UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII- “INTER GRAVI”

L’Enciclica “Iter gravi”, indirizzata ai Vescovi peruviani, è una lettera piena di paterna compiacenza per il ruolo svolto da essi nel condurre il popolo loro affidato, e di esortazioni apostoliche a fare sempre meglio per la salvezza di un popolo da poco affacciatosi alla dottrina salvifica di Cristo e della sua vera unica Chiesa. Tantissimi i suggerimenti espressi dal Santo Padre, non solo rivolti ai Vescovi per la scelta dei parroci e la conduzione dei seminari istituiti per una valida formazione dei giovani chiamati al sacerdozio, ma anche per i laici colti, affinché possano collaborare con i loro scritti, a diffondere la verità cattolica e confutare gli errori di miscredenti, faziosi e settari nemici della Verità rivelata da Cristo ed affidata alla custodia della Chiesa Cattolica. Questa esortazione, in particolare, è ancor più oggi necessaria, nei tempi in cui la vera dottrina è occultata da una fede fittizia ed apparente, intrisa di sentimentalismo e deviante buonismo che non tiene conto cioè dei principi teologici dogmatici e morali che vengono volutamente alterati od interpretati secondo le massime perverse del mondo. La falsa chiesa, attualmente usurpante la santa Sede, diffonde eresie e comportamenti immorali che non sono nemmeno lontanamente parte della dottrina cattolica millenaria deviando milioni e milioni di anime e portandole sulla strada della perdizione; pertanto è compito di ciascun vero Cattolico, religioso o laico che sia, impegnarsi nel diffondere il vero credo e la verità evangelica ed apostolica rivelata, con ogni mezzo a propria disposizione e con tutta l’energia di cui è sostenuto  dalla grazia divina, senza tentennamenti o rispetto umano, rischiando ogni cosa per Cristo, anche la vita se necessario. Sappiamo infatti per Chi lottiamo, e la ricompensa che aspetta nella vita eterna coloro che amano Dio, il suo Cristo e la sua vera unica Chiesa. Nessuno ci potrà fermare!

INTER GRAVI

ENCICLICA DI PAPA LEO XIII SULLA CHIESA IN PERÙ

Ai Vescovi del Perù.

Tra le molte e gravi preoccupazioni che continuamente ci dividono e ci opprimono, abbiamo ricevuto con gioia l’obbediente lettera che voi, Venerabili Fratelli, ci avete inviato dopo il vostro sinodo nella città di Lima. Leggendola con l’amore paterno che nutriamo per voi e per il vostro popolo, ci siamo molto rallegrati per le ripetute prove del vostro amore e della vostra fiducia in Noi e in questa Sede del Beato Pietro. Ma ci siamo soprattutto compiaciuti dello zelo comune con cui vi siete riuniti in obbedienza ai Nostri desideri di occuparvi delle più gravi preoccupazioni della Religione e di migliorare la condotta morale in quel gregge migliore su cui lo Spirito Santo vi ha posto come Vescovi.

2. Approviamo pienamente questa determinazione a garantire che i vostri fedeli rimangano saldi nella sincera adesione alla fede cattolica. – Tuttavia è Nostro piacere aggiungere nuovi incentivi, proprio come ai corridori in una gara, affinché continuiate strenuamente come avete iniziato e partecipiate ai sinodi che l’opportunità o la necessità impongono. Siamo infatti convinti, come abbiamo dichiarato più volte, che il mezzo più efficace per contrastare l’errore dilagante e per salvaguardare la Religione sia quello di avere i sacri Vescovi più strettamente uniti tra loro, condividendo piani e proposte.

3. Conosciamo la situazione religiosa del Perù e desideriamo che il Cattolicesimo vi fiorisca. Perciò, affinché questi sinodi siano più utili ai vostri fedeli, vi indichiamo quali siano le questioni a cui dovreste rivolgere la vostra attenzione. Questi sono i più adatti a fortificare il cammino della fede e ad accrescere l’efficacia della Chiesa. Per questo motivo non abbiamo mai smesso di inculcarli in frequenti documenti generali e in singole lettere ai Vescovi.

Importanza dell’educazione

4. In primo luogo, dirigete i vostri sforzi per inculcare nei seminaristi la disciplina dei buoni costumi ed un vivo zelo per l’acquisizione della conoscenza. Questo farà sì che gli studi, che ora decadono e languono tra i giovani che crescono come speranza della Chiesa, raggiungano quello splendore che giustamente desideriamo e che i tempi religiosi richiedono. Sapete infatti che il piano della divina Provvidenza era questo: dapprima servirsi dei valorosi martiri per spezzare la manifesta opposizione e la ferocia dei tiranni, affinché il loro sangue fosse il seme del Cristianesimo; poi, secondo lo stesso piano, destinare in ogni epoca uomini di eccezionale saggezza a difendere, non solo con l’autorità sacra ma con l’aiuto della ragione umana, i tesori di verità che Cristo ha portato alla Chiesa. Ora, però, il contagio delle opinioni perverse contamina e corrompe ogni cosa e, con il pretesto dello sviluppo della dottrina, la sapienza data da Dio viene osteggiata e rifiutata. Perciò è facile capire che c’è bisogno di difensori che abbiano indossato l’armatura della conoscenza e siano sempre pronti, come avverte l’Apostolo, a soddisfare tutti coloro che cercano una ragione della speranza che è in noi, ed a dare istruzione nella sana dottrina e anche a confutare coloro che contraddicono. Nel regolare il corso di studi nei vostri seminari, desideriamo che teniate conto di ciò che abbiamo prescritto nelle lettere Encicliche a questo proposito. Certamente nell’insegnamento della filosofia il Dottore Angelico Tommaso d’Aquino va molto onorato. La saggezza che scaturisce sempre riccamente dai suoi scritti e che è considerata degna di lode duratura dai Romani Pontefici deve essere impartita agli studenti in grande e generosa misura. Non vanno poi trascurate le scienze fisiche. Infatti, oltre al fatto che attualmente sono così stimate, è da esse che coloro che odiano i dogmi cattolici traggono i loro argomenti per attaccare le verità della Religione. Per questo motivo bisogna fare in modo che il clero sia abbastanza esperto in questa guerra per rispondere ai detrattori e confutare i loro errori con i loro stessi argomenti. Infine, osservate religiosamente ciò che abbiamo recentemente decretato riguardo alla coltivazione degli studi biblici. Se farete queste cose, l’onore del clero fiorirà e la reputazione della Chiesa durerà. Essa è sempre stata considerata la sostenitrice e la madre della sana cultura e dovrebbe davvero esserlo. Inoltre, avrete a disposizione uomini adatti, chiamati a condividere il vostro ministero e molto utili per insegnare ai fedeli e promuovere la pietà.

Selezione dei pastori

5. Un’altra cosa che raccomandiamo vivamente è di nominare come parroci solo gli uomini migliori che possiate trovare. Infatti, coloro che sono elevati a questo incarico, pieno di onori e di autorità, ma ancora più pieno di preoccupazioni e di asperità, sono coloro che i Vescovi scelgono come collaboratori nelle loro cure pastorali, e che utilizzano soprattutto come aiutanti, come esempio per coloro che crederanno in Lui per il conseguimento della vita eterna. – Cristo stesso, infatti, guida e protegge i suoi pastori; Egli veglia sui fedeli, affinché il popolo santo di Dio non sia messo in pericolo dagli attacchi dei nemici e non subisca danni. Essi sono i pastori di anime fatte a immagine del loro Creatore, acquistate per Dio e per l’Agnello non con cose deperibili, con argento o oro, ma con il prezioso sangue di Cristo, come di un agnello senza difetto. Perciò è opportuno che siano di nuovo in travaglio finché Cristo non sia formato in loro. Come pastori, a meno che non preferiscano essere annoverati tra i servi a pagamento, devono conoscere le loro pecore, nutrirle con il cibo della Parola di Dio e armarle con l’armatura dei Sacramenti. Modello del gregge, custodi del mistero della fede con coscienza pura, guidino il popolo loro affidato in modo da poter dire con l’Apostolo: “Siate imitatori di me come io lo sono di Cristo”. A buon diritto sono considerati Angeli che Dio manda davanti al suo popolo per custodirlo lungo il cammino e in mezzo ai nemici per condurlo al luogo che ho preparato, la città santa di Gerusalemme che sarà rivelata nell’ultimo tempo. Poiché tutto questo è così, vedete, venerabili fratelli, quanta fatica occorre per selezionare i pastori e quanta continua vigilanza per mantenerli fedeli al loro ufficio. Devono essere gli uomini di cui parlano le parole di nostro Signore: Voi siete la luce del mondo… Perciò scegliete uomini ardenti di amore e di zelo per le anime, che non cerchino ciò che è loro ma ciò che è di Cristo, pronti a sopportare il lavoro e persino a dare la vita per le loro pecore. Coloro che si sforzano di intraprendere un compito così arduo e venerabile per un lurido guadagno o per motivi umani, che non hanno la santità e la cultura adeguate, sono da respingere. Sono mercenari che non entrano dalla porta, sale che ha perso la sua salinità; non serve più a nulla se non ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.

Importanza dei missionari

6. Queste cose saranno utili a coloro che si sono già felicemente uniti al gregge del Signore. Ma in mezzo a voi ci sono quelli che non sono ancora stati chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce, che siedono ancora nelle tenebre e nell’ombra della morte, pecore che ora periscono, che voi dovete condurre a Gesù, il primo Pastore delle anime. Città del Dio vivente, la Chiesa non ha limiti ed è aperta alla salvezza di tutti. La sua efficacia le è stata data dal suo divino Fondatore, ed essa si estende da un mare all’altro e ogni giorno allarga il luogo della sua tenda e le pelli del suo tabernacolo. Per questo, per diritto e merito, è chiamata Cattolica. Noi sperimentiamo e sappiamo correttamente che questa venuta dei popoli a Sion, il monte santo, è da attribuire alla grazia divina e che è Dio a dare al nome cristiano il suo incremento. Nessuno può venire a me se il Padre non lo attira. Questo, tuttavia, è il piano di Dio misericordioso, dimostrato dall’insegnamento e dalle azioni del nostro Redentore, che l’uomo mortale cooperi con l’opera di Dio per la salvezza delle anime. La fede, infatti, come ci dice l’Apostolo, dipende dall’udito e l’udito dalla parola di Cristo: ma come potranno ascoltare se nessuno predica e come potranno predicare gli uomini se non saranno mandati? Perciò chiediamo che si moltiplichino le sacre missioni presso gli Indiani. Che si trovino più uomini di misericordia che liberamente e volentieri possano essere inviati come operai alla messe del Signore. Questi uomini non si pieghino alla carne e al sangue, ma, lasciando i loro fratelli, facciano di tutto per conquistare le anime a Cristo, per portare la cultura civile e le maniere gentili ad un popolo barbaro, e per dissipare le tenebre dell’ignoranza, in modo che possano ricevere un posto tra coloro che sono santificati dalla fede.

Usare la stampa per valorizzare il Cattolicesimo

7. L’ultima questione di cui vogliamo che vi occupiate diligentemente è la seguente: poiché in questi tempi si abusa di giornali e riviste per diffondere false opinioni e indebolire così la morale, dovreste considerare che tocca a voi percorrere la stessa strada e usare gli stessi mezzi, loro malvagiamente per distruggere, voi piamente per edificare. Sarà di grande aiuto se gli uomini di virtù e di cultura si dedicheranno alla scrittura ed alla pubblicazione dei loro sforzi, quotidianamente o a scadenze prestabilite. Mettendo a nudo l’errore in modo graduale e accurato, la verità sarà diffusa ed il languore delle menti dissipato. Allora la fede nutrita nei loro cuori sarà professata apertamente e strenuamente per amore della giustizia. Quali brillanti ricompense ci saranno se questi scrittori adempiranno ai loro doveri, poiché combattono per la migliore delle cause.  – Chiaramente, come abbiamo avvertito in altre occasioni, essi devono essere dotati di moderazione, prudenza e carità; devono difendere strenuamente i principi della verità e del diritto e affermare le sante prerogative della Chiesa; devono far conoscere la maestà della Sede Apostolica; e devono rispettare l’autorità di coloro che governano lo Stato. Nell’adempimento dei loro doveri, tuttavia, devono ricordare di amare la guida dei Vescovi e di seguire i loro consigli. In questo modo, venerabili fratelli, potrebbe sorgere un’eccellente difesa con la quale potreste richiamare il popolo a voi affidato dalle sorgenti della corruzione e condurlo ai pozzi di acqua viva.

8. Ecco, dunque, il materiale che vogliamo che prendiate in considerazione nei vostri sinodi. Non dubitiamo che farete ogni sforzo certo e deliberato per rispondere ai Nostri desideri. E affinché ciò avvenga di comune accordo, imploriamo l’aiuto del cielo, usando come intercessori, insieme a Maria, l’Immacolata Madre di Dio, il santo vescovo Turibio e la Vergine Rosa, il primo del vostro Paese, il Perù, e di tutta l’America del Sud, a cui la Chiesa rivolge un fiore di santità.

9. Nel frattempo, come testimonianza del Nostro amore, Venerabili Fratelli, e come promessa di benedizioni divine, impartiamo con grande amore a tutti voi, al clero e al vostro popolo la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 1° maggio 1894, nel diciassettesimo anno del Nostro pontificato.

LEO XIII

DOMENICA DI SETTUAGESIMA (2023)

DOMENICA DI SETTUAGESIMA (2023)

 [Stazione a S. Lorenzo fuori le mura].

Semidoppio. – Dom. Privil. di 2a cl. – Paramenti violacei.

Per comprendere pienamente il senso dei testi della Messa di questo giorno, bisogna, studiarli in corrispondenza delle lezioni del Breviario, perché, nel pensiero della Chiesa, la Messa e l’Ufficio sono una cosa sola. Le lezioni e i responsori dell’Ufficio della notte durante tutta questa settimana sono tratti dal libro della Genesi e narrano la creazione del mondo e quella dell’uomo; la caduta dei nostri primi genitori e la promessa di un Redentore; di più l’uccisione di Abele e le generazioni di Adamo fino a Noè. — « In principio, – dice il Libro Santo, – Dio creò il cielo e la terra e formò l’uomo su la terra e lo pose in un giardino di delizie perché Lo coltivasse » (3° e 4° resp.). Tutto ciò è una figura. – Il regno dei Cieli – spiega S. Gerolamo – è detto simile ad un padre di famiglia che prende degli operai per coltivare la sua vigna. Ora, chi più opportunamente può essere rappresentato nel padre di famiglia se non il nostro Creatore, il quale regge con la sua provvidenza ciò che ha creato e che governa i suoi eletti in questo mondo, così come il padrone ha i servi in sua casa? E la vigna che Egli possiede è la Chiesa Universale, dal giusto Abele fino all’ultimo eletto che nascerà alla fine del mondo. E tutti quelli che, con fede retta si sono applicati e hanno esortato a fare il bene, sono gli operai di questa vigna. Quelli della prima ora, come quelli della terza, della sesta e della nona, designano l’antico popolo ebreo, il quale, dopo l’inizio del mondo, sforzandosi nella persona dei suoi santi, di servire Dio con fede sincera, non hanno cessato, per così dire, di lavorare nella coltivazione della vigna. Ma all’undecima ora sono chiamati i Gentili e a loro sono Indirizzate queste parole: « Perché state qui tutto il giorno senza far nulla? » (3° Notturno). Dunque, tutti gli uomini sono chiamati a lavorare nella vigna del Signore, cioè a santificarsi e a santificare il prossimo glorificando con questo mezzo Dio, poiché la santificazione consiste a non cercare il nostro bene supremo che in Lui. Ma Adamo venne meno ai suo compito. « Poiché tu hai mangiato il frutto che io ti avevo proibito di mangiare, – gli disse il Signore – la terrà sarà maledetta e ne trarrai il nutrimento con gran fatica. Essa non produrrà che spine e rovi. Tu mangerai il tuo pane, prodotto dal sudore della tua fronte fino a che non sarai tornato alla terra donde fosti tratto ». «Esiliato dall’Eden dopo la sua colpa, – spiega S. Agostino, – il primo uomo trascinò alla pena di morte e alla riprovazione tutti i suoi discendenti, guasti nella sua persona come nella loro sorgente. Tutta la massa del genere umano condannato cadde In disgrazia, o piuttosto si vide trascinata e precipitata di male in male (2° Notturno). « I dolori della morte m’hanno circondato, dice l’Introito; e la Stazione ha luogo nella Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, contigua al Cimitero di Roma. « È assai giusto, aggiunge l’Orazione, che noi siamo afflitti per i nostri peccati ». Così la vita cristiana è rappresentata da S. Paolo nell’Epistola come una arena dove bisogna lottare per riportare la corona. La mercede della vita eterna, dice anche il Vangelo, viene concessa solo a quelli che lavorano nella vigna di Dio e, dopo il peccato, questo lavoro è penoso e duro. « O Dio, domanda la Chiesa, accorda ai tuoi popoli che sono designati da te sotto il nome di vigne e di messi, che dopo aver sradicato i rovi e le spine, -sono atti a produrre frutti in abbondanza, con l’aiuto del nostro Signore » (or. del Sabato Santo – Or. Dopo l’8° profezia). « Nella sua sapienza, – dice S. Agostino, – Dio preferì ricavar il bene dal male anziché permettere che non accadesse nessun male » (6° lezione). Dio ebbe difatti pietà degli uomini e promise loro un secondo Adamo che ristabilisse l’ordine turbato dal primo. Grazie a questo novello Adamo essi potranno riconquistare il cielo sul quale Adamo aveva perduto ogni diritto essendo stato cacciato dall’Eden, che era l’ombra d’una vita (migliore) » (4° lezione). « Tu sei, Signore, il nostro soccorso nel tempo del bisogno e dell’afflizione » (Graduale); « presso di te è la misericordia » (Tratto); « fa’ che risplenda la tua faccia sopra il tuo servo e salvami nella tua misericordia » (Com.). Infatti, « Dio che creò l’uomo in una maniera meravigliosa, lo redense in modo più meraviglioso ancora (Oraz. dopo la 1° prof. del Sab. Santo), poiché l’atto della creazione del mondo al principio non sorpassa in eccellenza l’immolazione del Cristo, nostra Pasqua, nella pienezza dei Tempi ». Questa Messa, studiata in relazione alla caduta di Adamo, ci mette nella disposizione voluta per cominciare il tempo di Settuagesima e per farci comprendere la grandezza del mistero pasquale al quale questo Tempo ha per scopo di preparare le anime nostre. – Per corrispondere all’appello del Maestro che viene a cercarci fin nell’abisso dove ci ha sprofondati il peccato del nostro primo padre (Tratto), andiamo a lavorare nella vigna del Signore, scendiamo nell’arena e incominciamo con coraggio la lotta la quale si intensificherà sempre più nel tempo della Quaresima.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XVII:5; 6; 7
Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam.  

[Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.]


Ps XVII: 2-3
Díligam te, Dómine, fortitúdo mea: Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus.
[Ti amerò, o Signore, mia forza: Signore, mio firmamento, mio rifugio e mio liberatore.]

Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam.

[Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Preces pópuli tui, quǽsumus, Dómine, cleménter exáudi: ut, qui juste pro peccátis nostris afflígimur, pro tui nóminis glória misericórditer liberémur.

[O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo: affinché, da quei peccati di cui giustamente siamo afflitti, per la gloria del tuo nome siamo misericordiosamente liberati.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

1 Cor IX: 24-27; X: 1-5

Fratres: Nescítis, quod ii, qui in stádio currunt, omnes quidem currunt, sed unus áccipit bravíum? Sic cúrrite, ut comprehendátis. Omnis autem, qui in agóne conténdit, ab ómnibus se ábstinet: et illi quidem, ut corruptíbilem corónam accípiant; nos autem incorrúptam. Ego ígitur sic curro, non quasi in incértum: sic pugno, non quasi áërem vérberans: sed castígo corpus meum, et in servitútem rédigo: ne forte, cum áliis prædicáverim, ipse réprobus effíciar. Nolo enim vos ignoráre, fratres, quóniam patres nostri omnes sub nube fuérunt, et omnes mare transiérunt, et omnes in Móyse baptizáti sunt in nube et in mari: et omnes eándem escam spiritálem manducavérunt, et omnes eúndem potum spiritálem bibérunt bibébant autem de spiritáli, consequénte eos, petra: petra autem erat Christus: sed non in plúribus eórum beneplácitum est Deo.

[“Fratelli: Non sapete che quelli che corrono nello stadio corrono bensì tutti, ma uno solo riceve il premio? Correte anche voi così da riportarlo. Ognuno che lotti nell’arena si sottopone ad astinenza in tutto: e quelli per ottenere una corona corruttibile; noi, invece, una incorruttibile. Io corro, appunto, così, non già come a caso; così lotto, non come uno che batte l’aria; ma maltratto il mio corpo e la riduco in servitù: perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia riprovato. Non voglio, infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, e tutti passarono a traverso il mare, e tutti furono battezzati in Mosè nella nube e nel mare; e tutti mangiarono dello stessa cibo spirituale; e tutti bevettero la stessa bevanda spirituale; (bevevano infatti della pietra spirituale che li seguiva; e quella pietra era Cristo): pure della maggior parte di loro Dio non fu contento”].

Quando si tratta di vivere secondo la legge del Vangelo, tutto spaventa, tutto ripugna, tutto scoraggia. Dio ci promette invano una gloria pura e durevole; invano ci offre una corona preziosa che non appassisce mai, una felicità piena, sovrabbondante, perfetta; e tutto ciò per qualche giorno, per qualche ora, per qualche momento di mortificazione. Vi sono scuse per tutte le età; non si ha mai salute abbastanza, siamo giovani troppo, troppo occupati, troppo delicati; ovvero siamo in età troppo avanzata; l’astinenza, il digiuno, sono al di sopra delle nostre forze. Ma pensiamoci bene, la corona che ci è preparata nel cielo non sarà ella al di sopra dei nostri meriti, e non l’avremo forse per sempre? Eleviamo dunque lo spirito nostro e il cuore verso Dio, chiedendogli quella rettitudine d’intenzione, quel distaccamento da ogni creatura, quella sobrietà di cui parla l’Apostolo, per la quale si usa dei beni di questo mondo come non facendone uso. O felice digiuno, ove l’anima tiene tutti i sensi privi del superfluo! O santa astinenza, ove l’anima saziata della volontà di Dio, non si nutrisce più della propria! Essa ha, come il suo divino Maestro, un altro pane col quale si nutrisce: pane che è al di sopra d’ogn’altra sostanza; che estingue tutti gli altri desideri; vera manna che scende dal cielo, e ci fa pregustare le eterne delizie. Prepariamoci a riceverla coll’astenerci, secondo il nostro potere, dal pane ordinario e comune, che è il nutrimento del nostro corpo.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale

Ps IX: 10-11; IX: 19-20

Adjútor in opportunitátibus, in tribulatióne: sperent in te, qui novérunt te: quóniam non derelínquis quæréntes te, Dómine.

[Tu sei l’aiuto opportuno nel tempo della tribolazione: abbiano fiducia in Te tutti quelli che Ti conoscono, perché non abbandoni quelli che Ti cercano, o Signore]

Quóniam non in finem oblívio erit páuperis: patiéntia páuperum non períbit in ætérnum: exsúrge, Dómine, non præváleat homo.

[Poiché non sarà dimenticato per sempre il povero: la pazienza dei miseri non sarà vana in eterno: lévati, o Signore, non prevalga l’uomo.]

Tractus

Ps CXXIX:1-4

De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi vocem meam.

[Dal profondo ti invoco, o Signore: Signore, esaudisci la mia voce.]

Fiant aures tuæ intendéntes in oratiónem servi tui.

[Siano intente le tue orecchie alla preghiera del tuo servo.]

Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit?

[Se baderai alle iniquità, o Signore: o Signore chi potrà sostenersi?]

Quia apud te propitiátio est, et propter legem tuam sustínui te, Dómine.

[Ma in Te è clemenza, e per la tua legge ho confidato in Te, o Signore.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

[Matt XX: 1-16]

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Simile est regnum coelórum hómini patrifamílias, qui éxiit primo mane condúcere operários in víneam suam. Conventióne autem facta cum operáriis ex denário diúrno, misit eos in víneam suam. Et egréssus circa horam tértiam, vidit álios stantes in foro otiósos, et dixit illis: Ite et vos in víneam meam, et quod justum fúerit, dabo vobis. Illi autem abiérunt. Iterum autem éxiit circa sextam et nonam horam: et fecit simíliter. Circa undécimam vero éxiit, et invénit álios stantes, et dicit illis: Quid hic statis tota die otiósi? Dicunt ei: Quia nemo nos condúxit. Dicit illis: Ite et vos in víneam meam. Cum sero autem factum esset, dicit dóminus víneæ procuratóri suo: Voca operários, et redde illis mercédem, incípiens a novíssimis usque ad primos. Cum veníssent ergo qui circa undécimam horam vénerant, accepérunt síngulos denários. Veniéntes autem et primi, arbitráti sunt, quod plus essent acceptúri: accepérunt autem et ipsi síngulos denários. Et accipiéntes murmurábant advérsus patremfamílias, dicéntes: Hi novíssimi una hora fecérunt et pares illos nobis fecísti, qui portávimus pondus diéi et æstus. At ille respóndens uni eórum, dixit: Amíce, non facio tibi injúriam: nonne ex denário convenísti mecum? Tolle quod tuum est, et vade: volo autem et huic novíssimo dare sicut et tibi. Aut non licet mihi, quod volo, fácere? an óculus tuus nequam est, quia ego bonus sum? Sic erunt novíssimi primi, et primi novíssimi. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

[In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia, il quale andò di gran mattino a fissare degli operai per la sua vigna. Avendo convenuto con gli operai un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. E uscito fuori circa all’ora terza, ne vide altri che se ne stavano in piazza oziosi, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna, e vi darò quel che sarà giusto. E anche quelli andarono. Uscì di nuovo circa all’ora sesta e all’ora nona e fece lo stesso. Circa all’ora undicesima uscì ancora, e ne trovò altri, e disse loro: Perché state qui tutto il giorno in ozio? Quelli risposero: Perché nessuno ci ha presi. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta la sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e paga ad essi la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti dunque quelli che erano andati circa all’undicesima ora, ricevettero un denaro per ciascuno. Venuti poi i primi, pensarono di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E ricevutolo, mormoravano contro il padre di famiglia, dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora e li hai eguagliati a noi che abbiamo portato il peso della giornata e del caldo. Ma egli rispose ad uno di loro, e disse: Amico, non ti faccio ingiustizia, non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi quel che ti spetta e vattene: voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso dunque fare come voglio? o è cattivo il tuo occhio perché io son buono? Così saranno, ultimi i primi, e primi gli ultimi. Molti infatti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

L’OZIO SPIRITUALE

L’inverno uggioso era passato, la stagione delle piogge era finita, le gemme del fico ingrossavano. Era giunto il tempo di muovere il suolo, scalzare i ceppi, deporre il concime e preparare così una vendemmia abbondante. Gesù allora raccontò questa parabola: « È simile il regno dei cieli ad un proprietario che in un mattino di primavera uscì ad assoldare lavoratori per la sua Vigna. Stabilisce con loro un denaro al giorno e li manda a lavorare. Verso le nove uscì un’altra volta e ne vide altri che stavano oziosi sulla pubblica piazza e disse loro: « Andate anche voi nella vigna ». Uscì ancora a mezzogiorno, poi alle tre; e fece lo stesso. Finalmente uscì alle cinque, quando il sole già stava per tramontare, e trovò alcuni ritti sulla piazza a cianciare. Il proprietario li rimproverò: « Ma perché fate niente tutto il santo giorno? » Quid hic state tota die otiosi? – Se la vigna simboleggia l’anima nostra, a molti si potrebbe ripetere l’amaro rimprovero della parabola: « Perché passate oziosamente tutta la vita senza far niente per l’anima vostra? ». Nel libro dei Proverbi è detto che un giorno lo Spirito Santo lanciò uno sguardo sul campo del pigro: che desolazione! Le ortiche invadevano i solchi, le spine coprivano le zolle, i sassi soffocavano ogni germe buono (Prov., XXIV, 30). Così è pure dell’uomo ozioso, che, in tutt’altre faccende affaccendato, non sa d’avere un’anima da salvare, o se ancora lo sa, gliene importa poco: intanto le ortiche delle passioni, le spine delle cattive relazioni, i sassi dei peccati infestano la sua pigra coscienza. – Un uomo aveva una bella vigna, e l’empio re di Samaria gli si avvicinò e gli disse: «Dammi la tua vigna, che voglio farne un orto da erbaggi ». Ma l’altro sdegnato gridò: « Per l’amore di Dio non sarà mai che ti ceda l’eredità dei padri miei! » I Re, XXI, 3). Tutti noi, o Cristiani, abbiamo una bella vigna, l’anima nostra; una vigna che laboriosamente coltivata ci darà il vino soavissimo della felicità eterna. Ma l’empio re dell’inferno si accosta a ciascuno e domanda: « Dammi la tua anima che voglio farne un orto da erbaggi ». Ut faciam mihi hortum olerum. Son pochi quelli che fieramente rispondono come l’uomo israelita: « Per l’amor di Dio non l’avrai! ». La maggior parte, pur di non aver la briga di coltivarla in sudore e in penitenza, se la lascia occupare dal demonio, che strappa le virtù, e vi semina gli erbaggi dei vizi. Perché costoro si risveglino a vendicare la propria anima, io parlerò dell’ozio spirituale, e della necessità di lavorare per la salute eterna. – 1. L’OZIO SPIRITUALE. Il giorno 24 agosto 410, per la porta Salaria i barbari entrarono in Roma. La città eterna che da otto secoli non aveva subìto l’obbrobrio di una sconfitta, per la prima volta cadeva. – L’imperatore Onorio era fuggito a Ravenna, ove continuava la sua vita indolente e stupida. Un capitano spaventato accorse a lui, gli annunciò l’orribile sventura: «Roma è perita! ». Egli credendo che si trattasse d’un suo gallo prediletto, cui aveva dato il nome appunto di Roma, esclamò: « Ma come è mai possibile, se poco fa gli ho dato da mangiare con le mie proprie mani? ». Mentre la patria rovinava, mentre le basiliche venivano incendiate, mentre il popolo moriva di fame e di ferite, com’è stolto quest’imperatore che si sta nella reggia a giocare con un galletto! Di questa stoltezza non sono forse colpevoli anche molti Cristiani, che mentre il demonio circonda d’assedio l’anima, mentre abbrucia ogni virtù con le passioni, mentre li trascina nell’inferno, passano i giorni e gli anni tutta la vita senza provvedere a tanta rovina? L’ozio rovesciò Roma, l’invincibile trionfatrice di Cartagine; l’ozio rovescerà anche la loro anima nella irreparabile perdizione. – « Ma io — si scusano alcuni — non faccio niente di male: non odio, non rubo, son bestemmio… ». Non basta far niente di male: il fare niente di bene è già un fare male. Se tu avessi un servo non rapace non ubriacone non litigioso, ma sobrio quieto senza vizi, che però non ti fa niente e tutto il giorno è sdraiato in un cantuccio ove non ti disturba ma non ti serve, non è vero che tu lo licenzieresti sull’attimo? Ebbene, noi siamo servi di Dio: e se ci accontenteremo soltanto di non far niente di male, senza lavorare per l’anima nostra, udremo un giorno la terribile condanna: « Servo pigro e iniquo, va via!» (Mt., XXV, 26). Servi pigri e iniqui sono quelli che sciupano il tempo in oziosi e inutili pensieri, quando poi non sono cattivi: e non si ricordano mai di elevare la propria mente al Signore, di scrutare la propria coscienza esaminandola, di meditare sulla propria vocazione, sugli obblighi per seguirla perfettamente. – Servi pigri ed iniqui quelli che sciupano il tempo in parole oziose e inutili: di ogni parola oziosa saremo giudicati, è scritto nel Vangelo (Mt., XII, 36). Eppure ci sono dei Cristiani che sciupano la giornata in visite frivole, in conversazioni eterne, riempite forse di bugie, di mormorazioni, di scurrilità. Non hanno tempo certe donne per recitare il santo Rosario, e neppure per raccogliere i loro figliuoli con pazienza e farli pregare prima di porli a dormire, ma per chiacchierare di tempo ne trovano. Non hanno tempo certi uomini d’accostarsi ai Sacramenti, di frequentare la dottrina cristiana, ma hanno tempo di rimanere tre o quattro ore in qualche ritrovo, e sentono le campane che suonano, che li chiamano per la terza volta, ma non vogliono troncare le chiacchiere cogli amici. Servi pigri e iniqui sono quelli occupati soltanto in opere inutili per la vita eterna: che non fanno altro che affannarsi disordinatamente: per avere onori, piaceri, ricchezze. Costoro si troveranno come quelli che sognano di lavorare: tutta notte portano sacchi, corrono su le scale, vangano indurite pertiche di terra e poi si svegliano al mattino stanchi, sudati, con le ossa rotte, e davanti non si trovano né il frutto della loro fatica né ricompensa alcuna. Dormierunt somnum suum et nihil invenerunt omnes viri divitiarum in manibus suis (Ps., LXXV,; 6).2. NECESSITÀ DI LAVORARE Spiritualmente. « Che vi gioverà, fratelli miei — scrive S. Giacomo — vantarvi di essere dei Cristiani, di avere un’anima, se poi per la vostra anima e per la vostra fede non fate nulla? Sperate forse di salvarvi con l’ozio? » (II 14). Pensiamo che la vita fugge come un’acqua, ed è breve come una giornata. Lavoriamo dunque, intanto che c’è tempo! (Gal., VI, 10), perché poi viene la tenebra della morte e non si potrà più lavorare (Giov., IX, 4). – S. Caterina da Siena nel 1363, dopo che vestì l’abito delle Mantellate, ebbe una grande visione. Vide una regione meravigliosa che da una parte presentava un albero altissimo e fronzuto, carico di frutti squisiti, ma con in giro una siepe di spine alta e fitta che rendeva difficile l’avvicinarsi; dall’altra parte s’alzava una collinetta bionda di grano già buono per la mietitura, molto bello all’aspetto, ma le cui spighe vuote appena toccate si disfacevano in polvere fra le mani. Ed ecco giungere una frotta di persone; fermarsi davanti all’albero, ammirare i frutti con desiderio e tentare d’arrivare a coglierli; ma feriti dalle spine tutti rinunziavano subito a valicare la siepe; e volgendo lo sguardo alla collina coperta di messe, si slanciavano in quella direzione e si cibavano del cattivo grano che li faceva ammalare e li estenuava di forze. Arrivò una seconda frotta di persone, più coraggiosi dei primi: questi varcarono la siepe spinosa; ma, accostandosi all’albero, s’accorsero che il tronco era liscio e i frutti erano troppo alti per raggiungerli con lieve fatica e allora anch’essi ripresero la via verso del grano malefico che gonfiava lo stomaco senza nutrire. Sopraggiungeva finalmente qualcuno che, slanciandosi attraverso i rovi della siepe, abbracciò l’albero e ad impeti vigorosi raggiunse i frutti, e li mangiò. Ne fu talmente fortificato nello spirito, da provare in seguito disgusto per ogni altro cibo. S. Caterina comprese, e comprendiamo anche noi. I frutti di sapore ineffabile sono le virtù dell’anima nostra. Il monticello che rende il grano velenoso non dimostra altro che il mondo, campo sterile, con fatica inutile da tanti incauti coltivato. Nei primi che al solo vedere la siepe fuggirono, s’intendono coloro che hanno paura di fare la più piccola fatica per la loro anima: non una mortificazione, non una preghiera. Nei secondi, sgomentati nell’osservare da presso l’altezza dell’albero, quei molti Cristiani che da principio hanno fatto qualche cosa per la loro salute eterna, ma poi spaventati dalle difficoltà, mancarono ai proponimenti e si diedero anche essi in braccio all’ozio spirituale. Nei terzi, poi, quei fedeli che non temono fatica pur di raggiungere quei meriti che daranno a loro la paga eterna.Quando qualcuno domandava d’essere iscritto fra i cittadini romani, Catone, il rude censore, gli scrutava le mani, e se non le vedeva callose e indurite dalla fatica diuturna, lo respingeva con aspra voce: « Non sei degno d’essere cittadino romano ». Quando la nostra anima, staccata dal corpo, apparirà timida e sola alle porte del cielo, e chiederà d’essere ammessa tra i cittadini del Paradiso, Gesù scruterà le mani, e se non le troverà coi segni impressi del bene compiuto la rifiuterà con un grido eterno: « Non sei degna d’esser cittadina del Paradiso ».IL LAVORO DELLA SALUTE Eterna. Quest’oggi è Gesù Cristo, che ci chiama al lavoro con sua parabola, dalla quale ricaviamo due pensieri: 1) La necessità d’accogliere l’invito del Padre di famiglia. 2) A quale lavoro Dio ci chiama. – 1. LA NECESSITÀ D’ACCOGLIERE L’INVITO. Gesù, una volta, proruppe in terribili minacce contro i Farisei: « Guai a voi! Perché io vi manderò profeti, sapienti, dottori, e gli uni ucciderete e gli altri perseguiterete di città in città ». In quel momento, forse, gli passava davanti il quadro straziante della sua crocifissione. Gli passava davanti la figura di Stefano lapidato sotto le mura, di Giacomo decapitato, di Simeone figlio di Cleofa crocifisso e di tutti gli altri che la rabbia giudaica avrebbe tormentati. E ricordandosi anche di quanto avevano già patito Isaia, Geremia, Zaccaria ucciso fra il tempio e l’altare, lo assalì l’onda di pianto per l’ingrata sua patria ed esclamò: « Gerusalemme! Gerusalemme! che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati dal Cielo, quante volte ho tentato di chiamare i tuoi figli sotto le mie ali, some una gallina che raduna i suoi pulcini: e non mi hai dato retta, mai. Ecco, tu sarai deserta! ». Dopo alcuni anni dalla profezia del Signore, arrivarono gli eserciti romani e rovesciarono la città dalle fondamenta, con orribile strage d’abitanti. Jerusalem! Jerusalem, quae occidis prophetas et lapidas eos qui ad te missi sunt… a) Queste parole si possono rivolgere anche all’anima nostra. Le buone ispirazioni, le prediche, i rimorsi, gl’inviti di Dio a lavorare nella sua vigna sono come i profeti inviati a noi dal cielo, che noi abbiamo disprezzati, perseguitati, soffocati. — Quando in certe sere abbiam sentito nel cuore una voce gridarci: « Non hai paura di addormentarti così? e se non ti svegliassi più? » eppure scrollammo le spalle e scacciammo quel pensiero salutare, commettemmo il delitto di Gerusalemme che perseguitava i profeti. — Quando, osservando alcune persone che vivono nel timore di Dio, abbiamo capito che la nostra vita d’indifferenza e di peccato era una pazzia; eppure preferimmo ancora andare avanti nel male senza convertirci, noi lapidammo, sotto la furia delle passioni, i buoni profeti che Dio ci aveva mandati. — Quando, nelle prediche o nel sacramento della Confessione, il Sacerdote, con amore divino, ci rivolse una parola adatta per noi, eppure non l’ascoltammo, anzi tornammo a far come prima e peggio di prima, noi con le nostre mani abbiamo soffocato la voce di Dio. Quoties volui congregare pullos tuos sub ala… b) Oh quante volte davvero il Signore ha tentato di condurci nella sua vigna! Ci ha invitati per tempissimo: quando, ancora infanti e ignari della vita, fummo battezzati. Non comprendevamo ancora nulla, ma era il Padre di famiglia che già ci chiamava nella sua vigna. Ci ha invitati all’ora terza: quando ricevemmo la Prima Comunione e l’anima nostra giovanetta promise di star unita a Gesù, non per quel giorno appena, ma sempre. Ci ha invitati all’ora sesta e nona: quando nella pienezza della vita, pensammo a formare un famiglia nostra, e ricevemmo il sacramento del matrimonio. Inginocchiati sul gradino dell’altare pregavamo Dio a benedire le nostre nozze, e il Signore rispondeva: « Bravo sarai tu, e la tua moglie e i tuoi figli che come rametti d’ulivo  fioriranno attorno alla tua mensa, se lavorerai nella mia vigna e osserverai i miei comandamenti ». Noi le sentimmo queste parole: e le dimenticammo. Ci invita anche alla penultima ora; quando con gli acciacchi della vecchiaia ci fa capire che la morte è lì dietro le spalle, ed ogni respiro può essere facilmente l’ultimo. – Ed anche adesso fa sentire la sua voce a tutti: bambini, giovani, uomini, vecchi. Dopo tanti inviti quale scusa potremmo addurre per non aver fatto nulla? Non certo quella di alcuni oziosi al padre di famiglia: Nemo nos conduxit. Se ci ostineremo nel nostro ingrato rifiuto, il Signore sarà costretto a ripetere per noi la minaccia di Gerusalemme: « Noluisti. Ecce relinquetur vobis domus vestra deserta », (Mt., XXIII, 37). – Ti ho chiamato e non sei venuto: rimani pure col demonio. Il suo castigo sia il tuo castigo; la sua dimora, la tua dimora. – 2. A QUALE LAVORO DIO CI CHIAMA. Dio ci chiama al lavoro della salvezza eterna. Quando Gesù guariva le malattie del corpo e moltiplicava il pane materiale, una folla immensa lo circondava. Quasi cinquemila persone gli corsero dietro, una volta per tre giorni, sopportando caldo e sete, pur di guarire dal male di un occhio; di un  braccio, delle gambe, od anche solo per aver un tozzo di pane, con cui placare la fame.  Quando invece Gesù, a Cafarnao, pensò di dare a quelle turbe non già un pane che nutra il corpo, ma un pane per l’anima, quando pensò di dare una medicina non già per i mali della carne, ma per quelli dello spirito, la gente infastidita lo abbandonò. « Vedete; — diceva Gesù — i vostri padri nel deserto mangiarono la manna, e poi morirono egualmente. Io invece ho un pane vivo, per il quale non morrete più ». Tutti tacevano aspettando di vedere questo pane misterioso.« E questo pane sono Io: la mia carne è vero cibo, e il mio sangue è vera bevanda ». La gente non ne poté più; cominciò ad ingiuriarlo. « Sappiamo bene chi sei: un fabbro. Conoscemmo già tuo padre e tua madre ». E se ne andarono. Che importava a loro del Pane per la vita eterna? A loro bastava il pane che riempie lo stomaco per la misera vita di quaggiù. Operamini non cibum qui perit sed qui permanet in vitam æternam (Giov., VI. 27). Lavorate non per la roba di questo mondo che passa, ma per l’altro mondo che resta. Gli uomini d’adesso non sono diversi da quelli d’un tempo. « Io vedo — scrive S. Gregorio — una moltitudine che riempie le strade, le piazze, le officine, i tribunali, i mercati che vanno, che vengono; che si urtano, che imbrogliano, che faticano, che sudano da mane a sera, di giorno e di notte; e tutti per il danaro, per il corpo, per le passioni ». Si sola facimus quæ ad nostram pertinent utilitatem sine causa vivimus super terram. O uomini, se noi lavoriamo appena per il guadagno di quaggiù, sprechiamo la vita. Invece tutto si concede all’uomo carnale e terreno e nulla all’uomo cristiano; tutto per il vizio e nulla per la virtù; tutto per il corpo e nulla per l’anima. L’anima: questa vigna del Signore rimane incolta, piena di gramigna e d’ortiche e di spine e di sassi. Una Messa strapazzata alla festa; una Comunione, forse sacrilega all’anno, e nulla di più: non un segno di croce mattina e sera, non una giaculatoria nelle tentazioni, non una elemosina, un digiuno… Non bisogna meravigliarsi allora del terribile enigma con cui Gesù chiude la sua parabola bella: « Molti sono i chiamati, ma gli eletti, pochi ». – Mentre, lontano, il re di Dacia, passato il Danubio, invadeva con ferro e con fuoco l’impero romano, mentre, vicino, il popolo moriva di peste e di fame, Domiziano, imperatore feroce e grottesco, saltarellava per la sala dorata ad acchiappar mosche sulle pareti. Cristiani: pensiamo se, forse, non imitiamo anche noi la sciocchezza di quell’imperatore. La nostra vita è come una giornata di lavoro. L’ha detto S. Gregorio: omnis vita dies unus. Al termine di questa giornata, se non avremo pensato che agli interessi ed ai divertimenti, non avremo preso che delle mosche. Che paga ci potrà dare, allora, la giustizia di Dio. — GENTE INVIDIOSA. Ci furono di quelli arrivati un’ora prima del tramonto! il padrone li aveva visti sulla piazza sfaccendati ed aveva detto loro: « Perché oziate tutto il santo giorno? Andate nella mia vigna che ci sarà lavoro anche per voi ». I primi a presentarsi per la paga furono appunto questi: e ciascuno si intascò un danaro intero. S’accese allora nel cuor degli altri una forte brama. Dicevano: « Se per un’ora un danaro, noi che abbiamo lavorato tre, sei, nove, dodici ore riceveremo tre, sei, nove, dodici, danari ». Ma non fu così. Quando venne il loro turno tutti ebbero la medesima ricompensa: un danaro. Delusi e rabbiosi, cominciarono a invidiare la sorte dei primi. « Ingiustizia! È un’ingiustizia! — si gridava davanti alla porta del padrone. — Han lavorato un’ora e guadagnato come noi che abbiamo sgobbato tutta la giornata, come noi che abbiamo bruciato il cranio sotto il sole!… ». Calmo, ma risoluto, il padrone apparve in mezzo a quella gente invidiosa; prese il primo che gli capitò sotto mano e gli rivolse queste secche parole: « Buon uomo! Cosa c’è da borbottare? ». « C’è che costui ha fatto poco e l’hai messo a pari di me che ho fatto tanto ». « Stamattina, che cosa avevamo pattuito? ». « Che mi avresti dato un danaro ». « E te l’ho dato. Vattene dunque! ». Ci fu come un momento di silenzio. Poi la voce del padrone echeggiò solennemente contro tutti gli invidiosi: « Del mio posso fare quel che voglio. E se all’ultimo voglio dare come al primo, che importa a voi? O è maligno il vostro occhio, perché io sono buono? ». L’invidia! essa — predicava Bossuet — è la più vile, la più odiosa e la più screditata delle passioni; ma forse è la più comune e tale che poche anime ne sono del tutto immuni. I nostri antichi dicevano che nel mondo v’era un’isola soltanto in cui non crescesse erba velenosa, né vivesse bestia velenosa; ma neppur essi avevano saputo immaginare un posto, benché remoto e piccolo, ove non allignasse il veleno dell’invidia. E non si può dar torto a quel nostro proverbio che dice: Se l’invidia fosse febbre tutto il mondo intier l’avrebbe. Quand’è così, Cristiani, ben venga la parabola del Vangelo a farci meditare un po’ sopra questo peccato e a spingerci verso i rimedi di una pronta e santa correzione. – 1. IL PECCATO DELL’INVIDIA. Il primo ad avere invidia, sapete chi fu? il demonio. Dalle fiamme eterne contemplava Adamo ed Eva, beatissimi nel giardino delle delizie; e non potendo egli godere della loro gioia, volle che essi soffrissero del suo tormento. Si trasformò in serpente e fece mangiare alla donna il frutto della perdizione. « Fu per l’invidia del diavolo — dice la Sacra Scrittura — che la morte entrò nel mondo; ma da quel giorno tutti gli invidiosi non fanno che imitarlo » (Sap., II, 24). E nella famiglia di Adamo, lo imitò Caino: egli aveva invidia di suo fratello Abele. « Perché sei invidioso? — gli aveva detto il Signore — perché la tua faccia è crucciata? Non è vero che se anche tu farai bene, troverai bene? ». Ma Caino condusse Abele alla campagna e l’uccise. Nella famiglia di Isacco, lo imitò Esaù: egli odiava sempre il fratello Giacobbe perché aveva invidia della benedizione con la quale il vecchio padre l’aveva benedetto. « Verrà il giorno in cui mio padre morrà! — diceva in cuor suo; — allora io l’ammazzerò ». Nella famiglia di Giacobbe furono gli undici fratelli ad imitarlo. Essi vedendo come il vecchio padre amava Giuseppe più di tutti gli altri figli perché era il più ubbidiente ed ingenuo, cominciarono ad odiare il fratello e non gli parlaron più con amore… E appena un giorno lo videro giungere nei campi, si dissero a vicenda: « Ora il sognatore è nelle nostre mani! Venite che l’uccidiamo e lo gettiamo nella cisterna ». E nella nostra famiglia, non siamo forse noi l’invidioso che imita il demonio? Non è forse per la nostra invidia che la pace è sparita dalla casa, dal cortile, dagli amici e conoscenti? Guardate bene che razza di malattia è l’invidia: da principio vi colpisce negli occhi: poi nel cuore; e poi, se non correte ai rimedi, anche nelle mani. a) È un invidioso, malato negli occhi, colui che nel suo prossimo vuol scoprire soltanto i difetti. E quando non riesce a trovarne, li inventa, interpretando male ogni azione. Se voi gli dite: « Il tale è una persona caritatevole, ho saputo delle sue generose offerte alla Chiesa, ai poveri, ai malati » egli vi risponde. « Tutto per mettersi in vista! e poi chi sa da che parte viene quel danaro! vuol forse sgravarsi la coscienza di qualche rimorso ». E se voi gli dite ancora: « Hai conosciuto che persona onesta è il tal altro? » egli subito fremerà come se quella lode fosse un biasimo per lui e s’affretterà a dirvi: « Se dovessi svelarti tutto quello che io so, sul suo conto… » e magari non sa proprio niente. Ma non importa, egli ormai non è che un pipistrello insofferente d’ogni buona luce ed incapace di vedere se non le tenebre. Povero invidioso! b) Ad altri invece l’invidia ha già pervaso il cuore. Quando vedono che un fratello è più fortunato, che un vicino ha fatto un raccolto più abbondante, che un amico ha figliuoli più timorati, che un conoscente ha ricevuto qualche onore, ecco non hanno più pace. Irrequieti, permalosi, tristi, dalla faccia smorta vanno continuamente imprecando contro la buona sorte altrui, ed augurando male. Non hanno piacere se non quando vedono gli altri crucciati, calunniati, ammalati, sfortunati, disgraziati. c) Ma il peggio è che a furia di odiare il bene e di pensare al male del prossimo, si finisce a fare quello che da prima era soltanto un desiderio cattivo. È così che Saul giunse a vibrare la sua lancia contro Davide; è così che gli undici fratelli ebbero la crudeltà di vendere Giuseppe; è così che Esaù fece fuggire da casa Giacobbe; è così che Caino uccise l’innocente Abele. Ed è proprio così che oggi ancora ci sono parenti che si odiano; ci sono vicini che si danneggiano l’un l’altro nel campo e nella roba e nel commercio; ci sono risse tra amici. – 2. I RIMEDI. Già li aveva trovati, or sono molti secoli, S. Basilio. « Che cosa dobbiamo fare — predicava egli ai Cristiani del suo tempo — per non cadere nel peccato dell’invidia, o per liberarcene al più presto se mai vi fossimo incappati? Tre cose: stimare le cose mondane per quello che valgono; riflettere alla nessuna utilità che dall’invidia ci viene; persuaderci che d’ogni bene, il padrone è Dio. » a) Stimare le cose mondane per quel che valgono. Esse non dànno la felicità: sono forse felici i ricchi? sono forse più contenti di noi le persone onorate dal mondo? Crederlo è un’illusione. Anche il pesce corre bramosamente verso l’esca, ma come l’abbocca si trova uncinato dolorosamente; così è l’uomo che s’affanna verso i beni della terra nella lusinga di trovarsi felice e poi si trova aumentati gli affanni. Inoltre le cose mondane non sono eterne: se ci fosse qualcuno ostinato a rimanere sulla cima d’una torre che il minatore deve far saltare, noi lo diremmo un pazzo; ebbene, il tempo è quel minatore che rovescerà tra poco la torre della ricchezza, dell’onore, del piacere a cui molti hanno attaccato il cuore. Pensate che nell’ora dell’agonia un milione non vi allungherebbe la vita di un minuto; e gli onori di un re non vi farebbero tirare un respiro di più di quelli che per voi sono contati. – b) Nessuna utilità può derivare dall’invidia. Come la ruggine consuma il ferro, così l’invidia altro non giova che a rodere l’invidioso. Essa è come un tarlo, è come una sega, è come una vipera nell’anima. Che cosa dunque avanzano gli invidiosi? Quel che avanzano le farfalle quando volteggiano intorno alla fiamma d’una candela quasi a spegnerla rabbiosamente con le loro alucce: girano e rigirano, batton e sbattono finché stanche e bruciacchiate cadono morte mentre la fiamma continua a brillare. Così quelli che s’illudono, con le loro smanie, di spegnere agli altri la fiamma della virtù o della fortuna, finiscono per cadere bruciati. E Dio non voglia che sia nel fuoco dell’inferno. c) D’ogni bene Dio è il padrone. E li distribuisce secondo i suoi disegni misteriosi. Chi di noi oserebbe dirgli: « Perché fai così? Perché non dài a me più degli altri? ». Egli ci potrebbe rispondere come il padrone della vigna, nella parabola: « Prenditi quel che è tuo, e vattene. Del mio, ne faccio come voglio ». Tolle quod tuum est et vade! Che abbiam mai di nostro? non la vita, non salute, non la roba, non la famiglia, non l’aria, non il cibo… Che cosa dunque abbiamo? solo i peccati. Ma con essi dove si può andare? solo all’inferno. Tolle quod tuum est et vade! – Volete sapere se siete discepoli del Signore o discepoli del demonio? È presto fatto. « I miei discepoli — disse Gesù — si conosceranno dall’amore vicendevole ». Perciò S. Paolo raccomandava ai Cristiani di godere con quelli che godono, e di soffrire con quelli che soffrono (Rom., XII, 15). « I miei discepoli — dice il demonio — si conosceranno dall’invidia vicendevole » (Sap., II, 25). Perciò essi godono quando gli altri soffrono, e soffrono quando gli altri godono.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XCI:2

Bonum est confitéri Dómino, et psállere nómini tuo, Altíssime.

[È bello lodare il Signore, e inneggiare al tuo nome, o Altissimo.]

Secreta

Munéribus nostris, quæsumus, Dómine, precibúsque suscéptis: et coeléstibus nos munda mystériis, et cleménter exáudi.

[O Signore, Te ne preghiamo, ricevuti i nostri doni e le nostre preghiere, purificaci coi celesti misteri e benevolmente esaudiscici.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigenito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]


Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XXX: 17-18

Illúmina fáciem tuam super servum tuum, et salvum me fac in tua misericórdia: Dómine, non confúndar, quóniam invocávi te.

[Rivolgi al tuo servo la luce del tuo volto, salvami con la tua misericordia: che non abbia a vergognarmi, o Signore, di averti invocato.]

Postcommunio

Fidéles tui, Deus, per tua dona firméntur: ut eadem et percipiéndo requírant, et quæréndo sine fine percípiant.

[I tuoi fedeli, o Dio, siano confermati mediante i tuoi doni: affinché, ricevendoli ne diventino bramosi, e bramandoli li conseguano senza fine.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa

LO SCUDO DELLA FEDE (238)

LO SCUDO DELLA FEDE (238)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (6)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE SECONDA

L’OFFERTA

CAPO I

ART. III

L’OFFERTORIO CANTATO IN CORO.

Mentre i ministri depongono le offerte innanzi al celebrante, dal coro dei cantanti si accompagna l’oblazione colle più tenere, più vive e più accese espressioni, alla Chiesa inspirate dallo Spirito Santo. Nel canto dell’offertorio, o si esalta la bontà di Dio, o i più bei doni adoperati dalla sua grazia nella vita dei suoi santi, o si presenta una virtù, quasi profumo spirituale, pigliandosi da essa conforto a sollevare il nostro spirito al Signore della bontà. Questo cantico ora comunemente chiamasi offertorio; benché offertorio si dicesse in altri tempi tutta la parte della messa dalla recita del Credo al Prefazio. Cantandosi l’offertorio, mentre si esprime l’espansione dei fedeli, che con le cose ricevute dalla bontà di Dio offeriscono tutti sé stessi in santa letizia (Mansi, Vero Ecclesiastico, part. 2 lib. I, cap. d.), anche si rende immagine nella casa di Dio in terra di ciò che fanno gli Angeli nella celeste magione. Cioè mentre su pei gradini dell’altare, che è la mistica scala del cielo, vanno i ministri a deporre le offerte, come i nostri Angeli custodi su per la scala veduta da Giacobbe vanno a deporre i profumi delle nostre orazioni in paradiso; i cantanti del coro rappresentano gli altri Angeli, che cantano innanzi a Dio gli eterni osanna della beatitudine.

La musica e i motetti.

Egli è questo l’istante, in cui la Chiesa permette ai suoi figliuoli di recare sull’altare e unir coll’offerta del pane e del vino, che stanno per diventare un’offerta veramente divina, tutto che per gli uomini presentar si possa che buono sia. Nell’istante dell’offertorio le cose divine alle umane si congiungono; e qui, mentre Iddio medesimo è per discendere in terra, e darsi in mano agli uomini, anche la terra, per festeggiarlo, manda sull’altare i fiorì più delicati, che le spuntano in seno a fargli presente. Ecco, come noi crediamo, il perché la Chiesa permetta i canti, i suoni e motetti per le particolari solennità. A questo punto della Messa la musica spiega i suoi tesori, e sull’ali della melodia si sollevano gli animi a bere in seno a Dio quasi un’aura di quella armonia, che tratto tratto Egli lascia gustare a certi genii, massime sotto lo splendido cielo d’Italia. L’organo col maestoso composto di tutti i suoi strumenti in unità di accordo, or delicato e flebile si espande, or romba fragoroso, ora soavemente s’allegra, sempre ravviva gli affetti, scuote le anime, le esalta, le indovina e le spiega; rapido nei suoi moti sonori, s’unifica colla rapidità del pensiero, e scorre con esso per gli svariati campi dell’immaginazione. Ti pare, che ora gema sotto voce nelle celle coi penitenti, o che sospiri nel gaudio delle anime inebbriate d’amore divino innanzi all’Oggetto delle loro tenerezze celesti, o che festeggi l’ingresso di chi, dopo le battaglie dei sensi, trionfa in paradiso, quando fa eco all’epitalamio, che cantano gli Angeli nelle eterne nozze delle vergini sante collo Sposo Divino, quando fremente fa sentire il furore delle persecuzioni, o poi fluido e grandioso nelle sue belle variazioni spiega le ricchezze delle opere e le consolazioni dell’uom beato, che teme Iddio: così cammina nell’andamento delle sue armonie, sublimi come le eroiche virtù, che si vanno nella Messa commemorando. Sempre però nel trovarci in mezzo a quel mirabile complesso di tante voci distinte, e nella, concorde varietà di così diversi strumenti legati fra loro, che pare abbiano movimento, pensiero, e vita loro propria, e pure sono mirabilmente unificate, sempre ci pare di gustare un saggio dell’armonia divina insieme coi fedeli del tempio e coi beati in cielo. Deh al lor cantico immortale s’accordino intanto i nostri voti uniti all’inno sublime, che tutte le creature intuonano nel loro linguaggio al Signore dell’universo! Il canto poi solleva l’anima di terra, e quasi l’ali di Angelo le impenna. Leggiero come i pensieri, agile e pronto, col variar d’inflessioni incessanti, coll’inseguirsi di conserva nei canoni, coll’incalzare delle fughe, col serrarsi nello stretto, nell’audace slanciarsi in quei trilli vivaci, tutto vita, movimento, varietà ed affetto e tutto armonia, mentre ti calca le orme dei veloci pensieri, ti colora dinanzi quelle varie tinte di affetti, che mai non può tradurre né dipingere interamente l’umana parola. Che fa adunque un’anima quando, con santi pensieri sublimata in Dio, si esilara nel canto? Diremo che trovandosi come inquieta di non potersi tutta spiegare, in quei movimenti del canto par che si slanci e si versi in seno a Dio, ed a Lui s’abbandoni e trovi, che con Lui la melodia ben l’interpreti e la soddisfaccia. Così, se non fosse la musica un mezzo di espressione naturale, vorremmo dire che la religione l’avrebbe inventata. Le sue verità scuotono fortemente il sentimento, ed il sentimento in armonia coi veri divini si esilara nei movimenti dell’armonia divina. – Ecco di fatto che i Giudei non solo, ma gli Egizi, i Greci, i Romani, le nazioni barbare e le célte accompagnarono ì lor sacrifizi con cantici e suoni. Quella grand’anima di s. Agostino, che penetrava sì addentro nelle cose divine, e nelle cose umane portava un cuore fatto per farsene scala a salire a Dio, quando entrava nei templi, e si trovava in mezzo a un gran popolo, che cantava le lodi e gli inni della Chiesa, si sentiva sublimemente rapire al cielo. Ed invero, chi ha cuore che sente, non può a meno di essere commosso, quando nelle chiese cattoliche si trovi in mezzo a mille e mille suoi fratelli della grande famiglia di una intiera città prostrata appiè degli altari, e tutti cogli occhi al cielo, coi cuori aperti a Dio: quando sente nel canto gli acuti allegri trilli dei fanciulli, le celesti voci delle vergini, e le soavi di tante madri, e le gravi di tanti uomini, e le flebili di tanti afflitti e sofferenti, nell’armonia della carità alzarsi come un grido unisono a Dio Padre delle misericordie! Allora debbe esclamare: « Che bella cosa è pregar tutti insieme! »

Il Pane e il Vino, Il Calice e la Patena.

Dalle offerte si prende adunque il pane e il vino da consacrarsi pel sacrificio. Il pane ed il vino considerati in se stessi, posti sull’altare, sono simboli espressivi di quell’alimento, che la vita nostra mantiene (S. Thom. 3 p., q. 74, art. 1. I ), e sono anche tributi dell’umana riconoscenza a Dio, come a provvidenziale conservatore; come all’assoluto proprietario della universa natura, da cui noi attingiamo continuamente la vita. Nell’offertorio la preghiera è come l’offerta dello Spirito, e questi frutti della terra e del nostro sudore sono l’offerta dei sensi. Se non fossimo altro che puri spiriti, non avremmo a Dio offerto se non adorazioni spirituali; ma poiché allo spirito abbiamo unito il corpo, è d’uopo fare un’offerta anche della materia che lo sostiene. Considerato poi il pane e il vino sacramentalmente, qui si offrono a fine di essere trasmutati nel Corpo e nel Sangue del Signore sotto le specie divise (S. Thom. Ivi), per compier il sacrificio divino, e a questo fine sull’altare si presentano sulla patena e nel calice. Il calice è una coppa, che serve a bere. (Ben. XIV, lib 1, cap. 4, n. 8, De sac. Miss.) Usato da Gesù Cristo nella cena benedetta in cui instituì il SS. Sacramento, fino dagli Apostoli restò adottato nel sacrificio. Nei tesori delle più antiche chiese si conservano calici, che nella loro foggia e negli ornati danno indizio d’essere antichissimi, e sono affatto simili nella forma a quelli, che adoperiamo noi presentemente. La forma tradizionale di questo vaso, destinato all’uso più augusto, meritossi di essere rispettata, e conservata. Essa sembra tolta dai calici dei fiori; e non si poteva invero all’Autore di tutto il creato offrire il più gran dono in vasi di forma né più elegante, né più gentile, né più conveniente di quella dei calici dei fiori, lavorati dalla mano stessa di Dio, per mandargli al cielo dalla terra i profumi che ha loro dato di effondere. Il calice rappresenta il sepolcro, in cui fu deposto il Corpo SS. di Gesù (Ben. XIV, lib. 1, cap. 5, n. 3); dove poi rifiorì a vita immortale, brillante di bellezza divina. – La patena è un piatto, su cui s’offre il pane, e poi si depone il Corpo SS. di Gesù Cristo. Usata dai tempi degli Apostoli, ebbe il nome di patena dalla parola latina patendo, dallo stare aperta (Ivi n. 5.), cioè dall’essere formata in modo, che si mostra nelle mani di chi offre, aperta dinanzi a quegli, a cui si fa l’offerta. La patena, espansa ed allargata così sull’altare, significa la larghezza della carità, e mostra i cuori aperti dei fedeli, che si espandono innanzi a Dio (Durandus Guliel. Kal. div. off.). Nella mistica significazione la patena rappresenta la pietra, che copri il sepolcro di nostro Signore (4(4) Ben. XIV, lib. 1, cap. 5, n. 3, De sac. Miss.) e troviamo patene, che nella parte di sotto in mezzo all’orlo che serve come di piede al piattello, molto appropriatamente portano scolpito Gesù risorgente, quasi il forte dormiente sotto quel sasso, cui risorgendo scosse come arida foglia, nell’ora del sonno a lui caduta sul capo.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (62)

IL SACRO CUORE (62)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SETTIMO

DALLA MORTE DI MARGHERITA MARIA AI NOSTRI GIORNI

IV. – VITA E SVILUPPO INTIMO DELLA DIVOZIONE

In questo. campo, come in tutta la vita della Chiesa, gli atti dell’autorità, sono stati preparati dai desideri intimi delle anime, dall’amore, dalle opere. La divozione al sacro Cuore è vivente nelle anime che ne vivono; ed è perché le anime ne vivono ed essa è viva, che ha fatto sbocciare una serie di pratiche e di divozioni tutte animate dal medesimo principio, di rendere cioè al sacro Cuore l’amore e l’onore che gli son dovuti, di amarlo e di farlo amare. In se stessa non è tanto una pratica o un insieme di pratiche, quanto uno spirito, un principio di vita per le pratiche più diverse. Molte di queste pratiche sono già in germe negli scritti di santa Margherita Maria e molte sono indicate nei primi trattati come esercizi proprî della divozione. Spesso si organizzano in istituzioni stabili; l’Opera dell’adorazione perpetua; l’arciconfraternita del sacro Cuore; l’apostolato della preghiera: l’arciconfraternita della Guardia d’onore; l’arciconfraternita di preghiera e penitenza; l’arciconfraternita del Cuore eucaristico; la comunione riparatrice; la devozione al Cuore agonizzante; il mese del sacro Cuore; i pellegrinaggi; nove venerdì e le pratiche dei primi venerdì; le immagini e gli scapolari del sacro Cuore, ecc. La maggior parte di queste pratiche e di queste istituzioni hanno una storia talvolta interessante; ve ne sono alcune delle quali ci si assicura che hanno una origine soprannaturale, come l’arciconfraternita di preghiera e di penitenza. – A volte sono divozioni nuove, che si sviluppano lato della grande divozione, o che cercano di riallacciarsi ad essa. Così la devozione al Cuore agonizzante di Gesù, la divozione al Cuore eucaristico, a nostra Signora del sacro Cuore. Sono istituzioni ed opere che nascono come fiori e che vengono a porsi attorno ad essa, come sotto la protezione di un grande albero. – Anche le opere sono quasi innumerevoli. E, anche limitandosi alle congregazioni religiose, sarebbe lunga la lista di quelle che si riferiscono al sacro Cuore, sia che abbiano per oggetto principale il sacro Cuore o che la divozione al sacro Cuore sia uno dei principali mezzi per raggiungere il loro fine speciale. Un gran numero ne ha anche preso il nome. Trovo i nomi seguenti nel Kirchenlexikon. Al principio del XIX secolo, la Società del sacro Cuore di Gesù (Paccanaristi); i Padri dei sacri Cuori di Issoudun, 1854; 1 Preti ausiliari del sacro Cuore di Béthartan, 1841; 1 Padri dei sacri Cuori di Gesù e di Maria detti Padri di Picpus, 1805; le Dame del Sacro Cuore, 1800; le Oblate del sacro Cuore, 1866; le Società dei sacri Cuori di Gesù e di Maria dette dello Spirito Santo; le suore del Cuor di Gesù e di Maria (Récaubeau); le Figlie dei sacri Cuori di Gesù e di Maria (Portricux). E la lista è ben lontana dall’esser completa. Vi mancano specialmente: le società del Cuor di Gesù e del Cuore di Maria, fondate dal P. di Clorivière; le due società fondate dal P. Muard, i Preti del Cuor di Gesù, di Pontigny, i Benedettini predicatori dei sacri Cuori di Gesù e di Maria. detti de la Pierre-qui-vire; i Padri del sacro Cuore, di Saint-Quentin; la santa Famiglia del sacro Cuore, e quante altre! – Tutto ciò ci mostra come è viva e ricca la divozione. Vi è perfino, qui, come in tutte le cose, pericolo di eccesso. E la Chiesa è spesso intervenuta, per mettere in guardia contro la manìa di inventare una nuova divozione. Ma, ancor più che non reprimere, ha incoraggiato. Quando una pratica ha fatto le sue prove, essa interviene per approvarle, per arricchirla d’indulgenze, ecc. Ciò che, per dirla di passaggio, deve metterci in guardia contro la tendenza a studiare la divozione soltanto sui documenti ufficiali od anche unicamente sui documenti liturgici. Senza voler enumerare tutti questi documenti, — ve ne sono per tutte le opere organizzate, per molte preghiere e pratiche — diamo uno sguardo a quelli che servono a far meglio intendere qualche aspetto della divozione. Si vedrà che i documenti restrittivi o esplicativi sono in grande numero.

I. Immagini e scapolari del sacro Cuore. — ‘Santa Margherita Maria vedeva ora il Cuore solo, ora il Cuore nel petto del Salvatore, o un po’ al di fuori. Le immagini hanno avuto la stessa differenza. Le prime rappresentavano cuori separati, ed è ad un’immagine di questo genere che furono resi i primi onori, a Paray, nel 1685. Margherita Maria ne portava una sul suo cuore e raccomandava la medesima pratica, come graditissima al sacro Cuore. Durante la peste di Marsiglia, nel 1720 Maddalena Rémuzat fu ispirata di divulgare una piccola immagine, portante un cuore con la iscrizione: Fermati! il Cuor di Gesù è là. Questa immagine fece meraviglie, fu chiamata la salvaguardia. Di poi essa è stata distribuita in circostanze simili; per esempio, ad Amiens, durante la peste del 1866. Poco a poco ha preso grande estensione, e Pio IX vi unì delle indulgenze il 28 ottobre 1872. – Dacché Leone XIII ha mostrato nel sacro Cuore un nuovo labarum, vi è una combinazione della croce col cuore, con l’iscrizione: In hoc signo vinces. Si chiama spesso l’antica immagine: Piccolo scapolare del sacro Cuore. Ma non è lo scapolare propriamente detto. Questo, chiamato qualche volta scapolare di Pellevoisin, è del 1875 o del 1876. È stato arricchito di indulgenze, ma Roma ha spiegato che le indulgenze date allo scapolare non comprendono l’approvazione dei fatti soprannaturali ai quali lo si collega (Decreto del Sant’Uffizio, 3 settembre 1904.). Dopo il 1900 gli Oblati di Maria Immacolata hanno la facoltà di dare uno scapolare del sacro Cuore, che è diventato come lo scapolare di Montmartre. Credo non sia altro che lo scapolare di Pellevoisin leggermente modificato. – Da ciò si vede che la Chiesa continua ad ammettere l’immagine del Cuore separato. Ma essa ha spiegato nel 1891 che questa immagine, permessa nella divozione privata, non deve essere esposta alla venerazione pubblica sugli altari. D’altra parte ciò s’intende da sé, ed anche questo punto è stato spiegato, ché non si ha un’immagine del sacro Cuore, se il cuore non è visibile. Il sacro Cuore offerto dalla Chiesa al culto pubblico è dunque Gesù che mostra il suo Cuore.

.2. Il Cuor di Gesù penitente o il Cuor penitente di Gesù: il Cuore misericordioso. — La Chiesa ha approvatoe arricchito d’indulgenze l’Arciconfraternita di preghierae di penitenza in unione al cuor di Gesù, ma ha condannatoil titolo: Cuore penitente di Gesù; Cuor di Gesùpenitente per noi; Gesù penitente; Gesù penitente pernoi (Decreto del Sant’Uffizio, 15 luglio 1893. Questo decreto fa parte di un insieme di atti della Santa Sede contro un piccolo gruppo di ostinati stabiliti a Loigny, che, malgrado diverse condanne, continuavano ad immaginare e pubblicare delle rivendicazioni del Coeur de Jesu pénitent.). Senza dubbio si può dare a questo titolo unsenso giusto e vero, e qualche volta è stato impiegato insenso giusto; ma in se stesso esso è equivoco o inesatto, perché la penitenza importa il rimpianto e la detestazionedelle nostre proprie colpe.Il titolo di Cuore misericordioso non ha lo stesso inconveniente. Eppure è stato disapprovato nel 1875, perché si voleva sostituirlo a quello di sacro Cuore (Vedi: « Acta S. Sedis », t. XII, pag. 531.).

3. Il Cuore eucaristico di Gesù. — Da qualche anno la Chiesa approvava e arricchiva di indulgenze alcune preghiere e pratiche in onore del Cuore eucaristico. A Roma esiste anche un’arciconfraternita sotto questo titolo, alla quale sono unite diverse confraternite. Ma vi sono state delle resistenze; sono state necessarie delle spiegazioni. Nel 1891 un decreto del Sant’Uffizio disapprovava i nuovi emblemi del sacro Cuore nell’Eucaristia (Si trattava specialmente, pare, di una sorta speciale di ostie e del sacro Cuore). – Sono assai numerose, diceva il decreto, le del sacro Cuore, accolte ed approvate nella Chiesa, e spigava che il culto del sacro Cuore nell’Eucaristia, non è differente da quello del sacro Cuore. A questo decreto, come a quello sul Cuor penitente, come a molti altri, la Sacra Congregazione aggiunge l’avviso del 13 gennaio 1875 contro la manìa d’innovare e d’inventare nuove divozioni: vi è in ciò un pericolo pet la fede, e si dà agli increduli una occasione di biasimo. Con il beneficio di queste spiegazioni, la divozione continuò a vivere e progredire, non senza molte difficoltà, grazie soprattutto all’arciconfraternita che aveva lo scopo di promuoverla. Ma ha ricevuto nuovi colpi. Era stato domandato alla Congregazione dei Riti se era permesso di dedicare una chiesa al Cuore eucaristico di Gesù e di metterne su l’altare l’immagine o la statua. La Sacra Congregazione rispose, con decreto 28 marzo 1914, che bisognava, tanto per la Chiesa, quanto per l’immagine, sostituire al titolo nuovo un titolo liturgico e riportare tutto a qualche culto approvato. E ricorda, in questa occasione, il decreto del 1801 con l’avviso che vi si trovava unito. Il vicedirettore dell’arciconfraternita credette opportuno di mandare occultamente a qualche Vescovo una lettera esplicativa del decreto: di marzo. in cui non era tutto perfettamente giusto (non adeo veritati innixa) né  perfettamente chiaro (et quæ facile confusionem ingerunt). Pio X biasimò il modo di procedere scorretto e lo zelo intempestivo del vicedirettore e fece pubblicare la seguente dichiarazione del 15 luglio 1914: « Nuova conferma del decreto di marzo, con la nota: In decisis et amplius (ciò che significa che la questione è decisa e non bisogna più tornarci sopra). —

II. Il titolo « Cuore eucaristico di Gesù » non è permesso che per le confraternite approvate sotto questo titolo; e a condizione che lo si intenda nel senso di cuor di Gesù, tale quale è presente nell’Eucaristia. — III. Questo titolo non essendo né canonico né liturgico, ed al contrario avendo l’aria molto nuova, non deve mai essere approvato né ammesso nella liturgia. — IV. Le confraternite esistenti sotto questo titolo non possono celebrare, come loro propria festa, altro che la festa del sacro Cuore (con la Chiesa universale) o la festa del SS. Sacramento » (Si veda in argomento il Decreto del 3 aprile 1915 del Santo Uffizio.).

4. Culto e immagine di nostra Signora del sacro Cuore. — Si sa l’estensione che ha preso il culto di nostra Signora del sacro Cuore d’Issoudun. La Chiesa è intervenuta, due o tre volte, per regolarlo. Nel 1875, un decreto del Sant’Uffizio spiegava, che non si può attribuire alla Santissima Vergine alcun potere, propriamente detto, alcuna autorità sul Cuor di Gesù. Il titolo è ammesso sotto il benefizio di questa spiegazione; ma si disapprova l’immagine in cui Gesù è ritto davanti a Maria; si vuole che il fanciullo sia nelle braccia della Madre. Si tollera la statua d’Issoudun, ma non se ne permettono riproduzioni (Decreto del Sant’Uffizio, 3 aprile 1895).

V.- VITA E DIFFUSIONE SOCIALE DELLA DIVOZIONE

Santa Margherita Maria aveva chiesto, in nome del sacro Cuore, un omaggio solenne del re e della corte. Questo omaggio non fu reso allora. Ma i Cattolici francesi, ne hanno ripreso l’idea dopo il 1870, e serbano la speranza che la nazione farà un giorno ciò che il re non ha fatto. A questa idea di omaggio, la santa ne univa un’altra, quella del sacro Cuore, come rifugio e salvezza nelle calamità pubbliche. Questa entrò presto in uso. Abbiamo visto Marsiglia nel 1720 e nel 1722 ricorrere a questo Cuore misericordioso; altre città fecero lo stesso. Così, per citare un esempio, il P. Lorenzo Ricci, generale dei Gesuiti, in mezzo alle disgrazie che colpivano la Compagnia e a quelle più gravi ancora che la minacciavano, alzava la voce per esortare i suoi a ricorrere al sacro Cuore. E, quando il Papa ebbe soppressa la Società, i Gesuiti dispersi, esiliati, prigionieri, conservavano la speranza che il sacro Cuore finirebbe per averne pietà. Il fiore dei Cattolici di Francia faceva lo stesso durante la Rivoluzione. Ricorrevano con fervore al sacro Cuore, si era sparsa fra essi l’idea che non vi era altra salvezza. Si dice che Luigi XVI, già quasi prigioniero, potesse, il 10 febbraio 1790, entrare in Notre Dame di Parigi con la famiglia e che si sarebbe consacrato al sacro Cuore, lui, la sua famiglia e il suo regno. Nel 1815 l’« Ami de la religion » pubblicava una bella preghiera e un voto che il re prigioniero avrebbe fatto nel 1792; egli prometteva, fra l’altro, se ritornava al potere, di andare a Notre Dame di Parigi, « dopo tre mesi a contare dal giorno della sua liberazione… e di pronunciarvi…, nelle mani del celebrante, un atto di solenne consacrazione al sacro Cuore, con promessa di dare a tutti i suoi sudditi l’esempio del culto e della divozione che son dovuti a questo Cuore adorabile ». Si davano particolari precisi sulla provenienza dei due documenti, preghiera e voto; venivano dal P. Hebert, generale degli Eudisti, confessore del re; l’abate che li aveva rimessi al giornale era designato con iniziali trasparenti e assicurava di averli avuti da Hebert stesso; il giornale aggiungeva che queste preghiere erano già state pubblicate « in una raccolta di preghiere stampate senza data ». Di poi è stato scritto molto su questo oggetto; io non oserei dire che la questione sia stata completamente chiarita. Almeno è sicuro che, nello stesso tempo, si credeva « che il re, per ottenere da Dio la liberazione sua e della sua famiglia, avesse fatto voto di domandare al Papa… di voler elevare a festa solenne, per tutto il suo regno la festa dei sacri cuori di Gesù e di Maria ». È sicuro anche che fra i prigionieri del Tempio si parlava del sacro Cuore e che si pensava di consacrare la Francia al cuor di Gesù. L’inventario degli oggetti trovati dai delegati della Convenzione l’indica chiaramente. Vi è segnalata un’immagine del cuor di Gesù e del cuor di Maria, come pure un foglio di quattro pagine intitolato: Consacrazione della Francia al sacro Cuore di Gesù; esso contiene un estratto bellissimo dell’atto di consacrazione. Abbondano le testimonianze di questo ricorso generale al cuor di Gesù durante la Rivoluzione. Si sa che i soldati della Vandea portavano ostensibilmente una piccola immagine ricamata del sacro Cuore. Il P. Lanfant, una delle vittime del settembre, parla in una delle sue lettere, aprile 1791, di miracoli attribuiti all’immagine. Altrove dice che un sol convento di Parigi ne ha distribuite cento venticinque mila e che « le persone più illustri, anche le teste coronate, sono munite di questo pio scudo ». Scrive ancora, in stile volontariamente oscuro: « La divozione al Cuore fa grandi progressi … Essa è guardata come destinata ad essere la salvezza dell’impero. Senza dubbio, non è una verità di fede; ma la pietà si nutre di questa idea ». Particolari simili abbondano sotto la sua penna. – Quelle immagini eccitavano il furore dei Giacobini che vedevano in esse un distintivo di cospiratori contro la Repubblica. La signora De la Biliais e le sue due figlie ghigliottinate a Nantes il 7 marzo 1794, erano accusate principalmente di aver distribuito « a profusione immagini del sacro Cuore ed altri segni anti-rivoluzionari… ». Il 19 luglio dello stesso anno, dieci giorni avanti la caduta di Robespierre, Vittoria de Saint-Luc moriva nella stessa maniera a Parigi, condannata « come religiosa e propagatrice d’immagini superstiziose ». Ell’era infatti religiosa del Ritiro a Carhaix, in Bretagna, ed aveva ricamato e divulgato delle immagini del sacro Cuore. – Il pensiero del sacro Cuore è stato intimamente unito, in Francia, durante tutto il secolo XIX, alle idee di restaurazione cristiana e di elevazione nazionale. Al principio del secolo, Margherita Maria era poco conosciuta, soprattutto prima che fosse ripreso, nel 1826 il processo di beatificazione, e tanto meno si parlava del messaggio al re. Sul culto stesso del sacro Cuore, all’infuori di un piccolo cerchio di anime scelte, si avevano soltanto nozioni confuse. Ma la divozione e i desiderî dei prigionieri del Tempio erano conosciuti; la duchessa di Ansoulème era là per testimoniare; alcune amiche di Madame Elisabeth cercavano di realizzare un voto della pia principessa al Cuore immacolato di Maria, e raccontavano una consacrazione fatta dalla famiglia reale, già prigioniera; circolavano gli scritti sotto il nome di Luigi XVI e della sua sorella pieni di queste idee; una religiosa del Convento des Oiseaux, Madre Maria di Gesù, intendeva da nostro Signore, il 21 giugno 1823, parole simili a quelle che erano state dette, altra volta, a Margherita Maria, perché il re si consacrasse al sacro Cuore, con la famiglia ed il regno. –  Questa idea di risveglio per mezzo del sacro Cuore non doveva scomparire con i re. Essa è vissuta nelle anime pie, attraverso le ida della patria e del suo governo, essa è fra quelle che hanno contribuito a dare al secolo XIX, nella sua vita cristiana, il carattere segnalato da Mons. D’Hulst nel 1896 allorché lo chiamava il secolo – del sacro Cuore. Essa è già compresa nella tendenza quasi i istintiva che, da duecento anni, spinge le anime devote a ricorrere nelle pubbliche calamità e che suscitò tanti voti al sacro Cuore, tante consacrazioni, durante la guerra del 1870. Essa si associa, naturalmente, alle idee di riparazione sociale, di penttimento e di ammenda onorevole, per le infedeltà pubbliche e le apostasie della società moderna. Basta ricordare a questo proposito la Basilica del Voto nazionale a Montmartre, con la sua iscrizione: Christo ejusque sacratissimo Cordi Gallia poenitens et devota; anche la consacrazione fatta a Paray il 29 giugno 1873 da un gruppo di deputati Cattolici, in attesa della consacrazione nazionale, che in quel tempo pareva molto prossima a spuntare sull’orizzonte. Paray e Montmartre, Mortmartre soprattutto, stavano per diventare un focolare vivente di devozione al sacro Cuore. Quante idee vi anno germogliato e vi sono sbocciate di sacrificio al sacro Cuore o di risveglio per mezzo di quel sacro Cuore! Quante opere son sorte là o vanno là a ritemprarsi. – Dopo l’idea di elevazione per mezzo del sacro Cuore stesso, si ebbe quello di omaggio degli individui; soprattutto omaggio di gruppi sociali, in attesa dell’omaggio solenne della nazione tutta. –  Una delle forme di questo ricorso, od omaggio, è stato lo stendardo del sacro Cuore. Il sacro Cuore l’aveva chiesto al re, per mezzo di Margherita Maria. La Francia cattolica del XIX secolo ha sognato, ancora una volta, di riprendere l’eredità del passato caduta senza eredi. Sappiamo come l’immagine del sacro Cuore servì di insegna a Patay e come fu portata gloriosamente nel 1870 dagli zuavi di Charette. Non era la bandiera nazionale, ma ne diede l’idea. Questa bandiera tricolore colla parte bianca ha fatto la sua apparizione a Montmartre il 29 giugno 1890. Era portata da una delegazione d’impiegati di commercio e d’industria. Di poi è stata adottata da numerose associazioni particolari, e gli occhi dei pii Francesi si sono abituati a poco a poco, a vedere l’immagine del sacro Cuore spiccare col suo colore vermiglio sul fondo bianco della bandiera tricolore. – Questo non è confiscare il sacro Cuore a profitto della Francia. Sappiamo bene che il sacro Cuore è per tutti. Ma  come il Tirolo si è distinto con la sua festa solenne stabilita fin dal 1796 e con la sua divozione al sacro Cuore; come l’Equatore gli ha fatto la sua consacrazione solenne nel 1873, perché i Francesi non dovrebbero conservare la speranza che la Francia, ritornata cristiana, sarà un giorno la Francia del sacro Cuore e, fedele alla sua missione di proselitismo, farà diffondere da per tutto la divozione al Cuore di Cristo Re? – Queste idee e queste aspirazioni, viventi nelle anime dei Cattolici francesi, hanno servito molto a rendere popolare in Francia questa divozione, che sul principio si sarebbe creduta riservata a pochi eletti. Le hanno dato un carattere sociale molto caratteristico. Il regno sociale del sacro Cuore, è ora nelle prospettive delle anime cattoliche. E non soltanto in Francia, ma un po’ da per tutto. Per non citare altro che i Cattolici tedeschi, essi parlano spesso nei loro congressi annuali generali del sacro Cuore o del suo regno nelle famiglie e nella società. Alcuni anni fa questa idea ha incominciato a tradursi, sotto una nuova forma, che ha imbarazzato, o anche inquietato, buon numero di Cattolici e anche di Cattolici pii. Si è incominciato a incoronare solennemente le immagini del sacro Cuore. Il 21 giugno 1900 l’arcivescovo del Messico incoronava una statua; il cardinale Goossens, faceva lo stesso il 30 agosto 1903, ad Anversa, per delegazione speciale di Leone XIII; lo stesso Mons, Amette a Caen, il 25 giugno 1903. Di poi sono state segnalate diverse cerimonie analoghe, e il 25 aprile 1905, Mons. Douais, vescovo di Beauvais, spiegava nella basilica di Montmartre, « che l’incoronazione, sarebbe un mirabile complemento della consacrazione del genere umano al Cuor di Gesù, fatta dal Sovrano Pontefice Leone XIII ». Questa cerimonia, infatti, serve a mettere in rilievo la regalità del sacro Cuore, che il Papa proclamava così solennemente: Rex esto, Siate Re. – L’omaggio al sacro Cuore ha lo stesso senso. Come pure lo stendardo del sacro Cuore incoronato ed anche l’immagine regale del sacro Cuore, distribuita in più di un milione di esemplari nel mondo intero.

NOVENA ALLA MADONNA DI LOURDES

NOVENA ALLA MADONNA DI LOURDES

(inizia il 2 febbraio, festa l’11 Febbraio ).

I. Immacolata Regina, che personalmente apparendo qual maestosa Matrona, nella grotta di Massabielle sopra Lourdes, onoraste dei vostri benigni sguardi e della comunicazione dei vostri segreti la povera e infermiccia Bernardina Soubirous, quanto poco stimabile presso gli uomini per la sua deficienza d’ogni coltura, altrettanto accettissima a Voi pel candore della sua innocenza e il fervore della sua divozione, ottenete a noi tutti la grazia che, mettendo sempre ogni nostra gloria nel renderci cari al Signore con una vita tutta conforme alla specialità dei nostri doveri, ci rendiamo al tempo stesso sempre meritevoli dei vostri più speciali favori. Ave.

II. Immacolata Regina, che, esternando alla povera Bernardina il vostro desiderio di venire onorata con nuovo tempio nel luogo stesso della vostra  apparizione sopra le alture di Lourdes, le ingiungeste ancora di partecipare il vostro ordine ai  preti siccome quelli che ne dovevano promuovere la esecuzione, ottenete a noi tutti la grazia che, in quanto può riferirsi alle celeste comunicazioni, ci rimettiamo sempre al giudizio dei Sacerdoti, essendo dessi le guide che Dio medesimo ci ha assegnate per non mai mettere il piede in fallo in tutto ciò che riguarda così il vero culto di Dio, come il vero bene delle anime. Ave.

III. Immacolata Regina, che, ad assicurar tutto il mondo così della realtà nella vostra apparizione sopra le alture di Lourdes, come del desiderio da Voi espresso di essere ivi onorata con nuovo tempio, faceste sgorgare sotto gli occhi di Bernardina una sorgente affatto nuova di perenne abbondantissima acqua, quanto gustevole al labbro, altrettanto efficace al risanamento d’ogni più incurabile morbo, ottenete a noi tutti la grazia che, risanandosi per vostra intercessione ciò che è infermo, rinvigorendosi ciò che è sterile nel nostro spirito, apriamo nei nostri cuori quella mistica fonte di virtù e di opere buone, le cui acque salgono alla vita eterna per assicurarcene il felice possedimento. Ave.

IV. Immacolata Regina, che faceste svanir come nebbia in faccia al sole tutte le armi impugnate dalle più maligne potenze del mondo e dell’inferno per infirmare e sventare le vostre divine rivelazioni fatte nella grotta della vostra comparsa alla buona Bernardina, ottenete a noi tutti la grazia che, lungi dallo sgomentarci per qualsivoglia contraddizione, tanto più spieghiamo di coraggio nel camminare sulle orme da Voi insegnateci, quanto più spiegheranno di forza i nostri spirituali nemici per farci declinare dal cammino retto che solo guida a salute. Ave.

V. Immacolata Regina, che vi degnaste assicurare la buona Bernardina della eterna beatitudine nell’altra vita, quando ella vi promettesse di cuore di tornare per quindici volte al luogo della vostra apparizione sulle alture di Lourdes, come fece realmente col vostro ajuto, malgrado tutte le arti adoperate contro di lei per distornarla, ottenete a noi tutti la grazia che perseveriamo sempre fedeli nei buoni propositi da Voi suggeritici colle vostre santissime ispirazioni; e così ci assicuriamo quel premio che solo ai perseveranti nel bene è da Dio preparato. Ave.

VI. Immacolata Regina, che, a sempre meglio inculcare a tutto il mondo la divozione del santo Rosario, mostraste Voi stessa di tenere carissima nelle vostre mani la misteriosa corona e accompagnarne la recita che ne faceva la devota Bernardina, ottenete a noi tutti la grazia che, facendoci sempre un dovere di praticare colle nostre famiglie una devozione così bella, ci conformiamo ancora costantemente ai divini insegnamenti che ci derivano così dalle santissime preghiere che vi si devon ripetere, come dai salutari misteri che vi si devon meditare. Ave.

VII. Immacolata Regina, che, a glorificare in modo degno di Voi la vostra devotissima Bernardina, la preservaste da ogni sgomento e da ogni anche minima perturbazione della propria inalterabile tranquillità fra i più insidiosi interrogatori, le più severe minacce e le più inique persecuzioni, la trasformaste in creatura affatto celeste nel tempo delle vostre apparizioni, e la rendeste, alla vista d’immenso popolo, affatto insensibile anche agli ardori di una fiamma su cui nell’estasi della propria preghiera teneva immote le mani, ottenete a noi tutti la grazia che in tutti i nostri pericoli e in tutte le nostre tribolazioni ci affidiamo fiduciosi al materno vostro patrocinio, siccome quello da cui solo possono prometterci la liberazione di ogni male e il conseguimento d’ogni bene. Ave.

VIII. Immacolata Regina, che, a soddisfare le pie domande ripetutamente indirizzatevi dalla vostra affezionatissima Bernardina, ora le spiegaste il motivo del vostro insolito rattristamento, ripetendo nella parola Penitenza ciò che resta sempre da fare a chiunque coi propri peccati ha meritato i divini castighi, ora colle grandi parole da Voi proferite nel giorno stesso della vostra annunciazione: Io sono la Immacolata Concezione, le faceste conoscere con precisione l’inarrivabilità della vostra eccellenza e la divinità del gran dogma poco prima proclamato dal Sommo Pontefice Pio IX vostro fedelissimo servo, quando vi dichiarò affatto esente dall’originale peccato, ottenete a noi tutti la grazia che ci facciam sempre un dovere di placare colla debita penitenza la divina collera provocata dai nostri falli, e di sempre propiziarci la divina bontà colla più cordiale venerazione del vostro immacolato Concepimento, che è il più onorifico fra i vostri pregi, il più istruttivo fra i vostri misteri, e l’ossequio il quale è il più proprio a meritarci la vostra potentissima protezione. Ave.

IX. Immacolata Regina, che a perpetuar la memoria della vostra personale apparizione, per ben diciotto volte ripetuta alla buona Bernardina sulle alture di Lourdes, e dei tanti miracoli operati in tutto il mondo dall’acqua prodigiosamente sgorgata ai vostri piedi, moveste i cuori più duri a concorrere insieme coi più pii alla costruzione di un nuovo tempio rappresentante nella propria magnificenza la nazione primogenita della Chiesa, che si fece poi una gloria di ivi invocare il vostro aiuto coi più devoti pellegrinaggi e colle più splendide testimonianze della propria fede, ottenete a noi tutti la grazia che spieghiamo sempre la più viva riconoscenza a tutti i vostri favori, e congiungendo allo zelo pel vostro culto la imitazione sempre fedele delle vostre celesti virtù, ci assicuriamo la tenerezza del vostro patrocinio in questa vita, e la partecipazione alla vostra gloria tra i Santi e gli Angeli nella eternità. Ave, Gloria.

ORAZIONE.

Deus qui, per Immaculatam Virginis Conceptionem, dignum Filio tuo habitaculum præparasti, quæsumus, ut qui ex morte ejusdem Filii tui prævisa, eam ab omni labe præservasti, nos quoque mundos, ejus intercessione, ad te pervenire concedas. Per eumdem Dominum nostrum Jesum Christum, etc. Amen.

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2023)

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2023)

MESSA

Benedictio Candelarum

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
Orémus. Domine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus, qui ómnia ex níhilo creásti, et jussu tuo per ópera apum hunc liquorem ad perfectionem cérei veníre fecísti: et qui hodiérna die petitiónem justi Simeónis implésti: te humíliter deprecámur; ut has candélas ad usus hóminum et sanitátem córporum et animárum, sive in terra sive in aquis, per invocatiónem tui sanctíssimi nóminis et per intercessiónem beátæ Maríæ semper Vírginis, cujus hódie festa devóte celebrántur, et per preces ómnium Sanctórum tuórum, bene ✠ dícere et sancti ✠ ficáre dignéris: et hujus plebis tuæ, quæ illas honorífice in mánibus desíderat portare teque cantando laudare, exáudias voces de cœlo sancto tuo et de sede majestátis tuæ: et propítius sis ómnibus clamántibus ad te, quos redemísti pretióso Sánguine Fílii tui:
Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus per ómnia sǽcula sæculórum.

Orémus. Omnípotens sempitérne Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum ulnis sancti Simeónis in templo sancto tuo suscipiéndum præsentásti: tuam súpplices deprecámur cleméntiam; ut has candélas, quas nos fámuli tui, in tui nóminis magnificéntiam suscipiéntes, gestáre cúpimus luce accénsas, benedícere et sanctificáre atque lúmine supérnæ benedictiónis accéndere dignéris: quaténus eas tibi Dómino, Deo nostro, offeréndo digni, et sancto igne dulcíssimæ caritátis tuæ succénsi, in templo sancto glóriæ tuæ repræsentári mereámur.

Per eúndem Dóminum nostrum Jesum Christum Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

R. Amen.

Orémus. Dómine Jesu Christe, lux vera, quæ illúminas omnem hóminem veniéntem in hunc mundum: effúnde benedictiónem tuam super hos céreos, et sancti ✠ fica eos lúmine grátiæ tuæ, et concéde propítius; ut, sicut hæc luminária igne visíbili accénsa noctúrnas depéllunt ténebras; ita corda nostra invisíbili igne, id est, Sancti Spíritus splendóre illustráta, ómnium vitiórum cæcitáte cáreant: ut, purgáto mentis óculo, ea cérnere possímus, quæ tibi sunt plácita et nostræ salúti utília; quaténus post hujus sǽculi caliginósa discrímina ad lucem indeficiéntem perveníre mereámur. Per te, Christe Jesu, Salvátor mundi, qui in Trinitáte perfécta vivis et regnas Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

R. Amen.

Orémus. Omnípotens sempitérne Deus, qui per Móysen fámulum tuum puríssimum ólei liquórem ad luminária ante conspéctum tuum júgiter concinnánda præparári jussísti: bene ✠ dictiónis tuæ grátiam super hos céreos benígnus infúnde; quaténus sic adminístrent lumen extérius, ut, te donánte, lumen Spíritus tui nostris non desit méntibus intérius.

Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte ejúsdem Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

Orémus. Dómine Jesu Christe, qui hodiérna die, in nostræ carnis substántia inter hómines appárens, a paréntibus in templo es præsentátus: quem Símeon venerábilis senex, lúmine Spíritus tui irradiátus, agnóvit, suscépit et benedíxit: præsta propítius; ut, ejúsdem Spíritus Sancti grátia illumináti atque edócti, te veráciter agnoscámus et fidéliter diligámus: Qui cum Deo Patre in unitáte ejúsdem Spíritus Sancti vivis et regnas Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.

R. Amen.

Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, secúndum verbum tuum in pace
Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Quia vidérunt óculi mei salutáre tuum.

Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Quod parásti ante fáciem ómnium populorum.

Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.
Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Ant. Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.

Ant. Exsúrge, Dómine, ádjuva nos: et líbera nos propter nomen tuum.
Deus, áuribus nostris audívimus: patres nostri annuntiavérunt nobis.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Ant. Exsúrge, Dómine, ádjuva nos: et líbera nos propter nomen tuum.
Orémus.
V. Flectámus génua.
R. Leváte.
Exáudi, quǽsumus, Dómine, plebem tuam: et, quæ extrinsécus ánnua tríbuis devotióne venerári, intérius asséqui grátiæ tuæ luce concéde. Per Christum, Dóminum nostrum.
R. Amen.
V. Procedámus in pace.
R. In nómine Christi. Amen.
Ant. Adórna thálamum tuum, Sion, et súscipe Regem Christum: ampléctere Maríam, quæ est cœléstis porta: ipsa enim portat Regem glóriæ novi lúminis: subsístit Virgo, addúcens mánibus Fílium ante lucíferum génitum: quem accípiens Símeon in ulnas suas, prædicávit pópulis, Dóminum eum esse vitæ et mortis et Salvatórem mundi.
Ant. Respónsum accépit Símeon a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi vidéret Christum Dómini: et cum indúcerent Púerum in templum, accépit eum in ulnas suas, et benedíxit Deum, et dixit: Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, in pace.
V. Cum indúcerent púerum Jesum parentes ejus, ut fácerent secúndum consuetúdinem legis pro eo, ipse accépit eum in ulnas suas.
V. Obtulérunt pro eo Dómino par túrturum, aut duos pullos columbárum: * Sicut scriptum est in lege Dómini.
V. Postquam impléti sunt dies purgatiónis Maríæ, secúndum legem Moysi, tulérunt Jesum in Jerúsalem, ut sísterent eum Sicut scriptum est in lege Dómini.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut scriptum est in lege Dómini.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur tui omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis tuis, perdúcat te ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
Orémus,

Introitus

Ps XLVII: 10-11.
Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.
Ps 47:2.
Magnus Dóminus, et laudábilis nimis: in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus.
Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua.

[Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio: secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra: le tue opere sono piene di giustizia.
Ps 47:2.
Grande è il Signore e sommamente lodevole: nella sua città e nel suo santo monte.
V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio: secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra: le tue opere sono piene di giustizia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, majestátem tuam súpplices exorámus: ut, sicut unigénitus Fílius tuus hodiérna die cum nostræ carnis substántia in templo est præsentátus; ita nos fácias purificátis tibi méntibus præsentári.
Per eúndem Dóminum nostrum Jesum Christum Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[Preghiamo.
Onnipotente e sempiterno Iddio, supplichiamo la tua maestà onde, a quel modo che il tuo Figlio Unigenito fu oggi presentato al tempio nella sostanza della nostra carne, cosí possiamo noi esserti presentati con ànimo puro.
Per il medesimo nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen.]

Lectio

Léctio Malachíæ Prophétæ.
Malach 3:1-4.
Hæc dicit Dóminus Deus: Ecce, ego mitto Angelum meum, et præparábit viam ante fáciem meam. Et statim véniet ad templum suum Dominátor, quem vos quæritis, et Angelus testaménti, quem vos vultis. Ecce, venit, dicit Dóminus exercítuum: et quis póterit cogitáre diem advéntus ejus, et quis stabit ad vidéndum eum? Ipse enim quasi ignis conflans et quasi herba fullónum: et sedébit conflans et emúndans argéntum, et purgábit fílios Levi et colábit eos quasi aurum et quasi argéntum: et erunt Dómino offeréntes sacrifícia in justítia. Et placébit Dómino sacrifícium Juda et Jerúsalem, sicut dies sǽculi et sicut anni antíqui: dicit Dóminus omnípotens.
R. Deo grátias.

Epistola

Lettura del Profeta Malachia.
Malach 3:1-4.
Questo dice il Signore Iddio: Ecco, io mando il mio Angelo, ed egli preparerà la strada davanti a me. E súbito verrà al suo tempio il Dominatore che voi cercate, e l’Angelo del testamento che voi desiderate. Ecco, viene: dice il Signore degli eserciti: e chi potrà pensare al giorno della sua venuta, e chi potrà sostenerne la vista? Perché egli sarà come il fuoco del fonditore, come la lisciva del gualchieraio: si porrà a fondere e purgare l’argento, purificherà i figli di Levi e li affinerà come l’oro e l’argento, ed essi offriranno al Signore sacrificii di giustizia. E piacerà al Signore il sacrificio di Giuda e di Gerusalemme, come nei secoli passati e gli anni antichi: cosí dice Iddio onnipotente.
R. Grazie a Dio.]

Graduale

Ps 47:10-11; 47:9.
Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ.
V. Sicut audívimus, ita et vídimus in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus. Allelúja, allelúja.
V. Senex Púerum portábat: Puer autem senem regébat. Allelúja.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 2:22-32.
In illo témpore: Postquam impleti sunt dies purgatiónis Maríæ, secúndum legem Moysi, tulérunt Jesum in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino, sicut scriptum est in lege Dómini: Quia omne masculínum adapériens vulvam sanctum Dómino vocábitur. Et ut darent hóstiam, secúndum quod dictum est in lege Dómini, par túrturum aut duos pullos columbárum. Et ecce, homo erat in Jerúsalem, cui nomen Símeon, et homo iste justus et timorátus, exspéctans consolatiónem Israël, et Spíritus Sanctus erat in eo. Et respónsum accéperat a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi prius vidéret Christum Dómini. Et venit in spíritu in templum. Et cum indúcerent púerum Jesum parentes ejus, ut fácerent secúndum consuetúdinem legis pro eo: et ipse accépit eum in ulnas suas, et benedíxit Deum, et dixit: Nunc dimíttis servum tuum, Dómine, secúndum verbum tuum in pace: Quia vidérunt óculi mei salutáre tuum: Quod parásti ante fáciem ómnium populórum: Lumen ad revelatiónem géntium et glóriam plebis tuæ Israël.

[Luc 2:22-32.
In quel tempo: Compiutisi i giorni della purificazione di Maria, secondo la legge di Mosè, portarono Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore, come è scritto nella legge di Dio: Ogni maschio primogénito sarà consacrato al Signore; e per fare l’offerta, come è scritto nella legge di Dio: un paio di tortore o due piccoli colombi. Vi era allora in Gerusalemme un uomo chiamato Simone, e quest’uomo giusto e timorato aspettava la consolazione di Israele, e lo Spirito Santo era in lui. E lo Spirito Santo gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di vedere l’Unto del Signore. Condotto dallo Spirito andò al tempio. E quando i parenti vi recarono il bambino Gesú per adempiere per lui alla consuetudine della legge: questi lo prese in braccio e benedisse Dio, dicendo: Adesso lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, secondo la tua parola: Perché gli occhi miei hanno veduta la salvezza che hai preparato per tutti i popoli: Luce per illuminare le nazioni e gloria del popolo tuo Israele.
R. Lode a Te, o Cristo.]

Omelia

 (Otto Hophan: MARIA – Marietti ed. Torino, 1955 – Imprim. Treviso, 25 marzo 1953, G. Carraro Vesc. aus. Vic. Gen.)

« ORA LASCIA, O SIGNORE, CHE IL TUO SERVO SE NE VADA IN PACE »

Era uno dei primi giorni di primavera. tiepido e azzurro. Sui colli di Betlemme era diffusa un’aria di presagio, e di lontano giungevan voci. I tralci venivan tagliati e mondati, e dal suolo olezzante della madre terra germinavano gli steli dell’orzo e del grano. « Se il chicco di frumento gettato in terra… muore, porta frutto abbondante… »

Preparazione.

Lassù a Betlemme Maria preparava allegra il suo Bambino per la sua solenne consacrazione a Dio. è un’ora grande per ogni madre quella nella quale si presenta al Signore il figlio suo. Una mamma è la sorgente, dalla quale zampilla il bimbo, ma oa sorgente va debitrice al mare. E così Maria e Giuseppe portarono il Bambino da Bethlemme al Tempio in Gerusalemme – un tratto di strada di due ore scarse —. passando di mezzo alla primavera in fiore, mentre essi stessi eran in piena primavera, « per offrirLo al Signore », come dice il Vangelo, assegnando il primo scopo di quel viaggio. Gesù era “il primogenito” di Maria; e la legge mosaica aveva delle esigenze ben determinate per i primogeniti: essi dovevano essere consacrati al Signore in modo tutto speciale e particolare in confronto degli altri figli: « Tutto quello che per primo esce dal seno materno, devi consacrarlo al Signore ». Il legislatore stesso fornisce il motivo di questa speciale appartenenza dei primogeniti a Dio quando scrive: «Quando nell’avvenire il tuo figliuolo ti domanderà: “ Che cos’è questo? ”, gli risponderai: “ Con la sua forte mano il Signore ci trasse dall’Egitto… E poichè il Faraone si ostinò a non lasciarci andare, il Signore uccise tutti i primogeniti del paese d’Egitto… Perciò io sacrifico al Signore ogni primo parto maschio e ogni primogenito dei figliuoli miei lo riscatto ». A perpetuo ricordo di questa miracolosa liberazione d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, tutti i primogeniti israeliti dovevano essere consacrati al servizio del Signore. Più tardi fu incaricata del culto divino ufficiale, nel tabernacolo e nel Tempio, una particolare tribù, la tribù di Levi; ma per i primogeniti rimase il dovere di farli espressamente “riscattare” da quel servizio: «Farai che si riscattino i primogeniti degli uomini… Tu ne riceverai il riscatto dall’età di un mese alla tassa di cinque sicli d’argento, al siclo del santuario ». Questo “riscatto” non voleva significare che il primogenito andava esente dalla sua speciale consacrazione a Dio, lo liberava solamente dal servizio del Tempio, cui ora provvedevano in vece sua i Leviti. – Anche Giuseppe dovette sborsare per Gesù, il primogenito di Maria, quei cinque sicli d’argento, che per un uomo di modesta condizione costituivano un gruzzolo prezioso, quasi tremila lire, il salario, per quei tempi, di tre dure settimane. Quali sentimenti avrà provati Maria, quando udì il tintinnio di quel singolare “denaro del riscatto” su un tavolo del Tempio! È ora il suo Piccolo, di fatto, tutto di Lei, sciolto e libero da speciali obblighi dinanzi al Signore? Maria sorride al vedere quelle monete d’argento; Ella sa che il Figlio suo non può essere “riscattato” dal servizio di Dio neppure con tutto il denaro della terra, poiché già dall’Angelo Gabriele fu chiamato “il Santo”, il segregato dal terreno, il dedicato a Dio; il suo Bambino starà sempre al servizio di Dio e dinanzial suo volto. Ella però non sa ancora quale prezzo spaventoso verrà a costarLe questa “soluzione” totale presentata a Dio; sarà infinitamente maggiore di quel legale “riscatto” per cinque sicli d’argento; verrà a conoscerne il peso in questo bel giorno di primavera. – La Legge prescriveva solo il riscatto e non anche la presentazione al Tempio del primogenito in persona; però in Israele era divenuto sempre più comune, specialmente dai tempi di Neemia, del restauratore del culto israelitico nel secolo quinto, il pio uso di portare al Tempio non soltanto il denaro per il primogenito, ma il primogenito stesso, quasi per un immediato e sensibile incontro e legame col Signore. L’ingresso di Gesù nel Tempio era stato già previsto con occhio raggiante e predetto con splendide parole dal profeta Malachia: « Ecco, io mando il mio Angelo e preparerà la strada dinanzi a me; e tosto verrà al suo Tempio il Dominatore che voi cercate, e l’Angelo dell’alleanza che voi volete… Ma chi potrà sostenere il giorno della sua venuta? chi reggerà al suo apparire? Perché egli sarà come un fuoco di fusione, come ranno bollente del lavandaio. E siederà e purificherà l’argento, purificherà i figli di Levi». – Quando Maria e Giuseppe portarono al Tempio il loro Bambino assopito, niente accennava all’adempimento di questa grande profezia: non v’era là nessun Messaggero, non suonò alcuna tromba, non echeggiò nessun osanna; nessuno s’interessò dell’insignificante gruppetto di quella santa Trinità. Nulla v’era di più quotidiano: due giovani coniugi, che come mille altri portavan al Tempio il primogenito; d’intorno, uno strepitare e un contrattare così stridente, che un giorno quel Bambino darà mano ai flagelli per creare nel Tempio un’atmosfera di silenzio e di riverenza. Maria attese umilmente fra le molte donne d’Israele, finché venne la volta sua; il sacerdote compì il rito svelto e distratto; e il Bambinello giaceva pacifico sulle braccia di sua Madre, come gli altri piccoli suoi compagni, quasi nulla sapesse di tutto quello che avveniva. E nondimeno dal suo piccolo cuore ascese al Cielo, in quell’ora, una preghiera così possente, che quel Tempio non aveva ancora mai sentita l’uguale: «Ecco, Io vengo, o Dio, a fare la tua volontà, come sta scritto di Me in principio del libro ». In quel giorno all’aprirsi della primavera Maria pellegrinò al Tempio anche per un motivo personale. Ogni donna israelita infatti nel quarantesimo giorno dalla nascita d’un bambino, nell’ottantesimo da quella d’una bambina, doveva presentarsi al Tempio per la purificazione legale. (La Legge prescriveva espressamente a una donna che s’era sgravata d’un bambino: « Una donna, come sia fecondata e partorisca un maschio, sarà immonda per sette giorni… L’ottavo giorno si circoncide il bambino, ed essa per altri ventitré giorni stia ritirata a purificarsi del sangue. Non tocchi alcun oggetto sacro, e non vada al santuario, finché si compiano i giorni della sua purificazione… Compiuti i giorni della sua purificazione, sia per un figlio che per una figlia, recherà un agnello nato quell’anno per olocausto, ed un colombo o una tortora per vittima espiatoria, all’ingresso del padiglione di convegno, al sacerdote… Che se ella non ha tanto da procacciarsi un agnello, prenda due tortore o due colombi, uno per olocausto, l’altro per vittima espiatoria; e il sacerdote espierà per lei, ed ella così sarà monda » (La Liturgia osserva esattamente questo termine di tempo prescritto dalla legge mosaica poiché festeggia la Purificazione di Maria — Candelora — il 2 febbraio, quaranta giorni dopo la festa della nascita del Signore, il 25 dicembre). – Non si tratta qui d’una impurità interiore, ma solamente di quella legale che escludeva dal santuario, paragonabile sotto qualche aspetto al precetto ecclesiastico del digiuno prima di ricevere l’Eucarestia: chi non osserva il precetto del digiuno eucaristico, non si grava per questo di nessun peccato, però in quel giorno la legge della Chiesa lo esclude dalla recezione del Santissimo Sacramento. Nondimeno fa particolare impressione che Maria, la Purissima, sia stata un dì così immonda dinanzi alla Legge, da vedersi vietato l’ingresso al Tempio, e proprio a causa di Gesù, perché Ella Lo aveva generato. L’evangelista Luca fa notare espressamente che Maria e Giuseppe offrirono il sacrificio dei poveri, non un agnello e un colombo, ma due colombini di poco prezzo. I due Sposi, che per Gesù, il primogenito, avevan già pagato cinque sicli d’argento, attesa la loro modesta condizione non potevano per la purificazione della Madre offrire pure un agnello, e tanto meno in quanto si trovavano ancora a Betlemme. lontani dalla casa e dal guadagno. E tuttavia in quell’occasione Maria offrì anche un agnello, l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo… Ella non avrebbe avuto bisogno affatto di purificazione, come neppure Gesù di riscatto; era pura non soltanto spiritualmente, dinanzi a Dio, ma anche legalmente, di fronte alla lettera della Legge, perché aveva concepito e partorito restando vergine. Il grande Tommaso d’Aquino fa notare con profondo intuito che, a tenore della Legge, lo stesso Mosè volle in anticipo esimere Maria dalla presente prescrizione: « Una donna, che ha concepito per opera del marito, sia immonda dopo il parto per sette giorni »; ora precisamente questo modo di concepire non s’era verificato per Maria, che aveva concepito per opera dello Spirito Santo. Tuttavia, Ella si sottomise alla Legge con la naturalezza propria dell’umiltà. – Il breve tratto evangelico della Messa della Purificazione insiste non meno di cinque volte ripetendo legge, legge, legge, legge, legge! Son cinque colpi di martello, che aprono cinque piaghe; e Maria proprio oggi verrà a conoscenza d’un primo accenno alle cinque piaghe del Signore. Ma appunto nell’obbedienza del Signore troviamo il motivo e il segreto anche dell’obbedienza di Maria: se Cristo Signore si addossò la circoncisione, il riscatto e tutto il peso della Legge sin dall’infanzia, nonostante la delicatezza di quell’età e sebbene ne fosse esente, conveniva che anche la Madre imitasse questo esempio di umiltà e di obbedienza del Figlio nell’adempimento della Legge, alla quale Lei come Gesù non sarebbe stata soggetta. – L’evangelista Luca, con fine accorgimento, allude alla stretta unione fra Gesù e Maria nell’osservanza delle prescrizioni legali nel periodo che introduce al Vangelo della Candelora — il pensiero nel testo greco è espresso più chiaramente che non nelle traduzioni —: «Quando furon compiuti i giorni della loro — “autòn ”, che vuol dire “ di loro due?” — purificazione »: tutti e due, Gesù e Maria, son qui un’unità, la medesima legge li vincola; nel medesimo giorno, anzi col medesimo atto Gesù fa l’offerta prescritta dalla Legge e Maria la purificazione dalla Legge richiesta. – Ma qui v’è già un cenno a cose più profonde; l’adempimento delle prescrizioni legali non è che la prima parte del racconto evangelico della presentazione di Gesù e della purificazione di Maria nel Tempio; Luca stesso se la sbriga con rapidi tocchi per passare alla sostanza, al fatto nuovo e inaudito, che oggi capiterà a tutti e due, a Gesù e a Maria; la loro stretta unione nell’osservanza dei riti dell’Antico Testamento non è che il simbolo della nuova e più profonda unità, che fra Figlio e Madre s’inizia oggi, dell’unità nel sacrificio. Incontro. « Ed ecco, a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone ». Ancor oggi s’indovina da questa notizia il muto stupore di Maria, perché questo vecchio venerando stette accanto a Lei e al Figlio d’improvviso, quasi sorto dal suolo. Come a Betlemme, in occasione della nascita, non s’era trovato nessuno che rendesse omaggio al Bambino, così anche a Gerusalemme in occasione della Presentazione. A Betlemme gli Angeli musicanti convocarono per la prima adorazione i pastori; a Gerusalemme lo stimolo interno della grazia condusse al riconoscimento del Bimbo un uomo attempato. A Betlemme dunque e a Gerusalemme e in tutto il mondo vi son sempre degli uomini, che seguono la luce e, circondati dalla cecità dei molti, riconoscono anche nei suoi velami la verità divina.. Vi son uomini che, avanzando in età, divengono presbiti anche in senso spirituale; essi non badano al vicino, al noioso, al quotidiano, e scorgono invece quello ch’è lontano, l’essenziale. Questo Simeone, chiamato da Dio a rappresentare la parte migliore di Gerusalemme presso il bambino Gesù, vide più lontano, penetrò più a fondo degli stessi pastori nell’essenza di quel misterioso Bambino. Si sono avanzate molte ipotesi intorno alla personalità di Simeone. Gli uni vorrebbero vedere in lui un sacerdote, anzi, appoggiandosi all’informazione leggendaria dell’apocrifo vangelo di Nicodemo, il sommo Sacerdote stesso; gli altri lo riterrebbero per il padre del celebre maestro giudeo Gamaliele: Luca da parte sua introduce Simeone nel Vangelo con le parole semplici e insieme lusinghiere: « Egli era giusto », il che vuol dire che osservava coscienziosamente i precetti del Vecchio Testamento, « e pio » anche internamente e non si contentava di una parvenza di giustizia, « e lo Spirito Santo era con lui», avvolgendolo come di santa nube, donde guizzavano i lampi della divina illuminazione. Quello però che più sorprende in Simeone è che « Egli aspettava la consolazione d’Israele »: quanto, quanto a lungo aveva atteso! Il Vangelo però non fornisce nessuna esplicita indicazione circa la sua età, come, ad esempio, per la profetessa Anna; tuttavia il suo profondo sospiro: « Nunc dimittis — ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace » fa concludere per una età molto avanzata. Aleggia qualche cosa di grande attorno a un vecchio, che ha conservata la fiduciosa speranza; del resto nel destino d’invecchiare potrebbe interiormente sostenerlo forse qualche cosa di diverso dalla speranza delle eterne cose? Paolo stesso nella sua vecchiaia si ascrive a gloria speciale d’avere perseverato nella: fede, nella speranza e nell’amore: « Io ho conservata la fede ». La vita è aspra, prepara duri disinganni a tutti e a tutti spezza fiorenti aspettative; a mano a mano che gli anni passano si fa grande la tentazione di disimparare la speranza e di inaridire, di amareggiarsi o anche semplicemente di stancarsi, a tal punto da non riuscire a trovar più la forza di sperare. Anche il vecchio Simeone avrebbe avuto motivi di seppellire la sua speranza come una bella illusione e di attendere rassegnato la sua fine; in Israele infatti le cose andavan male. Il paese era stato umiliato e asservito da una potenza pagana; la religione ridotta a una apparenza esteriore e alla lettera della legge dalle proprie guide; « il popolo travagliato e abbattuto come pecore senza pastore ». Né si scorgeva Via d’uscita da nessuna parte, da nessuna parte splendeva uno sprazzo di luce: niente faceva intravvedere che si sarebbero adempiute le divine promesse fatte ai Patriarchi e ai Profeti; tutto era notte sconsolata. Eppure Simeone rimase nell’attesa e, come dice bene il testo evangelico, « aspettava la consolazione d’Israele ». Come una guardia notturna, spiava e, aguzzando lo sguardo, tornava a spiare nella densità delle tenebre, che l’avvolgevano, per vedere quando e dove fosse possibile scorgere un raggio di luce. Già « dallo Spirito Santo gli era stato rivelato che non avrebbe veduto la morte prima che avesse visto il Cristo del Signore ». Questa risposta divina presuppone la ricerca e la supplica umana di Simeone; essa fu il primo punto luminoso nel folto delle tenebre dilaganti; però quanto ci volle prima che quel punto crescesse sino a radioso splendore! Ma Simeone restò fedele e lieto nella sua speranza. Pensiamo qui a un altro vecchio uomo, che pure attendeva la salvezza d’Israele al tempo di Simeone, a Zaccaria, padre di Giovanni Battista; la speranza di quel sacerdote del Vecchio Testamento era vacillante nei confronti dell’attesa immobile di Simeone, che, nonostante l’apparente mancanza di ogni visione, ritenne con sicurezza e con gioia che sarebbe sorto su di lui il mattino di Dio. La liturgia ‘greca chiama la festa della Candelora “ Hypapante ”. incontro. E quale incontro! « Quando i genitori vi portarono il bambino Gesù » e Simeone « mosso dallo Spirito Santo se ne venne al Tempio », l’ardente attesa incontrò il compi mento consolante; il fiume del Vecchio Testamento, il mare scaturiente della Nuova Alleanza; l’uomo stanco, il giovane Iddio. Anche la liturgia latina non può saziarsi di guardare il caro miracolo di quest’incontro, e durante la processione con le candele il giorno della Purificazione ripete continuamente le parole, che Simeone dovette balbettare le cento volte, quando tenne fra le sue mani tremanti per la gioia il Giubilo divino: « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace! Lascia che se ne vada in pace! ». « Senex puerum portabat — il vecchio portava il Bimbo; il Bimbo però troneggiava sul vecchio »; e ci si meraviglia quasi che quelle vecchie braccia, sotto il peso divino del Bambino, non abbiano ceduto, come le spalle robuste del gigante leggendario Cristoforo. Simeone ebbe in quel gran giorno della sua vita anche un secondo incontro, l’incontro con Maria. Simeone e Maria! il vecchio, che stava con un piede sulla tomba, e la Madre che come ogni madre e più d’ogni madre è la promessa che la vita, a dispetto della morte, continua. Una misteriosa parentela legava Simeone e Maria: in Maria Vera lo Spirito Santo, per opera di Lui aveva concepito; lo Spirito Santo era pure su Simeone; nei pochi versetti della Messa della Purificazione lo Spirito Santo e Simeone son ricordati insieme tre volte. Molto Maria aveva da dare a Simeone in quell’incontro, e molto anche Simeone a Maria. La Madre diede al Vecchio il suo Bambino, come L’aveva già porto a Elisabetta e ai pastori, perché Lei, quell’eterna mediatrice di Cristo, apre la via agli incontri col Figlio suo. Senza esitazione posa il suo Tesoro su quelle braccia supplici e cadenti; sapeva che il suo Piccino presso Simeone era sostenuto da un amore più forte della morte. Anche Simeone aveva qualche cosa da offrire a quella giovane Madre, qualche cosa di così pesante, che solamente quella Donna magnanima poteva reggervi. Il Vecchio venerando era stato prescelto dalla Provvidenza per posare sulla Madre felice il fardello della sua vita. Egli dovette tremare, nella piena del suo gaudio, quando dovette annunciare a quella Madre felicissima, ancor nella sua primavera, anche la parte tanto dolorosa che L’attendeva. Verrà un giorno nel quale un Simeone toglierà, per breve tratto, la croce al Signore; strano che un altro Simeone sia stato chiamato a caricare della croce per tutta la durata della sua vita la Madre di quel Figlio!

Significato.

Nella presentazione di Gesù qual primogenito al Tempio e nella purificazione di Maria sono dunque in gioco realtà molto più profonde che non l’ossequente compimento d’una prescrizione legale del Patto Antico. Quell’antica legge con la sua applicazione a Gesù e a Maria fu talmente densa di realtà, che cessò di essere cerimonia: la parabola si cambiò allora in fatto: « Cristo, il vero Agnello del sacrificio, volle che fossero offerti sacrifici per Lui stesso, affinché il significato simbolico avesse a conoscere la sua realizzazione e la realizzazione avesse a ratificare il significato simbolico. » – Tutti i primogeniti, processione mai interrotta e sempre fiorente, che moveva da tutte le direzioni del paese d’Israele verso il santuario sul Sion, potevano essere riscattati dal servizio di Dio con poche monete d’argento; tutti furono dichiarati liberi e rinviati a casa per menare la vita civile; uno solo fra tutti non fu in realtà riscattato; nonostante i cinque sicli d’argento, che i suoi poveri genitori sborsarono per. Lui, Egli rimase legato a Dio e al suo servizio sino alle ultime gocce di sangue: è Gesù, il primogenito di Maria. La divina Maestà aveva posata la sua mano pesante proprio su di Lui; Egli solo fra tutte le centinaia di migliaia di primogeniti non se n’andò libero. Egli è il Primogenito, « il Primogenito di tutta la creazione, il Primogenito fra molti fratelli, il Primogenito fra i morti »? Se tutti gli altri divengono liberi, questo lo si deve alla fine non a quei sicli dei Giudei, ma al sangue, che questo Primogenito ha versato per essi tutti, per noi. E solamente in virtù di questo prezzo Egli sarà “salvezza”, “luce”, “risurrezione ” per i popoli. Proprio in questo Tempio, che oggi, a dir il vero, Lo rinvia libero, Egli tornerà, e quante volte vi tornerà con zelo divorante per la gloria del Padre! E precisamente qui, dove Simeone Lo aveva annunziato quale « segno di contraddizione », incapperà nella contraddizione così inscrutabile e inconciliabile, da non ritenersi paga neppure del sangue. In questo Tempio Gesù comincerà ad essere « in risurrezione e in rovina » di molti. – In questo penoso Mistero è coinvolta anche Maria. Vedendo la giovane Madre che porta felice il suo Piccolo al Tempio, si potrebbe pensare che il suo compito essenziale sia ormai assolto; Ella ricevette la grazia di intessere col suo proprio sangue una veste umana al Verbo, e questo ormai l’ha fatto con fede e con amore. Ma Gesù non è solamente il “Verbo” che s’è fatto uomo, bensì anche l’“Agnello”, che dev’esser vittima; e l’offerta in vittima del Figlio richiede anche il sacrificio della Madre. Maria oggi deve decidersi per Gesù una seconda volta. Ella ha il suo posto non solo nell’Incarnazione, ma anche nella Redenzione; è insieme la Madre del Creatore e del Redentore. Nel discorso di Simeone la parola diretta a Maria — « e Tu stessa ne avrai l’anima trafitta da una spada » — è inserita nella profezia riguardante il Bambino. In realtà poi il dolore di Maria crebbe così strettamente unito col dolore del Figlio, che ne divenne una parte; senza la passione del Figlio non si avrebbe la passione della Madre. e — quest’è ancor più misterioso! — senza la passione della Madre mancherebbe anche alla passione del Figlio l’ultima amarezza; era proprio del suo dolore che anche la Madre avesse a soffrire. Quale paurosa “integrazione” ottenne il suo dolore, quando Egli vide la Mamma, la cara Mamma col cuore trafitto! Dal giorno della Purificazione Gesù e Maria sono congiunti in ordine ad una nuova unione; è appena completa l’opera dell’Incarnazione, il Bambino s’è appena staccato dalla Madre, e Maria diventa di nuovo una cosa sola con Gesù, una cosa sola anche per la redenzione. Oggi Ella era venuta al Tempio per una purificazione, di cui non abbisognava, la quale però significava qualche cosa di profondo. Maria è pura, la Purissima dinanzi a Dio, pura persino dinanzi alla Legge; ma Ella è madre legata al Figlio con tutti i filamenti del sangue, dell’amore e della grazia. E precisamente questa intrinseca e intimissima unione, questo intreccio col Figlio suo ha di mira la parola di Simeone. Ella dovrà lasciare il suo Bambino, dovrà lasciare che incappi in contraddizione alta come le montagne, in ostilità profonda come gli abissi; dovrà staccarsi da Lui a tal segno — e tuttavia resta indissolubilmente ed eternamente a Lui vincolata —, che Lo offrirà sul Calvario alla morte sacrificale. – Come sarà abbandonata allora la Madre! Lo sarà tanto, che solamente Uno lo sarà ancor più di Lei, Gesù, il Figlio suo. Questo distacco e separazione della Madre, questo straziante svuotamento dell’anima, questa mistica “purificazione” sino agli estremi confini: questo sarà il grande dolore nella vita di Maria, la spada che trafiggerà sino in fondo l’anima di Lei. Come però Gesù diventa “salvezza” e “luce” solo a condizione che prenda su di sé la sanguinosa contraddizione dell’umanità, così « anche saranno svelati i pensieri di molti cuori », se Maria non sfuggirà a questa spada terrorizzante. E la Madre, con la spada infissa nel cuore, i pensieri di molti, che a causa di Cristo stesso sarebbero incappati “nella rovina”, dirigerà in ‘risurrezione ”. Perché, chi può resistere a una Madre con la spada confitta nel cuore? Là, nel Tempio, si restituì di nuovo il Piccolo a Maria, ma Ella sa dalle parole di Simeone che il suo Bambino Le sarà richiesto; Lo riceve di ritorno esclusivamente per crescerLo al sacrificio; ché adesso l’Agnellino è ancor troppo giovane; una volta fatto Agnello, sarà macellato e Lei dovrà esser presente. Questo Primogenito si fa mallevadore per noi tutti; l’umanità attende questo Agnello, che toglie i peccati del mondo.

Accettazione.

A incoraggiamento del Figlio suo nell’angoscia del Monte degli Olivi Iddio inviò un Angelo; Egli inviò un Angelo anche alla Madre del Figlio suo, quando venne su di Lei, qual sinistra luce lunare, la prima ora del Monte degli Olivi: Le inviò la profetessa Anna. Simeone, uomo, aveva annunziato a Maria la parte terribile; Anna, donna, aveva atteso; adesso « sopravvenne anche lei nella medesima ora ». Solamente delle donne possono capire altre donne nelle loro ore difficili. L’evangelista Luca presenta Anna con la stessa schietta benevolenza, con la quale aveva presentato il nobile vecchio Simeone; e tutte e due le figure gli furono abbozzate certamente da Maria stessa, giacché quando si soffre molto s’imprime in noi con chiarezza cristallina ciascun particolare anche delle persone, che allora incontriamo. Anna era “profetessa”, che nel linguaggio biblico può significare non solo una veggente del futuro, ma anche una consigliera, una consolatrice inviata da Dio. Aveva ella stessa molto sofferto nella sua vita, e per questo era anche compassionevole ed esperta per coloro, che dovevano incamminarsi nella notte della sofferenza. Di nobile origine, « della tribù di Aser, una figliuola di Fanuele », « era vissuta col marito sette anni da quando era vergine, e rimasta poi vedova fino a ottantaquattro anni » — di cento e più anni secondo una interpretazione — La vita della vedova è dura. La sposa è legata allo sposo da intenso amore, sì da formare con lui una sola carne e un solo spirito, ma ecco, la morte spezza violenta questa naturale o, meglio ancora, divina unità. La casa è vuota, il cuore è vuoto, la vita è vuota, e la nostalgia soffoca; i figli sono i dolorosi pegni del caro sepolto, ciascuno è una nuova rivelazione del diletto defunto, un ricordo di lui tanto dolce, epperò anche tanto triste. E dove troverà in avvenire aiuto e sostegno nella sua solitudine la donna derelitta? Una vedova è secondo il proverbio « un muro basso, che tutti sormontano »; una vedova, deve soccombere anche lei. Anna sa che cosa vuol dire “vivere”, una spada aveva trafitto anche la sua anima, ma in Dio aveva trovato quello, che gli uomini non le potevano dare; ella aveva praticato già prima di Paolo quello che Egli insegna alle vedove: « La vera vedova ha riposto le sue speranze in Dio, e persevera nelle preghiere e nelle suppliche notte e giorno ». Di Anna, Luca riferisce sorridendo una voce popolare, che ancor oggi si ripete di molte buone e attempate vecchierelle: « Non si allontanava mai dal Tempio, e serviva Iddio con digiuni e preghiere notte e giorno ». – Può essere che Maria avesse incontrato spesso nel Tempio, sin da bambina, quella donna conosciuta da tutte le pie donne di Gerusalemme; come può essere che anche Anna qualche volta avesse posato pensosa lo sguardo su quella singolare bambina. Ora stanno di fronte l’una all’altra, a quattr’occhi, la giovane Madre atterrita dinanzi alla sua delicata felicità, e la pia vecchia, che ha alle spalle la sua via. Anna non può togliere a Maria l’ora difficile; ma nelle ore difficili è già un aiuto, se altri ci dicono che anch’essi hanno patito e hanno vinto; Anna non ritira nessuna delle parole di Simeone, lascia a ognuna il suo valore, lei stessa anzi parla della “redenzione”, e ne loda Iddio come Simeone, poiché la redenzione è una sublime opera di Dio. Maria, che oggi è stata convocata per questo, è piuttosto da felicitare che da compiangere. Dopo questo contegno però che si direbbe liturgico, Anna dovette fare le parti della vera donna: le sue mani stecchite presero la destra tremante di Maria, i suoi occhi semispenti s’immersero lagrimanti negli occhi della giovane Madre, e poi la Profetessa disse a Maria una parola di conforto, ma così sommessa, che neppur l’evangelista Luca giunse a sentirla. Adesso Maria è contornata da Simeone e Anna, Lei, la giovane Madre, che oggi s’è vista spalancata d’improvviso la dura via, dai due Vecchi, che della loro via son giunti al termine. E nel silenzio dell’anima ringrazia il Signore, perché Egli Le ha posto a fianco due Angeli consolatori sin dalla prima stazione della Via Crucis. – Luca non riferisce nessuna parola detta da Maria nel Tempio a Simeone e ad Anna; nell’Annunciazione aveva offerto all’Angelo Gabriele il “Fiat — sia fatto!”; oggi quel “Fiat” si esprime senza parole, e fa intuire gli abissi toccati. Nel Tempio Ella mantenne la parola già data, e per questo non parlò, ma accettò. Questa accettazione e donazione silenziosa, coraggiosa, è l’atto sublime nella Presentazione di Maria, un atto veramente eroico. Quando il Signore, non sin dall’inizio ma solo a metà delle sue lezioni apostoliche, parlò per la prima volta della passione agli Apostoli, Pietro, atterrito e violento, la respinse dicendo: « Non sia mai!». Persino poche settimane prima della morte del Signore, in occasione del terzo annuncio della passione, l’Evangelista è costretto a riferire confuso: « Ed essi non ne capirono nulla; era per loro un enigma e non sapevano che volesse dire ». E gli Apostoli erano uomini, adusati alle tempeste del lago e della vita, istruiti dal Signore con molti discorsi della sua sapienza e con i miracoli della sua onnipotenza; e però non entrarono nel mistero della passione! Quanto diversa la cosa per Maria, la Madre tenera e amante! Ella sin da principio, ancor prima che il suo Bambino abbia proferita una paroletta, ancor prima che abbia rivelata la sua mirabile natura, si piega alla croce senza piangere, senza contraddire, benché la croce sia per colpirLa ben più paurosamente che gli Apostoli, nel cuore del suo essere di madre. L’accettazione! Dalla profezia di Simeone Ella non venne ancora a conoscenza dei particolari del giorno tanto duro e minaccioso; non seppe ancora del legno della croce, né del sangue, né del colpo di lancia, che avrebbe trafitto il cuore del Figlio suo; Ella seppe soltanto della trafittura del proprio cuore a motivo del Figlio; e questo per l’inizio era abbastanza. Ma appunto questa angosciosa incertezza circa il quando, il dove, il come delle terribili vicende dovette accrescere la sua pena. Ma per questo fu la sua vita oscurata da continua malinconia, di modo che dal giorno della Purificazione non godette più un’ora di letizia? Vi son libri, che dal giorno della Presentazione al Tempio in poi non La vedono aggirarsi che nei luttuosi veli d’una santa mestizia. A torto! La vita di Maria conobbe anche in seguito molte ore belle, liete, sublimi: gli anni dell’intimità a Nazaret, le profonde intuizioni dovute alla grazia, i successi messianici del Figlio suo; di modo che esultò felice e cantò di nuovo il suo Magnificat. Non abbiamo anche noi conoscenza della croce che ci attende, specialmente dell’ultima grande tribolazione al momento della morte? Eppure ci rallegriamo nella nostra vita delle cose belle: del sorger del sole e delle notti rischiarate dalla luna, della magnificenza dei fiori e della maestosità dei monti, del fascino della musica, dell’elevatezza della poesia e della profondità degli umani pensieri, soprattutto di tante care e buone persone che percorrono con noi il cammino della vita; e più ancora ci rallegriamo dei disegni della grazia di Dio tutti volti a nostra salvezza. Oh, quante bellezze cela in se stessa anche la nostra dura vita! Ancora più di noi, e a nostro esempio, Maria accolse con riconoscenza e gaudio la divina bontà, che fluì lungo la sua vita in tanta copia da non potersi misurare; Ella aveva certamente anche un motivo più profondo per non sommergersi nella tristezza al sopraggiungere della tribolazione; sapeva infatti che la sua tribolazione avrebbe diretto i pensieri di molti « a risurrezione » e che, come il Figlio suo, doveva Lei stessa soffrire per entrare così nella gloria. Oggi Ella era venuta al Tempio qual Madre gaudiosa e se ne tornerà a casa pensosa e dolorosa; ma anche nella sua regale serietà non perde la sua gioia, perché per Lei gioia e dolore sono irradiati dal diadema della gloria futura. –  Luca fa che la Sacra Famiglia si rechi a Nazaret, ove dimorava precedentemente, subito dopo la Presentazione al Tempio; frattanto però sappiamo dalle informazioni di Matteo che al viaggio al Tempio tennero dietro ancora i drammatici episodi dell’adorazione dei Magi e della fuga in Egitto. Agostino è dell’opinione che il testo presso Luca: « Quando ebbero compiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, ritornarono in Galilea, nella loro città di Nazaret », si debba intendere soltanto del tempo del ritorno dall’Egitto. Potrebbe essere però che i santi Coniugi, come il testo di Luca suggerisce, ritornassero realmente subito a Nazaret dopo la Presentazione al Tempio, ma solamente per disporre il trasferimento a Betlemme, che era nella ferma intenzione di Giuseppe ancor dopo il ritorno dall’Egitto. Maria s’allontanò da Gerusalemme e s’incamminò per la lunga via del ritorno in Galilea, pensosa. In quelle poche settimane s’erano compiute molte grandi cose; quel giorno stesso nel Tempio era stata messa nuovamente a parte di importanti notizie: il suo Bambino è il salvatore dei popoli, ma solo al prezzo d’una terribile opposizione contro di Lui e la trafittura del suo proprio cuore. « Nunc dimittis! », aveva detto Simeone nel Tempio nella sua esultanza per la felice liberazione: « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace! ». Anche Maria è lasciata alla sua via; è una via di dolore, che mette però a una meta luminosa; mena alla salvezza e alla luce e alla gloria di molti. Allora emise un profondo respiro e camminò per la via, sulla quale L’aveva messa la Provvidenza. O augusta e coraggiosa Signora, prendi noi con Te, affinché anche noi, camminando sopra “contraddizioni”, “rovine” e “trafitture”, giungiamo alla “purificazione” e di qui alla generosa “presentazione” e offerta di noi stessi a Dio e così alla “risurrezione”.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Ps 44:3.
Diffúsa est grátia in lábiis tuis: proptérea benedíxit te Deus in ætérnum, et in sǽculum sǽculi.

[Ps 44:3.
La grazia è diffusa sulle tue labbra: perciò Iddio ti benedisse in eterno e nei sécoli dei sécoli.]

Secreta

Exáudi, Dómine, preces nostras: et, ut digna sint múnera, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, subsídium nobis tuæ pietátis impénde.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum
.
R. Amen.

[Esaudisci, o Signore, le nostre preghiere: e, affinché siano degni i doni che offriamo alla tua maestà, accordaci l’aiuto della tua misericordia.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Nativitate Domini
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Quia per incarnáti Verbi mystérium nova mentis nostræ óculis lux tuæ claritátis infúlsit: ut, dum visibíliter Deum cognóscimus, per hunc in invisibílium amorem rapiámur. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cæléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes.

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Poiché mediante il mistero del Verbo incarnato rifulse alla nostra mente un nuovo raggio del tuo splendore, cosí che mentre visibilmente conosciamo Dio, per esso veniamo rapiti all’amore delle cose invisibili. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tuaHosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc 2:26.
Respónsum accépit Símeon a Spíritu Sancto, non visúrum se mortem, nisi vidéret Christum Dómini.

[Lo Spirito Santo aveva rivelato a Simone che non sarebbe morto prima di vedere l’Unto del Signore.]

Postcommunio

Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti, intercedénte beáta María semper Vírgine, et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché questi sacrosanti misteri, che ci procurasti a presidio della nostra redenzione, intercedente la beata sempre Vergine Maria, ci siano rimedio per la vita presente e futura.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: FEBBRAIO 2023

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: FEBBRAIO 2023

FEBBRAIO è il mese che la CHIESA DEDICA alla SANTISSIMA TRINITA’ – Inizio della Quaresima.

All’inizio di questo mese è bene rinnovare l’atto di fede Cattolico – autentico e solo – recitando il Credo Atanasiano, le cui affermazioni, tenute e tenacemente professate contro tutte le insidie della falsa chiesa dell’uomo, parto distocico del conciliabolo Vaticano II, delle sette pseudotradizionaliste, della gnosi panteista-modernista, protestante, socino-massonica, pagana, atea, comunisto-liberista, noachide-mondialista, permettono la salvezza dell’anima per giungere all’eterna felicità. 

 IL CREDO Atanasiano

 (Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium)

“Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem: Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit. Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur. Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes. Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti: Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas. Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus. Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus. Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus. Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus. Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus. Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus. Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens. Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus. Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus. Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus. Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur. Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus. Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus. Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens. Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti. Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles. Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit. Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat. Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat. Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est. Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus. Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens. Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem. Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus. Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum. Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ. Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus. Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis. Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos. Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem. Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum. Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.”

L’adorazione della Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, con il mistero dell’Incarnazione e la Redenzione di Gesù-Cristo, costituiscono il fondamento della vera fede insegnata dalla Maestra dei popoli, la Chiesa di Cristo, Sposa verità unica ed infallibile, via di salvezza, fuori dalla quale c’è dannazione eterna.  … O uomini, intendetelo quanto questo dogma vi nobiliti. Creati a similitudine dell’augusta Trinità, voi dovete formarvi sul di lei modello, ed è questo un dover sacro per voi. Voi adorate una Trinità il cui carattere essenziale è la santità, e non vi ha santità sì eminente, alla quale voi non possiate giungere per la grazia dello Spirito santificatore, amore sostanziale del Padre e del Figlio. Per adorare degnamente l’augusta Trinità voi dovete dunque, per quanto è possibile a deboli creature umane, esser santi al pari di lei. Dio è santo in se stesso, vale a dire che non è in lui né peccato, né ombra di peccato; siate santi in voi stessi. Dio è santo nelle sue creature: vale a dire che a tutto imprime il suggello della propria santità, né tollera in veruna il male o il peccato, che perseguita con zelo immanchevole, a vicenda severo e dolce, sempre però in modo paterno. Noi dunque dobbiamo essere santi nelle opere nostre e santi nelle persone altrui evitando cioè di scandalizzare i nostri fratelli, sforzandoci pel contrario a preservarli o liberarli dal peccato. Siate santi, Egli dice, perché Io sono santo. E altrove: Siate perfetti come il Padre celeste è perfetto; fate del bene a tutti, come ne fa a tutti Egli stesso, facendo che il sole splenda sopra i buoni e i malvagi, e facendo che la pioggia cada sul campo del giusto, come su quello del peccatore. Modello di santità, cioè dei nostri doveri – verso Dio, L’augusta Trinità è anche il modello della nostra carità, cioè dei nostri doveri verso i nostri fratelli. Noi dobbiamo amarci gli uni gli altri come si amano le tre Persone divine. Gesù Cristo medesimo ce lo comanda, e questa mirabile unione fu lo scopo degli ultimi voti che ei rivolse al Padre suo, dopo l’istituzione della santa Eucarestia. Egli chiede che siamo uno tra noi, come Egli stesso è uno col Padre suo. A questa santa unione, frutto della grazia, ei vuole che sia riconosciuto suo Padre che lo ha inviato sopra la terra, e che si distinguono quelli che gli appartengono. Siano essi uno, Egli prega, affinché il mondo sappia che Tu mi hai inviato. Si conoscerà che voi siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri. « Che cosa domandate da noi, o divino Maestro, esclama sant’Agostino, se non che siamo perfettamente uniti di cuore e di volontà? Voi volete che diveniamo per grazia e per imitazione ciò che le tre Persone divine sono per la necessità dell’esser loro, e che come tutto è comune tra esse, così la carità del Cristianesimo ci spogli di ogni interesse personale ». – Come esprimere l’efficacia onnipotente di questo mistero? In virtù di esso, in mezzo alla società pagana, società di odio e di egoismo, si videro i primi Cristiani con gli occhi fissi sopra questo divino esemplare non formare che un cuore ed un’anima, e si udirono i pagani stupefatti esclamare: « Vedete come i Cristiani si amano, come son pronti a morire gli uni per gli altri! » Se scorre tuttavia qualche goccia di sangue cristiano per le nostre vene, imitiamo gli avi nostri, siamo uniti per mezzo della carità, abbiamo una medesima fede, uno stesso Battesimo, un medesimo Padre. I nostri cuori, le nostre sostanze siano comuni per la carità: e in tal guisa la santa società, che abbiamo con Dio e in Dio con i nostri fratelli, si perfezionerà su la terra fino a che venga a consumarsi in cielo. – Noi troviamo nella santa Trinità anche il modello dei nostri doveri verso noi stessi. Tutti questi doveri hanno per scopo di ristabilire fra noi l’ordine distrutto dal peccato con sottomettere la carne allo spirito e lo spirito a Dio; in altri termini, di far rivivere in noi l’armonia e la santità che caratterizzano le tre auguste persone, e ciascuno di noi deve dire a sé  stesso: Io sono l’immagine di un Dio tre volte santo! Chi dunque sarà più nobile di me! Qual rispetto debbo io aver per me stesso! Qual timore di sfigurare in me o in altri questa immagine augusta! Qual premura a ripararla, a perfezionarla ognor più! Sì, questa sola parola, io sono l’immagine di Dio, ha inspirato maggiori virtù, impedito maggiori delitti, che non tutte le pompose massime dei filosofi.

3

Te Deum Patrem ingenitum, te Filium unigenitum, te Spiritum Sanctum Paraclitum, sanctam et individuam Trinitatem, toto corde et ore confitemur, laudamus atque benedicimus. (ex Missali Rom.).

Indulgentia quingentorum dierum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotìdie per integrum mensem precatiuncula devote reperita fuerit

(S. C. Ind., 2 iul. 1816; S. Pæn. Ap., 28 sept. 1936).

12

a) O sanctissima Trinitas, adoro te habitantem per gratiam tuam in anima mea.

b) O sanctissima Trinitas, habitans per gratiam tuam in anima mea, facut magis ac magis amem te.

c) O sanctissima Trinitas, habitans per gratiam tuam in anima mea, magis magisque sanctifica me.

d) Mane mecum, Domine, sis verum meum gaudium.

Indulgentia trecentorum dierum prò singulis iaculatoriis precibus etiam separatim (S. Pæn. Ap., 26 apr. 1921 et 23 oct. 1928).

16

a) Sanctus Deus, Sanctus fortis, Sanctus immortalis, miserere nobis.

b) Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio in sæcula sempiterna, o beata Trinitas (ex Missali Rom.).

Indulgentia quingentorum dierum prò singulis invocationibus etiam separatim.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotìdie per integrum mensem alterutra prex iaculatoria devote recitata fuerit (Breve Ap., 13 febr. 1924; S. Pæn. Ap., 9 dec. 1932).

40

In te credo, in te spero, te amo, te adoro,

beata Trinitas unus Deus, miserere mei nunc et

in hora mortis meæ et salva me.

Indulgentia trecentorum dierum (S. Pæn. Ap., 2 iun.)

43

CREDO IN DEUM,

Patrem omnipotentem, Creatorem cœli et terræ. Et in Iesum Christum, Filium eius unicum, Dominum nostrum: qui conceptus est de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine, passus sub Pontio Pilato, crucifixus, mortuus et sepultus; descendit ad inferos; tertia die resurrexit a mortuis ; ascendit ad cœlos; sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis; inde venturus est iudicare vivos et mortuos. Credo in Spiritum Sanctum, sanctam Ecclesiam catholicam, Sanctorum communionem, remissionem peccatorum, carnis resurrectionem, vitam æternam, Amen.

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotìdie per integrum mensem praefatum Apostolorum Symbolum pia mente recitatum fuerit (S. Pæn. Ap., 12 apr. 1940).

ACTUS ADORATIONIS ET GRATIARUM ACTIO PROPTER BENEFICIA, QUÆ HUMANO GENERI EX DIVINI VERBI INCARNATIONE ORIUNTUR.

45

Santissima Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, eccoci prostrati alla vostra divina presenza. Noi ci umiliamo profondamente e vi domandiamo perdono delle nostre colpe.

I. Vi adoriamo, o Padre onnipotente, e con tutta l’effusione del cuore vi ringraziamo di averci dato il vostro divin Figliuolo Gesù per nostro Redentore, che si è lasciato con noi nell’augustissima Eucaristia sino alla consumazione dei secoli, rivelandoci le meraviglie della carità del suo Cuore in questo mistero di fede e di amore.

Gloria Patri.

II. O divin Verbo, amabile Gesù Redentore nostro, noi vi adoriamo, e con tutta l’effusione del cuore vi ringraziamo di aver preso umana carne e di esservi fatto, per la nostra redenzione, sacerdote e vittima del sacrificio della Croce: sacrificio che, per eccesso di carità del vostro Cuore adorabile, Voi rinnovate sui nostri altari ad ogni istante. 0 sommo Sacerdote, o divina Vittima, concedeteci di onorare il vostro santo sacrificio nell’augustissima Eucaristia con gli omaggi di Maria santissima e di tutta la vostra Chiesa trionfante, purgante e militante. Noi ci offriamo tutti a voi; e nella vostra infinita bontà e misericordia accettate la nostra offerta, unitela alla vostra e benediteci.

Gloria Patri.

III. O divino Spirito Paraclito, noi vi adoriamo, e con tutta l’effusione del cuore vi ringraziamo di avere con tanto amore per noi operato l’ineffabile beneficio dell’Incarnazione del divin Verbo, beneficio che nell’augustissima Eucaristia si estende e amplifica continuamente. Deh! per questo adorabile mistero della carità del sacro Cuore di Gesù, concedete a noi ed a tutti i peccatori la vostra santa grazia. Diffondete i vostri santi doni sopra di noi e sopra tutte le anime redente, ma in modo speciale sopra il Capo visibile della Chiesa, il Sommo Pontefice Romano [Gregorio XVIII], sopra tutti i Cardinali, i Vescovi e Pastori delle anime, sopra i sacerdoti e tutti gli altri ministri del santuario. Così sia.

Gloria Patri.

Indulgentia trium annorum (S. C. Indulg. 22 mart. 1905; S. Pæn. Ap., 9 dec. 1932).

Queste sono le feste del mese di FEBBRAIO 2023:

1 Febbraio S. Ignatii Episcopi et Martyris  –  Duplex

2 Febbraio In Purificatione Beatæ Mariæ Virginis  – Duplex II. classis *L1*

3 Febbraio S. Blasii Episcopi et Martyris – Simplex

                  PRIMO VENERDI’

4 Febbraio S. Andreæ Corsini Episcopi et Confessoris – Duplex m.t.v.

                  PRIMO SABATO

5 Febbraio Dominica in Septuagesima – Semiduplex II. classis *I*

                    S. Agathæ Virginis et Martyris – Duplex

6 Febbraio S. Titi Episcopi et Confessoris – Duplex m.t.v.

7 Febbraio S. Romualdi Abbatis  – Duplex m.t.v.

8 Febbraio S. Joannis de Matha Confessoris – Duplex m.t.v.

9 Febbraio S. Cyrilli Episc. Alexandrini Confessoris et Ecclesiæ Doctoris  Duplex.

                    Commemoratio: S. Apolloniæ Virginis et Martyris

10 Febbraio S. Scholasticæ Virginis – Duplex

11 Febbraio In Apparitione Beatæ Mariæ Virginis Immaculatæ Duplex majus.

12 Febbraio Dominica in Sexagesima – Semiduplex II. classis

                     Ss. Septem Fundatorum Ordinis Servorum B. M. V.    Duplex

14 Febbraio S. Valentini Presbyteri et Martyris – Simplex

15 Febbraio SS. Faustini et Jovitæ Martyrum  – Simplex

18 Febbraio S. Simeonis Episcopi et Martyris    Simplex

19 Febbraio Dominica in Quinquagesima – Semiduplex II. classis

22 Febbraio Feria IV Cinerum  – Feria privilegiata

                     In Cathedra S. Petri Apostoli Antiochiæ – Duplex majus

23 Febbraio S. Petri Damiani Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris – Duplex

24 Febbraio S. Matthiæ Apostoli – Duplex II. classis *L1*

26 Febbraio Dominica I in Quadrag.- Semiduplex I. classis

27 Febbraio S. Gabrielis a Virgine Perdolente Confessoris – Duplex

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (7)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (7)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

XIV.

CONTINUA A MOSTRARSI LA FEROCIA DELL’ ORSO.

Voi conoscete senza dubbio la storia del Battista: uomo di tale innocenza e santità di vita, che gli stessi Giudei lo pigliavano in iscambio dell’aspettato Messia, di tal zelo e coraggio, che in faccia Erode ripetea franco il suo non licet, come in faccia all’ultimo dei soldati: tanto che esso Erode (per quanto malvagio) ne fa grande stima, e lo temeva e molte cose facea secondo i suoi consigli. Vedete, giovani miei, l’uomo franco e sicuro come sa farsi rispettare anche dai tristi! Ma Erode era uno dei molti, un debole, vo’ dire, che lasciavasi dominare all’umano rispetto. Fra le danze e l’ebbrezza d’un convito giura a sua figlia di farle qual grazia fosse per dimandargli, e la figlia, istigata dalla madre, chiede il capo del Battista. Il re all’audace dimanda si turba, si contrista. Giovanni è un santo (pensa); come mai permetterò io che si versi il suo sangue? — Ma la figlia insiste, i convitati secondano, applaudono … Il re ha giurato (dicono), è obbligato a mantenere: battono le mani alle ripetute istanze d’Erodiade. Ed ecco Erode soffocare i rimorsi, e per un vile rispetto dei suoi convitati, ce l’ attesta chiaro il Vangelo, propter simul discumbentes, consentire alla scellerata dimanda. Di lì a poco il capo insanguinato del Battista era a in giro in un vassoio fra i canti e le danze… Quel sacro labbro è chiuso finalmente; ma Erode il guarda (dice s. Ambrogio) e ancor ne ha paura. Oh se egli avesse avuto un po’ di quel coraggio, che tanto ammirava nel Battista! – Né solo il Precursore di Cristo, ma Cristo stesso, può dirsi, fu ucciso dall’umano rispetto. L’avarizia è vero, il tradì, la rabbia, la gelosia, l’odio, l’invidia lo trascinarono ai tribunali, lo coprirono di piaghe, lo colmarono d’obbrobrii e di scherni, ma l’umano rispetto fece ancora di più, l’umano rispetto lo condannò alla morte, fu cagione del più grande delitto che mai siasi commesso, che mai si possa commettere sulla terra: uccidere un Dio! un Dio venuto per salvarci!.. Ponete mente a ciò che ne racconta s. Giovanni nel suo Vangelo. Gesù vien tratto al tribunale di Pilato: i sacerdoti, e i principi della sinagoga col popolazzo da loro sedotto, fan ressa intorno al Pretorio, vogliono Cristo condannato alla morte. Ma Pilato sa ch’Egli è innocente, sa che per invidia l’han tradito nelle sue mani, ed è risoluto di liberarlo. Vediamo come si destreggia. — Di che accusate quest’uomo? — dimanda ai Giudei; ed essi: — se non fosse un malfattore non te l’avremmo dato nelle mani. — Che bella ragione! (dovea risponder loro Pilato) e pretendete che sulla vostra parola condanni un uomo alla morte? Suvvia! quale è il suo delitto? Fuori le prove, fuori i testimoni Nulla di ciò; ma come s’accorge che a ogni modo vogliono morto Gesù, cerca sbrigarsene, abbandonando Gesù alla lor discrezione. — Se è un malfattore, pigliatevelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge. — Ma i Giudei che di tal morte volevano gettar tutta l’odiosità sopra il Preside Romano: — a noi non è lecito sentenziare alcuno di morte; — rispondono. – Il Preside allora entra nel pretorio chiama davanti a sé il reo, e come avea sentito certe voci che l’accusavano di farsi re, l’interroga: Sei tu proprio il re de’ Giudei? E Cristo non nega, anzi il conferma, dichiarandogli la natura del suo regno, che non ha nulla di simile co’ regni di questo mondo, come quello, che essendo spirituale, non mira ad altro che alla salute dell’anime e al trionfo della verità sulla terra. Pilato ch’era uno scettico bell’e buono: Quid est veritas? gli dimanda crollando le spalle; e senz’aspettare altra risposta, pianta li Gesù, esce sul loggiato del pretorio e dice a’ Giudei: ——. Io non trovo in lui alcun delitto. — Ma siccome i Giudei insistono e vogliono ad ogni modo la sua condanna. Pilato immagina un suo espediente, una di quelle che si chiamano mezze misure, che tanto piacciono ai devoti dell’umano rispetto. I Giudei per la Pasqua avevano il privilegio di liberare un lor prigioniero qual volessero. Ora, trovandosi appunto in prigione un tal Barabba macchiato di sedizioni, di furti e d’omicidi: — E uomo così sozzo e scellerato costui (pensò Pilato), che Gesù vi guadagnerà immensamente al paragone; e volto ai Giudei: — Chi volete che io vi rilasci? Barabba o Gesù? — Ma il ripiego gli andò fallito; ché i sacerdoti, i principi, e con essi tutto il popolo (udite plebiscito!) gridarono a’ una voce: — Non hunc, sed Barabbam! Ma e che farò di Gesù? – Alla croce! alla croce! viva Barabba, morte a Gesù! — A Pilato cadde il cuore. Ei conosceva (già l’abbiam detto) l’innocenza di Gesù, e non avrebbe voluto condannarlo per tutto l’oro del mondo. Era  un onest’uomo Pilato, un buon impiegato; chi ne dubita?… Ma impiegato (avverte Tommaseo) è parola che ti dice implicamenti ed impicci. E quali impicci ? Da una parte ti bisogna contentare il padron che ti paga, pensar come lui, parlar come lui…. insomma baciar basso. Dall’altra, palpare, adulare il popolo che sta sotto, guardarsi dall’irritarlo, dal contradirlo… Cosicché, tra chi sta sopra e chi sta sotto, il povero impiegato si trova come tra due morse di una tanaglia… Giovani miei, non vi fa gola la sua sorte? Pensateci un poco per quando dovrete scegliervi una carriera; io torno al mio Governatore della Giudea. Il quale, sentendo ingrossar la burrasca, e fallito il primo ripiego, ne trovò subito un altro, non solo inutile questa volta, ma crudele. — Si flagelli Gesù; così  data una satisfazione all’odio e alla rabbia popolare, potrò metterlo in libertà. — Gesù dunque è orribilmente flagellato, poi abbandonato alle mani d’una vile e barbara soldataglia, che l’incoronano di spine, lo mascherano da re, lo caricano di percosse, il satollano di scherni… E Pilato? Pilato, quando il vede sì malconcio… da una parte credo in cuore ne fremesse, ma dall’altra si consola un poco e dice: – Ora i suoi nemici saranno contenti! — E pigliato per un braccio Gesù, lo trae alla loggia, e lo presenta al popolo affollato. Povero Gesù! era così malconcio e sfigurato che quasi più non si conosceva. Di che Pilato nel presentarlo: — ecco l’uomo che m’avete condotto (disse loro) Ecce homo! Quasi dir volesse: guardate se vi par più quello! E se alcuna colpa è in lui, non l’ho castigato d’avanzo? Or bene, sappiate ch’io ve l’ho condotto qui per ripetervi, ch’io non trovo in lui di che condannarlo alla morte. — Ma a queste parole i pontefici, i ministri, tutto il popolo di nuovo con più alte grida: — Alla croce! alla croce! — E Pilato: — Ma io non me la sento di condannare un innocente. Se assolutamente morto il volete, io non entro, pigliatevelo, condannatelo voi. — E il popolo più forte ancora: — alla croce! alla croce! tu devi condannarlo alla croce, perché ei s’è fatto figlio di Dio. — A queste grida ripetute Pilato, (dice il Vangelo) magis timuit. Gli venne la tremarella, la solita tremarella di chi si fa schiavo dell’umano rispetto. Pure la giustizia, la dignità, la coscienza… Ah la coscienza gridava ancor più alto del popolo e gridava a favor di Gesù. Pilato non ha pace, chiama di nuovo Gesù così piagato, insanguinato, col volto pallido, gli occhi spenti… Avrebbe dovuto gettarsi a’ suoi piedi, chiedergli perdono d’averlo così trattato dopo averlo più volte e riconosciuto e dichiarato innocente … Invece si mette sul fiscaleggiare. Pare che sul punto di darsi vinto all’umano rispetto sperasse con ulteriori interrogatori trovar tanta colpa in Gesù da poter dire a se stesso: – Ora posso condannarlo in buona coscienza. – Perciò l’interroga: – Unde es tu? – Donde ci sei venuto?.. Pilato più non meritava risposta, e Gesù tacque.. Questo silenzio punse la vanità e la boria dell’alto impiegato: — Ah sì neh? non ti degni rispondermi? Non sai tu forse che sta in man mia il crocifiggerti o il metterti in libertà? — Qui Gesù buono volle fargli ancora una grazia, dargli un’ultima lezione : — Non avresti potere alcuno sopra di me se non ti fosse dato dal cielo. — Vedete! Lo richiama a serii pensieri, come volesse dirgli: — Bada, o Pilato: tu stai per cedere a coloro che mi gridano la morte. Ma sappi: che lassù c’è Uno da cui tieni il comando, Uno che, se tu condanni me nel tempo, condannerà te nella eternità: perocché, grande peccato sarebbe il tuo, benché maggiore sia quello di chi mi ti ha dato nelle mani. — Divina minaccia, che rispondeva agli intimi pensieri di Pilato, il quale in procinto di condannare Gesù, già cercava farsi una falsa coscienza, rovesciando ogni colpa, come fece più tardi colla sciocca mostra di lavarsi le mani, sui nemici di Gesù. Pilato ancora una volta ne è scosso; l’accento di quest’uomo misterioso, che in mezzo agli strazi del suo corpo par non soffra, par non tema che per lui, e gli parla con tanta pace e maestà, gli è un lampo di luce… ei nicchia, ei dubita ancora. Ma i sacerdoti scaltri, che ben conoscevano il lato debole del Presidente: — Gesù vuol farsi re: (gli gridano); se tu il salvi, ti fai nemico di Cesare; e allora?… addio la sua grazia, addio l’impiego. — Pilato più non regge, Pilato s’arrende; siede pro tribunali, fa per scrivere… ma la mano gli trema, è pallido come un cadave, ha gli occhi stravolti … Di nuovo si alza, di nuovo presenta Gesù ai Giudei: — Ecco, dicendo loro, il vostro re. — Ma essi urlano da capo: — Tolle, tolle, crucifige eum. — E Pilato: —Crocifiggerò io il vostro re? — Chere? (rispondono gli invasati) non abbiamoaltro re che Cesare, noi. —A tal parole Pilato si dà vinto. Coidue spauracchi davanti alla mente,del popolo da una parte e di Cesaredall’altra, e pur maledicendoin cuor suo e Cesare e il popolo adun tempo, preme dentro un istantel’angoscia e i rimorsi, di nuovosiede e scrive con rapidità febbrilel’iniqua sentenza: — Gesù sia crocifisso!. Orrore! Un Dio condannatoa morte, per paura dell’uomo!

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (8)

VIVA CRISTO RE (10)

Viva cristo re (10)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XI

CRISTO, RE DELLA GIOVENTÙ

Cristo è anche Re dei giovani. Ma come possiamo stabilire e consolidare nell’anima dei nostri giovani il regno di Cristo? Non c’è dubbio che le lezioni di religione a scuola possano essere un modo eccellente per educare i giovani in questo senso. Ma, non dimentichiamolo, la responsabilità principale è dei genitori. I genitori che si preoccupano dello sviluppo spirituale dei loro figli non possono dare un consiglio migliore di questo: educare con Cristo! Non solo con promesse e minacce; non solo con ricompense e punizioni, ma soprattutto con Cristo, con l’amore di Cristo. Al  bambino che, all’età di tre o quattro anni, ha imparato ad amare ferventemente Cristo; al bambino che all’età di sette anni ha ricevuto il Corpo sacramentale del Signore e che continua a ricevere frequentemente la comunione: questo bambino non dovrà essere rimproverato molte volte, né picchiato, né gli dovranno essere promessi piccoli regali; sarà sufficiente che sua madre gli dica: Figlio mio, Gesù vuole questo da te, Gesù non vuole che tu faccia questo altro… – Felice il bambino a cui la madre parla, come parlava Bianca a suo figlio San Luigi, re di Francia: “Figlio mio, preferirei vederti morto piuttosto che commettere un peccato mortale”! Queste parole gli fecero una tale impressione che le avrebbe ricordate per tutta la vita, con grande beneficio per la sua anima. – Felice il giovane a cui il padre dice ciò che il vecchio TOBIA diceva al figlio: “Ascolta, figlio mio, le parole della mia bocca e ponile nel tuo cuore come fondamento…. per tutti i giorni della sua vita… ; e guardati bene dall’abbandonarti al peccato o dall’infrangere i comandamenti del Signore nostro Dio. Fa’ l’elemosina di quello che hai…; sii caritatevole secondo i tuoi mezzi. Se hai molto, dai con liberalità; se hai poco, cerca di dare in buona misura anche di quel poco che hai…. Guardati da ogni fornicazione….. Non permettete mai che l’orgoglio regni nel tuo cuore o nelle tue parole…. Loda il Signore in ogni momento, e chiedigli che diriga i tuoi passi e che tutte le tue decisioni siano fondate su di Lui…” (Tobia IV).   – Sì, Nostro Signore Gesù Cristo è il miglior educatore, perché è Colui che conosce meglio il cuore umano, perché ci predica per mezzo del suo esempio e ci dà la forza di fare il bene! Da questo dipende il risultato dell’istruzione. Perché si possono scrivere libri eccellenti sulla morale e sui suoi valori, mostrando quanto siano belli e necessari; ma per viverli… occorre qualcosa di più di un bel trattato, occorre la forza soprannaturale della grazia. – Da circa vent’anni mi dedico alla gioventù. Quante volte ho visto gli inciampi dei giovani cresciuti senza religione! Quanti dei loro sforzi sono stati infruttuosi! Ma quando finalmente hanno incontrato Cristo, si sono aggrappati a Lui: è questo che li ha salvati! Sì, devo dirlo in modo inequivocabile: chi educa senza usare la preghiera, chi educa senza fare uso della Confessione, chi educa senza fare uso della Comunione, chi educa senza Cristo, alla fine non sarà altro che un inutile pasticcione. Padri, non mettetevi tra Cristo e la giovane anima! Non siate spaventati se vostro figlio o vostra figlia si confessi e faccia la Comunione frequentemente; non dite che sono troppo buoni, che sono esagerati… – Se Cristo è così prezioso per le giovani anime, se è lo splendore dei loro occhi, la loro forza, la loro bellezza, la loro resistenza nei momenti di tentazione, allora dobbiamo fare appello a tutti, genitori ed educatori, insegnanti e giudici, intellettuali e politici, a tutti coloro che hanno voce e voto nell’influenzare l’opinione pubblica, di non permettere che Cristo venga rimosso dalle scuole, di non lasciare che Cristo sia estromesso lontano dalle famiglie. – Chi può cacciarlo via, chi è in grado di defraudarlo? Egli viene eliminato dai genitori che non pregano, dai genitori che, davanti ai giovani parlano senza misurare il peso delle loro parole, delle bestemmie o delle conversazioni licenziose; i genitori che affidano l’educazione dei loro figli a chiunque, senza preoccuparsi se siano veramente cattolici… – “I bambini di oggi non obbediscono ai genitori”, si sente dire. spesso. Ma i genitori obbediscono a Dio? Che cos’è l’autorità dei genitori? Che cos’è l’autorità parentale? È un riflesso dell’autorità di Dio. Può il bambino osservare il quarto comandamento se i genitori non ne osservano i dieci? I giovani non sono sciocchi, guardano più all’esempio che alle parole. Essi osservano costantemente i loro genitori! Essi Sono ben consapevoli che i loro genitori non vanno in Chiesa o che loro non siano mai andati in Chiesa, che non si confessano da anni. L’indifferenza religiosa dei genitori si trasmette facilmente ai figli. Genitori! Non permettete che i vostri figli si allontanino da Cristo a causa vostra. Essi vengono defraudati dagli amici, dalle letture, dai film, dalla pubblicità… È terribile vedere come i vostri figli vengano derubati di Cristo. È terribile vedere come le immagini oscene e pornografiche invadano tutto e rovinino la pulizia dell’anima dei giovani…. La legge difende gli alberi in strada, la legge difende le panchine pubbliche, i lampioni stradali, i marciapiedi, i resti archeologici; ma non ci sono leggi che difendano la purezza della giovane anima. Le più grandi immoralità possono essere mostrate nei cinema; e le autorità si astengono dal vietarlo. Eppure, se chiediamo la prigione per il traditore che consegna al nemico una fortezza, dobbiamo chiederla anche per coloro che corrompono astutamente le anime dei giovani. – Che peccato vedere come gli sforzi educativi di anni vengano rovinati da una lettura oscena o da un film immorale! Finché permetteremo, senza dire una parola, che la nostra gioventù venga moralmente degradata, tutte le riforme educative saranno vane. Finché permettiamo ai mercanti di immoralità senza cuore che trafficano con la purezza dei giovani, noi dei giovani, possiamo fare poco. Ricordiamo che Dio mise un Angelo alla porta del Paradiso e gli mise in mano una spada fiammeggiante. “Che nessuno entri qui” – gli disse. L’anima di un figlio è questo Paradiso. Dio ha posto il padre alla porta della sua anima. “Prendi in mano una spada fiammeggiante – gli ha detto – e non far entrare ciò che non deve entrare”. Padri! Educate i vostri figli alla virtù. Sviluppate in loro ogni desiderio per il bello ed il nobile. Educateli ad essere amanti della verità, fedeli alle loro promesse; in una parola… che siano uomini. – Abbiamo bisogno di una gioventù che non cerchi la propria soddisfazione negli istinti, ma in nobili e grandi imprese, in alti ideali. – Una gioventù volitiva e laboriosa. Una gioventù pronta a difendere la propria integrità morale, ad evitare ogni sozzura. Una gioventù piena di speranza, con una visione chiara e gioiosa, piena di vita … una gioventù che abbia Cristo come Re!

VIVA CRISTO RE (11)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “IN AMPLISSIMO”

Questa breve lettera Enciclica, venne scritta da S. S. Leone XIII all’Arcivescovo Cardinal Gibbons e a tutti i Vescovi statunitensi nel venticinquesimo anniversario del suo Pontificato con un tono elogiativo e celebrativo dell’azione proficua svolta dai prelati americani in favore della Religione cattolica, azione particolarmente delicata in un contesto inflazionato da sette umane pseudocristiane e da ideologie ateo-massoniche e moderniste che contrastavano l’espandersi della verità evangelica come diffusa dall’unica vera Chiesa fondata da Cristo e capeggiata dal suo Vicario in terra, il Sommo Pontefice romano. « … Dovete quindi, e con voi la schiera cattolica alle spalle, sfruttare strenuamente il tempo favorevole per l’azione che è ora a vostra disposizione, diffondendo il più possibile la luce della verità contro gli errori e le assurde immaginazioni delle sette che stanno sorgendo. » Volesse il cielo che quegli elogi e sollecitazioni a far meglio fosse ancora oggi possibile rivolgere ai prelati statunitensi, in larga parte apostati della fede e colonna portante del modernismo anticattolico promulgato dalla falsa religione del conciliabolo c. d. Vaticano II, inganno satanico destinato a perdere l’anima di fedeli superficiali, ignari e tenuti all’oscuro della vera dottrina cattolica, della retta teologia e del Magistero bimillenario prodotto dai Pontefici romani e dai Concili ecumenici presieduti da un vero Pontefice, come faro di luce proiettato a tutte le genti onde illuminare il loro cammino di salvezza.

IN AMPLISSIMO

ENCICLICA DI PAPA LEONE XIII

SULLA CHIESA NEGLI STATI UNITI

A James Cardinal Gibbons e agli Arcivescovi, e i Vescovi degli Stati Uniti.

Certamente abbiamo motivo di rallegrarci, e il mondo cattolico, in virtù della sua venerazione per la Sede Apostolica, ha motivo di rallegrarsi per il fatto straordinario che siamo da annoverare come il terzo della lunga serie di Romani Pontefici ai quali è stato felicemente concesso di entrare nel venticinquesimo anno del Sommo Sacerdozio. Ma in questa cerchia di congratulazioni, mentre le voci di tutti ci sono gradite, quella dei Vescovi e dei fedeli degli Stati Uniti del Nord America ci rallegra in modo particolare, sia per le condizioni che danno al vostro Paese un posto di rilievo rispetto a molti altri, sia per l’amore speciale che nutriamo per voi.

2. Nella vostra lettera congiunta a noi, amato Figlio e Venerabili Fratelli, vi siete compiaciuti di menzionare in dettaglio ciò che, spinti dall’amore per voi, abbiamo fatto per le vostre chiese nel corso del nostro Pontificato. D’altra parte, siamo lieti di ricordare i molti modi diversi in cui avete servito alla Nostra consolazione durante questo periodo. Se abbiamo trovato piacere nello stato di cose che prevaleva tra voi quando siamo entrati per la prima volta nella carica del Supremo Apostolato, ora che abbiamo superato i ventiquattro anni nella stessa carica, siamo costretti a confessare che il nostro primo piacere non è mai diminuito, ma, al contrario, è aumentato di giorno in giorno a causa dell’aumento della cattolicità tra voi. La causa di questo aumento, sebbene sia innanzitutto da attribuire alla provvidenza di Dio, deve anche essere attribuita alla vostra energia e attività. Nella vostra prudente politica, avete promosso ogni tipo di organizzazione cattolica con tale saggezza da provvedere a tutte le necessità e a tutti gli imprevisti, in armonia con il notevole carattere del popolo del vostro Paese.

3. Il vostro principale elogio è quello di aver promosso e di continuare a promuovere con cura l’unione delle vostre Chiese con questo capo delle Chiese e con il Vicario di Cristo in terra. Qui, come giustamente confessate, si trova l’apice ed il centro del governo, dell’insegnamento e del sacerdozio; la fonte di quell’unità che Cristo ha destinato alla sua Chiesa e che è una delle note più evidenti che la distinguono da tutte le sette umane. Come non abbiamo mai mancato di esercitare con vantaggio questo salutarissimo ufficio di insegnamento e di governo in ogni nazione, così non abbiamo mai permesso che voi o il vostro popolo ne soffriste la mancanza. Abbiamo infatti sfruttato volentieri ogni occasione per testimoniare la costanza della nostra sollecitudine per voi e per gli interessi della Religione tra voi. E la nostra esperienza quotidiana ci obbliga a confessare che abbiamo trovato il vostro popolo, grazie alla vostra influenza, dotato di perfetta docilità ed alacrità d’animo. Pertanto, mentre i cambiamenti e le tendenze di quasi tutte le Nazioni che sono state cattoliche per molti secoli sono motivo di dolore, lo stato delle vostre chiese, nella loro fiorente giovinezza, rallegra il Nostro cuore e lo riempie di gioia. È vero che la legge del Paese non vi concede alcun favore particolare, ma d’altra parte i vostri legislatori hanno certamente il diritto di essere lodati per il fatto che non fanno nulla per limitarvi nella vostra giusta libertà.

4. Non ignoriamo, Venerabili Fratelli, tutto ciò che è stato fatto da ognuno di voi per la creazione e il successo di scuole e accademie per la corretta educazione dei giovani. Con il vostro zelo in questo senso avete chiaramente agito in conformità alle esortazioni della Sede Apostolica e alle prescrizioni del Concilio di Baltimora. Il vostro magnifico lavoro a favore dei seminari ecclesiastici è stato sicuramente calcolato per aumentare le prospettive di bene del Clero e per accrescerne la dignità. E non è tutto. Avete saggiamente preso misure per illuminare i dissidenti e per attirarli alla verità, nominando membri del clero dotti e degni di nota che vadano di distretto in distretto per parlare loro in pubblico, in stile familiare, nelle chiese ed in altri edifici, e per risolvere le difficoltà che possono essere avanzate. Un piano eccellente che, come sappiamo, ha già dato abbondanti frutti. La vostra carità non è stata indifferente alla triste sorte dei negri e degli indiani: avete inviato loro insegnanti, li avete aiutati generosamente e state provvedendo con grande zelo alla loro salvezza eterna. Siamo lieti di aggiungere uno stimolo, se necessario, per consentirvi di continuare questi impegni con la piena fiducia che il vostro lavoro sia degno di lode.

5. Infine, per non omettere l’espressione della Nostra gratitudine, vorremmo che sapeste quale soddisfazione ci avete procurato con la liberalità con cui il vostro popolo si sforza di contribuire con le sue offerte ad alleviare la penuria della Santa Sede. Molte e grandi sono le necessità alle quali il Vicario di Cristo, in quanto supremo Pastore e Padre della Chiesa, è tenuto a provvedere per scongiurare il male e promuovere la fede. Per questo la vostra generosità diventa un esercizio e una testimonianza della vostra fede.

6. Per tutti questi motivi desideriamo dichiararvi ancora e ancora il nostro affetto per voi. La benedizione apostolica, che impartiamo con grande amore nel Signore su tutti voi e sulle greggi affidate a ciascuno di voi, sia presa come segno di questo affetto e come auspicio di doni divini.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 aprile 1902, nel venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

LEO XIII