GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (12)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (12)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

12. La orazione eucaristica

Il quadro di famiglia che Nostro Signore Gesù Cristo ha delineato intorno all’Eucaristia ci porta a considerare un altro elemento, quello dell’intimità, perché l’intimità è propria della famiglia. Questo discorso potrebbe allargarsi in diverse direzioni, ma per ragioni di tempo conteniamolo in un punto solo, il colloquio con Nostro Signore, cioè l’orazione. Questa orazione — parlo della orazione eucaristica, ma quello che dico può valere per qualsiasi tipo di orazione — ha l’aspetto di un colloquio. Vorrei dire che questo colloquio diventa un elemento caratteristico dell’iter che dobbiamo fare con Gesù Cristo. Perché io attiro la vostra attenzione sulla orazione eucaristica? Perché prima di tutto nella S. Comunione — a parte la preparazione che tutti sanno che va fatta e fatta bene — il nostro apporto è dato da questo discorrere con Nostro Signore. Pertanto il parlare della orazione eucaristica risolve anche il punto pratico più interessante a proposito della S. Comunione. Ma c’è un altro motivo anche più pratico che ritengo di dover delineare subito per indicare gli elementi che facilitano la orazione eucaristica. Mi rendo ben conto che il problema, quando si tratta di orazione, è sempre questo: Beh, io comincio, mi metto lì, poi a un certo punto non so più che cosa dire, e allora… mi attacco a ripetere sempre la stessa cosa, senza fine. Intanto è già una gran cosa ripetere, tanto più che la ripetizione è quella che può consumare, nel senso di portare a esplicitazione completa, l’amore di Dio. Si può fare benissimo! Ma mi rendo anche conto che quando si parla di orazione eucaristica, di colloquio con Nostro Signore Gesù Cristo, bisogna anche un po’ insegnare come si fa a parlare. È lo stesso problema che occorre a proposito della meditazione. Perché, vedete, la oratio eucaristica, e cioè la orazione che si fa davanti al SS. Sacramento, sia in chiesa che in qualsiasi punto del pianeta — quando in chiesa si è impediti di venirci col corpo, ci si può venire con la mente e col cuore — in realtà può diventare la orazione di tutta la vita. E allora veramente per questa strada si arriva a portare a perfezione una vita che sia, come è logico, come è da suggerirsi a tutti i Cristiani, incentrata in Nostro S. Gesù Cristo presente là dove Lui si è messo presente, cioè nell’Eucaristia. E vorrei affidare a questo discorso sulla orazione eucaristica la ripetizione della verità che ho già ricordato, e cioè che la pietà eucaristica non la si fa soltanto con le ginocchia o con la gola, facendo delle grandi genuflessioni e cantando, perché talvolta può anche accadere che intere ore di orazione siano fatte soltanto con le ginocchia e con la gola e nient’altro. Ci vuole qualche cosa di più. È tutta quanta la vita che viene ad armonizzarsi, a razionalizzarsi, a organizzarsi intorno a Nostro Signore. – La orazione eucaristica deve essere una orazione d’intimità. Perché? Perché la orazione eucaristica ha sempre il carattere di un dialogo: si parla con Nostro Signore. Non è mai un monologo, è sempre un colloquio. Questo colloquio, poiché da Nostro Signore è stato collocato nell’atmosfera di famiglia, di una famiglia divina, deve prendere sempre il carattere della intimità. Io ho già dovuto dire qualche cosa a proposito della intimità con gli altri: la intimità della carità con i fratelli, dell’amicizia, e ho ricordato che è un elemento fondamentale; ma ora, trattandosi di parlare con Nostro Signore Gesù Cristo, il che è una questione un po’ più alta, devo riprendere il discorso e dire quello che non ho avuto occasione di dire quando parlavo della intimità con gli altri, di quella intimità bene inteso onesta e sincera che ha luogo anche nella vita umana, nell’ambiente familiare e in tutti quegli ambienti che riproducono in qualche modo la stessa atmosfera del focolare domestico. – La preghiera deve essere d’intimità, bene! La intimità da che cosa risulta? Vediamo un po’ gli elementi dei quali è fatta la intimità. Il primo elemento è una comunanza: bisogna che ci sia qualche cosa di comune. Perché la fusione propria della intimità avviene su qualche cosa di comune. Se non c’è qualche cosa di comune, non si realizza l’intimità. E allora perché la preghiera e il colloquio con Nostro Signore raggiunga l’intimità, deve avere qualche cosa di comune. Che cosa di comune? L’apprezzamento dello stato di grazia. Quando si è nello stato di grazia, si ha la partecipazione della vita divina. La grazia è una partecipazione della vita divina, elemento che ci mette in comunità, in comunione di vita con Nostro Signore, comunione reale, non solo psicologica; è ontologica questa. – Ma noi dobbiamo cercare di spingere al massimo questa comunità di qualche cosa. Ed è quando con Nostro Signore ci si sforza di portare l’animo nostro ad avere le gioie e i dolori che ha avuto Lui nella sua vita terrena; avere le approvazioni e le disapprovazioni che Egli, giudice eterno, ha nella sua eterna saggezza, nel suo beneplacito, Egli, Signore delle cose. Quando noi la portiamo a questo, la comunità, la intimità aumenta. Per esempio io aumento la intimità con Nostro Signore se l’elemento comune, che poi porta legna al fuoco da ardere, sono le preoccupazioni della Chiesa, le preoccupazioni delle anime, le gioie della Chiesa, le gioie delle anime, tutti i bisogni che si conoscono, perché i bisogni di tutti gli uomini sono cose che interessano il Cuore divino; e allora, se noi entriamo su quelli, siamo subito in comunione. Non dimenticate! Vedete come incomincia a diventare facile la orazione eucaristica! Non si finisce più. Perché se nella orazione eucaristica uno, mancandogli assolutamente tutto, non solo i ceppi da gettare sul fuoco ma anche i sarmenti e perfino le foglie secche, comincia a dire: Signore, vedi, conosco il tale, poveretto, guarda un pochino, non se la sa cavare, così…. Lo sai, d’accordo, ma aspetti che te lo dica io. Abbi pietà di lui. Guarda ! Poi c’è l’altro e poi l’altro ancora. C è questo e poi quello. Quando uno non sapesse più cosa dire, soltanto che si metta su questo elemento che gli viene indicalo dalla comunità, non la finirebbe più. Io ho goduto quando ho sentito leggere certi punti nella vita del santo Curato d’Ars. L’hanno inteso pregare a voce alta — a voce alta si prega anche meglio — e ho goduto di sentire che stava facendo una preghiera di questo tipo. Badate che con una preghiera di questo tipo si può fare una orazione eucaristica che duri anche tutta una notte, perché di esemplari sui quali portare la nostra attenzione benevola e supplichevole ce ne sono tanti. E ci si trova nella intimità, perché si parla a Dio, a Gesù Cristo, di coloro che Egli ama, di coloro per i quali egli è andato in croce. La prima caratteristica della orazione eucaristica è la intimità. La intimità si basa sulla comunione, sulla comunità dell’oggetto, su degli elementi comuni. Guardate che la intimità è fatta di fiducia completa, la intimità è il « rilascio » dell’anima di uno verso l’anima dell’altro. Il rilascio, espresso in termini meno materiali e più esatti, è la fiducia. E la preghiera eucaristica acquista una intimità quando, oltre la comunione, la comunità dell’oggetto, ha la infinita fiducia. È quella fiducia in Nostro Signore Gesù Cristo che prende il carattere dell’abbandono. – La intimità non solo si fonda sulla comunione dell’oggetto, sulla fiducia, ma si fonda anche sulla semplicità. Tutto ciò che è arzigogolo guasta la intimità. L’intimità è un filo diretto. È una linea retta brevissima. Basta che faccia un cerchio perché la intimità s’illanguidisca. Quindi la semplicità dell’animo e la generosità del cuore, cioè l’amore che dona, che cerca; il cuore largo, il cuore aperto. Questi sono gli elementi con i quali si fa la intimità. Io mi sono fermato a esaminarne con una certa lunghezza uno, ho appena sfiorato l’altro, e ho accennato agli ultimi. Badate bene che tutte queste cose, a farne la radiografia, rivelano una ricchezza enorme per la oratio eucaristica, per il colloquio con Nostro Signore. – Ora andiamo avanti ed esaminiamo un altro elemento che si prospetta in modo diverso, ma che arricchisce stupendamente ed è il fondamento della orazione eucaristica. È l’atto di adorazione. L’atto di adorazione che cosa è? È il riconoscimento della sovraeminenza propria di Dio Signore e Creatore, della sua infinita eccellenza, della sua infinita superiorità. Il riconoscimento è adorazione. Ora la adorazione nella orazione eucaristica è una cosa necessaria, anzi è la prima, è preminente. Non è uno stato come la intimità. È un atto la adorazione. Ecco perché se ne distingue. Tuttavia può sembrare che possa essere esaurita subito: Signore, io ti adoro! Ti riconosco Padrone di tutto, Signore del cielo e della terra! Sei infinito, sei santo, sei perfetto. Amen. E poi? Finisce lì. Eh no! Non finisce lì. Attenti bene. Qui si apre un’altra ricchezza immensa. Perché? L’atto di adorazione non può essere inteso soltanto teorico. Perché se è inteso soltanto teorico, io pronuncio delle parole, dico: Signore, tu sei il creatore del cielo e della terra: adoramus te, benedicimus te, e giù fino in fondo, e poi è finito. Ma l’atto di adorazione concreto, pratico, è l’accettazione di Dio. È l’accettazione in concreto della superiorità divina. In poche parole è la conformazione, prima e soprattutto, della propria volontà alla volontà divina, e poi conseguentemente la conformazione di tutte le proprie azioni alla divina volontà. È la osservanza della legge, l’adorazione in concreto. Ora posso anche rendermi conto che la adorazione in concreto, l’osservanza della legge, la si fa anche dopo la orazione eucaristica, la si fa poi nella vita. La si fa lì, la si fa dovunque. Quello che invece emerge, proprio ai fini della orazione eucaristica, della sua ricchezza, è l’atto della uniformità della volontà propria alla volontà divina. E può essere fatto nella orazione sia come rettifica del passato, rettifica di tutto quello che è stato non accettazione, non uniformità della volontà propria alla volontà di Dio, sia come accettazione di tutto il presente e come premessa del futuro. Ora vedete che sorta di ricchezza è questa! Noi nella nostra vita non potremo avere un bene uguagliabile a questo, al di sotto della grazia del Signore, di avere l’abito della uniformità della volontà nostra alla volontà di Dio, che è l’abito morale proprio corrispondente all’atto della adorazione. – Ma agli effetti della preghiera e della adorazione eucaristica in sé stessa, ammirate un po’ che sorta di ricchezza. Se uno, quando è a colloquio con Nostro Signore e nella sua adorazione, comincia a dire: ecco io ho fatto questo, e la volontà perfettamente uniformata alla volontà di Dio non l’ho avuta, aggiustiamola! Ho fatto quest’altro, e lì le cose non erano del tutto secondo la legge di Dio, aggiustiamole! E se le fa passare, e le esamina, e trascina la vita propria, il proprio ricordo, la propria memoria davanti a Gesù Cristo, nella sua nudità, con la sua deformità, umilmente, e fa la rettifica, oh! ne viene fuori uno di quegli atti di adorazione che rintronano anche gli orecchi degli Angioli! Pensare e richiamare tutti gli elementi che sono difficoltosi nella propria esperienza spirituale e nella propria vita, richiamarli tutti e in tutti fare la rettifica della volontà: io voglio così, deve essere così perché così è la tua volontà. Vedete come allora può diventare incredibilmente ricca la orazione eucaristica, mentre diventa incredibilmente proficua ai fini morali di irrobustimento della propria vita. Perché noi la perfezione la troveremo sempre nella uniformità perfetta e concreta della nostra volontà alla volontà di Dio. E, vedete, è un esercizio questo che bisogna fare e farlo molto. Farlo quando si è al tempo delle vacche grasse affinché serva quando si arriva al tempo delle vacche magre. – Perché ci sono poi i momenti di aridità; i momenti di abbassamento, i momenti in cui cascano le ali a terra. Siamo uomini, poveretti! Si capisce che quando arriva lo scirocco, ci si sente più snervati. Quando arriva la tramontana si dirà: è freddo, ma si diventa più gagliardi. Le stesse cose succedono anche nella vita dell’anima. E allora che cosa è che salva e rende facile la uniformità alla volontà di Dio nei momenti delle vacche magre, cioè quando le faccende tentano allo stordimento, alla confusione e alla tentazione e soprattutto alla aridità spirituale? Quando avvengono certi traumi, certi choc psichici per cui succede nella nostra anima quello che succede quando si prende inavvertitamente una boccata di brodo che è ancora bollente, a cento gradi, e si rimane con la bocca tutta quanta bruciata per cui fino al giorno dopo non si sente più gusto di niente. E questo sarebbe poco, purché non succeda altro, che non si facciano delle piaghe. – Si hanno degli choc psichici, a volte, che producono questo effetto: di far perdere completamente la sensibilità, il gusto delle cose spirituali. Mettono veramente a terra. Oppure quando si debbono affrontare grandi decisioni, accettare dei dolori, accettare cose che possono fare anche spavento. Cari miei, allora viene bene l’esercizio della uniformità alla volontà divina. – La orazione eucaristica ha altri aspetti. Dopo la adorazione viene il ringraziamento. Guardate che cosa rappresenta per la nostra vita il ringraziamento inteso in concreto. Perché il ringraziare è il riconoscimento di un benefìcio ricevuto. Ed è quella certa forma di restituzione fatta con un atto affettuoso, con un riconoscimento affettuoso e con un atto spirituale di amore, di generosità, di ammirazione, una certa aliquale restituzione del bene che si è ricevuto. Quando io dico grazie, esprimo questo: mi hai fatto una cosa che mi ha fatto del bene, mi ha fatto piacere. Ti vorrei restituire qualche cosa. Riconosco anzitutto che mi hai fatto qualcosa e ti restituisco un atto di affetto. Ecco, questo è il ringraziamento. Però — ed è qui dove si vede la ricchezza pratica dell’inserimento nella orazione eucaristica del ringraziamento — l’atto del ringraziamento contiene sempre il giudizio sulla bontà delle cose. Questo significa che quello di cui io dico grazie, mi accorgo che è un bene. Se grazie lo dico distrattamente, per abitudine, non penserò a niente, sono quelle frasi che assumono quasi il valore di una interiezione. Ma se grazie lo dico sapendo quel che dico, in quel momento dico: questo è un bene, cioè riconosco che è un bene. – Sentite, miei cari amici, potete voi provarvi a pensare come cambia tutto il panorama della nostra vita spirituale se ci abituiamo a considerare che tutte le cose che Dio ci ha dato sono beni e che noi generalmente non consideriamo? Perché tutto passa in giudicato, passa nel comune, passa nel diritto e non se ne parla più. Ma se ci soffermiamo e facciamo questo atto di educazione di considerare le singole cose e accorgerci che sono un bene, allora si sostanzia l’atto del ringraziamento. Ne ho di cose di cui mi posso accorgere che sono un bene! Non la finiamo più nessuno di noi, perché i beni che abbiamo ricevuti sono infiniti. Noi gretti, che guardiamo quasi sempre nella mano dove c’è vuoto e non guardiamo mai nella mano dove c’è pieno e pertanto ci lamentiamo! Ma se siamo giusti, siccome sono molto di più le cose che abbiamo di quelle che non abbiamo, per giustizia dobbiamo prenderne atto: sì, questo è un bene, lo riconosco. Non nel dimenticatoio, non nella oblivione, non nel disprezzo, non nel non conto. Atto di giustizia. Questo è bene, quest’altra cosa è bene. Signore tu me l’hai data! Enumerare i beni! Anche in capo alla giornata! Ma insomma che oggi vi sia il sole non è una cosa bella, non è un bene? È sempre meglio che vi sia il sole che il tempo uggioso, che deprime, snerva, irrita. Siamo circondati di beni! Tutta la nostra vita è stata una continua elargizione di beni da parte di Dio. E se è così, ringraziamolo! – Vedete che non ci si ferma più, se vogliamo essere esatti. E di cose da nutrire la orazione eucaristica quante ne arrivano! Ma c’è un altro fatto che ha un risultato morale: la nostra vita, quando cui mi accorgo che è un bene, si accende una lampadina nuova! E io, continuando la elencazione e accorgendomene: questo è un bene, quest”altro è un bene, questo è un altro bene, aumento continuamente la luce. È verissimo questo: le anime liete sono quelle che vivono di riconoscenza. Il segreto della gioia è vivere di riconoscenza. Per la ragione che è riconoscenza vera, s’accorge del bene. Insomma, riconoscenza significa contemplazione del bene. Se uno si va a mettere per tutta la vita dinanzi a un lebbroso che si disfa, dinanzi a un cimitero stravecchio dove tutte le cose pare abbiano il tedio persino della eternità; se uno si mette sempre davanti a cascamorti, a gente che deve storcere sempre la bocca, gente che deve sempre capire a rovescio, parlare a rovescio, interpretare a rovescio, che deve predire dolori, che deve predire sciagure; che deve far cascare il mondo, catastrofi, apocalissi… a un certo punto, poveretto, gli viene un infarto! Finisce con l’avere il muso lungo anche lui: muso lungo di fuori e muso lungo di dentro. L’ha con gli altri e l’ha con se stesso; va tutto male, mangia limoni dalla mattina alla sera! – Il discorso potrebbe farsi lungo, ma bisogna che andiamo avanti. C’è la propiziazione. Il chiedere perdono. Basta enunciare: capite subito quale ricchezza porti questo terzo punto alla orazione eucaristica. C’è poi la impetrazione. Ah! Qui qualche parola bisogna spendercela, e vedrete la ricchezza che nella orazione eucaristica anche questo elemento può portare all’animo nostro nel colloquio con Nostro Signore Gesù Cristo. Chiedere. Ma se ci mettiamo a chiedere, possiamo non finirla più. Quanto lui ci ha incoraggiato! Ci ha detto: «Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto», e ha aggiunto : « Sine intermissione orate ». Dunque si tratta di chiedere. C’è da chiedere per noi, per gli altri, per la Chiesa, per chi ne vuole e per chi non ne vuole, per chi sta bene, per chi sta male, per chi canta, per chi ride… per tutti. Si può chiedere per tutti. E siccome il buon Dio allarga la manica quanto più noi chiediamo e s’aumenta l’effetto della nostra preghiera se chiediamo insistentemente e se chiediamo di più e per i più, questa manica facciamola allargare! Andiamo avanti e cerchiamo di arrivare, almeno sommariamente, in fondo all’argomento di questa oratio eucaristica. Vedete! Questa orazione eucaristica può arrivare e deve arrivare a uno stato anche contemplativo., Intendiamoci -. io non parlo della contemplazione mistica, cioè quella che presuppone uno stato carismatico, che viene da una grazia speciale, da un miracolo che fa Iddio. Ma stiamocene pure in quella che non è contemplazione straordinaria, e cioè la orazione eucaristica che può arrivare a quello stato di quiete in cui non c’è più il fatto discorsivo, il fatto della successione delle immagini, ma il fatto dell’intelletto che, seguendo l’affetto del cuore, rimane fisso in Dio. Fisso, non addormentato eh, intendiamoci, fisso, che è una cosa diversa. Fisso su verità che riguardano Iddio, lasciando l’azione a un fatto penetrativo; quel fatto penetrativo che consiste nel guardare con l’intelletto, sostenendo la volontà il cuore, per cui una verità, che a guardarla sembrava nuvolosa, si dipana, diventa chiara. E allora in questa fissità dell’intelletto, senza fatto discorsivo, cioè senza successioni d’immagini o passaggio da maggiore a minore in un ragionamento, una verità diventa sempre più chiara, abbagliante. Questo può accadere e può accadere senza che occorrano grazie straordinarie. Quindi è una certa quale orazione di quiete. Una certi quale, intendiamoci, non la orazione di quiete di S. Giovanni della Croce, di S. Teresa, di S. Lutgarda e di S. Matilde’. Beati loro! È una orazione di quiete, di una certa qual quiete che è possibile al comune Cristiano. È evidente che l’arrivare a questo stato di contemplazione, di aliquale orazione di quiete, suppone una pace nell’anima, suppone aver placato quel certo sommovimento psicologico, aver fermato il passeggio indebito della fantasia — che a volte viene bene, soccorre perché con le sue trovate e con i suoi cartelloni e con i suoi ritagli aiuta — suppone aver fermato tutto questo. E pertanto il fatto contemplativo in qualsiasi orazione e anche nella orazione eucaristica della quale stiamo parlando non è il più facile, intendiamoci. Ma è possibile. E non è detto che a brevi tratti, a frammenti, non si possa intercalare, infilare in mezzo a tutto il rimanente della oratio eucaristica. E può essere anche che, a forza d’infilarcelo anche per pochi istanti, qualcuno riesca a portarlo avanti per qualche minuto; e poi può essere anche che gli accada di portarselo avanti per qualche ora: Dio sia benedetto! E sia benedetto anche colui al quale ciò succede. Però non è una cosa facile, ma ci si può arrivare. – Allora lo sguardo dell’intelletto è fisso a Gesù Cristo o a qualche verità, in quella fissità però nella quale, senza fatto discorsivo dell’anima, l’oggetto stesso, da solo, lo muove, e passa dallo stato nebuloso allo stato più luminoso, dallo stato chiuso allo stato aperto, dallo stato generico allo stato dettagliato; e può arrivare anche a una luce abbagliante. E può anche lentamente presentare, quasi si direbbe, delle risposte — non parliamo di cose miracolose — da parte di Dio, cioè sottoporre all’intelligenza che rimane così fissa in Dio dei principi o delle verità che, pervenute in quel momento, sono come la presentazione di una risposta. Perché ci può essere, al di là della orazione di quiete, un dubbio, una istanza che pencola nell’anima. E può accadere, in questa orazione di quiete, permettendolo Iddio, che l’oggetto si dipani da solo e venga a mettere davanti al naso proprio quella cosa che occorreva considerare per risolvere un dubbio, Allora Dio sia benedetto! Intendiamoci, è cosa diversa dall’intervento, dalle voci; per carità, non parliamo di quelle cose lì perché è talmente grave il pericolo dell’isterismo, che bisogna starsene bene attenti. Vedete che cosa è, che cosa può essere la orazione eucaristica! Come si può dipanare con la stessa ampiezza con la quale s i dipana il moto dell’onda nel mare immenso, che si riproduce, si risolleva, ripete il suo ritmo fintanto che forse, a distanza di migliaia di chilometri, trova la sponda. La sponda è l’eternità! Nel caso presente è la orazione eucaristica, il colloquio con Nostro Signore. – Perché il Signore sta lì? Sta lì perché noi camminiamo nella nostra vita con Lui. Ma capite bene che camminare nella vita con Lui non è semplicemente muovere delle gambe e mettersi dei chilometri dietro alle spalle. È un’altra cosa! È un movimento di virtù che s’ispira all’Eucaristia. È  un movimento dell’intelligenza che vive di tutta la realtà teologica, dogmatica, evangelica che sta nell’Eucaristia. È accendere il fuoco che Lui ha acceso intorno all’Eucaristia: la caritas, che ha il suo più grande fondamento nella humilitas. Ma è il parlare con lui partendo dal fondamento di quello stato di grazia che ci rende consoni e partecipi della stessa natura divina e che mette una comunanza tra noi e Gesù Cristo, dinanzi alla quale impallidiscono tutte le altre comunanze o comunità che possono annoverarsi nell’ordine meramente naturale. Parlare con Lui tutta la vita! Ora voi traducete e capirete il valore dell’ora di adorazione, il valore della visita al SS. Sacramento, capirete il valore della visita fatta al SS. Sacramento anche da lontano. Anche da lontano! Quando camminerete e incontrerete una chiesa, non dimenticatevi mai di parlare con Lui, anche se non vi entrerete. Quando vedrete un campanile, ricordatevi che c’è Lui e sappiate parlare con Lui, sia pure brevissimamente. Non è detto che gli altri se ne debbano accorgere, non occorre affatto. Sono affari che si sbrigano dentro sé stessi! Ma l’iter con Gesù Cristo ha una parte importante, una parte dirimente, una parte vitale nel colloquio con Nostro Signore Gesù Cristo. – Allora camminiamo con Lui! Che non accada, come è accaduto ai due discepoli che fino a Emmaus non si sono accorti di niente. Soltanto avvertivano un certo calore dentro. Apriamo gli occhi prima! Loro avevano parlato con Lui; ma avevano parlato senza accorgersene. Noi parliamo con Lui accorgendocene e ripetendo sempre, come hanno ripetuto quei due poveri uomini che in fondo finivano con lo scappare sconsolati da Gerusalemme e poi sono tornati indietro: « Mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit ». Rimani con noi,Signore, perché si fa sera! Già, si fa sempre seranel mondo, perché c’è la caducità delle cose, perchéc’è il volgersi del sole; c’è il volgersi dellestagioni e degli anni, c’è in tutto il ridursi all’umiltàdella morte. E allora il colloquio deve durare:

« Mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit!».

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GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (11)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (11)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

11. La vera carità

Il collegamento fra la nostra vita eucaristica e la virtù della carità è talmente grande, talmente fondamentale, per volere di Nostro Signore Gesù Cristo, che noi dobbiamo ancora insistere su questo concetto e sulle sue pratiche conseguenze. Già vi ho fatto vedere che nella mente del nostro Divin Salvatore la carità fa veramente parte della cornice e dello sfondo della vita eucaristica, della pietà eucaristica. – La virtù della carità va pratìcata come l’ha praticata Nostro Signore Gesù Cristo. Che sostanza ha dato Nostro Signore Gesù Cristo alla parola: amare il prossimo? L’ha data in due modi: parlando e facendo. Parlando, egli ha detto chiaramente che se noi non ameremo il nostro prossimo anche quello che non ci è bene viso, saremo come i pagani. Ha detto chiaramente che l’amore verso i propri fratelli è complementare dell’amore di Dio,  e pertanto fa parte del primo e supremo di tutti i precetti che racchiude tutta la Legge e i Profeti: amare Dio e amare il prossimo. L’amore del prossimo va distinto, per l’oggetto, dall’amore di Dio, ma è parte complementare delle stesso amore di Dio. Nostro Signore ha detto che il prossimo va amato come amiamo noi stessi. Sono parole grandi e tuttavia hanno bisogno di una spiegazione pratica che è data dal modo in cui si è comportato Gesù Cristo stesso. Allora si raggiunge veramente la sostanza della carità verso il prossimo. – Nostro Signore per amare noi uomini ha fatto così: ha fatto di sé stesso, Dio, un uomo. Ossia ha fatto di sé stesso quello che sarebbe venuto bene per noi. Se non si fosse fatto uomo, non avrebbe potuto redimerci; non sarebbe stata possibile, in via di giustizia, la soluzione del peccato del mondo, del peccato di tutti gli uomini. Tutto questo è legato al fatto che s’è fatto uomo come noi, avendo preso la umana natura per mezzo di una madre come abbiamo fatto tutti noi. Cioè Egli ha amato noi non soltanto, come talvolta potrebbe sembrare in questo mondo, con la sua borsa — tanto non l’aveva, non l’ha mai voluta avere, l’ha lasciata portare agli altri — o con altri elementi estranei a sé, no; ha amato gli uomini con sé stesso, facendo di sé quello che veniva bene per gli uomini. E allora ci ha dato veramente l’indicazione di come si faccia ad amare il nostro prossimo. Questa è la grande indicazione che distingue la carità dall’amore umano, dall’umanitarismo, dalla filantropia e da tutte le altre cose o piacevolezze che si vanno dicendo talvolta in questo mondo; che distingue la socialità cristiana da tutto ciò che non è socialità cristiana. Il prossimo lo si ama così: facendo di noi delle persone talmente complete, buone, umili, sante, equilibrate, talmente a posto da essere sempre il principio della vita e della gioia, della serenità e della pace, della concordia e della riconciliazione per tutti gli altri. Ecco la carità: una moglie ama il marito se fa qualcosa per cui il marito sta bene; il marito ama la moglie se fa qualcosa per cui la moglie sta bene. E così l’amico per l’amico, il compagno per il compagno, il collaboratore per il collaboratore. Tra gli uomini questa è la grande legge: si amano gli altri facendo noi buoni in modo che gli altri stiano bene, come ha fatto Nostro Signore Gesù Cristo. E allora si comprende come la virtù della carità venga descritta da S. Paolo nel cap. XIII della prima Lettera ai Corinti con una tale sequenza di attributi che si direbbe quasi diventata la virtù totale. E tutta quella serie di attributi si compendia in questo: per amare il prossimo bisogna diventare buoni su tutto il fronte. E questo perché non dobbiamo dare agli altri soltanto delle parole o dei facili e futili sentimenti, ma qualche cosa di sostanziale, come ha fatto Nostro Signore Gesù Cristo. Non è la prima volta che vi parlo di questo argomento, ma è un argomento che non sarà mai abbastanza richiamato, perché è troppo facile che la carità verso il prossimo la si confini in un sentimento, in una specie d’istinto o addirittura in una specie di simpatia, il che non è assolutamente adeguato al concetto di carità, o che la si confini in un’abitudine di elemosina o in qualche elargizione di sorrisi di bontà e di forma quando la elemosina non la si vuole e non la si può fare o ci sembra che non sia il caso di farla. – Allora è chiaro che la virtù della carità ha bisogno della umiltà. L’elemento che più di tanto equilibra noi in rapporto ai nostri fratelli è la virtù della umiltà. Ho già detto che la virtù dell’umiltà risolve a questo mondo le questioni. È la chiave con cui si aprono tutte le porte. È l’espediente o, meglio, la risorsa con la quale si superano tutte le difficoltà, è la forza con la quale si fanno cadere tutte le muraglie, tutte le fortezze, anche quelle di Gerico. È l’arma con la quale si spuntano tutte le armi degli altri. Veramente humilitas omnia resolvit. Ora non devo fare un discorso diretto sulla virtù dell’umiltà, ma devo parlarne quale elemento potenziale per avere la virtù della carità. Badate bene che, siccome la virtù della carità è una virtù di relazione col prossimo, il fondamento di tutte le buone relazioni col prossimo sta sempre nella umiltà. Se ve ne volete convincere, provate a guardare da che parte arrivano a noi tutti i fastidi che ci dà il prossimo nostro: arrivano dalla superbia. La superbia degli altri, che poi si stempera in orgoglio, in vanità, in ambizione, in testardaggine, in gelosia, in invidia, in spirito di vendetta. Tutte parti potenziali della superbia, che è veramente il fumo negli occhi. Noi stiamo tanto bene quando troviamo della gente umile. Qualche volta questo stare bene è un po’ interessato, perché non siamo umili noi e allora ci fa ancora più piacere che lo siano gli altri, quasi perché la diversità aumenta il comodo e l’agio nostro; e questo non va bene. Tanto la umiltà si desidera dagli altri, altrettanto bisogna darla agli altri. Deve esserci una reciprocità. Gli altri, con le manifestazioni della loro superbia, ci danno veramente fastidio, ci creano una pena, sono per noi un disagio permanente. Vedendo questo negli altri, allora possiamo capire, dallo specchio, come siamo noi quando, con la nostra superbia, siamo ambiziosi, vanitosi, orgogliosi, gelosi, invidiosi, testardi; prendiamo talvolta delle grandi impennate e arriviamo alle impazienze e alle sfuriate, mettiamo su i musi, diventiamo nervosi e facciamo della gran solennità fuori posto. In sostanza si tratta di banalissime manifestazioni di superbia senza nessuna dignità. Da questo possiamo capire quanto diamo fastidio al nostro prossimo. – Voi capite che per avere la carità sostanziale secondo l’esempio che ci ha dato il nostro divin Salvatore, bisogna che ci mettiamo bene in testa che il primo dono che possiamo fare ai nostri fratelli è la nostra umiltà. L’umiltà è l’arte di sapere aver torto quando non lo abbiamo, di saperci tirare indietro, di avere così torniti i nostri sentimenti interiori che questi non abbiano a trapelare in tante manifestazioni, sia pure di sfumatura, ma che annebbiano, che lacerano la buona concordia coi nostri fratelli. Occorre, per questo, farci un’abitudine interiore, perché l’umiltà, se non è un fatto interiore, è inutile averla esternamente. La umiltà che si ha solo esternamente si chiama untuosità. E d è falsità, perché se uno, per essere umile e non credendoci affatto, dice: Io sono un somaro, io sono un’oca, è chiaro che questa non è umiltà, questa è falsità e soprattutto è untuosità. Oppure è cerimoniosità: grandi inchini, grandi scappellate e riverenze, titoli, ecc. Sono tutte cose esterne e di poco valore, che non reggono. Attenti bene! L’umiltà, per elevare, santificare, corroborare e assicurare la vita di relazione, non regge se non è un fatto interiore, se non parte dall’umile sentire di sé, da quel giudizio sincero di noi dato da noi stessi, se non parte da quella prudenza per cui, anche dinanzi a ragioni obiettive per stimarci a una determinata quota, noi abbassiamo sempre il prezzo, perché sappiamo che c’è un istinto di personalità che a nostra insaputa, incoscientemente, ci porta avanti. Con questo deprezzamento volontario, virtuoso, probabilmente arriveremo a metterci nel giusto circa la valutazione di noi stessi e quindi circa tutte le conseguenze anche esterne di contegno che vengono a dipendere da essa. Per ritornare al mistero eucaristico, vedete con quale umiltà si è presentato Nostro Signore Gesù Cristo, sotto quali apparenze si è messo. Non si è andato a mettere sotto le apparenze di una corona gemmata, di un simbolo d’oro, non si è andato a costituire chissà mai quale cosa artistica, straordinaria, ricercata, rara, ma si è messo sotto le apparenze del pane e del vino che sono il nostro nutrimento quotidiano. Le cose più semplici, più immediate. Nostro Signore ci dà questo esempio e se ne sta lì nel tabernacolo ad aspettare gente che non viene; rimane solo in tante chiese e in tante ore del giorno, tutte le ore della notte. È raro trovare dei santi Curati d’Ars che passino la notte in chiesa a pregare, a fare la parte degli altri, a fare la lampada vivente. È così difficile mettere su delle associazioni che facciano l’adorazione anche di notte! Vedete quale esempio di umiltà ci viene da Nostro Signore! La virtù della carità, proprio perché deve essere sostanziale, come mette l’accento sulla virtù della umiltà, deve mettere l’accento su qualche altra virtù. Perché se vi riducesse ad essere accompagnata da queste altre virtù, difficilmente reggerebbe. E parlo della semplicità e della sincerità dell’anima. In tutti i nostri rapporti col prossimo s’impone sempre un’istanza di chiarezza. L’istanza di chiarezza è dovuta a questo: che noi presentiamo al prossimo la nostra faccia, il corpo-materia, insomma; e per quanto la faccia abbia gli occhi e gli occhi siano le porte dell’anima che lasciano trapelare guizzi dai quali si possono capire tante cose, l’anima il nostro prossimo non la vede direttamente. La condizione naturale, imprescindibile dell’umana condizione è questo modo di essere opachi per natura, dato dal fatto che siamo costituiti di anima e di corpo, e non c’è la visione immediata tra anima e anima, che richiede sostanzialmente, perché i rapporti col nostro prossimo siano nella carità, la trasparenza. Cioè là dove esiste un corpo che è di natura sua opaco e non lascia vedere direttamente l’anima — perché l’anima può benissimo celarsi e presentarsi in spoglie completamente mentite — è necessario metterci la trasparenza. Questa è la ragione obiettiva che richiede la semplicità e la sincerità, proprio perché nelle relazioni nostre col prossimo crolla questo sipario opaco. Notate bene che ho detto due parole: non ho detto soltanto sincerità, che è la virtù morale della verità, ma ho detto anche semplicità. E la ragione è questa: che la sincerità non riesce a dare la trasparenza se manca la semplicità. La semplicicità è la negazione di ogni arzigogolo; è la negazione delle complessità, delle complicazioni, delle vie ritorte. È la negazione, insomma, di tutto quell’involgersi col quale noi facciamo perdere al nostro prossimo le tracce di quello che realmente pensiamo, anche senza dire delle menzogne. Quando manca la semplicità, non è detto che noi siamo menzogneri; non si dice il rovescio di quel che si pensa, non c’è disparità, per sé e direttamente, tra il pensiero e la parola, ma c’è un tale menare un can per l’aia che alla fine della favola si ottiene lo stesso effetto, press’a poco quasi come se si dicesse una bugia: si gira, si gira e si complica; si fanno tanti di quei giri nel labirinto delle nostre parole che si fa perdere la nozione di dove sia il nord, il sud, l’est e l’ovest. Questa è la mancanza di semplicità. Ora capite perché non ho detto che per fare cadere questo velario opaco, che è sempre pronto a erigere dei muri tra noi e il nostro prossimo, occorre solo la sincerità: perché la sincerità dà la trasparenza, ma questa trasparenza deve essere aiutata e assicurata dalla semplicità. Sì, voi potete mettere un vetro, lo so, e il vetro di natura sua è trasparente; ma se questo vetro ce lo mettete smerigliato, non ci si vede attraverso. Se voi questo vetro lo mettete sfaccettato, come si sfaccettano i diamanti, non potete vedere bene la parte di là. La sfaccettatura vi devia molti raggi e pertanto le immagini non vi possono arrivare. Ecco perché la sincerità, per raggiungere la trasparenza, per far cadere il velo della opacità, deve essere armata e sostanziata essa pure di semplicità. Non se ne può fare a meno. Che andamento sereno prende allora tutta la dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo! Come noi da questa sponda, seguendo il pensiero suo, abbiamo l’impressione di intravvedere il paradiso terrestre, l’Eden! Come si fanno belle, colorite, vive le cose! Come cambia completamente la vita, in tutti i suoi rapporti, quando sia veramente come vuole Nostro Signore Gesù Cristo! – La virtù della carità ha un punto delicato, e non si può fare a meno di parlarne anche perché c’è l’invito esplicito di Nostro Signore Gesù Cristo: « Se stai per fare il tuo dono davanti all’altare… ». Ritorniamo al concetto eucaristico. Badate che è un richiamo preciso a una legge senza la quale la carità non sussiste, ma diventa parziale, frammentaria, e poi finisce col cadere nella sua stessa sostanza. Si tratta della legge del perdono. A volte la carità appare talmente fatta di velluto e pare vellutare talmente tutte le pareri e tutti i pavimenti e persino il cielo, che vien da piangere a considerarla bene. Ma quando si arriva all’argomento del perdono, cascano gli altarini. Io ho paura che su dieci che si ritengono molto Cristiani, quasi perfetti Cristiani, e che si ritengono di avere il colloquio immediato con Dio, a mala pena se ne trovano tre o quattro che sanno perdonare. Eppure la legge del perdono è legge fondamentale nel Vangelo, tanto fondamentale che quando Nostro Signore ha creduto opportuno insegnarci una preghiera molto breve, riassuntiva, in cui ha messo le cose principali, il Pater noster ce l’ha infilata dentro: vi ha messo la condizione: « Dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris ». Questo ci fa dire, e così ci mette in imbarazzo sempiterno. Quando si dice il Pater noster, se ci si pensa, talvolta non si riesce ad andare avanti e finirlo. Perché se si pensa a quel che si dice quando cirivolgiamo a Dio dicendo: « Signore, rimetti a noii nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», se per disgrazia non è perfettamente veroche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori, come si fa a dirlo? Capisco che alle volte si va talmente avanti con l’armonica automatica che si dicono le cose più inverosimili al buon Dio mentre si prega Se ci si pensasse un po’ di più, si direbbero cose meno inverosimili. Invece con una faccia tosta inverosimile diciamo: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. – La legge del perdono è fondamentale nell’Evangelo. Io direi che un vero cristiano lo si riconosce dal perdono. Il grado, la temperatura, la valenza, la caratura, quella autentica, sostanziale, genuina del Cristiano la si conosce dal perdono. Nostro Signore è stato, direi, tremendo su questo punto. Ricordate la parabola del servo cattivo? Aveva avuti condonati dal proprio padrone tanti talenti e non aveva avuto la forza di condonare un piccolo debito a un suo conservo. E il padrone ha fatto prendere lui, la moglie e i figli e gettarli in una prigione finché non rendesse fino all’ultimo centesimo. – Quando Pietro chiese a Gesù: « Signore, fino a quante volte dovremo perdonare? Fino a sette volte? » gli sembrava di sfornare tutta la generosità del mondo. E si è sentito rispondere: « Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette », frase che nel linguaggio aramaico nel quale parlava N. S. Gesù Cristo, significa: perdonerai sempre. Sempre. Adesso io non indugio a parlare del fatto che il perdono non inibisce che si faccia giustizia, che si diano le punizioni a chi si devono dare, perché le ragioni sociali prevalgono su quelle individuali. Non è il caso di fare la casistica. Ma la legge del perdono in sé deve rimanere. Qui c’è una piccola precisazione da fare. La legge del perdono molti la considerano una legge da tirarsi fuori come i grandi addobbi, come i pavesi, cioè nelle grandi occasioni: la scena è pronta, le quinte sono ben tirate, tutto è luminoso e io faccio il bel gesto del perdono. È il gesto di S. Giovanni Gualberto che un venerdì santo incontra per la strada, inerme, lui che era armato, l’uccisore del proprio fratello, il quale allarga le braccia in croce e domanda pietà in nome del Crocifisso di cui quel giorno si faceva la commemorazione. S. Giovanni Gualberto lo perdona abbracciandolo, poi va nella chiesa di S. Miniato, e il Crocifisso china il suo capo verso di lui come a dirgli: Hai fatto bene! Casi solenni, vero? Distribuiti qua e là nella vita, per qualche circostanza un po’ teatrale, molto drammatica, molto ben drappeggiata e illuminata, è quasi una recitazione di orgoglio. Badate che la legge del perdono è una legge che dobbiamo applicare dalla mattina alla sera. È qui veramente dove si vede il perdono. Certo, quando si danno le grandi occasioni, le gravi offese, allora bisogna fare grandi remissioni, dare qualche grandissima assoluzione, perdonare al proprio calunniatore. Beh, sì, ci sono anche queste occasioni, non dico di no. Ma guai se pensiamo che la legge del perdono sia valevole soltanto in queste grandi occasioni. La legge del perdono va applicata dalla mattina alla sera, cento volte al giorno. In moltissimi dei rapporti che noi abbiamo col nostro prossimo salta fuori qualche debituccio, o almeno noi crediamo che il nostro prossimo, qualunque esemplare del nostro prossimo con cui abbiamo da fare, ci pianti sempre lì qualche piccolo debito. Che poi sia vero o non sia vero, anche questa è una cosa da tener presente, perché siamo moltissimo pronti a registrare tutti i debiti che gli altri hanno con noi, e ne inventiamo anche, e non siamo affatto pronti a ricordare i crediti che gli altri hanno con noi. Ma è certo che dalla mattina alla sera, nei contatti col nostro prossimo, sia che esista o non esista una ragione obiettiva, noi vediamo allinearsi tutta una serie di piccoli crediti nostri e di debiti altrui. E queste cose poi, ristagnando, formano una specie di patina, talché a volte finiscono col dare l’umor nero e chissà quale capacità di fulminare tutto 1’universo! Allora viene il nervoso, vengono le reazioni, ci si lavora sopra, si mettono fuori i musi e non si finisce più. Allora gli altri capiscono che ci sono dei musi, e ne fanno anche loro; uno capisce che l’altro ha fatto i musi e non capisce perché ha fatto i musi. A volte ci costruiamo noi un mondo di nemici, di persecuzioni, di vendette, di guai, insomma, che poi sono tutti nella nostra fantasia. – È l’applicazione della legge del perdono che interessa. E non è facile! Io ritengo che sia più facile dare i grandi perdoni, quelli solenni, teatrali; credo che sia più facile perché lì c’è anche il senso di troneggiare, di fare una cosa egregia: tutto l’insieme sostiene. Mentre è difficilissima, nella giornata, la continua applicazione della legge del perdono per cui non resta mai niente, la pagina rimane sempre pulita. Non c’è mai nessun debito, tutto viene subito messo a posto. – Ecco, io credo che da questa più o meno disordinata descrizione della legge del perdono al minuto, non all’ingrosso, voi siate in grado di fare una conclusione molto importante: il perdono al minuto è quello che libera l’anima continuamente, è quello che sblocca l’anima continuamente, che la riporta sempre alla serenità virtuosa, non poltrona, virtuosa davanti a Dio e davanti ai fratelli. Ed è quella che ci fa stare a questo mondo molto meglio, perché si sta bene a questo mondo quando si fa così. Costa un po’, eh! esercitare il perdono a questo modo e regolarmente bruciare tutti idebiti degli altri mano mano che pare arrivino, pensando anche che il maggior numero di debiti degli altri sono frutto della nostra fantasia e del nostro orgoglio e non frutto del peccato altrui. Anche questa considerazione deve avere il suo peso. –  Ma è la liberazione, la serenità dell’anima. Allora si raggiunge veramente la semplicità. Vi ho detto: c’è qualche cosa di opaco tra noi e i fratelli: la carità deve farcela abolire. Ma per abolirla occorre la sincerità. La sincerità da sola, che sarebbe per sé trasparente, può non esserlo perché i vetri possono essere smerigliati, sfaccettati, dipinti e perfino istoriati. Da questo vetro bisogna continuamente, con una pelle di daino, spazzare via tutto quello che vi si posa: la polvere, i granelli, gli insetti, tutto. Senza questa pelle di daino in mano non si riesce a mantenere la semplicità dei rapporti e pertanto la sincerità nei contatti coi nostri fratelli. Perché è quando ci si sente circondati di sincerità, di trasparenza, che si sta bene. Ma la trasparenza può essere mantenuta con la semplicitàe col perdono continuo. Rinnegando il perdono al minuto, il vetro si copre, si appanna. Se al mattino era bello, traslucido, alla sera non si vede più di là: è tutto coperto dai debiti degli altri e dai crediti nostri. Allora non si vede più niente e tutto diventa incerto, dubbioso, penoso, precario. Bisogna dare questa carità al nostro prossimo. Nostro Signore, mentre istituiva l’Eucaristia, faceva questo discorso : « Ut omnes unum sint! »: che tutti siano una cosa sola! L a grande luminosità della pietà eucaristica da parte dei fedeli è la carità, carità che arriva a questo punto. Così sia.

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GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (10)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (10)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

10. La famiglia di Dio

Dobbiamo continuare a parlare della presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia, perché il solco deve approfondirsi, deve rimanere stabile. E il discorso non può essere abbandonato tanto presto. La presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nella Chiesa, che cosa realizza? Realizza quello che è il suo quadro naturale: la famiglia di Dio. Bisogna che noi riflettiamo a questo per poter trarre anche tutte le conseguenze morali e vedere come certi elementi che possono sembrare sparsi prendano invece il loro posto preciso. Guardate che quadro compongono gli elementi che storicamente noi troviamo nell’Evangelo intorno all’Eucaristia! Io prendo il discorso che ha tenuto Nostro Signore Gesù Cristo quando istituì l’Eucaristia. Il discorso è compreso tra il cap. XIV e il cap. XVII dell’Evangelo di Giovanni, dove l’evangelista ci riporta intero il discorso eucaristico, che è il testo più grande sulla dottrina eucaristica, il testo della promessa dell’impegno divino e della dottrina chiarificata e ribadita; egli non riporta, come fanno i sinottici, l’istituzione, però riporta il quadro dell’istituzione, ossia il discorso che è stato tenuto quella sera. Siccome l’elemento centrale di quella sera, la celebrazione della Pasqua, è stata la Pasqua nuova, perché in quella sera i due Testamenti si sono riuniti, Gesù ha voluto osservare prima, come noi possiamo ricostruire componendo i quattro testi evangelici, tutta la legislazione che il giudaismo imponeva per la celebrazione della Pasqua, la Pasqua dell’Antico Testamento, e ne ha compiuto tutto il rituale. Fatto questo, vi ha attaccato immediatamente la Pasqua del Testamento Nuovo, cioè la istituzione della Eucaristia. Ora, se noi seguiamo quel grande discorso — e tra una settimana, è un discorso troppo grande —, almeno toccando alcuni elementi di quel discorso, dei fatti di quella sera, noi componiamo l’ambiente che Gesù Cristo ha voluto intorno all’istituzione dell’Eucaristia e pertanto intorno alla Eucaristia. Guardate bene le cose che avvengono. La prima: Gesù si toglie la sopravveste, si cinge, s’inginocchia davanti ai discepoli e a uno a uno lava loro i piedi aggiungendo poi: « Se l’ho fatto Io, che voi chiamate Signore e Maestro, anche voi dovete prendere questo atteggiamento di umiltà ». Pietro, col suo temperamento focoso, da capo, e in quel momento, non vorrei essere irriverente, anche un po’ sbottante: « Tu non lo farai mai con me » – « Se non lo vuoi, tu non hai più parte con me. vattene ». Allora Pietro salta dalla parte opposta: « Non solo i piedi, ma anche le mani e il capo ». – « Basta questo ». Il fatto era simbolico, ma guardate bene che sorta di intimità nell’umiltà e ..che sorta di umiltà nella intimità incomincia a disegnare Gesù Cristo intorno al Sacramento. E così si comincia a disegnare l’ambiante. Guardate che cosa avviene. Come ritorna ora in Gesù Cristo la preoccupazione di lasciarli: « Io me ne andrò, resterete soli ». E allora la preoccupazione di suggerire e presentare gli elementi che serviranno a far loro buona compagnia quando Lui non ci sarà. Perché lo dice: andrà via per un momento, e alludeva alla passione, poi ritornerà; poi andrà via un’altra volta e allora andrà al Padre. Loro invece rimarranno qui. Ma sarebbe il caso di dire: « Signore, scusa, ma tu di preoccupazioni non ne devi avere ». La nostra insipienza ci farebbe fare questi discorsi. Lasciate andare! Guardate bene dove Lui vuole arrivare. Ho già detto in altra occasione che Nostro Signore Gesù Cristo, facendosi uomo, ha accettato il giuoco fino in fondo e uno dei tanti momenti in cui lo si vede è questo: agisce con la preoccupazione di loro che rimarranno soli. E allora cosa ci sarà? « State tranquilli, ci sarà lo Spirito Consolatore, il Paracleto, e vi suggerirà quello che dovrete dire, quello che dovrete sapere. State tranquilli! Non parlerò più Io dal di fuori, ci sarà un altro, il Consolatore, il Paracleto, che parlerà dal di dentro. Non sarete soli! ». La preoccupazione della solitudine. « E poi, voi potrete continuare a parlare col Padre, con me. E il Padre vi ascolterà sempre. Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto. Perché il Padre vi ama ». Ma andiamo avanti. Poi li guarda: « Che vi vogliate bene tra di voi ». E questo lo ripete, lo incalza con un discorso che par non riesca a cadere definitivamente dalle sue labbra. Nel cap. 17 la orazione sacerdotale, quella in cui parla al Padre: « Padre, che siano una cosa sola come tu e Io siamo una cosa sola! ». Vogliatevi bene: ecco l’altra grande cosa che vi farà compagnia. Signore, ma perché hai avuto queste preoccupazioni? Pare che arrivi una risposta: « Ma non lo capisci che qui è il regime dell’affetto, della tenerezza? ». La carità, la comprensione, la unità tra i fratelli. Vedete che cosa ha messo Gesù Cristo intorno all’Eucaristia? E poi, sì, in mezzo a quel discorso è successo qualche cosa di terribile. C’era Giuda che aveva già tutta la sua organizzazione fatta, il suo piano già tutto a posto. Doveva semplicemente uscire per andare a guidare. E un discorso viene: « Ecco, uno che mette la mano nel mio piatto mi tradirà ». L’aveva già detto prima, non con questa indicazione; ma questa indicazione viene per dare la risposta. Chi è? Chi mette la mano nel piatto. « Giuda, quello che hai da fare, fallo presto ». Notate che tono: il tono della dolcezza. Non parlo del perdono di Giuda perché Gesù stesso disse una parola che è misteriosa e terribile: « Meglio sarebbe per quell’uomo che non fosse mai nato! » . Questa frase la riportano i sinottici. Ma Gesù gli parla con tanta dolcezza! Avrebbe potuto scacciarlo, umiliarlo, svergognarlo e rovinargli tutta la matassa, distruggere la ragnatela che quello aveva tessuto. Lo poteva fare. No. Neanche quando la sera stessa quello, il traditore, s’è presentato per dargli il bacio e indicarlo in tal modo agli sgherri perché nel buio lo potessero prendere e non prendessero eventualmente tn altro per lui: « Amico, lo chiama ancora una volta con un bacio tu tradisci il Figliuol dell’uomo! E basta. L’atmosfera è carica di un sentimento che non è molto comune tra gli uomini – Sembra che quella sera Gesù se li volesse tenere intorno stretti. Ha dato sé stesso a loro e per tutti andrà sulla croce. Sulla croce darà anche la Madre. Non l’abbiamo ancora nominata, l’abbiamo solo pregata; ma sulla croce Gesù darà anche la Madre, perché quando la scorgerà ai piedi della croce, ritta — non è svenuta, ha retto fino in fondo — e vedrà Giovanni, l’unico che abbia avuto il coraggio di seguirlo fin là, il discepolo vergine, dice a Giovanni : « Ecco la tua Madre » e alla Madre: « Ecco tuo figlio ». Giovanni annota che da quel momento la prese con sé e le fece da figlio. Infatti Giovanni per qualche tempo ha una presenza rarefatta nei primi eventi della Chiesa: aveva una missione di figlio da compiere e l’ha compiuta. Il mistero eucaristico finiva nella croce perché rappresentava la croce, e prima che finisse il mistero anche questo fatto è avvenuto: è avvenuto il perdono. Sulla croce — badate che il mistero eucaristico non finisce prima che sia finito il mistero della croce, perché lo rinnovella — su una delle tre croci c’è un ladrone, lì, anche lui appeso, condannato a morte, che a un certo punto riflette, sentendo le bestemmie dell’altro: « Ma piantala, dice all’altro, perché bestemmi costui? Noi almeno paghiamo per i nostri delitti, ma costui che cosa ha fatto? ». E compiuto questo primo atto di giustizia, di riconoscimento, la illuminazione perfetta entra nell’anima sua, e vede e capisce tutto. « Signore, ricordati di me quando sarai giunto nel tuo regno! ». « Oggi sarai con me in paradiso ». E la preghiera per tutti: « Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno ». Vedete che cosa Gesù si è composto dintorno! Ma c’è l’ultimo elemento, più profondo: in quel discorso, al cap. 15, c’è la parabola della vigna. Diceva Gesù Cristo: « Io sono la vite, voi i tralci ». La vita, l’umore per cui si vive, verrà a voi dalla vite: « Senza di me non potete far nulla ». E adombrava così, riprendendo un discorso in diverse maniere fatto tante volte, la grazia, e cioè la partecipazione nostra alla vita divina, la partecipazione ai discepoli e a tutti gli uomini della dignità di figli adottivi di Dio. La parabola della vite rimanda a tutti gli altri testi paralleli, è chiaro, e a tutti i testi collegati nei diversi scritti nel Nuovo Testamento. La grazia santificante, e quell’altra, l’attuale. Anche questa. A legare gli uomini in una famiglia c’è il sangue; ma che cos’è mai il sangue rispetto alla partecipazione alla vita divina che è la grazia santificante? Il sangue lega, ma la partecipazione alla stessa identica vita divina, in modo soprannaturale, attraverso la grazia santificante, è qualche cosa di carattere unitivo, collegante, fondente, infinitamente maggiore. Concludiamo. Che aria vi ha messo intorno al SS. Sacramento Nostro Signore Gesù Cristo? Che quadro ha composto, Lui? Perché questo quadro non l’ho fatto io È una famiglia. I fratelli, la intimità più sincera nell’umiltà, perché con l’umiltà si risolvono tutte le questioni umane, tutte, nessuna esclusa. E la intimità della famiglia vive della umiltà come l’intimità vera dell’amicizia vera, non di quella sciocca. E poi la preoccupazione della tenerezza che si manifesta nella preoccupazione per la solitudine con la quale viene designando tutti gli altri elementi, e poi l’elemento unitivo fondente, la grazia santificante; poi la Madre data, poi il perdono: è il sopravanzare ogni umana grettezza in questo mirabile volo del quale noi in terra, tra le cose umane, non troviamo altro esempio che quello dell’amore di un padre e di una madre. Che cosa ci vuole intorno a Gesù Cristo nella SS. Eucaristia? Una famiglia. E a questo punto noi dobbiamo cominciare il discorso sopra alcuni elementi che compongono questa grande famiglia di Dio, per viverla. Perché, vedete, la vita eucaristica non è fatta soltanto di genuflessioni, non è fatta soltanto di orazione, non è fatta soltanto di adorazione. Certamente quelle ci vorranno, ma è fatta di tante cose che si riassumono qui: nell’essere figli del Padre che sta nei cieli, visto che siamo nel tempo convitati alla mensa sua e a nutrirci di Lui, del Figlio, per aspettare di sedere alla mensa di Dio. Parola che nasconde cose per noi velatissime, misteriose e che trascendono la stessa capacità dei nostri desideri nonché della nostra intelligenza. La vita eucaristica la si raggiunge quando tutto il quadro che Gesù Cristo ha disegnato intorno all’Eucaristia è rispettato e salvo. E siccome vorrei che rimanesse a voi una traccia di questo vivere l’Eucaristia come vuole Lui, lasciate che io cominci a parlarvi della famiglia di Dio. Ecco. Cominciamo di qui: i nostri fratelli. Cominciamo un po’ a guardarli. Per il momento io vi invito a guardare i fratelli che stanno già al sicuro e sono i Santi. Vi siete mai chiesti perché ieri abbiamo detto la Messa di S. Andrea? Notate, la Messa è il Sacrificio di Gesù Cristo e l’abbiamo chiamata Messa di S. Andrea. Domani si potrebbe dire la Messa della martire S. Bibiana. Perché? Cos’è questa storia che la commemorazione dei santi, il giorno della loro confessione, cioè del loro martirio o del loro natale, cioè il giorno della morte viene a intrufolarsi dentro la Messa? E questa storia dura da duemila anni, perché le commemorazioni degli Apostoli e dei martiri si facevano nei primi tre secoli come si fanno oggi; poi sono arrivati anche i confessori e le vergini senza martirio. Prima non ci entravano se non i martiri, coloro che ci lasciavano la pelle per la fede; i confessori sono arrivati dopo. Difatti di confessori fino a un certo punto non ce n’è stato neppure uno: 32 Papi, ci hanno rimesso tutti la testa. E perché questo? È che è la famiglia di Dio, è che il senso del convito continua, e come intorno all’altare sono chiamati i figli che stanno ancora nel tempo e peregrinano ancora lontano dal Signore, per usare la parola di Paolo, così vengono anche chiamati, non partecipi di un suffragio dato alla debolezza ma partecipi di una fronda data alla gloria, quelli che sono già al sicuro! E ritornano i santi e non ci stanno male. Ho cominciato anzitutto a parlare dei santi perché stanno lassù, ed è bene sempre cominciare dall’alto, ma anche per dirvi una cosa. Non lasciate che il vento del deserto, quello di cui ho già parlato varie volte, arrivi a voi per bruciare in voi il senso della devozione ai Santi. State attenti, perché non fareste una cosa gradita a Gesù Cristo che, accogliendoli nel ritmo del suo stesso divin Sacrificio, non ha piacere che noi li lasciamo fuori. C’è un vento che viene dal deserto e che serve soltanto a bruciare e non a vivificare e pare voglia far tacere i Santi: questo senso protestantico di espellerli, di razionalizzare, la gioia di distruggere qualche cosa nella storia dei Santi! Sì, è vero che intorno a certi Santi dell’antichità, sul fondo storico — perché il fondo storico c’è sempre — sono arrivate a noi delle passiones, esercitazioni letterarie che hanno un po’ abbellito e romanzato le cose e vi hanno messo forse anche qualche invenzioncella; è vero. Ma questo non ha importanza: i Santi rimangono, anche se intorno a qualcuno le passiones del secolo V e VI hanno creato qualche racconto bello, commovente, pio, edificante oltre il dovuto. Ma la sostanza, il nocciolo rimane sempre la storicità. – E ricordiamoci che nella storia ci sono cose delle quali si può dimostrare la falsità, ci sono cose delle quali si può dimostrare la verità, ma ci sono anche cose delle quali non si potrà dimostrare la verità perché sono andati perduti i documenti, ma non se ne può neppure dimostrare la falsità. La Comunione coi Santi ci viene indicata dall’Eucaristia, dalla Comunione che c’è ogni giorno tra la gloria del Redentore che ritorna sull’altare e la gloria dei suoi Santi che egli porta per mano con sé sullo stesso altare a ricevere con Lui il canto della gloria, la preghiera dei fedeli, la loro fiducia, il loro plauso. È la famiglia di Dio. Andiamo avanti. Da quel che avete sentito prima, quando ho composto il quadro che ha fatto Gesù Cristo intorno alla istituzione dell’Eucaristia e al fatto dell’Eucaristia, è venuto chiaro il discorso sulla carità. E allora bisogna cominciare quel discorso, perché la carità fa parte e parte indispensabile della devozione eucaristica, parte essenziale. Non solo per il clima che abbiamo sentito soffuso nel Cenacolo nel momento in cui Gesù Cristo ha stretto i due Testamenti nel Nuovo patto e ha dato sé stesso ai suoi discepoli, ma perché egli ha fatto una affermazione molto grande che ci è riportata nel Vangelo di Matteo: « Se stai per fare la tua offerta davanti all’altare… ». Gesù Cristo sapeva bene quale altare sarebbe stato, no? Non si trattava più dell’altare dei profumi o dell’altare dell’incenso o dell’altare delle vittime sgozzate. Non si è più occupato di quello; sapeva di che altare si trattava perché parlava per il futuro. « Se stai per portare la tua offerta davanti all’altare e ti accorgi che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, cioè che ti potrebbe accusare — e per reciprocità se tu hai qualche cosa col tuo fratello — pianta lì… pianta lì davanti all’altare la tua offerta e va’, va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Dopo, ritornando, farai la tua offerta ». Dunque non è possibile avvicinarsi all’altare bene, decorosamente, diciamo pure non è possibile esplicare una vita eucaristica se non c’è la carità, l’amore verso i nostri fratelli. – C’è gente che si crede di andare per direttissima e intendersela da solo a solo soltanto con Domineddio. Ah! da solo con Domineddio non ce la intendiamo! Ce la possiamo intendere da solo a solo con Domineddio se almeno virtualmente ci sono gli altri, ma il giorno in cui noi facessimo la esclusione degli altri, da solo a solo con Dio non ce la intendiamo. Perché la carità verso i fratelli è condizione necessaria della salvezza, è il massimo dei precetti: immaginate se se ne può fare a meno! La pietà che considera solo sé stessa non è una pietà che possa resistere al vaglio divino: ci vuole la carità. Sapete che cosa occorre perché le parrocchie vivano veramente? Occorre che facciano della grande carità, occorre che si preoccupino di questo e di istillarla nei fedeli; che nessuno, nella famiglia parrocchiale, possa dormire tranquillo fintanto che c’è uno che soffre e fintanto che tutti non hanno fatto quello che si poteva fare per evitargli la sofferenza. Io cerco d’insegnarlo: ho scritto anche una pastorale sulla famiglia di Dio. E vedo che è una cosa difficile far capire che la liturgia non sta in piedi senza la carità, che quello che si fa in chiesa non può resistere e rimane scompaginato se non lo si fa con tutto quello che Gesù Cristo ha messo nel quadro, nella cornice che Egli si è costruito intorno a sé stesso. Vedo che s’incontrano difficoltà, che occorre pazienza e ci vorranno degli anni; ma io non riesco a concepire una parrocchia in cui non si faccia questo: che il parroco dica a tutti: « Guardate che ci sono alcuni che stanno male, a cui manca il necessario. Avanti, tra quanti siamo qui, dobbiamo provvedere a metterli a posto, e fintanto che non li abbiamo messi a posto nessuno di noi si può quietare ». La parrocchia non è una cosa astratta; è una grande organizzazione, certo, e l’organizzazione ha la sua parte perché senza organizzazione non si compagina nulla; ma se viene a mancare questo spirito… Non basta che ci sia un po’ di Dame della Carità che vanno intorno qualche volta a dare qualche piccolo soccorso o qualche confratello di S. Vincenzo: Dio li benedica tutti perché sono veramente bravi e lodevoli; ma non basta questo. È lo spirito che bisogna dare a tutto il popolo, perché intorno al tabernacolo ci si sta a questo modo, non ci si può stare in modo diverso. E là dove cessano le miserie materiali, che non sono poi le prime e non sono le più grandi, perché le miserie più grandi sono sempre quelle spirituali per questione di gerarchia, ci sono e ci saranno sempre le miserie spirituali: quelli che non hanno fede, quelli che non hanno pace, quelli che non hanno amore, quelli che non hanno… comprendonio, che hanno la confusione in testa, poveretti! Ombre vaganti nella notte, che non trovano mai un’alba che sorga per loro, ombre erranti senza pace e senza conclusione, gente condannata a tormentare sé stessa e a crocifiggere sé stessa senza scopo, senza utilità, senza frutto, senza dignità, senza niente! Come si fa ad andare davanti all’altare dimenticandosi di loro? Voi direte: ma noi qui non siamo una parrocchia. Siete qualche cosa di più, siete una comunità, che è una cosa più grande della parrocchia. Tra voi come vi dovete capire, come vi dovete interpretare, come vi dovete comprendere! Badate che l’ultima cosa che dovete arrivare a fare è quella di giudicarvi male, l’ultima cosa, anzi talmente ultima che vi prego di non arrivarci mai. « Nolite iudicare ut non iudicemini ». La vita eucaristica, qui in questa cappella, come fiorisce! Voi cantate così bene, recitate preghiere così belle, tirate fuori dalla divina liturgia dei canti e ne avete un bell’assortimento. Ma ricordatevi che con tutte queste cose, se veniste qui e vi giudicaste fra di voi e non ci fosse comprensione fino in fondo, fino all’eroismo in certi momenti, e non ci fosse la umiltà sufficiente per capirvi tra di voi e interpretarvi sempre bene e far sì che l’uno prevenga l’altro, vi credete di starci proprio bene intorno all’altare? « Pianta lì e va’, va’ prima a riconciliarti col tuo fratello ». La riconciliazione nel senso più ampio. Va’ prima ad adempiere tutta la legge mercé la quale soltanto, amando e servendo, tu sarai veramente in pace. Perché ci sono poi i fratelli coi quali dovremmo essere in rotta e non se ne accorgono neppure, ma Iddio vede. Ah, la Chiesa ideale: un popolo che si stringe intorno all’altare dopo aver adempito integralmente il precetto della carità! La famiglia di Dio! Come vedete, la vita eucaristica, che è la vera vita, quella che mette il centro là dove l’ha messo Gesù Cristo, il baricentro là dove l’ha messo Gesù Cristo, non dove lo mettono le devozioni dell’uno o dell’altro, come vedete non è fatta soltanto di genuflessioni — bellissime le genuflessioni, intendiamoci, e da farsi bene! —; e non è fatta neppure di sola adorazione, perché l’adorazione è un atto che è sincero soltanto quando riconosce Iddio Signore, cioè accetta tutto, e accetta tutto facendo tutto il resto. L’adorazione pare un atto frigido, vero? Ti adoro o mio Dio… e giù col turibolo. Pare tutto fatto eh! È un affare serio adorare, perché adorare vuol dire: accetto Iddio, cioè accetto tutto quello che vuole Iddio. Come vedete la vita eucaristica non la si fa soltanto con qualche pratica: la si fa soltanto accettando tutto il quadro che Nostro Signore ha messo intorno all’Eucaristia.

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GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (9)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (9)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

9. Il Sacramento permanente.

Dal Sacrificio della Messa ha origine il sacramento permanente, la reale presenza di Gesù Cristo sotto le apparenze del pane e del vino. Cominciamo un po’ a discorrere di questa reale presenza per cercare di incidere delle linee precise e vere nella nostra vita. Mi pare che debba essere indiscutibile il fatto che, essendo Gesù Cristo rimasto con noi in tutti i tempi, sempre cioè e ovunque, quel fatto debba diventare caratteristico per la guida, la impostazione, la conformazione, la definizione, il tratteggio e persino le sfumature della nostra vita. Questo è lo scopo per cui ne parlo. Non si può ammettere che il Figlio di Dio fatto uomo, entrato nel nostro piccolo ordine per amore e rimasto qui sacramentalmente, sia un turista in incognito, che la sua divina presenza sia una cosa secondaria o una cosa di facile e libera elezione della quale si può fare a meno o della quale si può fare uso. No. Perché, che sia venuti per amore, che sia rimasto tra noi in un’umiltà che supera di molto quella della capanna di Betlemme non toglie che Egli sia il Verbo, il Figlio di Dio, ossia Dio, il Creatore. E pertanto se l’amore in tutto questo fatto, appare tutto avvolgere e caratterizzare, e può spingere noi ad una fiducia infinita, il fatto che si tratta di Dio deve mettere alla nostra intelligenza e alla nostra volontà dei termini di assoluto rigore. – Parliamo dunque della presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia. Ecco due rilievi fondamentali dai quali bisogna partire e coi quali cominceremo insieme una digressione storica, che è utile però all’anima nostra e capirete il perché. – Primo rilievo: Gesù Cristo è presente tutto, è Lui, realmente, Corpo, Sangue, Anima e Divinità. È lo stesso che è in cielo, è lo stesso che è in quello che noi chiamiamo cielo, perché cielo indica piuttosto uno stato, un ordine; non indica certo uno strato atmosferico. È lo stesso, è Lui e basta. Siccome non sarebbe Lui se gli mancasse qualche cosa, tutto quello che è di Lui e che è Lui e per cui Lui è Lui, questo c’è. Quindi nell’Eucaristia non è presente spiritualmente come qualche volta, con gran pompa, si dice nelle commemorazioni degli uomini: Qui è presente lo spirito di Garibaldi. Gesù Cristo non è presente spiritualmente. Non si riesce a capire che cosa volesse dire il povero Berengario quando diceva che era presente spiritualmente. Dire che uno è presente spiritualmente, è dire che ci è presente con la memoria sua, se l’ha, oppure dire che ce lo mettiamo noi, con la nostra, se l’abbiamo; è una cosa sfuggente non solo dalle mani, ma dalle stesse capacità intellettuali. Gesù Cristo non è presente solo spiritualmente, per carità! E tanto meno è presente, come ha detto qualcuno, virtualmente, cioè perché c’è una virtus. Io posso capire che si dica che la virtus della centrale elettrica che dà la forza a tutta l’Umbria è anche qui; infatti se vado a toccare un filo, prendo la scossa. Ma la virtus è un’altra faccenda. No, è Lui. E basta. Che stiamo a fare tutti questi discorsi? L’ha detto Lui. Il testo grande dell’Eucaristia rimane sempre il capitolo VI di S. Giovanni. Egli non ha detto soltanto: « mangiare la mia carne e bere il mio sangue » a quei poveri sprovveduti che stavano a sentire e che avevano dato la interpretazione cosiddetta cafarnaitica, e che sono rimasti celebri per aver trovato proprio la interpretazione cafarnaitica, che è come dire cannibalesca, e stavano comprendendo male. E quando hanno fatto capire esternamente, Lui lo sapeva, che capivano male, allora ha precisato e ha detto: « Mangiate me ». – Passiamo al secondo rilievo. Gesù Cristo è presente sacramentalmente. Veramente, realmente presente. Sacramentalmente. Che cosa vuol dire sacramentalmente? Vuol dire che la presenza, la non distanza (presenza vuol dire non-distanza) è ottenuta attraverso le specie sacramentali. Perché io sono presente qui? Che cos’è che mi fa presente qui in questo momento? Per un semplice motivo: perché ho una superficie estensa, cioè sono quantitativo. La estensione è un succedaneo della quantità. E allora la superficie estensa che mette parte fuori di parte viene a combaciare con la superficie di questo corpo ambiente e il combaciamento della superficie mia con la superficie appartenente a questo corpo ambiente mi colloca qui. In altri termini il fatto della presenza locale, in loco, in ambiente, è data dal combaciamento di due superfici. È data perché esiste quindi un combaciamento di una estensione con un’altra estensione. Se manca una estensione, manca il mezzo per poter avere la presenza locale. La presenza sacramentale, che è reale, è vera, come è ottenuta da Gesù Cristo in questo punto? Perché il combaciamento non è ottenuto dalla superficie sua coartata a questo ambiente, ma il servizio glielo rendono la superficie del pane e del vino, che non ci sono più dopo la consacrazione, ma la cui superficie, cioè i cui elementi accidentali rimangono dopo la consacrazione. Ecco che cosa significa « sacramentalmente ». Si tratta quindi di presenza che è reale, di presenza che è fisica. La differenza sta in questo: che la presenza reale, invece di essere ottenuta mediante la quantità propria, è ottenuta mediante la quantità del pane e del vino che sono stati transustanziati. Ora facciamo il nostro excursus storico. Potrete avere l’impressione che ora faccia una lezione invece di una predica di Esercizi Spirituali. Può anche essere che essa abbia veramente l’aspetto di una lezione; ma occorre, perché l’effetto spirituale, questa volta, deve passare attraverso l’intelletto. È veramente un mysterium fidei, questo. Già ve ne ho parlato; e vi ho parlato anche della fede e del medio, quindi il discorso è introdotto. Ma quando ci si pensa un po’, se non si è studiato molto, si capisce che quelli che a Cafarnao hanno tenuto quel contegno così scorretto con Gesù Cristo, che hanno mormorato, sono intervenuti, hanno zittito, hanno fatto gesti di disapprovazione, se ne sono andati rumorosamente sbattendo le porte ecc. hanno fatto male. Perché hanno fatto male? Perché si sono dimenticati che poco prima Gesù aveva moltiplicato i pani e i pesci e che per via dei pani e dei pesci avrebbero potuto dire: « Non capiamo niente, come S. Pietro, ma se lo dice Lui, dato il fatto dei pani e dei pesci moltiplicati, deve essere così ». Questa è la logica. Hanno fatto male perché hanno dimenticato i pani e i pesci e tante altre cose che certamente avranno viste operate da Gesù, per cui avevano una documentazione in mano che li poteva rendere bene edotti del valore delle parole dette da Nostro Signore, anche se per loro incomprensibili. Ma se non vi fossero stati i pani e i pesci e tutto ciò che rassomiglia al fatto dei pani e dei pesci, non avrebbero avuto torto del tutto. Perché… è un bel mistero da accettare, questo. Non è una cosa facile. Ora che Gesù Cristo è risuscitato da morte e ha dato prova di sé stesso, allora si può accettare, anzi si deve accettare, e abbiamo razionalmente e pienamente i motivi per accettare tutto quello che ha detto; e tutto quello che poi Egli ha disteso per il mondo e tutto quello di cui è animata la storia diventa l’attestazione di Lui. Ma la cosa era difficile. Quello che commuove è questo: che nella prima età hanno adorato, hanno creduto e per tanto tempo senza capire niente. Senza capire niente. Come l’Eucaristia la vivessero e la sentissero, noi lo riscontriamo dai documenti del I secolo. Guardate bene il racconto che fa S. Paolo nella prima Lettera ai Corinti. Lo racconta, ma ripete una cosa che tutti sanno, la celebrazione eucaristica. E la ritroviamo anche quando Paolo è a Troade (Atti cap. XX). È l’ultimo giorno della settimana, la vigilia della domenica, e passano la notte in preghiera e in catechesi. Fu la volta famosa in cui fece un discorso talmente lungo che, anche lui fece addormentare, e un ragazzo per essersi addormentato cadde dalla finestra, e lui poi lo ha risuscitato; e all’alba noi abbiamo la « fractio panis ». Per due secoli il nome più comune della Messa fu « fractio panis ». Noi vediamo la celebrazione eucaristica dappertutto nell’epoca apostolica. Ed è commovente tutto questo. Il primo documenta della letteratura apostolica, redatto in Antiochia mentre vivono ancora alcuni degli Apostoli, la Didaché, riporta tutta la celebrazione, tutta la dottrina, lo schema della Messa — lo schema generale è quello di oggi — e l’adorazione eucaristica è il centro della Didaché. Notate che la Didaché aveva lo scopo di essere come un piccolo catechismo riassuntivo per le chiese della Siria e dell’Oriente. La Messa al centro! Siamo al I secolo. Non dimenticatevi che Antiochia fu per 7 anni la sede del Papa, perché Pietro fu vescovo di Antiochia, è Pietro che ha aperto la sede di Antiochia, poi l’ha lasciata e ha portato la sede a Roma. È commovente: questi secoli che hanno adorato, amato, creduto, così, comprendendo poco o niente, sapendo solo che lì c’era il Signore, che il pane e il vino non c’erano più, perché lo dicono: questo non è più il pane e il vino. Quel vescovo di Gerapoli, nella Frigia, alla fine del I secolo, Abercio, discepolo di scuola apostolica, che si fa la tomba e nella tomba scrive non le date e tanto meno i propri elogi, ma scrive quello che ha animato la sua vita, l’ideale della sua vita. E gli ideali sono due. Notate bene, siamo a Gerapoli nella Frigia. La stele è stata donata a Leone XIII dal califfo di Costantinopoli in occasione del suo giubileo e oggi sta al Museo Lateranense. E questo Vescovo del I secolo, discepolo degli Apostoli, ha due idee in testa e le mette nella sua pietra tombale: la prima è l’Eucaristia, la seconda è Roma che tiene il sacro impero del mondo. Non Roma imperiale, no, non quella dei consoli, l’altra, quella che tiene il sigillo di Cristo e col sigillo di Cristo tiene l’impero del mondo ossia il primato di Pietro. Il lavoro per rendere accessibile, dove è possibile, il mistero eucaristico è cominciato al II secolo, perché nell’epoca degli Apologeti di cui rimangono le opere noi vediamo già il lavoro di approfondimento, di indagine, cioè il lavoro di penetrazione intellettuale del mistero creduto, adorato e amato. E quel lavoro, per poter arrivare a una certa chiarezza — non a risolvere il mistero, nessuno può pretendere che i misteri divini si risolvano, ma si può chiedere che vengano portati a una certa intelligenza e anche alla risoluzione di talune difficoltà — è durato mille anni. E per mille anni tutto questo popolo si è salvato sempre attorno alla Messa, all’Eucaristia. Ha creduto, ha amato, ha adorato. Vi prego di tener presente che per diversi secoli, i secoli di ferro, la predicazione è stata minima, anche per il decadimento dell’istruzione, e a un certo momento anche per il decadimento del clero. E per secoli il popolo ha ricevuto tutto dalla Messa, che era insieme il Sacrificio, che portava il Sacramento, che raccoglieva la vita e che dava la catechesi, cioè la istruzione con quello che nella Messa si faceva e nella Messa si leggeva. Notate che nel secolo X si poteva ritenere la catechesi pressoché morta, salvo che nei monasteri. Le ultime conseguenze del grande cataclisma barbarico, lo sfilacciamento della vita sociale, la mancanza delle scuole. Ma la Messa e tutta l’ufficiatura intorno alla Messa resiste, e quella, si può dire, pressoché da sola ha vinto. Guardate se non si sente storicamente la irradiazione dell’Eucaristia, la si tocca con mano. – E intanto gli altri, i pochi, continuavano a studiare. Mille anni. Ci sono stati dei momenti di diatribe e zuffe accesissime come tra chi vuol entrare per primo nella cella del tesoro. E una zuffa furiosa successe nel secolo IX: Rabano Mauro da una parte, Pascasio dall’altra, Scoto Errugesa in mezzo. Han detto anche degli strafalcioni, nel cercare, nel voler spiegare delle verità nel voler salire; si sono strappati tutti gli abiti come accade quando si hanno i camici lunghi. Poi, a qualcuno è arrivata una legnata sulla testa: un Concilio che ha condannato uno, che ha tirato su l’altro. Poi si è fatto silenzio. Ma era rimasto il fermento della ricerca. E forse il fermento della maggiore ricerca l’ha aiutato un eresiarca dell’XI secolo: Berengario, che ha negato la transustanziazione. Fu  eresiarca più per superbia che per altro. Disse e disdisse un sacco di volte e pare che sia morto bene in un’isola della Loira nel 1099. La figura che ha fatto è stata poco buona, però la funzione di questo eresiarca è stata quella di riagitare veramente tutti. Si sono mossi tutti in seguito a Berengario. A parte i legati papali che di tanto in tanto gli han dato qualche bastonata in testa, soprattutto Ildebrando, colui che sarebbe diventato poi uno dei più grandi uomini della storia: S. Gregorio VII. Ma si misero in moto tutti. Quelli dell’Abbazia di Le Bec, che era il centro in quel momento, per opera di Lanfranco e poi di Anselmo d’Aosta, forse il più grande di Normandia. E allora botte e risposte di ribelli contro ribelli, succede una zuffa che se ne riempie il secolo XI, mentre Enrico IV sta a litigare, mentre Gregorio VII depone tutti i vescovi simoniaci, i concubinari e addirittura dà licenza al popolo di cacciare via i propri vescovi che non fossero stati secondo Dio. Mentre succedono tutte queste cose, là si azzuffano; Berengario condannato in un sinodo in Francia, a Piacenza, a Roma. Vedete com’è la storia? Intanto si rianima lo studio, l’ultimo grande sforzo di ricerca. Viene poi la scuola dei Vittorini, nella celebre Abbazia di S. Vittore, e si arriva ad Alberto Magno. Gli elementi indigesti e forse per allora indigeribili sono raccolti. Si arriva a S. Tommaso d’Aquino. Guardate che su questo punto il mondo si è fermato, a S. Tommaso d’Aquino, e nessuno l’ha mai sorpassato. In questo, come in altri punti del resto, è una di quelle rupi che le alluvioni non possono portare via, una delle poche rupi che resistono alle alluvioni. Si è arrivati a S. Tommaso d’Aquino. Poi si è continuato in parte allo stesso modo, perché non è detto che S. Tommaso l’abbiano studiato tutti e l’abbiano capito, non è cosa tanto facile. Eppure si va avanti. Guardate che cosa si muove quando ci sono dei Congressi Eucaristici. Il mondo si ferma, si direbbe. Che cosa è successo a Monaco in quella Germania che vide la bestemmia di Lutero e dei suoi seguaci contro l’Eucaristia? Si è arrivati a Tommaso d’Aquino. Permettete che vi dia un brevissimo riassunto, ridotto al midollo, di questo grande iter intellettuale per cercare di capire la verità dell’Eucaristia. E non dico questo per cambiare una predica in una lezione, ma perché sono convinto che la predica qui viene soltanto attraverso l’intelletto che vede. Il fondamento di tutto sta nella distinzione tra la sostanza delle cose materiali e gli accidenti delle cose materiali, soprattutto nella distinzione che è obiettiva tra la sostanza e la quantità: i due grandi attori in questa vicenda. Sostanza e quantità sono due cose diverse, tanto è vero che si può mutare l’una senza mutare l’altra. Se mutando l’una non muta l’altra, vuol dire che sono diverse. Allora due ordini connotano questi due elementi, che noi non possiamo separare, ma che, essendo obiettivamente diversi, Dio può separare, perché non esiste contraddizione nella cosa e pertanto entra nella possibilità di Dio. Questi due elementi connotano due ordini completamente diversi: l’ordine e il comportamento delle sostanze, l’ordine e il comportamento delle quantità. A noi sembra facile dire questo. Già, ma sono stati necessari mille anni. Allora, come viene presente Gesù Cristo? Transustanziazione. È la conversione della sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo. Il punto caratteristico è che qui è solo la sostanza che si converte nel Corpo di Gesù Cristo, e pertanto tutto avviene secondo l’ordine delle sostanze e niente avviene secondo l’ordine delle quantità. Come si comporta il mondo delle sostanze da solo, senza quantità? Si comporta rinnegando tutte quelle caratteristiche che sono proprie dell’ordine della quantità: la distanza, la moltiplicazione, la divisione, la passibilità di fronte agli agenti esterni che suppongono la superficie estensa per ricevere la passione. Qui la questione delle distanze non esiste più, la questione della moltiplicazione non esiste più, la questione della divisione non esiste più, la questione della passibilità non esiste più. Ecco perché è lo stesso Gesù che è in cielo, lo stesso, non un duplicato, ecco perché è qui e in tutto il mondo, perché la vicenda avviene secondo il modo proprio delle sostanze e non secondo il modo proprio delle quantità. E allora che cos’è che lo rende presente qui? La sostanza che s’è convertita nella sostanza, e pertanto non c’è stato alcun moto locale ma moto soltanto ontologico, lascia lì, sostentati direttamente dalla onnipotenza di Dio, gli accidenti, cioè la quantità del pane e del vino; e gli accidenti del pane e del vino, sostentati tutti dalla quantità, che è il primo degli accidenti della materia, rendono al Corpo di Gesù Cristo, nel quale il pane è stato convertito, lo stesso servizio che rendevano alla sostanza del pane. Si è moltiplicato il legame, danno a lui il legame con l’ambiente esterno che crea la presenza locale. Moltiplicati i legami, si moltiplicano le presenze; non si moltiplica Gesù Cristo. Vi ho riassunto in poche parole il lavoro che è stato elaborato attraverso mille anni. È ovvio che per spiegarsi meglio occorrerebbe lungo tempo. Ma ho voluto farvene il riassunto perché io sto parlando di questo fatto, di questo mondo cristiano che è sempre vissuto intorno all’Eucaristia e ha creduto, ha amato, ha adorato perché aveva la fede anche prima che potessero arrivare quelle penetrazioni che, se non rivelano il mistero, danno quiete all’intelletto, e che sono arrivate a dimostrare come nella Eucaristia non ci sono molti miracoli, come talvolta si sente dire, ce n’è uno solo, che è la conversione della sostanza in sostanza, con tutte le sue conseguenze, cioè la transustanziazione. E tutto diventa di una semplicità straordinaria, e tutte quelle cose che potevano sembrare accettabili solo con una deglutizione molto difficile, pur rimanendo il mistero, diventano di una deglutizione facile. E così hanno continuato ad adorare. La sentite allora la irradiazione divina che c’è stata, senza spettacolarità, perché è come l’aria che agisce anche se non la vediamo. È come la luce del sole che pare dia soltanto di vedere le cose perché prendano forma e colore e invece produce infinite altre cose. Come la luce del sole, che dappertutto crea la vita perché la funzione clorofilliana cambia l’energia contenuta nella luce del sole in materia. E questo spiega perché tanta erba e tanti muschi riescano ad andare avanti anche dove c’è così poca terra e così poco umore. Allora noi sentiamo la storia della Chiesa, la storia di tutte le cose che sono state pure, efficienti, vittoriose, che hanno concluso qualche cosa nella Chiesa; la sentiamo tutta intrisa di questa reale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo, che dell’ordine naturale non ha sconvolto niente. Perché la cosa stupenda è che non si sconvolge niente. Se fosse sottratto qualche cosa al nostro cosmo, si potrebbe avere uno squilibrio universale, ma siccome nel cosmo tutto è quantitativo e tutto avviene attraverso l’accidens quantitatis — la quantità del pane rimane — non si scombina niente nel nostro cosmo, la quantità rimane: è tutto a posto. Questa presenza silenziosa di una divina dinamica, questa presenza modesta, come sono modeste le apparenze del pane, ma che è incredibilmente irradiante e attiva. E che cosa dobbiamo noi, nella nostra vita, all’Eucaristia, anche se non ci siamo accorti, anche se non abbiamo sentito, anche se la nostra fede è stata o dormiente od opaca e non ha lasciato filtrare, perché era debole? Anche se noi non ci siamo accorti, che cosa mai è entrato in noi di questa divina presenza? Sentite dove sta l’anima vivente della Chiesa in terra e dove sta la robustezza di tutte le costruzioni e di tutte le cose che si fanno? Il sole è lì, e tutto quello che verdeggia, verdeggia perché prende da questo sole, la divina presenza. – Ora veniamo alle conseguenze della presenza, perché, se ci siamo fermati sulla storia, è stato per lasciarci edificare e per costatare che, ad onta del mysterium fidei, dell’arduità del mistero, della tardività con la quale si è potuti arrivare a talune spiegazioni teologiche che potevano quietare meglio l’intelletto, la fede è stata piena ed è stata operante e concludente e ha rappresentato il passaggio di età in età e ha fatto il legame dei secoli come ha fatto il legame degli atti nelle singole anime e come ha legato le anime alla loro eterna salute. – Prima conseguenza di questa presenza di Nostro Signore Gesù Cristo nel Sacramento è, direi, la sentite? è la consacrazione dell’ambiente in cui noi viviamo. È una realtà che dobbiamo custodire nell’anima nostra: la consacrazione dell’ambiente in cui viviamo. Guardate in Assisi, contate quante chiese e cappelle ci sono, con la presenza reale. Pensate a quella irradiazione che, essendo senza rumore, come quella del sole, avviene. Dite se noi non abbiamo la sensazione di muoverci in un ambiente che non perderà mai qualche cosa di sacro! Qualunque paese: il suo campanile, la chiesa, il tabernacolo, una lampada, e nel tabernacolo c’è Gesù Cristo. È l’ambiente che lo sentirà. Vedete, noi viviamo in un ambiente che ha una certa universale consacrazione, ed è per questo che noi, che abbiamo la fede, che la dobbiamo avere piena, che dobbiamo servire Gesù Cristo ed essere con Lui, camminare con Lui, dobbiamo in tutta la vita mantenere una tonalità di elevatezza in tutto, di educazione, di spiritualità, come se tutta la vita fosse una divina liturgia. Non è possibile ragionare diversamente, quando si pensa che il mondo è punteggiato dappertutto di essa, della reale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo. Non è possibile pensare in altro modo. E avere profondo il concetto di questa sacralità di tutte le cose, perché noi possiamo fare le cose più laiche che vogliamo, le cose più civili, civili in quanto si oppongono ad ecclesiastiche, cose laiche o profane in quanto si oppongono a sacre, ma questo mondo ha una consacrazione generale universale da questa divina presenza. – C’è un particolare nella spiegazione teologica, di S. Tommaso d’Aquino, della presenza reale. La passività, cioè il ricevere l’azione ab exstrinseco, è possibile, fisicamente parlando, unicamente attraverso l’accidens quantitatis. Solo attraverso l’accidens quantitatis possono agire gli agenti fisici. La trasmissione pertanto delle azioni ab exstrinseco è fatta soltanto dall’accidens quantitatis, trasmissione che può incidere sulla sostanza. Ma attenti bene. Nel caso della presenza reale, è l’accidens quantitatis, che non è proprio, che fa la presenza e pertanto collega con l’ambiente — e abbiamo la presenza fisica — ma non trasmette l’azione dell’ambiente. E pertanto il buon Dio può anche permettere che in certe sedute massoniche si oltraggi l’Eucaristia. Non c’è bisogno che mandi scintille e li folgori tutti. No. L’azione si arresta alle apparenze, alle specie, non può andare oltre. È per questo che quando si spezza l’Ostia non si spezza Gesù Cristo, si spezzano le apparenze. È l’accidens quantitatis che viene diviso. E allora nell’uno e nell’altro frammento è realmente presente Gesù Cristo. Ho sentito dire qualche volta: « Ma Dio dovrebbe fulminare subito quelli che fanno sacrilegi, che gettano via le sacre specie! ». Sì, lo può anche fare, non è detto che qualche volta non l’abbia fatto, ma così, a titolo di saggio. Non è necessario, affatto, perché c’è il mistero stesso che provvede: le azioni passive si ricevono soltanto attraverso l’accidens quantitatis quando è proprio. Qui 1′accidens quantitatis, quello che dà la indistanza, cioè che dà la colleganza con l’ambiente, ossia che lo rende localmente presente nell’ambiente, non è l’accidens quantitatis proprio di Gesù Cristo. Vedete, l’ambiente rimane sacro anche se il mondo ha tanti aspetti cattivi. Ah, noi non sappiamo che cosa succede in tante anime proprio per la irradiazione dell’Eucaristia! Non lo sappiamo. Come non sappiamo quando queste irradiazioni si condensino per dare un effetto tangibile e conclusivo. Noi non sappiamo e non possiamo mai dire di uno che è morto senza Sacramenti: « è dannato ». No, poiché non sappiamo che cosa accade al margine in cui noi non vediamo. Dio ci ha nascosto tante cose affinché la nostra vita rimanesse comune e ordinaria e la prova dell’esistenza mantenesse tutto il suo valore. Ma noi tante cose le possiamo intuire. Naturalmente, dal punto di vista giuridico, la Chiesa nega la sepoltura ecclesiastica a chi ha rifiutato i Sacramenti e ha fatto un atto decisamente contrario. Ma, e chi ve lo dice che dopo averli rifiutati non sia accaduto dell’altro? E che la coagulazione di tutte queste irradiazioni divine avvenga anche dopo quel rifiuto? Chi ve lo dice? C’è stata una causa di beatificazione che è stata interrotta per questo. Il servo di Dio, del quale si trattava, aveva una volta assistito un condannato a morte ghigliottinato. Non era riuscito a convertirlo, fino all’ultimo ha avuto la ripulsa. Addolorato, atterrito da questo, ebbe un impeto di zelo. Quando cadde la testa, la prese per i capelli, l’alzò e poi disse: « Questa è la testa di un dannato ». La Chiesa ha sospeso il processo. Così mi è stato raccontato. – L’Eucaristia non vediamola confinata soltanto in un tabernacolo; sentiamo che la presenza di un tabernacolo consacra l’ambiente e sappia ricordarcelo non solo per educazione, non solo per lo splendore del culto, non solo per lo splendore della divina liturgia, ma per trasformare tutta la vita in una divina liturgia.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (8)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (8)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

8. La S. Messa

Discorriamo della S. Messa. Veniamo così più direttamente al tema eucaristico. L’Eucaristia nasce nel Sacrificio e dal Sacrificio. Notate che questa è una affermazione importante. E perché? Perché la presenza reale di Nostro Signore sotto le apparenze del pane e del vino si attua nel momento in cui si offre il Sacrificio. La consacrazione costituisce il Sacrificio, perché la Messa è un sacrificio. Perché il mistero eucaristico della consacrazione e di quanto vi è connesso è un sacrificio? Perché Gesù Cristo consacrando nell’Ultima Cena ha usato parole sacrificali, indicative del Sacrificio. Perché S. Paolo, ripetendo la narrazione dell’istituzione nel cap. XI della prima Lettera ai Corinti, ha usato parole che indicano il Sacrificio. Perché la divina Tradizione, fin dall’inizio, come ne fanno fede i testi che arrivano fino all’età apostolica, ha ritenuto sempre Sacrificio la S. Messa. È un sacrificio. Questo vuole dire che, siccome è in quel momento che Gesù Cristo diventa presente, quando si offre e si consuma il santo Sacrificio, l’Eucaristia nasce dal Sacrificio. Questo basti a farvi intendere che non si può separare assolutamente, mai, l’Eucaristia dal carattere sacrificale. – Ecco perché la più perfetta orazione che sia stata mai scritta a proposito dell’ Eucaristia — fu scritta da S. Tommaso d’Aquino, e ritengo non ci possano più essere dubbi oggi — è l’orazione che si canta sempre dopo il Tantum Ergo prima della Benedizione col SS. Sacramento: « Deus, qui nobis sub sacramento mirabili passionis tuæ memoriam reliquisti…», il che basta a stabilire che per ragione nativa, originaria, costitutiva, l’Eucaristia parla e parlerà sempre del Sacrificio della croce. Come si attua questo Sacrificio? Che lo è, è una verità di fede, il come appartiene alla spiegazione teologica. A noi interessa che lo è, il come è cosa secondaria. Tuttavia possiamo dirne qualche cosa. Tenendo conto del fatto che è un Sacrificio rappresentativo e commemorativo della croce, come ha detto Gesù stesso al momento della istituzione, quindi tenuto conto che vi deve essere un rapporto tra quello che si vede esternamente e quello che fu il Sacrificio della croce, la migliore spiegazione teologica parrebbe quella di ritenere che il fatto della costituzione sotto le due specie separate, che evidentemente rappresentano la separazione tra il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo avvenuta in croce, fatto esterno ma dimostrativo della consumazione del sacrificio, verifichi la ragione del Sacrificio. Ma ritorno al punto di partenza, perché è quello il peso dell’argomento di questa meditazione: la S. Messa è un sacrificio, l’Eucaristia pertanto nasce dal Sacrificio. – Veniamo a un secondo punto. La S. Messa e Sacrificio legato al Sacrificio della croce. Vediamo  come è legato. Lo ha detto N. S. Gesù Cristo: è memoria del Sacrificio della croce, quindi ha carattere rappresentativo, raffigurativo, commemorativo, per le parole stesse del Divin Salvatore che si ripetono sempre nella consacrazione. Il Sacrificio della Messa quindi è stato, non certo per spiegazione teologica ma per divina parola, indicativa, chiara e netta, rapportato al sacrificio della croce. Come è rapportato? È rapportato in modo per cui non abbiamo due Sacrifici ma uno. L’unità del Sacrificio è chiaramente affermata da S. Paolo nella Lettera agli Ebrei, insieme con il carattere eterno di quel primo sacrificio, del quale dice: « Cristo è entrato col suo sangue nel tabernacolo, avendoci procurato una redenzione eterna ». Ne abbiamo abbastanza per capire la unità del Sacrificio, la unità cioè che esiste tra il Sacrificio dell’altare e il Sacrificio della croce. E siccome è quello della croce che tutto ha consumato, tutto ha ottenuto, tutto ha redento il mondo, e su questo punto la S. Scrittura è ben netta, specialmente nella Lettera agli Ebrei, dobbiamo ritenere che il Sacrificio della Messa, che costituisce un solo Sacrificio col Sacrificio del Calvario, non solo è rappresentativo e commemorativo di quello, ma è rinnovativo e applicativo di quello. A questo punto noi possiamo domandarci in che modo è applicativo e rinnovativo di quello. E allora la spiegazione migliore che, tutto sommato, è possibile dare, sembrerebbe essere questa: il fatto solo di diventare Gesù Cristo presente sull’altare sotto le apparenze diverse del pane e del vino, separazione del Corpo dal Sangue, figurativamente parlando perché Gesù Cristo è vivo sotto l’una e sotto l’altra specie, per divina deputazione, per divina volontà esprime l’offerta indefinitamente fatta al Padre del primo sacrificio della croce. Con questo rimane la unità del sacrificio che è affermata nella Sacra Scrittura, rimane il carattere dirimente affermato nella Sacra Scrittura del Sacrificio della croce; e poiché rimane, ecco la logica della continuazione, il carattere rappresentativo e figurativo. Notate bene che Gesù fece l’istituzione della Eucaristia la sera prima del sacrificio della croce. È evidente che la consumazione del sacrificio ha avuto una anticipazione; ma anche quella offerta fatta prima della consumazione stessa del sacrificio della croce diventava anteposizione, nel tempo, commemorativa dello stesso Sacrificio della croce. Sono di quelle trasposizioni che chi vive nell’eternità, Dio, facilmente fa nel tempo. Ora, posto e così concluso questo secondo punto, che è importantissimo, e cioè che la S. Messa si rapporta del tutto al sacrificio della croce e rinnova la stessa offerta che di sé sulla croce ha fatto Gesù Cristo al Padre, dobbiamo guardare al Sacrificio della croce. Perché è quella maestà, se volete è quel dolore, è quella superna redenzione che entra in pieno, solennemente, nella celebrazione del divin Sacrificio. Il Sacrificio della croce ha risolto la questione del mondo. Qual era la questione del mondo, la questione che subordinava tutte le altre questioni? Era questa. Il mondo, a cominciare dal suo primo disgraziato progenitore, ha peccato. Il peccato dell’uomo supera l’uomo, non perché una causa minore possa produrre un effetto maggiore, ma perché il peccato fatto dall’uomo è diretto contro Dio, è sempre una negazione di Dio, sottrazione alla legge di Dio, quindi negazione di Dio. La ragione dell’altissimo oggetto, in ragione dell’altissimo corrispondente, che è Dio, il peccato supera l‘uomo. Non in ragione di quello che parte dall’uomo, ma in ragione di quello che esso è colpendo — mi sia lecito dir così anche se la parola è assolutamente impropria — Iddio che è eterno, che è infinito. Il peccato dell’uomo supera l’uomo, e appunto perché supera l’uomo, l’uomo non ha mai potuto pagarlo. Mai. Lo può commettere, non lo può redimere. Infatti la sensazione più diffusa che noi abbiamo in tutte le forme mitiche anche cosmogoniche della storia umana e che noi andiamo rivangando ora dalla preistoria presenta sempre i caratteri di questa ineluttabilità. Quando dalle forme puramente mitiche e primitive si è passati alle forme di cultura ha cominciato a imperare, terribile, il senso della nemesi. Tutta la mentalità greca, e soprattutto la tragedia greca nella espressione più sublime, porta, anzi è intrisa del senso della nemesi, la vendetta terribile. Il peccato, la colpa, il crimine non può essere pagato, e pertanto indefinitamente viene ripresentato, viene colpito, e i crimini passano dai padri ai figli e dai figli ai nipoti, ai pronipoti e così via. È il terribile senso della nemesi. L’umanità realmente, in quelle poche volte che ha un po’ pensato, come tale, si è sempre trovata innanzi a questa stanca costatazione che noi possiamo con parole riassuntive riprodurre così: gli uomini hanno avuto coscienza che potevano fare il male, ma non se ne potevano liberare. Gli atti ci seguono. Questo era il dramma del mondo, e pertanto era necessaria una riparazione in giustizia, ma una riparazione il cui valore superasse l’uomo, cioè appartenesse all’ordine divino. Senza una riparazione che superasse l’uomo e appartenesse pertanto all’ordine divino, non era possibile che si rifacesse l’equilibrio e che l’uomo, dopo aver commesso il suo peccato, potesse liberarsi dal medesimo. E questo fa capire la ragione dell’Incarnazione del Verbo, perché nell’Incarnazione del Verbo le cose sono poste così: che la natura umana assunta dal Verbo Figlio di Dio sussiste nella Persona divina. Il soggetto delle azioni compiute da questa natura umana diventa Iddio, perché il soggetto dell’azione è la persona, lo strumento è la natura. E allora queste azioni, attivamente o passivamente compiute attraverso la natura umana, avendo per soggetto Iddio, diventavano azioni divine e potevano essere pertanto di valore infinito, capaci, se capaci di riparazione, di riparare veramente e di riportare tutto all’equilibrio, cioè salvare, risolvendo il dramma del mondo. Tutte le vicende dell’umanità sono guidate da questo fatto: dall’esercizio della libertà dell’uomo e dall’atteggiamento morale conseguente all’uso della libertà dell’uomo e pertanto dall’impotenza dell’uomo che segue e rimane dopo l’abuso della libertà, cioè dopo il peccato. E in tutte le azioni questa maledizione, e in tutte le cose questo peso, e in tutte le vicende questo rotolare verso un abisso, ineluttabilmente. La storia ha un significato solo: la prova dell’uomo libero. La storia ha un riassunto solo: l’epilogo dell’uso della libertà. La storia ha una linea sola: la ricerca di uno sbocco di questo uso o cattivo uso della libertà. Tutte le azioni, assolutamente tutte, risentono di questo grande filone che le domina. E allora voi vedete come soltanto il Figlio di Dio fatto uomo poteva riparare e come la storia ha un significato solo, una soluzione sola, ed è Gesù Cristo in croce. La storia è là. L’unico fatto che si allontana da questa linea, da questa monotonia nella variazione, e da questa variazione nella monotonia, è l’Incarnazione del Verbo e la morte del Nostro Signore Gesù Cristo in croce, perché la finalità della Incarnazione del Verbo era in quel Sacrificio. Ecco ciò che sta al centro. Ecco perché dappertutto c’è la Croce, ecco perché dappertutto c’è il Crocifisso, ecco perché, immaginativamente, le braccia del Crocifisso non si sono mai schiodate. Rimangono così, aperte, come per abbracciare senza fine l’umanità che pecca. Tutto è là, tutto. Ogni attimo di vita di ogni uomo, ogni senso della vita d’ogni uomo — perché essa ha pure, voglia o non voglia, una direzione — prende il suo colorito di là. Ogni cosa, bella o brutta, dell’umana esperienza si rapporta là. Ogni giudizio, ogni verità, ogni conquista ha il suo termine di criterio ultimo e risolutivo soltanto nella Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. – La storia è fatta di tre elementi. Il primo, quello che troviamo sul proscenio, è l’uomo libero, che fa quello che vuole, bene o male. Il secondo è dato dalla natura che, guidata da leggi determinate, fisse e impreteribili, fa il suo cammino e intreccia pertanto l’elemento determinato suo con l’elemento libero dell’uomo che cammina in mezzo ad essa, dando il risultato per noi più sorprendente di non essere mai disturbata nella determinatezza delle sue leggi dalla libertà dell’uomo e di non disturbare mai con la determinatezza delle sue leggi la stessa libertà dell’uomo. È il secondo elemento. L’intreccio di questi due elementi e di tanti elementi crea la cosiddetta causalità. Ma c’è un terzo che è al di fuori, un terzo elemento che è misterioso, che cammina accanto all’uomo, che cammina accanto alla natura, che non è né l’uomo né la natura, che sta al di sopra di essi e che viene rivelato da un disegno, che viene rivelato dai cicli, dalle rispondenze, che viene rivelato dai risentimenti morali e dal fatto di un legame quanto mai indicatore che esiste tra colpa e dolore, tra peccato e disgrazia. E il terzo elemento misterioso è il reparto dove agisce soltanto Iddio, la Divina Provvidenza. È dall’incontro di questi tre elementi che si fa la storia. Ma di questi tre elementi nei quali l’uomo fa la figura che voi sapete, il quadro che voi conoscete, il vertice si chiama Gesù Cristo e Gesù Cristo nella sua Passione, il Verbo di Dio fatto uomo che immola sé stesso perché gli uomini trovino la via della loro giustizia e della eterna pace. Questo bisognava richiamare, perché la S. Messa è questo. Attenti bene. Ricapitoliamo. La Messa è un Sacrificio: l’ha detto Gesù Cristo. La Messa è Sacrificio commemorativo, rappresentativo del Sacrificio della croce: l’ha detto Lui. La Messa è una cosa sola con il Sacrificio della croce, e pertanto nell’unità del Sacrificio, rinnova quello; non è un altro sacrificio. Le forme sono diverse, perché la Messa è Sacrificio incruento mentre quello della croce è stato cruento, ma questo si rapporta a quello, talché rientra nella unità del Sacrificio della croce. E pertanto rinnova quello, anche se le forme sono specificamente distinte. Rinnova quello, ed è in questo senso che si parla di unità: ripresenta, ripropone quello. L’atto offerente di quello ritorna a ogni consacrazione, ossia ritorna a ogni consacrazione la risoluzione del dramma del mondo, la sorgente di tutto. È per questo che la S. Messa ha un valore infinito. Sacrificio, Sacerdote eterno. Vittima: tutto sta inserito in quel soggetto divino che, essendo la persona del Verbo, comunica a quanto è predicato di Lui, in proprio, il carattere dell’infinito. – I frutti della Messa sono applicati limitatamente, però indefinitamente aumentabili. E questa è la ragione per cui la S. Messa può essere ripetuta indefinitamente, e l’applicazione dei frutti avviene in modo finito per quanto indefinitamente aumentabile. Allora, quando si celebra la Messa, che cosa si vive? Tutto il mondo, tutta la storia, tutta la salvezza. Ma non la si vive con la memoria, riandando a un passato: è un presente. Non è ima ricostruzione soltanto commemorativa, è rinnovazione; quel fatto è ontologicamente vivente e ritorna tutto. – Badate bene che il mondo ha, per la sua forma e per il suo spazio, una maestà che ci sopravanza tanto. Badate bene che tutta la storia, della quale il mondo è il quadro materiale, è una maestà che si ammanta di tutta la luce di questo cosmo. Badate bene che tutti gli uomini che furono e sono e saranno sono soltanto attori, in parte, di questa storia. Ma tutto questo ritorna quando si celebra la Messa. Ritorna nelle sue supreme ragioni, supreme sue esigenze di giustizia, suprema corrispondenza di giustizia, perché il Sacrificio è la corrispondenza di giustizia, è una soluzione di giustizia, ritorna col suo tema obiettivo attuato di eterna redenzione e di eterna salvezza, dal quale tutto rifulse. C’è tutto nella S. Messa. Noi possiamo riflettervi per tutta la vita, possiamo consumare le nostre capacità intellettive per tutta la esistenza, ma non arriveremo mai a capire bene, a esaurire l’argomento della S. Messa. Ora provatevi voi a vedere se esiste una cosa più grande, se ne esista una che possa essere anteposta alla S. Messa, se esista un atto che possa, più della S. Messa, acquisire le nostre attrattive e le nostre preferenze. Dite voi se esiste un momento più sublime di quello nel quale si celebra, si ascolta, ci si unisce alla S. Messa. Allora si arriva a un vertice, e da quel vertice si sente che si maneggia il mondo e l’eternità, perché il valore di questo Sacrificio non è soltanto per i vivi, nella soluzione del loro grande dramma di fronte all’eternità, ma s’estende al di là delle barriere della morte e diventa anche suffragio e soluzione per coloro che attendono ancora la purificazione definitiva, per quanto già siano certi dell’eterna salvezza. – Si arriva allora al crinale fra tempo ed eternità. E quell’altezza è vertiginosa, e il grande contrasto è che l’abitudine tende a ricoprirlo, a intasarlo, a renderlo opaco, comune. E allora la lotta di tutta la vita sarà contro questa abitudine che tenterà di imbozzolarci, di chiuderci perché noi non vediamo, non sentiamo e non proviamo, mentre sempre soltanto nel balzo vigoroso della fede, che chiama in causa tutto quello che c’è di attuale in noi, possiamo rompere la grande tentazione dell’oscurità e del crepuscolo col quale le cose della vita tenterebbero di avvolgere il S. Sacrificio. È tutto. È tutto. – Alcuni anni fa andai al sanatorio di Arco per compiere uno dei miei doveri. Trovai là un sacerdote, un missionario tubercoloso. Era pressappoco morente. Si capiva che avrebbe potuto tirare avanti giorni, settimane, un mese, poco più. Era disfatto quell’uomo. Lo ricordo. Aveva anche altri mali, per cui era veramente un crocifisso. Mi disse: « Chiedo una grazia sola. Vede, il mio sangue è marcio — era vero — tutto è marcio in me. Ma chieda lei al Papa la grazia di poter dire, così, perché non posso più reggermi, la Messa, una volta, una volta sola! Non chiedo altro. Sono felice di offrire la mia vita per la Chiesa, per il Papa, sono contento di morire, ma domando una cosa sola: mi si lasci dire ancora una volta la Messa; perché mi occorre una dispensa, lei capisce, una dispensa da tutto ». Gli dissi: « Va bene, non so se riuscirò ». Dopo alcuni giorni andai da Pio XII. A un certo punto dell’udienza, alla fine di ciò di cui si doveva trattare, gli raccontai la cosa. Gli dissi: « Padre Santo, me lo faccia questo dono. Almeno una volta! Se vado a chiederlo alla Congregazione dei Riti mi fanno aspettare un anno, e quello muore. E poi non me lo concedono, perché quest’uomo è ridotto a un gomitolo, non potrà indossare i paramenti, dovrà celebrare in letto stando arrotolato. È una Messa senza forma. Padre Santo, una volta sola! ». Io vidi una lacrima negli occhi del Papa. Stentò a parlare. Dopo un po’ disse : « Una volta sola? Poveretto! Fin che vivrà ». Cari, vale la pena di vivere tutta una vita per sentire una Messa sola! – Il popolo ebreo peregrinò 40 anni nel deserto e non arrivò al monte di Sion. Quelli della prima uscita hanno dovuto morire tutti; e lo stesso Mosè ha dovuto morire sul Monte Nebo guardando da lontano la terra Promessa, perché aveva avuto un atto di esitazione nella sua fede. Vale la pena di vivere tutta una vita per sentire anche una sola volta la Messa; camminare trascinandosi da un polo all’altro per sentire una sola volta la Messa. Ora guardate questa moltitudine, che non si cura neppure di andare a Messa alla domenica. Ne abbiamo da fare, è vero? Perché il farcela andare, vedete, Dio l’ha lasciato affare nostro. Lui ci aiuta e muove tutte le cose nel senso in cui lavoriamo noi, ricordatevelo, e obbliga tutto il male a servire al bene, perché Cristo ha redento il mondo, e, pertanto anche il male ha avuto questo smacco: deve sempre servire al bene. Ma portarcela, questa gente, l’ha lasciato affare nostro. Comunque una vita sarebbe bene spesa quando fosse spesa, se non altro, che per dire o ascoltare una Messa.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (7)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (7)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

7. Mysterium fìdei

Il discorso sul medio, cominciato a proposito della meditazione sul giudizio, continua. L’Eucaristia è il mysterium fìdei per eccellenza. Lo è tanto che, come ho già avuto modo di ricordare nell’introduzione, nell’Evangelo di Giovanni, Gesù pare premettere al discorso eucaristico il discorso più impegnativo che abbia fatto a proposito della fede. Non c’è dubbio che è veramente l’Eucaristia il mysterium fìdei. Siccome noi dobbiamo camminare con Gesù Cristo e Gesù Cristo è lì, nella forma più vicina, più tipica, più indicativa, più qualificata, noi dobbiamo pure affrontare il discorso del mysterium fidei. Perché l’Eucaristia è il mysterium fidei? Perché non si vede niente, non si sente niente. Anche il discorso sulle emozioni interiori di quando si fa la S. Comunione è un discorso che deve essere molto cauto, perché non appartiene alla via ordinaria che ci siano straordinarie emozioni o effusioni, tali cioè che interessino la sfera affettiva o emotiva. Un’anima può benissimo anche durare a fare la Comunione per anni in un modo che si possa ritenere da parte sua anche perfetto senza che abbia particolari emozioni. Perché il sentire, il provare il gusto diretto delle cose di Dio, la esperienza immediata delle cose di Dio, non appartiene alla via ordinaria in questo mondo. Quindi, anche quando non avviene, non bisogna impressionarsi. L’importante, quando si fa la Comunione, è che si mantenga tutto l’affetto possibile, quello che diamo a Dio con la grazia sua, tutta l’attenzione, tutta la diligenza, tutta la concentrazione, e si dia a tutto questo la preparazione necessaria, anzi sovrabbondante, e la sequela non solo necessaria ma sovrabbondante. Se poi Dio permette che si provi qualche cosa, tanto meglio. Se non si prova qualche cosa, eh, pazienza, si aspetterà. Quando mancasse, non traiamo dal mancare conclusioni che non sarebbero né vere né utili né convenienti. Comunque rimane vero che è il sacramentum fidei. Perché che cosa si vede? Un po’ di pane e un po’ di vino. Che cosa si sente? Niente. Ecco, e allora si deve raggiungere la realtà con un’altra potenza, che non è degli occhi, delle orecchie, del tatto: è l’anima che crede, che sa con certezza esserci sotto le apparenze del pane e del vino Gesù Cristo. Ecco il mysterium fidei. E perché si accetta questo mysterium fidei? Lo si accetta per una cosa sola: sulla sua parola, lo ha detto lui. Sulla sua parola. Quella sua parola, voi sapete donde poteva trarre valore dinanzi alla mente degli uomini raziocinanti che chiedono dimostrazioni. Voi sapete che quella sua parola è stata accompagnata dall’avveramento delle profezie messianiche e sapete che quella sua parola è stata accompagnata dal fatto più grande della storia umana, che è la risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, fatto storico, fatto certo, fatto documentabile. Voi sapete che quella sua parola è stata accompagnata dall’esercizio di una potenza imperante sopra tutte quante le leggi di natura, al di là e al di fuori di tutte le leggi di natura, che denotava in lui con evidenza l’esercizio di una potenza e di una autorità divina. Voi sapete la singolare introduzione che ha fatto Gesù al discorso eucaristico del capitolo VI di San Giovanni. È una introduzione singolare; credo che nessun oratore mai abbia potuto fare un prologo al proprio discorso come lo ha fatto Gesù Cristo. Il prologo del discorso eucaristico è stato questo: c’era una folla che, a computare anche le donne e i bambini, poteva essere calcolata di 10.000 persone; e questa folla l’aveva seguito a nord del lago di Cafarnao, oltre la palude di Meron, e si trovava in una regione assolutamente deserta, lontana da paesi, da centri di rifornimento, e l’aveva seguito talmente affamata di cose spirituali da dimenticarsi di quelle materiali. A un certo momento si sono trovati tutti presi dalla fame e vuote completamente le bisacce, cioè senza niente. E Gesù dice: Questa povera gente muore di fame. Ma sì, e dove si va a prendere tanto pane per dar loro da mangiare a quest’ora? Gesù domanda: C’è qualcheduno che ha qualche cosa? Beh, hanno due pani e pochi pesci. Portateli qui. Li benedice, rende grazie e comincia la distribuzione. La distribuzione continua e i pani non vengono mai meno e i pesci neppure. E tutta quella gente si sazia in modo tale che quando egli dice: “Andate a raccogliere i frammenti”, se ne raccolgono dodici sporte. – Il prologo del discorso eucaristico di Cafarnao è stato il miracolo della moltiplicazione dei pani. C’era anche un collegamento di simbolo tra il miracolo e quello di cui avrebbe parlato Gesù. Ma certo era una introduzione molto efficiente e molto convincente, perché Egli stava per dire una cosa che aveva dell’incredibile, e notate bene che sulla sua reale manducazione ritorna quattro volte, e sul fatto della realtà della sua presenza nove volte: ripete, incalza. Il discorso di Cafarnao è un dialogo serrato, in cui l’interlocutore non parla altro che alla fine del discorso ma la cui voce o il cui gesto rumoreggiante e polemico e contraddicente lo si sente a ogni rincalzo. Perché, se Gesù Cristo ripete le due stesse cose una per quattro e una per nove volte, è segno che ci sono state altrettante manifestazioni e contrarietà da parte della folla, che diceva: queste sono robe da matti. Ma, capite, aveva fatto quel prologo, Lui, aveva dimostrato che era padrone delle cose. E aveva moltiplicato i pani e anche i pesci. Aveva fatto questo, e la cosa era stata di immediata costatazione perché avevano mangiato e si erano saziati. E siccome da molto non mangiavano, il loro mangiare non era stato poco; poi a quell’aria fresca e a quei tempi in cui le folle che andavano dietro a Nostro Signore non avevano poi tante delicatezze, mangiavano di santa ragione. Gesù ha dato loro quella prova, come a dire: Ora vi dirò una cosa che forse per voi va fuori dall’ immaginazione, ma badate che non va fuori dall’immaginazione più di quanto non vada fuori il fatto che con pochi pani e due pesci si sia dato da mangiare a 10.000 persone. È la stessa cosa. Occorre la stessa potenza per l’uno e per l’altro e, manco a farlo apposta, guardate bene, qui c’era un oltraggio, si sarebbe detto, alla legge dell’estensione e della quantità. – Quello che rende il sacramento della Eucaristia « mysterium fidei » è la stessa cosa, è la stessa cosa tutta a rovescio. Cioè non è l’oltraggio, ma è la eccezione fatta a tutte le leggi della quantità, come forse avremo occasione di spiegare più dettagliatamente in una nostra conversazione seguente. Pertanto aveva fatto un discorso introduttorio molto imbarazzante N. S. Gesù Cristo. E badate bene che la potenza del discorso, imbarazzante per i negatori e consolante invece per coloro che lasciavano aperte le porte alla ragionevolezza, la si sente in quel che viene dopo, perché al termine del discorso la folla esplode, i malevoli fanno un anticomizio e dicono: « Ma che cosa sono queste parole? Chi può stare a sentire discorsi di questo genere? Chi può mai accettare parole come queste? ». E se ne vanno, se ne vanno. I capi, il solito gruppo dei Farisei, degli Scribi, gente arrabbiata, gente verde dalla bile che aveva contro Gesù Cristo, se ne vanno. E così comincia a scemare la folla intorno a lui, L’aria si è cambiata, c’è senso di rivolta. E Lui si volse anche ai discepoli che gli stavano vicini, quelli non avevano ancora cominciato ad allontanarsi: « Volete andarvene anche voi? Andate ». È allora che Pietro parla e dà una risposta stupenda: « Signore, e dove andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna ». Grande logica nelle parole di Pietro, perché tradotte in parole povere vogliono dire questo: Signore, veramente anche noi non abbiamo capito niente, proprio niente — e non c’è da meravigliarsi che non avessero capito niente — però abbiamo vagamente intuito che quelle che tu dici sono parole di vita eterna, appartengono a un altro piano. Comunque, qualunque cosa Tu dica —  egli si ricordava dei pani e dei pesci — noi non andremo da nessun altro, noi non possiamo, da nessuno. Tu solo hai parole di vita eterna. – Nostro Signore ha affermato la verità dell’Eucaristia. Come vedete, l’ha afferma: in modo polemico, in modo incalzante, davanti a una folla che non se ne stava lì quieta, tranquilla, ma che ha rumoreggiato, che ha dato tutte le manifestazioni della sedizione, della rivolta, del dispetto, della rabbia, provocando tutto quell’insorgere di affermazioni successive. Qui — ed è stata l’unica volta in tutto il tempo del Vangelo — Nostro Signore ha posto la questione di fiducia ai discepoli : « Volete andarvene anche voi? Andate ». O

accettate e rimanete; o non accettate e potete andare. – Naturalmente noi crediamo alla presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia e ci crediamo sulla parola di Lui. Questa parola ha avuto una grandissima documentazione e ha continuato ad averla nel tempo, perché Dio ha fatto tante cose singolari intorno all’Eucaristia e ha tante volte infranto le leggi della natura, ha tante volte infranto tutti quelli che potevano sembrare i calcoli umani; li ha superati, li ha trascesi. Anche quando dal secolo scorso a Lourdes si è aperta una vena di soprannaturale singolarissimo che dura tuttora, voi sapete che la parte, e forse la parte maggiore delle manifestazioni soprannaturali avvengono al passaggio del SS. Sacramento. Ma c’è tutto il resto, perché c’è un fatto che dura da duemila anni ed è come il fatto del sole. Il sole sorge il mattino, tramonta la sera. Del sole che cosa si dice? Fa chiaro; qualche volta si dice: fa anche caldo. D’inverno lo si dice meno. È un fenomeno al quale, in fondo, non si fa gran caso perché è talmente abituale. Ma non si fa caso all’altro fenomeno: questo sole permea la vita, è la ragione di tutta quanta la vita che è sulla terra. Noi fino a pochi anni fa lo sapevamo in modo assolutamente vago, non conoscevamo una funzione clorofilliana, una funzione che rendeva ragione di tutto il mondo vegetale e attraverso il mondo vegetale dello stesso mondo animale il quale finisce poi, in ultima analisi, con l’appoggiarsi sul mondo vegetale. C’è tutta un’azione del sole, per cui si vede la vita che ha rigoglio. Dove il sole non arriva con certa potenza del suo raggio, certe piante non osano spuntare fuori dalla terra, non potrebbero, certi frutti non possono maturare. Dove c’è il sole e dove il sole raggiunge una certa intensità, dove c’è l’incidenza del raggio e a un certo modo, noi vediamo crescere i datteri, le banane, i frutti dei climi più caldi, i frutti più ricchi, più saporosi. È tutta una immensa influenza che l’astro del cielo esercita e del quale noi non seguiamo la vicenda, del quale noi raccogliamo soltanto i frutti. – Ora, la presenza di Nostro Signore nella storia della Chiesa ha avuto lo stesso identico andamento, ma con altro ritmo e con altro frutto. Guardate che tutto è cresciuto intorno all’Eucaristia. Senza di quella, le anime non si sarebbero mai rassodate, senza di quella i martiri non avrebbero mai trovato la loro forza, senza di quella non sarebbe nato niente, nessuna istituzione sarebbe mai riuscita. La numerosità, la varietà, la funzionalità di certe fondazioni sono nella Chiesa Cattolica, e solo nella Chiesa Cattolica, notate bene. La vera flora, nel fatto umano, si è avuta soltanto nella Chiesa Cattolica. Questo è un fatto evidente, è un fatto che è quadrato, è ben netto, è circostanziato, è palmare, è documentabile. Perché? Perché ? Anche qui succede come nell’ordine fisico, che certi frutti attecchiscono e maturano solo in certe regioni, perché qui c’è l’incidenza del sole a un certo modo. –  Se si studia la storia della Chiesa, si vede che i  momenti più grandi hanno affondato le radici nei momenti peggiori. Basta pensare che questo scattare della Chiesa, dopo la pace di Costantino, ha affondato le radici in un periodo di tre secoli di persecuzioni all’esterno e di eresie all’interno. E le eresie sono state una cosa ben peggiore, per la Chiesa primitiva, che non le persecuzioni degli imperatori romani. Notate bene che quel rinvigorimento incredibile che noi abbiamo alla fine del XII secolo e al principio del XIII, in una civiltà che è cristiana, che è la più cristiana che abbia conosciuto tutta la parabola della nostra fede, viene dopo il periodo più oscuro, che ha portato all’acme le grandi lotte per la liberazione della Chiesa dalla corruzione del suo stesso Sacerdozio e persino, in una parte dell’Europa, dell’Episcopato. Badate che la grandissima fioritura, la più grande fioritura di fondazioni religiose che si sia verificata nella Chiesa, non come numero ma come qualità, varietà, funzionalità e adattamento sociale, è venuta dopo la rivoluzione francese e dopo le conseguenze della rivoluzione francese. I santi e la maggior parte delle istituzioni missionarie e non missionarie del secolo scorso, provengono o o da uomini che sono germinati sotto il terrore e al tempo del terrore. È allora che si sente la potenza della germinazione e di questo sole che è Lui, Gesù Cristo nell’Eucaristia. – L’atto di fede è l’atto col quale il nostro intelletto accetta aderendo o aderisce accettando, il che è lo stesso, delle proposizioni e verità, e le accetta e vi aderisce unicamente basandosi sulla autorità di Dio che le ha rivelate; in parole più semplici, unicamente basandosi su questo: Gesù Cristo l’ha detto, basta. Pertanto due sono le cose fondamentali da osservare nell’atto di fede. La prima è che si tratta di un atto essenzialmente intellettuale, da non confondersi con atti che non sono intellettuali. La seconda è che il motivo di questa accettazione, di questo piegarsi dell’intelletto, di questo dire: Amen, aderisco, il motivo non è la evidenza intrinseca della verità che si accetta ma è la parola di Dio, è il fatto che l’ha detto Gesù Cristo. Soltanto per questo motivo di autorità divina si ha l’atto di fede. Perché là dove l’adesione a una verità avvenisse per visione diretta, cioè per diretta evidenza, noi non avremmo più l’atto di fede, ma avremmo un atto di scienza. Tanto è vero che, quanto alla esistenza di Dio, alla quale possiamo arrivare argomentando dalle cose create con vera e propria dimostrazione, con la più grande dimostrazione che meriti tal nome tra le cose terrene, se a Dio arriviamo per il fatto che l’abbiamo dimostrato, noi non facciamo un

atto di fede. Noi lo facciamo quando diciamo: Aderiamo perché l’ha detto Lui che c’è. Ora, salvo talune verità che sono insieme oggetto di scienza e oggetto di fede a seconda del motivo per il quale si ammettono, le altre, in sé stesse, sono verità che trascendono, non sono dimostrabili. Non solo, ma di esse i cosiddetti misteri non sono neppure del tutto raggiungibili; intelligibili sì, cioè in essi l’intelligenza può entrare fino a un certo punto, ma a un certo punto si trova davanti l’infinito e la capacità nostra che è finita non può adeguarvisi. Pertanto verità che sono intelligibili rimangono incomprensibili, se per comprensibile s’intende la cosa che è intelletta fino in fondo, perché il comprendere dice il prendere tutto. – Ma c’è l’autorità di Dio che dice: questo è vero; e se lo dice Dio, noi non abbiamo niente da dire, perché Egli è verità, non può ingannare; è perfezione, è verità che non inganna, è infinita perfezione e pertanto non può ingannare: se lo dice Iddio, basta, abbiamo la massima certezza. I nostri occhi possono essere passibili di difetto, sono passibili d’inganno, gli strumenti della nostra evidenza immediata possono essere passibili talvolta d’inganno, e di fatto lo sono, e questo mette noi in cautela anche quando si tratta di sperimentazioni scientifiche; ma quando l’oggetto e il mezzo per poter venire in contatto con la verità è Iddio stesso che interviene, che attesta, Dio attestante, la parola di Dio, allora il mezzo per raggiungere la verità è infinitamente maggiore e più sicuro e certo di quello che noi abbiamo dai nostri occhi o dagli strumenti ordinari della nostra sperimentazione diretta di evidenza. – Sicché, guardate qui nuovamente le due cose: nella fede noi abbiamo il mistero sull’oggetto, cioè su quello che si accetta, e invece abbiamo la chiarezza sul motivo per cui si accetta, perché il fatto dell’attestazione divina è un fatto storico, è un fatto che appartiene al nostro ordine, è un fatto le cui cause sono state poste e vengono poste continuamente nel nostro ordine, e pertanto la dimostrazione della divina rivelazione può essere data, è data, è raggiungibile, è raggiunta, è palmare, è data seguendo vie scientifiche, soddisfacendo tutta quanta la razionalità, le esigenze della razionalità umana; sicché, mentre il velo rimane calato sopra l’oggetto della fede — in questo caso, poniamo, la reale presenza — il velo non è calato affatto, anzi è alzato tutto sull’altro punto, sul fatto dell’attestazione divina, cioè sul motivo della fede. L’oscurità per l’uno, la chiarezza per l’altro. Il motivum fidei può essere dimostrato, il motivum fidei porta la nostra intelligenza su un altro fatto, perché il motivum fidei non è l’Eucaristia,è il fatto della rivelazione divina in sé stesso storicamentestudiato, con tutti i suoi postumi checontinuano attraverso il tempo e continuerannofino alla fine dei tempi a dare la dimostrazionedella verità di quello che ha detto Gesù Cristo,della realtà della autorità sua di attestante divino.Oscurità sulla Eucaristia, chiarezza invece sull’attestazionedivina in favore dell’Eucaristia.Quest’anno la vostra associazione ha guidato il pellegrinaggio degli studenti a Orvieto. A Orvieto c’è un corporale che porta le macchie del sangue di Gesù Cristo. Secolo XIII: era il tempo in cui la Corte papale era in dubbio se cedere a pressioni che venivano dal Belgio: si trattava della Beata Giuliana di Liegi e indirettamente di S. Lutgarda per istituire la festa speciale del Corpus Domini. Il Papa era un francese, Urbano IV. Conosceva bene l’area dalla quale venivano queste sollecitazioni, ma era in dubbio. Il Papa stava a Orvieto, e a una quindicina di chilometri di distanza, a Bolsena, un sacerdote stava dicendo Messa. Quelsacerdote aveva dei dubbi sulla verità della realepresenza. Un movimento inconsulto gli fece versareil calice. Uscì del Sangue. Videro tutti. Chi aveva autorità a Bolsena ebbe il buon senso di far recingere l’altare in modo che nessuno si vicinasse e toccasse perché potesse rimanere laprova intatta. Il Papa che stava a Orvieto andòpersonalmente a fare la costatazione a Bolsena. Prese il corporale bagnato del Sangue di GesùCristo e se lo portò a Orvieto e rimasecome attraverso i tempi la documentazione chedimostra Dio attestante, la verità della divina parola, cioè che si tratta di quella divina parola, di una attestazione divina, continua.Ho sentito dire che quest’anno la vostra associazione dirigerà il pellegrinaggio degli studenti a Siena. A Siena, nella grande basilica di S. Francesco, si conservano 223 particole consacrate. Furono rubate il 24 agosto 1730, furto sacrilego; poi forse il rimorso le ha fatte riportare in un’altra chiesa, nella cassetta delle elemosine, e sono state trovate lì dopo tre giorni. Le leggi di natura, la umidità dell’aria e tante altre cause che sono pure leggi di natura non permettono al semplice pane di restare intatto oltre un certo tempo; ammuffisce, si altera e si decompone come tutte le cose. Quelle particole invece hanno fatto eccezione. Sono rimaste intatte per oltre due secoli, dove tutti gli agenti de componenti avrebbero potuto agire. Quando le hanno ritrovate hanno capito che la cosa era straordinaria, e le hanno conservate, non le hanno consumate. Stanno là, e da qualche secolo perseverano intatte. Le leggi che toccano tutto e non fanno mai eccezione per nulla si sono arrestate dinanzi al sacro tesoro della chiesa di S. Francesco a Siena. Tutta la storia della Chiesa è costellata di fatti del genere. Ecco come stanno le cose. Sull’oggetto c’è il mistero. Gesù Cristo non lo si vede, ma sul motivum fidei c’è stata, ci fu, ci sarà la chiarezza. E non solo i cosiddetti miracoli autenticati, ma ci sarebbe tutta un’altra storia da studiare della quale qui non ho tempo di parlare, è una storia che è fatta dal ritmo che prendono le cose nella loro caducità e dall’inversione di ritmo che hanno quelle stesse cose quando incontrano GesùCristo.La conclusione qual è? Sarebbe comodo, è vero, per taluni — io, da teologo, ritengo che sarebbe terribilmente scomodo — vedere direttamente Gesù Cristo e parlare con Lui, così, con la bocca, come si fa con gli altri. Potrebbe sembrare comodo. No. Con Lui si parla attraverso questo medio; è l’atto di fede, è il motivum fidei, che in sé stesso può essere chiarissimo. Ho accennato che sarebbe molto scomodo se Gesù Cristo lo vedessimo direttamente. Contrariamente a quel che pare, è stato piissimo il nostro dolce Salvatore a far le cose a questo modo. Guardate bene, questi Santi che qualche volta rimescolano un po’ nelle faccende mistiche e vanno un po’ di là, pare che si scottino tutti lemani. Intanto, per prima cosa, non stanno in piedi,e a un certo punto muoiono perché non riescono a portare la costatazione, non dico delle cose divine ma di qualche cosa che è di pertinenza dell’ordine divino, fatta attraverso il nostro fragile corpo; non è portabile dal nostro corpo. S. Caterina da Genova, che fu una delle più grandi mistiche che abbia avuto la Chiesa, colei che hascritto il Trattato sull’amore di Dio, negli ultimi giorni della sua vita era arrivata a una tale elevazione mistica, aveva cioè la visione delle cose eterne in un modo, che a noi non è dato, per cui negli ultimi giorni a tenere in mano una tazza d’argento piena d’acqua fredda — gliela mettevano in mano per cercare di diminuire gli ardori della febbre —a tenerla in mano, faceva bollire l’acqua. Gliela mettevano in mano perché la raffreddasse e la sentivano bruciare. Essa era con la mente lassù, il corpo qui era ancora attaccato alla terra. Stava lì, col corpo, che è rimasto incorrotto. Quelli là le mettevano la tazza in mano con dentro acqua gelata per darle un ristoro, e quella la faceva bollire. Farla bollire voleva dire — poiché Genova è a 0° sul mare (ammettiamo pure che la casa dovestava fosse a 15, 16 m. s.l.m.) — voleva dire che era necessario che la temperatura che aveva nelle mani quella Santa fosse tale da poter dare il calore a 100°, per bollire. Se pensiamo che quando il corporaggiunge i 41°, ammettiamo anche i 42°, si muore, e quella arrivava a far bollire l’acqua — e notate che tutto è documentato — voleva dire che nella mano aveva una temperatura di 100°. E non moriva! Ma alla fine Iddio permise che questo fuoco, che aveva un’origine ben diversa da qualunque forma patologica e dalle altre malattie, la uccidesse, e così passò tra i Santi. Vedete, noi non potremmo sostenere la visione diretta delle cose divine. Il popolo d’Israele, quando vide quella specie di luminaria e sparatoria, quei fuochi d’artificio sul Sinai, disse a Mose: « Di’ che quelle cose Iddio le dica solo a te ». Immaginate se noi avessimo la visione delle cose divine! Ma ora qual è la conclusione? La conclusione è questa: se non c’è una grande fede, oh! l’Eucaristia si fa distante dalla vita dei fedeli. La fede, la certezza della fede si raggiunge razionalmente, ma lo splendore della fede è legato a tutte le cose che danno a noi splendore di grazia. Ma una cosa è chiara: noi avremo Gesù Cristo vicino, noi realizzeremo l’iter con Gesù Cristo nella stessa misura in cui ci sarà in noi una grandissima vita di fede. – Dio domanda che la volontà si pieghi nel dire « amen » non solo dinanzi al mistero dell’Eucaristia, ma anche dinanzi al mistero del mondo, che ha cose orribili, le quali debbono essere interpretate col metro della Provvidenza per non essere dei manichei. La tentazione della materia va superata continuamente: Iddio ci domanda continuamente un atto di fede. Ma il momento massimo della fede ce lo chiede qui. Lo vedete il medio? Con Dio siamo uniti in una intimità, in una familiarità stupenda, ma le nostre mani lo debbono palpare attraverso un sipario, sempre. Dio non viene a comandare in persona: è per questo che l’obbedienza vale, è per questo che l’umiltà vale. E se non passa attraverso i fratelli, anche l’amore diventa sospetto e forse talmente fragile da rompersi. C’è sempre il medio. Siamo qui in una prigione, che è il nostro corpo, il gran medio, mentre aneliamo alla felicità senza confini, al mare della pace. Ma finché non viene la morte a liberarci, dobbiamo intendercela col medio.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (6)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (6)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

6. L’Inferno

Dobbiamo fare la meditazione sull’inferno, perché « initium sapientiæ timor Domini ». È una verità fondamentale, è un punto di riferimento costante l’inferno, perché è da evitare a qualunque costo, con qualunque sacrificio, con qualunque accettazione. – Non dimentichiamoci il tono generale dei nostri Esercizi. Noi parliamo dell’iter cum Christo, sapendo bene che il filone di questo iter è la SS. Eucaristia. – Ci sono due proposizioni che debbono dare la tonalità alla serietà delle riflessioni nostre. La prima. Dite un po’: vi andremo o non vi andremo? È la domanda più grave che io possa rivolgere a me stesso e che possa rivolgere a voi. C’è qualcheduno che è sicuro di non andarci? Non c’è nessuno che sia sicuro di non andarci. È terribile. Nessuno può dirlo. « Si quis dixerit se esse infallibiter certum de propria æterna salute, nisi hoc privata revelatione didicerit, anathema sit » (Concilio di Trento). Ma ci pensate? Badate che ci possiamo andare. Ci posso andare io, e ho più facilità di andarci di voi. Quando mi annunziarono l’Episcopato, la prima parola che dissi fu questa: « Ma io ho paura di andare all’inferno ». Quel gran Papa che fu Pio XII, mi pare che fossero gli ultimi mesi della sua vita, disse a una persona di sua confidenza che lo riferiva a me: « Io veramente alle volte sono preso da una gran paura di dover finire all’inferno ». Ed era un santo. Io ho avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo bene, molto intimamente, e di servirlo. Posso dire che era un santo. Eppure…. Vi rendete conto del valore di questa domanda? Perché quello che abbacina non è tanto la dottrina sull’inferno, è l’esistenza, ed è il fatto che rappresenta un punto al quale noi possiamo arrivare e rimanere per sempre. Perché l’inferno è eterno, come comporta la legge di ordinarietà dell’altra vita e di stato di termine; e questo vuol dire che non si danno più mutazioni. Ma c’è la seconda proposizione. Nostro Signore ci ha amato, è venuto tra gli uomini, si è fatto come uno di noi, è nato a Betlemme, ha vissuto come uno di noi, ha lavorato povero più di noi, ha patito tutto. Non si è mai servito della sua potenza divina per allontanare dalla sua santissima umanità qualunque fastidio o per rendere più facile la propria strada. Non ha usato neppure il suo potere divino per far capire tutto ai discepoli nel tempo in cui li ha avuti con sé e li ha educati, lasciando che a tanti effetti crescessero e maturassero come avrebbero potuto maturare e crescere accanto a un altro uomo, tanto è vero che lo stesso giorno dell’Ascensione si è sentito rivolgere da taluni di loro certe domande che avrebbero fatto scappare la pazienza a chiunque. Eppure è stato al giuoco dell’umanità fino in fondo. E poi t’ha inventato questo: l’Eucaristia ha inventato. E così è rimasto con noi, e non per essere con noi per avere soltanto una indistanza, quella che ci può essere tra noi e un tabernacolo, ma è rimasto con noi perché noi dobbiamo mangiare l’Eucaristia. Egli viene dentro di noi e realizza veramente quello che è stato il suo sogno, tanto ci ha amati : « Io in voi, voi in me ». E rimane così. E la S. Messa si può dire su tutti gli altari del mondo, continuamente. Se ci sono delle ore in cui il diritto canonico impone che non si celebri la Messa, siccome la terra è rotonda, e le ore buone si alternano nella rotazione della terra, il Santo Sacrificio è da centinaia di migliaia di sacerdoti offerto ogni giorno, in ogni ora, secondo la profezia di Malachia. E in tutte le chiese. Ci sono quattro persone che vanno a stare su un monte, ed ecco spunta fuori una cappella; la Chiesa, materna, arriva con la parrocchia. Fin dove può, arriva anche il sacerdote che starà lì ad assistere quella poca gente, e l’altare è animato dalla presenza dell’Eucaristia, e la fiammella arde dappertutto, sempre. Il popolo, questo povero tappeto di tutte le ambizioni sul quale tanti giuocano, chi l’ha amato veramente non è stato che uno, Gesù Cristo. E allora, a pensare a tutto questo, deve essere facile, deve essere possibile, deve essere straordinariamente possibile appendersi al braccio di Gesù Cristo e farsi portare via dalle porte dell’inferno. Dal di dentro no, eh! Perché dal di dentro non porta più via, ma dal di fuori sì. Vedete le due proposizioni: creano un contrasto che è un dramma incredibile. Si direbbe che la mente non ci capisce più nulla, perché da una parte ciascheduno deve dire a sé stesso: tu puoi andare all’inferno; dall’altra: ma se è così, ecco, bisogna diventare proprio stupidi per andare all’inferno; questa è la conclusione ragionevole: bisogna diventare proprio stupidi, accettare la stupidità come una gloria. Con Lui che, dopo essersi incarnato, fatto uomo e dopo esser stato al giuoco dell’umanità fino in fondo — badate il trattato De Verbo Incarnato è stupendo, osservate la unità diquesta logica — stando al giuoco fino in fondo:se Gesù Cristo è stato uomo, deve essere possibilesalvarsi. È così vicino, così amabile, così infinitamente caro, così affettuoso, così tenero, cosìfermo ma così pieno di misericordia! E a emblemasuo ha permesso che fosse elevato ben piùalto, specialmente negli ultimi secoli, il suo Cuore,di cui l’Eucaristia è il documento. Le capite ledue proposizioni che cozzano dentro alla nostratesta? Da una parte possiamo andarci, all’inferno,nessuno di noi è sicuro d’evitarlo; dall’altra c’è questo spettacolo che riempie il cielo e la terra, il tempo e l’eternità, che si conforma come unaarra di tranquillità, di sicurezza e di pace. Dunqueper non diventare stupidi continuiamo a pensareche ci possiamo andare, e per continuare anon essere stupidi continuiamo a pensare che siamo con Lui. Le due proposizioni cozzano nella testa, fanno un po’ l’effetto di due pattini da sci acquatico, dei quali uno va un po’ su e l’altro va un po’ giù, e si deve correre dietro a questo motoscafo che corre pazzamente e noi siamo su questi due pattini. La meditazione dell’inferno a che cosa serve? A farci attaccare a un tabernacolo come se ci fosse nelle nostre mani un peso che ce le trattiene, e protese per accompagnare un atto di eterna adorazione e di eterno amore dell’anima.Allora mettiamoci un po’ a guardare dalla parte dell’inferno. Voi sapete che l’inferno consta della pœna damni e della pœna sensus. Anche qui c’è un binomio. La pœna damni è la vera sostanza dell’inferno, quella che basta da sola a farlo; se anche l’altra non ci fosse, l’inferno rimarrebbe, e consiste nella privazione di Dio. La poena sensus consiste in una pena aggiunta, non privazione ma aggiunta, pena positiva, dove entra un agente materiale per noi d’ignota natura. Poiché la nostra anima è stata unita al corpo, il ritmo della giustizia si propaga anche agli inferi, e il ritmo di questo binomio — anima e corpo — si propaga anche là secondo che è stata la situazione normale e comune della nostra esistenza. Ma la pœna sensus è la cosa minore, è il ristabilimento della giustizia lesa dal malo uso delle creature, lesa allora instato di libertà, lesa con chiara percezione di sovvertire un ordine e sovvertire quella strumentalità di tutte le cose di cui abbiamo parlato a proposito della morte, la strumentalità di tutte le cose che è quella che riproporziona, riaggiusta, riequilibra assolutamente tutto. Ora lasciamo stare la pœna sensus e recliniamoci un po’ nella pœna damni. La pœna damni sta in questo: Non Dio. Senza Dio. Ricordo che in un altro Corso di Esercizi, svolgendo il tema dell’inferno, vi ho fatto tutta la meditazione su questo punto: come viene a trovarsi l’anima appena staccata dal corpo. È una cosa terribile. Noi non abbiamo una percezione immediata della pœna damni e tanto meno ne abbiamo l’esperienza, ma per deduzione razionale possiamo avere una pallida idea di quello che viene a cessare al momento della morte e della situazione dell’anima, delle sue facoltà conoscitive e operative, indipendentemente dai sensi e pertanto al di fuori di qualsiasi rapporto col mondo che fino a quel momento l’ha accompagnata. Perché il punto di contatto col mondo lo si ha con l’accidens quantitatis che allora viene a cessare, perché l’anima è fuori dalla quantitas, essendo spirituale; anzi che è spirituale ce ne accorgiamo proprio perché è fuori dalla quantitas. Io non voglio ora ripetere quello che dissi allora. Posso supporre che una parte dei miei ascoltatori ricordino bene quella esposizione terrificante. E allora vado avanti con una serie di considerazioni che mi debbono poi riportare a Gesù Cristo, all’iter. Senza Iddio. Quaggiù, in questo mondo, Dio ha ritratto sé stesso in infinite cose, ed ecco perché tutte le cose portano qualche elemento di bellezza e di bene. Tutto quello che è, è bene. E tutto quello che è — lasciamo stare la discussione scolastica se ens et pulchrum convertuntur — se anche tutto quello che è non è necessariamente bello, certo ha la nota positiva appunto perché è per concorrere a realizzare il bello. E allora Iddio ha ritratto in infiniti modi il suo bene, la sua bellezza, per ogni dove e per ogni cosa. Nel fondo di ogni anima gli elementi della bellezza si contano assai più che se noi dovessimo affondare le mani in immensi forzieri ripieni distupende perle e di scintillanti pietre. Nel fondo delle anime, e in tutte le cose così, allo stesso modo, tanto più che tutte le cose si accendono quando una certa rifrazione d’intelligenza, anche quella riflessa dall’intelletto divino, riverbera su di loro una qualche luce. E il giuoco delle luci, di quelle intellettuali e anche di quelle materiali, per prendere le più espressive, è certamente mirabile, ricchissimo. E quaggiù si possono sostituire le cose. Viene a chiudersi un capitolo, se ne apre un altro. Passa una stagione col suo incanto, ne viene un’altra con un altro incanto. E tutto è surrogabile qui, perché la rifrazione dell’infinito Bene e dell’infinita Bellezza di Dio non ha praticamente limiti per noi. Poi è la fine. Là dove non c’è Dio, per noi non c’è più alcuna rifrazione, ossia non c’è più nulla nell’essere che accolga la rifrazione di Dio e la possa riverberare. È la fine, nella tremenda lucidità di unavita e di una intelligenza che non si può spegnere in eterno.Vedete, le grandezze dell’amore di Dio sono un controluce nell’inferno. Mi spiego con una immagine. Voi sapete che cosa sono gli iceberg. La legge degli iceberg è questa: che nella media stanno unterzo fuori dell’acqua, due terzi in acqua. Poi vene sono di quelli che stanno anche soltanto undecimo fuori dell’acqua, a seconda della loro conformazione, ma la media è un terzo fuori, dueterzi in acqua. Dell’iceberg si vede la parte minore: quello che s’affonda nei vortici del mare è pauroso. È pauroso: la montagna a rovescio. La figura riflessa nell’acqua è a rovescio. Ora tutte queste grandezze sono degli iceberg, la montagna che pende a rovescio. Sono le immagini ritrattenell’acqua che, anche quelle, pendono a rovescio. Dio mio! Ma che cosa dev’essere l’essere senza Dio quando Iddio, la parte che sta dritta, è arrivato a questo punto? A questo punto! Noi maneggiamo il Corpo del Signore. In questo pomeriggio qualcuno l’ha tirato fuori, l’ha maneggiato, l’ha infilato in un ostensorio, l’ha messo là sopra. E lui ha lasciato fare. Se qualcheduno l’avesse preso e scagliato per terra — Dio ce ne liberi — avrebbe lasciato fare! Perché ordinariamente Dio non fa miracoli per salvaguardare la tutela delle sacre specie; è rarissimo che il Signore abbia fatto miracoli; ne ha fatti, ma rarissimi. Poiché le specie sono ancora quelle del pane, che non c’è più, non si rompono le ossa a Gesù Cristo! Avrebbe lasciato fare anche quello. Come lascia fare talvolta a certi sacrileghi che sottraggono le sacre specie e le portano a sedute orrende, orrende, dominate dall’odium Dei. Perché è vero, è vero questo, accade qualche volta. Egli lascia fare. Questa è l’immagine dritta. Adesso prendetela, questa immagine, e rovesciatela nell’acqua. L’iceberg: la montagna che pesca a rovescio. Dopo aver avuto una vita con Gesù Cristo accanto, nell’inferno è Gesù Cristo a rovescio. È la montagna che pende in giù. È l’amore divino ma a rovescio, è l’immagine dello splendore, ma riflessa a rovescio; tutto quello che è grande, che è modulazione di misericordia, di grandezza, di gioia, di speranza, di attrazione, di elevazione eterna, tutto a rovescio.Vi immaginate la Messa a rovescio, la Passione di Gesù Cristo a rovescio, la Redenzione a rovescio, la parola di Dio a rovescio, la verità a rovescio, il Bene, l’Amore, tutto a rovescio? L’iceberg. Figura paurosa ma, direi, per noi simbolo rivelatore. E tutte le volte che guarderete uno specchio d’acqua e vedrete delle immagini riflesse, a rovescio, vi prego di ricordarvi quello che vi ho detto. E allora attacchiamoci a Lui; perché se noi non ci attacchiamo a Lui, che cosa faremo? La prima delle due proposizioni che ho enunciato iniziando la meditazione: io posso andare all’inferno, è troppo terribile, pencola troppo sul nostro destino. Attacchiamoci a Lui. Questo iter, fosse anche lastricato di tutti i dolori, percorriamolo attaccati a Lui, con Lui, in divina compagnia. La riflessione a rovescio di tutte le grandezze, in cui sia una obbiettiva considerazione per raggiungere qualche cosa del concetto dell’inferno, ci aiuti ad amare questo iter comunque piaccia al buon Dio di lastricarlo. E se qualche volta saremo noi stessi a cospargerlo di spine e di rovi, sarà tanto di guadagnato, sarà tanto più sicuro, e tanto più certa sarà la speranza che l’essere attaccati al braccio di Gesù Cristo non si rallenti mai più. Perché la certezza ci manca ma la speranza no: è una virtù teologale, la speranza; se noi siamo fuori dalla speranza, siamo nel peccato, perché anche la disperazione è un peccato orrendo. Vi dicevo che noi siamo esattamente come su due pattini da sciacquatico dei quali uno un po’ va giù, a seconda di come è la pressione che noi facciamo con le gambe, a seconda del moto dell’onda, a seconda del tipo di sterzare del motomezzo che ci trascina. Va un po’ su, va un po’ giù…. Ma, in fin dei conti, abbiamo una corda in mano. Quella, non lasciamola scappare, è un filo conduttore, è l’iter con Gesù Cristo. S. Agostino concludeva: « Descendamus in infernum viventes ne descendamus morientes ». È meglio discendervi da vivi che da morti : « Hic combure, hic seca, dummodo in æternum non comburas ». È meglio trovarci un po’ di pauretta di qua che andare non a trovare paura ma a subire l’orrore per definizione, l’orrore per definizione che è l’anti-Dio. Ricordiamoci di queste cose quandola terra ci scotta sotto i piedi, quando sale la mosca al naso, tutte le mosche al naso, tutte, nessuna esclusa, quando ci sono gli istinti che si mettono a girare e a fare una tregenda. Ricordiamocene allora. I rovi, le penitenze, anche le più aspre, come quelle del Santo Curato d’Ars, sono cose che paiono niente. Prendiamo tutto, utilizziamo tutto; ma, attenti bene, non distacchiamoci mai dall’iter con Gesù Cristo, perché la sicurezza — tanto il chiodo è lì — non l’abbiamo ma la speranza sì. Vedete, il mondo ci dà oggi una certa descrizione dell’inferno. La cultura moderna, messa bene tutta insieme, dà una certa impressione dell’inferno. E forse Iddio lo permette perché gli uomini, che potrebbero essere sereni e giocondi, anche nella croce e sulla croce, di qua non ne vogliono sentir parlare e hanno quel che si meritano. Guardate bene che l’inferno è la negazione, la negazione totale, perché è: non Dio, pœna damni.Tutto ciò che è meramente negativo è infernale; è parente del diavolo tutto ciò che è meramente negativo. Aprite gli occhi. Non valgono ragioni d’arte, perché non esistono, e non valgono ragioni di cultura, perché non esistono in subiecta materia. Il negativo è negativo e pertanto non esiste, non ha concretezza. Non valgono, dico, le ragioni d’arte o supposte d’arte, o le ragioni di cultura o supposte di cultura, per accettare come un bello scherzo, come un amabile passatempo quello che il mondo moderno propina di meramente negativo nella sua, qualche volta si direbbe sagace, che invece è satanica opera con la quale morde e riduce alla negatività le cose splendenti della vita. Guardate il tratteggio dell’inferno che hanno fatto gli ultimi quattro secoli, proprio perché hanno la linea della negatività. Da quando, precedute da un certo naturalismo panteistico, poi da tante altre storture delle quali non è ora il caso diparlare, Lutero ha innalzato la bandiera della rivolta contro la Chiesa e contro la divina tradizione dell’Evangelo, la divina tradizione, pur tenendo in mano la Bibbia, guardate bene il tratteggio della negatività: al posto dell’oggetto è andato il soggetto e si è capovolto tutto. Conseguenza logica, immediata, razionalissima di questo capovolgimento, la perdita del criterio di verità e della certezza della verità, perduta come un bene rimpianto da gran parte della cultura moderna; perduta la certezza della cognizione, affogata questa cultura nel suo agnosticismo, del quale tenta satanicamente di bearsi a rovescio soffrendone — perché il suo bearsi è il soffrire —e costruendo così, con irrompente audacia, i sogni stupidi e più rovesciati che in tutti i tempi siano mai usciti fuori dalla mente umana, costruendo pertanto un mondo a rovescio. Cose a rovescio. La negatività è l’essere a rovescio. Non è rimasto più niente, per tanta gente, della sicurezza della verità, della obiettività delle cognizioni. E alla fine, come debole, ingenua e disgraziata reazione a questo, l’esistenzialismo: consolarsi con l’angoscia. L’atto dell’esistenza, dopo aver rifiutato l’atto dell’intelligenza che conquista la verità, l’atto dell’esistenza va inteso soltanto in quel momento, come se fossero — la vedete la negatività? — le cose a rovescio. Soltanto quando si è nell’angoscia: lo vedete l’iceberg, la montagna che pende a rovescio, tutta la cultura, che, pur avendo aspetti anche grandiosi, in realtà nel suo insieme pare seguire il tratteggio della negatività. La montagna a rovescio, l’iceberg, quello contro il quale, se la nave sperona, si fracassa ed è il disastro, il naufragio. Ecco ciò che è dato a noi di vedere. Questo mondo, quando voi lo considererete; quando, distaccandovi un po’ dal particolare e prendendo, nel silenzio dell’anima, la distanza sufficiente per coglierne le grandi linee architetturali, le guarderete, osservate bene e vedrete la montagna a rovescio che pesca nell’acqua. L’immagine fatta tutta a rovescio. Come se gli uomini, trastullandosi con la loro vita e con tutti i beni della vita, per via del loro peccato, si divertissero anche a fare il carnevale dell’inferno a questo mondo. E noi stiamo assistendo al carnevale dell’inferno. E tutte queste cose vi servano. Dante si è giuocato un po’ di un mio concittadino, Branca Doria, trovandolo all’inferno e definendolo « col corpo ancor vivo ancor di sopra ». Povero Branca Doria! Chissà che dispetti gli avesse fatto? Ma guardate che di Branca Doria ce ne sono tanti, perché molti in questo mondo hanno la disperazione della negatività di tutte le cose: della negatività dell’aria che respirano, della vita che portano, dell’amore che è senso e nient’altro, come schiatta fuori da una parte notevole ormai della letteratura e degli spettacoli che si danno sulle scene d’Italia. Oggi, badate che molti dei nostri simili, poveretti, sono come Branca Doria. Non c’è verso, si dimenano in tuttii modi e non riescono a godere niente, ad avere piacere di niente, ad avere certezza di niente. Hanno rifiutato la fede, non hanno voluto dire amen a Gesù Cristo e dicono amen a tutto e lo dicono a rovescio. La montagna rovesciata, e la immagine riflessa nell’acqua tutta a rovescio. Povera gente! Però la considerazione architetturale del nostro mondo che sta facendo della negatività, elemento infernale, un suo segno caratteristico, ci richiami costantemente all’« initium sapientiae timor Domini ». Attacchiamoci, nel nostro iter, a questo nostro Salvatore dolcissimo, col quale possiamo parlare tutti i giorni e tutto il giorno, col quale possiamo vivere, lavorare e soffrire, col quale possiamo andare innanzi nella vita e col quale serenamente possiamo aspettare il tramonto. Attacchiamoci. E se qualche volta il sonno prende, facciamo come S. Carlo che teneva in mano una palla di metallo perché, se si addormentava, gli cadesse sui piedi e glieli schiacciasse e lo svegliasse. Anche noi teniamo questa palla continuamente perché sempre ci ricordi le cose dette in questa meditazione, questa palla che, ove il primo accenno dell’assopimento si avanzi, rotoli giù, ci schiacci qualche cosa, ci svegli, sicché « descendamus in infernum viventes » sempre, tutti i giorni,« ne descendamus morientes ». A forza di pensare alla morte tutti i giorni, si muore bene e sereni. E a forza di discendere all’inferno tutti i giorni, penso che, forse, ce la caveremo.

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GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (5)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (5)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

5. Il Giudizio di Dio

È necessario parlare del giudizio di Dio. Abbiamo due giudizi: quello particolare, che segue alla morte di ciascun uomo, e quello universale, che riprende il giudizio di tutti gli uomini, di tutti i singoli, e lo riprende sul piano dell’umana famiglia e della storia. Siccome a noi interessa piuttosto conoscere il criterio del giudizio del Signore e siccome questo è lo stesso, sia che si tratti del giudizio particolare sia che si tratti del giudizio universale, possiamo porre la nostra attenzione piuttosto a questo. E così ci incontreremo un’altra volta con Gesù Cristo. – Prendiamo il cap. XXV dell’Evangelo di S. Matteo, versetto 31 e seguenti, dove si parla del giudizio universale. Gesù prospetta la scena ai suoi uditori: « Dio separerà i buoni dai cattivi come un pastore separa i capri dalle pecore. Metterà questi a sinistra e gli altri a destra, disposizione reale e disposizione simbolica. Dirà a quelli che sono a destra: Io ebbi fame e mi avete dato da mangiare; ebbi sete e mi avete dato da bere; fui ignudo e mi avete ricoperto; fui infermo, carcerato, e mi avete visitato. Quelli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo dato da mangiare, da bere, ricoperto, visitato? Risponderà il giudice: Quello che avete fatto a ciascuno di questi piccoli lo avete fatto a me! ». Queste ultime parole sono rivelatrici perché anzitutto rivelano il fine cristologico della carità. La si fa per Lui. E qui ritroviamo nuovamente l’asse, il filone dei nostri Esercizi. Vediamo le due leggi che ci vengono rivelate da questo tratto che riguarda il giudizio universale, ma che rivela un criterio valevole tanto per il giudizio universale come per il giudizio particolare. La prima legge è quella dell’alterità, ossia: Dio chiede agli uomini che si ricordino bene di non essere soli, e pertanto l’impegno della loro vita è perfettamente errato se pensano soltanto a sé stessi. Notate bene che il modo col quale si esprime N. S. Gesù Cristo nel giudizio universale, e che riflette pure quello del giudizio particolare, è quello di fare una selezione. Egli avrebbe potuto dire: Perché non siete stati chiari con voi stessi? Non è che Egli non voglia che non si sia chiari con noi stessi. Perché non siete stati sinceri con gli altri? Non è che Egli non voglia che non si sia sinceri con gli altri. Ha scelto questo punto, il che vuol dire che lo ritiene discriminante ed equilibrante l’uomo. È la legge dell’alterità: ci sono gli altri; e si sbaglia tutto quando si crede di essere soli e quando si agisce come se si fosse soli; e quando ci si diporta come se noi non dovessimo nulla agli altri. Agli altri si deve tutto. Gesù aveva detto, e più di una volta: « Ama il tuo prossimo come te stesso ». Gli altri pertanto, nel pensiero di N. S. Gesù Cristo, compaiono tanto quanto compariamo noi, cioè ciascun uomo sa che nella vita gli altri non hanno meno peso di quello che lui stesso ha di fronte a sé stesso. Questa è la legge. – Vi prego di osservare questa divina armonia della legge. L’uomo non si è creato da sé, l’ha creato Iddio. Ed ecco la prima alterità, fondamentale di tutto. Pertanto non ha niente di cui possa dire: questo è soltanto mio. No, in un senso proprio, definitivo e originale, non lo può dire. Creato da Dio, messo in questo mondo, lasciando sempre al di sopra delle cause seconde la causa prima, l’uomo ha ricevuto tutto: la vita da suo padre e da sua madre, e poi riceve continuamente tutto dalla società. Guardate. Ma ci vuol tanto a capire certe cose? Credo che nessuno di noi abbia coltivato le materie prime delle quali è vestito, abbia filato i tessuti dei quali è ricoperto. Capisco: ci può essere qualche lavoro fatto così, da mani femminili, ma si tratta di qualche cosa di secondario. Nessuno di noi che siamo qui dentro va a seminare il grano per farsi il pane, nessuno di noi va a coltivare le uve dalle quali viene spremuto il vino. E così in tutto. Nessuno di noi è stato l’autore dei libri e degli altri strumenti di cultura coi quali si è fatto meno ignorante o addirittura sapiente. Abbiamo ricevuto da tutti. E questa legge dell’alteritas è tanto evidente, è talmente quotidiana, è talmente grande e universale, si afferma talmente in tutto, che non la vediamo più. Ecco, succede di questa legge quello che succede un po’ del cielo che, siccome l’abbiamo sopra la testa, è abituale, ai più non dice niente. E così questa legge, proprio perché è universale. Ma essa ricorda a noi che se nella vita nostra non facciamo posto agli altri, tanto quanto almeno ne facciamo a noi stessi, noi sbagliamo tutto. Ecco la prima legge sulla quale Nostro Signore Gesù Cristo dice chiaro che saremo giudicati. – Poi c’è l’altra legge che viene rivelata da queste parole, specialmente le ultime: « Quello che avete fatto a uno di questi piccoli, l’avete fatto a me ». E l’altra legge consiste nel carattere medio che rispetto a Dio assumono tutte le cose. Carattere medio che ha infinite e universali conseguenze. Osserviamo bene. Gesù Cristo cosa dice qui? Cerchiamo di tradurre in modo meno stringato e più accessibile alla nostra povera intelligenza. Gesù Cristo dice questo: guardate che per amare me, voi dovete amare gli altri. Il vostro amore per me non è autentico, anzi sostanzialmente finisce col non esistere, se voi non amate gli altri. Questo è quanto dice Gesù Cristo. E mentre dice questo, fa intendere un’altra cosa: che amando gli altri, noi possiamo ottenere per questa via quello che altrimenti non potremmo mai ottenere, perché a Dio noi non possiamo dare nulla. Invece arrivando all’amore di Dio amando gli altri, i nostri fratelli, è come se noi a Dio potessimo dare tutto: in effetti è la stessa cosa. Cioè a Dio bisogna arrivare attraverso gli altri. È qui che si ha la spiegazione vera delle parole di Gesù: « Il massimo comandamento è questo: ama Dio con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze; e il secondo è simile al primo: ama il tuo prossimo come te stesso ». È  qui che si capisce perché Egli abbia sempre insistentemente, sistematicamente unito i due oggetti dello stesso amore: Dio e il prossimo. Vi prego di riflettere: che cosa noi potremmo dare a Dio direttamente, che a lui serva? Nulla. perché Dio è perfetto, è infinito, non patisce d’aggiunte, non è passivo, e pertanto non riceve. Essendoci tra noi e Lui i fratelli, noi possiamo dare a Dio tutto, ed è veramente come se lo avessimo fatto; a Lui. Perché è come se l’avessimo veramente fatto a Lui? Perché sono sue creature e, possiamo aggiungere, sono suoi redenti, ricomprati, creati una seconda volta, sono suoi, Egli li ama. E allora quello che è fatto a loro, per il rapporto di creazione e di redenzione, è fatto a Lui. Succede anche in questo mondo: chi fa bene ai nostri amici, fa bene a noi; chi fa bene ai figli, fa bene ai genitori e viceversa. Ma questi rapporti, che hanno un carattere certo sostanziale ma in termini umani, tra gli uomini, e che danno un certo carattere almedio, questi rapporti sono infinitamente più grandi quando c’entra come termine Iddio. E allora qui la funzione del medio che hanno le creature rispetto a Lui, per noi è chiaro che viene enormemente innalzata e rafforzata. E così in tutto. Ma vedete come le ragioni si allungano e vanno all’infinito! È facile amare Iddio quando non ci sono le complicazioni di qualcheduno che sta in mezzo. Sarà, non dico facile ma necessario, quando lo vedremo, Dio, perché quando noi saremo con Dio un giorno nell’eternità, lo dovremo amare di necessità. Lo ameremo liberamente ma nello stesso tempo ne saremo necessitati, perché non si può non amare Iddio. Quaggiù lo si può dimenticare: di là non lo potremo dimenticare, perché non ci saranno le cose distraenti, e allora potremo veramente dare forza al nostro atto d’amore. Questa legge è costante: guardate com’è costante questa legge del medio e che spiega tante cose dell’essere e della vita, la obbedienza per esempio. Che carattere ha la obbedienza? Chi di noi si sentirebbe di disobbedire a Dio, se Dio venisse a comandare? Questo non ci passerebbe neppure per l’anticamera del cervello; non ci se ne affaccerebbe neppure la più lontana ipotesi. Ma quanto fosse esclusa la ipotesi del poter non obbedire, altrettanto diminuirebbe il merito. Il merito dell’obbedienza è questo: che si obbedisce a Dio mentre Dio non lo si vede, mentre dinanzi a noi abbiamo la faccia degli altri, bella o brutta, simpatica o antipatica che sia, meritevole o immeritevole che sia, ragguardevole o non ragguardevole che sia, non ha importanza; sta in questo: che noi obbediamo a messaggeri che non portano affatto sul volto il suggello divino perché, nella migliore delle ipotesi, sono uomini come noi. Oppure saranno leggi, ma le leggi sono emanazione degli uomini, saranno leggi scritte, regolamenti, non ha importanza. Se non ci fosse questo medio, a che cosa varrebbe la nostra obbedienza? – Quelli che pretendono di obbedire soltanto agli ordini di Dio, non hanno capito nulla. Dio ha messo tutte queste cose in mezzo come si aumenta l’avvolgibile per aumentare la resistenza, per moltiplicare la capacità delle nostre azioni. Lo capite che cosa ci sta a fare il medio, legge fondamentale della vita? Vedete come ritorna a proposito del giudizio, sia particolare che universale. Rispettare Iddio: già! Bel merito trovarsi al cospetto dell’Eterno e fargli una riverenza. Ma bisogna rispettare tutto in questo mondo per rispettare Iddio. È la legge del medio cui honor = amor. Voi vedete che c ‘è un certo vento, che spira dal deserto, vento inaridente, che pare voglia bruciare autorità, distinzioni, superiorità, tutto! Voi capite che è contro Dio questo vento, perché distrugge il medio. Bella pretesa: ci sono io e poi c’è Iddio. No! Per te Iddio non c’è, se non c’è quello che sta in mezzo. Ce l’ha messo Iddio. Voi capite la ragione per cui la Chiesa ha sempre condannato sistematicamente tutti questi movimenti misticoidi. Siamo in Assisi e ad Assisi si può ricordare la prima origine della storia di coloro che diventarono poi i Fraticelli, che finirono col fare alleanza anche col diavolo, non solo con l’Imperatore contro il Papa, con Filippo il Bello contro il Papa, ma perfino col diavolo. E oggi ci sono dei movimenti risorgenti. Mettiamoci subito in rapporto con Dio, dicono i Pentecostali, come se avessero il filo diretto. No! È la legge del medio, che è affermata da Gesù Cristo. Qui Egli lo dice per il giudizio. Egli accetta, ma quello che è andato sul medio. È per questo che Gesù Cristo ha messo la Chiesa tra noi e Lui. Molti non la vogliono, ma è legge di tutto. O si passa di là, o non si arriva a Lui. Ecco la radice per cui la Chiesa est societas necessaria. – Comodo, vero, aver da fare soltanto col Perfettissimo, con l’Eterno, con l’Infinito, che non ha nessun lineamento di antipatia sulla faccia, perché è il principio della Verità, è il principio del Bene, è il principio della Bellezza, come è il principio dell’Essere e di ogni distinzione. È comodo. No, appunto perché è comodo, vale poco, appunto perché sarebbe facilissimo, appunto perché priverebbe noi, poveri uomini, del valore di essere qualche cosa, appunto perché non ci sarebbe più il merito. La legge del medio la vedete riflessa nel giudizio universale? Non stiamo a badare a questo vento che spira dal deserto, vento che brucia, che fa disseccare tutta la vegetazione, vento che non dà alcun respiro alle erbe, alle piante, agli alberi, che liscia anche le pietre e le lascia, esse sole, così aride, bruciate, brucianti, abbaglianti, e fa il deserto. Stiamoci attenti! C’è la legge del medio. Bisogna accettarla, perché così vuole Iddio. E’ facile — e qui s’introduce il discorso alla fede e alla fede nell’Eucaristia — è facile aderire a Dio quando lo si vede. Ma la grandezza sta nell’aderire a Lui quando non lo si vede, ossia quando c’è il medio. La vedete la legge del medio che entra a dare la ragione della fede. Sarebbe facile tendere le mani verso di Lui quando — lasciatemi parlare antropomorficamente — lo si potesse palpare. Dio non è materia, non si palperà mai con le mani, ma per esprimerci diciamo così. Invece è grande quando si aderisce a Lui e non lo si può palpare. È il medio quello che aumenta tutto. Il medio è come l’esponente nei numeri, è quello che alza di potenza. Questa è la legge che ci viene rivelata. È quella che ci spiega perché dobbiamo essere umili coi nostri fratelli. Tutti capiscono che bisogna essere umili con Dio. Siamo fatti in modo tale che se qualcheduno fa paura, ci precipitiamo tutti nella polvere o quasi tutti; immaginatevi che cosa costerebbe essere umili davanti a Dio! Se c’è qualche manifestazione esterna, piccolissima dinanzi all’Eterno, grandissima per noi — come quella che ebbe il popolo d’Israele quando Dio promulgò la legge sul monte Sinai, che si pigliarono una tale paura da dire: « Per carità, Signore, non manifestarti mai più, altrimenti moriamo tutti » — è facile essere umili con Dio quando si è direttamente con Lui. Ma lo capite che l’umiltà acquista concretezza e valore quando è dinanzi agli altri? Dinanzi a coloro che non la meritano, questo è il bello! Allora si capisce perché si debbano amare coloro che non lo meritano, non soltanto coloro che lo meritano. Gesù un giorno l’ha detto chiaro e tondo: « Se salutate soltanto quelli che vi salutano, che cosa fate di diverso dai pagani? ». Allora si capisce perché a nessuno di coloro ai quali dobbiamo umiltà, rispetto, obbedienza, noi dobbiamo chiedere il loro valore, perché non è per il loro valore che noi facciamo questo. È perché essi sono un medio tra noi e Dio. Ed ecco come tutta la vita si dispiega con chiarezza. La legge del medio guardate come ci riporta all’Eucaristia! Perché ci spiega come mai, rimanendo Gesù qui in Corpo Sangue Anima e Divinità, noi non lo possiamo vedere con gli occhi. È per fortuna nostra che non lo possiamo vedere con gli occhi. Intanto se vedessimo qualche cosa con gli occhi, moriremmo subito. E sarebbe finita col rimanente ogni possibilità di merito, perché noi siamo adeguati a quest’ordine, per cui anche nel campo puramente materiale, tridimensionale, non siamo in grado di sopportare nulla che lo ecceda. Si rimarrebbe immediatamente schiacciati sotto. Tutti i fenomeni della mistica, fenomeni autentici e reali, non dei matti o degli isterici, parlo della mistica vera, stanno a dare la dimostrazione, che del resto non è neanche necessaria perché troppo ovvia la ragione, che se qualche cosa supera, schiaccia. Allora noi proprio qui, mentre stiamo discorrendo del giudizio di Dio e ci si rivela in questo giudizio di Dio la legge del medio, comprendiamo perché ci sono i veli eucaristici. Sono un atto d’amore anch’essi per noi. Quando Gesù fu in terra vestì sé stesso con l’umanità e un’umanità come la nostra, assunse i cosiddetti difetti comuni dell’umanità, cioè quelli della natura, quelli legati al divenire biologico, al metabolismo, quelli legati alla situazione strutturale della psiche umana, e di questi evitò soltanto quello che era antecedente o conseguente al peccato, nient’altro. Egli vestì sé stesso di tutta questa realtà, che era la realtà della terra, la realtà della storia, la realtà della psicologia comune, e pertanto poté passare, per molti, come un uomo assolutamente comune, persino come un nemico. E per altri poté passare come Colui che, a tratti, rivelava qualche cosa dallo sguardo, dall’atteggiamento, dal comportamento, dalla vibrazione della voce. Quella volta in cui Gesù Cristo lasciò trasparire qualche cosa di più, e fu sul Monte Tabor, quei tre che erano con Lui non andarono lungi dal perdere anche l’uso della ragione. Capite la legge del medio che vien fuori, e come questa legge serva a riflettere una luce sull’Eucaristia? Però ritorniamo al punto da cui siamo partiti. E per il momento finiamo la nostra meditazione. Voi, amando loro, avete amato me. La ragione finalistica della carità è amare Dio in Cristo, perché Dio lo troviamo in Cristo. Voi vedete che qui non c’è posto per un amore cerebrale del genere umano, com’è quello proclamato dagli umanitaristi. Basta arrivare alla corruzione della tomba per capire che scappa tutta la poesia per amare gli uomini per sé soli, se non c’è una ragione che sta al di là degli uomini. Basta arrivare alla costatazione di un atto d’egoismo da parte degli altri perché, ancora una volta, scappi tutta la poesia per amare gli uomini. Difatti, se non è per il motivo divino, non si resiste ad amare nessuno. Sì, gli impulsi del sangue. Certo. Ma gli impulsi del sangue mandano spesso una buona parte dei genitori al ricovero. Eccovelo, l’impulso del sangue. No. È Lui il motivo, Gesù Cristo. Guardate bene quali sono i motivi dominanti di tutte le cose. Noi li vediamo nel criterio che ci è stato rivelato per il giudizio di Dio.

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GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (4)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (4)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

4. La morte

La tabella di marcia degli Esercizi Spirituali prescrive tradizionalmente che, dopo aver fatto la meditazione sul peccato, si faccia la meditazione sulla sua conseguenza che è la morte. Come facciamo questa meditazione? La facciamo così: la morte che noi consideriamo questa sera deve essere per noi la conclusione dell’iter terreno con Gesù Cristo, la conclusione di un cammino fatto con Lui. Certo, è la conclusione di un cammino fatto con Lui, se il cammino è stato fatto con Lui. Perché se il cammino non fosse stato fatto con Gesù Cristo, allora le cose dovrebbero essere poste diversamente. E questo io debbo dire subito a scanso di equivoci e anche di pericolose illusioni. Io suppongo che voi e io intendiamo veramente e fino in fondo camminare con Gesù Cristo. Se non fosse così, la meditazione di questa sera dovrebbe essere cambiata. – Voi sapete che la morte, ontologicamente parlando, è il distacco dell’anima dal corpo, per cui il corpo se ne ritorna alla terra e rientra nel giro delle cose dal quale un giorno Iddio lo ricaverà fuori per restituirlo nuovamente all’anima nella risurrezione finale. L’anima se ne va in un altro ordine ed entra finalmente nello stato di termine, mentre ora è nello stato di via. Entra cioè nello stato che è all’anima abituale, mentre l’essere in questo mondo non è lo stato abituale. Insomma lo stato ordinario è quello là, è quello che viene dopo, non quello che è prima. Quello che è prima è un esperimento, fatto così, a titolo di poter decorare gli uomini del merito personale e che una volta finito si manterrà nel ricordo e nel merito che ha fissato il suo valore. Ma è stato di via, non stato di termine. Questo voi lo sapete. Sapete anche l’altra definizione che può essere data della morte, che non è altro che l’intestazione di una grande tesi teologica: la morte è la fine della prova, o meglio: il tempo della prova finisce con la morte. E questo modo di annunciare, che in altri Esercizi antecedenti abbiamo lungamente meditato, è un modo che mette veramente il segno sulla terribilità della morte, perché se fosse soltanto separazione dell’anima dal corpo, ci sarebbe un distacco, una dolenza, sì, qualche cosa di contrario all’attuale nostro istinto di conservazione. Invece la terribilità della morte sta in questo, che chiude, e si rimane per tutta l’eternità al punto in cui si è al momento della morte. Tempus probationis morte finitur: è la tesi teologica, la formula teologica di porre la questione della morte. – Ma in questa meditazione io parlo a voi in modo più concreto e dico: badate che la morte può essere considerata così, giustamente, specialmente da coloro che hanno intenzione di camminare con Cristo: è la conclusione dell’ iter della vita fatto insieme a Gesù Cristo. Badate bene che la conclusione vuol dire un rapporto di causalità. Non è parte finale, non dico parte finale dell’iter, dico conclusione. La conclusione suppone una premessa, suppone il legame alle premesse e pertanto suppone quella tale rotazione che c’è nel sillogismo delle cose, nella logica delle cose. E dunque a questo modo cercheremo, rimanendo nello spirito e nella linea che vi ho annunciato di questi Esercizi, di studiare l’iter con Cristo. L’iter con Cristo va fatto dove si è messo Lui, e siccome si è messo soprattutto nell’Eucaristia, è chiaro che l’iter cum Christo va fatto soprattutto, primamente e con assoluto carattere sostanziale, con Gesù Cristo nella SS. Eucaristia. Allora facciamo le considerazioni che vengono ovvie quando si tratta di parlare della conclusione di questo iter della vita, di questo viaggio con Gesù Cristo. La prima considerazione che deve metterci estremamente in guardia è questa: della morte a noi interessa la perseveranza finale, la grazia della perseveranza finale. Perché il carattere macabro della morte lasciamolo alla paura, anche opportuna; il carattere drammatico della morte lasciamolo alla suggestione, all’emotività, al sentimento. Intanto guardate: la grazia di ben morire viene al momento di morire, non prima. E pertanto vi do un consiglio: cercate di procurarvela, e poi lasciate fare, perché non potete pretendere che la grazia della buona morte vi sia data adesso, vi sia anticipata e ve la possiate gustare come se fosse una liquirizia da tenere in bocca per tutta la vita. Adesso c’è da fare dell’altro. La grazia della buona morte verrà allora, e Dio è molto preciso: non arriva né cinque minuti prima né cinque minuti dopo; quando Dio intende fare una cosa, la fa al momento in cui occorre farla. La grazia di sopportare certi dolori Iddio non la manda per esperimento un anno prima, perché non si sentano più i dolori; la grazia di sopportare certi dolori la dà quando arrivano i dolori. E non ci sono ritardi in queste spedizioni dal cielo, non c’è pericolo: tutto arriva a tempo, basta che noi facciamo la nostra parte. La prima considerazione da fare è quella della grazia della perseveranza finale. Voi sapete che la grazia della perseveranza finale, che è veramente il nocciolo della questione di cui dobbiamo preoccuparci a proposito di morte, consiste nel fatto della coincidenza tra il momento della morte e lo stato di grazia santificante. E questa coincidenza tra la morte e la grazia santificante nell’anima nostra si chiama grazia della perseveranza finale. La questione sta qui perché la grazia della perseveranza finale è una grazia speciale. E questo vuol dire che non è una grazia comune. E questo è detto in una proposizione che si studia in teologia dogmatica, nel trattato De gratia actuali. È una proposizione certa, intendiamoci, non è una opinione di qualche spiritello teologale. È una proposizione certa. È una grazia speciale. E chi osserva bene scorge che la divina sapienza sta in questo; perché non ci si può scherzare con la vita, con la creazione e con Dio Autore del dramma. La soluzione della vita di un uomo non è logico lasciarla legata a una specie di macchina che automaticamente si muove, non può essere legata a qualche cosa che si rassomiglia alla Lotteria di Merano che chi tira su il numero buono, lo tiene e chi tira su il numero cattivo, lo tira ugualmente e se lo tiene. Capite? Ecco perché c’è una saggezza divina in questo. È una grazia speciale. Ma se si leggono i testi tolti dalla Sacra Scrittura, dalla divina tradizione e dai documenti della Chiesa e del Magistero, anche del Magistero solenne, se si vanno a guardare i testi, si capisce che esprimono quest’altra verità, che è logica come quella di cui ho parlato ora: che è grazia speciale da chiedersi a Dio instantemente. La grazia della perseveranza finale sta legata con questo instante richiederla, ma sta anche nei modi e nelle proporzioni che ci sfuggono. Non possiamo dire di più: sta legata quindi con l’insieme di quello che ha preceduto nella vita. E questa grazia della perseveranza finale ce la stiamo guadagnando adesso, perché è facendo qualche cosa nella vita che si mette insieme quel quantum per cui Iddio ce la darà. È chiedendola ora che noi possiamo sperare di averla. Noi non possiamo andare avanti nella immobilità, nella insensibilità, nella tiepidezza o addirittura nella freddezza a causa di una volontà che non sa scattare. Non possiamo: il pericolo è troppo grave. La misericordia di Dio è infinita. Quelli che erano qui l’anno scorso si ricorderanno che ho parlato delle tre vie della misericordia di Dio per salvare gli uomini: la prima è quella della pazzia: tanti sono matti, così si salveranno, non hanno responsabilità. La seconda è quella dell’ignoranza, e ce ne passano molti. Non capiscono niente, il buon Dio li piglierà come sono. La terza è quella della santità, per cui passano i meno. La misericordia di Dio si vede dalle tre vie per arrivare in cielo. Ma badate bene che se la misericordia di Dio è infinita, Dio non è scemo. Scusate se uso questa parola: la posso usare perché dico che non lo è. Ma combinare su un modo di guardare verso la nostra vita, verso l’eternità, verso il mistero dell’eternità come se il nostro Creatore e Signore — che i pittori, chissà perché, rappresentano sempre come se fosse vecchio — sia una intelligenza addormentata con la quale si possano fare i più grandi sonnambulismi, questo no. Perché c’è la divina misericordia di Dio, e c’è il Crocifisso, eccolo il documento, per far capire fin dove è arrivata e far capire fin dove può arrivare; ma la giustizia di Dio non viene rinnegata. Affatto. Il punto a proposito della morte è questo. Quando vado in visita pastorale, il libro che faccio scartabellare di più è quello dei morti. E ho l’abitudine di tirar fuori tutte le statistiche di lì, tra l’una e l’altra visita pastorale, quindi un certo periodo di anni. E generalmente nella predica di chiusura della sacra visita, tra le altre cose che dico al popolo, per trattare, come deve fare un padre di famiglia, delle questioni correnti delle singole comunità cristiane, soprattutto porto le cifre dei morti: quelli che sono morti con tutti i Sacramenti; quelli che sono morti con qualche Sacramento, (e quando c’ è confessione e estrema unzione si può stare tranquilli perché è segno che la Comunione non l’hanno potuta fare per impedimento fisico); quelli che sono morti con la sola estrema unzione (e qui cominciamo le dolenti note, perché la sola estrema unzione generalmente, nella maggior parte dei casi, è un segno di vigliaccheria di quelli che circondano il malato, che non chiamano il prete e te lo lasciano morire nei suoi pasticci. (Lo amano a questo modo!), e allora si comincia a tremare. Poi ci sono quelli che hanno rifiutato i Sacramenti o dei quali nessuno si è curato di dargliene qualcuno. E voi capite che queste cifre mettono davanti a delle dure realtà. Tra una settimana o poco più concluderò la seconda visita pastorale della mia diocesi e posso fare questa conclusione: che il 30% dei fedeli muore senza sufficiente assistenza e senza Sacramenti. – Questi qui dove li mettiamo? Mi capite? Vedete il commento alla grazia della perseveranza finale? Guardate che uno degli impegni più gravi che si deve avere in vita è quello di prepararsi coloro che, al momento in cui ce ne fosse bisogno, ci dicano per tempo che dobbiamo partire e ce lo dicano senza tante storie. È una delle precauzioni più grandi, anzi la più saggia. Perché siamo a questo punto di imbecillità mondiale, che quando uno sta male, è talmente una questione medica, clinica, dite quel che volete, che tutto il resto non si vede più. Mentre la prima cosa è quella. Oh, intanto cominciamo a chiamare il prete e con buon modo, è sempre meglio evitare il malo modo; ma quando è necessario, si deve usare il malo modo perché si tratta poi di non lasciar andare uno con dei pasticci davanti al Padre eterno e non è il caso di usargli dei buoni modi pericolosi di qua che poi se li trovi brutti di là. Badate che è impressionante. Vedete come le cose si fanno brutte quando c’ è un immobilismo. Direte: ma certa povera gente che si vede andare qua e là, che sì e no evita di ammazzare, e anche qualche volta evita di rubare ma, tutti gli altri peccati poi… più o meno, li fanno… rispetto a quelli io sono al sesto piano. Ah cari, ma voi avete avuto delle grazie che quelli non hanno avuto! Tutto è proporzionale. Chi ha avuto un talento, deve rispondere per un talento: chi ne ha avuto due, deve rispondere per due. Noi che siamo qui dentro, che tutti quanti abbiamo avuto, in diversa misura e ordine, una vocazione, noi che siamo stati chiamati da Gesù Cristo, non possiamo credere di essere trattali, canto ad assoluzioni generali, come quelli che non hanno avuto una particolare chiamata da Gesù Cristo. Rispettiamo la giustizia di Dio e non portiamo dei criteri sciocchi in questioni che debbono determinare della nostra eternità. – Ora veniamo a un secondo punto. Perché, in fin dei conti, bisogna essere umani. E la morte non ha mai avuto per nessuno, che non avesse superato certi traguardi di virtù, di serenità, di doni, di eroismi, non ha avuto mai una faccia che si diversificasse dalle occhiaie vuote dei teschi. La morte è la morte. A nessuno è venuto mai in mente di raffigurare la morte come una splendida dama con un bel diadema e un mazzolino di fiori in mano da offrire a chi si fa innanzi. No. La morte è una cosa che violenta la unione naturale tra l’anima e il corpo e pertanto il senso della conservazione nella linea della natura, che è quella di conservazione di tale unione tra anima e corpo — l’anima è fatta per il corpo e il corpo è fatto per l’anima — e dà un carattere sempre violento a questo passo estremo. Soltanto un dono preternaturale, che era stato concesso ai nostri progenitori e mai applicato, li avrebbe esentati da questo passaggio, da questo distacco violento e innaturale. Essi sarebbero passati alla gloria senza conoscere la umiliazione della tomba e senza dover abbandonare, per chissà quanto tempo, alla corruzione e al giro degli elementi cosmici quel tanto di materia che aveva formato il loro corpo. Pertanto non si può prescindere da questo aspetto umano nella meditazione della morte. – Il carattere violento, macabro, orripilante della morte, aumentato dal mistero di ciò che viene dopo — perché quel che viene dopo lo conosciamo solo attraverso la fede, non l’abbiamo sperimentato in modo diretto, e pertanto racchiude per noi un ordine di cui sappiamo con certezza assoluta che è totalmente diverso da quello che sperimentiamo ora — fa fremere. Ma la morte che si rappresenta così violenta e così drammatica, ha due grandi lenimenti. E i due grandi lenimenti messi insieme la possono rendere una funzione stupenda, senza che a renderla stupenda c’entri, beninteso, un esistenzialistico e sciocco odio alla vita. Due cose. La prima è la grazia di Dio, di cui ho già parlato ripetutamente, che arriva al momento opportuno. La seconda è — e su di questa seconda scende grande la grazia di Dio — quando il distacco dalla terra è già stato operato prima. Ecco il segreto. Se noi moriamo adesso — e vi dirò in che cosa consiste il morire adesso — è certo che ci troviamo dinanzi alla morte in una forma completamente diversa. Ma bisogna morire durante la vita. Bisogna che quel distacco supremo, violento di allora, sia già stato spiritualmente realizzato prima, con forza ma non senza serenità. Ora mi direte: E che cos’è questo distacco realizzato prima, talché componendosi la morte antecedente, voluta da noi, e la grazia del Signore, si può sperare di avere parte coi santi e si può accogliere l’invito della Chiesa che ha chiamato il giorno della morte il giorno del natale: dies obitus, dies natalis; che ha chiamato dormitori, cæmeteria, i luoghi dove si vanno a seppellire imorti? Cos’è questo distacco per cui spiritualmente,morendo prima, si toglie molto della forza alla falce che dovrà un giorno coglierci? È questo, e lo dico in poche parole, semplici. Vedete, quando tutte le cose che abbiamo e che siamo, noi le consideriamo soltanto strumenti di un bene superiore ed eterno, solo quello, e le usiamo soltanto come strumenti, niente più che strumenti, noi abbiamo operato il distacco per tempo, siamo già morti prima a taluni effetti, mentre saremo stati vivacissimi e vitalissimi a tutti gli altri effetti, beninteso. Questa è la saggezza della morte. Quando già prima si è realizzato il distacco del cuore, allora non rimane altro che la morte positiva e cioè l’unione con Nostro Signore, con l’eterno Amore, con l’eterna Verità, con la infinita Pace: l’ingresso nella Vita.- Ora veniamo un po’ al pratico. Abbiamo queste quattro ossa, quelle alle quali faranno il funerale. Questo corpo noi possiamo considerarlo come una sede di piacere e possiamo considerarlo come uno strumento di un bene superiore. Se io lo considero come una sede di piacere, questo corpo, poveretto, prima è elastico, vivacissimo, poi diventa piuttosto statico, poi diventa greve. Prima fa inorgoglire e poi fa rammaricare. Se lo si considera come una sede di piacere, è tutto un continuo rinnegamento al quale si va incontro, perché se la parte peggiore la si avesse prima e poi si andasse avanti…. allora non si avrebbero le delusioni…. Invece la parte migliore la si ha subito e poi è sempre peggio. Questo corpo che ci ha dato Iddio lo si deve considerare come uno strumento di un bene superiore, come un grappolo d’uva dal quale può essere spremuto il vino per il convito eterno, strumento di fatica, strumento per sopportare le emozioni dell’anima e dare forza, oltre che alle emozioni, all’attività dell’intelletto. Voi sapete che occorre un apporto di salute per la piena attività intellettuale. È strumento. Strumento di qualche cosa. S. Giovanni Bosco, quando era ragazzo, ha fatto anche il saltimbanco ed era bravissimo. A modo suo e come usava in quei paesi là, che non erano molto esperti in fatto di sport, sapeva fare dell’atletica. Ma la faceva per tenere lì i ragazzi, perché non andassero a fare del male. Quando questo corpo è uno strumento al quale si può domandare e col quale e attraverso il quale si può offrire costantemente a Dio un sacrificio purissimo d’amore nella rinuncia e nella chiarezza; quando questo corpo, con tutti i sentimenti che quasi pare lo travalichino e arrivano alla sfera superiore della psiche e può creare tanti guai e può portare con sé tante storture, è invece reso strumento, e reso anche nei suoi istinti e sentimenti ed emozioni legna da ardere per una fiamma d’amore, allora voi capite che non ci sono più distinzioni, allora non parliamo più di vecchiaia, perché non esiste più: quella barriera è già passata nel trionfo perfetto e vivacissimo dell’anima. Tutte le età sono bellissime, tutte, tutte. Alcuni dicono che di età bella ve n’è una sola; non è vero: le età della vita, come le stagioni dell’anno, sono tutte bellissime. Se fosse sempre primavera, ci annoieremmo mortalmente; se fosse sempre estate, ci annoieremmo mortalmente; se fosse sempre autunno lo stesso; se fosse sempre inverno, lo stesso. L’inverno ha delle bellezze incredibili. Certo, si parla con entusiasmo della primavera, soprattutto perché ha la fortuna di venire dopo l’inverno. Ma tutte le stagioni sono belle. Dio ha fatto bene tutto. E tutte le età della vita possono essere bellissime, quando si serve Iddio. Ma sono certamente migliori quando le potenze, le capacità per le quali si differenziano, soprattutto in base a un procedimento biologico, le diverse età della vita sono superate dal fatto che questo corpo, bello o brutto che sia, che pesi tanto o che pesi poco, che abbia salute o che non ne abbia, che abbia sentimenti degni o che sia invece fautore di sentimenti indegni ma contenuti, viene usato soltanto come strumento di un bene superiore. Allora la vita è un’ altra e anche la morte. – Ricordiamo bene. Quando tutte le cose che fanno ala intorno a noi, tutte, in cielo e in terra, nella natura e nella storia, e tutte quelle altre che dai colori cangiantissimi, stemperati in una gamma infinita, risultano dall’intrecciarsi delle une e delle altre; quando tutte queste cose noi le abbiamo prese e portate al livello di strumenti di beni superiori, allora si può morire in pace. Chiediamo dunque a Dio questa purificazione di ogni giorno, cari; alla morte bisogna pensarci ogni giorno. E bisogna cominciare da giovani a pensare alla morte, perché è la sola strada per rendere strumentali le grandezze e le bellezze della vita, sicché non servano mai a noi, ma a Dio. Direte: E con questo, tutto diventa un chiodo da succhiare! Cosa? Il chiodo da succhiare è se si fa in modo diverso. Credete voi che le cose, diventando strumenti, cioè viste e usate soltanto come strumenti, perdano la loro bellezza? Chi l’ha detto? Se io considero strumenti i miei vestiti, credete che per questo perdano lo splendore purpureo? Non lo perdono affatto. Ma l’importante è che io li consideri strumenti e basta. Credete voi che il canto degli uccelli perderà il suo incanto? No. Serviranno per Iddio, serviranno per elevare, per purificare: non perderanno niente. Non è vero che quando tutte le cose di questo mondo si portano con verità al loro punto, cioè a essere strumentali, perdano qualche cosa. Non perdono niente. Perdono il male, acquistano la destinazione del bene e a noi lasciano la pace, anche in mezzo alle vicissitudini della vita. Mentre a fare diversamente ci si rimette la pace e poi ci si rimettono quelle e si rimane con niente in mano. – Veniamo al terzo punto. Morte. Ritorniamo in tema eucaristico: c’è il Viatico. Il Viatico è l’ultima Comunione. Avete mai riflettuto al fatto che l’ultima o almeno quella che si presume ultima — anche se poi di fatto non lo è, perché uno può anche guarire dopo aver ricevuto il Viatico — ma quella che, giuridicamente parlando, la si considera ultima, avete mai riflettuto perché la si chiama Viatico? E il termine è canonico, consacrato nel Codice di Diritto Canonico, quindi nella legge della Chiesa: ha la maestà di una verità infallibile che si protende. Non ci avete mai pensato? E perché la legislazione canonica della Comunione è diversa dalla legislazione canonica del Viatico? Pensate che, se vi fosse necessità, potrebbe amministrare il Viatico anche un uomo non sacerdote. In certi casi potrebbe arrivare a darlo una donna, in certi casi soltanto! La disciplina canonica del Viatico è diversa da quella della S. Comunione. Perché? Non ve lo siete mai domandato? Se da sempre la Chiesa ha considerato in modo tutto speciale, diverso, la Comunione ultima e ha dato ad essa un nome speciale, così chiaro, così significativo, ci deve essere evidentemente una ragione. Questa Madre nostra, che ha con sé e sopra di sé lo Spirito Santo e che nelle sue persistenze secolari, anche quando i singoli uomini che la incarnano non se ne accorgono, traduce sempre una indicazione divina, questa Madre nostra ha veduto nel Viatico qualche cosa di diverso dalle altre Comunioni. L’ha chiamato rifornimento per la via, per l’ultimo tratto della via: Viatico. Vuol dire che ha visto in questa ultima Comunione qualche cosa che è proprio dell’ultimo passo e del passo estremo. Qualcosa che è collegato alla possibile sfiducia di quel momento e alla tranquillità d’abbandono non meno desiderata allora. La diversità del nome, così tradizionale nella Chiesa, la diversità della disciplina canonica, la indicazione costantemente tenuta parlano. Dio ha fatto cose mirabili coi suoi santi. Riempie l’anima di commozione quando si legge del santo Padre Benedetto che si fa portare nella piccola basilica di S. Giovanni Battista, da lui eretta e di cui i bombardamenti hanno avuto il merito di mettere nuovamente in vista le fondazioni che non si conoscevano. Nel centro aveva fatto scavare la sua tomba, anzi una duplice tomba: in una stava già la salma della sorella Scolastica che 1’aveva preceduto, l’altra era per sé. La fece scoperchiare, si fece portare lì, e lì ricevette il Corpo del Signore. Se lo fece posare sul petto e poi dormì in Dio. – Ricordiamo anche la morte dei più grandi abati benedettini: Ugo, che fu il più grande degli Abati di Cluny, istituzione che parve miracolo ai suoi tempi. Lui pure, un giovedì santo, ed era morente, si fece portare in chiesa, volle che si facesse la grande funzione del giovedì santo mentre era morente, si comunicò solennemente al momento in cui la liturgia lo portava, e dopo, stando steso accanto alla sua fossa aperta, s’addormentò in Domino. Grande anche in quel momento. S. Raimondo, detto il non nato, di cui si fa la festa il 31 di agosto, al principio del XIII secolo morì per la strada mentre faceva un viaggio in Catalogna. In quel momento non c’era possibilità di dargli l’Eucaristia, la chiesa che custodiva la Eucaristia era lontana. E allora furono gli Angeli che portarono il Viatico a questo santo cardinale. Quando a S. Giuliana de’ Falconieri, fiorentina, portarono il Viatico, ma essa non poteva riceverlo perché il suo stato fisico impediva la deglutizione di qualunque cosa, disse : « Posatelo qui, sul cuore ». E la particola scomparve. La Comunione la fece senza deglutire. Quando sistemarono il sacro corpo di questa vergine, s’accorsero che sul cuore era rimasta incisa nella carne la forma dell’ostia. Per il Viatico Dio ha una provvidenza speciale. Ma lo volete ricevere? Preparatevelo per tutta la vita. Noi non sappiamo chi avremo intorno allora. Ma se il Viatico lo si prepara per tutta la vita, si fa sempre in modo che l’ambiente che è intorno a noi sia favorevole e propizio allo splendore del nostro Viatico. Ed è opportuno che tutti noi impariamo, quando ci viene anche solo un mal di testa, a non far subito mirabolanti esercizi di allucinazione. Per prima cosa cominciamo sempre a dire: ora mettiamo a posto l’anima. Poi, se rimarremo di qua, ci staremo. Ma per prima cosa, non cominciamo dalle mirabolanti esercitazioni di inganno di sé stessi; per prima cosa quello. La meditazione della morte non sta nel far venir fredda la schiena. Avete visto. Abbiamo potuto anche sorridere, e più d’una volta, durante la meditazione della morte. È questione che, da questo momento, ci si prepari a morir bene.

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GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (3)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (3)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

3. Il peccato contro la SS. Eucaristia

Parliamo del peccato contro la SS. Eucaristia. È un discorso che mi pare necessario fare, non perché esista nel catalogo dei peccati secondo la teologia morale un peccato contro la SS. Eucaristia; specificamente parlando non esiste. Esisterà un peccato contro la Religione, esisterà insomma il peccato di empietà, il peccato di sacrilegio. Tuttavia può esistere nella vita di un uomo, e non solo nella vita di un uomo ma nella vita della comunità cristiana — io bado sempre a quella — può esistere un tale modo di contenersi e di pensare che potrebbe benissimo essere anche chiamato così: peccato contro l’Eucaristia. – C’è anche un altro motivo. Voi vivete in un certo modo, a un certo livello culturale. Ci sono dei peccati che si fanno facilmente al livello della vita comune, al livello della vita piena di necessità e d’istinti; ma ci sono dei peccati che è facile commettere al livello della cosiddetta cultura. E bisogna un po’ occuparsi di quelli. Io sto incontrando tanta gente che, si direbbe, è bravissima, si direbbe che è una lampada accesa davanti a Dio e della quale invece sono convinto che mi fa un sacco di peccati, di peccatacci culturali. Vengo ora a dipanare il primo punto. Perché ci sia un peccato bisogna che ci sia una legge, perché se non c’è una legge contro la quale si va a cozzare, non si fanno peccati. Se non ci fosse un’obbligazione portata dalla legge, non sarebbe ragionevole parlare di peccato, o per lo meno parlare di cosa che non sia perfetta e che non possa essere secondo Dio. Vi prego di osservare che continua il criterio della meditazione precedente: noi ci preoccupiamo molto degli atti, e dobbiamo farlo. Ma attenti bene: non si risolve il problema della vita e della propria santificazione guardando soltanto agli atti singoli. Bisogna arrivare agli stati d’animo abituali, alle abitudini e a tutto quello che in noi potrebbe essere anche, fino a un certo punto, subcosciente. Bisogna dilatare la preoccupazione morale a questi piani dell’attività interiore, se si vuole veramente andare verso Dio. Dunque ci vuole una legge. E la legge qual è? La legge ve l’ho già detta in poche parole facendo il discorso sull’iter cum Christo. La legge è questa: Gesù Cristo ci ha detto che noi dobbiamo essere con Lui. Ha detto chiaramente: « Voi in me e Io in voi » (cap. VI dell’Evangelo di S. Giovanni). E questa è parola eterna e dirimente. Noi dunque dobbiamo essere con Gesù Cristo in questa forma intima, in questa forma profonda. Ma con quale Gesù Cristo noi dobbiamo essere? Con un Gesù Cristo soltanto dipinto, con un Gesù Cristo creato dalla nostra fantasia o creato dal nostro più o meno vero o falso culturalismo? No. Noi dobbiamo essere con Lui, figlio di Maria Vergine e soprattutto Figlio del Padre, cioè con Lui Dio e Uomo, che ha Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Stiamo attenti! Non abbiamo un coltello in mano per fare delle recisioni: dobbiamo essere con Gesù Cristo, Corpo Sangue Anima e Divinità. Stiamo attenti a non lasciar entrare nell’anima nostra qualche cosa di gnostico o qualche cosa di manicheo. Con Gesù Cristo, non con certe ombre slavate e lontane che talvolta qualcuno, anche scrittore moderno, cristianissimo, vorrebbe scambiare con Gesù Cristo. Siamo d’accordo, vero? La legge è questa: dobbiamo essere con Gesù Cristo e fino all’intimità, ma dobbiamo essere con quello che è Lui, e Lui così: Corpo Sangue Anima e Divinità. Nel momento del tempo, cioè prima che si passi questa barriera, che si entri nell’eternità, che si plani in un altro ordine, dove sta Gesù Cristo? È lì, nel tabernacolo. Perché con Gesù Cristo, Corpo Sangue e Anima in cielo finora non ci siamo; ci saremo, a Dio piacendo. Egli è lì, nel tabernacolo. Dunque la vita del Cristiano deve vivere accanto e secondo l’Eucaristia: questa è la legge che è evidente nell’Evangelo. Bisogna leggersi e rileggersi forse per tutta la vita la narrazione che i sinottici fanno della istituzione dell’Eucaristia, l’ambientazione che danno a questa istituzione, e leggersi sempre quel divino commento che è il discorso che sta ai capp. V e VI del Vangelo di S. Giovanni, e poi tutto il discorso che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena dove Giovanni, fedele al suo principio di non ripetere, non parla dell’istituzione ma ci dà lo sfondo intellettuale e lo sfondo d’amore di questa istituzione; ed è tutto il discorso fatto da Gesù Cristo e che si completa al cap. XVII dello stesso Evangelo nella famosa grande orazione sacerdotale che Gesù rivolge al Padre perché la sentano i discepoli, mentre sta andando « trans torrentem Cedron », mentre va a cominciare il patimento definitivo all’orto di Getsemani. Allora si capisce; si capisce che l’Evangelo continua, e continua perché è rimasto Gesù Cristo in terra, in modo invisibile d’accordo. Il fatto della visibilità l’ha ceduto alla sua Chiesa, ed è per questo che la Chiesa ha un Capo visibile in terra, Vicario di Gesù Cristo, che è il Papa. E ha ceduto tutti gli strumenti della visibilità alla sua Chiesa, che sono il Sacrificio, i Sacramenti e tutti gli altri poteri, cioè ha ceduto tutti quegli strumenti della visibilità per la parte materiale che involgono, per la parte soprannaturale divina di grazia che involgono e in quanto sono legati con la visibilità. – Ma Lui è rimasto quaggiù. È la profezia di Malachia, che il Sacrificio sarebbe stato offerto dall’alba al tramonto, dall’Oriente all’Occidente, sempre. Non più Sacrificio momentaneo, ma Sacrificio eterno, concetto ripreso da S. Paolo nella Lettera agli Ebrei. E pertanto — dirò una cosa che forse può far sorridere — in questo mondo c’è Kennedy, c’è Crusciov, ci sono tutti gli altri, che nel giro di pochissimi anni non ci saranno più. Vi prego di ricordarvi che in questo mondo c’è Nostro Signore Gesù Cristo: con questo ho detto tutto; e che Nostro Signore Gesù Cristo è il Figlio di Dio fatto Uomo, cioè Egli è l’infinito ed è il più umano di tutti, l’unico veramente umano perché, a un modo che è stato suo e a un modo che non è ripetibile dagli altri, è andato in croce per tutti gli uomini. Voi sapete che a questo mondo c’è l’anno geofisico; ma se c’è l’anno geofisico, i missili, i polaris ecc., a questo mondo c’è qualche cosa di molto più grande, di molto più interessante, di molto più dirimente, di molto più necessario, e si chiama Gesù Cristo. C’è Lui in Corpo Sangue Anima e Divinità. E allora? E allora bisogna tirare le conseguenze. Non c’è altro da fare: altrimenti sbagliamo tutto e sbagliamo tutti. Questa è la legge. Ecco perché ho potuto parlare del peccato contro l’Eucaristia. E questo peccato contro l’Eucaristia noi lo commettiamo a tre piani diversi. – Il primo è il piano del culto divino. Cominciate a guardare le nostre chiese. In quante di esse, ditemi, il popolo va a fare la visita al SS. Sacramento? E quanti sono talvolta i sacri pastori, i Sacerdoti, i parroci che si impegnano a creare la corte permanente a Gesù Cristo? Perché Gesù Cristo sta in chiesa anche se chiusa; se ce lo mettiamo, ci sta. Si è messo nelle nostre mani: rispetta la consegna, non fugge mai. C’è una fiammella che rimane lì. Ma quante sono le chiese intorno alle quali c’è un popolo che viene educato a ricordarsi che c’è il Signore, e che questa è la cosa più grande che si possa dire, che si possa fare, che si possa pensare in questo mondo? Vi prego di guardare tanti tabernacoli e certi altari come sono ridotti! Ecco il peccato contro l’Eucaristia! La Chiesa nel can. 1289 C. D. C. ha disposto come deve essere il tabernacolo. La Chiesa nel decreto della Congregazione dei Riti del 1° luglio del 1958 ha ripreso tutte le disposizioni canoniche circa il tabernacolo e in un certo senso le ha ampliate. È evidente che la Chiesa si preoccupa della consuetudine di taluni, protestanti di fatto mentre agiscono nella Chiesa Cattolica, di far scomparire il tabernacolo e di considerare l’altare come puro soltanto quando è privo del tabernacolo. Come se il tabernacolo fosse una mostruosità o un grande incomodo, da sopportarsi proprio unicamente per lo scopo che, se viene un accidente a qualcheduno, bisogna dargli il viatico! – State attenti a queste forme culturalistiche che si insinuano! Si vuol mettere in rilievo soltanto l’atto comunitario, che sarebbe la S. Messa cantata, parlando sempre di quello, solo di quello, e ostentando il più fiero disprezzo per tutto il resto. E si dimentica l’aspetto sostanziale della pietà cattolica, che il culto della Chiesa continua giorno e notte perché giorno e notte c’è Nostro Signore Gesù Cristo presente e pertanto ci deve essere l’atto di adorazione. E ci deve essere un divino colloquio tra Lui e le anime. E così, spennando da una parte, spennando dall’altra, si cerca di far passare sotto banco un certo qual ritorno alla negazione di Lutero. Perché questa è la via, quella di spennare. E per quella via si arriva esattamente al 1517. – Vedete, su questo punto io mi fermo, perché, ripeto, il parlarne ha precisamente lo scopo di creare in voi un senso di difesa contro certe infiltrazioni che hanno anche apparenza culturalistica e che sono, di fatto, ben altra cosa. Ben altra cosa! Vi prego di aprire gli occhi. Molte cose che certe persone accettano, ben intenzionate certo, io non voglio mettere in dubbio le buone intenzioni, danno l’impressione che non s’accorgano più che c’è Gesù Cristo, che è qui. Non se ne accorgono più. Vi fanno anche, con tutta comodità, un concerto in chiesa. Naturalmente all’ultimo momento se ne ricordano e allora un prete, molto alla svelta, con un po’ di cotta e stola e di velo omerale, va a prendere Nostro Signore Gesù Cristo e lo porta via perché non incomodi e si possa fare il concerto. – Dacché sono Vescovo, non ho mai permesso un affare del genere, mai! A Gesù Cristo non si va a dire: « Levati di lì, che adesso facciamo i nostri comodi ». E se, Lui presente, certi comodi non si possono fare, non si fanno. Nei momenti grandi bisogna ritornare lì. La salvezza della Chiesa dopo il Concilio di Trento è stata fuori dalla stia. È chiaro questo. Ma che si debba ancora stare lì a dire: la vera carità è questa! Guastano tutto. La libertà! Dio, prima della libertà! Capite? La parola libertà ha un valore subordinatamente a Dio che l’ha creata e ce l’ha data. La parola personalità ha certamente un valore e l’ha perché l’ha avuto da Dio, che se l’avessero data gli uomini, non ne avrebbe nessuno di valore, e rimane pertanto cosa subordinata a Dio. Vedete, si lascia accantonare Gesù Cristo con questa tolleranza. Tolleranza! Sì, certo, pazienza. Non diciamo tolleranza, che è un’altra cosa. Pazienza sì. Pazienza senza fine. Ma la parola tolleranza è una parola molto equivoca; e non diciamo di più. Pazienza, sì. Non dico: tolleranza no; dico che tolleranza è una parola molto equivoca e può essere presa bene e male, a seconda dei casi, a seconda della chiarezza teologica che si ha in testa e a seconda del giudizio obiettivo dei valori che si ha nella propria anima. – L’umanesimo. C’è l’umanesimo. Se ne parla molto adesso. Quando uno vuol fare una cosa per cui gli sembra di diventare una persona per bene, scrive un articolo sull’umanesimo. Ora lasciamo stare le divagazioni letterarie sull’umanesimo. Vi dico solo questo: quando si parla di umanesimo in una casa cristiana, s’intende aduggiare un certo modo di pensare le cose che è semipelagiano. Attenti bene, che è semipelagiano. Perché il senso non capito per mancanza di conoscenza teologica, ma inconsapevolmente in fondo accettato, quando si fa troppo questo discorso, che nei suoi termini esatti può essere fatto ma nei suoi termini equivoci no, quando lo si fa troppo questo discorso, s’intende dire che ad arrancare fino al porto della vita possiamo farcela con le nostre forze; che esistono forze umane, date da Dio, certo, oh, sì! in natura, da poter portare: civiltà, umanità, pace, ordine, giusti ritmi fino al porto e cioè fino a una situazione soddisfacente, decorosa, morale, senza proprio estremo bisogno che c’entri la grazia di Dio. Il che è manifestamente falso se lo si dice chiaro come l’ho detto io; ma talvolta si tratta di quelle cose dette a tre quarti, dette a metà, dette a un centesimo, così che non sono mai errori, che non sono mai chiare, che non affondano mai radici in un humus di chiarezza e di sicurezza teologica, per cui si finisce alle volte ad avere delle impostazioni mentali ad angoli che sono completamente sbagliate. – Perché Gesù Cristo sta lì sempre? Perché ha istituito l’Eucaristia sacramentum permanens, perché? Non bastava il Sacrificio offerto una volta al mese, una volta all’anno, tanto più che il Sacrificio ha valore divino? I frutti sono applicati limitatamente, ma il valore è infinito. Bastava una volta all’anno, a Pasqua, una volta al mese, tutte le domeniche, via. No! Il Sacrificio realizza la profezia di Malachia: «dall’alba al tramonto, dall’Oriente all’Occidente », continuo. È il sacramentum permanens, perché l’Eucaristia non è soltanto Sacrificio, è anche Sacramento. Perché Dio ha voluto che il Sacrificio sia continuo e che, non bastando la continuità del Sacrificio, nella divina mente, alla necessità degli uomini, Iddio ha voluto che fosse per di più sacramentum e che fosse permanens? È chiara tutta la mentalità dell’Evangelo: Voi ne avete bisogno. « Se non ci sono Io, ha detto Gesù, sine me nihil potestis facere ». E la vita adombrata da Lui nella parabola della vite ha le sue sorgenti nel tronco della vite, che è Lui (Gv. cap. XV).La spiritualità qualche volta può essere compromessa dal modo con cui s’intende la vita comunitaria. Badate che la parola « comunitario» può essere la parola più onesta di questo mondo, perché se dice che dobbiamo andare a braccetto tutti e vivere in comunità, liturgia in comunità, niente da dire. Quello che c’è da dire è che, come mai l’abbiamo dovuta inventare noi adesso, da quindici anni, perché prima non se ne parlava? Ne ha parlato qualcuno rarissimamente,ma nessuno vi faceva caso, nel decennio fra il trenta e il quaranta. Poi dopo la guerra è saltata fuori. Adesso tutto è comunitario. E prima cosa eravamo? Quando eravamo in chiesa, quando si cantava la Messa, quando cantavamo l’Ufficio insieme, quando facevamo le processioni, le feste, quando facevamo le associazioni, quando tentavamo di mettere insieme la gente per fare la carità, che cos’era?Abbiamo visto prima la tolleranza: s’aggiusti da sé, noi non ci abbiamo a far niente; poi l’umanesimo: facciamo a meno di Lui. Vediamo adesso che cosa è questo « comunitarismo » quando la parola diventa equivoca. – Ci sono state delle fondazioni, delle forme associative quanto mai equivoche, spiritualissime, santissime, mistiche, impregnate di mistica per tutti i versi, in cui si è arrivati a questo punto, per dirvi dove il senso comunitario può andare a finire. In esse la direzione spirituale la si faceva in comune. Vi piacerebbe? Spero di no, perché dovrei credere che foste ammalati. In comune, così: è la comunità degli iniziati che giudica il caso del singolo e dice: « Tu, per camminare verso Dio, devi fare così… ». Con questa conclusione che le donne facevano la direzione spirituale agli uomini e persino ai preti. Ho portato questo esempio per dire fin dove si può arrivare. Ora è chiaro che Gesù Cristo il Sacramento della Penitenza l’ha messo in mano al Sacramento dell’Ordine e alla autorità giurisdizionale della Chiesa, perché per assolvere ci vogliono due cose: bisogna che uno sia prete validamente ordinato e per di più bisogna che abbia la giurisdizione dall’autorità della Chiesa; perché non l’ha di per sé. La giurisdizione di per sé, di natura sua, per diritto divino, l’hanno soltanto i Vescovi e il Papa. I sacerdoti non l’hanno. Con l’aver istituito il Sacramento della Penitenza, Nostro Signore ha fatto capire che la questione del bene e del male nelle anime e la direzione delle anime è affidata al Sacramento dell’Ordine, e non soltanto al sacramento dell’Ordine, intendiamoci, ma al sacramento dell’Ordine quando è unito al crisma di una delegazione dell’autorità gerarchica della Chiesa. – E il concetto comunitario può arrivare a delle sfumature che possono camminare tanto da andare a finire anche in Russia. E sfumature alle volte che finiscono con l’eliminare tutto il contatto diretto, immediato tra le anime e Dio. Perché esiste una pietà pubblica nella Santa Chiesa Cattolica, ma ne esiste anche una privata. E la pietà privata è quella che prepara il materiale alla pietà pubblica. – Il concetto comunitario, quando diventa equivoco nella spiritualità, a che cosa tende? Tende a sovrapporre la comunità a Gesù Cristo. È la comunità che conta, non è più Gesù Cristo. È la stessa sfasatura che succede su altri piani: è la collettività che conta, più che la legge, mentre è vero il rovescio, perché la comunità non sta in piedi se non c’è la legge, oltre tutto: perché se non esiste l’autorità, la collettività non ha il principio per cui diventa unita: è anarchica e pertanto non è più comunità. – Il peccato, il peccato contro l’Eucaristia può farsi dunque sul piano teologico. Io vi ho voluto dire questo: guardate che per stare stretti intorno a Nostro Signore Gesù Cristo che è lì — è anche in cielo, certo, come Dio è dappertutto, certo, ed è per questo che potreste parlare con Lui dappertutto, ma il punto qualificato, il punto massimo del Sacrificio, del Sacramento permanente è lì — per poterci stringere, per adeguarci a questo fatto del Sacrificio Sacramento continuo e del Sacramento permanente e che diventa nel pensiero di Gesù Cristo l’asse proposto agli uomini per la loro salute., per stare con Lui, abbiamo bisogno di difenderci da una quantità di forme di maleducazione nei suoi confronti, di mancanza d’amore, di tenerezza, di affetto, e dall’infiltrazione di molte mode e di molti errori che costituiscono sempre, in modo certamente da nanerottoli e ridicolo, il gesto del capo degli angeli ribelli: « Sarò simile a Dio », e pretenderebbero di sbalzare Dio dal suo trono. Intendiamoci, l’ho detto perché vi difendiate da una serie di infiltrazioni che non arriveranno mai a quella forma, lo so, ma che in realtà partono dallo stesso principio e che a Gesù Cristo, che deve essere la nostra vita, la nostra anima, il nostro tutto, l’oggetto del nostro amore, tendono a sostituire qualche altra cosa, magari noi stessi, quella piccola cosa, povera cosa, che siamo noi. Guardate che il male proveniente da certe radici, le suggestioni date da certe sorgenti tendono a questo: sostituire noi stessi a Lui, il che sarebbe il rovesciamento di tutto.

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