DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

La liturgia fa leggere nell’Ufficio divino la storia di Ester verso quest’epoca (5a Domenica di Settembre). Reputiamo quindi cosa utile, al fine di rivedere ogni anno con la Chiesa tutte le figure dell’Antico Testamento e per continuare a studiare le Domeniche dopo Pentecoste in corrispondenza del Breviario, di parlare in questo giorno di Ester. – L’lntroito della Domenica 21 dopo Pentecoste è la preghiera di Mardocheo. Non potremo noi vedervi un indizio della preoccupazione della Chiesa di unire, a questo periodo liturgico, la storia di Ester ad una Messa di questo Tempo? « Assuero, re di Susa in Persia, aveva scelto per prima regina Ester, nipote di Mardocheo. Aman, l’intendente del palazzo, avendo osservato che Mardocheo rifiutava di piegare le ginocchia davanti a lui, entrò in grande furore e, saputo che era ebreo, giurò dì sterminare insieme a lui tutti quelli che fossero della sua razza. Accusò quindi al re gli stranieri che si erano stabiliti in tutte le città del suo regno e ottenne che venisse dato ordine di massacrarli tutti. Quando Mardocheo lo seppe, si lamentò e fu presso tutti gli Israeliti un gran duolo.- Mardocheo disse allora a Ester che essa doveva informare il re di quanto tramava Aman, fosse pure col pericolo della sua vita medesima. » Se Dio ti ha fatta regina, non fu forse in previsione di giorni simili? ». Ed Ester digiunò tre giorni con le sue ancelle; e il terzo giorno, adorna delle sue vesti regali, si presentò davanti al re e gli domandò di prender parte ad un banchetto con lui e Aman. Il re acconsentì. E durante questo banchetto Ester disse al re: « Noi siamo destinati, io e il mio popolo, ad essere oppressi e sterminati ». Assuero sentendo che Ester era giudea, e che Mardocheo era suo zio, le disse: « Chi è colui che osa far questo? ». Ester rispose: « Il nostro avversario e nostro nemico è questo crudele Aman ». Il re, irritato contro il suo ministro, si levò e comandò che Aman fosse impiccato sulla forca che egli stesso aveva fatto preparare per Mardocheo. E l’ordine fu eseguito immediatamente, mentre veniva revocato l’editto contro i Giudei. Ester aveva salvato il suo popolo e Mardocheo divenne quel giorno stesso ministro favorito del re e uscì dal palazzo portando la veste regale azzurra e bianca, una grande corona d’oro e il mantello di porpora, e al dito l’anello regale ». — Il racconto biblico ci mostra come Dio vegli sul suo popolo e lo preservi in vista del Messia promesso. « Io sono la salvezza del popolo, dice il Signore, in qualunque tribolazione mi invochino, li esaudirò e sarò il loro Signore » (Introito). « Quando cammino nella desolazione Tu mi rendi la vita, Signore. Al di sopra dei miei nemici, accesi d’ira, tu mi stendi la mano e la tua destra mi assicura la salvezza » (Off.); il Salmo del Communio parla del giusto che è oppresso dall’afflizione e che Dio non abbandona; quello del Graduale, ci mostra come, rispondendo all’appello di coloro che in Lui sperano, Dio fa cadere i peccatori nelle loro proprie reti; il Salmo dell’Alleluia canta tutte le meraviglie che il Signore ha fatto per liberare il suo popolo. Tutto questo è una figura di quanto Dio non cessa di fare per la sua Chiesa e che farà in modo speciale alla fine del mondo. Aman che il re condannò durante il banchetto in casa di Ester, è come l’uomo che è entrato al banchetto di nozze di cui parla il Vangelo, e che il re fece gettar nelle tenebre esteriori, perché non aveva la veste di nozze, cioè « perché non era rivestito dell’uomo novello che è creato a somiglianza di Dio nella vera giustizia e nella santità, per non aver deposto la menzogna e i sentimenti di collera, che nutriva in cuore verso il prossimo » (Epistola). Cosi iddio tratterà tutti coloro che, pur appartenendo al corpo della Chiesa per la loro fede, sono entrati nella sala del banchetto senza essere rivestiti, dice S. Agostino, della veste della carità. Non essendo vivificati dalla grazia santificante, non appartengono all’anima del Corpo mistico di Cristo, e rinunziando alla menzogna, dice S. Paolo, ognuno di voi parli secondo la verità al suo prossimo, perché siamo membri gli uni degli altri. Possa il sole non tramontare sull’ira vostra » (Epistola). E quelli che non avranno adempiuto a questo precetto saranno dal Giudice supremo gettati nel supplizio dell’inferno, come pure gli Ebrei che hanno rifiutato l’invito al pranzo di nozze del figlio del re, cioè di Gesù Cristo con la sua sposa che è la Chiesa (2° Notturno) e che hanno messo a morte profeti e gli Apostoli recanti loro questo invito. — Assuero in collera, fece impiccare Aman. Anche il Vangelo ci narra che il re montò in furore, inviò i suoi eserciti per sterminare quegli assassini e bruciò la loro città. Più di un milione di Giudei morirono nell’assedio di Gerusalemme per opera di Tito, generale dell’esercito romano, la città fu distrutta e il Tempio incendiato. Aman infedele, fu sostituito da Mardocheo; gli invitati alle nozze furono sostituiti da coloro che i servi trovarono ai crocicchi. I Gentili presero il posto degli Ebrei e verso di quelli si volsero gli Apostoli, riempiti di Spirito Santo, nel giorno di Pentecoste. E al Giudizio universale, che annunziano le ultime domeniche dell’anno, queste sanzioni saranno definitive. Gli eletti prenderanno parte alle nozze eterne e i dannati saranno precipitati nelle tenebre esteriori e nelle fiamme vendicatrici, ove sarà pianto e stridore di denti. – Bisogna spogliarsi dell’uomo vecchio, dice S. Paolo, come ci si toglie una veste vecchia e rivestirsi di Cristo come ci si mette una veste nuova. Bisogna dunque rinunziare alla concupiscenza traditrice delle passioni che, come figli di Adamo, abbiamo ereditato, e aderire a Cristo accettando la loro verità evangelica, che ci darà la santità nei nostri rapporti con Dio e la giustizia nei nostri rapporti col prossimo.

« Dio Padre, dice S. Gregorio, ha celebrate le nozze di Dio suo Figlio, allorché l’unì alla natura umana nel seno della Vergine. E le ha celebrate specialmente allorché, per mezzo dell’Incarnazione, lo unì alla santa Chiesa. Inviò due volte i servi per invitare i suoi amici alle nozze, perché i Profeti hanno annunziata l’Incarnazione del Figlio di Dio come cosa futura e gli Apostoli come un fatto compiuto. Colui che si scusa col dover andare in campagna, rappresenta chi è troppo attaccato alle cose della terra; l’altro che si sottrae col pretesto degli affari, rappresenta chi desidera smodatamente i guadagni materiali. E ciò che è più grave, è che la maggior parte non solo rifiutano la grazia data loro di pensare al mistero dell’Incarnazione e di vivere secondo i suoi insegnamenti, ma la combattono. La Chiesa presente è chiaramente indicata dalla qualità dei convitati, tra i quali si trovano coi buoni anche I cattivi. — Cosi il grano si trova mescolato con la paglia e la rosa profumata germoglia con le spine che pungono. — All’ultima ora Dio stesso farà la separazione dei buoni dai cattivi che ora la Chiesa contiene. Quegli che entra al festino nuziale senza l’abito di nozze appartiene alla Chiesa colla fede, ma non ha la carità. Giustamente la carità è chiamata abito nuziale perché essa era posseduta dal Creatore allorché si unì alla Chiesa. Chi per la carità è venuto in mezzo agli uomini ha voluto che questa carità fosse l’abito nuziale. Allorché uno è invitato alle nozze in questo mondo, cambia di abiti per mostrare che partecipa alla gioia della sposa e dello sposo e si vergognerebbe di presentarsi con abiti spregevoli in mezzo a tutti quelli che godono e celebrano questa festa. Noi che siamo presenti alle nozze del Verbo, che abbiamo fede nella Chiesa, che ci nutriamo delle Sante Scritture e che gioiamo dell’unione della Chiesa con Dio, rivestiamo dunque il nostro cuore dell’abito della carità, che deve comprendere un doppio amore: quello di Dio e quello per il prossimo. Scrutiamo bene i nostri cuori per vedere se la contemplazione di Dio non ci faccia dimenticare il prossimo e se le cure verso il prossimo non ci facciano dimenticare Dio. La carità è vera se si ama il prossimo in Dio e se si ama teneramente il nemico per amore di Dio » (Omelia del giorno).

Incipit

In nomine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum

[Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.]

Ps LXXVII: 1
Attendite, pópule meus, legem meam: inclináte aurem vestram in verba oris mei.

[Ascolta, o popolo mio, la mia legge: porgi orecchio alle parole della mia bocca.]

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum

[Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.].

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Omnípotens et miséricors Deus, univérsa nobis adversántia propitiátus exclúde: ut mente et córpore páriter expedíti, quæ tua sunt, líberis méntibus exsequámur.

[Onnipotente e misericordioso Iddio, allontana propizio da noi quanto ci avversa: affinché, ugualmente spediti d’anima e di corpo, compiamo con libero cuore i tuoi comandi.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV: 23-28


“Fratres: Renovámini spíritu mentis vestræ, et indúite novum hóminem, qui secúndum Deum creátus est in justítia et sanctitáte veritátis. Propter quod deponéntes mendácium, loquímini veritátem unusquísque cum próximo suo: quóniam sumus ínvicem membra. Irascímini, et nolíte peccáre: sol non occídat super iracúndiam vestram. Nolíte locum dare diábolo: qui furabátur, jam non furétur; magis autem labóret, operándo mánibus suis, quod bonum est, ut hábeat, unde tríbuat necessitátem patiénti.”

(“Fratelli: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell’uomo nuovo, che è creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Perciò, deposta la menzogna, ciascuno parli al suo prossimo con verità: poiché siamo membri gli uni degli altri. Nell’ira siate senza peccato: il sole non tramonti sul vostro sdegno. Non lasciate adito al diavolo. Colui che rubava non rubi più: piuttosto s’affatichi attendendo con le proprie mani a qualche cosa di onesto, per aver da far parte a chi è nel bisogno.”)

IDEALE E REALTÀ.

Il Cristianesimo è venuto al mondo con una realtà nuova e divina ch’era un ideale e con un ideale umano che era una realtà divina. Non è per quanto possa parerlo, non è un bisticcio, un gioco di parole: le parole qui traducono un concetto magnifico e che a voi, Cristiani miei uditori, dovrebbe essere famigliare. O non è forse il Cristianesimo venuto al mondo con Gesù Cristo? E non è Gesù Cristo vero uomo e vero Dio? È la formula precisa che la Chiesa mette sulle nostre labbra nelle famose benedizioni popolari e semiliturgiche. Vero. C’è l’eco di una frase di San Paolo nel brano che oggi leggiamo. Vero vuol dire qui: reale, che è realmente uomo e Dio. Ma vero vuol dire che N. S. Gesù Cristo rappresenta in sé l’umanità quale deve, quale dovrebbe essere. Egli è il nostro modello. E San Paolo lo proclama oggi apertamente. Invita i suoi lettori, a diventare copie di Gesù Cristo. –  Dobbiamo trasformarci interiormente, ricreare in noi l’uomo nuovo, che è poi viceversa molto antico, in quanto nell’uomo nuovo si realizza quell’ideale di umanità che brillò davanti a Dio Creatore. Gesù, Signor Nostro, nella Sua reale umanità (ipostaticamente unita alla divinità) è perfetto, è ciò che Dio voleva fare e sognò di fare sin da principio, fece anzi da parte sua fin da principio. Ecco il paganesimo. – Chi è l’uomo vero? forse l’uomo pagano? l’uomo passionale e passionato? che alla passione si abbandona? alla passione, che è ragione contro la ragione? Purtroppo molti lo pensano. Salutano l’umanesimo pagano. È un ritornello preferito degli anticlericali. Il paganesimo è (o era) umano: e ciò significa ed implica che il Cristianesimo non lo è: è antiumano. Il Cristianesimo è veramente umano. È stato e continua ad essere una restaurazione. Quando si restaura un edificio, che cosa si fa? lo si prende deformato e lo si riconduce alla purezza, alla verità delle linee primitive. Dio ha restaurata l’umanità in Gesù Cristo. La linea primitiva, il disegno divino dell’uomo era bello. Dio lo aveva creato a Sua immagine e somiglianza: con un intelletto fatto per la verità, con una volontà indirizzata verso il bene. E l’uomo guastò in se stesso l’opera di Dio, si scostò dal disegno divino. Adoperò l’intelletto per ributtare coi sofismi la verità: adoperò la sua volontà per fare il male. Il senso si sovrappose alla ragione, e la passione alla volontà. Umanità rovesciata: ecco il paganesimo. – Ma viene Gesù Cristo, l’uomo nuovo, dice San Paolo, il nuovo Adamo; proprio così dice San Paolo e lo dice benissimo. Nuovo Adamo quello (è San Paolo che continua), che fu creato proprio secondo il disegno di Dio (secundum Deum) e perciò fu creato giusto e vero. E il nostro sforzo d’uomini e di Cristiani deve essere quello di ricopiare, di rifare Gesù Cristo.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps CXV: 2

Dirigátur orátio mea, sicut incénsum in conspéctu tuo, Dómine.

[Si innalzi la mia preghiera come l’incenso al tuo cospetto, o Signore.]
V. Elevatio mánuum meárum sacrifícium vespertínum. Allelúja, allelúja

[L’elevazione delle mie mani sia come il sacrificio della sera. Allelúia, allelúia]
Ps CIV: 1

Alleluja

Alleluja, Alleluja

Confitémini Dómino, et invocáte nomen ejus: annuntiáte inter gentes ópera ejus. Allelúja.

[Date lode al Signore, e invocate il suo nome, fate conoscere tra le genti le sue opere.]

Evangelium

Sequéntia   sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt XXII: 1-14


“In illo témpore: Loquebátur Jesus princípibus sacerdótum et pharisaeis in parábolis, dicens: Símile factum est regnum cœlórum hómini regi, qui fecit núptias fílio suo. Et misit servos suos vocáre invitátos ad nuptias, et nolébant veníre. Iterum misit álios servos, dicens: Dícite invitátis: Ecce, prándium meum parávi, tauri mei et altília occísa sunt, et ómnia paráta: veníte ad núptias. Illi autem neglexérunt: et abiérunt, álius in villam suam, álius vero ad negotiatiónem suam: réliqui vero tenuérunt servos ejus, et contuméliis afféctos occidérunt. Rex autem cum audísset, iratus est: et, missis exercítibus suis, pérdidit homicídas illos et civitátem illórum succéndit. Tunc ait servis suis: Núptiæ quidem parátæ sunt, sed, qui invitáti erant, non fuérunt digni. Ite ergo ad exitus viárum et, quoscúmque invenéritis, vocáte ad núptias. Et egréssi servi ejus in vias, congregavérunt omnes, quos invenérunt, malos et bonos: et implétæ sunt núptiæ discumbéntium. Intrávit autem rex, ut vidéret discumbéntes, et vidit ibi hóminem non vestítum veste nuptiáli. Et ait illi: Amíce, quómodo huc intrásti non habens vestem nuptiálem? At ille obmútuit. Tunc dixit rex minístris: Ligátis mánibus et pédibus ejus, míttite eum in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

(“In quel tempo Gesù ricominciò a parlare a’ principi dei Sacerdoti ed ai Farisei per via di parabole dicendo: Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece lo sposalizio del suo figliuolo. E mandò i suoi servi a chiamare gl’invitati alle nozze, e non volevano andare. Mandò di nuovo altri servi, dicendo: Dite agl’invitati: Il mio desinare è già in ordine, si sono ammazzati i buoi e gli animali di serbatoio, e tutto è pronto, venite alle nozze. Ma quelli misero ciò in non cale, e se ne andarono chi alla sua villa, chi al suo negozio: altri poi presero i servi di lui, e trattaronli ignominiosamente, e gli uccisero. Udito ciò il re si sdegnò; e mandate le sue milizie, sterminò quegli omicidi e diede alle fiamme le loro città. Allora disse a’ suoi servi: Le nozze erano all’ordine, ma quelli che erano stati invitati, non furono degni. Andate dunque ai capi delle strade e quanti riscontrerete chiamate tutti alle nozze. E andati i servitori di lui per le strade, radunarono quanti trovarono, e buoni e cattivi; e il banchetto fu pieno di convitati. Ma entrato il re per vedere i convitati, vi osservò un uomo che non era in abito da nozze. E dissegli: Amico, come sei tu entrato qua, non avendo la veste nuziale? Ma quegli ammutolì. Allora il re disse ai suoi ministri: Legatelo per le mani e pei piedi, e gettatelo nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridor di denti. Imperocché molti sono i chiamati e pochi gli eletti”)

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano).

1.

IL NOSTRO BATTESIMO

Il regno dei cieli — dice la parabola — è simile alla festa che un re ordinò per le nozze del figlio. Mandò i servi a chiamare gl’invitati, e questi non vollero venire. Mandò, quando tutto fu pronto, un’altra volta altri servi. Degli invitati alcuni fecero gl’indifferenti e se ne andarono in campagna o al mercato; altri fecero gli offesi per quell’insistenza e assaltarono i servi oltraggiandoli o uccidendoli. Il re adirato comandò lo sterminio degli omicidi e l’incendio della loro città, ma non rinunciò alle nozze. Altri invitati, raccolti da tutte le strade, buoni e cattivi, riempirono la sala del banchetto. Uno però sedeva senza la veste nuziale. « Amico, che fai in quest’arnese? » domandò il re. L’altro non ebbe parola. « Legatelo mani e piedi, gettatelo fuori: che pianga nel buio e digrigni i denti ». Il senso di questa parabola è la chiamata degli uomini alla fede, alla vita soprannaturale simboleggiata nelle nozze del figlio del re. Negli invitati che rifiutarono e uccisero i servi, bisogna vedere i Giudei ostinati che malmenarono i profeti e misero in croce Gesù, onde furono poi essi dispersi e la loro città messa a ferro e a fuoco dai Romani. Negli altri invitati che subentrarono al posto dei primi, bisogna vedere i popoli che da ogni parte del mondo vennero alla fede cristiana. Due motivi nella parabola ci fanno pensare al nostro Battesimo. Il Battesimo, infatti, è la porta per la quale entrammo nella sala del re cioè la Chiesa Cattolica, fummo ammessi a partecipare alle nozze del figlio di Dio, a vivere della sua stessa vita divina. Inoltre, nel Battesimo ricevemmo anche noi quella bianca veste nuziale, senza la quale se fossimo scoperti dal gran Re quando verrà nel momento della morte, saremmo anche noi gettati nelle tenebre e nel fuoco eterno. Approfittiamo dunque per ricordare il nostro Battesimo, il grande Sacramento che ci fece e ci vuole uomini di carattere cristiano. Santa Gertrude dà questo prezioso consiglio: « Perché tu possa, al termine della tua vita, presentare immacolata al Signore la veste della tua innocenza battesimale e inviolato il sigillo della fede cristiana, procura in tempi determinati di celebrare la memoria del Battesimo » (Esercizi di S. Geltrude, Praglia, 1932, pag. 2). Da parte sua la santa, a Pasqua e a Pentecoste, ripensava ad una ad una le cerimonie battesimali, accompagnandole con appropriate e fervide preghiere. Ripensiamo anche noi a qualcuna di quelle cerimonie, così comprenderemo meglio ciò che siamo e ciò che dobbiamo fare. Così non avverrà più che qualcuno ritardi, senza serio motivo, anche di un sol giorno il Battesimo dei suoi bambini. – 1. LA CACCIATA DEL DEMONIO.  Ogni uomo che nasce appartiene a una stirpe decaduta. Discende da un progenitore, Adamo; che si lasciò sedurre e travolgere da satana, il quale esercita da allora su tutta l’umanità una signoria nefasta. Bisogna liberare l’uomo dalla schiavitù demoniaca, e dai perversi influssi che promanano dalla presenza del Maligno. Ed ecco alla porta della chiesa il sacerdote che ferma il candidato al Battesimo ed esige da lui una triplice rinunzia. Rinunzi tu a satana? Rinunzio. Rinunzi alle sue opere? Rinunzio. Rinunzi alle sue pompe? Rinunzio. Allora il Sacerdote, soffiando lievemente sulla bocca del battezzando, dirà rivolgendosi al demonio: « Esci, spirito immondo e lascia il posto allo Spirito Santo ». E poi ancora chiederà a Dio di rompere ogni sua insidia. « Io ti esorcizzo, spirito immondo, nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo, perché tu esca e ti allontani da questo servo di Dio; te lo comanda, o maledetto, colui che camminò sulle acque del mare, che sostenne con la sua mano Pietro mentre stava per affondare. Riconosci, maledetto, la tua condanna… allontanati da questo servo di Dio, poiché Lui stesso s’è degnato chiamarlo alla sua santa grazia; e non osar mai, diavolo maledetto, di violare questo segno di croce che tracciamo sulla sua fronte ». Così, o Cristiani, il nemico fu scacciato dalle anime nostre. Così noi abbiamo giurato di rinunciare a satana. Ricordate che venne scritta sul libro eterno della vita quella nostra irrevocabile rinuncia. Bisogna mantenere i nostri giuramenti: mantenerli non appena con le parole, mai coi fatti; non appena con le labbra, ma con le opere. « Sappiate — dice S. Agostino — che avete mosso guerra ad un nemico esperto e scaltro. Non possa più avere nessun diritto, per trascinarvi di nuovo alla sua schiavitù. O Cristiano, tu ti scopri e tradisci quando pratichi diversamente da quello che dici di credere: vai in Chiesa a pregare, e poi corri ai divertimenti proibiti. Perché ti confondi con le pompe del diavolo a cui rinunziasti? » (Lezione del II Nott. della Vigilia di Pentec.). – 2. L’ACQUA BATTESIMALE. Scacciato dalla casa colui che indegnamente la occupava, è necessario ripulirla e ornarla e adattarla come dimora del nuovo Ospite divino. Perciò il Sacerdote traccia la croce sulla fronte e sul petto del battezzando; gli mette tra le labbra un po di sale benedetto simbolo della sapienza evangelica di cui la sua anima dovrà nutrirsi; gli tocca con le dita bagnate di saliva le orecchie e le narici, perché siano aperte all’armonia e al profumo della grazia di Cristo; infine l’unge, tracciando la croce, sul petto e tra le spalle. Ed eccoci al Battesimo. Nel momento in cui il Sacerdote versa l’acqua lustrale, (oppure, secondo il rito ambrosiano, immerge) avvengono tre operazioni: a) La scomparsa del peccato originale e la conformazione dell’anima a immagine del Cristo. Naaman, capo dell’esercito del re di Siria, aveva contratto la lebbra che gli aveva sconciato il volto orrendamente. Il profeta Eliseo lo fece immergere sette volte nell’onda del Giordano e ne uscì senza più una piaga e col viso rifatto nuovo, fresco e splendido (IV Re, V). Ebbene, Dio aveva creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Il peccato originale lo sfigurò come una turpe malattia, ma il Battesimo lo risana dal peccato e gli ridona la primitiva bellezza, e la conformità a Cristo. L’acqua battesimale è vero simbolo del sangue divino del Redentore alla cui virtù non può resistere nessuna macchia e da cui si esce divinamente rinnovellati. b) L’adozione a figlio di Dio. Quando, sulle rive del Giordano, il Battista versò l’acqua sul capo del Salvatore, i cieli si aprirono, lo Spirito Santo discese in figura di bianca colomba, e s’udì la voce del Padre celeste dire: « Questi è il mio Figlio diletto in cui Io mi sono compiaciuto ». Qualcosa di simile avviene nel nostro Battesimo. Configurati a Cristo, incorporati in Lui, partecipiamo alla sua stessa vita. Perciò anche su noi s’aprono i cieli, anche su noi discende lo Spirito Santo, anche a noi il Padre dice: « Questi è il mio figlio diletto ». C’è però una profonda differenza: Gesù Cristo è Figlio consustanziale del Padre, il battezzato non è che un figlio adottivo di Dio, partecipe della natura divina. « Sicché tu non sei più servo, ma figlio, e, se figlio, anche erede per opera di Dio » (Gal., IV, 7). c) L’inabitazione della SS. Trinità è la terza meraviglia operata dal Battesimo. Nel momento in cui il Sacerdote versando l’acqua pronunzia il Nome delle tre Persone Divine, esse entrano, nell’anima del battezzato e la santificano. L’anima d’un Cristiano è un piccolo cielo; più sacra del tabernacolo di marmo degli altari. Così si compie il desiderio del cuore di Dio, che non avendo bisogno di nulla, che bastando sovrabbondantemente alla propria inesauribile felicità, trova le sue delizie nell’abitare tra i figli degli uomini. I primi Cristiani conoscevano bene questa verità dell’inabitazione divina in noi. S. Paolo scriveva ai Corinti: « Non sapete che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo?… portate Dio nei vostri cuori… Chi profanerà questo tempio sarà dannato da Dio, perché il tempio è santo, il tempio siete voi » (I Cor., VI, 20; III, 6-17). –  3. LA VESTE BIANCA E LA FIACCOLA ACCESA. Prima di terminare il rito, il Sacerdote consegna al battezzato la veste bianca e la fiaccola accesa. Consegnando la bianca veste dice: « Ricevi la veste candida, serbala immacolata, perché tu possa presentarti puro al tribunale di Dio e ricevere la vita eterna ». Il commento più bello a questo simbolico gesto sono le parole dell’Apostolo: « Ricordatevi che avete deposto il vecchio uomo con tutti i suoi vizi; ricordatevi che vi siete rivestiti del nuovo, che continuamente si rinnova ad immagine di colui che l’ha creato. Rivestitevi di misericordia, di bontà, d’umiltà, di pazienza e dolcezza, sopportandovi e perdonandovi a vicenda » (Coloss., III, 9-14). E Dobbiamo dunque, con ogni sacrificio e premura, badare di non perdere la nostra veste e di non insudiciarla tanto da renderla irriconoscibile, perché quando meno ce l’aspettiamo il Re divino può passarci accanto per il controllo e rimproverarci: « Amico, come sei entrato qui, senza la veste nuziale? ». Eppure in questo mondo, che è fatto di tenebre e di tranelli, è troppo facile incespicare e cadere. Ma la Chiesa mette maternamente una fiaccola accesa tra le mani del battezzato, che gli illumini il cammino. Essa è simbolo della fede nella dottrina del Signore e nei suoi comandamenti. « Ricevi questa fiaccola ardente. Sii irreprensibile nel conservare la grazia del tuo Battesimo, osserva i comandamenti di Dio, sicché quando il Signore verrà per le sue nozze tu possa andargli incontro con tutti i santi nella sala del convito celeste, possedere la vita eterna e vivere nei secoli dei secoli ». – Ringraziamo dunque Dio Padre per il suo Figlio nello Spirito Santo. Viviamo il nostro Battesimo! che non isterilisca in noi come un seme gettato tra le pietre dei nostri peccati. Deponiamo il vecchio uomo fatto di concupiscenza e d’orgoglio; sviluppiamo la vita divina che è in noi con la preghiera, coi Sacramenti, con le opere buone. Ciascuno si ricordi di quale Capo, di quale Corpo è stato fatto membro. ..– L’UOMO DALLA VESTE SORDIDA. Il senso di questa parabola non è oscuro: la prima metà tocca i Giudei che invitati per i primi al regno spirituale del Messia, oltraggiarono, ferirono, uccisero i profeti; il Figlio di Dio fu suppliziato sul Calvario, Giovanni Battista fu decapitato, Stefano fu lapidato, Giacomo fu gettato giù dal tempio. Allora Iddio sdegnato distrusse Gerusalemme; nell’anno 70, le milizie romane sotto la guida di Tito furono lo strumento della vendetta divina: Tito stesso dovette confessare che la distruzione della città fu opera di Dio. Cento undici mila furono schiavi, e delle case non restò pietra su pietra. Ed eccoci alla seconda parte della parabola, e questa tocca noi. Avendo il popolo Giudeo rifiutato di partecipare al banchetto mistico della Chiesa, tutte le genti del mondo furono invitate al loro posto. Ed anche noi lo fummo, e siamo entrati col S. Battesimo: ma la fede, ma il Battesimo non bastano a salvarci, è necessario rivestirci di una veste nuziale fatta di opere buone e di mondezza d’anima. Dite un po’: se quest’oggi il Re del Cielo passasse accanto all’anima nostra non la troverebbe, forse, come l’uomo dalla veste sordida? Non dovrebbe anche per noi ripetere la condanna tremenda: « Prendetelo, legatelo, gettatelo fuori nel buio, nel pianto, nel brividore? ». Nessuno sia fatto come l’uomo dalla veste sordida! Prima che il Re ci sorprenda, esaminiamo l’anima nostra, e, se è necessario, deposto l’abito indecente, adorniamola con il velo nuziale. – 1. DEPONETE LA VESTE SORDIDA. I figli di Giacobbe avevano peccato molto: avevano con frode devastata la città di Salem: avevano commesso omicidio, furto di oro e di armenti; avevano inclinato il cuore verso gli idoli. Il vecchio patriarca non faceva che gemere: — Voi m’avete addolorato, m’avete reso odioso al cielo e alla terra: perirò io e tutta la mia casa. — Ma poi volendo salvare i suoi figli dall’ira di Dio, convocò la famiglia e disse: « Cambiate le vesti, mondatevi! gettate via gli dèi stranieri! ». Lo ubbidirono e gli consegnarono tutti gli idoli, e gli oggetti d’oro che Giacobbe sotterrò ai piedi del terebinto che è al di là della città di Salem. Così Dio tornò a benedire il patriarca e la sua discendenza (Gen., XXXV). La santa Chiesa, tenerissima madre, facendoci meditare la parabola dell’uomo dalla veste sordida, non intende forse imitare con noi quello che Giacobbe fece con i suoi figliuoli? Noi pure abbiamo molto peccato e forse in questo momento l’anima nostra porta un abito di ignominia: ascoltiamo dunque la supplichevole voce della Chiesa: « Cambiate le vesti, mondatevi! gettate via gli dei stranieri! ». Deponete la veste sordida dell’ingratitudine, che ci ha reso ribelli ai nostri superiori, che ci ha reso cattivi coi nostri genitori. Deponete la veste sordida degli odi che amareggiano a noi e agli altri la vita: la vendetta è aspra e solo il perdono è soave; soltanto coll’amore del prossimo potremo avviarci. all’amore di Dio; soltanto concedendo perdono, otterremo perdono. Deponete la veste diabolica, intessuta con le bestemmie, con giuramenti sacrileghi, con ingiurie, con le calunnie, con le mormorazioni, con le bugie, con le parole oscene: « se uno crede di essere religioso e non tiene a freno la lingua, e anzi seduce il suo cuore, la sua religione è vana » (Giac., I, 26). Deponete la veste sordida della sensualità: quelle amicizie pericolose, quelle letture avvelenate, quegli spettacoli immodesti, quegli sguardi incustoditi, quegli affetti illeciti, quei pensieri impuri, tutta l’anima vostra hanno ricoperto di immondezze. Oh se il gran Re vi sorprendesse nel giorno della morte così, avrebbe schifo di voi. Deponete la veste sordida delle ingiustizie: ogni cosa sia del suo padrone: ogni lavoro abbia la giusta ricompensa; ogni commercio sia senza frode. Sono questi i cattivi abiti di cui dovete spogliarvi, sono questi gli dei stranieri a cui già troppo avete servito. Mondatevene, poiché ancora siete a tempo. Seppelliteli sotto il terebinto del confessionale: Dio ritornerà a benedirvi. – 2. RIVESTITE LA VESTE NITIDA. Non basta entrare nella sala del banchetto nuziale, bisogna anche indossare una veste bella. Non basta purgare il campo dalle spine e dalla gramigna, bisogna anche fenderlo con l’aratro e con la vanga e seminarlo. Non basta dire « Signore, Signore! », ma bisogna anche fare la volontà di Dio. Non basta la fede, ci vogliono anche le buone opere. Le buone opere sono dunque la veste nuziale. È una sera d’inverno. Nevica. Un fratello e una sorella orfani, ignudi, affamati battono alla porta di un palazzo. Dalle finestre escono fasci di luce che investono la nebbia e la tramutano in polvere d’oro; viene anche il profumo di squisite pietanze fumanti sul bianco della tovaglia. Come si sta bene là dentro, nella luce, nel caldo, nell’abbondanza, nell’amore, ed essi sono nella notte e nel freddo e nella miseria, soli. Bussano: ed ecco appare un signore avvolto in pelliccia. « Oh poverini! — esclama scorgendo le due creature palpitanti d’angoscia. — Voi avete bisogno di ricoprirvi, di riscaldarvi, di nutrirvi e state qui a morire di inedia; andatevene via in fretta, correte a ripararvi e a rifocillarvi ». Poi ravvolgendosi il collo nelle morbide pelli sparisce, senza dar nulla ai due infelici. « Ebbene così è la fede senza le opere, come se a un fratello e a una sorella ignudi e bisognosi del vitto quotidiano uno di voi dicesse: — Andate in pace, riscaldatevi e satollatevi — senza dar loro le cose necessarie al corpo » (Giac., II, 14-17). Vano è quindi essere diventati Cristiani, se poi di cristiano non avete la vita. Vano è l’essere entrati al mistico banchetto della Chiesa, se poi non vi rivestite con l’abito della grazia e delle opere buone. Deposta quindi la veste sordida, rivestite — come han fatto San Paolo e Davide — la veste nitida. S. Pietro, nella notte della passione, tre volte aveva rinnegato il Signore per rispetto umano e per timore dei patimenti; ma poi pianse il suo peccato e, dopo la Resurrezione, per due volte affermò il suo amore a Gesù. Ma alla terza volta l’Apostolo si conturbò, e nel suo animo riecheggiò, lungo e straziante, un canto di gallo, e singhiozzante rispose: « Signore, tu vedi in me, tu lo sai se io ti amo »; una trentina d’anni dopo, quando i Romani lo crocifissero con la testa in giù, dimostrò quanta forza di sincerità racchiudevano le sue parole. Anche noi, Cristiani, abbiamo rinnegato il Signore: forse tre volte abbiamo perduto la S. Messa in domenica per rispetto umano, per divertimento; ebbene ora dobbiamo affermare il nostro amore con ascoltarne tre nei giorni feriali. Forse abbiamo rinnegato il Signore con molte bestemmie; ebbene. ora dobbiamo affermargli il nostro amore con molte giaculatorie. Forse abbiamo rinnegato il Signore tralasciando per pigrizia il Rosario e le preghiere; ebbene ora affermiamogli l’amore nostro aggiungendo qualche orazione di più. Ricordate anche Davide: egli aveva gravemente peccato abusando della donna di Uria. Ma poi, quando un giorno di guerra e di calura bruciava di sete, egli prese l’acqua della cisterna Betlemitica che i suoi soldati con tanto eroismo gli recavano nell’elmo, e la rovesciò per terra senza gustarne. Una volta si era preso un piacere illecito, ed ora si puniva privandosi di un altro lecito. I nostri occhi pure, o Cristiani, si sono talvolta presi dei piaceri illeciti, ed ora siano privati anche di qualcuno lecito e siano custoditi con santa modestia. Il nostro corpo, o Cristiani, molti piaceri illeciti si è preso; ed ora è giusto che noi l’abbiamo a mortificare negandogli qualche piacere innocente: nel cibo, nel sonno, nelle vesti. – Frate Francesco predicava nel convento di S. Severino, e molta gente andava per ascoltarlo; diceva egli della sventura dell’anima peccatrice e dello splendore dell’anima buona. Vi andò anche il trovatore Guglielmo Divini, tanto famoso a quei tempi, che si era meritato una corona d’alloro in Campidoglio ed il bel titolo di « re dei versi ». Le parole semplici del Poverello d’Assisi trafissero il suo cuore bramoso di vera gloria. Finita la predica, Guglielmo Divini andò a gettarsi ai piedi di S. Francesco, gridandogli: « Frate! conducimi lontano dagli uomini e consacrami a Dio. Toglimi questa veste del mondo, e ricoprimi con quella del paradiso ». Il giorno seguente, S. Francesco lo vestì dell’abito grigio dei frati, gli cinse i fianchi di una corda, e gli mise il nome di Pacifico, perché aveva egli trovata la pace di Dio. Anche voi, Cristiani, oggi avete sentito una predica che somiglia a quella di S. Francesco: avete compreso come è sordida la veste dell’anima se essa è in peccato, e come è nitida se è in grazia e compie opere buone. Cercate dunque presto un Sacerdote di Dio, e confessandovi dite anche voi: « Toglimi questa veste del mondo, e ricoprimi con quella del paradiso. » È certo che troverete allora anche voi la pace di Dio. — LA GRAZIA. Dunque: per entrare nel Regno de’ cieli, all’eterno banchetto di nozze con Cristo, non è necessario essere nobili; e neppure essere sapienti; e nemmeno essere ricchi; e neanche essere sani e belli di corpo. Una cosa sola è necessaria: indossare la veste nuziale. Quale profondo mistero Gesù ha svelato sotto questo simbolo? Il mistero della grazia. Si sa che la grazia si riceve nel S. Battesimo; si sa che s’accresce con le opere buone e specialmente coi Sacramenti; è risaputo anche che al primo peccato mortale si perde, e di solito non si può riaverla se non per mezzo d’una buona Confessione. Ma pochi sono quelli che hanno compreso e che vivono il mistero della grazia. Alcuni credono che essere in grazia, significhi soltanto essere senza peccati mortali; è troppo poco questa; essa importa molto di più. Che cos’è allora la grazia? È difficile dirlo, tanto è cosa meravigliosa e divina; però dagli effetti che essa produce nelle anime, possiamo formarcene un’idea. È difficile dire che cosa sia la forza che noi chiamiamo elettricità: ma quando noi osserviamo la differenza che v’è tra un filo con la corrente ed uno senza, quando vediamo il treno divorare le distanze rumorosamente, quando sentiamo il rullare sordo di gigantesche motrici, quando in un attimo vediamo illuminarsi una città che prima era nelle tenebre, un grido di meraviglia ci sfugge dal labbro: « Ma questa è la più bella forza del mondo! ». Così quando consideriamo l’infinita distanza che v’è tra un un’anima con la grazia ed una senza, quando pensiamo che la grazia ci mette Dio in cuore, ci rende figli di Dio, ci fa degni della vita eterna, allora è un grido d’amore che erompe dal nostro cuore: « Ma questo è il più bel dono di Dio! ». – 1. CI METTE DIO IN CUORE. In diversi modi Dio è presente nel mondo. « Dov’è Dio?» domanda il Catechismo, e risponde: « Dio è in ogni luogo. Egli è l’immenso ». Ma questa presenza universale di Dio in tutti gli esseri, nei minerali e nei vegetali, nelle cose e negli uomini, nei buoni e nei cattivi, finisce per impressionare un piccolo numero soltanto di anime. Per la maggior parte essere da per tutto, equivale a non essere in nessun posto. Dio, inoltre, è presente in Cielo. Ma in Cielo ci si arriva soltanto dopo la morte: e siccome alla morte gli uomini non ci vogliono mai pensare, così non pensano neppure alla presenza di Dio nel Cielo. Dio è presente, ancora sui nostri altari nell’Eucaristia: questa presenza, benché anch’essa molto misteriosa, è assai più sensibile. Noi possiamo sempre dire: — « Dietro a quelle apparenze di pane, vi è realmente Iddio ». Ma la presenza eucaristica, nella Comunione, dura poco; né possiamo restare in chiesa tutto il giorno e far della nostra vita una perpetua visita al Santissimo Sacramento. Ma v’ha un’altra meravigliosa presenza di Dio tra gli uomini: quella per mezzo della grazia. « Se qualcuno mi ama, — ha detto Gesù — mio Padre ed Io l’ameremo: e verremo a lui, e resteremo in lui come in casa nostra ». Dunque, quelli che amano Gesù, ossia che non fanno peccati e si mantengono in grazia, hanno Dio nel loro cuore. Quando S. Ignazio martire fu trascinato davanti a Traiano, non potendo il tiranno indurlo all’apostasia, gli gridò: — Tu sei un miserabile! — E il Martire calmo e solenne gli rispose: « Nessuno osi chiamare, miserabile Ignazio, perché egli porta Cristo ». — Come puoi dire di portar Cristo? « Posso dirlo, perché è verità: io porto Dio in me ». Dio in noi! ecco che cosa è la grazia. E se Dio è con noi, che cosa ci potrà spaventare? Quando verranno le tribolazioni ad angustiarci, non rattristiamoci, che abbiamo con noi il Dio della letizia. Quando il demonio con le seduzioni cercherà di lusingarci al peccato, resistiamogli che abbiamo con noi il Dio della fortezza. E quand’anche in casa nostra ci fosse e la miseria, e la fame, e la nudità, e la malattia, Dio è con noi, non temiamo. Una cosa sola ci deve far paura: il peccato. Perché il peccato ci toglie la grazia, e, con la grazia, Dio. – 2. CI RENDE FIGLI DI DIO. S. Luigi, re di Francia, quando firmava qualche decreto, accanto al suo nome, poneva anche il nome della città in cui era stato battezzato. Gli osservarono: « Perché vi ostinate a chiamarvi Luigi di Poissy, quando ben altri titoli più gloriosi che non quello d’un’oscura città potrebbero far corona al vostro nome? ». — E non sapete, — rispose il Re, — che a Poissy nel santo Battesimo la grazia mi ha fatto figlio di Dio? E v’è forse sulla terra una nobiltà maggiore di quella d’essere figlio di Dio? Quando S. Giovanna d’Arco guidava il gregge sui pascoli paterni e non s’era ancora decisa di lasciare i suoi monti e le sue pecore e di correre, lei fanciulla ignorante e debole, in capo agli eserciti e salvare la Francia, udiva spesso delle voci misteriose gridarle: — Va, Figlia di Dio, va! — Come quella pastorella poteva essere detta figlia di Dio? Sì, qualunque anima in grazia è figlia di Dio. Perché il digiuno di Gesù? Perché i suoi sudori? Perché i suoi flagelli? Perché le sue spine? Perché la sua croce? Perché la sua morte? In una parola, perché da figlio di Dio s’è fatto Figliuolo dell’uomo?… Perché noi che siamo figli dell’uomo avessimo a diventare figliuoli di Dio!… dedit eis potestatem filios Dei fieri (Giov., I, 12). Ecco perché Gesù, compita la redenzione, salendo al Cielo disse alla Maddalena: « Ascendo al Padre mio e Padre vostro ». Considerate, adunque, le meraviglie della grazia: Dio diventa nostro Padre e noi suoi figli! Ma pensate anche l’orrore del peccato mortale: noi cessiamo di essere figli di luce e diventiamo figli d’oscurità, non è più Dio il nostro padre, ma il demonio. Vos ex patre diabolo estis (Giov., VIII, 44). – 3. CI FA DEGNI DELLA VITA ETERNA. Come alle nozze della parabola nessuno poteva entrare senza la candida veste, così in paradiso nessuno può ascendere che non sia rivestito di splendore. La grazia è appunto questo splendore che fa bella l’anima e la rende degna del Cielo e della compagnia degli Angeli e dei Santi. Quando a Montpellier, in un’oscura prigione sotto il letto d’un fiume, morì S. Rocco, nessuno se ne accorse. L’avevano rinchiuso là sotto credendolo una spia, ed invece era il nipote del governatore della città, che tornava dopo aver pellegrinato per tutta la vita. Ma appena la sua anima uscì dal corpo, una gran luce uscì dal carcere per ogni fessura, tanto che un grande incendio vi pareva sepolto. Che cos’era quella luce se non lo splendore della sua anima ornata di grazia? Quando a Lisieux, nella clausura delle carmelitane, morì S. Teresa del Bambino Gesù, tutte le suore sentirono per le scale, per le celle del convento, un finissimo olezzo di violette, tanto che sembrava ritornata la primavera. Che cos’era quell’olezzo se non il profumo della sua anima ornata di grazia? La grazia è splendore, è profumo dell’anima. S. Caterina da Siena vide un giorno, per favore divino un’anima priva di peccato e divinizzata dalla grazia. Era tanta la bellezza di quella visione e la dolcezza che ne ridondava in lei ammirante, che sarebbe venuta meno se Dio non l’avesse sostenuta. E Nostro Signore, indicandole quel divino splendore, le soggiungeva: « Non ti sembra graziosa e bella quest’anima? Chi dunque non accetterebbe qualunque pena per guadagnare una creatura così meravigliosa? ». E chi di noi, ora che abbiam compreso che cos’è la grazia, non preferirebbe qualsiasi sofferenza, pur di non perdere tanto splendore con un peccato mortale? S’io sapessi tutti i libri degli scienziati a che mi gioverebbe senza la grazia? Senza la grazia a che mi gioverebbero gli onori di questo mondo, le ricchezze, la beltà? Tutto finisce con la morte: unica cosa che vale ancora più in là è la grazia. Solo per la grazia ci verrà aperta la porta del paradiso e più grazia avremo e più gloria ci sarà data. Per ciò nell’Imitazione di Cristo c’è questa preghiera: « O Signore, dammi la grazia e mi basta: di tutto il resto non m’importa!  (L., III, 4). Noi invece il nostro cuore l’attacchiamo a tutto il resto, danaro, piaceri, onori, e della grazia non c’importa. Non sappiamo quasi nemmeno che ci sia: per noi Gesù è morto inutilmente. Siam come quell’uomo del Vangelo che aveva nel suo campo un tesoro ingente sepolto e non lo sapeva. — Durante la persecuzione dei Vandali, Elpidoro apostatò. Era stato battezzato da poco tempo, con gioia aveva portato per otto giorni la candida veste simbolo della grazia, ma davanti alle lusinghe e alle minacce dei cattivi, aveva ceduto e aveva rinunciato alla sua fede. Allora il vecchio diacono che l’aveva battezzato, prese con sé la veste con cui aveva rivestito l’altro nel giorno della sua ammissione alla Chiesa e gli andò incontro. Davanti a lui spiegò la veste e l’agitò come un vessillo bianco: « Prendita, Elpidoro, e guarda! Riconosci quest’abito. Oggi tu l’hai profanato, tu l’hai lacerato, tu l’hai insozzato. Esso ti accuserà nel giorno del giudizio. Pensa bene a quello che fai ». Anche a noi, quando fummo battezzati, il Sacerdote ci pose indosso la candida veste, simbolo della grazia. Ma se quest’oggi, tra voi, ci fosse qualcuno che ha ceduto alle lusinghe del demonio e si trova in peccato, anch’io come quel vecchio diacono agito, davanti a lui, la sua veste battesimale come un vessillo bianco; e gli grido: « Prendila, e guardala. Col tuo peccato tu l’hai insozzata, tu l’hai stracciata, Tu hai perso la grazia. Quest’abito ti accuserà nel giorno del giudizio, quando il Re del Cielo vedendoti senza la veste nuziale, dirà anche a te: « Amico; con che coraggio ti presenti così? ». Non aspettate, o Cristiani, quel giorno d’ira. Ma tutti mettetevi in grazia con una santa Confessione, perché Dio non getti voi pure dalla porta del paradiso, legati e mani e piedi, a stridere i denti nel gelo e nel fuoco della notte eterna.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXXVII: 7
Si ambulávero in médio tribulatiónis, vivificábis me, Dómine: et super iram inimicórum meórum exténdes manum tuam, et salvum me fáciet déxtera tua.

[Se cammino in mezzo alla tribolazione, Tu mi dai la vita, o Signore: contro l’ira dei miei nemici stendi la tua mano, e la tua destra mi salverà.]

Secreta

Hæc múnera, quǽsumus, Dómine, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, salutária nobis esse concéde.

[Concedi, o Signore, Te ne preghiamo, che questi doni, da noi offerti in onore della tua maestà, ci siano salutari.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

 Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps CXVIII: 4-5
Tu mandásti mandáta tua custodíri nimis: útinam dirigántur viæ meæ, ad custodiéndas justificatiónes tuas.

[Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati con grande diligenza: fai che i miei passi siano diretti all’osservanza dei tuoi precetti.]

Postcommunio

Orémus.
Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et tuis semper fáciat inhærére mandátis.

[O Signore, l’opera medicinale del tuo sacramento ci liberi benignamente dalle nostre perversità, e ci faccia vivere sempre sinceramente fedeli ai tuoi precetti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (224)

LO SCUDO DELLA FEDE (224)

MEDITAZINI AI POPOLI (XII)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE XII

Il Rosario meditato e recitato col popolo.

PARTE SECONDA

MANIERA DI RECITARE IL ROSARIO.

MISTERI DOLOROSI.

PRIMO MISTERO. — Gesù suda sangue.

Nel primo mistero doloroso si contempla come Nostro Signore Gesù Cristo facendo orazione nell’Orto sudò sangue.

CONSIDERAZIONE.

Come abbiamo da fare per recitare il Rosario? Per recitare il Rosario ci dobbiamo mettere col cuore nel Santissimo Sacramento, ed immaginarci di vedere Gesù lì a quel modo che dice il mistero. Ora il primo mistero doloroso ci dice, che Gesù Cristo, contento di restare sempre qui con noi nel Santissimo Sacramento, andò nell’orto di Getsemani a fine di offerirsi per noi alla morte. Eccolo in ginocchio, che grida al Padre, che Egli si carica dei peccati di tutti. Ma ne sente tanto l’enorme peso da non ne potere più; e cade per terra, e sotto la pressura dello smisuato dolore suda sangue!… – Ahi, Egli ci guarda in volto col volto che piove sangue, boccheggiante nell’agonia pel terrore dei nostri peccati! Poi, ecco che si dà in mano a’ Giudei e va a morire!… Ah noi con parole piene di pianto in contemplando quel Sangue di Gesù in agonia alziamo un gemito che il Padre in cielo dovrà ascoltare per compassione:

Pater noster. O Padre nostro che siete nei cieli, guardateci in volto: noi siamo bagnati del Sangue del vostro figlio, e con Lui piangiamo i nostri peccati. Sia santificato il vostro Nome; siate sempre adorato, amato, glorificato da tutti. Venga, venga il vostro regno; e pel dolore di Gesù sino a sudar sangue sia distrutto il regno del peccato. Pigliateci in braccio, come fa una madre il suo bambino: sia fatta per sempre la vostra volontà, come là in cielo, così in terra. (Si reciti la prima parte del Pater noster). Dateci oggi il nostro pane cotidiano (qui si fa la Comunione spirituale). Buon Gesù, venite nel nostro cuore, offerite per noi i vostri dolori al Padre; e per Gesù nostro, o Padre della bontà, voi dateci tutti i beni. Rimettete a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori: dateci la carità verso tutti. Ah liberateci dalle tentazioni e da tutti i mali; ma dal mal più grande che è il peccato e la dannazione. Così sia.

1. Ave Maria. Ecco Gesù che, dato Se stesso nel Sacramento dopo l’ultima cena, par che ci dica: Ora io sono contento…, ho trovato modo di restare sempre con voi. E voi mi verrete ben sempre d’intorno nella Messa al mio altare: mi bacerete, non è vero? le piaghe che tengo aperte per voi, e ricorderete sempre tra voi i miei dolori: Hoc facite in meam commemorationem… Quoliescumque feceritis, in mei memoriam facietis… Mortem Domini annuntiabitis: Noi rispondiamogli di cuore: Gesù nostro, siamo qui appunto per piangere sulle vostre piaghe le miserie nostre. Oh Madre nostra Maria, metteteci sul Cuore a Gesù, e fateci intendere i cari misteri della sua passione. Dio ti salvi, o Maria.

2. Gesù per terra prostrato: O Padre, esclama, mi avete dato un corpo: eccomi sono uomo anch’io con questi meschinelli miei; io sono della loro famiglia, e vengo a pagare i debiti dei miei fratelli… Padre, essi vi hanno offeso in carne e sangue da uomo; ma io vi darò soddisfazione in Carne e Sangue da Dio. Guardate a me: mi piglio sopra di me i peccati di tutti, e pago Io per tutti! — E noi pigliamo per mano la Madonna e gridiamole: o Maria Santissima, stringeteci a Gesù che ci ama tanto… Voi che l’amate divinamente, aiutateci ad amarlo col vostro cuore… Deh che non l’offendiamo mai più. Dio ti salvi, o Maria. Gesù colla sua mente divina misura quanto orrendo male si è il peccato, e ne è atterrito. Gli vien meno la vita…. cade per terra… il cuor trabalza in sussulti… e sotto la pressura di quello spavento oh!…. suda Sangue!…. e agonizza!… Ahi! ahi! alza il volto tutto insanguinato, e boccheggiante nello spasimo dell’agonia; e par che dica cogli occhi allargati: comprendete che cosa sia peccato… mi fa sudar Sangue… Oh il peccato!… e giù una pioggia di Sangue!.. oh il peccato!… e piove Sangue ancora!…. Oh Madre nostra, fateci piangere inorriditi sul seno a Voi con atti di contrizione tutti quanti i nostri peccati. Dio tv salvi, o Maria.

4. Oh e che fa mai Gesù?…. Sorge…. e. tutto tremante par che voglia fuggire!… No, cade ancora in ginocchio e mette un gemito: Padre, mio buon Padre! questo calice è troppo amaro! Oh nostro caro Gesù, forse siamo noi che ve lo facciamo trangugiare… Questo calice per voi troppo amaro non è forse perché pensate che noi avremmo tuttavia peccato, pur sapendo che il peccato vi ha ridotto a sudar sangue in agonia! Oh Maria noi corriamo tra le vostre braccia: strappateci via da ogni occasione di peccato. Dio vi salvi, o Maria.

5. Ecco Gesù tutto grondante Sangue… col tremito grondante sangue … col tremito dell’agonia, con ansio lamento cercarsi intorno gli Apostoli e dire a gemiti: o Pietro, o Giovanni, o Giacomo, cari miei, venite qui con me!… statemi appresso!… io non ne posso più!… E gli Apostoli dormono!… Anima mia, e tu dormi tranquilla nel tuo peccato, in mezzo a tanti peccati di altri, e non fai niente mai per impedirli… Oh Maria! Oh Maria, svegliateci per carità, e dateci mano Voi ad impedire, come per noi si possa, tutti i peccati. Dio vi salvi, o Maria…

6. In quell’abbandono di cuore Gesù si getta in braccio agli Apostoli, e coll’anelito dell’agonia: Deh pregate, esclama, pregate sempre, sempre, per non peccare più mai!…; e salda, suggella questo suo avviso di pregar sempre col lasciarci bagnati del suo Sangue…. Ah poveri noi! Da noi soli ci perdiamo….; laonde noi ci getteremo sul Cuore a Gesù nel Sacramento: alzeremo la mano a Voi o Maria, e grideremo sempre: Gesù e Maria salvate l’anima mia. Dio vi salvi, o Maria.

7. Gesù sente tutto il peso della nostra debolezza… non ne può più!… Allora scende un Angelo a confortarlo in quel tremendo abbattimento… Anche noi poveri tribolati, allora quando non abbiamo forza di reggere oltre nelle angosce più paurose, gettiamoci in braccio a Gesù: Egli ha provato …, e ci darà un conforto. Egli ci diede Voi, o Maria, consolatrice degli afflitti, rifugio dei peccatori, speranza  fino dei disperati, confortateci voi a soffrire con pazienza in seno a Gesù Cristo. Dio vi salvi, o Maria.

8. Ma ascoltiamo… Oh è il grande grido che val tutti i conforti: O Padre, non la mia, ma sia fatta la vostra volontà; e abbandonandosi al volere del Padre, si dà in mano ai Giudei perché di Lui facciano ogni strazio. Oh Maria, Gesù tutto insanguinato va a morire per noi… Oh Maria, tirateci appresso a Gesù: metteteci voi nelle mani di Dio a fare il suo volere, volesse pure la nostra morte. Dio vi salvi, o Maria.

9. Ve’ quei ribaldi addosso a Gesù!…. e pugni e schiaffi; e gli gittano una catena alla vita…: con una corda al collo lo trascinano, come agnel da macello, e gareggiano a chi gliene fa di più villane… E perché tanta rabbia di tanti contra l’innocente Gesù? Gli è perché hanno in odio la sua santità… O Maria, noi l’intendiamo: dovessimo anche essere perseguitati perciò che vogliamo servire Dio, lasceremo dirci e farci come fecero i Giudei al Salvator nostro. Aiutateci a continuare nella divozione senza rispetto umano. Dio vi salvi, o Maria.

10. Ecco Gesù tutto grondante Sangue colle mani legate, con una corda al collo che s’incammina a morire per noi… Oh Maria, ma noi siamo così deboli e di poco cuore a patire per Gesù…. Madre nostra, deh pigliateci Voi per mano, e tirateci appresso di Gesù. Noi lo vogliamo accompagnare in tutta la vita, non negargli mai niente e seguirlo fino alla morte. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri. Dio santissimo, gli uomini, è vero, vi offesero troppo; ma un Uomo vi placa e vi dà gloria per tutti e quest’Uomo e Dio è il Figlio vostro! Gloria a Voi, o gran Padre della bontà che ci mandaste il vostro Figlio a salvarci. Buon Gesù, gloria a Voi, che vi offeriste per salvare tutti. Spirito Santo, gloria a Voi, che ci darete per Gesù Cristo la sincera contrizione delle nostre colpe. Requiem æternam. O buon Gesù, Salvatore di tutti, in quell’agonia tremenda Voi aveste un gemito anche per le anime del Purgatorio: deh! piovete a loro suffragio del vostro sudore di Sangue. Requiem æternam.

SECONDO MISTERO. — Gesù è flagellato.

Nel secondo mistero doloroso si contempla come il nostro Signore Gesù Cristo, legato ad una colonna, fu flagellato crudelissimamente da’ manigoldi.

CONSIDERAZIONE.

Che cosa vuol dire recitare il Rosario? Giova ripeterlo. Recitare il Rosario vuol dire metterci col cuore in Gesù nel Sacramento, e contemplare Gesù qual se si vedesse lì come ci dice il mistero. Ora il secondo mistero doloroso ci dice che Gesù vien menato dall’un all’altro tribunale davanti a quei giudici ingiusti. E riconosciuto innocente da loro; ma Pilato per accontentare la rabbia dei Giudei, ciò nondimeno lo condanna a esser flagellato. Ah ci par di vederlo sotto quella tempesta di battiture tra quegli indemoniati i quali non conoscono misura al lor furore. Gesù è tutto straziato dai colpi, e ci guarda in volto, mentre offre al divin Padre quell’orrido strazio per ottenerci misericordia. Cadiamogli ai piedi mostrandolo al Padre tutto lacero della Persona. Si, si, gridano con esso noi potentemente le sue membra in quegli strazii.

Pater noster. O Padre nostro che siete ne’ cieli, guardate il vostro Figlio che si piglia sulla sua Persona i colpi per risparmiare a noi i castighi della vostra giustizia. Sia santificato il vostro Nome, tanto che vi rispettino, vi diano gloria tutti gli uomini. Venga il vostro regno. Regnate nel cuore di tutti; e se lo meritiamo, castigateci pure, ma come una madre tenendoci tra le braccia della vostra misericordia a fare sempre la vostra volontà come in cielo, così in terra. (Qui si reciti la prima parte del Pater noster, poi si faccia la comunione spirituale). O Gesù, dateci il vostro Corpo; e per Gesù, Voi o Padre, dateci tutti i beni. Perdonateci, dateci la carità verso tutti, e liberateci dalle tentazioni. Noi vorremmo tutto soffrire con Gesù; ma per Lui liberateci dal più tremendo dei mali, ciò sono il peccato e la dannazione. Così sia.

1. Ave Maria. Contempliamo Gesù in quell’orrida notte condotto in mezzo a quei ribaldi. Ma perché mai soldati e popolani, perché tutto quel gentame a gara in tanta rabbia contra Gesù?…. Perché i farisei soffiavan dentro alle ire di quella bordaglia. Poveri a noi! ché in questo tempo i tristi, come i farisei d’allora, scaldano la testa alla povera gente a rivoltarsi contra Gesù e la sua Chiesa. O Maria guardate noi e i poveri popoli da siffatta gente, la quale con false dottrine e con calunnie contro la Religione e i suoi ministri ci istigano a fare guerra a Gesù nella sua sposa la Chiesa, e nel Papa che

di Gesù è Vicario in terra. Dio vi salvi, o Maria.

2. Lo strascinano pei tribunali di Caifasso, Pilato ed Erode i quali rappresentano tre qualità di gente che dà sempre la sua sentenza contro Gesù Cristo. Caifasso rappresenta gl’ipocriti, mostrandosi religioso e tutto amor del popolo, come i liberali alla moda, egli mira al proprio interesse: è bene, dice, che muoia costui pel popol di Dio. O Maria Santissima, guardateci Voi nel cuor nostro, perché non facciamo il bene né per interesse, né per amor proprio, no, ma solo per servire Dio, per amor di Dio. Dio vi salvi, o Maria.

3. Caifasso lo manda a Pilato il quale troppo bene lo trova innocente; ma il popolaccio urla di fuori, ed egli, vile che è, non ha coraggio di liberarlo. Anche ai nostri dì sonvi tanti Pilati che contra la loro coscienza tradiscono la Religione e fan guerra a Gesù. O Maria madre nostra pietosa, aiutate tanti deboli di questi miseri tempi; e fate sì che tutti abbiamo il coraggio di mostrarci fedeli a Dio e fervorosi nelle pratiche di pietà senza rispetto umano. Dio vi salvi, o Maria.

4. Pilato lo manda ad Erode, il quale menando la mala vita con un’indegna persona, non curante di tutto, solo pensava a fare il godente. Contento di vedersi in mano Gesù, pretendeva che facesse un miracolo per divertirsi; ma Gesù non lo degna di parola. Erode lo giudica pazzo, lo rimanda a Pilato ed ambedue si accordano nel trattar male Gesù. Ah! per chi vive nella bruttura dei vizi non ha una parola Gesù; e la sua dottrina è giudicata una vera pazzia da godenti del mondo. Ma ecco che, come Pilato ed Erode, i godimondo e i vili politici dell’interesse adoratori del dio quattrino si accordano a tener legato Gesù. O Maria, liberate la Chiesa da questo gentame di vili che pretendono tutto serva alle loro passioni e massime ai loro interessi. Dio vi salvi, o Maria.

5. Pilato proclama solennemente che è innocente Gesù Nazareno. Ma dunque perché lo condanna ad esser flagellato? Da buon moderato sì sarà scusato in cuor suo dicendo a se stesso: io così accontento questi arrabbiati fanatici, e lo salvo dalla morte almeno. Senonché quegli indemoniati s’accorgevano di vincere, e s’inferocivano sempre più a volerlo morto. Miseri a noi, se ci lasciamo andare a peccare ancor un poco per acquietare le nostre passioni….. Le passioni sono lupe ingorde che non dicono mai basta. Sono come i rivoluzionari che quando divorano a doppio palmento sentono ognora più arrabbiata la fame, più roba, più fame. O Maria, aiutateci Voi a finirla col peccato e a dichiarare solennemente di voler essere buoni Cattolici e tutti di Dio. Dio vi salvi, o Maria.

6. Ahi! che irrompono quei furenti addosso a Gesù; lo urtano ad una colonna, non lo sveston no, gli strappan d’addosso le vesti, gettan via i farsetti, snudano le braccia, stringono corde, abbrancan bastoni, fan risuonar catene… piomban sopra Gesù!… O buon Gesù Voi trattato a questo modo siete qui con noi?… Ah ora ci par di vedervi le mani legate, inclinato giù sotto a quella tempesta di battiture… O carni immacolate, più delicate di ogni più delicata pupilla!… O Maria, siccome quegli indemoniati….. anche ora tutti i dì vi hanno persone, a cui par che la virtù faccia rabbia; di ché, senza riguardo alcuno e con un far da demonio pur ridendo feriscono gli innocenti coi brutti discorsi….. cogli atti sguaiati….. O Maria, salvate Voi e fate rispettare gli innocenti che sono le più care membra del vostro Gesù. Dio vi salvi, o Maria.

7. Ed ahi! per l’aria guizzano corde, catene e verghe; i colpi coi colpi si urtano e cadono alla dirotta sopra del buon Gesù….. Non cade colpo mai che appien non colga; non coglie appien che piaga anche non faccia… Le membra tremano illividite, la pelle stracciasi, il Sangue piove tutto d’intorno sotto quei colpi, che lo tempestano, e Gesù barcolla… Ah cadrà morto!… Ristanno; guatano come tra lor le tigri ferocemente, e poi tempestano con maggior rabbia e piagano le piaghe, e squarciano gli squarci… O Madre, o Madre, noi nascondiamo il volto in seno a Voi! Perché è appunto pei peccati di carne che hanno lacerate così le carni santissime del nostro Gesù. Gettiamoci inorriditi ai piedi di Gesù flagellato; e Voi, o Maria, Quardateci dai vituperosi falli! Dio vi salvi, o Maria.

8. Caro Gesù tutto flagellato e stracciato, anche noi tribolati, infermi e martoriati d’ogni maniera vogliamo soffrire con esso Voi di buon grado, aspettando il gaudio in cielo che ci meritano i patimenti vostri. O Maria, in braccio a Gesù flagellato, noi vogliamo patire rassegnati. Dio ci salvi, o Maria.

9. Ecco, per invidia, ecco per rispetto umano, ecco per rabbia, e poi pei brutti peccati di carne flagellato Gesù! O Maria santissima, dateci la mano Voi, acciocché quando sentiamo le tentazioni verso queste passioni gridiamo subito: Gesù e Maria! e ci teniamo stretti a Gesù flagellato. Dio vi salvi, o Maria.

10. Se Gesù è flagellato e porta la pena delle nostre colpe, e noi che siamo i colpevoli, mettiamoci nelle mani di Dio. O Maria, aiutateci a ricevere i colpi dei castighi con cui la bontà divina ci vuol salvare. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri. Gloria a Voi, Padre santo, che ci mandaste a patire per noi il divin Figlio. Gloria a Voi, o Figliuol di Dio qui con noi con queste sante membra per noi lacerate. Gloria a Voi, o Spirito Santo; santificate Voi le nostre persone, sì che possiamo unirci in purità con Gesù Cristo.

Requiem æternam. O Maria, quella tempesta di battiture risparmi i tormenti alle anime martoriate nel purgatorio. Requiem æternam.

TERZO MISTERO. — Gesù viene coronato di spine.

Nel terzo mistero doloroso si contempla come Gesù fu coronato di pungentissime spine.

CONSIDERAZIONE.

Che cosa vuol dire recitare il Rosario? Recitare il Rosario vuol dire metterci col cuore in Gesù nel Sacramento, e contemplarlo quasi si vedesse lì, come dice il mistero. Il mistero ci ricorda Gesù sbattuto per terra, tutto lacero dai flagelli, e grondante Sangue dalla cara e santa Persona. Quei crudi a battergli le mani beffardi d’intorno e gridare: L’abbiam servito il Re dei Giudei. — Ah è Re dei Giudei? grida uno: lascia, lascia che lo vestiamo a festa!… E gli gitta uno straccio di porpora, e con sogghigno da demonio grida: è il tuo manto reale; — poi: piglia lo scettro d’oro, il baston da comando; — e gli pone nelle mani legate una canna rotta. — E la corona? (grida un altro) gli manca la corona. — L’ho io, — risponde un demonio più che un uomo, il quale entra portando tra le mani un fascio di spine, e le compone a mo’ di orribile corona. Tutti battere le mani, e godere dello strazio non mai pensato… Ahi! gliela mettono sull’adorabile Capo: la stirano giù d’intorno colle mani guernite di ferro, e gliela battono in testa conficcandovi le spine… O Gesù, o Gesù grondante Sangue tutto d’intorno! Cadiamogli a’ piedi, stringiamo le ginocchia a Gesù coronato di spine, e gridiamo:

Pater noster. O Padre nostro, guardateci dal cielo; noi siamo qui coronati di crucci intorno al vostro Figlio coronato di spine: egli è il Re nostro; e noi con Lui rassegnati a seguirlo, a fare la Vostra volontà. Sia santificato il vostro nome, venga il regno vostro, sia fatta la volontà vostra, come in cielo, e così in terra. (Qui si reciti la prima parte del Pater noster). Dateci oggi il nostro pane (qui facciamo la Comunione spirituale). Gesù nostro Signore benedetto, uniteci con voi; e per Gesù dateci, o Padre, tutti i beni; il perdono a noi, e la carità verso tutti. Ah! liberateci dalle tentazioni sosteneteci nei combattimenti, e liberateci dal male; per tal modo verremo a regnare con voi in cielo. Così sia.

1. Ave Maria. Ve’ Gesù affranto per terra in mezzo a quelle belve, che godono ferocemente d’intorno! Qualunque colpevole, quando è in mano alla giustizia, merita riguardo, e non si vorrebbe fargli patire di più con crudel giuoco; e noi siamo sensibili per chiunque vediamo per poco soffrire. Solo per Gesù siamo senza cuore! O Maria, otteneteci la compassione pei patimenti di Gesù Cristo, e stampateci voi le sue piaghe sante nel nostro cuore. Dio vi salvi, o Maria.

2. Ecco quella bordaglia in ridda infernale che urla: Il bel Re dei Giudei che abbiamo! Su, su vestiamolo a festa per bene. In così dire gli gittano sulle spalle uno straccio di porpora a maniera di manto, e gli dan per iscettro una canna rotta..— Ah, ah, la corona adesso! — La corona l’ho io! grida un demonio di uomo, il quale entrando compone un fascio di spine e gliene pone sul capo. Ecco ancora a’ giorni nostri e scribi e farisei e popoli spogliare la Chiesa: batterla da ogni lato, legarle le mani in ischiavitù, e fin nel capo del Pontefice incoronarla di spine, e ridurla a essere una autorità da burla. (Quando si stampava questo libretto era in prigione il Papa, e gli si diceva con beffa eguale al sacrilegio: « Sovrano spirituale!»). Maria, voi sempre pronta in aiuto opportuno, è tempo, crediamo, che si dia gloria a Dio, si sperdano i nemici di Gesù Cristo, e venga il regno di Dio e della sua pace in questo povero mondo. Dio vi salvi, o Maria.

3. Caro Gesù, ah quei feroci vi ribattono sul capo l’orribile corona: le spine si ficcan dentro le tempia… e voi grondate il Sangue tutto d’intorno. O Maria, fateci posare la testa sulle ginocchia di Gesù, e il suo caldo Sangue ci piova sopra….. così staremo volentieri con Gesù incoronato di spine. Dio vi salvi, o Maria.

4. Anche Pilato sente indignazione di vederlo maltrattare così. Lo piglia loro di mezzo, e lo mena sul balcone, dicendo in cuor suo: questa canaglia arrabbiata vorrà almeno ora avergli compassione. « Ecco l’uomo, » grida; e, demoni, dice in cuore, siete soddisfatti! — Ma quei furenti: « Morte, morte: al Calvario, alla croce Gesù!… » Ecco Gesù, grida la Chiesa: ecco Gesù che è qui con noi nel Sacramento. Che vi fece Egli di male?… Tutti quelli che gli si avvicinano, anche dei vostri, diventano buoni… Ma i mondani senza cuore rispondono: Costui non lo vogliamo! — Maria Santissima, ci stringeremo a Lui d’intorno più vivamente mentre tanti gli fanno guerra; ci studieremo di servirlo ed amarlo, fino a morire per Lui, che è nostro Re e Salvatore. Madre santa, aiutateci a mostrargli la nostra divozione. Dio vi salvi, o Maria.

5. Ecco: Gesù, Re dei dolori, è lacerato di piaghe, è coronato di spine, è deriso, perseguitato da tutti. Tribolati, infermi, tortunati, perseguitati, infelici di ogni maniera, coraggio: portate le divise del Trionfatore del mondo, e seguitelo alla vittoria. Maria, accompagnateci incoronati di fastidii, pigliandoci per mano fino alla croce. Dio vi salvi, o Maria.

6. Pensiamoci sopra….. Tra le urla di quella bordaglia sentite una parola che ricrea il cuore. E la buona moglie di Pilato, la quale rivolta al marito: O consorte, Gesù è innocente, me lo disse il cuore. Salvalo da quei ribaldi… ne avrai tanto bene. Se Pilato l’avesse ascoltata, non si avrebbe avanzato di darsi una coltellata nel petto e morire disperatamente; sarebbe in paradiso colla sua consorte venerata da noi per Santa. Ah ricordiamoci che una madre, una sposa, una sorella, una persona devota parlano spessissimo da Angeli pel nostro bene. E quando parlano da Angeli per nostro bene? Quando parlano in nome di Dio. E voi, o Maria, benedite alle nostre famiglie; e fateci inchinevoli a ricevere con buon cuore i soavi avvisi delle persone che ci ragionano con amore di Dio. Dio vi salvi, o Maria.

7. Ma Pilato ha paura dei malvagi e vuole tentar modo di farseli amici; di che grida al popolo: « Ho un tal Barabba in carcere; è un rivoluzionarlo, e, perché rivoluzionario, già, è un ladrone e uomo di sangue. Volete questo Barabba, o volete Gesù? I farisei sparsi in mezzo a quei furenti davano la parola d’ordine, e facevan rispondere: « Salva Barabba. » Ma quel gioiello? faceasi ad osservare Pilato. Ed eglino: « Barabba, Barabba!! » Non facciamo le meraviglie adunque se il popolo faccia festa per la Chiesa spogliata, pel Papa imprigionato, gridi: evviva a Barabba; sono i farisei di tutti i tempi che ci guastano il popolo. O Maria, guardate noi e i nostri poveri figli dalle perverse massime, dagli inganni dei tristi, i quali pervertono i popoli. Dio vi salvi, o Maria.

8. Ma Gesù intanto è tra quei feroci. Ma oh…. e che fa quel manigoldo?… Ve’ che gli benda gli occhi, gli s’inginocchia davanti… Ahi! gli scarica uno schiaffo sul volto benedetto… e gli grida: « Indovina, o profeta da burla, chi t’ha percosso! » Oh cielo, e che ne fai dei fulmini, se non incenerisci quest’empio? Piangiamo inteneriti; è Gesù che vuole soffrire anche quest’orrido scherno, perché vuole guadagnare il perdono anche per quelli che gli danno schiaffi nei sacrilegi. Maria, pregate voi perché si salvino tutti. Dio vi salvi, o Maria.

9. Pilato intanto grida al popolo: Ma Gesù è innocente; ed io non voglio il suo Sangue sopra di me: qui me ne lavo le mani. Se non che quegli indemoniati urlano: Il Sangue di Gesù cada sopra di noi e dei figli nostri… Tristi quei disgraziati! Dopo mille e mille anni, ancora oggi i giudei portano il marchio di quella imprecazione… Poveri noi! quanti castighi, coi nostri peccati prepariamo a noi stessi ed alle nostre famiglie!… Ah! ah! Massime le scomuniche contro chi tocca la Chiesa sono tremende: esse sono, che sradicano le famiglie… o Maria, fate piovere voi il Sangue di Gesù sopra di noi nei Sacramenti in benedizione; e così avremo eredità di benedizione per noi e per le famiglie nostre. Dio vi salvi, o Maria.

10. I giudei, veggendo Gesù battuto in ogni parte, battevano le mani con infernali sogghigni. L’abbiamo spuntata, dicevano: Gesù è perduto! Infelici i giudei di tutti i tempi! Havvi in Roma nella più bella piazza dell’universo un magnifico obelisco che torreggiante alza una croce verso del cielo. Su di quell’obelisco si leggono scolpite in bronzo queste parole, da non si dimenticare mai in ogni tribolazione: Cristo vince, Cristo trionfa, Cristo regna ora e per tutti î secoli… Esso, il popolo Giudaico, alcuni anni dopo il deicidio fu colpito con tal orrore di castighi, che non fu mai popolo; ed anche oggi tuttavia si mantiene disperso per tutto il mondo a rendere testimonio della verità che Cristo vince, trionfa e regna. Uomini di poca fede, se abbiamo paura, pensiamo che le rivoluzioni sono burrasche che passano; ma Cristo trionfa sempre, e noi con Lui costanti sempre sino alla morte. Maria, vi raccomandiamo i timidi, i pusillanimi; aiutateci tutti a Seguire Gesù. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri. Gloria al Padre, Re dell’eterna gloria: gloria al Figlio che coronato di spine lo glorifica nei patimenti: gloria allo Spirito Santo, che volge in consolazioni le nostre angustie. Passeranno i secoli, e sarà eterna la gloria di Dio e di coloro che cercano glorificarlo. Gloria Patri. Requiem æternam. O Gesù coronato di Spine, affrettatevi deh! per questo vostro strazio, a tirare in gloria le povere anime del purgatorio, le quali gemono in tanto patire. Requiem aeternam.

QUARTO MISTERO — Condanna di Gesù.

Nel quarto mistero doloroso si contempla come Gesù fu condannato a morte, e come per sua maggiore vergogna e dolore gli fu dato a portare in ispalla al Calvario il pesante legno della croce, sulla quale doveva essere inchiodato.

CONSIDERAZIONE.

Che cosa vuol dire recitare il Rosario? Recitare il Rosario significa mettersi col cuore in Gesù nel Sacramento, e contemplare Gesù istesso il quasi si vedesse cogli occhi, come dice il mistero. Il mistero ci insegna che Gesù è condannato a morte. Sentite le urla: « la croce, la croce! » Ed ecco strascinano nel cortile una trave in forma di croce. Gesù la vede, la abbraccia: la croce gli cade addosso, ed Egli portandola sugli omeri esce tra quella marmaglia che si pigia d’intorno. Contempliamolo ora che va barcollante al Calvario; ed abbracciando nel petto Gesù sotto la croce, alziamo le grida al Padre in cielo:

Pater noster. O Padre nostro che siete nei cieli, noi siamo qui con Gesù sotto la croce: Voi ce lo avete dato il vostro Figlio, il quale va a morire per salvarci: siate benedetto. E Voi, o Gesù, tirateci appresso Voi a formare il regno del Padre; e sia qui in terra il principio del regno eterno in paradiso: sia fatta la vostra volontà come in cielo così in terra. (Si recita la prima parte del Pater noster). Dateci oggi il nostro pane quotidiano. (Si fa la Comunione spirituale). O buon Gesù, uniteci con Voi sotto la croce. Dateci, o Padre, ogni bene per Gesù: rimetteteci i nostri debiti come noi facciamo ai nostri debitori. Liberateci dalle tentazioni per Gesù che va a morire per noi: liberateci dal male del peccato, dall’inferno, e tirateci appresso a Gesù in paradiso. Così sia. (Si recita la seconda parte del Pater noster).

.1. Ave Maria. Il buon Gesù è lì per terra, intorniato da quei feroci che lo maltrattano; tutto immerso nel proprio sangue, mentre i manigoldi tra i fischi di tutti gli strascinano la croce innanzi. Alza il volto grondante vi posa sangue, abbraccia la croce, il capo contra, e pare riavergi per port a morirvi sopra. Caro Gesù, quando ‘oi saremo già tanto aflitti, e si aggiungerà all’afflizione nostra una disgrazia maggiore, l’abbraccieremo ancora noi volontieri » Come Voi la croce. Verrete ben Voi, o Maria, ad accompagnarci sin al Calvario? Dio vi salvi, o Maria.

2. Ma il nostro Gesù porta quella trave della croce sulle sue spalle e va al Calvario. O Maria, o Maria, non abbiam più niente a dire: siam pure afflitti, e in tante miserie vogliam pigliare la croce e seguire Gesù. Dio vi salvi, o Maria.

3. In quest’ora tremenda, quando Gesù va al Calvario, la Maddalena, le pie Marie e Giovanni a non disperarsi si stringono presso di Voi, o Maria. E Voi che dite a quei tribolati? Buona Madre! Ve li tirate con Voi sin sotto la croce. Deh, Madre anche nostra! in questo mondo così sconvolto non ne possiamo proprio più: ahi abbiamo paura di perderci! Salvateci Voi sul petto insanguinato di Gesù Cristo. Dio vi salvi, o Maria.

4. E Pietro? Il povero Pietro guarda da lontano Gesù che va a morire. Si trova solo col suo rimorso… Gli Apostoli son fuggiti, Giuda si é strozzato; ed egli cogli irti capelli, cogli occhi sbarrati… par che la terra gli traballi sotto dei passi… è tentato di perdersi anch’esso… Ma chi mai, chi lo può salvare dalla disperazione?… Pietro è fortunato: in tanta sventura vi è chi lo può aiutare ancora; gliel dice il cuore; e corre a Maria….. E Maria: O Pietro… E del mio Gesù? — E Pietro a Lei: O Maria, io l’ho negato!… chi mi perdonerà?… Egli va alla morte! E in ciò dire si gitta per terra a piè di Maria. Maria lo solleva, gli stringe il volto tra le mani materne; e: povero Pietro, gli dice piangendogli sul volto! fa coraggio: il mio Figliuolo è buono, sai; io lo conosco: il mio Figliuolo ti perdonerà, gli parlerò io, Pietro! E Pietro dalla disperazione è salvo. Maria, voi siete il rifugio alla opportunità anche dei più poveri peccatori, anche dei più tentati di disperazione! Dio vi salvi, o Maria.

5. D’intorno a Maria piangono le pie donne. Entrano Maddalena Giovanni. E Maria a loro: O Maddalena, o Giovanni, lo avete veduto il mio Gesù? E Maddalena le si butta ai piedi; con un braccio le stringe le ginocchia, e coll’altra mano ne’ capelli che getta in aria, cogli occhi sbarrati e la bocca aperta pare che dica convulsa: Madre, non posso parlare. Giovanni la sorregge alle spalle, si abbassa a Lei e le dice a singhiozzi: O Madre, rassegnatevi… Va al Calvario! E Maria: Al Calvario? O mio Gesù, ed io non vi vengo appresso? — Sorge e s’avvia per quella strada che ancora adesso fino i turchi chiamano la via di tutti i dolori. Oh Maria, che vedete Voi mai su quella strada?… Ella vede le strisce del caldo Sangue che perde Gesù!… Oh che fitta di spasimo al vostro cuore nel montare su quel caldo Sangue… Maria! Maria! tirateci appresso: bagnateci del Sangue di Gesù Cristo: accompagnateci sino alla morte. Dio vi salvi, o Maria.

6. Sulla via al Calvario che scorge Maria? Ah… ah sotto quella trave con quel fascio di spine in testa… tutto rigato di Sangue… lì li per cadere ad ogni passo Gesù… Maria si slancia innanzi; i soldati le appuntano le picche al petto… ma a quel tanto dolore in volto a Maria abbassano le lance a terra… tutti ristanno a quel tormento di Madre; e Maria è al collo di Gesù…. Oh Figliuol mio!… e Gesù: mamma! ma Voi qui adesso!… no; Voi qui adesso… Maria sviene sul petto a Gesù!… Gesù con un braccio tenendo la trave, coll’altro sorregge la vita alla Madre e posa il volto insanguinato sul capo a Maria, e la bagna del suo Sangue… Oh Cuor di Gesù posato sul Cuor di Maria che avete provato in quell’istante?! Gesù e Maria pigliatemi tra Voi due come vostro Figlio: miserere di me, mi manca il cuore! ma voi non lasciatemi indietro sulla via del Calvario. Patire con voi è la più grande grazia di Dio! Dio vi salvi, o Maria.

7. Intanto gli scribi, i farisei, il popolaccio, tutti gli uomini d’ogni maniera fremono di gioia infernale in vedere avviarsi alla morte Gesù. Tutti? no; gli uomini non son tutti perduti: vi sono sempre almeno pochi buoni, i quali salvano l’onore dell’umanità e protestano contro tutti i malvagi. Ah si, il drappello dei forti, dei costanti vi è sempre in ogni tempo. Alcune pie donne piangono sopra Gesù: alcune pietose persone sono con Maria sulla montagna del Crocifisso. Oh Maria, salvate anche noi da quell’orda di gente perduta, la quale vorrebbe trascinare tutti a perdizione; tirateci di vostra mano a seguire Gesù, a meditare i suoi patimenti, a piangere i peccati che ne son l’infausta cagione, mentre il gentame del mondo gavazza. Dio vi salvi, o Maria.

8. Quei manigoldi obbligano il Cireneo a portare la croce per Gesù, il quale non ne potendo più della vita vi cade sotto. O Maria, sorreggetemi nella mia debolezza; e se per disgrazia mai cadessi in peccato, datemi mano voi, santa Madre, a rialzarmi. Dio vi salvi, o Maria.

9. Ah! no, noi non potremmo soffrire di vedere una povera madre correre dietro al suo figlio fin sotto al patibolo, dove lo strozzano; eppure noi contempliamo Maria che corre appresso a Gesù fin sotto la croce per vederlo morire squarciato!… Questo troppo orribile patimento è riserbato a Gesù ed a Maria affinché noi pigliamo conforto nelle più strazianti tribolazioni delle nostre più care persone. O Gesù, o Maria, l’avete provato l’uno per l’altra quest’orribile strazio… Consolateci col salvare le anime dei nostri più cari. Dio vi salvi, o Maria.

10. Sì, sì l’abbiamo compreso il mistero! Egli non ci resta, per essere dei più fidi a Gesù, che dare la mano a voi, o Maria addolorata, e metterci tutti dentro del Cuore di Gesù paziente. Mondo non sei più per me: voglio essere crocifisso con Gesù mio. Maria, unitemi voi cuore a Cuore, sangue a Sangue con Gesù nel Sacramento: chi mi ha ancora a separare dal mio Gesù?… O Maria, con voi esser debbo a compiere interamente e santamente la volontà di Dio; deh, fate che io viva e muoia in braccio a voi sulla croce di Gesù. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri. Padre santo, gloria a Voi, grideremo sotto le nostre croci: gloria a Voi, Gesù Cristo, che ce le rendeste care da portare in compagnia di Voi. Spirito Santo, gloria a Voi, che se ci infondete la necessaria forza, noi le porteremo fino alla gloria eterna del paradiso, (Si reciti il Gloria Patri). Requiem æternam. Deh, Gesù, deh, Maria, ricordandovi della strada di tutti i vostri dolori, mandate la requie alle povere anime del purgatorio. (Sé reciti il Requiem æternam).

QUINTO MISTERO. — La crocifissione.

Nel quinto mistero doloroso si contempla come Gesù, giunto sul Calvario, fu spogliato e confitto sopra la croce, essendo presente la sua afflittissima Madre; e si contempla come morì in croce dopo tre ore di penosissima agonia.

CONSIDERAZIONE.

O buon Gesù, o buon Gesù; ci pare di vedervi sopra il cruento altare. Quivi v’immaginiamo come in mezzo a quei feroci, i quali strappanvi d’indosso gli abiti, e vi stramazzano di un colpo sui sassi; ai polsi, ai piedi vi stringono corde, e tra i ciottoli e le spine vi strascinano fino sulla croce. Deh, deh, lasciateci qui cadervi sopra a piangere per quell’amore con cui vi adattate a questa croce!… Ecché? vi stendete sopra del legno, voi?… E la benedetta mano, oh allargate? Che vi aspettate?… Un chiodo appuntasi in mezzo alla palma! Ahi! Ahi che battono atroci i colpi! E questi colpi battono sul cuore a Maria!… Povera Madre! Le manca il cuore, e tramortisce per lo terrore quando lo vede distendersi sopra il patibolo!… ma il martellare dei colpi la ridesta all’orrore tremendo di vedersi crocifiggere sugli occhi il Figliuolo suo divino!… O Madre…. povera Madre, fuggiamo via!… Ma no; anzi ella cerca coll’occhio annebbiato e tutto pieno d’immagini di morte in quell’orrore dov’è, dov’è il suo Gesù..: e se lo vede davanti in croce! Figlio, v’hanno già inchiodato in croce! — dice slanciandosi ad abbracciarlo; e Gesù: O Madre, ho tanta sete! — Ma la vostra Madre, o buon Gesù, non ha un gocciol d’acqua da rinfrescarvi le labbra nell’agonia!… Deh, noi potessimo consolare la vostra sete che vi arde di salvare le anime! Il Sangue intanto gronda dalla croce, e piove sul capo, sul volto, sulle vesti di Maria Santissima. Gesù si vede lì sotto la Madre tutta bagnata del suo Sangue; e in quel punto proprio la dà per Madre a noi. Maria, sentendosi che il Figliuol suo muore, lascia cadersi giù le braccia che teneva sollevate alla croce; e le mani cadono sul capo a Giovanni e Maddalena che le gemono ai piedi… Oh Dio che grido: « Tutto è consumato » sclama Gesù! Madre, salvateci che Gesù agonizza, e fateci spirare con Lui!… La Madre sta ancora sott’esso la croce, e nel vedere squarciar al Figliuolo anche il Cuore, quel colpo di lancia passa il Cuore suo: non ne può più… e cade sui sassi insanguinati. Qui a piè del patibolo riceve il Corpo di Gesù tra le braccia, e ce lo mostra tutto squarciato per noi!… Gesù e Maria, che possiamo dirvi noi in questo momento di compunzione che ci opprime il cuore? Qui gettatici ai vostri piedi, non possiamo che gridare: Padre, guardate in faccia al Figlio vostro, guardate le piaghe al Figlio vostro! guardate alla Madre addolorata, bagnata del Sangue del Redentore: guardate a noi in fronte il Sangue suo! Noi vi siam figli del suo Sangue. Padre, ecc… Pater noster. O Padre santo, dal cielo non guardate in faccia a noi, i quali ci nascondiamo in seno a nostra Madre tutta bagnata del Sangue del vostro Figlio; guardate in faccia a Gesù che ci nasconde sotto la sua croce, che ci copre colle sue piaghe. Siamo figli del suo Sangue, e vogliamo vivere insieme con Gesù: regnate voi nella famiglia formata nel Cuore squarciato di Lui: Egli ci accoglie tra le braccia allargate nella croce. (Si reciti la prima parte del Pater noster, e poi si faccia la Comunione spirituale). Gesù, nascondeteci nel vostro cuore; noi vi ameremo tutti insieme colla vostra Madre. Oh tra le sue braccia, e sotto la croce non ci perderemo! (Si reciti la seconda parte del Pater noster).

1. Ave Maria. Ora tremenda! Maria è giunta sul Calvario con Gesù… Ahi vede i chiodi… i martelli… gli strumenti da configgerlo alla croce… e il suo Gesù buttato colla trave per terra. Ahi vede che vi si stende sopra colle braccia larghe… Un demonio di uomo dà mano ai chiodi, al martello… A Maria si oscura la vista; le manca la vita, e cade tramortita tra le braccia a Giovanni. Giù colpi di martello sulle mani, sui piedi a Gesù! Quei colpi battono sul cuore a Maria e la destano dal suo tramortimento. — 0 Figliuol mio, mio Figliuolo!… vi inchiodano in croce! — O Maria, noi non abbiamo più il diritto di lamentarci di qualunque colpo; ci gitteremo sulla croce; e sì finisca pure di crocifiggerci con Gesù appiè di voi, Madre nostra! Dio vi salvi, o Maria.

2. Madre addolorata, gettateci appresso a Gesù, il quale dalle mani e dai piedi inchiodati spiccia Sangue… O Sangue di Gesù, piovete sulle nostre persone crocifisse con Lui……: e Voi, santa Madre, questo fate che le piaghe del Signore sieno impresse nel nostro cuore! Dio vi salvi, o Maria.

3. Maria ismarrita nella tetraggine del dolore, collo sguardo annebbiato e pieno d’immagini di morte cerca del suo Gesù, e sel vede alzato in croce… — Mio Gesù, geme con ansioso lamento: mio Gesù, e che può farvi la vostra Madre?… E Gesù con un gemito: — Oh mamma, ho tanta sete… — Figliuol mio, la vostra Madre… vi darebbe il sangue… ma non ha una goccia d’acqua da refrigerarvi le labbra nell’agonia. — O Maria, ben lo sapete che Gesù ha sete delle anime nostre e dei nostri figli. Maria, noi vogliamo consolargli questa sete delle anime nostre e dei nostri figli! Maria, vogliamo consolare nella sete Gesù, e consolare Voi, o Madre. Vi giuriamo che ci vogliamo salvare. Dio vi salvi, o Maria.

4. Madre mia, fatevi appresso, le dice Gesù, ché io voglio fare il mio testamento. — Maria a farsi più sotto la croce; intanto che il Sangue, il quale gli pioveva dalla divina testa, gli grondava dalle mani e scorreva lungo la croce dai piedi, gocciava sulla testa, sul volto, sulle mani di Maria e le intingeva le vesti. Gesù quando se la vide lì sotto tutta bagnata del suo Sangue, ce l’ha lasciata per Madre. O Maria, o Maria, fateci da Madre ora dunque e sempre, sino alla morte. Deh! non lasciateci perdere; Vi costiamo troppi dolori. Sì che ci salveremo: Maria, siamo vostri figli, salvateci. Quando corpus morietur fac ut animæ donetur paradisi gloria. Dio vi salvi, o Maria.

5. Quando Gesù ci ebbe data per madre la Madre sotto la croce, Egli parlò col ladro. Consolante mistero! Appresso a Gesù vi è Maria, e trovasi eziandio con Lei il ladro: l’innocenza e la santità in Maria, l’uomo pentito nel ladro. Gesù parla con Maria, ma parla pure col ladro; ma al ladro, perché più disgraziato, parla con maggiore misericordia. A Maria, tutta forte nel sacrificio per salvare i figliuoli, dice: — Madre, voi perdete il Figlio, ma vi lascio per madre ai nostri figliuoli! — Al ladro dice: oggi sarai meco in paradiso. — Ah dunque sotto la croce per mezzo di Maria nessuno si bada perdere, sia pur troppo grande peccatore. Vi ci raccomandiamo tutti, o Maria. Dio vi salvi, o Maria.

6. Gesù gronda le ultime gocce delle sue vene. Maria tutta intrisa di Sangue guarda esterrefatta Gesù che agonizza. Gesù e Maria, voi avete presi i concerti per salvare le anime nostre in quell’angoscioso istante! O Gesù, tirateci sotto la croce, noi ci vogliamo stare colla vostra Madre a contemplarvi: Stabat Mater dolorosa, inxta crucem lacrymosa dum pendebat Filius. Dio vi salvi, oMaria.

7. Ma trema la terra, è scuro il cielo, l’aére negro, e l’universo par che pianga anch’esso sopra Gesù. Gesù mette un alto grido: « Tutto è consumato… » Anche i Giudei si battono il petto, ed i morti si ridestano nei sepolcri: tutto è consumato in Gesù. Il peccato dovette esser pagato colla morte di un Dio. Misericordia!… Maria, metteteci sul petto a Gesù nel Sacramento: gli spireremo sul Cuore. Gesù, Maria, vi raccomandiamo l’anima nostra, i peccatori, i giusti, i moribondi: aiutateci nella nostra per la divina agonia. Dio vi salvi, o Maria.

8. Maria quando moriva Gesù lasciò cadere giù le braccia tremanti sopra Maddalena e Giovanni, che rappresentano i giusti e i peccatori convertiti; e stavasi cogli occhi in Gesù morto. Ah! Le balena ad un tratto dinanzi un lampo di lancia, che dà dentro nel petto a Gesù!… Maria manda uno strido.. ahi! ma Gesù non lo sentiva più quel colpo. Senti però Maria ben addentro il conficcarsi di quella lancia; e per questo la ferita del Costato di Gesù è ferita al Cuor di Maria. Per questo il Cuore immacolato di Maria è tutto fatto per la conversione dei peccatori. O Cuore di Maria, dopo il Cuor di Gesù, sarai la speranza nostra e dei poveri peccatori. Dio vi salvi, o Maria.

9. Maria si gitta sotto la croce tra i sassi tutti bagnati del Sangue di Gesù, e lo riceve morto fra le braccia… e in mostrandoci le piaghe di Lui, ci prega di mettere sopra a ciascuna un buon proponimento, e di chiuderci dentro al Cuore divino nei Sacramenti. O Maria, Madre nostra, sì che lo faremo! Dio vi salvi, o Maria.

10. Oh Maria, abbiamo noi Gesù Cristo qui in mezzo di noi colle sue santissime Piaghe, cui vuole sempre tenere aperte per nostro vantaggio. Deh! almeno quando vegnamo in chiesa gliele vorremmo baciare! Metterci in cuore a Lui, acciocché possiamo fare tutto il bene in Lui, e in Lui spirare l’anima nostra all’agonia. Dio vi salvi, o Muria.

Gloria Patri. Gloria a Voi, Padre santo, vi grideremo col Cuor santissimo di Gesù Cristo; gloria a Voi, o Gesù benedetto, che ci salvaste colla vostra morte; gloria a Voi, Spirito Santo. Il mistero della salvezza del genere umano è compiuto nella morte di Gesù: Voi portateci a vivere beati per Lui Ne in paradiso. (Sì reciti il Gloria Patri).  Requiem æternarm. Gesù, Maria, il crocifisso si innalza anche sul purgatorio. Pace eterna per le piaghe santissime alle anime del purgatorio (si reciti il Requiem).

NOVENA ALL’ARCANGELO SAN RAFFAELE (Festa il 24 Ottobre) – Inizio il 15 Ottobre

NOVENA ALL’ARCANGELO S. RAFFAELE (festa 24 ottobre).

inizia il 15 Ottobre

(G. Riva, Manuale di Filotea, XXX Ed. Milano, 1888)

1. Nobilissimo Arcangelo S. Raffaele, che dalla Siria alla Media accompagnaste sempre fedele il giovanetto Tobia, degnatevi di accompagnare anche me miserabile peccatore nel pericoloso viaggio che ora sto facendo dal tempo all’eternità. Gloria.

II . Sapientissimo Arcangelo S. Raffaele, che, camminando presso il fiume Tigri, preservaste il giovine Tobia dal pericolo della morte, insegnandogli la maniera d’impadronirsi di quel pesce che lo minacciava, preservate anche l’anima mia dagli assalti di quel mostro che dappertutto mi circonda per divorarmi. Gloria.

III. Amorosissimo Arcangelo S. Raffaele, che arrivato nella Media col giovane Tobia, andaste voi stesso nella citta di Rages per riscuotere da Gabelo la nota somma di cui era debitore, siate, vi prego, mediatore dell’anima mia presso il Signore, affine d’ottenermi la totale remissione degli enormi debiti da me contratti colla sua tremenda giustizia. Gl.

IV. Potentissimo Arcangelo S. Raffaele, che liberaste la buona Sara dall’immondo Asmodeo, costringendolo a far ritorno ne’ suoi abissi, liberate anche l’anima mia dall’avarizia, dalla superbia, dalla collera, dalla libidine, dalla gola, dall’accidia, e da tutte le altre passioni, che, a guisa di demonj, la tiranneggiano continuamente, e fate che, liberata una volta, non abbia mai più a ritornare sotto l’ignominioso loro giogo. Gloria.

V. Benignissimo Arcangelo S. Raffaele, che procuraste alla buona Sara una compita felicità, maritandola con Tobia dopo di averla prodigiosamente liberata dalla schiavitù del demonio, fate che anche l’anima mia, tolta alla tirannia delle passioni, si unisca come una sposa al suo Gesù con vincoli indissolubili di una fede sempre viva e di una carità sempre ardente. Gloria.

VI. Pietosissimo Arcangelo S. Raffaele, che, con prodigio affatto nuovo, ridonaste al cieco Tobia il prezioso dono della vista, liberate, vi prego, l’anima mia dalla cecità che l’affligge e la disonora, affinché, conoscendo le cose nel loro vero aspetto, non mi lasci mai ingannare dalle apparenze, ma cammini sempre sicuro nella via dei divini comandamenti. Gloria.

VII. Liberalissimo Arcangelo S. Raffaele, che, dopo avere ricolmato di beneficj e di ricchezze la casa di Tobia, generosamente rifiutaste tutti i tesori a voi offerti in attestato di riconoscenza, ottenetemi, vi prego, un totale distacco dalle cose della terra, affinché rivolga tutti i miei sforzi all’acquisto dei beni eterni e inestimabili del paradiso. Gloria.

VIII. Umilissimo, Arcangelo S. Raffaele, che ricusaste di ricevere gli omaggi d’adorazione a voi prestati dalla riconoscente famiglia del buon Tobia, ottenetemi dal Signore un grande amore all’umiltà, affinché, fuggendo tutti gli onori e le distinzioni del mondo, riponga tutta la mia gloria nel vivere una vita nascosta in Gesù Cristo. Gloria.

IX. Perfettissimo Arcangelo S. Raffaele, che state sempre dinanzi al trono dell’Altissimo a lodarlo, a benedirlo, a glorificarlo, a servirlo, fate che anch’io non perda mai di vista la divina presenza, affinché i miei pensieri, le mie parole, le mie opere sieno sempre dirette alla sua gloria ed alla mia santificazione. Gloria.

OREMUS.

Deus, qui Beatum Raphaëlem Arcangelum Tobiæ famulo tuo comitem dedisti in via, concede nobis famulis tuis, ut ejusdem semper protegamur custodia et muniamur auxilio. Per Dominum, etc.

O Dio, che desti al tuo servo Tobia, compagno di via, il Beato Arcangelo Raffaele, concedi a noi, tuoi servi, di essere sempre protetti dalla sua custodia e muniti del suo aiuto. Per il Signore … ecc.

GIACULATORIA.

Fate ch’io seguavi sempre fedele, Mio caro Arcangelo San Raffaele


LA GRAZIA E LA GLORIA (35)

LA GRAZIA E LA GLORIA (35)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO VII

LA CRESCITA SPIRITUALE DEI FIGLI ADOTTIVI DI DIO. – IL MERITO COME PRIMO MEZZO DI CRESCITA

CAPITOLO III

Tutte le azioni del figlio di Dio, purché moralmente buone, meritano un aumento di grazia e di gloria.

1. – Sappiamo quali condizioni siano assolutamente necessarie per il merito della crescita spirituale: condizioni da parte dell’opera, condizioni da parte dell’agente, condizioni da parte di Dio, il remuneratore del merito. Ci resta da scoprire concretamente, nella vita dei figli adottivi di Dio, le opere in cui troveremo soddisfatte queste condizioni; in altre parole, e per dirla in modo più semplice, quali dei loro atti meritino un aumento di grazia e di gloria. – Ora, questa è la dottrina che mi propongo di dimostrare prima e di spiegare poi. L’ho ricevuta dal Dottore Angelico, che la formula in queste poche parole: « Nell’uomo in possesso della grazia e della carità, ogni atto libero è o merito o demerito »; e di  conseguenza, non c’è azione moralmente buona che, secondo lui, non sia meritoria agli occhi di Dio (Habentibus Charitatem omnis actus est meritorius vel demeritoriusde Malo, q. 2, a 5, ad 1 -. È impossibile dubitare che San Tommaso non intenda un qualsiasi tipo di merito, ma il merito in senso stretto, quello che Dio remunera con i suoi doni soprannaturali. In nessun punto, nei numerosi testi in cui afferma la sua dottrina, dice una sola parola che possa far sospettare un’altra idea. Per lui, l’actus meritorius è ogni atto buono dell’uomo giustificato. Non sarebbe un prendersi gioco del lettore se questa parola meritorius nascondesse un equivoco e significasse sia meriti naturali sia meriti soprannaturali? Inoltre, se il santo Dottore intenda solo un qualsiasi tipo di merito, qualcuno sa dirmi perché la grazia santificante e la carità siano assolutamente richieste? Non c’è dunque alcun tipo di merito per i peccatori?). – Come nell’ordine dei fatti non esiste e non può esistere un’azione deliberata che sia indifferente, cioè che non sia né buona né cattiva dal punto di vista morale, così quando si tratta dei giusti, figli di Dio, ogni opera libera è o merito o peccato. Non è possibile una via di mezzo. Percorrendo il variegato ciclo delle azioni umane: studiare, lavorare con le mani, pregare, ricrearsi, conversare, salutare un amico di passaggio, dire una parola educata … che ne so? Tutte queste azioni e cento altre dello stesso tipo, per quanto indifferenti possano sembrare e per quanto poco importanti si possano ritenere, o sono il prezzo di un aumento proporzionale della grazia o sono colpe che la giustizia punirà. Anche in questo caso, non ci sono vie di mezzo per i figli di adozione. Ho detto: per i figli di adozione; perché l’uomo che non porta la grazia nel suo cuore può fare, e spesso fa, opere che non hanno questo carattere di merito. Per questo San Tommaso dice: « Ogni atto di chi ha la carità è meritorio o peccaminoso, e per lui non c’è atto indifferente » (« Omnis actus habentis charitatem vel est meritorius, vel est peccatum, et nullus est indifferens » – S. Thom, ibidem, obj. 11 cum. resp.), non solo dal punto di vista morale, ma anche da quello del merito o del demerito. So che questa dottrina non è accettata da tutti i teologi (ci sono due modi per contraddirla: alcuni ammettono che non esistano atti indifferenti nella pratica; ma sostengono, allo stesso tempo, che gli atti moralmente buoni dei giusti possono mancare, e spesso mancano, di alcune condizioni necessarie per il merito soprannaturale. È questa l’opinione che teniamo particolarmente in considerazione in questo e nei capitoli seguenti, per opporci ad una dottrina che ci sembra più consolante e meglio sostenuta dalla ragione teologica. Altri sarebbero prontamente d’accordo con noi: ogni atto moralmente buono di una persona giusta è un merito; ma ci sono atti deliberati che non sono né buoni né cattivi; e, di conseguenza, il dilemma del Dottore Angelico non è ammissibile. È soprattutto nella famiglia francescana che troviamo questa teoria degli atti indifferenti. -S. Tommaso, che si batte contro di essa, seguito dalla maggioranza dei filosofi e dei teologi della Scuola, risolve la questione con la sua ordinaria profondità. Se consideriamo gli atti deliberati in sé e nella loro natura specifica, ce ne sono alcuni che non hanno carattere morale, come ad esempio il camminare, poiché la moralità di un atto si misura in base al suo rapporto con la regola dei nostri atti liberi, cioè con la ragione. Ora la ragione non approva né disapprova l’azione di fare una passeggiata. È quindi un atto indifferente, se lo consideriamo solo nella sua essenza specifica. Ma un atto individuale assume necessariamente delle circostanze che lo fanno uscire in qualche modo da questa indeterminatezza e gli conferiscono una moralità che non ha nella sua natura. Così, sebbene l’uomo non sia, in quanto tale, né bianco, né giallo, né nero, è necessario che ogni individuo abbia un colore determinato dalle cause accidentali del temperamento, della nascita o del clima. Ora, tra tutte le circostanze che influenzano le nostre azioni, la principale è quella del fine per cui agiamo. Infatti, la funzione propria della ragione è quella di ordinare la nostra libera attività. Se dunque non ordino la mia azione verso un fine conforme alla ragione, o se la dirigo verso un fine che la ragione disapprova, c’è disordine e di conseguenza un male morale; al contrario, se la ordino verso un fine adeguato, l’ordine razionale è preservato e l’azione, per quanto sia indifferente in sé, diventa buona da un punto di vista morale. Per quanto riguarda gli atti che impediscono ogni nostra deliberazione, come sarebbe un movimento istintivo della mano o del piede, non ci può essere alcun dubbio, poiché non sono nostri. Cfr. S. Thom, 1. 2, q. 18, a. e 9 : de malo, q. 2, a. 5. – (S. Gregorio Magno parla come S. Tommaso su questo argomento. Infatti, egli classifica tra le parole oziose, e di conseguenza riprovevoli, di cui si dovrà rendere conto nel giorno del giudizio, qualsiasi parola che « manchi o della ragione di una giusta necessità, o dell’intenzione di una pia utilità: Otiosum quippe verbum est quod aut ratione justæ necessitatis, aut intentione piæ utilitatis caret ». – Moralia, 1, VIII, c. 17, n. 58. P. L., t. 75. Se, per non essere difettosi, i nostri discorsi e le nostre parole debbano soddisfare questa condizione o qualche altra equivalente, è chiaro che non ce ne sono di indifferenti: perché, suscitati da questi motivi di utilità o di necessità, sono moralmente buoni. – Comunque sia, l’affermazione che si trova in testa a questo capitolo rimarrebbe assolutamente vera anche se si ammettessero gli atti indifferenti, perché attribuisce il merito solo agli atti moralmente buoni. Ciò che sarebbe falso, in questa ipotesi, è il dilemma posto da San Tommaso: in un uomo giusto non c’è atto deliberato che non sia meritorio o demeritorio. Inoltre, le autorità e le ragioni esposte nel presente capitolo sono sufficienti per riconoscere come meritoria qualsiasi azione fatta liberamente, purché non sia un peccato); ma spero di poter mostrare in questo capitolo che questo può essere sostenuto dal suffragio della Sacra Scrittura, dei Padri e degli Autori in cui sia la teologia dogmatica che quella ascetica salutano come i loro più illustri maestri. Cominciamo con i nostri libri Sacri. Non voglio insistere su un’argomentazione di Vasquez e altri, quando sottolineano che la Scrittura promette la ricompensa eterna per le opere più umili e meno esaltanti: dare un bicchiere d’acqua, per esempio. Questa discussione ci porterebbe troppo lontano. Ma come dimenticare l’osservazione così giustamente fatta da Sant’Agostino che, nel loro attuale stato di imperfezione, ci sono due uomini in ciascuno dei figli di adozione: l’uomo vecchio e l’uomo nuovo? Né il Vangelo né gli scritti apostolici ci parlano di un terzo (Si potrebbe dire: se in noi ci sono solo i due uomini di cui hai parlato, allora tutte le azioni sono cattive nel peccatore, poiché l’uomo nuovo non è ancora in lui. Risposta: l’uomo nuovo è in preparazione nella rettitudine della natura, quindi capace di atti buoni, capace anche di ricevere le grazie attuali e di arrivare, se vuole cooperare, alla giustificazione. Pertanto, non tutto in lui è vetustà. Ma non è nemmeno la novità che rende figli adottivi, e serve come base per il merito rigorosamente detto). Ora, l’agire corrisponde all’essere. Quindi, per restare alle azioni che ci competono, ogni opera proviene o dall’uno o dall’altro. Pretenderete che un’azione il cui principio sia la vetustà, possa essere buona, o direte che è possibile agire come figlio di Dio senza meriti davanti al Padre? E se nessuna delle due affermazioni è possibile, cosa vi resta da fare se non confessare con noi ciò che San Tommaso d’Aquino ha appena detto: « Ogni opera di un uomo giusto è o meritoria o demeritoria; oppure, il che equivale alla stessa cosa, non c’è azione moralmente buona dei figli adottivi che non abbia in sé il carattere del vero merito. ». Mi obietterete che gli atti, come quello di dire una parola amabile, di giocare per rilassarsi ed  altre cose simili, non siano di quelle che noi consideriamo come qualità di uomo nuovo; io vorrei chiedervi perché tali atti non dovrebbero essere degni della dignità di figli adottivi, o perché, se questa dignità li approva, l’uomo nuovo non dovrebbe esserne il principio e riconoscerli come propri? Inoltre, dovremo mostrare in seguito come queste opere realizzino in sé le condizioni del merito. Per il momento, si tratta solo di provare il fatto con testimonianze autorizzate.

2. – Ascoltiamo ora i Teologi. Torno innanzitutto a San Tommaso, se non altro per mostrare quanto questa dottrina gli stesse a cuore, visto che la ripropone costantemente nelle sue opere. Le questioni sul Male (de Malo), da cui ho preso in prestito i testi già citati, appartengono alla piena maturità del grande Dottore e sono più o meno contemporanee alla Summa Theologica. Ecco come egli si esprimeva nelle opere precedenti: « Nessun atto di virtù politica o civile (Virtus civilis dirigit in omnibus quæ sunt corporis et etiam propter corpus quæruntur. S. Thom, initio huj. art.) non è indifferente; di per sé ha la sua bontà morale, e se è informata dalla grazia, sarà meritoria. Pertanto, non esiste un’azione deliberata della volontà che non sia né buona né cattiva, non solo secondo il teologo, ma anche secondo il filosofo moralista. Inoltre, quando si ha la grazia, ogni opera buona, purché libera, è meritoria. Inoltre, nessuno degli atti che procedono con la deliberazione della volontà è indifferente; ma è necessariamente o buono o cattivo per una malizia o per una bontà civile. Tuttavia, l’atto di bontà naturale può avere la virtù del merito solo in coloro che sono in grazia di Dio. Pertanto, in colui che ne è privo, l’opera è indifferente dal punto di vista del merito e del demerito. Ma per coloro che possiedono la grazia in sé, è necessario che essa sia meritoria o demeritoria: perché se è moralmente buona, è meritoria; se, al contrario, è cattiva, è demerito (S. Thom. in II, D. 40, q. 1, a. 5. ) ». È impossibile, dopo queste affermazioni così categoriche ripetute fino a sazietà, fraintendere il pensiero del Dottore Angelico. Vediamolo in alcune applicazioni. Chiedetevi cosa pensi del piacere che traiamo dal mangiare o dal bere. San Tommaso risponderà che cercarlo senza la giusta moderazione è disordinato e peccaminoso, perché il godimento smodato esclude dalla sua natura il bene della sobrietà ed è quindi un male. Ma un piacere che non arrivi a questo eccesso può essere preso senza colpa, e persino con merito, se si è nell’amicizia di Dio (Id., ibid. – Ecco come, in un altro luogo delle sue opere, lo stesso Santo parli del gioco delle danze: « Il gioco in sé non è cattivo: altrimenti non sarebbe oggetto di quella virtù morale che si chiama Eutrapelia…  Può quindi essere un atto virtuoso o vizioso, a seconda del fine perseguito e delle circostanze in cui viene praticato. Perseverare, senza alcun rallentamento negli atti della vita, sia attiva che contemplativa, è una cosa impossibile; da qui la necessità di interrompere di tanto in tanto il lavoro con la ricreazione, affinché la mente non soccomba sotto il peso di una gravità troppo costante e possa dedicarsi con più slancio alle opere delle virtù. Giocare con questa intenzione, a patto che non comporti circostanze negative, è fare un atto di virtù; è anche meritare, se il divertimento è informato dalla grazia (santificante). – « Ora, quando si tratta di danze, queste sono le circostanze che sembrano essere richieste: che la persona non sia una persona per la quale tale svago sarebbe improprio, ad esempio un chierico o un religioso; che il momento sia di gioia, come quello di una vittoria, di un matrimonio o di una festa simile; e infine, che ci siano solo persone oneste, canti adatti, e nessun gesto o azione troppo libera. Perché l’atto sarebbe vizioso se favorisse le cattive passioni… ». S. Thom. in cap. III Isaiæ, ad fin. Stessa dottrina e stessi principi sull’ornamento delle donne, come si può vedere nello stesso commento al capitolo di Isaia). – Anche gli atti che per loro natura sembrerebbero i più ribelli al merito, come i rapporti più intimi tra coniugi, sono ricondotti dal Dottore angelico alla legge comune (S. Thom. IV, D. 24, q. 1, a. 4; Suppl. q. 41, a. 4). – Dopo questi testi così formali, ci si stupirebbe se non si trovassero gli stessi pensieri nei teologi che, nell’ordine del grande teologo o al di fuori di esso, sono più strettamente legati alla sua dottrina. Nulla è più frequente che trovarli nei loro scritti. E, per citare solo i principali: questo è il sentimento esplicito di Capréolus, Cajetan, Medina, Domenico Soto, Déza, dei Carmelitani di Salamanca, di Gabriel Vasquez, di Gregorio di Valencia e di Bécan, a cui si potrebbero aggiungere molti altri nomi, come quelli di Ripalda, Gonet, Gregorio Martinez, Zumel, ecc, (II, D. 40, q. 4, a. 4; Cajet. in 1, 2, q. 8, a. 8; Medina in 1.2, q. 18, a. 9: Dom. Solo, de nat. et grat, I. III, c. 4; Deza, II, D. 40; Salmant, Tract. XVI, D. 4, dub. 5; Greg. a Valent. in 1, 2. D. 8, q. 6, p. 3: Becan, 2′ p. Summaæ, Tr. V, c. 4, q. 1. n. 13; Vasquez tn 1, 2. D. 217, c. 2 e 3. È la tesi sostenuta da quest’ultimo teologo: « Omnia bona opera justorum meritoria esse vitæ æternæ, ex Scripturis et Patribus probatur. ». Ciò che impedisce che sia identico a quello di San Tommaso è che Vasquez, in questo concordando con San Bonaventura, ammette come più probabile che ci siano nell’uomo alcuni atti, anche deliberati, che di fatto siano indifferenti o possano esserlo, come mangiare, bere, camminare. Per il resto, egli ritiene che ogni atto moralmente buono sia meritorio per un uomo giusto. Vasq. In I, II, D. 52, c. 3; col. D. 217, c. 2. n. 9). Non basterebbero le pagine se si tentasse di riportare tutte le loro testimonianze. Eccone due, che vi illustrerò a titolo di esempio. Il primo è Domenico Soto che, come tutti gli altri, formula il grande principio di San Tommaso d’Aquino, e che aggiunge queste notevoli parole: « L’ipotesi immaginata da alcuni, secondo la quale un’opera potrebbe procedere da un uomo in uno stato emanante di grazia, è per me inverosimile, a meno che, tuttavia, non si parli di peccati veniali; perché se l’opera è moralmente buona, e procede da uno che abbia la grazia, per questo stesso fatto emana virtualmente dalla grazia » (Dom. Soto, l. c.). – Prendo in prestito l’altra testimonianza di Gregorio di Valencia. Dopo aver stabilito alcuni principi e confutato le opinioni contrarie, conclude in questi termini: « Ne consegue che nessuna opera di un Cristiano giustificato sia indifferente rispetto al merito o al demerito. Moralmente buono, è meritorio: per il fatto stesso di essere l’atto di un uomo giusto, esso è virtualmente legato a Dio. Se cattivo, è ovviamente demeritevole. Perciò i sostenitori del sentimento opposto si sbagliano quando insegnano, secondo i loro principi, che in un uomo giusto possano esserci azioni né meritorie né demeritorie; tanto più che non forniscono alcun argomento di un qualche valore » (Greg. De. Valent. L. c.).

3. – Tutti questi teologi si appellano all’autorità del Dottore Angelico; ma quelli della Compagnia di Gesù possono anche invocare quella del loro Santo fondatore. Si conosce questo libro immortale degli Esercizi Spirituali di un’ortodossia così pura, così meravigliosamente efficace per la santificazione delle anime, esaltato dai più grandi Santi e formalmente approvato dalla Chiesa. Ora questo libro contiene nel modo più chiaro e inequivocabile la dottrina che abbiamo appena esposto. Infatti, se lo apro alla pagina in cui il Santo patriarca tratta dell’esame generale di coscienza, ecco cosa leggo a proposito dei peccati di parola: « Non si deve pronunciare nessuna parola oziosa. Per parola oziosa intendo quella che non sia utile né a noi stessi né agli altri, o che non sia finalizzata a questo fine. Quando, quindi, tutte le volte che le nostre parole risultino, o almeno lo intendiamo, utili per la nostra anima o per quella del nostro prossimo, per il nostro corpo o per i nostri beni temporali, esse non sono parole oziose, anche se parliamo di cose estranee alla nostra professione, come se i religiosi parlassero di guerra o di commercio. Ma, in generale, ogni parola ben ordinata è meritoria; e ogni parola vana o mal diretta è peccato » (Exercitia spirit., S. P. Ignatii de Loyola, I hebdom. Exam. Consc. Gen.). Ascoltiamo e comprendiamo. Si entra in una conversazione: se il discorso tende ad un fine ragionevole, è merito; se, al contrario, non ha un fine riconoscibile dalla ragione o dalla fede, è peccato. Non esiste quindi una via di mezzo tra discorsi oziosi e non, tra discorsi meritori e discorsi più o meno peccaminosi. Sant’Ignazio presuppone evidentemente che l’uomo di cui regola il linguaggio sia un amico di Dio; così come è evidente che la sua dottrina, mirando esplicitamente alle parole, vada oltre e si riferisca in generale ad ogni azione deliberata. – Non avevo forse ragione nell’appellarmi agli autori ascetici? Il venerabile Luigi di Granada, che nel XVI secolo fu uno dei maestri più affidabili nella scienza dei santi e gloria dell’Ordine di San Domenico, sosteneva in modo assoluto la stessa dottrina. In uno dei suoi trattati spirituali enumera gli incomparabili vantaggi della grazia santificante: « Un altro effetto di questa grazia –  scrive – è quello di rendere l’uomo così caro a Dio e di così alta dignità ai suoi occhi, che ogni azione deliberata che compie, a meno che non sia peccaminosa, gli sia gradita e meriti la vita eterna. Perciò non solo le virtù, ma anche le opere naturali, come il mangiare, il bere, il dormire, ecc. sono gradite a Dio e sono meritorie del bene sovrano, perché il soggetto non sarebbe gradito a Dio, senza che tutto ciò egli che fa non sia oggetto di piacere e di merito davanti a Dio, purché non sia un male » (L. de Granada, La guida dei peccatori, L. I, c. 14; Obras, t. 1, p. 66 Barcelona, 1584). – Mi rimprovererei se dovessi omettere un’altra testimonianza molto preziosa, quella di un grande dottore e di un grande maestro di vita spirituale: San Francesco di Sales. Il suo trattato sull’Amore di Dio contiene intere pagine destinate a far luce su questa consolante dottrina. In attesa di trovare l’opportunità di entrare più a fondo nel suo pensiero, riporto almeno alcuni passaggi che ce lo rivelano in modo piuttosto evidente. « Tutto ciò che fate, qualsiasi cosa facciate in parole e opere, fatelo nel nome di Gesù Cristo. Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto a gloria di Dio » (Col. III, 17; 1 Cor. X, 31). Queste sono le parole del divino Apostolo che, come dice il grande San Tommaso spiegandole, sono sufficientemente praticate quando siamo abituati alla santissima carità, con cui, pur non avendo un’intenzione espressa ed attenta, è comunque contenuta nell’unione e nella comunione che abbiamo con Dio, per cui tutto ciò che possiamo fare di buono è dedicato con noi alla sua divina bontà. Non c’è bisogno che un figlio, che viva nella casa e nel potere del padre, dichiari che ciò che acquista sia di suo padre: poiché la sua persona appartenendo al padre, anche tutto ciò che dipende da essa gli appartiene. Basta così che noi siamo figli di Dio per dilezione, perché tutto ciò che facciamo sia interamente destinato alla sua gloria… ». (S. Franc. de Sales, Trattato dell’amore di Dio, L. XII, c. 8). Quindi, secondo la testimonianza del Santo, per il fatto stesso che la carità regni in un’anima, cioè che quest’anima possieda la grazia da cui scaturisce la carità, come un ramo dal tronco, le nostre buone opere, andando alla gloria di Dio, sono meritorie. Il Santo riconosce che nessuna azione virtuosa possa diventare un vero merito, se non è vivificata dalla carità. Ma, aggiunge, « le azioni virtuose (noi sappiamo cosa intenda San Francesco di Sales per azioni virtuose. Ce lo ha detto più in alto: è « tutto ciò che possiamo fare di buono », cioè ogni opera moralmente buona. Non ce n’è una sola, infatti, che non si riferisca a qualche virtù, per quanto piccola e insignificante possa sembrare), dei figli di Dio appartengono tutte alla dilezione sacra: le une, perché le produce per sua natura; le altre, in quanto le santifica con la sua presenza vitale; altre, infine, per l’autorità ed il comando che esercita sulle altre virtù, da cui essa le fa nascere. E queste, non essendo in verità così eminenti in dignità come le azioni propriamente e immediatamente derivate dalla dilezione, eccellono anche incomparabilmente al di sopra delle azioni che hanno tutta la loro santità dalla sola presenza e società della carità » . Poche righe più avanti, dopo un paragone che mette in ottima luce il suo pensiero, il Santo Dottore continua: « Se infine alcune virtù compiono le loro operazioni senza il suo comandamento (il comandamento della carità), purché servano alla sua intenzione, che è l’onore di Dio, essa non manca di riconoscerle come proprie » (S. Franc. De Sales, Trattato dell’Amore di Dio, L, XI, c. 4; col. C. 2).

4. – Ho detto che questo era anche il sentimento dei Padri. Non ne riporterò che una prova: questa è di S, Agostino. Egli spiegava familiarmente l’ultimo versetto del Salmo XXXIV al suo popolo: « Allora, Signore, la mia lingua mediterà la tua giustizia e tutto il giorno proclamerà la tua lode. » – « E quale lingua – egli si chiede – può dichiarare la lode di Dio tutto il giorno? Ora sto andando un po’ oltre i limiti ordinari del mio discorso, e vedo che siete già stanchi. Chi dunque, vi chiedo ancora, può meditare e celebrare la lode di Dio tutto il giorno? Ascoltatemi; io vi dirò come lodare Dio, tutto il giorno, se lo desiderate. Qualsiasi cosa facciate, fatela bene e avrete lodato Dio. Se cantate un inno, voi lodate Dio: perché, suppongo, c’è accordo tra il vostro cuore e la vostra lingua. Interrompete il canto per consumare il vostro pasto; evitate l’intemperanza (dice: non ubriacatevi) e voi avrete lodato Dio. Voi vi ritirate per godervi il riposo del sonno; guardatevi dal fare il male, e voi avrete lodato Dio. Se voi commerciate, sena frode e senza inganno, voi lodate Dio. Se siete un contadino, non litigate con i vostri vicini né con i vostri domestici, vivete in pace e avrete comunque lodato Dio. Ecco come, per tutto il giorno, l’innocenza delle vostre opere sarà la lode di Dio » (S. August. Enarr. 2, in Ps. XXXIV, v, 16). Nessuno negherà, credo, che la lode di Dio sia meritoria per un uomo giusto. Pertanto, poiché ogni azione moralmente buona è una lode a Dio, il Dottore della grazia la considera meritoria. – E così la teologia dogmatica, ascetica e morale, gli studiosi, i Dottori e i Santi, si riuniscono attraverso lo spazio ed il tempo in una dottrina comune, e affermano che laddove il figlio di Dio, nell’esercizio della sua libertà, non offende suo Padre, acquista da Lui nuovi meriti; in altri termini, egli crede per il presente nella grazia, e per il futuro, nella gloria.

LA GRAZIA E LA GLORIA (36)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (1)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (1)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

Brescia, 19 marzo 1935, Can. Ernesto Pasini, Cens. Eccl-

Brescia, 23 marzo 1935 IMPRIMATUR Aem. Bongiorni, Vic. Gen.

PREFAZIONE

 Se a questo libro è necessaria una giustificazione, l’unica plausibile è che l’autore fu invitato a scriverlo. Furono amici non cattolici a chiedergli di rivelar loro, per quanto possibile, lo spirito intimo, la vita interiore della Chiesa Cattolica. Essi conoscono, più o meno, la sua storia, e soprattutto da un determinato punto di vista; sono, inoltre, al corrente di tutte quelle manifestazioni di vita attiva della Chiesa medesima che, quasi ovunque, cadono sotto il loro controllo quotidiano. Conoscono pure buona parte del suo insegnamento che in alcuni punti coincide con quello accettato da loro stessi, mentre altri punti, quali essi li intendono, sono loro estranei o ripugnanti addirittura. Eppure essi sentono, anzi son persuasi, che l’idea della Chiesa Cattolica contiene qualche cosa di più, qualche cosa che va oltre la sua storia e il suo insegnamento, che a quella ha dato origine in passato e questo tuttora vivifica, e che è perciò superiore in importanza ad entrambi per una esatta valutazione della Chiesa stessa. Se riuscissero ad afferrare questo “quid” segreto, se potessero al pari dei Cattolici, rendersi conto del suo operare, solo allora forse si farebbe luce su tante divergenze di giudizio. Quanto appare alla superficie non può che essere manifestazione di ciò che arde dentro. Perché si diano questi segni esteriori di vita cattolica, è necessario vi sia uno spirito interiore ad animare e a permeare tutto il Cattolicesimo, a dargli quella unità, consistenza e solidarietà che innegabilmente possiede. E lo spirito che si manifesta non senza entusiasmo nella vita di ogni vero Cattolico praticante, lo spirito al qual  sono da attribuirsi i frutti prodotti dalla Chiesa Cattolica in ogni luogo e in ogni tempo. Ecco perché, secondo l’autore, spiriti avidi di conoscere questa vita interiore si sono rivolti precisamente a chi di essa già partecipa, in essa respira e di essa, come umilmente e sinceramente spera, già vive. È questo senza dubbio l’unico mezzo per poter afferrare anche un semplice barlume della verità. Nessuno che voglia veramente penetrare l’anima dell’Inghilterra si rivolgerà per ciò ad un Soviet russo; allo stesso modo, nessuno che sinceramente desideri di conoscere la Chiesa Cattolica nella sua realtà andrà ad informarsene presso uno la cui penna sia intinta nel fiele, le cui labbra stillin veleno, e che abbia in mente una gran confusione a questo riguardo. Uno scrittore siffatto non potrà mai dire la verità, di qualunque argomento si occupi. Poiché una comprensione giusta richiede la simpatia; e l’odio acceca sempre. E se pure manchi l’odio, nel significato peggiore della parola, il pregiudizio suo fratellastro riesce sempre ad alterare la verità e a farla servire al proprio scopo, finché il quadro finale che ne risulta si riduce ad una caricatura e nulla più. E ciò è particolarmente vero nel trattare di questioni religiose.  “Colui che conserva la carità nei costumi può comprendere tanto ciò ch’è evidente quanto ciò ch’è latente nelle questioni religiose — dice S. Agostino. — L’amore lo induce allo studio, l’amore lo guida nella ricerca, l’amore lo spinge a bussare alla porta; l’amore fa che in lui permanga quanto gli fu rivelato. » (Serm. 189, de Temp.). È dunque in risposta a una domanda di questo genere che l’autore ha compiuto il tentativo racchiuso nel presente volume, ed egli desidera che lo si legga nello spirito medesimo con cui fu scritto. Quella che noi chiamiamo teologia si affaccia talvolta inevitabilmente nelle sue pagine; eppure non è un’opera di teologia né di apologetica questa che l’autore offre. Egli non ha nessun mandato ufficiale e non ne accetta alcuno, né per difendere la sua Chiesa né per dimostrare la verità del suo insegnamento. Il suo compito è semplicemente quello di definire la posizione della Chiesa, di scoprire quasi l’anima propria o almeno di spiegare a chi desidera ascoltarlo le proprie convinzioni intime nei riguardi di Dio e dell’uomo. Egli perciò spera, anzi crede, che non sarà deluso e che i suoi lettori vorranno almeno riconoscergli il merito di una sincera fede in ciò che asserisce ed accettare poi quanto egli ha da dire, non solo come sua conclusione personale e come veduta propria particolare, ma come esponente di quella stessa fede ch’egli ha comune con i fratelli cattolici, sia esplicitamente nella forma o implicitamente nella pratica, fede basata su di una evidenza tale che, per lui almeno, è secondo ragione e quindi convincente. Se queste pagine non fossero tutto ciò, e si riducessero a una semplice esposizione del credo dello scrittore, non potrebbero essere espressione attendibile del pensiero cattolico. – Per lui che non è un convertito, la Chiesa in cui crede con fermezza e che ama di cuore, deriva direttamente dalla Chiesa del tempo in cui tutta l’Inghilterra era cattolica. Egli ringrazia Dio ogni giorno per il dono della fede goduto sin dall’infanzia, e nulla maggiormente lo addolora del fatto che tanti fra i suoi compatrioti han perduto l’eredità goduta dai loro antenati. Sa che molti, la maggior parte forse, dei suoi lettori non condividono la sua fede e il suo amore, né il suo rimpianto per la perduta eredità. Eppure, non per ciò li condanna, né si sente ad essi completamente estraneo. Ha vissuto abbastanza, e sotto le circostanze più varie, per sapere che differenze fondamentali di pensiero, specie in questioni di religione, sono dovute a cause molteplici, parecchie delle quali sfuggono al controllo dell’individuo. “Lo spirito soffia dove vuole”; “ il regno dei cieli è simile al lievito » l’azione del quale è segreta. Il metodo usato da Nostro Signore Gesù Cristo non fu mai un metodo di coercizione; ma allorché qualcuno a Lui si rivolgeva, Egli “lo guardava e lo amava” e ad uno, il quale non altro fece che mostrar di apprezzare la sua parola, Egli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio.” – Allo stesso modo e, l’autore lo spera, nello stesso spirito, egli ha avuto ed ha tuttora molti amici, protestanti e pagani, maomettani, indù e parsi, e ha potuto personalmente constatare fra loro tutti l’opera prodigiosa della grazia di Dio. Varie volte egli ha dovuto rammentare a se stesso, dinanzi all’evidenza dei fatti, che Nostro Signore venne sulla terra « non per giudicare il mondo, ma perché il mondo fosse da Lui salvato », e che morì, versando fino all’ultima goccia del suo sangue, non per i soli Cattolici, né per i soli Cristiani, ma per gli uomini tutti, indistintamente, come bene disse S. Agostino in tempi non troppo dissimili dai nostri e con una visione che, come sempre, abbraccia il. mondo intero, “Il Redentore venne e pagò il prezzo, diede il suo sangue e con esso riscattò il mondo. Chiedete che cosa acquistò? Guardate il prezzo versato e vedrete che cosa acquistò. Il prezzo è il sangue stesso di Cristo. Che cosa è adeguato a un tal prezzo? Che cosa, se non il mondo tutto? Che cosa, se non le nazioni tutte della terra? “In verità, o svalutano il prezzo che è stato versato o sono molto orgogliosi coloro che dicono essere quel prezzo tanto piccolo da aver riscattato solo gli abitanti dell’Africa, oppure avere essi soli tanta importanza che soltanto per loro sia stato versato un tal prezzo. Che costoro non si esaltino, non insuperbiscano. Quanto Egli diede lo diede per tutti.» (in Ps 95, n. 8). In considerazione di ciò, l’autore scrive non per controbattere alcuno, ma con la sola speranza che le sue pagine servano a riavvicinare gli uomini fra loro, “affinché possiamo conoscerli ed esser da loro conosciuti”, — ut cognoscamus et cognoscamur —, com’ebbe a dirgli or non è molto l’attuale Pontefice. Egli, dunque, di proposito si astiene da ogni parola che voglia essere di controversia o influire sulle convinzioni, le vere, le genuine convinzioni, altrui; e se una frase di questo genere gli sfugge non avrà altro scopo che quello di illustrare il suo pensiero per via di contrasto. Egli non scrive che la verità positiva, quale essa gli consta, per amici che lo hanno pregato di far ciò, e desidera che le sue parole vengano lette e interpretate come si leggono e s’ interpretano le parole di un amico. Alcuni non cattolici troveranno forse che l’interpretazione data dall’autore all’anima della Chiesa Cattolica non le appartiene esclusivamente ma è in gran parte comune a tutta la Cristianità, e condivisa anche dalla chiesa particolare della quale essi son membri. A questi l’autore non può che rispondere: “Dio sia ringraziato! Vuol dire che non siamo poi così fondamentalmente separati come credevamo.” Potessero davvero le affermazioni di questo volume riferirsi a tutti e a ciascuno di noi, a come un tempo si poteva riferirle ai nostri antenati senza distinzione! Allora la riunione della Cristianità non sarebbe più tanto lontana. Se la scoperta di un vasto campo comune sarà l’unico frutto di questo libro, esso non sarà stato scritto invano.

INTRODUZIONE

Nel rileggere quanto abbiamo esposto nei capitoli seguenti ci rendiamo conto della barriera che divide oggi gli uomini in due campi sempre più distinti. Da una parte, coloro che, senza distinzione di credo, accettano il soprannaturale come una realtà; dall’altra, tutti i negatori del soprannaturale. Per questi ultimi non esiste un aldilà o, se esiste, è cosa che non li riguarda, come non li preoccupa né minimamente li interessa il problema dell’esistenza di Dio. Ne viene di conseguenza che ogni principio fondamentale di vita deve, per loro, trovare la sua spiegazione e la sua definizione indipendentemente da Dio. La vita stessa e il suo fine, il dovere e le sue obbligazioni, la libertà e le responsabilità che ne derivano, l’amore dato e ricambiato, il sacrificio e il suo premio; il male, il suo significato, la sua responsabilità, il suo castigo e il suo rimedio; il bene, il suo valore, la sua nobiltà, la sua ricompensa, i suoi frutti; le relazioni dell’uomo con se stesso, coi fratelli, con la patria, con gli amici e coi nemici, infine con tutta l’umanità; il possesso, la potenza, il piacere, il diritto e la giustizia, la verità e il vizio, tutte queste cose esigono per coloro che non riconoscono al soprannaturale alcun diritto di cittadinanza definizioni affatto diverse da quelle che i credenti accettano. Anzi, definizioni vere e proprie non possono darsi: quando l’uomo si è fatto ideale e misura di se stesso, proprio giudice e proprio fine, tutte le realtà sopra elencate debbono servire a lui solo, e, per quanto si voglia dissimularlo, debbono ridursi a strumenti per la sua personale soddisfazione. Chi abbia questa mentalità troverà il nostro libro privo di ogni significato. Se ne sentirà anzi irritato e spinto forse a disprezzarlo. Lo giudicherà empirico (termine questo che non è proprio soltanto della generazione presente) e antiquato, un insieme di illusioni, un sogno vuoto di senso comune, non confermato dall’esperienza, forse addirittura una invenzione dei preti per adescare e asservire le anime libere. Chi non sapesse vedere altro in questo libro sarebbe pregato di metterlo da parte: esso non è fatto per lui. Ma noi vorremmo almeno dirgli che la vita e gli ideali ch’esso ha cercato di descrivere sono stati per ben quindici secoli ideali indiscussi, e che, per quanto antichi, hanno ancora la novità e la freschezza dei fanciulli e dei giovani che ogni anno, a milioni, continuano ad assorbirli e ad edificare, su quelli, la loro vita. E non basta: oltre ai trecentocinquanta milioni di credenti Cristiani ve ne sono altre centinaia di milioni, che noi talvolta chiamiamo pagani, pei quali il soprannaturale è una grande realtà e pei quali l’ideale descritto in queste pagine ha un significato pieno ed accettabile. La miscredenza moderna è un fenomeno molto isolato; tende a diffondersi, ma, in confronto della estensione della razza umana e dello stesso Cristianesimo nel cui seno sorge, è ancora poca cosa, ristretta in un alveo tutto suo. Le danno il nome di nuovo paganesimo; in realtà, per render giustizia ai veri pagani, dovremmo chiamarla in altro modo, ché i pagani autentici la condannano ancor più dei Cristiani. Ma nell’altro campo sono coloro pei quali Iddio e il soprannaturale sono una grande realtà, coloro che sanno in chi hanno riposto fede e che hanno la certezza di non essersi ingannati. Essi credono, e la loro non è una semplice opinione, di appartenere a Dio, e sanno ch’Egli si prende cura dei suoi. Credono che Dio ha parlato e ci ha detto cose che mai avremmo potuto scoprire da soli, e ch’Egli ci ha dato delle leggi e dei precetti per la regola della nostra vita. Per essi quindi, dal momento che Dio ha parlato, la vita e il dovere, l’amore e il sacrificio, il male e il bene, il diritto e la giustizia hanno significati e definizioni assai più chiari e sicuri di quelli che l’uomo avrebbe mai potuto da sé immaginare; hanno delle sanzioni che rendono quei principî, come la civiltà su di essi imperniata, molto più saldi di qualunque cosa l’uomo possa da sé solo costruire. È per costoro in primo luogo che fu scritto questo libro, possano essi, o no, convenire in tutto ciò che contiene; il loro consenso, per lo meno, riposerà sui principî primi intorno ai quali autore e lettori sono d’accordo. Senza questa intesa iniziale diverrebbe impossibile ogni ulteriore comprensione reciproca.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (2)

LA GRAZIA E LA GLORIA (34)

LA GRAZIA E LA GLORIA (34)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO VII

LA CRESCITA SPIRITUALE DEI FIGLI ADOTTIVI DI DIO. – IL MERITO COME PRIMO MEZZO DI CRESCITA

CAPITOLO II.

Il merito, sua natura e sue condizioni.

1. – Non è mia intenzione trattare a lungo della natura del merito. Diremo solo ciò che è necessario sapere al riguardo per l’intelligenza della nostra crescita spirituale, cioè l’aumento della grazia santificante e delle virtù dell’anima dei figli adottivi. Prima di tutto, rivolgiamoci al Santo Concilio di Trento su questo grave argomento. Ecco come ne parla nell’esposizione autentica della dottrina: i peccatori, « una volta giustificati e resi amici di Dio e membri della sua casa (domestici), si rinnovano, come dice l’Apostolo, di giorno in giorno, camminando di virtù in virtù…; essi crescono con l’osservanza dei comandamenti di Dio e della Chiesa, nella giustizia che hanno ricevuto per grazia di Gesù Cristo, con la fede cooperante nelle loro buone opere e sono sempre più giustificati. Perché sta scritto: Il giusto diventa sempre più giusto. E ancora: Non abbiate paura di avanzare nella giustizia fino alla morte… È questo aumento della giustizia che la Chiesa chiede a Dio, quando gli dice: Donaci, o Signore, un aumento della fede, della speranza e della carità » (Conc. Trid., sess. VI, cap. 14). – I canoni fulminati contro l’eresia non sono meno espliciti dell’esposizione dottrinale. Testimone è il canone 24° della stessa sessione: « Se qualcuno dirà che la giustizia non si conservi e nemmeno si accresca davanti a Dio con le opere buone, ma che queste opere siano solo i frutti e i segni della giustizia acquisita, e non una causa di incremento per essa, sia anatema ». Anatema anche a chi dirà « … che le opere buone dei giusti sono talmente un dono di Dio e che esse non sono, nello stesso tempo, meriti per il giustificato; o chi sosterrà che il giustificato dalle buone opere che compie per grazia di Dio e per i meriti di Gesù Cristo di cui è membro vivente, non meriti in verità l’aumento della grazia e l’aumento della gloria. » Notiamo queste ultime parole del 32° canone: esse ci mostrano che questi due termini, grazia e gloria, sono associati in un merito comune; così che meritare l’aumento dell’una è per questo stesso fatto acquisire il diritto all’aumento dell’altra. E non c’è niente di più naturale, perché la gloria corrisponde alla grazia e quest’ultima è il seme della prima. – Ho voluto citare a lungo questi vari passi del Santo Concilio, sia perché ci dispenseranno dal riportarne altri, sia perché contengono in sostanza tutto ciò che dovremo dire sulle condizioni del vero merito. Ora, su questa questione capitale, se ci sono punti di dottrina indiscutibili, ce ne sono però altri in cui regna una certa divergenza di opinioni tra i nostri Dottori. Diciamo innanzitutto ciò che non può essere messo in dubbio; poi affronteremo i punti controversi per far emergere, se piace a Dio, il più probabile e il più consolante.

2. Per iniziare con ciò che riguarda il merito delle opere, considerate in sé stesse, sono indispensabili tre cose. Per essere meritoria, l’opera deve essere moralmente buona, deve essere libera e deve essere compiuta sotto l’influenza della grazia. – Dell’opera meritoria, ho detto che deve essere moralmente buona. Il merito è il diritto a una ricompensa; è un atto per il quale la grazia è il premio. Come può un’azione malvagia, che, lungi dal procurare gloria a Dio, costituirebbe una disobbedienza e un’offesa alla Maestà divina, dare diritto a qualcos’altro da parte di Dio se non a una punizione giustamente meritata? – Non parlerò qui di azioni che si chiamano indifferenti e che non avrebbero per loro natura né malizia né bontà morale. Secondo il sentire comune dei più grandi teologi, tali azioni non si verificano nella realtà, almeno quando si tratta di atti liberi. Infatti, ci sono due possibilità: o l’agente da cui promanano si propone un fine secondo la regola della ragione, e, in questa ipotesi, il suo atto o agisce senza un fine ragionevole, e quindi l’azione diventa cattiva, è un disordine, poiché è in flagrante disaccordo con la dignità della natura. In ogni caso, nessuno vedrebbe alcun merito in un atto privo di moralità. – Moralmente buona, l’opera per diventare meritoria deve comunque essere gratuita. È l’universalità dei Padri e l’intera teologia cattolica a gridarci per bocca di San Bernardo: « Dove non c’è libertà, non c’è merito”. Ubi non est libertas, nec meritum » (S. Bern, Serm. 81 in Cant.). E questo è ciò che risulta chiaramente dalla natura stessa del merito. In effetti, « meritare è acquisire per se stessi un qualche bene a titolo di salario. Ma questo richiede che si dia qualcosa il cui valore sia proporzionale (aliquid condignum) a ciò che è oggetto del merito. Ma noi non diamo se non ciò che sia nostro, ciò che possediamo e controlliamo. Inoltre, abbiamo il dominio dei nostri atti solo grazie alla libera volontà » (S. Thom. de Verit. q. 26, a. 6.). Questo è ciò che lo Spirito Santo ci fa ascoltare nel libro dell’Ecclesiastico: « Dio, fin dal principio, creò l’uomo e lo lasciò nelle mani del proprio consiglio… Davanti all’uomo ci sono la morte e la vita, il bene e il male; ciò che sceglierà gli sarà dato » (Eccl. XV, 14-18). Osserviamo, tuttavia, che la libertà, presupposta per merito, non è necessariamente quella libertà imperfetta che può essere indifferente al male o al bene, al vizio o alla virtù. Dio, l’esemplare infinitamente perfetto della vera libertà, come di tutte le perfezioni, non ha questa scelta. In virtù della sua natura, Egli è essenzialmente fissato nell’amore del bene e nell’orrore del male. Per Lui cessare di volere l’uno o odiare l’altro è cessare di essere Dio, esse sarebbero la stessa cosa. La sua libertà è la scelta tra beni finiti, perché la volontà divina conosce assolutamente una sola necessità, quella di amare il bene sovranamente perfetto. Amare il bene sovranamente perfetto, cioè Dio stesso. Pertanto, il potere che è in noi di scegliere tra il bene morale e il suo contrario, lungi dall’essere l’essenza del nostro libero arbitrio, è solo una sua triste imperfezione. (S. Thom. 3 p., q. 62, a.8, ad 3). E la gloria dei figli di adozione sarà quella di essere un giorno, come il loro Padre, liberi e legati per sempre all’amore della vera bontà. – Ma non è meno vero che toglierci la libertà significa toglierci tutti i nostri meriti. Il Concilio di Trento e i Pontefici hanno quindi condannato con anatema la negazione del libero arbitrio predicata dagli innovatori del XVI secolo (Concilio di Trento, sess. VI, can. 4 e 5) e le proposizioni in cui Giansenio insegnava che, nello stato di natura decaduta, l’assenza di coazione, anche quando prevalga la necessità, è sufficiente per il merito e il demerito (3° delle proposizioni, tratte dall’Augustinus di Cornelio Giansenio e condannate da Innocenzo X, etc.). – Un’ultima condizione finale dell’atto meritorio è che esso proceda dalla grazia. Supponete che la natura con le sue facoltà proprie ne sia l’unico principio, forse ne risulterà un titolo a qualche bene dell’ordine naturale; ma non aspettatevi che Dio doni la grazia o la gloria come ricompensa, perché non ci sarebbe quella giusta proporzione tra servizio e ricompensa che è essenziale per il merito propriamente detto. È questa assoluta impotenza della natura a meritare, in qualsiasi misura, i doni soprannaturali, che la Chiesa ha così spesso affermato contro i Pelagiani del V secolo, e gli eretici che li hanno più o meno seguiti nel corso dei secoli. Da queste lotte non potremo che trarre una doppia sentenza. Una è del famoso Concilio di Orange: « Sì, la ricompensa è dovuta alle opere buone, quando se ne fanno; ma la grazia che non è dovuta, precede affinché esse si facciano » (« Debetur merces bonis operibus si fiant; sed gratia quæ non debetur, præcedit ut fiant » Con. Araus, II can. 18). L’altra è di Sant’Agostino, l’immortale campione della grazia di Cristo: « Dio, quando incorona i nostri meriti, incorona solo i suoi doni », perché questi meriti devono avere le loro radici nella grazia per essere meritori (« Cum Deus coronat merita nostra, nihil aliud eoronat quam munera sua ». S. Agostino, ep. 194, n. 19). Ecco, dunque, le tre condizioni assolutamente indispensabili nei nostri atti, perché ci sia un merito davanti a Dio.

3. – Oltre a queste condizioni richieste nell’opera stessa, per il merito propriamente detto, quello che non è più di pura convenienza ma di condegnazione, che non è più rivolto alla sola misericordia, ma alla giustizia, ce n’è un’altra che deve riguardare la persona stessa dell’agente. Una cosa ammirevole che ci mostra la grandezza della grazia santificante e dei doni che l’accompagnano, quando un uomo, secondo il pensiero del grande Apostolo, « benché abbia una fede capace di spostare le montagne; quand’anche abbia distribuito tutti i suoi beni ai poveri e abbia dato il suo corpo per essere consumato dal fuoco, se non ha la carità, tutto questo non gli servirà a nulla » (1 Cor. XIII, 2, 3). – Si tratterebbe, ne convengo, e la fede me lo insegna, di disposizioni che mi preparano a ricevere la grazia, di meriti in senso lato, se volete; ma Dio non deve loro né la grazia né la gloria, né l’aumento di entrambe. Perché? Perché la condizione assolutamente essenziale del merito propriamente detto è lo stato di grazia; diciamo meglio ancora: Perché la dignità di essere figli di Dio deve essere considerata come la ragione primaria delle nostre opere meritorie (« E l’aumento della grazia e la sua infusione sono da Dio. Ma, per quanto ci riguarda, altra è l’influenza dei nostri atti su questa prima infusione, altra è sull’accrescimento della grazia. Questo perché, finché l’uomo non ha la grazia santificante, non partecipa ancora all’essere divino e, di conseguenza, le opere che compie non hanno alcuna proporzione con il bene soprannaturale che dovrebbe meritare. Ma una volta che per grazia gli è stato dato questo essere divino, questi stessi atti acquistano una dignità sufficiente per meritare l’aumento o la perfezione della stessa grazia » S. Thom., II D. 27, q. 1, a. 5, ad 3). La Santa Chiesa lo insegna espressamente attraverso il Concilio di Trento: infatti, se Dio promette un aumento della giustizia e la vita eterna come ricompensa per le buone opere, è ai giustificati, agli amici di Dio, alle membra vive di Gesù Cristo, ai rami che aderiscono alla vigna e che ricevono pienamente la sua influenza, ai membri della Chiesa e al popolo. La promessa è fatta ai giustificati, agli amici di Dio, alle membra vive di Gesù Cristo, ai tralci che aderiscono alla vite e ne ricevono pienamente l’influenza, è a coloro che vivono per grazia e si muovono nella carità, che è fatta la promessa. – Per quanto questa dottrina sia evidente nell’insegnamento del grande Concilio, ha ricevuto, se possibile, una manifestazione ancora più eclatante nella condanna del Bäjanismo. Ascoltiamo piuttosto le proposizioni proscritte dai supremi giudici della fede, S. Pio V, Gregorio XIII e Urbano VII. « È essere del sentimento di Pelagio il quale sostiene che un atto buono, fatto senza la grazia d’adozione, non sia meritorio della vita eterna (Prop. 12). Pensa come Pelagio chi dice che per meritare sia necessario essere elevato dalla grazia di adozione, ad uno stato deiforme » (Prop. 17). Ma perché non si sospetti che queste condanne siano rivolte esclusivamente al paragone ingiurioso fatto tra la dottrina di Pelagio e quella che sostiene la grazia santificante come primo principio del merito, ci sono altre proposizioni altrettanto riprovevoli che non contengono nulla di simile; questa, ad esempio: « La ragione del merito non deriva dal fatto che chi compie opere buone abbia come ospite la grazia e lo Spirito Santo, ma solo dal fatto che obbedisce alla legge divina » (Prop. 15; col. prop. 15). Ancora, la Proposizione 17 così recita: « Le opere di giustizia e di temperanza, compiute da Gesù Cristo, non hanno ricevuto un valore maggiore dalla dignità della persona che le ha compiute, persona che le eseguiva ». – Queste condanne sono piuttosto notevoli, perché ci rappresentano la grazia dell’adozione, non solo come condizione necessaria, ma anche e soprattutto come fattore essenziale e principale del merito della condignità. E la natura stessa delle cose è lì a confermare ciò che l’autorità ci ha appena insegnato. Come può crescere nella grazia colui che non esiste ancora, e come può meritare un aumento di gloria colui che non è ancora figlio, quando l’eredità è solo per i figli? – Entriamo ancora più nel merito e consideriamo il rapporto tra le opere e il premio che è loro destinato. Se si tratta di una questione di stretto merito e di giustizia, non deve esistere una giustizia, che ci sia una vera proporzione tra questo e quelli? Se l’omaggio viene da un amico di Dio, da un figlio amato, da un cuore pieno di Spirito Santo, capisco che può essere così degno di stima agli occhi della giustizia divina. Perché Dio vede in essa non tanto il suo valore, che a volte è molto piccolo, ma la persona stessa che la offre. La più semplice carezza di un caro bambino non ha spesso più potere sul cuore di una madre di tutti i segni di deferenza di un estraneo o di un nemico? Da quando la dignità della persona deve essere trascurata quando si tratta di stimare il prezzo degli omaggi resi o ricevuti? – Il più piccolo degli atti d’amore o di obbedienza offerti a Dio dal Verbo fatto uomo aveva un valore incomparabile ed un peso infinito. Questi atti di bontà finita, se considerati in sé, appaiono come informati dall’incommensurabile grandezza della Persona che li ha prodotti. Da qui la dottrina certa che per pagare tutti i debiti del mondo e per meritare tutte le grazie che sono state o saranno mai distribuite in cielo e in terra, bastava che il cuore salisse dal Dio incarnato verso il Padre. Ora, non dimentichiamo che chiunque sia in stato di grazia non è più solo un uomo: è un dio deificato.

4. – Una condizione finale richiesta per il merito in senso stretto, cioè solo per quello di cui ci occupiamo qui, deve essere presa dal lato di Dio. Affinché abbiamo diritto alla ricompensa agli occhi della giustizia eterna, Dio deve essersi impegnato liberamente a darcela. Invano offrirei a questo artista un prezzo equivalente, o addirittura superiore, al valore della sua opera. La giustizia non lo obbligherebbe a consegnarmelo, se non fosse contento di accettare il mio denaro come pagamento per il suo lavoro. « Dio – dice Sant’Agostino – è diventato nostro debitore, non perché abbia ricevuto qualcosa da noi, ma perché ci ha fatto le sue promesse ». (Debitorem ipse fecit se, non accipiendo sed promittendo. Non ei dicitur: redde quod accepisti, sed, redde quod promisisti. S. Agosto. Ep. 194). Non esamineremo se questa promessa non sia sufficientemente contenuta nella capacità soprannaturale che Dio ci ha dato di compiere degli atti, il cui valore è proporzionale o all’aumento della grazia santificante o alla beatitudine finale. Molti l’hanno pensato e io considero la loro opinione molto probabile. In ogni caso, ci basta vedere le promesse divine registrate nelle Scritture e manifestamente promulgate dalla loro infallibile interprete, la santa Chiesa (Conc. Trident. Ss. VI, c. 16). – Non esaminerò nemmeno un’altra questione molto controversa, anche se la divergenza delle soluzioni è forse più nelle parole che nelle cose. I nostri meriti ci conferiscono davanti a Dio uno stretto diritto alla giustizia, tanto da diventare Egli in verità nostro debitore? Sì, dicono gli uni; no, dicono altri in modo più preciso. Qualunque sia la formula, poiché Dio è la regola suprema e la fonte di ogni obbligo e dovere, non può essere vincolato, come lo siamo noi. Il suo obbligo nei suoi confronti, non è altro che la necessità di non abdicare a se stesso; e questa stessa eminenza dell’obbligo divino a favore della creatura, lungi dal diminuire la certezza delle nostre speranze, le innalza infinitamente: è infatti manifestamente impossibile che Dio sia contrario a Dio. A chi parla del nostro diritto e del debito di Dio, come se fossero diritti e debiti tra creature, vorrei chiedere che cosa diamo a Dio che non sia innanzitutto un dono della sua liberale munificenza? L’assioma: “Do ut des“, io do a te affinché tu dia a me, quando si tratta di Dio, ha un significato così particolare che non si applica a nessun altro se non a Lui. Se gli diamo le nostre opere buone per riceverne il prezzo di un tesoro che sia esclusivamente nostro, lo otteniamo. Guardate e vedete come, prima di essere nostre, queste opere sono ancora più di Dio, poiché Egli ci ha dato la facoltà di farle, la dignità soprannaturale che le nobilita e l’operazione stessa che le costituisce; da Dio che si è liberamente impegnato a ricompensarle oltre ogni misura. – C’è bisogno di aggiungere che in questo ammirevole commercio, tutto il profitto sia per noi? Dio sarà meno felice, meno ricco, meno perfetto, se gli rifiutate la vostra benedizione, o il vostro amore sarà in grado di aggiungere la minima parte alle sue infinite perfezioni? È partendo da questo pensiero che il Dottore Angelico, seguendo Sant’Agostino, risolve una singolare difficoltà. La ricerca della propria gloria, si diceva, non può essere un peccato, poiché Dio, il modello che dobbiamo imitare come figli diletti (Efesini V, 1), ci ha creati per procurarci la sua. Sì, risponde il grande teologo, Dio cerca la sua propria gloria; ma, oltre al fatto che non si eleverà mai al di sopra di se stesso, per quanto lo si possa lodare, perché è al di sopra di tutte le cose; è a noi che conviene conoscere la sua grandezza e sapere che è al di sopra di tutte le cose. è opportuno conoscere la sua grandezza, e non Lui. E poiché non lo conosceremmo se non lodasse se stesso, è evidente che non cerca la sua gloria per sé, ma per noi. Da qui la conclusione che l’uomo possa anche desiderare la buona fama, ma a beneficio dei fratelli, secondo le parole del Maestro: « Che vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli » (Thom., 2. 2 q.132, a. 1). – Infine, è necessario aggiungere che l’infinita sovranità di Dio ripugna ad ogni dipendenza esterna? Chi è dunque al di sopra di Lui per imporgli leggi o per mantenerlo nella regola della giustizia, Lui che è la stessa regola e la giustizia per essenza? Affrettiamoci a concludere con San Tommaso: « Poiché tutte le nostre azioni hanno merito solo presupponendo l’ordinazione divina, da cui traggono tutto il loro essere e tutto il loro valore, ne consegue che Dio non è semplicemente debitore nei nostri confronti, ma lo è per il suo proprio » (Id. t. 2, q. 114, a. 1 ad 3), sia che ci conceda l’aumento di grazia per le nostre opere di figli, sia che ci prepari quello della gloria.

LA GRAZIA E LA GLORIA (35)

11 OTTOBRE: FESTA DELLA MATERNITÀ DELLA B. V. MARIA (2022)

11 OTTOBRE

MATERNITÀ DELLA B. V. MARIA

(Dom  Gueranger: l’Anno Liturgico-vol. II;S. Paolo ed. Alba, 1957)

Il titolo di Madre di Dio.

Il titolo di Madre di Dio, fra tutti quelli che vengono attribuiti alla Madonna, è il più glorioso. Essere la Madre di Dio è per Maria la sua ragion d’essere, il motivo di tutti i suoi privilegi e delle sue grazie. Per noi il titolo racchiude tutto il mistero della Incarnazione e non ne vediamo altro che più di questo sia sorgente per Maria di lodi e per noi di gioia. Sant’Efrem pensava giustamente che credere e affermare che la Santissima Vergine Maria è Madre di Dio è dare una prova sicura della nostra fede. La Chiesa quindi non celebra alcuna festa della Vergine Maria senza lodarla per questo privilegio. E così saluta la beata Madre di Dio nell’Immacolato Concepimento, nella Natività, nell’Assunzione e noi nella recita frequentissima dell’Ave Maria facciamo altrettanto.

L’eresia nestoriana.

« Theotókos », Madre di Dio, è il nome con cui nei secoli è stata designata Maria Santissima. Fare la storia del dogma della maternità divina sarebbe fare la storia di tutto il Cristianesimo, perché il nome era entrato così profondamente nel cuore dei fedeli che quando, davanti al Vescovo di Costantinopoli, Nestorio, un prete che era il suo portavoce, osò affermare che Maria era soltanto madre di un uomo, perché era impossibile che Dio nascesse da una donna, il popolo protestò scandalizzato. Era allora Vescovo di Alessandria san Cirillo, l’uomo suscitato da Dio per difendere l’onore della Madre del suo Figlio. Egli tosto manifestava il suo stupore: « Mi meraviglia che vi siano persone, che pensano che la Santa Vergine non debba essere chiamata Madre di Dio. Se nostro Signore è Dio, Maria, che lo mise al mondo, non è la Madre di Dio? Ma questa è la fede che ci hanno trasmessa gli Apostoli, anche se non si sono serviti di questo termine, ed è la dottrina che abbiamo appresa dai Santi Padri ».

Il Concilio di Efeso.

Nestorio non cambiò pensiero e l’imperatore convocò un Concilio, che si aprì ad Efeso il 22 giugno del 431 sotto la presidenza di san Cirillo, legato del Papa Celestino. Erano presenti 200 Vescovi i quali proclamarono che « la persona di Cristo è una e divina e che la Santissima Vergine deve essere riconosciuta e venerata da tutti quale vera Madre di Dio ». I Cristiani di Efeso intonarono canti di trionfo, illuminarono la città e ricondussero alle loro dimore con fiaccole accese i vescovi « venuti – gridavano essi – per restituirci la Madre di Dio e ratificare con la loro santa autorità ciò che era scritto in tutti i cuori ». Gli sforzi di satana avevano raggiunto, come sempre, un risultato solo, cioè quello di preparare un magnifico trionfo alla Madonna e, se vogliamo credere alla tradizione, i Padri del Concilio, per perpetuare il ricordo dell’avvenimento, aggiunsero all’Ave Maria le parole: « Santa Maria, Madre di Dio, pregate per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte ». Milioni di persone recitano ogni giorno quella preghiera e riconoscono a Maria la gloria di Madre di Dio, che un eretico aveva preteso negare.

La festa dell’undici ottobre.

Il 1931 ricorreva il xv centenario del Concilio di Efeso e Pio XI pensò che sarebbe stata « cosa utile e gradita per i fedeli meditare e riflettere sopra un dogma così importante » come quello della maternità divina e, per lasciare una testimonianza perpetua della sua divozione alla Madonna, scrisse l’Enciclica Lux veritatis, restaurò la basilica di Santa Maria Maggiore in Roma e istituì una festa liturgica, che « avrebbe contribuito a sviluppare nel clero e nei fedeli la divozione verso la grande Madre di Dio, presentando alle famiglie come modelli, Maria e la sacra Famiglia di Nazareth », affinché siano sempre più rispettati la santità del matrimonio e l’educazione della gioventù. Che cosa implichi per Maria la dignità di Madre di Dio lo abbiamo già notato nelle feste del primo gennaio e del 25 marzo, ma l’argomento è inesauribile e possiamo fermarci su di esso ancora un poco.

Maria sterminio delle eresie.

« Godi, o Vergine, perché da sola hai sterminato nel mondo intero le eresie ». L’antifona della Liturgia insegna che il dogma della maternità divina è sostegno e difesa di tutto il Cristianesimo. Confessare la maternità divina è confessare la natura divina e l’umana nel Verbo Incarnato in unità di persona ed è altresì affermare la distinzione delle Persone in Dio nell’unità di natura ed è ancora riconoscere tutto l’ordine soprannaturale della grazia e della gloria.

Maria vera Madre di Dio.

Riconoscere che Maria è vera Madre di Dio è cosa facile. « E7 il Figlio della Santa Vergine è Dio, scrive Pio XI nell’Enciclica Lux veritatis, Colei che l’ha generato merita di essere chiamata Madre di Dio; se la Persona di Gesù Cristo è una e divina, tutti, senza dubbio, devono chiamare Maria Madre di Dio e non solamente di Cristo uomo. Come le altre donne sono chiamate e sono realmente madri, perché hanno formato nel loro seno la nostra sostanza mortale, e non perché abbiano creata l’anima umana, così Maria ha acquistato la maternità divina per aver generato l’unica Persona del Figlio suo ».

Conseguenze della maternità divina.

« Derivano di qui, come da sorgente misteriosa e viva, la speciale grazia di Maria e la sua suprema dignità davanti a Dio. La beata Vergine ha una dignità quasi infinita, che proviene dal bene infinito, che è Dio, dice san Tommaso. E Cornelio a Lapide spiega le parole di san Tommaso così: Maria è la Madre di Dio, supera in eccellenza tutti gli Angeli, i Serafini, i Cherubini. È la Madre di Dio ed è dunque la più pura e più santa di tutte le creature e, dopo quella di Dio, non è possibile pensare purezza più grande. È Madre di Dio, sicché, se i Santi ottennero qualche privilegio (nell’ordine della grazia santificante) Maria ebbe il suo prima di tutti ».

Dignità di Maria.

Il privilegio della maternità divina pone Maria in una relazione troppo speciale ed intima con Dio, perché possano esserle paragonate dignità create di qualsiasi genere, la pone in un rapporto immediato con l’unione ipostatica e la introduce in relazioni intime e personali con le tre persone della Santissima Trinità.

Maria e Gesù.

La maternità divina unisce Maria con il Figlio con un legame più forte di quello delle altre madri con i loro figli. Queste non operano da sole la generazione e la Santa Vergine invece ha generato il Figlio, l’Uomo-Dio, con la sua stessa sostanza e Gesù è premio della sua verginità e appartiene a Maria per la generazione e per la nascita nel tempo, per l’allattamento col quale lo nutrì, per l’educazione che gli diede, per l’autorità materna esercitata su di lui.

Maria e il Padre.

La maternità divina unisce in modo ineffabile Maria al Padre. Maria infatti ha per Figlio il Figlio stesso di Dio, imita e riproduce nel tempo la generazione misteriosa con la quale il Padre generò il Figlio nell’eternità, restando così associata al Padre nella sua paternità. « Se il Padre ci manifestò un’affezione così sincera, dandoci suo Figlio come Maestro e Redentore, diceva Bossuet, l’amore che aveva per te, o Maria, gli fece concepire ben altri disegni a tuo riguardo e ha stabilito che Gesù fosse tuo come è suo e, per realizzare con te una società eterna, volle che tu fossi la Madre del suo unico Figlio e volle essere il Padre del tuo Figlio » (Discorso sopra la devozione alla Santa Vergine).

Maria e lo Spirito Santo.

La maternità divina unisce Maria allo Spirito Santo, perché per opera dello Spirito Santo ha concepito il Verbo nel suo seno. In questo senso Leone XIII chiama Maria Sposa dello Spirito Santo (Encicl. Divinum munus, 9 maggio 1897) e Maria è dello Spirito Santo il santuario privilegiato, per le inaudite meraviglie che ha operate in Lei.

« Se Dio è con tutti i Santi, afferma san Bernardo, è con 0Maria in modo tutto speciale, perché tra Dio e Maria l’accordo è così totale che Dio non solo si è unita la sua volontà, ma la sua carne e con la sua sostanza e quella della Vergine ha fatto un solo Cristo, e Cristo se non deriva come Egli è, né tutto intero da Dio, né tutto  intero da Maria, è tuttavia tutto intero di Dio e tutto intero di Maria, perché non ci sono due figli, ma c’è un solo Figlio, che è Figlio di Dio e della Vergine. L’Angelo dice: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. È con te non solo il Signore Figlio, che rivestisti della tua carne, ma il Signore Spirito Santo dal quale concepisti e il Signore Padre, che ha generato colui che tu concepisti. È con te il Padre che fa sì che suo Figlio sia tuo Figlio; è con te il Figlio, che, per realizzare l’adorabile mistero, apre il tuo seno miracolosamente e rispetta il sigillo della tua verginità; è con te lo Spirito Santo, che, con il Padre e con il Figlio santifica il tuo seno. Sì, il Signore è con te » (3.a Omelia super Missus est).

L’amore di Gesù per la Madre.

« Se fosse permesso spingere tanto innanzi l’analisi del suo sviluppo umano, si direbbe che in Gesù, come in altri, vi fu qualcosa dell’influenza della Madre sua. La grazia, la finezza squisita, la dolcezza indulgente appartengono solo a Lui, ma proprio per tali cose si distinguono coloro, che spesso hanno sentito il cuore come addolcito dalla tenerezza materna e lo spirito ingentilito, per la conversazione con la donna venerata e amata teneramente, che si compiaceva iniziarli alle sfumature più delicate della vita. Gesù fu davvero, come lo chiamavano i concittadini, il « figlio di Maria ». Egli tanto ha ricevuto da Maria, perché l’amò infinitamente. Come Dio, la scelse e le donò prerogative uniche di verginità, di purezza immacolata, e nello stesso tempo la grazia della maternità divina; come uomo, l’amò tanto fedelmente che sulla croce, in mezzo alle spaventevoli sofferenze, l’ultimo pensiero fu per lei: Donna, ecco tuo figlio. Ecco tua Madre. » Ma il doppio amore gli fece scegliere per la madre una parte degnissima di lei. Il profeta aveva preannunziato Lui come il Servo di Jahvè e la Madre fu la Serva del Signore nell’oblio di sè, nella devozione e nel perfetto distacco: « vi è più gioia nel dare che nel ricevere ». Cristo, che aveva presa per sé questa gioia, la diede alla Madre e Maria comprese così bene questo dono che nei ricordi d’infanzia segnò con attenzione particolare i rapporti che a un lettore superficiale sembrano duri: « Perché mi cercavate? Non sapevate che debbo occuparmi delle cose che riguardano il Padre mio? » E più tardi: « Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?… » Gesù vuole insegnarci il distacco che da noi esige e darcene l’esempio » (Lebreton. La Vie et Venseignement de J. C. N. S., p. 62).

Maria nostra Madre.

Salutandoti oggi col bel titolo di Madre di Dio, non dimentichiamo che « avendo dato la vita al Redentore del genere umano, sei per questo fatto stesso divenuta Madre nostra tenerissima e che Cristo ci ha voluti per fratelli. Scegliendoti per Madre del Figlio suo, Dio ti ha inculcato sentimenti del tutto materni, che respirano solo amore e perdono » (Pio XI Enc. Lux veritatis). – « O Vergine tutta santa, è per i tuoi figli cosa dolce dire di te tutto ciò che è glorioso, tutto ciò che è grande, ma ciò facendo dicono solo il vero e non riescono a dire tutto quello che tu meriti (Basilio di Seleucia, Omelia 39, n. 6. P. G. 85, c. 452). Tu sei infatti la meraviglia delle meraviglie e di quanto esiste o potrà esistere, Dio eccettuato, niente è più bello di te » (Isidoro da Tessalonica. Discorso per la Presentazione di Maria P. G. 189, c. 69). Dalla gloria del cielo ove sei, ricordati di noi, che ti preghiamo con tanta gioia e confidenza. « L’Onnipotente è con te e tu sei onnipotente con Lui, onnipotente per Lui, onnipotente dopo di Lui », come dice san Bonaventura. Tu puoi presentarti a Dio non tanto per pregare quanto per comandare, tu sai che Dio esaudisce infallibilmente i tuoi desideri. Noi siamo, senza dubbio, peccatori, ma tu sei divenuta Madre di Dio per causa nostra e « non si è mai inteso dire che alcuno di quelli che sono ricorsi a te sia stato abbandonato. Animati da questa confidenza, o Vergine delle vergini, o nostra Madre, veniamo a te gemendo sotto il peso dei nostri falli e ci prostriamo ai tuoi piedi. Madre del Verbo incarnato, non disprezzare le nostre preghiere, degnati esaudirle » (San Bernardo).

Doppio di II Classe – Paramenti bianchi

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Isa 7:14.
Ecce Virgo concípiet, et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmánuel.

Ecco, una Vergine concepirà e darà alla luce un Figlio: che sarà chiamato Emanuele.


Ps 97:1.
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit.


[Canto nuovo cantate al Signore poiché fatti mirabili Egli ha operato.]

Ecce Virgo concípiet, et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmánuel.

[Ecco, una Vergine concepirà e darà alla luce un Figlio: che sarà chiamato Emanuele.]
Ps XCVII:1.

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui de beátæ Maríæ Vírginis útero Verbum tuum, Angelo nuntiánte, carnem suscípere voluísti: præsta supplícibus tuis; ut, qui vere eam Genitrícem Dei crédimus, ejus apud te intercessiónibus adjuvémur.

[O Dio, che hai voluto che all’annuncio dell’angelo il tuo Verbo s’incarnasse nel seno della beata Vergine Maria: concedi a noi di essere aiutati presso di te dall’intercessione di Colei che crediamo vera madre di Dio.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Eccli XXIV: 23-31
Ego quasi vitis fructificávi suavitátem odóris: et flores mei, fructus honóris et honestátis. Ego mater pulchræ dilectiónis, et timóris, et agnitiónis, et sanctæ spei. In me grátia omnis viæ et veritátis: in me omnis spes vitæ et virtútis. Transíte ad me omnes qui concupíscitis me, et a generatiónibus meis implémini. Spíritus enim meus super mel dulcis, et heréditas mea super mel et favum. Memória mea in generatiónes sæculórum. Qui edunt me, adhuc esúrient: et qui bibunt me, adhuc sítient. Qui audit me, non confundétur: et qui operántur in me, non peccábunt. Qui elúcidant me, vitam ætérnam habébunt.
R. Deo grátias.

 [Come una vite, io produssi pàmpini di odore soave, e i miei fiori diedero frutti di gloria e di ricchezza. Io sono la madre del bell’amore, del timore, della conoscenza e della santa speranza. In me si trova ogni grazia di dottrina e di verità, in me ogni speranza di vita e di virtù. Venite a me, voi tutti che mi desiderate, e dei miei frutti saziatevi. Poiché il mio spirito è più dolce del miele, e la mia eredità più dolce di un favo di miele. Il mio ricordo rimarrà per volger di secoli. Chi mangia di me, avrà ancor fame; chi beve di me, avrà ancor sete. Chi mi ascolta, non patirà vergogna; chi agisce con me, non peccherà; chi mi fa conoscere, avrà la vita eterna.]

A buon diritto la Chiesa anche qui applica alla Madonna un testo che è stato scritto con riferimento al Messia. Non è Maria la vera vigna, che ci ha data l’uva generosa, che riceviamo tutti i giorni nell’Eucarestia? Vi è gloria paragonabile a quella di Maria, che, essendo Vergine, è divenuta Madre di Dio, senza perdere la verginità? La Chiesa la canta con gioia Madre del bell’amore e ci invita ad accostarci a Lei con confidenza, perché in Maria si incontra ogni speranza della vita e della virtù e chi l’ascolta non sarà mai confuso.

Graduale

Isa XI: 1-2.
Egrediétur virga de rádice Jesse, et flos de rádice ejus ascéndet.
V. Et requiéscet super eum Spíritus Dómini. Allelúja, allelúja.
V. Virgo Dei Génitrix, quem totus non capit orbis, in tua se clausit víscera factus homo. Allelúja.

[Un germoglio spunterà dalla radice di Iesse, un fiore crescerà dalla radice di lui.
V. E su di esso si poserà lo Spirito del Signore. Alleluia, alleluia.
V. O Vergine, Madre di Dio, nel tuo seno, fattosi uomo, si rinchiuse Colui che l’universo non può contenere. Alleluia].

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc II:43-51
In illo témpore: Cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diei, et requirébant eum inter cognátos, et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos, et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? ecce pater tuus, et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est quod me quærebátis? nesciebátis quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse. Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis.

[In quel tempo, mentre essi se ne tornavano, il fanciullo Gesù rimase in Gerusalemme, senza che i suoi genitori se ne accorgessero. Credendo che egli si trovasse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, e lo cercavano fra parenti e conoscenti. Ma, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme per farne ricerca. E avvenne che lo trovarono tre giorni dopo, nel tempio, seduto in mezzo ai dottori e intento ad ascoltarli e a interrogarli. E tutti quelli che lo udivano restavano meravigliati della sua intelligenza e delle sue risposte. Nel vederlo, essi furono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché facesti a noi così? Ecco, tuo padre ed io addolorati ti cercavamo». Ma egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che è necessario che io sia nelle cose del Padre mio?». Essi però non compresero ciò che aveva detto loro. Ed egli scese con essi e tornò a Nazareth; ed era loro sottomesso.

Omelia

[Emilio Campana: Maria nel dogma cattolico, VI, ed.  – Marietti ed. 1946]

Grandezza della divina maternità di Maria.

I. — Il celebre panegirista di Filippo il Macedone, volendo esaltare fino al sommo della gloria il suo eroe, dopo aver illustrato la nobiltà dei suoi natali, la vastità delle sue ricchezze, la rarità del suo coraggio, l’energia dei suoi propositi, l’estensione delle sue conquiste, la eccellenza dei suoi talenti, infine espone l’argomento che doveva essere come il suggello, la corona di tutto il suo discorso; ed esclamò : « Hoc unum tibi dixisse sufficiat, filium te habuisse Alexandrum. — Ma io lascio tutto il resto, e per mostrarti superiore agli altri uomini mi basti il dirti che tu hai per figlio Alessandro ». Retorica! Vero, ma che esprime bene una verità innegabile. Poiché gli è certo che gloria grande deriva ai genitori dalla grandezza dei figli loro. Genitori e figli formano, come a’ dire, una sola personalità morale; il vincolo di unione che passa fra loro è tale che non è possibile trovarne un altro più intimo e più forte. Perciò come l’onore dei genitori si riversa sui figli, ai quali si tramanda in sacra eredità, così lo splendore dei figli risale ad illuminare quelli da cui essi ricevettero la vita. – Ciò che si verifica per tutti gli altri, a più forte ragione ha luogo in riguardo di Maria. La grandezza del suo divin Figlio Gesù riverbera su di Lei un raggio così fulgido di nobiltà e di elevazione, che giustamente si può ripetere di Lei la frase dell’oratore ricordato da Sabellico, e dire: Hoc unum tibi dixisse sufficiat, Filium te habuisse Jesum.

II. — La divina maternità, in altri termini, è la perla più fulgida che brilli nel serto di gloria ond’è cinta la fronte della gran Vergine: e per il solo fatto che è Madre di Dio, si trova collocata ad una veramente vertiginosa altezza di dignità, possiede una elevazione assolutamente impareggiabile; sta al sommo gradino dell’immensa scala costituita dalla svariatissima gradazione e gerarchia degli esseri creati.

III. — La misura della perfezione delle cose è nota. Essa sta nella maggiore o minore vicinanza che le cose hanno con Dio, loro supremo principio. Come l’acqua è più pura. e più fresca man mano che si sale alla fonte donde scaturisce, come la luce è più radiante quanto più è vicina alla sorgente luminosa; così la creatura è tanto più grande, quanto è in più stretto rapporto con Dio. Dio è la maestà senza limiti, è l’essere non soggetto ad alcun difetto, è la pienezza della perfezione e della potenza, è il mare infinito di ogni entità. Quando crea le cose non fa altro che conceder loro, per sua somma liberalità, un riflesso, una partecipazione delle sue doti eminenti; e secondo l’accentuazione di questa partecipazione le cose sono più o meno vicine a Dio, sono più o meno elevate nella scala della nobiltà e della dignità. Alla stregua di questo principio è facile determinare quali siano le grandi basi della gerarchia che la divina sapienza ha costituito tra le sue opere. All’infimo posto stanno gli esseri privi di vita, i minerali, che non operano se non sotto l’impulso di un agente esteriore, che sono, si potrebbe dire, lo zimbello di forze estranee. Più su troviamo i viventi vegetali, che hanno in sé il principio di alcune loro operazioni, che hanno risorse proprie. Ma la loro non è che una vita molto imperfetta; non è che il più tenue barlume, riflesso di quella vita ond’è esuberante Iddio, e nella quale trova la sua felicità indefettibile. 1 sensitivi, gli animali cioè, si elevano già ad un gradino superiore perché hanno operazioni nuove, sono capaci di conoscere, sono già più indipendenti nella loro vita, hanno in sé un’energia più vasta, meno soggetta alle determinazioni dell’ambiente esterno; sono capaci di determinarsi spontaneamente nei loro rapporti collo spazio per mezzo del moto locale, e nei loro rapporti col tempo per mezzo della memoria. Tuttavia siamo ancora lontani dalla immagine di Dio, elevato immensamente al di sopra di tutto ciò che è materiale, ed assolutamente indipendente da qualunque altro essere. Quest’immagine comincia ad apparire sufficientemente delineata nell’uomo, che per mezzo dell’intelletto e della volontà trascende la ristretta cerchia della materia, arriva a scoprire l’essenza delle cose, spazia in un mondo superiore al mondo del luogo e del tempo; guarda alle cose dalle cime più elevate dell’astrazione, ed è padrone del proprio atto, essendo pienamente libero nelle sue aspirazioni razionali. Per questo la Scrittura giustamente dice dell’uomo, che fu fatto ad immagine e somiglianza di Dio. L’uomo, infatti, è la somiglianza di Dio, così S. Tommaso, p. I, q. It. ad 2, non secundum corpus, sed secundum id quo homo excellit alia animalia… excellit autem homo alia animalia quantum ad rationem et intellectum. Ma avremmo torto di illuderci, come appunto si illudono i razionalisti contemporanei, pensando che l’umana intelligenza non ammetta altre facoltà conoscitive a sé superiori, che l’uomo stia al supremo grado della perfezione. No; già Aristotile diceva che 8nell’ordine intellettuale noi occupiamo soltanto l’infimo posto: che il nostro acume è, di fronte alla verità, debole come l’occhio di certi animali notturni in presenza della luce del sole. Al di sopra dell’uomo c’è un mondo sterminato di altri esseri, di altre intelligenze che tutte ci superano di gran lunga, e che alla lor volta sono, ci si perdoni la frase, scaglionate su una vastissima scala di graduata perfezione. Sono gli angeli. Liberi dagli impacci della materia, sono dotati di un intelletto sommamente vigoroso, di una volontà piena di energia, e sottomettono ai loro cenni le forze fisiche. Di questi spiriti, più che di noi si può e si deve dire che sono l’immagine e la somiglianza di Dio. Ma la distanza fra gli Angeli e Dio è ancora infinita; tra queste sublimi creature e Dio vi è ancora un abisso insormontabile. Dio non volle che questo intervallo fosse totalmente vuoto; ma vi ha creato l’ordine soprannaturale. L’ordine soprannaturale consiste in ciò che Dio, con un atto della sua onnipotenza, ha dato aulla creatura ragionevole nuove qualità, nuove facoltà, nuove operazioni, di cui essa 8naturalmente sarebbe stata incapace. Queste nuove prerogative trasportano la creatura immensamente al di sopra dello stato in cui avrebbe dovuto trovarsi stando alle sole esigenze della sua natura, e la mettono in certa guisa al livello medesimo di Dio, la fanno vivere della vita di Dio, la rendono beata della beatitudine di Dio, la trasformano secondo un certo senso in Dio, perché diventa, giusta l’espressione di S. Pietro, consorte della natura divina. L’ordine soprannaturale fa sparire la distanza fra la creatura e Dio, e mette questi alla portata di quella, in maniera che la creatura può vedere immediatamente Iddio, e può amarlo con tutto lo slancio delle sue energie, amarlo in maniera perfetta, amarlo necessariamente e senza fine. A quest’ordine sono elevati gli Angeli e gli uomini, quali sotto questo rispetto diventano immensamente superiori a tutto il creato. Però gli Angeli e gli uomini non esauriscono tutta la nobiltà possibile del soprannaturale; a loro non è dato di toccare le più alte cime che la sapienza infinita di Dio ha elevato in quest’ordine. La creatura intelligente, nell’ordine soprannaturale si unisce con Dio per mezzo dell’operazione, ma resta sempre lontano da Lui quanto all’essere. Il suo essere è essenzialmente limitato, contingente, ben diverso dall’essere divino. Se qualche natura creata potesse sussistere in Dio medesimo, possedesse l’esistenza medesima di Dio, certo si lascerebbe indietro di gran lunga tutte le altre cose. Ebbene questa natura non manca. È la natura del Red and red are a entore. Gesù ha una personalità divina, epperò anche in quanto uomo, ha raggiunto il massimo dell’elevazione. Egli sta nel centro di tutta la creazione; tutto s’aggira attorno a Lui, tutto è inferiore a Lui, Ecco dunque come si evolve la scala degli esseri: il mondo materiale; il mondo dei viventi vegetativi; quello dei viventi sensitivi, il mondo ragionevole, gli uomini e gli Angeli; ed al di sopra di tutti Gesù Cristo, che siede alla destra di Dio Padre onnipotente.

IV. — Il posto di Maria qual è? Essa viene immediatamente dopo Gesù, suo figlio; essa è superiore al mondo sensibile, al mondo razionale, agli Angeli; inferiore solo a Gesù ed a Dio. Prima vien Dio, poi Gesù in quanto uomo; il terzo posto è della Madre sua Maria, la quale appunto perché Madre sua appartiene al piano medesimo, quantunque in subordine nel quale si svolge il mistero dell’’Uomo-Dio; tutto il restante del mondo creato fa sgabello ai suoi piedi.

V. — Considerata relativamente, la divina maternità pone Maria al di sopra di tutte le altre pure creature: che se poi la si vuol analizzare nel suo valore assoluto bisogna conchiudere che è qualche cosa di così nobile, che Dio medesimo non potrebbe creare, non ostante tutta la sua onnipotenza, una dignità più augusta di questa. Non solo Maria vien di fatto subito dopo Dio, nella scala della grandezza, ma la sua congiunzione con Lui è così stretta che non vi è più posto per un’altra creatura inferiore a Dio e superiore a Maria. Colla divina maternità, Dio ha dato alla creatura tutto ciò che ad essa si può concedere. Intendiamoci: noi non parliamo della natura di Maria; parliamo soltanto della sua dignità, dei suoi pregi gratuiti, della sua elevazione insomma nelle regioni dell’ordine soprannaturale. Cosicché nessuno potrebbe negare che per natura, molte altre creature sono superiori a Maria. Per natura essa si trova al nostro medesimo livello, di ente materiale corporeo, e quindi per natura è inferiore agli Angeli, come del resto per natura anche Gesù in quanto uomo stava al di sotto delle creature spirituali; Angelis inferior factus est. Ma altro è la natura di una cosa, altro la dignità e la nobiltà, a cui questa cosa viene elevata. Non succede ogni giorno anche nel mondo, che non sempre quelli che hanno le migliori doti naturali toccano in pari tempo anche il sommo della dignità? E Dio nell’ordine soprannaturale si è compiaciuto appunto di dare un posto privilegiato all’uomo di fronte all’Angelo. All’ordine soprannaturale nessuno aveva diritto; l’Angelo non ce ne aveva più che l’uomo. Fu per pura sua liberalità che Dio elevò entrambe queste sue creature a tanta altezza. Ma nella distribuzione di questi nuovi seggi di gloria s’è compiaciuto appunto di conferire i più grandi ai rappresentanti l’umanità, a Gesù, ed alla Madre sua. In questo senso diciamo che Dio non potrebbe fare una dignità, più grande di Maria, perché è impossibile per la creatura vuoi materiale, vuoi spirituale, avere con Dio una congiunzione più intima, una partecipazione più larga ai suoi doni, di quello che comporti la divina maternità.

VI. – Quest’asserzione potrà sembrare ardita; ma noi l’abbracciamo con tutto lo slancio di una convinzione incrollabile, anzitutto perché è l’idea che della dignità di Maria ebbe in ogni tempo la Chiesa, che è la colonna ed il fondamento di ogni verità. Certo fu questa l’idea che dominò incontrastata presso i teologi scolastici, dei quali ci basti citare qualche nome, essendo la cosa fuori di ogni controversia. Al sorgere della Riforma, quando incominciavano i primi attacchi da parte del protestantesimo contro la ineffabile elevazione di Maria, il Card. Caietano, uno dei più fulgidi astri della metafisica, ed in pari tempo uno dei più arditi antesignani della critica moderna, e che non ebbe mai difficoltà ad esprimere le proprie convinzioni anche quando le sapeva riprovate dai suoi contemporanei, parlando della Madre di Dio scriveva: « Ad fines divinitatis propria operatione attigit, dum Deum concepit, peperit, genuit et lacte proprio pavit. — Toccò le regioni della divinità, e divenne affine con Dio quando lo concepì, lo generò, e lo nutrì della propria sostanza » (Comm. alla S. Th.: II-II, q. CIII, a. 4). – Ed un altro insigne scrittore di quel tempo, uno dei più serii e dotti trattatisti di Maria, il S. Dott. P. Canisio, in cui la scienza fu pari alla santità, nel lib. II De excellentia B. V., c. XIII, scrive: « Spectet ac miretur qui velit pulcherrimi huius mundi fabricam atque gubernationem; quidquid autem in caelo vel in terra creatum est, quantum vis amplum, excellens, illustre videatur ab hoc opere uno divino quod in Maria tam electo Vase peractum est, multis sane modis superatur et obfuscatur. — Ammiri chi vuole il bellissimo edificio dell’universo ed il suo governo: ma tutto ciò che fu creato sia nel cielo come sulla terra, per quanto grande, elevato e nobile esso possa sembrare, è, sotto molti aspetti, superato ed oscurato da questo solo prodigio (che fu fatta Madre del Verbo) operatosi in Maria la quale divenne vaso di singolare elezione). – Un altro Santo di poco anteriore ai due citati teologi, san Tommaso da Villanova, che fu insigne teologo ed illustre predicatore, commentando quelle parole della Scrittura, che applica a Maria: Quæ est ista quæ ascendit, ecc., dice « Quis poterit istis respondere: Quæ est ista? Etiamsi stellæ vertantur in linguas et arenæ maris in verba commutentur, non poterit dignitas Mariæ pro merito explicari. — Anche se le stelle del cielo si mutassero in lingue, e se le arenedel mare si cambiassero in parole, non si arriverebbe mai ad esprimerecondegnamente la dignità di Maria » (Concio V in Fest. Assump.. B. V.).Né questa è rettorica da secentista. S. Tommaso, così esatto e misurato nelle sue espressioni, che non si lascia mai tradire dall’entusiasmo,, ma che procede sempre colla calma e colla lucidezza dichi tutto vuol provare a rigor di logica, aveva già molto tempo innanziscritte queste parole che non dovrebbero mai cadere dalla mente dinessun devoto di Maria: « Maria ex hoc quod est mater Dei, habet quamdam dignitatem infinitam ex bono infinito quod est Deus, et ex hac parte non potest aliquid fieri melius; sicut non potest aliquid esse melius Deo. — Maria per ciò che è Madre di Dio ha una dignità pressochéinfinita per i suoi rapporti con Dio bene infinito; e sotto questoriguardo non è possibile niente di meglio; come non è possibiletrovare cosa alcuna che sia migliore di Dio stesso » (Sum. Theol., I, q. XXV, a. 6 ad. 4.). Pressoché identico è il linguaggio dell’autore dello Specul. B. M. V., lib. X, già comunemente ritenuto di S. Bonaventura: « Esse mater Dei est gratia maxima puræ creaturæ conferibilis. Ipsa est qua maiorem facere Deus non potest. Maiorem mundum posset facere Deus; maius cælum: maiorem matrem, quam Matrem Dei non posset facere. Essere Madre di Dio è tale grazia, che Dio non puòfarne un’altra più grande. Egli potrebbe fare un mondo ed un cielopiù grande; fare una madre più grande della Madre di Dio, è ancheper Lui una cosa impossibile ».

VII. — Lo so che più d’uno si riderà di queste sentenze, credendo di averle inappellabilmente condannate alla gogna, dicendo che sono opinioni degli scolastici. Pare ormai che presso una certa classe di studiosi diventi di moda il classificare tutte le teorie degli scolastici nel numero delle opinioni inconsistenti colle solide dottrine dell’antica Chiesa, e spacciarle come ritrovate solo in grazia di un sottile e vano argomentare aprioristico. Il fatto innegabile però si è, che questo sublime concetto della sorprendente ed insuperabile dignità di Maria, lo troviamo espresso con ammirabile unità di consenso, nelle opere dei Padri di tutte le età. È appunto quello che ci accingiamo a dimostrare. Premettiamo innanzi tutto che qui ci accontenteremo soltanto di un numero ristretto di citazioni, le quali però, :ci affrettiamo a dirlo, sono più che sufficienti alla dimostrazione del nostro assunto. Altre testimonianze in favore della dignità di Maria, le porteremo altrove, quando ci occuperemo cioè dei doni soprannaturali di cui Ella fu ornata. Allora vedremo più dettagliatamente che cosa pensarono gli antichi scrittori ecclesiastici della grandezza della grazia posseduta da Maria. Orbene, come opportunamente fa osservare il Livius, tutto quello che serve a provare la grandezza della santità di Maria, dimostra in pari tempo la singolare dignità di Lei. « Queste due cose, così il citato autore, la dignità e la santità di Maria, sono così intimamente legate, secondo il modo di pensare dei Padri, che l’idea la quale appare forse meglio di ogni altra come fondamentale in tutta la loro dottrina circa l’Incarnazione, è appunto questa, che il Figlio di Dio volle per sé una madre degna di sé, vale a dire degna fino a quel punto di dignità al quale può essere trasportata una semplice creatura ». Ciò premesso, e limitandoci per ora al preciso concetto della dignità di Maria in quanto Madre di Dio, ecco che cosa ne pensarono gli scrittori anteriori all’epoca scolastica. Eadmero, il fedele discepolo di S. Anselmo (m. 1137), nel libro De excellentia B. V., cap. III dice: « Se mai è lecito paragonare le cose celesti alle terrene, osservisi come tra gli uomini corre tal costumanza, che quando un potente e ricco signore è per andare ad albergo in alcun luogo, vadano innanzi i suoi servi a guardare dalle insidie le vie, a nettar la casa da ogni bruttura, ad ornarla di preziosi arredi, sicché al venire del loro signore tutto sia decoroso e convenevole alla sua dignità. Ora, se tale Preparamento si suol fare per l’arrivo di un uomo di fango e di una podestà caduca, quale apparecchiamento di ogni più eletto bene pensiamo noi che si sarà fatto per l’arrivo del Re celeste ed eterno, nel cuore della beatissima Vergine, la quale non solo doveva in sé transitoriamente ospitarlo, ma di più doveva generarlo della propria sostanza? Qui si sollevi il pensiero della mente umana e per quanto può comprenda, se ha tanta lena, di qual pregio fossero presso l’onnipotente Iddio, i meriti di questa beatissima Vergine. Contempli ed ammiri, io dico, come l’eterno Padre generò della sua sostanza, senza cominciamento, un Figlio consostanziale è coeterno a se Stesso, e come per mezzo di Lui fece tutte le creature visibili ed invisibili. Orbene, il divin Genitore non volle che questo unico e dilettissimo Figlio rimanesse di Lui solo, ma volle diventasse in tutta verità il Figlio unico, dilettissimo e naturale della B. Vergine Maria. E non in questo senso che vi fossero due figli, uno quello di Dio, l’altro quello di Maria; no, ma un solo e medesimo Figlio, che nell’unità di una sola e medesima Persona, fosse Figlio di Dio e di Maria. Chi meditando questo mistero non sì sente sbalordito e non stima questo prodigio dell’Altissimo ammirevole oltre ogni credere? ». – Un secolo prima S. Pietro Damiani, che fu tanta parte del suo tempo, scriveva: « E come mai la transitoria parola dell’uomo mortale potrà lodare Colei che generò di sé il Verbo eterno? Qual lingua trovar potrassi che sia idonea alle lodi di Colei che diede in luce Quegli, cui tutti gli elementi danno lode e con tremore obbediscono? Quando noi vogliamo esaltare i generosi fatti di alcun martire e magnificarne le insigni virtù a gloria del nostro Redentore, benché la pochezza dell’ingegno non ci presenti molti concetti, e la infecondità del ragionare ci renda aridi, pure la materia stessa della cosa somministra copia al dire. Ma quando trattasi delle lodi della beatissima Madre di Dio, essendo argomento nuovo ed inaudito, non troviamo parole che siano sufficienti ad esprimerle degnamente, perché la singolarità della materia toglie ogni potere al discorrerne ». –  E nell’inno 48 In Assumpt., il medesimo santo scrittore così si esprime: « Il coro degli Angeli beati, i sacri Profeti e l’ordine degli Apostoli, vedono al di sopra di sé, te sola, dopo la Divinità ». Più indietro ancora, cioè nel secolo VII, S. Giovanni Damasceno, nella hom, I De Dormitione Virgo n. 10, parlando di Maria, dice nientemeno « che Ella si eleva ad un’altezza infinità al disopra degli altri servi di Dio. — At infinitum Dei servorum ac matris discrimen est ». Cfr. Summa aurea, vol. 6, col. 138,Nel medesimo secolo, S. Germano, patriarca di Costantinopoli,che visse qualche decennio prima di S. Giovanni Damasceno (morì nel 733, all’età di 90 anni), così scriveva in una lettera letta ed approvata nella sessione IV del Concilio generale VII:« Noi onoriamo eglorifichiamo nella Vergine Maria Colei che è propriamente e veramente la Madre di Dio, e come tale noi la riteniamo superiore alle creature visibili ed invisibili ».Identico fu il linguaggio tenuto da Teodoro di Gerusalemme in una lettera sinodale, approvata essa pure dal Concilio VII – Revera Dei mater est, et tam ante quam post partum Virgo permansit, atque omni creatura facta est gloria et splendore præstantior.S. Ildefonso Toletano (m. 667), nel discorso 1° sull’assunzione diMaria, dice: « Cristo collocò insieme con sè la Madre sua sul tronodell’eterno regno; la trasferì nella gloria dell’immortalità, e la innalzò al di sopra dei cori angelici con inaudita solennità ». Mezzo secolo prima, S. Gregorio Magno, nato nel 540, e morto nel 604, nel libro I dell’Esposizione del I° dei Re, interpreta allegoricamente di Maria il monte di Efraim e dice: « Col nome: di questo monte si può indicare la beatissima e sempre vergine Maria Madre di Dio. Essa infatti fu un monte, che colla dignità della sua elezione si elevò al di sopra dell’altezza di ogni eletta creatura. E come si potrà negare che sia un monte sublime Maria, che per arrivare alla concezione dell’eterno Verbo, elevò il vertice dei suoi meriti sopra tutti i cori degli Angeli e lo spinse sino alla soglia della divinità? Fu davvero un monte collocato sul vertice degli altri monti, perché l’elevazione di Maria rifulse sopra quella di tutti i Santi ». – E per saltar subito ad autori più antichi, S. Ambrogio nel lib. II De Virg., scrive: « Quid nobilius Dei Matre, quid splendidius ea quam splendor elegit? — Che cosa havvi più nobile di Maria, che cosa mai più splendido, dal momento che fu prescelta dallo stesso splendore? ». Il lettore l’ha dunque compreso: il linguaggio tenuto da Pio IX nella Bolla Ineffabilis, che diceva: « Dio ornò Maria dell’abbondanza dei celesti carismi, attinti nel tesoro della divinità, in una maniera di gran lunga superiore a quella che usò cogli Angeli », non è altro che la fedele ripetizione di quello che ha sempre detto la Chiesa universale, vuoi greca, vuoi latina, fin dai secoli più prossimi alla sua origine.

VIII. — Per essere esatti riconosciamo che la formola esplicita, che attesta la superiorità di Maria, in quanto Madre di Dio, a tutte le cose non appare nei Padri anteriori a quelli che citammo; ma nessuno potrebbe per questo dedurne la conseguenza, che dunque la dottrina sulla grandezza di Maria è di data assai recente; poiché ai primi scrittori ecclesiastici se manca la formola non fa però difetto l’idea. Essi pure sentirono di Maria come sentirono le generazioni posteriori: i primi discepoli di Gesù, non meno di noi hanno vagheggiato in una visione piena di conforto le cime sublimi, riflettenti i raggi più puri della divinità, a cui Maria fu innalzata per la divina maternità. In realtà, come lo dimostreremo altrove a tutto agio, fin dal primo sorgere della Chiesa, Maria fu sempre considerata come la compagna indivisibile di Gesù nell’opera della Redenzione, come la piena di grazia. La qual dottrina, come già osservammo, implica l’altra della ineffabile dignità di Maria, è la premessa da cui necessariamente scaturisce la conclusione che Maria fu costituita, dopo Gesù, il centro di tutto il creato. – Che più? a dissipare ogni dubbio, a togliere qualsivoglia ombra di perplessità, e convincere anche i più meticolosi, che davvero Maria fu innalzata fino all’estremo limite del possibile per una semplice creatura, abbiamo la grande attestazione di Maria medesima, che passa attraverso l’anima del credente come il più caro soffio confortato. Maria disse di sè: « Fecit mihi magna: qui potens est. — Colui che è potente mi ha fatto grandi cose ». Qui sta compendiato tutto ciò che si può dire di splendido e di sublime per la gran Vergine. Iddio fece a Maria cose grandi non solo in sé, ma grandi relativamente alla sua stessa potenza infinita; fece tali cose per cui Ella sarà esaltata sempre da tutte le generazioni non solo umane, ma celesti, non solo dagli uomini, ma anche dagli Angeli; i quali, mentre era ancor sulla terra, già s’inchinavano davanti a Lei, come a Regina, salutandola con ogni rispetto. Il colmo di queste elargizioni sovrane dell’onnipotente Iddio sta nell’averla scelta per sua Madre.

IX. — Ma se così è, se la divina maternità innalza tanto in alto Maria secondo il comune sentire della Chiesa, come si spiega poi quello che disse Gesù a riguardo della Madre sua, e che è riportato da S. Luca al c. XI? Gesù predicava alla folla da cui era assiepato: con intuizione sorprendente discopriva i segreti macchinamenti che contro di Lui ruminavano in cuore i farisei, e con argomentazione invincibile sfolgorava la loro iniquità. Tra quella moltitudine fuvvi una donna, che non potendo frenare il suo entusiasmo per Gesù, esclamò, in maniera che tutti la udirono: « Fortunato il seno che ti portò, ed il petto che ti allattò! ». Ma Gesù rispose: « Che anzi fortunati quelli che ascoltano la parola di Dio e la conservano ». Queste parole di Gesù hanno gettato nell’imbarazzo più d’un teologo, a riguardo del vero valore della divina maternità. Nessuno mai ha negato che Maria debba proclamarsi la prima delle creature, l’impareggiabile capolavoro dell’Onnipotente; ma alcuni hanno creduto di dover dire che la più grande dignità di Maria proviene dall’essere Ella non precisamente la Madre di Dio, ma la sua prima figlia adottiva. Hanno pensato che fosse più grande per la grazia abituale, che per la divina Maternità. Di questo parere furono i teologi Salmanticesi, seguiti da altri in numero però relativamente ristretto. Ma quel che è più, sembra che anche tra i Padri non siano mancati coloro che hanno interpretato le parole di Gesù, nel senso di una prevalenza della grazia sopra la Maternità. Così sembra aver pensato Agostino e lo pseudo Giustino. La maggior parte dei teologi però non dubiuta di affermare che il titolo primario della grandezza di Maria sii è l’essere stata Ella Madre del Creatore. Come pensare su di tale questione? Chi non ama l’indagine speculativa potrebbe tenersi perfettamente indifferente di fronte all’una ed all’altra sentenza, perché qualunque sia l’abbracciata, non modifica, come dicemmo, il giudizio che dobbiamo avere della grandezza di Maria. Tutti, nessuno eccettuato, ammettono che Maria è la più nobile delle creature. Ma, volendo entrare nel merito della questione di indole metafisicale, è tutt’altro che inutile ed indifferente, specialmente per ciò che riguarda l’assegnare il posto che ebbe Maria nel piano dell’eterna predestinazione, volendo dico entrare nel merito della questione, non v’ha dubbio che la divina maternità debba, tutto considerato, proclamarsi superiore di gran lunga alla filiazione adottiva di Dio, che è l’effetto formale della grazia santificante. Dico « tutto considerato » perché sarebbe un equivoco grossolano quello di pensare che Maternità divina e grazia santificante siano nel medesimo ordine e sì possano così disporre parallelamente, sì da trarne un confronto armonico per tutte le parti della loro estensione. No: esse sono di un ordine tutt’affatto differente, e come opportunamente fa notare il Suarez, ciascuna ha delle Prerogative e degli effetti superiori alle Prerogative ed agli effetti dell’altra. Præcisive sumpta vix possunt hæc: Dei maternitas et filiatio adoptiva comparari; sunt enim diversi ordinis, et mutuo sese quodammodo excedunt (Suarez, Comm. in q. 27, III, S, Th., Disp I, sect. 2, n. 5).Infatti, avviene nei rapporti tra la divina maternità e la grazia santificante, quello che accade nel confronto tra la potestà di ordine e di giurisdizione nel Romano Pontefice. Sono due poteri distinti nonsolo, per così esprimerci, individualmente, ma anche specificamente. Col potere di giurisdizione il Vicario di Cristo governa la Chiesa per mezzo di leggi e di conseguenti giudizi e sanzioni; ciò che non potrebbe fare in virtù del semplice carattere episcopale, Il qual carattere però gli dà facoltà di compiere atti santificatorii e consacratorii delle anime, che invano si domanderebbero al semplice Potere di giurisdizione. Ognuno lo vede: sono Prerogative aventi effetti differenti, dei quali non è sempre facile dire quale sia il più stimabile. Tuttavia iteologi, tenuto calcolo di tutto, non dubitano di dire che il potere digiurisdizione è superiore al potere di ordine. E chi non sa che il Romano Pontefice è il capo supremo e venerato della Chiesa; è, dopo Cristo, il membro più insigne di questo corpo vivo che è la Chiesa militante, appunto per la giurisdizione e non per l’ordine? E così è della grazia, e della divina Maternità. Entrambe congiungono a Dio, ma per vie diverse. La grazia congiunge a Dio per mezzo delle operazioni, dà cioè il diritto di vedere un giorno Dio a faccia a faccia, di saziare la nostra ardente brama di verità nella sua luce senza ombre, e di estinguere la nostra incoercibile ed indomabile sete di felicità nella sua bontà senza difetti. La grazia ci solleva a toccar Dio, a sprofondarci in Lui per mezzo dell’intelletto e della volontà. La Maternità divina invece congiunge con Dio per mezzo dell’essere,Il lettore si ricorderà, che abbiamo detto che è una relazione reale che lega Maria alla Divinità. Per la divina maternità tutta la persona di Maria entra in stretta parentela con Dio. Ognuno poi facilmente comprende che per certi riguardi è più amabile la felicità, frutto della grazia, e per certi altri deve darsi la preferenza alla congiunzione con Dio fondata nell’essere, la quale appartiene all’ordine dell’unione ipostatica. Perché colloca Maria nell’ordine dell’unione ipostatica, la sua Maternità divina la unisce a Dio con tale un legame, di cui non è possibile in pura creatura immaginarne un altro più forte. La lega non soltanto al Verbo che Ella ha generato secondo la carne, ma a tutta la SS. Trinità, come diremo più sotto di proposito. Con ciò la maternità divina è per Maria fonte di santificazione anche indipendentemente della grazia santificante. Non oseremo dire che la santifica in quella guisa che l’unione ipostatica santifica l’umanità di Gesù, tribuendole quella che i Teologi chiamano la santità sostanziale. Non ignoriamo che questa idea è cara ad autori anche di gran nome, ma riteniamo che manchi di solido fondamento. Poiché mentre nell’unione ipostatica la divinità, che è la santità per essenza, viene data e legata sostanzialmente all’umanità assunta, niente di tutto questo è importato nella divina Maternità, la quale ciò non ostante entra nell’ordine diquell’unione perché ha cooperato a prepararla, ed ha di conseguenza con essa dei rapporti indelebili. La divina maternità è tuttavia fonte di santificazione in quanto consacra Maria a Dio, la rende a Lui carissima, e di più la costituisce, con necessità morale, impeccabile. E quando c’è tutto questo, come si potrebbe ancor dire che manca la santità, la quale altro non è se non l’adesione a Dio, e la fuga di tutto ciò che potrebbe offenderlo, almeno gravemente? Ebbene la divina Maternità consacra Maria a Dio. E si noti, non come gli potrebbe essere consacrata un’altra persona od un oggetto qualsiasi; non per esempio come gli potrebbe essere consacrato un tempio, od un uomo mediante il carattere sia battesimale, sia sacerdotale; ma in una maniera incomparabilmente più cospicua. Poiché  le altre consacrazioni dicono solo un legame parziale tra le creature ed il Creatore, un legame che si limita alla capacità passiva od alla potenza attiva. La Maternità divina invece lega tutta la vita di Maria a Dio, tanto è vero che, come diremo a suo luogo, Maria non sarebbe mai stata creata, se non fosse stata destinata ad essere Madre di Dio. La divina Maternità è tutta la ragione della sua Stessa esistenza. Nemmeno Dio non l’ha mai pensata se non come la sua futura Madre. E sarebbe un non comprenderla in tutta la sua estensione, il ridurre la divina Maternità solo a quegli atti fisiologici coi quali Maria ha cooperato dispositivamente all’unione del Verbo coll’umanità assunta. Gli atti della concezione e della generazione sono semplicemente il fondamento della maternità. In sé questa appartiene ad un altro predicamento, alla relazione. Nel caso presente è tutta la realtà di Maria che resta così riferita, legata a Dio. – Legata in modo che si impone indeclinabilmente all’amore di Lui. Ripugna che Dio Possa non amare la sua Madre. Come anche il buon senso ci costringe a pensare che Egli in Lei prima ed al di sopra  della sua figlia adottiva debba amare la Madre che gli è legata coi vincoli del sangue. Perché gli è Madre (anche se Maria per ipotesi assurda non avesse altro) Dio la amerebbe più di quello che ama il complesso delle sue altre creature dalle infime alle più elevate. Ed anche Maria alla sua volta, perché sì sente Madre di Dio, facciamo consistere l’impeccabilità che le derivava dalla divina maternità. Non una impeccabilità fisica, sul tipo di quella che dobbiamo ammettere in Gesù per via dell’unione ipostatica: poiché la ripugnanza del peccato in Gesù era assoluta. Se avesse potuto peccare Gesù, codesta triste possibilità non sarebbe stata di una creatura, ma di Dio medesimo, poiché le azioni sono della Persona, come del soggetto adeguato di attribuzione. L’incompatibilità del peccato colla persona di Maria era invece solo di ordine morale, risolvendosi in una suprema indecenza, non spiegabile se non mediante delle anormalità in Lei, che Dio non avrebbe mai Permesso. Perché sua Madre, Dio dovette esentare Maria anche dal peccato di origine, che pure per malizia è il minimo dei peccati, non dipendendo dal nostro volere. Ed anche quelli che ancora tergiversano davanti a queste osservazioni, che a noi paiono solidissime, debbono però ammettere come indiscutibile una ragione sulla quale si può fondare un giudizio certo a riguardo della superiorità fra la divina Maternità e la grazia. Consiste nell’ordine col quale si succedono. Come l’essere precede sempre l’operazione, così la divina Maternità precede necessariamente la grazia santificante e tutti gli altri carismi in Maria. Non solo li precede, ma li esige. Immaginarsi la Madre di Dio spoglia della grazia, dei doni dello Spirito Santo, delle virtù naturali e soprannaturali, sarebbe come immaginare nella più augusta delle reggie, la madre venerata dal re aggirarsi vestita. con miseri panni da pezzente, e priva dei paludamenti convenienti alla sua elevazione sociale. Tutte le prerogative di cui va adorna Maria sono contenute, come in radice, nella sua divina Maternità. La divina Maternità è il centro attorno a cui s’aggirano tutte le effusioni della divina liberalità verso Maria: e di quella sono, come meglio apparirà in seguito, o disposizioni, o conseguenze. È questo, e ci preme di farlo notare, anche il pensiero di S. Agostino il quale nel libro De natura et gratia, c. 36, scrive: « Inde novimus tantam gratiam illi (Mariæ) esse collatam, quia Deum concipere meruit ac parere. — La ragione per cui fu concessa a Maria una grazia così grande, sta nell’aver concepito e generato Dio medesimo ». – Basta questo per farci comprendere come la divina Maternità sia senza alcun dubbio superiore ad ogni altra prerogativa di Maria, sia davvero il titolo più valido che la eleva al di sopra di tutto il creato, e la lascia seconda a Dio solo. – E le parole di Gesù? Per potervi cogliere il genuino pensiero del divin Maestro, è necessario non perdere di vista le circostanze in cui le pronunciò. La donna che presa da un fremito irrefrenabile di entusiasmo alzò la voce di mezzo alla folla, non conosceva la vera natura di Gesù; ella era ben lontana dal sospettare che fosse il Figlio di Dio, e che sotto le apparenze umane, si nascondesse in Lui la pienezza della divinità. Ella pensava di Gesù, quello che ne pensavano allora comunemente i suoi ammiratori. Lo credeva un gran santo, un gran sapiente, un gran profeta, un gran taumaturgo, ma non trascendente i limiti della semplice umanità. Nella madre di Gesù, ella supponeva quindi una madre fortunata, unicamente per questo, che avesse un figlio sovra-eccellente agli altri per semplici qualità accidentali. Forse anch’ella come la madre di Giovanni e di Giacomo, vagheggiava pei suoi figli un trionfo pari a quello di Gesù. Ed allora il suo pensiero con movimento rapido corse alla Madre dell’ammirato profeta, se ne rappresentò le gioie per i trionfi di un tanto figlio ed esclamò. Fortunato il seno che ti portò! Il pensiero di quella donna si sarebbe potuto tradurre così: Come sarei fortunata anch’io se avessi tali figli! Dati i sentimenti di questa donna che, in maniera più o meno consapevole, dovevano essere i sentimenti della maggior parte della folla che l’attorniava, Gesù se ne servì come di occasione opportuna per inculcare un insegnamento morale di una importanza capitale. L’insegnamento che volle dare Gesù era che: le buone opere, compiute in conformità colla parola di Dio, valgono molto più che non le semplici relazioni di parentela, con ascendenti o discendenti santi. In altri termini, Gesù. non pensava in quel momento a mettere a confronto la divina maternità colla grazia di Maria. I termini del paragone erano: la maternità in genere in quanto dice rapporto fisico col discendente, chiunque esso sia, e il merito emergente delle buone opere, alimentato dalla parola di Dio. La preferenza Gesù la diede a quest’ultimo. Chi mai dubiterebbe di fare altrettanto? Alla stessa stregua vanno intese le sentenze di S. Agostino e dello pseudo Giustino, che sembrano deprimere la divina maternità di fronte alla filiazione adottiva di Dio. Essi giudicano di questi due carismi della Vergine sotto un punto di vista particolare; li confrontano cioè in ordine al merito, che serve come di tessera per l’ingresso nell’eterna felicità del cielo. Ed allora è verissimo, che per la beatifica visione è preferibile la filiazione adottiva alla maternità. Ma S. Agostino, per il primo, riconosce nelle sue parole testé riportate, che ogni grazia di Maria è richiesta e misurata dalla divina Maternità, il che significa collocare il segreto dell’ineffabile dignità di Maria, appunto in questo che è Madre di Dio.

IL CREDO

Offertorium

Matt 1:18
Cum esset desponsáta mater ejus María Joseph, invénta est in útero habens de Spíritu Sancto.

[Essendo Maria, la madre di lui, sposata a Giuseppe, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo].

Secreta

Tua, Dómine, propitiatióne, et beátæ Maríæ semper Vírginis, Unigéniti tui matris intercessióne, ad perpétuam atque præséntem hæc oblátio nobis profíciat prosperitátem, et pacem.

[Per la tua clemenza, Signore, e per l’intercessione della beata Vergine Maria, madre del tuo unico Figlio, l’offerta di questo sacrificio giovi alla nostra prosperità e pace nella vita presente e nella futura].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Beata Maria Virgine
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitate beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Festività della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepí il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesú Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]

Sanctus.

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea. 

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Beáta víscera Maríæ Vírginis, quæ portavérunt ætérni Patris Fílium.

[Beato il seno della Vergine Maria che portò il Figlio dell’eterno Padre].

Postcommunio

Orémus.
Hæc nos commúnio, Dómine, purget a crímine: et, intercedénte beáta Vírgine Dei Genitríce María, cœléstis remédii fáciat esse consórtes.

[Questa comunione ci mondi dalla colpa, o Signore, e per l’intercessione della beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio, ci faccia perennemente partecipi del rimedio celeste].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LA GRAZIA E LA GLORIA (33)

  LA GRAZIA E LA GLORIA

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

Opera depositata conformemente alle leggi, nel maggio, 1901

LA GRAZIA E LA GLORIA

O

La filiazione adottiva dei figli di Dio studiata nella sua realtà, nei suoi principi, il suo perfezionamento e il suo finale coronamento.

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

Nuove edizione riveduta e corretta

TOMO SECONDO

PARIS – P. LETHIELLEUX, LIBRAIRE-ÉDITEUR; 10, RUE CASSETTE, 10

LA GRAZIA E LA GLORIA (33)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

LIBRO VII

LA CRESCITA SPIRITUALE DEI FIGLI ADOTTIVI DI DIO. – IL MERITO COME PRIMO MEZZO DI CRESCITA

CAPITOLO PRIMO

Nozioni preliminari. La possibilità della crescita spirituale, sua misura e sua durata.

1. – Crescere è la legge dei figli di Dio, finché non abbiano raggiunto lo stato di uomo perfetto, fino alla misura dell’età della pienezza del Cristo (Ef. IV, 14). Nell’ordine spirituale siamo figli, cioè uomini in formazione nel Cristo. Generati nel Battesimo, dobbiamo continuare a nascere, per così dire, finché Cristo non sia completamente formato nella nostra anima (Galati IV, 19). – Per questo la Chiesa è sempre una Madre per noi: Madre perché ci ha dato la vita della grazia nel Battesimo; Madre anche perché è incaricata da Gesù Cristo, suo Sposo divino, di presiedere alla nostra crescita, di aiutarla e dirigerla. È ciò che avviene, fatta la debita proporzione, della nostra vita soprannaturale come della vita puramente naturale; nell’una come nell’altra i principii che compongono un essere vivente sono infusi fin dall’inizio, ma hanno bisogno di tempo per svilupparsi. Aristotele ha detto una bella parola in qualche luogo. Tra gli esseri ordinati verso la perfezione, alcuni la ottengono senza movimento; altri, mediante un movimento; altri infine, con una successione più o meno lunga di movimenti (Arist., de Cœlo, L. I, c. 2, n. 9; col, S, Thom, 1, 2., q. 5, a. 7). Possedere la perfezione senza movimento è proprio di Dio, poiché Egli è per natura la perfezione sussistente, sovrana, immutabile, infinita. Raggiungere la perfezione in un unico movimento è ciò che si addice agli Spiriti angelici, poiché Dio, loro Creatore e santificatore, ha richiesto solo un atto di amorevole e libera adorazione davanti alla sua suprema Maestà per ammetterli alla beatitudine eterna. E questo ordine della provvidenza si combinava armoniosamente con la loro natura. Perfetti fin dall’inizio nelle loro facoltà naturali, era giusto che potessero pervenire tutto d’un tratto anche al terminale. – Non esaminerò se gli Angeli avrebbero potuto tornare indietro sulla decisione presa, da questo primo uso della loro libertà, gli uni per sottomettersi alla volontà di Dio, gli altri per ribellarsi ai suoi ordini sovrani. È una questione dibattuta nella Scuola e tra i teologi. Se dovessi scegliere tra le opinioni opposte, propenderei, mi sembra, per il sentimento del Dottore Angelico, quando insegna la naturale e necessaria immobilità degli Spiriti nelle loro libere determinazioni. È con questo che attestano la perfezione suprema della loro natura. Comprendendo a colpo d’occhio tutte le ragioni e tutte le conseguenze dei loro atti, in pieno possesso della loro intelligenza e della loro volontà, liberati dal loro essere spirituale da tutte le influenze che impediscono in noi il regolare svolgimento delle nostre deliberazioni, perché dovrebbero tornare sulle decisioni prese? – Qualunque sia il caso di questa impossibilità, sia che la si ritenga assoluta o solo relativa, è certo che la condizione degli Spiriti puri è molto diversa dalla nostra. Ecco perché l’uomo raggiunge la sua suprema perfezione solo attraverso una successione di movimenti, cioè di operazioni. Infatti, ci vogliono anni perché la sua natura raggiunga la piena maturità fisica, intellettuale e morale. L’infermità della nostra ragione è tale che di solito non riesce a fare una scelta adeguata senza una più o meno lunga riflessione: si brancola, si esita, si avanza e si ritorna; perché ci sono delle oscurità, dei lumi e delle attrazioni in direzioni opposte, lotte tra l’elemento inferiore del nostro essere e la parte superiore che dovrebbe avere il controllo; in una parola, perché spesso non abbiamo piena luce e pieno possesso di noi stessi, spesso falliamo. – Io ho già mostrato nel terzo libro di quest’opera (L. III, c. 2) fino a che punto si estenda questa legge di perfezionamento successivo, nell’ordine della natura e in quello della rivelazione. È applicabile anche all’ordine della grazia? Chi può dubitarne, visto che tutto lo afferma e ci obbliga a crederlo? Innanzitutto la Scrittura: « Crescete sempre più nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo » (II Pt., III, 18). Queste sono le parole che San Pietro lascia ai fedeli come ultimo saluto, alla fine della sua seconda lettera. Nella prima aveva già scritto loro: « Come bambini appena nati, desiderate il latte spirituale e puro, perché vi faccia crescere per la salvezza » (I. S. Piet., II, 2). S. Paolo ci parla spesso di questa crescita: crescita nella scienza di Dio (Col. III, 10), crescita nella carità, crescita fino alla pienezza di Cristo (Efes. IV, 14, 15). Gesù Cristo ha voluto darcene il modello nella sua santa umanità: « E Gesù – leggiamo in San Luca – cresceva in sapienza, in età e in grazia davanti a Dio e agli uomini » (S. Luca II, 52). Non certo che si faccia interiormente in Lui lo stesso progresso che debba essere fatto in noi. Nostro Signore, fin dal primo momento della sua esistenza umana, era pieno di grazia e di verità. Pertanto, dal lato della grazia abituale e della sapienza divina che l’accompagna, non c’è stata alcuna crescita soprannaturale. Ma se i doni infusi non ammettono accrescimento in Lui, gli atti di cui essi sono il principio potrebbero essere di per sé di una perfezione più o meno sublime. Altra fu in Gesù Cristo la saggezza che manifestò nella sua infanzia, altra la saggezza che faceva dire alle folle: « Nessun uomo ha mai parlato come quest’uomo! ». È vero che Gesù ha mostrato obbedienza, pazienza e umiltà a Nazareth, ma quanto più eclatanti sono stati gli atti di queste virtù nel Cenacolo, nel Pretorio e sul Calvario! Così il sole, pur essendo sempre la stessa fonte di calore e di luce, non emette i suoi raggi e il suo calore allo stesso modo all’alba e a mezzodì. Una parola che Gesù disse una volta ai suoi discepoli ci farà capire meglio cosa sia questa crescita per i figli di adozione. « Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli » (Mt. V. 44-45). Erano essi già figli del Padre; e con l’amore per i loro nemici occorreva che lo diventassero. Cosa significa questo, se non che un figlio di Dio può sempre diventarlo ancor di più, e man mano che compie opere più degne del Padre, diventare più simile alla bontà divina? La Chiesa, impregnata di questi insegnamenti divini, non ha mai smesso di chiedere la crescita spirituale a cui sono chiamati i suoi figli. « O Dio eterno e onnipotente – dice in una delle sue preghiere – donaci un aumento della fede, della speranza e della carità » (Or. per la 13ª Domenica dopo Pentecoste).

2. – Vedremo presto in dettaglio come avviene la nostra crescita e dimostreremo che non possa essere negata senza una manifesta eresia. Ma la ragione stessa, illuminata dalla fede, ci mostra, una volta supposta l’ordine della grazia per gli uomini, non solo che nulla si opponga a questa crescita spirituale, ma anche che essa possa andare indefinitamente oltre ogni limite determinato. Infatti, se ci fosse un’impossibilità di crescita, o almeno un limite alla crescita possibile, dovremmo cercarlo o nella natura stessa della grazia, o nell’infermità del soggetto che potrebbe riceverla solo secondo una certa misura, o infine nella causa stessa della grazia, cioè in Dio, che non potrebbe o non vorrebbe darla oltre una quantità fissata dalla natura delle cose e da Lui stesso. Ora, nulla di tutto ciò ostacola l’aumento indefinito della grazia santificante e, di conseguenza, la dimora sempre più intima di Dio nelle anime, l’unione sempre più stretta del Padre con i suoi figli adottivi (cfr. S. Thom., 2. 2, q. 24, a. 7). Non è la natura della grazia a impedire questo sviluppo. Che cos’è, infatti, la grazia? Una partecipazione alla natura divina, l’immagine e la somiglianza di Dio nell’anima santificata. Aggiungete grado a grado, perfezioni a perfezioni; forgiate una somiglianza finita, completa quanto volete, l’immagine di Dio, cioè la grazia, forma e principio di questa immagine, sarà sempre infinitamente distante dall’Archetipo sovrano, e nulla impedirà quindi di supporne indefinitamente un’altra più perfetta. Un’unica immagine di suprema bellezza esclude ogni idea di incremento e ogni perfettibilità. È l’immagine adeguata del Padre, il Figlio unigenito, il carattere infinito della sostanza infinita. Ora, poiché la perfezione creata potrebbe avvicinarsi eternamente ad essa senza mai riuscire ad eguagliarla, ne consegue che la perfettibilità della nostra grazia è di per sé indefinita. Non cercate quindi il limite preciso in cui la perfezione, in virtù della natura stessa delle cose, dovrà un giorno fermarsi: questo limite non esiste. Dio stesso, che conosce chiaramente tutti i possibili gradi di accrescimento per le grazie, non può dire quale sia il punto supremo oltre il quale la grazia creata non possa più salire, perché Dio non conosce il chimerico e l’impossibile. Così, anche nell’ordine della natura, non ci sono limiti alla perfezione delle specie che l’onnipotenza può trarre dal nulla. Nessun essere creato, per quanto grande sia la sua intelligenza e di qualunque splendore possa brillare nel firmamento degli spiriti, non può, se Dio vuole, non vedere al di sopra di sé altri esseri creati più belli nella loro natura e più perfetti nelle loro facoltà, perché rimarrebbero sempre infinitamente al di sotto della perfezione del modello. Se l’impossibilità di crescere non ha fondamento nella natura della grazia, non lo ha forse nella condizione stessa del soggetto che la riceve? La risposta è negativa. In altre parole, bisogna notare che ci sono due stati ben distinti per il figlio di Dio: lo stato di via e quello di fine, status viæ e status termini. Questi sono coloro che, avendo raggiunto la visione di Dio, sono entrati nel pieno possesso del loro fine ultimo e nel godimento del Bene sovrano. È qui che li ha condotti il desiderio della felicità, motivo e ragione di tutti i nostri passi in questa vita mortale; è qui che, soprattutto, intendeva condurli quella provvidenza ugualmente potente e soave con cui Dio si compiace di dirigere e muovere i suoi figli adottivi. – È evidente che per coloro che hanno raggiunto questo stato beato non sia possibile un’ulteriore crescita, poiché la loro grazia è consumata nella gloria. So bene cosa si potrebbe obiettare. Per quanto perfetta possa essere questa grazia, essa non è infinita; la stessa disuguaglianza che regna tra i beati ne è una palese dimostrazione. Sì, certo, se guardiamo questa grazia in sé, materialmente, come dicono i teologi, possiamo, anzi dobbiamo considerarla capace di una crescita illimitata. Ma per coloro che la considerano come una grazia formale del termine, come grazia consumata nella visione, essa non può ricevere alcun nuovo grado di perfezione. San Tommaso (S, Thom. 1 p. , q. 62, a. 9) ne dà una ragione molto convincente, che riassumo in poche parole. Dio, che muove sovranamente l’uomo verso la beatitudine, deve necessariamente aver fissato il termine a cui piace alla sua provvidenza condurlo, come al suo fine ultimo: poiché è della saggezza di un motore intelligente e libero il non agire su un mobile per muoverlo all’infinito, ma per farlo arrivare ad una meta. Ora – aggiunge il nostro grande dottore – vedere Dio, godere di Dio, non è questo un termine definito, poiché questo godimento e questa visione comprendono gradi senza numero. Quindi, per concludere, l’intenzione di Dio non è solo che la creatura raggiunga la beatitudine, ma un determinato grado di questa beatitudine, come fine ultimo. Ed è per questo che lo stato del termine è incompatibile con qualsiasi aumento della grazia santificante: perché se la gloria è nel grado voluto da Dio, la grazia proporzionata alla gloria è anche per ciascuno nella misura che Egli ha stabilito. Se volessimo qui usare termini scolastici, diremmo che, una volta raggiunto questo termine, la grazia e la gloria potrebbero, per lo meno, ancora aumentare secondo la potenza assoluta, de potentia absoluta; ma che questo aumento sia impossibile secondo la potenza ordinata, de potentia ordinata: perché ciò è possibile solo da quest’ultima potenza che, infatti, rientra nell’ordine della sapienza e della volontà di Dio (S. Thom. III, d. 1, q. 2, ad 3; col. 1 p., q. 25, a. 5, ad 1; Alex. Halens, 1 p., q. 20, m. 5). – Ma finché siamo lungo la via, non c’è nulla da parte del soggetto che rappresenti un ostacolo invincibile al perfezionamento della grazia. Non ditemi che la capacità della mia natura sia finita! Questo dimostra, è vero, che una grazia infinita ripugna alla mia essenza, poiché non posso diventare Dio; ma il progresso nella grazia non toglie l’infinità di questa stessa grazia. Se la natura può ricevere la grazia in sé, può più propriamente riceverne nuovi gradi. Perché i favori che ha già ricevuto, lungi dall’ostacolare o restringere la capacità di ricezione, la dilatano ulteriormente e la aprono a nuove e più abbondanti effusioni. Di due uomini, uno di intelligenza incolta, l’altro di mente già molto coltivata, sarebbe il primo a sembrarvi più capace di fare ulteriori progressi nelle scienze: come se le conoscenze acquisite fossero un ostacolo e non un aiuto? Quindi, più si ama Dio, più si partecipa alle sue grazie, più si è in grado di ricevere gli effetti della bontà divina. Grazia e carità sono legate: l’aumento dell’una è la perfezione dell’altra. Non sappiamo che amando acquistiamo nuova forza per amare? Il cuore che ama si anima e si entusiasma e lo Spirito Santo, che lo possiede, lo ispira con nuova forza ad amare sempre di più. Dare dei limiti al proprio amore significa ignorare la natura e la legge dell’amore, perché più si ama e più si vuole amare. – Chi ha amato come San Paolo, che sfidava il cielo e la terra dal separarlo dall’amore di Cristo Gesù? S. Paolo che si reputava egli stesso nel numero classificato dei perfetti (Fil. III, 15). E questo grande Apostolo non si crede ancora giunto al termine del punto ove vuole andare. « Mi resta – dice – una cosa da fare: dimenticando ciò che è dietro di me, rivolgermi a ciò che è davanti a me ». (Ibid., 13). E perché questa corsa ed i tanti sforzi a cui invita i suoi fratelli? È perché la meta a cui tende è sempre infinitamente lontana da lui, poiché la vocazione divina ci spinge all’imitazione di Gesù Cristo (Ibid. 17). Così, la grazia chiama la grazia. A Dio non piace che l’anima umana voglia che l’anima umana sia come un piccolo vaso in cui si versa un liquido. Se volete un paragone materiale, guardate piuttosto il mare dove scorrono i fiumi e che non deborda mai. (Eccl. I, 7). – Per trovare qualche ostacolo a questa perfezione indefinita della grazia, dovrà risalirsi alla causa da cui essa deriva? Ma questa causa, nell’ordine fisico, è Dio, la cui potenza non è fermata da alcun limite. Ma questa causa, nell’ordine morale, sono i meriti di Gesù Cristo Nostro Signore; meriti di valore infinito, come la dignità della Persona stessa; capaci, quindi, di ripagare con sovrabbondanza tutti i doni della grazia, scorressero anche a torrenti, senza misura e senza tregua, dal cuore di Dio sulle anime. – Ma, si dirà, se questo è il caso della crescita spirituale, chi può impedirci di ammettere che una creatura pura, attraverso un meraviglioso progresso di santità, possa arrivare alla pienezza di grazia che ammiriamo in Nostro Signore? Nulla, se non la sovreminenza della grazia del Salvatore Gesù. Questa grazia, infatti, considerata in tutto ciò che comporta, è di ordine superiore alla nostra; essa è alla grazia di una creatura pura, nel rapporto di una causa universale con una causa particolare, poiché è dalla sua pienezza che tutti abbiamo ricevuto. Mai la luce di un focolare, di qualsiasi materia comunque attivata, ha eguagliato lo splendore del sole (S. Thom., 3 p., q. 7, a, 11 in corp. e ad 3,1). Non sarebbe né meno temerario, né meno insensato per una semplice creatura aspirare alla santità della Vergine che l’Angelo ha salutato piena di grazia. La dignità di Madre di Dio esigeva da Maria, fin dal primo momento della sua esistenza, una pienezza inferiore, senza dubbio, a quella del suo Figlio, Dio fatto uomo, ma incomparabilmente superiore alla grazia conferita dal Battesimo ai figli adottivi. E poiché la crescita nella Vergine divina ha risposto costantemente e perfettamente a questa pienezza iniziale, chi non vede che la distanza che separa la sua grazia dalla nostra, lungi dal diminuire col tempo, cresceva al contrario come all’infinito? Per questo la Chiesa ci insegna su Maria, osservata ogni proporzione, ciò che crediamo su suo Figlio. La sua grazia è come una sorgente molto abbondante da cui sgorga la nostra stessa sorgente in relazione a noi, anche se è solo un ruscello alimentato dalla grazia di Gesù Cristo, nostro e suo santificatore.

3. – Ho detto che l’aumento della grazia e delle virtù, la crescita spirituale quindi, appartiene allo stato della Via. Ma qual è il confine estremo per noi di questo stato della via? La morte. Non esiste uno iato tra il tempo e l’eternità, tra la durata della crescita e la perfetta maturità che respinge il cambiamento. Finché l’anima non è separata dal corpo, siamo lontani dal Signore, pellegrini in cammino verso la dimora del Padre nei cieli. È per questo che i Santi desiderano ardentemente lasciare questo corpo per arrivare al termine e godere della presenza del Signore (II Cor. V, 6-8). Pertanto, lo stato di fine, quando cesserà per noi la crescita nella grazia, ha come primo momento l’ultimo della nostra vita mortale. Che i Santi, per un favore infinitamente raro, abbiano intravisto il volto di Dio prima di morire, come di sfuggita, non lo affermo né lo nego; in ogni caso, non si trattava della visione permanente riservata alla fine. La tenda che ci vela la gloria di Dio può essere stata aperta per un momento, ma il sipario non era stato ancora alzato: è necessario per questo la mano della morte. – Potrebbe sembrare che quelle anime che lasciano la vita presente, sante davanti a Dio, ma incompletamente purificate, e di conseguenza allontanate per un tempo più o meno lungo dalla beata contemplazione di Dio, possano ancora crescere nella grazia, poiché non sono giunte alla fine. No, non è possibile alcuna crescita per loro, perché non sono più sulla strada. Se la morte non li porta in possesso di Dio, è in un certo senso per accidente. D’ora in poi sono immobilizzati nel bene e il loro diritto all’eredità è inamovibile. La sala banchetti è lì ad attenderli. Per entrare nella porta è necessaria una purificazione finale, ma nulla può impedirne irrevocabilmente l’ingresso. Sono figli arrivati alla casa del Padre, ai quali il Padre ordina di togliere le macchie della strada, prima di ammetterli al bacio del suo amore, e di questo bacio hanno l’assoluta certezza che ne godranno per l’eternità. Di principio queste anime sono al termine (« Dicendum quod, quamvis animæ (purgantes) post mortem non sint simpliciter in statu viæ, tamen quantum ad aliquid adhuc sunt in via, in quantum scilicet earum progressus adhuc retardatur ab ultima retributioné: et ideo simpliciter earum via est circumsepta, ut non possint ulterius per aliqua opera transmutari secundum statum felicitatis et miseriæ: sed quantum ad hoc non est circumsepta quin, quantum ad hoc quod detinentur ab ultima retributione, possint ab aliis juvari, quia secundum hoc adhuc sunt in via ». S. Thom., Supplem. Q. 71, a 2 ad 3; col.2-2, q. 13, a. 4 ad 2 ; q. 182, a. 2; ad 2, 3p., q. 19, a. 3, ad 1).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “FIN DAL PRINCIPIO”

“Il Sacerdozio cattolico, divino nella sua origine, soprannaturale nella sua essenza, immutabile nel suo carattere, non è tale istituzione che possa accomodarsi alla volubilità delle opinioni e dei sistemi umani (…) Il Sacerdote è sopra tutto costituito maestro, medico e pastore delle anime, e guida ad un fine che non si chiude nei termini della vita presente …. ” – Due espressioni lapidarie che in poche parole riassumono concetti fondamentali nel Cristianesimo come voluti da Cristo, citate dal Sommo Pontefice nel corso di questa lettera Enciclica scritta ai Vescovi italiani perché si adoperassero a formare Sacerdoti santi e guide per portare il popolo alla eterna felicità. Inutile dire, purtoppo che questi auspici forono quasi completamente disattesi da ecclesiastici in gran parte modernisti, tra cui molti erano aderenti in modo occulto, a logge massoniche. I risultati non si fecero attendere, come sappiamo, tanto da profilare l’apostasia massiccia di religiosi, chierici e fedeli, migrati senza battere ciglio, nell’antichiesa conciliabolare, e lo scisma dal Vicario di Cristo, S. S. Gregorio XVII estromesso nel corso del Conclave del 26 ottobre 1958 e sostituito dal designato usurpante massone 33 Roncalli. Se fossero state seguite le indicazioni di Leone XIII, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente, ed il Signore non avrebbe punito così duramente la sua Chiesa con l’eclissarla e farla apparire un baraccone circense (senza offesa per i circensi!) in balia di nocchieri apparentemente ubriachi o francamente impazziti. Ma godiamoci questa lettera scritta in italiano sperando che quanto prima possano tornare utile ad una Chiesa finalmente rinata dalle ceneri spirituali di pazzi dinamitardi che hanno ucciso ed uccidono anime infinite riscattate dal preziosissimo sangue di Cristo.

Leone XIII
Fin dal principio

Lettera Enciclica

La formazione del clero in Italia
8 dicembre 1902

Fin dal principio nostro pontificato ponendo Noi mente alle gravi condizioni della società, non tardammo a riconoscere, come uno dei più urgenti doveri dell’Apostolico ufficio fosse quello di rivolgere specialissime cure alla educazione del Clero. Vedevamo infatti che ogni nostro divisamento ad operare nel popolo una restaurazione di vita cristiana sarebbe tornato invano, ove nel ceto ecclesiastico non si serbasse integro e vigoroso lo spirito sacerdotale. Pertanto, mai non cessammo, quanto era da Noi, di provvedervi, sia con opportune istituzioni, sia con parecchi documenti diretti a tale intento. Ed ora una particolare sollecitudine verso il Clero d’Italia Ci muove, Venerabili Fratelli, a trattare ancora una volta un argomento di grande rilievo.
Belle invero e continue testimonianze esso ne porge di dottrina, di pietà, di zelo; tra le quali Ci piace di additar con lode l’alacrità onde, secondando l’impulso e la direzione dei Vescovi, coopera al movimento cattolico che Ci è sommamente a cuore. Non possiamo tuttavia dissimulare la preoccupazione dell’animo Nostro al vedere come da qualche tempo vada qua e là serpeggiando una cotal brama d’innovazioni inconsulte, così, rispetto alla formazione, come all’azione multiforme dei sacri ministri. Ora è facile avvisare le gravi conseguenze che sarebbero a deplorarsi, ove a siffatte tendenze innovatrici non si apportasse pronto rimedio. Ond’è che a preservare il clero italiano dalle influenze perniciose dei tempi, stimiamo cosa opportuna, Venerabili Fratelli, richiamare in questa Nostra lettera i veri e invariabili principi che debbono regolare l’educazione ecclesiastica e tutto il sacro ministero. Il Sacerdozio cattolico, divino nella sua origine, soprannaturale nella sua essenza, immutabile nel suo carattere, non è tale istituzione che possa accomodarsi alla volubilità delle opinioni e dei sistemi umani. Partecipazione del sacerdozio eterno di Gesù Cristo, esso deve perpetuare fino alla consumazione dei secoli la missione stessa dal divin Padre affidata al suo Verbo Incarnato: “Sicut misit me Pater, et ego mitto vos” (1Gv XX, 21). Operare la salute eterna delle anime sarà sempre il grande mandato, a cui esso non potrà mai venire meno; come, per fedelmente attuarlo, non dovrà mai cessare di ricorrere a quei soprannaturali presidi e a quelle norme divine di pensiero e di azione che gli diede Gesù Cristo, quando inviava i suoi Apostoli per tutto il mondo a convertire i popoli al Vangelo, Quindi S. Paolo nelle sue lettere vien ricordando, non essere altro il sacerdote che il “legato“, il “ministro di Cristo“, il “dispensatore dei suoi misteri” (2Cor. V, 20; VI, 4; 1Cor IV, 1), e ce lo rappresenta quasi collocato in luogo eccelso (cf. Hb. V,1), quale intermediario fra il ciclo e la terra per trattare con Dio gl’interessi sommi dell’uman genere, che sono quei della vita sempiterna. Tale il concetto che i Libri santi ne danno del Sacerdozio cristiano, cioè di un’istituzione soprannaturale, superiore a tutti gl’istituti terreni e affatto separata da essi come il divino dall’umano. – La stessa alta idea emerge chiara dalle opere dei Padri, dal Magistero dei Romani Pontefici e dei Vescovi, dai decreti dei Concili, dall’unanime insegnamento dei Dottori e delle Scuole cattoliche. Che anzi tutta la tradizione della Chiesa è una voce sola nel proclamare che il Sacerdote è un “altro Cristo”, e che il Sacerdozio “si esercita bensì in terra, ma va meritamente annoverato tra gli ordini del cielo” (S. Io. Chrysostomus, De Sacerdotio, lib. III, n. 4), “poiché gli sono date da amministrare cose del tutto celesti, e gli è conferito un potere che Dio non affidò neppure agli Angeli”; potere e ministero che riguardano il governo delle anime, ossia “l’arte delle arti”. Perciò educazione, studi, costumi, quanto insomma si attiene alla disciplina sacerdotale, venne sempre dalla Chiesa considerato come un tutto a sé, non pur distinto, ma separato altresì dalle ordinarie norme del vivere laicale. – Tal distinzione e separazione deve dunque rimanere inalterata anche ai tempi nostri, e qualunque tendenza ad accomunare o confondere l’educazione e la vita ecclesiastica con la educazione e la vita laicale, ha da giudicarsi riprovata nonché dalla tradizione dei secoli cristiani, ma dalla dottrina stessa apostolica e dagli ordinamenti di Gesù Cristo. – Certamente nella formazione del clero e nel ministero sacerdotale ragion vuole che si abbia riguardo alle varie condizioni dei tempi. Quindi è ben lungi da Noi il pensiero di rigettare quei mutamenti che rendano l’opera del Clero sempre più efficace nella società in mezzo a cui vive; che anzi appunto per tale considerazione Ci è sembrato conveniente di promuovere in esso una più solida e squisita coltura, e di aprire un campo più largo al suo ministero. Ma ogni altra innovazione che potesse recare qualche pregiudizio a ciò ch’è essenziale al Sacerdote, dovrebbe riguardarsi come affatto biasimevole. Il Sacerdote è sopra tutto costituito maestro, medico e pastore delle anime, e guida ad un fine che non si chiude nei termini della vita presente. Ora non potrà egli mai corrispondere appieno a così nobili uffici, se non sia, quant’è mestieri, versato nella scienza delle cose sacre e divine; se non sia fornito a dovizia di quella pietà che ne fa un uomo di Dio; se non ponga ogni cura in avvalorare i suoi insegnamenti colla efficacia dell’esempio, conforme all’ammonimento dato ai sacri pastori dal Principe degli Apostoli: “Forma facti gregis ex animo” (1Pt 5,3). Comunque volgano i tempi, e le condizioni sociali cangino e si tramutino, queste sono le proprie e massime doti che debbono rifulgere nel Sacerdote cattolico, giusta i principi della fede; ogni altro corredo naturale ed umano in certo commendevole, ma non avrà rispetto all’ufficio sacerdotale, che una secondaria e relativa importanza. – Se pertanto è ragionevole e giusto che il Clero si pieghi, fin dove è lecito, ai bisogni dell’età presente, è altresì doveroso e necessario che alla prava corrente del secolo, non che cedere, fortemente resista. E ciò, mentre risponde naturalmente all’alto fine del sacerdozio, vale altresì a renderne più fruttuoso il ministero, crescendogli decoro e procacciandogli rispetto. – Ora è noto pur troppo come lo spirito del naturalismo tenti inquinare ogni parte anche più sana del corpo sociale: spirito che inorgoglisce le menti e le ribella ad ogni autorità; che avvilisce i cuori e li volge alla ricerca dei beni caduchi, trascurati gli eterni. Di questo spirito, così malefico e già troppo diffuso, grandemente è a temere che qualche influsso non possa insinuarsi anche fra gli ecclesiastici, massime fra i meno esperti. Tristi effetti ne sarebbero, il venir meno a quella gravità di condotta, che tanto si addice al Sacerdote; il cedere con leggerezza al fascino di ogni novità; il diportarsi con indocilità pretenziosa verso i maggiori; il perdere quella ponderatezza e misura nel discutere che tanto è necessaria, particolarmente in materia di fede e di morale. Ma effetto ben più deplorevole, perché congiunto col danno del popolo cristiano, ne seguirebbe nel sacro ministero della parola, inducendovi un linguaggio non conforme al carattere di banditore del l’Evangelo. – Mossi da tali considerazioni, Noi sentiamo di dover nuovamente e con più vivo studio raccomandare, che innanzi tutto i Seminari siano con gelosa cura mantenuti nello spirito proprio, così rispetto all’educazione della mente come a quella del cuore. – Non si perda giammai di vista, ch’essi sono esclusivamente destinati a preparare i giovani non ad uffici umani, per quanto legittimi ed onorevoli, ma all’alta missione, poc’anzi accennata, di ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1). – Da tale riflesso, tutto soprannaturale, sarà sempre agevole, come notammo già nella Enciclica al Clero di Francia data l’8 settembre 1899, ritrarre norme preziose non pure per la retta formazione dei chierici, ma per allontanare altresì dagl’Istituti, nei quali si educano, ogni pericolo così interno come esterno, d’ordine morale o religioso. – Rispetto agli studi, poiché il clero non dev’essere estraneo agli avanzamenti d’ogni buona disciplina, si accetti pure quanto di veramente buono ed utile si riconosca negl’innovati metodi: ogni tempo suole contribuire al progresso del sapere umano, Però vogliamo che su tal proposito siano ben ricordate le prescrizioni Nostre intorno allo studio delle lettere classiche, e principalmente della Filosofia, della Teologia, e delle scienze affini: prescrizioni che demmo in più documenti, massime nella detta Enciclica, di cui Ci piace perciò trasmettere a voi un esemplare. unito alla presente. – Sarebbe al certo desiderabile che i giovani ecclesiastici potessero tutti com’è dovere, fornire il corso degli studi sempre all’ombra dei sacri Istituti. Ma poiché gravi ragioni talora consigliano che alcuni di essi frequentino le pubbliche Università, non si dimentichi con quali e quante cautele i Vescovi debbano ciò loro permettere. Vogliamo del pari che si insista sulla fedele osservanza delle norme contenute in altro più recente documento, in special modo per quanto concerne le letture od altro che potesse dare occasione ai giovani di prender parte comecchessia ad agitazioni esterne. Così gli alunni dei Seminari, facendo tesoro di un tempo prezioso è colla massima tranquillità degli animi, potranno raccogliersi tutti intorno a quegli studi che li rendono maturi ai grandi doveri del sacerdozio, singolarmente al ministero della predicazione e delle confessioni. Ben si rifletta, quanto grave sia la responsabilità di quei Sacerdoti che, in tanto bisogno del popolo cristiano, trascurano di prestar l’opera propria nell’esercizio di questi sacri ministeri; e di coloro altresì che non vi portano una illuminata operosità: sì gli uni come gli altri mal corrispondono alla propria vocazione in cosa che troppo importa alla salute delle anime. E qui dobbiamo richiamare l’attenzione vostra, Venerabili Fratelli, sulla speciale Istruzione che volemmo data in ordine al ministero della divina parola; e desideriamo che se ne traggano più copiosi frutti. Rispetto poi al ministero delle confessioni, si rammenti quanto severe suonino le parole del più insigne e mite dei moralisti verso coloro che non dubitano di sedere inetti nel tribunale dipendenza; e come non meno severo sia il lamento dell’insigne Pontefice Benedetto XIV, che poneva tra le maggiori calamità della Chiesa il difetto nei confessori di una scienza teologica morale qual s’addice alla gravità di così santo ufficio. – Ma al nobile scopo di preparare degni ministri del Signore è necessario, Venerabili Fratelli, che sia volto, e con sempre maggior vigore e vigilanza, oltre l’ordinamento scientifico, anche il disciplinare e l’educativo dei vostri Seminari. – Non vi si accolgano che giovani i quali offrano fondate speranze di voler consacrarsi in perpetuo al ministero ecclesiastico.Si tengano segregati dal contatto e più dalla convivenza con giovani non aspiranti al sacerdozio: tale comunanza potrà per giuste e gravi cause tollerarsi a tempo e con singolari cautele, finché non sia dato di pienamente provvedere, conforme allo spirito della disciplina ecclesiastica. Si rimandino quanti nel corso della loro educazione manifestassero tendenze meno convenevoli alla vocazione sacerdotale, e nell’ammettere i chierici agli Ordini sacri si usi somma ponderazione, giusta l’ammonimento gravissimo di San Paolo a Timoteo: “Manus cito nemini ìmposueris” (1 Tm V, 22). In tutto ciò conviene posporre qualsiasi altra considerazione, che sarebbe sempre da ritenersi inferiore a quella rilevantissima della dignità del sacro ministero. Importa poi grandemente, che a formare negli alunni del santuario un’immagine viva di Gesù Cristo, nel che si assomma tutta l’educazione ecclesiastica, i moderatori e gl’insegnanti alla diligenza e alla perizia propria del loro ufficio congiungano l’esempio di una vita al tutto sacerdotale. La condotta esemplare di chi presiede, massime ai giovani, è il linguaggio più eloquente e persuasivo per ispirare negli animi loro il convincimento dei propri doveri e l’amore al bene. Un’opera di tanto rilievo richiede principalmente dal direttore di spirito prudenza non ordinaria e cure indefesse; onde un tale ufficio, che desideriamo non manchi in verun Seminario, vuol essere affidato ad ecclesiastico molto esperto nelle vie della perfezione cristiana. – Ed a lui non sarà mai abbastanza raccomandato d’infondere e coltivare negli alunni colla maggiore sodezza quella pietà la quale è per tutti feconda, ma specialmente per il clero, di utilità inestimabili (cf. 1Tm IV, 7-8). Perciò sia egli sollecito di premunirli altresì da un pernicioso inganno, non infrequente tra i giovani, cioè di lasciarsi talmente prendere all’ardore degli studi, da non curar poi a dovere il proprio avanzamento nella scienza dei Santi, Quanto più la pietà avrà messo radici profonde nei chierici, tanto meglio saranno temprati a quel forte spirito di sacrificio, ch’è al tutto necessario per zelare la gloria divina e la salvezza delle anime. – Non mancano, la Dio mercé, nel clero italiano Sacerdoti che diano nobili prove di quanto possa un ministro del Signore, penetrato di siffatto spirito, mirabile la generosità di quei tanti che per dilatare il regno di Gesù Cristo, corrono volenterosi in lontane terre ad incontrare fatiche, privazioni e stenti d’ogni maniera, ed anche il martirio. – Di questa guisa, scorto da provvide ed amorevoli cure nella conveniente coltura dello spirito e dell’ingegno, verrà a grado a grado formandosi il giovane levita, quale lo richiedono la santità della sua vocazione ed i bisogni del popolo cristiano. Il tirocinio in verità non è breve; eppure vorrà essere protratto anche oltre il tempo del Seminario. Conviene infatti che i giovani Sacerdoti non siano lasciati senza guida nelle prime fatiche, ma vengano confortati dalla esperienza dei più provetti che ne maturino lo zelo, la prudenza, e la pietà; ed è spediente altresì che, ora con esercitazioni accademiche, ora con periodiche conferenze, si allarghi l’uso di tenerli continuamente esercitati negli studi sacri. È manifesto, Venerabili Fratelli, che quanto abbiamo sin qui raccomandato, lungi dal menomamente nuocere, giova anzi in singolare modo a quella operosità sociale del Clero, da Noi in più occasioni inculcata come necessaria al nostri giorni. Poiché coll’esigere la fedele osservanza delle norme da Noi richiamate, si viene a tutelare ciò che di siffatta operosità dev’essere l’anima e la vita. – Ripetiamo dunque anche qui, e più altamente, esser mestieri che il Clero vada al popolo cristiano, insidiato da ogni parte, e con ogni sorta di fallaci promesse adescato segnatamente dal socialismo ad apostatare dalla fede avita; subordinando però tutti la propria azione all’autorità di coloro, “cui lo Spirito Santo ha costituito Vescovi per reggere la Chiesa di Dio”; senza di che seguirebbe confusione e disordine gravissimo, a detrimento anche della causa che hanno a difendere e a promuovere. – Anzi a tal fine desideriamo che i candidati al sacerdozio, sul termine della loro educazione nei Seminari, vengano convenientemente ammaestrati nei documenti pontifici che riguardano la questione sociale e la democrazia cristiana, astenendosi peraltro, come più sopra abbiamo detto, dal prendere qualsiasi parte al movimento esterno. Fatti poi Sacerdoti si volgano con particolare studio al popolo, stato sempre l’oggetto delle più amorose cure della Chiesa, Togliere i figli del popolo alla ignoranza delle cose spirituali ed eterne, e con industriosa amorevolezza avviarli ad un vivere onesto e virtuoso; raffermare gli adulti nella Fede dissipandone i contrari pregiudizi, e confortarli alla pratica della vita cristiana; promuovere tra il laicato cattolico quelle istituzioni che si riconoscano veramente efficaci al miglioramento morale e materiale delle moltitudini; propugnare sopra tutto i principi di giustizia e carità evangelica, nei quali trovano equo temperamento tutti i diritti e i doveri della civile convivenza: tale è nelle precipue sue parti il nobile compito della loro azione sociale. Ma abbiano sempre presente, che anche in mezzo al popolo il Sacerdote deve serbare integro il suo augusto carattere di ministro di Dio, essendo esposto a capo dei fratelli, principalmente “animarum causa” ( S. Gregorio M., Regula Past.. parte II, e. VII.). Qualsivoglia maniera di occuparsi del popolo, a scapito della dignità sacerdotale, con danno dei doveri e della disciplina ecclesiastica, non potrebbe esser che altamente riprovata. – Ecco quanto, Venerabili Fratelli, la coscienza dell’Apostolico ufficio C’imponeva di far rilevare, considerate le condizioni odierne del Clero d’Italia. Non dubitiamo, che in cosa di tanta gravità ed importanza, alla sollecitudine Nostra voi saprete congiungere le più solerti ed amorose industrie del vostro zelo, ispirandovi specialmente ai luminosi esempi del grande Arcivescovo, San Carlo Borromeo. Pertanto a dare effetto a queste Nostre prescrizioni, avrete cura di farne argomento delle vostre regionali Conferenze, e di consigliarvi su quei provvedimenti pratici che secondo i particolari bisogni delle singole Diocesi vi sembreranno più opportuni. Ai divisamenti ed alle deliberazioni nostre non mancherà, ove sia d’uopo, il presidio della Nostra autorità. – Ed ora con parola che ne viene spontanea dall’intimo del Nostro cuore paterno, Ci volgiamo a voi, quanti siete sacerdoti d’Italia, raccomandando a tutti e a ciascuno, che mettiate ogni impegno nel corrispondere sempre più degnamente allo spirito proprio della vostra eccelsa vocazione. A voi ministri del Signore diciamo con più ragione che non disse S, Paolo ai semplici fedeli: “Obsecro itaque vos ego vinctus in Domino, ut digne ambuletis vocatione, qua vocati estis” (Eph IV,1). L’amore della comune Madre la Chiesa rinsaldi e rinvigorisca tra voi quella Concordia di pensiero e di azione, che raddoppia le forze e rende più feconde le opere. In tempi tanto infesti alla Religione e alla società, quando il Clero di ogni nazione è chiamato ad unirsi compatto per la difesa della fede e della morale cristiana, si appartiene a voi, figli dilettissimi, cui particolari vincoli congiungono a questa sede Apostolica, precedere a tutti gli altri con l’esempio, ed essere i primi nella illimitata obbedienza alla voce e ai comandi del Vicario di Gesù Cristo. – Così le benedizioni di Dio scenderanno copiose, quali Noi le invochiamo, a mantenere il Clero d’Italia sempre degno delle illustri sue tradizioni. – Auspice intanto dei divini favori sia l’apostolica benedizione, che a voi, Venerabili Fratelli, ed a tutto il Clero alle vostre cure affidato, con effusione di cuore impartiamo.

Dato a Roma, presso S. Pietro, nel dì sacro alla Immacolata Concezione di Maria, 8 Dicembre 1902, anno vigesimo quinto del Nostro Pontificato.

DOMENICA XVIII DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA XVIII DOPO PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semìdoppio. – Paramenti verdi.

Questa Domenica, inserita nel Messale dopo il Sabato delle Quattro-Tempora, era anticamente libera. La liturgia della vigilia si prolungava, infatti, fino alla Domenica mattina, e quindi questo giorno non aveva Messa propria. La lezione del Breviario nella Domenica che segue le Quattro Tempora (4a Domenica di settembre) è quella del libro di Giuditta, che S. Ambrogio, nel 2° Notturno riporta a questo tempo di penitenza, attribuendo ai digiuni e all’astinenza di quest’eroina la sua miracolosa vittoria. Per continuare il riavvicinamento che abbiamo stabilito fra il Messale e il Breviario, possiamo anche studiare la Messa del Sabato delle Quattro Tempora, che era anticamente quella di questa Domenica in rapporto con la storia di Giuditta. – Nabuchodonosor, re degli Assiri, mandò Oloferne, generale del suo esercito, a conquistare la terra di Canaan. Quest’ufficiale assediò la fortezza di Betulia. Ridotti agli estremi, gli assediati decisero di arrendersi nello spazio di cinque giorni. Viveva allora in questa città una vedova chiamata Giuditta, che godeva grande riputazione. « Facciamo penitenza per i nostri peccati disse ella, e imploriamo il perdono da Dio con molte lacrime! Umiliamo le anime nostre davanti a Lui e preghiamolo di farci sperimentare la sua misericordia. Crediamo che questi flagelli, con i quali Dio ci castiga, ci sono mandati per correggerci e non per rovinarci ». E questa santa donna entrò allora nel suo oratorio rivestita di cilicio e con la testa cosparsa di cenere si prostrò a terra davanti al Signore. Compiuta la sua preghiera, mise le sue vesti più belle ed uscì dalla città con la sua ancella. Sul far del giorno giunse agli avamposti dei Caldei e dichiarò che era venuta per dare i suoi nelle mani di Oloferne. I soldati la condussero dal generale che fu colpito dalla sua grande bellezza « che Dio si compiacque di rendere ancor più abbagliante, poiché aveva per scopo non la passione, ma la virtù ». Oloferne credette alle parole di Giuditta e offrì in suo onore un gran banchetto. Nel trasporto della gioia bevve con intemperanza maggiore del solito e oppresso del vino si distese sul letto e si addormentò. Tutti si ritirarono allora e Giuditta restò sola presso di lui. Ella pregò il Signore di dar forza al suo braccio per la salvezza di Israele; poi, staccata la spada appesa al capo del letto, tagliò coraggiosamente la testa di Oloferne, la consegnò all’ancella ordinandole di nasconderla nella borsa da viaggio e ambedue rientrarono a Betulia quella notte medesima. Quando gli Anziani della città appresero quello che Giuditta aveva fatto, esclamarono: « Benedetto sia il Signore, che ha creato il cielo e la terra! ». L’indomani la testa sanguinante di Oloferne venne esposta sulle mura della fortezza. I Caldei gridarono al tradimento ma, inseguiti dagli Israeliti, furono massacrati o messi in fuga. Quando il Sommo Sacerdote venne da Gerusalemme con gli Anziani per festeggiare la vittoria, tutti acclamarono Giuditta, dicendo: « Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia di Israele, tu l’onore del nostro popolo ». S. Ambrogio, nel 2° Notturno della IV Domenica di Settembre commenta questa pagina della Bibbia dicendo: « Giuditta tagliò la testa ad Oloferne in forza della sua sobrietà ». Armata del digiuno, essa penetrò arditamente nel campo nemico. Il digiuno di una sola donna ha vinto le innumerevoli schiere degli Assiri ». La Messa del Sabato delle Quattro Tempora è piena di sentimenti analoghi. Le Orazioni implorano il soccorso della misericordia divina, appoggiandosi sul digiuno e sull’astinenza che ci rendono più forti dei nostri nemici. Perdonaci le nostre colpe, Signore, dice il l° Graduale. Vieni in nostro aiuto, o Dio nostro Salvatore; liberaci, per l’onore del nome tuo ». – « O Signore, Dio degli eserciti, continua il 2° Graduale, presta l’orecchio alle preghiere dei tuoi servi ». « Volgi il tuo sguardo, o Signore; sino a quando volti da noi la tua faccia? aggiunge il 3° Graduale, abbi pietà dei tuoi servi ». — Le Lezioni fanno tutte allusioni alla misericordia di Dio verso il popolo, che ha fatto penitenza. Così parla il Signore degli eserciti: « Come ebbi l’intenzione di far del male ai vostri padri quando essi provocarono la mia collera, cosi in questi giorni ho avuto l’intenzione di fare del bene alla casa di Gerusalemme ». – Il racconto della liberazione del popolo ebreo dalla servitù assira per mezzo di Giuditta (nome che è il femminile di Giuda) dopo che essa ebbe digiunato è un’immagine della liberazione del popolo di Dio alla Pasqua, per mezzo di Gesù (della stirpe di Giuda) dopo la Quaresima. – Più tardi, allorché non si attese più la sera per celebrare il santo Sacrificio il Sabato delle Quattro Tempora, si prese per la 18° Domenica dopo Pentecoste, la Messa che era stata composta al VI secolo per la Dedicazione della Chiesa di San Michele a Roma e che fu celebrata il 29 settembre; infatti tutto il canto si riferisce alla consacrazione di una Chiesa. « Mi rallegrai quando mi dissero Andremo nella casa del Signore (Versetto All’Introito e Graduale). Mosè consacrò un altare al Signore, dice l’Offertorio. « Entrate nell’atrio del Signore e adoratelo nel Tempio suo santo », aggiunge al Communio, e questa è una immagine del cielo ove affluiranno tutte le nazioni quando verrà la fine dei tempi indicata da questa Domenica e dalle seguenti che vengono alla fine del Ciclo. L’Alleluia è infatti quello delle Domeniche dopo l’Epifania, che annunziava l’ingresso dei Gentili nel regno dei cieli. L’Epistola parla di coloro che attendono la rivelazione di Nostro Signore al suo ultimo avvento; allora essi godranno eternamente, nella casa del Signore, la pace che, come dissero i Profeti, Egli accorderà a quelli che lo attendono (Intr., Graduale). Questa pace Gesù ce l’ha assicurata morendo sulla croce, che è il sacrificio vespertino. Questa pace e questo perdono noi lo godiamo già nella Chiesa, in grazia del potere accordato da Gesù ai suoi sacerdoti. Questa Messa, che segue il sabato delle Ordinazioni fa infatti allusione anche al sacerdozio. Come il Salvatore, che esercitò il suo ministero e guarì l’anima del paralitico guarendone il corpo, quelli che sono ora stati ordinati Sacerdoti predicano la parola di Cristo (Epistola), celebrano il santo Sacrifizio (Offert.) e rimettono i peccati (Vangelo). E cosi preparano gli uomini a ricevere irreprensibili il loro divin Giudice (Epistola). La predicazione evangelica è una testimonianza resa a Gesù Cristo. Quelli che l’accettano ricevono doni celesti in sovrabbondanza e possono attendere con fiducia l’avvento glorioso di Gesù alla fine dei tempi. – Giovanni Crisostomo così commenta la risposta data da Gesù agli Scribi che non gli riconoscevano la facoltà di perdonare i peccati: « Se non credete la potestà di rimettere le colpe, credete la facoltà di conoscere i pensieri, credete la virtù del sanare da malattie incurabili i corpi. Più facile sanare il corpo; ma giacché non credete alla maggiore meraviglia, ve ne mostrerò una minore ma aperta ai sensi.  »                                                                           

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Eccli XXXVI: 18
Da pacem, Dómine, sustinéntibus te, ut prophétæ tui fidéles inveniántur: exáudi preces servi tui et plebis tuæ Israël.

[O Signore, dà pace a coloro che sperano in Te, e i tuoi profeti siano riconosciuti fedeli: ascolta la preghiera del tuo servo e del popolo tuo Israele.]

Ps CXXI: 1
Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus.

[Mi rallegrai per ciò che mi fu detto: andremo alla casa del Signore].

Da pacem, Dómine, sustinéntibus te, ut prophétæ tui fidéles inveniántur: exáudi preces servi tui et plebis tuæ Israël

[O Signore, dà pace a coloro che sperano in Te, e i tuoi profeti siano riconosciuti fedeli: ascolta la preghiera del tuo servo e del popolo tuo Israele.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Dírigat corda nostra, quǽsumus, Dómine, tuæ miseratiónis operátio: quia tibi sine te placére non póssumus.

[Te ne preghiamo, o Signore, l’azione della tua misericordia diriga i nostri cuori: poiché senza di Te non possiamo piacerti.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios
1 Cor 1: 4-8
Fratres: Grátias ago Deo meo semper pro vobis in grátia Dei, quæ data est vobis in Christo Jesu: quod in ómnibus dívites facti estis in illo, in omni verbo et in omni sciéntia: sicut testimónium Christi confirmátum est in vobis: ita ut nihil vobis desit in ulla grátia, exspectántibus revelatiónem Dómini nostri Jesu Christi, qui et confirmábit vos usque in finem sine crímine, in die advéntus Dómini nostri Jesu Christi.

[“Fratelli: Io rendo continuamente grazie al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù; perché in lui siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di scienza, essendosi stabilita solidamente in mezzo a voi la testimonianza di Cristo, in modo che nulla vi manca rispetto a qualsiasi grazia; mentre aspettate la manifestazione di nostro Signor Gesù Cristo, il quale vi manterrà pure saldi sino alla fine, così da essere irreprensibili nel giorno della venuta del nostro Signor Gesù Cristo”.]

LE RICCHEZZE DEL CRISTIANESIMO.

Fratelli: Io rendo continuamente grazie al mio Dio, riguardo a voi, per la grazia di Dio che vi è stata fatta in Gesù Cristo; perché in lui siete divenuti ricchi di ogni cosa, d’ogni dono di parole e di scienza, essendo la testimonianza di Cristo confermata in mezzo a voi in modo che non manchi dono alcuno a voi che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, il quale vi farà anche perseverare sino alla fine, perché siate senza colpa nel giorno della venuta del Signore nostro Gesù Cristo.

(S. Paolo, I ai Corinti: 1, 4-8).

Anche il lettore più zotico e disattento capisce subito che quando San Paolo afferma arricchiti in Gesù e per Gesù i Cristiani, arricchiti in tutti i modi, non parla di ricchezze materiali: il discorso dell’Apostolo si svolge su un piano diverso e superiore al piano della materia, che è il piano dello spirito. Però in quel piano la frase di San Paolo ha una verità, una esattezza matematica: N. S. Gesù col suo Vangelo ha, spiritualmente, arricchito l’umanità. C’è più vita al mondo e nella storia dopo di Lui, maggiore e migliore, più intensa e più alta. C’è più luce. La fede non è una barriera, un limite, è un progresso, uno slancio. Dove si ferma la ragione con la sua luce umana, comincia la fede con la sua luce divina, divina e umanizzata, messa per opera di Gesù, il Rivelatore, il Maestro, alla portata dell’umanità. Prima di Gesù c’è la filosofia, dopo Gesù accanto e oltre la filosofia c’è la Teologia. Prima c’è Dio — mistero — poi ci sono i Misteri di Dio. Il Cristiano sa tutto ciò che sapeva il pio pagano e sa molto di più. E anche il patrimonio di verità comuni, nella mente del Cristiano è più luminoso. Le stesse cose noi le sappiamo meglio. Meglio la sua grandezza, meglio la sua bontà, la giustizia così severa, la misericordia così grande. Il più umile Cristiano, sotto questo rispetto, è più avanti del più grande filosofo pagano. C’è una vita morale più ricca. Si vive nella sfera morale più intensamente, con maggiore severità e maggiore dolcezza. Nostro Signore ci ha tenuto ad affermare questa superiorità morale del Suo Vangelo sulla antica Legge, non discutendo neanche la superiorità della Legge mosaica sulla etica pagana. Sinteticamente ha detto che la giustizia, la bontà dei suoi seguaci, deve essere superiore a quella degli Scribi e dei Farisei. E ha specificato una serie di superiorità morali, spirituali. La parola nostra è più sincera, deve essere tersa come uno specchio. – Non bisogna solo non nascondere la verità delle parole, bisogna non velarla. La morale giudaica, salvo le apparenze, provvede ad evitare il male sociale, la morale cristiana va al fondo della realtà, mette l’anima nella luce e al contatto di Dio. Dove il Cristianesimo trionfa è nel regno della carità, dell’amore. Dopo N. S. Gesù c’è più amore al mondo, un amore più operoso. Chi li aveva mai neanche lontanamente sognati i miracoli della carità cristiana nell’inverno dell’età pagana? Cera a Roma la Vestale; non c’era la Suora di carità. L’ha creata Gesù. Tra il paganesimo e il Cristianesimo, c’è la differenza dal verno alla primavera. Il nostro amore è più intimo. Non si benefica solo nel Cristianesimo, non si fa solo del bene, si fa del bene, perché si vuole bene. C’è la fratellanza dell’anima, oltre le divisioni sociali. Rimangono materialmente i poveri e i ricchi, ma poveri e ricchi non conta nulla; si è fratelli. La carità cristiana va oltre la divisione nazionale; ci sono ancora i greci, i romani, i barbari, ma greci, romani e barbari si sentono fratelli, si chiamano con questo bel nome, si amano con questo bel titolo.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. – Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps CXXI: 1; 7

Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus.

[Mi rallegrai di ciò che mi fu detto: andremo alla casa del Signore.]

Alleluja

V. Fiat pax in virtúte tua: et abundántia in túrribus tuis. Allelúja, allelúja

[V. Regni la pace nelle tue mura e la sicurezza nelle tue torri. Allelúja, allelúja]

Ps CI: 16

Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam. Allelúja.

 [Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: e tutti i re della terra la tua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt. IX: 1-8
“In illo témpore: Ascéndens Jesus in navículam, transfretávit et venit in civitátem suam. Et ecce, offerébant ei paralýticum jacéntem in lecto. Et videns Jesus fidem illórum, dixit paralýtico: Confíde, fili, remittúntur tibi peccáta tua. Et ecce, quidam de scribis dixérunt intra se: Hic blasphémat. Et cum vidísset Jesus cogitatiónes eórum, dixit: Ut quid cogitátis mala in córdibus vestris? Quid est facílius dícere: Dimittúntur tibi peccáta tua; an dícere: Surge et ámbula? Ut autem sciátis, quia Fílius hóminis habet potestátem in terra dimitténdi peccáta, tunc ait paralýtico: Surge, tolle lectum tuum, et vade in domum tuam. Et surréxit et ábiit in domum suam. Vidéntes autem turbæ timuérunt, et glorificavérunt Deum, qui dedit potestátem talem homínibus”.

[“In quel tempo Gesù montato in una piccola barca, ripassò il lago, e andò nella sua città. Quand’ecco gli presentarono un paralitico giacente nel letto. E veduta Gesù la loro fede, disse al paralitico; Figliuolo, confida: ti son perdonati i tuoi peccati. E subito alcuni Scribi dissero dentro di sé: Costui bestemmia. E avendo Gesù veduti i loro pensieri, disse: Perché pensate male in cuor vostro? Che è più facile, di dire: Ti sono perdonati i tuoi peccati; o di dire: Sorgi e cammina? Or affinché voi sappiate che il Figliuol dell’uomo ha la potestà sopra la terra di rimettere i peccati: Sorgi, disse Egli allora al paralitico, piglia il tuo letto e vattene a casa tua. Ed egli si rizzò, e andossene a casa sua. Ciò udendo le turbe s’intimorirono e glorificarono Dio che tanta potestà diede ad uomini].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano).

IL POTERE DI PERDONARE I PECCATI

La casa dove si trovava Gesù era assiepata di gente, sicché non vi si poteva più entrare e nemmeno avvicinarsi alla porta. Ecco arrivare ancora quattro uomini, portando su di un lettuccio un paralitico. Venivano probabilmente da molto lontano, a prezzo di lunghe fatiche e non volevano ritornare senza aver visto Gesù. Non potendo per la ressa aprirsi un varco, salgono sul tetto. Doveva essere una casa bassa, con una scala esterna che metteva direttamente sulla terrazza che faceva da tetto. Smuovono alcune travi e calano giù il lettuccio del paralitico, il quale si trova davanti al Figlio di Dio. « Uomo, abbi fede: i tuoi peccati ti sono rimessi ». Parole più inaspettate, più strane di queste, Gesù non avrebbe potuto dire a quell’uomo ch’era venuto solo per la speranza d’essere guarito dalla paralisi. Eppure dovevano rispondere a qualche silenziosa implorazione che il Figlio di Dio ascoltava. Forse, giunto sotto lo sguardo purissimo e penetrante del Signore, quell’infelice, per un’improvvisa grazia di lucidità, vide che la sua sventura più compassionevole non era nella carne ma nell’anima. Vide le sue colpe, ne misurò per la prima volta l’estensione, la profondità, la bruttura; ne inorridì. Dal profondo del cuore gridò allora non già: « Guariscimi! », ma: « Perdonami! ». – Tutti allora udirono la risposta a quella domanda che nessuno aveva sentito: « Ti sono rimessi i tuoi peccati ». Cominciò lo scandalo. Gli Scribi e i Farisei, tacevano; ma nel loro interno si ribellavano: « Come può parlare così un uomo? Bestemmia. Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? » E Gesù diede loro una duplice prova della sua divinità: leggendo nei loro cuori, sanando il paralitico. « Rispondetemi: è più facile secondo voi dire a costui: « Ti siano rimessi i tuoi peccati » o dirgli « levati su, e cammina? » Nessuno osava fiatare, perché si sentivano smascherati e senza ripari nella coscienza, davanti a Lui che li scrutava. « Ebbene, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra il potere di rimettere i peccati, — e si voltò al paralitico – ti dico, alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua ». E quegli s’alzò, prese il letto sulle spalle e andò via, tra lo sbigottimento e le grida della folla. Tutti glorificavano Dio che diede al Cristo tale potere, quello di rimettere i peccati. Anche noi dobbiamo ora per tale motivo glorificare Dio, considerando due cose intorno alla remissione dei peccati: la misericordia divina e la grettezza umana.  – 1. LA CONFESSIONE E LA MISERICORDIA DIVINA. L’uomo che commette peccato, in un momento di viltà e di ebbrezza e d’esaltazione, si slancia a colpire Dio e invece manda in rovina la propria anima. La quale dal peccato è paralizzata in ogni opera meritoria per il paradiso, è spogliata dalla vita della grazia, e come morta giace in un letto di miseria e di maledizione. Intanto il rimorso dilania il cuore. Quell’uomo lavora e picchia vigorosamente il suo martello, ma tra colpo e colpo ode una voce che gli s’infigge tra fibra e fibra, come una freccia: « Sei maledetto dal Signore! » Il martello gli diventa pesante, gli scivola di mano, si asciuga il sudore: è sudore di spavento. Quella donna canta sulla culla del suo bambino, e sembra beata nella sua gioia materna; ma una voce secreta l’amareggia: « Sei indegna di baciare l’innocenza di questo bambino ». Il canto le si spegne sulle labbra, e trema di spavento. Quella figliuola è inginocchiata davanti all’altare. Ha tanto bisogno di Dio ed è così sola al mondo! Però una voce la respinge dall’altare. « Hai offeso il Signore Dio tuo, hai meritato l’inferno!  » Si copre il volto per angoscia e per spavento. E se il Signore  non perdonasse più? È forse obbligato a perdonare? Se non perdonasse più, dopo il primo peccato sarebbe finita per sempre: la nostra vita diverrebbe come quella di Caino, la nostra morte quella di Giuda. Invece Dio perdona ancora. Ha istituito un sacramento in cui i suoi ministri hanno ricevuto il potere di perdonare i peccati: di perdonarli tutti, di perdonarli sempre. È necessario soltanto confessarli con grande sincerità, con profondo dolore. A intravvedere la misericordia infinita di Dio nella confessione, ci gioverà una parabola. Essa c’insegna che Dio ha dato al Sacerdote, il potere di perdonare tutto, anche i peccati enormi. « Un cavaliere aveva ucciso un uomo: la giustizia non lo sospettava, ma i rimorsi lo facevano andare triste ed errabondo. Un giorno, accadendogli di passare davanti ad una chiesa protestante, gli sembrò che il segreto sarebbe stato meno pesante, se avesse potuto confidarlo; entrò dunque e domandò al vicario di ascoltare la sua confessione. Questo vicario era un giovane molto perbene e molto istruito, ma, come tutti i protestanti, disconosceva il potere di perdonare i peccati nella confessione, sacramento istituito dal nostro divino Redentore crocifisso. « Apritemi il cuore, potete dirmi tutto come ad un padre ». L’altro incominciò: « Ho ucciso un uomo ». Il vicario scattò: « E venite a dirlo a me! miserabile assassino! Io non so se il mio dovere di cittadino non sarebbe quello di condurvi al più prossimo posto di polizia… ad ogni modo è mio dovere di persona rispettabile di non tenervi sotto il mio tetto un solo minuto di più ». E l’uomo se ne andò. Alcuni chilometri più lungi, vide sulla via che egli seguiva, una chiesa cattolica. Un’ultima moribonda speranza lo fece entrare, ed egli si inginocchiò dietro alcune vecchiette che attendevano vicino al confessionale. Venuta la sua volta, diede uno sguardo al prete che dentro nell’ombra pregava con la testa tra le mani e salì. « Padre mio », disse « non sono Cattolico, ma vorrei confessarmi da voi ». « Vi ascolto, figlio mio ». « Padre mio; ho ucciso ». Attese l’effetto della rivelazione spaventosa, Nell’augusto silenzio, la voce del sacerdote sussurrò dolce come fosse quella di una madre amorosa e dolente: « Quante volte, figlio mio! » (Cfr.: I silenzi del Colonnello Bramble, romanzo di ANDRÈ MAUROIS, Grasset, Parigi, 1921, pagg. 91-93). Nessun peccato può essere così enorme che il sangue del Figlio di Dio non basti a cancellarlo; basta che l’anima lo confessi sincera e pentita, che Dio non solo perdona tutto, ma sempre. A S. Pietro che gli domandava quante volte avrebbe dovuto perdonare al fratello pentito e se bastassero sette volte, Gesù in tono amorevole di rimprovero rispose dicendo: « Settanta volte sette! », cioè sempre. Finché nel cuore contrito gli resterà una goccia di fiducia nella misericordia divina, l’uomo potrà sempre ottenere il perdono dei suoi peccati. – 2. LA CONFESSIONE E LA GRETTEZZA UMANA. Di fronte alla misericordia di Dio, senza confini e senza misure, come è irritante la grettezza e la piccineria degli uomini, incapaci a comprendere le meraviglie del Cuore divino! a) Dicono certi uomini: « Se il peccato è un’offesa di Dio, solo Dio può perdonarlo; stando così le cose, io me la intenderò con Dio solo a solo, senza che il prete si metta di mezzo ». Questo ragionamento incomincia bene e conclude male. È vero: Dio solo può perdonare, e nessun’altro, neppur la Madonna, neppure gli Angeli e i Santi! Perché a Dio solo si deve chiedere perdono. Ma nel modo stabilito da Lui. Tocca all’offeso dettare le norme della riparazione. Ebbene Dio per concedere il perdono dei peccati ha stabilito come norma la confessione al suo ministro e rappresentante, il prete. b) Soggiungono ancora certi uomini: « Ma dove, ma quando Dio prescelse la Confessione per rimettere i peccati? ». Non avete sentito nel Vangelo d’oggi che Gesù prova d’essere Dio leggendo nei cuori, guarendo il paralitico, e dimostra di avere in proprio il potere di perdonare i peccati? Ebbene leggete qualche altra pagina del Vangelo, e troverete che il medesimo Gesù dirà agli Apostoli e nella persona degli Apostoli a tutti i loro successori parole come queste: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo; quelli a cui rimetterete i peccati saranno rimessi, quelli a cui li riterrete saranno ritenuti » (Giov., XX, 21-23). c) Certi uomini dicono anche così: « La confessione è una viltà, è una degradazione, perché ci fa inginocchiare davanti a un uomo, ci obbliga a svelargli i segreti più personali della nostra coscienza ». Tutto ciò sarebbe vero, qualora veramente il confessore fosse un semplice uomo. Ma egli non è tale: egli è un uomo investito di divini poteri; è il rappresentante e il ministro di Cristo stesso. Prostrarci a lui, è come prostrarci a Cristo: è un umiliarsi, sì, ma non un degradarsi o un avvilirsi. – Merita d’essere riferito quel brano di Alessandro Manzoni della Morale cattolica (cap. XVIII): « Sì, noi ci inginocchiamo davanti al Sacerdote, gli raccontiamo le nostre colpe, ascoltiamo le sue correzioni e i suoi consigli. Ma quando il sacerdote, fremendo in ispirito della sua indegnità e dell’altezza delle sue funzioni, ha steso sul nostro capo le mani consacrate, stupito ad ogni volta di profferire le parole che danno la vita, noi, alzandoci da’ suoi piedi, sentiamo di non aver commesso una viltà. Noi siamo stati ai piedi di un uomo che rappresentava Gesù Cristo, per deporre, se fosse possibile, tutto ciò che inclina l’animo alla bassezza ». d) Ci sono infine certi altri uomini che dicono: « La confessione è un tormento e una debilitante angustia della coscienza ». A costoro risponderò con una bella pagina di Bossuet. « Si legge nella Storia Sacra (Esdra, III, 1, 3), che quando questo gran profeta, ebbe ricostruito il tempio di Gerusalemme, distrutto dall’esercito assiro, il popolo, confondendo insieme il triste ricordo della rovina e la gioia di una sì lieta ricostruzione, parte singhiozzava di dolore, parte cantava di giubilo, di modo che non si potevano distinguere i gemiti dalle grida di allegrezza. Ebbene, questa misteriosa confusione di dolore e di gioia è un immagine assai naturale di quanto avviene nel Sacramento della penitenza. L’anima, decaduta dalla grazia, vede in se stessa rovesciato il tempio di Dio; e quella spaventosa devastazione non l’hanno fatta già gli Assiri ma l’ha fatta lei stessa, distruggendo e profanando il santuario del suo cuore per farne tempio di idoli. Quell’anima piange, geme, rifiuta ogni consolazione: ma in mezzo ai dolori mentre fa scorrere le lacrime, vede che lo Spirito Santo, tocco dal suo tormento, dal suo pentimento, rialza quel santo edificio, ricostruisce l’altare abbattuto, e finalmente riconsacra quella coscienza nella quale ritorna a fare la propria dimora » (Dal Sermone sul figlio prodigo). – Un peccatore convertito s’incontrò, un giorno, nel complice di tanti peccati e misfatti. Questi lo chiamò: « Amico, non mi conosci più? sono io ». E il convertito francamente gli rispose: « Ah! siete voi; ebbene: io, non sono più io ». Le nostre confessioni siano sempre fatte con tale sincerità e con tale proposito che abbiano ad operare in noi una vera trasformazione, sicché ciascuno abbia a poter dire di non essere più quello di prima. Come il paralitico, dopo l’ordine di Gesù, si alzò dal suo lettuccio e se ne andò a casa, così noi pure dopo l’assoluzione dobbiamo alzarci dalle cattive abitudini, dalle occasioni di peccato, da ogni miseria terrena, e incamminarci veramente alla nostra casa che è il santo paradiso. — PARALISI SPIRITUALE. Salì una navicella, traversò il lago e sbarcò alla sua Cafarnao. Subito gli portarono incontro un povero paralitico, sopra un letto. Gesù gli dice: « Sorgi, prendi il tuo letto, torna a casa ». « Surge! Tolle! Vade! ». La folla attonita fu presa prima da uno sgomento di terrore, poi da un grande entusiasmo verso l’Uomo che comanda alle malattie e cominciò a glorificare Dio che tanta potestà aveva riposta in Lui. Più ancora di quella gente, noi dobbiamo glorificare Dio, perché i tre misteriosi comandi « surge, tolle, vade » furono rivolti al paralitico in vista del peccatore in esso rappresentato. Attraverso la guarigione di quell’infermo, Gesù intendeva insegnarci il modo di guarire da un’altra più terribile paralisi: quella dell’anima. I tre mali che la paralisi arreca al corpo, sono dal peccato recati all’anima. Infatti, quest’infermità ci proibisce di reggerci in piedi, di compiere qualsiasi fatica, di camminare. Così, nell’anima il peccato: ci proibisce di star ritti nella grazia e curva nella schiavitù del demonio; ci rende inermi nelle tribolazioni e nelle tentazioni; infine, non ci lascia camminare verso il paradiso sulla via della virtù e delle buone opere. Ma Dio contro questi tre mali ha comandato tre rimedi: « Surge! Tolle! Vade! » – 1. SURGE! Quando un’anima si macchia di peccato, avviene in lei una trasformazione orribile. Decade dalla sua nobiltà e giace in una vergognosa miseria. Oh, se gli uomini potessero comprendere bene come, peccando, si abbrutiscono davanti a Dio, non  abbandonerebbero così facilmente in balìa del demonio! Gesù ne prova un’immensa compassione, e passando vicino grida: « Sorgi! ». Saulo di Tarso perseguitava ferocemente i discepoli del Signore. Aveva negli occhi una torbida fiamma di odio, aveva nelle mani le lettere del capo sacerdote, che lo autorizzavano a prendere, quanti più poteva, Cristiani e tradurli a Gerusalemme. Mentre faceva la strada di Damasco, un’improvvisa folgore dal cielo lo circondò, e lo atterrò. Il superbo stordito dal colpo, rotolava nella polvere e non capiva nulla. Poi udì una voce potente che lo chiamava: « Surge! entra nella città e là ti verrà detto quello che devi fare » (Atti, IX, 6). Saulo tremando si levò da terra; sbarrò gli occhi ad accogliere la luce, ma era diventato cieco. In Damasco l’aspettava il sacerdote Anania che l’avrebbe risanato. Quella voce che risuonò all’orecchio di Saulo gettato nella polvere della strada, risuona pure all’orecchio di ogni uomo caduto in peccato: « Surge! ». Sorgi dalla colpa che uccide l’anima, sorgi dalla tua vita cattiva che ti abbassa al livello delle bestie, sorgi dalla schiavitù del demonio che ti costringe, non in un duro letto come il paralitico, ma nell’inferno. Quando Saulo udì la voce di Gesù che l’invitava a rialzarsi, rispose: « Signore che debbo fare? » E il Signore a lui: « Entra in città, e lo saprai ». Questa città è la Chiesa dove il peccatore che ritorna, conosce quello che il Signore vuole da lui. E il Signore vuole che si presenti ad Anania, al Sacerdote, che confessi e pianga davanti a lui il suo peccato; ed il sacerdote nella confessione, novello Anania, gli aprirà gli occhi sopra le sue miserie, gli darà una mano per rialzarsi. Surge! Non lo sentite voi questo divino comando che in mille modi risuona intorno a voi? Sono i buoni esempi, sono i rimorsi, sono le tribolazioni, le campane che vi chiamano alla chiesa: « Sorgi dal fango in cui ti sei buttato; sorgi dalle cattive abitudini; sorgi dalla tua ignoranza in fatto di religione; sorgi dal rancore che ti rode contro il prossimo… ». Non resistiamo a Gesù. Ma come il figliuol prodigo diciamo anche noi: « Surgam! »: « sorgerò e andrò da mio Padre ». – 2. TOLLE! Dopo averlo risanato, Gesù disse al paralitico: « Tolle grabatum tuum » – « Prendi su il tuo letticciuolo ». E che altro significa il letticciuolo se non la propria parte di dolori e di pene che ad ognuno è riservata sulla terra? Non basta dunque sorgere dal peccato, ma è necessario accettare e portare con rassegnazione e con spirito di penitenza le nostre croci, quaggiù. Mirabile è la Provvidenza nel comandare agli uomini di portar la propria croce. Osservate: ad ogni istante gli uomini si sprofondano nel male. Si pecca nelle vie, nelle case, nei teatri, nei ritrovi, in pubblico, in privato. Ma se non ci fossero i dispiaceri, le croci, le disgrazie, la morte a porre un freno, chi fermerebbe l’uomo sulla china del male? Ecco perché l’Ecclesiastico dice: « Il cuore dei santi sta dove c’è tristezza e il cuore degli stolti dove c’è allegria ». È necessario patire. Sul calvario si ergevano tre croci: quella di Gesù innocente, quella del ladro penitente, quella del ladro disperato. Chi non vuol patire con Gesù innocente, chi non vuol patire col ladro penitente, dovrà egualmente patire, col ladro disperato. Eppure, è tanto frequente l’udire bestemmie contro la Divina Provvidenza, non solo dalla bocca degli uomini, ma specialmente da quella delle donne, delle mamme di famiglia: « Che ho fatto io di male per castigarmi così? Ah, se Dio c’è, non è giusto! ci mette al mondo e poi ci tormenta… ». Povera gente! pretende d’essere cristiana, senza portare la croce di Cristo. Si sbaglia di grosso. Il Redentore apparve alla Beata Margherita di Savoia. Le recava sulle palme forate dalle stigmate, tre doni a scelta: o la calunnia, o la malattia, o la persecuzione. Ella pensò. La calunnia? essere creduta da parenti o da amici forse una ladra, forse una mondana, forse… ed essere innocente: oh mio Dio! La malattia?…: e si vedeva inchiodata in un letto duro, con la febbre alta, con un male ributtante che la consumava senza finirla mai, sola perché avrebbero avuto schifo di lei, per mesi, per anni… La persecuzione?… scacciata come una zingara mentr’era principessa, rincorsa, incarcerata, battuta, martirizzata terribilmente… Mentr’ella pensava, Gesù le stava davanti: e sorrideva protendendo sulle mani forate dalle stigmate, tre doni; a scelta. Tremò la beata in tutta la persona, un istante; ma poi protese ella pure le sue mani con gioia e disse: « Io li scelgo tutti e tre ». Gesù l’esaudì. Per tutta la vita tre acute spade la trafissero. – 3. VADE. Quando il paralitico si fu rizzato sulle gambe, quando si fu gettato sulle spalle il letticciuolo del suo dolore, Gesù aggiunse: « Va! ». Non basta quindi lasciare il peccato, accettare le tribolazioni in penitenza dei peccati, ma è necessario andare. « Vade in domum tuam ». La nostra casa è il paradiso; e al paradiso si va con le buone opere. Non chi avrà detto: « Signore, Signore » entrerà nel regno dei cieli, ma chi avrà fatto opere cristiane. Sventurate le vergini stolte! come rimasero male, quando, sopraggiunto lo sposo, furono escluse dal convito. Erano fuori nel buio e nel freddo della notte: udendo le grida di gioia, le risa festose, i canti nuziali, il profumo dei vini e dei cibi, trepidanti bussarono alla porta. Venne lo sposo; le guardò un istante e buttò loro in faccia quel tremendo: « Nescio vos ». Non so chi siete. Che avevano fatto di male? avevano mancato di fedeltà? no: solo avevano dormito senza procurarsi l’olio nelle lampade. L’olio delle buone opere. Anche l’albero di fico, piantato lungo la via dove passò Gesù non aveva prodotto frutti velenosi, ma solo una dovizia di ampie foglie; eppure fu maledetto e inaridì sul momento, perché non aveva fatto frutti… I frutti di buone opere. Non basta non dare scandalo, ma è necessario dare buon esempio. Non basta rifiutare libri e giornali cattivi, ma è necessario appoggiare con l’opera e con l’offerta la buona stampa. Non basta non maltrattare il prossimo, ma è necessario praticar la virtù. « Et vade! » e va. Va, dunque, con frequenza ai santi sacramenti della Confessione e della Comunione; va ad ascoltare la S. Messa, non solo alla domenica, ma appena lo puoi (e potrai se’ lo vorrai) anche nei giorni feriali. Va ad acquistarti i beni eterni col di stacco dai beni temporali. Va con la mortificazione e la preghiera a vincere le tentazioni del demonio. Va! e il Signore sarà sul tuo cammino e l’Angelo del Signore camminerà con te. — LA BESTEMMIA. « Figlio, confida: i tuoi peccati ti son perdonati ». Gli Scribi udirono queste parole e inorriditi dicevano tra loro: « Chi può rimettere i peccati se non Dio? E costui osa perdonarli…; bestemmia ». Hic blasphemat. Gesù che leggeva nei cuori domandò: « È più facile rimettere i peccati o guarire un paralitico? Perché sappiate che il Figlio dell’Uomo può rimettere i peccati, io dico a questo infelice: Alzati, prendi il tuo letto, torna a casa tua ». Quegli si levò e andò a casa. Tutti allora glorificarono Dio. Hic blasphemat! veramente i bestemmiatori erano gli scribi che osavano ingiuriare il Salvatore. Ma avete notato con quale senso di disprezzo quei maligni accusarono Gesù di bestemmia? Essi, la bestemmia, dovevano sentirla come un orribile delitto. Soltanto ai Cristiani, dopo venti secoli di Cristianesimo, la bestemmia deve sembrare una parola innocua? È vergognoso. Eppure è così: forse, nessun peccato è diffuso come la bestemmia. Bestemmiano i poveri, bestemmiano i ricchi, bestemmiano gli ignoranti e bestemmiano gli istruiti. Perfino le donne bestemmiano: nelle officine hanno imparato l’insulto atroce e credono di farsene un vanto ripetendolo. Talvolta s’odono anche fanciulli a bestemmiare: chi fu ad insegnare a quelle labbra innocenti l’orrenda parola? Da chi l’udirono la prima volta? In tutta Italia si conduce una lotta magnifica « contro l’orribili favelle », per purificare l’idioma gentile di nostra gente da questa turpitudine. È bello quando si viaggia, e nelle stazioni e negli uffici e sui treni accanto al cartello dell’igiene: « È proibito sputare per terra », leggere un altro avviso: « È proibito bestemmiare ». Hanno fatto bene a metterli insieme, perché colui che bestemmia sputa per terra la sua bava diabolica, infetta l’aria, ammorba il prossimo. Sorgete anche voi! purificate la parrocchia da questo disonore. Non si deve più tacere; non si può più tacere. È per entusiasmarvi a questa nobile crociata, ch’io voglio dirvi che cosa è la bestemmia, la sua gravità, le sue futili scuse. – 1. CHE COS’È LA BESTEMMIA. La bestemmia è un’ingiuria fatta a Dio. Può essere di pensiero: quando alcuno senza nulla esprimere all’esterno agita nel suo cuore sentimenti di odio o di scherno contro Dio. Può essere anche di opera: quando si levano i pugni, gli occhi in atto di minaccia contro il Cielo, quando si calpesta un crocifisso o si sfregia per disprezzo un’immagine santa. Ma la bestemmia più comune è quella di parola. Con le parole in due modi si può bestemmiare: a) Quando si attribuisce a Dio cosa che essenzialmente a Lui ripugna, come quando lo si chiama falso, ingiusto, crudele… Questa è la bestemmia ereticale, ed è frequente sulle labbra delle donne. « Dio non è giusto. -Dio preferisce quei che fan del male. Dio mi ha rigettata, è inutile far bene… ». — Povero me! — dirà qualcuno — ma tutti i giorni io ripeto queste frasi. « Ebbene, tutti i giorni voi bestemmiate ». — Ma chi lo sapeva? « Chi lo sapeva? ogni buon Cristiano. Ed anche voi l’avreste dovuto sapere, se foste stato alla dottrina cristiana tutte le domeniche ». b) Il secondo modo di bestemmiare con le parole si ha quando ai nomi di Dio, della Vergine, dei Santi si aggiunge un titolo ingiurioso, osceno… Quelli che dicono appena il nome di Dio, di Cristo, della Madonna, senza odio, senza unirvi parole cattive, non dicono bestemmie; però non dicono nemmeno giaculatorie, e fanno molto male. Eppure c’è della gente che non può tirare il fiato senza mandar fuori questi santissimi Nomi, che gli Angeli pronunciano adorando e tremando; e sono magari fanciulle, e sono magari mamme di famiglia dalla cui bocca i figli non dovrebbero raccogliere che parole edificanti. . 2. GRAVITÀ DELLA BESTEMMIA. È un lontano venerdì, così doloroso che la memoria durerà sempre. In mezzo al cortile del presidio, nella torre Antonia, c’è un divino prigioniero. In giro a lui scrosciano le grasse risate di parecchi soldatacci. Perché ridono? Hanno fatto sedere il Figlio di Dio sopra una scranna; gli han gettato sulle spalle piagate dalla flagellazione uno straccio rosso come la porpora dei re; sopra la testa gli hanno calcato una corona di spine. Ed ora se ne fanno zimbello. Alcuni gli danno bastonate sul capo… percutiebant caput eius. Altri gli passano di dietro e d’improvviso lo schiaffeggiano, urlando: « Profeta, indovina chi è stato! ». E tutti gli sputano sulle vesti, in faccia, negli occhi. Expuentes in eum. Chi sa come fremevano intorno le invisibili legioni di Angeli! Intanto dalla piazza veniva l’urlo della folla adunata sotto il litostrato di Pilato: « Lo vogliamo crocifisso. Crucifiggilo. dunque!… Dacci Barabba, ma lui no. Fallo morire! ». Povero Gesù! Perché ti bestemmiavano? che cosa avevi fatto di male a quei soldati, a quella gente? Da Dio ti eri fatto uomo, povero e umile, per salvarli: forse per questo ti bestemmiavano? Avevi dato vino miracoloso agli sposi nel banchetto nuziale, e avevi dato pane miracoloso a quattro mila persone affamate nel deserto: forse per questo ti bestemmiavano? Avevi voluto bene ai loro bambini e sulle tue braccia li accarezzavi; avevi guarito i loro malati; avevi mondato i loro lebbrosi; avevi risuscitato i loro morti: forse per questo ti bestemmiavano, forse per questo ti sputavano in faccia? L’infamia di quella gente ci fa rabbrividire. Ma pensate, Cristiani, che noi abbiamo fatto di ogni giorno un venerdì santo. Ogni giorno son milioni e milioni di bestemmie che i Cristiani lanciano sul volto al Creatore, al Salvatore, alla Madre dì Dio!.. S. Gerolamo spaventato diceva: Nihil orribilius blasphemia: niente è più orribile di una bestemmia. Più orribile della calunnia, più orribile del furto, più orribile dell’omicidio. Questi peccati recano ingiuria al prossimo, ma la bestemmia reca ingiuria a Dio, direttamente. Ditemi: fa maggior torto a suo padre il figlio che lo disubbidisce o il figlio che osasse alzare contro il suo volto un pugno minaccioso?… certo, il secondo. Ebbene: il Cristiano che ruba, calunnia, uccide, fa grande ingiuria a Dio trasgredendo i suoi comandi; ma chi bestemmia fa peggio, perché non solo trasgredisce agli ordini di Dio, ma se la prende contro la divina Persona, e attenta quasi alla sua vita. Nombrod,  un re crudele e bestiale, invaso da furore diabolico contro Dio che l’aveva umiliato, imbracciò l’arco e scoccava saette contro il Cielo, per colpire il Signore. Povero pazzo: quelle saette ricadevano sul suo capo. Così le vostre bestemmie o bestemmiatori: tutte ridiscendono sul vostro capo. O come terribili castighi in questa vita, o come eterna dannazione in fuoco nell’altra vita. – 3. LE FUTILI SCUSE. La bestemmia non ha nessuna scusa. Io capisco uno che ruba: le sofferenze della povertà, gli stimoli della fame, la lusinga dell’oro, l’onore compromesso, sono sempre delle attenuanti che rendono meno ignominioso il mestiere del ladro. Io capisco anche uno che prende l’ubriachezza: talvolta la sete è così bruciante e il piacere del vino vellica così terribilmente la gola, che a resistervi occorre una sforzo non comune. Ecco la riprova che la bestemmia è un peccato diabolico, e chi bestemmia è un posseduto dal demonio. Ma che vantaggio c’è a bestemmiare? che gusto si prova? Nessun VANTAGGIO! Nessun gusto. Eppure si bestemmia. — Possibile, — dicono alcuni — che quando bestemmio commetto un peccato così orrendo!? — Se quelle brutte parole che voi dite a Dio, un altro le dicesse a voi, non è vero che lo prendereste a schiaffi? E forse che Dio merita meno rispetto della vostra persona? — Ma io bestemmio perché il lavoro, gli affari van male, — Già: a forza di bestemmiare, l’esperienza insegna, che andranno poi bene. Voi somigliate a quel tale che per spegnere l’incendio in casa sua ci vuotava sopra secchi di benzina. — Ma io bestemmio per farmi ubbidire dai figliuoli — Tu che bestemmi tuo Padre che è ne cieli, come puoi illuderti che i tuoi figli avranno rispetto per il loro padre che sta in terra? Quando, scandalizzati dalla tua bocca d’inferno saran cresciuti bestemmiatori essi pure come te, ti malediranno. Oh, purifichiamo l’aria da questa sozzura! I padroni non tollerino più nelle loro botteghe l’operaio che bestemmia. Chi bestemmia Iddio non servirà bene a nessun padrone, mai. Oh, purifichiamo il paese nostro da questa inciviltà tate che alcuno bestemmi vicino a voi: Dio vi potrebbe castigare, perché non avete parlato. Oh, purifichiamo le famiglie dalla bestemmia! E tocca a voi, o mamme, o spose, o figlie, tocca a voi. È compito vostro. Anzitutto non dite voi le bestemmie. Non dite voi inutilmente e scioccamente i santi Nomi di Dio, di Cristo, di Maria. Poi mortificate la vostra lingua: perché non di rado è la lingua lunga delle donne che fa bestemmiare l’uomo. Ma quando al vostro marito, al vostro padre, al fratello vostro è passato il momento di furore, prendetelo a parte, e con angoscia mostrategli il suo torto immenso: supplicatelo ad aver pietà della sua casa. – Tutti sapete l’ultimo grido di quell’uomo che aveva un cancro alla lingua. Il dottore gli aveva detto: « Se volete tentare di salvarvi, è necessario che vi lasciate amputare la lingua ». L’infelice sudò di spavento, ma pur d’avere dinanzi ancora una speranza di vita, accettò. Al momento dell’operazione il dottore gli disse: « Se avete qualcosa da dire; ditelo subito perché è l’ultima volta che potete parlare ». Il malato, calmo, meditò un istante, poi con impeto gridò: « Sia lodato Gesù Cristo ». L’ultima parola fu quella. Sia lodato Gesù Cristo! si dica oggi da tutti noi come un solenne giuramento contro la bestemmia. Sia lodato Gesù Cristo! Ripetiamo ogni giorno, e più volte al giorno durante tutta la nostra vita. Meriteremo così che l’ultima parola nostra, sul letto di morte sia questa ancora: « Sia lodato Gesù Cristo ». E l’anima nostra, uscendo dal corpo, udrà allora gli Angeli del paradiso risponderci: « Sempre sia lodato ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Exod. XXIV: 4; 5
Sanctificávit Móyses altáre Dómino, ófferens super illud holocáusta et ímmolans víctimas: fecit sacrifícium vespertínum in odórem suavitátis Dómino Deo, in conspéctu filiórum Israël.

[Mosè edificò un altare al Signore, offrendo su di esso olocausti e immolando vittime: fece un sacrificio della sera, gradevole al Signore Iddio, alla presenza dei figli di Israele.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrifícii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes éfficis: præsta, quǽsumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur.

[O Dio, che per mezzo dei venerandi scambii di questo sacrificio, ci rendi partecipi della tua sovrana e unica divinità, concedi, Te ne preghiamo, che, come conosciamo la verità, cosí la conseguiamo con degna condotta.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus.

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea. 

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XCV: 8-9
Tóllite hóstias, et introíte in átria ejus: adoráte Dóminum in aula sancta ejus.

 [Prendete le vittime ed entrate nel suo atrio: adorate il Signore nel suo santo tempio.]

Postcommunio

Orémus.
Grátias tibi reférimus, Dómine, sacro múnere vegetáti: tuam misericórdiam deprecántes; ut dignos nos ejus participatióne perfícias.

[Nutriti del tuo sacro dono, o Signore, Te ne rendiamo grazie, supplicando la Tua misericordia di renderci degni di raccoglierne il frutto.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA