LO SCUDO DELLA FEDE (206)

LO SCUDO DELLA FEDE (206)

LA VERITÀ CATTOLICA (IV)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE IV

Credo in Dio Padre onnipotente Creatore del Cielo e della terra

Io v’ho da spiegare le parole del credo: Onnipotente Creatore del Cielo e della terra.

Quest’oggi vi confesso che non trovo le espressioni da poter farvi intender bene tutto che vogliono dire. Studiai quel tanto che per mesi è potuto, per mostrarvi quanto deve esser grande l’Onnipotenza di Dio; ma mi parve di sentirmi a ripetere quel che fu detto a S. Agostino. Ascoltate il bel fatterello, che si racconta. S. Agostino passeggiava sulla spiaggia del mar d’Africa; e la vista di quel gran mare che si contemplava d’innanzi, pareva gli facesse capire qualche cosa della grandezza di Dio: e studiava le grandi parole, da poter manifestare agli altri ciò che egli sentiva nella sua gran mente. Eh! ma non trovava modo di dir tutto quello che avrebbe desiderato per spiegare l’onnipotenza di Dio. Quando vide un fanciullino che correva a pigliare con un piccol cucchiajo una gocciolina d’acqua del mare, e la versava in un bucherello scavato nella sabbia: e su e giù andava in questo travaglio tutto affannato. Il gran Padre ponendogli con gentil garbo la mano sulla bionda testolina … che fai, bambin mio, gli dice, in questo tuo lavorio? E il bimbo a lui: Padre, mi son fitto nella mia testina di pigliar col mio cucchiajo tutta quell’acqua del mare e farla star dentro nel mio bucherello. « Oh bambin mio, è impossibile, sai? » E il fanciullo, che doveva esser un angelo, gli risponde: « è tanto impossibile, che io possa far stare in questo bucherello tutta l’acqua del mare, quanto è impossibile che voi colla povera mente umana possiate intendere, e che possiate colla meschina parola di uomo spiegar tutta la grandezza di Dio. » Però la Chiesa ci fa dire una parola, che quanto più penserete, tanto più conoscerete che vorrebbe dir tutto, quando c’insegna a dire « io credo in Dio Padre Onnipotente, Creator del Cielo e della terra. » – Io poi per farvela comprendere alla meglio mi getterò ai piedi di Gesù Cristo nel Sacramento; e voi con me dite: « oh Gesù Cristo, dite voi quella parola secreta che fa intendere anche ai più umili vostri figliuoli le cose che non giungono a pezza ad intendere anche i più grandi dotti quando si studiano da loro soli. E voi, o Maria Santissima, buona Madre nostra, dite Voi a questi cari figliuoli, mettendole sul povero mio labbro, quelle vostre parole materne le quali fanno sentir dentro nell’anima, più che non si possa spiegare di fuori, quanto è grande l’onnipotenza di Dio. Voi intanto fatemi grazia di fissar bene in mente, che io ho da cercar di spiegarvi quanto è grande l’onnipotenza di Dio, il quale ha creato il Cielo e la terra. Ditelo adunque con me (si fan ripetere) Che io ho da cercare di spiegarvi in questa istruzione quanto è grande l’onnipotenza di Dio, ecc. ecc. La Chiesa, dopo d’averci detto di credere in Dio Padre, per farci un pò conoscere la grandezza del Padre nostro Iddio, c’insegna a dire che Dio Padre è l’ Onnipotente Creator del Cielo e della terra. Ci piglia, dirò così, tra le braccia, e ci dice: oh guardate intorno quanto sono grandi il cielo e la terra! ebbene Dio li creò colla sua parola. Adunque per poco di ragion che abbiamo dobbiamo bene capire, che debb’esser senza misura e senza fine la potenza di Dio che tutto creò. Per questo diciamo che è onnipotente Iddio Creator del cielo e della terra: onnipotente prima a pensar tutto; onnipontente a creare in ordine tutto. Ho detto onnipotente a pensar tutto. Difatti, se voi vedeste un molto bellissimo quadro, voi direste con ragione, che chi seppe pensar tutto, immaginar tutte quelle figure, studiar di metter insieme quei colori e incarnarli in quel bel disegno, era un gran pittore, d’ingegno potente. E se allora vi saltasse su uno stordito a dirvi, che non era bisogno che alcun pensasse; perché quei colori, i quali erano in prima buttati qua e là in mezzo alla terra lontani fra loro cento miglia, si trovarono impastati insieme, e così restò poi formato il gran bel quadro per caso, voi direste: « che di’ tu mai matto da catene? » Aspettate: diciamo onnipotente a creare in ordine tutto… Di fatto, se voi vedeste un grandissimo palazzo, una vera meraviglia del mondo, subito voi direste, che chi l’ha costruito era ben potente di danari e di forze per far tanto lavoro. Oh via! se vi saltasse uno scapato a dirvi: no che non era necessaria nessuna potenza di danari e di forze per far tutto quel meraviglioso edifizio; perché v’eran dei pezzi di terra i quali caddero per caso nel fuoco, e diventati mattoni belli e fatti, trabalzarono l’uno sopra dell’altro; e così si trovò fabbricato quel gran palazzo, voi direste, che il disgraziato ha perduto il lume dell’intelletto, e che non si può ragionare con chi ha perduta la testa. Ben la Chiesa adunque per incamminarci a ragionare da uomo c’insegna a dire « io credo in Dio Onnipotente Creator del Cielo e della terra. » Io poi vi pregherò, in prima, per farvi conoscere un poco come debb’essere onnipotente il Signore che tutto creò, di mettervi qui con me a considerare che cosa voglia dire creare, e come il creare sia diverso dal fare. Creare vuol dire cavare dal niente; cioè fare che una cosa la quale prima non era, cominci ad essere. Ora Dio solo colla sua onnipotenza può fare che le cose siano, quando non erano ancora. Pensate difatti, che noi, per far qualche cosa adopriamo sempre delle altre cose che erano già prima. La nostra massaja di casa ci fa il pane in famiglia; ma adopera la farina venuta dal frumento; il frumento è venuto dal campo; e il campo e l’acqua e l’aria da cui venne il frumento eran già stati creati da Dio. Se la donna nella madia non metteva niente, e poi sopra vi versava un bel niente, si fosse pure sbracciata a far d’impastare sbattendo le mani nel niente, voi aspettando il pane formato di niente, potreste morire di fame. Se chi volendo fabbricare una casa, fatta la scavazione per le fondamenta, vi mettesse dentro niente, e poi sovra niente, e ancora niente, vi resterebbe la voragine vuota, e non si farebbe mai niente. Dunque, il niente non è che il vuoto, la mancanza, è come la morte, quando v’è niente di vivo. Immaginatevi adunque quando non era ancora creato né cielo né terra; eravi proprio niente. Pensate: un vuoto senza fine! cupo silenzio! .. . tutto scuro scuro, Come la morte !… che orrore! … mette paura il pensarvi! Non era neppur un punto, un disegno del cielo … ; non era neppur un granellino di polvere nella terra. Or chi avrebbe mai pensato che potessero esser creati e cielo e terra? …– Dio solo onnipotente col suo pensiero immaginò il cielo, Dio immaginò la terra, li ordinò bene nella sua mente, poi disse coll’onnipotente sua parola : Cielo …. terra siate creati …. Oh grande Iddio!… eravi niente, e cielo e terra furon creati dalla sua volontà onnipotente! … – Se non era l’onnipotenza di Dio, vorrei un pò mi si dicesse quale sarebbe stato l’architetto, che disegnasse, che fabbricasse il Cielo, che collocasse così bene le stelle, e in alto il sole. Era niente! … E quale sarebbe stato quel geologo (sì chiama geologo chi cerca studiare la terra), che componesse la terra, che tirasse su le montagne, e fermasse le pianure? Eravì niente!… E quale sarebbe stato il chimico, che pestando nel suo mortaio avrebbe composto e versato dentro in quegli sterminati abissi le acque del mare,  dico, composte da lui, mettendo insieme niente?… Eh! che è tanto impossibile, che nessuna potenza, la quale non sia l’onnipotenza di Dio, potesse creare il cielo e la terra; che tutte le menti degli uomini, tutte le potenze dei re, tutti i dotti del mondo non arriveranno mai, non solo a creare una fogliolina, un granellino di sabbia, ma neppure potranno mai solamente pensare, che un granellino di sabbia il quale prima non era, cominci ad essere. Voi vedete, o fratelli, che un granellino di sabbia è pur poca cosa, è così presso al nulla, che noi diciamo: la è una cosa da niente. Eppure, dal niente a quel po’ di granellino vi è una distanza infinita; ed è cosa da far disperare la mente il pensare, come un granellino di sabbia abbia potuto esser creato, quando era niente. Diam dunque gloria a Dio col ripetere: « io credo in Dio onnipotente che creò il cielo e la terra.» Ora che avete considerato come solo l’onnipotenza di Dio può creare anche la più piccola cosa, ci metteremo qui a considerare, per quanto possiamo conoscere, che è grande l’onnipotenza di Dio nel creare il cielo e la terra. – Cominceremo ad osservare la terra, perché è più vicina a noi, e possiamo delle cose della terra farci scala a contemplare le grandissime cose del cielo. Cominceremo a parlare di questo nostro mondo. Ascoltate. Quando noi diciamo che è tanto grande il mondo, noi intendiamo parlare di questo mondo nostro, la terra. Oh oh! ma sappiam noi forse quanto è grande la terra? È vero che fino i nostri contadini vanno in America; ma pur tutti di questo mondo conosciamo ben poca cosa. Per aiutarvi a pensare quanto sia grande il mondo della nostra terra, immaginatevi quanto. è lungo un miglio; poi aggiungetevi dieci miglia; poi appresso pensate di correre col pensiero per cento e mille miglia; e ancor più in là fino a venti mila miglia. Ebbene è ancor più lungo il giro intorno alla terra. Ora pensate di vogar colla mente rapida come i vapori, che volano prestissimo, eppur metterebbero un mese a far questo giro; e quando voi avreste coll’immaginazione fatto un giro intorno alla terra, avete da pensare che potreste far mille e mille giri, gli uni appresso gli altri in tutte le parti intorno del mondo (i meridiani). Or, se sapeste poi in questi giri quante s’incontrano sterminate catene di montagne, quanti grandissimi deserti! i mari poi sono così grandi, che non possiam neppur pensarvici. Quante nazioni, quanti regni si attraverserebbero, quanti popoli s’incontrerebbero, e poi quanti paesì, quante città, quante piante e animali!… Ah son tante le cose, che la nostra povera mente si confonde, e noi dobbiam dire come fuori di noi: « io credo che Dio è onnipotente, perché  ha potuto creare la terra con tutte le cose sue. » – Creata la terra, pensate poi che non v’eran né erbe, né piante, né animali. Oh qui sì che abbiamo un bel campo da poter conoscere alcun che della onnipotenza di Dio, nello apprendere che di piante creò tante qualità, e in tanto numero, e che le fa crescere e le mantiene tutte! Ho detto di tante qualità, in tanto numero. Contate un po’; se lo potete, le erbe di un solo prato? Vedete: ve ne sono tante, che in un sol metro di estensione se ne contano mille e mille; e i botanici, che son coloro, che cercano di studiarne le varie qualità e contarle, dopo mille anni di studio, uomini di gran talento davvero, restano confusi, e son costretti di dire che non conoscono ancora che una piccolissima parte di piante. Ora è Dio Creatore che ha tratto dal nulla tutte le qualità delle piante, che a ciascuna pianta, ad una ad una tira su il gambo, dà le fibre per sostenersi, fa tanti nervi, e costole, fin le vene e le gole per respirare, e nelle radici e foglie tante piccole bocche per assorbirsi su gli alimenti. Dio solo le mantiene, sicché non si rompano i loro organi e le strutture. E dovete sapere che ve ne ha tantissime così piccine, che mille di loro starebbero sopra un granello di sabbia, come mille alberi sopra una grande montagna. Quando voi vedete l’acqua ferma, o il vostro muro pigliar il color verdognolo, se aveste a guardare con un cannocchiale da discernere le cose più minute (microscopio), vi vedreste tanti boschi di piantoline, cui Dio veste di fogliette, le quali dan quel verdolino. Dio si piglia cura di loro e dei lor bottoncini, forma loro i fiori e i granelli, da cui fa spuntare piante novelle. Ora pensate che eravi niente, neppur una di tanti milioni e milioni senza numero di piante; ma Dio onnipotente disse: « piante, in tutte le qualità, siate create, e state; e le piante sono create e stanno; sostenute dalla mano di Dio: sicché noi dobbiam dire rapiti in estasi: io credo in Dio Padre onnipotente! » – Ma ora io devo dirvi ancora meraviglie maggiori degli animali. Ma prima discorriamola un po’ tra noi: e chi poteva immaginarsi che cosa fossero gli animali, e crearne tanti? Perocché avete da sapere che vi sono miglia e miglia di terreno che non sono vera terra, ma tutto è un composto di corpiccioli, d’animaletti morti (infusorii). Sicché in un sol metro di quel terriccio ve ne sono tanti milioni da non si potere contarli;  e sono così piccolini, che mille di quelli girerebbero sulla punta di un’agucchia da cucire, come mille soldati sul campo dei loro esercizi. Ora, e chi dà ad uno ad uno di loro la forza di muoversi con tanta delicatezza, da non s’imbrogliare e rompersi i minutissimi nervi, e le vene sottili come il fiato E chi dà poi la forza alla tigre, al leone e all’elefante, il quale porta una torre di legno sulla schiena? Chi dà la forza alla balena, che colla coda sbatte l’onda del mare come la tempesta? È Dio onnipotente che dà la forza a tutto. Aspettate; poiché avete da pensare che Dio non creò le cose e non le lasciò lì ad agitarsi da se stesse quasi n’andasse via. « Non creavit et abiit, » dice s. Agostino; ma tutte le creature esistono, si muovono e stanno come sono, perché Dio le sostien colla sua forza. Lo insegna eziandio s. Paolo, sicché tutte le forze sono da Dio, e le forze delle piante per poter vegetare e crescere, e le forze degli animali per muoversi e sentire. Raccogliamoci in noi medesimi e diciamo: è Dio che dà la forza all’anima nostra di spingere i nostri pensieri, qui, là, fin alle stelle degli altissimi cieli. Mettiamo…. mettiam la mano sul cuore sentite il cuor che batte? Ebbene, è la mano di Dio che ci fa battere il cuore. Ma per spingere il sangue in tante migliaia e migliaia di vene e di venuzze, in tanti modi intralciate per tutte le parti del nostro corpo, ci vuole una forza che spaventa, se ci pensiamo! Eppure, tenuti fermi dalla mano di Dio, non si rompono quei fili, che sono così delicati, così sottili che la mente vostra non può pensarvi sopra. È dunque qui la forza di Dio. Fermatevi un poco a meditare la forza con cui respiriamo, camminiamo, facciamo tutto. Fabbrichiamo le case? è di Dio la forza delle leve, con cui facciam montar su i sassi sulle cupole fin tra le nubi: di Dio la forza, che gli uomini adoprano in tutte le macchine, e in quella segnatamente del vapore con cui si fanno volare milioni di navi e di vagoni. Allarghiamo il pensiero dintorno. Di Dio è la forza dei cannoni e della polvere che spezza i macigni con le mine, di Dio la forza dei venti che sferzano gli alberi più robusti; di Dio la forza del mare che spinge le onde come montagne verso il cielo. Deh, per poco che pensiamo a questo numero di forze che fanno così svariati movimenti, dovremo esclamare con filosofo Aristotile: quanto debbe essere grande il motore che dà movimento a tutto! Noi poi grideremo atterriti adorando: « è Dio onnipotente creatore del cielo e della terra. » Appunto voi vedete che finora io non v’ho parlato che della terra: ma la madre Chiesa in questa dottrina vuol che io vi pigli per mano come l’Angelo pigliò per mano Abramo menandolo fuori della tenda; e che come a lui, io vi dica : su, su guardate il cielo, e contate le stelle del firmamento se lo potete. Ve’, subito a prima vista se ne contano ben più di cinque mila. Se poi guardiamo nel cielo con quei grandi cannocchiali che sono i telescopii, di quelle stelle, che son grandi mondi, sì vedono sempre di più a migliaia che si moltiplicano e si sprofondano negli altissimi cieli! Guardate solo quella striscia, che par di nebbia, la quale voi chiamate la strada di s. Giacomo, e i dotti più ridicoli chiamano la via lattea, ebbene quei punti in quella striscia di nebbia ,sono tanti soli che fan girare tanti mondi intorno, come il nostro sole è uno di quei punti di nebbia che fa girare intorno a se stesso, egli solo, un centinaio di mondi dei quali ve ne ha di più grandi del mondo nostro. Sicché sarebbe più facile contare i granellini di polvere che s’innalzano in un polverio di una camera, che non contare i mondi che girano nello spazio immenso del cielo. Tanto è vero che il più gran dotto in questi studi del nostro tempo, l’Humbold, ebbe coraggio di dire (nel Cosmos) che forse vi sono tanti mondi nel cielo, quanti vi sono granelli di sabbia sulla terra! Io non posso andar più in là, perché il povero pensiero si perde, e dà indietro spaventato da queste ultime parole della scienza. – Ah se sapeste poi come sono grandi quelle stelle! Ma adagio, mi direte voi: e chi le può misurare? Vi risponderò qui che stiate pur certi che si misurano così esattamente, che si può assicurare che il tal dì, alla tal ora, in quel minuto preciso ha da venire un ecclissi, e che ha da durare solo tanti minuti, perché la luna o il tal pianeta sono grandi esattamente così, e girano con tanto di velocità che per passar davanti al sole, debbono impiegare il tempo di tante battute di polso. E l’ecclisse viene nell’istante preciso, e quel pianeta passa via veloce proprio, come diciam noi. Il che tutto prova che noi misuriamo sicuri la grandezza dei pianeti e del sole, e le miglia che percorrono. – Però vi avverto che queste della grandezza delle stelle e del sole, non sono verità di Fede, ma sono verità di fatto che ci insegna la scienza. La Fede però ci insegna che i cieli sono così grandi che danno gloria a Dio colla loro grandezza, ed esaltano la magnificenza dell’onnipotenza di Dio. Onde la Chiesa è contenta assai assai che i suoi figliuoli li studino coll’aiuto di quella disciplina, ch’è l’astronomia. Sicché è bene che io vi dica di certa scienza quanto sono grandi quei mondi del cielo, perché è bene che anche i più umili conoscano la grandezza del nostro Padre Celeste Creatore onnipotente. Ebbene, per parlarvi in modo particolare del sole, vi dirò essere certo, che il sole è più grande della nostra terra un milione, cioé mille migliaia, e trecento ottanta sei mille volte. Oh oh! Figuratevi di vedere cento mondi così sterminati come il mondo nostro. Cento mondi? E chi può solo pensarvi?….. E poi mille mondi!….. Ma si perde il pensiero pur solamente ad immaginarli!…. Eppure avanti, avanti: immaginatevi poi un milione cioè mille mila, e quasi quattro cento mila mondi! Ebbene il sole è tante volte così più grande della terra; di modo che, se il sole fosse vuoto, il nostro gran mondo, la terra, con tutte le sue montagne, tutti i mari e regni suoi starebbe dentro nel sole come un pomo, una noce, un granello di frumento starebbe dentro di questa. Chiesa…. E pensate che vi sono delle stelle, le quali pare proprio sieno quaranta milioni di volte sono più grandi della terra. Oh…! – Deh, deh! Figliuoli, non andiamo più in là; perché la nostra mente si smarrisce e dà indietro spaventata al pencare a tanta grandezza! Solamente vorrei dirvi di farvi coraggio, e di sollevarvi coll’animo in mezzo a quei mondi che per noi sorpassano ogni misura. Pensiamo un po’: da quei grandi astri quanto, a guardarlo, debba comparir grande il nostro mondo in mezzo a loro? Cerchiamo adunque dove sarà la mostra terra. … Essa, vedete, debbe comparire come un granellino di polvere che nuota quasi perduto nello spazio del firmamento . . . La nostra terra, a vederla, così dall’alto, comparirà grossa come un di quei granellini di polvere che scorgete muoversi in una stanza, quando l’attraversa un raggio di sole. Ora cerchiamo un po’ su quel granellino di polvere quale spazio occuperanno e quanto dovranno comparire grandi l’Europa, l’Asia, l’Affrica, le Americhe, l’Oceania! Ah sono cose così minute, che non si possono neppur distinguere! Aguzzate il pensiero, e lo sguardo, per vedere su quel granellino quanto debbano comparire grandi e la Russia, che proprio oggi tien in paura tutti i regni d’Europa; e la Inghilterra, la regina dei mari coi mille suoi bastimenti; e la Prussia, che mangiò tanti stati in Germania; e la Francia, che si dice sempre la grande nazione; e la Spagna colle ricchezze passate e la miseria delle presenti rivoluzioni; e l’Italia nostra con tutte le sue glorie! Via via …; che la Russia, 1’Inghilterra, la Prussia, la Francia, la Spagna e l’Italia sono cose così minute, che non si possono neppur pensare! Ora poi mi dite come dovranno comparire grandi le città, e i paesi nostri così popolati? Ma che? Sono cose da nulla! Ma e i nostri campi e i nostri palazzi? Eh! che le sono cose così da niente, che fa ridere il pensare ad esse… Oh! E poi, e poi quanto saranno grandi queste orgogliose nostre personcine!…. Ah!… cadiamo profondati nel nulla delle nostre miserie; gridiamo atterriti: Oh Grande!… Oh Grande che io non ardisco più nominare!… I cieli raccontano le vostre meraviglie — Cœli enarrant gloriam Dei!… Ora solleviamo tremando il pensiero a Dio Onnipotente che siede nel trono della sua eternità! E come noi, se col dito in un vaso di acque quiete facciamo un giro, mettiamo in movimento un po’ d’acqua d’intorno in piccol vortice; così Dio col dito della sua onnipotenza nel mare immobile della eternità fece un movimento piccolo per Lui, e creò il vortice del tempo che va e va…….; e i secolie i mille anni passan via davanti a Dio come un sol giorno; e via via passan girando i mondi, e con essi passano via le creature tutte, come noi, quasi non fossero!… Pensate a Dio quando disse la sua Parola onnipotente: Mondi del firmamento, siate creati! e gettò come una gran manata di polverei mondi a girare nello spazio dei cieli. Egli li chiama ciascun per nome: e se li muta d’intorno come si mutano le vestimenta; e quando gli piacesse gridare: mondi dell’universo, tornate al nulla, i mondi ululerebbero nel cader in rovina: « non siamo più »…; ed Egli spazzerebbe le rovine dei milioni dimondi come polvere dallo scabello dei suoi piedi. Intanto se i mondi stanno con tutte le creature, in esse è Dio che li sostiene colla sua onnipotenza; è Lui che li fa andare attorno con tanta rapidità, che questa piccola nostra terra, per aver il sole tutto d’intorno in ventiquattro ore, gira quattordici volte più rapidamente che non farebbe una palla di cannone quando esce da quella bocca infuocata! E Dio li tien tutti inordine perché non urtino in tremendo soqquadro! E noi grideremo: « Io credo in Dio onnipotente, Creatore del ciel e della terra. » Qui esclamerò con Galileo:« e di questi mondi che si muovono così rapidamente,qual è il punto d’appoggio da cui viene il lor movimento?… Egli è Dio, Dio Onnipotente. » Sclamerò con Newton che scoprì le leggi dei movimenti delle stelle: « Oh! mondi tutti dell’universo di grandezza così sterminata, voi andate roteando con rapidità che ci spaventa: se la luna gira proprio intorno alla terra come al suo centro, se la terra colla sua luna gira proprio, come cento altri mondi, intorno al sole siccome al loro centro; se il sole nostro al paro di altri milioni di soli girano anch’essi… quale sarà, quale il gran Sole, il gran Centro?…Ah, ah! il gran Centro quale, qual è? E l’onnipotenza di Dio. » Sclamerò con Linneo uno dei più grandi dotti del mondo:« gettai lo sguardo sopra la terra, seguii le tracce delleoperazioni di Dio tra le creature; ho osservato le forze che vengon da Dio, la sua sapienza in tutte le cose più piccole: ho osservato il sole, le stelle, immensi, incalcolabili nelle loro grandezze, che si movononello spazio sospeso nel vuoto; vidi che tutti gravitano gli uni sugli altri, tutti sono mossi dalla volontà, dalla mano di un gran Motore incomprensibile, dall’Essere degli esseri, dalla Causa delle cause, dalla Guida, dal Conservatore, dall’Artefice di tutto l’universo, e conchiuderò che il mondo è il santuario profondo della Maestà di Dio. « E noi tremanti nasconderemo le nostre persone in seno alla Madre Chiesa, e diremo con essa: « sì! io credo che Dio è l’onnipotente Creator del cielo e della terra

(Il Belasio ha lavorato digran fantasia, seguendo la falsa scienza umana ingannatrice – Galileo, Newton… – e dimenticando di aprire la Bibbia ed i testi sacri che dicono esattamente l’opposto delle sue funamboliche descrizioni, animato dalla foga oratoria, in realtà dimostratasi pura eresia antibiblica, che dichiara errata la descrizione biblica e mendace la rivelazione divina dei sacri libri … l’Antico e Nuovo Testamento  … scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo … « Dio infatti è l’autore dell’uno e dell’altro … » – Conc. Trid. Sess. IV, dec. I. In particolare il Belasio cancella, con le sue fiabesche fantasie, tutta la descrizione della Creazione in Genesi, dimenticando che la terra e la vegetazione furono creati il terzo giorno, mentre solo al quarto giorno, Dio pose in cielo i “luminari del giorno e della notte”, cioè il sole, la luna e le stelle … Il Belasio crede alla falsa scienza esoterico-massonica, non alla rivelazione biblica, base della Religione cattolica!! Orrore! Orrore! Mancavano solo gli extraterrestri! E meno male che sul libro c’è l’imprimatur… di altri miscredenti pseudocattolici infiltrati! – ndr. -). Ora sapete, o figliuoli, perché vi ho detto queste grandi cose nella odierna dottrina? È per due ragioni. La prima per farvi intendere che quanto più gli uomini dotti di buon conto studiano, conoscono sempre più quanto sono vere le alte cose che insegna la Chiesa… Vedete un po’ che consolazione! come la Chiesa fa dire fino ai bambini tutte queste grandi verità con una sola parola « credo Dio onnipotente!…. » Nessun dotto non può dire di più. – La seconda ragione è che io, avendo un poco studiato per insegnare le più belle cose a voi, ho il cuor troppo pieno, e sento il bisogno di sfogarmi con voi, cari figliuoli del nostro gran Padre celeste. – Per ispiegarmi meglio racconterovvi un bel fatto. L’abbate Siccard, istruito ch’ebbe per bene il giovine sordo-muto Massieu, lo menò sulla specola, altissima torre a Parigi, da cui col più gran telescopio si contemplano avvicinati il sole e le stelle. Al vedere quelle grandezze di mondi, Massieu dà indietro come spaventato ….; anela, anela, e dimanda a segni; Chi, chi ha mai fatto quei mondi sterminati?  Il buon prete che lo aspettava a quel punto « Iddio, esclama, il quale creò tutti colla sua onnipotenza, ed è qui presente e ci porta in braccio. » Massieu tremò tutto della persona…… e si slanciò come fuori di sé per correr via, gridando a sua possa coi segni, per dire: lasciatemi andare a dire alla mia mamma che vi è un Dio così grande, onnipotente… Allora il buon prete: « ah mio caro figlio, per grazia di Dio, tua madre lo sa, perché il parroco spiega nella dottrina che Dio è onnipotente Creator del Cielo e della terra. » —.Ebbene anche io per voi, o figliuoli, lasciatemi, ora voglio dire: « Grande Iddio, io vi ringrazio, di averci fatto conoscere così grandi cose della vostra grandezza, che io ho voluto adesso spiegare anche ai più piccini, perché anche essi sono figliuoli di Voi Padre Celeste onnipotente! » – Però dopo di avervi detto tutto questo, non crediate già ch’io pretenda di avervi dimostrato quanto è grande l’onnipotenza di Dio. Io ho fatto come chi, pigliato un ago sottilissimo acuto acuto tra le dita, e bagnatolo nel mare, mostrasse quel piccolo ago con un gocciolina d’acqua in sulla punta così minuta da non si poter vedere, e dicesse: questa gocciolina d’acqua tanto minuta vi fa intendere come sia grande tutto il mare…. Oh no! che io non dico bene ancora: perché almeno quel gocciolino, sia pur piccolo, è un piccolo principio della grandezza del mare; e, sia poi pur grande il mare, a furia di goccioline si formerebbe poi la sua grandezza. Ma tutte le grandezze immaginate, dice s. Tommaso, moltiplicatele pur colla mente, non danno il principio della grandezza di Dio; poiché tutte quelle grandezze avrebbero poi tutte il loro fine: laddove Dio è immenso, infinito. – Oh quanto ha fatto bene la Chiesa nostra madre, di farci dire prima nel Credo, che Dio è Padre, e poi coprirci colla Croce di Gesù, e farci dire sotto le sue piaghe che Dio è Padre, Figliuolo e Spirito Santo! Gettiamoci così in braccio a Lui Creatore nostro Padre; al Salvator nostro suo Figlio in seno al suo Amore Spirito Santo, e avendo un poco conosciuto che Dio è così grande, che paradiso sarà per noi l’esser sommersi eternamente beati in Dio! Facciamo, adorando nel subisso della nostra miseria, e io mi fermo con voi a fare un po’ di:

Esame.

1. Oh poveri noi! come abbiamo finora pensato a Dio? rispettato, adorato Dio?…..

2. Forse nelle nostre orazioni? Mi spavento ancora di più, se io penso al modo indegno con coi trattiamo con Dio, quando parliamo con Lui nelle orazioni! Non tratteremmo villanamente così, come trattiamo con Dio, con una persona del mondo per poco onorata!

3. Noi sì, viviamo, ci muoviamo, esistiamo sostenuti da Dio. Oh che vergogna, e non gli diciamo mai una parola in tutto il santo dì! Non val tanto Iddio che non gli diamo mai un pensiero, mentre ci pigliamo tanta cura delle cose che valgono nulla?

Pratica.

.1. Pensiamo! pensiamo! Siamo alla presenza dell’Altissimo Iddio! Tristi a noi! Diremo che non lo vediamo? Ma si’ che lo vediamo sotto il velo delle cose create: vediamo che muove il sole, la terra, le piante e gli animali: sentiamo che colla sua mano ci fa battere il cuore per contare col palpito del nostro cuore i minuti della vita in cui dobbiamo prepararci al suo giudizio! – Ma via; sebbene noi non lo vediamo Iddio con questi occhi di carne, che importa? Anche un povero cieco non vedrebbe il re se fosse nella sua gran sala assiso sul trono; ciò non di meno se un buon uomo lo toccasse del gomito per dirgli all’orecchio: povero orbo , oh… il re ti guarda addosso, sai! … sta ben in contegno; perchè se l’offendi per poco, ti fa saltar giù dalle spalle la testa! vel dico io, come starebbe lì in gran rispetto, e gli parrebbe di sentir l’alito della maestà reale; anzi si sentirebbe come oppresso! E qualcuno di noi commette certi peccati in braccio a Dio, getta l’immondezza; il vitupero in seno a Dio!… Oh Dio, oh Dio onnipotente, chi ci nasconde, chi ci salva, se dappertutto siete Voi, e m’aspettate al vostro giudizio? Ahi, che cado in mano alla terribil vostra giustizia! E orrenda cosa! … Dio ci vede! Dio è qui! Rispettate, rispettate Dio!

2. Eppure sentiamo vili cialtroni aver sempre per bocca il Santo Nome di Dio… Udite: Keplero che fu uno dei più grandi nomini del mondo, quando nominava il Santo nome di Dio levavasi in piedi in mezzo ai grandi uomini che l’ascoltavano con umiltà: scoprivasi il capo, e, colle mani giunte, s’inchinava adorando il Santo Nome di Dio, che i più tristi uomini menano per la bocca pieni di bava come cani arrabbiati.

Faremo un po’ di catechismo.

Catechismo.

D. Perché diciamo che Dio è Creatore onnipotente del cielo e della terra?

R. Perché creò il cielo e la terra, e tutte le cose che in esse si contengono.

D. Ma che cosa vuol dire creare?

R. Creare vuol dire cavar dal nulla, fare cioè che una cosa, che prima non era, cominci ad essere.

D. Ma come ha potuto Dio creare il cielo e la terra dal nulla?

R. Dio quando volle creare il mondo lo creò colla sua parola onnipotente. Ecco perché diciamo che Dio è onnipotente Creatore del cielo e della terra.

Andiamo alle nostre case; ma diciamo sempre adorando in santo timore: Oh quanto siete grande Dio onnipotente Creatore del cielo e della terra.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (7)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (7)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle MissioniROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO II.

La nostra partecipazione alla vita divina

ART. III. — IL NOSTRO ORGANISMO SOPRANNATURALE.

L’ospite divino che abita l’anima nostra, non vi dimora solo per ricevervi le nostre adorazioni e i nostri ossequi, ma vuole anche darsi a noi e innalzarci a Lui. Dio è vita e fonte di vita: « In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Giov. I, 4). Ora, per innalzarci a Lui, Dio vuole comunicarci una partecipazione della sua vita divina. Ma, deboli creature quali siamo, in che modo potremo noi ricevere questa partecipazione della vita di Dio? È evidente che nol potremo se non quando piaccia alla sua bontà di compiere e perfezionare l’anima nostra dotandola di un organismo soprannaturale di molto superiore a quello che possono esigere le creature anche le più perfette; e questo appunto Egli fa venendo ad abitare in noi. Come uomini, abbiamo già per natura una vita intellettuale che ci fa capaci di conoscer la verità e di amarla; ma è conoscenza imperfetta, acquistata con molta fatica, per via di riflessione, di analisi, di ragionamento, di lunga serie di induzioni e di deduzioni, ov’è facile che rimaniamo ingannati. È questa la vita che Dio trasforma: senza toglierci nulla di ciò che abbiamo di buono, inserisce in noi un organismo soprannaturale perfetto.

1° Nella sostanza stessa dell’anima nostra Dio infonde la grazia abituale, che fa in noi l’ufficio di principio vitale soprannaturale, ci rende simili ma non eguali a Dio, e ci prepara, sebbene remotamente, a conoscer Dio come Egli conosce se stesso e ad amarlo come Egli stesso si ama.

2° Da questa grazia abituale o santificante procedono le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo, che rendono soprannaturali le nostre facoltà naturali, e ci danno l’immediato potere di fare atti meritori della vita eterna.

3° A mettere in moto queste facoltà ci concede le grazie attuali, che ci illuminano l’intelletto, ci fortificano la volontà, ci infondono energie superiori di molto alle nostre forze, onde veniamo abilitati a compiere atti che si possono chiamare deiformi. Non sono infatti atti puramente umani, ma atti che, pure essendo nostri, sono anche di Dio; perché Dio vuole veramente essere nostro collaboratore e operare in noi il volere e il fare (Fil. II, 13). Ora, notiamolo bene fin da principio, la vita della grazia, sebbene distinta dalla vita naturale, non è già che le si sovrapponga, ma la penetra tutta, la trasforma, la eleva e la rende deiforme, vale a dire simile alla vita di Dio. Si assimila tutto ciò che è di buono nella nostra natura, nell’educazione, nelle abitudini acquisite; perfeziona tutti questi elementi e li rende soprannaturali, piegandoli verso Dio, il Dio unitrino, che un giorno contempleremo in cielo faccia a faccia, come Egli contempla se stesso, e l’’ameremo come Egli stesso si ama. Intanto lo possediamo già sulla terra per mezzo della fede e dell’amore, in modo molto inferiore alla visione beatifica, ma molto superiore alla conoscenza naturale che abbiamo per mezzo della ragione. È un punto che ha bisogno di più minuta spiegazione.

L’ufficio della grazia abituale.

Per innalzarci a sé, Dio ci inserisce innanzi tutto nella sostanza dell’anima un principio soprannaturale o deiforme che si chiama grazia abituale. È una grazia, cioè un dono essenzialmente gratuito, ossia tale che nessuna creatura può pretenderlo, né l’uomo né l’Angelo anche il più perfetto. È anche una grazia perché ci rende graziosi, ossia accetti agli occhi di Dio, e fa di noi un luogo di delizie ov’Ei gode di riposare. È una grazia abituale, ossia un modo di essere, uno stato dell’anima che viene quindi detto stato di grazia. È dunque una qualità inerente all’anima nostra, che la trasforma e molto la innalza al di sopra di tutti gli esseri creati anche i più perfetti. È una qualità per sé permanente, nel senso che rimane in noi finché non la cacciamo dall’anima con un peccato mortale commesso volontariamente. Ora questa qualità inerente all’anima nostra, che penetra nel più intimo della nostra sostanza, che si imprime nel più segreto delle nostre anime, ci rende simili a Dio o deiformi.

.A) La grazia abituale ci rende infatti, secondo la bella e vigorosa espressione di san Pietro (II Ep. di S. Pietro, I, 4), partecipi della divina natura; ci mette, come dice san Paolo (II Ep. Cor., XII, 13), in comunione collo Spirito Santo; ci fa entrare, come aggiunge san Giovanni (I Giov. I, 3), in società col Padre e col Figlio. Ma è mai possibile? Ma è proprio vero che per la grazia noi siamo, a così dire, della famiglia di Dio? Sì, risponde san Paolo (Efes. II, 19): « Voi non siete più stranieri, né ospiti, ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio ». Ed è, del resto, una conseguenza dell’essere noi per la grazia figli adottivi di Dio, come abbiamo già provato. Quale sublime dignità è mai la nostra! e quanto ne dobbiamo ringraziare Dio per tutta la vita e per tutta l’eternità!  A schivare ogni esagerazione, notiamo bene che la vita della grazia non è una vita identica ma simile alla vita di Dio; che non ci fa uguali a Dio ma deiformi, ossia simili a Dio, atti a conoscerlo come Egli conosce se stesso e ad amarlo come Egli stesso si ama. Con queste dichiarazioni, noi evitiamo ogni pericolo di panteismo e possiamo intendere meglio in qual senso partecipiamo alla vita divina.

B) La vita propria di Dio è di veder direttamente se stesso e di amarsi infinitamente essendo Egli infinitamente amabile. Ora nessuna creatura, per quanto perfetta, può da sé stessa contemplare la divina essenza che abita una luce inaccessibile a ogni creatura (Tim. VI, 16). L’uomo poi non percepisce Dio, con le sue facoltà naturali, se non in un modo indiretto, con una serie di ragionamenti, partendo dalle creature per arrivare al Creatore. Ma Dio, con un privilegio interamente gratuito, chiama l’uomo a contemplarlo a faccia a faccia nel cielo così come Dio contempla se stesso, non già nello stesso grado perché noi rimaniamo sempre esseri finiti, ma nello stesso modo, direttamente, senza ragionamenti, senza cose frapposte. Tale è il senso di quella parola di san Paolo (I Ep. Cor., XIII, 12.13) « Vediamo ora per lo specchio (cioè per cose frapposte), in enigma (cioè in modo oscuro), ma allora faccia a faccia; ora conosco in parte, ma allora conoscerò appieno in quel modo che sono conosciuto io ». È questo pure il pensiero di san Giovanni (I S. Giov., III, 2) quando dice: « Noi siamo ora figli di Dio e non si è ancora manifestato quel che saremo: sappiamo che, quando si manifesterà, saremo simili a lui, perché  lo vedremo com’è ». Ora veder Dio quale è, vederlo come Egli vede se stesso, senza immagine, senza nube, senza cose frapposte, è diventar simili a Dio nella sua vita intellettuale; è partecipare, in modo finito ma reale, alla vita stessa di Dio; è conoscerlo come Egli conosce se stesso e amarlo come Egli stesso si ama. Che fine sublime è mai il nostro! che inebriante letizia il veder Dio così com’è, e vedere in Lui tutto ciò che ci può in qualche modo interessare! Ma soprattutto quale felicità l’amarlo come Egli stesso si ama, amarlo senza divisione, senza riserve, senza timore di perderlo, e godere così della sua presenza e del suo amore per tutta l’eternità! Oh! non c’è qui di che appagare tutte le brame nostre più ambiziose, tutte le più profonde nostre aspirazioni, tutta la nostra insaziabile sete di conoscere e di amare? Ora, riteniamolo bene, la grazia abituale è in sostanza della stessa natura della gloria del cielo: è, come dicono i Padri e i Teologi, un pregustamento della beatitudine celeste, l’aurora della visione beatifica, la gemma che contiene il fiore, benché questo debba sbocciar più tardi. La grazia ci fa dunque partecipare, sebbene in modo meno perfetto, alla natura e alla vita di Dio.

C) Vediamo di scrutar la cosa più a fondo. In cielo vedremo Dio; sulla terra comunichiamo già col suo pensiero per mezzo della fede. Quando io credo al mistero della santissima Trinità, non è già la mia ragione naturale che me ne manifesta la esistenza e la natura, è la fede, vale a dire una luce divina che Dio si degna di comunicare al mio intelletto. Colla ragione io conosco l’esistenza e l’unità di Dio. Ma Dio, dopo aver parlato agli uomini per bocca dei profeti, volle benignamente inviarci suo Figlio, che ci rivelò gli arcani della vita divina. In virtù della irrefragabile testimonianza di Colui che da tutta l’eternità vive nel seno del Padre, io credo che Dio è un Dio vivente, uno nella natura ma trino nelle Persone. Credo che la prima Persona, cioè il Padre, genera da tutta l’eternità un Figlio in tutto e per tutto uguale a Lui, un Figlio che è la viva e sostanziale sua immagine, lo splendore della sua gloria, il suo Verbo, l’intimo sussistente suo pensiero. Il Padre ama il Figlio come se stesso e ne è infinitamente riamato. Da questo mutuo amore sorge una terza Persona, lo Spirito Santo, mutuo vincolo del Padre e del Figlio, Amore sostanziale che verrà a diffondere nelle anime nostre la divina carità. Tutte queste verità che io credo restano certamente misteriose; ma pure ci rivelano l’interiore vita di Dio e ci fanno quindi partecipare alla conoscenza che Dio ha di se stesso. Il nostro amore per Lui ne prende mirabile aumento: Dio non è più per noi un Dio freddo ed astratto, è un Dio vivente, un Dio amante, il quale, pur bastando pienamente a se stesso, si abbassa a noi, si dà a noi, vive ed opera in noi. È un padre, è un amico, è un collaboratore; e il nostro cuore si slancia amorosamente verso di Lui, di una cosa sola dolente, di non poterlo amare quanto si merita. – È dunque verissimo che per mezzo della fede e della carità cominciamo già a conoscere Dio come Dio conosce se stesso e ad amarlo come Dio stesso si ama, sebbene in grado molto inferiore; e che a questo modo diventiamo partecipi della vita di Dio.

D) Ma non è partecipazione sostanziale, è partecipazione accidentale, che si distingue quindi dall’unione ipostatica del Verbo con la natura umana, Il Verbo si unisce alla natura umana con unione sostanziale, di guisa che la natura divina e la natura umana, pur rimanendo perfettamente distinte, non formano che una persona sola che è la Persona del Verbo. Avviene altrimenti dell’unione prodotta dalla grazia tra Dio e noi: quest’unione è certamente unione realissima, ma non è sostanziale, serbando noi la nostra personalità. Quindi la vita divina, che è sostanzialmente in Dio, ci viene comunicata accidentalmente, sotto forma di divina somiglianza impressa nell’anima nostra: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza » (Gen. I, 26).

E) A intendere meglio questa misteriosa partecipazione alla vita di Dio, i Padri e gli autori spirituali ricorsero a diversi paragoni, tutti imperfetti, ma di cui ognuno serve per aiutarci a cogliere qualcuno degli aspetti di questa consolante verità.

a) L’anima nostra, dicono, è un’immagine, una somiglianza della santissima Trinità, una specie di ritratto in miniatura che lo Spirito Santo viene a dipingere in noi, imprimendo se stesso nell’anima come sopra una molle cera: « Lo Spirito Santo, dice S. Cirillo 2 Thesaurus, Assert., 34), non fa come un pittore comune che dipingesse in noi la divinità senza ben conoscerla e senza appartenere a lei… ma, essendo Dio e procedendo da Dio, imprime se stesso nel cuore di coloro che lo ricevono, vi s’imprime come sigillo sulla cera; e comunicandosi così a noi, ridipinge la nostra natura sul modello dell’ideale divino e ristabilisce nell’uomo l’immagine di Dio ». S. Ambrogio (In Hexaemeron, 1 VI c, 8) ne conclude che l’anima in istato di grazia è di una bellezza incantevole, perché l’artista che vi dipinge questa immagine è artista di prim’ordine, essendo Dio stesso. Altri paragonano l’anima a quei corpi riflettenti che, ricevendo la luce del sole, ne sono tutti investiti e brillano di incomparabile fulgore che diffondono tutt’intorno; così l’anima nostra, simile a un globo di cristallo illuminato dal sole, riceve la luce divina, risplende di vivo splendore e lo riflette sugli oggetti circostanti (S. Basil., De Spiritu Sancto, IX, 23 – S. Teresa, Cartello interiore, Prime mansioni).

b) Questa divina somiglianza non rimane alla superficie dell’anima ma la compenetra tutta. A spiegarla i Padri ricorsero alla seguente similitudine: come un ferro, posto in un braciere ardente, acquista subito il fulgore, il calore, la duttilità del fuoco, così l’anima nostra, immersa nella fornace dell’amor divino, si spoglia delle sue scorie e diviene risplendente, ardente d’amore e indocile alle divine ispirazioni della grazia.

c) Essendo vita la grazia abituale, i Padri adoperano un ultimo paragone per esprimere quest’idea. Paragonano la grazia a un innesto divino che, applicato sul tronco selvatico della nostra natura, le comunica vita e qualità nuove, onde viene abilitata a produrre frutti di specie molto superiore. Ma, come l’innesto non conferisce al tronco selvatico tutta la vita dell’albero onde fu preso, ma solo questa o quella delle vitali sue proprietà, così la grazia santificante non dà tutta la vita divina, ma solo una partecipazione a questa vita. – Sono paragoni che non spiegano certamente il mistero, ma ci danno una grande idea della grazia e ci aiutano a intendere la bella descrizione che ne fa il Catechismo del Concilio di Trento (Catech. Cone. Tr., P. II, de Baptismo, 86): « Questa grazia non consiste soltanto nella remissione dei peccati; ma è anche una qualità divina inerente all’anima, e come una luce il cui splendore, investendo le anime, ne cancella le macchie e comunica loro una fulgida bellezza ». Illustrano pure il concetto più filosofico che della grazia dà il P. Garigou-Lagrange (Perfection chrétienne et contemplation, T, 56). « La grazia è realmente e formalmente una partecipazione della natura divina, appunto in quanto è divina… una partecipazione della sua vita intima ». Or questa vita non può attuarsi senza corrispettive facoltà; e appunto di facoltà le virtù infuse e i doni fanno ufficio nell’anima cristiana.

2° L’ufficio delle virtù infuse e dei doni.

Nell’ordine naturale abbiamo bisogno di facoltà per operare: conosciamo il vero coll’intelletto e tendiamo al bene colla volontà. Ma queste facoltà, lasciate a se stesse, non potrebbero far mai atti soprannaturali e meritorii della vita eterna. Occorreva quindi un elemento nuovo per innalzare, per soprannaturalizzare, per divinizzare, a così dire, le nostre facoltà naturali e farle capaci di produrre atti deiformi, corrispondenti alla vita divina che ci veniva comunicata. Questo nuovo elemento si ha nel complesso delle virtù e dei doni soprannaturali che la liberalità divina generosamente ci largisce nel momento stesso che riceviamo la grazia abituale. Il Catechismo del Concilio di Trento (Catech. Conc. Trid., de Baptismo, 42). amorosamente descrive il glorioso corteggio delle virtù infuse che accompagna la grazia; e il Papa Leone XIII (Encicl. Divinum illud munus, 9 maggio 1897) aggiunge che, a rendere perfetta la nostra vita spirituale, occorrono pure i sette doni dello Spirito Santo.

A) La cosa riuscirà più chiara, spiegata che avremo la differenza che corre tra le virtù e i doni. È differenza che sorge dalla diversità delle operazioni divine nell’anima. Dio, dice san Tommaso (Liber Sent., III, dist. XXXIV, q. I, a. I), può colla sua grazia operare in noi in due modi: o coll’adattarsi al nostro modo umano di operare, aiutandoci, per esempio, a riflettere, a ricercare i mezzi migliori per conseguire il nostro scopo, secondo le ordinarie regole della prudenza; oppure coll’operar nell’anima nostra direttamente, da se stesso, in modo superiore al nostro modo umano, guidandoci per mezzo di istinti divini ai quali a noi non resta che acconsentire. Nel primo caso operiamo sotto l’influsso delle virtù, e siamo più attivi che passivi; nel secondo, operiamo sotto l’influsso dei doni e siamo più passivi che attivi. Chi volesse un paragone, potremmo dire che nel primo caso navighiamo coi remi, e nel secondo colla vela ottenendo con sforzo minore migliore effetto. Coi doni facciamo pure atti eroici, perché l’azione dello Spirito Santo si associa più efficacemente alla nostra. Possiamo con questi doni giungere alla contemplazione, perché, sotto l’azione e l’impero dello Spirito Santo, siamo mossi e maneggiati da Lui e riceviamo dalla sua liberalità luce ed amore.

B) Vediamo praticamente che cosa sono le principali virtù e che cosa vi aggiungono i doni. La fede ci fa entrare in comunicazione col pensiero divino, facendoci liberamente aderire alle verità che Dio si degnò di rivelarci. Ma i doni dell’intelligenza e della scienza perfezionano l’esercizio di questa virtù, il primo col farci penetrare più addentro nelle verità della fede a scoprirne le recondite armonie; il secondo coll’innalzarci dalle creature a Dio e col mostrarci in modo quasi sperimentale che Dio ne è il principio, la causa esemplare e il fine. La speranza rivolge a Dio i nostri desideri e le nostre aspirazioni e ci fa fiduciosamente aspettare la beatitudine del cielo e i mezzi per conseguirla. Il dono del timore filiale aumenta questo ardore col distaccarci dai falsi beni di quaggiù, che potrebbero ritardare le nostre ascensioni verso Dio. La carità ci fa amar Dio come infinitamente buono in se stesso e stabilisce tra Lui e noi una santa amicizia. Il dono della sapienza aumenta quest’amore per Dio col farcene sperimentalmente assaporare l’amabilità. Se la prudenza ci aiuta a scegliere i mezzi migliori per conseguire il nostro fine soprannaturale, il dono del consiglio ci fa partecipare alla divina sapienza e ci fa immediatamente e in un tratto vedere il meglio che s’ha da fare per noi e per gli altri. – La virtù della religione, che ci fa dare a Dio ciò che gli è dovuto, è singolarmente agevolata dal dono della pietà, che ci fa vedere in Dio un Padre amantissimo, cui siam lieti di poter glorificare e benedire. Se la virtù della fortezza ci dà il coraggio di fare e di sopportare per Dio grandi cose, il dono della fortezza porta questo coraggio fino all’eroismo. Le virtù sono dunque energie attive; e i doni sono docilità o ricettività che rendendo l’anima più passiva sotto la mano di Dio, la fanno nello stesso tempo, più atta a seguire le divine mozioni a produrre atti più perfetti, atti eroici. Ma ad eccitarli occorre la grazia attuale

3° L’ufficio della grazia attuale.

Come nell’ordine naturale per operare abbiamo bisogno del concorso di Dio, così nell’ordine soprannaturale non possiamo esercitare le nostre facoltà, le virtù e i doni, senza una mozione divina che si chiama grazia attuale.

A) Questa grazia opera sull’intelletto e sulla volontà. Talora Si presenta sotto forma di illustrazione interiore. Leggo, per esempio, il seguente passo di san Paolo (Gal. II, 20): « Il Figlio di Dio mi amò e diede se stesso per me »; e subito un raggio di luce interiore me ne fa intendere bene senso: io vedo Gesù, l’Uomo-Dio, che ama me in particolare, nonostante i miei difetti e le mie miserie, e mi ama fino ad immolarsi per me; lo vedo che continua a darsi a me nella santa Comunione; e non rifinisco dall’ammirare un tale amoredivino: ecco una grazia d’illustrazione, che riguarda l’intelletto. Ma, pensando a tanto amore divino, io mi sento vivamente stimolato a ricambiargli amore per amore, a darmi a Lui, a patire e occorrendo a morire per Lui: ecco una grazia di ispirazione, che opera sulla volontà e la muove all’amore e all’azione.

B) La grazia attuale opera su noi in modo morale ed in modo fisico: in modo morale, con la persuasione, con le attrattive che ci inclinano dolcemente al bene, come la madre che, per aiutare il bambino a camminare, gli si pone dinanzi e lo adesca con qualche ninnolo; in modo fisico, aggiungendo nuove energie alle nostre facoltà troppo deboli per il bene, come la madre che, sorreggendo il suo bimbo per le braccia, lo aiuta non solo colla voce e col gesto ma anche colla forza delle mani a fare qualche passo. Dio anzi fa ancora qualche cosa di più: penetra con la sua grazia nel più intimo delle nostre facoltà, e, mettendole in moto, opera in noi e con noi, senza mai violentare la nostra libertà. Si dice grazia preveniente quando precede il nostro libero consenso. Se, per esempio, mi viene in mente di fare un atto di amor di Dio senza che io abbia fatto nulla per eccitarlo, è una grazia preveniente, è un buon pensiero che mi viene da Dio. Se lo accolgo bene, Dio vi aggiungerà una grazia adiuvante o concomitante, che mi aiuterà a fare quest’atto di amore, che accompagnerà la mia volontà nel farlo dandole la forza necessaria di eseguire quel buon pensiero, perché Dio opera in noi e con noi il volere e il fare.

C) Ne viene quindi che la grazia, per produrre in noi i benefici suoi effetti, richiede la nostra libera cooperazione. Dio rispetta tanto la nostra libertà che, pur avendoci creati senza di noi, non ci santifica e non ci salva senza di noi, cioè senza la nostra libera cooperazione. Ecco perché san Paolo (II Ep. Cor., VI, 1), esorta così spesso i fedeli a non ricevere invano la grazia di Dio, ma a servirsene bene cooperandovi generosamente. Grande onore ci fa Dio col precederci e col prevenirci con la sua grazia, coll’aiutarci ad acconsentirvi, coll’accompagnarci in tutte le nostre vie e in tutte le nostre difficoltà fino al momento della morte, onde assicurare la nostra perseveranza. Tocca a noi a non fare i ritrosi, ad accogliere lietamente le prime illustrazioni della grazia, a seguirne docilmente le ispirazioni nonostante gli ostacoli, e metterle in pratica a qualunque costo. Diventiamo veramente allora i collaboratori di Dio; e l’opera nostra è nello stesso tempo il risultato della sua grazia e del nostro libero arbitrio. Così sviluppiamo in noi quell’organismo soprannaturale di cui Dio ci ha tanto liberalmente dotati; ed è questo per noi uno stretto dovere. Se la bontà divina volle infonderci nell’anima una vita nuova, una partecipazione della divina sua vita; se ci diede le virtù e î doni per fare atti soprannaturali e deiformi; se colla grazia attuale ci stimola a fare il bene e a progredire nella virtù, non sarebbe decoroso che rifiutassimo queste divine cortesie, che conducessimo una vita mediocre e che facessimo solo frutti imperfetti, mentre Dio ci chiama a una vita nobile, a una vita eroica, e a produrre copiosi frutti di salute. Esporremo dunque i nostri doveri verso la vita soprannaturale.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (8)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (2)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (2)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS – S. E. I. MILANO, – 1937

II.

IL PRIMATO DI S. PIETRO

La Chiesa è una società gerarchica, cioè una società ineguale, il cui potere fu conferito da Cristo non già a tutti i fedeli, ma al Collegio degli Apostoli e ai loro successori. (La società nella quale tutti i soci godono per riguardo all’autorità degli stessi diritti, in modo che nessuno possa esercitare l’autorità se non per delegazione degli altri, si dice uguale o democratica. Se invece il governo della società per uno speciale diritto appartiene ad uno o a più soci; si ha la società ineguale, la quale, se è sacra, si dice società gerarchica. La parola gerarchia etimologicamente considerata significa principato sacro o sacro impero: se si prende in astratto significa la stessa potestà sacra; in concreto denota la persona o il ceto di persone che tengono ed esercitano l’autorità. La società gerarchica può avere la forma aristocratica o monarchica.). Nella Chiesa quindi vi sono i sudditi e vi sono i capi, ma questi capi governano non per delegazione dei sudditi, ma per istituzione divina. Solo ai Dodici e ai loro successori legittimi, Gesù Cristo conferì i poteri, che Egli aveva ricevuti dal Padre, cioè il potere di dirigere, di santificare, d’insegnare. – Sorge ora la questione intorno alla forma di questa gerarchia ecclesiastica, cioè se la Chiesa per volere divino sia una società aristocratica, nella quale l’autorità somma risieda presso il Collegio degli Apostoli uguali tra di loro, oppure sia una società monarchica, in cui Cristo abbia designato un capo al Collegio Apostolico. Il Concilio Vaticano afferma che Gesù Cristo ha istituito la Chiesa in forma monarchica: « Insegniamo e dichiariamo, secondo la testimonianza del Vangelo, che il primato di giurisdizione su tutta la Chiesa di Dio, fu promesso e dato da Cristo Signore immediatamente e direttamente al beato Apostolo Pietro ». (Costituzione « Pastor afernus », cap. I) – Già S. Leone IX aveva rivendicato, contro Michele Cerulario (1053), i privilegi di Pietro. (DENZINGER, n. 351) Giovanni XXII aveva condannato (1327) la concezione oligarchica sostenuta da Marsilio da Padova nel suo Defensor pacis. Più tardi Innocenzo X fece censurare come eretica dal S. Officio (24 gennaio 1647), una proposizione gallicana che tendeva a stabilire un’eguaglianza assoluta tra S. Pietro e S. Paolo. (DENZINGER, n. 1901). Ma era riservato al Vaticano di formulare a questo riguardo una definizione. –

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La parola « primato » indica in generale una qualunque preminenza. Si suole distinguere in modo speciale un triplice primato: il primato di onore, il primato di direzione o di ispezione e il primato di giurisdizione. Il primato di onore non importa alcuna autorità né  alcuna direzione, ma soltanto una mera precellenza di onore fondata in una certa equità. Colui che gode di questo primato viene nominato per il primo nelle assemblee, siede al primo posto e per il primo dice il suo parere, ma non influisce in alcun modo. nel reggere o nel dirigere, se non forse con il suo esempio. Il primato di direzione o di ispezione è privo anch’esso di ogni potestà veramente precettiva, ma non è limitato da confini soltanto onorifici. Benché infatti non diriga gli altri propriamente come sudditi, possiede tuttavia il potere di procurare che ogni cosa proceda convenientemente in un determinato affare. Questo primato compete per esempio nei Parlamenti ai Presidenti delle due Camere, che concedono o tolgono o restringono la facoltà di parola, stabiliscono l’ordine delle cose che devono trattarsi, pongono termine all’assemblea, reggono con la parola e applicando gli statuti, lo svolgersi di ,una seduta parlamentare. – Il primato di giurisdizione include una vera e suprema potestà di giurisdizione, alla quale tutti i soci sono tenuti ad ubbidire. Non è tuttavia contro la ragione di questo primato che vi siano nella stessa società altri membri forniti di vera e propria potestà di comandare, anzi la ragione del primato non richiede che questi altri veri superiori ricevano il loro potere dal capo supremo. La ragione del primato esige soltanto questo che colui che ne è investito, non abbia nella società nessuno superiore e nessuno pari, ma che tutti i soci, sia singolarmente sia collettivamente presi, a lui ubbidiscano come veri sudditi. – Il primato di cui parla il Vaticano non è altro quindi che la potestà di giurisdizione, estensivamente universale ed intensivamente somma, concessa immediatamente da Cristo a Pietro, di reggere e ammaestrare tutta la Chiesa. Più brevemente si potrebbe dire che il primato è la giurisdizione gerarchica monarchica. Si tratta perciò di un primato di governo, di un’autorità reale, esigente da tutti i membri della Chiesa, senza alcuna eccezione, non solamente la deferenza e il rispetto, ma anche la sottomissione propriamente detta, l’ubbidienza esteriore ed interiore. – Questo potere tuttavia, se implica l’unità di comando, non trae seco né la soppressione né l’assorbimento delle giurisdizioni secondarie, e nemmeno la centralizzazione di tutta l’amministrazione ecclesiastica.

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Avversari del primato sono dapprima tutti coloro che sostengono la costituzione democratica della Chiesa. Marsilio da Padova afferma che Pietro non ebbe maggiore autorità degli altri Apostoli né fu in alcun modo loro capo e che Cristo non lasciò nella Chiesa alcun suo vicario. (DENZINGER, n. 496.). I Protestanti collocano ogni autorità sacra nella comunità cristiana, nel popolo: ogni fedele è sacerdote. Gli Anglicani e gli Orientali separati ammettono la forma gerarchica della Chiesa, ma non monarchica: il primato fu concesso da Cristo a tutto il Collegio Apostolico: Pietro ebbe un primato soltanto di onore. I Giansenisti e i Gallicani ammettono il primato di Pietro, ma vogliono che gli sia stato conferito non direttamente e immediatamente dallo stesso Cristo, ma dalla Chiesa, in nome della quale Pietro ricevette la potestà. Secondo i Modernisti infine « Pietro non sospettò nemmeno che a lui fosse affidato da Cristo il primato sopra tutta la Chiesa », (DENZINGER, n. 2055). – Contro questi errori lancia la condanna il Vaticano, dopo avere esposta la dottrina cattolica: « Se qualcuno dice che il beato Pietro Apostolo non fu costituito da Cristo Signore principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, oppure che il medesimo Pietro ha ricevuto direttamente e immediatamente dallo stesso Gesù Cristo Signor nostro solamente un primato d’onore, e non di vera e propria giurisdizione, sia anatema ». (Pastor Æternus; cap. I). Bisogna quindi riconoscere a Pietro un primato effettivo e di diritto divino.

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PRIMATO DI PIETRO NEL VANGELO. — Il Vangelo contiene con indiscutibile chiarezza la dottrina del primato di Pietro. Nel Vangelo Pietro occupa un posto privilegiato, emerge sopra gli altri Apostoli ed è messo in evidenza in tutte le occasioni importanti. Da Gesù egli riceve un nome simbolico: «Tu sei Simone, figlio di Giuda. Ti chiamerai d’ora innanzi Cefa, che vuol dire Pietra ».(S. Giov. I, 42). Pietro appare spesso come interprete degli altri Apostoli e Gesù Cristo e i suoi compagni sembrano accettarlo come tale. Nella Trasfigurazione S. Pietro parla a Gesù ed è come in risposta a lui che la voce si fa udire attraverso alla nube: « Questi è il Figlio mio diletto: ascoltatelo ». (S. Mrco IX, 7). Nel racconto del giovane ricco è San Pietro che dice: « Ecco. che noi abbiamo lasciato tutto, e ti abbiamo seguito ». (S. Marco X, 8) Pietro richiama l’attenzione del Salvatore sul fico sterile e domanda: « Maestro, quante volte devo perdonare il fratello che mi offende? ». (S. Matt. XVIII, 21). Gesù espone, alla domanda di Pietro, la parabola delle cose che contaminano l’uomo; (S. Matt. XV, 5) lo stesso avviene per la parabola del fattore buono e di quello infedele. (S. Luc. XII, 41). Nella Sinagoga di Cafarnao Gesù tiene un discorso e parla in modo profondo e insinuante dell’Incarnazione e dell’Eucaristia, la quale sarà un prolungamento di essa. Alla fine del discorso, allontanandosi molti suoi discepoli da Gesù, egli chiede ai Dodici: « Anche voi ve ne volete andare? ». San Pietro allora, a nome anche degli altri Apostoli, fa una solenne professione di fede intorno a quelle due verità: « Signore, da. chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e sappiamo che tu sei il Cristo Figliuolo di Dio ». (S. Giov. VI, 68). E a Cesarea di Filippo, quando Gesù domanda ai suoi Apostoli che cosa pensino di lui, Pietro risponde: « Tu sei il Cristo Figlio del Dio vivente ». (S, Matt. XVI, 15) In tutte queste circostanze Pietro si fa sempre innanzi, ma in modo così naturale e normale, che non trova una ragione sufficiente nel suo carattere impetuoso, ma suppone una disposizione di Gesù e un tacito riconoscimento della sua superiorità da parte degli Apostoli. (Vernon Ionnson: Un solo Dio, una sola fede). – Si aggiunga che Pietro appare frequentemente associato a Gesù nella manifestazione taumaturga della sua potenza, e suo compagno e confidente nelle più solenni occasioni. Pietro infatti presiede alle due pesche miracolose. Nella prima Gesù sale sulla barca di Pietro; a lui ordina di spingersi al largo e di gettare le reti; a lui dice: « Non temere, d’ora innanzi tu sarai pescatore d’uomini ». Nella seconda Pietro dirige la barca, si slancia alla riva, tira fuori della barca la rete piena di pesci (S. Luca, V; S. Giov., XXI, 6). Al comando di Gesù, Pietro cammina sulle acque per andare a Lui e viene sorretto dallo stesso  Salvatore, che stendendogli la mano, gli dice: « Uomo di poca fede, perché hai dubitato? ». (Matt., XIV, 28.) A Cafarnao Gesù opera il miracolo della moneta estratta dal pesce, con la quale paga il tributo a Cesare per sé e per Pietro. (S. Matt., XVII, 24). Tra gli Apostoli privilegiati scelti da Gesù per essere testimoni della risurrezione della figlia di Giario, (S. Marco, V, 37), della sua trasfigurazione, (S. Marco, IX, 1) della sua agonia (S. Marco, XIV, 33; S. Matt., XXVI, 37) e per preparare l’ultima cena, (S. Luca, XXII, 8) figura sempre Pietro e sempre in primo luogo. Dopo la sua risurrezione Gesù ha un pensiero speciale per S. Pietro e tra gli Apostoli gli concede il favore, nonostante la sua negazione, di essere il primo testimonio del grande avvenimento. (S. Luca, XXVI, 12-34; I Cor., XV, 5). Come dalla barca di Pietro Gesù tenne il suo primo discorso alle turbe, così nella casa di lui fece il primo miracolo sugli ammalati, risanando la « suocera di Pietro » dalla febbre, e spesso era ospite in questa casa. Per Pietro Gesù prega in modo speciale e a lui predice il genere di morte. (Ballerini: La Chiesa: Il primato di Pietro). Osserviamo infine che nelle quattro liste del collegio apostolico, che ci hanno tramandato gli Evangelisti, l’accordo non è uniforme per gli altri Apostoli, ma Pietro è sempre nominato il primo. (In qualche caso, in cui questo non si verifica, gli Evangelisti non intendono darci l’elenco, diciamo così, ufficiale dei Dodici, né parlare della loro dignità) Nulla autorizza a pensare che Pietro fosse il più anziano degli Apostoli o che fosse stato chiamato per il primo alla sequela di Gesù, ma questa qualificazione di « primo » non può avere altro senso che quello di una preminenza. Non si può semplicemente vedere in questo un numero di ordine, che sarebbe stato superfluo o avrebbe richiesto di poi un altro numero davanti a ciascun Apostolo. Questi fatti, benché siano indizi da non trascurarsi, non ci dànno tuttavia per sé una prova diretta ed evidente del primato di Pietro. Sono piuttosto qualche cosa di accessorio e preparano in certo qual modo la via all’argomento principale, che si deduce da tre importanti testi evangelici, cioè il « Tu es Petrus », il « Confirma fratres » e il « Pasce oves meas ».Pietro in questi telebri passi è revocato in dubbio da due sistemi interamente opposti. L’uno ammette come autentiche e storiche le parole indirizzate da Gesù a Pietro, ma sostiene che esse non significano affatto che Pietro sia costituito capo della Chiesa di Cristo. L’altro invece concede la forza probativa dei testi per riguardo al primato, ma nega la loro autenticità e storicità. Il punto di vista è comunemente quello degli scismatici e dei protestanti ortodossi; il secondo punto di vista è per lo più quello della critica liberale, cioè dei razionalisti, dei protestanti liberali e dei modernisti. L’esegeta cattolico deve quindi affrontare due quesstioni differenti; i testi sono autentici e storici, non apocrifi; i testi manifestano chiaramente il primato di Pietro. Noi supponiamo provata l’autenticità e storicità dei testi, e ci limitiamo ad una breve spiegazione teologica quale è richiesta da questo lavoro. (Per l’autenticità e storicità dei testi, oltre i lavori scritturali sì confronti il Dict. Théol.: « Primauté » e la rivista Etudes, anno  1909, Vol. 119).

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LA PROMESSA DEI. PRIMATO. — Nei dintorni di Cesarea di Filippo, Gesù interroga i suoi discepoli che cosa si dica in mezzo al popolo del Figlio dell’uomo. Varie sono le congetture dei Giudei. Per gli uni Gesù è Giovanni Battista; per altri è Elia; per altri ancora è Geremia o qualche altro profeta risuscitato. « Ma voi, riprende Gesù, che pensate di me?» — « Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivente », risponde immediatamente S. Pietro. Gesù allora ricompensa la fede del suo apostolo con queste parole: « Te beato, o Simone, figlio di Giona, perché non è la carne né il sangue che te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io dico a te, che tu sei Pietro (Pietra), e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte. dell’inferno non prevarranno contro di essa; Ed Io darò a te le chiavi del regno dei cieli, e tutto quello che tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e tutto quello che tu scioglierai sopra la terra, sarà sciolto nei cieli ». (Matt., XVI, 17). Le parole di Cristo vengono indirizzate al solo Pietro e non a tutti gli Apostoli. Ciò appare innanzi tutto dal testo e dal contesto del discorso. Infatti, alla duplice interrogazione di Cristo viene data una duplice risposta, la prima da tutti gli Apostoli, la seconda dal solo Pietro. Ora Cristo rispondendo alle parole di Pietro, si rivolge non a tutti gli Apostoli, ma a Pietro solo e lo chiama con il nome di Pietro, che Egli stesso gli aveva imposto, e vi aggiunge espressamente il nome del padre. Del resto tutto il tenore del discorso designa chiaramente la persona singolare di Pietro. Giustamente osserva il Caietano: « Con quali parole avrebbe dovuto l’Evangelista indicarci che il discorso era rivolto al solo Pietro? I notai non nominano le persone eredi o legatarie con maggiore precisione di quella usata dall’Evangelista per designare la persona di Pietro ». (De Rom. Pontif. institutione, c. 4). Nelle parole di Cristo è contenuta la promessa del primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Questo è evidente per gli stessi razionalisti; anzi l’affermazione perentoria di una vera supremazia gerarchica riconosciuta nel testo a S. Pietro, è il motivo principale e dichiarato che li induce a negarne l’autenticità e la storicità. Pietro è la rocca, il fondamento sopra cui sarà edificata la Chiesa, cioè tutta la comunità visibile dei discepoli di Gesù, e come il fondamento dà unità e coesione, fermezza e stabilità a tutto l’edificio, così Pietro deve essere il principio primo visibile dell’unità e della fermezza della Chiesa. Ma essendo la Chiesa una società, il principio efficiente della sua unità e stabilità non può essere altro che l’autorità piena e suprema. Come nell’edificio materiale ogni cosa si appoggia sopra il fondamento, così nella società ogni cosa dipende dall’autorità. (Zapelena: De Ecclesia, pag. 92). Gesù Cristo promette in secondo luogo di dare a Pietro le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi nell’uso biblico e profano significano la potestà suprema nel suo genere: presso i popoli antichi specialmente orientali, dare le chiavi della casa o della città a qualcuno, significava consegnargli il potere sulla stessa casa o città. Il regno dei cieli, di cui si parla qui, è evidentemente la Chiesa militante. Certo a Pietro non si promette l’autorità nel regno della gloria, perché nello stadio finale della Chiesa trionfante, non vi sarà l’esercizio delle chiavi, non dovendosi più nulla aprire o chiudere. Perciò Cristo espressamente soggiunge: « ciò che legherai sulla terra ». Nella Chiesa cristiana quindi, che costituirà quaggiù il regno di Dio sotto il suo aspetto esteriore e sociale, che preparerà il regno di Dio sotto il suo aspetto escatologico e glorioso, l’Apostolo Pietro sarà colui che in nome di Cristo eserciterà la suprema autorità. In nessun altro luogo del Vangelo si legge che Cristo abbia consegnato le chiavi del regno dei cieli agli altri Apostoli. Il senso della metafora delle chiavi viene meglio spiegato dalle parole della terza metafora. Poiché Pietro avrà la suprema giurisdizione nella Chiesa, verrà ratificato in cielo, cioè presso Dio, tutto quello che Pietro legherà o scioglierà sulla terra. Si tratta di vincoli di ordine morale; perciò « legare » significa imporre una obbligazione, « sciogliere » vuol dire togliere l’obbligazione. – Questa potestà sarà universale: « ogni cosa », in ordine, s’intende, all’indole della Chiesa e al fine per il quale fu istituita. Potrà quindi Pietro stabilire tutte quelle cose che sono necessarie o utili al governo di tutta la Chiesa. « Fondamento della Chiesa; chiavi del regno dei cieli; potere di legare e slegare con sentenza efficace »; le tre metafore si completano e si rischiarano a vicenda. Nessun equivoco è possibile: Pietro sarà il capo supremo della Chiesa.

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CONFERMA DEL PRIMATO. — Il primato effettivo promesso a Cesarea viene solennemente confermato da Gesù Cristo, quando affida a Pietro l’incarico di stabilire i suoi fratelli nella fede. « Simone, Simone, ecco che satana ha richiesto che gli siate dati per vagliarvi come il grano. Ma Io ho pregato per te, affinché la fa fede non venga meno, e tu, quando sarai convertito conferma i tuoi fratelli ». (S. Luca, XXII, 31) In questo passo è assicurato a Pietro il privilegio di una fede indefettibile. Preservando Pietro, la cui rovina avrebbe trascinato tutti gli altri, Gesù ha preservati in certo modo tutti. Questo discorso di Gesù presuppone che Pietro fosse il primo degli Apostoli; la sua resistenza o caduta, avrebbe deciso più o meno della resistenza o caduta degli altri. Il testo di S. Luca, se si isolasse, potrebbe riferirsi solamente alla circostanza dello scandalo prossimo degli Apostoli. Ma il suo tenore è assoluto: il che ci autorizza a riallacciarlo alla promessa già fatta a Pietro, roccia incrollabile sulla quale sarà costruita la Chiesa. La nuova dichiarazione di Cristo determina che questa solidità della roccia è quella di una fede, che nulla può scuotere, perché appoggiata sulla preghiera di Cristo. (LAGRANGE: L’Evangile de Jésus Christ, pag. 512)-

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CONFERIMENTO DEFINITIVO DEL PRIMATO. — Il Vangelo di S. Giovanni ci narra il conferimento definitivo del primato a Pietro. Apparendo Gesù un po’ prima dell’Ascensione ai suoi discepoli, chiede a Simone Pietro: « Simone di Giovanni, mi ami più di costoro? — Sì, o Signore, gli risponde: tu sai che io ti amo. — Gli dice: Pasci i miei agnelli. — Gli chiede ancora per la seconda volta: Simone di Giovanni, mi ami tu? — Sì, o Signore, gli risponde: tu sai che io ti amo. — Gli dice: Pasci i miei agnelli. — Gli domanda per la terza volta: Simone di Giovanni, mi ami tu? Si rattristò Pietro, perché  per la terza volta gli avesse domandato: — Mi ami tu? — e gli rispose: Signore, tu sai tutto ; tu conosci che io ti amo. — E Gesù gli disse: Pasci le mie pecorelle ». (S. Giovanni, XXI, 15). Non v’è alcun dubbio che mediante queste parole venga conferito a Pietro il primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Gli agnelli e le pecorelle di Cristo non possono significare altro che la Chiesa universale: il verbo pascere, quando si adopera per esseri razionali, equivale al verbo reggere o dirigere: anche i re sono qualche volta chiamati pastori dei popoli. Se quindi al solo Pietro, in quanto è distinto dagli altri Apostoli, viene imposto l’ufficio di reggere tutta la Chiesa di Cristo, ne segue che egli è investito della vera giurisdizione sopra tutti coloro che appartengono alla Chiesa. Come potrebbe adempiere il suo ufficio senza di essa? Aggiungiamo infine che i testi sopra citati furono intesi in tal senso dalla tradizione costante della Chiesa; il che toglie ogni dubbio, che potesse ancora rimanere, dopo la discussione che ne abbiamo fatto. (De Journel: Enchiridion Patristicum. — Cf. Hervé: Théol. Dogm., pag. 331. — Zapelena: De Ecclesia, pag. 103).

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La storia della Chiesa primitiva ci dimostra Pietro nell’esercizio del primato di cui è investito. Dopo l’Ascensione di Cristo, S. Pietro effettivamente parla e opera come capo e dottore della Chiesa universale. Lo dicono chiaramente gli Affi degli Apostoli. Pietro invita i suoi compagni ad eleggere un altro al posto di Giuda e a completare il collegio apostolico, e presiede all’elezione di Mattia. (Atti Apostolici, I, 15). Il giorno di Pentecoste, presentandosi come capo della comunità evangelica, inaugura la predicazione apostolica ai Giudei. (Atti Apost., II, 14) È bensì circondato dagli altri Apostoli, ma è nominato per il primo, come loro capo. Per il primo esercita il dono dei miracoli nella guarigione dello storpio. (Atti Apost., III, 1). Davanti al Sinedrio Pietro rende testimonianza a Gesù Cristo, in nome degli Apostoli e della Chiesa, dichiara ufficialmente la divinità di Colui che il Sinedrio ha condannato a morte. Questa affermazione fatta dinanzi ad una tale assemblea, è la prima grande manifestazione dell’assoluta indipendenza della Chiesa cristiana dalla religione ufficiale dei Giudei. (Atti Apost., IV, 12). Quando si tratta di punire Anania e Safira, questa missione è riservata a San Pietro, come pure a lui tocca di condannare il primo simoniaco Simon Mago. (Atti Apost., V, 1) Egli per il primo con autorità apre le porte della Chiesa ai Gentili, ammettendo al battesimo il centurione Cornelio e i suoi dipendenti senza farli passare per il Giudaismo. (Atti Apost., XI, 1). Pietro ci appare come capo venerato e amato, quando prigioniero del re Erode Agrippa e poi miracolosamente liberato, è oggetto di pena e di preghiere di tutti i fedeli, e anche causa della loro gioia. (Atti Apost.,, XII). Infine nell’assemblea apostolica di Gerusalemme prende per il primo la parola nella questione delle osservanze legali ed esercita manifestamente un primato che nessuno gli contesta. (Atti Apost., XV, 6) Per chi ammette il valore storico degli Atti degli Apostoli, queste testimonianze sono decisive. S. Paolo nelle sue Lettere fa spesso allusione a San Pietro e alla sua autorità. Nella Lettera ai Galati egli dice: « Mi recai a Gerusalemme per visitare lo stesso Pietro e vi rimasi presso di lui quindici giorni. Ma non vidi nessun altro degli Apostoli, eccetto Giacomo, il fratello del Signore ». (Galat., 1, 18) Lo scopo quindi del viaggio di Paolo è quello di incontrarsi con Pietro e intrattenersi con lui. Questo modo di procedere, presentato ai lettori come la cosa più naturale, senza una sola parola di spiegazione, suppone che i fedeli riconoscessero a Pietro un’autorità a parte. Il conflitto di Antiochia tra Pietro e Paolo, che è stato così spesso sfruttato contro il primato di Pietro, è anzi una bella prova dello stesso primato. Perché l’intervento piuttosto rude di Paolo? Perché appunto Pietro non è un Apostolo come gli altri, e l’esempio venuto da lui, collocato in una speciale autorità, sarebbe stato quanto mai dannoso. La reazione di Paolo si spiega quindi per il prestigio unico di Pietro, per il suo grande ascendente sopra i fedeli. Se Paolo non fa maggiori dichiarazioni sul primato di Pietro, ciò si deve al carattere proprio delle sue Lettere, che erano composte per rispondere a qualche situazione particolare e supponevano una chatechesi già esistente. (Galat., II,11.— Cf. Oppone: Teoria degli Atti umani, pag.180). Il primato di Pietro è per così dire impresso anche sui monumenti dell’arte cristiana. (Cf. Ermoni: Il primato del Vescovo di Roma, pag. 13). Questo breve studio è sufficiente per fondare una adesione ragionevole, anche per un razionalista, al primato di Pietro. Ogni altra spiegazione o ipotesi opposta all’esegesi cattolica, si presenta fragile e priva di sana critica storica. E sarebbe poi irragionevole esigere nell’esercizio del primato di Pietro quell’estensione che oggi troviamo nel Pontefice di Roma. Questo non era necessario né opportuno al tempo degli Apostoli, tutti eletti da Gesù Cristo come colonne della sua Chiesa. Il dogma del primato di Pietro si andò, come gli altri dogmi del Cristianesimo, sviluppando e precisando nei suoi successori.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (6)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (6)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle MissioniROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO II.

La nostra partecipazione alla vita divina

Incorporati a Cristo, veniamo a parteciparne la vita, perché è una medesima vita quella che circola nel capo e nelle membra. Ora la vita di Gesù è vita veramente e altamente divina: come Verbo, possiede la pienezza di questa vita che attinge da tutta l’eternità nel seno del Padre; come uomo, riceve un’abbondante partecipazione di questa stessa vita, la maggior pienezza possibile; da questa pienezza attingono tutte le sue membra, secondo la parola di san Giovanni: E il Verbo si fece carne e abitò tra noi, e abbiamo contemplata la gloria di lui… pieno di grazia e di verità… E dalla pienezza sua noi tutti abbiamo ricevuto e grazia sopra grazia » (Giov. I, 14). Noi dunque partecipiamo per mezzo della grazia alla vita di Gesù Cristo e quindi alla vita di Dio. Dio, secondo la vigorosa espressione di san Pietro, per riguardo di suo Figlio, « ci fece dono di grandissime e preziose promesse a fine di renderci per esse partecipi della natura divina » (II, Petr. I, 4). Che grandezza, che nobiltà è mai la nostra! Fratelli di Gesù, a cui siamo incorporati, partecipiamo alla stessa sua vita e diventiamo quindi figli adottivi di Dio. – Sono verità che è necessario approfondire, perché, oltre ad essere consolantissime, hanno il loro influsso sulla vita quotidiana. È infatti evidente che, se siamo fratelli di Gesù e figli adottivi di Dio, non possiamo condurre una vita ordinaria come i figli del secolo, ma dobbiamo elevarci al Padre celeste e vivere una vita che non sia di Lui troppo indegna. La nobiltà impone dei doveri: figli di Dio dobbiamo essere « perfetti come è perfetto il nostro Padre celeste » (Matth. V., 48) . Per studiare a fondo questa vita divina in noi, mostreremo:

1° che la stessa santissima Trinità viene ad abitare in noi per comunicarci una partecipazione della sua vita;

2° che abbiamo doveri speciali da adempiere verso questo ospite divino;

3° che Dio pone in noi un organismo soprannaturale per farci vivere una vita simile alla sua;

4° che dobbiamo quindi vivere una vita soprannaturale, una vita deiforme.

ART, I. — ABITAZIONE DELLA SANTISSIMA TRINITÀ NELL’ANIMA,

.1° Che le tre divine Persone abitino nell’anima in istato di grazia è una di quelle verità che Nostro Signore volle insegnarci prima di lasciar questa terra, onde consolarci delia sua assenza e darci un pregustamento del cielo. Si era all’ultima Cena, Gesù aveva promesso agli Apostoli la venuta dello Spirito Santo, del divino Paraclito o consolatore, che sarebbe rimasto sempre con loro (Giov. XIV, 16); aveva detto che tornerebbe Egli stesso in mezzo a loro per vivere in loro (ivi, 19-20). Ed ecco che aggiunge quella promessa e sarà l’eterna consolazione delle anime giuste: « Chi mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e verremo a lui e faremo dimora presso di lui (ivi, v. 23) ». Dunque ogni anima che ama Gesù e osserva i suoi comandamenti è amata dal Padre, e il Padre viene in lei col Figlio e collo Spirito Santo, non per una semplice visita ma per fissarsi in lei e far di lei la sua dimora. Abbiamo più di una volta invidiato certamente la fortuna dell’umile Vergine di Nazareth, che per trent’anni possedette nella sua casetta l’eterno Figlio di Dio; ma, se ben riflettiamo, nulla abbiamo da invidiarle, perché noi nell’anima nostra non riceviamo soltanto il Figlio ma con Lui il Padre e lo Spirito Santo, riceviamo tutta la SS. Trinità, e non per un dato tempo ma per sempre, fino a che non ci colga la disgrazia di cacciare col peccato mortale questo ospite divino.

2. Ma in che modo viene in noi la santissima Trinita? – Dio, dice san Tommaso (Summ. Theol., I, q, 8, a. 3), è naturalmente nelle creature in tre modi diversi: per la sua potenza, nel senso che tutte le creature sono soggette al suo impero; per la sua presenza, in quanto vede tutto, fino i più secreti pensieri dell’anima nostra; per la sua essenza, perché opera da per tutto ed è da per tutto la pienezza dell’essere e la causa prima di quanto è di reale nelle creature, e continuamente comunica loro non solo il moto e la vita ma l’essere stesso: « poiché in Lui abbiamo la vita, il moto e l’essere » (Atti, XVII, 28). –  Ma la sua presenza in noi per la grazia è di ordine assai più alto e assai più intimo. Non è la sola presenza del Creatore e del Conservatore che regge gli esseri da Lui creati: è la presenza della santissima e adorabilissima Trinità quale ci è rivelata dalla fede. Il Padre viene in noi e continua a generarvi il suo Verbo; con Lui riceviamo il Figlio, perfettamente eguale ai Padre e sua immagine vivente e sostanziale, che ama continuamente e infinitamente il Padre e ne è parimente riamato; da questo mutuo amore sorge lo Spirito Santo, Persona eguale al Padre e al Figlio, mutuo vincolo tra i due, ma distinto da entrambi. Quante meraviglie in un’anima in istato di grazia! – Questa unione – dice Bossuet (Médit. sur l’Ecangile, La Cène, Ie Partie, 93° jour) – è intimissima. « Chi ci dirà quale sia quella segreta parte dell’anima, di cui il Padre e il Figlio fanno il loro tempio e il loro santuario? Chi ci dirà quanto intimamente vi abitino; come la dilatino, quasi a spassarvisi, e, da questo intimo fondo dell’anima, diffondersi per tutto, occupar tutte le potenze, animare tutte le azioni? Chi ci indicherà questo luogo segreto, onde vi ci possiamo continuamente ritirare e trovarvi il Padre e il Figlio? ». – Volendo esprimere in due parole la essenziale differenza che corre tra la presenza di Dio in noi per la natura e la sua abitazione in noi per la grazia, possiamo dire che per la sua presenza naturale Dio è ed opera in noi; ma che per la sua presenza soprannaturale dà se stesso a noi perché godiamo della sua amicizia, della sua vita e delle sue perfezioni: « L’amor di Dio è diffuso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato » (Rom. V, 5). – Dunque lo Spirito Santo ci è dato e con Lui tutta la santissima Trinità, perché le tre divine Persone sono inseparabili; Egli è nostro, e se ne avessimo coscienza viva e profonda, intenderemmo che la grazia è già un principio della vita eterna, di quella gioia ineffabile che si gode nel possesso di Dio.

3° A indagare questa intima divina presenza, raccogliamo qua e là dai nostri Libri santi i passi che ne parlano, e vediamo quali relazioni ponga la grazia tra noi e ognuna delle tre divine Persone.

a) Per la grazia il PADRE ci adotta per figli. Questo insigne privilegio deriva dalla nostra incorporazione a Gesù Cristo; essendo noi le membra di Gesù Cristo e quasi un prolungamento e un’estensione della sua Persona, il Padre ci abbraccia col medesimo sguardo paterno che ha per il Figlio, non con amore uguale ma con amore simile. È quanto dichiara il discepolo prediletto, san Giovanni, che più degli altri aveva penetrato i segreti del Maestro: « Vedete quale amore ci diede il Padre, che siamo chiamati e siamo anche di fatto figli di Dio ? » (1 Ep. Giov., III, 1). –  Dio dunque, secondo la testimonianza di san i Giovanni, ci adotta per figli in modo assai più perfetto di quello che facciano gli uomini con l’adozione legale. Gli uomini possono certo trasmettere ai figli adottivi il nome e le ricchezze, ma non il sangue e la vita. L’adozione legale, come osserva bene il Cardinal Mercier (La Vita interiore, Società editrice « Vita e Pensiero », Miano, 1921), è una finzione. Il figlio adottato viene considerato dai genitori adottivi come se fosse loro figlio e ne riceve quell’eredità a cui avrebbe avuto diritto il frutto della loro unione: la società riconosce questa finzione e ne sanziona gli effetti; però l’oggetto della finzione non si trasforma in realtà… Ma la grazia dell’adozione divina non è una finzione, è una realtà. Dio largisce a coloro che credono nel suo Verbo la filiazione divina, dice san Giovanni. Cotesta filiazione non è nominale ma effettiva: « siamo chiamati figli di Dio e lo siamo di fatto » (1 S. Giov., I, 12.). Certo questa vita divina non è che una partecipazione, una somiglianza, un’assimilazione, che ci fa, non dei, ma esseri deiformi, ossia simili a Dio. Non è però men vero che questa vita è, non una finzione, ma una realtà; è una vita nuova, pari no ma simile a quella di Dio, e che, secondo la testimonianza delle Sacre Scritture, suppone una nuova generazione o una rigenerazione: « Chi non rinascerà di acqua e di Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio » (S. Giov. III, 5). Onde il battesimo viene chiamato sacramento della rigenerazione, perché ci fa nascere alla vita della grazia, alla vita divina (Tit. III, 5). Tutte queste espressioni ci dicono che la nostra adozione non è puramente nominale ma vera e reale, sebbene distinta dalla filiazione del Verbo incarnato. Onde noi diventiamo di pieno diritto eredi del regno celeste e coeredì di Colui che è il nostro fratello primogenito (Rom. VIII, 17). Dio avrà dunque per noi la premura e la tenerezza di un padre. Si paragona Egli stesso a una madre che non può mai dimenticare il figlio. « Una donna dimenticherà forse suo figlio? Non avrà ella pietà del frutto delle sue viscere? Ma quand’anche le madri dimenticassero i loro figli io mai ti dimenticherò » (is. XLIX, 15). — « Dio ha tanto amato il mondo che diede il Figlio suo unigenito, affinché ogni credente in Lui non perisca ma abbia la vita eterna » (S, Giov. III, 16). Poteva Dio darci una maggior prova di amore? e potremo noi ricusar mai nulla a Colui che, per salvarci e santificarci, ci dà il proprio Figlio, l’unico suo Figlio, un altro se stesso?

b) Questo FIGLIO viene Egli pure ad abitare nell’anima nostra, e, Figlio eterno del Padre, Verbo generato da tutta l’eternità, in tutto uguale al Padre, non esita a chiamarci fratelli e trattarci da intimi amici.

1) Apparendo, dopo la risurrezione, a Maddalena che lo aveva seguito fino al Calvario e parlandole dei discepoli, le dice: « Va dai miei fratelli e di’ loro: Ascendo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro » (S. Giov. XX, 17). Dunque Gesù risorto ci considera come suoi fratelli. Ne è da meravigliarne; se siamo sue membra, dobbiamo pur essere figli dello stesso Padre, fratelli suoi e suoi coeredi. Onde l’apostolo san Paolo lo chiama « il primogenito di molti fratelli ». Avrà quindi per noi quella tenerezza, quella premura che un primogenito ha pei fratelli minori; giungerà persino a sacrificarsi per loro, affinché, lavati e purificati nel suo sangue (Apoc. I, 5), possiamo partecipare alla sua vita ed entrare un giorno con Lui nel regno di suo Padre. Che ventura per noi di avere un tal fratello! Se Egli diede il sangue e la vita per sentificarci, potremo noi ricusargli l’intiero dono di noi stessi e i piccoli sacrifici che ci chiede per renderci conformi a Lui?

2) Gesù vuole anche essere nostro amico. Nell’ultima Cena dichiara agli Apostoli, e in essi a quanti crederanno in Lui; « Voi siete miei amici se fate quello che vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa che cosa fa il suo padrone, ma vi ho chiamati amici, perché v’ho manifestato tutto quello che udii dal Padre mio » (S. Giov. XV, 14-15). Gesù non ha dunque segreti per noi; ci comunicò quelle verità che attinse nel seno del Padre; queste verità verrà a ripetercele nel segreto del cuore, ce le farà intendere e gustare, sarà veramente la luce che illumina ogni uomo di buona volontà; ascoltandolo, saremo i figli della luce ed entreremo in comunione col suo pensiero. – Ma Gesù ci diede una prova anche più grande di amore: « Non c’è, Egli dice, amore più grande che il dar la vita per i propri amici » (ivi, XV, 13). Ora Gesù diede appunto la vita per noi e la diede proprio quando, per il peccato, eravamo suoi nemici. Che cosa non farà dunque per noi ora che siamo con Lui riconciliati per la virtù del suo sangue? – Ascoltiamo la dolce sua parola: « Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno sente la mia voce e apre la porta, io entrerò in casa sua e cenerò con lui ed egli con me » /Apoc. III, 20). Avremmo mai osato pensare a tanta intimità? Gesù batte delicatamente alla porta del nostro cuore. Avrebbe diritto di entrarvi da padrone; ma aspetta che noi gentil.mente gli apriamo; non vuole sforzare l’ingresso, vuole che gli apriamo noi liberamente, Aperto che gli abbiamo, entra da amico. E avvengono allora le effusioni della più tenera amicizia, i dolci colloqui che durano fino a tarda notte. Ben le conosceva queste intime relazioni l’autore dell’Imitazione quando descriveva le frequenti visite che Gesù fa alle anime interiori, le dolci conversazioni con loro, le spirituali consolazioni che loro concede, la pace che fa regnare in loro, la familiarità stupenda con cui le tratta! (Imit. Lib. II, cap. I). Queste meraviglie le ritroviamo tutte nella vita di santa Teresa del Bambin Gesù, che diceva con graziosa ingenuità: « Gesù io vorrei amarlo tanto, amarlo come non fu amato mai ». (L’Esprit de sainte Thérèse de l’Enfant Jésus, p. 3). Senza pretendere di levarci tant’alto, oh perché, nelle nostre meditazioni, nelle comunioni, nelle visite al santissimo Sacramento, non tentare di conversar dolcemente coll’ospite divino, col fratello affettuosissimo, coll’amico intimo, che viene, per dir così, a mendicare un po’ di amore da noi: « Figlio, dammi il tuo cuore » (Prov. XXIII, 26).

c) Appunto per aiutarci in questa via di amore viene lo Spirito Santo ad abitare nel nostro cuore, onde santificarlo e lavorar con noi a ornarlo di tutte le virtù. Vi spande la divina carità e dà a noi se stesso: « L’amor di Dio è diffuso nei nostri cuori per messo dello Spirito Santo che ci fu dato (Rom. V, 5). Non gli basta compartirci i suoi più preziosi doni: ci dà pure se stesso, perché possiamo godere della sua presenza e della sua amicizia.

1) Dandosi a noi, trasforma l’anima nostra in un tempio santo. « Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?… Santo è il tempio di Dio, che siete voi » (1 Cor. III, 16-17). Egli è infatti il Dio di ogni santità e quando viene nell’anima, l’anima diventa un sacro recinto riservato al culto di Dio, diventa un santuario ove Dio vuol essere adorato e dove gode di spandere le sue grazie con santa profusione.

2) Lo Spirito Santo si fa dunque nostro collaboratore nell’opera della nostra santificazione e ci aiuta a coltivar quella vita soprannaturale che ci ha comunicata. Da noi non possiamo nulla nell’ordine della grazia, ma viene lo Spirito Santo a supplire alla nostra impotenza. Abbiamo bisogno di luce? Ecco che, secondo la promessa di Gesù, viene a farci capire e gustare gli insegnamenti del Maestro: « Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel Nome mio, vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quanto già vi dissi Io » (S. GIOV. XIV, 26). Abbiamo bisogno di forza per mettere in pratica le sue divine ispirazioni? Lo stesso Spirito « opera in noi il volere e il fare » (Fil. III, 13), ossia ci dà la grazia non solo di volere ma anche di eseguire le fatte risoluzioni. Se da noi non sappiamo neppur pregare, « lo Spirito sostiene la nostra debolezza; perché quello che abbiamo convenientemente da chiedere non sappiamo; ma lo stesso Spirito sollecita per noi con gemiti inesplicabili » (Rom. VIII, 25). Ora le preghiere fatte sotto l’azione dello Spirito Santo e da Lui avvalorate non possono essere rigettate. – Se abbiamo da combattere le nostre passioni e da vincere le tentazioni che ci assediano, è pur Lui che ci darà la forza di resistere e di trarne partito per rassodarci nella virtù: « Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre quel che potete, ma con la tentazione darà anche la via di uscita, onde la possiate sopportare » (1 Cor. X, 13). Quando, affaticati e stanchi nel fare il bene, ci sentiremo tratti allo scoraggiamento e trepidanti della nostra perseveranza, Egli ci si avvicinerà a sorreggerci l’animo affranto, sussurrandoci affettuosamente: « Chi ha cominciato l’opera buona, la compirà anche, fino al giorno di Cristo Gesù » (Fil. I, 5). Non abbiamo dunque nulla da temere, purché mettiamo la nostra confidenza in queste tre divine Persone che vivono e operano in noi appunto per consolarci, per fortificarci, per santificarci. Non siamo mai soli: abbiamo in noi Colui che è la beatitudine degli eletti! Ecco perché, se avessimo fede viva, potremmo ripetere con suor Elisabetta della Trinità: « Ho trovato il paradiso sulla terra, perché il paradiso è Dio e Dio è nell’anima mia. Il giorno che capii questa verità tutto divenne luce in me, ond’io vorrei ridir questo segreto a tutti coloro che amo ». Quante anime vennero, come questa pia Carmelitana, trasformate il giorno in cui, per virtù dello Spirito Santo, capirono che Dio abita in loro! Un nuovo indirizzo si scorse nella loro vita, una continua ascensione verso Dio e verso la perfezione, un principio della beatitudine celeste, specialmente quando vi aggiunsero lo studio di vivere nell’intimità dell’Ospite divino.

ART. II. — I NOSTRI DOVERI VERSO L’OSPITE DIVINO.

Poiché le tre divine Persone abitano in noi e ci ammettono alla loro intimità (Fil. I, 5), è evidente che dobbiamo porgere loro i doveri religiosi che loro spettano. E quali sono questi doveri? Li possiamo dedurre dalle relazioni che esse hanno con noi. Ora esse:

1° pensano costantemente a noi e si occupano dei nostri spirituali interessi; quindi noi dobbiamo spesso pensare riconoscenti ad esse;

2° ci trasformano l’anima in un tempio, e richiedono quindi le nostre adorazioni;

3° non ristanno dall’amarci coll’amore più disinteressato, quindi noi dobbiamo ricambiarle di amore;

4° sono il più compito modello di perfezione, quindi noi dobbiamo imitarle, per quanto ce lo permette la nostra debolezza.

Il primo dei nostri doveri è di pensare spesso a quel Dio che vive in noi e tenergli compagnia. Quando una Persona di riguardo ci fa l’onore di visitarci, noi siamo tutti premura per consacrarle il meglio del nostro tempo e ci studiamo di renderle più gradito che sia possibile il soggiorno. Or non dovremo fare altrettanto verso l’Ospite divino che ci fa l’insigne onore di visitarci e di fissare in noi la sua dimora? Ei s’occupa assiduamente degli interessi dell’anima nostra e noi avremo il coraggio di dimenticarlo? – Santa Teresa si rimproverava di aver per troppo tempo vissuto senza pensare frequentemente ala santissima Trinità. « Ben sapevo, ella scrive, di avere l’anima, ma che cosa meriti quest’anima e chi stia dentro di lei io non capiva, perché mi tappavo gli occhi con le vanità della vita per non vederlo. Mi pare che, se avessi capito, come capisco ora, che in questo palazzo piccolino dell’anima alloggia un Re così grande, io non l’avrei lasciato tante volte solo e avrei cercato che la mia anima non fosse tanto sudicia! » (Camino de Perfeccion, Cap. XXVIII, n. 11, p. 466, delle Obras de Santa Teresa de Jesus, edizione minore curata dal P. Silverio; e T. II, p, 214-215 delle Opere di S. Teresa, trad. dal P. Federico di S. Antonio). Quanti lettori dovranno farsi il medesimo rimprovero e si studieranno ormai di tenere compagnia all’Ospite divino dal mattino alla sera.

a) Il mezzo è semplice, consiste nel raccogliersi al principio di ogni azione, nel dire a se stesso: Dio vive in me, e nel consacrare alle tre divine Persone l’azione che si sta per incominciare. Ciò in sostanza è poi quello che viene suggerito dalla Chiesa. La Chiesa fin dai primi secoli raccomanda ai fedeli di farsi il segno della croce al principio delle principali azioni, dicendo: « Nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo ». Il che è quanto dire: io voglio che questa azione ridondi a gloria del Padre, il quale non solo mi creò, ma anche mi adottò per figlio; a gloria del Figlio, che si fece uomo per me e mi riscattò a prezzo del suo sangue; a gloria dello Spirito Santo, che viene nell’anima mia, a spandervi colla carità tutte le grazie meritatemi da Gesù Cristo.

b) Ma le anime interiori vanno ancora più oltre: riflettendo che l’Ospite divino è per noi fonte di luce, di forza, di consolazione, nel corso delle loro azioni gli volgono spesso gli occhi della mente e del cuore. Quando l’oscurità invade l’anima e pare che le verità della fede non facciano più impressione, ricorrono subito al Padre dei lumi, dicendogli dal fondo del cuore: « Fino a quando mi nasconderai la tua faccia? Guarda, o mio Dio, rispondimi, dà luce ai miei occhi! » (Ps. XII, 2-4). – Se si sentono deboli e impotenti, invocano Colui che è la loro forza e la loro protezione: « In te ho posto il mio rifugio: deh! ch’io non sia confuso in eterno!.., Sii per me rupe protettrice, fortezza ov’io trovi scampo » (Ps. XXX, 2-3). Se la desolazione e l’aridità ne straziano l’anima, corrono all’orto degli ulivi, e inginocchiandosi accanto al Salvatore che patì per loro l’angoscia, la paura, la tristezza mortale, si offrono con Lui vittime, pronte a fare la sua santa volontà: « Padre, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà » (Matt. XXVI, 42).

c) Specialmente nelle preghiere richiamano la parola di Gesù: « Tu poi, quando preghi, entra nella tua camera, e, chiuso l’uscio, prega tuo Padre che è presente nel segreto » (Matt. VI, 6). La camera ove si ritirano è la celletta del loro cuore: qui trovano queste anime la santissima Trinità; qui, unite e incorporate al Verbo incarnato, adorano e pregano in silenzio.

Il secondo dovere è infatti quello dell’adorazione. E come non glorificare, benedire, lodare, ringraziare quest’Ospite divino che, essendo Dio, trasforma l’anima nostra in un vero santuario? « Magnificat anima mea Dominum: l’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore… perché grandi cose ha fatto in me Colui che è potente, e il cui nome è santo » (S, Luc. I, 47-48). Tali devono essere i sentimenti di un’anima che diviene consapevole dell’abitazione in lei delle tre divine Persone; capisce che, essendo tempio di Dio, deve continuamente offrirsi ostia di lode alla gloria della santissima Trinità. Con quale amore quindi ripete nel cuore quella dossologia che i primi cristiani recitavano così volentieri: « Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo ». Non è questa per lei una vana formola, ma vi trasfonde tutti i suoi sentimenti di lode, di adorazione e di amore, riconoscendo con ogni sincerità che Dio solo merita di esser glorificato, perché Egli solo è l’autore di ogni bene. Quando assiste alla santa Messa, si diletta di recitar posatamente, di assaporare, a così dire, tutte le preghiere che riguardano l’adorabile Trinità: il Kyrie eleison, flebile grido del peccatore che implora la pietà e la misericordia delle singole tre Persone divine; il Gloria in excelsis, che esprime così bene i sentimenti religiosi verso queste tre divine Persone e specialmente verso il Verbo incarnato; il Sanctus, che proclama la ineffabile santità di Dio in unione con gli Angeli e coi santi del cielo. Il Pater le rammenta ci sto Dio è suo padre, onde lo recita con tutta filiale confidenza, associandosi a Colui che, avendocelo insegnato, continua a ripeterlo con noi. E quando, alla fine della Messa, il sacerdote china il capo sull’altare per supplicare la santissima Trinità che si degni di accettare il sacrifizio da lui offerto, l’anima pia vi unisce l’offerta del proprio cuore e ne risente conforto per tutto il giorno.

3° E allora più facile le diviene l’AMORE; si sente echeggiar spesso all’orecchio quel dolce invito di un Padre amantissimo che, chinandosi verso di lei, le dice: « Figlia mia, dammi il tuo cuore » (PROV. XXIII, 26). E lei, piena di confidenza e di abbandono tutto filiale, spontaneamente risponde: « Eccomi, o Signore, perché mi avete chiamata; eccomi con tutto ciò che posseggo; tutto volentieri io consegno a voi ». – Essendo l’amore che Dio ci porta essenzialmente generoso e attivo, il nostro non dovrà manifestarsi soltanto con pii sentimenti ma con atti e con sacrifizi. Sarà un amor penitente, per espiare le nostre troppo numerose infedeltà; un amor riconoscente, per ringraziare l’insigne benefattore, il collaboratore devoto, che lavora in noi e con noi con tanta attività e costanza; e per ringraziarlo dei suoi benefici, gli prometteremo di usar meglio delle copiose grazie che così largamente ci concede. Sarà un amor di amicizia, che alle divine premure ci farà corrispondere con santa letizia, e conversar dolcemente col più fedele e più generoso degli amici; che ci farà caldeggiare tutti i suoi interessi, procurarne la gloria, benedire e far benedire il santo suo Nome. Sarà infine un amor generoso, che arriva fino al sacrifizio, all’oblio di se stesso, alla cordiale accettazione di tutte le prove che gli piacerà inviarci. Diremo sinceramente con santa Teresa del Bambin Gesù: « Non sono egoista io : amo il Signore e non me stessa… L’anima mia è sempre tra gli affanni, ma io ne sono lieta, sì, molto lieta di non avere nessuna consolazione… Teresa, la fidanzatina di Gesù, ama Gesù per se stesso ». (L’Esprit de saînte Thérèse de l’Enfant Jésus, p. 35-36).

L’amore generoso conduce all’IMITAZIONE, perché si vuole assomigliare il più possibile a Colui che si ama. Ma in che modo imitare la santissima Trinità la cui santità è infinita? In doppio modo: coll’evitare premurosamente tutto ciò che potrebbe appannare la purità dell’anima nostra; e coll’ornarla di tutte quelle virtù che ci fanno rassomigliar di più a Dio.

a) Essendo tempii vivi della santissima Trinità, è chiaro che dobbiamo serbar gelosamente la purità del corpo e dell’anima. Questo inculcava san Paolo ai discepoli, richiamando il gran dogma dell’abitazione dello Spirito Santo nell’anima loro: « Non sapete che siete il tempio Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno profanerà il tempio di Dio, Dio disperderà costui, perché santo è il tempio di Dio, che siete voi » (1 Cor. III, 16-17).  Quando dunque ci sentiamo assaliti dalla tentazione, quando la tentazione si fa più insistente e più perfida, diamo uno sguardo alla celletta dell’anima nostra abitata dalla santissima Trinità, e, fidenti nell’aiuto divino, diciamo con santa energia: « Piuttosto morire, o mio Dio, che macchiare il vostro santuario! piuttosto morire che cacciarvi dal mio cuore coll’introdurvi il peccato e il demonio! ». L’esperienza dimostra che, per le anime nobili e generose, non c’è motivo più potente di questo per allontanarle dal peccato.

b) Ed è pure stimolo efficacissimo per indurle alla pratica delle virtù. Non è infatti dicevole che si adorni il tempio ove risiede il Dio tre volte santo? ma come ornarlo senza accostarci a questo divino Esemplare con la pratica delle virtù? Questo ci chiede Nostro Signore nel proporci a modello lo stesso suo Padre: « Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste » (Matt. V, 48). A prima vista pare ideale troppo alto per noi; ma dacché Dio è nostro Padre per adozione, non dobbiamo forse rassomigliargli? Del resto, a facilitarci il lavoro, il Figlio di Dio si fece uomo come noi, visse la nostra vita, assunse le nostre miserie e le nostre debolezze eccetto il peccato, e diventò così la via che dobbiamo battere per andare al Padre. Si potrebbe dire che Dio è troppo alto da poterlo noi imitare, ma non possiamo più addurre questo pretesto quando si tratta del Figlio, il ,quale, nella vita nascosta, nella vita pubblica, nella vita dolorosa, ci diede l’esempio di tutte le virtù che dobbiamo praticare nelle varie condizioni in cui la Provvidenza ci pone. Ora imitare il Figlio è imitare il Padre, perché il Figlio opera sempre in perfetta conformità col Padre.

c) Vi è poi una virtù di cui Nostro Signore ci raccomanda in modo particolare la pratica onde imitare l’unità perfetta che regna tra le tre divine Persone; è la carità fraterna. Fatta l’ultima Cena, nel momento in cui Gesù, prima di lasciar gli Apostoli, rivolge per loro al Padre una speciale preghiera, una delle grazie che chiede pei suoi discepoli è l’unione fraterna fra loro: « Che siano tutti una cosa sola, come tu, o Padre, sei in me e Io in te, che siano anche essi una cosa sola in noi » (S. Giov. XVII, 21). Tenera preghiera che san Paolo ripeterà un giorno, supplicando i cari suoi discepoli di non dimenticare che, essendo un sol corpo e un solo spirito, avendo un solo e medesimo Padre che abita in tutti i giusti, debbono serbare l’unità dello spirito col vincolo della pace (Efes. IV, 3-6). – Nei primi secoli della Chiesa questa preghiera fu esaudita; sappiamo infatti che i pagani stessi non potevano tenersi dal dire: Vedete come questi Cristiani si amano fra loro! Deh! che, in questi tristi tempi in cui le menti ed i cuori sono così divisi, possiamo appagare anche noi il più caro desiderio del Cuor di Gesù, ed esser talmente uniti coi vincoli di una santa carità che i nostri stessi avversari siano obbligati a riconoscerlo! Del resto, sarebbe pur questo il mezzo migliore per far rispettare i nostri diritti, perché l’unione fa la forza. – È dunque chiaro che non c’è nulla di più santificante quanto il pensiero frequente e affettuoso delle tre divine Persone che abitano in noi. Non c’è nulla che più ci muova alla virtù della religione, alla vera e soda pietà; non c’è nulla che ci faccia meglio praticare le virtù, specialmente quella carità fraterna che è il distintivo dei veri Cristiani, e il pegno più sicuro che siamo figli di Dio.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (7)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (1)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (1)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS

S. E. I. MILANO, – 1937

IMPRIMI POTEST:

P. Josephus Peano, Præp Prov. Faur., Sol. Die VII Aprilis MCMXXXVII

Nihil obstat quominus imprimatur :Sac. Carolus Figini, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR – In Curia Arch. Mediol.; die IV Maii MCMXXXVII

+. Pi Castiglioni, Vie. Generalis

INTRODUZIONE

Pio IX apriva solennemente il Concilio Vaticano l’8 Dicembre del 1869, e per le dolorose circostanze della presa di Roma, lo sospendeva il 20 Ottobre con la Bolla Postquam Dei munere. (A.Oppone: Concili-ecumenici e vicende del Concilio Vaticano). Il Concilio promulgò due Costituzioni dogmatiche importantissime, che sono tra i più insigni documenti del Magistero straordinario della Chiesa: la Dei Filius e la Pastor Æternus. Za prima condanna le dottrine razionaliste intorno a Dio, alla creazione, alla rivelazione, alla fede e ai rapporti tra fede e ragione. – « Questa Costituzione, scriveva il Card. Manning, è l’affermazione più larga e più ardita del soprannaturale e spirituale, che si sia mai gettata sino al presente in faccia al mondo ». Fu votata all’unanimità il 24 Aprile del 1870 e approvata solennemente dal Papa. – La seconda determina e dichiara la dottrina rivelata riguardante la podestà pontificia. Fu animosamente discussa con la più ampia libertà, fu oppugnata e tenacemente contrastata sopra alcuni punti, sino all’ultimo, da una minoranza battagliera, e usciva infine vittoriosa il 18 Luglio con. 532 placet, e soli 2 non placet.

Il Concilio Vaticano verrà ricordato e apprezzato sopra tutto per la definizione dell’infallibilità pontificia, con la quale restaurò negli animi il principio di autorità scosso dal razionalismo, senza degenerare in oppressione delle legittime libertà. « L’autorità del Romano Pontefice, diceva Pio IX concludendo quel grande dibattito, non opprime, ma solleva; non rovina, ma edifica, e spesso conferma la dignità, riunisce nell’amore e difende i diritti dei fratelli ».

Presento agli studenti dell’Università Cattolica del S. Cuore una breve analisi della Costituzione Pastor Æternus. Spero in tal modo di colmare qualche lacuna delle mie lezioni e di invogliare, anche mediante riferimenti bibliografici, a studi più profondi intorno a questo argomento, che mira a promuovere sempre più l’attaccamento e la devozione della coscienza cristiana al Romano Pontefice.

P. ANDREA ODDONE S.I.

Professore nell’ Università Cattolica del S. Cuore.

I.

RELAZIONE TRA CRISTO E LA CHIESA

La Costituzione Pastor Æternus consta di un breve prologo e di quattro capitoli. Nel prologo si accenna in generale all’istituzione divina della Chiesa, alla sua natura e al suo scopo. I dottori cattolici, i Padri della Chiesa, i teologi, gli asceti, hanno scrutate le Scritture e la Tradizione per conoscere il posto che Gesù Cristo occupa nel piano divino. Essi hanno sopprattutto studiato S. Paolo, che nelle sue magnifiche Lettere parla così frequentemente e così entusiasticamente di Cristo, e ci dà la più alta idea della pienezza della sua perfezione e della eccellenza della sua missione. « Egli, dice l’Apostolo, è l’immagine di Dio invisibile, generato prima di ogni creatura, poiché in Lui tutte le cose furono create, e quelle che sono nel cielo e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e le cose invisibili, e i Troni e le Dominazioni e i Principati e le Potestà. Tutto è stato creato da Lui e per Lui; ed Egli è prima di tutte le cose, e ogni cosa sussiste in Lui. Egli è il capo del corpo, che è la Chiesa, come è il principio, il primogenito di tra i morti, affinché tenga in ogni cosa il primato. Poiché a Dio piacque di fare abitare in Lui tutta la pienezza, e riconciliare per mezzo suo tutte le cose » (Coloss., cap. 1, 15-20). Queste sublimi parole di S. Paolo delineano magistralmente la trascendenza divina di Gesù Cristo, il suo dominio e il suo influsso sopra tutta la creazione. Tutto si riferisce a lui come a modello, a salvatore, a capo. (Prat.: Teologia di S. Paolo, Vol. 1, pag: 278: « Il primato di Cristo ») Egli è il perno, l’asse di rotazione, il centro di tutta la storia; attorno a Lui si aggira il mondo morale come il mondo fisico si aggira attorno al sole. Egli comprende tutte le epoche, dirige e modera tutti gli avvenimenti, che senza di Lui non si possono pienamente spiegare, perché, secondo il motto di Tertulliano, Gesù Cristo è la soluzione di ogni questione, la chiave di ogni mistero religioso e profano: Omnis quæstionis solutio est Christus. Gesù Cristo è il principio di ogni armonia nell’universo, è la pace tra il cielo e la terra, è il bacio di Dio con la creatura, dice eloquentemente Vito Fornari: a L  ui tutto deve far capo, tutto deve servire a Lui, alla sua gloria. (Vita di Gesù Cristo, Proemio, pag. 27). L’attento e imparziale filosofo della storia scorge facilmente la conferma di questa verità nello svolgersi delle vicende puramente profane, che senza di Gesù Cristo sono per lui come un libro da cui si toglie il principio e il fine. Ma nella storia religiosa e nella storia della Chiesa il fatto è di una evidenza impressionante. Cristo è soprattutto il fondamento incrollabile, l’anima e il compendio di tutto l’edificio religioso. Tutta la teologia s’ impernia in Lui e in Lui si sintetizzano tutti i dogmi. Egli è il fonte unico di ogni grazia, il maestro unico degli uomini, l’unica via di salvezza per il genere umano. Gesù Cristo è come un faro, che attira gli sguardi dell’umanità tutta intera. Domina i secoli che hanno preceduto la sua venuta: l’Antico Testamento è ripieno di Lui, è tutto un’ombra, una figura, una profezia del Messia futuro; Il Nuovo Testamento è la luce vivida del sole atteso, è la realtà, è la storia della vita umana e mortale di Gesù Cristo in mezzo a noi. Dopo la sua morte sul Calvario, Gesù Cristo vive di una vita personale e trionfante in cielo, di una vita mistica, ma reale, nell’Eucaristia, di una vita provvidenziale nella società umana, di una vita soprannaturale nella Chiesa, che è l’opera sua più grande e meravigliosa. (Jesus Christus heri et hodie; ipse et in sæcula. – S. Paolo; Heb., XIII, 8).

* * *

Gesù Cristo è fondatore immediato della Chiesa, cioè di quella società di Cristiani uniti dalla professione della medesima fede e dalla comunione degli stessi Sacramenti, e governati dal Papa e dai Vescovi. E quando si dice che Cristo fondò immediatamente la Chiesa non si vuole significare che Egli con la sua dottrina e con la sua condotta abbia soltanto suscitato un movimento religioso, che poi per evoluzione naturale provocò la formazione della Chiesa, o che abbia semplicemente dato ad altri la potestà di fondarla, ma che di fatto. Egli stesso determinò la natura della Chiesa, cioè i suoi elementi essenziali e la sua forma specifica. – I Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere di S. Paolo e degli altri discepoli, sono i documenti autentici e oggi incontestati; almeno per la vera scienza, dove si legge la storia dell’origine della Chiesa. Da questi documenti risulta chiaramente che la formazione della Chiesa è la prima e, quasi oserei dire, la principale preoccupazione di Gesù Cristo. Nella creazione soprannaturale della Chiesa possiamo distinguere due periodi, l’uno di preparazione, l’altro di organizzazione propriamente detta. Gesù esprime nettamente il pensiero e il proposito di volere fondare una società distinta e separata dalla Sinagoga giudaica. A Simone muta il nome in quello di Pietro, o meglio di Petra, e promette che sopra di lui innalzerà un nuovo edificio: « Tu sei Pietro, e sopra questa Pietra (sopra di te Pietra) edificherò la mia Chiesa ». (Matt. XVI, 18). La promessa fu solennemente fatta da Cristo nella sua qualità di Messia e di Figlio di Dio, ed ebbe una qualche relazione remunerativa per Pietro, che aveva pubblicamente affermato la divinità di Cristo; la promessa fu assoluta, non condizionata. Anche se mancassero altre prove, potremmo dunque legittimamente conchiudere che Cristo deve aver mantenuto la promessa. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 94-113. — TANQUEREY: De Ecclesia, p. 613, nota). E l’idea sociale della nuova istituzione si ripete sotto altre forme non meno evidenti. Gesù vagheggia un ovile, una casa, una famiglia, una città, un regno. Specialmente l’idea di regno è quella che domina nella predicazione di Gesù. Egli è venuto a stabilire il regno di Dio, il regno dei cieli; attorno al tema di questo regno si aggira il suo insegnamento per un triennio; a questo regno ritorna ancora il suo pensiero negli ultimi colloqui che tiene con i discepoli. E in tutte queste figure e immagini è sempre l’idea sociale che si afferma in modo chiaro, sempre qualche cosa di visibile e di esterno, che deve attuarsi primieramente quaggiù in mezzo agli uomini. (Oddone: La Costituzione sociale della Chiesa, pag. 74). Per innalzare l’edifizio mistico della sua Chiesa, Gesù, come un abile architetto, incomincia a raccogliere i materiali, cioè a scegliere alcuni suoi discepoli, che dovranno essere il fondamento e le colonne dell’edifizio. « E chiamò a sé quelli che egli volle… e ne stabilì dodici che stessero con lui ». (Marco, III, 14. — Cf. Etudes, Anno 1916, Vol. 148-149: Jésus et son oeuvre éducatrice, pag. 51). I dodici non solo dimoravano con Gesù, ma lo accompagnavano dappertutto nelle sue missioni: « E Gesù percorreva le città e i villaggi annunziando la lieta novella del regno di Dio, e lo accompagnavano i Dodici ». (Luca; VIII, 1) Gesù li vuole vicini a sé, specialmente quando compie i suoi miracoli, perché i suoi miracoli insieme con le sue affermazioni, costituiscono la grande prova della divinità della sua missione. Avendoli abitualmente in sua compagnia, Gesù può compiere sopra i Dodici una speciale opera educatrice e impartire ad essi una cultura più intensa. A loro tiene particolari esortazioni, e per loro ha spiegazioni complementari e rivelazioni dei suoi più sublimi misteri. « Parlava alle folle in parabole, dice S. Marco; ma in disparte spiegava poi ogni cosa ai suoi discepoli ».(Marco, IV, 33) Li ammaestra intorno alle più importanti virtù; li adopera in particolari mansioni; promette loro l’ufficio di giudici; li informa separatamente della sua passione e morte e mangia con loro la Pasqua. (FONTAINE: L’Eglise ou le Christianisme vivant, pag. 35). – Al periodo di preparazione tiene dietro il periodo di attuazione. La società è « l’unione stabile di più individui che tendono di comune accordo ad uno stesso fine ». Non ogni moltitudine di uomini quindi costituisce la società, ma solo quella che cospira in modo stabile allo stesso fine. Questa costante cospirazione o tendenza di molti, risulta da alcuni vincoli, che uniscono le volontà e gli sforzi della moltitudine, tra i quali tiene il primo posto l’autorità. Perciò la materia della società è la moltitudine, la forza sono i vincoli e principalmente l’autorità, l’autore è colui che ponendo i vincoli unisce la moltitudine. Ora Gesù Cristo unì e associò i suoi seguaci con un triplice vincolo, cioè con la professione della stessa fede, con i medesimi riti e con lo stesso governo: un vincolo simbolico, un vincolo liturgico, un vincolo gerarchico. A tutti impose la professione della stessa fede: « Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura: chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato ». (Marco, XIV, 15) Per tutti stabilì la comunione degli stessi riti, specialmente del Battesimo e dell’Eucaristia: « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo. Nessuno se non nasce per acqua e Spirito, può entrare nel regno dei Cieli. (Marco, XIV, 15) — Il pane che io darò, è la mia carne per la vita del mondo. Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita ». (Giovanni, VI, 52.) Tutti sottopose allo stesso governo, perché ai soli Apostoli, ai quali aveva innanzi promessa la facoltà di legare e di sciogliere, affida la podestà di predicare, di battezzare, di governare e di assolvere. (Matteo, XVIII, 18. — Matt., XXVIII, 19) Inoltre al solo Pietro dà l’incarico di pascere le sue pecorelle. (Giov., XXI, 15). Se creare una società significa raccogliere un gruppo, un corpo di persone, ordinarle tra loro e destinarle ad uno scopo, dar loro una legge e un capo e determinati mezzi di che devono valersi per raggiungere l’intento; allora la Chiesa è evidentemente opera di Cristo. Egli attrasse a sé alcuni pescatori della Galilea, li formò alla sua scuola, trasfuse in essi il suo spirito e diede loro l’incarico di predicare, di presiedere, di dirigere, di condurre le anime al cielo con il soccorso della sua grazia, di continuare insomma la sua missione. Ecco la piccola società di Gesù, la Chiesa, con la sua forma gerarchica nella quale sono bene designate e messe in rilievo le parti dell’autorità. In essa vi sono maestri e vi sono discepoli; vi sono pastori e vi sono pecorelle; vi sono governanti e vi sono governati. Non alla moltitudine, ma a pochi fu detto: Andate, ammaestrate, insegnate le cose che Io ho insegnate a voi, battezzate. Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me. Queste testimonianze del Vangelo già così chiare di per sé, sono avvalorate e confermate dalla interpretazione autentica e non interrotta degli Apostoli e di tutti i secoli cristiani. Gli Atti e le Lettere degli Apostoli ci dicono che si costituì subito, sino dal principio del Cristianesimo, la Chiesa, cioè una moltitudine di chiamati, con un fine determinato, fornita di speciali mezzi, governata da un’autorità istituita da Cristo. I primitivi Cristiani, infatti, attendono alla santificazione delle anime per mezzo dell’esercizio della Religione cristiana. Ai Giudei che domandano a Pietro che cosa devono fare, egli risponde: « Fate penitenza e si battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; e riceverete il dono dello Spirito Santo ». (Atti, II, 37). Viene descritta nei più interessanti particolari la vita della nuova società. « Erano assidui alle istruzioni degli Apostoli e alla comune frazione del pane e all’orazione… E ogni giorno trattenendosi lungamente tutti d’accordo nel tempio, e spezzando il pane per le case, prendevano cibo con gaudio e semplicità di cuore, lodando Dio ed essendo ben veduti da tutto il popolo. Il Signore poi aggiungeva alla stessa Società ogni giorno gente, che si salvasse ». (Atti, VI, 43.). La società è retta dall’autorità degli Apostoli, che dicono espressamente di avere ricevuto da Dio autorità sui fedeli, di predicare la parola di Dio, per comando di Cristo e si chiamano ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. ((I Cor., 4) « È Gesù Cristo stesso, dice S. Paolo, che alcuni costituì Apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori e dottori… affinché non siamo più fanciulli, sbalzati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la malizia degli uomini e per la loro abilità nello spargere l’errore. » (Efes, IV, 11). Gli Apostoli attribuiscono esplicitamente a Cristo l’istituzione della Chiesa. Essi insegnano che i fedeli formano « una casa spirituale » edificata « sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, con Gesù Cristo stesso come pietra maestra angolare »; (I Pierro, II, 4. — Efes., Il, 20) che Cristo è « capo supremo della Chiesa, la quale è il suo corpo, il complemento di Lui »; (Efes.,.1, 22) che Cristo acquistò la Chiesa « con il suo sangue »; (Atti, XX, 28.) che la Chiesa è la sposa di Cristo, da lui amata, per la quale diede se stesso, « a fine di santificarla e farla comparire davanti a sé  rivestita di splendore ». (Efes., V, 25). Non sono dunque gli avvenimenti politici abilmente sfruttati che abbiano dato origine alla società della Chiesa, così fortemente organizzata sino dai primi giorni della sua esistenza. Essa è già nelle pagine divine del Nuovo Testamento, che rispecchiano esattamente le idee e i voleri di Cristo: essa è opera diretta di Cristo. – Il Concilio Vaticano asserisce solennemente che « il Pastore eterno e il Vescovo delle anime nostre, per rendere perpetua l’opera salutare della sua redenzione, decretò di edificare la Santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si mantenessero uniti con il vincolo di una sola fede e di un solo amore ». Lo stesso Concilio riprende coloro che « pervertono la forma di governo costituita da Cristo nella sua Chiesa ». E precedentemente, nella Costituzione De fide, aveva già detto che « affinché noi possiamo soddisfare al dovere di abbracciare la vera fede e di perseverare in essa costantemente, Dio mediante il suo Figlio Unigenito istituì la Chiesa ». (Anzi nel Concilio Vaticano si era già preparata una definizione a questo riguardo. Il che chiaramente significa quale fosse la mente dei Padri del Concilio.). Nel Decreto Lamentabili viene esplicitamente condannato l’errore del Loisy: « Fu alieno dalla mente di Cristo il costituire la Chiesa come società che dovesse durare sulla terra una lunga serie di anni ». (DENZINGER, n. 2052. — CAVALLERA, THESAURUS., N. 309. — Enciclica « Pascendi ». — DENZINGER, N. 2091) Nel Giuramento antimodernista si professa la stessa verità: « Credo fermamente che la Chiesa fu prossimamente e dirittamente istituita dallo stesso Cristo vero e storico ». L’affermazione quindi che Cristo sia autore immediato della Chiesa è storicamente certa e dogmaticamente di fede. Avvertiamo tuttavia che con questo non intendiamo dire che Cristo abbia formato con le sue mani tutte le ruote dell’organismo, che abbia istituiti tutti gli uffici, che la Chiesa avrebbe disimpegnato nel corso dei secoli per adattarsi ai diversi bisogni della società: ma diciamo che ha incaricato gli Apostoli di continuare la sua missione, di predicare la sua dottrina, di applicare alle anime per mezzo dei Sacramenti l’efficacia della sua Redenzione, e che per tutti i secoli li ha investiti di poteri sufficienti per bastare a tutte le esigenze. La Chiesa deriva da Gesù Cristo come l’albero dalla radice, come il fiume dalla sorgente viva e perenne: la Chiesa è l’espansione dello spirito di Gesù in una forma visibile, di cui Egli stesso in molti e vari modi ha dato lo schema e le linee essenziali. (Dieckmann: De Ecclesia, Vol. II, 223).

***

Gesù Cristo ha con la Chiesa la relazione di autore e fondatore divino; ma ben diversa dalla relazione di un fondatore di una società umana. L’autore di una società puramente umana, scomparendo dalla scena del mondo, abbandona l’opera sua, e viene spezzato il vincolo giuridico con la società da lui fondata. Forse rimane in qualche modo nei suoi seguaci l’indirizzo che egli ha dato; ma alla sua morte cessa ogni relazione di fondazione. Nessuna società meramente umana sfugge a questa sorte; sono perciò scomparse le società politiche antiche, le false sette religiose e le scuole dei sapienti della Grecia. – La Chiesa cattolica per volontà assoluta ed efficace di Cristo deve invece essere universale e perenne. Questa volontà di Cristo importa una seconda relazione di Cristo con la sua Chiesa, cioè una relazione di assistenza e di presidio perenne, affinché la Chiesa in mezzo a gravissimi pericoli e a lotte continue non solo rimanga sino al termine dei secoli, ma adempia con ogni fedeltà i suoi uffici. « Poiché conveniva, dice Leone XIII, che la missione divina di Cristo fosse perenne, Egli si aggregò dei discepoli della sua dottrina e li fece partecipi del suo potere; e avendo sopra di essi chiamato lo Spirito Santo, comandò loro di percorrere tutta la terra, predicando fedelmente quanto Egli aveva insegnato e comandato, nell’intento che tutto il genere umano potesse conseguire la santità in terra e la felicità sempiterna nel cielo. » (Enciclica. « Satis cognitum ».). – La perennità della Chiesa significa che essa rimarrà sino al termine dei secoli; la indefettibilità indica inoltre che non muterà sostanzialmente in sé, che sarà sempre come Cristo l’ha stabilita, che non verrà mai meno alla missione che le fu affidata. Gesù Cristo ha detto ai suoi Apostoli che le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa e che Egli sarà con loro fino alla consumazione dei secoli. (Matt., XXVIII, 20.) Sono espressioni che nei Libri Santi rappresentano una protezione sicura e invariabile di Dio. Quindi nessuna violenza, nessuna seduzione, nessun vizio, nessun errore, potrà mai nuocere agli Apostoli e ai loro successori, nell’insegnare in virtù del loro magistero, nell’amministrare i Sacramenti in virtù del loro ministero. Gesù sarà sempre con il potere insegnante, sarà sempre con il potere santificante, e né l’uno e né l’altro potranno mai venir meno o variare, in mezzo ai pericoli, che vengono dalla violenza esteriore, che nascono dall’incomprensione o dal falso zelo dei discepoli, o che sono creati dall’orgoglio e dalle passioni. (Ollivier: L’Eglise: sa raison d’étre, pag. 106). Lo stesso Gesù Cristo promette ai suoi Apostoli l’assistenza dello Spirito Santo: « Io pregherò il Padre e vi darà un altro Avvocato, affinché rimanga per sempre con voi, lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere ». (Giovanni: XIV, 16) Se la Chiesa non fosse indefettibile, non sarebbe vero che lo Spirito Santo le fu dato sino alla fine dei tempi, per stabilirla incrollabilmente nella verità e nella santità. – Sono eloquentissime le testimonianze dei Padri a questo riguardo. « Non allontanarti dalla Chiesa, dice S. Giovanni Crisostomo, perché nulla vi è più forte della Chiesa. La tua speranza è la Chiesa: essa è più alta del cielo, più vasta della terra. Non invecchia mai, ma è sempre giovane ». (Hom. « De capto Entropio », n. 6.). E S. Agostino scrive: « Fino a tanto che durerà il volgere dei secoli, non verrà meno la Chiesa di Dio o il Corpo di Cristo sulla terra…. Verrà meno la Chiesa se verrà meno il fondamento: ma come può mai venir meno Gesù Cristo? Non declinando Cristo neppure la Chiesa declinerà in eterno ». (In Psalm. LXXI, n. 8. — Enarratio in Ps. CIII, Serno II, n. 5).

La Chiesa fu istituita per la salvezza degli uomini, per indicare loro la via del cielo e somministrare loro i mezzi. Se essa non fosse indefettibile, se essa potesse variare cambiando dottrine e istituzioni, non sarebbe più la vera arca di salvezza. I fedeli dei diversi tempi muterebbero l’oggetto della loro fede e più non aderirebbero alla Chiesa fondata da Cristo.

Questo è l’insegnamento del Concilio Vaticano:

« Cristo volle che nella Chiesa vi fossero pastori e dottori sino alla consumazione dei secoli… e istituì un perpetuo principio di unità e di comunione; affinché sopra di esso si costruisse un tempio eterno ». (DENZINGER, D. 1821).

Sino alla fine del mondo rimarrà quindi la Chiesa, rimarranno le sue funzioni e le sue potestà. Non si esauriranno mai i tesori della Chiesa e le sorgenti delle sue grazie; la Chiesa sarà sempre la colonna e il fondamento della verità; non andrà mai soggetta a mutazione la sua forma di governo. (Dieckmann: De Ecclesia. Vol. 225; n. 924.). Per questa ragione la Chiesa è veramente, come dice il Vaticano, « un perpetuo motivo di credibilità e un testimonio irrefragabile della missione divina di Cristo… uno stendardo levato in alto tra le nazioni… un sigillo della sua origine soprannaturale e divina ». Gesù Cristo non solo è autore della Chiesa, non solo la protegge continuamente, ma rimane sempre, anche dopo la sua Ascensione, il suo Capo vivo e vivificante, al quale essa è soggetta. Pietro e i suoi successori, infatti, sono soltanto Vicari di Cristo, non nel senso che non godano di una potestà propria, ma nel senso che qui in terra fanno le veci di Cristo, il vero e proprio Re e Capo della Chiesa, e nel suo Nome e con la sua autorità governano i fedeli cristiani. – Tra Gesù Cristo e la Chiesa esiste non solo una relazione morale e giuridica, ma anche una relazione più intima e più corrispondente. ai disegni divini e all’indole della Chiesa, una relazione cioè di perenne flusso vitale nella Chiesa, considerata come società religiosa santificatrice delle anime. S. Paolo, volendo illustrare questo concetto, ci presenta spesso la Chiesa come « corpo di Cristo ». Nella I Lettera ai Corinti dice: « Voi siete il corpo di Cristo e ciascuno poi individualmente, sue membra…. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?».(Lettera I Cor., cap. XII, 27; cap. VI, 15) Scrivendo agli Efesini dice nuovamente: « Ed egli alcuni costituì apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri dottori e pastori, per rendere atti i santi all’opera di ministero, per l’edificazione del corpo di Cristo ». (Efes., IV, 1 segg. — Cf. .V, 23) E ancora nella Lettera ai Colossesi: « Egli è il capo del corpo che è la Chiesa ». (Coloss., I, 18). Questo modo di considerare la Chiesa come « corpo di Cristo » dopo S. Paolo, divenne comune non solo presso i SS. Padri e i Dottori, ma presso il popolo cristiano e si può dire la definizione cristiana della Chiesa, come osserva il Franzelin. (De Ecclesia, pag. 308). L’Apostolo, parlando della Chiesa come corpo di Cristo, non intende certamente il corpo di Cristo fisico,  formato da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo, offerto per noi nel sacrificio del Calvario, presente anche adesso in terra nell’Eucaristia; né intende un corpo morale, con il qual nome viene designata qualunque società; ma lo considera in un senso speciale, che non si verifica in nessun altro organismo. Gesù Cristo è Capo vivificante della Chiesa suo Corpo. La vita che Egli comunica alla Chiesa è la vita soprannaturale, la vita della grazia e della filiazione divina, (Rom. VI, 1 segg., VIII, 1. — Tit, IV, 5), una vita quaggiù nascosta sotto il velo del mistero, ma che sarà poi manifestata in cielo. (1 Cor., XIII, 10; 27 Cor., IV, 16). Questa vita viene comunicata, secondo la volontà di Cristo, ai singoli uomini, come a membri del Corpo di Cristo, cioè della Chiesa. Da Cristo, Capo e fonte unico, discende quindi questa vita nell’organismo e si diffonde in tutte le parti; dalla pienezza di lui noi tutti riceviamo. Il fine della Chiesa perciò consiste nel rendere gli uomini partecipi dei frutti della Redenzione di Cristo e insieme nel formare con essi un organismo soprannaturale, quasi la famiglia di Dio, (Efes., II, 19; II, 6; III, 6.) anzi un corpo vivo, congiunto con il capo vivo « dal quale tutto il corpo ben fornito e ben compaginato per mezzo di giunture e di legamenti, riceve l’aumento di Dio ». (Coloss., II, 19: — Cf Efes, II, 21; IV; 15) A questo corpo e alla sua vita servono tutti i carismi e i ministeri, che Cristo diede alla sua Chiesa, la quale è la pienezza di Cristo. (1 Cor., XII. — Rom; XII. — Efes., IV, 11). Nel suo Vangelo Gesù Cristo aveva paragonato se stesso alla vite e i suoi discepoli ai tralci inseriti nella vite, dalla quale traggono il succo vitale. (Giov. XV, 1). S. Agostino commentando questo passo del Vangelo di S. Giovanni osserva: « Quando il Signore dice di essere Egli la vite e i discepoli i tralci, lo dice secondo che Egli è capo della Chiesa e noi siamo suoi membri… La vite e i tralci sono della stessa natura. Perciò essendo Dio, la cui natura noi non siamo, si fece uomo, affinché in esso fosse vite, cioè natura umana, della quale anche noi uomini possiamo essere tralci ». (Tract. in Jo., 80,1. — S. Tomaso, seguendo le orme dei Padri, trattò spesso e profondamente di questo tema nelle sue opere, e specialmente nella Somma Theol. (III q. 8) e nella questione De Veritate (q. 29 a. 4). Giustamente quindi la Chiesa è chiamata Corpo mistico di Cristo, cioè non fisico, non soltanto morale, né del tutto maturale, ma soprannaturale, il mistero cioè della Chiesa, della sua vita e della sua unione con Cristo. Questo concetto non solo ci fa meglio comprendere la natura della Chiesa, ma diffonde anche splendidissima luce sulle altre dottrine della nostra fede, specialmente su quelle che concernono i sacramenti. (Dorsch: De Ecclesia, pag: 355.— Cf. Enciclica « Satis cognitum » di Leone XIII).

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (5)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (5)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni, ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF.1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO II.

ART. II. — SINTESI PRATICA.

La nostra incorporazione a Cristo, che si inizia col Battesimo, prosegue poi con l’uso dei vari Sacramenti, i quali, aumentando in noi la grazia, aumentano pure la nostra unione con Gesù; e specialmente con la frequenza della santissima Eucaristia, che ci dà non solo la grazia ma Gesù stesso. Anzi, questa incorporazione viene crescendo coi singoli atti meritori che facciamo; poiché, dandoci ognuno di essi un aumento di vita divina, ci unisce più perfettamente a Cristo. Il che si avvera specialmente quando ci studiamo di fare tutte le nostre azioni in unione con Gesù, lasciandoci muovere e dirigere da Lui, come s’addice a coloro che gli sono incorporati. Allora infatti i nostri atti partecipano alla stessa virtù, alla fecondità, al valore morale degli atti di Cristo, dacché, secondo che abbiamo già detto, è Lui che opera in noi, mentre noi dal canto nostro ci appropriamo, quali sue membra, le disposizioni e il valore morale degli atti di Colui che è nostro Capo. Ce lo dice anche Nostro Signore: « Se uno rimane in me e Io in lui, questi porta molto frutto » (Giov. XV, 5). Conclusione pratica della nostra incorporazione a Cristo deve quindi essere una comunione spirituale permanente con Lui, in tutto il complesso della nostra vita: 1° nelle nostre pratiche spirituali; 2° nei vari nostri stati interiori; 3° nelle nostre relazioni col prossimo.

I. Nelle nostre PRATICHE SPIRITUALI bisogna, fin da principio, unirsi a Gesù mediatore di religione, il solo vero Religioso del Padre, perché  Egli solo lo può glorificare in modo infinito ed Egli solo ha diritto di essere esaudito. Ma perché s’intenda meglio il nostro pensiero, verremo qui al particolare.

1° Nello svegliarci, uniamoci a Gesù vivente in noi col suo spirito di religione, e offriamoci con Lui in vittime per fare in tutto la santa volontà di Dio, come si offrì Lui al suo entrare nel mondo: « Vittime e offerte non volesti, olocausti e sacrifizi espiatori non gradisti. Allora io dissi: Ecco io vengo… a fare, o Dio, la tua volontà » (Hebr. X, 5-7).

2° Nella meditazione, dopo esserci uniti a Gesù per adorare, benedire e ringraziar Dio, fissiamo affettuosamente questo divino modello per studiare e ritrarre in noi qualcuna delle sue virtù; supplichiamolo di persuaderci che questa virtù ci è necessaria, di comunicarcela, di imprimercela nell’anima; e risolviamo di praticarla umilmente e fermamente con Lui nel corso della giornata.

3° Alla santa Messa, rechiamoci in ispirito ai piedi del Calvario, accanto alla nostra madre Maria, e contempliamo amorosamente Gesù, sommo Sacerdote, che si offre in vittima per glorificare il Padre in nome nostro, espiare i nostri peccati e comunicarci i frutti della sua redenzione; offriamoci e immoliamoci con Lui, specificando il sacrificio che faremo nel corso del giorno onde compiere in noi la passione del Salvatore; adoriamo con Lui e domandiamo perdono in nome di tutto il popolo cristiano.

4° Alla santa Comunione, desideriamo ardentemente di unirci a Colui che tanto brama di unirsi a noi; umiliamoci profondamente alla vista di tante nostre iniquità, debolezze, imperfezioni, miserie; adoriamo in silenzio questo Dio nascosto che si dà a noi; diamoci tutti a Lui, diamogli specialmente il cuore, promettendo di fare tutte le nostre azioni per amor suo e per piacere a Lui; uniamoci a Maria, la più perfetta adoratrice di Gesù, per adorare, benedire, amare questo Figlio divino, come fece Lei per tutta la vita, specialmente dal momento in cui si incarnò nel virgineo suo seno; e ripetiamo come Lei: « L’anima mia magnifica il Signore… perché ha fatto in me grandi cose » (Luc. I, 46 segg.). Uniamoci a Gesù e a Maria per glorificare la santissima Trinità, che nel momento della santa Comunione si dà a noi in modo speciale; tratteniamoci in dolci e affettuosi colloqui con l’Ospite divino, aprendogli il cuore per palesargliene le miserie e i desideri, ascoltandolo rispettosamente onde adempierne anche i più piccoli voleri e ritrarre in noi le interiori sue disposizioni, le sue virtù, il suo spirito. Gli potremo allora più efficacemente presentare le nostre domande (Molti cominciano con chiedere grazie, dimenticando che il primo e principale dei nostri doveri è l’adorazione; e che, otteniamo favori tanto maggiori quanto più ci studiamo di adempiere innanzi tutto i nostri doveri verso Dio.) non solo per noi e per i nostri, ma per tutta la Chiesa, essendo tutti membri di un medesimo Corpo mistico. Ma non dimenticheremo di chiedergli soprattutto la grazia di rimanere in Lui come Egli rimane in noi, e di far tutte le nostre azioni con Lui in ispirito di ringraziamento e di amore.

5° Nei nostri lavori, quali che siano, anche i più comuni, rammentiamoci che Gesù fu operaio, e che in tutto quel tempo lavorava efficacemente alla salute delle anime; con Lui e con le stesse sue intenzioni offriamo a Dio tutti i nostri lavori, facendoli amorosamente e fervorosamente come suoi collaboratori.

6° I nostri pasti e le nostre ricreazioni si santificano prendendoli con lo spirito stesso di Gesù, col desiderio di impiegare alla gloria di Dio le forze che vi ricuperiamo: ce le dà Lui queste forze e noi dobbiamo applicarle al suo servizio.

5° Quando, per avvivar la divozione, facciamo pie letture o del Vangelo o di opere scritte dai santi, cerchiamo Gesù nei libri: « Jesum quærentes in libris ». Conoscerlo meglio, per meglioamarlo e farlo meglio amare dai nostri fratelli,questa dev’essere l’unica nostra ambizione.

8° Se per vocazione o divozione recitiamo l’Ufficio Divino, con che gioia ci uniamo al grande Religioso del Padre che ci invita a lodar Dio con Lui! con che confidenza gli prestiamo il cuore e le labbra, onde venga a pregare in noi come prega nei santi del cielo e della terra, onde si glorifichi per mezzo nostro le treo divine Persone e ottenga per tutta la Chiesa le grazie di cui le anime hanno così urgente bisogno!

9° Se non recitiamo l’Ufficio Divino, facciamo collo stesso spirito altre preghiere; e l’intiera nostra vita diventa come una perenne preghiera, perché dal nostro cuore, unito a quello di Gesù, partono frequenti giaculatorie che dicono a Dio il nostro amore e il sincero desiderio di conformare la volontà nostra alla sua.

10° Soprattutto ci deliziamo di visitare il divino Prigioniero del tabernacolo che giorno e notte intercede assiduamente per noi (Hebr. VII, 25); lo sentiamo dirci dal fondo del tabernacolo: « Venite a me, o tutti voi affaticati ed oppressi, ed Io vi ristorerò » (Matth. XI, 28). Gli apriamo allora con tutta semplicità il nostro cuore; ecco, o Signore, quel povero figlio che Voi amate, ecco il dolorante membro del vostro Corpo mistico (S. Giov. XI, 5): siete voi che dovete medicarne le piaghe, guarirlo, consolarlo, fortificarlo. O Gesù, che vivete in me nonostante le tante mie miserie, venite ad assodarvi il vostro regno e la vostra vita e proteggete questo membro così debole contro i potenti suoi nemici.

11° Quando recitiamo il rosario, ci è dolce l’unire i sentimenti nostri a quelli di Gesù, nostro fratello, e onorare la madre sua che è anche la nostra, ridirle la nostra venerazione, il nostro amore, la nostra confidenza, e porgerle pure le nostre suppliche.

12° Quando, la sera, ci esaminiamo la coscienza, lo facciamo sotto lo sguardo di Gesù, nostro capo, e confrontandoci con lui. Ci vediamo allora così poco simili al divino modello che, pieni di confusione e di contrizione, umilmente lo supplichiamo di vivere più intimamente in noi, onde farci partecipi delle sue virtù e della sua vita e fortificarci la volontà contro le nostre continue debolezze.

13° Prima di abbandonarci al sonno, che è l’immagine della morte, ci è di conforto l’unirci a Gesù moribondo in Croce ripetendo con Lui: « O Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito » (S. Luc. XXIII, 46). Se ci coglie l’insonnia, con quale affetto pregheremo l’Angelo custode di portare il nostro cuore ai piedi del tabernacolo, perché almeno là, unito al Cuore eucaristico di Gesù, possa adorare, amare, soffrire e riparare! Ecco come trascorre la giornata di chi è veramente incorporato a Cristo.

II. Certo, nell’avvicendarsi dei giorni, il Cristiano passa per VARI STATI INTERIORI che lo turberebbero se non fosse profondamente unito a Gesù, ma che altro non fanno se non fornirgli una nuova occasione di incorporarsi più intimamente a Lui. Ricorrono in Lui alternative di gioie spirituali e di desolanti aridità, di filiale confidenza e di scoraggiamento: è infatti in piacere di Dio di consolarci per attirarci a sé e di tribolarci per rassodarci nella virtù e mostrarci che da parte nostra non meritiamo che desolazione ed affanno. Ora chi è veramente incorporato a Cristo sa egualmente giovarsi di queste alternative.

1) In mezzo alle gioie, pensa che non le merita; che vengono dalla infinita bontà di Colui che, con la sua presenza e coi suoi doni, allieta il cuore dell’uomo; che hanno per fine di staccarci dalle creature; onde se ne serve per amare il Dio delle consolazioni più che le consolazioni di Dio. Ripete coi santi: « Grazie, o Gesù: fate che tutte le gioie della terra mi riescano insipide, che Voi solo siate dolce al mio cuore, e che io riponga la mia felicità unicamente nel piacere a Voi! ».

2) Nelle aridità, negli affanni, negli scoraggiamenti, si unisce a Gesù che, nell’orto degli ulivi, volle soffrire la tristezza, la noia, l’angoscia: « l’anima mia è triste fino alla morte! »; che mandò sul Calvario quel doloroso grido: « Mio Dio, perché m’hai abbandonato? » (S. Matth. XXVI, 37-38. Pensa che tutti questi dolori interiori Gesù li sopportò per nostro amore; e dice umilmente con Gesù: merito questo, o Signore, e anche di peggio; accetto tutto di cuore per amor vostro e nelle stesse vostre intenzioni; solo vi chiedo la grazia di sopportar queste pene santamente; con Voi mi sottometto alla divina volontà e « abbandono l’anima nelle vostre mani » (ivi, XXVII, 46).

3) Nelle tentazioni, specialmente se lunghe e penose, si getta ai piedi di Gesù: « O Signore, salvatemi! non lasciate che un membro del vostro Corpo mistico perisca! E tradirei dunque quel Gesù che ha versato il suo sangue per me, che vive in questo stesso momento in me e mi colma dei suoi doni? Oh! piuttosto mille volte morire che macchiarmi l’anima! Piuttosto mille volte morire che separarmi da Voi!

4) Se si tratta di umiliazioni penose, pensa che Gesù, per essersi caricato dei nostri peccati, volle soffrire tutte le calunnie e tutte le ingiurie; che, accusato ingiustamente, taceva; e che noi peccatori non saremo mai umiliati abbastanza: Grazie, o mio Dio, che vi degnaste farmi partecipe delle vostre umiliazioni. Voi solo meritate ogni onore e ogni gloria; io mi rallegro che se non altro le mie umiliazioni e il mio disonore servono a far campeggiare la infinita vostra grandezza: « Tibi soli omnipotenti omnis honor et gloria, mihi autem ignominia et confusio! ».

5) Se si sente invece agitato da moti di orgoglio, riflette che quanto di buono è in lui viene da Gesù, il quale, non pago di avergli meritate tutte le grazie che riceve, lo aiuta ancora ad acconsentire a queste grazie e opera in lui il volere e il fare. Ode quindi echeggiargli continuamente all’orecchio quelle così vere parole di san Paolo: « Che cosa hai che non abbi ricevuto? È se l’hai ricevuto, perché gloriartene quasi non l’avessi in dono? » (ICor. IV, 7). Come già più sopra dicemmo (Cap. II, art. I) quanto è di buono in noi ci viene da Colui che essendo nostro Capo, ci dà il moto e la vita; a Lui solo ne appartiene ogni gloria. Questi vari stati interiori ed altri simili non fanno dunque che avvicinar continuamente il Cristiano al divino suo Capo; e lo stesso avviene delle sue relazioni col prossimo.

III. Nelle nostre RELAZIONI COL PROSSIMO, il principio generale che ci deve guidare è di vedere Gesù in tutte le persone con cui abbiamo da trattare, perché veramente Gesù vive in tutti come già abbiamo spiegato (Cap. II, art. I).

1) Gesù vive nei nostri Superiori con la sua autorità. Egli stesso disse loro: « Chi ascolta voi ascolta me e chi disprezza voi disprezza me » (S, Luc. X, 16); ubbidiamo quindi a Gesù quando ubbidiamo ai nostri superiori. Questo principio rende più facile l’ubbidienza, specialmente se si consideri che i trent’anni della vita nascosta di Gesù si compendiano in queste tre sole parole: « Erat subditus illis: stava loro sottomesso » (S. Luc. II, 51). Conviene quindi richiamarle specialmente quando, per una ragione o per un’altra, l’ubbidienza torna più difficile e i nostri superiori credono di dover mettere alla prova la nostra virtù.

2) Gesù vive in tutti i Cristiani e tanto si immedesima con ognuno di essi che considera come fatto a sé ciò che facciamo al minimo dei suoi fratelli (S. Matt. XXV, 40). Parola veramente divina che trasformò la società! Chi potrebbe infatti ricusare di render servigio al prossimo quando è convinto che questo prossimo è Gesù? Schiviamo dunque tutto ciò che, contristando il prossimo, contristerebbe Gesù; studiamoci di essere dolci, cortesi, servizievoli con Lui come saremmo con Gesù. Evitiamo però con ogni diligenza quelle amicizie sensibili che, predominando l’anima, ci allontanerebbero il cuore da Gesù, perché Gesù sopra ogni altra cosa dobbiamo amare nel prossimo.

3) Se vi sono uomini nei quali Gesù attualmente non vive perché separati da Lui per il peccato o per l’infedeltà, pensiamo che Gesù li insegue col suo amore, che se li vuole incorporare, che ci chiede di aiutarlo in quest’opera, e che nostro vivo desiderio dev’essere di cooperare con Lui alla loro conversione colla preghiera, colla parola e coll’esempio: « Splenda la vostra luce dinanzi agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli? ». Siamo dunque dolci e premurosi verso di loro per guadagnarli a Cristo. Non dobbiamo escludere dal nostro affetto neppure i nostri nemici e i nostri persecutori: « Amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; il quale fa spuntare il suo sole sui buoni e sui cattivi » (S. Mattr. V, 16).

Ripensando dunque alla nostra incorporazione a Cristo e quindi alla nostra filiazione divina, ci riesce facile rendere soprannaturali tutte le nostre relazioni col prossimo; tutte allora diventano occasione di progredire nell’amore di Nostro Signore. Amare il prossimo come membro di Cristo è amare lo stesso Cristo; rendere servizio al prossimo è rendere servizio a Gesù, servizio che ci sarà un dì centuplicatamente ricompensato. A questo modo, come bene osserva san Tommaso, noi amiamo i giusti perché Dio vive in loro, e quelli che non sono giusti affinché Dio viva in loro. Ora amare Dio e il prossimo è un adempiere tutta la legge, è un vivere il Vangelo. Tale, dunque, è il programma del Cristiano incorporato a Cristo. La sua vita è quella di Gesù, egli è un Gesù vivente sulla terra, secondo l’espressione di san Paolo: « Vivo non più io, vive in me Gesù Cristo ». Oh! che nobile vita è mai questa, è una vita divina, è, come vedremo, una partecipazione alla vita di Dio.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (6)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. BENEDETTO XIV: “APOSTOLICA CONSTITUTIO”


In questa lettera, scritta in preparazione del Giubileo imminente del 1750, si compendia tutta una serie di documenti ecclesiastici, patristici, pastorali di grande interesse culturale e spirituale. Benedetto XIV, dotto e profondo conoscitore della dottrina e della scienza ecclesiastica, offre un quadro della materia decisamente completo sia da un punto di vista teorico, che pratico per prelati e fedeli. Osservare come tali preparativi venivano allestiti con meticolosa attenzione, ci fa capire il grande spirito di fede che animava i Pontefici della Chiesa Cattolica, spirito non fine a se stesso ma con risvolti praticissimi per le anime di religiosi e di fedeli. Facile sarebbe oggi paragonare le feste da baraccone e gli spettacoli blasfemi e sacrileghi che si susseguono – in tutte le non-diocesi dell’orbe modernista – dall’avvento degli antipapi dal 1958 ad oggi, negli pseudo e falsi anni santi improntati a culti anticristiani, di stile massonico, esoterico e pagano appena velati da un cristianesimo di facciata e svuotati da ogni contenuto penitenziale e spiritualizzante … Pachamama docet. I serpenti, le vipere si sono infiltrate in tutti gli ambienti clericali e sociali e stanno avvelenando non solo le anime, create a somiglianza di Dio e riscattate dal sangue prezioso di Cristo, di mortifero e pestilenziale tanfo infernale, ma pure le menti con la corruzione contronatura dei costumi, ed oggi anche il corpo con pseudo presidi terapeutici vettori di peptidi estratti e sequenziati per produrre miasmi ofidici al pari dei cobra o dei bungari cinesi. Ma il serpente, ovunque infiltrato, ha il suo destino già segnato: il calcagno della Vergine Maria ne schiaccerà il capo ed infine sarà sprofondato nello stagno di fuoco con i falsi profeti – i falsi sacerdoti delle sette – e le bestie del mare e della terra – tutte le conventicole massoniche a mondialiste. Ma riviviamo, almeno con la mente, la preparazione ad un vero Anno Santo Cattolico con spirito di penitenza e di ritorno sincero a Dio ed al vero Cristianesimo.

Benedetto XIV
Apostolica constitutio

1. La Nostra Apostolica Costituzione, con la quale abbiamo annunciato ai fedeli di Cristo la solennità dell’Anno Santo, contiene un invito ad un devoto pellegrinaggio, che è un’opera additata da Dio nel Vecchio Testamento, praticata e frequentata nei primi secoli della Chiesa verso i luoghi santi di Gerusalemme, praticata in ogni tempo con molta assiduità anche da Re e Monarchi verso i luoghi santi di questa nostra alma Città, e specialmente verso i Sepolcri dei santi Apostoli Pietro e Paolo: opera infine che, impugnata dagli eretici, è stata con molta ragione ed energia sostenuta e difesa dai nostri Controversisti, e che ben diretta e governata dai Prelati di Santa Chiesa, può servire e serve di edificazione a tutti coloro che, con animo pacato, la considerano nella sua vera realtà, e nei veri limiti nei quali deve essere ristretta.

2. Iddio ordinò che tutti i figli d’Israele tre volte l’anno facessero un devoto pellegrinaggio per visitare il Tabernacolo, ossia il Tempio del Signore: “Tre volte all’anno tutto il tuo popolo di sesso maschile apparirà al cospetto del Signore Dio tuo nel luogo che avrà scelto, nella solennità degli azzimi, nella solennità del Settimo Giorno, nella solennità dei Tabernacoli“, come si legge nel Deuteronomio (Dt XVI,16). Elcana e sua moglie Anna adempirono puntualmente il precetto, come si legge nel libro 1 dei Re (1Sam 1,13). Il nostro amatissimo Redentore con la beata Vergine sua Madre e il suo padre putativo San Giuseppe si recò al Tempio, come leggiamo nel Vangelo di Luca (cf. Lc 2,22). E affinché il Tempio edificato da Salomone fosse frequentato da tutte le genti, lo stesso Salomone non mancò di pregare Dio affinché esaudisse anche le preghiere dei forestieri che non appartenevano al popolo d’Israele e che da pellegrini fossero venuti a visitarlo: “Inoltre il forestiero che non appartiene al tuo popolo d’Israele verrà da terra lontana in tuo nome (infatti il tuo nome insigne sarà udito ovunque, e così pure la tua mano forte e il tuo braccio esteso); allora tu dal cielo, nel firmamento ove tu dimori, esaudirai e farai ogni cosa che da te avrà invocato il forestiero“: così si legge nel libro 3 dei Re (1Re 8,41-43).

3. Celebre è la testimonianza di Eusebio nella Storia Ecclesiastica (lib. 6, cap. 11), in cui riferisce il devoto ingresso di Sant’Alessandro, Vescovo di Cappadocia, in Gerusalemme per vedere e pregare nei luoghi santi: “Avvertito da un divino oracolo, Alessandro partì dalla Cappadocia (dove era stato ordinato Vescovo) e giunse a Gerusalemme, sia per pregare, sia per visitare i luoghi sacri“;e più che celebre in proposito è la testimonianza di San Girolamo: “Ora sarebbe lungo trascorrere anno per anno, dall’Ascensione del Signore fino all’età presente, enumerando i Vescovi, i Martiri, i sapienti nella dottrina Cristiana che vennero a Gerusalemme, convinti di essere meno religiosi, meno sapienti e, come si dice, di non aver raggiunto la pienezza delle virtù se non avessero adorato Cristo in quei luoghi ove il primo Vangelo balenò dal patibolo” (Lettera 44).

4. Non prenderemo qui l’impegno di riferire le frequenti visite dei Re, dei Vescovi e dei Prelati della Chiesa e di tutti i fedeli e i continui pellegrinaggi per visitare le tombe degli Apostoli, essendo già stata esaurita la materia in tutto e per tutto da alcuni celebri eruditi, cioè da Onofrio Panvinio nel suo trattato De præstantia Basilicæ Vaticanæ, che tuttora si conserva manoscritto nell’Archivio del Capitolo della Basilica Vaticana e che Noi più volte abbiamo letto quando in minoribus eravamo Canonico di detta Chiesa e Archivista di detto Archivio; da Giacomo Gretser nel tomo 4 della nuova edizione delle sue Opere (libro 2, De sacris Peregrinationibus, cap. 12 e ss.); dal Coccio, nel Tesoro Cattolico (libro 5, cap. 17); da Stanislao Hosio nel cap. De Caeremoniis quae desumuntur a loco;da Rutilio Benzonio De Anno Sancti Jubilæi (lib. 6, cap. I ss.); dal Dresselio nelle sue Opere stampate in Monaco (tomo 13, § I, cap. 7, p. 126 e ss.); e recentemente dal Trombelli, De cultu Sanctorum (tomo I, part. 2, cap. 46 e ss.). Richiameremo tuttavia la formula di Marculfo Monaco, che visse nel secolo VII, e che dai predetti non è citata; in essa si contiene la commendatizia rivolta al Papa ed ai Vescovi a favore di coloro che si accingevano al pellegrinaggio verso Roma per visitare le tombe dei Santi Apostoli. Tale formula si trova nel lib. 2, cap. 49: “Questo viandante, infiammato di luce divina, non per diporto, come è costume dei più (o come altri leggono) per amore di vagabondaggio, ma in nome del Signore, incurante dell’arduo e faticoso cammino, desiderando di visitare le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo per lucrarne una preghiera, chiese alla mia pochezza di essere raccomandato alla vostra benignità” (Marculfo, lib. 2, cap. 49). San Giovanni Crisostomo nel libro Quod Christus sit Deus delle sue Opere (pubblicate a Parigi nel 1718, tomo I, n. 9, p. 570) così scrive in proposito: “Nella regale città di Roma, prescindendo da tutti gli altri, Imperatori, Consoli, Condottieri di Eserciti accorrono al sepolcro del Pescatore e tessitore di reti. Dell’Imperatore Carlo Magno scrive Eginardo: nello spazio di quarantasette anni egli venne a Roma, tratto dalla devozione: “Carlo Magno in quarantasette anni quattro volte si recò a Roma per sciogliere voti e per pregare. Il Pontefice Nicolò I, che visse nel secolo nono, rende un’ampia testimonianza del concorso dei fedeli venuti a Roma per venerare le ceneri dell’Apostolo Pietro. Nella sua lettera 9 all’Imperatore Michele scrive: “Molte migliaia di uomini provenienti da ogni regione della terra si affidano ogni giorno alla protezione e all’intercessione di San Pietro, Principe degli Apostoli, e si propongono di rimanere presso il suo Sepolcro fino alla fine della propria vita in quanto (oltre al fatto che distingue la Chiesa Cattolica, vaso calato dal cielo in cui sono mostrati allo stesso San Pietro, tutte le creature viventi) anche di per se stessa la città dei Romani, presso la quale si venera continuamente la presenza corporale dello stesso Apostolo, si riconosce quale vaso di tutte le genti viventi (quelle che si intendono spiritualmente creature umane)”.

5. Per ciò che riguarda o i nostri Controversisti, che contro gli Eretici hanno ben sostenuto la difesa delle devote peregrinazioni ai luoghi santi, o le regole dei Prelati della Chiesa per ben governarle e liberarle da tutti gl’inconvenienti, Noi, che non intendiamo fare un trattato o una dissertazione, ci rimettiamo a quanto scrisse Giona, Vescovo di Orléans, autore del nono secolo, contro Claudio di Torino che, nemico delle sacre immagini, era per conseguenza anche nemico dei più devoti pellegrinaggi. Ci rimettiamo alla celebre Orazione di Egidio Carlerio, decano della Chiesa di Cambrai, fatta in Basilea contro gli errori di Nicolò Taborita, stampata nel tomo 8 degli Atti dei Concili i dell’Arduino, p. 1796 e seguenti, ove con profonda dottrina scioglie gli equivoci opposti dal suo contraddittore contro i devoti pellegrinaggi; ed a quanto si legge nel Concilio Cabilonense tenuto l’anno 813, cap. 45, e più diffusamente nel Concilio Bituricense tenuto l’anno 1584, tomo 10 della citata Collezione dell’Arduino, p. 1466 e seguenti, ove sono registrati alcuni Canoni precisi per eliminare gl’inconvenienti dai sacri e devoti pellegrinaggi; oltre ciò che a tal proposito si ritrova esattamente raccolto da Lorenzo Bochelli nei Decreti della Chiesa Gallicana (lib. 4, tit. 14, De peregrinationibus).

6. Né a Noi sono ignoti i due opuscoli di San Gregorio Nisseno, uno intitolato De iis qui adeunt Hierosolymam, e l’altro indirizzato ad Eustasia, Ambrosia e Basilissa, che sono nel tomo 3 delle Opere del Santo Dottore (Parigi 1638, p. 651), sul fondamento dei quali si appoggiano coloro che non sono della nostra comunione per screditare ed impugnare i devoti pellegrinaggi. Tanto meno Ci è ignota la grave controversia esistente fra gli eruditi sulla attribuzione di dette opere a San Gregorio: controversia nella quale il Lippomano, il Baronio, Natale Alessandro, il Tillemont, il Ceillier sono del parere che dette opere siano del Santo Dottore; di ciò però dubita il Cardinale Bellarmino. Con molta autorità ed impegno il Grester sostiene che esse sono apocrife, come può leggersi nelle profonde ed erudite note da lui pubblicate sulle stesse opere ed inserite nel citato tomo 3 delle Opere di San Gregorio Nisseno (p. 71 e ss.). Ma Ci sembra di potere con tutta ragione far presente che, quand’anche le Opere siano del Santo; quand’anche in esse, com’è vero, molto si esageri circa gl’inconvenienti che si verificavano nei pellegrinaggi a Gerusalemme; quand’anche, com’è vero, s’impugni gagliardamente la massima spacciata falsamente da alcuni, secondo la quale le accennate peregrinazioni fossero necessarie per l’eterna salute, la quale non si poteva ottenere senza di esse, ciò non contraddice affatto al nostro assunto in cui sosteniamo non la necessità, ma l’utilità delle opere predette. Non ci facciamo difensori degl’inconvenienti, ma, come si vedrà in seguito, ne andiamo additando e procurando i rimedi. Non è poi necessario che si accolgano con assoluto rigore le gagliarde espressioni del Santo Dottore contro i pellegrinaggi a Gerusalemme, sia perché si vede manifestamente che traggono origine dai frequenti scandali che andavano verificandosi, sia perché il parere di un singolo, benché santo e celebratissimo Dottore, deve in ogni caso cedere al sentimento della Chiesa ed al comune parere contrario degli altri, che fra le opere cristiane pie e devote annoverano i sacri pellegrinaggi quando siano fatti nelle dovute forme.

7. Questo Nostro invito comprende i Vescovi, Nostri Venerabili Fratelli, purché la loro salute fisica lo permetta e purché la cura delle anime loro affidate non riceva danno dalla loro assenza. Si ricordino che la maggior parte dei loro Predecessori, almeno di quelli che non erano tanto lontani da Roma, venivano ogni anno alla Città Santa per celebrare unitamente con il Papa la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, come si legge nelle lettere 13 e 16 di San Paolino. L’invito comprende anche i Sacerdoti e gli altri del Clero, purché vengano, com’è doveroso, con le autorizzazioni dei loro Vescovi: legge che non è inventata da Noi, ma assai antica, come si evince dal Canone 41 e dal Canone 42 del Concilio Laodiceno, tenuto l’anno 372, come si legge nel tomo I della Collezione dell’Arduino (pp. 789 e 790). Il Nostro invito comprende i Regolari, purché abbiano le opportune licenze dei loro Superiori, che esortiamo ad usare ogni avvedutezza nel concederle. Comprende i Laici, purché intraprendano il viaggio dopo aver consultato o il Parroco o il Confessore, che nel dare il suo consiglio dovrà tener presente la comune massima degli autori spiegata da Teofilo Raynaudo, nel trattato intitolato Heteroclita spiritualia: “Il pellegrinaggio – così il Raynaudo – è opera di supererogazione, e riguarda il culto volontario, che non ha attinenza con l’esercizio di virtù, quando sia da praticare per obbligo. Così il marito, che è costretto per vincolo di matrimonio ad essere unito alla moglie, farà peccato se, contro l’opposizione della moglie, affronterà un lungo pellegrinaggio lasciandola a casa. Pertanto, quand’anche la moglie consentisse, tuttavia il lungo pellegrinaggio potrebbe ridurre la colpevolezza del marito se, per quella assenza, in uno dei coniugi fosse presente il verosimile pericolo di perdere la virtù. In base a questo principio, giustamente apparirebbe anomalo il pellegrinaggio del padre di famiglia il quale, essendo necessario in casa per il sostegno della famiglia dovendo lavorare e risparmiare per i suoi, volesse tuttavia allontanarsi da casa e visitare ora l’uno, ora l’altro sacro monumento. Altrettanto dicasi di colui che, oberato dai debiti e non avendo altro modo di pagarli se non rimanendo e lavorando in qualche luogo, scegliesse tuttavia di vistare i luoghi santi” (T. Raynaudo, Opere, tomo 15, n. 13, p. 217). È nota a tutti l’Indulgenza plenaria concessa da Urbano II nel Concilio di Chiaromonte a chi, assumendo la Croce, assumeva la milizia per recuperare la Terra Santa: “A chiunque, per sola devozione e non per procacciarsi onore o danaro, sarà andato a Gerusalemme per liberare la Chiesa di Dio, quel cammino sia riconosciuto quale severa penitenzaCosì si legge nel detto Concilio tenuto l’anno 1095, nel tomo 10 dei Concili i del Labbè. San Tommaso propone la questione “Se l’uomo possa portare la Croce qualora sia sospettato di intemperanza” e, proseguendo con i principi sopra enunciati, così conclude: “All’uomo compete di necessità portare la Croce della moglie, poiché l’uomo predomina sulla moglie. Ma quando riceva la Croce per passare il mare, soggiace alla propria volontà. Perciò, se la moglie, per qualche impedimento, non può seguirlo e lo si sospetti d’incontinenza, non gli si deve chiedere di prendere la Croce e di abbandonare la moglie: diverso è il caso se la moglie volontariamente s’impegna alla continenza, o voglia e possa seguire il suo sposo” (Quodlibet, 4, art. II). – I devoti pellegrinaggi di Sant’Elena ai luoghi santi, riferiti da Sant’Ambrogio; di Eudosia, moglie di Teodosio juniore a Gerusalemme, descritti da Socrate; di Paola, nobile romana, in Terra Santa, riferiti da San Girolamo; di Santa Brigida a Compostella e a Roma per visitare i sepolcri degli Apostoli Pietro e Paolo; tanti altri lodevoli esempi di donne di rango elevato ed anche poverette e miserabili, veduti da Noi nel corso della lunga dimora che abbiamo compiuta in Roma durante il servizio da Noi prestato alla Sede Apostolica, Ci inducono a non escludere dal nostro invito le donne non costrette alla clausura. All’invito uniamo però l’avvertimento, che crediamo molto necessario, cioè che da tutti coloro cui spetta vegliare sul buon costume non si tralasci alcun provvedimento per opporsi agli inconvenienti che possono derivare dall’età delle pellegrine, dalla compagnia nel loro viaggio, dalla mescolanza con persone d’altro sesso e, particolarmente quando esse, essendo maritate, non hanno la compagnia dei loro mariti e, in difetto dei mariti, la custodia dei fratelli o di altri loro congiunti in grado tale di parentela che escluda ogni sospetto e porti seco ogni dovuta custodia.

8. È nostro obbligo esporre il motivo e la ragione ultima del nostro invito, ma ciò non possiamo fare in modo adeguato se non premettiamo alcune notizie dedotte dai Padri ed altre dalla Storia Ecclesiastica. San Giovanni Crisostomo nell’Omelia 32 sopra l’Epistola ai Romani (tomo 9 della citata edizione, p. 757), dichiarò di voler bene a Roma e di poterla lodare per la grandezza, antichità, bellezza, partecipazione del popolo, ricchezze e vittorie ottenute in guerra: “Per questi motivi – dice il Santo Dottore – prediligo Roma anche se posso lodarla vivendo altrove: per la grandezza, l’antichità, la frequenza del popolo, la potenza, la ricchezza, le audaci imprese guerrescheEgli aggiunse che amava e stimava Roma e che sommamente desiderava venirvi per poter venerare i sepolcri dei Santi Apostoli Pietro e Paolo: “Ma a parte tutti questi pregi, considero beata tale Città perché Paolo in vita sua scrisse ai Romani e li amò assai, e di persona rivolse loro la propria parola e in Roma concluse la sua vita: perciò la cittadinanza ne ha tratto fama maggiore che da ogni altro pregio; e a similitudine di un corpo grande e robusto, l’Urbe ha due occhi splendenti, ossia i corpi di quei Santi. Non splende altrettanto il cielo quando il sole emette i suoi raggi, come l’Urbe dei Romani che possiede quei due splendori che mandano luce in tutto il mondo“. Il Santo Dottore proseguì ed espresse l’acceso desiderio di prestare i dovuti atti di venerazione ai sepolcri dei due Santi Apostoli: “Chi ora mi concederà di abbracciare il corpo di Paolo, di stringermi al suo sepolcro, di vedere la polvere del suo Corpo (che mancava a Cristo), che portava le stigmate e diffondeva ovunque la predicazione?“. E poco dopo: “Vorrei vedere il sepolcro dove giacciono le armi della giustizia, le armi della luce, le membra ora viventi, che erano morte quando egli viveva e nelle quali viveva Cristo; le membra di Cristo che erano crocifisse dal mondo e che vestivano Cristo, tempio dello Spirito, edificio santo, che erano avvinte allo Spirito, che erano penetrate dal timore di Dio, che avevano le stigmate di Cristo. Questo Corpo quasi cinge di mura quella Città ed è più protettivo di ogni torre e di innumerevoli baluardi; e inoltre onorò anche il Corpo di Pietro, quando era ancora in vita: sali – disse – a vedere Pietro“.

9. Seguendo le orme di San Giovanni Crisostomo diremo che questa Nostra Città di Roma è degna di essere veduta per la grandezza delle fabbriche, per la sontuosità degli edifici: ma non devono essere queste cose o cose simili l’oggetto del nostro invito. Diremo che essa deve principalmente essere lodata e ammirata in quanto è la Sede della Religione Cattolica e centro dell’unità; in essa si vedono i vivi contrassegni della estinta idolatria, che ivi aveva a lungo trionfato. – Agli eruditi è noto l’assunto di Pietro Angelo Bargeo nella sua celebre lettera De privatorum publicorumque aedificiorum Urbis Romæ eversoribus, nella quale pretende di dimostrare che le sontuose fabbriche dei Teatri, delle Terme, dei Templi, delle innumerevoli statue degl’Idoli non erano state rovinate dai Barbari, dai Goti, dai Vandali e da gente simile, ma dai Romani Pontefici e specialmente da San Gregorio Magno e dai pii fedeli impegnati ad eliminare ogni incentivo all’idolatria ed ogni memoria di essa. Ma indipendentemente da quanto scrisse il citato Bargeo, non è mancato ai giorni nostri chi con molta fatica ha composto un trattato sui reperti pagani e profani trasportati ad uso ed ornamento delle Chiese. In esso ha dettagliatamente enumerato le Chiese che ancor oggi si vedono in Roma costruite sulle rovine dei templi pagani. Diremo infine che il Nostro invito è indirizzato ad un pellegrinaggio religioso, alla devota visita dei Sepolcri dei Santi Apostoli Pietro e Paolo: visita che San Giovanni Crisostomo, come sopra detto, sospirava di compiere ma mai ebbe il modo di fare.

10. Qui però non terminano i motivi del nostro invito. È noto a ciascuno ciò che accadde nel 1300, allorché nacque all’improvviso una pubblica voce, sparsa non solo in Roma ma in molte parti del mondo, che ogni cento anni vi sarebbe stata una plenaria ed ampia Indulgenza a chi visitava i Sepolcri degli Apostoli, e che appunto in quell’anno 1300 cadeva il centesimo. Il Pontefice Bonifacio VIII, dopo aver esperito diligenti ricerche, pubblicò la celeberrima Costituzione che comincia antiquorum habet fida relatio, in cui concesse la plenaria Indulgenza a chi pentito e confessato visitasse, se fosse forestiero, quindici volte (ed essendo Romano trenta volte) le Basiliche dei Santi Pietro e Paolo e stabilì che si perpetuasse ogni cento anni la stessa plenaria Indulgenza nel modo sopraindicato. – Tutta la vicenda è fedelmente riferita da Giacomo Gaetano, Diacono Cardinale di San Giorgio in Velabro, nipote dello stesso Bonifacio VIII, pubblicata nel tomo 25 della Bibliotheca Maxima Patrum (edita a Lione, alle pp. 937 e ss.). – È pure noto che il termine di cento anni fu ridotto a cinquanta da Clemente VI, a trentatré da Urbano VI e a venticinque da Paolo II, e che il predetto Clemente VI aggiunse alla visita delle due Basiliche di San Pietro e di San Paolo quella alla Lateranense; Urbano VI, alle predette tre aggiunse la visita alla quarta Basilica: quella di Santa Maria Maggiore. Noi, nella Nostra Costituzione, ci siamo conformati alla disciplina che abbiamo veduta già introdotta, sia per quanto si riferisce alle Chiese da visitare, sia quanto al numero delle visite e alle opere da compiersi per conseguire il santo tesoro dell’Indulgenza plenaria. Non vi abbiamo aggiunto altro che l’obbligo di dover ricevere la Sacra Eucaristia. Questo è il vero oggetto del Nostro invito: il pellegrinaggio e le visite delle Chiese ed ogni altra opera suggerita, fatta a dovere, sono non solo convenienti, ma necessari. – Ciò premesso, usiamo le stesse parole con le quali Agostino Valerio, vigilantissimo Vescovo della Chiesa di Verona e poi degno Cardinale della Santa Romana Chiesa, si rivolse nella Lettera Pastorale indirizzata nel 1574 a tutti i fedeli della sua Città e Diocesi in vista del Giubileo dell’Anno Santo che nell’anno successivo fu celebrato da Gregorio XIII: “Fratelli, vi chiama lo Spirito Santo a Roma per il prossimo anno del Giubileo. V’invita il tesoro che vi è proposto. Io vi esorto tutti a non mancare ed a vestirvi della stola dell’allegrezza, perpetua compagna della buona coscienza, affinché, ritornati da questo santo viaggio, santificati in quest’Anno Santo, possiate servire il Signore Iddio meglio di quanto abbiate fatto finora“.

11. Compiacetevi anche che facciamo uso delle Lettere Pastorali del Santo Carlo Borromeo, illustrissimo Arcivescovo di Milano, pubblicate in lingua italiana, per comodo del suo popolo, una il 10 settembre 1574, l’anno prima del Giubileo celebrato da Gregorio XIII: “Dilettissimi figli, non è dunque da perdere l’occasione di tanto spirituale guadagno. Non vogliate, vi preghiamo, per timore e rispetto di un poco di fatica corporale, privarvi di tanto bene. Considerate la diligenza e la sollecitudine vostra negli acquisti e nei guadagni terreni, per i quali vi esponete a lunghi e pericolosi viaggi, né temete disagi ed incomodi, né vi spaventate della fatica che si presenta. Sforzatevi di fare per l’anima vostra quel che fate per il corpo, poiché per ricevere la remissione di un debito di cose temporali, molti di voi non temerebbero d’intraprendere un viaggio maggiore di questo, il quale vi serve per ricevere la remissione di tanti debiti spirituali. Dovete, figli amatissimi, per questa causa, la quale importa tanto all’anima vostra, muovervi con gran desiderio, e pietà veramente Cristiana, a fare questo santo pellegrinaggio, al quale vi accenderà anche sommamente l’esempio dell’antica devozione che in passato mostrarono i fedeli, Popoli e Principi“. – L’altra Lettera Pastorale fu pubblicata nel 1576, cioè l’anno dopo quello del Giubileo celebrato in Roma, allorché, secondo il solito, il Sommo Pontefice trasmise a Milano l’Indulgenza per coloro che non erano venuti a Roma l’anno precedente. Ecco le parole del Santo: “Sapete quanto abbiamo desiderato, l’anno passato, che non ci fosse nessuno di voi il quale, per qualsivoglia occupazione e impedimento, si scusasse di compiere quel santo viaggio di Roma, ma che tutti poteste andare ad arricchirvi spiritualmente e che faceste questo speciale riconoscimento verso la Santa Romana Chiesa, comune Madre nostra, andando di persona a ricevere di presenza queste sante benedizioni Apostoliche ed a visitare i Sacri Corpi dei gloriosi Apostoli San Pietro e San Paolo ed altre Sante Reliquie; a visitare quelle antiche e devote Chiese, quella Terra Santa, tutta cosparsa e consacrata col sangue d’innumerevoli Martiri, dove, per questo e per molti altri misteri e devotissime memorie, e per i favori speciali che Iddio fa a quel luogo dove ha collocato per sempre la Cattedra di San Pietro, l’infallibilità della Fede Cattolica, il magistero dei costumi cristiani, pare che la terra stessa, i muri sacri, gli Altari, le Chiese, i Cimiteri dei Martiri ed ogni cosa spiri devozione particolare, la quale tocca quasi sensibilmente chi visita quei santi luoghi con la necessaria disposizione. Pertanto vi abbiamo a ciò molte volte esortato con parole, eccitato con lettere ed infine invitato anche con l’esempio del viaggio nostro, riconoscendo nostro obbligo di andare avanti a voi e di esservi guida anche in questa occasione.

12. Qui pensavamo che potesse terminare questa nostra Lettera Enciclica, ma riconosciamo d’esserci ingannati. I Padri del Concilio Cabilonense secondo, tenuto l’anno 813 (Collezione d’Arduino, tomo 4, p 1039, can. 45), rappresentano alcuni inconvenienti che si erano verificati nei loro tempi e che purtroppo ancora oggi si potrebbero ripetere. “Coloro che col pretesto di pregare si recano incautamente in pellegrinaggio a Roma o a Tours o in qualche altro luogo – reca il Canone – commettono un grave errore. Vi sono Presbiteri, Diaconi e altri appartenenti al Clero che vivono disordinatamente e pensano in tal modo di emendarsi dai loro peccati e di adempiere al loro ministero se raggiungono i luoghi predetti. Vi sono nondimeno dei laici i quali credono di poter impunemente peccare o aver peccato in quanto frequentano questi luoghi. Sono talmente stolti da ritenere di purgarsi dei propri peccati con la sola visita ai luoghi santi. – Di altri disordini verificatisi nei secoli successivi parla l’Abate Alberto Stadense nella sua Cronaca: “A fatica vidi alcuni (o piuttosto mai) che tornassero migliori o da terre d’oltremare o dalle tombe dei Santi“.I Padri Cabilonensi non omettono d’indicare il rimedio. Ecco le loro parole: “Coloro che confessarono i loro peccati ai Sacerdoti delle loro Parrocchie e da questi ricevettero il consiglio di fare penitenza, se insistendo nelle preghiere, elargendo elemosine, migliorando la vita, regolando i costumi, desiderano visitare le tombe degli Apostoli o di Altri Santi, si deve mettere alla prova in tutti i modi la loro devozione“. L’Abate Stadense non nasconde i rimedi: “Ritengo che ciò dipenda dal fatto che i pellegrini non vanno né ritornano con la dovuta devozione; dovrebbero infatti partire con lo stesso pensiero come se stessero per emigrare da questa vita“. Noi mancheremmo al Nostro Apostolico ministero se, edotti di tale esempio, non operassimo per togliere di mezzo ogni male e per stabilire tutte quelle cose che sono necessarie per conseguire il frutto dell’Indulgenza.

13. Com’è noto ad ognuno, fra la pubblicazione della Bolla dell’Anno Santo che si fa in Roma ed il principio del Sacro Giubileo corre lo spazio di alcuni mesi, non aprendosi la Porta Santa, giusta l’antico stile, che nella vigilia del Natale dell’anno che precede l’Anno Santo. Non intendiamo perdere il suddetto tempo intermedio. Di esso Ci avvaliamo per far fare in varie parti della Città di Roma le Missioni, dell’utilità delle quali abbiamo abbastanza ragionato nei nostri Editti Pastorali dati alle stampe quando eravamo residenti nella nostra Chiesa Arcivescovile di Bologna, e che poi sono stati anche tradotti e pubblicati in lingua latina. Esortiamo i Missionari a spiegare al popolo in forma di Catechismo le verità cattoliche sulle sacre Indulgenze e sul Giubileo Universale, senza entrare in dispute particolari o di teologia polemica o di teologia morale. Al popolo fedele dovrà bastare di conoscere bene come avvalersi del Sacramento della Penitenza e come essere liberato della colpa e della pena eterna; ma non sempre, anzi rare volte, la pena temporale da soddisfare in questa vita o nell’altra del Purgatorio viene rimessa, come si vede nel sacro Concilio di Trento (can. 30 cap. 14, sess. 6) e nel can. 30 della stessa Sessione sotto il titolo De justificatione, secondo il quale si trova nella Chiesa un inesausto tesoro composto della sovrabbondanza dei meriti di Cristo e dei Santi. La loro disponibilità è stata affidata da Gesù Cristo al suo Vicario in terra, che è il Romano Pontefice, il quale può farne più ristretta o più larga applicazione, concorrendovi giuste e legittime cause, a favore dei vivi attraverso l’assoluzione o a favore dei morti attraverso il suffragio, purché i primi abbiano conseguito con la penitenza la rimozione del peccato e della pena eterna, ed i secondi siano passati da questa all’altra vita in grazia del Signore. Detta applicazione, quella che chiamiamo Indulgenza, conseguita nelle dovute forme libera dalla pena temporale a misura della concessione e dell’applicazione che si fa da chi ha l’autorità di concedere, di dispensare e di applicare. Ciò si legge nelle Costituzioni dei Sommi Pontefici e nella famosa Decretale del nostro Predecessore Leone X al Cardinale Tommaso de Vio, detto Gaetano, quand’era Legato Apostolico in Germania: cioè essere molto utile al popolo Cristiano l’uso delle Indulgenze, e pertanto sono da colpire con anatema tutti coloro che osano dire che esse sono inutili o che la Chiesa non ha il potere di concederle, come si legge nel Sacro Concilio di Trento (sess. 25 nel Decreto De Indulgentiis):essere infine l’Indulgenza dell’Anno Santo Indulgenza Plenaria, e si distingue dalle altre Plenarie Indulgenze, anche date per modo di Giubileo, per la maggiore ampiezza che si dà ai Confessori di assolvere dai peccati e di sciogliere con la benignità delle dispense alcuni legami nei quali talvolta le coscienze si trovano irretite.

14. Tralasciando le altre Apostoliche Costituzioni dei Sommi Pontefici, ovvie per tutti, Noi citeremo quella promulgata da Leone X: “Con la presente Lettera ritenemmo di doverti dire che la Chiesa Romana (che le altre Chiese sono tenute a seguire come una Madre) raccomanda che il Romano Pontefice, detentore delle chiavi e successore di Pietro, Vicario in terra di Gesù Cristo, col potere delle chiavi che hanno facoltà di aprire il Regno dei Cieli, togliendo nei fedeli di Cristo ogni impedimento, cioè la colpa e la pena dovuta per i peccati attuali: la colpa mediante il Sacramento della Penitenza, la pena temporale per i peccati attuali (dovuta secondo la giustizia Divina) mediante l’Indulgenza Ecclesiastica possa per motivi ragionevoli concedere l’Indulgenza agli stessi Cristiani (che per vincolo di carità sono membra di Cristo), sia che essi si trovino in questa vita, sia in Purgatorio, per la sovrabbondanza dei meriti di Cristo e dei Santi, tanto a beneficio dei vivi, quanto a pro dei defunti. Con Apostolica autorità, concedendo l’Indulgenza, può dispensare il tesoro dei meriti di Gesù Cristo e dei Santi; può applicare l’Indulgenza in forma di assoluzione o trasferirla ai defunti in forma di suffragio; perciò tutti i vivi e i defunti che avranno veramente conseguito tutte le Indulgenze in tal modo, saranno liberati da tanta pena temporale (dovuta per i loro peccati attuali, secondo la giustizia Divina) quanta equivale alla concessa e acquisita Indulgenza. Pertanto, con autorità Apostolica, decidemmo che tutti debbano così regolarsi e predicare.

15. Ciò può bastare per il popolo, per quel tanto che deve sapere in materia di Indulgenze. Ma affinché si prepari a conseguirne il frutto, è necessario che i Missionari vadano oltre. Animati di zelo Apostolico, inveiscano contro le corruttele del secolo purtroppo pubbliche e notorie, memori delle parole d’Isaia: “Grida, non smettere; esalta la tua voce come una tromba e annuncia al mio popolo le sue scelleratezze e alla stirpe di Giacobbe i suoi peccati” (Is 58,1). Predichino la necessità della Penitenza, la perdita irreparabile dell’anima se non fanno penitenza dei loro peccati, tenendo presenti le parole di Gesù Cristo in San Luca: “Se non farete penitenza, perirete tutti insieme” (Lc 13,5). Entrino mallevadori della Divina misericordia a favore di coloro che abbandoneranno le antiche costumanze di vita, e si faranno un cuore nuovo ed uno spirito nuovo. Abbiano davanti agli occhi le parole del Signore in Ezechiele: “Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità e sarete senza peccato in morte. Ripudiate le prevaricazioni nelle quali siete incorsi e rinnovatevi nel cuore e nello spirito, perché – dice il Signore Iddio – non voglio la morte del morente; ritornate e vivete” (Ez 18,30-32); e: “Io vivo – dice il Signore Iddio – non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio abbandoni la sua strada, e viva” (Ez 33,11).

16. Dalla virtù della Penitenza i Missionari passino al Sacramento, e coni più fervidi inviti non cessino d’indurre chi li ascolta a prepararsi all’Anno Santo con una fruttuosa Confessione. S’insegni a farla bene; si faccia vedere la necessità di confessare le passate malefatte; si adopri ogni diligenza per indurre anche chi non pensa d’avere necessità di confessare le antiche colpe, a farne una generale. “Non sia lecito confessare una seconda volta gli stessi peccati per necessità, tuttavia consideriamo salutare che sia ripetuta la Confessione degli stessi peccati per vergogna, che è gran parte della Penitenza“: sono parole del nostro Predecessore Benedetto XI nella sua Decretale Inter cunctas, de privilegiis, riferite fra le Stravaganti comuni. – Il grande San Carlo Borromeo nei Moniti ai Confessori, che il Nostro Predecessore fece ristampare in Roma per regola e norma dei Confessori, così scrisse: “I Confessori, a seconda del carattere di ciascuna persona e in tempo e luogo opportuno, esortino i penitenti ad una Confessione generale, in modo che attraverso di essa tutta la vita trascorsa si presenti davanti ai loro occhi e con maggiore alacrità ritornino al Signore e si emendino di tutti gli errori in cui potessero essere incorsi in precedenti Confessioni“.

17. Dell’utilità delle predette Confessioni generali parla pure San Francesco di Sales in molti passi delle sue Opere; assai conforme alla sua dolcezza è quello che si legge nella lettera, scritta ad una dama vedova,: “Mi scrive vostro Padre; poiché mi chiede di scrivervi qualche cosa per la salute della sua anima, io lo faccio con molta facilità, forse eccessiva. Il mio consiglio si riduce a due punti: uno, che faccia una Penitenza generale. Questa è una cosa senza la quale nessun uomo d’onore deve morire. L’altro, che a poco a poco si vada distaccando dalle passioni del mondo” (tomo I, ed. parigina del 1669, p. 914, n. 6). – Nella Vita di San Vincenzo de’ Paoli, fondatore della Congregazione della Missione, scritta in italiano, si discorre a lungo del frutto che dalle Confessioni generali si ricava nelle Missioni. Perciò nelle Regole di detto Istituto, approvate dalla Santa Sede, fra gli altri Ministeri si annovera quello delle Confessioni: “Convincere e accogliere le Confessioni generali di tutta la vita trascorsa“. Il Pontefice Urbano VIII, nella sua Bolla Salvatoris nostri con la quale approvò l’Istituto di detta Congregazione, a proposito delle Confessioni generali così aggiunge: “Dal pieno successo di esse appare evidente che questo pio Istituto è graditissimo a Dio, utilissimo agli uomini e assolutamente necessario; in forza di esso, infatti, sebbene da non molto tempo, il raro uso delle Confessioni Sacramentali, anche generali, e della Santissima Eucaristia si è fatto frequente, per grazia di Dio“. – A proposito della preparazione all’Anno Santo, il Nostro Predecessore Innocenzo XII, nella Istruzione che pubblicò dopo l’indizione, riflettendo sui difetti che possono essere occorsi ai penitenti nelle precedenti Confessioni, esortò con le seguenti parole chi pensava di venire a Roma per conseguire l’Indulgenza: “Prima della partenza faccia una valida Confessione generale; si esorti a praticarla in questa occasione per supplire ai difetti che forse può aver commessi nelle precedenti Confessioni“. È convinzione comune dei direttori delle coscienze che la Confessione generale sia molto utile, perché rappresenta l’uomo a se stesso, affinché si umilii; produce un maggior orrore del peccato; procura nuove forze per superare le tentazioni; porta una soavissima pace e tranquillità di coscienza; supplisce a quanto talvolta mancò nelle passate Confessioni.

18. Non ignoriamo che, dovendosi fare semplici ed ordinarie Confessioni, o dovendosi ripetere quelle fatte male, o dovendosi fare Confessioni generali, se le Confessioni non sono ricevute ed intese da Confessori che siano uomini virtuosi, esperti e preparati nelle vere massime della Chiesa, non se ne ricaverà quel frutto che sommamente si desidera. Per tutto il tempo in cui siamo stati alla testa della Chiesa arcivescovile di Bologna, non abbiamo concesso a nessuno la facoltà di confessare se non dopo averlo esaminato Noi stessi, o fatto esaminare da altri alla Nostra presenza, per aver cognizione della sua perizia e dei suoi costumi; né abbiamo mai concesso licenza illimitata di confessare, ma limitata a tempo breve, affinché gli esaminati ed approvati una volta dovessero di nuovo tornare sotto il nostro esame, o da farsi di nuovo alla nostra presenza; il che, quanto era scomodo ai Confessori altrettanto era utile alla buona salute delle anime. Ora che siamo oppressi dal grave peso della Chiesa universale, siamo obbligati ad affidare l’esame dei Confessori di questa Nostra Città di Roma ad altri, che confidiamo non manchino al loro dovere e alla necessaria diligenza. Soltanto una volta all’anno, quando è vicina la Quaresima, non tralasciamo di esprimere i Nostri sentimenti ai Predicatori ed ai Parroci convocati al Nostro cospetto su tutto ciò che crediamo opportuno e necessario per la salute delle anime. Ora poi, che è imminente l’Anno Santo, chiamiamo davanti a Noi tutti i Confessori: ad essi, con tutto lo spirito e con tutta l’energia che abbiamo, inculchiamo le massime seguenti.

19. La prima: che verranno meno al loro dovere, anzi incorreranno in un grave peccato di omissione, coloro che mettendosi a sedere nel Tribunale della Penitenza, senza alcun commento e finita l’esposizione dei peccati, pronunciano l’assoluzione: ciò è troppo contrario alla condotta di un medico esperto, a cui il Confessore viene assomigliato, che deve infondere sulle ferite vino ed olio; deve investigare le circostanze del peccato e del peccatore per potergli dare un opportuno consiglio, in base al quale riceva e consegua la salute dell’anima. “Il Sacerdote sia poi discreto e cauto, così che simile a perito Medico asperga olio e vino sulle ferite altrui, indagando attentamente sulle condizioni del peccatore e del peccato, in modo che saggiamente comprenda quale consiglio dare e quale rimedio debba adottare, facendo diversi tentativi di risanare il malato“: sono parole d’Innocenzo III, Nostro gran Predecessore, nel Concilio generale Lateranense, cap. Omnis utriusque sexus, de paenitentiis et remissionibus.

Il Rituale Romano, confermato con Apostolica Costituzione dall’altro Nostro Predecessore Paolo V sotto il titolo De Sacramento Pænitentiæ, concorda con le parole: “Se il penitente non avrà dichiarato il numero, la specie e le circostanze dei peccati, sia accortamente interrogato dal SacerdoteSe il Confessore sa che dal penitente si commettono alcuni peccati dei quali questi non si accusa, o perché volontariamente inganna se stesso e si lusinga che ciò facendo non commette peccato, il Confessore che ha l’obbligo di preservare l’integrità della Confessione deve con buona maniera richiamare alla sua memoria ciò che tralascia, correggerlo, ammonirlo, inducendolo ad una vera Penitenza. Così si esprime San Bernardino da Siena (tomo 2, ser. 27, art. 2, cap. 3, p. 167) quando propone la questione “Se il Confessore sia tenuto diligentemente a perseguire ed esaminare la coscienza del peccatoreEgli risponde di sì, e dice che ciò si deve fare non soltanto in quelle cose che il penitente tace “o per negligenza o per vergogna“, ma anche in quelle che tace per ignoranza: “Nel caso in cui i peccatori ignorino le cose che appartengono a Dio: perciò se il Confessore avrà udito qualche voce sul penitente o ne verrà a sapere per qualche fondata congettura, dovrà richiamare ciò alla memoria del penitente, dato che si può temere che il penitente ignori per crassa ignoranza che secondo Guglielmo non è una scusante; oppure perché non capisce che quella azione è peccato; infatti, secondo Isidoro, l’ignorante pecca ogni giorno, e non lo sa.

20. La materia è ovvia anche per i Teologi, come si può vedere nei libri di coloro che certamente non possono essere annoverati nel numero dei troppo rigidi. Infatti, non trattandosi ora di qualche jus positivo, da cui sia derivato un disordine noto al Confessore e sconosciuto al penitente, tanto che se fosse notificato a questi ne potrebbe conseguire qualche grave inconveniente; ma trattandosi ora di ignoranza vincibile, di azioni che ognuno dovrebbe sapere essere peccaminose; di cose che se trascurate dal Confessore danno motivo al penitente di continuare nel suo iniquo costume, ed agli altri o di scandalizzarsi o di considerare tali cose come indifferenti (dato che esse sono praticate con molta disinvoltura da coloro che frequentano i Sacramenti della Chiesa), i Teologi sono concordi nell’affermare che il Confessore è obbligato ad interrogare e ad ammonire il penitente, incurante del dispiacere che, ammonendolo, gli darà, e sperando che se forse in quel momento l’ammonizione non sarà del tutto giovevole, lo sarà in futuro con l’aiuto di Dio. – Fra gli autori Domenicani, o seguaci della dottrina di San Tommaso, si può consultare il Soto In quartum Sententiarum (dist. 18, qu. 2, tit. 4); il Silvio In tertiam partem D. Thomae (tomo 4, qu. 9, art. 2, quaest. 7.) Tra i Francescani, seguaci della dottrina di Scoto: il Cardinale de Laurea In quartum librum Sententiarum (tomo 2, De Sacramento Paenitentiae, disp. 21, art. 3, n. 64 e ss.). Fra i Padri della Compagnia di Gesù: il Suarez (in 3, art., D. Thomae,disp. 32, sect. 3 e 4, tomo 4), Teofilo Raynaudo (tomo 16, Heteroclit, Spiritual.,punt. 9, n. 4), Gabriele Antonio (Tractatus de Pænitentia,art. 3, quæst 3). Il Cardinale de Lugo (De Sacramento Pænitentiæ, disp. 22, sess. 2), inveisce con molto zelo contro i Confessori dei Vescovi e dei Principi, che non parlano dei loro pubblici errori, tuttavia i Confessori tacciono, non ammoniscono e danno loro l’assoluzione: “Preciso inoltre che cosa si debba dire dell’obbligo che hanno i Confessori di Prelati, Principi, Governatori e simili, quando vedono o sanno che questi non pagano realmente il loro debito attinente al cumulo dei benefici, all’elezione dei Ministri, al governo dei Sudditi, alle elemosine da farsi con il superfluo delle rendite ecclesiastiche, e ad altre simili questioni. In proposito occorre notare che raramente vengono raggiunti, perché la relativa ignoranza non reca scandalo nei Sudditi, i quali facilmente ritengono lecite le azioni che vedono fare da Prelati e Principi e che non generano con certezza danno comune. Pertanto il Confessore è regolarmente tenuto ad ammonire il Penitente, chiunque egli sia, circa il suo obbligo; né adempie al proprio dovere assolvendo dai peccati che il Penitente dichiara, ma piuttosto assume sulle proprie spalle i peccati e gli errori che il Penitente dissimula: quando un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nell’eterna fossa. Conseguentemente se il Confessore avrà timore della faccia del potente, non assuma l’incarico di Pastore, ma modestamente se ne sottragga come persona poco adatta a portare quel pesoQuesto saggio insegnamento del Cardinale de Lugo non deve essere ristretto ai soli Confessori dei Vescovi, dei Prelati, dei Principi, ma con eguale ragione deve estendersi a tutti coloro che ascoltano i Penitenti, la vita pubblica dei quali non è disgiunta da qualche prossima occasione di peccato, se non proprio negli atti esterni, almeno rispetto ai pravi desideri e ai capricciosi piaceri che improntano la loro vitae dei quali non si accusano.

21. La seconda cosa è che accade spesso che il Confessore, nel suo ministero di confessare, ascolti dal Penitente qualcosa che necessiti di approfondimento; non tiri ad indovinare, ma prima di rispondere prenda tempo e consiglio. Sarebbe desiderabile che ogni Confessore risplendesse di quella dottrina che chiamano eminente, tuttavia è assolutamente necessario che almeno abbia una dottrina competente e sufficiente. Forse non si può sperare di più, dato che la Teologia Morale comprende tante e tali questioni che dipendono dalla conoscenza dei Canoni e delle Costituzioni Apostoliche: è moralmente impossibile che un uomo abbia presente tutto e possa, come suol dirsi, rispondere, seduta stante, a tutto, senza aver bisogno di ricorrere ai libri, come fa chi possiede una dottrina solo sufficiente. – Ciò avverte il Nostro Predecessore Innocenzo IV In commentariis (cap. Cum in cunctis, n. 2, tit. “De electione et electi potestate”)quando scrive: “Consideriamo eccelso quel sapere che sa discutere e definire sottili questioni e trova immediate risposte; è di mediocre intelligenza colui che in qualche modo sa esaminare le questioni, sebbene non sappia poi rispondere a tutte, e colui che sa cercare nei libri quelle verità che è tenuto a conoscere ma che non ha immediatamente chiare. – Perciò il Confessore è costretto nelle questioni dubbie o in quelle delle quali non ha notizia a ricorrere ai libri. Ma non diremo cosa nuova se diremo che nel gran numero degli Scrittori ci sono alcuni che pensano e scrivono in un modo che è del tutto estraneo alla semplicità Evangelica e della dottrina dei Padri. “Molte opinioni tendono ad allentare la disciplina Cristiana e a recar danno alle anime, in parte recuperando antiche dottrine, in parte prospettandone di nuove, in modo da accrescere ogni giorno di più quella estrema licenza di menti dissolute, per cui nelle questioni che riguardano la coscienza ha fatto irruzione un modo di pensare del tutto alieno dalla semplicità Evangelica e dalla dottrina dei Santi Padri. Se in pratica i fedeli seguissero quella licenza come giusta regola, ne deriverebbe una vasta degradazione della vita Cristiana“: sono parole del Nostro Predecessore Alessandro VII, nel suo Decreto del 7 settembre 1665. – Ma senza entrare in alcun dettaglio e nelle inestricabili questioni che si potrebbero sollevare sul credito da attribuire agli autori e alle loro dottrine, ci accontenteremo di dire che il buon Confessore nelle materie dubbie non deve fidarsi della sua privata opinione, ma prima di rispondere non si accontenti di vedere un solo libro, ma ne veda molti: fra questi veda i più rispettabili e poi adotti quella decisione che vedrà più avallata dalla ragione e dall’autorità. Così ci spiegammo nella Nostra Enciclica sopra le usure (che è la n. 143 nel tomo I del Nostro Bollario, par. 8): “Non si richiamino troppo alle loro private opinioni, ma prima di dare una risposta esaminino molti Scrittori fra i più lodati, e quindi ne traggano quei brani che ritengono siano avvalorati vuoi dalla ragione, vuoi dall’autoritàCosì ora ripetiamo, dato che la massima non deve essere ristretta alla sola materia delle usure, ma deve estendersi ad ogni altra cosa che appartenga al foro Sacramentale ed alle regole della coscienza.

22. La terza tiene sempre presente la massima del venerabile Cardinale Bellarmino, secondo la quale “non vi sarebbe tanta inclinazione al peccato se non ci fosse tanta facilità di assolverlo“, nonché le proposizioni condannate dai Nostri Predecessori e particolarmente dal Pontefice Innocenzo XI il 2 marzo 1679, e fra queste la n. 60 e le tre successive relative alla decisione di concedere, negare o differire l’assoluzione. “Veda attentamente il Sacerdote quando e a chi sia da concedere, da negare o da differire l’assoluzione, per non assolvere coloro che di tale beneficio sono immeritevoli, come sono coloro che non danno alcun segno di contrizione, che non vogliono deporre odi e inimicizie, o restituire, potendo, le cose altrui, o sottrarsi ad una prossima occasione di peccato e trasformare in meglio la loro vita; per non assolvere coloro che diedero pubblico scandalo, se non faranno pubblica ammenda e rimuoveranno lo scandalo“: non sono parole dei rigoristi, ma del Rituale Romano. Con l’avvertenza, inoltre, che, negando, o differendo o concedendo l’assoluzione, i Confessori non trascurino di far conoscere ai Penitenti, con ogni maggior garbo e carità, le ragioni del loro operare, indirizzato unicamente alla salute delle loro Anime, invitandoli a ritornare ed a compiere, prima di ritornare, quanto debbono al fine di potere ottenere poi l’assoluzione che è stata loro negata o differita. Concedendo poi l’assoluzione, particolarmente a persone che raramente si confessano o che vengono al Tribunale della Penitenza cariche di peccati, i Confessori non tralascino d’ammonirle e di far conoscere loro lo stato miserevole nel quale si erano ridotte per i loro peccati, la turpitudine dei medesimi, eccitando i Penitenti ad un vero dolore e ad un vero proposito di astenersi in futuro dai peccati. Le serie e sagge ammonizioni del Confessore nel Tribunale della Penitenza sappiano essere più opportune e benefiche di quelle che – quanto all’effetto – sono le prediche degli zelanti sacri Oratori, in quanto chi le ascolta per lo più riferisce le loro forti invettive agli altri e non a sé; il che certamente non può accadere per le serie ammonizioni dei Confessori, che parlano a tu per tu col Penitente e dopo che questi ha confessato le proprie colpe. Qualora si dicesse che ciò è impraticabile per la gran folla dei Penitenti, si risponde con le celebri parole di San Francesco Saverio, riferite dal Padre Tursellino nel libroRiteneva che ai Penitenti si dovesse non già un frettoloso, ma un diligente servizio, consigliando loro di preferire poche Confessioni fatte nel modo dovuto piuttosto che molte compiute sconsideratamente e in modo affrettato” (Vita, cap. 17, n. 6).

23. La quarta riguarda l’ultima parte del Sacramento della Penitenza, la Soddisfazione, quantunque la Santa Madre Chiesa, compatendo l’umana fiacchezza, abbia ammorbidito l’antico rigore e sia receduta dall’uso degli antichi Canoni Penitenziali, come leggiamo nei Canones Fraternitatis, dis. 34: “Questa epoca di decadenza, nella quale deperirono non solo le qualità morali, ma anche i corpi, non consente che persista una rigorosa censura su tuttoDa ciò però non deriva che nell’imporre la Soddisfazione i Confessori possano comportarsi a capriccio, essendo obbligati anche in questa materia a regolarsi con giustizia, prudenza ed equità. “Nell’assegnare la Penitenza i Sacerdoti non devono decidere nulla a proprio arbitrio, ma dovranno orientare ogni cosa secondo giustizia, prudenza e pietà“, come si legge nel Catechismo Romano ai Parroci, redatto per ordine del Concilio di Trento e pubblicato dal Nostro Predecessore San Pio V sotto il titolo De Paenitentia. Tale salutare prescrizione si legge nel cap. 8, sess. 14: “I Sacerdoti del Signore, secondo quanto avranno suggerito l’ispirazione e la prudenza, devono imporre salutari e adeguate penitenze, conformi alla qualità delle colpe e alla capacità dei Penitenti, in modo che se per caso sono conniventi con gli stessi peccati e potrebbero agire con troppa indulgenza verso i Penitenti, non diventino partecipi degli altrui peccati imponendo una lieve penitenza per colpe gravissime. Facciano dunque attenzione a che la penitenza imposta non sia soltanto presidi o per una nuova vita e farmaco d’infermità, ma anche una mortificazione e una vendetta contro i trascorsi peccati. Infatti le chiavi dei Sacerdoti sono state concesse non soltanto per assolvere, ma anche per legare: questo credono e insegnano gli antichi PadriPer indurre i Penitenti ad accettare volentieri la sanzione che i Confessori impongono loro in proporzione delle colpe commesse, può contribuire la conoscenza che gli stessi Confessori hanno degli antichi Canoni Penitenziali, non già per irrogare oggi ai Peccatori quelle Soddisfazioni che in passato erano state stabilite, ma per far comprendere loro la gravità del peccato, in modo che accettino di buon grado la pena imposta, ancorché l’avessero ritenuta onerosa. Potranno così paragonarla con quella che per gli stessi peccati sarebbe stata inflitta loro se fossero stati vivi e si fossero confessati nel tempo in cui erano in vigore i Canoni Penitenziali, e non avessero avuto la sorte di vivere nei tempi presenti, nei quali la Chiesa ha benevolmente concesso di abbandonare l’antico rigore Canonico.

Così pensano tanti pii e dotti Autori, da Noi raccolti nel Nostro Tractatus de Synodo (lib. 7, cap. 62), che qui non riteniamo necessario ripetere. Aggiungeremo soltanto che i Penitenti di oggi non sono simili alla celebre Imperatrice Agnese che, venuta a visitare i sepolcri dei Santi Apostoli, fece la propria Confessione generale al Beato Cardinale Pietro Damiano, senza che il probo e dottissimo Confessore fosse in grado, dopo averla sentita, d’imporle alcuna penitenza.

24. Il fatto è riferito dallo stesso Beato Pietro Damiano: “Ma affinché coloro che convengono ai Sepolcri degli Apostoli imitino proficuamente l’esempio della tua santa devozione, mi facesti sedere davanti al Sacro Altare, per arcano suggerimento del Beato Pietro, e con lamentevoli gemiti e amari sospiri cominciasti fin dalla tenera età, a cinque anni, appena svezzata; e come se colà il Beato Apostolo sedesse in carne ed ossa, tutto ciò che di sottile e di minuto poté far correre un brivido nelle viscere della tua umanità, tutto ciò che di vano passa nei pensieri, tutto ciò che inoltre poté insinuarsi in un discorso superfluo, è stato esposto in fedeli relazioni; perciò mi parve di non dovere aggiungere nessun altro onere di penitenza a chi si confessa, se non per ripetergli l’elogio del divino lascito: fa’ come fai, opera come operi; non porrò sopra di voi altro peso purché conserviate quello che avete (Ap 2). Infatti, Dio mi è testimone, non ho fissato alcun giorno di digiuno o di qualsivoglia afflizione, ma ho ordinato che tu perseverassi soltanto nelle sante opere intraprese” (San Pier Damiani, Opere, opusc. 56, tomo 3, cap. 5, ed. Parigi, p. 432).

25. Al contrario, oggidì si trovano qua e là dei Peccatori (fra i quali ci troviamo Noi stessi e forse altri del tempo del Beato Pietro Damiano) che non solo nelle Confessioni generali, ma anche in quelle correnti e spesso ripetute nel corso dell’anno, si ritrovano rei di peccati gravi; accostandosi al Tribunale della Penitenza, meritano che s’impongano loro sanzioni del peso e dell’importanza sopra indicati dai Canoni del Concilio di Trento, tanto più che poco o nulla di bene – vivendo come si vive – si va facendo, se talvolta oppressi dalle disgrazie i Peccatori non le sopportano con la dovuta pazienza. In tal modo restano senza il frutto delle preghiere della Chiesa, che per bocca del Sacerdote nella stessa Confessione domanda al grande Iddio: “Qualunque cosa buona tu avrai fatto o qualunque cosa cattiva avrai sopportato con pazienza, sia per te motivo di remissione dei peccati, di aumento della grazia e premio di vita eterna“.

26. Ed eccotie sposto, Venerabile Fratello, quanto andiamo facendo e andiamo disponendo affinché gli abitanti di questa Nostra Città si preparino a godere i frutti spirituali dell’Anno Santo. Invitiamo pure te a fare lo stesso nella tua Città e nella tua Diocesi, affinché coloro che intraprenderanno nel prossimo anno il sacro Pellegrinaggio alla volta di questa Città conseguano in abbondanza i beni celesti. Ciò è conforme a quanto fu stabilito dal Concilio Bituricense l’anno 1584 (nel can. 2, tomo 10, p. 1466 e ss.) della Collezione dell’Arduino: “Siano premuniti con una doverosa Confessione dei peccati e con il Sacramento dell’Eucaristia coloro che si recano in Pellegrinaggio nei luoghi sacri, prima che si mettano in cammino“. Su ciò concorda il Nostro Predecessore Innocenzo XII nella Indizione del Giubileo dell’anno 1700, quando suggerisce innanzi tutto una salutare espiazione dei peccati e così si esprime: “Santificatevi, Figli carissimi, e offrite il vostro cuore al Signore. Purificatevi, siate mondi, sottraete agli occhi di Dio il male dei vostri pensieri, e rinnovati nello spirito della vostra mente insistete nelle orazioni, praticate i digiuni, elargite elemosine“. E affinché qualcuno non avesse a credere che le sue parole si rivolgessero soltanto a coloro che erano in Roma, aggiunse provvidamente le seguenti, che senza dubbio si rivolgono anche a coloro che non sono ancora partiti dai loro paesi, ma pensano di farlo e di venire a Roma per l’Anno Santo: “Educati al decoro della vita Cristiana e protetti dal baluardo delle virtù, con pia sollecitudine d’animo accostatevi fiduciosamente a questa santa terrena Città di Dio, come ad un Trono di grazia, affinché possiate ottenere misericordia“.

27. Venendo Tu a Roma, quando lo permetta il Tuo impegno Pastorale, confidiamo per certo che sia per il viaggio, sia per la dimora nella Città prenderai a norma la condotta che tenne durante il viaggio, e a Roma, San Carlo Borromeo in occasione dell’Anno Santo 1575. Il tutto è descritto dal Vescovo di Novara nel lib. 3 della vita e delle opere di San Carlo. Se i Tuoi Diocesani partiranno dalla tua patria, come Noi desideriamo che partano e come poc’anzi abbiamo suggerito, fondatamente speriamo che non avranno molto da preoccuparsi i Governatori dei luoghi per i quali passeranno, affinché non si verifichino quei malie quei disordini che in altri tempi sono stati cagione delle requisitorie contro i sacri Pellegrinaggi. Una volta che siano giunti a Roma, cureremo in ogni modo affinché conducano una vita onesta e morigerata, adempiano in modo esemplare le opere prescritte, visitino le Basiliche e compiano i vari atti della Cristiana penitenza. – Chiamiamo Dio a testimonio della ardentissima volontà che abbiamo di fare in modo che tutti ritornino alle loro case edificati della santa esperienza Romana, saldi nella Fede, fervidi nella virtù e confermati nella devozione alla Sede Apostolica. Ciò sommamente desiderò il Nostro Predecessore e concittadino Gregorio XIII nella celebrazione dell’Anno Santo, come si legge nei suoi Annali (lib. 3, cap. 24). Con tali norme, che raccomandiamo con l’aiuto di Dio, al quale affidiamo tutta la vicenda con umilissime preghiere, abbiamo fiducia che ritornati in patria non saranno sottoposti alla taccia che diede San Girolamo a coloro che venivano dal Pellegrinaggio di Gerusalemme nella sua epistola 58 Ad Paulinum (Opere, stampate a Verona, tomo I, p. 318): “È da lodarsi non l’essere stato a Gerusalemme, ma l’aver vissuto degnamente a Gerusalemme“.

28. Durante l’intiero anno del Giubileo saranno disponibili in Roma i Penitenzieri e i Confessori, come sopra abbiamo detto, muniti delle necessarie facoltà per ascoltare le Confessioni, per dare le dovute Assoluzioni e Dispense, tanto a coloro che abitano in questa Città, quanto agli altri che verranno da fuori per conseguire le ricchezze spirituali dell’Anno Santo. Nello stesso tempo non mancheranno i Predicatori della Parola Divina. Noi stessi parleremo, ed altri da Noi designati parleranno per lo stesso fine; tuttavia le controversie teologiche che riguardano esclusivamente la disputa delle scuole verranno escluse. Quando Noi parleremo, o parleranno altri per Nostro incarico, non tralasceremo di far capire l’importanza della clausola che è nella Nostra Bolla “Ai fedeli Penitenti, e a quanti confessati e nutriti della Santa Comunione“. Faremo altresì conoscere con i fatti quanto sia infondata l’asserzione di chi, vivendo fuori della Comunione Cattolica, va affermando che l’Indulgenza sfianca e vanifica la Penitenza. E per non mostrarci eccessivamente fautori di chi afferma che i nostri ragionamenti e quelli che si faranno d’ordine Nostro sono troppo rigoristi, pensiamo di uniformarci a quanto scrisse all’inizio del Giubileo il celebre Padre Bourdaloue della Compagnia di Gesù (Sermoni, tomo 2, p. 517 e ss., seconda ed. di Parigi del 1709). – Quando eravamo a Bologna ed andavamo pubblicando di tratto in tratto le Nostre Istruzioni (che poi sono state raccolte in più volumi e recentemente sono state tradotte dall’italiano in latino in un solo volume in folio), nell’Istruzione 12 (tomo 3 dell’edizione italiana, che è la 53 nell’edizione latina), senza voler entrare nelle dispute teologiche, in occasione di una Indulgenza plenaria pubblicata dal Nostro Predecessore Clemente XII, invitammo ed esortammo i Nostri Diocesani ad aggiungere altre opere buone ed a compiere altri degni frutti di penitenza. Ad essi proponemmo il celebre insegnamento del Venerabile Cardinale Bellarmino, dal suo trattato De Indulgentiis (lib. I, cap. 12, § Ad tertium, tomo 2 delle Controversie)I virtuosi Cristiani ricevono le Indulgenze Pontificie in modo che ad un tempo cerchino di cogliere i degni frutti della Penitenza e di risarcire Dio dei loro peccati“. – Ad essi segnalai altresì quanto scrisse il Cardinale Pallavicino nella sua Storia del Concilio Tridentino (lib. 24, cap. 12, n. 6), cioè non essere vero che per le Indulgenze i Cristiani si rendono neghittosi nel soddisfare a Dio per le colpe commesse, in quanto, rimanendo sempre incerti se l’Indulgenza sia stata effettivamente acquisita, resta in molti lo stimolo di assicurarsela con nuovo costante impegno di opere salutari e penitenziali. D’altra parte le disposizioni per conseguire le Indulgenze con l’esercizio di opere buone accrescono la devozione e inducono a compierne altre, come dimostra l’esperienza quotidiana. – Bonifacio VIII prescrisse la devota visita delle Chiese ai Forestieri per 15 volte, ed ai Romani per 30 volte, come opera necessaria per conseguire la piena Indulgenza dell’Anno Santo, ma non omise d’inserire nella sua straordinaria antiquorum de pænitentiis et remissionibus, fra le benemerenze particolari: “Ciascuno tuttavia meriterà di più e conseguirà più efficacemente l’Indulgenza se visiterà le stesse Basiliche più volte e con la massima devozione“. Ciò senza dubbio porta un invito ed un’esortazione simili alle Nostre: oltre le opere prescritte, i Cristiani si sforzino di aggiungere altre opere meritorie, in conformità con lo spirito della Chiesa. Lo stesso viene pure indicato dall’antica formula di cui si sono serviti i Nostri Predecessori e di cui Noi ci serviamo ogniqualvolta si dà la solenne Benedizione al popolo, dopo la quale si concede l’Indulgenza plenaria; si prega Dio affinché conceda non solo “perseveranza nelle buone opere ma un cuore sempre penitente“:come a dire, un cuore sempre preparato ad aggiungere nuovi atti di penitenza per i peccati già commessi, ancorché possa lecitamente credere di esserne stato assolto nel Sacramento della Penitenza, quanto alla colpa ed alla pena eterna, e di esserne stato liberato quanto alla pena temporale per l’efficacia dell’Indulgenza plenaria.

29. Nelle Vite dei Nostri Predecessori Zaccaria e Pasquale, come si legge nella traduzione di Anastasio, si apprende che vicino al Vaticano erano stati eretti alcuni edifici, nei quali si accoglievano e si soccorrevano i pellegrini che venivano a visitare i Sepolcri degli Apostoli. Tali edifici sono stati rovinati e atterrati dalle disgrazie e dall’ingiuria degli uomini, ma la pietà dei Romani non ha tralasciato di aprirne molti altri in vari luoghi della Città, nei quali in ogni tempo, ma particolarmente nell’Anno Santo, si ricevono i poveri pellegrini che vengono a visitare i Sepolcri degli Apostoli per conseguire le sante Indulgenze. In tali locali essi sono trattati bene ed anche indirizzati alle opere buone da pii Sacerdoti.

Ecco quanto dovevamo comunicarti. Con pienezza di cuore impartiamo a Te e al gregge affidato alla Tua cura l’Apostolica Benedizione.

Da Castel Gandolfo, il 26 giugno 1749, anno nono del Nostro Pontificato.

DOMENICA DI PENTECOSTE (2022)

DOMENICA DI PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pietro in Vincoli.

Doppio di I Cl. con Ottava privilegiata di I ord. –

 Paramenti rossi

Il dono della sapienza è un’illuminazione dello Spirito Santo, grazie alla quale la nostra intelligenza contempla le verità della fede in una luce magnifica e ne prova una grande gioia ». (P. MESCHLER.)

Gesù aveva posto le fondamenta della Chiesa durante la sua vita apostolica e le aveva comunicato i. suoi poteri dopo la sua Resurrezione. Lo Spirito Santo doveva compiere la formazione degli Apostoli e rivestirli della forza che viene dall’Alto (Vangelo). Al regno visibile di Cristo succede il regno visibile dello Spirito Santo, che si manifesta scendendo sui discepoli di Gesù. La festa della Pentecoste è la festa della promulgazione della Chiesa; perciò, si sceglie la Basilica dedicata a S. Pietro, capo della Chiesa, per la Stazione di questo giorno. Gesù, ci dice il Vangelo, aveva annunciato ai suoi la venuta del divin Paracleto e l’Epistola ci mostra la realizzazione di questa promessa. All’ora Terza il Cenacolo è Investito dallo Spirito dì Dio: un vento impetuoso che soffia improvvisamente intorno alla casa e l’apparizione di lingue di fuoco all’interno, ne sono i segni meravigliosi. — Illuminati dallo Spirito Santo (Orazione) e riempiti dall’effusione dei sette doni, (Sequenza), gli Apostoli sono rinnovati e a loro volta rinnoveranno il mondo intero (Introito, Antifona).E la Messa cantata all’ora terza, è il momento in cui noi pure « riceviamo lo Spirito Santo, che Gesù salito al cielo, effonde in questi giorni sui figli di adozione » (Prefatio), poiché ognuno dei misteri liturgici opera dei frutti di grazia nelle anime nostre nel giorno anniversario in cui la Chiesa lo celebra. Durante l’Avvento, dicevamo al Verbo: «Vieni, Signore, ad espiare i delitti del tuo popolo»; ora diciamo con la Chiesa allo Spirito Santo: Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in noi il fuoco dell’amor tuo » (Alleluia). È la più bella e la più necessaria delle orazioni giaculatorie, poiché lo Spirito Santo, il « dolce ospite dell’anima », è il principio di tutta la nostra vita soprannaturale.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Sap I: 7. Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja.

[Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps LXVII: 2 Exsúrgat Deus, et dissipéntur inimíci ejus: et fúgiant, qui odérunt eum, a fácie ejus.

[Sorga il Signore, e siano dispersi i suoi nemici: e coloro che lo òdiano fuggano dal suo cospetto].

Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja

[Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

Orémus.

Deus, qui hodiérna die corda fidélium Sancti Spíritus illustratióne docuísti: da nobis in eódem Spíritu recta sápere; et de ejus semper consolatióne gaudére.

[O Dio, che in questo giorno hai ammaestrato i tuoi fedeli con la luce dello Spirito Santo, concedici di sentire correttamente nello stesso Spirito, e di godere sempre della sua consolazione.]

Lectio

Léctio  Actuum Apostolórum. Act. II: 1-11

“Cum compleréntur dies Pentecóstes, erant omnes discípuli pariter in eódem loco: et factus est repéente de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis: et replévit totam domum, ubi erant sedentes. Et apparuérunt illis dispertítæ linguæ tamquam ignis, sedítque supra síngulos eórum: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, et coepérunt loqui váriis linguis, prout Spíritus Sanctus dabat éloqui illis. Erant autem in Jerúsalem habitántes Judaei, viri religiósi ex omni natióne, quæ sub coelo est. Facta autem hac voce, convénit multitúdo, et mente confúsa est, quóniam audiébat unusquísque lingua sua illos loquéntes. Stupébant autem omnes et mirabántur, dicéntes: Nonne ecce omnes isti, qui loquúntur, Galilæi sunt? Et quómodo nos audívimus unusquísque linguam nostram, in qua nati sumus? Parthi et Medi et Ælamítæ et qui hábitant Mesopotámiam, Judaeam et Cappadóciam, Pontum et Asiam, Phrýgiam et Pamphýliam, Ægýptum et partes Líbyæ, quæ est circa Cyrénen, et ádvenæ Románi, Judaei quoque et Prosélyti, Cretes et Arabes: audívimus eos loquéntes nostris linguis magnália Dei.” 

[“Giunto il giorno della Pentecoste, i discepoli si trovavano tutti insieme nel medesimo luogo. E all’improvviso venne dal cielo un rumore come di vento impetuoso, e riempì tutta la casa, dove quelli sedevano. E apparvero ad essi delle lingue come di fuoco, separate, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furono ripieni di Spirito Santo, e cominciarono a parlare varie lingue, secondo che lo Spirito Santo dava loro di esprimersi. Ora abitavano in Gerusalemme Giudei, uomini pii, venute da tutte le nazioni che sono sotto il cielo. Quando si udì il rumore la moltitudine si raccolse e rimase attonita perché ciascuno li udiva parlare nella sua propria lingua. E tutti stupivano e si meravigliavano, e dicevano: «Ecco, non son tutti Galilei, questi che parlano? E come mai, li abbiamo uditi, ciascuno di noi, parlare la nostra lingua nativa? Parti, Medi ed Elamiti, e abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle regioni della Libia in vicinanza di Cirene, e avventizi romani, Giudei e Proseliti, Cretesi e Arabi li abbiamo uditi parlare nelle nostre lingue delle grandezze di Dio”.]

LINGUE E FUOCO.

Il miracolo delle lingue, il gran miracolo del giorno della Pentecoste, è stato mirabilmente descritto di sul testo sacro del nostro Manzoni.

« Come la luce rapida / piove di cosa in cosa / E i color varii suscita / Ovunque si riposa; / Tal risonò molteplice — La voce dello Spiro; / l’Arabo, il Parto, il Siro, / In suo sermon udì ».

Ma quel miracolo ne significava un altro che cominciava da quel giorno a diventar realtà mercè la diffusione, allora inaugurata ufficialmente, del Santo Vangelo, del verbo di Cristo. La divisione delle lingue — la chiamo così per aderire al racconto biblico nella sua integrità e nel suo spirito — fu un castigo non proprio per la materialità delle lingue molteplici che si cominciarono a parlare, ma perché gli uomini, da Babele in poi, non si intesero più, non si capirono, non si amarono, si contrastarono in odî e in guerre fratricide. Si divisero. Era il castigo dell’orgoglio quella divisione delle anime di cui era espressione chiara la varietà delle lingue. Il linguaggio, divinamente dato agli uomini perché intendessero, serviva a confonderli, a separarli. I figli, abbandonando la casa paterna, di fratelli che ivi erano, diventarono stranieri prima gli uni agli altri, per diventare nemici poi. Tutto questo si capovolge a Gerusalemme, nella Pentecoste dello spirito, che continua e suggella e propaga la redenzione di N. S. Gesù Cristo. I figli ritrovano il Padre, imparano di nuovo a parlare con Lui, sentirlo ed esserne sentiti « Loquentes variis linguis », sì, ma « loquentes magnalia Dei ». Non più gli Dei falsi e bugiardi, ma Dio unico, vivo e vero. Non più solo un simbolo ferreo di questa unità divina nell’unico Tempio, come al giorno della legge e dei profeti, ma un unico santuario delle anime, un solo Dio, il Dio predicato, il Dio comunicato da N. S. Gesù Cristo alla umanità, un solo Dio nei cuori. E ciascuno canta nella sua lingua materialmente, o in lingua diversa: « loquentes variis linguis, » ma tutti capiscono. « Audivimus eos loquentes ». «L’Arabo, il Parto, il Siro in suo sermon l’udì. » Mirabile fusione di popoli che comincia attraverso la fusione delle anime, fusione meravigliosa di anime che comincia attraverso la riconciliazione umile e fervente con Dio… E continuerà così di secolo in secolo nella Chiesa e mercè di essa, piena com’è dello Spirito Santo. Un numero crescente di popoli i più diversi, per colpa della vecchia babele, formeranno via via una sola famiglia, un solo popolo: « populus eius, » il popolo di Dio. Parleranno il linguaggio intimo della stessa fede: « una fides ». Il verbo, la parola più vera, più umana, non è quella che suona materialmente sulle labbra; è quella che squilla, che splende nell’intelletto, di cui l’esterna è un’eco, come spiega profondamente San Tommaso. Uniamoci sempre più, in questa lingua interiore con l’accettazione umile della verità rivelata, della verità cristiana, quella verità di cui lo Spirito Santo è maestro intimo a ciascuno di noi, se ciascun di noi accetta il Magistero solenne e autorevole della Chiesa. Parliamo la lingua divina della stessa fede, « una fides » e i nostri cuori batteranno all’unisono della stessa carità. Ci capiremo senza parlare, magari: quelli che si amano davvero si capiscono così. E lavoriamo perché la cerchia dei popoli che in Gesù Cristo e nella Sua Chiesa ritrovano il segreto di una verità, diventi sempre più larga.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

ALLELUJA

Allelúja, allelúja

Ps CIII: 30; Emítte Spíritum tuum, et creabúntur, et renovábis fáciem terræ. Allelúja.

[Manda il tuo Spírito e saran creati, e sarà rinnovata la faccia della terra. Allelúia.

[Hic genuflectitur:]

Veni, Sancte Spíritus, reple tuórum corda fidélium: et tui amóris in eis ignem accénde.

[Vieni Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli: ed accendi in essi il fuoco del tuo amore]

Sequentia

Veni, Sancte Spíritus,

et emítte cælitus lucis tuæ rádium.

Veni, pater páuperum; veni, dator múnerum; veni, lumen córdium.

Consolátor óptime, dulcis hospes ánimæ, dulce refrigérium.

 In labóre réquies, in æstu tempéries, in fletu solácium.

O lux beatíssima, reple cordis íntima tuórum fidélium.

Sine tuo númine nihil est in hómine, nihil est innóxium.

Lava quod est sórdidum, riga quod est áridum, sana quod est sáucium.

 Flecte quod est rígidum, fove quod est frígidum, rege quod est dévium.

Da tuis fidélibus, in te confidéntibus, sacrum septenárium.

Da virtútis méritum, da salútis éxitum, da perénne gáudium. Amen. Allelúja.

[Vieni, o Santo Spirito,
E manda dal cielo,
Un raggio della tua luce.

Vieni, o Padre dei poveri,
Vieni, datore di ogni grazia,
Vieni, o luce dei cuori.

O consolatore ottimo,
O dolce ospite dell’ànima
O dolce refrigerio.

Tu, riposo nella fatica,
Refrigerio nell’ardore,
Consolazione nel pianto.

O luce beatissima,
Riempi l’intimo dei cuori,
Dei tuoi fedeli.

Senza la tua potenza,
Nulla è nell’uomo,
Nulla vi è di innocuo.

Lava ciò che è sòrdito,
Irriga ciò che è àrido,
Sana ciò che è ferito.

Piega ciò che è rigido,
Riscalda ciò che è freddo,
Riconduci ciò che devia.

Dà ai tuoi fedeli,
Che in te confidano,
Il sacro settenario.

Dà i meriti della virtú,
Dà la salutare fine,
Dà il gaudio eterno.
Amen. Allelúia. ]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XIV: 23-31

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Si quis díligit me, sermónem meum servábit, et Pater meus díliget eum, et ad eum veniémus et mansiónem apud eum faciémus: qui non díligit me, sermónes meos non servat. Et sermónem quem audístis, non est meus: sed ejus, qui misit me, Patris. Hæc locútus sum vobis, apud vos manens. Paráclitus autem Spíritus Sanctus, quem mittet Pater in nómine meo, ille vos docébit ómnia et súggeret vobis ómnia, quæcúmque díxero vobis. Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis: non quómodo mundus dat, ego do vobis. Non turbátur cor vestrum neque formídet. Audístis, quia ego dixi vobis: Vado et vénio ad vos. Si diligere tis me, gaudere tis utique, quia vado ad Patrem: quia Pater major me est. Et nunc dixi vobis, priúsquam fiat: ut, cum factum fúerit, credátis. Jam non multa loquar vobíscum. Venit enim princeps mundi hujus, et in me non habet quidquam. Sed ut cognóscat mundus, quia díligo Patrem, et sicut mandátum dedit mihi Pater, sic fácio.”

[“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Chiunque mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo da lui, e faremo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole. E la parola, che udiste, non è mia: ma del Padre, che mi ha mandato; queste cose ho detto a voi, conversando tra voi. Il Paracleto poi, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome mio, Egli insegnerà a voi ogni cosa, e vi ricorderà tutto quello che ho detto a voi. La pace lascio a voi; la pace mia do a voi; ve la do Io non in quel modo, che la dà il mondo. Non si turbi il cuor vostro, né s’impaurisca. Avete udito, come io vi ho detto: Vado, e vengo a voi. Se mi amaste, vi rallegrereste certamente perché ho detto, vado al Padre: conciossiaché il Padre è maggiore di me. Ve l’ho detto adesso prima che succeda: affinché quando sia avvenuto crediate. Non parlerò ancor molto con voi: imperciocché viene il principe di questo mondo, e non ha da far nulla con me. Ma affinché il mondo conosca, che Io amo il Patire, e come il Padre prescrissemi, così fo”].

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

I DOVERI VERSO LO SPIRITO SANTO.

Prima di morire Gesù aveva fatto questa promessa agli Apostoli: «Il Padre, in nome mio, vi manderà lo Spirito Santo, il Consolatore: Egli tutto vi insegnerà, vi suggerirà tutto ». Erano passati appena dieci giorni da che Gesù era salito in Paradiso, ed ecco un impeto gagliardo di vento scoscendere il cielo e commuovere tutta la casa dove in orazione stavano raccolti i discepoli con la Madre Vergine Maria. E furono viste delle lingue di fuoco posarsi sopra il capo di ciascuno: tutti si sentirono inabitati dallo Spirito Santo, e cominciarono a parlare in varie lingue, così che gli stranieri ch’erano in Gerusalemme in quei giorni li udirono predicare nella propria loquela, e ne restarono meravigliati. Anche noi, o Cristiani, abbiamo ricevuto lo Spirito Santo: nel Battesimo, e più copiosamente nella Cresima, quando il Vescovo impose le mani sopra la nostra testa. Si legge nella vita di S. Angela da Foligno che la santa andò un giorno in pellegrinaggio alla tomba di S. Francesco d’Assisi. Ed ecco una voce le risuona all’orecchio: « Tu hai fatto ricorso al mio servo Francesco, ma ti farò ora conoscere un altro appoggio. Io sono lo Spirito Santo che sono venuto a te e voglio darti una gioia che ancora non hai gustata. Io ti accompagnerò, sarò presente in te… ti parlerò sempre… e se tu mi ami non ti abbandonerò mai ». S. Angela, paragonando i suoi peccati con questo favore infinito, esitava a credere. E quella voce continuò: « Io sono lo Spirito Santo che vive interiormente in te ». La santa allora fu invasa da una gioia paradisiaca. Ciò che lo Spirito Santo, per una grazia speciale, rivelava a quell’anima, la Chiesa l’insegna a tutti i Cristiani. « Non sapete dunque — ci dice S. Paolo — che lo Spirito Santo abita in voi? Che le vostre membra sono il suo tempio e che la nostra anima è sigillata col suo sigillo? ». – Lo Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità, l’Uguale al Padre e al Figlio, Dio col Padre e col Figlio, abita in noi, ospite dell’anima nostra. Pensate che grande grazia, e che profondo mistero! Ma quanti non ci pensano mai! Quanti lasciano il divin Paracleto abbandonato in un cantuccio del loro cuore, come certi poveri genitori mal visti in casa dalla nuora e mal sopportati dai giovani figli! Non è così che va trattato il Re del Cielo, che sceglie come sua dimora l’anima nostra. Noi abbiamo dei precisi doveri verso di Lui.

1. Spiritum nolite extinguere (I Thess., V, 19).

2. Nolite contristare Spiritum Sanctum! (Ef., IV, 30).

3. Nolite resistere Spiritui Sancto! (Atti, VII, 51).

Questi tre avvisi della Sacra Scrittura vanno meditati attentamente oggi ch’è Pentecoste. – 1. NON ESTINGUETE LO SPIRITO SANTO. Durante l’ultima persecuzione dei Cattolici in Armenia, una compagnia di soldati Turchi arrivò alla chiesetta d’un villaggio abbandonato. A colpi di scure demolirono le porte e vi penetrarono urlando. Vagava ancora per la navata il profumo dell’incenso, e pareva quasi vi echeggiasse l’eco dell’ultima preghiera, un vecchio e un bimbo ammalato pregavano. Perché non erano partiti anch’essi? Furono scorti, e mentre tentavano di fuggire, furono sfracellati sulla soglia del tempio. Ogni croce fu infranta, ogni immagine fu lordata: fu spezzato l’altare e sui gradini di marmo sedettero questi empi a bivaccare. Che diabolica profanazione! Ma non meno tragica è la profanazione che scaccia lo Spirito Santo, non da un tempio inanimato, non da una chiesa fatta di pietre e di calce, ma da un tempio vivente: dall’anima propria! Spiritum nolite extinguere! Ogni volta che si commette un peccato mortale si soffoca il fuoco dello Spirito Santo, ch’è dentro di noi. Dove c’è lo spirito del mondo e del demonio, non ci può stare lo Spirito di consolazione e di verità. Soprattutto dove c’è lo spirito immondo della sensualità, là non può abitare lo Spirito di Dio. O Cristiani! non soffocate in voi lo Spirito Santo e non soffocatelo negli altri coi vostri scandali. – 2. NON CONTRISTARE LO SPIRITO SANTO. Ma senza arrivare all’eccesso d’estinguere in noi lo Spirito Santo col peccato mortale, si può amareggiargli in molti modi la sua permanenza nel nostro cuore. Anzitutto coi peccati di lingua. Egli è disceso sopra gli Apostoli nel cenacolo sotto il simbolo di una lingua di fuoco, per insegnarci che ogni parola che va contro all’amor di Dio, lo offende. Lo offende anche ogni parola insincera. Nei primi tempi del Cristianesimo, quando lo Spirito Santo viveva in una intimità sensibile con la Chiesa nascente, un uomo di nome Anania con la sua moglie Safira vendettero un loro campicello, e portarono una parte soltanto del ricavo a S. Pietro, dicendogli ch’era tutto il prezzo. Ma Pietro disse mestamente: « Anania? Perché hai voluto dire il falso? hai mentito allo Spirito Santo. E tu Safira, perché ti sei accordata col marito ad amareggiare lo Spirito Santo? » (Atti, V). Nolite contristare Spiritum Sanctum! quanta poca sincerità c’è nella vita di molti Cristiani: nelle loro relazioni familiari, nei commerci, e perfino nella Confessione, ove vorrebbero dire e non dire, accusarsi e scusarsi. Intanto lo Spirito Santo, che è Spirito di verità, è amareggiato. In genere gli atti che contristano lo Spirito Santo sono tutti quelli che noi diciamo, con troppa disinvoltura, peccati veniali. Certi discorsi di mormorazione, certe parole leggere, certe imprecazioni d’impazienza non fanno piacere a Dio che abita in noi. Quel giovane che sciupa tante ore in ozio, che lascia libertà ai suoi occhi, che in chiesa tiene un contegno annoiato e distratto, non sa che contrista lo Spirito Santo? Non lo sa quella donna che brama soltanto di adornarsi i capelli o il vestire senza serietà, che non vigila sull’anima de’ suoi figliuoli perché crescano innocenti bastandole soltanto che siano sani nel corpo? Non lo sanno tutti quei Cristiani che vivono una vita tiepida, senza entusiasmo per il bene, senza fervore per la preghiera, senza amore per l’Eucaristia, non lo sanno che lo Spirito Santo, ch’è in loro, si contrista e geme? – 3. NON RESISTETE ALLO SPIRITO SANTO. Lo Spirito Santo non è in noi come cosa morta, ma viva. E si fa sentire in due modi: col sospingerci al bene o col respingerci dal male. a) Col sospingerci al bene. Il diacono Filippo camminava sulla bianca strada solatìa che da Gerusalemme discende in Gaza. Ed ecco un nugolo di polvere levarsi in lontananza, e giungere al suo orecchio lo strepito d’un cocchio che s’avvicinava. Allora lo Spirito gli disse: « Filippo, allunga il passo e raggiungi in fretta questo cocchio ». Il diacono non resistette, ma subito ubbidì. E vi trovò nientemeno che un ministro di Candace, regina degli Etiopi, il quale aveva bisogno di uno che gli insegnasse la vera religione. Filippo lo convertì, e, fermato il cocchio vicino a una fontanella, lo battezzò (Atti, VIII). Quante volte l’Ospite delle anime nostre ci invita dolcemente a fare il bene ed i suoi sforzi restano vani, perché noi gli resistiamo! Quante volte ci ha detto, come a Filippo sulla strada di Gaza piena di sole, « avvicinati a quella famiglia, aiutala in quello che puoi, dì loro una buona parola di religione e di speranza » e noi invece abbiamo scrollato le spalle. – Accede, et adiunge te ad currum istum. C’è un uomo che ti ha offeso e tu gli porti odio. Avvicinati a lui, donagli perdono, dimentica il passato. C’è forse una persona, lontana dal Signore o che vive scandalosamente: voi la conoscete, voi potete con la vostra amicizia dirle un rimprovero, strapparla dalla via infernale. Non resistete allo Spirito Santo. Non resistete neppure quando vi suggerisce di pregare di più, di mortificarvi di più, di farvi santi. b) E neppure quando vi respinge dal male. Un duca di Milano, Ludovico il Moro, a tradimento caduto in mano dei Francesi, il 10 aprile 1500, languì per dieci anni in una oscura segreta del castello di Loches, dove sul muro lasciò scritto con la punta di un chiodo queste parole: « Colui che non è contento » Molti Cristiani, se vogliono essere sinceri, al termine della loro giornata potrebbero ripetere le sconsolate parole: «Io sono colui che non è contento ». Ma chi è che diffonde nel loro cuore questo implacato fastidio della malinconia? Lo Spirito Santo. E perché? per respingerli dal male in cui vivono. Egli è venuto come fuoco divorante sulla terra, e che altro vuole se non abbruciare? Non resistetegli più! Che anche il vostro cuore sia acceso di quel fuoco disceso dal cielo! Una volta gustato lo Spirito Santo, tutti i piaceri del mondo e del peccato insipidiscono. Gustate Spiritu desipit omnis caro (GREGORIO MAGNO). – Ci sono due città, in questo mondo, che portarono in sé il sigillo della vendetta di Dio. Gerusalemme, — e voi ricordate la sua distruzione — che commise delitto contro la seconda Persona della Trinità santissima, crocifiggendo il Figlio di Dio. Costantinopoli che commise delitto contro la terza Persona della Trinità, lo Spirito Santo. È a Costantinopoli che si bestemmiò contro lo Spirito Santo dicendo che procede solo dal Padre e non dal Figlio. Noi sappiamo invece che il mistero rivelato insegna che, senza diminuzione di dignità né di uguaglianza, lo Spirito Santo procede dal Padre e insieme dal Figlio. Filioque procedit. È a Costantinopoli che incominciò lo scisma che doveva strappare alla Chiesa l’Europa Orientale. E Dio abbandonò la città alla sua vendetta. Era proprio — notate la coincidenza — la seconda festa di Pentecoste del 1453, all’una di notte. I Turchi, sfondate le mura e infranta ogni resistenza, si precipitarono per le vie urlando, incendiando, rubando, massacrando. Penetrano nelle case e uccidono i bambini dormenti nel loro letto; i vecchi e i malati sono passati a fil di spada; gli uomini e le donne, trascinati con la corda al collo, sospinti a colpi di staffile, sono venduti schiavi, e gettati in fondo alle navi, e incatenati ai banchi di remaggio. Ogni Chiesa fu violata; fu violata anche Santa Sofia la magnifica cattedrale: i Vangeli e i libri di preghiera gettati sulla piazza, e le vesti sacerdotali servirono a soldati per divertirsi grottescamente. Quando l’alba fosca si levò ad illuminare la città fumante di macerie e di incendi le pallide torme dei prigionieri videro sull’alto d’una colonna, stroncata e sanguinante, la testa dell’imperatore Costantino Paleologo. Oggi ancora, dopo quasi cinque secoli, la maledizione dello Spirito Santo pesa come un incubo affannoso sopra la città. – La storia ci deve pur insegnare qualche cosa. Non soffochiamo lo Spirito Santo. Non contristiamo lo Spirito Santo. Non resistiamo allo Spirito Santo. Guai, se un giorno, stanco della nostra ostinazione, abbandonasse l’anima nostra non alla barbarie del Turco ma alla ferocia del demonio.

– APPARVERO COME LINGUE DI FUOCO. Fu terribile la vendetta di Dio sopra le città del peccato. Quando il Signore non riuscì a trovare neppure un gruppo di giusti, decise di mandare un grande castigo: il diluvio di fuoco. Ardentissime fiamme caddero come pioggia dal cielo ed in poco tempo distrussero ogni anima vivente. Il puzzo dei peccati degli uomini aveva provocato la nausea di Dio e venne il giorno della maledizione. Ma dal santo raccoglimento del Cenacolo di Gerusalemme, si alzava al cielo olezzante come l’incenso, il profumo soave della preghiera. Da dieci giorni gli Apostoli insieme a Maria, la Santissima Madre di Gesù, affrettavano con voti il compimento delle divine promesse: finalmente venne il giorno delle benedizioni. Non scese il fuoco del castigo, ma quello del premio. Non il fuoco della vendetta, ma la fiamma della misericordia: non bisognava più punire il peccato, ma diffondere la grazia e il perdono a tutte le genti. Il mattino della Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, ecco un impeto gagliardo di vento irrompe dal cielo e commuove tutta la casa dove si pregava con tanto fervore. Apparvero allora delle fiamme che si posarono sopra il capo di ciascuno; tutti si sentirono ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in varie lingue. Gli stranieri che in quei giorni erano a Gerusalemme li udirono predicare nella propria loquela e ne restarono tutti meravigliati. Lo Spirito Santo, in una forma invisibile, ma vera e reale, è disceso anche sopra ciascuno di noi nel Sacramento del Battesimo e poi ancora nella S. Cresima. Fin da piccoli, quando, sulle ginocchia materne, abbiamo imparato ad amare il Signore, abbiamo ricordato la terza Persona della SS. Trinità. Ma poi abbiamo pensato assai raramente, forse mai; e nella pratica della nostra vita ci portiamo avanti come se Egli non esistesse o fosse una Persona che non c’interessi. Se oggi vogliamo conoscere cosa fa in noi lo Spirito Santo e cosa dobbiamo noi per possederlo nelle anime nostre, osserviamo il segno con cui si è manifestato agli Apostoli: il fuoco. Come il fuoco distrugge, così lo Spirito Santo distrugge il peccato. Come il fuoco trasforma, così lo Spirito Santo trasforma il nostro cuore e le azioni nostre. – 1. IL FUOCO Distrugge. Quante volte capita di leggere sopra i giornali che il fuoco ha distrutto molte case, intere contrade, ha recato incalcolabili danni. Guai a lasciar cadere un fiammifero acceso sopra un fienile, in un cascinale. In poche ore andrebbe miseramente distrutta ogni cosa. Questo fuoco bisogna temerlo e poiché di solito avviene per disgrazie impreviste, tutti assicurano quanto posseggono. Ma il fuoco dello Spirito Santo non è un fuoco che si debba temere: sarebbe il massimo della stoltezza sottrarre i nostri peccati — l’unico possesso veramente nostro — alla distruzione che ne fa lo Spirito di Dio. Una volta Sansone, accompagnato dai suoi genitori, si recava nel villaggio di Tamnata. Ed ecco che, giunti alle vigne di quel piccolo paese, viene loro incontro un leone feroce, che mandava ruggiti spaventosi. Suo padre e sua madre, madidi di un freddo sudore, restarono immobili per l’orrore. Egli invece no! Lo Spirito del Signore investì Sansone che, senza nulla in mano, squarciò il leone, con la facilità con cui avrebbe fatto a pezzi un capretto. Cristiani, il demonio, come un leone ruggente, gira attorno di noi cercando di poterci divorare. Mentre noi muoviamo i nostri passi nel cammino della vita, verso una patria che non è di quaggiù, con nell’anima una viva aspirazione ad una felicità che ancor non vediamo, l’angelo delle tenebre ci arresta il passo. Il peccato è il nostro maggiore nemico, più nocivo di qualsiasi male perché ci toglie l’amicizia di Dio ed è la rovina dell’anima. Che valgono davanti al Signore le benevolenze degli uomini, le raccomandazioni presso i grandi? quando dovremo comparire alla presenza di Dio, bisognerà avere la purezza del cuore. È tanto grande l’orrore di Lui verso il peccato che la condanna all’inferno sarà inevitabile e così il leone infernale dopo averci ferito durante la vita ci azzannerà orribilmente dopo la morte per renderci eternamente infelici. Ma noi lo possiamo vincere. Basta invocare lo Spirito Santo ed Egli colla sua forza ci darebbe quel vigore che infuse nell’anima di Sansone. Col suo aiuto anche noi diventiamo formidabili: lo Spirito Celeste ha ben la potenza di vincere gli spiriti infernali. Se dunque siamo nel peccato e ce lo vogliamo ad ogni costo togliere, se la tentazione ci vuol strappare la vita dell’anima, invochiamo lo Spirito Santo colle stesse parole della Chiesa: « Hostem repellas longiuspacemque dones protinusductore sic te prævio, — vitemus omne noxium ». « Respingi lontano il nemico, e donaci  presto la pace, così che guidati da te, possiamo evitare ogni male ». – 2. IL FUOCO TRASFORMA. Una massa informe di ferro che non serve a nulla, messa a contatto del fuoco, diventa molle, splendente e la si può trasformare in oggetti necessari ed utili alla vita e al lavoro. Moltissimi prodotti animali e vegetali che, lasciati così come sono, non possono saziare la fame dell’uomo, quando il fuoco li ha fatti cuocere, diventano il cibo sano che alimenta la vita e ridona le forze. Ma una trasformazione più intima e mirabile fa nelle anime il fuoco divino dello Spirito Santo. Sotto la sua azione silenziosa, ma attiva e feconda, l’uomo, libero già dal peccato, a poco a poco si accende nell’amore di Dio, gusta le cose celesti, ascolta le ispirazioni sante. La venuta dello Spirito Santo nell’anima nostra è il principio della divinizzazione che la sua permanenza andrà poi continuando. Sì! Perché avere lo Spirito di Dio è proprio essere a parte della vita stessa di Dio. Quando Samuele, ispirato dal Cielo, versò sopra il capo di Saulle un’ampollina di olio per consacrarlo Re, gli rivolse queste parole: « Lo Spirito del Signore ti investirà e sarai cambiato in tutt’altro uomo! » (I Re, X, 6). « Finora hai vissuto una vita campestre, sei stato sollecito soltanto delle tue pecore e dei tuoi armenti; hai trattato cose basse e vili; ma adesso avrai in mente pensieri nobili ed alti; il tuo modo di vivere dovrà diventare distinto e regale; gli affari che avrai tra mano non saranno mai indegni di un re ». Il popolo non lo sapeva che Saul era il re eletto, ma quando poté osservare a lungo la condotta di lui fu così meravigliato che andava dicendo: « Saul!? Che è mai diventato il figliuolo di un povero pastore! ». Cristiani, sono ancora più grandi le cose che fa lo Spirito Santo nell’anima dell’uomo. Vedete. Se Egli non fosse in noi nessun uomo mai avrebbe pensato di chiamarsi figliolo di Dio, né di invocare Dio come Padre. Soltanto in Paradiso noi potremo capire meglio la nostra dignità sublime. Quante anime un giorno emetteranno un grido di sorpresa, scoprendo tutta quell’interna meravigliosa grandezza che portavano in sé e che forse ignorarono! Non ci ha dunque lo Spirito Santo resi più grandi del re Saulle? Allora, se è così, la nostra vita sia conforme a tanta dignità. Se abbiamo vissuti i nostri giorni passati accontentando di più lo spirito cattivo che non l’Ospite divino bisognerà da qui innanzi assolutamente cambiare. Direte forse che fa onore allo Spirito Santo colui che pensa sempre alle miserie della terra, ai suoi guadagni, peggio, ha la fantasia sempre ingombra di luride immagini? Direte dunque che accontenta lo Spirito Santo chi, anche senza disprezzare la legge di Dio, non ha mai un palpito per una vita più santa, mai uno sforzo per salire più in alto? Leggiamo nella vita del Ven. Olier che egli spesso sentiva una voce interna, la quale con soavità imperiosa gli sussurrava: « Vita divina! Vita divina! ». La sua esistenza « rassomigliava ad una santa domenica ». Deve essere così anche di noi. Ogni giorno sentiamola la voce dello Spirito Santo che ci chiama alla vita divina della grazia e della virtù e la nostra esistenza sarà davvero una perenne domenica. – Si quis Spiritum Christi non habet, hic non est eius. « Se alcuno non ha lo Spirito di Cristo, non è de’ suoi ». Così l’Apostolo Paolo ai fedeli di Roma. Cristiani, pesiamo bene queste parole. Non essere di Cristo vuol dire non essere redenti, vuol dire non essere salvati dalla sua vita e dalla sua morte sopra la croce. Infelice colui che non ha lo Spirito Santo! Ma se uno distrugge il peccato e si sforza di vivere nell’amore di Dio, lo Spirito Santo viene in lui: egli diventa fratello di Cristo, figlio adottivo di Dio, erede del Paradiso.

– CREDO LO SPIRITO SANTO. S. Paolo ad Efeso incontrò un piccolo gruppo di fedeli: forse erano dodici (Act.,  XIX). Chiese a loro: « Credete voi nello Spirito Santo e l’avete ricevuto? ». Quelli, meravigliati, si guardarono in faccia e poi risposero: « Lo Spirito Santo? se non sappiamo nemmeno che vi sia uno Spirito Santo!… » S. Paolo ebbe un tremito di compassione, e soggiunse: « Ma come allora avete potuto essere battezzati? ». La medesima compassione ed il medesimo rimprovero, l’Apostolo potrebbe muovere ancora a non pochi Cristiani che, se non ignorano lo Spirito Santo, vivono però come se l’ignorassero. Per loro, dunque, fu vano il miracolo della Pentecoste? Erano trascorsi cinquanta giorni dalla Resurrezione e tutti i discepoli erano raccolti nel cenacolo. E venne dal cielo, improvvisamente, un suono, come si fosse levata un’impetuosa ala di vento: tutta la casa tremò. Apparvero allora delle lingue come di fuoco, che si posarono sopra ciascuno dei convenuti. « Et repleti sunt omnes Spiritu Sancto…» (Atti, II, 4). Chi è lo Spirito Santo di cui gli Apostoli ricevettero la primizia? Fin dalle ginocchia materne abbiamo imparato ad adorarlo come la terza Persona della SS. Trinità. Ma se oggi, in cui la Chiesa commemora il mistero della sua discesa, volessimo conoscerlo meglio, osserviamo i segni coi quali si manifestò. Scese come vento: il vento che libera il cielo da ogni nube, significa come lo Spirito Santo libera l’anima nostra da ogni errore e dubbio. Egli è Spirito di verità. Scese come un gagliardo tremito che scosse e riempì tutto il cenacolo, per significare come sa scuotere le anime, renderle capaci di parlare, d’agire, di morire da eroi. Egli è Spirito di fortezza. Scese come un fuoco: il fuoco che riscalda e dilata è simbolo dell’amore che lo Spirito Santo avrebbe acceso nel cuore dei fedeli. Egli è Spirito d’amore. – 1. SPIRITO DI VERITÀ. Il cattivo esempio del padre e soprattutto i divertimenti e la passione impura trascinarono nell’errore del Manicheismo una delle più belle intelligenze: Agostino di Tagaste. E nell’errore sentiva bisogno di un maestro potente che lo strappasse dai grossi vapori in cui soffocava, verso una regione di serenità. Studiò Platone, ascoltò S. Ambrogio. E benché, di giorno in giorno, s’avvicinasse alla verità, non poteva mai raggiungerla. Un giorno, con l’animo spasimante per l’interno martirio, si pose sotto una ficaia e sospirava a Dio con lacrime: «Signore, fino a quando dovrò brancolar nel dubbio così? ». Poi s’addormentò. Ma in quel momento s’udì un grido: « Prendi e leggi ». Agostino balza a quella voce, pallido e tremante, sospinto da un forza interiore, prende un libro, l’apre a caso e legge: « Rimoviamo da noi le opere delle tenebre e  rivestiamoci con le armi della luce ». E fu un raggio che cadde dall’alto, i suoi occhi videro, la sua anima vide: pianse e credette. Di chi era quel grido misterioso? Chi poté, in un attimo, persuaderlo, deciderlo, convincerlo? Non un uomo: perché gli uomini insegnano lentamente attraverso numerose parole. Non un uomo: perché ci sono delle verità che ripugnano alla carne e al sangue, delle verità che infrangono la superbia della nostra ragione, di cui nessuno ci può persuadere se non Colui che conosce tutte le vie del cuore: lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo ammaestrò S. Agostino come già aveva ammaestrato e illuminato gli Apostoli. Gli Apostoli erano rozzi e duri a comprendere: … stulti et tardi corde ad credendum.. erano materiali e non giudicavano che coi sensi:

nisi videro, non credam. Cristo stesso s’indignava talvolta con loro: tanto tempore vobiscum sum, et nondum cognovistis me? Ma disceso lo Spirito Santo, da stolti divennero sapienti, da increduli divennero la base e la colonna della fede. Quante volte anche noi, forse, abbiamo sentito risuonare un grido come Agostino, o abbiamo internamente visto una luce nuova come gli Apostoli. Quante volte anche noi, forse, leggendo un buon libro, ascoltando una predica anche in mezzo alle occupazioni quotidiane ci siam visti illuminare interiormente e liberare da ogni dubbio. Era lo Spirito Santo che c’insegnava la verità. – 2. SPIRITO DI FORTEZZA. A Siracusa, davanti al tribunale di Pascasio, venne trascinata la vergine Lucia. La timida giovinetta non tremava, ma diceva al giudice: « Tu osservi i decreti del tuo Cesare e io osservo la legge del mio Dio e giorno e notte ». Pascasio diabolicamente ordinò di condurla in luogo infame e poi di farla passare di tortura in tortura. Ma come i soldati la presero per condurla via, non riuscirono a smuoverla d’un passo, e le caddero intorno. Si ricorse alla forza dei buoi, ma la vergine di Cristo rimase ferma come rocca. Tutti gridavano alla strega e le gettavano addosso amuleti e scongiuri. Pascasio le disse: « Qual è l’arte magica che ti dona tanta forza? » E santa Lucia le rispose: «È lo Spirito Santo: io lo sento in me che dice: mille cadranno alla mia sinistra e diecimila alla tua destra, ma non ti toccheranno ». La vergine, glorificata ormai, pregava Dio a gradire la sua vita. Un soldato le tagliò il capo, ed ella si trovò in Paradiso. Anche l’anima nostra, in questo mondo, ha molti nemici che la vorrebbero trascinare in luogo infame e poi di peccato in peccato: è il demonio, sono le passioni, il mondo con le sue lusinghe, lo stimolo dei sensi, i cattivi compagni. Chi potrà sostenerci nella dura guerra della vita, se ci sentiamo così deboli e proclivi al male? Colui che fortificò la fanciulla di Siracusa: lo Spirito Santo che è Spirito di fortezza. Non erano anche gli Apostoli delle persone deboli? Tutti eran fuggiti nell’ora delle tenebre, e Pietro tre volte spergiurò prima che il gallo cantasse. Ma disceso lo Spirito Santo, rimproverarono intrepidamente ai Giudei il deicidio. « Voi avete rifiutato il Santo, il Giusto. Voi avete domandato grazia per un ladro omicida ed avete fatto morir l’Autore della vita ». I Giudei, spaventati, gridavano: «Tacete! Tacete! ». E quelli: « Non possiamo tacere ». Non possumus non loqui. « Possiamo soffrire, possiamo morire, ma non possiamo tradir l’Evangelo. E  dalle parole passarono ai fatti, dai fatti al supremo testimonio del sangue. Quale vergogna per noi, che pur avendo ricevuto lo Spirito Santo, siamo ancora così vili! Per noi, che siam Cristiani dimentichi del Cristianesimo, per noi che oggi forse, lo Spirito Santo sconfessa. Non vi sono più persecuzioni cruente; ma un’altra persecuzione s’è levata nella Chiesa; quella del mondo e della sua tirannia. È legge del mondo che, con qualsiasi mezzo, bisogna guadagnarsi un posto. È legge del mondo che perdonare è viltà. È legge del mondo che il piacere impuro è un bisogno di natura. E noi, forse, ne siamo schiavi? – 3. SPIRITO D’AMORE. Mentre S. Paolo si trovava a Cesarea, ospite della casa di Filippo, arrivò un certo Agabo, profeta. Costui prese la cintura di Paolo e si legò le mani e i piedi. Gli astanti guardavano, stupiti. Ma egli, profetando, disse: « In questo modo verrà legato dai Giudei in Gerusalemme quell’uomo a cui appartiene la cintura ». (Atti, XXI, 11). Filippo, le sue quattro figlie, i discepoli di Cesarea scoppiarono in pianto a quel triste presagio e s’inginocchiarono davanti a Paolo scongiurandolo a non tornar più a Gerusalemme. Ma Paolo rispose: « Non piangete così, che le vostre lacrime fanno male al mio cuore. Per conto mio sono pronto, non solo ad essere legato. ma anche a morire in Gerusalemme per il nome di Gesù ». Quanto amore! La morte non lo spaventava, ma non poteva veder piangere quei Cristiani: meglio spargere tutto il proprio sangue ma non una lacrima di loro. Ed è ancora Paolo che raccomanda ai fedeli: « Se alcuno vi maledirà, e voi beneditelo! Se alcuno vi farà del male, e voi fategli del bene! Benedite e amate ». E altrove dice: « Piangete coi piangenti, e allietatevi coi lieti. Io mi son fatto malato con i malati: mi sono fatto tutto a tutti ». Quando i primi Cristiani vedevano qualche povero nella Chiesa, ciascuno faceva colpa a se stesso di quella miseria e mettevano tutti i loro beni in comune perché tutti godessero egualmente. Gli uomini che così parlano e agiscono sono i medesimi che prima della discesa dello Spirito Santo litigavano per salvare il primo posto, e invocavano fuoco dal cielo sopra le città che li accoglievano male. E lo Spirito Santo, che è Spirito d’amore, quale trasformazione ha operato nel nostro cuore? Quante invidie, quanti rancori, quante vendette trovano ancora posto tra noi! E com’è avara la nostra mano nel largire e nell’aiutare! L’amor del prossimo è un segno dell’amor di Dio: solo quando saremo capaci di amare il prossimo come noi stessi, solo allora ameremo Dio più di noi stessi. – Ignazio d’Antiochia, trascinato in catene fino a Roma, scrive ai Romani queste parole: « Credetemi: è nel pieno vigore della vita che esprimo il desiderio di morire. In me ogni concupiscenza è crocifissa: solo v’è un’acqua viva e parlante, con un mormorio lungo e misterioso: « vieni al Padre! ». Quest’acqua viva, che ha voce, è la grazia dello Spirito Santo disceso in tutti noi. «Vieni al Padre!» ci dice quando il dubbio offusca la nostra fede. «Vieni al Padre!» ci sussurra quando le tentazioni vorrebbero travolgerci. « Vieni al Padre!» ci mormora quando l’odio, l’avarizia, l’invidia vorrebbero disseccarci il cuore. Ascoltiamo questa voce: non attiriamoci il tremendo rimprovero: dura cervice et incircumcisis cordibus, vos semper Spiritui Sancto resistitis.

IL CREDO

Offertorium

Orémus – Ps LXVII: 29-30

Confírma hoc, Deus, quod operátus es in nobis: a templo tuo, quod est in Jerúsalem, tibi ófferent reges múnera, allelúja.

[Conferma, o Dio, quanto hai operato in noi: i re Ti offriranno doni per il tuo tempio che è in Gerusalemme, allelúia].

Secreta

Múnera, quæsumus, Dómine, obláta sanctífica: et corda nostra Sancti Spíritus illustratióne emúnda.

[Santifica, Te ne preghiamo, o Signore, i doni che Ti vengono offerti, e monda i nostri cuori con la luce dello Spirito Santo].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Acts II: 2; 4

Factus est repénte de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis, ubi erant sedéntes, allelúja: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, loquéntes magnália Dei, allelúja, allelúja.

[Improvvisamente, nel luogo ove si trovavano, venne dal cielo un suono come di un vento impetuoso, allelúia: e furono ripieni di Spirito Santo, e decantavano le meraviglie del Signore, alleluja, alleluja.]

Postcommunio

Orémus.

Sancti Spíritus, Dómine, corda nostra mundet infúsio: et sui roris íntima aspersióne fecúndet.

[Fa, o Signore, che l’infusione dello Spirito Santo purifichi i nostri cuori, e li fecondi con l’intima aspersione della sua grazia] .

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (206)

LO SCUDO DELLA FEDE (206)

LA VERITÀ CATTOLICA (III)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE III

La Santissima Trinità

Voi ben sapete che, quando volete pregare, quasi per entrare nel miglior modo a trattare con Dio, la prima cosa, fate il segno della santa Croce. Bene: ce lo mostra la santa Madre Chiesa, la quale nell’atto di presentarci alla Maestà di Dio, tenendoci fra le braccia, per far coraggio a noi, e per farci da Lui ascoltare, ci dice subito quello che più le preme insegnarci. E così nel farci segnare, col cuor sulle labbra la ci viene a dire: « o figliuoli voi dovete sapere che l’Onnipotente Creatore del cielo e della terra Egli è gran Padre in Se stesso, ed ha il Figliuolo suo Unigenito in Se medesimo, collo Spirito Santo suo Amore eterno. Ebbene, ora pensate voi, bontà di Dio! Il Padre celeste mandò il suo Figliuolo a salvarci coll’Amor suo, collo Spirito Santo; il Figliuolo si è fatto uomo come siam noi; e per salvarci morì sulla Croce, risuscitò, salì al cielo. Ma pur là in gloria di paradiso, tien sempre vive le Piaghe ancor aperte per domandare misericordia per noi. Per ciò, deh! facciam presto, col far il segno della santa Croce, a nasconderci sotto la sua Croce, e a imprimere le sue sante Piaghe sulle nostre povere persone. Su, dunque, tenendoci raccolti al Cuor di Gesù, gettiamoci col segno della Croce tra le braccia di Dio santissimo, dicendo tutti compunti: Nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. – Ora mi preme tanto farvi capire tutto ciò; sicché non posso andare più innanzi in queste istruzioni, senza spiegarvi subito con l’anima intenerita come il Creatore Santissimo è Dio solo in tre Persone eguali e realmente distinte, che sono il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo. Così intenderete che uno è Dio che ci creò, uno è Dio che ci salvò, uno è Dio che ci raccoglie in carità per farci beati in Paradiso. Qui comincio a domandarvi in grazia, perché mi cale tanto di spiegarmi meglio che per me si possa; che mi vogliate ripetere (si fan ripetere) che io ho da mostrarvi: come in Dio vi sono tre Persone eguali e realmente distinte che sono Padre ecc., e che perciò è uno Iddio che ci creò, uno è Dio che ecc. Oh Gesù, quest’oggi abbiam maggior bisogno che Voi ci tiriate vicini vicini a Voi nel Santissimo Sacramento, e che facciate, più che non possa io colle mie parole, Voi coi palpiti del vostro Cuore a noi intendere sì grandi e care verità. Oh Maria Santissima, Figlia dell’Eterno Padre, Madre dell’Eterno Figlio, sposa dell’Eterno Amore, lo Spirito Santo, e Madre nostra, Voi innalzateci fra le vostre materne braccia a contemplare il mistero della Santissima Trinità. –  Noi abbiam detto, e direm sempre di tutto buon cuore: « io credo in Dio; » ma già vorremmo Un po’ conoscer Dio in Se stesso, per quanto ci fosse concesso. Io poi vi ho ben già accennato, e ricordatevi sempre questo avviso, che quei disgraziati i quali perfidiano, e non vogliono lasciarsi ammaestrar dalla Chiesa, ed hanno la pretenzione di spiegar chi sia Dio colla propria testa, danno in tali stranezze da andar in confusion disperati. Voi invece venite qui per impararlo dalla Madre Chiesa. E siccome le madri, senza tanto ragionare, dicono subito le più persuasive parole che fanno il più gran bene ai figliuoli, parole che sa dire solamente il cuore delle mamme; così anche la Madre Chiesa, unita a Dio Santissimo, con confidenza di sposa, senz’altro ci fa conoscere di Dio fino i più grandi secreti della sua Vita Divina. Ecco di fatto che ci dice subito come in Dio vi sono tre Persone, Padre, Figliuolo e Spirito Santo; e perciò dopo d’averci insegnato a dire: « io credo in Dio, » ci fa subito dire che Dio è Padre con queste parole: « io credo in Dio Padre. » Oh che diciam noi mai! Si, Dio è Padre, figliuoli…, nessuna scuola, nessuna filosofia, nessuna religione avrebbe mai sognato d’insegnare che Dio, purissimo Spirito, fosse Padre. Neppure i Giudei, benché adorassero il vero Dio, conobbero così chiaramente che Dio fosse tanto buon Padre, come l’avete da conoscere voi. Ben conobbero che Dio è onnipotente in sapendo che creò il cielo e la terra colla sola sua parola; e sì, che dovettero anche credere che Dio è tremendamente giusto, e che castiga i peccatori, quando mandò il diluvio universale, e fece piovere il fuoco sulle cinque città a fine di sperdere quei peccatori infangati nelle più luride sozzure della carne. E vel dico io, che dovettero troppo ben conoscere che Santissimo è Iddio; e dovettero capire che colla santità di Dio non è da pigliarsi gabbo o trattar a fidanza, alla spensierata senza rispetto, quando Dio stese morti di un colpo mille e mille Betzamiti, perché guardarono con sacrilegio da sfacciato fin nell’interno dell’arca santa! Sicché gli Israeliti ebbero di Dio più che un santo timore, una tremenda paura, da non ardir neppure di pronunziare il suo santo Nome; e ancora adesso gli Ebrei, quando nella santa Scrittura leggendo, incontrano il nome di Dio, lo passan via in silenzio, chinando il capo per adorarlo. Voi poi sapete che quando tutti insieme, quel gran popolo del Signore, erano raccolti alle radici del monte Sinai, e videro il monte coprirsi di tetra oscurità, e negro il cielo, e guizzar lampi, e rombar tuoni, e cader una tempesta di folgori, di saette, di carboni ardenti, e tremar la montagna in sussulto, rimasero atterriti sotto la presenza di Dio. Allora, altro che chiamar Dio col nome di Padre! si gettarono anzi colla faccia nella polvere urlando a grandi gemiti: « tremendo Iddio!…. non parlate a noi; ché noi cadremmo morti ad una vostra parola! Parlate al vostro servo Mosè, ed ei ridica a noi i Vostri comandamenti… » Essi adunque stavano tutti sotto la nube del terrore — omnes sub nube fuerunt. — È a noi, è a noi sì veramente che Dio si è lasciato conoscere che eziandio in mezzo all’eterna gloria di Creatore onnipotente, in fondo Egli è proprio Padre. Sì che l’abbiam conosciuto che Dio è Padre quando mandò in terra il suo Figliuolo a farsi uomo e a farsi nostro fratello. D’allora poi sì che noi Cristiani l’abbiamo ben bene dovuto conoscere; poiché Esso Gesù, Figliuol di Dio, venuto in terra, pigliò  tutte le occasioni per mostrarci come è buono con noi  il Padre Celeste: « Io son venuto, dice Gesù, di Cielo, così di cielo perché mi ha mandato a voi il Padre mio. Eh se  sapeste quanto è buono il Padre mio!… Vedetelo sol  dal giglio del campo cui Egli veste coll’amor di madre: vedetelo dagli augellini che non valgon due soldi, eppure Ei se ne piglia cura di padre. Pensate poi quanto vuol bene a voi il Padre celeste, il quale vi ha creati per amarvi come figliuoli in Paradiso. Egli vi tien da conto fino al capelli della testa. Anzi è sua volontà ch’io vi doni questa mia vita da uomo per pagare per voi i debiti vostri come vostro fratello, e portarvi poi salvi in braccio a Lui. Ecco adunque che starò sempre in terra qui con voi; cosicché voi se state uniti con Me, io ed il Padre mio e e il nostro Spirito consolatore, staremo proprio dentro di voi. » Sono queste pressoché proprio tutte parole di Gesù Cristo; e confortati da queste parole noi possiam gridare su questa bassa terra: « Oh grande Iddio, oh buon Padre, tutta la gloria a Voi come in Cielo così in terra….; a noi tutta la vostra misericordia!…. » Ora che abbiamo conosciuto che Dio è Padre, abbiamo da conoscere che, e Dio Padre, e il suo Figliuolo, e lo Spirito Santo sono un solo Dio in tre Persone uguali e realmente distinte. Ripetetelo in grazia (si fan ripetere): Ora abbiamo da conoscere ec. Comincio a dirvi che Dio si è fatto bene intendere e si rivelò alla nostra madre la Chiesa, e che la Chiesa insegna a noi come Egli, Dio Padre, ha e genera il suo Figliuolo per via dell’Intelligenza. Cioé: Dio Padre, la prima Persona, conosce Se stesso perfettamente, ha l’Idea, la immagine di Sé perfetta ma sostanziale, uguale a Se stesso. Ora questa sua immagine, eguale a Se stesso, della sua Sostanza, è Dio con Lui, è il Verbo Eterno, il suo Figliuolo, la seconda Persona. Il Padre così nel conoscere Sé stesso genera il Figliuolo, il Figliuolo riflette l’immagine del Padre, il Padre e il Figlio si amano di Eterno Amore; e come l’immagine sostanziale eguale al Padre è la seconda Persona cioè il Figliuolo; così l’Eterno Amore sostanziale, che spira dal Padre e dal Figlio, eguale al Padre ed al Figlio, è lo Spirito Santo cioè la terza Persona, che procede dal Padre e dal Figliuolo; quindi sono tre Persone un solo Dio.

(Ora farò di spiegarvelo in qualche maniera; e considerando come siamo noi creati ad immagine di Dio, cercheremo di elevarci per conoscere alla lontana come sia Dio a cui somigliamo alla lontana sì, ma pure in qualche modo assomigliamo. Adunque consideriamo noi medesimi. Noi pensiamo, e quando noi pensiamo, non è vero che ci formiamo nella mente un pensiero, concepiamo in noi una cognizione, e generiamo nella mente un’immagine che vediamo dentro di noi, sicché siamo soliti di dire: « Lo vedo ben io quello che ho in mente? » Abbiamo adunque anche noi un’immagine nella nostra mente. Quest’immagine è una cosa distinta dalla nostra mente stessa: questa immagine è tutta cosa spirituale e mentale, è della natura della nostra mente; ma pure è distinta dalla nostra mente stessa; poiché la nostra mente e l’anima nostra è una cosa, e un’altra cosa è il pensiero prodotto dall’anima. Venitemi ora appresso attenti; ché io andrò adagino. Adunque noi fin quì abbiamo conosciuto come nell’anima nostra vi sono due cose, una distinta dall’altra, e sono una la mente nostra, l’altra il pensiero: e sono però tutte due spirituali, e direi quasi dell’istessa sostanza. Così voi avete ben capito come l’anima nostra colla sua potenza che ha di conoscere, si formi e generi il suo pensiero. Ora Dio Padre conoscendo Se stesso ha in Sé medesimo l’immagine di Se stesso, la forma, lo splendor sostanziale della sua Divinità: e così genera il suo Figliuolo. Ma notate bene però che il modo di pensare di Dio è tanto diverso dal modo di pensare della piccola nostra mente poverina, e che troppo più è diverso che non sia il ritratto a colore; cioè l’immagine morta è tutt’altro dalla persona viva che rappresenta. Dio, dice s. Basilio (Adv. Eum. 5) ha in Sé l’immagine di Se stesso; ma la sua non è un’immagine morta come quella dell’uomo, ma sebbene in Dio è l’immagine viva proprio della sua Sostanza perfettamente eguale a Se stesso. Ora quest’immagine viva stanza una col Padre perfettamente eguale al Padre, è il suo Figliuolo. Così spero, che abbiate, se non un poco conosciuto, almeno imparato, troppo però alla lontana, e che così voi sappiate, o meglio crediate come il Padre conoscendo Se stesso genera il Figliuolo, per via di cognizione e d’intelligenza. Ora vi prego di venirmi appresso ancora con attenzione viva; ché come posso, tenterò non di spiegare ma di dirvi che dal Padre e dal Figliuolo procede lo Spirito Santo per via di amore. Ritorniamo ancora a pensare dentro di noi. Non è vero che quando l’anima nostra conosce una cosa proprio buona, noi sentiamo dentro dell’anima muoversi e saltar su la volontà, un’inclinazione ad amare quella cosa buona? Gli è perché la volontà nostra ama, e vuole il bene che ella conosce. Ora voi intendete che la volontà nostra viene e come diremmo salta fuori dall’anima nostra per la cognizione della cosa da noi amata: e noi con questa morta immagine di quello che sentiamo in noi, possiamo in qualche modo dire che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo. – Ecco adunque che diremo, come la nostra mente che pensa, rappresenta in noi una piccolissima immagine del Padre: il quale, conoscendo Se stesso genera il Figliuolo: come la nostra intelligenza generata dalla nostra mente, rappresenta una poverissima immagine del Figliuolo generato dal Padre: come la nostra volontà, e l’amore che vien dalla nostra mente, e dalla cognizione ed intelligenza nostra, rappresenta una troppo misera immagine dello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figliuolo. E voi perdonate a me l’insufficiente modo di spiegar con parola umana tanto altissime cose di Dio). Questo, secondo il povero modo del pensare nostro, può in qualche maniera significare che in Dio il conoscere ed amare Se stesso forma l’inesauribile Vita Divina. Dico inesauribile Vita di Dio, perché la Intelligenza e cognizione di Sé medesimo in Dio e il suo amore non hanno fine alcuno…. Deh non pretendiamo mai però d’intendere cose tanto divine! Per capirle bisognerebbe colla povera mente umana abbracciare, comprendere tutto l’Essere infinito che è Dio. Ma basta credere in Dio che ce lo ha manifestato, e alla Chiesa, che ce lo insegna. Come adunque c’insegna la Chiesa, crediamo che sempre da tutta l’eternità Dio Padre conosce ed ama Se stesso: che perciò da tutta l’eternità genera il suo Figliuolo: che dal Padre e dal Figlio, i quali si amano d’eterno Amore, procede lo Spirito Santo. Onde è eterno il Padre, eterno il Figlio, eterno lo Spirito Santo; però non sono tre eterni, ma Dio solo eterno. Il Padre da nulla è fatto, il Figliuolo non è fatto né creato dal Padre, ma dal Padre è generato. Lo Spirito Santo non è fatto, né creato, né generato, ma procede dal Padre e dal Figliuolo. E così adunque è onnipotente il Padre, onnipotente il Figliuolo, onnipotente lo Spirito Santo; però non sono tre onnipotenti, ma Dio solo onnipotente. Così Dio è il Padre, Dio è il Figlio, Dio è lo Spirito Santo: però non sono tre Dei, ma un Dio solo in tre Persone; perché in tutte le tre Persone una è la Divinità, eguale la gloria; e tutte tre insieme sono l’eterna Maestà di Dio (Simb. ATANAS.) che noi adoriamo nel Mistero della SS. Trinità. Ora che abbiamo imparato come il Signor nostro si è fatto conoscere; che Egli è un Dio solo in tre Persone eguali e distinte in Sé medesimo, vi debbo spiegare come Dio sì fa conoscere di essere Dio in tre Persone distinte anche in quello che fa con noi. Così vi manterrò la parola datavi in sul principio di questa istruzione, di spiegarvi che uno è Dio Padre che ci creò, uno è Dio Figlio che ci salvò, uno è Dio Spirito Santo che ci unisce in carità per immergerci nella beatitudine di Dio in paradiso. — Qui nos creavit unus est Deus: qui mos redimit unus Christus: qui nos consociare potest unus est Spiritus, dice s. Agostino (Epist. post collat.) Che cosa adunque vi ho da spiegare adesso? Ripetetemelo in grazia per la vostra bontà (sì fan ripetere). Vi ho da spiegare che uno è Dio Padre che ci creò, uno è Dio Figlio, ecc. – State attenti; ché sono cose così sante e care, da intenerircifino alle lacrime per amore di Dio. Voigià sapete come vi spiegai, e come il Concilio Vaticano insegna, che Dio eternamente beato in Sé stesso, creò il mondo per mostrarci la sua bontà. Ma appunto il miglior modo di far conoscere a noi la sua bontà è di farci comprendere che Egli è Dio Padre. È da intendere ora come Dio si è comportato con noi per chiarirsi nostro Padre. Noi appelliamo padre chi dà la esistenza ai figliuoli generandoli ad immagine sua; si mostra poi di essere un gran buon padre colui che ama tanto i suoi figliuoli fino ad esser disposto di sacrificarsi per loro. Ebbene (è utile dirvelo ancora) creando noi uomini, Dio ci creò ad immagine sua, cioè ci diede la vita capace di vivere eternamente ad immagine di Lui Padre; ci diede la ragione, la intelligenza, e ci creò capaci di conoscerlo ad immagine di Lui Figliuolo; ci diede infine la volontà capace di amarlo ad immagine di Lui Spirito Santo. Ci creò adunque a sua somiglianza. Sicché Dio vede in noi, come in piccolo specchio, ridergli davanti tante care immaginette viventi; vede che abbiamo anche noi bisogno di vivere in Lui, di partecipare della sua Vita Divina in qualche modo, e di essere con Lui beati. Dio adunque par che ci dica: « creaturine mie, care immagini mie, vi ho create ad immagine di me coll’amor di Padre; ed allora sarà contenta la mia bontà, quando vi avrò fatte con me beate in Paradiso. » Poiché vediamo bene anche noi, che allora un padre è contento, quando ha dato di tutto il suo bene ai suoi figliuoli….. Ne’ che è padre Iddio ?…. Ma lo intenderete meglio ancora. – Siccome noi uomini ci andiamo a perdere pei nostri peccati, così Dio pigliò cagione dal vederci così miserabili, di manifestare a noi tutta la sua misericordia, la vera bontà di padre, di mostrarsi insomma capace di sacrificare di Sé medesimo, dandoci dal suo seno, per dir così, il Figliuolo che è della stessa sua Sostanza. Oh qui sì che l’abbiam proprio veduta la gloria della bontà del Padre, al tutto bontà divina, nel veder la gloria della bontà del Figliuol suo Unigenito Dio con Lui! — vidimus gloriam eius, gloriam quasi Unigeniti a Patre. Perché, mandato dal Padre, viene a noi il Figliuol suo divino a salvarci. Nel Figliuol suo, che venne a morire per noi, abbiamo conosciuta la bontà del Padre. E non è vero che con noi si mostrò Padre ma veramente Padre di una bontà da Dio? Ma perché desidero che queste così sante e care vi penetrino bene addentro nel cuore, voglio spiegarvele in una maniera più chiara; e così intenderete come Dio Padre si mostri e si faccia conoscere distintamente a noi col suo Figliuolo. Io ora vi dirò di Dio come Egli parlasse da uomo; ché non è poi malcontento Iddio che io vi dica come Egli parlasse quasi da uomo, essendosi, per farsi conoscere meglio, fatto uomo anch’Esso. Dio adunque, vedendo come noi uomini andavamo miseramente a dannarci, disse al Figliuolo suo: « Questi poveri uomini da noi creati, eccoli lì come pel loro peccare si vanno a perdere! Non si curano più di Noi che li abbiamo creati e si guastano tanto di cuore, che paiono nostri nemici per la loro natura — eramus natura fili iræ! — Eppure benché così peccatori nostri nemici — cum adhuc inimici essemus, — più che provocarmi a sdegno, meschini! mi fanno tanto pietà!… Figliuol mio, salviamoli!… andate Voi sulla terra, pigliate umana carne, mettetevi in mezzo di loro; fate loro capire le più care cose del come li amiamo, sacrificatevi per loro, fatemeli buoni e fateli degni figliuoli del nostro amore. » E il Figliuol suo, mi par di sentire che rispondesse: « Si, Padre, andrò, mi farò uomo, mi addosserò tutte le loro miserie, pagherò Io la pena pei loro peccati, vi darò Io soddisfazione per loro, farò che vi amino con me, con me vi adorino, con me ve li porterò salvi in seno alla vostra bontà; n’andasse pure la mia vita d’uomo che io piglierò per soddisfarvi, per servirvi con loro! Non è vero, o Padre, che Voi siete contento e d’accordo con me che io mi sacrifichi così?… — proprio filio suo non pepercit. Pare insomma che gli dicesse: « a me, a me! ché darò Io il mio Sangue per portarveli in braccio come figli del mio Sangue, ut filii eius…. simus?» Deh! deh! che è cosa da piangere al pensare come discese di Cielo e nacque bambino da Maria Santissima; e come morì per noi….; come risuscitò …. e sali al Cielo ma come poi là anche in Cielo, Dio come Egli è col Padre, è sempre uomo con noi. Proprio là in Paradiso conserva un Cuore da uomo, fa causa comune con noi, e tiene le sue Piaghe vive vive le quali col loro Sangue sempre domandano per noi misericordia — semper vivens interpellans pro nobis. Così se Dio si è mostrato Creatore Padre, il suo Figliuolo si mostra fratello di nostro sangue per essere nostro Salvatore. E qui io non posso a meno di dirvi che, fattosi uomo come noi, Egli è Gesù Cristo il quale, come è in Paradiso col Padre, e collo Spirito Santo, è anche qui in terra con noi nel Santissimo Sacramento; e tiene qui con noi il suo Cuore aperto, come lo tiene ancora in cielo squarciato per significare al Padre tutti i nostri bisogni. E appunto appunto la Chiesa, da buona madre, piglia il momento più santo, quando le palpita in seno Gesù quando nella Messa tratta col suo Sangue i nostri interessi davanti al Padre, per dirci: « fate coraggio, o figliuoli! sia pur grande Iddio, qui con Gesù chiamatelo col nome di Padre. E chiamar Dio col nome di Padre vuol dire recitare il Pater noster « audemus dicere : » Pater noster. Sì, sì che noi oseremo dire, massime nella Messa: O Padre nostro! L’intendete bene dunque, che Dio si mostrò Padre col crearci, mostrò d’aver il Figlio per salvarci; e che quindi uno è Dio che ci creò, il Padre; uno è Dio che ci salvò, il Figliuolo. Mi resta ora a spiegarvi che uno è lo Spirito Santo, Dio col Padre e col Figliuolo, che ci raccoglie in carità per farci beati in Paradiso. – Ma io vorrei qui adesso aver una lingua da Angelo innamorato per dirvi le più care cose che convengono allo Spirito Santo, il quale è detto il Sommo Amore, ed anche è chiamato il Paracleto, che vuol dire Dio Consolatore; poiché a Lui si attribuiscono le operazioni dell’amore e della bontà di Dio. Pensate voi se non debba esser buono! è la bontà personale di Dio! Vi dirò subito ancora che se Dio si mostra Padre, la prima Persona della SS. Trinità nella creazione; se si mostra Figlio, la seconda Persona, nel salvarci; si mostra bene lo Spirito Santo essere l’ Amor Eterno nel volere far tutto il bene alle creature. Difatti, dice la parola santa di Dio, che era appena creata la terra, e ancor nelle tenebre avvolta e sprofondata dentro le acque quando lo Spirito Santo vi girava già intorno a suscitare un po’ di movimento e di vita; affinché le creature godessero alquanto di ben di Dio. Quando poi Dio impastava la terra da formare l’uomo, lo Spirito di Dio v’infuse coll’anima la vita, ed elevolla ai palpiti dell’amore: ché i palpiti sono tanti slanci del nostro cuore irrequieto sempre, finché non giunga ad essere beato in Dio. I palpiti adunque del nostro cuore che ama, sono un continuo movimento che lo Spirito Santo suscita in noi, col quale noi ci slanciamo a cercar il bene, che ci manca, in Dio Sommo Bene nostro, per immergerci in Lui nella beatitudine in Paradiso. Quando poi la giustizia di Dio fulminava i castighi contro gli uomini in peccato, – lo Spirito dell’Amore nell’istesso momento, per non lasciarli disperare, prometteva loro che verrebbe il Salvatore. Poi ora da un Patriarca, ora da un altro; e poi dal tale e tal altro Profeta faceva ripetere colla sua ispirazione: « parola di Dio! il Salvatore verrà! ». Anzi lasciatemi dire: pareva fino impaziente di far conoscere agli uomini misteri nascosti fino agli Angeli; e a loro già prediceva che sarebbe venuto il Salvatore come un agnello innocente a farsi sacrificare, per addossarsi la pena dei peccati di tutti…; E fa che contassero gli anni a settimane, per fissare il tempo preciso in cui sarebbe venuto il Figliuolo di Dio a morire pel genere umano. Ma quando poi giunse il momento in cui voleva farsi uomo il Figliuol di Dio ricevendo il nome di Gesù, altro che io, neppur gli Angioli vi potrebbero dire, come lo Spirito Santo discese nel fiore più bello dell’umana natura in Maria Vergine Santissima Immacolata. L’adombrò, e dal puro Sangue di Maria Santissima formò il Corpicino del bamboletto Gesù …… Silenzio!…… adoriamo tremando tutti compunti……. quel benedetto momento, in cui lo Spirito Santo cominciò a formar quel Cuoricino di uomo che in Gesù palpitò d’amore da Dio…. Adunque in quel cuoricino palpitò con Gesù Esso l’Eterno Amore del Padre e del Figliuolo; e come quel cuore di Gesù fu il primo principio e la radice, da cui doveva uscire, quasi pianta nuova, la famiglia dei figliuoli di Dio: così noi da Lui, e per Lui rinasciamo di Spirito Santo nel Battesimo di Gesù Cristo. Lo Spirito Santo palpitò adunque con Gesù nel Cuore, quando Gesù nasceva e cresceva per sacrificarsi: palpitò nel Cuor di Gesù, quando predicava con tanto amabil parola, palpitò nel Cuor di Gesù quando spargeva il Sangue per tutte le piaghe in agonia; palpitò. da quando fu squarciato e continua a palpitare tuttora, quando Gesù nel Sacramento trasfonde e comunica in noi la sua grazia, fa rivivere le anime nostre della vita che è il principio della vita eterna. Così lo Spirito Santo, nelle persone particolari spira la vita della grazia per i meriti del Redentore, ma nella Chiesa resta in permanenza con noi i quali tutti uniti insieme formiamo il corpo della Chiesa. La parola di Dio ce lo dice le tante volte a nostra consolazione; essa ci ripete che lo Spirito Santo è in noi, che abita nei fedeli; come ce lo promise Gesù che resterebbe continuamente in permanenza mansionem faciemus. — Ora, come Gesù non è unito con noi solo colla dottrina, ma vive in noi e ci comunica della sua vita divina, e resta qui nel SS. Sacramento; così resta anche lo Spirito Santo nella Chiesa, la vivifica, la inspira e le mantiene quella vita che non mai in ella vien meno. Quindi pare che si possa dire, per esprimerci più chiaramente, che se la Chiesa è un corpo, Gesù nel Sacramento è come il cuore, lo Spirito Santo è come l’aura vitale, la comunicazione dell’Amore, l’attività della vita spirituale che si diffonde in tutte le membra col Sangue di Gesù Cristo. Onde noi siamo membra di Gesù e templi vivi dello Spirito Santo: e noi figliuoli del Sangue di Gesù siamo vivificati e spinti innanzi nei movimenti della vita per giungere a vita eterna dallo Spirito del Signore Quicumque Spiritu Dei aguntur ii sunt fili Dei (ad Rom. VIII), Sicché collo SpiritoSanto, Amor Eterno, possiamo gridare in Gesù Cristo:« Abba, Pater, Voi, Dio Padre, Figliuolo e SpiritoSanto, ci siete Padre. Siamo difatti diventati suoi figliuoli….. Ipse Spiritus testimonium reddit ecc., quod sumus filii Dei.Ebbi dunque ben ragione di accennarvi fin da principio che la Chiesa ci dice subito da Madre tutto quello che ha da far più bene a noi suoi figlioli, quando ci induce fare il segno della Croce. Perché dicendo nel nome, e non nei nomi, diciamo che crediamo in Dio solo: e che crediamo che in Dio vi son tre Persone realmente distinte, il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo.Insomma sapete che cosa vogliam dire quando ci facciamo il segno della Croce? Vogliamo dire: Grand’Iddio,Voi non siete più il terribile (Ieowa), il Dio dell’anticotestamento; con noi siete Padre. Creatore dell’universo,avete un bell’esser grande; ma vi siete lasciato conoscere che siete Padre. Allora vi abbiamo conosciuto che siete Padre, quando avete mandato il vostro Figliuolo a farsi uomo per noi; e se noidi sotto la sua Croce vi adoriamo in timore, però di sotto le sue Piaghe possiamo spingere il nostro sguardo fino in seno alla vostra Divinità; e, sì, sì!ei par di vedervi tra lo splendore della eterna gloria dissipare colla vostra mano istessa i raggi della luce che non possiam fissare; di modo che vi lasciate scorger col sorriso di Padre. Diciamo adunque: « nel nome del Padre . . . Grande Iddio, ci siete Padre…Oh Padre.. oh Padre nostro! — Nel Nome del Figlio.Oh Gesù, eterno Figliuol di Dio; Voi siete in seno al Padre nella eterna gloria; ma pure a Voi ci rivolgiamo con tutta confidenza, perché, anche in mezzo alla gloria di paradiso, avete qualche cosa del nostro avete della Carne della nostra carne, del Sangue del nostro sangue, anzi avete un Cuor che dà ancora Sangue: siete insomma il Salvator nostro.— Nel nome dello Spirito Santo. O Amor del Padre e del Figliuolo, che come dal Padre, procedete dal Figlio che è qui in terra con noi, Voi che da Lui vi diffondete in tutte le nostre persone, tirateci alla beatitudine del Paradiso con Dio che si è fatto conoscere a noi. Così ci salveremo; così sia!Deh! col cuor pieno di così santi sentimenti facciamo un po’ d’esame sulla nostra povera vita.

Esame.

1. Pensiamo: bisogna ben dire che il Signore ci ama tanto, se con tanta benignità si è fatto conoscere fin dentro nel secreto della sua Vita Divina. Eh, se Dio ci avesse fatto sapere solamente che Egli è il Creatore onnipotente del cielo e della terra, noi dovremmo tremare davanti alla maestà di Dio Santissimo; ma dicendoci subito, che Dio è Padre, pigliamo coraggio, massime nel sentirci dir subito dalla nostra madre che, se Egli è Dio che ci creò, Egli è Padre che ci porta in braccio con Lui; è il Figliuolo suo che ci salvò; è lo Spirito Santo che ci vuole il più gran bene di Dio.

2. Consideriamo un po’ attentamente come dobbiamo, in quel povero modo che possiamo trattare con Dio, il quale si fa conoscere con tanta bontà: e se noi lo abbiamo fatto finora.

Pratica.

Cominciamo adunque la giornata quasi cominciassimo una vita nuova in quel primo momento in cui ci svegliamo (Ego dixi nunc cœpi); e nascondendoci subito sotto la croce di Gesù col fare il segno della santa Croce innalziamo la mente, allarghiamo il cuore; fin col corpo nostro medesimo slanciamoci in braccio a Dio, gridandogli col Cuor Santissimo di Gesù: « Nel Nome del Padre ecc. » Sempre così, massime quando dobbiamo presentarci a Dio santissimo colla preghiera a metter in salvo l’anima nostra, col segno di Croce chiameremo la benedizione di Dio sopra tutto che facciamo, tutto facendo a gloria di Dio. – Andiamo a casa coll’anima consolata da questi grandi pensieri. — Abbiamo in Dio un Padre che tutto può e vuol tutto il bene per noi: abbiamo in Dio il Figliuol suo Salvator nostro, che fa tutto per noi, come pei suoi fratelli di Sangue: abbiamo in Dio lo Spirito Santo, che ci vuol sempre beati in paradiso. Adunque ci salveremo sicuramente, se ci monderemo delle nostre miserie nella confessione, e se ci uniremo con Gesù nella Comunione; e quando preghiamo, preghiamo col Cuor di Gesù con filial confidenza dicendo: Pater noster… Oh Dio, oh Padre, tutta la gloria a Voi, tutta la vostra misericordia. Tutto poi che non sappiam dire, ditelo Voi per noi, o nostra Madre Maria Santissima. Ave Maria ecc.

Catechismo.

D. E quanti Dei vi sono?

R. Vi è un solo Dio.

D. E quante Persone vi sono in Dio.

R. In Dio vi sono Tre Persone eguali e realmente distinte: il Padre, il Figliuolo, e lo Spirito Santo.

D. Come si chiama questo mistero?

R. Il mistero della SS. Trinità!

D. Che cosa vuol dire SS. Trinità?

R. SS. Trinità vuol dire Tre Persone in un Dio solo.

D. Si potrebbe un poco spiegare come sonvi Tre Persone in Dio solo?

R. Non si può spiegare questo altissimo mistero: ma sappiamo però che Dio Padre, la Prima Persona, genera la seconda Persona, il Figliuolo, per via di Intelletto; e che dal Padre e dal Figliuolo procede  la terza Persona, lo Spirito Santo.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (55)

IL SACRO CUORE (55)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO QUINTO

SFORZI SPECIALI PER ORGANIZZARE E PER DIFFONDERE LA DEVOZIONE

III. – S. GIOVANNI EUDES E IL CULTO PUBBLICO DEL CUOR DI GESÙ

S. Giovanni Eudes è stato, prima di tutto, l’apostolo della divozione al Cuor di Maria, ma ha avuto la sua parte nella diffusione della divozione al Cuor di Gesù, e questa parte oggi è riconosciuta da tutti. La Chiesa stessa, nel decreto sull’eroismo delle sue virtù, del 3 gennaio 1903, lo designa come « l’autore del culto liturgico dei sacri Cuori di Gesù e di Maria ». Il breve di beatificazione, è ancor più esplicito: « Ardente lui stesso di un amore singolare verso i Cuori santissimi di Gesù e di Maria, ebbe per il primo, e non senza una specie d’ispirazione divina, l’idea di un culto pubblico in loro onore. Si deve dunque riguardarlo come il padre di questo dolce culto, perché fino dalla fondazione della sua congregazione di preti, egli fece celebrare fra i suoi figli la solennità di questi cuori; come il dottore, poiché compose in loro onore degli uffici ed una Messa; come l’apostolo infine, perché, con tutto il suo cuore si adoperò per diffondere dappertutto questa divozione salutare » (Per questo paragrafo molto debbo al P. Dauphin, che ebbe tanta parte nell’edizione delle opere complete di S. Giovanni Eudes). Senza dubbio non bisogna spinger troppo le parole, né dar loro una portata maggiore di quella che hanno; e forse, qua o là, si è mancato un po’ di misura. Ma è una testimonianza considerevole che noi abbiamo in lui e bisogna guardarsi bene dall’attenuarla come dall’esagerarla. Le numerose pubblicazioni di questi ultimi anni hanno messo in piena luce l’uomo e la sua opera; la polemica, che, in generale, vive d’idee vaghe e di asserzioni appassionate, non ha più che da tacere davanti alla storia che porta fatti precisi e testi chiari, almeno in quel che riguarda il punto principale, l’azione personale di S. Giovanni Eudes. Nato a Caen, nel 1601, G. Eudes ebbe fin dall’infanzia, il più tenero amore per Gesù e per Maria; nei vent’anni del suo soggiorno all’Oratorio, la sua pietà si informò un poco secondo quella di Bérulle e di De Condren. Lesse S. Matilde e S. Gertrude, Lansperge e Luigi di Blois. Furon quelle letture che inspirarono la sua divozione ai cuori di Gesù e di Maria? O non fecero che nutrirla? Pare che non si sappia niente di preciso a questo proposito. Dal 1640 circa lo vediamo tutto dedicato ai sacri Cuori di Gesù e di Maria; a loro consacra le congregazioni che fondò nel 1641 e 1643, prescrisse loro degli esercizi speciali in onore del sacratissimo Cuore di Gesù, principalmente la salutazione celebre: Ave Cor sanctissimum. Ave Cor amantissimum Jesu et Mariæ. Fin dal 1646 fa loro celebrare solennemente la festa del santo cuore di Maria — vedremo poi che, per san G. Eudes, il Cuore di Maria non è mai separato dal Cuor di Gesù — prima il 20 ottobre, che consacrerà più tardi al cuor di Gesù, poi 1°8 febbraio che resterà riservato al Cuor di Maria; e compone per questa festa un ufficio che nel 1648 è approvato da alcuni Vescovi. La festa non rimane nell’interno della comunità. Nel 1648 il P. Eudes la celebra solennemente nella cattedrale d’Autun. Il movimento si propagò poi in diverse diocesi specialmente in Borgogna e Normandia sotto l’influenza di S. G. Eudes e della sua Congregazione. Una specie di terzo ordine, ch’egli fondò verso il 1650, le confraternite del santo Cuore che stabilì in molti luoghi, contribuirono a divulgare e far conoscere la sua cara divozione. Il libro si unisce alla parola e all’azione. Nel 1648 il P. Eudes pubblicò a Autun la sua opera: La divozione del santissimo Cuore e del santissimo Nome della B. Vergine Maria; la ripubblicò a Caen nel 1650. Nel 1654 gli Eudisti stabiliscono, nel loro collegio di Lisieux, una Congregazione della Santissima Vergine, sotto l’invocazione del suo santo Cuore, con un piccolo ufficio. Nel 1655 essi inaugurarono, nel loro seminario di Coutances, la prima chiesa costrutta in onore del Cuore di Gesù e di Maria. La divozione si diffuse anche a Parigi, in qualche gruppo d’anime, e sempre sotto l’influenza e la parola ardente del P. Eudes. Malgrado ostacoli di ogni sorta e calunnie, molti Vescovi stabilirono la festa, il libro riceveva approvazioni, le chiese si costruivano, le confraternite si moltiplicavano (1650-1668). Si faceva tutto ciò senza autorità di Roma; ma Roma, tollerava, allora, quelle iniziative episcopali. Nel 1668 si ottenne un’approvazione del cardinale di Vendòme, legato a latere. È vero che Roma, nel 1669, rifiutava la sua, ma per questo il culto non cessò di diffondersi in Francia. Dal 1670 esso ricevette uno sviluppo interno considerevole. Fino ad allora il P. Eudes non aveva proposto che una festa, non aveva composto che un ufficio. Il Cuor di Gesù vi era onorato nel e con il cuor di Maria, e l’ufficio nominava spesso il Cuor di Gesù. Dal 1660 circa queste menzioni del cuor di Gesù sono meno numerose, e l’ufficio è più esclusivamente quello del cuor di Maria. Il P. Eudes, senza dubbio, pensava fin d’allora a festeggiare a parte, con un ufficio speciale, il Cuor di Gesù. Nel 1670 egli riceveva l’approvazione dei teologi per la Messa e Ufficio del Cuore adorabile di Gesù. Lo stesso anno i Vescovi di Rennes, Coutances ed Évreux approvavano Messa e Ufficio e permettevano di celebrare la festa. È stato creduto, fino ai nostri giorni che la prima festa del sacro Cuore di Gesù sia stata celebrata a Rennes, nel seminario, il 31 agosto 1670; ma questa opinione non sembra sufficientemente accertata, e non si concilia con i fatti accertati. Soltanto il 20 ottobre 1672 la solennità deve aver avuto luogo; ed essa ebbe luogo, lo stesso giorno, in diverse città: a Coutances, a Évreux, a Bayeux, come a Rennes; in una parola da per tutto dove vi erano case della Congregazione, fuorché a Rouen, dove Mons. di Médavy, allora succeduto a Mons. di Harlay, non permise la festa che l’anno seguente. – I considerando di alcuni degli atti episcopali sono interessantissimi; è la prima volta che la Chiesa docente parla del sacro Cuore. Il Vescovo di Coutances, Mons. Di Loménie di Brienne, scrive nella sua lettera del 29 luglio 1670: « Il Cuore adorabile del nostro Redentore è il primo oggetto della dilezione e compiacenza del Padre di tutte le misericordie, ed essendo reciprocamente tutto infiammato di santo amore verso questo Dio di consolazione, ed essendo pure infiammato di carità verso di noi, tutto ardente di zelo per la nostra salute, tutto pieno di misericordia verso i peccatori, tutto riempito di compassione Verso i miserabili ed essendo esso il principe di tutte le glorie e le felicità del cielo e di tutte le grazie e benedizioni della terra e una sorgente inesauribile di ogni sorta di favori per coloro che l’onorano, tutti i Cristiani devono sforzarsi di rendergli tutte le venerazioni e adorazioni possibili ». Il Vescovo di Évreux, Mons di Maupas du Tour, esprime idee simili nella sua lettera dell’8 ottobre 1670: « Il Cuore adorabile di nostro Signore, essendo una fornace d’amore verso il suo Padre e di carità verso di noi e la sorgente di un’infinità di grazie e favori per tutto il genere umano, tutti gli uomini, specialmente tutti i Cristiani, hanno l’obbligo grandissimo di onorarlo, lodarlo e glorificarlo in tutte le maniere possibili ». Nel 1671 l’Arcivescovo di Rouen, che era ancora Mons. di Harlay, i Vescovi di Bayeux e di Lisieux, e l’antico Vescovo di Rodez, Abelly, si univano agli altri tre per approvare la festa e l’ufficio. Infine, il 29 luglio 1672 il Padre Eudes indirizzava alle sei case della sua Società una circolare stampata per ordinare loro di celebrare, d’allora in poi, come festa patronale, il 20 ottobre, la solennità del sacro Cuore di Gesù. La circolare comincia così: « È una grazia inesplicabile che il nostro amabile Salvatore ci ha fatto di donare alla nostra Congregazione il Cuore ammirabile della sua santissima Madre; ma la sua bontà, che non ha limiti, non arrestandosi lì, è andata molto più oltre dandoci il suo proprio Cuore per essere, con il Cuore della sua gloriosa Madre, il fondatore e il superiore, il principio e la fine, l’anima e la vita di questa Congregazione… Benché sinora non si sia celebrata una festa propria e particolare del Cuore adorabile di Gesù, tuttavia noi non abbiamo mai avuto l’intenzione di separare due cose che Dio ha unito così strettamente insieme, come sono il Cuore augustissimo del Figlio d’Iddio e quello della sua benedetta Madre. Al contrario, è sempre stata nostra intenzione, fin dalla fondazione della nostra Congregazione, di riguardare e onorare questi due Cuori come un solo e medesimo Cuore, in unità di spirito, di sentimento, di volontà e d’affezione ». – Il pio fondatore spiega in seguito « come la divina Provvidenza… ha voluto far precedere la festa del Cuore di Maria a quella del Cuore di Gesù, per preparare le vie, nei cuori dei fedeli, alla venerazione di questo Cuore adorabile »; e come « questa ardente divozione dei veri figli del Cuore della Madre d’amore… l’ha obbligata ad attendere dal suo amatissimo Figlio questo favore grandissimo, che Egli fa alla sua Chiesa, di donarle la festa del suo Cuore regale, che sarà una nuova sorgente di infinite benedizioni, per quelli che si disporranno a celebrarla santamente ». Segue un bel ragionamento su l’eccellenza della festa e l’eccellenza del suo oggetto. « Qual Cuore è più adorabile, più ammirabile e più amabile del Cuore di questo Uomo-Dio che si chiama Gesù? Quale onore mesita questo Cuore divino, che ha sempre reso e renderà eternamente a Dio (tanta) gloria ed amore!… Che zelo dobbiamo avere per onorare questo Cuore augusto, che è la sorgente della nostra salute, che è l’origine di tutte le felicità del cielo e della terra, che è una fornace immensa d’amore verso di noi, e che non pensa, notte e giorno, che a colmarci di un’infinità di beni e che infine si è spezzato… di dolore per noi sulla croce! ». Conclusione: « Riconosciamo dunque… la grazia infinita e il favore incomparabile di cui il nostro buon Salvatore onora la nostra Congregazione donandole il suo adorabilissimo Cuore col Cuore amabilissimo della sua santa Madre. Sono due Cuori inestimabili, che comprendono un’immensità di beni celesti e di ricchezze eterne, di cui la rende depositaria per spargerli in seguito, per Mezzo suo, nei cuori dei fedeli ». Margherita Maria non potrà esser più esplicita quando parlerà della missione confidata alla Visitazione e alla Compagnia di Gesù. – La festa così promulgata dal P. Eudes fu adottata da alcune Congregazioni religiose, specialmente, dal 1674 in poi, dalle Benedettine del SS. Sacramento, la fondatrice delle quali, Caterina di Bar, madre Matilde del SS. Sacramento, era devota al P. Eudes. Pure dal 1674 essa fu celebrata dalle Benedettine dell’Abbazia reale di Montmartre, presso il luogo dove, 200 anni più tardi, doveva innalzarsi la Basilica del sacro Cuore. L’ufficio da lui composto si diffondeva in pari tempo ed è quello, pare, di cui si servivano le Visitandine stesse in molti dei loro monasteri fin verso il 1750. – La festa fioriva naturalmente con le Confraternite. Ora, il P. Eudes ed i suoi, profittavano di tutte le occasioni per stabilirla. Ed è qui che interviene il Papa. Fin dal 1666 Alessandro VII approvava una Confraternita del Cuore di Gesù e Maria a Morlaix. Il P. Eudes ottenne, nel 1674 e nel 1675, sei Brevi di Clemente X in favore di Confraternite simili. Era almeno indirettamente una approvazione della divozione al sacro Cuore e i postulatori che verranno più tardi lo faranno notare. – Frattanto il P. Eudes lavorava alla grande opera in cui doveva mettere il meglio dell’anima sua e riassumere il lavoro di tutta la sua vita. Meno di un mese prima di morire egli scriveva: « Oggi 25 luglio 1680, Dio mi ha fatto la grazia di compiere il mio libro del Cuore ammirabile della santissima Madre d’Iddio ». L’autore morì il 19 agosto seguente e l’opera non fu pubblicata che nel 1681. La divozione al sacro Cuore non ne è il principale oggetto, come lo indica il titolo. Vi si tratta soprattutto del Cuor di Maria. Ma dei dodici libri che lo compongono, il dodicesimo è tutto consacrato al cuor di Gesù. È diviso in venti capitoli, otto meditazioni e litanie, e comprende quasi 100 pagine in-4°, su circa 700. Unendo a questo libro le nozioni generali, date nel libro primo, si ha, dice il P. Le Doré, « un eccellente trattato della divozione al sacro Cuore del Figlio d’Iddio ». Si vede che, per il P. Eudes, la divozione al Cuore adorabile di Gesù fiorisce, per così dire, sulla divozione al Cuore ammirabile di Maria dalla quale si è staccata a poco a poco. Fin dal principio essa le era unita come, secondo il pensiero del P. Le Doré, il sangue prezioso nel calice; essa le era unita ma nell’unità morale, nell’unità d’amore, nella conformità di vita e di affezione fra il cuore del Figlio e quello della Madre. Il P. Eudes dapprima non ha avuto in vista che questa unità morale dei due cuori: il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria non formavano, per lui, che un sol Cuore. Perciò egli diceva il Cuore di Gesù e Maria, piuttosto che i Cuori. Tuttavia, egli è stato trascinato ad occuparsi distintamente dei due cuori. Allora vede veramente il cuore di carne, evidentemente non in se stesso, ma come simbolo; simbolo e focolare di tutta la vita intima del Cristo. Però troviamo in lui più spesso la metafora che il simbolismo; l’espressione un po’ confusa dell’amore e dell’uomo intimo per mezzo della parola Cuore, piuttosto che uno sguardo sul cuore di carne per leggervi l’amore. La devozione, come l’espone e la insegna il P. Eudes, non differisce essenzialmente da quella originata a Paray; ma abbraccia di più e si appoggia meno sul simbolismo del cuore. Anzi, per questa stessa ragione, essa è forse meno precisa nelle sue formule, meno concreta di aspetto, meno parlante alla folla. Il gran libro in cui essa è esposta non è fatto per renderla popolare. Il P. Eudes morì senza averlo pubblicato lui stesso, e la sua possente influenza non era più là per spingerlo… Non vi è dubbio che, se fosse vissuto, avrebbe adattato il suo lavoro, avrebbe resa la sua dottrina tale da essere più alla portata di tutti, staccando il dodicesimo libro o componendo con esso qualche opuscolo come fu fatto dopo la sua morte; ma questi tentativi stessi fecero perder di vista l’opera primitiva; quando Galliffet e Languet credono di citare il P. Eudes citano un’altra opera scritta senza dubbio da uno dei suoi discepoli. Il libro grande non fu pubblicato che nel 1833; e nel 1891 lo stesso Padre Le Doré, trovando lo « stile invecchiato », ha creduto suo dovere, per rendere più accessibile una dottrina « troppo poco conosciuta », « di cambiare talvolta alcune parole non più usate, sopprimere alcuni epiteti ed anche tagliare certe frasi troppo lunghe ». Malgrado questi inconvenienti, questo dodicesimo libro merita di essere conosciuto. Non possiamo darne, qui che una breve analisi, quasi un indice. È intitolato Del divin Cuore di Gesù. 1 titoli dei capitoli ne dicono assai chiaramente il soggetto:

1. Che il divin Cuore di Gesù è la corona della gloria del santissimo Cuor di Maria; ».

2. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace di amore ardentissimo per il Padre Eterno;

3-4. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace d’amore per la sua santissima Madre, le cui fiamme si dimostrano nei privilegi di cui l’ha arricchita;

5. Che l’amore infinito di Gesù per la sua Madre santissima riempie il suo divin Cuore di dolori amarissimi, in vista di quelli che penetreranno il suo Cuor verginale, al tempo della Passione:

6. Esercizio di amore e di pietà sui dolori del divin Cuore di Gesù e del sacro Cuore della sua beatissima Madre;

7. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace di amore verso la Chiesa trionfante, militante e sofferente;

8. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace di amore verso ciascuno di noi:

9.-10. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace d’amore per noi nel santissimo Sacramento e nella sua santa Passione;

11. Che il Cuore di Gesù non è che una cosa sola col Cuore del Padre e dello Spirito Santo; e che il Cuore di queste tre divine Persone è una fornace d’amore verso di noi;

12. Che il divin Cuore di Gesù è un tesoro immenso; che è tutto nostro: e l’uso santo che dobbiamo farne:

13. Che il nostro amabile Gesù ci ama come suo Padre l’ama, e ciò che dobbiamo fare per amarlo;

14. Belle parole del santo dottore Lansperge, certosino, sul divin Cuore del nostro Salvatore, tolte dal capitolo 36 del suo libro sulla Milizia cristiana (Queste parole non sono di Lansperge, ma di Domenico di Treviri);

15. Il serafico S. Bonaventura che parla del divin Cuore di Gesù (Sunto dello Stimulus amoris, che, come si sa, non è di S, Bonaventura. Ne ho già citate alcune linee.);

16. Gli esercizî d’amore e di pietà verso l’amabile Cuor di Gesù tolti da diversi passi del libro di Lansperge, certosino, intitolato: Pharetra divini amoris, faretra dell’amore divino (Sono i testi citati più sopra, con qualcun altro.);

17. Altro esercizio d’amore verso il divin Cuore di Gesù, tolto dagli Esercizi di S. Gertrude su la preparazione alla morte;

18. Conversazione di un’anima santa nella solitudine col divin Cuore di Gesù;

19. Diversi altri fatti meravigliosi del divin Cuore di Gesù, riportati nel capitolo VI, del libro III della Vita di Suor Margherita del SS. Sacramento, religiosa carmelitana del monastero di Beaune, composta da un prete dell’Oratorio (Il P. Amelote. Vedi alcuni passi più sopra.);

20. Quante fiamme o aspirazioni di amore verso l’amabile Cuor di Gesù »

Seguono diciassette meditazioni in due serie: una serie di nove « per la festa del divin Cuore di Gesù »; un’altra di otto « sul divin Cuore di Gesù ». Queste meditazioni, in molti punti, ripetono ciò che è detto nei capitoli; ma in molti altri invece lo completano felicemente. Nell’insieme esse sono forse più istruttive e più pratiche che i capitoli stessi; la devozione al sacro Cuore vi è più palese e vi appare con i veri caratteri della devozione. Le prime tre si aggirano sulla festa del divin Cuore: disposizioni richieste per ben prepararsi a celebrarla; considerazioni e pratiche per il giorno della festa; gran favore che ci ha fatto nostro Signore donandocela; nella quarta consideriamo il Cuor di Gesù come nostro rifugio, nostro oracolo, nostro tesoro; nella quinta, come il modello e la regola della nostra vita. Sesta: « Che Gesù ci dona il suo Cuore per essere il nostro cuore ». Settima: « La profondissima umiltà del divin Cuore di Gesù ». Ottava: « Che il Cuor di Gesù è il Re dei Martiri ». Nona: « Che il Cuor di Gesù è il Cuor di Maria ». – Seconda serie. Prima meditazione: « Che la Santissima Trinità è viva e regnante nel Cuor di Gesù ». — Seconda: « Che il Cuor di Gesù è il santuario e l’immagine delle perfezioni divine ». — Terza: « Che il Cuor di Gesù è il tempio, l’altare e l’incensiere dell’amore divino ». — Quarta: « Che il Cuor di Gesù ci ama di un amore immenso ed eterno ». — Quinta: « Che il Cuor di Gesù è il principio della vita, dell’Uomo-Dio, della vita della Madre d’Iddio, e della vita degli figli d’Iddio ». — Sesta: « Tre Cuori di Gesù che non sono che un unico Cuore » e sono; « il Cuore divino, il Cuore spirituale, il Cuore santissimo del suo corpo divinizzato ». — Settima: « I miracoli del Cuor di Gesù ». Il mondo della natura, il mondo della grazia, il mondo della gloria. — Ottava: « Che il Cuor di Gesù è una fornace d’amore purificante, illuminante, santificante, trasformante e deificante ». – A queste meditazioni, il P. Eudes, ha aggiunto delle litanie del divin Cuore di cui alcune invocazioni mostrano che, se anche egli non insiste molto sul cuore di carne, tuttavia non lo dimentica; poiché esse ricordano la ferita d’amore, il colpo di lancia, e, secondo un’idea presa da S. Brigida, questo cuore spezzato dal dolore. – S. Giovanni Eudes ha lavorato per la divozione al cuor di Gesù forse più che con il suo libro, con l’ufficio e la Messa composti per la festa e l’ottava. L’opera, infatti, è originale e ricorda in certi punti, l’incomparabile ufficio del SS. Sacramento, per la fusione armoniosa di un pensiero ricco e profondo, dell’entusiasmo poetico, della pietà soave e solida tutta nutrita della Scrittura e dei santi Padri (Il ritmo, tuttavia, è lontano dalla pienezza e facilità delle composizioni di S. Tomaso, la rima si riduce spesso ad una semplice assonanza. S. G. Eudes. d’ordinario, si limita alle leggi della quantità classica, mentre i « ritmi» di S. Tommaso sono, come si sa, regolati dall’accento). I temi e i soggetti sono presso a poco quelli che abbiamo incontrato nel XII libro del Cuore ammirabile; ma, grazie in parte alle costrizioni del genere liturgico e del ritmo, l’espressione è più vigorosa e raccolta. Quanto allo spirito generale, è il più puro spirito della divozione al sacro Cuore, lo spirito d’amore, soprattutto; l’amore dell’uomo che vuol rispondere all’amore d’Iddio. Alcune strofe, a volte più o meno modificate, son state usate in altri uffici, questa, per esempio, che il P. Galliffet ha trascritta per il suo.

O Cor, amore saucium,

Amore corda saucia;

Vitale nectar caelitum,

Amore nos inebria

(Inno dei vespri:

O cuore d’umore

Ferite d’amore i nostri;

Nettare di vita ai Beati,

Inebriateci d’amore).

Ecco l’Invitatorio del Mattutino :

Jesu cor amantissimum venite adoremus: qui est amor et vita nostra (Venite, adoriamo il Cuore amantissimo di Gesù. Che è nostro amore e nostra vita).

Ed ecco l’Orazione:

Pater misericordiarum et Deus totius consolationis, qui, propter nimiam caritatem qua dilexisti nos, dilectissimi Filii tui cor amantissimum nobis ineffabili bonitate donasti, ut te uno corde cum ipso perfecte diligamus; præsta, quæsumus, ut cordibus nostris inter se et cum corde Jesu in unum consummatis, omnia nostra in caritate ejus fiant atque ipso interveniente Juxta cordis nostri desideria compleantur (« Padre di misericordia e Dio di tutte le consolazioni, voi, che, nell’eccesso d’amore con cui ci avete amati, ci avete donato, con bontà ineffabile il cuore del vostro amantissimo Figlio, perché noi si possa amarvi in unione perfetta con Lui, accordateci, ve ne preghiamo, che, consumati i nostri cuori nell’unione fra loro e col cuore di Gesù, la nostra vita sia tutta una vita d’amore fra Lui e noi, e che, per la sua intercessione, si compiano i giusti desideri dei cuori nostri! »). – Le antifone son tutte bibliche e non spirano che amore; sono spesso modificate in maniera da racchiudere la parola cuore. Le lezioni, sia bibliche, sia patristiche, sono scelte molto bene. E questa osservazione non è solo per quelle del giorno, ma anche dell’ottava. La Messa, infine, è una Messa tutta d’amore, tutta piena del sacro Cuore, del suo amore per Dio e per noi, del nostro amore per Lui. È una liturgia grandiosa e bella, che estenderà e prolungherà l’influenza del P. Eudes persino negli ambienti più imbevuti della divozione di Paray. Prova evidente, in mancanza di altre, che le due divozioni non si presentavano come distinte, giacché si cantava il sacro Cuore rivelato a santa Margherita Maria con le formule prese al P. Eudes. – S. G. Eudes ha così preparato il terreno; ha suscitato il movimento verso la divozione, ha parlato del Cuor di Gesù con amore, scienza e pietà; ne è stato il primo cantore liturgico; le confraternite da lui fondate in onore del cuore di Gesù e di Maria, hanno aiutato a  fondarne altre in onore del sacro Cuore; le approvazioni che egli ha ottenuto hanno incoraggiato a chiederne altre; ha istituita e propagata la festa, ed è lo dice il decreto 6 gennaio 1903 che introdusse la sua causa e lo dichiarò Venerabile, auctor liturgici cultus SS. Cordium Jesu et Mariæ. Infine prima e poi con santa Margherita Maria, prima e poi con i principali promotori della divozione, il P. Eudes è stato attaccato con Violenza dai Giansenisti, da tutti i nemici del Cuor di Gesù e del Cuor di Maria. Si può dire che su di lui hanno fatto le loro prove. Il culto quale si è propagato nel mondo, quale è stato approvato dalla Chiesa universale, è quello che fu rivelato a Margherita Maria; e, per concludere col P. Le Doré « la beata Margherita Maria è l’apostolo per eccellenza del sacro Cuor di Gesù; il P. Eudes fu scelto, prima di tutto, per esser quello del Cuor di Maria; ma sarebbe ingiusto di negare all’ardente missionario la gloria d’aver servito di possente ausiliario e di degno precursore alla beata Visitandina ».