Cristo, perché Gesù Cristo non c’era, perché non c’era ancora la sua certezza, la sua pace e l’ampiezza della sua grazia; perché c’era soltanto la speranza di lui futuro. E questo, che fu anima della storia e che è rimasto, dopo Gesù Cristo, realtà di ogni distanza da Gesù Cristo, ritorna tutto e lo si rivive tutto. – Io penso che talvolta molti superficiali e distratti non capiscono perché si cantino i salmi. Ma questa è l’anima del mondo; è anche la tua. Non ti puoi distrarre da essa, non puoi dire: non è cosa che mi riguardi; afferra anche te; hai bisogno anche tu continuamente della stessa preghiera, della stessa aspirazione. La Chiesa non si stancherà mai di cantare i salmi. E la Chiesa da un estro melodico le cui origini si perdono nei secoli arriva a una sistemazione che è stata fatta definitiva da S. Gregorio Magno, che forse fu il più grande dei Papi e uno dei più grandi uomini. Ma quella dell’estro melodico non è il frutto di un uomo solo: è il frutto di una collettività le cui unità, i cui nomi si sono perduti ma rimane un respiro d’anime. Potete voi esprimere la nostalgia profonda, la originalità assoluta, l’incalzo mirabile degli otto toni gregoriani coi quali noi cantiamo i salmi? Talvolta la stessa modulazione dello stesso tono ritorna per una lunga serie di versetti; ma non ha mai stancato nessuno. E badate che quei toni non si cantano soltanto da pochi decenni; si cantano da 14-15 secoli per lo meno; gli stessi toni, e non hanno ancora stancato nessuno! E il ritmo dei salmi, e la melodia del coro è sempre qualche cosa di fascinoso!

– E poi viene il ciclo temporale. Temporale, da tempo. È la cosiddetta liturgia del tempo. Si chiama così, lo sapete, perché segue il calendario liturgico, ossia i grandi tempi liturgici. Incomincia col tempo natalizio, che si apre coi primi Vespri della prima domenica d’Avvento e dà inizio al nuovo anno ecclesiastico. Si apre il periodo della grande avventura dell’uomo con Dio. Il secondo tempo è intorno alla Pasqua, prima e dopo; il terzo è intorno alla Pentecoste. L’Incarnazione nel Natale, la Redenzione nella Pasqua, la Santificazione nella Pentecoste. Il primo ricostruisce tutta la venuta di Gesù Cristo, perché l’Incarnazione e Redenzione del Signore è l’unico fatto originale della storia umana. Il tempo natalizio ricostruisce questo e fa rivivere tutto nell’attesa, nel fatto della Incarnazione del Signore nostro Gesù Cristo, che non fu, ma è, perché l’unione ipostatica della natura umana con la Persona divina continua tuttora e continuerà per tutta l’eternità in Gesù Cristo. È per questo che il Natale e il suo tempo non sono una cosa lontana: sono una cosa che rimane sempre incredibilmente vicina. – Il secondo tempo ricostruisce il dramma della Passione del Salvatore nostro Gesù Cristo, e tutto ciò che l’ha preceduta e tutto ciò che l’accompagna, e tutta la storia del peccato nel mondo, che ne è la ragione accidentale; ragione per cui al principio del tempo pasquale, che comincia con la domenica di Settuagesima, si legge il libro del Genesi: la storia del peccato di origine. Incomincia col giorno delle Ceneri e arriva fino ai primi Vespri della domenica della SS. Trinità, toccando il vertice nella solennità della Pasqua, giorno che ha fatto il Signore, solennità delle solennità, Pasqua nostra, Risurrezione del Salvatore nostro Gesù Cristo. – Il terzo tempo s’incentra nella Pentecoste. Ricostruisce un fatto: la santificazione di allora. Ma la discesa dello Spirito Santo è eterna, perché la santificazione è un fatto continuo e durerà fino alla fine dei tempi. È questo il tempo della Pentecoste che, appena oltrepassata la Pentecoste e oltrepassata la festa della SS. Trinità, prende come suo colore negli apparati liturgici il verde. Ha un tono speciale. La liturgia delle domeniche che seguono la Pentecoste ha un tono pacato, un tono distaccato. Prende, specialmente nei tratti poetici salmodici, responsoriali, antifonici, un tono sereno e anche leggermente malinconico, ma di quella malinconia che è poesia, che serve, come i tratteggi neri, a far risaltare il campo del colore chiaro e della luce. E pare che riprendano tutta l’aspettativa della gloria eterna. E così si arriva a saldarsi con  l’anno nuovo, col quale ricomincerà il tempo natalizio. E si rivive tutta questa divina storia, questa divina avventura che è stata negli uomini, che è stata tra gli uomini, che rimane al di sopra degli uomini, che resta sempre la grande travatura della storia degli uomini e rimane per gli uomini l’unico cammino della loro speranza.

– E c’è il terzo ciclo: è il santorale, il ciclo che ricorda i Santi. Mentre il temporale ricorda la Redenzione, Dio, Gesù Cristo, Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo, ed è la grande travatura della liturgia, il santorale ha un altro andamento. Comincia anche quello con la prima domenica d’Avvento e normalmente, quando il calendario non lo lascia fuori, con la festa di S. Andrea Apostolo. E ricorda i santi; la Vergine soprattutto, perché questo ciclo è punteggiato tutto delle feste della Vergine SS. La principale è la festa della Assunta; l’altra, molto solenne, è la festa della Immacolata. Sono queste due le massime. Voi sapete che le altre feste della Vergine hanno avuto un’origine: momenti di disdetta, momenti di disgrazia, rifugio del popolo cristiano nelle pieghe del manto della Madonna per salvarsi e poi per ricordarsene e dirle grazie. – Il santorale comprende poi le feste dei Santi. Il gruppo degli Apostoli rimane imperterrito, « fundamentum veritatis », e nessuno lo toccherà mai. Il gruppo dei martiri della Chiesa Romana credo che nessuno oserà mai toccarlo, perché sono della Chiesa Romana, che è il fondamento di tutte le altre Chiese: « Ad hanc enim Ecclesiam omnem oportet convenire Ecclesiam », scriveva S. Ireneo nel sec. II, riassumendo la tradizione dell’Oriente e dell’Occidente. È il gruppo dei martiri più illustri della Chiesa primitiva, perché sono sempre il ricordo della nascita e dell’infanzia della Chiesa, il ricordo della sua prima e vera conquista del mondo, di cui essi sono stati gli alfieri e alla quale essi hanno intessuto un manto di porpora. E poi tutti gli altri santi, quelli più rilevati che sono venuti dopo. Ogni Chiesa particolare ricorda i suoi, perché non si possono mettere tutti, in 365 giorni, nel calendario della Chiesa universale. – Ogni ordine monastico e religioso ricorda i suoi; ogni abbazia ricorda i suoi, in modo che non si dimentichi nessuno; ma nella Chiesa universale è soltanto un gruppo: scelti. Questo gruppo potrà variare, perché man mano che si infittisce la schiera dei santi canonizzati, bisognerà pure far loro posto, e allora ci potranno essere delle riforme. E perciò non tutti rimarranno. Tornano i santi. Lasciateli tornare! Sono i nostri fratelli. Fratelli al sicuro, mentre noi al sicuro non ci siamo ancora. Fratelli vicini, fratelli che sanno, fratelli che hanno per noi una tenerezza di cui noi non abbiamo l’idea; fratelli che con la permissione divina entrano ancora, con la intercessione loro, nella nostra vita e ne diventano sostegno, corroboramento, conforto. Lasciateli entrare: la loro storia è la storia più bella, l’unica storia pulita che abbia il mondo. Osservate che cosa si vive in tutto questo: il dramma che è nel ciclo della settimana un giorno lo rivivremo in cielo; guardando nell’eterna realtà di Dio che l’ha accolto, vedremo quello che fu. E tutto il ciclo del temporale lo canteremo in eterno, perché è il fatto della nostra salvezza, e pertanto sostanza del nostro amore. Il santorale sarà la « communio sanctorum » della gaudiosa famiglia nell’eterna pace, alla quale aspettiamo di ricongiungerci per trovare coloro che abbiamo amato. Voi capite perché la liturgia è conversatio nostra in cœlis. Che essa vi aiuti sempre, che possa essere sempre mirabile e ineguagliabile strumento di questa conversatio in cælis.

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di Esercizi Spirituali (12)

12. La preghiera

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

Vi invito a riflettere sulla preghiera, meglio sull’orazione. Noi siamo arrivati naturalmente al tema perché, quando si è parlato dell’Eucaristia e si è visto che l’Eucaristia è indissolubilmente legata alla croce, ossia alla passione e alla morte di N. S. Gesù Cristo, viene logico che, rimanendo permanente la presenza del Signore nell’Eucaristia, si parli con lui. E viene logico che la mente si volga molte volte, il numero di volte maggiore possibile, alla passione e alla morte del Signore, causa della nostra salute, fondamento della nostra certezza, rimedio dei nostri mali, motivo della nostra speranza. Viene logico, conosciute queste realtà, che l’anima si intrattenga con esse; conosciuto questo mondo molto più grande, che noi possiamo palpare attraverso semplici veli, noi entriamo il più possibile in contatto con esso, e questo mondo facciamo intervenire nel nostro piccolo mondo, sovrastare al nostro piccolo mondo, illuminare la crepuscolarità del nostro povero mondo. Non è detto che l’orazione debba essere sempre una visita al SS. Sacramento o una meditazione sulla Passione del Signore, no; si dice però che a questi punti il riferimento deve essere costante, profondo e cosciente. Ma comunque noi siamo arrivati naturalmente a parlare dell’orazione per il fatto che ci si è parato innanzi un mondo reale, più reale di quello che noi tocchiamo con le mani; vicinissimo, nel quale noi facciamo bene a stare perché, restando là, trattiamo bene le cose di qua; vivendo là, diventiamo imbattibili di qua; contraendoci là, ci dilatiamo di qua; arroccandoci là, non siamo smossi dalle umane difficoltà; considerando le cose di là, diventiamo pratici, positivi, aderenti alle realtà terrene con una incredibile lucidità e una maggiore saggezza.. Conversatio nostra., nondimenticatelo, mai! in cœlis est. Si premette che cos’è l’orazione. L’orazione è l’elevazione dell’anima a Dio. E pertanto è anzitutto ed essenzialmente un atto dell’intelligenza, accompagnato però sempre dalla mozione del cuore, perché se fosse puramente un atto d’intelligenza, sarebbe atto cerebrale e non sarebbe orazione. Qualora venga a mancare l’intervento della volontà, e cioè il moto dell’anima verso Iddio o verso le cose che anche solo indirettamente ci portano a Dio, verrebbe a mancare un elemento sostanziale della preghiera: noi allora faremmo non della preghiera ma dello studio, della divagazione, della distrazione, distrazione pia ma distrazione. La preghiera è dunque una elevazione dell’anima a Dio, di tutta l’anima, con la sua intelligenza e col moto della sua volontà. Basta dire questo per capire che la preghiera è anzitutto ed essenzialmente un fatto interiore e che non può mai abbandonare questa sua interiorità, anche se è conveniente, anzi necessario, che molte volte sia accompagnata da emissione di voce, da ritmo, dalla espressione della collettività regolata secondo una formula, guidata secondo una regìa, un cerimoniale, delle rubriche. – Anzitutto l’orazione si deve dipanare secondo i nostri precisi doveri. Quali sono i fondamentali doveri nostri nei rapporti ufficiali con Dio, non solo nei rapporti morali, cioè nella soggezione alla legge sua e alla sua volontà, ma nei rapporti diremmo di carattere ufficiale con Dio? Sono quattro. Noi abbiamo quattro grandi doveri: il primo  è quello dell’adorazione, il secondo è quello dell’azione di grazie, il terzo è quello di chiedere perdono dei nostri peccati, il quarto è quello della domanda. Questi quattro atti sono tutti necessari, per quanto in modo diverso e con diversa gerarchia. Infatti il più importante di tutti è quello dell’adorazione. Questo è il primo e dal quale non ci si può mai esimere. Gli altri, in certi momenti ci potranno essere, in certi momenti ci potranno non essere; ma il primo dovere dev’essere compiuto sempre: l’atto dell’adorazione di Dio. In che cosa consiste l’adorazione? L’adorazione consiste nel riconoscimento della sua suprema Essenza e Maestà e negli atti conseguenti: accettazione, ossequio, lode. Sono questi tutti atti conseguenti. Ma l’atto essenziale dell’adorazione è il riconoscimento della divina eccellenza. Siccome non c’è una eccellenza pari a quella di Dio, è chiaro che l’adorazione non può essere data altro che a Dio. Agli altri si darà venerazione, ammirazione; ma l’adorazione è propria di Dio. È chiaro che è un dovere, perché se è stata creata una intelligenza, la nostra per esempio, è ovvio che è stata creata per intendere. Per intendere che cosa? Anzitutto la prima cosa che esiste, cioè Dio, e accettarla, Pertanto è dovere naturale questo: è dovere al quale tutte le cose debbono confluire. Osservate bene che cosa accade se voi componete questo primo aspetto di un dovere ufficiale nei rapporti con Dio con gli altri doveri. Vedrete che cosa ne salta fuori! – Il secondo dovere è quello di rendere grazie a Dio, il dovere del ringraziamento. Il ringraziamento è una cosa onorevole anche fra gli uomini, perché è una forma di giustizia, cioè è quella forma di restituzione e di riportare le cose al pareggio quando non si danno i termini della necessità o delle possibilità di riduzione a parità. Se uno fa un atto di bontà verso di me, io questo non lo posso computare in danaro e dire: costerà 50 lire, 5000 lire, 50 milioni. Nel caso in cui non può darsi o non è conveniente l’azione di pareggio propria della giustizia commutativa, io gli devo dare la gratitudine dell’anima. La gratitudine è proprio quella che permette che si compiano, si completino, si colmino le lacune che rimarrebbero nell’ordine là dove noi non possiamo ridurre i termini a espressioni di pura giustizia, e cioè a espressioni di pura restitutio ad æqualitatem, che è il carattere della giustizia. Possiamo noi pretendere di dare ad æqualitatem a Dio? Ma che dite? Cosa volete che andiamo a prendere per rendere ad æqualitatem a Dio quello che Dio ha dato a noi? È chiaro che occorre un’altra cosa; non basta la giustizia. La giustizia potrà qualche volta, e molto poche volte, bastare tra gli uomini, ma la giustizia non può bastare verso Dio. È chiaro che ci vuole un altro atto che è succedaneo alla giustizia, che colma un vuoto là dove la giustizia non può essere applicata; e questo atto si chiama gratitudine, ringraziamento, ossia il riconoscimento del bene ricevuto e il movimento dell’anima che trasporta l’onda del proprio affetto in ritorno alla persona dalla quale essa riconosce di aver ricevuto un beneficio. – Ora, se questa logica del ringraziamento e della gratitudine ha tale valore e tale funzione di completamento sovrano nei rapporti tra gli uomini, e quando c’è splende veramente la gratitudine, e tanto più splende quanto meno si ricordano gli uomini della gratitudine, immaginate che cosa sia il dovere della gratitudine verso Dio. Ho detto che la gratitudine è anzitutto un atto di riconoscimento, un prendere atto che si è ricevuto. Chi non si ricorda mai di prendere atto di aver ricevuto da Dio sarà difficile che lo ringrazi, che adempia a questo splendido dovere di gratitudine verso il Creatore, perché non si sofferma mai a considerare che ha e non aveva; che ha e non avrebbe; che non ha avuto in sé stesso e non troverebbe neppure negli altri la ragione di ciò che ha. Se non si ferma mai a considerare questo, è difficile che trovi la ragione per poter fare quell’atto di affettuoso rimando verso Dio con l’atto di volontà nel quale consiste la gratitudine. – Ma c’è un terzo dovere che dobbiamo compiere. È quello di chiedere perdono. La Sacra Scrittura dice che anche il giusto manca sette volte al giorno, tanto per dare una espressione simbolica. Dunque non vi è uomo che non abbia da chiedere perdono a Dio; o perché ha fatto il male o perché non ha fatto il bene. Quand’anche non avesse fatto il male, gli si pareranno dinanzi i casi nei quali poteva fare il bene e non l’ha fatto; oppure poteva fare il meglio e non l’ha fatto; oppure avrebbe potuto arrivare all’ottimo e non l’ha fatto. E allora il caso di domandare perdono a Dio si presenta ogni giorno, per ogni uomo, entra nella normale metodologia della vita. Questo terzo dovere non è più come quello della gratitudine che sta in completivo della giustizia, ma è un dovere che rientra nel canone della stretta giustizia. Perché là dove abbiamo eletto il male, bisogna fare un atto contrario della volontà ed eleggere il bene respingendo il male stesso. Finalmente abbiamo un quarto dovere che è quello di domandare. Non si dica: io non domando niente. Questa è superbia, non è affatto educazione. Perché sarà difficile che uno possa dire, in riguardo degli uomini: io non chiedo assolutamente niente a nessuno. Potrà dire: io non chiedo niente in una determinata forma, cioè non faccio lo scroccone; non mi faccio comperare; non mi faccio vendere. Potrà dire: io non mi prostro indebitamente a scapito della dignità, a scapito del mio ufficio. Ma in questo mondo, quand’è che uno può dire: non chiedo niente a nessuno? Come, non ha chiesto qualcosa a suo padre e a sua madre? È sempre stato capace di avere tutto in sé stesso e per sé stesso? No. Ce ne ha messo prima di arrivare a camminare con le proprie gambe! Quindi a questo mondo qualche

cosa ha dovuto chiedere. Tuttavia è anche concepibile che a un certo momento, sotto certi profili, uno possa dire: io al mondo non chiedo niente a nessuno. Ma guardate che rispetto a Dio non lo si può dire. Perché? Perché ciascuno ha bisogno sempre di superare la propria debolezza. Non ci fosse altro titolo, c’è questo. Anche se rinunciasse al titolo del proprio godimento e dicesse: io non godo e basta; rinunciasse al proprio divertimento, al proprio agio e dicesse: io non voglio nessun divertimento, non voglio nessun agio nella vita. Amen! Ma, cari miei, almeno questo titolo non lo potrà smuovere mai: rimane debole. E pertanto deve appoggiarsi. Deve: ecco la necessità, ecco il dovere; e deve appoggiarsi a Dio. Non dico che sia questo l’unico titolo per cui si deve domandare; dico che almeno di questo nessuno potrà discutere. Pertanto è vero che ogni giorno si presenta agli uomini saggi il dovere di chiedere qualche cosa a Dio. – E, in secondo luogo, noi sappiamo che la grazia del Signore è data a tutti gli uomini in modo sufficiente, ma questa grazia del Signore, della quale noi abbiamo bisogno sempre, è aumentabile secondo il grado della nostra cooperazione e secondo il grado della nostra orazione, cioè secondo il grado in cui noi la chiediamo. E sono talmente infinite le cose da chiedere, talmente infiniti i bisogni per cui bisogna chiedere a Dio, che il dovere incide su ogni giornata della nostra vita, solca ogni caso della nostra esperienza terrena. Ora provatevi un po’ a venirmi a dire che non si sa cosa dire quando si prega. Io penso che non si potrebbe finire più. Quanta gente ho trovato: lei mi dice di pregare! Già, ma come faccio? Dico un po’ di Ave Maria, poi alla fine mi stufo. Dico un po’ di Pater noster, poi alla fine mi stufo; non so neppure più che cosa dica, e dico sempre la medesima cosa. Beh, rispondo io, intanto comincia a non disprezzare le Ave Maria, perché prima che tu abbia capito bene cosa dici, cos’è un’Ave Maria, tutta la vita passerà, e non avrai capito bene ancora, tanto è grande. E questo vale ancor di più per il Pater noster. Sta’ attento: sarai tu che sarai svanito! Perché, se ci metti un po’ di cuore, un po’ di testa, vedrai che potrai dire anche molte Ave Maria e molti Pater noster! Ma a ogni modo e chi ti ha detto che devi dire soltanto delle Ave Maria e dei Pater noster per pregare? Nella preghiera si può mettere tutto. Se io andassi a fare certi discorsi come mi verrebbero, così, di colpo; se li andassi a fare agli uomini, se li venissi a fare anche a voi, vi mettereste a ridere; invece con Dio lo posso fare, perché Dio è Padre. Non ho bisogno di studiare letteratura, di seguire troppo la logica, non ho bisogno neppure di esser preciso nelle mie parole, neppure di parlare. Dio capisce anche i silenzi. Col Signore si può dire tutto, ed è l’unico col quale possiamo dire tutto, essendo capiti in tutto. Non mi verrete a dire dunque che pregare sia una cosa difficile! Quando si hanno davanti questi quattro doveri, si capisce che raggio abbiano, che sorta di superficie totale costituiscano per l’esperienza degli uomini. Ma, messo a posto questo, ora passiamo a un altro punto, a un’altra considerazione. Ci sono degli elementi, degli strumenti che entrano in questi quattro doveri: adorazione, ringraziamento, dolore, domanda. Entrano e li sollevano, li fanno fermentare incredibilmente, li fanno elevare dalla terra al cielo. Lasciate che adesso ve ne dia un’idea. Innanzi tutto le verità della fede. Tutte. Quanto più se ne sa, tanto più lo strumento si ingrandisce. La riflessione alle verità della fede, la riflessione a tutte le parole di Dio, a tutta la parola di Dio, a ogni e singolo contenuto della divina Rivelazione, tutto questo, chiamato in causa, guardate come fa lievitare l’anima; guardate che volute dà alla nostra intelligenza! Che fascini strappa a noi, che elevazioni del sentimento, che slanci, che contemplazioni, che cammini lunghissimi nella ricerca, nella comparazione, nel soffermarci a guardare, nel sintetizzare, nel ritornare, nell’approfondire. Tutto il patrimonio delle idee viene qui e può entrare a far lievitare l’adorazione, il ringraziamento, la propiziazione, l’impetrazione. E non è tutto. C’entra non solo tutto il patrimonio ideale della teologia e della sana filosofia, ma c’entra tutta la storia del mondo. Ogni fatto è capace di fiorire ubertosissimamente e di far lievitare almeno uno di questi doveri, o tutti e quattro. Con Dio si può discorrere anche di quello che succede al Parlamento: non con l’intenzione di far ridere il cielo, eh? no, ma si può discorrere di quello. Pensate: quando nella preghiera si possono convogliare tutti i nostri casi personali, tutte le anfrattuosità della nostra complessa e illeggibile psicologia, talvolta così complessa e così illeggibile da necessitare che entri qualcheduno, un terzo a leggere e a mettere le cose in ordine con carità, con saggezza e con affetto…; pensate: quando ci mettiamo tutto questo, tutto allora diventa oggetto dell’orazione. Quando nella orazione entrano tutti i casi passati, i casi in corso, i casi che debbono ancora avvenire, cioè la vita nostra e degli altri, vi rendete conto che non è davvero difficile trovare di che pregare e di che meditare.   Sarà sempre vero che per avere una meditazione ben fatta, in generale, occorre o la voce di un altro o un libro. Quello, per es. di fare orazione nella sua forma più alta, che è la meditazione, l’orazione mentale, sempre e unicamente affidandosi alla propria testa, è una cosa molto difficile, una cosa alla quale, a lungo andare, riescono pochi. Vi potrà riuscire gente che vive pensando, eternamente pensando, sempre pensando e sempre con la mente irreggimentata in un determinato dovere che davanti a Dio deve compiere. Quelli ci potranno riuscire; ma non credo che siano molti che si trovino in questa situazione. Noi dobbiamo attenerci alla media della brava gente.E allora badate che senza la voce di un altro che parla o senza lo scritto davanti che sorregge, non ci si fa molto, perché a un certo punto, pur essendo davanti a questo prato con tutte le erbe possibili e immaginabili, con tutti i fiori, con tutti i colori che non c’è altro che da mettere la mano per portarsene via una bracciata, voi capite bene che se uno in questo prato entra dondolandosi dal sonno, dormendo in piedi, oh, non vedrà né le erbe né i fiori e dirà: non c’è niente; non c’è, non c’è, non c’è. Ma c’è che lui dorme in piedi! Ecco. Bisogna pure svegliarsi! Quando uno comincia a dormire ancora in piedi, ecco allora è il momento di ricorrere al libro. E allora, se non si vedono più e i fiori nel prato e le erbe che stanno intorno, si guardano i dipinti del libro, e si comincia di lì; poi di lì si prende la spinta e forse, riaprendo del tutto gli occhi, si vede il resto, cioè si vede il vero prato, non quello dipinto nel libro di orazione. – Vedete dunque che l’orazione è una cosa possibile. E capite che nell’orazione veramente si consuma, si completa la nostra conversatio in cœlis. – In fondo si può dire che la conversatio nostra in cœlis si riassuma tutta nell’orazione. Perché quando si vive pregando, quando l’orazione circonda talmente la nostra azione da presidiarla, prepararla, munirla, sostenerla, completarla, sorreggerla se decade, rifarla se si è disfatta, allora veramente la nostra conversatio è in cœlis. Tutto il rimanente lo si vede, lo si rende presente, lo si rende attivo per noi, e rendiamo noi attivi in esso tanto quanto c’è la orazione. Perché la vera sostanziale conversatio nostra in cœlis è l’orazione. – Io vi ho parlato per tre giorni per portarvi a questo punto. Gli elementi detti prima sono tuttielementi che rinverdiranno davanti a voi, se ci saràla orazione. E tutto diventerà facile, e tutto rivivràcon colori stupendi, con attrazioni fascinose, se cisarà la orazione. E la vostra vita leviterà all’infinito,se ci sarà la orazione. E il vostro contatto conl’Eucaristia sarà una Pasqua perenne, un gaudio pasquale perenne, se ci sarà la orazione. E la S. Messa sarà per voi il fatto del mondo, il fatto dellastoria, il fatto di tutto, la grande, la prima, lasuprema risorsa alla quale tutto deve convergeree dalla quale tutto deve fluire. Voi dipingerete ilmondo diverso da quello che vi pare; e sarà piùreale, se avrete la orazione, se lo vedrete attraversola orazione. Il cielo si aprirà sulle vostre teste, sevoi lo guarderete attraverso la orazione.E qui ci scappa fuori l’ultimo elemento delquale io so dire poco; ma so benissimo che c’è,perché lo si sente con la mano: è che nell’orazionec’entra sempre Iddio e agisce Lui. Discretissimamente,non in forme note, non in forme in cuil’orecchio senta, la fantasia interna e i sensi internipercepiscano. No, no. Dio rispetta abitualmentela nostra umana condizione: da gran Signore,fa tutto, entra in tutto, sorregge tutto, ciprepara qualche cosa da tutte le parti camminandoin punta di piedi e non facendosi sentire per nondisturbare l’umana libertà. Ma c’entra, Iddio. Eallora voi ve ne accorgerete! Quante volte potreteavere la impressione di dialogare! Quante volteavrete problemi nella mente; pregherete, e a uncerto punto vi troverete scritta la risposta intesta, così, naturalmente. Quante volte accadràquesto: che avrete dubbi; pregherete, e a un certomomento vedrete che s’è fatto chiaro, è sorto ilgiorno, la notte non c’è più, il dubbio se ne èandato. Che cosa è successo? Non avete notatoniente, non udirete niente, non avrete la minimasensazione che sia passato qualcuno, sarà naturalissimo.È questa la signorilità di Dio: di agirenaturalissimamente con noi, che Egli ha creato inuna natura, pur elevandoci in una soprannatura.Ma sarà così. La conversatio nostra in cœlis èsempre legata al grado di orazione.Leggete le vite dei Santi, e leggetene molte;non subite la moda del nostro tempo, di ridernee di farne la critica. E scoprirete che i Santi si trovanopienamente nell’orazione. Qualunque cosa facciano:miracoli di carità, miracoli di governo, miracolidi conversioni, tenere a posto popoli, aggiustarela storia, rabberciarla di qui, rabberciarladi là. Tutto questo è una quinta; lo sfondo troveretesempre che è stata l’orazione, cioè la loro conversatio in cœlis.Ora che abbiamo ragionato sulla orazione, sullasostanza vera dell’orazione, dobbiamo preoccuparcidi difendere la orazione, la vita di orazione, didifendere questa nostra conversatio in cœlis.Prima di tutto la dobbiamo difendere dal mondoche ci sta intorno. Il mondo che ci sta intorno èfrastornante, inebriante e avvelenante. Frastorna,inebria, avvelena. E tutto questo fa senza che noice ne accorgiamo. Quando siamo ben pieni diquesto gas che abbiamo aspirato, noi non preghiamopiù o preghiamo male, preghiamo poco,preghiamo tirando le gambe, preghiamo dormendo.Bisogna difendersi dal mondo, se vogliamo difenderela nostra orazione.Ma bisogna che io mi spieghi un po’ di più.Non so se vi ho raccontato una esperienza che è stata fatta in America, esperienza che ha provocato proibizioni da parte della legge. Hanno messo un fotogramma in mezzo agli altri nella pellicola dei film, facendo un esperimento. Questo fotogramma, unico, rappresentava in modo vivacissimo la réclame di una nota bibita: la Coca-Cola. Hanno inserito questo fotogramma in una pellicola, in 10, in 100 pellicole e hanno cominciato a proiettare la pellicola d’estate. Risultato: nessuno ha visto il fotogramma, perché voi sapete che un fotogramma solo non lo si vede; la frazione di tempo in cui passa non si commensura alla nostra sensibilità e pertanto noi non lo vediamo. Tutt’al più abbiamo la visione di una leggera striscia bianca che balena. Quindi nessuno ha visto il fotogramma. Tutti però hanno avuto sete, ed è aumentata di colpo, fino al 300 % e anche al 400%, la vendita della Coca-Cola. Risolvete il rebus. Si è avuta così una rivelazione, che è terribile, che comincia a entrare nella scienza, là dove se ne sono accorti, e che avrà delle incredibili applicazioni. Si è scoperto che le cose che i nostri sensi esterni trasmettono senza che ve ne sia coscienza, vengono registrate ugualmente. Di quel fotogramma, non essendosene accorto nessuno, nessuno ha avuto coscienza, vero? Bene. Nonostante questo, il fotogramma è stato colto dai sensi esterni, è stato mandato ai sensi interni, è stato registrato e ha agito stimolando quei diversi centri della salivazione, tutti i centri per cui a un certo momento uno dice: io ho sete. Non solo, ma ha indirizzato quei centri in armonia con preesistenti, chiamiamoli così, fotogrammi incisi in questa discoteca che è la testa, e ha indirizzato gli spettatori, che non avevano affatto visto, a comprare la Coca-Cola. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che, anche se io vado in una piazza dove fanno sciocchezze, scempiaggini, oscenità, e io non mi accorgo di niente in fondo, ma sto lì e leggo il giornale con molta attenzione, arrivano a me le onde sonore dei discorsi. E si direbbe che io non li capisca e non abbia coscienza di quel che dicono, ma arrivano e il mio apparecchio le registra e le trattiene. Io do solo qualche sguardo superficiale, non guardo niente; vedo, ma non guardo. Lo spettacolo non è eccessivamente secondo i canoni della cristiana modestia; quindi io vedo così, ma non guardo, ho quella visione generale che si ha dall’aereo. Ma, mentre io non guardo, le onde luminose arrivano a me, il mio apparato sensorio registra, mette in archivio: là ci stanno e chissà che diavolo ti combinano dopo, nel subcosciente! Vi ho voluto richiamare il fenomeno per dirvi: badate che non ci sono muri che ci proteggano dal mondo, dal suo vaniloquio, dalla sua artificialità, dalla sua pazzia. Bisognerebbe vivere chiusi, murati, nella certosa di Grenoble; non vedere mai nessuno, non sentire mai niente. Però io credo che qualche cosa penetrerebbe anche dentro la certosa di Grenoble! Noi dobbiamo prendere coscienza di questo fatto, perché ci possiamo trovare intrisi di questioni che sono artificiose. Mi spiego meglio. Noi ci possiamo trovare inzuppati, come i biscotti nel latte, in un mare di dubbi. Uh! va a vedere da dove arrivano! In genere è così: sono onde raccolte, entrate dentro; hanno fatto come l’acqua sotto la terra dopo che è piovuto: a forza di andare avanti scava canali, apre caverne, fa grandi laghi! È di lì che vengono fuori le sorgenti, ma è anche lì che qualche volta si aprono dei baratri, e va tutto giù. Guardate che tutto questo mondo continuamente ci usura, perché noi riceviamo troppe impressioni; noi diventiamo deboli senza saperlo. Difendetevi! E difendendo la vostra orazione, difenderete la vostra vita. Mi sono soffermato su questo aspetto perché certi stati psicologici che sono il frutto di una invasione dell’esterno, che diventano per le anime che si dedicano alla devozione e a una vita più alta entro limiti più stretti degli ordinari fedeli, e cioè con impegni più gravi degli ordinari fedeli, la causa più comune, più frequente che disturba la loro psicologia e crea dei drammi, viene a portar loro dei dolori che talvolta sono inutili, non sempre, ma molte volte sono dolori inutili.Entrate invece in quel concetto chiaro, che diquesto mondo dà il giudizio che deve dare dall’altezzadella conversatio in cœlis, che è l’unicopunto dove non si è né distratti, né astratti, nécerebrali, né fuori della realtà; è l’unico punto

dal quale si vedono le cose come sono. La maggior parte degli uomini sono invaniti, sono annebbiati dal mondo e non capiscono più dove sono e che cosa ne ricevono. Fuori da questo! Rompiamo questo bozzolo: che l’angelica farfalla esca fuori, alla luce, prenda coscienza, guardi il mondo per quello che è, non per odiare, ma per amare i fratelli di più, per capirli di più, per essere per loro, col cuore, dei padri e delle madri. Ma non si riuscirà ad amarli, i fratelli, se non si capisce il mondo, se la stima, se il giudizio che noi dobbiamo dare del mondo non è di una assoluta franchezza, di una limpidissima e dura chiarezza, senza mezze misure, senza riduzioni, senza letti di Procuste, senza commedie di alto inganno. Difendendo la vostra orazione, difendete la vostra vita, difendete la vostra fede e il vostro merito!

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di Esercizi Spirituali (11)

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

11. La S. Messa

La SS. Eucaristia ci interessa, oltre che come presenza reale — e questo è fondamentale certamente — come Sacrificio della Messa. Perché nel momento stesso in cui per la transustanziazione Gesù Cristo diventa presente, in luogo della sostanza del pane e del vino che cessano e che sono transustanziati, in quello stesso momento avviene l’offerta del S. Sacrificio. Ora noi dobbiamo discorrere di questo e cercare di capire, per quanto ci è dato, il divino pensiero che sta in questo santo Sacrificio, e ciò che in tutto questo si viene disegnando, perché noi avremo una ragione di più per capire come la conversatio nostra debba essere in cælis. Come e perché l’Eucaristia è Sacrificio? Per questi motivi. Le parole che ha usato Gesù Cristo nella istituzione — offertur, effunditur, ecc. — sono tutte parole di carattere sacrificale. E poiché vengono riferite a ciò che teneva nelle mani, e precisamente al calice, evidentemente il carattere sacrificale è predicato di quello. E pertanto la rinnovazione dell’Eucaristia ha evidentemente carattere sacrificale. Del resto la profezia di Malachia era sufficientemente chiara a questo proposito, ed è singolare come nell’Antico Testamento il gesto di Melchisedec, che aveva offerto il pane e il vino, venga ritratto. È da credere che gli stessi che hanno ritratto questo gesto, forse non abbiano capito che cosa dicessero, che cosa scrivessero, ma l’hanno detto e l’hanno scritto. Davide stesso nel celebre salmo « Dixit Dominus », il primo dei Vespri della domenica, ha dovuto dire che il sacerdozio del Messia era secondo l’ordine di Melchisedec. – E Malachia aveva dovuto riprendere lo stesso tema. Nella Chiesa primitiva noi vediamo che si praticava così, col concetto sacrificale. E basta esaminare il testo già citato di S. Paolo (1 Cor. capp. X e XI) per rendersene conto. Nel primo tempo della Chiesa bisogna ritenere, almeno fino alla metà del secondo secolo, che la Messa-Sacrificio era chiamata con un titolo solo: « fractio panis ». E allora, se si accetta questa nomenclatura, come parrebbe storicamente doversi accettare, bisogna dire che la narrazione di Luca dell’incontro di Gesù coi due discepoli di Emmaus, ripresenti un’altra volta l’offerta del Sacrificio, la prima compiuta, il giorno di Pasqua, dopo la istituzione. Il carattere sacrificale della S. Messa, dell’Eucaristia, lo troviamo pure ampiamente descritto nella I Apologia di San Giustino dove egli, dovendo rispondere alle accuse che sono sporte agli imperatori — di fabulae œdipeæ, di comestiones tiesteæ — a proposito delle adunanze dei Cristiani, espone tutto, fatto e dottrina della S. Messa. È evidente dunque che tanto nella letteratura neo-testamentaria come nell’interpretazione data dalla Chiesa Apostolica e nell’uso dei primi tempi cristiani la S. Messa appare chiaramente avere carattere di sacrificio. – Forse non è male ricordare che cosa voglia dire sacrificio. Il sacrificio è un’offerta fatta a Dio di qualcosa in testimonianza del suo supremo dominio. La logica del sacrificio è questa: tu sei padrone di tutto, dovremmo restituirti tutto, dobbiamo riconoscere che tu sei padrone di tutto; noi non possiamo offrirti il mondo, perché non lo possiamo prendere nelle mani; non possiamo neppure offrirti la nostra vita, perché per prendere la nostra vita e offrirtela, noi dovremmo passare sopra un tuo precetto che ce lo impedisce. E allora, per simboleggiare l’offerta che ti facciamo di tutte le creature, Signore, noi ti offriamo questo. Qualche cosa ti offriamo. Il concetto di sacrificio è tanto vero che noi lo troviamo, con questo preciso significato, sia pure mescolato anche con altri elementi di contaminazione, presso tutti i popoli. È dell’anima umana prendere qualche cosa per dimostrare che si vorrebbe prendere tutto, con questo poco dare tutto a Dio, restituire tutto a Dio, riconoscendo con questo esser Lui supremo Signore e supremo Ordinatore perché Creatore. È cosa che è stata sentita sempre e dovunque, ed è necessità dell’anima umana, è necessità della storia, dalla quale non si può prescindere. Il sacrificio è necessario alla vita spirituale degli uomini. Piuttosto noi possiamo domandarci come è sacrificio l’Eucaristia; cioè come il fatto di ritornare Gesù Cristo presente sotto le apparenze del pane e del vino sia sacrificio. E questa domanda non riguarda tanto l’affermazione teologica quanto l’esplicazione teologica. A ogni modo, prima di rispondere secondo quella che sembra la migliore esplicazione teologica, è necessario ricordare come la Lettera agli Ebrei affermi l’unità del sacrificio. È uno solo il sacrificio; non due, non tre, non infiniti. E allora è necessario ammettere che questo sacrificio che si compie nella transustanziazione eucaristica sia da riportarsi al primo eterno sacrificio di Gesù Cristo, quello compiuto sul Calvario, sicché la Messa non sia un nuovo sacrificio, ma sia una « nuova offerta » dell’antico sacrificio. Se noi dovessimo interpretare diversamente, non potremmo certo spiegare come nella S. Scrittura si abbia, con tanta veemenza e tanta forza, l’affermazione dell’unicità del sacrificio. E l’esplicazione teologica che più di tutte le spiegazioni viene a dare la visione semplice, armoniosa di tutti gli elementi che noi sappiamo teologicamente certi è questa: Gesù Cristo ha voluto che col fatto della transustanziazione si rinnovasse perennemente l’offerta del primo sacrificio della Croce, del quale, è certo, la Messa ha carattere rappresentativo e rinnovativo. Gesù Cristo ha dato quindi positivamente al fatto della transustanziazione — Egli poteva farlo, perché molte cose sono non di diritto naturale ma di diritto positivo divino — questo valore: non solo di commemorare, ma di rinnovare l’offerta di quel primo sacrificio. Così il sacrificio rimane sempre unico, e la sua rinnovazione lo propaga in altrettanti atti attraverso lo spazio e attraverso il tempo fino alla fine dei secoli. Sicché il sacrificio, che è sempre una offerta fatta a Dio, lo si fa in quanto l’atto che si compie pronunciando le stesse parole di Gesù Cristo ha il valore di ripetere una nuova volta l’offerta di quel primo sacrificio, l’offerta che Egli ha fatto di sé in croce all’Eterno Padre per la redenzione del mondo. E così noi sappiamo cosa è il Sacrificio. Ma in questo sacrificio, appunto perché c’è la stessa vittima, Gesù Cristo che è Dio, appunto perché è la reiterata offerta del primo eterno e infinito sacrificio, noi dobbiamo ritenere essere infinito il valore di questa nuova offerta, infinito e capace di infinite cose. – L’applicazione di questo valore in grazia avverrà non in modo infinito, e questo è ovvio, perché se l’applicazione avvenisse in modo infinito, basterebbe una sola volta. Se invece c’è una ripetizione e se Dio vuole la ripetizione indefinita di questo sacrificio fino alla fine dei tempi — l’aveva detto del resto, in qualche modo, e l’aveva fatto intendere lo stesso profeta Malachia — allora significa che, essendo il valore di questo sacrificio della Messa infinito, l’applicazione che ne viene fatta agli uomini non è infinita; potrà essere dilatabile all’infinito, secondo che concorrano le cause che possono provocare l’aumento di questa dilatabilità, ma non è infinita 1’applicazione agli uomini, e pertanto è necessario ripetere; pertanto è meglio dire due Messe che una; è meglio dirne cento che una, è meglio che noi sentiamo più Messe che una. E voi comprendete come sia di particolare grazia per voi se, mentre si celebra in questa cappella all’altare maggiore, la S. Messa viene anche celebrata negli altari minori, perché voi potete unirvi all’offerta non di un S. Sacrificio, ma ben di tre SS. Sacrifici, il che aumenta, nella stessa unità di tempo, la capacità di ciò che potete ricevere dal Signore per il bene e l’elevazione dell’anima vostra. – Ora dobbiamo vedere qualche altra cosa. Qual è stata l’intenzione di N. S. Gesù Cristo? Un elementoche salta agli occhi, perché lo ha detto Lui con una esplicitezza singolare, è che questo Sacrificio deve sempre, fino alla fine dei tempi, ricordare agli uomini il sacrificio della croce. È sacrificio commemorativo del sacrificio della croce. Perché noi pensassimo al sacrificio della croce, vi fossimo logicamente obbligati, Gesù Cristo ha istituito la S. Messa; l’atto più grande. Io lascio a voi di giudicare che sorta di invito sia questo: di pensare, durante la vita, e avere come punto di riferimento delle proprie volizioni e delle proprie azioni il sacrificio della croce, cioè Gesù Cristo crocifisso. Perché? Perché questa caratteristica della Messa l’ha detta Lui, non la deduciamo noi. Non si tratta di una esplicazione o deduzione teologica; si tratta di una affermazione fatta direttamente da Lui — S. Paolo l’ha ricordato in chiarissimi termini nel cap. XI della Prima Lettera ai Corinti. Io vi chiedo se potete avere l’impressione che la vostra vita metta al centro come si conviene la Passione di Gesù Cristo. E lascio a voi giudicare se vi accorgete che l’Eucaristia, nella vostra vita, come è di positiva istituzione divina, serve a riportarvi alla Croce. Vedete l’orazione che si canta sempre prima della benedizione. È esatta, è perfetta, l’ha fatta S. Tommaso: « Deus qui nobis sub sacramento mirabili Passionis tuæ memoriam reliquisti, tribue, quæsumus, ita nos Corporis et Sanguinis tui sacra misteria venerari, ut Redemptionis tuæ fructus in nobis iugiter sentiamus ». Vi prego di interrogare la vostra coscienza: se la devozione eucaristica è dello stampo che ha avuto nell’Evangelo da Gesù Cristo, cioè se è un mezzo per portare mente, considerazione, orientamento, anima alla Croce. Io penso amaramente che mentre Gesù Cristo ha fatto di tutto perché nella mente degli uomini soprattutto rimanesse l’idea del suo eterno Sacrificio, molte anime pie fanno di tutto per farlo dimenticare. Questa Croce! E che cosa ci lasciano allora? Che sorta di scentramenti possono accadere anche tra la brava gente! Lo scopo dell’Eucaristia è anzitutto commemorativo del sacrificio della croce. E pertanto non è pietà eucaristica che sia adeguata all’orientamento evangelico quella che non è intimamente, e di natura sua, e sempre collegata con la devozione e la memoria della Croce e della Passione di N. S. Gesù Cristo. Allora si capisce perché il più grande libro che sia stato scritto sotto il sole, dopo la S. Scrittura, e cioè l’Imitazione di Cristo, dica chiaro e tondo, senza complimenti : « necesse est semper in meditatione Passionis Domini nostri Iesu Christi immorari »; è necessario restare sempre nella meditazionedella Passione di N. S. Gesù Cristo.Avete inteso dove ci porta la considerazione delS. Sacrificio della Messa? Sempre là! Guardate cheuna auscultazione liturgica della Messa o unaunione liturgica alla S. Messa è perfettamentescentrata se pensa a tutto, parla di tutto, si occupadi tutto e non si accorge del più, che è larinnovata offerta della Passione e morte di N. S.Gesù Cristo, cioè del sacrificio della croce delquale la Messa è rinnovamento applicativo. Questoè chiaro nella volontà di Nostro Signore. Abbiatelosempre presente, per avere una devozionerobusta e non molle. Capite che con una devozioneche attraverso l’Eucaristia, giusto centro dellanostra vita voluto da Lui, da N. S. Gesù Cristo,continua l’idea della Passione e della croce, siacquista spiritualmente una spina dorsale. E alloragli elementi dei quali si compone la vita spiritualenon rimangono sparsi, legati come da unacatenina e flessibili a ogni tocco: gli elementi siraccolgono e fanno veramente una spina dorsaleall’anima, una di quelle spine dorsali che sannosostenere tutta l’impalcatura, che non piegano alpiù piccolo alitar di vento e che possono portareveramente, senza alcuna teatralità, all’eroismo veroe completo della virtù, alla santità.Così ha fatto l’impostazione N. S. Gesù Cristo.Questo si vede. Ma si vede dell’altro. E perchéha voluto che il S. Sacrificio, il primo, fosse sensibilizzatocosì attraverso tutti i tempi? Sensibilizzato,perché Lui ritorna a compiere l’offerta, Lui,eterno sacerdote. Perché Lui è fisicamente presente;perché è fisicamente presente lo stesso corpo e la ,stessa anima che furono straziati sulla croce. Perchél’ha voluto presente così, facendo che nellastessa separazione del pane e del vino fosse sufficientementerichiamata ai fedeli la separazione trail Corpo e il Sangue suo versato sulla croceper la salvezza del mondo? Perché l’ha voluta,questa presenza, fisicamente obiettivata come è sostanzialmenteripetuta nel valore infinito e nella indefinitaapplicabilità a tutti gli uomini, al mondointero, agli offerenti della Messa, al celebrante dellaMessa, a quelli che più direttamente vi si uniscono,che pertanto, con una più diretta unione, aumentanol’applicabilità della stessa? Perché ha voluto questo?Perché non ha fatto tutto in una volta, là,sulla croce, e basta? Perché ha rispettato che noisiamo fatti di anima e di corpo e che, se conl’anima possiamo congiungerci a tutti i tempi eanche a un punto nel tempo lontano, impastaticome siamo di anima e di corpo, abbiamo bisognodella sensibilizzazione e ripetizione; perchéil S. Sacrificio fosse i n mezzo alla nostra vita e lanostra vita potesse disporsi intorno a quella comecentro.Guardate, la Chiesa ha messo tutto intorno allaMessa, tutto. Voi sapete che tutti i Sacramentisono in qualche modo collegati con la S. Messa.Lo stesso battesimo — lo si dà tutto l’anno pernon lasciar aspettare le anime a diventare cristiane— ma nella forma solenne, nel momento solennein cui ufficialmente, grandiosamente lo siamministra, è incluso nella celebrazione vigiliaredel Sabato Santo, è unito alla Messa. E là è al suo posto, al Sabato Santo. Tutti i sacramentisono più o meno congiunti con la S. Messa e lestanno dintorno; tutta l’ufficiatura divina, l’ufficiatura notturna come l’ufficiatura diurna, gira intorno al S. Sacrificio e prende l’avvio dal S. Sacrificio e dalle commemorazioni che si faranno nel S. Sacrificio. Gesù Cristo ha voluto che fosse in mezzo allo spazio, in mezzo al tempo, in mezzo ai fatti. Perché ha voluto essere in mezzo? Soltanto perché siamo impastati di anima e di corpo? No. Perché fosse chiaro che Lui è in mezzo a tuttele ragioni che si agitano nel sotterraneo dellastoria e del mondo, è in mezzo a tutto! – Che cosa accade quando si sta celebrando la S. Messa? Il S. Sacrificio, qualunque Messa ha un effetto di portata universale e riguarda tutto il mondo. Poi ha anche una applicabilità di carattere particolare, aumentabile secondo le disposizioni e le circostanze dei celebranti e di coloro che vi si uniscono. Ha una valenza della quale dispone soltanto il sacerdote celebrante, come strumentale offerente, in luogo e in vece di Gesù Cristo, primo sacrificatore ed eterno Sacerdote. E di quello dispone Lui solo, e ne dispone secondo la sua volontà: è ciò che legittima l’applicazione della S. Messa. C’è quello che va al sacerdote; c’è quello che va ai fedeli che in qualunque modo e a diverso titolo si uniscono a Lui e che hanno cooperato alla celebrazione, si sono uniti fisicamente o spiritualmente alla celebrazione; a coloro che hanno concorso alla costruzione della chiesa, alla bellezza dei paramenti, allo splendore della divina liturgia. Tutti concorrono: quelli che cantano, quelli che suonano, quelli che servono. Ma riceve tutto il mondo; tutto il mondo riceve da ogni rinnovazione del Sacrificio della croce. Il mondo non si trova mai unito, mai; si mette insieme poco anche quando si riuniscono i quattro Grandi! Ma il mondo è unito sempre e continuamente in un punto solo: nell’offerta del S. Sacrificio. Ora io vi prego di guardare tutta questa architettura un po’ da lontano. Che cosa si scopre mettendo insieme quello che vi ho detto parlando della presenza reale dell’Eucaristia e quello che vi ho detto parlando del S. Sacrificio della Messa? Si scopre questo: un altro mondo, un mondo intero, intero! Perché si vede Iddio vicino agli uomini. Dio è vita, Dio è l’Atto eterno, e nell’Eucaristia « cum nominibus conversatus est ». Dio è l’Atto divino, è la divina vitalità accanto a questa nostra storia! Come se ci separasse soltanto un velo, e difatti ci separa soltanto un velo, e al di là del velo, che sono le apparenze, c’è questa divina vitalità, accanto a noi, per noi, accanto a questa nostra storia. È una cosa più grande del mondo, che oltrepassa i confini del tempo e dello spazio, i confini e i destini di tutti gli uomini. Accanto a noi, un altro mondo! Noi avremmo una singolare impressione se dovessimo dire che al di là delle mura di questa cappella, proprio fuori di queste mura c’è il Parlamento del mondo che sta trattando per decidere se si fa la guerra o se si fa la pace. Avremmo la sensazione di essere separati da un nonnulla, un muro, da un avvenimento di portata storica. Ne avremmo freddo nelle ossa, perché si potrebbe decidere la guerra. Ah! quello che sta al di là di un semplice velo, nell’Eucaristia, è immensamente più grande! E guardate ciò che si vede. Chiudete un momento gli occhi. Mentre si celebra la S. Messa, tutto il mondo riceve qualche cosa da questa celebrazione. Mi provo a seguirlo. Dove arriva? Ecco, in chissà quale continente, infinite anime in questo momento avranno in sé stesse una vibrazione che non avevano prima: avranno qualche cosa nel loro subcosciente che non c’era prima; e qualche cosa là dove potrebbe anche sembrare deserto assoluto si agiterà una vitalità nuova. Perché? Perché qui si è aperta una sorgente, qui si sta celebrando la Messa. Piccola cosa, forse, quello che potrà essere registrato, ma grande nella mano divina che l’opera. E dappertutto. Però, piccola o grande che sia, forse è l’inizio di tutto un diagramma che va all’eternità; l’inizio di una storia; principio, nucleo di una forgiatura di destini! Come se la terra ribollisse; come se fosse dato di costatare visivamente quello che, per essere stemperato nel tempo, noi non fissiamo altro che con la fotografia paziente: la terra che si apre e che lascia venir fuori il germe che si sviluppa, che tende verso l’alto, verso la luce, e poi sboccia. – Noi vediamo dell’altro: un altro mondo, oh, infinitamente più cosciente, infinitamente più saggio, infinitamente più ordinato e buono, completamente fatto di dono e di amore; un altro mondo che decide di tutto quello che di bene si fa in questo; un altro mondo che noi tocchiamo con le mani attraverso un velo. Perché noi possiamo prendere nelle mani il Corpo del Signore Nostro Gesù Cristo, e anche quelli che non lo possono prendere nelle mani lo accolgono sulla propria lingua, in sé stessi, e mangiano il suo Corpo e il suo Sangue. Si vede questo. Riflettete che sorta di spettacolo! – C’è stata una grande mistica del XIII secolo, S. Matilde, che ebbe una caratteristica nei doni carismatici dei quali venne favorita, e la Chiesa non ha mai trovato nulla da dire su quanto essa ha scritto. La santa, normalmente, almeno per un certo tempo, assistette durante la celebrazione dei Santi Misteri a ciò che accadeva nel mondo di Dio in ragione della celebrazione della S. Messa alla quale essa assisteva. È stupendo leggere le visioni di S. Matilde, perché — a parte i dettagli coi quali i concetti spirituali vengono rivestiti: i concetti spirituali nella visione debbono diventare visivi e pertanto rivestiti con pezze che abbiamo nel nostro mondo per renderli traducibili e intelligibili — si ha il concetto di tutto un altro mondo, ben più importante di questo, ben più decisivo di questo, perché le decisioni si fanno là! Là dove si perdona e là dove si purifica veramente; là dove Gesù Cristo paga per quelli che non sanno o non vogliono o non possono pagare. Là si decide della pace o della guerra; là si decide se la valanga di sangue ci dovrà investire o se invece il sole dovrà continuare a splendere glorioso sulle vicende umane. Là si vede tutto questo. Vedete che cos’è la conversatio nostra in cœlis? Ora siamo arrivati veramente a un punto conclusivo. – Cos’è questa conversatio? È l’avere sempre nella mente la visione di quello che sta al di là dei veli. Allora si sta in cielo, per quanto è concesso agli uomini. La visione di questa o di quest’altra storia, di quest’altro mondo, di quest’altra forza, di quest’altra vita è reale, reale al di là dei veli. Conversatio nostra in cœlis. Voi comprendete ora il significato che hanno questi Esercizi e che vogliono lasciar stampato nelle anime vostre!

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di Esercizi spirituali (10)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (10)

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

10. La SS. Eucaristia

Incominciamo a parlare della SS. Eucaristia. Perché? Perché la SS. Eucaristia è il segno, il mezzo, il divino strumento per cui noi siamo autorizzati a porre la nostra conversatio in cœlis. Se Dio si fa cibo nostro, vuol dire che noi siamo autorizzati a porre la nostra conversatio in cœlis. E pertanto della SS. Eucaristia parliamo e meditiamo obbedendo al solito criterio che presiede a questi Esercizi: abituarci a vivere con la nostra mente e con l’altezza del nostro costume in cœlis e non in terra. – Parliamo dunque della presenza reale di N. S. Gesù Cristo nell’Eucaristia. La realizzazione di questa divina presenza — a parte il fatto stesso della morte del Salvatore, della quale però è memoriale, segno e rinnovazione — è il fatto più grande dell’Evangelo. Tra l’incarnazione e la morte del Signore, noi non troviamo una cosa più grande. Il fatto di questa divina presenza trascende tutto: la prova l’abbiamo nello stesso Evangelo. I primi tre evangelisti hanno narrato il fatto della istituzione; non hanno scritto del discorso tenuto da Gesù nella Sinagoga di Cafarnao. Probabilmente essi hanno ritenuto opportuno, nella primissima età, di dare a voce il contenuto di quel discorso: ci potevano essere delle plausibili ragioni di metodo e di prudenza; ma hanno tutti narrato la istituzione della Eucaristia. La Chiesa primitiva è vissuta di quello. La testimonianza di S. Paolo nei capp. X e XI della Prima Lettera ai Corinti ci rende bene edotti della celebrazione della S. Messa e del suo significato, e pertanto della verità accettata e vissuta della divina reale presenza. S. Giovanni sulla fine del primo secolo ha ritenuto evidentemente che le ragioni di metodo e di prudenza per affidare solo alla tradizione orale il discorso eucaristico di Cafarnao fossero cessate. Egli sopravviveva già di alcuni decenni agli ultimi degli Apostoli scomparsi; aveva già veduto evolversi molte cose; ha potuto giudicare che quelle ragioni fossero cessate. E allora nel suo Evangelo, non ripetendo l’istituzione dell’Eucaristia, perché già a sufficienza ne avevano parlato gli altri, egli, guidato da un criterio completivo, trasmise il discorso di Cafarnao. – Ho detto che 1’Evangelo stesso ci dice di questa priorità della presenza reale di Gesù Cristo nella Eucaristia. Perché non dimentichiamo che Gesù Cristo, a quanto ci narrano gli evangelisti, pone una volta sola la questione di fiducia ai suoi stessi apostoli: l’ha posta a Cafarnao. Perché, dopo avere nel discorso eucaristico di Cafarnao affermato quattro volte la reale manducazione e nove volte la reale presenza, quasi incalzando di fronte agli evidenti dinieghi di quanti gli stavano innanzi, prima contenuti nel gesto, poi sussurrati, poi scoppiati in aperta rivolta, Gesù Cristo solo allora e solo per questo ha posto la questione di fiducia ai suoi Apostoli. Si è rivolto agli Apostoli, quando gli altri se ne andavano e con scherno dicevano: « Ma chi può capire queste cose? », e ha detto agli Apostoli: « Volete andarvene anche voi? Andatevene! ». Fu allora che Pietro, con una di quelle sue caratteristiche esplosioni così piene di fede, di ardore e di generosità indomita, disse: « Signore, da chi ce ne andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna ». E qui si potrebbe aggiungere — nel Vangelo non c’ è, ma deve averlo pensato Pietro — : Noi non abbiamo capito niente…. E continua il testo : « Però sappiamo e riconosciamo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio ». La vera ragione l’ha data; Pietro non ha preteso di capire; sapeva che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, e Dio può fare tutto. È stato di una logica immediata, anche se l’essere andato al motivo della fede direttamente, non parlando della comprensione dell’oggetto di fede, testimoniava ampiamente che anche lui non aveva capito niente. Ma aveva capito Chi era Colui che parlava, del quale si poteva fidare. L’unica volta che Gesù Cristo ha messo la questione di fiducia. Un’altra cosa ha fatto Gesù Cristo, una cosa che non ha mai fatto in altre occasioni, a quanto noi sappiamo dagli Evangeli. Appena prima di fare il discorso sulla verità della reale presenza nell’Eucaristia, ha tenuto il discorso sulla fede, dicendo della fede alcune cose che sono di estremo interesse. Come a dire: Badate che qui la ci vuol tutta, la fede. Non l’ha fatto per altri argomenti; l’ha fatto per l’Eucaristia. E notate bene che, unica volta nell’Evangelo, Gesù Cristo ha fatto un prologo che, come prologo tipico, specifico, omogeneo al discorso, a quanto ricordo, è l’unico. – Cioè prima ha fatto un miracolo unicamente per introdurre all’oggetto tipico del discorso che stava per fare, cioè ha moltiplicato il pane e il companatico. Come a dire: Già, avete tutti mangiato e vi siete saziati, ma ricordate che non è questo il pane che interessa. Vedete il raccordo? Quando si pensa a questi rilievi che sembrano quelle martellate date da Michelangelo o quelle pennellate date nell’affresco della Cappella Sistina, che vanno da cima in fondo a un arto, a una figura; pennellate che Michelangelo deve averle date coi pugni; quando si vedono questi elementi di demarcazione, si capisce una cosa: che l’Eucaristia sta al centro; che il fatto della reale presenza, della reale permanente presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia, insieme alla sua Chiesa e al mondo, sta al centro di tutto. Io ho recitato il Te Deum quando il 1° luglio 1957 è uscito un celebre ma non abbastanza letto Decreto della S. Congregazione dei Riti, autorizzato personalmente dal Papa Pio XII e da lui direttamente sancito con la sua altissima autorità, il quale si occupava dei Tabernacoli. Ho recitato il Te Deum, perché a me piangeva il cuore nel costatare certe manie moderne che hanno il « pudore » di mettere il Tabernacolo sull’altare. Da qualche parte ho persino trovato che l’hanno nascosto, con la scusa di fare l’altare liturgico. Come se a fare l’altare liturgico non bastasse esclusivamente la legge della Chiesa anziché i pallini degli uomini. L’altare è liturgico quando è fatto come la Chiesa lo vuole. Il 3 settembre 1958 è uscito un altro Decreto della Congregazione dei Riti, personalmente approvato da Pio XII, in cui si dà la definizione di ciò che è liturgico. È liturgico quello che la Chiesa stabilisce; non è liturgico quello che la Chiesa non ammette. – Ora in quel Decreto del 1957 si parla del Tabernacolo; stabilisce che gli altari maggiori, in tutte le chiese del mondo — eccettuato nelle cattedrali o nelle collegiate, o chiese conventuali, in cui in ragione del coro si deve fare una cappella del SS. Sacramento a parte, ma degna e sontuosa — tutti gli altari maggiori debbono avere il Tabernacolo. Così è finita coi pallini degli altari liturgici. Un altare maggiore, se non ha il Tabernacolo, non è liturgico. Ma quel Decreto ribadisce quanto era già stabilito dal Codice di Diritto Canonico, che il Tabernacolo deve essere « in altare positum » e non piantato, appeso, come una gabbia d’uccelli, e « affabre exstructum », ed « eminente ». Da anni nella mia Diocesi, dove debbo fare 75 chiese nuove, mi sono riservato personalmente i disegni degli altari. Non li mando alla Commissione se prima non li ho visti io, e il visto della Commissione non vale se non li rivedo io. Per un motivo solo: perché non ammetto altari che non abbiano il Tabernacolo monumentale. Il Tabernacolo deve essere tale che chi entra in chiesa debba per forza guardare e per forza capire che il centro è là, esattamente come nel Vangelo. – Bisogna che noi capiamo che al centro della nostra vita ci deve stare l’Eucaristia, perché questa è la volontà del Signore. È proprio questa verità: è l’esser Lui venuto lì che autorizza noi a sentirci rivestiti, per elargizione sua, del diritto di vivere in cielo anche se siamo in terra. Ma è vera anche la proposizione che comincia dalla parte opposta: che questa verità e questa vita e questo sentire e questa adorazione dobbiamo metterla al centro della nostra vita. – Ora continuiamo a guardare. Reale presenza di Nostro Signore nell’Eucaristia. Quelli che dicono che nell’Eucaristia ci sono molti miracoli evidentemente non hanno studiato la teologia. Nell’Eucaristia, per rendere possibile la presenza a quel modo, ne basta uno. Uno solo; non ne occorrono di più, nemmeno due. Per mille anni si è studiato intorno a questo divino mistero: hanno cominciato nel sec. II a studiare, mentre si apriva la prima scuola alessandrina, la prima università cattolica in erba, quella degli Apologeti. Da allora l’intelligenza umana non si è più quietata; mille anni han lavorato su questo mistero, con questo obiettivo di arrivare a capire ciò che si poteva capire e, quanto meno, a togliere quelle apparenti contraddizioni che per gli spiriti abituati al modus grossus si possono presentare. E ci si è arrivati solo — però con un distacco enorme tra il penultimo e l’ultimo gradino — verso il 1260, nell’epoca in cui cominciavano a uscire le dispense della Summa Theologica di S. Tommaso d’Aquino. Ho detto che l’ultimo gradino è stato molto alto, perché prima di S. Tommaso d’Aquino c’erano stati Alberto Magno e i Vittorini: Riccardo da S. Vittore, Ugo da S. Vittore, ecc. Poi vi è un gradino molto alto: S. Tommaso, forse la mente più vasta che abbia avuto il genere umano. E dopo di lui nessuno è andato più oltre, dico nessuno. Bisognerà aspettare che nasca un altro S. Tommaso per andare oltre. Però, con tanto lavoro, a noi è dato di guardare un pochino questa questione dall’alto. Perché fosse possibile che Gesù Cristo, Lui vivo e vero, senza aggiunte, senza modificazioni, senza trasposizioni; Lui, il cui corpo, la cui umanità santissima è nell’eterna vita; lui stesso fosse presente in terra veramente, fisicamente, realmente, sia pure sacramentalmente; e perché potesse essere in posti diversissimi, distanti fra di loro, lo stesso identico Cristo, senza patire divisioni, senza alcuna menomazione; e perché potesse essere presente ed essere maneggiato dagli uomini, ma che non rimanesse in alcun modo intaccata la impassibilità che ha un corpo risuscitato ed entrato nella eterna gloria, impassibile perfettamente rispetto ad altri agenti, specialmente di altro ordine, come sarebbe per noi masticare, per dire quello a cui ci ha autorizzato Lui stesso; per fare tutto questo, che cosa ha fatto Gesù Cristo? Ha separato, per l’Eucaristia, l’ordine della sostanza dall’ ordine della quantità. – Sostanza e quantità sono due cose diverse; la prova è che una può variare e l’altra non varia: dunque vuol dire che sono diverse. Se sono diverse, concettualmente sono separabili. Nell’ordine cosmico nostro nessuno mai, che si sappia, neppure per miracolo, ha separato la sostanza dalla quantità, l’ordine della sostanza dall’ordine della quantità. Ciò che si converte nel Corpo e nel Sangue di N. S. Gesù Cristo è soltanto la sostanza del pane e del vino e non gli accidenti, non la quantità del pane e del vino. Sta tutto qui; si converte una sostanza in un’altra sostanza. Ed è per questo che Gesù Cristo è presente secondo il modo proprio della sostanza e non secondo il modo proprio della quantità. È tutto qui il fatto della possibilità della sua presenza. Al di là, l’infinita realtà di Dio presente, e questa non la possiamo catalogare in nessuna categoria. All’ordine della sostanza appartiene quella presenza, non all’ordine della quantità. Ora tutto ciò che è divisione, che è complicazione, che è pertanto estensione, distanza, che è azione passiva, che è recezione di stimolo dall’esterno, che essendo sempre quantitativa è legata all’accidens quantitatis, è legata all’ordine della quantità, rimane fuori, e non ha ragione di essere nell’ordine delle sostanze nel quale non esistono più né distanze né passività rispetto a tutte quelle azioni che hanno come elemento di contatto e di trasmissione esclusivamente l’accidens quantitatis. È stata operata questa divisione, questa distinzione. Gli accidenti del pane e del vino rimangono. Perché rimangono? Per rendere un servizio. Che cos’è che rende presente questa tavola qui? Non è la sostanza della tavola: sarebbe indifferente allo spazio; è semplicemente l’accidente di quantità, l’estensione che lo rende presente qui, per cui, avendo una quantità, una estensione commensurabile, ha l’estensione del corpo ambiente. Se Gesù Cristo fosse presente qui mediante gli accidenti della sua Persona, potrebbe essere presente in un posto solo perché li esaurirebbe; invece anche quelli sono presenti secondo il modo proprio delle sostanze e non secondo il modo proprio della quantità. – Gli accidenti del pane e del vino, sostenuti direttamente da Dio e non più sostenuti dalla propria rispettiva sostanza, che non è rimasta perché è trasmutata, è transustanziata, fanno a Gesù Cristo il servizio che rendevano alla rispettiva sostanza del pane e del vino. Perché noi siamo presenti in ragione dei mezzi di congiunzione. Se moltiplichiamo i mezzi di congiunzione, noi moltiplichiamo le presenze. Con ogni consacrazione, con questa transustanziazione si offre a Gesù Cristo un altro complesso di accidenti che lo rendono presente, senza moltiplicare Lui. Ed è per questo che si può spezzare l’Ostia, ma non si spezza Gesù Cristo; si spezzano le apparenze, gli accidenti, la quantità sopravvissuta del pane e del vino. – Anticamente per far passare indenne, nella prima Pasqua, il popolo dall’Egitto alla penisola del Sinai, di fronte alla persecuzione del Faraone, Dio aveva separato il mare. Non si tratta di marea alta o bassa, no, no; ha separato il mare! Ma nell’Eucaristia Dio ha fatto una cosa immensamente più grande e stupenda, unica nel mondo: ha separato l’ordine della sostanza dall’ordine degli accidenti. E ogni contraddizione cade; rimane sempre il mistero positivo in sé stesso, ma ogni ombra che poteva essere negativa cade. Ora quello su cui io attiro la vostra attenzione non è il fatto della spiegazione in sé stessa; è farvi ammirare questa specie di « passaggio del Mar Rosso », questa separazione, che è una rivelazione simbolica di una potenza epica, a considerarla bene. Pensate che, tra l’altro, a questo modo è mantenuto l’equilibrio cosmico. Noi oggi siamo in grado di porre questo problema, allora no. Perché se ci fosse una diminuzione di quantità nel nostro cosmo, avremmo necessariamente, per azione e reazione, un contraccolpo che non si sarebbe mai più esaurito, e il mondo sarebbe diverso da quello che è per il principio fisico dell’azione e della reazione. Invece, rimanendo immutato l’ordine della quantità, per quante consacrazioni si facciano, ed essendo libera la reale presenza di Gesù Cristo per la appartenenza di tale presenza all’ordine della sostanza, non è affatto violato nulla dell’ordine cosmico nostro che è essenzialmente quantitativo. È grande. Guardate quali indicazioni divine arrivano per porre quella reale presenza al centro della vita degli uomini. – Però bisogna domandarsi dell’altro, sempre dinanzi a questa reale presenza. Perché Gesù Cristo ha voluto la presenza reale, cioè fisica, in modo da esserci Lui qui? Lui non lo vediamo, certo, ma è qui in mezzo a noi. A pensarci bene, mancherebbe il coraggio di continuare a parlare. Perché ha voluto questa presenza, identica nella sostanza a quella che fu nel suo pellegrinaggio terreno? Ci deve essere una ragione; vuol dire che tutto l’ordine fisico, tutto l’ordine materiale, tutto l’ordine esterno deve ruotare intorno a Lui. Perché, se è rimasto qui anche realmente, che vuol dire fisicamente, in tale stupendo e portentoso modo, vuol dire che Egli domanda che tutta questa vita materiale, tutta questa esuberanza di forze materiali, tutto questo ordine materiale lo si deve portare intorno a lui. Per darci quello che Egli ci dà attraverso l’Eucaristia non sarebbe stato assolutamente necessario che usasse dell’Eucaristia. Dire che ha fatto questo per darci una prova d’amore non è tutto, non appare ragione ancora completamente adeguata, tale da escluderne altre. Certo che l’ha fatto per amore, tutto ha fatto per amore. Quale altro motivo c’è stato da parte di Dio nel crearci, nel redimerci, nel santificarci, nel farci partecipare un giorno della sua stessa eterna e increata felicità? Ma l’amore non appare motivo adeguato per spiegare quel determinato modo. Allora vuol dire che Lui rimane per essere coi fedeli come era con gli Apostoli. Vuol dire che Lui rimane perché continui « l a famiglia dei fedeli », esattamente come nel suo pellegrinaggio terreno era continuata la comunità di vita tra Lui e i suoi Apostoli e, fino a un certo punto, anche coi discepoli. Voi capite allora come abbiamo ben motivo di riservare alle manifestazioni eucaristiche lo splendore del fasto, della socialità, della folla, della maestà, dell’arte, di tutto. È Lui che lo vuole. E allora voi capite come il fatto della presenza continuata sua è un richiamo continuo alla realizzazione della famiglia cristiana, cioè della carità tra i fedeli, dell’unità fra di loro, di quella unità fra di loro per cui si debbono voler bene, per cui gli uni debbono pensare agli altri, per cui i mali di ognuno debbono essere i mali di tutti, per cui i bisogni di uno debbono essere sentiti come i bisogni di tutti, per cui ci deve essere intima comunione nella vita e nel servizio. – Questa è la ragione per cui se le nostre parrocchie, le nostre comunità non diventano accese di carità, fondate nella carità, impastate di carità, non sono né comunità né parrocchie; sono simulacri giuridici, accozzaglie economiche, ma non sono cellule della famiglia di N. S. Gesù Cristo. Per questo motivo Gesù ha detto : « Se stai per venire a fare la tua offerta davanti all’altare e ti ricordi che il fratello tuo ha qualche cosa contro di te, pianta lì la tua offerta… piantala!, va’ prima a riconciliarti col tuo fratello e poi, ritornando, farai la tua offerta ». Ci ha detto chiaro che delle nostre funzioni, fino a un certo punto, non sa che farsene, se andiamo in chiesa con l’anima ingombrata dalla malizia, dalla complicazione, dall’ acredine, dal dispetto verso i fratelli, dall’invidia, dalla gelosia, dall’ipocrisia malevola verso di loro. Questo dice la reale presenza. Miei cari, ora voi capite che l’invito a fare della divina Eucaristia il centro della vita è chiaro, è patente, con indicazioni anche pratiche, estremamente precise, che arrivano anche al dettaglio. Vi prego di riflettere molto a questo. E cercate di farlo sentire quanto potete a coloro che potrete avvicinare. Perché molti di noi stanno commettendo verso N. S. Gesù Cristo un grande oltraggio, dimenticandosi che vi è Lui. Si ha proprio l’impressione che molta gente non se ne accorga neppure che c’è Lui. Voi ve ne accorgerete sempre.

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di Esercizi spirituali (9)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (9)

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

9. Il Regno di Dio

Alla “conversatio in cœlis” certo deve concorrere la nostra fede, la nostra convinzione, la nostra preghiera e, soprattutto, la grazia divina; ma anche la considerazione delle cose grandi. Perciò vi invito a fare alcune considerazioni sul Regno di Dio. Voi sapete che N. S. Gesù Cristo ha fatto del Regno l’argomento fondamentale delle sue parabole, argomento al quale si è richiamato sempre. Nel solo Vangelo di Matteo 42 volte si parla del Regno. Ora questo dice che l’argomento del Regno ricapitola tutto il pensiero di N. S. Gesù Cristo. Voi sapete bene che cos’è il Regno di Dio. Il Regno di Dio è quella grande famiglia della quale Gesù Cristo è il capo. Egli sta all’insieme del Regno come la vite sta ai suoi tralci. C’è un qualche cosa di profondo, di intimo, di fecondo, di vitale, di soprannaturale che compagina questo Regno; è la linfa che corre dalla vite ai tralci, sicché i tralci vivono della vite, e la vite è Gesù Cristo. Questo Regno, questa coadunazione di uomini, questa famiglia che chiama Iddio Padre e che è chiamata oggi a partecipare e a vivere della stessa vita divina e domani a entrare nella stessa gloria del Padre; questa famiglia, questa realtà si articola in tre momenti: il primo momento è quello terreno; il secondo è quello escatologico; il terzo è quello eterno. Si tratta sempre della stessa cosa che percorre la sua scalata verso il cielo. Nel primo momento, il Regno di Dio combacia esattamente con la Chiesa: qui in terra il Regno di Dio è la Chiesa. Il secondo momento è quello escatologico: è di breve durata. È il momento in cui si dipana definitivamente, si chiarisce, si consolida per sempre la storia umana in quello che ha dato, nei suoi risultati. Il terzo momento è quello eterno, ed è il cielo, la Gerusalemme trionfante, fatta di tutti i giusti che con Dio Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo, regnano pertutti i secoli dei secoli. È soltanto la Chiesa, famiglia, unità, istituzione che, senza rompersi, senza sgualcirsi, passa dalle cose umane nelle eterne. Nessun’altra comunità entra in Cielo, come tale. Le città, i popoli, le nazioni, le coordinazioni di uomini non entrano in Cielo, come tali; là, perennandosi nella famiglia di Dio, entra solamente la Chiesa di Dio: Una, Santa, Cattolica e Apostolica; sicché, se guardiamo al momento terreno del Regno di Dio, il Regno di Dio è la Chiesa. Questa precisazione fatta, possiamo continuare a chiamarla Regno di Dio: è più solenne, è più comprensivo, è più fortemente indicativo, e soprattutto risponde meglio all’ appello di grandezza. – Voi sapete che Dio per la salvezza degli uomini ha disposto un binario di scambio di estrema importanza. Non è una linea a un binario solo; è a doppio binario. E pertanto l’appartenenza al Regno può avvenire in due modi: l’appartenenza al corpo della Chiesa e l’appartenenza all’anima della Chiesa. Molti appartengono al corpo della Chiesa, visibilmente, perché sono battezzati e battezzati nella vera Chiesa. Altri non appartengono affatto al corpo della Chiesa, ma possono avere stabilito direttamente tali rapporti di fede e di grazia con Gesù Cristo, per misteriose vie che sono per lo più a noi sconosciute, che, pur senza figurare nei registri delle parrocchie, pur senza essere computabili nelle ordinarie statistiche, appartengono all’anima della Chiesa; sono anche questi sudditi del Romano Pontefice. Sono famiglia di Dio anche questi, ed è per tale modo che, mentre noi possiamo dire che un certo numero di Cristiani battezzati e Cattolici all’anima della Chiesa debbono appartenere piuttosto poco, se pure vi appartengono, possiamo credere che un numero infinito di altri, che non sono nei registri e non figurano nelle statistiche, di fatto, per l’appartenenza all’anima della Chiesa, sono membri della Chiesa e pertanto entrano nel numero dei redenti. È per questo che il Regno spirituale del Romano Pontefice non è grande soltanto quanto dicono le statistiche: la sua larghezza è molto maggiore. Il Regno di Dio in terra è la Chiesa. La Chiesa ha avuto da Gesù Cristo, come è detto nel Vangelo, una costituzione sociale, perché Gesù Cristo le ha dato tutti gli elementi della società, le ha dato una coadunazione di uomini, che è il primo elemento di una società; le ha dato la comunità dei mezzi, e i mezzi sono quelli che ben conoscete, dalla S. Messa ai Sacramenti, al Magistero, alla Parola di Dio, ecc.; ha dato un fine comune a questa coadunazione di uomini, ed è la vita eterna; le ha dato un’autorità comune che è costituita dal collegio apostolico con a capo Pietro. Pertanto ha costituito una società vera, perfetta, perché ha in sé stessa tutte le capacità di rispondere al proprio fine senza mutuarlo da nessun altro e ha in sé stessa la ragione giuridica, essendo anche corpo vivente in terra e pertanto bisognoso di cose materiali, per esigere dal mondo, dalla terra, quello che occorre alla sua strada e all’ espletamento della sua missione. È società gerarchica, perché in questa società c’è chi guida e chi deve essere guidato; c’è una Chiesa docente e c’è una Chiesa discente. Non si trovano tutti, quanto alla costituzione giuridica, sullo stesso piano, per quanto nella costituzione morale, dovuta alla paternità di Dio, nella costituzione che rappresenta la possibilità di avanzamento nella santità e pertanto al Regno eterno, tutti gli uomini, pur con diverse responsabilità, si trovano uguali dinanzi a Dio. Guardiamo un po’ a questo Regno di Dio. Ho dovuto ora riassumere queste diverse schematiche note teologiche perché l’argomento ci fosse ben chiaro nei suoi termini. Ora dobbiamo considerarlo un po’ dall’alto. Anzitutto vediamo questo Regno di Dio in terra; per il momento ci fermiamo alla terra e non parliamo né del momento escatologico né del momento trionfante. Esso ha due elementi: umano e divino. Si trova in perfetta simmetria con Gesù Cristo che ha la natura umana e la natura divina; mantiene il ritmo del binomio. Ma è proprio la contemplazione di questo umano e divino che è ragione di profondo stupore. Lasciamo ora di studiare taluni rapporti fra l’umano e il divino nella Chiesa, perché questo studio potrebbe portarci lontano, se li volessimo esaurire tutti. Ne prendo uno solo: sono reciprocamente uniti e reciprocamente indipendenti. L’elemento divino, nel Regno di Dio, non ha mai schiacciato e annichilito nulla dell’elemento umano. Non ha obbligato uno a essere santo se non lo voleva; neppure i Papi, anzi, se l’hanno voluto, hanno potuto peccare anch’essi. L’elemento divino non ha schiacciato mai nulla, non ha chiesto mai che fosse annullata una prerogativa dell’uomo, mai. Ha chiesto obbedienza, ma non ha mai limitato, ontologicamente e moralmente parlando, l’uomo. – L’elemento umano c’è, ci può essere in tutte le sue forme, in tutta la sua svariata gamma, ma non ha mai violentato o diminuito e non potrà mai violentare o diminuire l’elemento divino. Non sarà mai, per esempio, che questo elemento umano faccia cadere l’efficacia della S. Messa. Voi sapete che è di fede che i sacramenti sono indipendenti dalla fede e dalla probità del ministro. La Messa è valida anche se è un eretico che la celebra. Ci possono essere tutte le colpe che si vuole; ma l’infallibità e l’indefettibilità della Chiesa rimangono ugualmente. Essa continua a essere una, santa, cattolica e apostolica. Questa è la cosa strana: che l’elemento umano e l’elemento divino, pur essendo uniti nella stessa persona, nella stessa istituzione, nella stessa vicenda, non sono reciprocamente obbliganti, non si elidono mai a vicenda. A vicenda mai si costringono a rinunciare a qualche cosa. Rimangono. È proprio questo fatto parallelo che si verifica nella vita del Regno di Dio che ci fa scoprire una stupenda verità: l’elemento umano può andare come vuole, può andare male, malissimo, arcimale. Può andare male perché molti preti possono diventare dei farabutti; può andare male perché molti Vescovi possono diventare degli sciocchi; può andare male come volete. Ma l’elemento divino rimane: la divina fecondità rimane; i Sacramenti continuano a operare; il S. Sacrifìcio continua a operare; il deposito della fede non si tocca; la indefettibilità della Chiesa e le sue strutture organiche sono perenni: rimangono come Cristo le ha costituite divinamente, le ha garantite, le ha volute e le ha assicurate. Così il Regno di Dio si può prendere la libertà di correre dei pericoli mortali proprio per questo: perché le disavventure dell’elemento umano non peseranno mai sull’elemento divino. È l’unica istituzione in terra che si può permettere delle avventure mortali. Quante ne ha passate la Chiesa! Se qualunque altra umana istituzione avesse passato le avventure che ha passato la Chiesa Cattolica, sarebbe già stritolata, avrebbe avuto vita breve. Se noi pensiamo, per es., a quello che è stato incombente sulla Chiesa nei primi due secoli, cioè il pericolo della Gnosi: era una cosa da impazzire. Il pericolo della Gnosi è stato un pericolo che forse sfugge a molti che non lo considerano; ma se lo si va a studiare bene nella sua essenza, nella sua caratura e nei suoi limiti, veramente fa venir freddo. Bene, la Chiesa se l’è portata tranquillamente, mentre pigliava botte da orbi con le persecuzioni. Le cose umane possono andare malissimo anche sotto un altro punto di vista: come fortuna umana. Si può vedere crollare tutto, come fortuna umana. Può crollare anche tutto. Ma la Chiesa non si tocca, il Regno di Dio rimane. Osservate. Quando si sta consumando lo Scisma d’Oriente, si sta aprendo la via ai popoli barbari che s’addensano al nord dell’Europa e che proprio in questo momento entrano nella Chiesa: dai Sassoni ai Frisoni. In questo momento si stacca il ramo secco, proprio per mantenere l’indefettibilità, e un altro ramo fiorisce. Quando Dio permette, proprio per la libertà di agire che lascia alla storia degli uomini, l’eresia di Lutero, si scopre l’America e si converte l’America. È un continente che entra nella Chiesa. Dio ha creato sempre questi divini compensi. Ma quello che è certo è che l’elemento umano — non dico che faccia bene — può permettersi il lusso di andare male quanto vuole. Per quella reciproca indipendenza tra l’elemento umano e l’elemento divino, l’elemento umano non scalfisce quello divino, l’elemento divino non scalfisce quello umano. La presenza della divina natura nella Persona divina di Gesù Cristo non ha tolto alla natura umana le cosiddette passioni comuni. Cristo ha avuto le cosiddette passioni comuni: lo sdegno, l’impressione, il sentimento. Non ha avuto quelle morali, è chiaro! Non ha avuto il fomite della concupiscenza, la tentazione interna verso qualunque colpa: sarebbe stato incongruente con la sua natura di Figlio di Dio, di Dio. Ma le passioni comuni, quelle legate con lo stato della natura umana e che in se stesse non sono peccato, Gesù le ha avute. Questo lo si studia nella Cristologia. L’elemento divino in Gesù Cristo non ha coartato la integrità completa della sua umanità. Sicché Gesù Cristo, salvo quello che è del peccato, antecedente e conseguente al peccato, ha avuto la psicologia degli uomini. E viceversa nell’elemento divino: l’elemento umano in Lui, così come è congegnata l’unione ipostatica, non ha mai gettato nulla sulla divinità. Il rapporto tra causa ed effetto, tra l’ordine potenziale e l’ordine dell’Atto puro non è stato mai violato, ma si è sempre mantenuto in quella orbita di causalità propria di quando agisce l’Atto puro, la divina Persona. E questo è pure un aspetto mirabile della vita della Chiesa. – Ora ne vediamo un altro. Il Regno di Dio appare anche storicamente ormai; e duemila anni sono sufficienti per trarre delle conclusioni anche sul terreno puramente storico. È logico che sia così. Perché non è a credersi che il Verbo si sia incarnato e sia venuto in questo mondo per fare una passeggiatina rimanendo in incognito. No, no. Egli è sempre il Padrone. È venuto in terra sotto le spoglie del povero servo; ha fatto l’operaio, ha fatto lavoro manuale per la maggior parte della sua vita; è stato nascosto; si è accomunato alla grande massa di tutti gli uomini. È uscito dall’ombra soltanto per pochissimo tempo, per rimanere la quasi totalità della sua vita insieme coi più che sono ignorati e sperduti nella grande massa, nel pellegrinaggio terreno. Ma Gesù Cristo, che si è diportato così, ha scandito la storia. Doveva essere così. Alla distanza di duemila anni vediamo che è così. C’è un fatto che risalta immediatamente, ed è la grande sintesi della storia. Fino a Gesù Cristo tutte le civiltà rimangono chiuse in cerchi; sono a un certo momento statiche e impenetrabili. Statiche: arrivano a un certo punto e non si muovono più. Sedute lì, pacificamente. Tra la Costituzione Cinese anteriore alla guerra dei Boxers alla fine dell’800, e cioè tra la vita cinese della fine dell’800 e quella dei tempi di Confucio — bisogna riandare a quasi 3000 anni prima — non c’è diversità. La Cina ha fatto il suo balzo; poi si è seduta ed è rimasta lì. Così gli altri: staticità e impermeabilità. Le culture non hanno avuto passaggio, l’una con le altre, un passaggio apprezzabile che abbia cambiato, sommato i valori di civiltà. Sono passate le nozioni religiose, sì; ma non si sono sommati dei valori di civiltà. Così il buddismo dall’India, sua patria, è passato nella Cina, assumendovi però fisionomia completamente diversa. Ma la civiltà indiana non si è mai sommata con quella cinese.  Nell’India stessa noi abbiamo i resti ancora apprezzabili di quello che è rimasto di sette civiltà, una dopo l’altra, che si sono distrutte l’una con l’altra. Staticità e impermeabilità. Questo fenomeno, badate bene, è comune prima di Gesù Cristo, e rimane tale fino al ‘900, al nostro secolo, al di fuori dell’area cristiana. – Molti popoli sono rimasti fuori della Chiesa. Perché? Non lo so. Ma badate che questi duemila anni hanno dato tempo, nell’area cristiana, di aprire dei cerchi chiusi: civiltà greca e civiltà romana si sono sommate. Tutt’e due hanno fallito, civilmente. La Chiesa le ha ereditate, ed è per questo che non sono state condannate alla staticità e neppure alla impermeabilità. Allora le culture sono passate l’una nell’altra, si sono sommate. Questi duemila anni hanno dato tempo a questa area cristiana, dove non c’è stata né staticità né impermeabilità, di arrivare a una tale quota da poter comunicare, per dinamismo e osmosi, con le altre culture. Tanto perché nella storia fosse chiaro che, a cambiare i destini sui quali si era arenata e ormai ben distribuita l’umanità, è stato Gesù Cristo. I duemila anni fatti attendere agli altri hanno probabilmente questo significato: di mettere bene in chiaro che da soli non si sarebbero mai smossi, che da sé si è mossa soltanto 1’area cristiana, bene o male unita che fosse, che hanno avuto lo stimolo a uscire dalla staticità e dalla impermeabilità da Gesù Cristo. Ci sono voluti duemila anni. E perché questa non potrebbe essere la ragione per cui Dio li ha aspettati? Molte anime, per via della dottrina dell’anima della Chiesa, possono essere andate in Paradiso lo stesso. È così questo Regno che appare per prendere le redini della storia. Ricordatevi che il vecchio Simeone, quando ebbe dallo Spirito Santo, nel Tempio, la rivelazione che là c’era il Messia che era venuto, che era il Bambino in braccio a quella Donna, l’ha preso, l’ha stretto nelle sue braccia e ha cantato il suo « Nunc dimittis servum tuum, Domine ». Ha visto. Del resto, lo Spirito Santo gli aveva già fatto intendere che non sarebbe morto « nisi videret Christum Dominum ». Ma allora ha detto chiaramente : « Questo è posto in rovina e in risurrezione di molti ». La pietra — discorso che Gesù avrebbe ripreso più tardi per S. Pietro —, la pietra d’angolo sulla quale o si edifica o ci si spacca la testa, è la discriminante della storia. Questo vuol dire che lo stato maggiore è presieduto da Dio. L’analisi storica lo rivela. Osservate bene. Prendiamo un avvenimento soltanto, qualche fatto a titolo di esempio. Viene Lutero. Lutero viene in pieno Rinascimento, in un periodo nel quale la stessa Curia Romana si era preoccupata forse più delle arti e delle lettere, del teatro e della commedia, che non del Regno di Dio, dell’evangelizzazione e della riforma di quelle parti della Chiesa che si rivelavano bacate. Pertanto quando salta fuori Lutero e provoca la immane catastrofe, l’anemia di quest’aspetto umano della Chiesa aveva raggiunto una situazione preoccupante. Bene. Che cosa accade in quel momento? Negli anni in cui sta maturando questo evento, nasce — in modo che sono già quasi tutti a questo mondo quando Lutero comincia —, nasce un manipolo di uomini, in Italia e in Spagna soprattutto, qualcuno ma pochi in Germania, un manipolo di uomini che nel XVI secolo avrebbero lavorato come se da alcuni secoli fossero stati a tavolino a fare un piano preciso, distribuendosi le parti con perfetta efficacia. Nessuno in Curia Romana ha fatto il piano di tutto questo: lo rileviamo dopo secoli; il piano l’ha fatto Iddio. Tutta una serie di uomini, straordinari, cesellati, di una imponenza e di una capacità della quale i secoli anteriori, i vari secoli anteriori, non avevano mai avuto l’idea; e di alcuni si può dire che mai si era avuto nella storia antecedente della Chiesa un campione del genere. Tutti hanno la loro parte. Alcuni tra questi si conoscono, ma non hanno la minima idea di quel che siano le rispettive azioni complementari. Un piccolo uomo, che ha parlato molto senza essere loquace mai, viene dalla Spagna. Dio lo ferma mentre sta facendo il soldato e sta menando con la spada a destra e a sinistra. Sotto le mura di Pamplona gli rompono una gamba, e da quest’uomo Dio cava fuori S. Ignazio, uno dei più grandi strateghi che abbia avuto il genere umano. C è da fare il Concilio di Trento. Era già preparato l’uomo del Concilio di Trento. Quest’uomo in gioventù era stato un libertino. Era un Farnese. Era diventato, per circostanze chissà come, un prelato della Curia Romana e anche Cardinale. Prima di arrivare a quel punto aveva messo giudizio e molto giudizio, mantenendo sempre la figura morale dell’uomo erculeo (basta vedere i ritratti!) che era stato da giovane. Quest’uomo, che da giovane era stato un mezzo libertino, e forse più che mezzo, quando si tratta di aprire il Concilio di Trento ecco, salta fuori: è stato l’uomo della Riforma Tridentina. Nessuno l’avrebbe mai pensato: Paolo III. Quando c’è bisogno di completare il Concilio di Trento — perché l’opera si inserisse in quella di tutti gli altri — ecco che salta fuori un uomo. Egli ha solo 23 anni; per ragioni di famiglia (nipote di un papa) a 22 anni è stato fatto cardinale diacono dei Santi Vito e Modesto. Si chiama Carlo Borromeo. Questo giovanotto di 23 anni prende per il collo il Concilio di Trento e lo fa andare avanti, lo fa concludere. E stabilisce su tutta la linea la Controriforma Cattolica. L’Europa sarebbe crollata tutta, se non ci fosse stata quella Controriforma. Vi sono dei particolari in questo secolo che sono ignoti a molti. Io non so quanti in Italia sappiano che la Costituzione degli studi moderni dipende tutta dalla « Ratio studiorum » fatta da S. Ignazio per il Collegio Romano. Il punto in cui si è passati da una disorganizzazione degli studi per cui, diremmo noi, dal livello elementare si andava alla cosiddetta Università; il punto in cui si è passati da quello alla costituzione organica, metodica, graduale degli studi, compaginati nelle loro linee essenziali, è la Ratio studiorum di S. Ignazio. E tutto il mondo ancora oggi cammina sulla Ratio studiorum. Non lo sanno, oppure non lo dicono, per rispetto umano. Ma è stato uno dei fatti più grandi che si siano verificati nella storia della cultura. Umanamente parlando, la Chiesa si presenta alla catastrofe di Lutero in stato di gravissima anemia. Immaginate la Spagna dilapidata dalla guerra contro i Mori e la Spagna sotto il regno di Ferdinando di Aragona e di Isabella di Castiglia. Non parliamo poi della loro figlia che è diventata matta e del genero Filippo che matto non lo è stato, ma…. E non parliamo del resto. La Francia. La Francia di quel momento, che ha ancora i brividi seguenti al regno di Luigi XI e al regno troppo avventuroso e troppo breve e inconcludente di Carlo VIII, e poi ancora sotto gli effetti della Prammatica Sanzione. Non parliamo dell’Inghilterra che si trova in uno stato tale che basta il vaneggiamento di un Enrico VIII per farla crollare. La Chiesa si presenta alla catastrofe in questo stato; e improvvisamente la terra dà fuori questi atleti che si distribuiscono i compiti secondo un piano che oggi balza evidente nella chiarezza storica, e appare perfettamente complementare e perfettamente completo. Si blocca, si ferma, si riprende; il mondo va avanti. La Controriforma Cattolica, si dice, ha lasciato meno sviluppo tecnico di qua, più sviluppo tecnico di là. Non è stata la Controriforma Cattolica; è stato il fatto che, con la scoperta dell’America, la testa di ponte dei commerci, e pertanto delle industrie, si è spostata nei Paesi Bassi, mentre il turco ha chiuso sempre più il commercio con l’Oriente e l’Italia è diventata una povera regione e non più un ponte di passaggio come in passato. E così la storia cammina. Sempre così. Pensate. Se si fa la storia comparata dei Santuari Mariani, si vede questo: una buona parte di essi — lasciamo da parte Lourdes; è un altro ciclo — appartengono al ‘500, sono di poco anteriori alla Riforma protestante o di poco posteriori. Tutti i grandi santuari. E se si guardano bene, seguono una linea, una linea di difesa. Un generale ha detto: il nemico si muoverà qui; allora bisogna chiudergli il varco qui. Chi guarda sulla carta geografica la disposizione dei Santuari italiani, svizzeri e austriaci, per arrivare fino a Czestochowa in Polonia, ha l’impressione di una linea fatta da un generale: l’ha fatta la Beata Vergine Maria apparendo e facendo tutte quelle altre cose che è solita fare quando si interessa degli affari di questo mondo. Non l’ha fatta mica la Congregazione dei Vescovi o dei Religiosi, no; e nemmeno la Segreteria di Stato: l’ha fatta la Beata Vergine Maria. Noi, a distanza di secoli, diciamo: guarda un po’ eh!, non ci si sarebbe pensato, ma è così. Con le apparizioni di Francia nel secolo scorso, certe, documentate, accolte dalla Chiesa: Lourdes, La Salette, ecc. è cominciato un altro ciclo, che ha un’altra logica di cui forse si comincia a vedere quale sia il filone considerando bene l’apparizione di Fatima; non sappiamo ancora bene dove vada a finire, ma ci sarà un altro piano strategico che non è stato fatto, neppure questo, in Curia Romana. Il piano strategico del suo Regno, lo fa Iddio. È stupenda la storia! Vediamo ancora un punto. In questo Regno, le epoche della maggiore fecondità sono sempre collegate con le epoche delle più grandi persecuzioni. È sempre così. Io sono dovuto andare alcuni anni fa in Spagna come Legato Pontificio. Appena arrivato, ho avuto subito una sensazione strana, profonda, mai avuta, che mi si andava ingigantendo, che non riuscivo a decifrare e mi ha accompagnato durante tutto il periodo della mia Legazione in Spagna. Ho visto tanta gente, dal più grande al più piccolo, e non riuscivo a capire che cosa fosse quella sensazione stranissima, singolare, potente che mi piegava. L’ho capita il penultimo giorno in cui mi sono fermato. Per ragioni del mio ufficio venni portato al Santuario di Montserrat, e mi hanno condotto giù nella cripta dove sono sepolti i monaci della Abbazia di Montserrat trucidati dai russi nell’ultima rivoluzione, guerra e persecuzione. Mi sono commosso in quella cripta, mentre non mi ero commosso su, nella Basilica. E allora ho capito: quella terra aveva la fragranza dei Martiri. Si sentiva. Ho visto delle cose che non potevo paragonare con quello che sapevo della Spagna di prima della rivoluzione. Ho avuto modo di vedere quasi tutti i Vescovi di Spagna, di sentire, di rimanere stupito dell’altezza dell’episcopato spagnolo, e facevo i confronti con la storia di prima. Ho visto, una notte, tra le montagne dei paesi Baschi, una notte del tardo luglio fredda come una nostra notte di febbraio, 6000 persone stare inginocchiate tutta la notte al freddo, senza muoversi, davanti alla Basilica di Loyola, in adorazione del SS. Sacramento. Dico senza muoversi. Io non avevo voluto scendere, perché se fossi sceso avrei costretto i Vescovi a scendere: ce n’erano dei vecchi e allora, per non obbligarli, non ero andato neppure io; ma sono stato da una finestra a fare l’adorazione, almeno quella! Io ero dietro la finestra; ma loro non si sono mossi, erano laggiù, all’algido, non so come abbiano fatto. Io ero stralunato al mattino. Un’altra notte, mentre il treno che portava il Legato Pontificio attraversava i paesi Baschi, venendo giù verso la Navarra, poi verso l’Aragona, ho veduto gente che si muoveva, villaggi interi che venivano per inginocchiarsi dove passava il treno del Legato del Papa. C’era tutta Pamplona ad attendere quel treno. – Quello che ho visto, che ho sentito, raccolto, mi ha fatto capire che c’era un’enorme vitalità: il frutto della persecuzione. Pensate che soltanto a Madrid, quelli là ne hanno ammazzati 57 mila. Il martirologio della sola Diocesi di Barcellona! Però si sente una freschezza nuova, perché oggi la produzione cattolica di Spagna, non dico del tutto come qualità — su questo non potrei e non vorrei pronunciare un giudizio — ma come quantità, oggi probabilmente raggiunge quella di Francia. Pochi mesi fa a me sono arrivati 360 nuovi volumi. Il penultimo giorno io ho capito quella cosa che non ero riuscito a decifrare prima. La Chiesa del Messico oggi va avanti trionfalmente, marcia trionfalmente! Quando ero studente alla Gregoriana, avevo dei compagni messicani, sugli stessi banchi. Me li ricordo: alcuni ebbero i loro parenti perseguitati, uccisi, sgozzati dalla persecuzione di Calles. Quanti martiri anche là. Ma oggi il Messico non trema. Cammina. Potrebbe anche darsi che entro pochi anni si possa arrivare al Concordato. Sanguis martyrum, semen christianorum: questo è sempre vero, potentemente vero. Osservate: la Chiesa ha avuto una fioritura tale di Congregazioni religiose protese verso l’apostolato, al di fuori delle mura claustrali, proprio come un’ondata: è stata una valanga, nel secolo scorso. In grande parte sono fondazioni che stanno tra il 1825 e il 1900. Una vera valanga. Si tratta sempre di fondatori che hanno cominciato ad agire o sono nati al tempo della Rivoluzione francese. Mentre in Francia i rivoluzionari uccidevano senza pietà; mentre certi pavidi e stupidi preti, tipo l’abate Grégoire (e che Dio li perdoni!) stavano a cercare tanti compromessi per tenere un piede di qua e un piede di là, Dio ha fatto spuntare qua un fantolino, là una fantolina. Chi erano? Dopo un po’ di decenni, ti hanno riempito il mondo. Una valanga, capite? Oggi le congregazioni religiose femminili nella Chiesa sono qualcosa come 2300, soltanto quelle di diritto pontificio; la maggior parte di queste sono nate e cresciute nel secolo scorso, sotto la Rivoluzione francese, oppure i loro fondatori sono nati al tempo della Rivoluzione francese. Ed è sempre così. – Ora concludiamo. Perché vi ho detto tutto questo? Potrebbe sembrare che stasera io non abbia fatto una predica da Esercizi ma una divagazione storica. E forse che la storia non ha diritto di entrare negli Esercizi? Il Regno di Dio, cari, porta con sé il tesoro in mano, ma esso stesso porta i lineamenti del suggello di Dio. Questo dominio sulla storia, sul male, sul fallimento umano! Questo Regno di Dio può prendersi la divina avventura, la divina audacia di fare come Gesù Cristo, che ha vinto mentre falliva, perché condannato, in Croce, abbandonato da tutti. Gli è rimasta sua Madre, Giovanni e qualche donnetta, un po’ più a longe! Tutti spariti. Il fallimento umano, vero? Il mondo è stato salvato in quel momento. Il ritmo si ripete. Quando arriva un venerdì santo, è il momento in cui si ha qualche nuova ondata, incredibile ondata della vitalità della Chiesa. Perché ho fatto questa meditazione? Perché questa meditazione è il fondamento dell’apostolato. Perché l’anima deve essere rinfrancata. Non si può entrare nell’apostolato con l’aria del mendicante che chiede a questo mondo, così ammalato e così stupido, di tollerarlo. No, no. Si entra come l’Araldo del Gran Re. Si entra sapendo che, anche se non ci sono i picchetti armati a fare la scorta, ci sono i destini degli uomini. La storia è ormai abbastanza provveduta per saper dimostrare che, se si scontra col Regno di Dio, qualcosa muore. Anche l’Impero di Bisanzio si è scontrato col Regno di Dio, ed è finito, e si è lasciato insaccare da una mandria di gente ignorante e molle. Perché i turchi non erano gli arabi, i turchi di allora! Si è messo contro il Regno di Dio: è scomparso. Alcuni salvataggi fatti in extremis, ed è scomparso. È vero che i grandi politici della storia sbagliano, se non sanno la teologia. Perché, se nelle loro linee direttive mettono qualche cosa che andrà a finire contro il Regno di Dio, è certo che sbaglieranno. Ricordatevi: Bismarck ha perseguitato la Chiesa, ha fatto la Kulturkampf. Ha messo in prigione Clemente Augusto von Galen, l’Arcivescovo di Mùnster, e ha messo in prigione Ledokowski, l’Arcivescovo Primate della Polonia tedesca di Gnesna e Poznan, colui che fu poi il Card. Ledokowski, il famoso Prefetto di Propaganda Fide. Ha perseguitato perché ha voluto fare del prussianesimo protestante l’anima della Germania; e su questo concetto ha creato l’Impero e ha fatto di Guglielmo I l’Imperatore. Quel concetto protestantico si è evoluto, ed è da quella manovra che dipendono tutti i fatti che stanno tra Bismarck e noi. Ora qui non devo parlare di tanti elementi di dettaglio; mi bastano le sintesi. La finale è questa: che la Germania è divisa in due parti. E non si vede, sul piano dei fatti, come e quando la Germania potrà riunirsi. Bismarck fu un grande politico? Già; ma ha commesso lo sbaglio di voler edificare una Germania su un principio anticattolico. Dio è sovrano anche della storia. Il suo Regno è diventato l’anima del mondo. Non dimenticatelo mai, mai! Non è la persecuzione che può tirar giù, non è la povertà, non è la miseria, non è l’apparente fallimento, perché tutte queste cose serviranno, se mai, a farci rassomigliare a Gesù Cristo in croce. E quando si va in croce, le cose si salvano: è l’ondata della Redenzione, la nuova grande ondata della Redenzione. E per questo mai timore, mai senso di inferiorità, mai paura, mai esitazione, ma il coraggio di chi sa di essere con Dio e per Iddio e in Dio, sempre.

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di Esercizi spirituali (8)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (8)

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

8. Il tesoro nascosto

Vi invito a meditare con me una parabola: la parabola del tesoro nascosto nel campo. La narra S. Matteo, cap. XIII, 44. È brevissima: « Il regno di Dio è simile a un tesoro nascosto in un campo che un uomo, trovatolo, nascose, andò e vendette quanto aveva, venne e comprò il campo ». È tutta qui. È interessante il particolare che l’uomo, per comprare il tesoro, andò e vendette quanto aveva, cioè vi impegnò tutto. Che cos’è nell’ordine dello spirito il tesoro nascosto nel campo? È tutto l’insieme dei beni portatida Nostro Signore Gesù Cristo agli uomini. Questi beni sono così facilmente occultabili dalla foschia umana che hanno ragione di essere continuamente chiamati tesoro nascosto. Così facilmente occultabili perché rispondono al concetto di libertà che Dio vuole assolutamente rispettare negli uomini e rispondono al concetto di lasciare integra a loro la dignità e il valore della prova. Ci domandiamo: quali sono i beni che ha portato Nostro Signore e che costituiscono il tesoro, il tesoro del regno, il tesoro facilmente occultabile, troppo facilmente occultabile, il tesoro per acquistare il quale vale la pena di dare tutto, lasciare tutto? Non esistono esagerazioni, credetelo, quando si tratta di mettere le mani su questo tesoro. Non ha esagerato S. Antonio Abate quando se ne è andato nel deserto, cominciando così una tradizione anacoretica che avrebbe dato tanto splendore di virtù e tanta capacità di meriti alla Chiesa. Non ha esagerato neppure S. Simone Stilita rimanendo quaranta anni su una colonna, immaginate voi? Non esagerano quei missionari che vanno lontani, che vanno a chiudersi in certi lebbrosari, con la prospettiva fondatissima di finire lebbrosi, di campare lunghi anni lebbrosi, vedendo il proprio corpo cadere lembo a lembo e assistendo in vita al disfacimento di sé stessi. Non esagera nessuno, perché vale la pena di vendere tutto per acquistare il tesoro. Il tesoro è tutto quello che è stato portato con la Redenzione da N. S. Gesù Cristo; quindi anzitutto Lui stesso, il primo grande bene, Lui stesso che, essendo Dio, si è fatto uomo. « Il Verbo si è fatto uomo e abitò fra noi…; noi lo abbiamo veduto come l’Unigenito di Dio, pieno di grazia e di verità ». Questo è il grande tesoro del regno: che l’umanità non sia sola; che abbia acquistato una compagnia divina; che non abbia più a camminare sola fra le sue vie irte di triboli e di spine; vie sassose, vie aride, vie deserte, vie apparentemente senza cielo e senza verzura, ma insieme col Figlio di Dio; che abbia acquistato il Figlio di Dio come suo proprio, perché è diventato uomo. Che sia diventato uomo vuol dire che è divenuto suo proprio. È per questo che due Evangelisti hanno voluto dare la linea genealogica di Gesù Cristo, quasi ad affermare che era figlio dell’uomo, uomo vero anche Lui, nato dalla carne di Adamo, appartenente alla carne di Adamo, membro della famiglia umana, legato dal suo essere umano a tutti i fratelli che prima di Lui e con Lui e dopo di Lui sarebbero comparsi a vivere sulla terra. Il primo tesoro è Gesù Cristo. Ed è, si direbbe, inconcepibile, impensabile, proprio per il fatto che lo possiamo pensare molto meccanicamente tutti i giorni: che l’umanità non sia sola e che abbia come cosa sua propria Dio, come suo membro Dio, come suo compagno di viaggio, in tutto e per tutto, e molto più di tutte le altre cose che sono nel mondo, Iddio stesso. Questo è il principale bene, è il principale tesoro portato da N. S. Gesù Cristo nel mondo. E con questo tutti gli altri. Il sacrificio suo, Sacrificio reso perenne nella S. Messa, tutti i Sacramenti; la capacità data agli uomini di realizzarli e di amministrarli col Sacramento dell’Ordine; la grazia sua, la grazia abituale, la grazia attuale, i doni dello Spirito Santo, le stesse virtù infuse, tutto! E poi il complesso della verità, la parola sua, ciò che Egli ci ha detto aggiungendo una divina certezza e compiendo con questo una liberazione dell’intelletto umano dall’oppressione di quello che così monco poteva cavare dall’esperienza propria e dal mondo che lo circonda, dandogli la liberazione dal dubbio, dalla paura, dalla incombente vendetta degli atti che lo seguono. Voi sapete che tutta l’impostazione spirituale del mondo, prima di Gesù Cristo, là dove ha raggiunto una certa espressione, soprattutto letteraria, ha espresso il concetto della nemesi, della vendetta, vendetta impossibile a sfuggirsi, non possibile a ridursi, vendetta che non si può perdere tra la confusione degli avvenimenti umani, ma che implacabilmente segue tutti gli uomini, addebitando sempre a loro, senza remissione né perdono, il carico del loro peccato. E invece questa divina Parola rivela un mondo nuovo, un ordine nuovo, tutto nuovo. Questo è, così sommariamente, il contenuto della parabola. Ho detto che il contenuto della parabola ora lo dobbiamo guardare sommariamente, perché di talune sue parti avremo da discorrere dopo, particolarmente, proprio perché, per avere una conversatio in cœlis, noi dobbiamo crearci una compagnia di cose grandi nella mente e nella vita. L’insieme della parabola del tesoro che cosa indica? Indica una sua essenza. E l’essenza gloriosa, letificante, rasserenante è questa, che Dio ama gli uomini, che li ama come figli suoi e che per loro è Padre, non limitandosi al concetto di una paternità terrena, ma in modo tale che il concetto della paternità terrena sia soltanto una lontanissima immagine della reale Paternità divina, e che pertanto tutto è concepito nell’amore e per amore. Questa è l’essenza del contenuto della parabola. – E allora, come la parabola indica che Iddio ama gli uomini, indica anche che Dio li vuole sovranamente, supernamente attivi; indica che Iddio, attraverso il tesoro, ha dato a loro infinite possibilità di acquistare un merito soprannaturale, di raggiungere un valore, di venire in possesso di una dignità e di spandere intorno a sé, si direbbe, coi caratteri dell’infinito, una fecondità. Sicché l’uomo trova il tesoro già nel campo, e il tesoro è suo ed è di tutti gli uomini, perché il fatto di trovarlo, di andare, di comperare il campo, lo possono compiere tutti gli uomini. Questo non è un tesoro che sia divisibile, un tesoro che debba essere necessariamente ripartito, talché per il facile computo matematico le parti debbano risultare minori quanto maggiore si fa il numero dei concorrenti. No, questo tesoro rimane integro per tutti gli uomini, perché per tutti gli uomini è morto Gesù Cristo, per tutti e singoli gli uomini si è incarnato tutto Gesù Cristo, per tutti e singoli gli uomini c’è tutta la parola di Dio, c’è tutta la grazia di Dio, ci sono tutti gli strumenti della parola di Dio; ci sono tutti gli strumenti della grazia di Dio; c’è tutta la Provvidenza di Dio: come se ciascun uomo si trovasse solo di fronte a questa infinita donazione; come se gli uomini non fossero folla. Il numero non diminuisce la forza di quello che Egli ha dato, perché Dio è infinito. Ecco l’essenza della parabola del tesoro nascosto nel campo: che gli uomini hanno infinite possibilità e infinite fecondità. C’è da rimanere impressionati di quanto accade da un certo tempo in qua in qualche ordine religioso, per es. nell’Ordine dei Cappuccini. La maggior parte dei santi cappuccini sono fratelli laici. Di quelli che non siano laici ve ne sono due o tre, santi di quest’Ordine, Ordine venerando, Ordine meritevolissimo. I Cappuccini non hanno che 430 anni di vita, in sostanza, perché rappresentano l’ultima delle numerose riforme dell’Ordine Francescano. Ma la maggior parte dei loro santi sono fratelli laici. E ne hanno anche uno, ora, è un genovese, già beato, che sta per arrivare alla canonizzazione. È qui dove noi vediamo la realtà ultima della parabola: che non ci sono limiti, posti dalle umane condizioni, che possano coartare a un uomo, a una donna, di essere grandi davanti a Dio. Se noi crediamo che il concetto della grandezza davanti al Signore, e proprio per questa parola del tesoro nascosto, esiga qualche cosa dell’aggeggio umano, sbagliamo; qualche cosa della proporzione umana, del palcoscenico umano, delle quinte dipinte, dei fuochi artificiali, delle risonanze di gloria, di plauso, di nomea, di storia, noi sbagliamo assolutamente, qualunque possa essere la condizione nostra, qualunque possa essere la sorta di fallimento della nostra vita terrena. Perché ci sono molte esistenze nelle quali il discorso valutativo può essere fatto così: Ma se mi avessero capito; ma se mi avessero fatto; ma se io avessi trovato; ma se io avessi incontrato; ma se io… ! Tutto questo non ha importanza, nessuna importanza. Qualunque cosa possa essere andata fallita, umanamente parlando, nella valutazione, nel raggiungimento, nella esplicazione, tutto è valevole, e tutto davanti a Dio può diventare grande. – Noi vediamo che Iddio si compiace, nella storia dei suoi Santi, di far vedere che spesso lega fatti enormi a povera gente che il mondo quasi non ha veduto. E generalmente il mondo cammina nel senso del bene impiegando i meriti di anime che sono vittime, che sono bruciate dall’amore di Dio, senza che gli altri se ne siano neppure accorti. Non c’è nessuna condizione umana che ci possa impedire, nel senso che, se non si verifica, noi non possiamo essere grandi davanti a Dio, per cui noi non possiamo acquistare una valenza e una fecondità. Non c’è nessuna ragione, badate bene, neppure l’apostolato esterno, perché un muto che non parla, che non ha mai parlato, può finire per annunciare il Vangelo come un Apostolo. Non esistono ragioni coartanti. Ma non capite che è questa la liberazione? Uno di voi ha delle difficoltà? Non cominci a dire: Ma io non posso essere buono perché il tale ha il naso lungo; io non posso essere santo perché il banco sul quale seggo dovrebbe essere alto cinque centimetri di più. Con tutta questa sorta di ipocrisia, si scaricano le colpe della nostra debolezza, le ragioni del nostro insuccesso su tutto, su tutte le cose, su tutti gli uomini, su tutte le circostanze, sul tempo perché è brutto, sul tempo perché è bello, sulle nuvole perché passano, sulle nuvole perché non sono arrivate a farci ombrello contro il sole. E avanti. No, cari. Tutti possiamo essere grandi. Ecco ciò che la parabola dice per quanto riguarda noi. – E per quanto riguarda gli altri? Bisogna parlare anche di questo. Voi siete in una linea apostolica; siete di quella gente che può dire: io ormai non sono qui per me e non sono qui da me; sono qui per gli altri. E allora è necessario che voi abbiate una grande apertura su tutti gli altri. Guai se vi mancasse! In sostanza che sto facendo? Sto facendo il discorso dell’ottimismo cristiano, non ve ne siete accorti? Credete di poter avere conversatio in cœlis coi musi lunghi e i musi duri? No. Con la tristezza, con la malinconia, con l’abbandono, con la disperazione, con l’esistenzialismo, cercando di pigliare l’aria da Giobbe carico di scaglie? o l’aria da Diogene, coi buchi nel mantello? Che si possa camminare in modo da potersi dire: « Beati pedes evangelizantium pacem, evangelizantium bonum », quando si credesse che tutti gli uomini sono come quei mattoni, come queste pietre, che non c’è niente da fare, che sono irrimediabilmente cattivi, che sono assolutamente testardi, che non capiranno niente, che è inutile? Convinti che andremo a fare dell’apostolato per meritare noi, per fare degli sforzi inutili, per convincere il cielo che ha combinato un mondo cosi malfatto che non c’è niente da fare e che tuttavia noi continuiamo a fare, tanto per meritarci il paradiso? Andare a fare una specie di comizio davanti al cielo, una specie di grande adunanza di protesta davanti a Dio, che ha fatto un mondo nel quale le anime sono simili alle pietre e non hanno la vitalità che hanno le piante che sanno produrre delle fronde, delle foglie e dei frutti? Vi credete voi che si possa stare nella casa di Dio con quest’aria, rinfacciando sempre a Domeneddio che il mondo, in fondo, l’ha fatto male, mentre noi lo faremmo bene; che, se non ci riusciamo, è colpa sua, che per parte nostra andrebbe tutto benissimo? Gli altri. Noi dobbiamo ricordarci che negli altri la grazia di Dio lavora come lavora in noi. Dobbiamo ricordarci che quando arriviamo noi a parlare, c’è un altro che pure parla così. Quando la nostra lingua si muove, le onde sonore sono percosse dal nostro dire, dalla nostra recitazione; ma un altro ha già segnato e scandito ritmi, chissà, forse da un’infanzia lontana. E quando arriviamo noi coi nostri appostamenti — i nostri appostamenti, è vero! — un altro stava già ordendo la sua trama da tempi immemorabili. Quando noi arriviamo, troviamo delle scorze; e tutto il male degli uomini se ne va sempre nella scorza, ma generalmente gli uomini sono migliori di quello che sembrano. È questo che noi dobbiamo credere: c’è un divino lavorìo in loro, del quale non hanno generalmente coscienza, perché Iddio è così delicato da entrare senza far rumore nell’aprire la porta; ma essi generalmente, proprio per questo tesoro nascosto nel campo, sono molto migliori di quanto noi li crediamo. Deboli, disgraziati e peccatori; ma al di sotto, se voi avrete la pazienza d’aspettare, l’umiltà di attendere e di scavare, troverete che non esiste un uomo che al fondo di sé stesso non abbia qualche cosa di sinceramente bello e di sinceramente grande. Non avete mai osservato che anche gli assassini hanno chi li ama? Che cosa significa questo? Significa che fra le tante facce che possono mettere sopra sé stessi, ne hanno almeno una che è amabile e che qualcheduno ha visto. E alle volte ne hanno più d’una di amabile. Noi siamo sempre pronti a condannare. E invece di condannare faremmo meglio a dire che, nelle condizioni in cui si sono trovati tanti nostri fratelli, saremmo stati probabilmente molto peggiori di loro. Questo, non per decurtare l’orrore del peccato: il peccato è peccato, è quello che è. Ma gli uomini si distinguono dal loro peccato; ne saranno macchiati, ma sono un’altra cosa. Il peccato loro può essere grande, ma la capacità loro di risorgere può essere ancora più grande. Ed è con questo sguardo che si debbono vedere gli altri. – Sentite. Non sono il solo qui dentro che può portare una testimonianza; ci sono qui delle testimonianze più lontane, più antiche della mia; tuttavia la mia è una testimonianza di trent’anni. Io credo che quasi nessuno, quando si agisce come Dio vuole, dica di no alla sua grazia. Forse nessuno. Sono convinto che non è questione di orecchie che si chiudono; è questione di bocche che non parlano. Intendetemi. Si parla di gioventù bruciata. Badate: io ho insegnato 16 anni nelle scuole pubbliche, ho avuto migliaia di alunni. Posso dire di averne trovato soltanto due o tre che mi hanno lasciato il dubbio di aver avuto qualche magagna I veramente cattiva nell’anima. Il dubbio, non la certezza. Ma di tutti gli altri posso dire che nessuno era cattivo. E tutti recuperabili, in grandissima parte recuperati. Ricordo che dei due o tre dei quali avevo detto: di questo forse non ci sarà niente da fare, di uno avevo detto: qui è terra sorda. Ebbene mi è accaduto che, diventato Vescovo, me lo sono visto capitare il giorno in cui era morta sua madre a rifugiarsi da me e a chiedermi che lo confessassi, perché temeva che sua madre, arrivata di là, fosse troppo scontenta del suo ateismo. Ricordo di avergli detto: « Beh, almeno aspettiamo dopo il funerale di tua madre perché, se ti confessi oggi, avrei l’impressione di prenderti per il collo. Pensaci un po’ meglio. Ora facciamo il funerale di tua madre; poi tornerai, se veramente sarai della stessa idea ». Credevo che non sarebbe tornato. Tornò e si confessò. Vedete? Le esperienze, che si possono condurre in diverse direzioni, quando naturalmente sono condotte con lo spirito che ci ha dato Nostro Signore, generalmente non rimangono negative. Io sono convinto che oggi si possa concludere così: Che gli uomini, tutti gli uomini, sono talmente stufi di questo mondo, di questo mondo che sta diventando così ferreo, così meccanico, così stancante, così monotono, così fastidioso, così litigioso; e poi soprattutto perché questo mondo inventa tutto per bruciarli immediatamente, sicché non rimane loro più nessun gusto in bocca e tutti hanno fame e sete di verità, tutti. È questione di fare dei prolegomeni adatti, di gettare il ponte al momento opportuno, con lo spirito opportuno; ma tutti sono lì che stanno aspettando la parola di Dio. Questa è la verità. Se non l’ascoltano, è perché mancano le bocche, gli esempi, le anime che credono ancora nella loro possibilità di recupero. – Concludiamo. Per poter avere conversatio in cœlis, noi dobbiamo farci accompagnare da un modo di ragionare che sia in cielo. Di là, donde si vede l’infinito valore del Sangue di Gesù Cristo, si vede l’infinita possibilità che esso può avere nell’anima nostra e nelle anime degli altri. Di là, dove questo si vede con tale chiarezza da capire che non esistono scuse, che non esistono limiti e non esiste alcun condizionamento valido limitante la nostra capacità di essere perfetti Cristiani, di essere grandi e di rendere a Dio quello che Iddio ha il diritto di aspettarsi da noi.

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – 2° Corso di Esercizi spirituali (7)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (7)

Nostra conversatio in cœlis est

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

7. L’Inferno

Meditazione sull’inferno. Anche questa è fondamentale: « Initium sapientiæ timor Domini ». Non illudiamoci mai di non aver bisogno del timor di Dio, per carità! Che questa storta idea non abbia mai a entrare nella nostra testa. C’è una forma di irenismo che non è stata contemplata nella enciclica Humani generis di Pio XII, ed è un irenismo che riguarda l’inferno. È un irenismo per cui qualcuno ha osato dire che l’inferno non è eterno, mentre è di fede che è eterno. – Qualcuno, più recentemente, ha osato dire che c’è per spauracchio, ma che Iddio non ci manda nessuno. Questa non è formalmente un’eresia, ma è una stupidaggine, e comunque è una falsità. Stiamo bene attenti! « Initium sapientiæ timor Domini ». Noi siamo cavallini così bizzarri, tutti, che abbiamo bisogno qualche volta della frusta. E se eliminiamo il timor di Dio da tutte le faccende spirituali e di impostazione della vita nostra riguardo a Dio, noi commettiamo un falso. Tutte le volte che si dà la S. Cresima, il Vescovo continua a chiedere allo Spirito Santo per il cresimando: Spiritum timoris. « Adimple eum Spiritu timoris tui ». Riempilo; non dice : toccalo, sfioralo, ungilo un po’. No, no; riempilo del tuo timore! – Se credessimo di poter fare a meno di volgere lo sguardo a queste verità fondamentali che sono come i confini dell’umana esperienza, anche se soltanto possibili e, Dio ci guardi, non siano mai reali per noi; se si fa a meno di guardare a questi confini, noi veniamo a trovarci nella nostra vita spirituale in una posizione profondamente falsa. Dunque bisogna parlare anche dell’inferno. Naturalmente ne parliamo dal punto di vista proprio di questi Esercizi Spirituali, e cioè: nostra conversatio in cœlis est; ci sforziamo di metterci a guardare le cose di lassù. Però dobbiamo cominciare da un punto. Di lassù che cosa si vede? Ricordatevi bene che i beati non piangono perché c’è l’inferno. La cosa è terribile per noi, perché questo significa che nessuno in cielo piange se uno è andato all’inferno. Se una madre va in cielo e il figlio va all’inferno, la mamma non piangerà ma loderà in eterno Dio perché ha mandato suo figlio all’inferno. È così. Vi ricordate che cosa ho detto, che bisogna rovesciare il punto di vista per capire? Si tratta di uno di quei disegni che lo si vede soltanto da rovescio e che è giusto da rovescio. Di lassù si loda Iddio per la sua giustizia come lo si loda per la sua maestà. Come si loda per la sua eterna sapienza, così si loda in eterno Iddio per la sua giustizia. È terribile pensarlo. Per fortuna che è terribile solo di qua; passati di là, non è più terribile niente. Ma per noi che siamo ancora qui a guardare negli occhi tanti nostri amici e dover dire: questi qui sono sulla strada dell’inferno, è probabile che ci vadano! Se io mi salvo, come spero e voglio, costi quello che costi, anche a farmi strappare un arto dopo l’altro senza anestesia per tutta la vita, questi non saranno mai più con me! Questa è la prima considerazione da farsi. Ditemi voi se non mette ali ai piedi degli Apostoli! Si comprende perché talvolta è dato incontrare delle anime che si offrono vittime perché altri si salvino. Io ricordo di averne incontrate. E quando sono stato ben sicuro della serietà, non ho mai osato dire di no. Purché altri si salvino! Questa dunque è la prima considerazione sull’inferno visto di lassù. E di lassù si vede la giustizia e, nella giustizia, le perfezioni di Dio, perché nell’inferno si vede il corrispettivo della libertà umana. La libertà umana in una creatura non sarebbe possibile senza di quello, dico in una forma ontologicamente e giuridicamente completa. Una delle ragioni per cui Iddio ha creato l’inferno è perché fosse pienamente completo l’atto libero delle creature razionali da lui create. La giustizia, la perfetta giustizia. Perché l’inferno non è altro che la conseguenza di premesse chiare. Che cos’è il peccato? Il peccato è la trasgressione della legge di Dio. Formalmente ogni peccato che cosa contiene? Qualunque esso sia, contiene questa dichiarazione fatta a Dio: tra Dio e non Dio, scelgo non Dio. Perché il ripudio della legge del Signore significa ripudiare il Signore: Fra te e quello che non è te, io scelgo quello che non è te. Ora se questa è la posizione dell’uomo liberamente scelta e liberamente non più scossa, nel momento in cui cessa per lui la mutevolezza e la capacità di porre atti meritori coi quali cambiare la sua sorte, la quale pertanto naturalmente si consolida eterna, Dio rispetta l’atto libero dell’uomo. L’inferno non è altro che il rispetto che Iddio ha per la libertà umana. C’è un punto: che quando si muore si passa dallo straordinario all’ordinario. Ve l’ho già detto che si rovescia tutto: non è qui l’ordinario, è là; qui è lo straordinario; là è il comune, là è l’ordinario. È ordinario che l’uomo, creato in una situazione, in quella permanga. La mutevolezza, quella propria del nostro cosmo, è un difetto. Là non si muta più, perché si è in uno stato perfetto, certo nel modo congruo alla nostra natura. Noi che siamo abituati a vivere nella mutevolezza, a concepire tutte le cose secondo mutazione, troviamo difficoltà a metterci così, con la testa in giù e le gambe in su; cioè troviamo difficoltà a concepire che quello è l’ordinario, quello è il comune. D’altra parte gli uomini hanno tutta la vita per sapere che quello è l’ordinario e questo è lo straordinario, e per prepararvisi. Di lassù si vede questo: la giustizia di Dio. Giustizia che, per eterne ragioni, si vede come sia la prima documentazione della misericordia. Perché, ve l’ho detto, tutto questo è un atto di rispetto da parte di Dio verso la sua creatura. Hai scelto un’altra cosa: ti rispetto. Difatti che cos’è l’inferno, la cosiddetta pena del danno che è l’essenza dell’inferno? È questo: non essere con Dio, cioè quello che l’uomo ha scelto, nient’altro. Essere senza Dio, l’eterna ragione del vero, dell’essere, del bello, di qualunque realtà. Se noi pensassimo che cosa vuol dire non essere con Dio! Di qua, dato lo stato crepuscolare, data la ragione con la quale noi conosciamo, poiché siamo coartati, siamo in una cantina, non vediamo bene cosa voglia dire non essere con Dio. Ma quando tutte queste cose cadranno, quando noi saremo nell’infinita solitudine, soli, davanti alla divina Realtà, vista non con occhi carnei ma con penetrazione acutissima dell’intelligenza, allora vedremo che l’unica realtà è quella: e che ogni realtà vi partecipa in quanto riceve da quella. E se quella ci viene a mancare? Allora vedremo che ogni cosa è buona in quanto partecipa della divina bontà; e pertanto il criterio per cui ogni cosa è buona è la partecipazione della divina bontà. Allora vedremo che la ragione suprema d’ogni verità e della sua luce e del suo gaudio e della sua vitalità e di quello che da essa segue è la partecipazione della divina ed eterna Verità. E se questo supremo criterio, che è Dio stesso, ci viene a mancare, che cosa rimane? Poi c’è anche la pena del senso, che è il corrispettivo di penalità dato da creature dolorifiche, corrispettivo all’uso mal fatto di qualche creatura di questo mondo. Perché chi ha usato male sulla terra dei beni suoi, in qualunque rapporto, a qualunque livello, è giusto che abbia contro di sé la rivolta di qualche cosa di creato e di dolorifero, questo elemento creato e dolorifero che noi chiamiamo fuoco, tanto perché è creato, è materiale, è dolorifico; che chiamiamo fuoco tanto per prendere un’immagine, un termine della realtà più spaventevole che abbiamo nella nostra umana esperienza. – La teologia, nel trattato De Deo uno, tocca il suo vertice massimo, per la prova alla quale sottopone l’umana intelligenza quando tratta la questione della prescienza di Dio a proposito dei dannati. Ma è una questione solubile, perfettamente; quanto a togliere la apparente contraddizione, che spesso viene prospettata, essa non è neppuretrattata nella maggior parte dei testi di teologia. Raramente si trova questa questione trattata. È solubile, ma è difficilissima. E la ragione è questa: che noi siamo a rovescio. Ma di lassù si vede diritto, si vede chiaro. Anche a rovescio però, messi a rovescio come siamo, con un po’ di sforzo ci si arriva a vedere e si vede molto più di quel che non si creda. Si vede tanto da tacitare le insorgenze logiche del nostro intelletto. Ma mi basta aver detto questo: di lassù si vede la giustizia, l’eterna giustizia; la si canta, e si vede che l’eterna giustizia è tutta in funzione della misericordia. Certo, ve ne ho dato soltanto qualche accenno; il trattato dell’inferno non viene capito affatto se manca in filosofia il trattato De Deo uno fatto mirabilmente. – Qualcuno ha scritto un libro in cui ha detto una grande sciocchezza a proposito dell’inferno. Ma l’inferno c’è ed è eterno. Gesù Cristo si è impegnato nel Vangelo: « Ite, maledicti, in ignem æternum ». Guardate che c’è chi va all’inferno. Non crediate che Iddio faccia come i contadini, quando piantano qualche ramo vestito di stracci nei campi per far paura alle galline o agli uccelli. Non crediate che l’inferno non sia altro che una formido in cocumerario, uno spaventapasseri messo lì, nel solaio dei cocomeri. No, all’inferno ci si va. Perché non sarebbe ammissibile che Cristo l’avesse annunziato con tanta solennità e l’avesse annunziato come qualche cosa che verrà detta all’ultimo giudizio, se non ci fosse. Leggete il cap. XXV di San Matteo: Gesù ha già detto che dirà questo: ite, maledicti, in ignem æternum; dunque se dirà questo, vuol dire che della gente vi andrà. Beh, sentite, mettetevi un po’ al posto di Dio: ora, senza dire una bestemmia, non ce li mandereste voi? Io sarò cattivo, ma quante volte mi viene la tentazione di mandarceli, tanto si diportano male! Ma Dio è infinitamente più buono di noi, ed è per questo che ha messo tre vie per andare in paradiso: la prima è quella della pazzia, e ci passano i più; la seconda è quella dell’ignoranza, e ci passano in buon numero; la terza è quella della santità, e ci passano i meno. E le ha create apposta per poterne salvare in numero maggiore. Perché certa gente, se non si potesse dire che sono matti, come farebbero a salvarsi? Invece, per grazia di Dio, si può dire: Ma, dovevano esser matti! E quindi, forse, c’è ancora da sperare per loro. Son passati per quella strada lì. Dio è infinitamente buono e infinitamente misericordioso; ma noi non possiamo giocare a rimpiattino con la divina misericordia. Certo, se Dio facesse giudicare il genere umano da qualche uomo, povero genere umano! Dove se ne andrebbe? È meglio che lo giudichi Iddio. Ma all’inferno qualcheduno ci va. Ecco, per dire questo, mi riferisco solo al Vangelo, S. Matteo cap. XXV. Naturalmente se volessi andare a prendere, e accettassi tutte per buone le visioni di santi che hanno visto, che sono andati un po’ di là e sono tornati di qua, e hanno avuto visioni e rivelazioni, ci sarebbe da sentirsi accapponare la pelle. Se è vero quel che dice S. Teresa, sarebbe il caso di non dormire più per dieci giorni dai brividi. Se si vanno a leggere le rivelazioni di S. Gertrude, di S. Brigida di Svezia… Queste non sono verità di fede; ma l’inferno c’è, e ci si va. C’è questo anche: che mentre per andare in Paradiso bisogna crederci, per andare all’inferno non occorre affatto crederci. Anzi, se non ci si crede, ci si va meglio. Ma non basta. Di lassù si vedono alcune altre cose. Accade come andando in aeroplano. Dall’aereo si capisce l’importanza, per esempio, delle grandi valli, dei sistemi oro-idrografici. La vista dall’aeroplano è una cosa magnifica: si vede la terra come una carta geografica. Non c’è nessuna cosa che dia la visione della conformazione terrestre, di colpo, come la vista dall’aeroplano. Ebbene, di lassù si vede allora come la grande valle di questa carta topografica che si chiama inferno che sta sotto di noi, è la capacità decisoria della volontà umana. Perché chi è che deciderà di andare all’inferno? L’uomo; lo deciderà con un sì o con un no. L’enorme sovrana capacità decisoria di questa volontà! Gli atti coi quali noi diciamo sì o no si rincorrono frettolosamente e spesso leggermente. Non è detto che su tutte le cose si possano fare delle considerazioni profonde, d’accordo. Ma bisognerebbe pure avere la serietà e la robustezza spirituale di rendersi conto di che cosa valga, in certe questioni, dire di sì e dire di no. – Di lassù si vede un’altra cosa, esattamente ancora come a guardare dall’aeroplano: le proporzioni, le distanze dei paesi, la loro confluenza, la loro organicità geografica, la loro frammentarietà, la possibilità delle comunicazioni: come si vedono bene dall’alto! Come si capiscono, dall’alto, le grandi linee strategiche attraverso le quali sono sempre passati gli eserciti; come si vedono altre linee sulle quali non sono mai passati e mai passeranno gli eserciti! Come si vede la logica che talvolta non si riesce a capire nemmeno dalla storia! La stessa cosa la si vede guardando l’inferno di là, dalla nostra conversatio in caelis. Perché di là si vede come viene a organizzarsi tutta la vita in rapporto all’eterno destino. Voglio dire questo: molti Cristiani si credono che la questione della salvezza eterna sia una questione meccanica e che comunque è questione di riuscire a salvarsi un quarto d’ora prima di morire, per sistemare in quel quarto d’ora tutto, con tutte le assoluzioni, indulgenze plenarie, benedizioni papali ed episcopali, e andarsene così al Creatore indenni, dopo avere buggerato il Creatore per tutta la vita e ridendogli ancora sulla faccia quando gli si arriva davanti. Ma non è così. In teologia, nel trattato De gratia actuali c’è questa proposizione che vi prego di tenere ben presente: « La grazia della perseveranza finale è un dono particolare di Dio ». Che cosa vuol dire? Che non fa parte della grazia ordinaria. Sapete che la perseveranza finale consiste nella coincidenza dello stato di grazia santificante col momento della morte; vuol dire la salvezza eterna. E questa è non una grazia ordinaria, ma un dono speciale di Dio. E in tutti i libri di teologia ci si vede aggiunto: « La perseveranza finale è una grazia che bisogna chiedere e procurarsi per tutta la vita ». Il Concilio Tridentino nella sessione VI ha detto: « Si quis dixerit se esse certe et infallibiliter securus, absque divina revelatione, de propria æterna salute, anathema sit ». Se uno osasse dire e credere di essere infallibilmente certo della propria eterna salute, a meno che non abbia avuto una rivelazione divina, sia anatema. E questa verità che impegna, questa verità la si capisce di lassù. È una cosa molto importante: noi non possiamo lasciar correre e fare per tutta la vita quello che ci piace, perché la grazia della perseveranza finale Dio la dà, ordinariamente, tenendo conto di quello che si è fatto nella vita. Perciò hanno detto gli antichi molto giustamente: « Talis vita, finis ita ». Di lassù, a proposito dell’inferno, si vede questo: che per prepararci l’ultimo buon quarto d’ora bisogna in qualche modo pensarci più o meno tutta la vita; e se ci se ne accorge un po’ tardi, raddoppiare la velocità per redimere il tempo perduto: « ut tempus instanter operando redimentes », come prega la Chiesa genovese nel giorno del suo grande Vescovo, S. Siro, affinché, redimendo il tempo perduto con l’istanza del nuovo lavoro e della nuova azione, « ad æternam gloriam pervenire mereamur », possiamo arrivare all’eterna gloria. E finalmente cerchiamo un po’ al fondo di questo dramma, visto di lassù. Qual è stato il dramma di Adamo? Il dramma di Adamo, come è narrato al cap. III del Genesi, è tutto qui: Dio dice ad Adamo (io parafraso ma la parafrasi è esplicativa): « Adamo, tu devi accettare che Io sono Dio; lo devi accettare e devi respingere ciò che non è Dio. Siccome sei fatto anche di corpo e non solo d’anima, e poi sei ai primi passi della tua esperienza umana, ti ci vuole qualche cosa di oggettivo, di concreto, di ridotto, di piccolo, come punto di riferimento. Vedi, il punto di riferimento per te, che non hai fomite di passioni, il punto di riferimento per far vedere che accetti o eventualmente rifiuti, guarda, è questo: rispetta questo albero, questo magnifico albero chiamato della scienza del bene e del male. Questo è il segno: se tu rispetti questo, è segno che accetti; se tu non lo rispetti, o se tu non accetti, violerai questo albero ». L’albero in sé stesso contava poco. Era forse un albero più bello degli altri? Forse più attraente degli altri? Forse con frutti più gustosi degli altri? Era un albero in una cornice splendida, forse unica; ma era un albero. Eva ha preso il frutto e l’ha dato al marito: e tutt’e due ne hanno mangiato. Che cosa hanno fatto? Voi avete inteso: hanno scelto « non Dio ». Ecco, èil peccato formale della disobbedienza, che però era in funzione di una indicazione: noi scegliamo non Dio. Perché? Avevano udito dal tentatore la insufflazione maligna: « Se voi non osservate la sua legge e vi sottraete alla sua legge, diventate simili a lui ». L’errore nella testa di Adamo ha causato la sua caduta. L’errore ha causato la illusione; la illusione ha causato la falsità, la falsità è stata la ragione, la orpellatura per cui Adamo è caduto. Poi sarebbe stato sempre così. L’origine del peccato è sempre un’idea sbagliata, un’ipotesi sbagliata: in questo momento io godo di più; scelgo il godimento di questo momento e lascio da parte Iddio. Disobbedienza. È la disobbedienza che ha lastricato l’inferno. Se noi l’inferno lo guarderemo dall’alto, sapremo che alla radice di tutto quello che ha determinato la dannazione eterna delle anime è sempre stato il fatto che hanno disobbedito a Dio. La meditazione sull’inferno arriva a mettere in chiaro il carattere fondamentale della virtù dell’obbedienza. Ogni peccato si riduce sempre, pur avendo una sua definizione teologica e morale specifica, alla disobbedienza, perché è di natura sua trasgressione, quindi non obbedienza alla legge di Dio. La sostanza dell’inferno è fatta di disobbedienza. E allora, per la virtù dei contrapposti, ecco che cosa si vede di lassù: a guardare panoramicamente l’inferno, si vede che il contrapposto dell’inferno è l’obbedienza e che la virtù che assicura tutte le altre è l’obbedienza: l’obbedienza a Dio e l’obbedienza a tutte le cose che hanno diritto di darci una norma, trasmetterci una regola, una volontà, una indicazione, un consiglio in nome e per un’autorità che viene, anche indirettamente, da Dio. – Il concetto dell’inferno che, portato al midollo, si riduce a questo, è un monumento, dalla parte del timore bene inteso, alla virtù dell’obbedienza. Bisogna piegare la testa a Dio. Ma a Dio la testa non la si piega se non la si piega a tutto ciò che Dio ha costituito portatore della sua volontà. Concludiamo: all’inferno non ci vogliamo andare, vero? Bene, siccome la cosa che al fondo di tutto porta all’inferno è la disobbedienza, ricordiamoci che la cosa che al fondo di tutto ci porterà in Paradiso sarà l’obbedienza. Nostro Signore nel discorso della montagna ci ha avvertito che non si ama Iddio se non facendo ciò che vuole lui: « Non qui dicit Domine, Domine, sed qui facit voluntatem Patris qui in cœlis est ». Ci ha avvertito che l’amore di Dio, concreto, sta nell’accettare lui e tutto quello che lui porta con sé e tutto quello che impone, detta, istilla, indica alla nostra vita. Accettazione intellettuale della verità, anzitutto. E credete che l’intelligenza non debba obbedire? Vorreste lasciar fuori la più importante? Ma è quella che deve obbedire per la prima. È l’obbedienza intellettuale, la prima; l’altra viene dopo. L’obbedienza intellettuale a Dio, alla verità; la ricerca della verità. Credetemi: ciò che sa di satanico, di diabolico, di demoniaco, ciò che fa tremare in tutti i momenti sulla sorte delle anime a noi affidate è questo: che per loro la verità non vale più. Dire bianco, dire nero, sgualcire qualche cosa della verità, della rivelazione divina, dell’Evangelo; interpretare a modo proprio instaurando un’altra volta la eresia protestante del libero esame. È tutto questo peccato contro la verità che fa capire la mancanza assoluta della prima e sostanziale obbedienza a Dio, che è quella dell’intelligenza. – La disobbedienza di Adamo ci ha resi tutti miseri; l’obbedienza di Gesù Cristo, che è andato in Croce, ci ha fatti salvi. E S. Paolo ha scritto di Gesù Cristo, nella Lettera agli Ebrei: « In capite libri scriptum est de me ut facerem, Deus, voluntatem tuam ». In testa alla mia vita sta scritto : Che io faccia, Padre, la tua volontà. E un giorno, agli Apostoli che tornavano dal cercar cibo — e per conto loro si erano già messi al sicuro — e si meravigliavano che Gesù non mangiasse, perché aveva da curare un’anima, rispose: « Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato ». Sicché, concluderà S. Paolo, « sicut per inobœdientiam unius hominis peccatores constituti sunt multi… », come per la disobbedienza di uno si sono perduti molti peccatori, così per la obbedienza di uno solo « per unius obœditionem iusti constituentur multi… », molti sono ridiventati giusti. La meditazione dell’inferno arriva a questo punto. Perché non basta dire: l’inferno c’è; l’inferno è questo, è quest’altro, è eterno. Vediamo dove si riduce; vediamo il filone della strada che vi conduce, e per vedere il filone della strada ricominciamo dal primo uomo che si è esposto all’ipotesi dell’inferno, Adamo, che ha disobbedito. Cristo, come si è qualificato? Un obbediente. L’obbedienza è l’accettazione di Dio. La disobbedienza finisce sempre con l’essere, se non formalmente almeno virtualmente, il rinnegamento di Dio. L’armonia è completa. I ritmi si ripetono; pare che scandiscano in una forma drammatica la nostra vita, i nostri destini, il domani, il mistero che sta al di là delle cose che noi vediamo e tocchiamo. Questi ritmi sono però costitutivi nella robustezza che nel timor di Dio pongono la prima base della saggezza e dell’amore.

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO-2° Corso di Esercizi Spirituali (6)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (6)

Nostra conversatio in cœlis est

6. Il metodo

Le considerazioni sulla morte, che abbiamo fatto da un particolare punto di vista, ci portano logicamente in questa meditazione a trattare del metodo. Debbo dire anzitutto il perché. La considerazione della morte, fatta da quel punto di vista, ha rivelato che la vita è incredibilmente preziosa. Ogni attimo di questa esistenza può segnare un punto che rimane eterno; ogni attimo può dare un merito. Il merito, acquistato quando si è in grazia di Dio, ha un valore che rimane nell’eternità. Un attimo di vita, trasformato in merito con la grazia del Signore, significa un aumento per tutta l’eternità della capacità di godere Iddio, di amarlo, di entrare nel mare infinito della sua essenza; significa un grado di più nella pace e nella perfezione, per sempre. Ecco perché la considerazione della morte fatta a quel modo fa apprezzare la vita. E la vita più lunga è meglio è, proprio per questo. Non c’è nulla che nella vita sia inutile. Tutte le strade possono essere perfettamente punteggiate di meriti, tutte le situazioni possono portare al perfetto amore di Dio. Naturalmente talune strade sono più convenienti, talune lo sono meno. Talune si prestano di più al tipo particolare, alla missione particolare, alla vocazione particolare di un uomo o di una donna, altre si prestano meno. Ma a questo mondo non c’è nulla che rispetto al cielo possa essere gettato via, nemmeno quello che per il mondo non va, come il dolore, la disgrazia, la minorazione, la mancanza di luce, la mancanza di libertà, la mancanza di tutto. Per l’eternità tutto questo è un aggeggio magnifico, tutto diventa strumento. Tutto quello che non serve per gli uomini, si può dire che serve per Iddio. Perché quando non sappiamo fare niente, almeno possiamo rinunciare a una cosa dopo l’altra. Quando anche non sapessimo fare niente, ci rimarrebbe da fare questo, e siccome le cose del mondo sono innumerevoli, la rinuncia potrebbe avere una sequenza senza fine. E allora si sente veramente l’afflato di vivere, perché veramente si vive quando nulla si perde. Noi dobbiamo diventare economi del tempo, delle possibilità, della vita e di tutto; dobbiamo diventare tirchi nello spendere noi stessi. Allora si impongono subitodelle istanze. – Prima istanza: ciascuno deve capire e deve avere in mano se stesso perché, se non capisce se stesso, crederà di infilare una manica e invece infilerà un camino. Bisogna avere in mano se stessi, perché non si può credere di fare un impiego economico della propria vita, se non si conosce e non si ha in mano se stessi. – Seconda istanza: deriva dalla suprema esigenza d’impiego perfetto della vita: bisogna trovare la disposizione più economica che esista del nostro tempo e delle nostre doti. – Terza istanza: bisogna spingere al massimo la capacità e la potenzialità dell’intenzione, perché l’intenzione è il primo elemento del valore delle nostre azioni. – Quarta e ultima istanza: bisogna che la vita sia animata dalla brama della perfezione, perché la vita è messa su una gran scalinata: si può scendere e si può salire, in piano non si rimane. Sommate tutte queste istanze, cosa ci dicono? Nella vita ci vuole un metodo, ecco la risposta. Il metodo è semplicemente il principio dell’economia applicato alla vita. Ma prima di parlare del metodo, illustrerò brevemente le istanze che derivano da quella suprema esigenza che abbiamo vista nelle considerazioni sulla morte, quella d’impiegare pienamente la vita. Innanzi tutto bisogna conoscere sé stessi e aversi in mano: aversi in mano intellettualmente e volitivamente. E per conoscere sé stessi bisogna pensare, bisogna esaminarsi, bisogna stare a sentire tutto quello che dicono gli altri di noi; soprattutto, e questo con infinita benevolenza, quando dicono male di noi. Quando dicono bene, vi raccomando di non stare a sentire, perché nella maggior parte dei casi saranno complimenti, in una parte notevole saranno bugie, in una parte non disprezzabile saranno inganni, e in tutto, non in parte, sarà per voi un pericolo di gravi illusioni. Al più, se proprio vi sentite venir meno, a titolo di conforto e d’incoraggiamento, prendetele come una zolletta di zucchero energetico. Ma non più in là. Vi raccomando, vogliate bene a tutti quelli che dicono male di voi e a tutti coloro dei quali venite a sapere che hanno detto male di voi. Come poi questa gente si aggiusterà con il Padre eterno, sono cose che riguardano loro solamente. Perché se sbagliano, se si lasciano guidare dalla malignità, dalla cattiveria, dall’ingiustizia, dall’invidia, non va bene; comunque si aggiusterà tutto, non temete! Noi guardiamo soltanto il lato che c’interessa in tutta la faccenda. – Volete conoscere voi stessi? Confrontatevi coi vari tipi di temperamento, di carattere. Ora non posso farne una trattazione. Ma c’è uno strumento indispensabile per conoscere sé stessi e questo è uno strumento che si chiama esame di coscienza. Deve essere usato potentemente da noi. È il punto di partenza per poter organizzare economicamente la nostra vita. Voi sapete benissimo che l’esame di coscienza non può essere mai completamente lo stesso, se no diventa sclerotico e non rivela più che in parte. L’esame di coscienza, cioè, non può essere solamente sui peccati commessi, sia in pensieri, sia in parole, sia in atti esterni, ma deve essere sulle debolezze provate, anche se non acconsentite, sulle tentazioni subite, sulle impressioni incise, sul pencolare che fa l’anima verso una parte o verso l’altra, sui fenomeni complessi e ingarbugliati, su quelle sensazioni delle quali non si capisce bene quale sia la logica, specialmente nei confronti dei nostri fratelli. L’esame di coscienza deve fare la rilevazione delle distanze, cioè non essere fatto solo di giorno in giorno, ma quando è fatto seriamente, deve essere fatto di settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno, di Esercizi in Esercizi. Perché vi sono dei fatti, dei carreggiamenti sotterranei i quali non possono essere rilevati ordinariamente da un giorno all’altro, ma si rilevano soltanto facendo misurazioni che richiedono un certo periodo di tempo, talvolta un lungo periodo di tempo, talvolta un intero periodo della vita. L’esame di coscienza razionale va fatto così, perché soltanto così permette a noi di beneficiare della prospettiva necessaria a vedere le cose nell’insieme e da lontano. Solo da una certa distanza si vede l’insieme, e dall’insieme si ricava l’architettura, la legatura, le strutture portanti, quello che è sostanziale e quello che è accessorio. Guardate che noi non conosciamo noi stessi finché di noi non conosciamo gli aspetti carenti, gli aspetti passivi, cioè il modo di reagire di fronte a una quantità di agenti che stanno al di fuori di noi. Quindi la prima istanza che deriva dall’appello d’impiegare bene la vita diventa conoscenza di sé stessi e padronanza di sé stessi. Sul fatto della padronanza, può darsi che debba ritornare; ma unicamente per poter rendere completo l’argomento e presentarvene una sinossi, elencherò alcune cose che serviranno per le vostre personali riflessioni. Avere in mano sé stessi vuol dire avere in mano la propria testa e voler avere in mano la propria volontà. Non è facile avere in mano la propria testa quanto è facile dirlo. È una cosa molto difficile, perché la nostra testa è sbalestrata continuamente dalle passioni, soprattutto dall’orgoglio; è annebbiata poi da qualche altra passione, come la sensualità, l’accidia, l’avarizia. La nostra testa è preoccupata, cioè occupata prima da altri: da questo mondo. Il mondo entra dentro di noi, e se non stiamo bene attenti, troviamo in noi delle reliquie del suo passaggio. Il mondo ci infarcisce dalla mattina alla sera; gli uomini ormai sono talmente diventati accumulatori di queste balordaggini che, ad avvicinarne uno, si prende la scossa elettrica. Se riflettete, noi ci troviamo tanti pallini nella testa: ce li ha messi il mondo. Pallini sulla personalità, sulla indipendenza, sulla libertà, sulla democrazia: sono i pallini di oggi. Queste parole che ho detto per elencare i pallini hanno in sé un significato buono, ma nell’uso comune e normale della gente sono pallini. Pallini di modernità, di indipendenza dalle cose materiali, delle quali non dobbiamo aver bisogno perché siamo spiriti superiori; pallini di cerebralità, di socialità, di scienza, di squisitezza, di originalità; perché oggi si pensa che se non si è originali non si vale un bel niente. Se uno oggi dice quello che ha già detto ieri un altro, è perduto perché non è originale. Pertanto dalla paura che ha di essere perduto, cercherà di dire tutte le stupidaggini possibili e immaginabili, purché siano diverse da quelle di un altro. Pallini!. Se cominciamo a fare una lista dei pallini, ne vien fuori una lunga lista! Stiamo in guardia! Perché a causa di questo infarcimento, assistiamo a dei fenomeni che fanno paura. Difendiamo la nostra testa, perché se non si difende la propria testa, non si difende nemmeno la propria fede. Per difendere la fede bisogna difendere la testa, la propria capacità critica, il proprio retto giudizio, la propria indipendenza dai complessi d’inferiorità imbibiti dagli altri. Questa è dunque un’esigenza imposta dalla visione della morte, che fa apprezzare la vita. Quindi riassumendo: prima esigenza per impiegare economicamente la vita, cioè con il massimo di resa, è quella di avere il dominio di sé stessi, cioè della propria testa e della propria volontà. – Ancora una parola sulla volontà. Per essere i padroni della propria volontà, dopo la grazia di Dio, l’uso dei sacramenti e della preghiera, abbiamo un mezzo solo, serio ed efficace: è il sacrificio, cioè la penitenza, che significa fare il rovescio di quel che piace a noi. Non c’è assolutamente altra strada. O si abbraccia la via della croce o la volontà diventa un’armonica. Non resisterà, servirà per suonare, ma non sarà operativa e conclusiva. È questa la conclusione della prima istanza che discende dalla considerazione della morte come apprezzamento della vita. – La seconda istanza: bisogna fare della vita una disposizione economica, che renda il massimo impiegando il minimo. Bando ai pleonasmi. E in ciò consiste il discorso proprio sul metodo che riprenderò. La terza esigenza: per impiegare bene la vita, sfruttare pienamente la forza dell’intenzione. Fare in modo che l’intenzione sia presente il più possibile e sia pura il più possibile. Presente il più possibile significa che non bisogna agire dormendo, per abitudine, ma restringere quanto è possibile l’influenza della pura abitudine; significa invocare l’intervento della intenzione positiva, attuale, esplicita. E con la luminosità della coscienza, che sempre si scruta e pertanto è in grado di illuminare gli altri, salvaguardare sempre la purezza assoluta di questa intenzione. Finalmente ho detto che l’esigenza dell’impiego economico della vita è la brama della perfezione. Salire sempre: oggi meglio di ieri; domani meglio di oggi. Ma per fare tutto questo, per fare l’armatura in cemento armato che regga tutto questo, anche nelle sue forme apparentemente bizzarre, ci vuole il metodo. – E adesso parliamo brevemente del Metodo. Parlo del metodo con la iniziale maiuscola, non di uno dei metodi qualunque. Libertà di spirito! Tra i metodi, ognuno può scegliere quello che più gli piace, quello che si confà alla propria vocazione, attività ecc. Io vi parlo del metodo come ragione fondamentale di organizzare la propria vita. In che cosa consiste questo metodo? Consiste nell’arte — l’arte che nel senso scolastico e non estetico è un complesso di regole — di disporre razionalmente le cose in ordine al proprio fine. Perché la dottrina del metodo entri costruttivamente nella nostra vita, bisogna parlarne con una certa finitezza. Del metodo si può parlare dal punto di vista materiale e formale. Parliamo prima del metodo dal punto di vista puramente materiale. Il metodo consiste in questo: anzitutto prendere visione e conoscenza delle cose, poi soppesarle, poi distinguerle, poi distribuirle nel tempo, nello spazio, nelle persone e nelle cose. È sempre dalla visione, dalla ponderazione, dall’esame delle cose che è possibile arrivare alla distinzione, divisione, discriminazione e distribuzione delle cose. Distribuzione nel tempo, nello spazio, nella caratura, nell’importanza e perfino nelle persone, nei rapporti sociali, nella vita di relazione. Quando si è giunti alla distribuzione, bisogna fare il collegamento delle cose, perché essa sia razionale, quindi la sintesi. Questo è, a grandi linee, il metodo. E queste parole applicatele alla preghiera, al lavoro, al periodico che stampate, alla missione, alla vostra anima, alla vostra vita interiore, alla vostra vocazione, e capite subito che cosa vogliano dire. Avete capito che cosa vuol dire metodo? Vuol dire tenere l’intelligenza in mano e farla funzionare! Applicate questo principio a tutto e vedrete come cambieranno le cose! Oh! mica detto che la vita debba diventare un osso o un chiodo da succhiare. No, no! Perché posso anche decidere di divertirmi, bene naturalmente! Ma mi diverto sul serio. Posso decidere di darmi all’amena conversazione, senza dir male di nessuno, beninteso, senza scandalizzare nessuno. Ma l’ho deciso io, non è che sia accaduto così, per caso. La vita di molta gente può essere paragonata a quella di un individuo che esce di casa e non sa bene che cosa debba fare. Avrebbe tante cose da sbrigare, sì, ma non ha bene in testa quale, non ha pensato a quale debba sbrigare per prima. Intanto mi metto per strada. Si mette per strada, bighellona un po’ a destra e a sinistra e dimentica ogni cosa; trova uno e si mette a parlare e prende una strada laterale, perché quello prende una strada laterale. Poi si congeda. Bighellona ancora un po’, poi, prima di riprendere nuovamente il filo delle cose, ne trova un altro. E così passa la mattinata. A mezzogiorno: Ma guarda un po’ come sono stanco, sono stato in giro e non ho concluso niente! Ho tanto da fare! Oh che vitaccia! Pare impossibile: la gente che non combina niente è sempre a dire che muore dal lavoro. Ed è poi la gente che non studia, che non si tiene aggiornata, che non approfondisce le questioni, insomma che non combina niente. – Vengo ora alla considerazione che ho chiamato formale, e cioè sostanziale. Bisogna che il metodo abbia i suoi strumenti. Ed è qui dove s’arriva alla parte più delicata del metodo. Alcuni strumenti sono importantissimi, sono massimi, ma sono talmente noti a tutti per cui non occorre che io ne parli. Sono la direzione spirituale, il consiglio, l’uso del sacramento della penitenza, la lettura di libri buoni, l’osservanza degli statuti quando si vive in una vita che è regolata da statuti e da regolamenti. Sono tutti strumenti sostanziali del metodo. Però questi li conoscete. Io voglio parlare di quelli dei quali si parla un po’ meno o, meglio, di quelli ai quali si pone meno attenzione. Bisogna avere delle idee in testa. Ecco, gli strumenti del metodo: sono le idee in testa, cioè talune grandi convinzioni generali della fede che, ora l’una ora l’altra, diventano idee forza e idee vita. Qualcuno potrà trovare più adatta a sé stesso la spiritualità ignaziana, che è tutta impostata essenzialmente sulla obbedienza; un altro potrà avere una maggiore tendenza verso la spiritualità berulliana, perché è rimasto affascinato dal mistero dell’Incarnazione e, con quest’idea sempre in testa, ha il motore che lo manda avanti, un motore che provvede anche all’illuminazione, alla forza, al ricupero nei momenti di tedio, nei momenti di stanchezza, di opacità spirituale, di oscurità, magari di notte oscura. Un altro potrà piuttosto avere la tendenza verso una spiritualità benedettina, domenicana, francescana e via via. Faccia come crede! Ma bisogna avere in mente delle idee forza. E qui, siccome Iddio ci ha lasciati liberi., mentre si accetta tutto quello che è il deposito della fede, a uno potrà venir bene come motore un punto piuttosto di un altro. Purché lo applichi bene naturalmente. – Vedete, esiste un certo tipo, un certo angolo, una certa area in questo mondo, dove si ha molta simpatia per una certa spiritualità tutta quanta volta a considerazioni di cose alte, altissime, tre volte altissime! e poi si dimentica di mettere i piedi per terra. Nell’area alla quale io adesso mi riferisco concretamente, a percorrere tutta la letteratura spirituale, quasi mai si sente parlare di umiltà, quasi mai! Quindi, nello scegliere le cosiddette idee forza, andiamoci adagio. Stiamo attenti a tenere in mano la nostra testa, a non lasciarcela impallinare con cose astruse, cerebrali, fuori della naturalezza, della verità e della realtà. Per avere un metodo, bisogna pensare a crearsi quella serie di principi, di norme, che vengono bene per il proprio temperamento! Qui c’ è molta libertà; però attenti! Faccio un esempio, e questo fa parte del metodo sostanziale. Supponiamo che ci sia una persona che ha la dote incredibile di offendersi sempre. Uno cammina un po’ più svelto, e questa si offende. Perché? Quello ha camminato in fretta per sfuggirmi. Un altro incontra una persona che gli dà il buongiorno, ma non glielo dà col tono, con la modulazione giusta. Ci sta male, ha il mal di fegato tutto il giorno. Accade un po’ come diceva la Perpetua a don Abbondio : « Lei si offende anche se le si fa coraggio ! ». Penso che non vi siano tra voi campioni di tal genere, ma non si sa mai, potrebbe anche darsi che qualcuno abbia tendenza a offendersi di tutto. E allora bisogna che arrivi a capire che non fa bene. Ma poi a questo mondo bisogna arrivare al punto di non offendersi di niente, perché è molto più economico, si vive più a lungo e soprattutto si ama più Iddio, si ha maggiore disponibilità di noi, si evita un sacco di querele e di musi. Suppongo di avere da fare con un tipo del genere e gli ragiono. Lui mi interrompe: Ma la gente è cattiva… il tale ha detto questo e quello: non ho ragione di offendermi? Io gli rispondo: Mettiti in testa un principio, e ne illustro uno per esemplificare, ma possono esservene molti altri. Ecco il principio: gli uomini in media hanno cinque logiche al giorno. C’è chi ne ha due, pochi ne hanno una, e quelli sono tutti di un pezzo, sono diamanti, e diamanti che sul mercato si trovano raramente; c’è chi ne ha tre, quattro, fino a quelli che hanno ventiquattro, venticinque logiche al giorno. Allora, facendo una media e cercando di essere caritatevole verso il prossimo, sono arrivato alla conclusione che la media deve aggirarsi sulle cinque logiche al giorno. Quando mi dicono : « Sa, il tale ha detto la tale cosa », applico il principio: A che ora l’ha detta? Ah, ma l’ha detta prima di mangiare. È la logica di quando si ha fame, che è diversa, molto diversa da quella dopo il pranzo; la logica di quando si ha sonno, e quella è ben diversa di quando si è ben svegli; e così dopo una buona notizia o dopo una cattiva notizia. Sono tutte diverse. E allora non prendertela troppo sul serio. Col principio delle cinque logiche si arriva a capire che alla maggior parte di ciò che dicono gli uomini non è il caso di dare troppo peso. E così, aiutandosi con un po’ di logica, non ci si offende. Poi, con un po’ d’esercizio, non c’è neppur bisogno di questa logica: si tira dritto e tutto è finito. Se c’è qualche cosa da aggiustare, ci penserà il Signore. – Ma concludiamo. Il metodo sostanziale non soltanto esige le idee forza, ma richiede pure che ci si faccia quell’armamentario di idee, di principi, di formule che, considerato il nostro temperamento, i nostri difetti, le nostre carenze, ci permettono di campare alla meno peggio, di mantenere la pace della coscienza, i buoni rapporti con gli altri, senza crearci continuamente, a causa delle nostre debolezze, un sacco di imbrogli e di bastoni fra le ruote e perdere così il nostro tempo e sottrarre qualche cosa alla carità verso Dio e verso il prossimo. – Vita economica! È la considerazione della morte che fa apprezzare la vita, e l’apprezzamento della vita dice che bisogna vivere economicamente. Non si può disperdere niente. I ceri sull’altare è bene che brucino interamente e non colino, perché quel che cola si perde; che si trasformino tutti in fiamma, che la materia serva soltanto ad alimentare la fiamma. Niente di sprecato. È la grande cura che dobbiamo avere della nostra vita. Bisogna avere questo armamentario nella mente. Perché se non c’è, noi non facciamo frutto.

(6 – Continua ...)