DOMENICA DI PENTECOSTE (2022)

DOMENICA DI PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pietro in Vincoli.

Doppio di I Cl. con Ottava privilegiata di I ord. –

 Paramenti rossi

Il dono della sapienza è un’illuminazione dello Spirito Santo, grazie alla quale la nostra intelligenza contempla le verità della fede in una luce magnifica e ne prova una grande gioia ». (P. MESCHLER.)

Gesù aveva posto le fondamenta della Chiesa durante la sua vita apostolica e le aveva comunicato i. suoi poteri dopo la sua Resurrezione. Lo Spirito Santo doveva compiere la formazione degli Apostoli e rivestirli della forza che viene dall’Alto (Vangelo). Al regno visibile di Cristo succede il regno visibile dello Spirito Santo, che si manifesta scendendo sui discepoli di Gesù. La festa della Pentecoste è la festa della promulgazione della Chiesa; perciò, si sceglie la Basilica dedicata a S. Pietro, capo della Chiesa, per la Stazione di questo giorno. Gesù, ci dice il Vangelo, aveva annunciato ai suoi la venuta del divin Paracleto e l’Epistola ci mostra la realizzazione di questa promessa. All’ora Terza il Cenacolo è Investito dallo Spirito dì Dio: un vento impetuoso che soffia improvvisamente intorno alla casa e l’apparizione di lingue di fuoco all’interno, ne sono i segni meravigliosi. — Illuminati dallo Spirito Santo (Orazione) e riempiti dall’effusione dei sette doni, (Sequenza), gli Apostoli sono rinnovati e a loro volta rinnoveranno il mondo intero (Introito, Antifona).E la Messa cantata all’ora terza, è il momento in cui noi pure « riceviamo lo Spirito Santo, che Gesù salito al cielo, effonde in questi giorni sui figli di adozione » (Prefatio), poiché ognuno dei misteri liturgici opera dei frutti di grazia nelle anime nostre nel giorno anniversario in cui la Chiesa lo celebra. Durante l’Avvento, dicevamo al Verbo: «Vieni, Signore, ad espiare i delitti del tuo popolo»; ora diciamo con la Chiesa allo Spirito Santo: Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in noi il fuoco dell’amor tuo » (Alleluia). È la più bella e la più necessaria delle orazioni giaculatorie, poiché lo Spirito Santo, il « dolce ospite dell’anima », è il principio di tutta la nostra vita soprannaturale.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Sap I: 7. Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja.

[Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps LXVII: 2 Exsúrgat Deus, et dissipéntur inimíci ejus: et fúgiant, qui odérunt eum, a fácie ejus.

[Sorga il Signore, e siano dispersi i suoi nemici: e coloro che lo òdiano fuggano dal suo cospetto].

Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja

[Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

Orémus.

Deus, qui hodiérna die corda fidélium Sancti Spíritus illustratióne docuísti: da nobis in eódem Spíritu recta sápere; et de ejus semper consolatióne gaudére.

[O Dio, che in questo giorno hai ammaestrato i tuoi fedeli con la luce dello Spirito Santo, concedici di sentire correttamente nello stesso Spirito, e di godere sempre della sua consolazione.]

Lectio

Léctio  Actuum Apostolórum. Act. II: 1-11

“Cum compleréntur dies Pentecóstes, erant omnes discípuli pariter in eódem loco: et factus est repéente de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis: et replévit totam domum, ubi erant sedentes. Et apparuérunt illis dispertítæ linguæ tamquam ignis, sedítque supra síngulos eórum: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, et coepérunt loqui váriis linguis, prout Spíritus Sanctus dabat éloqui illis. Erant autem in Jerúsalem habitántes Judaei, viri religiósi ex omni natióne, quæ sub coelo est. Facta autem hac voce, convénit multitúdo, et mente confúsa est, quóniam audiébat unusquísque lingua sua illos loquéntes. Stupébant autem omnes et mirabántur, dicéntes: Nonne ecce omnes isti, qui loquúntur, Galilæi sunt? Et quómodo nos audívimus unusquísque linguam nostram, in qua nati sumus? Parthi et Medi et Ælamítæ et qui hábitant Mesopotámiam, Judaeam et Cappadóciam, Pontum et Asiam, Phrýgiam et Pamphýliam, Ægýptum et partes Líbyæ, quæ est circa Cyrénen, et ádvenæ Románi, Judaei quoque et Prosélyti, Cretes et Arabes: audívimus eos loquéntes nostris linguis magnália Dei.” 

[“Giunto il giorno della Pentecoste, i discepoli si trovavano tutti insieme nel medesimo luogo. E all’improvviso venne dal cielo un rumore come di vento impetuoso, e riempì tutta la casa, dove quelli sedevano. E apparvero ad essi delle lingue come di fuoco, separate, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furono ripieni di Spirito Santo, e cominciarono a parlare varie lingue, secondo che lo Spirito Santo dava loro di esprimersi. Ora abitavano in Gerusalemme Giudei, uomini pii, venute da tutte le nazioni che sono sotto il cielo. Quando si udì il rumore la moltitudine si raccolse e rimase attonita perché ciascuno li udiva parlare nella sua propria lingua. E tutti stupivano e si meravigliavano, e dicevano: «Ecco, non son tutti Galilei, questi che parlano? E come mai, li abbiamo uditi, ciascuno di noi, parlare la nostra lingua nativa? Parti, Medi ed Elamiti, e abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle regioni della Libia in vicinanza di Cirene, e avventizi romani, Giudei e Proseliti, Cretesi e Arabi li abbiamo uditi parlare nelle nostre lingue delle grandezze di Dio”.]

LINGUE E FUOCO.

Il miracolo delle lingue, il gran miracolo del giorno della Pentecoste, è stato mirabilmente descritto di sul testo sacro del nostro Manzoni.

« Come la luce rapida / piove di cosa in cosa / E i color varii suscita / Ovunque si riposa; / Tal risonò molteplice — La voce dello Spiro; / l’Arabo, il Parto, il Siro, / In suo sermon udì ».

Ma quel miracolo ne significava un altro che cominciava da quel giorno a diventar realtà mercè la diffusione, allora inaugurata ufficialmente, del Santo Vangelo, del verbo di Cristo. La divisione delle lingue — la chiamo così per aderire al racconto biblico nella sua integrità e nel suo spirito — fu un castigo non proprio per la materialità delle lingue molteplici che si cominciarono a parlare, ma perché gli uomini, da Babele in poi, non si intesero più, non si capirono, non si amarono, si contrastarono in odî e in guerre fratricide. Si divisero. Era il castigo dell’orgoglio quella divisione delle anime di cui era espressione chiara la varietà delle lingue. Il linguaggio, divinamente dato agli uomini perché intendessero, serviva a confonderli, a separarli. I figli, abbandonando la casa paterna, di fratelli che ivi erano, diventarono stranieri prima gli uni agli altri, per diventare nemici poi. Tutto questo si capovolge a Gerusalemme, nella Pentecoste dello spirito, che continua e suggella e propaga la redenzione di N. S. Gesù Cristo. I figli ritrovano il Padre, imparano di nuovo a parlare con Lui, sentirlo ed esserne sentiti « Loquentes variis linguis », sì, ma « loquentes magnalia Dei ». Non più gli Dei falsi e bugiardi, ma Dio unico, vivo e vero. Non più solo un simbolo ferreo di questa unità divina nell’unico Tempio, come al giorno della legge e dei profeti, ma un unico santuario delle anime, un solo Dio, il Dio predicato, il Dio comunicato da N. S. Gesù Cristo alla umanità, un solo Dio nei cuori. E ciascuno canta nella sua lingua materialmente, o in lingua diversa: « loquentes variis linguis, » ma tutti capiscono. « Audivimus eos loquentes ». «L’Arabo, il Parto, il Siro in suo sermon l’udì. » Mirabile fusione di popoli che comincia attraverso la fusione delle anime, fusione meravigliosa di anime che comincia attraverso la riconciliazione umile e fervente con Dio… E continuerà così di secolo in secolo nella Chiesa e mercè di essa, piena com’è dello Spirito Santo. Un numero crescente di popoli i più diversi, per colpa della vecchia babele, formeranno via via una sola famiglia, un solo popolo: « populus eius, » il popolo di Dio. Parleranno il linguaggio intimo della stessa fede: « una fides ». Il verbo, la parola più vera, più umana, non è quella che suona materialmente sulle labbra; è quella che squilla, che splende nell’intelletto, di cui l’esterna è un’eco, come spiega profondamente San Tommaso. Uniamoci sempre più, in questa lingua interiore con l’accettazione umile della verità rivelata, della verità cristiana, quella verità di cui lo Spirito Santo è maestro intimo a ciascuno di noi, se ciascun di noi accetta il Magistero solenne e autorevole della Chiesa. Parliamo la lingua divina della stessa fede, « una fides » e i nostri cuori batteranno all’unisono della stessa carità. Ci capiremo senza parlare, magari: quelli che si amano davvero si capiscono così. E lavoriamo perché la cerchia dei popoli che in Gesù Cristo e nella Sua Chiesa ritrovano il segreto di una verità, diventi sempre più larga.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

ALLELUJA

Allelúja, allelúja

Ps CIII: 30; Emítte Spíritum tuum, et creabúntur, et renovábis fáciem terræ. Allelúja.

[Manda il tuo Spírito e saran creati, e sarà rinnovata la faccia della terra. Allelúia.

[Hic genuflectitur:]

Veni, Sancte Spíritus, reple tuórum corda fidélium: et tui amóris in eis ignem accénde.

[Vieni Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli: ed accendi in essi il fuoco del tuo amore]

Sequentia

Veni, Sancte Spíritus,

et emítte cælitus lucis tuæ rádium.

Veni, pater páuperum; veni, dator múnerum; veni, lumen córdium.

Consolátor óptime, dulcis hospes ánimæ, dulce refrigérium.

 In labóre réquies, in æstu tempéries, in fletu solácium.

O lux beatíssima, reple cordis íntima tuórum fidélium.

Sine tuo númine nihil est in hómine, nihil est innóxium.

Lava quod est sórdidum, riga quod est áridum, sana quod est sáucium.

 Flecte quod est rígidum, fove quod est frígidum, rege quod est dévium.

Da tuis fidélibus, in te confidéntibus, sacrum septenárium.

Da virtútis méritum, da salútis éxitum, da perénne gáudium. Amen. Allelúja.

[Vieni, o Santo Spirito,
E manda dal cielo,
Un raggio della tua luce.

Vieni, o Padre dei poveri,
Vieni, datore di ogni grazia,
Vieni, o luce dei cuori.

O consolatore ottimo,
O dolce ospite dell’ànima
O dolce refrigerio.

Tu, riposo nella fatica,
Refrigerio nell’ardore,
Consolazione nel pianto.

O luce beatissima,
Riempi l’intimo dei cuori,
Dei tuoi fedeli.

Senza la tua potenza,
Nulla è nell’uomo,
Nulla vi è di innocuo.

Lava ciò che è sòrdito,
Irriga ciò che è àrido,
Sana ciò che è ferito.

Piega ciò che è rigido,
Riscalda ciò che è freddo,
Riconduci ciò che devia.

Dà ai tuoi fedeli,
Che in te confidano,
Il sacro settenario.

Dà i meriti della virtú,
Dà la salutare fine,
Dà il gaudio eterno.
Amen. Allelúia. ]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XIV: 23-31

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Si quis díligit me, sermónem meum servábit, et Pater meus díliget eum, et ad eum veniémus et mansiónem apud eum faciémus: qui non díligit me, sermónes meos non servat. Et sermónem quem audístis, non est meus: sed ejus, qui misit me, Patris. Hæc locútus sum vobis, apud vos manens. Paráclitus autem Spíritus Sanctus, quem mittet Pater in nómine meo, ille vos docébit ómnia et súggeret vobis ómnia, quæcúmque díxero vobis. Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis: non quómodo mundus dat, ego do vobis. Non turbátur cor vestrum neque formídet. Audístis, quia ego dixi vobis: Vado et vénio ad vos. Si diligere tis me, gaudere tis utique, quia vado ad Patrem: quia Pater major me est. Et nunc dixi vobis, priúsquam fiat: ut, cum factum fúerit, credátis. Jam non multa loquar vobíscum. Venit enim princeps mundi hujus, et in me non habet quidquam. Sed ut cognóscat mundus, quia díligo Patrem, et sicut mandátum dedit mihi Pater, sic fácio.”

[“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Chiunque mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo da lui, e faremo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole. E la parola, che udiste, non è mia: ma del Padre, che mi ha mandato; queste cose ho detto a voi, conversando tra voi. Il Paracleto poi, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome mio, Egli insegnerà a voi ogni cosa, e vi ricorderà tutto quello che ho detto a voi. La pace lascio a voi; la pace mia do a voi; ve la do Io non in quel modo, che la dà il mondo. Non si turbi il cuor vostro, né s’impaurisca. Avete udito, come io vi ho detto: Vado, e vengo a voi. Se mi amaste, vi rallegrereste certamente perché ho detto, vado al Padre: conciossiaché il Padre è maggiore di me. Ve l’ho detto adesso prima che succeda: affinché quando sia avvenuto crediate. Non parlerò ancor molto con voi: imperciocché viene il principe di questo mondo, e non ha da far nulla con me. Ma affinché il mondo conosca, che Io amo il Patire, e come il Padre prescrissemi, così fo”].

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

I DOVERI VERSO LO SPIRITO SANTO.

Prima di morire Gesù aveva fatto questa promessa agli Apostoli: «Il Padre, in nome mio, vi manderà lo Spirito Santo, il Consolatore: Egli tutto vi insegnerà, vi suggerirà tutto ». Erano passati appena dieci giorni da che Gesù era salito in Paradiso, ed ecco un impeto gagliardo di vento scoscendere il cielo e commuovere tutta la casa dove in orazione stavano raccolti i discepoli con la Madre Vergine Maria. E furono viste delle lingue di fuoco posarsi sopra il capo di ciascuno: tutti si sentirono inabitati dallo Spirito Santo, e cominciarono a parlare in varie lingue, così che gli stranieri ch’erano in Gerusalemme in quei giorni li udirono predicare nella propria loquela, e ne restarono meravigliati. Anche noi, o Cristiani, abbiamo ricevuto lo Spirito Santo: nel Battesimo, e più copiosamente nella Cresima, quando il Vescovo impose le mani sopra la nostra testa. Si legge nella vita di S. Angela da Foligno che la santa andò un giorno in pellegrinaggio alla tomba di S. Francesco d’Assisi. Ed ecco una voce le risuona all’orecchio: « Tu hai fatto ricorso al mio servo Francesco, ma ti farò ora conoscere un altro appoggio. Io sono lo Spirito Santo che sono venuto a te e voglio darti una gioia che ancora non hai gustata. Io ti accompagnerò, sarò presente in te… ti parlerò sempre… e se tu mi ami non ti abbandonerò mai ». S. Angela, paragonando i suoi peccati con questo favore infinito, esitava a credere. E quella voce continuò: « Io sono lo Spirito Santo che vive interiormente in te ». La santa allora fu invasa da una gioia paradisiaca. Ciò che lo Spirito Santo, per una grazia speciale, rivelava a quell’anima, la Chiesa l’insegna a tutti i Cristiani. « Non sapete dunque — ci dice S. Paolo — che lo Spirito Santo abita in voi? Che le vostre membra sono il suo tempio e che la nostra anima è sigillata col suo sigillo? ». – Lo Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità, l’Uguale al Padre e al Figlio, Dio col Padre e col Figlio, abita in noi, ospite dell’anima nostra. Pensate che grande grazia, e che profondo mistero! Ma quanti non ci pensano mai! Quanti lasciano il divin Paracleto abbandonato in un cantuccio del loro cuore, come certi poveri genitori mal visti in casa dalla nuora e mal sopportati dai giovani figli! Non è così che va trattato il Re del Cielo, che sceglie come sua dimora l’anima nostra. Noi abbiamo dei precisi doveri verso di Lui.

1. Spiritum nolite extinguere (I Thess., V, 19).

2. Nolite contristare Spiritum Sanctum! (Ef., IV, 30).

3. Nolite resistere Spiritui Sancto! (Atti, VII, 51).

Questi tre avvisi della Sacra Scrittura vanno meditati attentamente oggi ch’è Pentecoste. – 1. NON ESTINGUETE LO SPIRITO SANTO. Durante l’ultima persecuzione dei Cattolici in Armenia, una compagnia di soldati Turchi arrivò alla chiesetta d’un villaggio abbandonato. A colpi di scure demolirono le porte e vi penetrarono urlando. Vagava ancora per la navata il profumo dell’incenso, e pareva quasi vi echeggiasse l’eco dell’ultima preghiera, un vecchio e un bimbo ammalato pregavano. Perché non erano partiti anch’essi? Furono scorti, e mentre tentavano di fuggire, furono sfracellati sulla soglia del tempio. Ogni croce fu infranta, ogni immagine fu lordata: fu spezzato l’altare e sui gradini di marmo sedettero questi empi a bivaccare. Che diabolica profanazione! Ma non meno tragica è la profanazione che scaccia lo Spirito Santo, non da un tempio inanimato, non da una chiesa fatta di pietre e di calce, ma da un tempio vivente: dall’anima propria! Spiritum nolite extinguere! Ogni volta che si commette un peccato mortale si soffoca il fuoco dello Spirito Santo, ch’è dentro di noi. Dove c’è lo spirito del mondo e del demonio, non ci può stare lo Spirito di consolazione e di verità. Soprattutto dove c’è lo spirito immondo della sensualità, là non può abitare lo Spirito di Dio. O Cristiani! non soffocate in voi lo Spirito Santo e non soffocatelo negli altri coi vostri scandali. – 2. NON CONTRISTARE LO SPIRITO SANTO. Ma senza arrivare all’eccesso d’estinguere in noi lo Spirito Santo col peccato mortale, si può amareggiargli in molti modi la sua permanenza nel nostro cuore. Anzitutto coi peccati di lingua. Egli è disceso sopra gli Apostoli nel cenacolo sotto il simbolo di una lingua di fuoco, per insegnarci che ogni parola che va contro all’amor di Dio, lo offende. Lo offende anche ogni parola insincera. Nei primi tempi del Cristianesimo, quando lo Spirito Santo viveva in una intimità sensibile con la Chiesa nascente, un uomo di nome Anania con la sua moglie Safira vendettero un loro campicello, e portarono una parte soltanto del ricavo a S. Pietro, dicendogli ch’era tutto il prezzo. Ma Pietro disse mestamente: « Anania? Perché hai voluto dire il falso? hai mentito allo Spirito Santo. E tu Safira, perché ti sei accordata col marito ad amareggiare lo Spirito Santo? » (Atti, V). Nolite contristare Spiritum Sanctum! quanta poca sincerità c’è nella vita di molti Cristiani: nelle loro relazioni familiari, nei commerci, e perfino nella Confessione, ove vorrebbero dire e non dire, accusarsi e scusarsi. Intanto lo Spirito Santo, che è Spirito di verità, è amareggiato. In genere gli atti che contristano lo Spirito Santo sono tutti quelli che noi diciamo, con troppa disinvoltura, peccati veniali. Certi discorsi di mormorazione, certe parole leggere, certe imprecazioni d’impazienza non fanno piacere a Dio che abita in noi. Quel giovane che sciupa tante ore in ozio, che lascia libertà ai suoi occhi, che in chiesa tiene un contegno annoiato e distratto, non sa che contrista lo Spirito Santo? Non lo sa quella donna che brama soltanto di adornarsi i capelli o il vestire senza serietà, che non vigila sull’anima de’ suoi figliuoli perché crescano innocenti bastandole soltanto che siano sani nel corpo? Non lo sanno tutti quei Cristiani che vivono una vita tiepida, senza entusiasmo per il bene, senza fervore per la preghiera, senza amore per l’Eucaristia, non lo sanno che lo Spirito Santo, ch’è in loro, si contrista e geme? – 3. NON RESISTETE ALLO SPIRITO SANTO. Lo Spirito Santo non è in noi come cosa morta, ma viva. E si fa sentire in due modi: col sospingerci al bene o col respingerci dal male. a) Col sospingerci al bene. Il diacono Filippo camminava sulla bianca strada solatìa che da Gerusalemme discende in Gaza. Ed ecco un nugolo di polvere levarsi in lontananza, e giungere al suo orecchio lo strepito d’un cocchio che s’avvicinava. Allora lo Spirito gli disse: « Filippo, allunga il passo e raggiungi in fretta questo cocchio ». Il diacono non resistette, ma subito ubbidì. E vi trovò nientemeno che un ministro di Candace, regina degli Etiopi, il quale aveva bisogno di uno che gli insegnasse la vera religione. Filippo lo convertì, e, fermato il cocchio vicino a una fontanella, lo battezzò (Atti, VIII). Quante volte l’Ospite delle anime nostre ci invita dolcemente a fare il bene ed i suoi sforzi restano vani, perché noi gli resistiamo! Quante volte ci ha detto, come a Filippo sulla strada di Gaza piena di sole, « avvicinati a quella famiglia, aiutala in quello che puoi, dì loro una buona parola di religione e di speranza » e noi invece abbiamo scrollato le spalle. – Accede, et adiunge te ad currum istum. C’è un uomo che ti ha offeso e tu gli porti odio. Avvicinati a lui, donagli perdono, dimentica il passato. C’è forse una persona, lontana dal Signore o che vive scandalosamente: voi la conoscete, voi potete con la vostra amicizia dirle un rimprovero, strapparla dalla via infernale. Non resistete allo Spirito Santo. Non resistete neppure quando vi suggerisce di pregare di più, di mortificarvi di più, di farvi santi. b) E neppure quando vi respinge dal male. Un duca di Milano, Ludovico il Moro, a tradimento caduto in mano dei Francesi, il 10 aprile 1500, languì per dieci anni in una oscura segreta del castello di Loches, dove sul muro lasciò scritto con la punta di un chiodo queste parole: « Colui che non è contento » Molti Cristiani, se vogliono essere sinceri, al termine della loro giornata potrebbero ripetere le sconsolate parole: «Io sono colui che non è contento ». Ma chi è che diffonde nel loro cuore questo implacato fastidio della malinconia? Lo Spirito Santo. E perché? per respingerli dal male in cui vivono. Egli è venuto come fuoco divorante sulla terra, e che altro vuole se non abbruciare? Non resistetegli più! Che anche il vostro cuore sia acceso di quel fuoco disceso dal cielo! Una volta gustato lo Spirito Santo, tutti i piaceri del mondo e del peccato insipidiscono. Gustate Spiritu desipit omnis caro (GREGORIO MAGNO). – Ci sono due città, in questo mondo, che portarono in sé il sigillo della vendetta di Dio. Gerusalemme, — e voi ricordate la sua distruzione — che commise delitto contro la seconda Persona della Trinità santissima, crocifiggendo il Figlio di Dio. Costantinopoli che commise delitto contro la terza Persona della Trinità, lo Spirito Santo. È a Costantinopoli che si bestemmiò contro lo Spirito Santo dicendo che procede solo dal Padre e non dal Figlio. Noi sappiamo invece che il mistero rivelato insegna che, senza diminuzione di dignità né di uguaglianza, lo Spirito Santo procede dal Padre e insieme dal Figlio. Filioque procedit. È a Costantinopoli che incominciò lo scisma che doveva strappare alla Chiesa l’Europa Orientale. E Dio abbandonò la città alla sua vendetta. Era proprio — notate la coincidenza — la seconda festa di Pentecoste del 1453, all’una di notte. I Turchi, sfondate le mura e infranta ogni resistenza, si precipitarono per le vie urlando, incendiando, rubando, massacrando. Penetrano nelle case e uccidono i bambini dormenti nel loro letto; i vecchi e i malati sono passati a fil di spada; gli uomini e le donne, trascinati con la corda al collo, sospinti a colpi di staffile, sono venduti schiavi, e gettati in fondo alle navi, e incatenati ai banchi di remaggio. Ogni Chiesa fu violata; fu violata anche Santa Sofia la magnifica cattedrale: i Vangeli e i libri di preghiera gettati sulla piazza, e le vesti sacerdotali servirono a soldati per divertirsi grottescamente. Quando l’alba fosca si levò ad illuminare la città fumante di macerie e di incendi le pallide torme dei prigionieri videro sull’alto d’una colonna, stroncata e sanguinante, la testa dell’imperatore Costantino Paleologo. Oggi ancora, dopo quasi cinque secoli, la maledizione dello Spirito Santo pesa come un incubo affannoso sopra la città. – La storia ci deve pur insegnare qualche cosa. Non soffochiamo lo Spirito Santo. Non contristiamo lo Spirito Santo. Non resistiamo allo Spirito Santo. Guai, se un giorno, stanco della nostra ostinazione, abbandonasse l’anima nostra non alla barbarie del Turco ma alla ferocia del demonio.

– APPARVERO COME LINGUE DI FUOCO. Fu terribile la vendetta di Dio sopra le città del peccato. Quando il Signore non riuscì a trovare neppure un gruppo di giusti, decise di mandare un grande castigo: il diluvio di fuoco. Ardentissime fiamme caddero come pioggia dal cielo ed in poco tempo distrussero ogni anima vivente. Il puzzo dei peccati degli uomini aveva provocato la nausea di Dio e venne il giorno della maledizione. Ma dal santo raccoglimento del Cenacolo di Gerusalemme, si alzava al cielo olezzante come l’incenso, il profumo soave della preghiera. Da dieci giorni gli Apostoli insieme a Maria, la Santissima Madre di Gesù, affrettavano con voti il compimento delle divine promesse: finalmente venne il giorno delle benedizioni. Non scese il fuoco del castigo, ma quello del premio. Non il fuoco della vendetta, ma la fiamma della misericordia: non bisognava più punire il peccato, ma diffondere la grazia e il perdono a tutte le genti. Il mattino della Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, ecco un impeto gagliardo di vento irrompe dal cielo e commuove tutta la casa dove si pregava con tanto fervore. Apparvero allora delle fiamme che si posarono sopra il capo di ciascuno; tutti si sentirono ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in varie lingue. Gli stranieri che in quei giorni erano a Gerusalemme li udirono predicare nella propria loquela e ne restarono tutti meravigliati. Lo Spirito Santo, in una forma invisibile, ma vera e reale, è disceso anche sopra ciascuno di noi nel Sacramento del Battesimo e poi ancora nella S. Cresima. Fin da piccoli, quando, sulle ginocchia materne, abbiamo imparato ad amare il Signore, abbiamo ricordato la terza Persona della SS. Trinità. Ma poi abbiamo pensato assai raramente, forse mai; e nella pratica della nostra vita ci portiamo avanti come se Egli non esistesse o fosse una Persona che non c’interessi. Se oggi vogliamo conoscere cosa fa in noi lo Spirito Santo e cosa dobbiamo noi per possederlo nelle anime nostre, osserviamo il segno con cui si è manifestato agli Apostoli: il fuoco. Come il fuoco distrugge, così lo Spirito Santo distrugge il peccato. Come il fuoco trasforma, così lo Spirito Santo trasforma il nostro cuore e le azioni nostre. – 1. IL FUOCO Distrugge. Quante volte capita di leggere sopra i giornali che il fuoco ha distrutto molte case, intere contrade, ha recato incalcolabili danni. Guai a lasciar cadere un fiammifero acceso sopra un fienile, in un cascinale. In poche ore andrebbe miseramente distrutta ogni cosa. Questo fuoco bisogna temerlo e poiché di solito avviene per disgrazie impreviste, tutti assicurano quanto posseggono. Ma il fuoco dello Spirito Santo non è un fuoco che si debba temere: sarebbe il massimo della stoltezza sottrarre i nostri peccati — l’unico possesso veramente nostro — alla distruzione che ne fa lo Spirito di Dio. Una volta Sansone, accompagnato dai suoi genitori, si recava nel villaggio di Tamnata. Ed ecco che, giunti alle vigne di quel piccolo paese, viene loro incontro un leone feroce, che mandava ruggiti spaventosi. Suo padre e sua madre, madidi di un freddo sudore, restarono immobili per l’orrore. Egli invece no! Lo Spirito del Signore investì Sansone che, senza nulla in mano, squarciò il leone, con la facilità con cui avrebbe fatto a pezzi un capretto. Cristiani, il demonio, come un leone ruggente, gira attorno di noi cercando di poterci divorare. Mentre noi muoviamo i nostri passi nel cammino della vita, verso una patria che non è di quaggiù, con nell’anima una viva aspirazione ad una felicità che ancor non vediamo, l’angelo delle tenebre ci arresta il passo. Il peccato è il nostro maggiore nemico, più nocivo di qualsiasi male perché ci toglie l’amicizia di Dio ed è la rovina dell’anima. Che valgono davanti al Signore le benevolenze degli uomini, le raccomandazioni presso i grandi? quando dovremo comparire alla presenza di Dio, bisognerà avere la purezza del cuore. È tanto grande l’orrore di Lui verso il peccato che la condanna all’inferno sarà inevitabile e così il leone infernale dopo averci ferito durante la vita ci azzannerà orribilmente dopo la morte per renderci eternamente infelici. Ma noi lo possiamo vincere. Basta invocare lo Spirito Santo ed Egli colla sua forza ci darebbe quel vigore che infuse nell’anima di Sansone. Col suo aiuto anche noi diventiamo formidabili: lo Spirito Celeste ha ben la potenza di vincere gli spiriti infernali. Se dunque siamo nel peccato e ce lo vogliamo ad ogni costo togliere, se la tentazione ci vuol strappare la vita dell’anima, invochiamo lo Spirito Santo colle stesse parole della Chiesa: « Hostem repellas longiuspacemque dones protinusductore sic te prævio, — vitemus omne noxium ». « Respingi lontano il nemico, e donaci  presto la pace, così che guidati da te, possiamo evitare ogni male ». – 2. IL FUOCO TRASFORMA. Una massa informe di ferro che non serve a nulla, messa a contatto del fuoco, diventa molle, splendente e la si può trasformare in oggetti necessari ed utili alla vita e al lavoro. Moltissimi prodotti animali e vegetali che, lasciati così come sono, non possono saziare la fame dell’uomo, quando il fuoco li ha fatti cuocere, diventano il cibo sano che alimenta la vita e ridona le forze. Ma una trasformazione più intima e mirabile fa nelle anime il fuoco divino dello Spirito Santo. Sotto la sua azione silenziosa, ma attiva e feconda, l’uomo, libero già dal peccato, a poco a poco si accende nell’amore di Dio, gusta le cose celesti, ascolta le ispirazioni sante. La venuta dello Spirito Santo nell’anima nostra è il principio della divinizzazione che la sua permanenza andrà poi continuando. Sì! Perché avere lo Spirito di Dio è proprio essere a parte della vita stessa di Dio. Quando Samuele, ispirato dal Cielo, versò sopra il capo di Saulle un’ampollina di olio per consacrarlo Re, gli rivolse queste parole: « Lo Spirito del Signore ti investirà e sarai cambiato in tutt’altro uomo! » (I Re, X, 6). « Finora hai vissuto una vita campestre, sei stato sollecito soltanto delle tue pecore e dei tuoi armenti; hai trattato cose basse e vili; ma adesso avrai in mente pensieri nobili ed alti; il tuo modo di vivere dovrà diventare distinto e regale; gli affari che avrai tra mano non saranno mai indegni di un re ». Il popolo non lo sapeva che Saul era il re eletto, ma quando poté osservare a lungo la condotta di lui fu così meravigliato che andava dicendo: « Saul!? Che è mai diventato il figliuolo di un povero pastore! ». Cristiani, sono ancora più grandi le cose che fa lo Spirito Santo nell’anima dell’uomo. Vedete. Se Egli non fosse in noi nessun uomo mai avrebbe pensato di chiamarsi figliolo di Dio, né di invocare Dio come Padre. Soltanto in Paradiso noi potremo capire meglio la nostra dignità sublime. Quante anime un giorno emetteranno un grido di sorpresa, scoprendo tutta quell’interna meravigliosa grandezza che portavano in sé e che forse ignorarono! Non ci ha dunque lo Spirito Santo resi più grandi del re Saulle? Allora, se è così, la nostra vita sia conforme a tanta dignità. Se abbiamo vissuti i nostri giorni passati accontentando di più lo spirito cattivo che non l’Ospite divino bisognerà da qui innanzi assolutamente cambiare. Direte forse che fa onore allo Spirito Santo colui che pensa sempre alle miserie della terra, ai suoi guadagni, peggio, ha la fantasia sempre ingombra di luride immagini? Direte dunque che accontenta lo Spirito Santo chi, anche senza disprezzare la legge di Dio, non ha mai un palpito per una vita più santa, mai uno sforzo per salire più in alto? Leggiamo nella vita del Ven. Olier che egli spesso sentiva una voce interna, la quale con soavità imperiosa gli sussurrava: « Vita divina! Vita divina! ». La sua esistenza « rassomigliava ad una santa domenica ». Deve essere così anche di noi. Ogni giorno sentiamola la voce dello Spirito Santo che ci chiama alla vita divina della grazia e della virtù e la nostra esistenza sarà davvero una perenne domenica. – Si quis Spiritum Christi non habet, hic non est eius. « Se alcuno non ha lo Spirito di Cristo, non è de’ suoi ». Così l’Apostolo Paolo ai fedeli di Roma. Cristiani, pesiamo bene queste parole. Non essere di Cristo vuol dire non essere redenti, vuol dire non essere salvati dalla sua vita e dalla sua morte sopra la croce. Infelice colui che non ha lo Spirito Santo! Ma se uno distrugge il peccato e si sforza di vivere nell’amore di Dio, lo Spirito Santo viene in lui: egli diventa fratello di Cristo, figlio adottivo di Dio, erede del Paradiso.

– CREDO LO SPIRITO SANTO. S. Paolo ad Efeso incontrò un piccolo gruppo di fedeli: forse erano dodici (Act.,  XIX). Chiese a loro: « Credete voi nello Spirito Santo e l’avete ricevuto? ». Quelli, meravigliati, si guardarono in faccia e poi risposero: « Lo Spirito Santo? se non sappiamo nemmeno che vi sia uno Spirito Santo!… » S. Paolo ebbe un tremito di compassione, e soggiunse: « Ma come allora avete potuto essere battezzati? ». La medesima compassione ed il medesimo rimprovero, l’Apostolo potrebbe muovere ancora a non pochi Cristiani che, se non ignorano lo Spirito Santo, vivono però come se l’ignorassero. Per loro, dunque, fu vano il miracolo della Pentecoste? Erano trascorsi cinquanta giorni dalla Resurrezione e tutti i discepoli erano raccolti nel cenacolo. E venne dal cielo, improvvisamente, un suono, come si fosse levata un’impetuosa ala di vento: tutta la casa tremò. Apparvero allora delle lingue come di fuoco, che si posarono sopra ciascuno dei convenuti. « Et repleti sunt omnes Spiritu Sancto…» (Atti, II, 4). Chi è lo Spirito Santo di cui gli Apostoli ricevettero la primizia? Fin dalle ginocchia materne abbiamo imparato ad adorarlo come la terza Persona della SS. Trinità. Ma se oggi, in cui la Chiesa commemora il mistero della sua discesa, volessimo conoscerlo meglio, osserviamo i segni coi quali si manifestò. Scese come vento: il vento che libera il cielo da ogni nube, significa come lo Spirito Santo libera l’anima nostra da ogni errore e dubbio. Egli è Spirito di verità. Scese come un gagliardo tremito che scosse e riempì tutto il cenacolo, per significare come sa scuotere le anime, renderle capaci di parlare, d’agire, di morire da eroi. Egli è Spirito di fortezza. Scese come un fuoco: il fuoco che riscalda e dilata è simbolo dell’amore che lo Spirito Santo avrebbe acceso nel cuore dei fedeli. Egli è Spirito d’amore. – 1. SPIRITO DI VERITÀ. Il cattivo esempio del padre e soprattutto i divertimenti e la passione impura trascinarono nell’errore del Manicheismo una delle più belle intelligenze: Agostino di Tagaste. E nell’errore sentiva bisogno di un maestro potente che lo strappasse dai grossi vapori in cui soffocava, verso una regione di serenità. Studiò Platone, ascoltò S. Ambrogio. E benché, di giorno in giorno, s’avvicinasse alla verità, non poteva mai raggiungerla. Un giorno, con l’animo spasimante per l’interno martirio, si pose sotto una ficaia e sospirava a Dio con lacrime: «Signore, fino a quando dovrò brancolar nel dubbio così? ». Poi s’addormentò. Ma in quel momento s’udì un grido: « Prendi e leggi ». Agostino balza a quella voce, pallido e tremante, sospinto da un forza interiore, prende un libro, l’apre a caso e legge: « Rimoviamo da noi le opere delle tenebre e  rivestiamoci con le armi della luce ». E fu un raggio che cadde dall’alto, i suoi occhi videro, la sua anima vide: pianse e credette. Di chi era quel grido misterioso? Chi poté, in un attimo, persuaderlo, deciderlo, convincerlo? Non un uomo: perché gli uomini insegnano lentamente attraverso numerose parole. Non un uomo: perché ci sono delle verità che ripugnano alla carne e al sangue, delle verità che infrangono la superbia della nostra ragione, di cui nessuno ci può persuadere se non Colui che conosce tutte le vie del cuore: lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo ammaestrò S. Agostino come già aveva ammaestrato e illuminato gli Apostoli. Gli Apostoli erano rozzi e duri a comprendere: … stulti et tardi corde ad credendum.. erano materiali e non giudicavano che coi sensi:

nisi videro, non credam. Cristo stesso s’indignava talvolta con loro: tanto tempore vobiscum sum, et nondum cognovistis me? Ma disceso lo Spirito Santo, da stolti divennero sapienti, da increduli divennero la base e la colonna della fede. Quante volte anche noi, forse, abbiamo sentito risuonare un grido come Agostino, o abbiamo internamente visto una luce nuova come gli Apostoli. Quante volte anche noi, forse, leggendo un buon libro, ascoltando una predica anche in mezzo alle occupazioni quotidiane ci siam visti illuminare interiormente e liberare da ogni dubbio. Era lo Spirito Santo che c’insegnava la verità. – 2. SPIRITO DI FORTEZZA. A Siracusa, davanti al tribunale di Pascasio, venne trascinata la vergine Lucia. La timida giovinetta non tremava, ma diceva al giudice: « Tu osservi i decreti del tuo Cesare e io osservo la legge del mio Dio e giorno e notte ». Pascasio diabolicamente ordinò di condurla in luogo infame e poi di farla passare di tortura in tortura. Ma come i soldati la presero per condurla via, non riuscirono a smuoverla d’un passo, e le caddero intorno. Si ricorse alla forza dei buoi, ma la vergine di Cristo rimase ferma come rocca. Tutti gridavano alla strega e le gettavano addosso amuleti e scongiuri. Pascasio le disse: « Qual è l’arte magica che ti dona tanta forza? » E santa Lucia le rispose: «È lo Spirito Santo: io lo sento in me che dice: mille cadranno alla mia sinistra e diecimila alla tua destra, ma non ti toccheranno ». La vergine, glorificata ormai, pregava Dio a gradire la sua vita. Un soldato le tagliò il capo, ed ella si trovò in Paradiso. Anche l’anima nostra, in questo mondo, ha molti nemici che la vorrebbero trascinare in luogo infame e poi di peccato in peccato: è il demonio, sono le passioni, il mondo con le sue lusinghe, lo stimolo dei sensi, i cattivi compagni. Chi potrà sostenerci nella dura guerra della vita, se ci sentiamo così deboli e proclivi al male? Colui che fortificò la fanciulla di Siracusa: lo Spirito Santo che è Spirito di fortezza. Non erano anche gli Apostoli delle persone deboli? Tutti eran fuggiti nell’ora delle tenebre, e Pietro tre volte spergiurò prima che il gallo cantasse. Ma disceso lo Spirito Santo, rimproverarono intrepidamente ai Giudei il deicidio. « Voi avete rifiutato il Santo, il Giusto. Voi avete domandato grazia per un ladro omicida ed avete fatto morir l’Autore della vita ». I Giudei, spaventati, gridavano: «Tacete! Tacete! ». E quelli: « Non possiamo tacere ». Non possumus non loqui. « Possiamo soffrire, possiamo morire, ma non possiamo tradir l’Evangelo. E  dalle parole passarono ai fatti, dai fatti al supremo testimonio del sangue. Quale vergogna per noi, che pur avendo ricevuto lo Spirito Santo, siamo ancora così vili! Per noi, che siam Cristiani dimentichi del Cristianesimo, per noi che oggi forse, lo Spirito Santo sconfessa. Non vi sono più persecuzioni cruente; ma un’altra persecuzione s’è levata nella Chiesa; quella del mondo e della sua tirannia. È legge del mondo che, con qualsiasi mezzo, bisogna guadagnarsi un posto. È legge del mondo che perdonare è viltà. È legge del mondo che il piacere impuro è un bisogno di natura. E noi, forse, ne siamo schiavi? – 3. SPIRITO D’AMORE. Mentre S. Paolo si trovava a Cesarea, ospite della casa di Filippo, arrivò un certo Agabo, profeta. Costui prese la cintura di Paolo e si legò le mani e i piedi. Gli astanti guardavano, stupiti. Ma egli, profetando, disse: « In questo modo verrà legato dai Giudei in Gerusalemme quell’uomo a cui appartiene la cintura ». (Atti, XXI, 11). Filippo, le sue quattro figlie, i discepoli di Cesarea scoppiarono in pianto a quel triste presagio e s’inginocchiarono davanti a Paolo scongiurandolo a non tornar più a Gerusalemme. Ma Paolo rispose: « Non piangete così, che le vostre lacrime fanno male al mio cuore. Per conto mio sono pronto, non solo ad essere legato. ma anche a morire in Gerusalemme per il nome di Gesù ». Quanto amore! La morte non lo spaventava, ma non poteva veder piangere quei Cristiani: meglio spargere tutto il proprio sangue ma non una lacrima di loro. Ed è ancora Paolo che raccomanda ai fedeli: « Se alcuno vi maledirà, e voi beneditelo! Se alcuno vi farà del male, e voi fategli del bene! Benedite e amate ». E altrove dice: « Piangete coi piangenti, e allietatevi coi lieti. Io mi son fatto malato con i malati: mi sono fatto tutto a tutti ». Quando i primi Cristiani vedevano qualche povero nella Chiesa, ciascuno faceva colpa a se stesso di quella miseria e mettevano tutti i loro beni in comune perché tutti godessero egualmente. Gli uomini che così parlano e agiscono sono i medesimi che prima della discesa dello Spirito Santo litigavano per salvare il primo posto, e invocavano fuoco dal cielo sopra le città che li accoglievano male. E lo Spirito Santo, che è Spirito d’amore, quale trasformazione ha operato nel nostro cuore? Quante invidie, quanti rancori, quante vendette trovano ancora posto tra noi! E com’è avara la nostra mano nel largire e nell’aiutare! L’amor del prossimo è un segno dell’amor di Dio: solo quando saremo capaci di amare il prossimo come noi stessi, solo allora ameremo Dio più di noi stessi. – Ignazio d’Antiochia, trascinato in catene fino a Roma, scrive ai Romani queste parole: « Credetemi: è nel pieno vigore della vita che esprimo il desiderio di morire. In me ogni concupiscenza è crocifissa: solo v’è un’acqua viva e parlante, con un mormorio lungo e misterioso: « vieni al Padre! ». Quest’acqua viva, che ha voce, è la grazia dello Spirito Santo disceso in tutti noi. «Vieni al Padre!» ci dice quando il dubbio offusca la nostra fede. «Vieni al Padre!» ci sussurra quando le tentazioni vorrebbero travolgerci. « Vieni al Padre!» ci mormora quando l’odio, l’avarizia, l’invidia vorrebbero disseccarci il cuore. Ascoltiamo questa voce: non attiriamoci il tremendo rimprovero: dura cervice et incircumcisis cordibus, vos semper Spiritui Sancto resistitis.

IL CREDO

Offertorium

Orémus – Ps LXVII: 29-30

Confírma hoc, Deus, quod operátus es in nobis: a templo tuo, quod est in Jerúsalem, tibi ófferent reges múnera, allelúja.

[Conferma, o Dio, quanto hai operato in noi: i re Ti offriranno doni per il tuo tempio che è in Gerusalemme, allelúia].

Secreta

Múnera, quæsumus, Dómine, obláta sanctífica: et corda nostra Sancti Spíritus illustratióne emúnda.

[Santifica, Te ne preghiamo, o Signore, i doni che Ti vengono offerti, e monda i nostri cuori con la luce dello Spirito Santo].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Acts II: 2; 4

Factus est repénte de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis, ubi erant sedéntes, allelúja: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, loquéntes magnália Dei, allelúja, allelúja.

[Improvvisamente, nel luogo ove si trovavano, venne dal cielo un suono come di un vento impetuoso, allelúia: e furono ripieni di Spirito Santo, e decantavano le meraviglie del Signore, alleluja, alleluja.]

Postcommunio

Orémus.

Sancti Spíritus, Dómine, corda nostra mundet infúsio: et sui roris íntima aspersióne fecúndet.

[Fa, o Signore, che l’infusione dello Spirito Santo purifichi i nostri cuori, e li fecondi con l’intima aspersione della sua grazia] .

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (206)

LO SCUDO DELLA FEDE (206)

LA VERITÀ CATTOLICA (III)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE III

La Santissima Trinità

Voi ben sapete che, quando volete pregare, quasi per entrare nel miglior modo a trattare con Dio, la prima cosa, fate il segno della santa Croce. Bene: ce lo mostra la santa Madre Chiesa, la quale nell’atto di presentarci alla Maestà di Dio, tenendoci fra le braccia, per far coraggio a noi, e per farci da Lui ascoltare, ci dice subito quello che più le preme insegnarci. E così nel farci segnare, col cuor sulle labbra la ci viene a dire: « o figliuoli voi dovete sapere che l’Onnipotente Creatore del cielo e della terra Egli è gran Padre in Se stesso, ed ha il Figliuolo suo Unigenito in Se medesimo, collo Spirito Santo suo Amore eterno. Ebbene, ora pensate voi, bontà di Dio! Il Padre celeste mandò il suo Figliuolo a salvarci coll’Amor suo, collo Spirito Santo; il Figliuolo si è fatto uomo come siam noi; e per salvarci morì sulla Croce, risuscitò, salì al cielo. Ma pur là in gloria di paradiso, tien sempre vive le Piaghe ancor aperte per domandare misericordia per noi. Per ciò, deh! facciam presto, col far il segno della santa Croce, a nasconderci sotto la sua Croce, e a imprimere le sue sante Piaghe sulle nostre povere persone. Su, dunque, tenendoci raccolti al Cuor di Gesù, gettiamoci col segno della Croce tra le braccia di Dio santissimo, dicendo tutti compunti: Nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. – Ora mi preme tanto farvi capire tutto ciò; sicché non posso andare più innanzi in queste istruzioni, senza spiegarvi subito con l’anima intenerita come il Creatore Santissimo è Dio solo in tre Persone eguali e realmente distinte, che sono il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo. Così intenderete che uno è Dio che ci creò, uno è Dio che ci salvò, uno è Dio che ci raccoglie in carità per farci beati in Paradiso. Qui comincio a domandarvi in grazia, perché mi cale tanto di spiegarmi meglio che per me si possa; che mi vogliate ripetere (si fan ripetere) che io ho da mostrarvi: come in Dio vi sono tre Persone eguali e realmente distinte che sono Padre ecc., e che perciò è uno Iddio che ci creò, uno è Dio che ecc. Oh Gesù, quest’oggi abbiam maggior bisogno che Voi ci tiriate vicini vicini a Voi nel Santissimo Sacramento, e che facciate, più che non possa io colle mie parole, Voi coi palpiti del vostro Cuore a noi intendere sì grandi e care verità. Oh Maria Santissima, Figlia dell’Eterno Padre, Madre dell’Eterno Figlio, sposa dell’Eterno Amore, lo Spirito Santo, e Madre nostra, Voi innalzateci fra le vostre materne braccia a contemplare il mistero della Santissima Trinità. –  Noi abbiam detto, e direm sempre di tutto buon cuore: « io credo in Dio; » ma già vorremmo Un po’ conoscer Dio in Se stesso, per quanto ci fosse concesso. Io poi vi ho ben già accennato, e ricordatevi sempre questo avviso, che quei disgraziati i quali perfidiano, e non vogliono lasciarsi ammaestrar dalla Chiesa, ed hanno la pretenzione di spiegar chi sia Dio colla propria testa, danno in tali stranezze da andar in confusion disperati. Voi invece venite qui per impararlo dalla Madre Chiesa. E siccome le madri, senza tanto ragionare, dicono subito le più persuasive parole che fanno il più gran bene ai figliuoli, parole che sa dire solamente il cuore delle mamme; così anche la Madre Chiesa, unita a Dio Santissimo, con confidenza di sposa, senz’altro ci fa conoscere di Dio fino i più grandi secreti della sua Vita Divina. Ecco di fatto che ci dice subito come in Dio vi sono tre Persone, Padre, Figliuolo e Spirito Santo; e perciò dopo d’averci insegnato a dire: « io credo in Dio, » ci fa subito dire che Dio è Padre con queste parole: « io credo in Dio Padre. » Oh che diciam noi mai! Si, Dio è Padre, figliuoli…, nessuna scuola, nessuna filosofia, nessuna religione avrebbe mai sognato d’insegnare che Dio, purissimo Spirito, fosse Padre. Neppure i Giudei, benché adorassero il vero Dio, conobbero così chiaramente che Dio fosse tanto buon Padre, come l’avete da conoscere voi. Ben conobbero che Dio è onnipotente in sapendo che creò il cielo e la terra colla sola sua parola; e sì, che dovettero anche credere che Dio è tremendamente giusto, e che castiga i peccatori, quando mandò il diluvio universale, e fece piovere il fuoco sulle cinque città a fine di sperdere quei peccatori infangati nelle più luride sozzure della carne. E vel dico io, che dovettero troppo ben conoscere che Santissimo è Iddio; e dovettero capire che colla santità di Dio non è da pigliarsi gabbo o trattar a fidanza, alla spensierata senza rispetto, quando Dio stese morti di un colpo mille e mille Betzamiti, perché guardarono con sacrilegio da sfacciato fin nell’interno dell’arca santa! Sicché gli Israeliti ebbero di Dio più che un santo timore, una tremenda paura, da non ardir neppure di pronunziare il suo santo Nome; e ancora adesso gli Ebrei, quando nella santa Scrittura leggendo, incontrano il nome di Dio, lo passan via in silenzio, chinando il capo per adorarlo. Voi poi sapete che quando tutti insieme, quel gran popolo del Signore, erano raccolti alle radici del monte Sinai, e videro il monte coprirsi di tetra oscurità, e negro il cielo, e guizzar lampi, e rombar tuoni, e cader una tempesta di folgori, di saette, di carboni ardenti, e tremar la montagna in sussulto, rimasero atterriti sotto la presenza di Dio. Allora, altro che chiamar Dio col nome di Padre! si gettarono anzi colla faccia nella polvere urlando a grandi gemiti: « tremendo Iddio!…. non parlate a noi; ché noi cadremmo morti ad una vostra parola! Parlate al vostro servo Mosè, ed ei ridica a noi i Vostri comandamenti… » Essi adunque stavano tutti sotto la nube del terrore — omnes sub nube fuerunt. — È a noi, è a noi sì veramente che Dio si è lasciato conoscere che eziandio in mezzo all’eterna gloria di Creatore onnipotente, in fondo Egli è proprio Padre. Sì che l’abbiam conosciuto che Dio è Padre quando mandò in terra il suo Figliuolo a farsi uomo e a farsi nostro fratello. D’allora poi sì che noi Cristiani l’abbiamo ben bene dovuto conoscere; poiché Esso Gesù, Figliuol di Dio, venuto in terra, pigliò  tutte le occasioni per mostrarci come è buono con noi  il Padre Celeste: « Io son venuto, dice Gesù, di Cielo, così di cielo perché mi ha mandato a voi il Padre mio. Eh se  sapeste quanto è buono il Padre mio!… Vedetelo sol  dal giglio del campo cui Egli veste coll’amor di madre: vedetelo dagli augellini che non valgon due soldi, eppure Ei se ne piglia cura di padre. Pensate poi quanto vuol bene a voi il Padre celeste, il quale vi ha creati per amarvi come figliuoli in Paradiso. Egli vi tien da conto fino al capelli della testa. Anzi è sua volontà ch’io vi doni questa mia vita da uomo per pagare per voi i debiti vostri come vostro fratello, e portarvi poi salvi in braccio a Lui. Ecco adunque che starò sempre in terra qui con voi; cosicché voi se state uniti con Me, io ed il Padre mio e e il nostro Spirito consolatore, staremo proprio dentro di voi. » Sono queste pressoché proprio tutte parole di Gesù Cristo; e confortati da queste parole noi possiam gridare su questa bassa terra: « Oh grande Iddio, oh buon Padre, tutta la gloria a Voi come in Cielo così in terra….; a noi tutta la vostra misericordia!…. » Ora che abbiamo conosciuto che Dio è Padre, abbiamo da conoscere che, e Dio Padre, e il suo Figliuolo, e lo Spirito Santo sono un solo Dio in tre Persone uguali e realmente distinte. Ripetetelo in grazia (si fan ripetere): Ora abbiamo da conoscere ec. Comincio a dirvi che Dio si è fatto bene intendere e si rivelò alla nostra madre la Chiesa, e che la Chiesa insegna a noi come Egli, Dio Padre, ha e genera il suo Figliuolo per via dell’Intelligenza. Cioé: Dio Padre, la prima Persona, conosce Se stesso perfettamente, ha l’Idea, la immagine di Sé perfetta ma sostanziale, uguale a Se stesso. Ora questa sua immagine, eguale a Se stesso, della sua Sostanza, è Dio con Lui, è il Verbo Eterno, il suo Figliuolo, la seconda Persona. Il Padre così nel conoscere Sé stesso genera il Figliuolo, il Figliuolo riflette l’immagine del Padre, il Padre e il Figlio si amano di Eterno Amore; e come l’immagine sostanziale eguale al Padre è la seconda Persona cioè il Figliuolo; così l’Eterno Amore sostanziale, che spira dal Padre e dal Figlio, eguale al Padre ed al Figlio, è lo Spirito Santo cioè la terza Persona, che procede dal Padre e dal Figliuolo; quindi sono tre Persone un solo Dio.

(Ora farò di spiegarvelo in qualche maniera; e considerando come siamo noi creati ad immagine di Dio, cercheremo di elevarci per conoscere alla lontana come sia Dio a cui somigliamo alla lontana sì, ma pure in qualche modo assomigliamo. Adunque consideriamo noi medesimi. Noi pensiamo, e quando noi pensiamo, non è vero che ci formiamo nella mente un pensiero, concepiamo in noi una cognizione, e generiamo nella mente un’immagine che vediamo dentro di noi, sicché siamo soliti di dire: « Lo vedo ben io quello che ho in mente? » Abbiamo adunque anche noi un’immagine nella nostra mente. Quest’immagine è una cosa distinta dalla nostra mente stessa: questa immagine è tutta cosa spirituale e mentale, è della natura della nostra mente; ma pure è distinta dalla nostra mente stessa; poiché la nostra mente e l’anima nostra è una cosa, e un’altra cosa è il pensiero prodotto dall’anima. Venitemi ora appresso attenti; ché io andrò adagino. Adunque noi fin quì abbiamo conosciuto come nell’anima nostra vi sono due cose, una distinta dall’altra, e sono una la mente nostra, l’altra il pensiero: e sono però tutte due spirituali, e direi quasi dell’istessa sostanza. Così voi avete ben capito come l’anima nostra colla sua potenza che ha di conoscere, si formi e generi il suo pensiero. Ora Dio Padre conoscendo Se stesso ha in Sé medesimo l’immagine di Se stesso, la forma, lo splendor sostanziale della sua Divinità: e così genera il suo Figliuolo. Ma notate bene però che il modo di pensare di Dio è tanto diverso dal modo di pensare della piccola nostra mente poverina, e che troppo più è diverso che non sia il ritratto a colore; cioè l’immagine morta è tutt’altro dalla persona viva che rappresenta. Dio, dice s. Basilio (Adv. Eum. 5) ha in Sé l’immagine di Se stesso; ma la sua non è un’immagine morta come quella dell’uomo, ma sebbene in Dio è l’immagine viva proprio della sua Sostanza perfettamente eguale a Se stesso. Ora quest’immagine viva stanza una col Padre perfettamente eguale al Padre, è il suo Figliuolo. Così spero, che abbiate, se non un poco conosciuto, almeno imparato, troppo però alla lontana, e che così voi sappiate, o meglio crediate come il Padre conoscendo Se stesso genera il Figliuolo, per via di cognizione e d’intelligenza. Ora vi prego di venirmi appresso ancora con attenzione viva; ché come posso, tenterò non di spiegare ma di dirvi che dal Padre e dal Figliuolo procede lo Spirito Santo per via di amore. Ritorniamo ancora a pensare dentro di noi. Non è vero che quando l’anima nostra conosce una cosa proprio buona, noi sentiamo dentro dell’anima muoversi e saltar su la volontà, un’inclinazione ad amare quella cosa buona? Gli è perché la volontà nostra ama, e vuole il bene che ella conosce. Ora voi intendete che la volontà nostra viene e come diremmo salta fuori dall’anima nostra per la cognizione della cosa da noi amata: e noi con questa morta immagine di quello che sentiamo in noi, possiamo in qualche modo dire che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo. – Ecco adunque che diremo, come la nostra mente che pensa, rappresenta in noi una piccolissima immagine del Padre: il quale, conoscendo Se stesso genera il Figliuolo: come la nostra intelligenza generata dalla nostra mente, rappresenta una poverissima immagine del Figliuolo generato dal Padre: come la nostra volontà, e l’amore che vien dalla nostra mente, e dalla cognizione ed intelligenza nostra, rappresenta una troppo misera immagine dello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figliuolo. E voi perdonate a me l’insufficiente modo di spiegar con parola umana tanto altissime cose di Dio). Questo, secondo il povero modo del pensare nostro, può in qualche maniera significare che in Dio il conoscere ed amare Se stesso forma l’inesauribile Vita Divina. Dico inesauribile Vita di Dio, perché la Intelligenza e cognizione di Sé medesimo in Dio e il suo amore non hanno fine alcuno…. Deh non pretendiamo mai però d’intendere cose tanto divine! Per capirle bisognerebbe colla povera mente umana abbracciare, comprendere tutto l’Essere infinito che è Dio. Ma basta credere in Dio che ce lo ha manifestato, e alla Chiesa, che ce lo insegna. Come adunque c’insegna la Chiesa, crediamo che sempre da tutta l’eternità Dio Padre conosce ed ama Se stesso: che perciò da tutta l’eternità genera il suo Figliuolo: che dal Padre e dal Figlio, i quali si amano d’eterno Amore, procede lo Spirito Santo. Onde è eterno il Padre, eterno il Figlio, eterno lo Spirito Santo; però non sono tre eterni, ma Dio solo eterno. Il Padre da nulla è fatto, il Figliuolo non è fatto né creato dal Padre, ma dal Padre è generato. Lo Spirito Santo non è fatto, né creato, né generato, ma procede dal Padre e dal Figliuolo. E così adunque è onnipotente il Padre, onnipotente il Figliuolo, onnipotente lo Spirito Santo; però non sono tre onnipotenti, ma Dio solo onnipotente. Così Dio è il Padre, Dio è il Figlio, Dio è lo Spirito Santo: però non sono tre Dei, ma un Dio solo in tre Persone; perché in tutte le tre Persone una è la Divinità, eguale la gloria; e tutte tre insieme sono l’eterna Maestà di Dio (Simb. ATANAS.) che noi adoriamo nel Mistero della SS. Trinità. Ora che abbiamo imparato come il Signor nostro si è fatto conoscere; che Egli è un Dio solo in tre Persone eguali e distinte in Sé medesimo, vi debbo spiegare come Dio sì fa conoscere di essere Dio in tre Persone distinte anche in quello che fa con noi. Così vi manterrò la parola datavi in sul principio di questa istruzione, di spiegarvi che uno è Dio Padre che ci creò, uno è Dio Figlio che ci salvò, uno è Dio Spirito Santo che ci unisce in carità per immergerci nella beatitudine di Dio in paradiso. — Qui nos creavit unus est Deus: qui mos redimit unus Christus: qui nos consociare potest unus est Spiritus, dice s. Agostino (Epist. post collat.) Che cosa adunque vi ho da spiegare adesso? Ripetetemelo in grazia per la vostra bontà (sì fan ripetere). Vi ho da spiegare che uno è Dio Padre che ci creò, uno è Dio Figlio, ecc. – State attenti; ché sono cose così sante e care, da intenerircifino alle lacrime per amore di Dio. Voigià sapete come vi spiegai, e come il Concilio Vaticano insegna, che Dio eternamente beato in Sé stesso, creò il mondo per mostrarci la sua bontà. Ma appunto il miglior modo di far conoscere a noi la sua bontà è di farci comprendere che Egli è Dio Padre. È da intendere ora come Dio si è comportato con noi per chiarirsi nostro Padre. Noi appelliamo padre chi dà la esistenza ai figliuoli generandoli ad immagine sua; si mostra poi di essere un gran buon padre colui che ama tanto i suoi figliuoli fino ad esser disposto di sacrificarsi per loro. Ebbene (è utile dirvelo ancora) creando noi uomini, Dio ci creò ad immagine sua, cioè ci diede la vita capace di vivere eternamente ad immagine di Lui Padre; ci diede la ragione, la intelligenza, e ci creò capaci di conoscerlo ad immagine di Lui Figliuolo; ci diede infine la volontà capace di amarlo ad immagine di Lui Spirito Santo. Ci creò adunque a sua somiglianza. Sicché Dio vede in noi, come in piccolo specchio, ridergli davanti tante care immaginette viventi; vede che abbiamo anche noi bisogno di vivere in Lui, di partecipare della sua Vita Divina in qualche modo, e di essere con Lui beati. Dio adunque par che ci dica: « creaturine mie, care immagini mie, vi ho create ad immagine di me coll’amor di Padre; ed allora sarà contenta la mia bontà, quando vi avrò fatte con me beate in Paradiso. » Poiché vediamo bene anche noi, che allora un padre è contento, quando ha dato di tutto il suo bene ai suoi figliuoli….. Ne’ che è padre Iddio ?…. Ma lo intenderete meglio ancora. – Siccome noi uomini ci andiamo a perdere pei nostri peccati, così Dio pigliò cagione dal vederci così miserabili, di manifestare a noi tutta la sua misericordia, la vera bontà di padre, di mostrarsi insomma capace di sacrificare di Sé medesimo, dandoci dal suo seno, per dir così, il Figliuolo che è della stessa sua Sostanza. Oh qui sì che l’abbiam proprio veduta la gloria della bontà del Padre, al tutto bontà divina, nel veder la gloria della bontà del Figliuol suo Unigenito Dio con Lui! — vidimus gloriam eius, gloriam quasi Unigeniti a Patre. Perché, mandato dal Padre, viene a noi il Figliuol suo divino a salvarci. Nel Figliuol suo, che venne a morire per noi, abbiamo conosciuta la bontà del Padre. E non è vero che con noi si mostrò Padre ma veramente Padre di una bontà da Dio? Ma perché desidero che queste così sante e care vi penetrino bene addentro nel cuore, voglio spiegarvele in una maniera più chiara; e così intenderete come Dio Padre si mostri e si faccia conoscere distintamente a noi col suo Figliuolo. Io ora vi dirò di Dio come Egli parlasse da uomo; ché non è poi malcontento Iddio che io vi dica come Egli parlasse quasi da uomo, essendosi, per farsi conoscere meglio, fatto uomo anch’Esso. Dio adunque, vedendo come noi uomini andavamo miseramente a dannarci, disse al Figliuolo suo: « Questi poveri uomini da noi creati, eccoli lì come pel loro peccare si vanno a perdere! Non si curano più di Noi che li abbiamo creati e si guastano tanto di cuore, che paiono nostri nemici per la loro natura — eramus natura fili iræ! — Eppure benché così peccatori nostri nemici — cum adhuc inimici essemus, — più che provocarmi a sdegno, meschini! mi fanno tanto pietà!… Figliuol mio, salviamoli!… andate Voi sulla terra, pigliate umana carne, mettetevi in mezzo di loro; fate loro capire le più care cose del come li amiamo, sacrificatevi per loro, fatemeli buoni e fateli degni figliuoli del nostro amore. » E il Figliuol suo, mi par di sentire che rispondesse: « Si, Padre, andrò, mi farò uomo, mi addosserò tutte le loro miserie, pagherò Io la pena pei loro peccati, vi darò Io soddisfazione per loro, farò che vi amino con me, con me vi adorino, con me ve li porterò salvi in seno alla vostra bontà; n’andasse pure la mia vita d’uomo che io piglierò per soddisfarvi, per servirvi con loro! Non è vero, o Padre, che Voi siete contento e d’accordo con me che io mi sacrifichi così?… — proprio filio suo non pepercit. Pare insomma che gli dicesse: « a me, a me! ché darò Io il mio Sangue per portarveli in braccio come figli del mio Sangue, ut filii eius…. simus?» Deh! deh! che è cosa da piangere al pensare come discese di Cielo e nacque bambino da Maria Santissima; e come morì per noi….; come risuscitò …. e sali al Cielo ma come poi là anche in Cielo, Dio come Egli è col Padre, è sempre uomo con noi. Proprio là in Paradiso conserva un Cuore da uomo, fa causa comune con noi, e tiene le sue Piaghe vive vive le quali col loro Sangue sempre domandano per noi misericordia — semper vivens interpellans pro nobis. Così se Dio si è mostrato Creatore Padre, il suo Figliuolo si mostra fratello di nostro sangue per essere nostro Salvatore. E qui io non posso a meno di dirvi che, fattosi uomo come noi, Egli è Gesù Cristo il quale, come è in Paradiso col Padre, e collo Spirito Santo, è anche qui in terra con noi nel Santissimo Sacramento; e tiene qui con noi il suo Cuore aperto, come lo tiene ancora in cielo squarciato per significare al Padre tutti i nostri bisogni. E appunto appunto la Chiesa, da buona madre, piglia il momento più santo, quando le palpita in seno Gesù quando nella Messa tratta col suo Sangue i nostri interessi davanti al Padre, per dirci: « fate coraggio, o figliuoli! sia pur grande Iddio, qui con Gesù chiamatelo col nome di Padre. E chiamar Dio col nome di Padre vuol dire recitare il Pater noster « audemus dicere : » Pater noster. Sì, sì che noi oseremo dire, massime nella Messa: O Padre nostro! L’intendete bene dunque, che Dio si mostrò Padre col crearci, mostrò d’aver il Figlio per salvarci; e che quindi uno è Dio che ci creò, il Padre; uno è Dio che ci salvò, il Figliuolo. Mi resta ora a spiegarvi che uno è lo Spirito Santo, Dio col Padre e col Figliuolo, che ci raccoglie in carità per farci beati in Paradiso. – Ma io vorrei qui adesso aver una lingua da Angelo innamorato per dirvi le più care cose che convengono allo Spirito Santo, il quale è detto il Sommo Amore, ed anche è chiamato il Paracleto, che vuol dire Dio Consolatore; poiché a Lui si attribuiscono le operazioni dell’amore e della bontà di Dio. Pensate voi se non debba esser buono! è la bontà personale di Dio! Vi dirò subito ancora che se Dio si mostra Padre, la prima Persona della SS. Trinità nella creazione; se si mostra Figlio, la seconda Persona, nel salvarci; si mostra bene lo Spirito Santo essere l’ Amor Eterno nel volere far tutto il bene alle creature. Difatti, dice la parola santa di Dio, che era appena creata la terra, e ancor nelle tenebre avvolta e sprofondata dentro le acque quando lo Spirito Santo vi girava già intorno a suscitare un po’ di movimento e di vita; affinché le creature godessero alquanto di ben di Dio. Quando poi Dio impastava la terra da formare l’uomo, lo Spirito di Dio v’infuse coll’anima la vita, ed elevolla ai palpiti dell’amore: ché i palpiti sono tanti slanci del nostro cuore irrequieto sempre, finché non giunga ad essere beato in Dio. I palpiti adunque del nostro cuore che ama, sono un continuo movimento che lo Spirito Santo suscita in noi, col quale noi ci slanciamo a cercar il bene, che ci manca, in Dio Sommo Bene nostro, per immergerci in Lui nella beatitudine in Paradiso. Quando poi la giustizia di Dio fulminava i castighi contro gli uomini in peccato, – lo Spirito dell’Amore nell’istesso momento, per non lasciarli disperare, prometteva loro che verrebbe il Salvatore. Poi ora da un Patriarca, ora da un altro; e poi dal tale e tal altro Profeta faceva ripetere colla sua ispirazione: « parola di Dio! il Salvatore verrà! ». Anzi lasciatemi dire: pareva fino impaziente di far conoscere agli uomini misteri nascosti fino agli Angeli; e a loro già prediceva che sarebbe venuto il Salvatore come un agnello innocente a farsi sacrificare, per addossarsi la pena dei peccati di tutti…; E fa che contassero gli anni a settimane, per fissare il tempo preciso in cui sarebbe venuto il Figliuolo di Dio a morire pel genere umano. Ma quando poi giunse il momento in cui voleva farsi uomo il Figliuol di Dio ricevendo il nome di Gesù, altro che io, neppur gli Angioli vi potrebbero dire, come lo Spirito Santo discese nel fiore più bello dell’umana natura in Maria Vergine Santissima Immacolata. L’adombrò, e dal puro Sangue di Maria Santissima formò il Corpicino del bamboletto Gesù …… Silenzio!…… adoriamo tremando tutti compunti……. quel benedetto momento, in cui lo Spirito Santo cominciò a formar quel Cuoricino di uomo che in Gesù palpitò d’amore da Dio…. Adunque in quel cuoricino palpitò con Gesù Esso l’Eterno Amore del Padre e del Figliuolo; e come quel cuore di Gesù fu il primo principio e la radice, da cui doveva uscire, quasi pianta nuova, la famiglia dei figliuoli di Dio: così noi da Lui, e per Lui rinasciamo di Spirito Santo nel Battesimo di Gesù Cristo. Lo Spirito Santo palpitò adunque con Gesù nel Cuore, quando Gesù nasceva e cresceva per sacrificarsi: palpitò nel Cuor di Gesù, quando predicava con tanto amabil parola, palpitò nel Cuor di Gesù quando spargeva il Sangue per tutte le piaghe in agonia; palpitò. da quando fu squarciato e continua a palpitare tuttora, quando Gesù nel Sacramento trasfonde e comunica in noi la sua grazia, fa rivivere le anime nostre della vita che è il principio della vita eterna. Così lo Spirito Santo, nelle persone particolari spira la vita della grazia per i meriti del Redentore, ma nella Chiesa resta in permanenza con noi i quali tutti uniti insieme formiamo il corpo della Chiesa. La parola di Dio ce lo dice le tante volte a nostra consolazione; essa ci ripete che lo Spirito Santo è in noi, che abita nei fedeli; come ce lo promise Gesù che resterebbe continuamente in permanenza mansionem faciemus. — Ora, come Gesù non è unito con noi solo colla dottrina, ma vive in noi e ci comunica della sua vita divina, e resta qui nel SS. Sacramento; così resta anche lo Spirito Santo nella Chiesa, la vivifica, la inspira e le mantiene quella vita che non mai in ella vien meno. Quindi pare che si possa dire, per esprimerci più chiaramente, che se la Chiesa è un corpo, Gesù nel Sacramento è come il cuore, lo Spirito Santo è come l’aura vitale, la comunicazione dell’Amore, l’attività della vita spirituale che si diffonde in tutte le membra col Sangue di Gesù Cristo. Onde noi siamo membra di Gesù e templi vivi dello Spirito Santo: e noi figliuoli del Sangue di Gesù siamo vivificati e spinti innanzi nei movimenti della vita per giungere a vita eterna dallo Spirito del Signore Quicumque Spiritu Dei aguntur ii sunt fili Dei (ad Rom. VIII), Sicché collo SpiritoSanto, Amor Eterno, possiamo gridare in Gesù Cristo:« Abba, Pater, Voi, Dio Padre, Figliuolo e SpiritoSanto, ci siete Padre. Siamo difatti diventati suoi figliuoli….. Ipse Spiritus testimonium reddit ecc., quod sumus filii Dei.Ebbi dunque ben ragione di accennarvi fin da principio che la Chiesa ci dice subito da Madre tutto quello che ha da far più bene a noi suoi figlioli, quando ci induce fare il segno della Croce. Perché dicendo nel nome, e non nei nomi, diciamo che crediamo in Dio solo: e che crediamo che in Dio vi son tre Persone realmente distinte, il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo.Insomma sapete che cosa vogliam dire quando ci facciamo il segno della Croce? Vogliamo dire: Grand’Iddio,Voi non siete più il terribile (Ieowa), il Dio dell’anticotestamento; con noi siete Padre. Creatore dell’universo,avete un bell’esser grande; ma vi siete lasciato conoscere che siete Padre. Allora vi abbiamo conosciuto che siete Padre, quando avete mandato il vostro Figliuolo a farsi uomo per noi; e se noidi sotto la sua Croce vi adoriamo in timore, però di sotto le sue Piaghe possiamo spingere il nostro sguardo fino in seno alla vostra Divinità; e, sì, sì!ei par di vedervi tra lo splendore della eterna gloria dissipare colla vostra mano istessa i raggi della luce che non possiam fissare; di modo che vi lasciate scorger col sorriso di Padre. Diciamo adunque: « nel nome del Padre . . . Grande Iddio, ci siete Padre…Oh Padre.. oh Padre nostro! — Nel Nome del Figlio.Oh Gesù, eterno Figliuol di Dio; Voi siete in seno al Padre nella eterna gloria; ma pure a Voi ci rivolgiamo con tutta confidenza, perché, anche in mezzo alla gloria di paradiso, avete qualche cosa del nostro avete della Carne della nostra carne, del Sangue del nostro sangue, anzi avete un Cuor che dà ancora Sangue: siete insomma il Salvator nostro.— Nel nome dello Spirito Santo. O Amor del Padre e del Figliuolo, che come dal Padre, procedete dal Figlio che è qui in terra con noi, Voi che da Lui vi diffondete in tutte le nostre persone, tirateci alla beatitudine del Paradiso con Dio che si è fatto conoscere a noi. Così ci salveremo; così sia!Deh! col cuor pieno di così santi sentimenti facciamo un po’ d’esame sulla nostra povera vita.

Esame.

1. Pensiamo: bisogna ben dire che il Signore ci ama tanto, se con tanta benignità si è fatto conoscere fin dentro nel secreto della sua Vita Divina. Eh, se Dio ci avesse fatto sapere solamente che Egli è il Creatore onnipotente del cielo e della terra, noi dovremmo tremare davanti alla maestà di Dio Santissimo; ma dicendoci subito, che Dio è Padre, pigliamo coraggio, massime nel sentirci dir subito dalla nostra madre che, se Egli è Dio che ci creò, Egli è Padre che ci porta in braccio con Lui; è il Figliuolo suo che ci salvò; è lo Spirito Santo che ci vuole il più gran bene di Dio.

2. Consideriamo un po’ attentamente come dobbiamo, in quel povero modo che possiamo trattare con Dio, il quale si fa conoscere con tanta bontà: e se noi lo abbiamo fatto finora.

Pratica.

Cominciamo adunque la giornata quasi cominciassimo una vita nuova in quel primo momento in cui ci svegliamo (Ego dixi nunc cœpi); e nascondendoci subito sotto la croce di Gesù col fare il segno della santa Croce innalziamo la mente, allarghiamo il cuore; fin col corpo nostro medesimo slanciamoci in braccio a Dio, gridandogli col Cuor Santissimo di Gesù: « Nel Nome del Padre ecc. » Sempre così, massime quando dobbiamo presentarci a Dio santissimo colla preghiera a metter in salvo l’anima nostra, col segno di Croce chiameremo la benedizione di Dio sopra tutto che facciamo, tutto facendo a gloria di Dio. – Andiamo a casa coll’anima consolata da questi grandi pensieri. — Abbiamo in Dio un Padre che tutto può e vuol tutto il bene per noi: abbiamo in Dio il Figliuol suo Salvator nostro, che fa tutto per noi, come pei suoi fratelli di Sangue: abbiamo in Dio lo Spirito Santo, che ci vuol sempre beati in paradiso. Adunque ci salveremo sicuramente, se ci monderemo delle nostre miserie nella confessione, e se ci uniremo con Gesù nella Comunione; e quando preghiamo, preghiamo col Cuor di Gesù con filial confidenza dicendo: Pater noster… Oh Dio, oh Padre, tutta la gloria a Voi, tutta la vostra misericordia. Tutto poi che non sappiam dire, ditelo Voi per noi, o nostra Madre Maria Santissima. Ave Maria ecc.

Catechismo.

D. E quanti Dei vi sono?

R. Vi è un solo Dio.

D. E quante Persone vi sono in Dio.

R. In Dio vi sono Tre Persone eguali e realmente distinte: il Padre, il Figliuolo, e lo Spirito Santo.

D. Come si chiama questo mistero?

R. Il mistero della SS. Trinità!

D. Che cosa vuol dire SS. Trinità?

R. SS. Trinità vuol dire Tre Persone in un Dio solo.

D. Si potrebbe un poco spiegare come sonvi Tre Persone in Dio solo?

R. Non si può spiegare questo altissimo mistero: ma sappiamo però che Dio Padre, la Prima Persona, genera la seconda Persona, il Figliuolo, per via di Intelletto; e che dal Padre e dal Figliuolo procede  la terza Persona, lo Spirito Santo.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (55)

IL SACRO CUORE (55)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO QUINTO

SFORZI SPECIALI PER ORGANIZZARE E PER DIFFONDERE LA DEVOZIONE

III. – S. GIOVANNI EUDES E IL CULTO PUBBLICO DEL CUOR DI GESÙ

S. Giovanni Eudes è stato, prima di tutto, l’apostolo della divozione al Cuor di Maria, ma ha avuto la sua parte nella diffusione della divozione al Cuor di Gesù, e questa parte oggi è riconosciuta da tutti. La Chiesa stessa, nel decreto sull’eroismo delle sue virtù, del 3 gennaio 1903, lo designa come « l’autore del culto liturgico dei sacri Cuori di Gesù e di Maria ». Il breve di beatificazione, è ancor più esplicito: « Ardente lui stesso di un amore singolare verso i Cuori santissimi di Gesù e di Maria, ebbe per il primo, e non senza una specie d’ispirazione divina, l’idea di un culto pubblico in loro onore. Si deve dunque riguardarlo come il padre di questo dolce culto, perché fino dalla fondazione della sua congregazione di preti, egli fece celebrare fra i suoi figli la solennità di questi cuori; come il dottore, poiché compose in loro onore degli uffici ed una Messa; come l’apostolo infine, perché, con tutto il suo cuore si adoperò per diffondere dappertutto questa divozione salutare » (Per questo paragrafo molto debbo al P. Dauphin, che ebbe tanta parte nell’edizione delle opere complete di S. Giovanni Eudes). Senza dubbio non bisogna spinger troppo le parole, né dar loro una portata maggiore di quella che hanno; e forse, qua o là, si è mancato un po’ di misura. Ma è una testimonianza considerevole che noi abbiamo in lui e bisogna guardarsi bene dall’attenuarla come dall’esagerarla. Le numerose pubblicazioni di questi ultimi anni hanno messo in piena luce l’uomo e la sua opera; la polemica, che, in generale, vive d’idee vaghe e di asserzioni appassionate, non ha più che da tacere davanti alla storia che porta fatti precisi e testi chiari, almeno in quel che riguarda il punto principale, l’azione personale di S. Giovanni Eudes. Nato a Caen, nel 1601, G. Eudes ebbe fin dall’infanzia, il più tenero amore per Gesù e per Maria; nei vent’anni del suo soggiorno all’Oratorio, la sua pietà si informò un poco secondo quella di Bérulle e di De Condren. Lesse S. Matilde e S. Gertrude, Lansperge e Luigi di Blois. Furon quelle letture che inspirarono la sua divozione ai cuori di Gesù e di Maria? O non fecero che nutrirla? Pare che non si sappia niente di preciso a questo proposito. Dal 1640 circa lo vediamo tutto dedicato ai sacri Cuori di Gesù e di Maria; a loro consacra le congregazioni che fondò nel 1641 e 1643, prescrisse loro degli esercizi speciali in onore del sacratissimo Cuore di Gesù, principalmente la salutazione celebre: Ave Cor sanctissimum. Ave Cor amantissimum Jesu et Mariæ. Fin dal 1646 fa loro celebrare solennemente la festa del santo cuore di Maria — vedremo poi che, per san G. Eudes, il Cuore di Maria non è mai separato dal Cuor di Gesù — prima il 20 ottobre, che consacrerà più tardi al cuor di Gesù, poi 1°8 febbraio che resterà riservato al Cuor di Maria; e compone per questa festa un ufficio che nel 1648 è approvato da alcuni Vescovi. La festa non rimane nell’interno della comunità. Nel 1648 il P. Eudes la celebra solennemente nella cattedrale d’Autun. Il movimento si propagò poi in diverse diocesi specialmente in Borgogna e Normandia sotto l’influenza di S. G. Eudes e della sua Congregazione. Una specie di terzo ordine, ch’egli fondò verso il 1650, le confraternite del santo Cuore che stabilì in molti luoghi, contribuirono a divulgare e far conoscere la sua cara divozione. Il libro si unisce alla parola e all’azione. Nel 1648 il P. Eudes pubblicò a Autun la sua opera: La divozione del santissimo Cuore e del santissimo Nome della B. Vergine Maria; la ripubblicò a Caen nel 1650. Nel 1654 gli Eudisti stabiliscono, nel loro collegio di Lisieux, una Congregazione della Santissima Vergine, sotto l’invocazione del suo santo Cuore, con un piccolo ufficio. Nel 1655 essi inaugurarono, nel loro seminario di Coutances, la prima chiesa costrutta in onore del Cuore di Gesù e di Maria. La divozione si diffuse anche a Parigi, in qualche gruppo d’anime, e sempre sotto l’influenza e la parola ardente del P. Eudes. Malgrado ostacoli di ogni sorta e calunnie, molti Vescovi stabilirono la festa, il libro riceveva approvazioni, le chiese si costruivano, le confraternite si moltiplicavano (1650-1668). Si faceva tutto ciò senza autorità di Roma; ma Roma, tollerava, allora, quelle iniziative episcopali. Nel 1668 si ottenne un’approvazione del cardinale di Vendòme, legato a latere. È vero che Roma, nel 1669, rifiutava la sua, ma per questo il culto non cessò di diffondersi in Francia. Dal 1670 esso ricevette uno sviluppo interno considerevole. Fino ad allora il P. Eudes non aveva proposto che una festa, non aveva composto che un ufficio. Il Cuor di Gesù vi era onorato nel e con il cuor di Maria, e l’ufficio nominava spesso il Cuor di Gesù. Dal 1660 circa queste menzioni del cuor di Gesù sono meno numerose, e l’ufficio è più esclusivamente quello del cuor di Maria. Il P. Eudes, senza dubbio, pensava fin d’allora a festeggiare a parte, con un ufficio speciale, il Cuor di Gesù. Nel 1670 egli riceveva l’approvazione dei teologi per la Messa e Ufficio del Cuore adorabile di Gesù. Lo stesso anno i Vescovi di Rennes, Coutances ed Évreux approvavano Messa e Ufficio e permettevano di celebrare la festa. È stato creduto, fino ai nostri giorni che la prima festa del sacro Cuore di Gesù sia stata celebrata a Rennes, nel seminario, il 31 agosto 1670; ma questa opinione non sembra sufficientemente accertata, e non si concilia con i fatti accertati. Soltanto il 20 ottobre 1672 la solennità deve aver avuto luogo; ed essa ebbe luogo, lo stesso giorno, in diverse città: a Coutances, a Évreux, a Bayeux, come a Rennes; in una parola da per tutto dove vi erano case della Congregazione, fuorché a Rouen, dove Mons. di Médavy, allora succeduto a Mons. di Harlay, non permise la festa che l’anno seguente. – I considerando di alcuni degli atti episcopali sono interessantissimi; è la prima volta che la Chiesa docente parla del sacro Cuore. Il Vescovo di Coutances, Mons. Di Loménie di Brienne, scrive nella sua lettera del 29 luglio 1670: « Il Cuore adorabile del nostro Redentore è il primo oggetto della dilezione e compiacenza del Padre di tutte le misericordie, ed essendo reciprocamente tutto infiammato di santo amore verso questo Dio di consolazione, ed essendo pure infiammato di carità verso di noi, tutto ardente di zelo per la nostra salute, tutto pieno di misericordia verso i peccatori, tutto riempito di compassione Verso i miserabili ed essendo esso il principe di tutte le glorie e le felicità del cielo e di tutte le grazie e benedizioni della terra e una sorgente inesauribile di ogni sorta di favori per coloro che l’onorano, tutti i Cristiani devono sforzarsi di rendergli tutte le venerazioni e adorazioni possibili ». Il Vescovo di Évreux, Mons di Maupas du Tour, esprime idee simili nella sua lettera dell’8 ottobre 1670: « Il Cuore adorabile di nostro Signore, essendo una fornace d’amore verso il suo Padre e di carità verso di noi e la sorgente di un’infinità di grazie e favori per tutto il genere umano, tutti gli uomini, specialmente tutti i Cristiani, hanno l’obbligo grandissimo di onorarlo, lodarlo e glorificarlo in tutte le maniere possibili ». Nel 1671 l’Arcivescovo di Rouen, che era ancora Mons. di Harlay, i Vescovi di Bayeux e di Lisieux, e l’antico Vescovo di Rodez, Abelly, si univano agli altri tre per approvare la festa e l’ufficio. Infine, il 29 luglio 1672 il Padre Eudes indirizzava alle sei case della sua Società una circolare stampata per ordinare loro di celebrare, d’allora in poi, come festa patronale, il 20 ottobre, la solennità del sacro Cuore di Gesù. La circolare comincia così: « È una grazia inesplicabile che il nostro amabile Salvatore ci ha fatto di donare alla nostra Congregazione il Cuore ammirabile della sua santissima Madre; ma la sua bontà, che non ha limiti, non arrestandosi lì, è andata molto più oltre dandoci il suo proprio Cuore per essere, con il Cuore della sua gloriosa Madre, il fondatore e il superiore, il principio e la fine, l’anima e la vita di questa Congregazione… Benché sinora non si sia celebrata una festa propria e particolare del Cuore adorabile di Gesù, tuttavia noi non abbiamo mai avuto l’intenzione di separare due cose che Dio ha unito così strettamente insieme, come sono il Cuore augustissimo del Figlio d’Iddio e quello della sua benedetta Madre. Al contrario, è sempre stata nostra intenzione, fin dalla fondazione della nostra Congregazione, di riguardare e onorare questi due Cuori come un solo e medesimo Cuore, in unità di spirito, di sentimento, di volontà e d’affezione ». – Il pio fondatore spiega in seguito « come la divina Provvidenza… ha voluto far precedere la festa del Cuore di Maria a quella del Cuore di Gesù, per preparare le vie, nei cuori dei fedeli, alla venerazione di questo Cuore adorabile »; e come « questa ardente divozione dei veri figli del Cuore della Madre d’amore… l’ha obbligata ad attendere dal suo amatissimo Figlio questo favore grandissimo, che Egli fa alla sua Chiesa, di donarle la festa del suo Cuore regale, che sarà una nuova sorgente di infinite benedizioni, per quelli che si disporranno a celebrarla santamente ». Segue un bel ragionamento su l’eccellenza della festa e l’eccellenza del suo oggetto. « Qual Cuore è più adorabile, più ammirabile e più amabile del Cuore di questo Uomo-Dio che si chiama Gesù? Quale onore mesita questo Cuore divino, che ha sempre reso e renderà eternamente a Dio (tanta) gloria ed amore!… Che zelo dobbiamo avere per onorare questo Cuore augusto, che è la sorgente della nostra salute, che è l’origine di tutte le felicità del cielo e della terra, che è una fornace immensa d’amore verso di noi, e che non pensa, notte e giorno, che a colmarci di un’infinità di beni e che infine si è spezzato… di dolore per noi sulla croce! ». Conclusione: « Riconosciamo dunque… la grazia infinita e il favore incomparabile di cui il nostro buon Salvatore onora la nostra Congregazione donandole il suo adorabilissimo Cuore col Cuore amabilissimo della sua santa Madre. Sono due Cuori inestimabili, che comprendono un’immensità di beni celesti e di ricchezze eterne, di cui la rende depositaria per spargerli in seguito, per Mezzo suo, nei cuori dei fedeli ». Margherita Maria non potrà esser più esplicita quando parlerà della missione confidata alla Visitazione e alla Compagnia di Gesù. – La festa così promulgata dal P. Eudes fu adottata da alcune Congregazioni religiose, specialmente, dal 1674 in poi, dalle Benedettine del SS. Sacramento, la fondatrice delle quali, Caterina di Bar, madre Matilde del SS. Sacramento, era devota al P. Eudes. Pure dal 1674 essa fu celebrata dalle Benedettine dell’Abbazia reale di Montmartre, presso il luogo dove, 200 anni più tardi, doveva innalzarsi la Basilica del sacro Cuore. L’ufficio da lui composto si diffondeva in pari tempo ed è quello, pare, di cui si servivano le Visitandine stesse in molti dei loro monasteri fin verso il 1750. – La festa fioriva naturalmente con le Confraternite. Ora, il P. Eudes ed i suoi, profittavano di tutte le occasioni per stabilirla. Ed è qui che interviene il Papa. Fin dal 1666 Alessandro VII approvava una Confraternita del Cuore di Gesù e Maria a Morlaix. Il P. Eudes ottenne, nel 1674 e nel 1675, sei Brevi di Clemente X in favore di Confraternite simili. Era almeno indirettamente una approvazione della divozione al sacro Cuore e i postulatori che verranno più tardi lo faranno notare. – Frattanto il P. Eudes lavorava alla grande opera in cui doveva mettere il meglio dell’anima sua e riassumere il lavoro di tutta la sua vita. Meno di un mese prima di morire egli scriveva: « Oggi 25 luglio 1680, Dio mi ha fatto la grazia di compiere il mio libro del Cuore ammirabile della santissima Madre d’Iddio ». L’autore morì il 19 agosto seguente e l’opera non fu pubblicata che nel 1681. La divozione al sacro Cuore non ne è il principale oggetto, come lo indica il titolo. Vi si tratta soprattutto del Cuor di Maria. Ma dei dodici libri che lo compongono, il dodicesimo è tutto consacrato al cuor di Gesù. È diviso in venti capitoli, otto meditazioni e litanie, e comprende quasi 100 pagine in-4°, su circa 700. Unendo a questo libro le nozioni generali, date nel libro primo, si ha, dice il P. Le Doré, « un eccellente trattato della divozione al sacro Cuore del Figlio d’Iddio ». Si vede che, per il P. Eudes, la divozione al Cuore adorabile di Gesù fiorisce, per così dire, sulla divozione al Cuore ammirabile di Maria dalla quale si è staccata a poco a poco. Fin dal principio essa le era unita come, secondo il pensiero del P. Le Doré, il sangue prezioso nel calice; essa le era unita ma nell’unità morale, nell’unità d’amore, nella conformità di vita e di affezione fra il cuore del Figlio e quello della Madre. Il P. Eudes dapprima non ha avuto in vista che questa unità morale dei due cuori: il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria non formavano, per lui, che un sol Cuore. Perciò egli diceva il Cuore di Gesù e Maria, piuttosto che i Cuori. Tuttavia, egli è stato trascinato ad occuparsi distintamente dei due cuori. Allora vede veramente il cuore di carne, evidentemente non in se stesso, ma come simbolo; simbolo e focolare di tutta la vita intima del Cristo. Però troviamo in lui più spesso la metafora che il simbolismo; l’espressione un po’ confusa dell’amore e dell’uomo intimo per mezzo della parola Cuore, piuttosto che uno sguardo sul cuore di carne per leggervi l’amore. La devozione, come l’espone e la insegna il P. Eudes, non differisce essenzialmente da quella originata a Paray; ma abbraccia di più e si appoggia meno sul simbolismo del cuore. Anzi, per questa stessa ragione, essa è forse meno precisa nelle sue formule, meno concreta di aspetto, meno parlante alla folla. Il gran libro in cui essa è esposta non è fatto per renderla popolare. Il P. Eudes morì senza averlo pubblicato lui stesso, e la sua possente influenza non era più là per spingerlo… Non vi è dubbio che, se fosse vissuto, avrebbe adattato il suo lavoro, avrebbe resa la sua dottrina tale da essere più alla portata di tutti, staccando il dodicesimo libro o componendo con esso qualche opuscolo come fu fatto dopo la sua morte; ma questi tentativi stessi fecero perder di vista l’opera primitiva; quando Galliffet e Languet credono di citare il P. Eudes citano un’altra opera scritta senza dubbio da uno dei suoi discepoli. Il libro grande non fu pubblicato che nel 1833; e nel 1891 lo stesso Padre Le Doré, trovando lo « stile invecchiato », ha creduto suo dovere, per rendere più accessibile una dottrina « troppo poco conosciuta », « di cambiare talvolta alcune parole non più usate, sopprimere alcuni epiteti ed anche tagliare certe frasi troppo lunghe ». Malgrado questi inconvenienti, questo dodicesimo libro merita di essere conosciuto. Non possiamo darne, qui che una breve analisi, quasi un indice. È intitolato Del divin Cuore di Gesù. 1 titoli dei capitoli ne dicono assai chiaramente il soggetto:

1. Che il divin Cuore di Gesù è la corona della gloria del santissimo Cuor di Maria; ».

2. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace di amore ardentissimo per il Padre Eterno;

3-4. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace d’amore per la sua santissima Madre, le cui fiamme si dimostrano nei privilegi di cui l’ha arricchita;

5. Che l’amore infinito di Gesù per la sua Madre santissima riempie il suo divin Cuore di dolori amarissimi, in vista di quelli che penetreranno il suo Cuor verginale, al tempo della Passione:

6. Esercizio di amore e di pietà sui dolori del divin Cuore di Gesù e del sacro Cuore della sua beatissima Madre;

7. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace di amore verso la Chiesa trionfante, militante e sofferente;

8. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace di amore verso ciascuno di noi:

9.-10. Che il divin Cuore di Gesù è una fornace d’amore per noi nel santissimo Sacramento e nella sua santa Passione;

11. Che il Cuore di Gesù non è che una cosa sola col Cuore del Padre e dello Spirito Santo; e che il Cuore di queste tre divine Persone è una fornace d’amore verso di noi;

12. Che il divin Cuore di Gesù è un tesoro immenso; che è tutto nostro: e l’uso santo che dobbiamo farne:

13. Che il nostro amabile Gesù ci ama come suo Padre l’ama, e ciò che dobbiamo fare per amarlo;

14. Belle parole del santo dottore Lansperge, certosino, sul divin Cuore del nostro Salvatore, tolte dal capitolo 36 del suo libro sulla Milizia cristiana (Queste parole non sono di Lansperge, ma di Domenico di Treviri);

15. Il serafico S. Bonaventura che parla del divin Cuore di Gesù (Sunto dello Stimulus amoris, che, come si sa, non è di S, Bonaventura. Ne ho già citate alcune linee.);

16. Gli esercizî d’amore e di pietà verso l’amabile Cuor di Gesù tolti da diversi passi del libro di Lansperge, certosino, intitolato: Pharetra divini amoris, faretra dell’amore divino (Sono i testi citati più sopra, con qualcun altro.);

17. Altro esercizio d’amore verso il divin Cuore di Gesù, tolto dagli Esercizi di S. Gertrude su la preparazione alla morte;

18. Conversazione di un’anima santa nella solitudine col divin Cuore di Gesù;

19. Diversi altri fatti meravigliosi del divin Cuore di Gesù, riportati nel capitolo VI, del libro III della Vita di Suor Margherita del SS. Sacramento, religiosa carmelitana del monastero di Beaune, composta da un prete dell’Oratorio (Il P. Amelote. Vedi alcuni passi più sopra.);

20. Quante fiamme o aspirazioni di amore verso l’amabile Cuor di Gesù »

Seguono diciassette meditazioni in due serie: una serie di nove « per la festa del divin Cuore di Gesù »; un’altra di otto « sul divin Cuore di Gesù ». Queste meditazioni, in molti punti, ripetono ciò che è detto nei capitoli; ma in molti altri invece lo completano felicemente. Nell’insieme esse sono forse più istruttive e più pratiche che i capitoli stessi; la devozione al sacro Cuore vi è più palese e vi appare con i veri caratteri della devozione. Le prime tre si aggirano sulla festa del divin Cuore: disposizioni richieste per ben prepararsi a celebrarla; considerazioni e pratiche per il giorno della festa; gran favore che ci ha fatto nostro Signore donandocela; nella quarta consideriamo il Cuor di Gesù come nostro rifugio, nostro oracolo, nostro tesoro; nella quinta, come il modello e la regola della nostra vita. Sesta: « Che Gesù ci dona il suo Cuore per essere il nostro cuore ». Settima: « La profondissima umiltà del divin Cuore di Gesù ». Ottava: « Che il Cuor di Gesù è il Re dei Martiri ». Nona: « Che il Cuor di Gesù è il Cuor di Maria ». – Seconda serie. Prima meditazione: « Che la Santissima Trinità è viva e regnante nel Cuor di Gesù ». — Seconda: « Che il Cuor di Gesù è il santuario e l’immagine delle perfezioni divine ». — Terza: « Che il Cuor di Gesù è il tempio, l’altare e l’incensiere dell’amore divino ». — Quarta: « Che il Cuor di Gesù ci ama di un amore immenso ed eterno ». — Quinta: « Che il Cuor di Gesù è il principio della vita, dell’Uomo-Dio, della vita della Madre d’Iddio, e della vita degli figli d’Iddio ». — Sesta: « Tre Cuori di Gesù che non sono che un unico Cuore » e sono; « il Cuore divino, il Cuore spirituale, il Cuore santissimo del suo corpo divinizzato ». — Settima: « I miracoli del Cuor di Gesù ». Il mondo della natura, il mondo della grazia, il mondo della gloria. — Ottava: « Che il Cuor di Gesù è una fornace d’amore purificante, illuminante, santificante, trasformante e deificante ». – A queste meditazioni, il P. Eudes, ha aggiunto delle litanie del divin Cuore di cui alcune invocazioni mostrano che, se anche egli non insiste molto sul cuore di carne, tuttavia non lo dimentica; poiché esse ricordano la ferita d’amore, il colpo di lancia, e, secondo un’idea presa da S. Brigida, questo cuore spezzato dal dolore. – S. Giovanni Eudes ha lavorato per la divozione al cuor di Gesù forse più che con il suo libro, con l’ufficio e la Messa composti per la festa e l’ottava. L’opera, infatti, è originale e ricorda in certi punti, l’incomparabile ufficio del SS. Sacramento, per la fusione armoniosa di un pensiero ricco e profondo, dell’entusiasmo poetico, della pietà soave e solida tutta nutrita della Scrittura e dei santi Padri (Il ritmo, tuttavia, è lontano dalla pienezza e facilità delle composizioni di S. Tomaso, la rima si riduce spesso ad una semplice assonanza. S. G. Eudes. d’ordinario, si limita alle leggi della quantità classica, mentre i « ritmi» di S. Tommaso sono, come si sa, regolati dall’accento). I temi e i soggetti sono presso a poco quelli che abbiamo incontrato nel XII libro del Cuore ammirabile; ma, grazie in parte alle costrizioni del genere liturgico e del ritmo, l’espressione è più vigorosa e raccolta. Quanto allo spirito generale, è il più puro spirito della divozione al sacro Cuore, lo spirito d’amore, soprattutto; l’amore dell’uomo che vuol rispondere all’amore d’Iddio. Alcune strofe, a volte più o meno modificate, son state usate in altri uffici, questa, per esempio, che il P. Galliffet ha trascritta per il suo.

O Cor, amore saucium,

Amore corda saucia;

Vitale nectar caelitum,

Amore nos inebria

(Inno dei vespri:

O cuore d’umore

Ferite d’amore i nostri;

Nettare di vita ai Beati,

Inebriateci d’amore).

Ecco l’Invitatorio del Mattutino :

Jesu cor amantissimum venite adoremus: qui est amor et vita nostra (Venite, adoriamo il Cuore amantissimo di Gesù. Che è nostro amore e nostra vita).

Ed ecco l’Orazione:

Pater misericordiarum et Deus totius consolationis, qui, propter nimiam caritatem qua dilexisti nos, dilectissimi Filii tui cor amantissimum nobis ineffabili bonitate donasti, ut te uno corde cum ipso perfecte diligamus; præsta, quæsumus, ut cordibus nostris inter se et cum corde Jesu in unum consummatis, omnia nostra in caritate ejus fiant atque ipso interveniente Juxta cordis nostri desideria compleantur (« Padre di misericordia e Dio di tutte le consolazioni, voi, che, nell’eccesso d’amore con cui ci avete amati, ci avete donato, con bontà ineffabile il cuore del vostro amantissimo Figlio, perché noi si possa amarvi in unione perfetta con Lui, accordateci, ve ne preghiamo, che, consumati i nostri cuori nell’unione fra loro e col cuore di Gesù, la nostra vita sia tutta una vita d’amore fra Lui e noi, e che, per la sua intercessione, si compiano i giusti desideri dei cuori nostri! »). – Le antifone son tutte bibliche e non spirano che amore; sono spesso modificate in maniera da racchiudere la parola cuore. Le lezioni, sia bibliche, sia patristiche, sono scelte molto bene. E questa osservazione non è solo per quelle del giorno, ma anche dell’ottava. La Messa, infine, è una Messa tutta d’amore, tutta piena del sacro Cuore, del suo amore per Dio e per noi, del nostro amore per Lui. È una liturgia grandiosa e bella, che estenderà e prolungherà l’influenza del P. Eudes persino negli ambienti più imbevuti della divozione di Paray. Prova evidente, in mancanza di altre, che le due divozioni non si presentavano come distinte, giacché si cantava il sacro Cuore rivelato a santa Margherita Maria con le formule prese al P. Eudes. – S. G. Eudes ha così preparato il terreno; ha suscitato il movimento verso la divozione, ha parlato del Cuor di Gesù con amore, scienza e pietà; ne è stato il primo cantore liturgico; le confraternite da lui fondate in onore del cuore di Gesù e di Maria, hanno aiutato a  fondarne altre in onore del sacro Cuore; le approvazioni che egli ha ottenuto hanno incoraggiato a chiederne altre; ha istituita e propagata la festa, ed è lo dice il decreto 6 gennaio 1903 che introdusse la sua causa e lo dichiarò Venerabile, auctor liturgici cultus SS. Cordium Jesu et Mariæ. Infine prima e poi con santa Margherita Maria, prima e poi con i principali promotori della divozione, il P. Eudes è stato attaccato con Violenza dai Giansenisti, da tutti i nemici del Cuor di Gesù e del Cuor di Maria. Si può dire che su di lui hanno fatto le loro prove. Il culto quale si è propagato nel mondo, quale è stato approvato dalla Chiesa universale, è quello che fu rivelato a Margherita Maria; e, per concludere col P. Le Doré « la beata Margherita Maria è l’apostolo per eccellenza del sacro Cuor di Gesù; il P. Eudes fu scelto, prima di tutto, per esser quello del Cuor di Maria; ma sarebbe ingiusto di negare all’ardente missionario la gloria d’aver servito di possente ausiliario e di degno precursore alla beata Visitandina ».

LA VITA INTERIORE (29)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (29)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

VOGLIO TE SOLO, O GESÙ!

TI DESIDERO…

Mio caro Gesù! Permetti che al termine di queste pagine nelle quali ho cercato di parlare di Te, parli, ora, un poco, a Te!

Sento vivissima, forte, insistente, la necessità di vivere con Te, perciò di venire a Te! Sento ch’è grave l’angustia di questa vita mortale: la mia debolezza mi confonde; la lotta d’ogni giorno mi fiacca! Oh! Signore Gesù, abbi pietà di me! Chiamami a Te, o Gesù! Ho bisogno del tuo amore! Solo del tuo amore! Del tuo amore solo! Più ti penso, più ti desidero, o Gesù! Sei l’amore infinito. Come si può vivere senza di te? Come posso stare, senza desiderare di gettarmi, tremante d’amore, fra le tue braccia paterne, per appoggiare il capo sul tuo cuore, per dirti che t’amo tanto e che non posso dire e fare altro che amarti, mio vero amore? – E che m’importano le meschine glorie, le vane soddisfazioni degli uomini che tanto facilmente s’adombrano; si contrastano, s’incensano, s’abbattono?

TI AMO…

Capisco, o Gesù; sì, capisco! È necessario soffrire tutta la vita, perché Tu hai voluto che non fossero qui il gaudio e la pace… Hai voluto che accettassimo, nell’abbraccio, la Croce…; che seguissimo il Tuo esempio. Dovrò tenerla, adunque, ancora, per molto tempo, nelle mie braccia, questa croce? Il seme di grano deve morire per poter dare nell’àrista mille frutti d’oro! Sì, o Gesù, voglio morire anch’io, ai miei desideri, anche ai più santi, per rinascere sempre più vivo e rivivere sempre con Te e in Te. – Gesù dolce! Gesù amore! se penso che Tu mi ami, sento che il cuore mio non resiste più. So che m’hai dato tutto il Tuo amore quando spasimasti e moristi, per me, in Croce; so che me l’hai conservato nella SS. Eucarestia…, ed io mi sento commosso e provo la gioia più inebriante! Sento che tu hai posto nel mio cuore il desiderio di un amore senza confini, e mi fai sentire, continuamente, che tu solo sei l’unico amore, che tu solo sei l’unica realtà! Ah! caro Gesù! Com’è dolce il Tuo amore! Che conforto inesprimibile! Oh Gesù! io ne sono insaziabile. Vieni, Gesù dolce, Gesù amore! Deh! Gesù vieni; e non tardare! senza Te io non posso stare!…

TI VOGLIO!

Gesù, Tu solo sei tutto. Per questo Ti voglio! Maestro insuperabile, venerato, caro! padre affettuoso; fratello dilettissimo; sposo dell’anima mia; amico fedelissimo; unico e vero Redentore! Per Te, tutto e solo per Te! Sì, o Gesù. Perché la mia vera gioia, la mia più grande gioia è di sapermi amato da Te, e perciò dal Padre celeste e dallo Spirito Santo. – Sapermi amato da Te che sei il tutto, mentre io sono il nulla! Meno che nulla.

Eppure… Sì, fa’ coraggio, anima mia, Iddio mi ama. Me, così esiguo, debole, effimero, deforme, cattivo, perfido, inetto, incostante. Ama me d’un amore infinito sin dall’eternità, questo Signore e Creatore di tutto lo sterminato universo che S. Agostino ha definito: «Sommo, ottimo, più che potente, più che onnipotente, sovranamente misericordioso e giusto, nascostissimo e presentissimo, bellissimo e fortissimo, stabile e incomprensibile ». Oh! Gesù. Perdonami se me ne meraviglio! Dovrei ricordare sempre che il Tuo amore è degno della Tua Bontà infinita, della Tua gloria, della Tua onnipotenza! Grazie, o Gesù! Accoglimi, dunque, fra le Tue braccia, poiché sono la pecorella smarrita, sono la dramma ruzzolata sotto la tavola, sono il figliuolo prodigo che si stringe al Tuo seno e non vuole più separarsi da Te! – Sento un bisogno irresistibile, o Gesù, di dimenticarmi, di scomparire, di consumarmi per adorare Te nel Padre Celeste ininterrottamente, per radicarmi in Te, immobile, come se fossi già nell’eternità, per ascoltarti in un profondo silenzio…

BEATI GLI OCCHI…

« Beati gli occhi che ti veggono, o Dio amore! O quando giungerò colà ove sei tu, Dio, vera luce?… So che alfine ti vedrò coi miei occhi, o Gesù, mio salvatore! Beati gli orecchi che ti ascoltano, o amore, verbo di vita! Quando la tua voce piena di tanta dolcezza mi consolerà chiamandomi a te? Oh! ch’io non abbia a temere una dura parola, ma ascolti presto la tua voce gloriosa! Beate le nari che sentono il tuo olezzo, o Dio, dolce profumo di vita! O venga io presto ai fertili e ameni pascoli della tua eterna visione! Beata la bocca, o Dio, che gusta le tue parole di consolazione, più dolci d’un favo di miele! Quando si nutrirà l’anima mia della sostanza della tua divinità, e si inebrierà dell’abbondanza delle tue delizie? Oh, possa io qui sentire quanto soave tu sei, Signore, in modo da goderti poi in eterno e pienamente, o Dio della mia vita. – Beata l’anima che si è unita a Te con amplesso di amore inseparabile, e beato il cuore che sente il bacio del cuor tuo, stringendo teco un patto di indissolubile amicizia. Oh! quando mi stringerai tu con le tue braccia, o Dio del mio cuore, e ti scorgerò senza velame?

Presto, tratta fuori da questo esilio, possa io vedere il tuo dolce volto nella gioia!» (Esercizi di Santa Geltrude la Grande).

O MARIA!

O Maria, Ausiliatrice, Immacolata, compi l’opera, soddisfa il mio desiderio. Voglio, per le tue mani verginali e materne, essere presentato, offerto e consacrato, per sempre, a Gesù. Degnati, o Vergine e Madre purissima, di esaudire la mia preghiera.

FINE

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (4)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (4)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni

ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF.1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi.per comunicarci la sua vita

CAPITOLO II.

La nostra incorporazione a Gesù Cristo!

Essendo il Verbo incarnato la fonte della vita soprannaturale, a coltivar questa vita non possiamo far di meglio che unirci a Gesù Cristo, entrare in comunicazione col suo spirito e colle sue virtù, o, per dirla coll’energica espressione di san Paolo, incorporarci a Lui, giacché siamo membra di un Corpo mistico di cui Cristo è capo. – Questa verità, che abbiamo rapidamente toccata nel capitolo precedente, dobbiamo ora esporre un po’ più distesamente, a fine di rilevarne meglio il valore dottrinale e le principali applicazioni.

Art. I. — SINTESI DOTTRINALE.

1° I fondamenti di questa benefica dottrina furono posti da Nostro Signore stesso. Descrivendo anticipatamente la scena del giudizio finale, Gesù si congratula coi giusti perché lo nutrirono, lo vestirono, lo visitarono; e perché questi, stupiti, gli rispondono: ma quando vi abbiamo nutrito, vestito, visitato infermo o in carcere? Gesù risponde: «  quante volte avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli, dei più ‘piccoli, l’avete fatto a me  » (Matth. XXV, 40). Gesù dunque s’identifica, a così dire, cogli uomini suoi fratelli, si nasconde, vive in loro, così che ogni servigio reso al minimo di essi lo considera come fatto a se stesso. Mirabili parole, che trasformano ogni atto di carità fraterna in un atto di carità divina! Se indaghiamo la ragione profonda di questa sublime affermazione, la troviamo appunto nella dottrina della nostra incorporazione a Cristo; se è vero che Gesù è il Capo di un Corpo mistico di cui noi siamo le membra, è evidente che far del bene al minimo dei nostri fratelli, è farlo al Capo di detto Corpo, allo stesso Nostro Signore. Interpretare altrimenti questo testo sarebbe un fargli violenza. Del resto Gesù, nell’ultima Cena, volle esporci il suo pensiero in modo anche più chiaro. Aveva poco prima dato ai discepoli un comandamento nuovo: « … che vi amiate a vicenda, così come io ho amato voi » (Giov. XV, 12): cosa anche più perfetta dell’amare il prossimo come se stesso, perché Gesù ci amò con amore disinteressato e si sacrificò e immolò per salvarci. Rinnova poco appresso questo stesso comandamento (Giov. XV, 12); ma, a farlo capir meglio, adopera un paragone: « Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore » (Ivi, v. 1). Gesù è la vera vite, non la vite d’Israele mostratasi infedele a Dio, ma la vite sempre fedele e sempre feconda. Il Padre è l’agricoltore, che coltiva la vite, tronca i rami sterili e pota i rami fecondi, affinché diano maggior frutto. E i tralci di questa mistica vite siamo noi, che, per portar frutto, dobbiamo restare uniti al ceppo che è Gesù medesimo: « Come il tralcio non può portar frutto se non rimane nella vite, così neppur voi se non rimanete in me » (XV, 4). Noi siamo dunque uniti a Gesù, vale a dire al Verbo incarnato, all’Uomo-Dio, come i tralci sono uniti al ceppo della vite: scorre dunque in noi e in Lui la medesima vita. Colui che da tutta l’eternità possiede la pienezza della vita divina si fece uomo e volle che la sua anima umana fosse riempita di quella grazia creata che altro non è se non una partecipazione alla vita stessa di Dio; e a questa pienezza di grazia creata partecipiamo noi finché rimaniamo uniti di mente e di cuore a Colui che è nostro Capo, come i tralci rimangono uniti al ceppo della vite. È quello che dice san Giovanni all’inizio del suo Vangelo: « E il Verbo si fece carne e abitò tra noi… pieno di grazia e di verità… E dalla pienezza sua noi tutti abbiamo ricevuto » (Giov. I, 16). C’è dunque tra Gesù e noi comunanza di vita; il che – dice Bossuet – suppone « tra Lui e noi una unione così intima da fare un medesimo corpo con Lui, come i tralci e i rami della vite fanno uno stesso corpo col ceppo… suppone un influsso interno di Gesù su di noi, come quello del ceppo sui tralci, che ne traggono la linfa onde si alimentano »  (Meditations sur l’Evangile, La cène, 2° partie, I jour). Siamo dunque innestati a Cristo e incorporati a lui: in altre parole, Gesù è il nostro Capo e noi ne siamo le membra; e da Lui riceviamo il moto e la vita. Gesù quindi, nella preghiera sacerdotale dell’ultima Cena, si immedesima già, non solo con gli Apostoli, ma anche coi loro discepoli, con tutti i Cristiani; e in uno slancio sublime dice al Padre: « Io non prego solamente per questi (gli Apostoli), ma anche per quelli che per la loro predicazione crederanno in me, perché siano anche essi una cosa sola, come Tu sei in me, o Padre, e Io in te… E la gloria che tu desti in me Io la diedi ad essi, affinché siano una cosa sola come una cosa sola siamo noi. Io in essi e tu in me affinché siano perfettamente uniti e conosca il mondo che Tu mi mandasti e amasti loro come amasti me! ». Eccoci dunque, per il fatto della nostra incorporazione a Cristo, intimamente uniti a tutte e tre le divine Persone, perché queste sono inseparabili e risiedono l’una nell’altra; eccoci strettamente uniti a tutti i Cristiani, che sono come noi, membra di Gesù Cristo; eccoci amati dal Padre come ne è amato Gesù medesimo, non essendo noi che una estensione della sua Persona e una porzione del mistico suo Corpo. Oh pensiero che conforta e che santifica! Noi siamo della famiglia di Dio; ora la nobiltà impone dei doveri : dobbiamo quindi essere perfetti come è perfetto il Padre celeste, almeno in quel grado che è possibile alla nostra debolezza. « Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste: Estote ergo vos perfecti sicut et Pater vester cælestis perfectus est ». (Matt., V, 48). Se siamo incorporati a Cristo e suoi fratelli e partecipi dellastessa sua vita, il Padre suo è Padre nostro, ondedobbiamo accostarci alla divina sua perfezione.

2° Questa stessa dottrina san Paolo riprendesotto altra forma e la svolge in tutte le sue conseguenze.

A) Vediamo innanzi tutto come afferma questa dottrina.

a) Mentre perseguitava i Cristiani, una lucelo atterra sulla via di Damasco e una voce glidice: « Io sono Gesù che tu perseguiti » (Act. IX, 5). Gesùdunque viveva in quei Cristiani da Saulo odiati e perseguitati e non faceva con loro che una cosasola. Ora come è ciò possibile se non si ammetteche tutti i membri della Chiesa formano insiemeun corpo solo, che è il Corpo mistico di Cristo? Ed è questa la conclusione a cui, dopo lunghe meditazioni, sotto la efficace ispirazione dello Spirito Santo, arriva il grande Apostolo.

b) Nella Lettera ai Corinti, san Paolo, richiamato il principio generale che tutte le membra del corpo umano, nonostante il loro numero, non formano che un corpo solo, aggiunge: « Voi siete Corpo di Cristo, siete rispettivamente le suemembra » (I Cor. XII, 12-27. Questa incorporazione comincia colBattesimo: « Tutti infatti in uno Spirito fummo battezzati a formare un sol corpo, sia Giudei, siaGreci, sia schiavi, sia liberi, e tutti di uno Spirito abbeverati ». Questo spirito altri non è che lo Spirito Santo, il quale, vivendo in Gesù, vive pure nelle sue membra.

c) Ma specialmente nella Lettera agli Efesini san Paolo inculca questa dottrina; « Vi è un sol corpo è un solo spirito, come anche foste chiamatia d una sola speranza della vocazione vostra » (Ephes. IV, 4). Ora questo unico corpo è il Corpo diCristo, di cui noi siamo le membra e nel quale dobbiamo crescere fino a toccare la misura della statura perfetta di Cristo: « Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, per mezzo di ogni giuntura sostentatrice, secondo l’attività fissataa ciascun membro, prende il suo incremento asvilupparsi nell’amore » (ivi, 13-16). Il capo di questo corpoè Gesù, il Corpo è tutta la Chiesa con tutti i membri che la costituiscono: « Dio pose tuttosotto i suoi piedi e lo diede Capo su tutte le cosealla Chiesa, la quale è il Corpo di Lui, il complemento di Lui, che si compie tutto in tutti ». (Ep. Efes., I, 22, 23).Vi è dunque, oltre il Cristo storico che vissetrentatré anni in Palestina, un Cristo mistico che si estende nel tempo e nello spazio e di cui siamo le membra; un Cristo che ha un’anima, un capo e delle membra che non formano se non un solo e medesimo corpo spirituale. E non sono già due Cristi, ma due aspetti del medesimo Cristo poiché è Gesù, il Gesù storico, Colui che è Capo del Corpo mistico.

B) Spieghiamo questo concetto attenendoci a san Paolo:

a) Innanzitutto, Gesù, il Verbo incarnato, èil Capo del Corpo mistico, di cui noi siamo lemembra. Il capo fa sul corpo umano un triplice ufficio:di preminenza, perché ne è la parte principale; di centro unitivo, perché riannoda tutte le membra; di influsso vitale, perché partono da Lui il moto ela vita che animano l’intiero corpo. E appunto questo triplice ufficio fa Gesù sulle anime nella Chiesa.

1) Gesù ha certamente la preminenza su tutti gli uomini, Egli che, come uomo-Dio, è il primogenito di tutte le creature, l’oggetto delle compiacenze divine, il modello perfetto di tutte le virtù, la causa meritoria della nostra santificazione;è Egli che fu, pei suoi meriti, esaltato sopra tuttele creature e sopra gli Angeli stessi, e dinanzi al quale si piega ogni ginocchio in cielo, sulla terra e nell’inferno.

2) Ed è pur Lui il centro di unità nella Chiesa. Due cose sono essenziali a un organismo perfetto: la varietà degli organi e delle funzioni;la loro unità in un principio comune che li coordinaa un fine che è il medesimo per tutti. Oraè pur sempre Gesù Colui che, dopo avere stabilitonella Chiesa la varietà degli organi coll’istituzione della gerarchia ecclesiastica, ne rimane ilcentro di unità, perché è Lui, Capo invisibile mareale, quello che imprime ai capi gerarchici la direzioneche essi trasmettono alle membra. È Gesùche mette unità in ciascuno di noi, aiutandoci conla sua grazia ad assoggettare il corpo all’anima, le facoltà inferiori alle superiori e queste a Dio.Così, per grazia sua, regna dovunque l’armonia el’unità.

3) Gesù è pure il principio dell’influssovitale che anima e vivifica tutte le membra. Anchecome uomo, riceve la pienezza della grazia percomunicarcela, e, dopo la caduta di Adamo, nonc’è grazia che non ci venga da Gesù Cristo. Nonè forse Gesù la causa meritoria di tutti i doni spiritualiche riceviamo e che ci sono compartiti dalloSpirito Santo? Onde san Paolo si sente mossoa ringraziare « il Padre del Signor Nostro GesùCristo, che ci benedisse in Cristo di ogni benedizione spirituale, celeste, e che ci elesse in Lui prima della creazione del mondo ad esser santi e immacolati agli occhi suoi, avendoci nell’amor suo preordinati all’adozione di figli per Gesù Cristo » (Ephes. I, 3-5 tutto questo bellissimo capitolo è daleggersi e meditarsi più col cuore che con la mente). Noi siamo dunque predestinati perLui e in Lui, per Lui e in Lui siamo santificati, purificati dalle colpe, ornati della grazia acquistata col suo sangue, e diveniamo figli adottivi di Dio. Non è forse questo il profondo significato diquella parola di Nostro Signore: « Io sono la via, la verità e la vita? ». Gesù è la via che dobbiamo seguire, la verità che dobbiamo credere,ma è soprattutto la vita che dobbiamo vivere, perché, essendo la fonte di ogni vita soprannaturale,copiosamente la comunica a tutti Coloroche gli sono incorporati. Tanto dichiara il  Concilio di Trento, il quale, ripigliando l’allegoriadella vite e compiendola con quella delCorpo mistico, ci insegna che Gesù opera su noicome il capo sulle membra, come la vite suitralci, e trasfonde la sua vita e la sua virtù in tuttii giusti (1 Sess. VI; cap. VIII).

b) Ad ogni corpo è necessaria non solo una testa ma anche un’anima. Ora è lo Spirito Santo l’anima di quel Corpo mistico di cui Gesù è la testa. È infatti, secondo la testimonianza di san Paolo (Rom. V, 5), lo Spirito Santo che diffonde nelle anime la carità e le grazie meritate da Nostro Signore, e che ci dà pure se stesso per operare in noi le disposizioni di Gesù. Ecco perché lo Spirito Santo è così spesso chiamato lo Spirito di Gesù; tale è per una doppia ragione: perché viene da Gesù, che, come Dio, ce lo invia e, come uomo, ci merita e ci ottiene la sua venuta; ma poi anche perché questo divino Spirito, che risiedeva nell’anima umana di Gesù, risiede pur nella nostra e vi produce disposizioni simili a quelle di questo divino modello. Ond’è che sant’Agostino non teme di affermare che lo Spirito Santo è al corpo della Chiesa quel che l’anima è al corpo naturale (Quod est in corpore nostro anima, id est Spiritus Sanctus in corpore Christi quod est Ecclesia – sermo 187 de tempore); e Leone XIII canonizza, a così dire, questa dottrina affermando che se Cristo è il capo della Chiesa, lo Spirito Santo ne è l’anima (Encicl. Divinum illud munus, del 9 maggio 1897). Queste due azioni, di Cristo e dello Spirito Santo, non solo non si ostacolano ma si compiono a vicenda. Solo Gesù, perché uomo, può essere il Capo di un Corpo mistico composto di uomini, dovendo il capo e le membra essere della stessa natura; ma, come uomo, Gesù non può conferire da sé la grazia necessaria alla vita delle sue membra, perché cotesta grazia, essendo una partecipazione della vita stessa di Dio, non può essere direttamente data che da Dio. A compiere quindi quest’ufficio viene lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio per via d’amore; ma, facendolo in virtù dei meriti e della potente intercessione di Gesù, si può dire con tutta verità che l’influsso vitale parte da Gesù per giungere alle sue membra.

c) Quali sono dunque le membra di questo Corpo mistico? Tutti coloro che sono battezzati. Per il Battesimo infatti noi veniamo incorporati a Cristo, come dice san Paolo  (« Etenim in uno Spiritu omnes nos in unum corpus baptizati summus ». (7 Ep. Cor., XII, 13)); e riceviamo una seconda nascita, come dice san Giovanni. (« Nisi quis renatus fueriti ex aqua et Spiritu Sancto non potest introire in regnum Dei » – S. Giov., III, 5). A capir meglio questa dottrina, rammentiamo che una volta il Battesimo era amministrato per immersione: il catecumeno veniva immerso nell’acqua battesimale, a significare che, per virtù di Cristo, moriva al peccato e si seppelliva con Cristo; poi veniva tratto fuori dall’acqua, a significare che con Cristo risorgeva di tra i morti per vivere di una vita nuova, cioè della vita medesima di Cristo, al quale era stato incorporato: « Non sapete, scrive san Paolo ai Romani, che quanti fummo battezzati in Gesù Cristo, nella morte sua fummo battezzati? Fummo dunque per il Battesimo consepolti con Lui alla morte, affinché, come fu risuscitato Cristo da morte dalla gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita » (Rom. VI, 3.4). Per il Battesimo quindi noi moriamo al peccato, riceviamo una nuova nascita, una vita nuova, la vita stessa di Cristo; « Quanti foste battezzati in Cristo, di Cristo vi siete rivestiti » (Gal., III, 27); ora rivestirsi di Cristo è partecipare alla sua vita, alle sue disposizioni interiori, alle sue virtù: « Hoc enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu? » (Fil. II, 5). In altre parole, è diveniremembri vivi di Cristo ed essere a Lui incorporati,come viene ufficialmente dichiarato nelDecreto agli Armeni (Questo Decreto, che fa parte del Concilio di Firenze, si trova riferito in DENZINGER, Enchiridion, n. 696); « Per ipsum (baptismum) enim membra Christi ac de corpore efficimur Ecclesiæ ». ,Ne segue che tutti i battezzati sono membra diCristo ma in grado diverso: i giusti gli sonouniti per mezzo della grazia abituale o santificante;i peccatori, che hanno perduto lo stato digrazia, per mezzo della fede e della speranza checonservano nel cuore anche quando abbiano avutola disgrazia di commettere un peccato mortale;i beati, per mezzo della visione beatifica. Gli infedelipoi non sono attualmente membra del Corpomistico di Cristo, ma, finché vivono sulla terra,sono chiamati ad esserlo; e, se non resistono allagrazia, un giorno lo diverranno. Solo i dannatisono esclusi per sempre da questo ineffabile privilegio,perché avendo, nonostante i premurosi invitidella grazia, ostinatamente ricusato di tornarea Dio anche in punto di morte, si sono irreparabilmenteseparati da Cristo Salvatore: « Seuno non rimane in me, sarà gettato via come iltralcio, e seccherà, e lo raccoglieranno e butterannonel fuoco e brucerà » (S. Giov. XV, 6).

C) LE CONSEGUENZE di questa bella dottrina sono tanto numerose che appena un volume basterebbe a spiegarle. Ecco le tre principali:

a) I Cristiani sono il compimento e l’estensione del Cristo mistico, poiché questo non è compito se non quando è unito alle sue membra Lo afferma san Paolo dicendo: « Dio lo diede capo su tutte le cose alla Chiesa, che è il Corpo di Lui, il compimento di Lui che si compie tutto intutti! ». L’Apostolo è così persuaso di questopensiero che non esita a dire; « che compie coipatimenti suoi ciò che manca alla passione diCristo » (Ephes. I, 23). La Passione di Cristo è certamentecompita in sé e perfetta, ma Gesù, capo di unCorpo mistico, deve pure patir nelle sue membracome patì in se stesso; ecco in che senso i patimentidi coloro che gli sono incorporati compionoe perfezionano quelli di Cristo. Che onore ci faGesù di associarci così alla sua opera redentrice!e chi ricuserebbe di patire con Gesù per una causacosì nobile? Uniti a quelli di Gesù, i patimentinostri contribuiscono non solo a santificar noima anche a santificare le anime per le quali lioffriamo. Ecco perché i Santi amarono sempretanto la croce; non l’amarono certo per se stessama per Gesù Cristo, al Quale erano lieti di associarsi,come sono liete le membra di patire peralleviare il capo; e per le anime riscattate col divinosuo sangue, alla cui salute noi cooperiamopraticando liberamente e generosamente alcunipochi sacrifizi onde collaborare alla loro santificazione. ,Non solo i patimenti ma tutte le azioni dellemembra di Cristo diventano, per il fatto dellanostra incorporazione, azioni di Cristo. È sempresan Paolo che ce lo insegna: « Vivo non piùio, ma vive in me Cristo » (Gal. II, 20). Quindi, quando preghiamo,non siamo noi che preghiamo ma è lo  Spirito di Gesù che prega in noi: « Lo Spiritosostiene la nostra debolezza; perché quello cheabbiamo convenientemente da chiedere non sappiamo,ma lo Spirito stesso sollecita per noi congemiti inesplicabili » (Rom. VIII. 26). Il che è tanto vero chesant’Agostino dice (in Psal. X, 4): « Quando si parla dellapreghiera di Gesù Cristo, si può intendere o lapreghiera di Gesù stesso o la preghiera del Cristiano: è una sola preghiera, perché il Capo e ilCorpo di Cristo formano insieme tale unità chele due parti non possono venir separate l’unadall’altra ». Quando operiamo soprannaturalmente,è Gesù che opera in noi e dà alle nostreazioni un valore incomparabile: « Se uno rimanein me, e Io in lui, questi porta molto frutto » (Giov. XV, 5).Si deve dire lo stesso di tutte le virtù che pratichiamo: se siamo dolci e umili di cuore, poveri,misericordiosi, caritatevoli, è Gesù che vive innoi con queste virtù e che ce ne fa parte. Vivein noi come il capo vive nelle membra dandoloro il moto e la vita e comunicando un incomparabilevalore alle loro azioni; perché questeazioni partecipano alla dignità e al valore soprannaturaledi Colui che ne è l’ispiratore e il primomotore. Ma anche noi viviamo in Lui; incorporatia Lui, liberamente riceviamo da Lui il motoe la vita, liberamente aderiamo a Lui come itralci al ceppo della vite, liberamente apriamol’anima nostra alla vita che ci comunica e liberamente.corrispondiamo alla sua grazia per imitarnele virtù.« Prestiamo dunque le anime nostre allo Spiritodi Gesù, dice l’Olier (Pensées choisies, pubbl. da LETOURNEAU, p. 15-19), affinché venga crescendo in noi. Se trova soggetti ben disposti, ei si dilata, si accresce, si diffonde nei cuori e li profuma con quell’unzione spirituale di cui è Egli stesso profumato ». b) In virtù di questa incorporazione a Cristo noi entriamo nella famiglia di Dio. Ah! certo noi non siamo né possiamo essere se non figli adottivi. Ma che onore per noi di essere adottati dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo! Membra viventi di Cristo, fratelli di Gesù, diventiamo figli di Dio per adozione, partecipiamo alla divina sua vita, onde acquistiamo il diritto di aver parte alla sua eredità che è il regno dei cieli: e siamo chiamati a contemplarlo un giorno faccia a faccia, a possederlo, a godere della sua presenza e del suo amore per tutta l’eternità. « Infatti, dice san Paolo, non riceveste spirito di schiavitù per essere di nuovo nel timore, ma riceveste spirito di adozione nel quale gridiamo: Abba, Padre! È lo Spirito stesso che rende testimonianza insieme con lo spirito nostro che siamo figliuoli di Dio. Se figliuoli, anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se per altro patiamo con Lui onde essere pure con Lui glorificati » (Rom. VIII, 16-17). Questo punto è di tale importanza che ne tratteremo più a fondo nel capitolo seguente.

c) Da questa incorporazione a Cristo scende pure il dogma della Comunione dei santi: i giusti che vivono quaggiù, le anime del purgatorio, i santi del cielo, fanno tutti parte del Corpo mistico di Gesù: perché tutti ne partecipano la vita, ne ricevono l’influsso vitale, cantano insieme la gloria di Dio e sono chiamati tutti a regnare col divino loro Capo nella città celeste. Onde i santi del cielo, che rammentano le lotte sostenute in terra, sono pieni di compassione per noi e premurosamente intercedono per la salvezza nostra, nulla più vivamente desiderando che di vedere quelli che sono, come loro, membra di Cristo, unirsi a loro per glorificar Dio e godere del suo amore per tutta l’eternità. Si volgono pure pietosamente alle anime del purgatorio e intercedono per la pronta loro liberazione. E queste anime purganti, pur chiedendoci suffragi per alleviare il loro doloroso esilio, fanno voti e preghiere perché noi, trionfando delle tentazioni contro cui dobbiamo lottare, andiamo ad aumentare le schiere dell’esercito celeste. E la premura che si prendono di noi è tanto maggiore quanto più ferventi sono le preghiere e soddisfazioni nostre per loro e le indulgenze più numerose. – Così Gesù Cristo, vivendo in noi come vive in loro e nei santi, è il vincolo che delle tre chiese, militante, purgante e trionfante, fa una sola Chiesa e un unico Corpo mistico. Per questa stessa ragione tutti i Cristiani sono fratelli; non vi è più né Giudeo né Greco, né libero né schiavo, siamo tutti una cosa sola in Cristo, tutti solidari, nel senso che ciò che giova a uno giova pure agli altri, perché ogni membro si avvantaggia dei beni dell’intiero corpo, così come ogni membro patisce quando patiscono le altre membra. Il che è egregiamente esposto da san Paolo: « Non può l’occhio dire alla mano: non ho bisogno di te; né la testa dire ai piedi: non ho bisogno di voi. Anzi, quelle che paiono tra le membra del corpo esser più deboli, sono le più necessarie… e se patisce un membro, patiscono insieme tutte le membra ; se è elorificato un membro, ne congioiscono tutte le membra » (I Cor. XII, 21-26). – Sta qui il vero fondamento della cristiana carità. Ecco perché i santi furono sempre i grandi benefattori dell’umanità: vedendo Gesù stesso nella persona dei poveri, degli infermi, dei prigionieri, di tutti i loro fratelli in Cristo, si dedicarono interamente al loro servizio e adempirono alla lettera la parola di san Giovanni. « Gesù diede la vita per noi; e anche noi dobbiamo dar la vita per i fratelli » (I Giov. III, 16). I santi in molti casi diedero letteralmente la vita con l’esporsi alla morte per salvare il prossimo; ma più spesso la diedero a goccia a goccia, spendendo le ricchezze, le forze, le fatiche, onde aiutarlo così sotto l’aspetto corporale come spirituale; tanto erano persuasi della parola del Maestro: « Ciò che fate al minimo dei miei fratelli lo fate a me ».

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: GIUGNO 2022

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: GIUGNO 2022

GIUGNO è il mese che la Chiesa Cattolica dedica al

Sacratissimo CUORE DI GESÙ

Indulgenze per il mese di giugno:

252

a) Fidelibus, qui prima cuiusvis mensis feria sexta pio exercitio, in honorem Ssmi Cordis Iesu publice peracto, devote interfuerint, conceditur:

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione,

sacra Communione et oratione ad mentem Summi Pontificis.

Si autem eadem feria sexta aliquas preces ad reparandas hominum iniurias Ssmo Cordi Iesu illatas privatim recitaverint, conceditur:

Indulgentia plenaria suetis conditionibus; at ubi pium

exercitium publice completur, huiusmodi indulgentia ab iis tantum acquiri potest, qui legitimo detineantur impedimento quominus exercitio publico intersint.

b) Fidelibus vero, qui ceteris per annum feriis sextis aliquas preces, ut supra, pie recitaverint, conceditur:

Indulgentia septem annorum semel qualibet feria sexta (in ogni venerdì della settimana)

(S. C. Indulg., 7 sept. 1897; S. Pæn. Ap., 1 iun. 1934 et 15 maii 1949).

253

Mensis sacratissimo Cordi Iesu dicatus

Fidelibus, qui mense iunio (vel alio, iuxta Rev.mi Ordinari prudens iudicium), pio exercitio in honorem Ssmi Cordis Iesu publice peracto devote interfuerint, conceditur:

Indulgentia decem annorum quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria, si diebus saltem decem huiusmodi exercitio vacaverint et præterea peccatorum veniam obtinuerint, eucharisticam Mensam participaverint et ad Summi Pontificis mentem preces fuderint. Iis vero, qui præfato mense preces vel alia pietatis obsequia divino Cordi Iesu privatim præstiterint, conceditur:

Indulgentia septem annorum semel quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem idem obsequium peregerint; at ubi pium exercitium publice habetur, huiusmodi indulgentia ab iis tantum acquiri potest, qui legitimo detineantur impedimento quominus exercitio publico intersint (S. C. Indulg., 8 maii 1873 et 30 maii 1902; S. Pæn. Ap., 1 mart. 1933).

(A coloro che nel mese di giugno praticano un pio esercizio in onore del Sacro Cuore di Gesù in pubblico, si concedono 10 anni, ed in privato 7 anni, e Indulgen. Plenaria se esso verrà praticato almeno per 10 giorni con le s. c.).

Altre indulgenze ove viene celebrato solennemente il Cuore Sacratissimo di Gesù con corso di predicazione.

650

Invocatio

Seigneur Jesus, couvrez de la protection de votre divin Coeur notre Tres Saint Pere le Pape. Soyez sa lumiere, sa force et sa consolation.

(Signore Gesù, ricoprite della protezione del vostro divin Cuore il nostro santissimo Papa – Gregorio XVIII -. Siate sua luce, sua forza, sua consolazione).

Indulgentia trecentorum dierum (S. Pæn. Ap 18 ian. 1924 et 19 iun. 1933).

LITANIAE

245

Kyrie, eleison.

Christe, eleison.

Kyrie, eleison.

Christe, audi nos.

Christe, exaudi nos.

Pater de cælis, Deus, miserere …

Fili, Redemptor mundi, Deus, miserere …

Spiritus Sancte, Deus, miserere …

Sancta Trinitas, unus Deus, misere

Cor Iesu, Filii Patris æterni, miserere

Cor Iesu, in sinu Virginis Matris a Spiritu Sancto formatum, miserere

Cor Iesu, Verbo Dei substantialiter unitum, miserere

Cor Iesu, maiestatis infinitæ, miserere

Cor Iesu, templum Dei sanctum, miserere

Cor Iesu, tabernaculum Altissimi, miserere

Cor Iesu, domus Dei et porta cæli, miserere

Cor Iesu, fornax ardens caritatis, miserere

Cor Iesu, iustitiæ et amoris receptaculum, miserere

Cor Iesu, bonitate et amore plenum, miserere

Cor Iesu, virtutum omnium abyssus, miserere

Cor Iesu, omni laude dignissimum, miserere

Cor Iesu, rex et centrum omnium cordium, miserere

Cor Iesu, in quo sunt omnes thesauri sapientiæ et scientiæ, miserere

Cor Iesu, in quo habitat omnis plenitudo divinitatis, miserere

Cor Iesu, in quo Pater sibi bene complacuit, miserere

Cor Iesu, de cuius plenitudine omnes nos accepimus, miserere nobis.

Cor Iesu, desiderium collium æternorum, miserere

Cor Iesu, patiens et multae misericordiæ, miserere

Cor Iesu, dives in omnes qui invocant te, miserere

Cor Iesu, fons vitæ et sanctitatis, miserere

Cor Iesu, propitiatio pro peccatis nostris, miserere

Cor Iesu, saturatum opprobriis, miserere

Cor Iesu, attritum propter scelera nostra, miserere

Cor Iesu, usque ad mortem obediens factum, miserere

Cor Iesu, lancea perforatum, miserere

Cor Iesu, fons totius consolationis, miserere

Cor Iesu, vita et resurrectio nostra, miserere

Cor Iesu, pax et reconciliatio nostra, miserere

Cor Iesu, victima peccatorum, miserere

Cor Iesu, salus in te sperantium, miserere

Cor Iesu, spes in te morientium, miserere

Cor Iesu, deliciæ Sanctorum omnium, miserere

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,  parce nobis, Domine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,  exaudi nos, Domine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis.

y. Iesu, mitis et humilis Corde,

Jf. Fac cor nostrum secundum Cor tuum.

Oremus.

Omnipotens sempiterne Deus, respice in Cor dilectissimi Filii tui et in laudes et satisfactiones, quas in nomine peccatorum tibi persolvit, iisque misercordiam tuam petentibus, tu veniam concede placatus in nomine eiusdem Filii tui Iesu Christi: Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

Indulgentia septem annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem litaniae cum versiculo et oratione pia mente repetitæ fuerint (S. Rituum C., exhib. doc. 2 apr. 1899; S. Pæn. Ap., 10 mart. 1933).

 Queste sono le feste del mese di GIUGNO 2022

2 Giugno Ss. Marcellini, Petri, atque Erasmi Martyrum  – Feria

3 Giugno      PRIMO VENERDI’

4 Giugno Sabbato in Vigilia Pentecostes  Feria privilegiata *I*

                   S. Francisci Caracciolo Confessoris    Duplex

                      PRIMO SABATO

5 Giugno Dominica Pentecostes    Duplex I. classis

8 Giugno Feria Quarta Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

9 Giugno Ss. Primi et Feliciani Martyrum    Semiduple

10 GiugnoS. Margaritæ Reginæ Viduæ    Semiduple

        Feria Sexta Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

11 Giugno S. Barnabæ Apostoli  –  Semiduplex

         Sabbato Quattuor Temporum Pentecostes    Semiduplex

12 Giugno Dominica Sanctissimæ Trinitatis    Duplex I. classis

13 Giugno S. Antonii de Padua Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

14 Giugno S. Basilii Magni Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

15 Giugno Ss. Viti, Modesti atque Crescentiæ Martyrum    Feria

16 Giugno Festum Sanctissimi Corporis Christi    Duplex I. classis

18 Giugno S. Ephræm Syri Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

19 Giugno Dominica II Post Pentecosten    Semiduplex Dominica minor

                      S. Julianæ de Falconeriis Virginis    Duplex

20 Giugno S. Silverii Papæ et Martyris    Feria

21 Giugno S. Aloisii Gonzagæ Confessoris    Duplex

22 Giugno S. Paulini Episcopi et Confessoris    Duplex

24 Giugno Sanctissimi Cordis Domini Nostri Jesu Christi    Duplex I. classis

25 Giugno In Nativitate S. Joannis Baptistæ    Duplex I. classis *L1*

26 Giugno Dominica III Post Pentecosten    Semiduplex Dominica minor

Ss. Joannis et Pauli Martyrum    Duplex

28 Giugno S. Irenæi Episcopi et Martyris    Duplex

29 Giugno SS. Apostolorum Petri et Pauli    Duplex I. classis *L1*

30 Giugno In Commemoratione S. Pauli Apostoli    Duplex *L1*

LA VITA INTERIORE (28)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (28)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

LUI SOLO, GESÙ!

L’ATTRAZIONE DI GESÙ

QUATTRO MISTERI DI UNIONE.

San Tommaso d’Aquino ci ha indicato, con grande e insuperabile precisione, i quattro misteri di unione di Gesù con le nostre anime (Cfr. Inno alle Lodi nell’Ufficio del Corpus Domini (Breviario Romano):

1) Se nascens dedit socium.

Nel santo mistero dell’Incarnazione Gesù si fa nostro socio, nostro compagno, e così, di riverbero, noi diventiamo i compagni suoi.

2) Convescens în edulium.

La santa Eucaristia nel mistero della Cena fa di Gesù Cristo il nostro cibo e, di noi, i cibati da Gesù.

3) Se moriens in pretium.

Morendo in Croce, Gesù fu personalmente il prezzo del nostro Riscatto; e noi i riscattati, i liberati della schiavitù.

4) Se regnans dat in præmium.

Gesù salendo alla gloria del Cielo diventò la nostra ricompensa, e noi diventammo i suoi premiati in eterno. Ideo attraxi te, miserans… Avendo compassione, ti attrassi a me.

GESÙ NOSTRO COMPAGNO.

Portiamoci a Betlemme, e contempliamo Gesù Bambino. Dio, figlio di Dio, onnipotente… si è ridotto volontariamente all’impotenza, alla miseria, simile a noi, in tutto, tranne che nel peccato. È una persona storica, nel tempo, nel luogo, nelle azioni, nelle parole… Visse come gli uomini vivono, immerso in tante miserie, pressato da mille necessità…; abbeverato di dolori, mortificato da mille incomprensioni. Non importa. Volle essere nostro compagno, lo fu realmente, non soltanto con la sua autopresentazione, con la volontà di vederci e di conoscerci, ma con la sua più forte e più avvincente simpatia. Conosciamo, e ci ripetiamo con gioia, la sua dolce dichiarazione: Le mie delizie le ho riposte nello stare coi figli degli uomini. Ma, se questa è la sua dichiarazione d’amore per noi, qual è la nostra risposta? Come abbiamo cercato di lasciarci attrarre, di vivere uniti con lui?

TENDENZA DEL NOSTRO CUORE.

Per la corrispondenza del nostro cuore umano alle manifestazioni d’amore di Gesù, Dio ha posto ne’ nostri cuori una tendenza che li volge e indirizza e getta nel Cuore di Gesù. Questa tendenza è umana. e divina.

1) – Umana. – Tertulliano parlò dell’anima naturalmente cristiana. Gesù stesso ci presentò il fanciullo non ancor guasto dal convenzionalismo e dalle ipocrisie del vivere sociale come prototipo del cittadino del suo regno, che è quanto dire perfetto compagno suo. C’è un’attrazione naturale, una dolce simpatia insita nel cuore umano, per il Cuore di Gesù. Ne fu preso Pilato, fin dove poteva arrivare con la sua anima scettica di politico. Sembra ne fosse preso Tiberio, se è vero che lo abbia voluto nel numero degli dèi. La maggior parte dei nemici della Chiesa, ha avuto sempre una misteriosa ripugnanza a coinvolgerne nel suo odio anche il Fondatore; si sono trovati termini di separazione, come quello di Cristianesimo e di clericalismo, teorie le più strane per risparmiare Cristo dalla lotta contro l’opera sua; certe sette di sovversivi; come i comunisti, se lo sono preso e fatto addirittura proprio. Schierarsi contro Gesù, prendere di mira direttamente Lui è cosa che sempre ha ripugnato. E chi è giunto a farlo si è visto d’un tratto condannato all’isolamento dal disgusto dell’opinione pubblica. Del resto, giungere al punto di attaccare direttamente il Cristo ha sempre significato due cose: o uno stato di fobìa, di degenerazione che discende a toccare i confini dello squilibrio: o, più spesso, come ben giunse a notare di se stesso il Papini, il fondo di un grande amore che incosciente tumultua soffocato da un inconcepibile odio (legge ben strana questa di quel povero guazzabuglio che è il cuore umano, per cui ben spesso un’amicizia ed un fidanzamento cominciano con le più dispettose antipatie) ma, niente paura in tal caso: Saulo ben facilmente diventerà un Paolo.

2) Divina. – E con questo esempio siamo senz’altro passati dall’umana alla divina, dalla naturale alla sovrannaturale tendenza con cui Dio Padre polarizza i cuori degli uomini al Cuore del suo figlio diletto. Il Compagno chiama i compagni: se nascens dedit socium. Quest’opera di attrazione amorosa viene pur giustamente attribuita allo Spirito Santo: sono tratti di amore che ben si riferiscono all’Amore increato. « Nessuno viene a me, se il Padre che mi ha mandato non lo attira » diceva Gesù. E tutti noi sacerdoti ricordiamo lo splendido commento che sant’Agostino fa a queste parole: ce lo fa leggere la Chiesa nel mercoledì fra l’ottava di Pentecoste: « Non vi è solo una volontà che ci attrae a Gesù e ce ne fa desiderare la compagnia, ma pure una celeste voluttà. Egli nella mano del Padre (o se vogliamo, dello Spirito Santo) è come il ramo verde che trascina la pecorella, come le noci che fanno correre il fanciullo. Perciò la sposa della Cantica, si raccomandava di godere di queste divine attrattive per lo Sposo: Trahe me post te! ». Così a un di presso il santo dottore Agostino (A. CANESTRI, Rivista del Clero, VIII, 1936 – 423-4). Terminiamo con alcuni pensieri di sant’Alberto il grande (L’unione con Dio). « L’amore ha la virtù di unire e di trasformare: trasforma colui che ama in colui che è amato, e colui che è amato, in colui che ama. L’uno diviene l’altro quanto più è possibile. E prima di tutto, con quale pienezza di intelligenza trasporta l’oggetto amato nel soggetto che ama! Con quale dolcezza, quale soavità il primo vive nel ricordo del secondo; e come colui che ama si sforza di sapere, non in modo superficiale, ma fino nell’intimo, ciò che riguarda l’oggetto amato, e di entrare il più possibile nella sua vita interiore. Dopo viene la volontà. Forse che il primo non si trova in questa compiacenza amorosa, in questa dolce e intima gioia del possesso? Colui che ama si trova pure nell’oggetto amato, coi suoi desideri, la sua conformità con Lui di brame e di ignoranze, di gioie e di tristezze. Si direbbe che è una cosa sola con Lui ».

Come un organismo naturale riunisce nella sua unità

la diversità delle sue membra, così la Chiesa,

che è il Corpo mistico di Cristo, è considerata

come formante col suo Capo una sola persona morale.

S. Tommaso, III, q. XLIX, a. 1.

Cristo si forma în noi.

S. Paolo, Efes., IV, 15.

Noi dobbiamo crescere in lui.

S. Paolo, Cor., XII, 15-20.

GESÙ NOSTRO FRATELLO

GESÙ NON È CONOSCIUTO.

« E non ti bastava, o dolce mio Salvatore, l’abbassarti come Dio verso di noi per ridonarci la perduta immagine della tua divinità, che Tu volesti divenire anche nostro fratello? Per rinforzare la nostra fiducia per la energica elevazione di noi tutti sopra la debolezza dell’umana natura, volesti Tu stesso farti simile a noi in ciò che è essenzialmente umano, nell’impotenza e nella piccolezza; nel lottare e nel soccombere; nella tentazione e nell’abbandono — fuori che nel peccato, che questo non è umano (Hebr. IV, 15) — per darci un modello imitabile di perfezione veramente degno dell’uomo » (P. Schneep, Solo con Dio, II, pag. 143. Torino, S.E.I.). – È proprio questa una grande e bella e consolante verità; Gesù è il nostro fratello. « Ma la più grande sventura di questi nostri giorni è appunto quella di non conoscere Gesù: non solo da parte de’ nemici dichiarati del suo santo Nome, ma pure da tanti, da troppi Cristiani. Non vi dovrebbero essere uomini che si dicono increduli… Purtroppo, però, vi sono, e hanno la faccia tosta di dichiarare che, per essi, Gesù Cristo fu un grande uomo, un uomo eccezionale. Null’altro! » Molti poi fra i credenti in Gesù, non credono abbastanza alla divina umanità di Gesù. Lo considerano come un Dio distante, differente da loro stessi e talmente al di sopra di loro, che non è più loro fratello. Sopprimono la sua incarnazione e il contatto sublime — voluto dall’amore — della sua rassomiglianza con noi» (P. Matteo Crawley-Borvey, Incontro al Re d’Amore.). Persino tra le anime pie, vi sono alcune che non conoscono, rettamente, Gesù, poiché si creano un Gesù impicciolito, un Gesù sfigurato, un Gesù… che non è più Gesù. – Noi vogliamo, invece, dire, affermare, ricordare e presentare Gesù tutto intero, vero, integrale, figlio di Maria SS., il Gesù del Vangelo, Dio e Uomo, Uomo e Dio. Quale prova migliore delle parole di San Giovanni?: Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis (Giov. I, 14). E il Verbo si è fatto carne, cioè nostro fratello, simile a noi che siamo di carne; e si degnò di abitare fra di noi che gli siamo fratelli.Ancora: Apparuit benignitas et humanitas salvatoris Domini nostri Jesu Christi (Tim., III, 4).Apparve, Gesù, sotto l’aspetto della benignità, anzi, fu la benignità stessa, solo per attrarci a Lui più facilmente, più visibilmente. Infatti, per essere nostro fratello realmente, ha preso il nostro modo di parlare, le nostre affezioni, le nostre infermità, la nostra morte. Perché ci ha amato, perché ci ama. Per amore discese dal Cielo su la terra, per amore visse in mezzo di noi, per amore visse come noi, in tutto; tranne che nel peccato, per amore volle morire, e volle morire per dare a noi, suoi fratelli, la vita.

EBBE LE NOSTRE DEBOLEZZE.

Come noi, ebbe tutte le debolezze della natura umana, tranne il peccato. Consideriamo, per un istante brevissimo, le sue condizioni nella capanna di Betlemme… Ecco come si esprime il Crawley: « Piccolo, impotente, nascosto nei suoi pannolini, non cammina, non parla. Ha bisogno quasi d’aiuto, di soccorso, e ne chiede; è nutrito con un po’ di latte, portato sulle braccia di sua madre, prova i suoi primi passi: è veramente, veramente il nostro fratello ». Come Dio, sa tutto; come uomo, vuole imparare, e siccome usano gli uomini, comincia a balbettare… – È onnipotente come Dio. Come uomo, fanciullo perseguitato, fugge l’ira degli uomini e, di ritorno a Nazareth, si dà al lavoro manuale, esercita il rude mestiere del falegname nella povera officina del suo Padre putativo, e sarà chiamato anche, con ironia, il figlio del falegname, il falegname. Conobbe tutte le sofferenze della povertà: quelle fisiche e quelle morali. Queste ultime causate dalle insolenze e dal disprezzo della gente danarosa! In barca cogli Apostoli nel lago di Tiberiade, si lascia prendere dal sonno. Assetato chiede da bere alla Samaritana al pozzo di Giacobbe. Assetato dell’anima della Samaritana, delle nostre anime, di tutte le anime, le segue, le perseguita col suo amore! Sempre così fino al Calvario, sulla Croce, quando si addormenterà nella sua sete bruciante ». Come noi, adunque, ha provato la fame, la sete, la fatica, il bisogno del riposo. S’è lasciato vincere, appositamente per incoraggiare noi, per attrarci a Sé, perché vivessimo con Lui, dalla fede della Cananea, e compì per essa il miracolo desiderato; s’è lasciato vincere da Simone, come un ospite qualunque. E ha steso la mano… Volle provare il dolore intimo dell’isolamento, e si trovò solo, separato dai suoi amici, nel doloroso momento della cattura, fino al Calvario. Si lascia insultare, schiaffeggiare, flagellare, coronare di spine… e, pur sempre onnipotente, accetta d’essere aiutato dal Cireneo… Permette che lo crocifiggano, che si prendano beffe di Lui… Desideroso d’essere compreso, fa suo un modo di dire tutto nostro, puramente umano: Che si dice di me? — Che vuoi che ti faccia? — Venite da me, voi tutti, che siete stanchi ed oppressi, ed Io vi ristorerò.

I SUOI SENTIMENTI…

Furono quelli d’un fratello. Amò come noi, a modo nostro, quello e quanto noi, secondo le leggi divine ed umane, possiamo amare. Pensiamo all’amore per la Mamma sua, Vergine purissima, santa! Amò la sua patria; ebbe le tenerezze più accorate per i discepoli, per gli amici, pei… piccoli, per i poveri. Ebbe, pure, le sue preferenze: Pietro, Giovanni. A Pietro chiese: M’ami tu più di costoro: Come noi ebbe bisogno di amicizia. Ed ecco Gesù a Betania presso Maria, Marta, Lazzaro… Fece, come noi facciamo a chi ne crediamo degno, le sue confidenze. Maria, Marta, Lazzaro sapevano… Qui è opportuno ricordare per nostro conforto quanto dice S. Paolo: Christus heri, hodie, et in sæcula (Hebr. IX, 12), cioè: Com’era allora Gesù, è oggi, e sarà sempre… Che dire poi della sua compassione? Fu profondamente umana, Verso i poveri, gli ammalati, e, soprattutto, verso i peccatori… Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati (Matth. IX, 12). Commosso per la prova di fedeltà dimostratagli dalle folle che l’avevano. seguito, assorbite dal fascino della sua parola dolce e raggiante, lascia sfuggire dal suo Cuore le parole più ricche di bontà compassionevole ed esclama: Misereor super turbam (Marc. VIII, 1). E moltiplica il pane ei pesci per tutti quelli che così fedelmente l’avevano seguito… Ancora. Dovunque è chiamato, guarisce, risuscita, consola. Non chiamato, provoca l’incontro per trovare l’occasione del miracolo. Così risuscita il figlio della vedova di Naim. Di fronte a Lazzaro morto, piange… Poi, con voce schiantata dal dolore, chiama il caro amico, lo invita a uscire dalla tomba e l’accoglie nelle sue braccia. – Ebbe, come molto bene fu detto, l’ineffabile debolezza delle lagrime: nella mangiatoia; presso il sepolcro di Lazzaro; sulla sorte della città di Gerusalemme; sulle conseguenze del peccato; nel Getsemani e sul Calvario. Tutto questo non bastò, perché tutto questo fu soltanto una parte della manifestazione del suo amore. Il suo amore completo, senza riserve, Egli ce lo diede, dandoci tutto se stesso… nella S. Comunione, perché noi dessimo tutto il nostro io a Lui e con Lui per sempre potessimo vivere, e fare una cosa sola con Lui!… « I pastori ed i Magi non poterono che baciare i piedi del piccolo Re che Maria loro porgeva. Maria e Giuseppe, essi stessi, non potevano che contemplarlo e abbracciarlo… Mille volte più felici, noi lo riceviamo in noi, e secondo la bella espressione di Bossuet, noi possiamo divorarlo. » Oh, non lo cambiate Gesù! » (CRAWLEY, o. c., pag. 126). È come noi, di carne, di sangue, di lagrime, di dolore! È Gesù delle anime nostre. È, veramente, il nostro fratello.

LA NOSTRA ASSIMILAZIONE GESÙ CIBO…

Nell’Inno all’Eucaristia per la festa del « Corpus Domini » , San Tommaso, dopo di avere affermato che Gesù Cristo se nascens dedit socium, aggiunge: convescens in edulium; e cioè: la SS. Eucaristia, nel Mistero dell’ultima Cena, fa di Gesù Cristo il nostro cibo e, di noi, i cibati da Gesù. – Sì. Venendo dal Cielo sulla terra si fece nostro compagno, nostro fratello. Abbiamo già considerato l’altissima degnazione, l’immensa bontà, la profonda condiscendenza verso le nostre anime! Ma, così, come fratello, come compagno, Gesù ci stava, ci è vicino… Come nostro cibo, invece, sappiamo che si identifica con noi, nella assimilazione più completa, e noi in lui col totale abbandono.

LA PROMESSA.

Due volte Gesù parlò della SS. Eucaristia: la prima volta, per prometterla; la seconda volta, per darla. « La promessa è avvolta negli splendori della potenza divina; la consegna si compie nei crepuscoli della più melanconica tenerezza. Gesù impegnandosi a fare un dono che sul momento non dava e d’altra parte era così straordinario, doveva far vedere che la potenza di mantenere la sua parola non gli mancava; perciò, preparò il suo discorso con la moltiplicazione dei pani: chi aveva la virtù di moltiplicarli sarebbe anche stato capace di trasformarli » (CANESTRI, Rivista del Clero, 1936, pag. 483). – Ed ecco la promessa di Gesù fatta a quelli stessi che pure avevano visto il miracolo della moltiplicazione dei pani: — Io sono il pane di vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e sono morti: Patres. vestri manducaveruni manna in deserto, et mortui sunt (GIOV., VI, 48, 9). — Questo è quel pane disceso dal Cielo, affinché chi ne mangerà non muoia: Hic est panis de coelo descendens, ut si quis ex ipso manducaverit, non moriatur (Giov., VI, 50).— Io sono il pane vivo, che sono discesodal Cielo: chi mangerà un tal pane, vivràeternamente: Ego sum panis vivus, qui de cœlo descendi: si quis manducaverit ex hoc pane, vivet in æternum! (Ib., 51, 52).Questa. chiara, cordiale, generosissima promessa non fu compresa…, e Gesù lavolle riconfermare subito, nonostante il fuggi fuggi degli ascoltatori: « In verità, inverità vi dico: se non mangerete la carne delFigliuolo dell’uomo e non berrete il suosangue non avrete la vita in voi: Amen, amen dico vobis: Nisi manducaveritis carnem Filii hominis, et biberitis eius sanguinem, non habebitis vitam in vobis » (Ib., 54). Lamia carne è veramente cibo e il mio sangueè veramente bevanda: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus » (Ib., 56).Dopo il ripetuto miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci per saziare la momentanea necessità di cibo di alcune migliaia di persone, nessuno avrebbe dovuto, o potuto, dubitare delle parole di Gesù.

L’ISTITUZIONE.

Passati circa 18 mesi dal giorno della promessa, ecco Gesù nel Cenacolo circondato dagli Apostoli, poche ore prima dell’inizio della sua Passione. Egli, in un atto di profonda umiltà e di sublime carità, quasi a meglio preparare i presenti al grande atto cui stava accingendosi, volle prima lavare i piedi dei suoi Apostoli. Indi, a cena iniziata, Gesù prese un pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede agli Apostoli dicendo: « Prendete e mangiate: questo è il mio corpo: Accipite et comedite: hoc est corpus meum » (Matt., XXVI, 20). Così pure prese il calice, e levati gli occhi al cielo, lo benedisse e lo diede ai medesimi, dicendo: « Bevete di questo, tutti; ché questo è il sangue mio del nuovo Testamento: Bibite ex hoc omnes: hic est enim sanguis meus novi Testamenti » (MAtT., XXVI, 27-28).La promessa era stata preceduta da ungrande miracolo che doveva manifestare lapotenza di Gesù. Il mantenimento della promessa non fu, invece, accompagnato danessun prodigio. Tutto fu accolto in un’atmosfera di dolore sereno, di forte commozione per il prossimo distacco, per l’imminente sacrificio di Gesù Redentore nell’offertato tale di se stesso al Padre Celeste per la nostra salvezza.

DUE SPECIALI CIRCOSTANZE.

San Tommaso nel richiamarci il momento speciale di cui stiamo trattando nell’Inno all’Eucaristia, fa presenti due speciali circostanze: una di tempo, l’altra di fatto:

Verbum supernum prodiens,

Nec Patris linquens dexteram,

Ad opus suum veniens,

Venit ad vitæ vesperam.

Ad vitæ vesperam. Cioè: la vita di Gesù stava per finire, era al suo vespro. Ci diede, Gesù, se stesso, in quel momento, vicino alla sua morte, come Suo ricordo, come eredità, come suo testamento. Chi può intendere di quale battito pulsasse, in quegli ultimi momenti, per noi, il Cuore di Gesù? Non solo al vespro della sua vita, ma anche al vespro di un giorno, cioè di sera. Nei dolci momenti dell’intimità famigliare, quando vivo ritorna il ricordo dei lontani, quando forte affiora il dolore dell’isolamento, quando potente erompe il desiderio di quelli che sono in attesa e di quelli dai quali noi ci siamo separati; la sera ch’è l’ora dei dolci e dei mesti ricordi… Pensate: Era già l’ora che volge il disio/ ai naviGanti e ’ntenerisce ’l core/ lo dì c’han detto ai dolci amici addio… (Purg., VIII, 1-3).

Ma v’era ancora qualche cosa di più che rendeva melanconico e tenero il momento dell’Istituzione dell’Eucaristia: la circostanza di fatto. Mentre Gesù mantiene la sua promessa e si dà in cibo agli Apostoli, ecco il doloroso contrasto: Giuda, il traditore, consegna Gesù ai suoi nemici. Al dono di Gesù viene, cioè, contrapposto il tradimento. Ecco le vive e precise espressioni di san Tommaso:

In morte a discipulo,

Suis tradendus æmulis,

Prius in vitæ ferculo

se tradidit discipulis.

Contrasto dolorosissimo che strappa non solo la commozione, la compassione, ma fa stillare le lacrime a chi vi rifletta.

GLI EFFETTI DELL’EUCARISTIA.

Gesù venendo in noi ci nutre e fortifica. Alla stessa guisa del cibo materiale per la vita fisica, il cibo spirituale per eccellenza, Gesù stesso, nell’Eucaristia, ci nutre di se stesso, della sua grazia, della sua carne, sotto le specie del pane e del vino. La carne e il sangue di Gesù ci danno la vita, perché noi, cibandocene, assimiliamo il cibo!… Non basta. Se ci nutrono, ci fortificano. Propriamente come il cibo materiale, passato al triplice traguardo della digestione chimica, nella parte della quantità e della qualità che viene assimilata, aumenta le energie, rinnova il sangue che torna a pulsare più veemente, e, perché  più fresco e più puro, più efficacemente fluisce ed irriga tutto il suo campo d’azione.

IL NOSTRO ABBANDONO…

Se Gesù dà se stesso a noi, sotto le specie del pane e del vino, affinché ci nutriamo di Lui, e noi così veniamo attratti e assimilati da Lui; s’Egli si abbandona interamente, con piena fiducia in noi, è doveroso che noi ci abbandoniamo, a nostra volta, in Lui, senza sottintesi, senza limitazioni. L’abbandono in Gesù è la via regia, come già abbiamo detto, che conduce all’unione con Dio, al possesso della vita interiore. « Lo spirito del vero abbandono è un prezioso dono di Dio, è un cuscino di piume sul quale l’anima pia dolcemente riposa… Chi non si abbandona interamente alla Provvidenza viene a staccarsi da se stesso da questo seno divino » (Groachino SEILER, Lo spirito di Gesù Cristo. – Torino 1936, pag. 149). Chi si abbandona in Gesù, non esiste più con la sua personalità, poiché vive in Lui Gesù stesso… ch’è diventato, padrone e direttore de’ suoi atti, dei suoi movimenti, delle sue intenzioni… In tal modo Gesù può richiedere. qualunque sacrificio all’anima che si è abbandonata in Lui essendo certo di ottenerlo generosamente. Concludiamo con la bella e saggia definizione che la beata Gemma Galgani dà della SS. Eucaristia: « L’Eucaristia è un’Accademia di Paradiso, dove s’impara ad amare; la scuola è il Cenacolo, il maestro è Gesù, le dottrine da impararsi sono la sua Carne e il suo Sangue ». Oh! Gesù! degnati di ascoltare e di esaudire la nostra preghiera: che tu continui ad attrarci e a trasformarci in Te, ora e sempre!

Dopo la Comunione, e mentre siamo davanti al tabernacolo, la santa Umanità di Cristo (che è il vincolo fra noi e il Verbo) ci avvicina sempre più a Lui e con maggiore efficacia

C. MARMION

31 MAGGIO (2022): FESTA DI MARIA REGINA

31 MAGGIO (2022)

FESTA DI MARIA REGINA

(B. Baur O.S.B. :  I Santi dell’Anno Liturgico, Herder ed., Roma, 1958)

.1. – Nel pomeriggio del 31 ottobre 1954 a Roma l’immagine miracolosa della « Salus populi Romani » fu solennemente trasportata in lunga processione dal suo trono in S. Maria Maggiore a S. Pietro. 480 stendardi mariani dei più noti santuari del mondo e 280 stendardi mariani d’Italia accompagnarono l’immagine miracolosa. Già il 24 ottobre era cominciato a Roma il congresso mariologico internazionale che trovò il suo vertice e la sua conclusione nella proclamazione della nuova festa di Maria Regina e nell’incoronazione dell’immagine romana. Il Santo Padre Pio XII fissò come giorno per la celebrazione della nuova festa della Regalità di Maria il 31 maggio. – In tale giorno deve anche essere rinnovata la consacrazione dell’umanità a Maria. Alla proclamazione della festa della Regalità di Maria il Santo Padre unì l’incoronazione dell’immagine miracolosa. Incoronando l’immagine di Cristo egli pregò: « Come noi ti incoroniamo con le nostre mani sulla terra, così si possa noi esser fatti degni di venir coronati da Te in cielo con onore e gloria »; incoronando l’immagine di Maria con un diadema di dodici stelle: « Come noi t’incoroniamo con le nostre mani, così si possa noi esser da te fatti degni di venir coronati da Gesù, tuo Figlio, in cielo con onore e gloria ».

2. – Già da lunghi secoli la Chiesa confessa la propria fede nella regalità di Maria in varie preghiere e forme, specialmente nel Rosario e nelle litanie lauretane. Nel Rosario lodiamo Maria come colei che è stata dal Signore assunta in cielo e ivi coronata Regina. Nelle litanie lauretane l’invochiamo co Regina degli Angeli, dei Patriarchi, dei Profeti, gli Apostoli, dei Martiri, dei Confessori, delle Vergini e di tutti i Santi, come Regina concepita senza macchia di peccato originale, come Regina assunta in cielo, come Regina del santo Rosario e Regina della pace. Tanto è viva in noi la fede nella regalità di Maria. Da ben mille anni salutiamo Maria, nell’Ufficio della Chiesa come nella nostra preghiera personale, col « Salve Regina, vita dolcezza e speranza nostra, salve ». Con la Chiesa cantiamo in tutte le feste mariane il salmo 44, il canto profetico sul misterioso sposalizio di Cristo, lo sposo regale, con Maria sua sposa. « Effonde il mio cuore una soave parola, canto i miei versi al re » a Cristo, il Signore.  Il tuo trono, o Dio sta per i secoli dei secoli. Figlie di re ti vengono incontro, alla destra sta la regina ornata d’oro di Ofir. Ascolta figlia, guarda e porgi il tuo orecchio; il re si è invaghito della tua bellezza. Egli è il tuo Signore a Lui t’inchina. La gente di Tiro viene con doni, i più ricchi del popolo cercano il tuo favore. La figlia del re fa il suo ingresso in ornamenti smaglianti. Il suo abito è intessuto d’oro. In vesti variopinte è condotta al re. Vergini la seguono. Sono condotte con gioia ed esultanza, entrano nel palazzo del re » (Ps. XLIV) – Maria la sposa del re. Ella, la nuova Eva, sta al fianco del secondo Adamo, di Cristo, del re, nella gloria di sublime e incomparabile Regina. « Salve, Santa Madre, che hai generato il Re il quale regge nei secoli dei secoli il cielo e la terra » (Introito di molte feste mariane). Il Santo Padre ha dunque ragione di dire che con la festa della Regalità di Maria non introduce niente di nuovo se « nelle presenti circostanze confessa e corona dinanzi al mondo una verità che può aiutarci a superare il male del mondo e a proteggere i Cristiani ». – La dignità regale di Maria e il suo potere regale riposano sul suo stretto legame con Cristo. Fondamentale in proposito è il fatto che all’annuncio dell’Angelo Ella pronunciò il suo « fiat » divenendo la Madre del Figlio di Dio, di quel Re e Signore al quale « è dato ogni potere in cielo e sulla terra (Matt. XXVIII, 18). Ella è la Madre del Re divino e prende quindi parte, anche se in maniera più limitata e subordinata, alla dignità regale del Figlio suo. Essendo poi Cristo nostro Re perché, come nuovo Adamo, è nostro Redentore, allora anche Maria è, a suo modo, Regina. Poiché Ella fu associata da Dio, come nuova Eva a Cristo Redentore nella sua opera di redenzione e a quest’opera doveva cooperare tanto che a buon diritto vien detta « corredentrice », così è confacente che le sia data dal Signore una certa signoria sui redenti. Cristo è Re per natura per la sua dedizione nella morte redentrice. Maria è Regina per grazia, per Cristo e in Cristo, In virtù del suo Stretto legame con Lui, Ella Possiede una dignità e un’elevazione Su ‘tutti gli esseri creati, insieme al potere. di trasmettere a noi uomini i tesori che Cristo ci ha meritati e di ottenerci, in virtù di una intercessione materna che a Lei sola compete, grazia e aiuto da Dio.

3. – Il potere di Maria Regina è un potere sul  cuore: di Cristo Re: amandola Egli si inchina a Lei ed esaudisce le Preghiere che Ella il compito ed il potere di Presentargli a nome nostro per la salute delle nostre anime. Il potere di Maria è un Potere sugli uomini da Lei accolti come figli e che Ella desidera ardentemente di guidare e plasmare affinché Cristo prenda forma in noi e si possa così entrare nel beato regno del Figlio suo. Un potere sulla nostra volontà perché Segua il bene: un Potere sui nostri occhi perché  cerchino ed amino quello che Dio vuole. – Il potere regale di Maria è un potere e una signoria su tutto il creato, principalmente sull’umanità, su tutti e su ogni singolo, sia esso in cammino verso Dio, sia esso caduto in errore. Per tutti le è concessa dal Signore una potestà materna per collaborare efficacemente affinché raggiungano la loro eterna salvezza, per ottener loro perdono, grazia, luce e forza. – Il Potere regale di Maria è un potere e una signoria sugli spiriti maligni e sulle potenze dell’inferno, del peccato e di satana. Già nel Paradiso terrestre Ella fu indicata come Colei che avrebbe calpestato il Capo al serpente (Gen. III, 15). – Il potere regale di Maria è il potere d’intervenire in modo miracoloso nel corso del mondo e nelle leggi della natura, di guarire malattie e d’impedire disgrazie. Ne sono testimonianze Lourdes, Fatima, Loreto, Alttoetting, i molti santuari e luoghi di pellegrinaggio mariani con le loro migliaia e migliaia di ex-voto, di gruccie ecc.: Maria ha dovunque soccorso! Chiare prove del potere regale di Maria! Il potere regale di Maria è un potere materno e una signoria sulla santa Chiesa, sulle diocesi, sulle parrocchie, le famiglie, gli ordini religiosi e i chiostri, come ben dimostra la storia della Chiesa, delle famiglie, degli ordini e dei monasteri come anche quella degli stati e dei paesi cristiani. « Vincitrice in tutte le battaglie di Dio » contro i pagani (guerre contro i Turchi!) e contro le eresie di tutti i tempi. – Quanto dobbiamo stimarci felici che il Signore ci abbia dato Maria come nostra Regina e ci abbia sottoposti al suo potere regale e alla sua signoria. Con quanta fiducia dobbiamo rivolgerci a Lei, noi suoi diletti figliuoli, dicendo con san Bernardo : « Ricordati, piissima Vergine Maria, non essersi udito al mondo che qualcuno ricorrendo alla tua protezione sia rimasto abbandonato ». Pio IX nella sua Bolla sull’Immacolata Concezione ci dice inoltre: « In ogni bisogno, angustia, pericolo dobbiamo ricorrere a Lei, avvicinarci a Lei fiduciosi. Stabilita dal Signore Regina del cielo e della terra, Ella sta alla destra del Figlio suo e lo assedia con le sue materne preghiere. Ciò che Maria desidera ottenere da Lui trova esaudimento, il suo richiedere non è mai vano ».

Preghiera

O Maria, Madre di Dio e Madre nostra, tu sei la Regina del cielo e della terra. Con grande fiducia poniamo noi stessi, con tutta quello che siamo ed abbiamo, sotto la tua particolare protezione. Sii tu Signora e Regina sulle nostre anime e il nostro corpo, sul nostro cuore e il nostro spirito, sulla nostra famiglia e la nostra casa. Tutto sia a te consacrato, ti appartenga ed esperimenti la tua materna benedizione. Amen.

Omelia di s. Bonaventura vescovo
Sermone sulla regia dignità della Beata Maria Vergine

La beata vergine Maria è diventata madre del sommo Re mediante una maternità del tutto singolare, secondo quanto si sentì dire dall’angelo: «Ecco, concepirai e darai alla luce un figlio»; e inoltre: «Il Signore gli darà il trono di David suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà fine». È come se dicesse apertamente: Concepirai e darai alla luce un figlio che è re, che eternamente abita sul suo trono regale, e per questo tu regnerai come madre del Re, e come Regina siederai tu pure sul trono regale. Se infatti è giusto che il figlio onori la madre, è altrettanto giusto che partecipi ad essa il trono regale; per questo, per il fatto cioè che la vergine Maria ha concepito colui che porta scritto sul suo femore «Re dei re e Signore dei dominanti», nell’istante stesso in cui concepì il Figlio di Dio, divenne Regina non soltanto della terra, ma anche del cielo. E questo era stato preannunciato nell’Apocalisse dove si dice : «Un grande prodigio apparve nel cielo: una donna vestita di sole, e la luna sotto i suoi piedi, e sul suo capo una corona di dodici stelle».

Anche riguardo alla sua gloria, Maria è Regina illustre. Il Profeta esprime ciò in modo adeguato in quel salmo, che si riferisce in modo particolare a Cristo e alla vergine Maria. In esso si afferma in un primo luogo di Cristo: «Il tuo trono, o Dio, è eterno». Poco dopo si dice della Vergine: «Alla tua destra è assisa la Regina». Ciò si riferisce alle qualità più elevate, e perciò viene attribuito alla gloria del cuore. Poi il testo prosegue: «Vestita in laminato d’oro»: qui si intende il vestito di quella gloriosa immortalità che Maria acquistò con l’assunzione. Non si può credere che il vestito che aveva circondato il Cristo e che sulla terra era stato santificato totalmente dal Verbo incarnato, fosse distrutto dalla corruzione. Come fu opportuno che Cristo donasse a sua Madre la grazia totale quando ella fu concepita, così fu pure opportuno che donasse la gloria completa con l’assunzione di sua Madre. Ne consegue che è da ritenere vero il fatto che la Vergine, entrata nella gloria con l’anima e con il corpo, sia assisa accanto al Figlio.

Maria è Regina e distributrice di grazie: ciò fu. intuito nel libro di Ester, dove è scritto: «La fonte crebbe diventando fiume, e poi si trasformò in luce e in sole». La vergine Maria, raffigurata nella persona di Ester, è paragonata al dilatarsi dell’acqua e della luce, proprio perché diffonde la grazia che aiuta l’azione e la contemplazione. La stessa grazia di Dio che curò l’umanità, fu comunicata a noi attraverso Maria, come attraverso un acquedotto: è un compito della Vergine distribuire la grazia, non perché sia creatrice di grazia, ma perché ce la guadagna con i suoi meriti. Giustamente, quindi, la vergine Maria è regina nobile di fronte al suo popolo, proprio perché ci ottiene il perdono, vince le difficoltà, distribuisce la grazia e finalmente, introduce nella gloria.

Dalla Lettera Enciclica del Papa Pio XII
Enciclica Ad cæli Reginam, 11 Ottobre1954


Dai monumenti dell’antichità cristiana, dalle preghiere liturgiche, dall’innata devozione del popolo cristiano, dalle opere d’arte, da ogni parte abbiamo potuto raccogliere espressioni ed accenti, secondo i quali la vergine Madre di Dio consta primeggiare per la sua dignità regale; ed abbiamo anche provato come le ragioni che la sacra teologia ha dedotto dal tesoro della fede, confermino pienamente questa verità. Di tali testimonianze riportate si forma un concerto, la cui eco risuona larghissimamente per celebrare il sommo fastigio della regale dignità della Madre di Dio e degli uomini, che è al di sopra di ogni cosa creata, e che è stata «innalzata sopra i cori degli angeli, ai regni celesti». Essendoci poi fatta la convinzione, dopo mature e ponderate riflessioni, che verranno grandi vantaggi alla Chiesa, se questa verità, solidamente dimostrata, risplenderà più evidente davanti a tutti – quasi lucerna più luminosa posta sul suo candelabro – con la nostra autorità apostolica, decretiamo e istituiamo la festa di Maria Regina, da celebrarsi in tutto il mondo il giorno 31 maggio di ogni anno.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (3)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (3)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni – ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO I.

Art. III. — IL VERBO INCARNATO NELLE SUE RELAZIONI CON NOI.

« Il Verbo era nel mondo…

e il mondo non lo conobbe…

Ma a quanti lo accolsero diede potere

di diventar figliuoli di Dio:

ai credenti nel suo nome,

î quali non dal sangue,

né dal volere della carne, né dal volere dell’uomo,

ma da Dio son nati  » (Giov. I, 10-13).

Se il Figlio eterno di Dio, se il Verbo si è incarnato, lo fece per abitare in mezzo a noi, anzi per vivere in ognuno di noi. Come Dio, vive realmente in noi con la sua grazia; viene a noi per comunicarci una partecipazione della divina sua vita. Come uomo, vive in noi moralmente, avendo con noi le relazioni più intime, più affettuose, più santificanti. Gesù è:

.1° il capo di un Corpo mistico di cui noi siamo le membra.

2° il mediatore tra suo Padre e noi.

3° il sacerdote che, in nome di tutta la umana società, offre a Dio ii sacrificio per eccellenza.

4° il dottore infallibile che insegna ogni verità.

5° il modello perfetto che ci trae dietro a sé nelle vie della perfezione.

Poche parole basteranno a farci intendere questi gloriosi titoli del Verbo incarnato.

1° Il Verbo Incarnato è il Capo di un Corpo mistico che si chiama la Chiesa, Capo quindi di tutti i membri che la costituiscono? Tre qualità, dice san Tommaso (Sum. Theol., III, q. 8, a. I), distinguono la testa nel corpo umano: la preminenza, perché domina su tutte le altre membra; la perfezione, perché riunisce tutti i sensi esterni ed interni; l’influsso vitale, perché imprime a tutte le membra il moto, la direzione, la vita. Ora anche Gesù compie sotto l’aspetto spirituale questo triplice ufficio in ciascuno di noi. È infatti evidente che Egli ha la preminenza su tutti gli uomini, perché, essendo insieme Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, è il primogenito di ogni creatura, l’oggetto delle divine compiacenze, la fonte di ogni santità, Colui innanzi al quale si piega ogni ginocchio in cielo, in terra e nell’inferno. A Lui parimenti conviene ogni perfezione, perché riceve la pienezza della grazia, pienezza assai superiore a quella della Vergine SS.ma e dei santi. Maria è il canale che conduce alle anime nostre le vivificanti acque della grazia; i santi ricevono una pienezza di grazia più o meno grande secondo l’indole della loro missione; ma solo Gesù è la fonte onde si alimentano e il canale e i rivoletti. Gesù, quindi, ha una pienezza speciale, una soverchiante pienezza. Onde quell’influsso vitale che ha su tutti i suoi membri, perché tutti ricevono da Lui il moto e la vita. – Gesù medesimo, nell’ultima Cena, espone ai discepoli questa dottrina, quando dice ; « Io sono la vite, voi i tralci » (Giov. XV, 5). Perché, come i tralci ricevono dalla vite la linfa vivificante che si trasforma in fiori e in frutti, così le anime nostre ricevono da Gesù la grazia che lor fa produrre i frutti di salute. Quest’unione con Cristo raccomanda pure san Paolo a quelli che vogliono crescere in grazia e in virtù : « Attuando la verità nell’amore, cresciamo in Lui in tutto, in Lui che è Capo, Cristo; dal quale tutto il Corpo, bene compaginato e connesso, per mezzo d’ogni giuntura di somministrazione, secondo l’operazione stabilita per ciascun membro, prende incremento pe svilupparsi nell’amore! » (Ephes. IV, 15-16). La nostra vita spirituale deriva dunque da Gesù, nostro Capo, ove ella risiede nella sua pienezza, per diramarsi in ciascuno di noi; la nostra grazia, la nostra santità, è come un’estensione della santità di Cristo; onde il vero Cristiano può dire come san Paolo: Vivo, ma non più io, vive in me Cristo ? » /Gal. II, 20). O Salvatore benedetto, quanto siamo felici di essere così incorporati a Voi e partecipare alla vostra vita! E poiché la misura del nostro progresso dipende in gran parte dalla nostra corrispondenza alla vostra grazia e dalla nostra docilità a seguire il moto e la direzione che voi ci date, degnatevi di operare in noi il volere e il fare, affinché, sotto il vostro impulso, cresciamo in voi coll’imitazione delle vostre virtù.

2° Capo dell’umanità, il Verbo incarnato è, per così dire, il mediatore nato tra Dio e l’uomo. E chi mai può far questo ufficio meglio di Colui che riunisce in una sola e medesima per sona le due nature, la divina e l’umana? Uomo capo della umana stirpe, ha il diritto di rappresentarci dinanzi a Dio, e la sua infinita pietà, la sua inclinazione per noi vivamente lo spronano a compiere tale ufficio. Uguale poi al Padre e allo Spirito Santo, ha libero accesso presso Dio a rendercelo propizio. Sarà quindi il nostro mediatore, mediatore di redenzione e mediatore di religione.

A) Innanzi tutto Gesù è il nostro mediatore di redenzione. Come capo dell’umanità peccatrice, assume sopra di sé il peso delle nostre iniquità e s’incarica di espiarle in nome nostro. Si offre fin da principio come vittima, e, dopo una lunga vita di fatiche e di patimenti, compie sul Calvario il suo Sacrifizio, riparando con l’ubbidienza sua e col suo amore, l’offesa fatta dalla disubbidienza dei nostri progenitori. Questi atti di ubbidienza e di amore hanno un valore morale infinito, per ragione della dignità della persona del Verbo che fa suoi i patimenti della natura umana: e si può dire con tutta verità che rendono a Dio gloria maggiore che non glie ne abbia tolta il peccato. Un solo di questi atti sarebbe bastato a riparare interamente i peccati degli uomini. Ora Gesù ne ha fatti di innumerevoli, e tutti ispirati all’amore più puro, e li ha coronati col sacrifizio più sublime e più eroico, coll’intiera immolazione di sé sul Calvario. Possiamo dunque ripetere la parola di san Paolo: « Dove abbondò il peccato, là sovrabbondò la grazia; affinché, come regnò il peccato per la morte, così anche la grazia regnasse per la giustizia e per la vita eterna, per Gesù Cristo Signor Nostro » (Rom. V.,20). Gesù, espiando i nostri peccati, merita pure per noi tutte le grazie di cui abbiamo bisogno a riconquistare il cielo: grazie di conversione, grazie di perseveranza, grazie per resistere alle tentazioni, grazie per trar profitto dalle nostre prove, grazie di rinnovamento spirituale, grazie per praticar le virtù, anche in grado eroico, grazie di unione intima con Dio, grazie mistiche. Possiamo quindi dire con san Paolo: « Benedetto Dio e Padre del Signor Nostro Gesù Cristo, che benedisse con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo; conforme ci elesse in lui prima della creazione del mondo, ad essere Santi e immacolati agli occhi suoi, avendoci nell’amor suo predestinati all’adozione di figli, per Gesù Cristo. secondo il beneplacito della sua volontà, onde si celebri la gloriosa grazia sua, della quale ci ricolmò in ogni sapienza e saggezza »(Ephes., I, 3). – Ad ispirarci maggior confidenza, Gesù istituì i sette Sacramenti, segni visibili che ci conferiscono la grazia in tutte le principali circostanze della vita e ci danno diritto a grazie attuali per far bene a tempo opportuno tutti i nostri doveri cristiani e tutti i doveri del nostro stato. Ma fece anche di più: ci diede pure il potere di sodisfare e di meritare. Incorporati a Cristo ne partecipiamo la vita, e i nostri atti, uniti ai suoi e informati dalla divina carità di cui Egli è il principio, sono nello stesso tempo sodisfattorii, meritorii e impetratorii. Se abbiamo la sventura di peccare dopo il battesimo, i nostri atti di penitenza e di contrizione fecondati dalla virtù del sangue di Gesù, muovono il cuore di Dio e ci ottengono il perdono: il sacramento della Penitenza ci agevola ancor più la remissione dei peccati, perché Gesù stesso, vivente nel sacerdote, viene ad assolverci. Anche le più piccole azioni fatte in istato di grazia e in unione con Gesù, sono meritorie della vita eterna e aumentano ad ogni istante, se vogliamo, il nostro capitale di grazia abituale sulla terra e di gloria nel cielo. – Quando preghiamo, lo Spirito di Gesù viene pregare con noi con gemiti inesplicabili (Rom. VIII, 26); il che spiega la fecondità delle nostre preghiere; poiché tutto quello che chiediamo al Padre in Nome di Gesù, cioè incorporandoci a Lui e fondandoci sui Suoi meriti, siamo sicuri di ottenerlo! (S. Giov., XVI, 23.). Siano dunque rese grazie al Verbo incarnato, che, non pago di riparar le nostre offese e di espiare i nostri peccati, ci colma di beni Spirituali così abbondanti, che possiamo ripetere con la Chiesa; « O fortunata colpa di Adamo che ci ha meritato un così nobile Redentore! » (Ufficio del Sabato Santo, Exsultet…).

B) Gesù è anche il nostro mediatore di Religione. Noi siamo obbligati a glorificar Dio ma ne siamo incapaci, come siamo incapaci di salvarci da noi stessi: Dio ha diritto ad ossequi infiniti e gli ossequi nostri sono meschini e finiti. Ma il Verbo incarnato, il grande Religioso del Padre, ha porto e porge continuamente a Dio adorazioni infinite: come uomo, si umilia ed adora: come Verbo, dà a queste adorazioni una dignità ed un valore morale infinito. Possiamo quindi dirgli col Cardinal di Bérulle (De l’état et des grandeurs de Jésus, Discours II, p. 129.): « Voi siete quel servo eletto che solo servite Dio come merita di esser servito, cioè con servizio infinito: e solo lo adorate con adorazione infinita, come è infinitamente degno di essere adorato. Prima di voi questa suprema Maestà non poteva, né dagli uomini né dagli Angeli, essere servita e adorata con quella specie di servizio con cui è ora amata e adorata secondo l’infinità della sua grandezza, secondo la divinità della sua essenza, secondo la maestà. delle sue Persone. Da tutta l’eternità c’era, sì, un Dio infinitamente adorabile, ma non c’era ancora un adoratore infinito, non c’era ancora un uomo o un servo infinito capace di rendere un servizio e un amore infiniti. Siete Voi, Gesù, ora, questo adoratore, questo uomo, questo servo, infinito nella potenza, nella qualità, nella dignità, da sodisfare pienamente a questo dovere e porgere a Dio questo divino ossequio. Oh! grandezza di Gesù, anche nel suo stato di abbassamento, di essere il solo degno di porgere perfetto ossequio alla divinità! Oh! grandezza del mistero dell’Incarnazione che pone uno stato, una dignità infinita entro l’essere creato! Oh! divino uso di questo divino mistero, avendo noi ormai per Lui un Dio servito e adorato senza alcuna sorta di difetto in questa adorazione! » . Ora questo stesso Gesù vive in noi col suo Spirito e per mezzo suo ci comunica la sua religione, onde abilitarci a glorificar Dio come si merita. Secondo la bella dottrina dell’Olier: « Gesù viene in noi e si lascia sulla terra tra le mani dei sacerdoti come ostia di lode, per parteciparci il suo spirito di immolazione, per associarci alle sue lodi, per interiormente comunicarci i sentimenti della sua religione. Si diffonde in noi, si insinua in noi, profuma l’anima nostra riempiendola delle interiori disposizioni del suo spirito religioso, di guisa che dell’anima nostra e della sue ne fa una sola, che anima di uno stesso spirito di rispetto, di amore, di lode, di sacrifizio interno ed esterno di tutte le cose, per la gloria di Dio suo Padre; e mette così l’anima nostra in comunione con la sua religione per far di noi in Lui, come abbiam detto, veri religiosi del Padre suo » Quale consolazione per noi di potere, unendoci a Gesù, glorificar Dio come si merita!

3º Con Gesù noi offriamo pure il sacrificio più eccellente, perché Gesù è sacerdote (Esporremo più ampiamente questa dottrina sul sacerdozio e sul sacrificio di Gesù nella seconda parte), e il sommo sacerdote della nuova Legge; anzi, a dire il vero, è il solo e unico sacerdote, perché, non morendo, Egli non ha successori ma solo rappresentanti visibili. Tale è la bella dottrina esposta da san Paolo nell’Epistola agli Ebrei. – Il Verbo incarnato diviene sacerdote nel giorno dell’Incarnazione; fintanto che rimane nel seno del Padre, non può abbassarsi né adorare. Ma, appena si riveste della nostra natura umana, il Verbo viene consacrato sacerdote da Colui che lo ha scelto da tutta l’eternità a questo ufficio, e che attua in questo giorno il suo disegno dicendogli: « Tu sei sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech » (Hebr. V, 6). Inizia quindi fin da questo primo istante il suo ufficio sacerdotale: « Entrando nel mondo, Cristo dice al Padre: Vittima ed offerta non volesti, ma mi formasti un corpo; olocausti e sacrifici espiatori non gradisti. Allora io dissi: Eccomi… Vengo a fare, o Dio, la tua volontà… E in questa volontà noi siamo santificati per l’offerta del suo Corpo che Gesù fece una volta per sempre » (Ebr., X, 5-7, 10). Gesù sarà dunque nel medesimo tempo il sacrificatore e la vittima. In tutto il corso della vita immola la volontà con la spada dell’ubbidienza; ma sul Calvario, propriamente parlando, compie il suo sacrifizio immolando, per mezzo dell’ubbidienza e dell’amore, il suo corpo e la sua anima con la maggior perfezione possibile, e adempiendo così ogni giustizia. Per la prima volta Dio fu allora perfettamente glorificato secondo tutte le condizioni da Lui stesso fissate, e gli uomini furono in diritto salvati, non restando ad essi che appropriarsi, per mezzo della fede, della carità e delle buone opere, le soddisfazioni e i meriti del Redentore divino. La Risurrezione e l’Ascensione verranno, certo, a consumare il sacrifizio; ma l’immolazione reale e cruenta avvenne sul Calvario. – A fine di darci il modo di glorificar Dio come si merita e applicarci i frutti della redenzione, Gesù istituì nell’ultima Cena il sacrificio della Messa, nella quale più non cesserà, sino alla fine del mondo, di offrirsi vittima per noi sotto le specie del pane e del vino. Oh! quanto dobbiamo essergliene grati! Noi infatti, sia pure indegni, possiamo, offrendo il sacrificio della Messa oppure assistendovi, appropriarci gli interni sentimenti di Gesù sull’altare, offrire a Dio i suoi atti di religione e ottenere per noi e per quelli che ci son cari tutte le grazie che ci occorrono.

4° Se l’atto principale del sacerdote è il sacrifizio, uno dei suoi doveri essenziali è anche quello di insegnar la dottrina sacra, di essere dottore. Ufficio che il Verbo incarnato adempie in modo eminente. Gesù è la luce che, venuta in questo mondo, illumina tutti gli uomini (S. Giov., I, 9) Oh! Quale immenso bisogno essi ne hanno! Le religioni pagane erano degenerate in tali superstizioni che i filosofi più non vi credevano, e, stanchi di errare da sistema in sistema, erano caduti in una specie di scetticismo. La religione giudaica aveva conservato il monoteismo e il culto del vero Dio, ma gli Scribi e i Farisei la interpretavano così grettamente, che pareva ormai divenuta una meschina casuistica. Ed ecco Gesù che sgombra la Legge dalle false interpretazioni e, innalzandosi molto al disopra delle piccine concezioni dei Giudei, predica quella religione dello spirito che, costituita in un perfetto corpo di dottrina. Affida quale sacro deposito alla custodia e alla interpretazione di una Chiesa infallibile, a cui promette la divina sua assistenza sino alla fine dei secoli. – Questa dottrina risponde a tutti i problemi che affannano l’anima umana: donde veniamo? Chi siamo? dove andiamo? Donde veniamo? Veniamo da Dio, che ci ha creati e santificati e colla sua Provvidenza si occupa paternamente di noi. Non è un Dio solitario: è un Dio vivente in tre Persone, che trova in se stesso tutto ciò che occorre per essere infinitamente beato. Nondimeno, per puro amore, per farci partecipi della sua felicità, ci trae dal nulla, ci adotta per figli. ci comunica la sua vita; e avendo noi perduti, per la colpa del nostro primo padre, i nostri diritti al Paradiso, non esita ad inviarci suo Figlio per redimerci. Chi siamo? Siamo figli adottivi di Dio, fratelli del Verbo incarnato, membra del mistico suo corpo, figli della santa Chiesa; abbiamo un’anima immortale, riscattata dal sangue dell’eterno Figlio di Dio. Dove andiamo? A Dio nostro Padre, al quale un giorno saremo eternamente uniti con la visione beatifica e con un amore indissolubile; e andiamo a lui, incorporandoci a Gesù, nostro mediatore; imitandone le virtù, specialmente il suo amore per Dio e per gli uomini: e avvicinandoci ogni giorno più alla perfezione del nostro Padre celeste. Queste verità si consertano mirabilmente tra loro e corrispondono così bene ai bisogni della nostra mente e del nostro cuore, che anche i ragazzi del Catechismo le capiscono e le gustano. E con che autorità Gesù insegna! « Le turbe stupivano della sua dottrina, perché le istruiva come avente autorità e non come i loro Scribi! ». Gli stessi suoi nemici furono obbligati a confessarlo: « Nessuno ha mai parlato come quest’uomo » (S. Giov. VII, 46). Gesù, infatti, parla con potenza di affermazione assoluta: è un Veggente che contempla nel seno del Padre le verità che annunzia; è un Maestro che ha tutta l’autorità di Dio: « Io sono la via, la verità e la vita » (S. Giov. XIV, 6). Parla con fulgida chiarezza, facendosi tutto a tutti, adoprando popolo i paragoni più semplici, le immagini graziose, e argomentando contro gli Scribi e i Farisei con logica inflessibile. Ma ha specialmente una forza di persuasione irresistibile: conosce tutte le segrete vie del cuore e per quelle spera con quel dono di affettuosa intuizione che è proprio di coloro che amano. Gesù infatti può e con tutta verità: « Venite a me, o voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò »(Matth. XI, 28).

5° Questa forza di persuasione è mirabilmente rinvigorita dai divini esempi di Gesù; Egli è veramente il modello più perfetto che si possa da noi imitare. Figli di Dio per adozione, siamo obbligati ad avvicinarci con la santità della vita alla perfezione del nostro Padre celeste. Ma in che modo conseguire questo ideale? L’eterno Figlio di Dio, sua vivente immagine, si fa uomo, vive sulla terra una vita umana e divina, e ci invita a calcar le sue orme. È un perfetto modello di tutti gli stati di vita. Visse per trent’anni la vita nascosta, ubbidiente a Maria e a Giuseppe, lavorando da semplice operaio, e dandoci così l’esempio di quelle umili virtù che dobbiamo praticare ogni giorno. Nella sua vita pubblica, c’insegna il modo di conciliare la preghiera con l’azione; di santificare le relazioni sociali e le opere di apostolato; e come comportarci così nella prospera come nell’avversa fortuna. La sua vita dolorosa ci dà l’esempio della pazienza più eroica in mezzo a tormenti fisici e morali: dotato di una sensibilità squisita, sentì più vivamente di noi l’ingratitudine degli uomini, l’abbandono dei discepoli, il tradimento di Giuda, gl’insulti dei nemici e i tormenti che gli inflissero; eppure tutto sopportò senza lamentarsi, lieto di soffrire per Dio e per gli uomini.-  Ed è un modello pieno di attrattiva: vedendo Gesù, vittima innocente, che pena e soffre per nostro amore, osservando che i suoi patimenti sono tanto fecondi in frutti di salute, ci sentiamo tratti ad amare il divino Crocifisso, ne abbracciamo amorosamente la croce, e siamo noi pure lieti di patire per Lui, onde meglio assomigliargli e partecipare alla fecondità del suo apostolato, aspettando il momento di parteciparne pure la sua gloria: « Si tamen compatimur, ut et conglorificemur » (Rom. VIII, 17). Ecco perché, nonostante l’istintivo orrore che abbiamo al patire, tante anime si offrono a Gesù in vittime e sono liete di patir con Lui, per amor suo e secondo le sue intenzioni. – Ma poi Gesù ci ha singolarmente agevolato il lavoro meritandoci la grazia di imitarlo: ognuno degli atti fatti da Gesù prima di morire ci meritò la grazia di fare atti simili; non si contenta quindi di attirarci a sé con l’efficacia dell’esempio, ma vi aggiunge una forza interiore che opera sulla nostra volontà. Siate dunque eternamente benedetto, o Verbo incarnato, perché così efficacemente ci sorreggete coi vostri esempi e colla vostra grazia. Fratelli vostri e membri del mistico vostro Corpo, noi vogliamo, nonostante la nostra debolezza, camminare sull’orme vostre, portare con voi la piccola nostra croce quotidiana, imitare i vostri sentimenti interiori e le vostre virtù. Ne siamo da soli incapaci; ma ci attaccheremo a Voi, e, come Santa Teresina, ci abbandoneremo nelle vostre braccia o meglio sul vostro sacro Cuore, che sarà come dolcemente confidiamo, l’ascensore che ci porterà fino a Dio.

ART. IV. — CONCLUSIONE: GESÙ DEVE ESSER IL CENTRO DELLA NOSTRA VITA.

« Per me infatti il vivere è Cristo! » (Fil. I, 21)

« Vivo, ma non più io,

« Vive in me Cristo » (Gal. II, 20).

Quando un dotto è talmente assorto negli studi da non pensar più ad altro che alla scienza e non vivere più che per essa, ripete continuamente agli amici; la mia vita è la scienza. Quando un commerciante è talmente ingolfato negli affari che dimentica tutto il resto, esclama spesso: gli affari sono la mia via. Così quando un Cristiano, degno veramente di questo nome, ha capito che il Verbo incarnato è tutto per lui, quando non pensa, non ama, non vive più che per Lui, ripete spesso nel suo cuore come san Paolo: la mia vita è Gesù. – Gesù diviene allora il centro dei suoi pensieri e dei suoi affetti; Gesù è per lui la via, la verità e la vita. Vediamo di capire, di gustare, di praticar questi pensieri.

1° Gesù centro dei nostri pensieri e dei nostri affetti. 

Come sopra dicemmo, Gesù è il capo di un Corpo mistico di cui noi siamo le membra, è il nostro mediatore presso il Padre, è il sacerdote che offre per noi il solo vero Sacrifizio, è il dottore che ci insegna le verità eterne, è il modello perfetto che ci trae dietro a sé nelle vie della perfezione e della felicità infinita. Gesù è dunque tutto per noi, e noi dobbiamo ripetere con l’Olier: Chi ha Gesù ha tutto.

A) E allora non dovrà Gesù essere veramente il centro di tutti i nostri pensieri? A chi potremo noi pensare se non a Colui che è il nostro tutto? Così fanno i pii lettori del Vangelo; e che cercano essi in questo libro divino se non quel Gesù che è la delizia del loro cuore? Con quale amore rileggono quelle pagine che ritraggono così fedelmente i fatti, i detti, i gesti del divin Salvatore! Si pascono talmente della sua dottrina, delle sue massime, delle sue virtù, che non pensano più che a Lui. Quando debbono dar giudizio su qualche cosa importante, chiedono a sé stessi; che m’insegna il Maestro su questo punto? Sanno infatti che i nostri giudizi, per esser veri, debbono esser conformi a quelli di Colui che è la verità infallibile. Se vogliono pregare, pensano istintivamente a Colui che, essendo il grande Religioso del Padre, solo può glorificare Dio come si merita, e si uniscono a Lui per adorarlo e domandargli grazie. Vanno al lavoro? Rammentano che Gesù aiutava la madre nelle umili cure domestiche e lavorò con le sue mani nella povera bottega di Nazareth. Se fanno qualche visita, se conversano col prossimo, non dimenticano che Gesù vive nel cuore dei nostri fratelli come vive nel nostro, e conversano con Lui nella persona del prossimo.

B) Gesù diviene così il centro dei nostri affetti.

Come infatti pensare a Gesù senza amarlo? Non è egli forse la Bellezza e la Bontà infinita? Non raduna forse nella sua persona tutte le perfezioni della divinità e tutte le grazie della più compita umanità? Oh! come impallidiscono tutte le umane bellezze di fronte alla Bellezza Infinita! Dacché conobbi Gesù Cristo, diceva il Lacordaire, nulla mi parve più abbastanza bello da guardarlo con passione ». Se gli Apostoli sul Tabor, vedendo l’umanità di Nostro Signore trasfigurata, furono così rapiti di ammirazione da esclamare: « È buono per noi lo star qui » (Matth. XVII, 4), quanto più dobbiamo esser rapiti noi di fronte alla bellezza sovrumana che risplende in Gesù risorto? E chi potrà dirci la sua bontà per noi? San Tommaso, in una strofa mirabilmente sintetica, compendiò le grandi manifestazioni dell’amore divino verso di noi.

Nel presepio si fa nostro fratello,

Nell’ultima cena nostro alimento, —

Sulla croce nostro riscatto,

In cielo nostra ricompensa.

Nel suo nascere, Gesù si fa nostro compagno di viaggio su questa terra di esilio, nostro amico, nostro fratello, nostro consolatore, e ormai non ci lascerà più soli. Istituendo l’Eucaristia, diviene nostro alimento, e sazia del suo corpo, del suo sangue, della sua anima, della sua divinità, le anime amanti che hanno fame e sete di Lui. Morendo sulla croce, sborsa il prezzo del nostro riscatto, ci libera dalla schiavitù del peccato, ci ridona la vita spirituale e ci dà il più grande Segno di amore che si possa dare ad amici. Finalmente nel cielo, sarà Egli stesso la nostra ricompensa, vedremo faccia a faccia la sua divinità, contempleremo estasiati la sua umanità glorificata, lo possederemo interamente, e la nostra felicità si confonderà quindi innanzi colla sua, perché parteciperemo alla sua gloria. Chi mediti queste verità non può non amare generosamente Colui che tanto ci ama e che solo è degno del nostro amore. Gesù è veramente il miglior nostro amico, il solo che abbia per noi dato la vita, il solo che possa appagare il nostro cuore fatto espressamente per Lui. Chi ha Gesù ha tutto, chi non ha Gesù non ha nulla. – Ecco ciò che aveva capito un valoroso Cristiano, Augusto Cochin (Espérances chrétiennes, P. 339), il quale diceva a coloro che non hanno la fortuna di essere credenti: « Voi, o filosofi, non potete capire che cosa è Gesù per noi e quanto noi lo amiamo. Ei ci sta sempre dinanzi agli occhi, ci tiene, a così dire, la mano sulla spalla, nel lavoro come nel riposo, alla tribuna come al banco, a mensa come al capezzale. Ogni Cristiano che intende ciò che crede vive alla presenza e in compagnia di Gesù. Partitevi dunque, partitevi pure, o visioni di poeti, o divinità ispiratrici, o incantatrici bellezze della vita! Partitevi pure anche voi, o santi affetti! Non c’è poesia, non c’è passione, non c’è grazia, che possa mai pareggiare il verace e tenero amore che la Persona di Gesù Cristo ci ispira ».

2° Gesù, via verità e vita.

Amando Gesù a questo modo, noi facciamo di Lui il centro delle nostre azioni, il centro di tutta la nostra vita. Gesù è per noi la via, la verità e la vita.

A) Gesù è la via che dobbiamo seguire per andare a Dio: Egli infatti, come abbiamo detto, è il nostro mediatore di religione e di redenzione. Vogliamo offrire a Dio i nostri atti di adorazione, di riconoscenza e di amore? Ne siamo da per noi incapaci; ma, incorporandoci a Gesù veniamo ad appropriarci gli ossequi che in nome nostro Egli offre al Padre e uniamo le nostre lodi a quelle del nostro Mediatore divino; e Dio le gradisce per ragione di suo Figlio. – « Eravamo, dice l’Olier (Catéch. chrétien, 2 part, lez. IX), debitori a Dio di un milione di doveri religiosi, ma eravamo incapaci di pagarglieli da soli: dovevamo adorarlo, amarlo, lodarlo, ringraziarlo e pregarlo come merita e come siamo obbligati a fare: Magnus Dominus et laudabilis nimis (Psal. XCV, 4; CXLIV, 3). Avevamo quindi bisogno che il grande nostro Maestro con la sua carità servisse pure di supplemento ai nostri doveri e fosse il mediatore della nostra religione; per questo volle risuscitare e salire al cielo ed essere sempre vivente, ad interpellandum pro nobis, dice san Paolo, per pregare e lodare il Padre in vece nostra e supplendo al nostro difetto ». Abbiamo avuto la disgrazia di offendere Dio? Gesù, mediatore di redenzione, pérora Egli stesso la nostra causa e si offre in vittima propiziatoria per i nostri peccati: « Se qualcuno ha peccato abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo, dl giusto. È Egli stesso la vittima di propiziazione per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma per quelli di tutto il mondo » (Act. XI, 5). Vogliamo implorar nuove grazie? Ecco Gesù pronto ad appoggiare le nostre preghiere con tutto il valore dei suoi meriti infiniti: « In verità in verità vi dico: quanto chiederete al Padre in Nome mio, ve lo concederà » (S. Giov. XVI, 24). Gesù infatti prega allora per noi e con noi; e Gesù è sempre esaudito per la dignità della sua persona: « exauditus est pro sua reverentia » (Hebr. V, 17). Anche lo Spirito Santo riceviamo per mezzo del Figlio; come Dio, Gesù si unisce al Padre per inviarcelo; come uomo, ci merita la grazia di ricevere questo divino Spirito e di profittar dei suoi doni. « È conveniente per voi che io me ne vada, perché, se io non vo, non verrà a voi il Consolatore; ma, andato che sarò, ve lo manderò… Quando verrà quello Spirito di verità, vi guiderà ad ogni verità… Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel Nome mio, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quello che io già vi dissi ». Pei meriti del nostro Salvatore Gesù lo Spirito Santo « sostiene la nostra debolezza, perché quello che abbiamo convenientemente da chiedere non sappiamo; ma lo stesso Spirito sollecita per noi con gemiti inesplicabili » (Rom. VIII, 26). Il Verbo incarnato è dunque la via che conduce al Padre e allo Spirito Santo, ond’è pur la via che ci mena alla più alta perfezione. È anche la nostra via nel senso che, come abbiamo già dimostrato, è il modello perfetto di tutte le virtù che dobbiamo praticare. Seguiamolo dunque amorosamente, perché, seguendo lui, non ci smarriremo ma cammineremo nella luce.

B) Gesù è l’infallibile verità che dobbiamo credere e amorosamente abbracciare. Come Verbo, è l’infinita sapienza, la luce che illumina tutte le menti. Come uomo, possiede una triplice scienza: la visione beatifica, per la quale vede faccia a faccia Dio e in Dio tutto il dominio del reale, il passato, il presente e il futuro; la scienza infusa, che si estende a tutte le realtà dell’ordine naturale e soprannaturale; la scienza sperimenta ch’ei venne progressivamente acquistando e senza essere universale come le altre due, finì coll’abbracciare tutte quelle verità a cui mente umana può arrivare. – Gesù è dunque il nostro Maestro per eccellenza: « Voi avete un solo maestro, Cristo!  » (Matth. XXIII, 10). Altri si scelga pure, se vuole, « una folla di maestri a solleticare i propri orecchi, e si allontani pure dalla verità voltandosi alle favole » (II Tim. IV, 3-4). noi andremo a Colui che ha parole di vita eterna, a Colui che venne in questo mondo per rendere testimonianza alla verità. Andremo a Lui con tutta l’anima, col doppio lume della ragione e della fede. « Noi, come ben dice il P. Lacordaire ci moviamo entro due sfere, quella della natura e quella della grazia; ma l’una e l’altra hanno il Verbo, Figlio di Dio, per autore e per fiaccola. Onde la Chiesa, infallibilmente assistita da quello Spirito che l’ha messa al mondo, non rinunzia mai alla difesa della ragione, e sempre la tenne come una porzione della sua eredità… Non fate di Gesù Cristo, nostro Maestro, una eccezione al corso generale delle cose; della Chiesa una piccola società sperduta in mezzo ai secoli e alle nazioni… Figli di Dio, abitazione del nosttro Corpo è l’universo, e i secoli la misura dei nostri giorni… La ragione è la nostra illuminatrice; la fede uno splendore irradiato dallo splendore eterno; la Chiesa un mondo che abbraccia il passato, il presente e l’avvenire, i popoli della terra e gli spiriti del cielo, e tra questi due estremi tutto ciò che il Verbo di Dio ha potuto concepire senza dircelo e fare senza mostrarcelo ». Il Concilio Vaticano confermò le nobili idee del P. Lacordaire, mostrando che la ragione e la fede sono due sorelle, figlie dello stesso Padre, che non si possono contradire. – Il Verbo incarnato sarà dunque la nostra luce nello studio di tutte le scienze sacre e profane: non dimenticheremo che ogni verità è come una particella della divina sapienza, e riferiremo tutte le nostre cognizioni alla gloria del Verbo incarnato. Ma lo cercheremo specialmente nel Vangelo, che leggeremo e rileggeremo, amorosamente baciando le pagine del sacro libro, affezionandoci alla dottrina del Maestro, che è il dottore infallibile; di questa dottrina faremo la regola della nostra vita, memori che il miglior mezzo per conoscere la verità è di praticarla: « qui autem facit veritatem venit ad lucem! » (S. Giov. III, 21).

C) Gesù è anche la vita. Questa vita ei la attinge interamente come Dio nel seno del Padre; come uomo, ne possiede una così copiosa partecipazione da essere la fonte onde la dobbiamo attingere tutti noi. E ve l’attingiamo per mezzo dei sacramenti, arcani canali della grazia, che, usciti dal sacro Cuore di Gesù, vengono a spanderla nelle anime nostre. Qualunque sia il sacramento che riceviamo, rammentiamoci sempre che la vita divina di cui ci fa partecipi è il frutto del sangue di Gesù e del suo amore per noi. Ma soprattutto quando riceviamo l’Eucaristia, riflettiamo bene entro di noi che riceviamo Gesù medesimo, cioè il Verbo incarnato con tutti i tesori della sua divinità, come pure la santa sua umanità, col Padre e collo Spirito Santo che gli sono inseparabilmente uniti (Per lo svolgimento di questo pensiero, vedi il sostanzioso opuscolo del P. Barnadot, De l’Eucharistie è la Trinité.); e che, se sappiamo allargar l’anima, la vita divina vi fluirà a torrenti: « Ego veni ut vitam habeant, et abundantius habeant (S. Giov. X, 10) ». Ma non dai soli sacramenti attingiamo questa vita, sì ancora da tutte le azioni fatte in istato di grazia e in unione con Gesù. Tutte allora divengono una specie di comunione spirituale: innestati a Cristo, noi partecipiamo alla sua vita come i tralci partecipano alla linfa della vite, e ognuno delle nostre azioni accresce in noi la grazia santificante, cioè la partecipazione alla vita divina che è già in noi. – Beate le anime che assaporano e praticano queste belle e sublimi dottrine che san Paolo e San Giovanni insegnavano continuamente ai primi Cristiani e che trasformarono il mondo! Beate le anime che, secondo il bel pensiero dell’Olier, hanno abitualmente Gesù dinanzi agli occhi, nel cuore e nelle mani! (Introduction à la vie chrétienne, cap. IV) Studiamoci di aver Gesù dinanzi agli occhi contemplandolo come perfetto modello di tutte le virtù che dobbiamo praticare. Quando preghiamo o meditiamo o studiamo o adempiamo i doveri del nostro stato, domandiamoci, come san Vincenzo de’ Paoli: « Che farebbe Gesù al mio posto? Adoriamolo nello stesso tempo è supplichiamolo di aiutarci a imitare le sue disposizioni interiori . « e quando il nostro cuore si sarà sfogato in amore, in lodi e in altri doveri, stiamocene in silenzio innanzi a lui con queste medesime disposizioni e sentimenti religiosi in fondo all’anima » (Olier, l. c.). Studiamoci di avere Gesù nel cuore, vale a dire supplichiamo lo Spirito Santo che animava l’anima umana del Salvatore e che è pur sempre l’anima del suo Corpo mistico, che si degni di venire in noi per renderci conformi a Gesù Cristo. « Ci daremo a Lui perché Egli ci possieda e ci animi della sua virtù; dopo di che resteremo ancora un po’ di tempo in silenzio presso di Lui, per lasciarci interiormente penetrare dalla divina sua unzione » (Olier, l. c.). Studiamoci di avere Gesù nelle mani, cioè preghiamolo di fare in modo « che la divina sua volontà si adempia in noi, che ne siamo le membra, che dobbiamo star soggetti al nostro Capo e che non dobbiamo avere altro moto se non quello che ci dà Gesù Cristo, nostra vita e nostro tutto, il quale, empiendo l’anima nostra del suo Spirito, della sua virtù e della sua fortezza, deve operare in noi e per noi tutto quello che desidera » (Olier, l. c.). Tale è la pratica di questa comunione spirituale, che si può fare non solo davanti al santissimo Sacramento, ma in ogni luogo e in ogni tempo, da chiunque sia in stato di grazia. Allora Gesù è veramente il centro della nostra vita, dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, delle nostre azioni; allora Gesù ci si fa ad ogni istante una fonte d’acqua viva, perché trova nelle anime nostre la docilità e la generosità che desidera. « Accostiamoci dunque confidentemente al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ad aiuto opportuno: Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiæ, ut misericordiam consequamur et gratiam inveniamus in auxilio opportuno » (Hebr. IV, 16).E ripetiamo di gran cuore con san Paolo: « La mia vita è Gesù! ».

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII “QUAM ÆRUMNOSA”

Questa breve Enciclica considera i problemi ai quali andavano incontro gli emigranti italiani in America sul finire dell’ottocento, non solo di ordine pratico ed economico, ma soprattutto di natura spirituale potendo la loro anima soccombere alla mancanza di cibo spirituale, cioè della retta dottrina cattolica, e della grazia sacramentale per mancanza di operatori spirituali nel c. d. Nuovo mondo.. Il Santo Padre dava disposizioni e chiedeva consiglio ai Vescovi onde organizzare un soccorso valido per alleviare i bisogni spirituali e, per quanto possibile, anche materiali di tanti poveri italiani costretti ad emigrare in condizioni estremamente disagiate. Oggi purtroppo un problema ancora maggiore si presenta nei nostri territori, non solo italiani, ma in tutti quelli un tempo cattolici, venendo a mancare sia la dottrina cristiana, sia la grazia sacramentale, entrambe gestite da un falso clero (tranne qualche anziano e decrepito sacerdote validamente ordinato prima del 1968, spesso infettato o almeno sospetto, dal sottile veleno di un modernismo eretico e pagano. È vero che tutto questo era già stato previsto dai Profeti dell’Antico Testamento, a cominciare da Daniele, e poi dallo stesso divin Maestro citando appunto Daniele nel Vangelo di s. Matteo, e poi a seguire da San Paolo, San Pietro, ed in modo ancor più dettagliato da S. Giovanni nell’ultimo libro posto a chiusura della rivelazione divina (l’Apocalisse), ma certo fa un certo effetto vedere come davanti ai nostri occhi, manchi il vero pane di vita ai figli malati di inedia sacramentale della Chiesa, e la luce della dottrina apostolica a tanti “emigranti dal Cristianesimo” e smarriti in una landa di paganesimo teorico e pratico diffusa in tutto il pianeta creato da Dio per dargli gloria e meritare una eterna salvezza. Ma forti nella fede, aspettiamo tempi ancor più duri, sapendo che la Chiesa di Cristo non sarà mai demolita dalle porte degli inferi, come oggi sembra, ma rivivrà sempre più immacolata e rinnovata negli umani splendori nell’attesa di potersi ricongiungere nella gloria eterna alla Gerusalemme celeste per godere dell’unico vero Bene, la visione diretta dell’Amore divino scaturito dalla Trinità Santissima.

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Leone XIII
Quam ærumnosa

Lettera Enciclica

Quanto infelice e sventurata sia la condizione di coloro che ogni anno emigrano in massa dall’Italia verso le regioni dell’America per cercare mezzi di sussistenza, è così noto a voi che non è il caso di insistervi da parte Nostra. Anzi, voi vedete da vicino i mali da cui essi sono oppressi e che sono stati da molti di voi ricordati con dolore in frequenti lettere a Noi inviate. È deplorevole che tanti miseri cittadini italiani, costretti dalla povertà a mutar patria, incorrano spesso in angustie più gravi di quelle cui vollero sfuggire. E spesso alle fatiche di vario genere in cui si logora la vita del corpo, si aggiunge la rovina delle anime, assai più funesta. La stessa prima traversata degli emigranti è piena di pericoli e di sofferenze; molti infatti s’imbattono in uomini avidi, di cui diventano quasi schiavi e, stivati come mandrie nelle navi, e trattati in modo disumano, sono lentamente spinti alla degradazione della loro stessa natura. Quando poi approdano nei porti previsti, ignari della lingua e dell’ambiente, vengono addetti al lavoro quotidiano e si trovano esposti alle insidie degli speculatori e dei potenti a cui si erano sottomessi. Coloro poi che con il proprio spirito d’iniziativa riuscirono a procacciarsi quanto basta al proprio sostentamento, vivendo tuttavia tra chi non pensa ad altro che al bisogno e al vantaggio proprio, abbandonano a poco a poco i nobili sensi dell’umana natura e imparano a condurre la stessa vita di chi ha orientato tutte le speranze e tutti i progetti verso la terra. Da qui derivano spesso gli stimoli della cupidigia e gl’inganni delle sette, che costì di soppiatto assalgono la religiosità indifesa e trascinano molti sulla via che conduce alla perdizione. Tra questi mali, certo il più luttuoso consiste nel fatto che, in mezzo ad una così grande moltitudine di uomini, in tanta vastità di territori, e in difficili condizioni ambientali, non è facile che gli emigranti si trovino vicina come sarebbe giusto, la salutare assistenza dei ministri di Dio, i quali, conoscendo la lingua italiana, possano trasmettere loro la parola di vita, somministrare i sacramenti, recare quegli opportuni soccorsi dai quali la loro anima sia elevata alla speranza dei beni celesti e la loro vita spirituale sia sostenuta e fortificata. Perciò in tanti luoghi sono molto rari coloro che, in punto di morte, siano assistiti da un sacerdote; non sono rari i neonati a cui manca il sacerdote che infonda il lavacro rigeneratore; sono molti che contraggono matrimonio senza tenere in alcun conto le leggi della Chiesa, per cui la prole cresce simile al padre e così presso siffatti gruppi sociali i costumi cristiani sono cancellati nell’oblio e si sviluppano pessimi comportamenti. Riflettendo su tutto ciò e deplorando la misera sorte di tanti uomini, che come gregge privo di pastore vediamo errare per luoghi scoscesi e ostili, e insieme ricordando la carità e i dettami dell’eterno Pastore, ritenemmo Nostro dovere recare ad essi tutto l’aiuto possibile, offrire loro pascoli salutari e provvedere al loro bene e alla loro salvezza con tutti i mezzi che la ragione suggerisce. Tanto più volentieri abbiamo affrontato questa impresa, in quanto siamo sospinti dall’amore verso persone che hanno in comune con Noi la terra natale e Ci arride la speranza che non Ci verrà mai a mancare l’impegno vostro e la vostra cooperazione. Perciò avemmo cura che nella sacra Congregazione di Propaganda Fide si studiasse questo argomento. Ad essa demmo l’incarico di cercare e valutare i rimedi con cui sia possibile allontanare o almeno alleviare tanti mali e disagi, e di proporre a Noi il modo di realizzare compiutamente un tale proposito, mirando al duplice risultato di giovare alla salute delle anime e di lenire, per quanto possibile, i disagi degli emigranti. Poiché la causa principale dei mali crescenti sta nel fatto che a quegli infelici manca l’assistenza sacerdotale che amministra e accresce la grazia celeste, decidemmo di inviare costì dall’Italia numerosi sacerdoti, i quali possano confortare i loro conterranei con la lingua conosciuta, insegnare la dottrina della fede e i precetti di vita cristiana ignorati o dimenticati, esercitare presso di loro il salutare ministero dei sacramenti, educare i figli a crescere nella religione e in sentimenti di umanità, giovare infine a tutti, di qualunque grado, con la parola e con l’azione, assistere tutti secondo i doveri della missione sacerdotale. E affinché ciò possa compiersi più facilmente, con Nostra lettera sotto l’anello del Pescatore del 15 novembre dello scorso anno istituimmo l’Apostolico Collegio dei Sacerdoti presso la sede vescovile di Piacenza, sotto la direzione del venerabile Fratello Giovanni Battista vescovo di Piacenza, ove possano convenire dall’Italia gli ecclesiastici che animati dall’amore di Cristo, vogliano coltivare quegli studi, esercitare quelle funzioni e quella disciplina per cui possano con ardore e con successo andare in missione nel nome di Cristo, presso i lontani cittadini italiani, e diventare efficaci dispensatori dei misteri divini. Tra i discepoli di quel Collegio che abbiamo voluto fosse come un seminario di ministri di Dio per la salute degli Italiani che vivono in America, abbiamo voluto che fossero accolti ed educati anche i giovani provenienti dai vostri Paesi, nati da genitori italiani, purché, come chiamati dal Signore, desiderino essere iniziati agli ordini sacri, in modo che poi, fortificati dal sacerdozio e ritornati costà, sotto la vostra autorità pastorale possano svolgere quelle funzioni del ministero apostolico di cui vi sia necessità. Non dubitiamo affatto che al loro ritorno essi saranno da voi ricevuti con paterna carità e che otterranno le opportune facoltà di esercitare il sacro ministero presso i loro concittadini dopo aver avvertito il parroco; infatti essi verranno a voi come truppe ausiliarie affinché, sotto l’autorità di ciascuno di voi, nella cui diocesi si troveranno, si dedichino alla sacra milizia. Certamente nell’esordio della loro attività, questi aiuti non potranno essere copiosi quanto la situazione e il tempo richiedono, né l’opera di coloro che verranno inviati potrà essere all’altezza del numero e delle necessità dei fedeli, così che in ogni e più remoto luogo vi siano sacerdoti che abbiano cura delle anime. Perciò consideriamo un’ottima iniziativa se nelle diocesi che contano un maggior numero di immigrati dall’Italia, si costituiranno convitti di sacerdoti che, uscendo di là percorrano le regioni circostanti e le coltivino con sacre spedizioni. Toccherà poi alla saggezza vostra distinguere in che modo e in quali luoghi si possano più opportunamente fissare quei domicili. Ci siamo preoccupati di significare a voi, con questa lettera, tutto ciò che abbiamo ritenuto doveroso per la Nostra Provvidenza Apostolica. Se poi qualcuno di voi, o per sentimento e giudizio personale, o per opinioni maturate con i Fratelli, riterrà che da Noi si possa fare dell’altro a vantaggio e conforto di coloro per i quali abbiamo scritto questa lettera, sappia che Ci farà cosa gradita se sull’argomento riferirà in modo dettagliato alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide. Da questa iniziativa che abbiamo intrapreso per la cura e la salvaguardia di innumerevoli anime prive di ogni conforto della religione cattolica, Ci ripromettiamo copiosi frutti, soprattutto se, come confidiamo, si aggiungeranno a sostenere e a proteggere tale impresa le cure e le sovvenzioni di quei fedeli alla pietà dei quali corrispondono le ricchezze.,Per il resto, dopo aver pregato Dio misericordioso – che vuole tutti gli uomini salvi e in condizione di conoscere la verità – affinché sia propizio a questa impresa e le assicuri un prospero svolgimento, come testimonianza dell’intimo amore per voi, Venerabili Fratelli, per tutto il Clero e per i fedeli di cui siete guida, con grande affetto nel Signore impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 dicembre 1888, nell’anno undecimo del Nostro Pontificato.