QUARESIMALE (I)

QUARESIMALE (1)

Nel Giorno delle Ceneri.

(QUARESIMALE DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ; Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)


PREDICA PRIMA

Si mostra quanto sia stolto l’Uomo, che pecca, mentre sa indubitatamente, che si muore; che si può morire in ogni momento di nostra vita; e che quanti sono i peccati che si commettono, tante sono le citazioni che affrettano la morte a buttarci nel Sepolcro.

Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris

Si muore, e pur si pecca: Si può morire in ogni momento di nostra vita, e pur si offende Iddio. Quanti sono i peccati, che si commettono, tante sono le citazioni, che affrettano la Morte a buttarci nel Sepolcro; e pure si oltraggia la Divinità. Tale è la Pazzia di non pochi Cristiani, che con estremo mio cordoglio m’accingo a deplorare questa mattina. Ma ahi, che sento voci terribili al mio cuore, le quali mi asseriscono, che se i peccatori non si riscuoteranno da’ vizj, quantunque da me ripresi nel corso Quaresimale: tutto dovrà attribuirsi alla debolezza del mio spirito, alla tepidità del mio zelo. Voi dunque, Abitatori Celesti; impetrate (vi supplico) fervore al mio spirito, fiamme al mio zelo. Voi Spiriti tutelari di questa Città: Voi Santi, che ne siete vigilantissimi Protettori; voi Angeli, che sedere Custodi al lato de’ miei. R. A: Voi beati, che giacete sepolti in questo nobil Tempio, correte, vi prego, al Trono di Dio, e unitamente con la Vergine Santissima, vera Madre del Verbo, impetratemi, che io proferisca la Divina parola con la riverenza dovuta: sicche non resti adulterata con facezie, né contaminata con formule vane, ma pura la tramandi nel cuore de’ miei UU., acciò non perda la sua efficacia, benché proferita da me peccatore, mentre io assolutamente mi protesto, che non avrò altra mira nel corso Quaresimale, salvo, che liberare i peccatori dalle mani di satanasso, e porli nel seno di Dio. Intimo, dunque, guerra al demonio; v’apro le porte del Cielo: mi pongo a quelle dell’Inferno, per tenerne indietro quel peccatore, che ostinato nei suoi vizi, volesse a forza di peccati entrarvi. Si muore; né vi è, a mio credere, alcuno tra i miei A A. che temerario ardisca sfacciatamente negare, che si muore .. Sola la Morte tra i quattro Novissimi, è restata intatta dal dente maligno della eresia. V’è chi ha negato con orribile bestemmia il Divino Giudizio l’Inferno ai rei, il Paradiso ai Giusti; ma non giammai la Morte; essendo sicuri, che il mondo tutto con Aristotele, negando ciò, che l’esperienza insegna, gli avrebbe spacciati per matti, suadentes contra experientiam contemptibiles sunt. Bisogna dunque morire; e sino dalla nascita principiò la morte ad intimarci una breve vita, homo natus de muliere brevi vivens tempora, e ogni elemento di continuo ci avvisa il nostro finire; la terra, con tante parole, quanti sono della sua polvere gli atomi ricorda ad ognuno, Pulvis es, in pulverem reverteris. L’acqua col continuo mormorio delle onde sue fugaci, ci avvisa, che omnes morimur, quasi aqua dilabimur. L’aria col soffio de venti, ci fa intendere, che Ventus est vita hominis; e il fuoco con lingue di fiamme dice ad ognuno, Cinis es, et in cinerem reverteris, sei composto di cenere, e in cenere devi ridurti. Così è, così è, date d’occhio à quanti vi precederono. Dove sono le Monarchie degli Assiri, de’ Medi, de’ Persi, de’ Greci, de Romani? le cercò David ad una ad una con occhio Profetico, ma non ne trovò vestigio, quæsivi, et non est inventus locus ejus, cenere, cenere. Dove sono i Socrati, Platoni, gli Aristoteli, che con la loro Dottrina si resero illustri per tutto il mondo? Cenere, cenere. Dove quei Savj della Grecia, benché sapientissimi? Cenere, cenere. Dove quelle bellezze mondane in tante Elene, in tante Cleopatre, in tante Penelopi, che nel loro primo Oriente furono adorate, come il Sole, tra’ Persiani? Cenere, cenere, cenere. Mira, deh mira, esclama S. Bernardo dalle solitudini dell’eremo, scrivendo ad Eugenio Papa, mira tutti i tuoi predecessori dal primo padre Adamo! Dove sono quei grandi che già fiorirono in dignità, in potenza, in ricchezze in sapienza? Interroga di loro e che troverai? Appena una sterile memoria. Dove sono quel fiore d’uomini di ogni umana grandezza riguardevoli? Dove sono quei capi del popolo e magistrati? Dove quegli oratori d’insuperabile fecondia? Dove quei consiglieri di insuperabile sapere? Dove quei tanti regi, quei tanti imperatori, quei tanti Pontefici? Ah, che tutti sono un mucchio di cenere, che non può distinguersi dalle ceneri, dalle ossa di mendici. Della loro grandezza che cosa è rimasto se non l’ombra; delle glorie, se non il fumo, della fama se non il nome: finalmente Memoria rerum in quam paucis ossibus continetur. Ipsi te prædecessoris tui, tuæ certissimæ, ac citissimæ mortis àdmonent. Quel Mondo insomma, e di Principi, e di sudditi, e di nobili, e di plebei, che vi precede, tutto è ridotto in polvere, e cenere. E voi peccatori non vi atterrite a catastrofe sì luttuosa; non v’atterrite alla riflessione, che anche con voi ha da girare per queste strade. Bara funesta, hanno da trar fuori della cassa, per la vostra morte, da’ vostri congiunti gli abiti di lutto, e si hanno da trascinare veli di gramaglia. Come è ordunque possibile, che una tal memoria non ponga freno al vivere licenzioso? Ah Dio, R. A; intendiamola una volta. Quello stesso Dio, che a caratteri, quanto meno veduti, tanto più intesi, prescrisse su le arene de’ lidi ad ogni onda, qual precetto: huc usque venies, et nox procedes amplius, hic confringes tumentes fludus tuos, quello stesso Dio, dico, dice a voi, dice a me, additandoci il sepolcro, huc usque venies, presto arriverai alla tomba, non procedes amplius, e non vivrai più, hic confringes tumentes fluctus tuos, qui finiranno le vostre ricchezze, qui si stracceranno tutte le polize di cambio: qui si lacereranno tutte le Patenti d’onore: qui svaniranno in fumo tutti i titoli, tutti i vostri giardini, tutte le vostre delizie, tutti i vostri palazzi faranno quattro palmi di terra, hic confringes, huc usque venies, et non procedes amplius. Convien morire, non accadde altro. Se voi o Padre non siete qui per altro, che per avvisarci della nostra morte, voi perdete il tempo, quis est homo qui vivet, et non videbit mortem? già sappiamo, che dobbiam morire; dunque sapete d’aver a morire e peccate? O questa sì, che non l’intendo; sapete di avere a morire, e non licenziate colei di casa? o questa sì, che non la capisco; sapete d’avere a morire, e covate gli odj nel cuore. Sapete d’aver à morire e insidiate alla robba, all’opere, ed alla vita del prossimo? e non sapete indurvi a restituir l’usurpato? Io son fuori di me. Se voi m’aveste detto, che non sapevi d’aver a morire, onde facilmente cadevi ne’ peccati, respirerei; ma saper d’avere a morire, e peccare, o questa sì, che non l’intendo. Molto meno però intendo, che sapendo voi d’avere a morire, e che potete morire di momento in momento, tanto offendete Dio; scuotetevi, o disgraziati peccatori al tuono di queste parole: Voi potete morire in ogni momento di vostra vita, e con questa verità ben capita, vi basterà l’animo di stare un momento in peccato? Che voi potiate morire in ogni momento di vostra vita, la Fede ce l’insegna, la ragione ce lo dimostra, l’esperienza ce ne assicura. Rivoltate, leggete le sacre carte, e forse non troverete Articolo di Santa Fede nei quattro Evangelisti replicato più spesso di questo: vigilate, c’intima San Matteo, quia nescitis diem, neque horam; state in veglia, perché non sapete né il dì, né l’ora. Vigilate, grida San Marco, nescitis enim quando Dominus veniet an sera, an media nocte, an mane; vegliate, perché non sapete quando il Signore verrà per voi se la sera, se la mezza notte, se sul far del giorno, se al matutino della gioventù, se al meriggio della virilità, se alla sera della vecchiaja. Replica San Luca: estote parati, quia qua hora non putatis Filius hominis veniet, state apparecchiati, per che quando meno ve l’aspettate sarete citati dal Giudice; finalmente San Giovanni ci rinnova l’avviso: Veniam ad te tanquam fur, et nescis qua hora veniam. Verrò d’improvviso, come il ladro, né saprai l’ora in cui verrò, e pure una verità sì chiara, un articolo di Fede si ripetuto sì poco si teme; e si vive in peccato, quantunque Iddio ci intuoni, che di momento in momento si può morire: ma lasciate da parte la fede, voglio convincervi con la ragione, e farvi vedere, che di momento in momento potete uscir di vita. Ditemi, qual vetro è più fragile della vostra vita, soggetta à tanti accidenti: Non basta una goccia, che vi precipiti sul cuore, una vena che vi si apra nel petto, un catarro, che vi soffoghi la respirazione? e questi casi non possono venire di momento in momento? Anzi, che dissi? ogni creatura, benché piccola è sufficiente à torvi la vita di momento in momento: Non si ricercano fulmini dal Cielo, né precipizį della terra. Una sola spina di pesce bastò à levar la vita a Tarquinio Romano. Un sol capello bevuto nel latte, e attraversato alla gola strangolò Fabio Senatore. Un granello di uva passa soffocò Anacleonte poeta. Da una puntura leggerissima d’ago si vide ridotta à morte Lucia Larina. Per un moschino ingojato nell’acqua perde la vita Adriano Quarto Pontefice. Aprite dunque gli occhi miei U. U., ed intendete, che ogni creatura è sufficiente a togliervi di momento in momento la vita. Ma su via voglio che quella morte, che può venirvi ad ogni momento dalle creature, possiate, se non sfuggirla, almeno allontanarla da voi. Non così però potrete fare di quella che nasce dentro di voi. Come il ferro genera la sua ruggine, come il legno il suo tarlo, come il panno la sua tignola, così l’uomo si genera pur da se stesso la sua morte. Sappiamo pure, che di continuo dentro le nostre viscere, duellano a nostri danni tra di loro gli umori; che la stessa intemperie di nostra complessione ci fabbrica continuamente ordigni mortali; che lo stesso cibo, che prendiamo per alimento di vita ci va ben spesso con le sue contrarie qualità disponendo ad una morte improvvisa. Come è dunque possibile, peccare, mentre la ragione ci insegna, che di momento in momento possiamo morire? Ah stolti che siete! giacché né alla fede, né alla ragione v’arrendete; restate almeno convinti dalla esperienza quotidiana, che avete tutt’ora davanti, fino all’evidenza degli occhi. Quanti de’ vostri amici più sani di voi, o di complessione più robusta, sono restati estinti, quando il vigore prometteva loro più lunga la vita? Quanti de’ vostri compagni nel fiore della età fono svaniti all’improvviso, mentre avevano in capo alti disegni di future imprese? Quante volte è venuta alla vostra casa la croce della morte? avete pur chiusi gli occhi al fratello; accompagnato alla sepoltura l’amico; vestito a duolo per il parente; e ciò quando meno lo pensavi. Tant’è si può morire in ogni momento di nostra vita. Con testimonio d’orrore vi confermi questa verità la gran Città di Lione di Francia, abbondante di vivere, ricca di traffichi, copiosa di merci, e sontuosa per gli edifizj. Ella, ella, ò miei UU. al lume del suo grande incendio vi farà capire, che di momento in momento si può morire. Questa, tutto altro pensando gli abitatori, andati al riposo per levarsi la mattina al negozio, in pochissime ore fu del tutto distrutta, finché il sole nascendo la mattina cercò, ma non vide più quella gran Metropoli, che la sera antecedente aveva lasciata colà, ove la Senna col tributo delle acque accresce il Rodano, e ben poteva cercarla, ma indarno, poiché il fuoco l’aveva mandata in fumo, ed il vento ne spargeva le ceneri: e ciò in si breve spazio, che nox interfuit inter Urbem maximam, et nullam. Intendetela; si muore e quel, che più rilieva si può morire di momento in momento. – Non vi fidate di robustezza; non vi fidate di gioventù, poiché questo momento vi può toglier di vita, quando vi stimate di doverla avere, e più lunga, e più prospera, e più felice. Onde io dirò a voi, per farvi aprir gli occhi, ciò che Seneca disse dei legni ridotti in porto, ove non possono aver maggior sicurezza; e pure anche ivi rimangono assorbiti. Eccovi le parole di Seneca: Momento mare vertitur, vertitur et eodem die, ubi luserunt navigia, forbentur. Legni, infelici i quali dopo lunga navigazione ritornati con sì lungo tempo dalle Indie per arricchire l’Europa, d’incensi, d’ebani, d’avori, d’oro, e di gemme, appena scaricati, quando nel porto si credevano sicuri, e a suono di trombe con rimbombo d’eco giulivo raccontavano i passati pericoli di scogli sfuggiti, di tempeste superate, all’improvviso si vedono fieramente sbattuti dall’onde ed inghiottiti da vortici. Negate, che di momento in momento non si possa morire; e quel che a me preme: notate quelle parole eodem die; in quello stesso dì, che più stavano allegri. E se questo momento ti prende eodem die, in quell’istessa sera, che stai in quella veglia; in quell’istesso giorno che ti trattieni con colei, in quello stesso circolo, ove mormori; in quell’istessa bettola, in quell’istesso gioco, ove bestemmj; in quell’istesso tempo, che trami vendette, eodem die! Svegliatevi dal vostro sonno o peccatori. Volete conoscere la vostra miseria? eccovela espressa in Elia. Chi vi avesse detto, che Elia, allorché era perseguitato a morte dalla Regina Jezabelle , da quella Regina così potente, e che si era protestata di volerlo nelle sue mani, si fosse posto a dormire all’aperto della campagna, projecit se ebdormivit, voi non li avreste potuto credere, e l’avreste rimproverato, dicendoli: che fai Elia? e non ti ricordi, che Jezabelle ti vuol morto? Non è tempo di dormire, svegliati, sta attento; tu sai il pericolo che corri di perder la vita. Io però punto non mi meraviglio, che Elia perseguitato a morte dormisse quietamente; perché alla fine era Santo, se perdeva la vita del corpo, non perdeva l’eternità dell’anima. Stupisco bensì alla riflessione che possano dormire coloro i quali pieni dello sdegno del Signore, plene indignatione Domini, vivono tra le crapule, tra gli odj; e quantunque sappiano che la morte li può corre di momento in momento, a guisa di Sansoni, dormono tra le disonestà. – O voi sconsigliati, che scuotete questo timore dal vostro cuore, come se fosse timor vano, e non ben fondato. Se v’è uomo al mondo, il quale debba temere di morire di momento in momento, lo deve temer colui che sta in peccato mortale. – Volete sapere perché? Ecco, che ve lo dico: San Paolo si protesta nella quinta ai Romani, che la morte è vera figlia del peccato, propter peccatum Mors, la Morte è venuta al mondo per il peccato, e il peccato è quello che sempre le ha fatto fretta, e che ne ha accelerata la venuta Peccate allegramente; non pagate mercedi; non sodisfate legati pii; trafficate pure con usure, con frodi, con inganni; Ma sappiate che questi vostri peccati sono tante voci che chiamano la Morte ad affrettarsi, per togliervi la vita; tendete pure insidie all’onore di quella maritata, al decoro di quella vedova, alla onestà di quella fanciulla; ma siate certi che invitate la Morte a buttarvi dentro del sepolcro: Fremete pure contro del vostro nemico, macchinate alla di lui vita, alla roba, alla riputazione; scrivete contro di lui lettere cieche, memoriali indegni; ma poi dite, e direte il vero: queste mie operazioni indegne sono tante intimazioni alla Morte, che venga presto a togliervi di vita. E non sentite l’Apostolo, che nuovamente ve lo conferma? Stimulus autem Mortis peccatum est. Voi vi date a credere, che la morte debba venire à trovarvi su di quel cavallo tutto magro, e smunto, su di cui fu veduta da Giovanni l’Evangelista! Non sarà così; perché  quando ella ha lo stimolo delle vostre iniquità se ne serve di sprone acutissimo, per farlo volare, nonché correre, e uccidervi. Stimulus autem Mortis peccatum est. Crapule; se erano irriverenti nelle Chiesa dite, e direte il vero: son morti di morte immatura, perché non vivevano giusta la legge di Dio, anni impiorum breviabuntur, gli anni delli empj si abbrevieranno, si scorderanno. Giovane, se seguiti in quella pratica, Anni tui breviabuntur; e perché? Perché stimulus mortis peccatum, perché lo sperone, che affretta la Morte, è il peccato, sono le frodi, sono le oppressioni, sono le confessioni sacrileghe: queste, queste iniquità affrettano la Morte. Intendetela. Iddio con i peccatori fa per appunto, come si fa con i legni di bosco. Si porta l’artefice al bosco, e se deve provvedersi di legno o per lavorare uno scrigno, o per formarne una statua; và con cento riguardi prima di dare il taglio; considera, se il legno sia stagionato; se la luna sia sul crescere, o sul calare. Non si usano però queste diligenze quando si vada alla selva sol per legna da ardere; allora si va d’ogni tempo, e si troncano alla rinfusa legna stagionate, e non stagionate. I peccatori, i disonesti, i rapaci, che legna sono? legna per il fuoco dell’Inferno; dunque, dice con San Luca, excidentur, et in ignem mittentur, non si guardi a nulla, si taglino alla rinfusa, quantunque giovane, quantunque gagliardi, robusti, non si porti loro rispetto alcuno, non est respectus morti eorum; No, no: Son giovane: Non importa, sei legna per fuoco, excidentur: Son nobile, non importa, excidentur. Nella mia testa stà posta tutta l’eredità… non importa: non est respectus Morti eorum, non gli si porti rispetto, son peccatori, e questo basta per esser legni da buttarsi nel fuoco, e ardervi in eterno. Sì, sì stimulus mortis peccatum. Stimulus per la parte vostra, perché col vostro peccare chiamate tutte le creature a vendicare l’ingiuria che fate al Creatore, già che fecondo l’Angelico insitum est unicuique creature vindicare injuriam Crtatoris. Stimulus per la parte di Dio, che irritato sta per scagliare il Fulmine: Stimulus finalmente per la parte del demonio, il quale non si cura che moriate quando siete in grazia di Dio, ma s’adopra, perché moriate quando siete in peccato: allora vi stimola ai disordini, allora vi suscita contro li nemici. Sì, sì, stimulus mortis peccato s’affretta la Morte; credete almeno alle ragioni naturali, che avete sotto degli occhi, e toccate con le mani, negate, se potete, che ben spesso i peccatori si procaccino la Morte con la voracità nella crapula, con la sfrenatezza nelle disonestà, con la libertà delle mormorazioni, con le quali si acquistano de’ nemici: girate pure per ogni vizio, e confesserete, ogni vizio apportare inquietudini al capo, e le inquietudini accelerare la Morte. Il peccato è quello che ben spesso scorta la vita, e nel più bel fiore degli anni ci butta nel sepolcro col corpo, per sbalzar l’anima nell’Inferno. Io vedo le lacrime sugl’occhi ad una delle più riguardevoli Città della Toscana, mentre ancor piange la Morte d’un suo nobilissimo cittadino, messo a terra dagli archibugi d’una truppa di Sbirraglia. Viveva, non ha molto, un giovanetto di tutto spirito, e di un’indole invidiabile; fu allevato questi sotto l’educazione de’ PP. della mia minima Compagnia, e gli furono impressi sentimenti tali di pietà, che egli instantemente ne richiese l’abito. Ciò sentitosi da’ parenti, che conosciutolo d’abilità non ordinaria, lo volevano al mondo, per il mondo; dissero, non negarlo alla Religione, ma volerne esperimentare la vocazione, e l’esperimento fu, dare al nobil giovanetto divertimenti, e libertà tale, che ben presto il demonio, per mezzo di cattivi compagni, scacciò Dio dal di lui cuore, e v’alzò il suo trono; più non si discorreva di Dio; erano sbanditi i libri di Spirito, eran subentrati quelli d’amore, e di questo egli si allacciò talmente con una rea donzella, che la volle complice nello sfogo delle sue passioni. Parenti, ecco il frutto della vostra prova. Che dite? Che dico? Immaginatevi pure, che il cordoglio de’ parenti era grandissimo, spesse le ammonizioni, spesse le minacce, ma tutto invano: Sì, che vi fu un parente, il quale gli disse: Or sappiate, esser risoluti i vostri maggiori di volervi in una prigione, se non abbandonate la rea compagna. Se la rise il giovane, e voltò dispettosamente le spalle al savio parente; indi tra se stesso andò pensando di sottrarsi dalla carcere che gli sovrastava; comunicò l’accidente all’amica. Si risolsero alla fuga con abiti mentiti, vestiti pur da uomo la femmina; e la mattina per tempo si partirono dalla Città. Non erano lungi da essa che poche miglia: quando, videro scendere da una collina una truppa di sbirri, teme il giovane, esser quelli che dovevano catturarlo: si cambiò di sembiante: pose la mano alla pistola per difendersi. Vedutosi ciò dagli sbirri, sospettarono di male, e fattosi loro incontro per indagar chi fossero, la risposta fu spararglisi dal giovane una pistola alla vita, con cui stese a terra uno di quegli sbirri. Gli altri, per assicurarsi, con colpi replicati di pistola, ammazzarono il misero giovane; e già stavano per uccidere l’altro; e intanto non lo fecero, perché udirono dirsi: son donna, son femmina: Ella fu, che disse, esser quegli il tal cavaliere. Or ditemi: chi scortò gli anni, chi abbreviò la vita a questo cavaliere? il peccato: Il peccato l’hà da scortare a voi; quei compagni, quella nemicizia, quell’amore; presto dunque, se bramate vita più lunga, ritiratevi da’ peccati, ritiratevene, perché si muore, e perché si può morire di momento in momento; vivete come volete esser trovato alla Morte, ea ratione vivendum, v’insegna un gentile, qua semper moriendum.

LIMOSINA

Thesaurizate vobis thesauros in cœlo!

Tanto è, impone l’odierno Vangelo. Non crediate U.U. che per obbedire a queste voci di Dio che vuole che noi traffichiamo col cielo, e colà posiamo i nostri tesori, sia necessario trovare una nave, la quale carica di danari, possa solcare l’aria e felicemente possa approdare alle spiagge del Paradiso; oppure un corriere che veloce porti in cielo quelle lettere di cambio che chiudono l’oro dentro un inchiostro. Appunto, non vi vuol tanta fatica. Se volete tesoreggiare in Cielo, basta praticare quanto San Lorenzo disse à Valeriano: facultates quas requiris, in cœlestes thesauros manus pauperum deportaverunt. Eccovi il modo sicuro: fate limosina a’ poveri, e sarete certi d’avere collocati tesori in Cielo. Del resto, chi m’ha condotto qui, per nevi, per venti, per ghiacci, per acqua? Una sola cosa: La salute delle anime vostre; perché mi dichiaro che non quæro vestra, sed vos, non quæ mea sunt, sed quæ Jesu Christi, perché mi affaticherò ogni mattina per salvarvi; Io dunque per salvar le anime vostre non ho guardato à stenti, non risparmierò fatica; e voi per salvar voi stessi non vorrete scomodarvi per mezz’ora? Avvertite che non basta dire: verrò una, due, tre volte, ma sempre o qui o altrove; perché non sapete qual sia quella Predica, nella quale il Signore vuol toccarvi il cuore, e può esser, che da quella dipenda la vostra salute. Se poi volete cavar frutto dalla Divina Parola non dovete venire per curiosità per sentire nobiltà di stile, abbondanza di erudizione, ma per migliorare la vostra vita; né pur dovete venire per applicare al terzo, e quarto, quello che forse sarà necessario per voi; Vir sapiens, dice lo Spirito Santo, quodcum que audierit, laudabit, et ad se adjiciet. L’Uomo savio, e prudente, applica à se quanto ode di profittevole, e fa appunto come l’Albero di cinnamomo piantato in terra palustre, il quale, per nutrirsi, tira à sé quanto di acqua gli sta vicino. Volete dunque cavar frutto dalle Prediche? Venite ad udirle, per approffittarvene.

PARTE SECONDA

Quasi, dissi, scuserei costoro che quantunque sappiano che possono morire di momento in momento, si mettono a rischio di perder l’anima, quando ad un
risico di tal sorte vi si mettessero per qualche grand’emolumento. Voi mettete à rischio di perdere l’Anima, l’Eternità, il Paradiso; voi vi ponete super puteum abyssi, sull’orlo di un pozzo pieno di fuoco, ove, se cadete, dovrete starvi per tutta una eternità; l’utile, il guadagno, l’emolumento qual è? Un piacere di senso, uno sfogo di odio, un interesse di robba, che deve lasciarsi; e questo deve presso di voi preponderare di tal modo, che mettiate l’Anima a procinto di perderla? Nolite, nolite, grida Geremia, decipere animas vestras; non ingannate l’anime vostre con metterle a pericolo sì funesto di perderle eternamente. Che si ha dunque da fare? Ciò, che fecero i Niniviti. Questi appena sentirono intimarsi dal Profeta Giona adhuc quadraginta dies, et Ninives subvertetur. Quaranta giorni vi restano per la rovina de’ Niniviti; che subito tutti dal primo fino all’ultimo, plenam terroribus pœnitentiam egerunt, si misero a far penitenza de’ loro peccati; e senza aspettare gli Editti Regi, subito si vestirono di cilizio, si cinsero di corda si aspersero di ceneri, e domandarono perdono e pietà. Peccatori, poco tempo vi rimane; la morte si avvicina, l’avete accelerata con le vostre sceleraggini. Dunque una sollecita e santa Confessione: Che rispondete? che vi farà tempo e vorrete mettere in sì gran pericolo l’anima vostra? I Niniviti sapevano d’aver quaranta giorni di tempo; e pur non dissero: v’è tempo: seguitiamo ne’ nostri amori, negli odii, negl’interessi, ma fecero penitenza. Molto meno puoi dir tu, peccatore: v’è tempo, vi farà tempo; perché a te non fur promessi da alcun Profeta quaranta giorni; Tu non puoi comprometterti né pur d’un’ora: nescitis quando tempus fit. Dunque, che si ha da fare? Io non dico, che vi vestiate di cilicio, che vi cingiate di corde, che vi aspergiate di cenere; ma almeno scindite corda vestra, portatevi à piedi d’un Confessore buono, ma sollecitate: e ivi dopo aver manifestate le vostre colpe tutte, ma tutte, scindite corda vestra con un vero dolore, con un fermo proposito.

QUARESIMALE (II)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (12)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (12)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O Tip. E Libr. SALESIANA

V.

S’INCOMINCIA DA SER TUTTESALLE E SI VA A FINIRE COL FILOSOFO HEGEL.

Conobbi un tale (il buon Padre Cesari l’avrebbe chiamato ser Tuttesalle) nella cui grammatica credo che il verbo sbagliare non si trovasse mai nella prima persona, o per lo meno doveva aver voto di non recitarlo; perché la parola ho sbagliato non ci fu mai caso che gli uscisse dalla chiostra dei denti. E notate: costui aveva in corpo (o sel credeva) tutta quanta l’enciclopedia, e dissertava di tutto, d’arti, di lettere, di scienze, di filosofia, di teologia, d’astronomia, di matematica, di fisica, di storia, d’archeologia, di botanica, e chi più ne ha più ne metta, come dice un bell’umor di poeta; sicché lascio pensar a voi se ne sballava di grosse! Bello era poi sentirlo, quando alcuno osasse, coltolo in fallo, metterlo, come suol dirsi, colle spalle al muro; come s’agitava allora e si contorceva, e si divincolava, e affannava, e alzava un gran vocione, e affollava parole a torrenti… Povero Tuttesalle! Lascio stare che tutti l’avevano in tasca, e il fuggivano come il diavol la croce: ma quanta fatica di meno a dir semplicemente: ho fallato!… Io gliel dissi più volte; non arrivò mai a capirla. Caduto infermo (come s’intendeva anche di patologia e di medicina) fu a contrasto col medico, non volle accordarsi né sulla malattia, né sulla cura, e morì protestando fino all’ultimo, che il suo male non era punto pericoloso. Difatti s’è visto! Quanto a me; trovai sempre più facile confessar un errore, che volerlo difendere. M’accadde più volte, quando facevo il maestro di scuola, che insegnando, specie la storia, mi venisse sbagliato un nome, una data od anche un fatto. Accortomene, incominciavo la prima lezione col dire a’ miei scolari così: — Figliuoli, ieri o ier l’altro me ne è accaduta una bella. Grazie alla mia prodigiosa memoria ho preso un granchio solenne! —- A quest’esordio tutti sbarravano gli occhi, tendevano l’orecchie; ed io: — v’ho detto che Colombo sferrò dal porto di Palos nel 1482; niente vero, correggete, è il 92. — Oppure: —: v’ho raccontato di Federico II, che morì soffocato con un guanciale da suo figlio Manfredi. Badate, è una voce corsa ‘a que’ tempi là, cui pare credesse Dante che pose in bocca a Manfredi quel verso: Orribil furon li peccati miei; Però storicamente non è certo… Anzi nol credete, ve ne prego; fa troppo male a pensare che un giovanetto che come il dipinge l’Alighieri: biond’era e bello e di gentile aspetto, chiudesse in petto un’anima cotanto nera. – E così altre volte d’altri fatti: né mi sono mai accorto che questo disdirmi mi nuocesse o mi disonorasse comechessia presso i miei giovani scolari. Che anzi; se avessi a dire, amavano quella mia schiettezza, e me ne pigliavano sempre; più: stima e confidenza ed affetto. Oh il bel cuore che hanno i giovani; e come ben disposto all’amore della santa verità. Peccato che più tardi i pregiudizi del mondo ne guastino tanti! Giunti a questo punto, mi pare or- mai tempo di stabilire qualche buon principio. Proviamoci dunque, 1° principio: l’uomo è fatto per la verità pel e bene. — Che ve ne pare? Vi va?— Oh qui, per grazia di Dio, ci troviamo tutti d’accordo. – Andiamo innanzi: 2° principio: l’uomo: é fallibile e peccabile; cioè può deviare e dal vero è dal bene, cioè ancora, può cadere nel male e nell’errore. — Arche ciò è evidente a meno che dell’uomo non volessimo farne un Dio. Posti così questi due chiari ed evidentissimi principii, che conseguenza ne trarremo? Che l’uomo (state attenti) decaduto, per una disgrazia assai comune; dal vero e dal bene; sel nega tornarci, nega il suo fine, nega d’esser fatto per la verità, d’essere fatto pel bene. E ciò negando, dite, s’avvilisce o s’onora? Ma voi la risposta. Io che amo le figure ed i paragoni vi conterò che una volta due amici viaggiavano sul caval di san Francesco da Viareggio a Lucca. L’uno disse: questa è la strada, e l’altro seguitò. Camminato un buon tratto, quegli disse al compagno: — sai! abbiam fallato la strada. — E l’altro: — Anzi la é proprio questa che ho detto e non altra. — Nacque disputa, e la conclusione fu, che l’uno dié volta, e, sebbene in ritardo, riuscì a Lucca. L’altro andò a perdersi in una bassura delle Maremme. Simile accade più meno a chiunque s’ostina, per un falso punto d’onore e d’umano rispetto, a rimanersi nell’errore. – E qui parmi il luogo d’ammonirvi, miei cari, giovani, d’un grossolano pregiudizio assai divulgato a’ dì nostri, divulgato penso dalla GRAN BESTIA o per lo, meno dagli amici di lei. Parlando di religioni, v’accadrà di sentir, più d’uno a buttar là con gran sicumera questa sentenza: — uomo d’onore non cambia la sua religione. — o lodare, per esempio, un eretico, perché è morto nella religione dei suoi padri! Pare impossibile che proposizioni così sbardellate possano uscir di bocca a chi ha fior di buon senso. Giacché il sostenere che uno, foss’anche turco od ebreo, non deve cambiare religione mai; o è sciocchezza senza nome, e alle sciocchezze non accade rispondere; o torna a dire, che tutte le religioni son buone; se tutte son buone, dunque tutte vere: e se vere (come tutte più o meno si contradicono tra loro) dunque il sì e il no saranno la medesima cosa. O vi pare? Voi ridete, cari giovani; ma riderete ancor più di cuore, se vi dirò, che ci fu a giorni nostri un certo Hegel, uno di quei tedesconi filosofi, cui s’usa far tanto di berretta, che dopo aver impallidito sui libri tutta quanta la vita, stringi stringi, è venuto appunto a questa conclusione: che il sì e il no, il bianco e il nero, la luce e le tenebre, in una parola l’essere e il nulla sono precisamente la stessa, stessissima cosa; questa la conclusione ultima di tutta quanta la sua filosofia!… E dire che ci hanno italiani, i quali smaniano di mandarci a scuola da cosiffatti dottori!… M’interrompo per non dirne una grossa.

VI.

COMBATTER SEMPRE.

ESEMPI ITALIANI E FRANCESI, SACRI E PROFANI ALLA RINFUSA.

Fra tante chiacchere in sostanza (raccapezziamoci un po) mi pare avervi dati due ricordi, suggeriti da mezzi principali a francarvi dalla Bestia. 1°, troncarle la coda fin dai primi e più lievi principii; 2°, se mai v’accada per disgrazia di cadere un tratto a’ suoi piedi, tosto rialzarvi. Ora vengo ad un terzo avvertimento; ed è questo: che contro la mala BESTIA, non solo in gioventù; ana dovrete tenervi in arme tutta quanta la vita; perché ella è bestia sì versatile; sa prendere tante forme; uscire in tal sorprese, presentarsi improvvisa in aspetti sì strani e diversi; che a volte ‘anche l’uomo uomo, vo’ dir, l’uomo vero; in un momento di sonnolenza, di distrazione o di fiacchezza, può cader vinto. Udite caso d’un Santo. – M’immagino abbiate qualche idea di quel gran Padre de’ poveri e benefattore della Francia, anzi del mondo che fu s. Vincenzo de’ Paoli; uomo così nemico della GRAN BESTIA, che diceva, esser, meglio cader nel fuoco con mani e piedi incatenati, che operare per umano rispetto; e alla corte, ove il traeva sovente la sua carica di Consiglier della Corona per gli affari ecclesiastici; soleva comparire così poveramente vestito, che un giorno il Cardinale ministro Mazarino ebbe a pigliarlo pel cinto, e traendolo davanti alla Regina reggente, dirle: — vedete, maestà, con che lusso presentasi a corte il Signor Vincenzo: — A che egli tranquillamente sorridendo rispose, miglior abito non convenirsi al figlio, quale egli era; d’un povero contadino. Or bene; di questo gran Santo si narra, che un giorno, venuto a trovarlo dal suo lontano paesello in Parigi certo suo nipote, semplice, rozzo e grossamente vestito, come usano i contadini, saputolo s. Vincenzo, gliene prese certa vergogna, e già stava per ordinare al portinaio di farlo entrare per un porta segreta, che altri nol vedesse. Ma accortosi tutto a un tratto esser quello un pensiero ispiratogli dalla mala BESTIA, e amaramente pentito d’essersene lasciato sopraffare un istante: — aspettate (disse al portinaio) vengo io stesso. — E sceso alla porta, abbracciò con festa il nipote, e facendolo vedere a’ suoi preti e ad altre ragguardevoli persone venute in quel punto a trovarlo:— vedete, vedete! (diceva a tutti) questo è un mio caro nipote, è il più civile di tutta la mia famiglia… Da questo fatto potete vedere; giovani. miei, come la BESTIA torni audace all’assalto, anche contro i petti più forti, anche dopo le più vergognose sconfitte. Perciò non vi terrete mai troppo franchi e sicuri. E poiché questo fatto me ne tira in mente degli; altri, lasciate ve ne conti ancora qualcheduno. V’imparerete, che, come si deve innanzi tutto rispettare e servir Dio senza paura dell’uomo, così s’ha a vincere ogni vergogna ed umano rispetto nel riconoscere ed obbedire i parenti. – Abbiamo dalla storia, che quando il B. Benedetto XI fu eletto Papa, che avvenne nei principii del secolo XIV, sua madre, in abito semplice e dimesso, qual portava sua condizione, se ne venne a Roma, per desiderio di vederlo: Un figlio Papa! mi burlate! non so quante madri dopo lei avranno potuto godere di simile fortuna. Ma i famigliari del Papa, veduta: la buona donna in quell’arnese, che pareva poco dicevole alla pontificale maestà, pensarono doverla alquanto rimpannucciare, e messele d’attorno non so che gale, la presentarono: — Santità, ecco vostra madre … Mia madre! (rispose; sginardandola da capo a piedi il Pontefice) vi sbagliate. Oh la conosco ben’io quella povera donna di mia madre: non ha mica tanti fronzoli d’attorno. — E non ci fu verso la volesse riconoscere, finché non gli venne presentata nel suo abito ordinario. Allora l’accolse con grande allegrezza, sì intertenne a lungo con lei, le die’ tutti i segni d’affetto e di confidenza figliale, e la rimandò colma di benedizioni e di doni. E perché altri non dica che so solo racconti di sacristia, togliete qua, vo’ parlarvi d’un soldato, di cui forse avrete già letto o sentito a parlare. Chiamavasi Francesco Bussone, figlio d’un povero contadino, e stavasene in un bosco, vicino alla città di Carmagnola, troncando certe piante, quando s’abbattè a passare per di là una pattuglia che andava in volta a far reclute di soldati pel Visconti di Milano. Allora non avevamo ancora le delizie della leva forzata. Chi sentivasi il prurito di rompere o farsi rompere le ossa, padrone; ma non obbligavasi alcuno. E sia detto questo tra parentesi: torno al racconto. Invitato da coloro a scriversi soldato, il buon Cecco stette alquanto fra due; indi gittata in aria la scure tra i rami dell’albero che stava tagliando, disse: — se la ricasca, rimango; se no, vengo soldato. — La scure rimase impigliata tra i rami; il Bussone andò soldato e seppe menar sì bene le mani, che in pochi anni, rapidamente percorsi i gradi della milizia, divenne quel gran Capitano, che va famoso per le storie col nome di Conte di Carmagnola. Un taglialegna eh! che ve ne pare? Or bene, di lui si racconta, che, udita avendo il vecchio padre la sua fama, partissi di Piemonte, e n’andò sino a Venezia, tratto dal desiderio di vedere un tanto figliuolo; e caso volle, guardate! che vi giungesse proprio in quel dì che per decreto del senato festeggiavasi la vittoria di Maclodio riportata dal Conte sulle genti del Duca di Milano. La città era tutta in festa, tutta musica e bandiere, e un’onda immensa di popolo schiamazzante allagava le piazze e le vie. Il povero vecchio fra quel parapiglia non sapeva neppur lui dove s’avesse la testa; pur sentendo qua e là gridare il nome del conte, capi così in aria, quella gran festa dover farsi pel suo figliuolo. Preso lingua dalle persone e inteso d’una grande Sfilata che dal palazzo della Repubblica doveva recarsi a s. Marco, scelse un buon posto e lì stette lung’ora aspettando. Ed ecco finalmente la processione farsi largo tra la calca; ecco sfilar. soldati d’ ogni arma con bandiere, stemmi, trofei d’ogni ragione, poi le corporazioni dell’ arti con lor proprie insegne, poi gli ufficiali della repubblica con loro divise, poi, in gran roboni che spazzavano la strada, que’ fieri senatori, poi più fiero ancora, il Doge con alla dritta (poiché era il santo di quella festa) tutto serrato nella sua splendida ar- matura, il Conte di Carmagnola, alla cui vista i battimani e gli applausi n’andavano alle stelle. E il suo vecchio padre era lì confuso tra la folla, che udiva, vedeva e parevagli sognare. Quando sentì dire: — è là, ecco il gran Capitano, — sospinse gli occhi guardarlo, e due grossi lagrimoni gli scesero lenti tra le rughe delle guance. S’era appena tersi gli occhi col dosso della mano, che vede il Conte arrestarglisi in faccia, guardarlo fisso, far due passi verso di lui, stendergli le braccia — Babbo caro, voi qui.l….. Tu il mio Cecco….. mormorò il vecchio e gli cadde nelle braccia senza parola. Così in mezzo a quella gran festa e a quegli applausi fatto tanto grande il Carmagnola, non dimenticò d’esser Cecco Bussone, non inorgoglì di sè, non arrossì di suo padre, e dopo averlo teneramente abbracciato , e presentatolo al Doge e ai senatori, così in poveri abiti da contadino com’era, il volle al suo fianco in tutta quella tanto a lui gloriosa giornata. Evviva il buon piemontese Val più questo tratto di Cecco Bussone, che tutte le vittorie del Conte di Carmagnola. – E così, o cari giovani, non vi mancano buoni esempi da imitare, Se mai v’accada, come a S. Vincenzo, come al b. Benedetto e come al Carmagnola, d’aver povera ed umile famiglia e voi col vostro studio, coll’onestà, con valore innalzarvi a miglior condizione. – Or sentite ancor questa; è il rovescio della medaglia. — Bernardino, piccolo, possidente e coltivatore di terra di un povero paesello nei dintorni di Genova, non aveva saputo guardarsi dalla vanità solita dei padri di bassa fortuna, di tirar su il suo figliuolo negli studi, per farne poi, chi sa che? forse un mediconzolo da villaggio, o un avvocatuzzo di liti disperate, o un maestrino, o un segretario comunale almeno. Sedotto a’ bei sogni, il povero Bernardino con infinito spendio e amare privazioni, teneva il figlio a pensione in città, sperando studiasse di buzzo buono e s’avviasse a diventar un uomo. Ma dopo qualche anno, avvedutosi ch’e’ sciupava ranno e sapone, e il figlio, sempre testa vuota ad un modo, gli pigliava per soprassello cert’aria di me n’impipo, e incominciava vestir attillato e lisciar la zazzera: e metter Su l’occhialino, e usare a caffè, ed altre cotali smancerie da scervellato, cominciò il buon uomo a dimenar la testa e soffiare e brontolar tre denti: O me! e’ non pare più il mio Peppo. — E mulinava e mulinava…. finché un giorno scontratolo a zonzo con certi giovinastroni per non so che via della città, e addatosi che, voltando la faccia facea le viste di non riconoscerlo; gli corse difilato alla vita, e senza tanti rispetti della sguaiata compagnia, afferratolo per un braccio: – Ah si neh! ti vergogni di tuo padre? Vien con me; basta ormai di questa vita; — e datagli una strappata, sel trasse al paesello, gli bruciò sugli occhi i libri che gli aveva comperati, gli pose in mano una brava zappa e riuscì ancora a farne un buon contadino par suo. E tal sia di que’ sguaiati figliuoli che al vile rispetto della BESTIA sacrificano il rispetto e l’amore sacrosanto che devono ai loro genitori.

VIVA CRISTO RE (17)

CRISTO-RE (17)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XXI

CRISTO, RE DELLA VITA UMANA

Cristo è il Re della vita umana!

Qual è il valore della vita per un Cattolico? Non è nessuno dei due estremi: né il godimento eccessivo della vita attraverso il lusso sfrenato, i piaceri o il culto del corpo; né l’altro estremo, il frivolo disprezzo dell’esistenza, che può arrivare fino al suicidio. La Chiesa cattolica ha sempre avuto una visione seria e rispettosa della vita e della salute. Non affermiamo ciò che tanti sostengono a torto: che “la salute è il bene più grande del mondo” – valutiamo molto di più l’anima – ma confessiamo apertamente che “la salute è il più grande dei beni terreni”; che è lecito, anzi necessario, fare sacrifici per essa; e che nessuno ha il diritto di accorciare di un giorno o di un’ora il tempo che la Provvidenza gli ha assegnato. – Pertanto, il Cattolico dà tutto il diritto che gli spetta alla salute, alla cura del corpo, perché sa bene che con un corpo malato non si può fare molto. Non è forse in questa vita che ci santifichiamo e ci rendiamo degni della vita eterna? Dobbiamo meritarla con il lavoro onesto, con l’adempimento fedele del dovere, con l’apostolato… E per questo abbiamo bisogno di un corpo forte e sano. La Religione cattolica parla continuamente della vita eterna e ci incoraggia costantemente a meritarla, ma non dimentica questa vita terrena. Non solo l’anima dell’uomo è santa, ma anche il corpo lo è, poiché è il dono di Dio Creatore. Per lo stesso motivo, la Chiesa ha sempre trattato il corpo umano con santa sollecitudine e lo ha sempre rispettato. Nel Battesimo, con cui la Chiesa ci accoglie, l’acqua santa tocca il nostro corpo, benedicendoci; nella Cresima, il crisma usato dal Vescovo unge il corpo; e nella sepoltura, l’acqua santa tocca di nuovo il nostro corpo. Per noi la vita terrena non è una punizione, come nella nebulosa dottrina della reincarnazione asiatica. No. Per noi la vita terrena è il mezzo che Dio ci dà per raggiungere la vita eterna. – Ciononostante, la Chiesa ci chiede di essere duri con noi stessi, di avere disciplina, abnegazione…. Non lo chiede per il gusto dell’abnegazione in sé, ma per garantire l’armonia tra corpo e anima. Questa armonia è stata disturbata dal peccato originale. Da allora il corpo è incline al peccato e non possiamo riconquistare la supremazia dell’anima sul corpo se non attraverso una severa disciplina. La Chiesa ha sempre apprezzato questa vita terrena e le ha dato l’importanza che merita. Essa dà valore alla vita corporea e a tutto ciò che è necessario per essere sani. Esistevano sette exoteriche (gli gnostici, i manichei) che vedevano nel corpo umano l’opera del principe del male e consideravano la vita terrena una tortura. La Chiesa li bollò come eretici. Ma allo stesso modo ha dichiarato eretici altri fanatici che, interpretando male la parola del Signore, chiedevano a tutti l’estrema povertà e la distribuzione dei propri beni. La Chiesa ha sempre insegnato che non solo l’eccessiva ricchezza è nemica della vita religiosa, ma anche la povertà, la miseria estrema. L’eccessiva agiatezza ci rende delicati e tiepidi; la grande miseria ci rende spietati; l’agiatezza ci rende orgogliosi; la miseria ci fa disperare; l’agiatezza rende l’anima incapace di vivere le esigenze della fede; la miseria ci rende insensibili. Per poter rispondere alla fede religiosa, è necessario che all’uomo non manchino le condizioni più elementari della vita, quelle minime. La Chiesa lo ha sempre saputo e lo ha sempre insegnato. Per questo la Chiesa ha sempre difeso la vita e l’invulnerabilità del corpo umano. Chi non si prende cura della propria salute commette un peccato. Amputarsi un dito, come facevano alcuni per sottrarsi al servizio militare obbligatorio, è un peccato. E se qualcuno si suicida, commette uno dei peccati più gravi.

Perché il suicidio è un peccato così grave?

Perché il suicida tocca un tesoro che non è suo: la vita; e commette un peccato che non potrà mai essere riparato; con la morte viene tagliata ogni possibilità di riparazione. Certo, la Chiesa è ben consapevole di quegli argomenti sentimentali con cui lo spirito deviato della nostra epoca riveste i suicidi di un certo fascino e li riveste di eroismo; è anche consapevole della terribile situazione economica in cui alcuni possono trovarsi; eppure rimane ferma nel suo atteggiamento: considera sempre e in ogni circostanza il suicidio come uno dei peccati più gravi. Voglio essere chiaro: noi non condanniamo nessuno, lasciamo il giudizio al Signore. Solo Dio può giudicare il grado di normalità o anormalità di quel povero disgraziato, di quel nostro fratello, con l’anima spezzata e in frantumi, nel momento in cui ha alzato la mano suicida contro se stesso. Eppure la Chiesa non può cambiare la sua posizione dottrinale; non può cambiare la sua opinione che solo Colui che ha dato la vita, il Creatore, può togliercela, e che né la malattia, né la morte di persone care, né la perdita di fortuna, né la delusione, né le illusioni frustrate, né la disgrazia, né la bancarotta, né qualsiasi altra prova ci danno il diritto di toglierci la vita. “Ma la mia vita è mia, è una mia proprietà personale! Che ti importa se voglio togliermela?” No, fratello! Tu possiedi un quadro d’arte. È l’opera di un pittore famoso. L’hai comprato. L’hai pagato. Il quadro è tuo. Eppure, non potete distruggerlo a vostro piacimento? No. Sarebbe sbagliato da parte vostra farlo. E quando si tratta della vita, essa è incomparabilmente più preziosa del miglior quadro, e anche perché la vostra vita è vostra rispetto alla mia, è vostra e non mia; ma non è vostra rispetto a Dio; non potete dire: è mia e non di Dio; è vostra nella misura in cui Dio ve la dà in usufrutto, ma è vostra nella misura in cui Dio ve la dà in usufrutto, nella misura in cui Dio ve la dà in usufrutto. È vostro nella misura in cui Dio ve lo concede in usufrutto, e ve lo concede perché porti frutto in opere buone finché non ve lo chieda. Siete usufruttuari e non proprietari assoluti. “Ma la vita è così dura, quando non c’è la minima gioia, quando si deve lottare tutto il tempo…..” Nemmeno allora. Questa vita terrena è davvero molto imperfetta; è solo uno stato di transizione. E se la sofferenza vi commuove, se la tristezza vi fa venire le lacrime agli occhi, è comprensibile. Ma romperla, annientarla?…; no, mai! “Ma nella mia vita è crollato tutto! Una cattiva amministrazione, un imbroglio, alcune decisioni sbagliate che ho preso… mi pesano e mi opprimono. Sono affondato… Che io possa almeno riparare ai miei torti!”. Espiare? Sì; ogni peccato richiede una riparazione. Ma ditemi: fare ammenda significa chiudersi la porta alle spalle, rendere impossibile qualsiasi tipo di riparazione? Riparare ciò che si è fatto di male significa avere il coraggio di correggere i propri errori, di iniziare una nuova vita. D’ora in poi potrete riparare con il vostro lavoro al peccato che avete commesso. Ma non è riparazione, bensì vigliaccheria, porre fine ad una vita sbagliata con un colpo di rivoltella; non è espiazione, ma fuga vigliacca, perché si rifiuta di pagare ciò che si deve, per risparmiarsi la fatica. Si tratta di un modo di pensare del tutto insensato e ingiusto. – Se ci guardiamo intorno, vediamo con stupore che questo modo di pensare del tutto insensato e, di conseguenza, il suicidio, si sta diffondendo al giorno d’oggi. Da quando ci sono state tante delusioni in amore, da quando ci sono stati tanti “fallimenti” negli esami, da quando la borsa va male? No, questo tipo di male non è nuovo per l’umanità, ma si sta diffondendo da quando il pensiero cristiano e la vita religiosa si sono indeboliti tra gli uomini. Per molti la vita terrena ha perso il suo valore. Come siamo arrivati a una conseguenza così fatale? Sembra strano, eppure è vero: il pilastro, la forza, il sostegno di questa vita terrena è proprio la vita eterna. Gli sfortunati adducono varie ragioni per spiegare le loro azioni: sfortuna, crisi economica, malattia, delusione…. Ma chi può dubitare che la maggior parte dei casi potrebbe essere evitata se si facesse capire loro che dovranno rendere conto a Dio, che non tutto è perduto, che la speranza non può mai venire meno quando si ripone la propria fiducia nel Signore, che è sempre pronto ad ascoltarci? Questa è una grande verità, una grande lezione tratta dall’esperienza: la vita umana, la vita sociale, ha bisogno del sostegno della Religione. Le fondamenta della società sono minate quando l’influenza della Religione viene meno. Non può esistere una società senza Religione, uno Stato senza Religione, sarebbe una follia, un omicidio. Non trovo un’altra parola: chi separa il corpo dall’anima è un assassino. E la Religione è l’anima della società. La vita dignitosa dell’uomo e la Religione formano un tutt’uno, come il corpo e l’anima. Il corpo è lo Stato; il suo fine, la prosperità naturale del popolo. L’anima è la Religione; il suo fine, la felicità eterna dell’uomo. Oggi vediamo in molti luoghi quanto scioccamente molti partiti e ideologie cerchino di far sì che lo Stato non si occupi di Religione, che la Religione non sia l’anima dello Stato…. Esaminiamo per un momento dove andrà a finire l’uomo senza Cristo. – Su questo punto si potrebbero scrivere pagine e pagine, raccontando i casi più improbabili. Ne trascrivo alcuni presi a caso; basteranno questi pochi per sentire come l’uomo si svilisce, come si abbassa il suo livello spirituale, come scompaiono i tratti umani dal suo volto, se durante il suo pellegrinaggio terreno si allontana da Gesù Cristo. A volte basta una piccola notizia di giornale per avviare le mie riflessioni. Ad esempio, l’Amministrazione postale degli Stati Uniti ha comunicato di aver adottato una nuova misura in via sperimentale, che si è rivelata molto efficace. Aggiunge che, una volta terminata la sperimentazione, sarà adottata definitivamente e la raccomanda vivamente agli interessati. Qual è l’innovazione? Che le poste si impegnano a trasportare a un prezzo molto vantaggioso, come “pegno senza valore”, le ceneri rimaste dai cadaveri bruciati. Con una piccola spesa, chiunque può inviare per posta le ceneri di un proprio caro… “gettone senza valore”… È un motivo di indignazione? A qualcuno potrebbe non sembrare, ma se ci pensiamo un po’… Non sentiamo tutti che qui manca qualcosa, che manca qualcosa nel giudizio degli uomini? – Non molto tempo fa è morto a Varsavia un famoso ladro, al cui funerale ha partecipato una folla immensa. In passato, la presenza a un funerale era un omaggio al defunto; da qui il nome “onoranze funebri”. Oggi muore un capo bandito o si suicida un uomo disperato, e gli uomini, isterici e non, eccitati dalle notizie sensazionalistiche dei giornali, sono capaci di aspettare per lunghe ore per assistere al momento della sepoltura. Scienziati di grande valore, artisti, genitori che fanno il loro dovere fino in fondo con silenzioso eroismo, sono accompagnati da pochi sull’ultima strada; ma quando si tratta di un assassino o di un suicida, i giornali lo pubblicano con numerose fotografie, e al funerale partecipa una folla immensa. Non sentiamo tutti che manca qualcosa nel giudizio degli uomini? – E che dire dei fautori del “suicidio assistito” e dell’eutanasia che, attraverso conferenze e articoli sui media, inducono le persone a porre fine alla propria vita? Che fatto terribile – e di cui nessuno sembra aver paura – che si debbano mettere recinzioni e sbarre intorno ai ponti per impedire alla gente di buttarsi giù! Non sentiamo tutti di aver perso Cristo? Non sentiamo tutti la bancarotta definitiva dell’incredulità? Dov’è il male? Nel fatto che abbiamo dimenticato che Cristo è anche il Re di questa vita terrena; non pensiamo di vivere secondo la dottrina di Cristo. Non c’è rimedio a questo se non in Cristo. Questo è l’unico modo efficace per prevenire il suicidio. Dobbiamo fare tutto il possibile per difendere la vita umana. Dobbiamo avere compassione per i suicidi. D’accordo. Ma… gli articoli che descrivono dettagliatamente come tale persona si è suicidata dovrebbero essere vietati dai media. Tutte le misure preventive sono giuste e lodevoli…. – Ma quando saranno efficaci tutte queste misure? Quando andremo a bere di nuovo alla fonte delle acque vive; quando torneremo a vivere per fede e ci renderemo conto che questa vita è il tempo della prova che Dio ci ha dato per diventare come Lui nell’amore, facendo la Sua volontà. Non ci è lecito abbandonare il posto di sentinella che Egli ci ha destinato, non ci è lecito fuggire vigliaccamente, ma dobbiamo perseverare in mezzo al fango e alla tempesta, al sole e al gelo, nella buona e nella cattiva sorte, facendo sempre il nostro dovere. “Chi ha orecchio ascolti….: A chi vince darò da mangiare dell’albero della vita, che è in mezzo al paradiso del mio Dio” (Apocalisse II:7).

* * *

Cristo è il Re di tutta la nostra vita e solo una fede viva ancorata a Cristo è in grado di aiutarci quando la nostra vita è difficile. Abbiamo bisogno di corrimano quando saliamo su sentieri ripidi e delimitati da abissi vertiginosi. Questa strada ripida è la vita; il corrimano è la fede. Abbiamo bisogno della forza per continuare a vivere, la forza della fede. Oggi assistiamo ad una grande battaglia: quella disperata del divino e del diabolico, del bello e del brutto, del concetto cristiano e di quello pagano della vita. Con Cristo la vita ha un senso, anche se è piena di lotte; senza Cristo la vita non vale la pena di essere vissuta. Scegliamo dunque: Cristo o Anticristo? Dio o satana? Il regno di Dio sulla terra o l’inferno oscuro di una vita senza senso? Signore, il mio corpo, la mia anima, tutto è tuo! Dammi forza, salute, un corpo robusto, un’anima pulita, affinché tutte le mie fatiche siano una continua lode in tuo onore. Che io sia l’arpa e Tu il canto che ne scaturisce! Che io sia il fuoco e che il Tuo amore arda in me! Che io sia la quercia e che Tu mi tenga in piedi!

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI-APOSATATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “APOSTOLICÆ ECCLESIÆ”

Il Santo Padre Leone XIII, ancora una volta scrive la presente Lettera Enciclica in difesa dei popoli soggetti alla deportazione ed alla schiavitù: piaga vergognosa che ha deturpato la vita di popoli che si definivano civili pur negando a tanti infelici il diritto alla libertà che Dio aveva loro concesso. Uno dei rimedi suggerito è quello della propagazione, presso questi miseri popoli, della Religione di Cristo che con tanto zelo e continuità ha sempre detestato questa inumana condizione che rende gli uomini, immagine di Dio, degli animali da soma. Ecco come il Pontefice si esprime ad un certo punto: « … infatti, dove sono in vigore i costumi e le leggi cristiane; dove la Religione insegna agli uomini a rispettare la giustizia ed a onorare la dignità umana; dove ampiamente si diffuse quello spirito di carità fraterna, che Cristo c’insegnò, quivi non può esistere né schiavitù, né ferocia, né barbarie; ma fioriscono la soavità dei costumi e la libertà cristiana accompagnata dalla civiltà. » Ecco perché la scellerata conduzione dei popoli attuali mira da parte di uomini della politica e delle istituzioni, asserviti a poteri tenebrosi ed occulti fomentanti odio implacabile verso tutta l’umanità, a cancellare il Cristianesimo dal cuore di tutti gli uomini, onde renderli con facilità nuovi schiavi ed asservirli ad uno sfruttamento in ogni ambito, mediante l’uso moderno congiunto di tecnologie e mezzi che producono timori, paure e finanche terrori creati artificiosamente con i media asserviti ed imbonitori diabolici. A questo, come ben sappiamo, mirano ad esempio la diffusione sempre più ampia di sostanze come il grafene e la chitina che bloccando la funzionalità della ghiandola pineale, rendeno l’uomo psicologicamente inerte ed incapace di sottrarsi al controllo mentale. Meccanismi diabolici, sì, ma realizzabili solo se si spegne la forza e la luce che Nostro Signore Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo per creare la società del figli di Dio, di cui Egli è Re, quella società che il demone infernale odia con odio inestinguibile e che tenta con ogni mezzo di trascinare con sé nel fuoco eterno. Ma noi Cattolici romani del pusillus grex, non temiamo né le armi e gli inganni del “cornuto”, né quelle dei suoi accoliti, oggi sguinzagliati in ogni dove, soprattutto nella finta chiesa dell’uomo da lui creata e gestita, che ha usurpato addirittura la Cattedra del Beato S. Pietro, Vicario in terra di Cristo, come pure nelle altrettanto false cappelline eretiche e scismatiche degli pseudo-tradizionalisti: non li temiamo perché dalla nostra abbiamo un “esercito potente schierato in battaglia”, il cui capo è le Vergine Maria, alla quale Dio fin dal principio, ha affidato il potere di schiacciare il dragone infernale ed i suoi adoratori.

Leone XIII
Catholicæ Ecclesiæ

La Chiesa cattolica, che abbraccia tutti gli uomini con carità di madre, quasi nulla ebbe più a cuore, fin dalle sue origini, come tu sai, Venerabile Fratello, che di vedere abolita e totalmente eliminata la schiavitù, che sotto un giogo crudele teneva moltissimi fra i mortali. Infatti, diligente custode della dottrina del suo Fondatore, che personalmente e con la parola degli Apostoli aveva insegnato agli uomini la fratellanza che li stringe tutti insieme, come coloro che hanno una medesima origine, sono redenti con lo stesso prezzo, e sono chiamati alla medesima eterna beatitudine, la Chiesa prese nelle proprie mani la causa negletta degli schiavi, e fu la garante imperterrita della libertà, sebbene, come richiedevano le circostanze e i tempi, si impegnasse nel suo scopo gradualmente e con moderazione. Cioè, procedeva con prudenza e discrezione, domandando costantemente ciò che desiderava nel nome della Religione, della giustizia e della umanità; con ciò fu grandemente benemerita della prosperità e della civiltà delle nazioni. – Nel corso dei secoli non rallentò mai la sollecitudine della Chiesa nel ridonare la libertà agli schiavi; anzi, quanto più fruttuosa era di giorno in giorno la sua azione, tanto più aumentava nel suo zelo. Lo attestano documenti inconfutabili della storia, la quale per tale motivo designò all’ammirazione dei posteri parecchi Nostri antecessori, fra i quali primeggiano San Gregorio Magno, Adriano I, Alessandro III, Innocenzo III, Gregorio IX, Pio II, Leone X, Paolo III, Urbano VIII, Benedetto XIV, Pio VII, Gregorio XVI, i quali posero in opera ogni cura perché l’istituzione della schiavitù, dove esisteva, venisse estirpata, e là dove era stata sterminata non rivivessero più i suoi germi. – Una così gloriosa eredità, lasciataci dai Nostri predecessori, non poteva essere ripudiata da Noi, per cui non abbiamo tralasciato alcuna occasione che Ci si offrisse di biasimare apertamente e di condannare questo flagello della schiavitù; espressamente ne abbiamo trattato nella Epistola scritta il 5 maggio 1888 ai Vescovi del Brasile, con la quale Ci siamo congratulati per quanto essi avevano con lodevole esempio operato pubblicamente in quel Paese per la libertà degli schiavi, e insieme abbiamo dimostrato quanto la schiavitù si opponga alla Religione ed alla dignità dell’uomo. – Invero, quando scrivevamo tali cose, Ci sentivamo fortemente commossi per la condizione di coloro che sono soggetti all’altrui dominio; e molto più raccapriccio provammo al racconto delle tribolazioni da cui sono oppressi tutti gli abitanti di alcune regioni del centro dell’Africa. È cosa dolorosa ed orrenda constatare, come abbiamo saputo da sicure informazioni, che quasi quattrocentomila Africani, senza distinzione di età e di sesso, ogni anno sono violentemente rapiti dai loro miseri villaggi, dai quali, legati con catene e percossi con bastoni durante il lungo viaggio, sono portati ai mercati dove, come bestie, sono messi in mostra e venduti. – Di fronte alle testimonianze di coloro che videro queste cose e alle recenti conferme di esploratori dell’Africa equatoriale, Ci siamo accesi dal vivo desiderio di venire, secondo le Nostre forze, in aiuto di quegli infelici e di recare sollievo alla loro sventura. Perciò, senza indugio, abbiamo incaricato il diletto Nostro figlio Cardinale Carlo Marziale Lavigerie, di cui Ci sono noti l’energia e lo zelo Apostolico, di andare per le principali città dell’Europa a far conoscere l’ignominia di questo turpissimo mercato e ad indurre i Principi ed i cittadini a portare soccorso a quelle infelicissime popolazioni. – Noi dobbiamo rendere grazie a Cristo Signore, Redentore amantissimo di tutte le genti, il quale nella sua benignità non permise che le Nostre sollecitudini andassero perdute, ma volle che riuscissero quasi come seme affidato a suolo fecondo, che promette una copiosa raccolta. Infatti, i Reggitori dei popoli e i Cattolici di tutto il mondo, e tutti coloro che rispettano i diritti delle genti e della natura, gareggiarono nell’indagare quali mezzi soprattutto siano necessari per sradicare del tutto quel commercio inumano. Un solenne Congresso tenuto testé a Bruxelles, al quale convennero i Legati dei Principi d’Europa, e una recente assemblea di privati, che col medesimo intento e con generosi propositi si radunarono a Parigi, dimostrano chiaramente che la causa dei Negri sarà difesa con quella energia e quella costanza che richiede la mole delle sciagure da cui quei miseri sono oppressi. È per questo che non vogliamo trascurare la nuova occasione che si presenta di rendere le meritate lodi ed i ringraziamenti ai Principi d’Europa ed agli altri personaggi di buona volontà: al sommo Dio domandiamo fervidamente che voglia dare felice riuscita ai loro disegni ed all’impianto di una così grande impresa. – Ma, oltre alla cura di difendere la libertà, un’altra cura più grave, più da vicino riguarda il Nostro ministero Apostolico, quella cioè che impone di adoperarci perché nelle regioni dell’Africa si propaghi la dottrina del Vangelo, che con la luce della verità divina illumini quelle popolazioni giacenti nelle tenebre e oppresse da cieca superstizione, affinché diventino con noi partecipi dell’eredità del regno di Dio. Questo impegno poi lo curiamo con tanto maggior zelo, in quanto quei popoli, ricevuta la luce evangelica, scuoteranno da sé il giogo della schiavitù umana. Infatti, dove sono in vigore i costumi e le leggi cristiane; dove la Religione insegna agli uomini a rispettare la giustizia e a onorare la dignità umana; dove ampiamente si diffuse quello spirito di carità fraterna, che Cristo c’insegnò, quivi non può esistere né schiavitù, né ferocia, né barbarie; ma fioriscono la soavità dei costumi e la libertà cristiana accompagnata dalla civiltà. – Già parecchi uomini Apostolici, quasi avanguardia di Cristo, sono andati in quelle regioni dove, per la salute dei fratelli, diedero non solo il sudore, ma anche la vita. Tuttavia, la messe è molta, ma gli operai sono pochi; per cui è necessario che moltissimi altri, animati dallo stesso spirito di Dio, senza timore alcuno né di pericoli, né di disagi, né di fatiche, vadano in quelle regioni dove si esercita quel vergognoso commercio, per recare ai loro abitanti la dottrina di Cristo congiunta alla vera libertà. – Però un’impresa di tanta gravità domanda mezzi pari alla sua ampiezza. Infatti, non si può provvedere senza grandi disponibilità all’Istituto dei missionari, ai lunghi viaggi, alla costruzione delle residenze, alla erezione e alla dotazione delle chiese e ad altre simili cose necessarie: dovremo sostenere tali spese per alcuni anni, finché, in quei luoghi dove si saranno fissati, i predicatori del Vangelo possano provvedere autonomamente. Dio volesse che Noi avessimo i mezzi con cui poter sostenere questo peso! Ma ostando ai Nostri voti le gravi angustie nelle quali Ci troviamo, con paterna voce Ci appelliamo a te, Venerabile Fratello, a tutti gli altri Vescovi e a tutti i Cattolici, e raccomandiamo alla vostra e alla loro carità una così santa e salutare opera. Infatti, desideriamo che tutti partecipino, anche con una piccola offerta, affinché il peso, diviso fra molti, diventi più leggero e tollerabile da tutti, e perché in tutti si diffonda la grazia di Cristo, trattandosi della propagazione del suo regno, e a tutti arrechi la pace, il perdono dei peccati e qualunque dono più prezioso. – Decidiamo pertanto che ogni anno, nel giorno e dove si celebrano i misteri dell’Epifania, venga raccolto denaro come offerte a favore dell’Opera ora ricordata. Scegliamo questo giorno solenne a preferenza degli altri, perché, come bene intendi, Venerabile Fratello, in quel giorno il Figlio di Dio per la prima volta si palesò alle genti, mentre si fece conoscere ai Magi, i quali perciò da San Leone Magno, Nostro antecessore, sono appunto chiamati le primizie della nostra vocazione e della fede. Speriamo pertanto che Cristo Signore, commosso dalla carità e dalle preci dei figli, i quali ricevettero la luce della verità con la rivelazione della sua divinità, illumini pure quella infelicissima parte del genere umano e la tolga dal fango della superstizione e dalla dolorosa condizione, in cui da tanto tempo giace avvilita e trascurata. – Vogliamo poi che il denaro raccolto in detto giorno nelle chiese e nelle cappelle soggette alla tua giurisdizione, sia trasmesso a Roma alla Sacra Congregazione di Propaganda. Sarà poi compito di essa ripartire questo denaro tra le Missioni che esistono o verranno istituite nelle regioni Africane, soprattutto per estirpare la schiavitù; il riparto sarà fatto in modo che le somme di denaro provenienti dalle nazioni che hanno proprie Missioni cattoliche per redimere gli schiavi, come ricordammo, vengano assegnate a mantenere e a promuovere le stesse. La rimanente elemosina sia poi ripartita con prudente criterio fra le più bisognose dalla stessa Sacra Congregazione, la quale conosce i bisogni delle Missioni. – Non dubitiamo che Dio, ricco in misericordia, accolga benignamente i voti che formuliamo per gli infelici Africani, e che tu, Venerabile Fratello, ti adopererai spontaneamente con la volontà e con il tuo lavoro perché siano abbondantemente soddisfatti questi propositi. Confidiamo inoltre che con questo temporaneo e speciale soccorso, che i fedeli daranno per abolire la piaga del traffico disumano e per sostentare i banditori del Vangelo nei luoghi dove essa esiste, non diminuirà la liberalità con la quale si sogliono promuovere le Missioni cattoliche con l’elemosina raccolta dall’Istituto che, fondato a Lione, fu detto della Propagazione della Fede. Quest’opera salutare, che già raccomandammo ai fedeli, presentandosene l’opportunità elogiamo nuovamente, desiderando che largamente estenda i suoi benefici e fiorisca in lieta prosperità. – Intanto, Venerabile Fratello, a te, al clero e ai fedeli affidati alla tua pastorale vigilanza, affettuosissimamente impartiamo la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 20 novembre 1890, anno decimoterzo del Nostro Pontificato.

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA (2023)

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione: a S. Pietro.

Semidoppio Dom. privil; di IParamentolacei.

Come le tre prime profezie del Sabato Santo con le loro preghiere sono consacrate ad Adamo, a Noè, ad Abramo, così il Breviario e il Messale, durante le tre settimane del Tempo della Settuagesima, trattano di questi Patriarchi che la Chiesa chiama rispettivamente il « padre del genere umano », il « padre della posterità » e il « padre dei credenti ». Adamo, Noè e Abramo sono le figure del Cristo nel mistero pasquale; lo abbiamo già dimostrato per i due primi, nelle due Domeniche della Settuagesima e della Sessagesima, ora lo mostreremo di Abramo. Nella liturgia ambrosiana la Domenica di Passione era chiamata « Domenica di Abramo » e si leggevano, nell’ufficiatura, i “responsori di Abramo”. Anche nella liturgia romana il Vangelo della Domenica di Passione è consacrato a questo Patriarca. « Abramo vostro Padre, – disse Gesù, – trasalì di gioia nel desiderio di vedere il mio giorno: Io vide e ne ha goduto. In verità, in verità vi dico io sono già prima che Abramo fosse ». – Dio aveva promesso ad Abramo che il Messia sarebbe nato da lui e questo Patriarca fu pervaso da una grande gioia, contemplando in anticipo, con la sua fede, l’avvento del Salvatore e allorché ne vide la realizzazione, contemplò con novella gioia l’avvenuto mistero dal limbo ove attendeva con i giusti dell’antico Testamento, che Gesù venisse a liberarli dopo la sua Passione. Quando al Tempo di Quaresima si aggiunsero le tre settimane del Tempo di Settuagesima, la Domenica consacrata ad Abramo divenne quella di Quinquagesima. Infatti, le lezioni e i responsori dell’Ufficio di questo giorno descrivono l’intera storia di questo Patriarca. Volendo formarsi un popolo suo, nel mezzo delle nazioni idolatre (Grad. e Tratto). Dio scelse Abramo come capo di questo popolo e lo chiamò Abramo, nome che significa padre di una moltitudine di nazioni. « E lo prese da Ur nella Caldea e lo protesse durante tutte le sue peregrinazioni » (Intr., Or.). « Per la fede, – dice S. Paolo – colui che è chiamato Abramo, ubbidì per andare al paese che doveva ricevere in retaggio e partì senza saper dove andasse. Egli con la fede conseguì la terra di Canaan nella quale visse più di 25 anni come straniero. È in virtù della sua fede che divenne, già vecchio, padre di Isacco e non esitò a sacrificarlo, in seguito ad ordine di Dio, sebbene fosse suo figlio unico, nel quale riponeva ogni speranza di vedere effettuate le promesse divine d’una posterità numerosa. (Agli Ebrei, XI. 8,17) – Isacco infatti rappresenta Cristo allorché fu scelto « per essere la gloriosa vittima del Padre » (VI Orazione del Sabato Santo.); allorché portò il fastello sul quale stava per essere immolato, come Gesù portò la Croce sulla quale meritò la gloria colla sua Passione; allorché fu rimpiazzato da un montone trattenuto per le corna dalle spine di un cespuglio, come Gesù, l’Agnello di Dio ebbe, dicono i Padri, la testa contornata dalle spine della sua corona; e specialmente allorché liberato miracolosamente dalla morte, fu reso alla vita per annunziare che Gesù dopo essere stato messo a morte, sarebbe risuscitato. Così con la sua fede, Abramo, che credeva senza esitare ciò che stava per avvenire, contemplò da lungi il trionfo di Gesù sulla Croce e ne gioì. Fu allora che Dio gli confermò le sue promesse: “Poiché tu non mi hai rifiutato il tuo unico figlio, io ti benedirò, ti darò una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare” (VI orat. Del Sabato santo). Queste promesse Gesù le realizzò con la sua Passione. « Il Cristo, dice S. Paolo, ci ha redenti pendendo dalla croce perché la benedizione, data ad Abramo fosse comunicata ai Gentili dal Cristo, e così noi ricevessimo mediante la fede la promessa dello Spirito », cioè lo Spirito di adozione che ci era stato promesso. « Fa’, o Dio, prega la Chiesa nel Sabato Santo, che tutti i popoli della terra divengano figli di Abramo, e, mediante l’adozione, moltiplica i figli della promessa » (3a settimana dopo l’Epifania, feria 2a – martedì) . Si comprende ora perché la Stazione oggi si fa a S. Pietro, essendo il Principe degli Apostoli che fu scelto da Gesù Cristo per essere il capo della sua Chiesa e, in una maniera assai più eccellente che Abramo stesso, « il padre di tutti i credenti ». – La fede in Gesù, morto e risuscitato, che meritò ad Abramo di essere il padre di tutte le nazioni e che permette a tutti noi di divenire suoi figli, è l’oggetto del Vangelo. Gesù Cristo vi annunzia la sua Passione ed il suo trionfo e rende la vista ad un cieco dicendogli: La tua fede ti ha salvato. Questo cieco, commenta S. Gregorio, recuperò la vista sotto gli occhi degli Apostoli, onde quelli che non potevano comprendere l’annunzio di un mistero celeste fossero confermati nella fede dai miracoli divini. Infatti bisognava che vedendolo di poi morire nel modo come lo aveva predetto, non dubitassero che doveva anche risuscitare ». (4° e 5° Orazione). L’Epistola, a sua volta mette in pieno valore la fede di Abramo e ci insegna come deve essere la nostra. « La fede senza le opere, scrive S. Giacomo, è morta. La fede si mostra con le opere. Vuoi sapere che la fede senza le opere è morta? Abramo, nostro padre, non fu giustificato dalle opere, quando offri suo figlio Isacco su l’altare? Vedi come la fede cooperò alle sue opere e come per mezzo delle opere fu resa perfetta la fede. Così si compi la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu imputato a giustizia e fu chiamato amico di Dio. Voi vedete che l’uomo è giustificato dalle opere e non dalla fede solamente » (3° Notturno). L’uomo è salvato non per essere figlio di Abramo secondo la carne, ma per esserlo secondo una fede simile a quella di Abramo. « In Cristo Gesù, scrive S. Paolo, non ha valore l’essere circonciso (Giudei), o incirconciso (Gentili), ma vale la fede operante per mezzo dell’amore ». « Progredite nell’amore, dice ancora l’Apostolo, come Cristo ci ha amati e ha offerto se stesso per noi in oblazione a Dio e in ostia di odore soave » (Ad Gal. 5, 6). – In questa domenica e nei due giorni seguenti, ha luogo in moltissime chiese, una solenne adorazione del SS.mo Sacramento, in espiazione di tutte le colpe che si commettono in questi tre giorni. Questa preghiera di espiazione, conosciuta sotto il nome di « quarant’ore », fu istituita da S. Antonio Maria Zaccaria (5 luglio) nella Congregazione dei Barnabiti, e si generalizzò, venendo riferita particolarmente a questa circostanza, sotto il pontificato di Clemente XIII, il quale nel 1765, l’arricchì di numerose indulgenze.

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XXX: 3-4

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me.

[Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guidami e assistimi.]

Ps XXX:2

In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: in justítia tua líbera me et éripe me. –

[In Te, o Signore, ho sperato, ch’io non resti confuso in eterno: nella tua giustizia líberami e sàlvami.]

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me.

[Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guídami e assistimi.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Orémus.

Preces nostras, quaesumus, Dómine, cleménter exáudi: atque, a peccatórum vínculis absolútos, ab omni nos adversitáte custódi.

[O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le nostre preghiere: e liberati dai ceppi del peccato, preservaci da ogni avversità].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.

1 Cor XIII: 1-13

“Fratres: Si linguis hóminum loquar et Angelórum, caritátem autem non hábeam, factus sum velut æs sonans aut cýmbalum tínniens. Et si habúero prophétiam, et nóverim mystéria ómnia et omnem sciéntiam: et si habúero omnem fidem, ita ut montes tránsferam, caritátem autem non habúero, nihil sum. Et si distribúero in cibos páuperum omnes facultátes meas, et si tradídero corpus meum, ita ut árdeam, caritátem autem non habuero, nihil mihi prodest. Cáritas patiens est, benígna est: cáritas non æmulátur, non agit pérperam, non inflátur, non est ambitiósa, non quærit quæ sua sunt, non irritátur, non cógitat malum, non gaudet super iniquitáte, congáudet autem veritáti: ómnia suffert, ómnia credit, ómnia sperat, ómnia sústinet. Cáritas numquam éxcidit: sive prophétiæ evacuabúntur, sive linguæ cessábunt, sive sciéntia destruétur. Ex parte enim cognóscimus, et ex parte prophetámus. Cum autem vénerit quod perféctum est, evacuábitur quod ex parte est. Cum essem párvulus, loquébar ut párvulus, sapiébam ut párvulus, cogitábam ut párvulus. Quando autem factus sum vir, evacuávi quæ erant párvuli. Vidémus nunc per spéculum in ænígmate: tunc autem fácie ad fáciem. Nunc cognósco ex parte: tunc autem cognóscam, sicut et cógnitus sum. Nunc autem manent fides, spes, cáritas, tria hæc: major autem horum est cáritas.”

[“Fratelli: Se parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, e non ho carità, sono come un bronzo sonante o un cembalo squillante. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutto lo scibile, e se avessi tutta la fede così da trasportare i monti, e non ho la carità, non sono nulla. E se distribuissi tutte le mie sostanze in nutrimento ai poveri ed offrissi il mio corpo a esser arso, e non ho la carità, nulla mi  giova. La carità è paziente, è benigna. La carità non è invidiosa, non è avventata, non si gonfia, non è burbanzosa, non cerca il proprio interesse, non s’irrita, non pensa al male; non si compiace dell’ingiustizia, ma gode della verità: tutto crede, tutto spera, tutta sopporta. La carità non verrà mai meno. Saranno, invece, abolite le profezie, anche le lingue cesseranno, e la scienza pure avrà fine. Perché la nostra conoscenza è imperfetta, e imperfettamente profetiamo; quando, poi, sarà venuto ciò che è perfetto, finirà ciò che è imperfetto. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, giudicavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma diventato uomo, ho smesso ciò che era da bambino. Adesso noi vediamo attraverso uno specchio, in modo oscuro; ma allora, a faccia a faccia. Ora conosco in parte; allora, invece, conoscerò così, come anch’io sono conosciuto. Adesso queste tre cose rimangono: la fede, la speranza, la carità; ma la più grande di esse è la carità”.

I doni che qui enumera S. Paolo sono di grande importanza. Parlar lingue sconosciute; parlar come parlano tra loro gli Angeli in cielo; predire il futuro; intendere i misteri, spiegarli e persuaderli agli altri; avere il dono d’una fede, che all’occorrenza operi prodigi strepitosi, come il trasporto delle montagne; aver l’eroismo di distribuire tutte le proprie sostanze, di gettarsi nel fuoco o di sacrificare, comunque, la propria vita per salvare quella degli altri, non è certamente da tutti. Il possedere uno solo di questi doni, il compiere una sola di queste azioni, basterebbe a formare la grandezza di un uomo. S. Paolo, che doveva conoscer bene tutti questi doni, da quello di parlar lingue straniere a quello di voler sacrificarsi per il prossimo, afferma che. son superati da un altro bene: la carità. È tanto grande la carità, che senza di essa tutti gli altri doni mancano di pregio. È vero che questi doni non sono inutili per coloro, in cui il favore di Dio li concede; ma sono inutili, senza la carità, per il bene spirituale di chi li possiede. Sono come il danaro che uno distribuisce agli altri, non serbando nulla per sé. Arricchisce gli altri, ed egli si trova in miseria. – Nelle relazioni col prossimo la carità ci fa esercitare la mansuetudine, la pazienza, la mortificazione dell’amor proprio, l’umiltà, il disinteresse. Essa ci spinge a toglier disordini, ad allontanare scandali, a sopprimere abusi, a evitar liti, a estinguere odi. Se tutti gli uomini nelle loro relazioni fossero guidati nella carità, non ci sarebbero più tribunali. La carità, insomma, indirizza, perfeziona, innalza, avvalora, santifica tutte le nostre azioni. – L’eccellenza della carità risalta ancor più dal fatto che durerà eternamente. La carità non verrà mai meno. In cielo non ci saranno più profezie, non ci sarà più il dono delle lingue, non essendovi alcuno che abbia bisogno di essere istruito. Ci sarà ancora, invece, la carità. Su questa terra abbiam bisogno della fede, della speranza e della carità, che sono come i tre organi essenziali della vita cristiana, e sono, quindi, indispensabili per la nostra santificazione. Ma la fede e la speranza cesseranno nell’altra vita. – Se quaggiù, non conoscendo Dio che per la fede, lo amiamo; quanto più deve crescere il nostro amore quando lo vedremo svelatamente? Quando contempleremo la sua bellezza che supera la bellezza delle anime più giuste e più sante; che supera la bellezza di tutti gli spiriti celesti più eccelsi; che supera tutto ciò che di bello e di buono si può immaginare, la nostra carità non avrà più limiti. Tutti gli ostacoli che quaggiù si oppongono alla carità, lassù saranno tolti. Tutto, invece, servirà ad accenderla. Se Dio non ci ha dato doni straordinari; se non abbiamo un forte ingegno, un’istruzione profonda: se non possediamo beni di fortuna: se la salute non è di ferro; se il nostro aspetto non è gradevole: non siamo inferiori, davanti a Dio, a tutti quelli che posseggono questi doni, qualora abbiamo la carità. Anzi siamo a essi immensamente superiori, se tutti questi loro doni non sono accompagnati dalla carità. Noi dobbiam curare di essere accetti agli occhi di Dio. In fondo, è un niente tutto quel che non è Dio. « Dio è Carità » (1 Giov. IV, 8). In questa fornace ardente accendiamo i nostri cuori qui in terra, se vogliamo andare un giorno a inebriarci in Dio su nel Cielo.

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

 Graduale:

Ps LXXVI: 15; LXXVI: 16

Tu es Deus qui facis mirabília solus: notam fecísti in géntibus virtútem tuam.

[Tu sei Dio, il solo che operi meraviglie: hai fatto conoscere tra le genti la tua potenza.]

Liberásti in bráchio tuo pópulum tuum, fílios Israel et Joseph

[Liberasti con la tua forza il tuo popolo, i figli di Israele e di Giuseppe.]

Tratto:

Ps XCIX: 1-2

Jubiláte Deo, omnis terra: servíte Dómino in lætítia,

V. Intráte in conspéctu ejus in exsultatióne: scitóte, quod Dóminus ipse est Deus.

V. Ipse fecit nos, et non ipsi nos: nos autem pópulus ejus, et oves páscuæ ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta: servite il Signore in letizia.

V. Entrate alla sua presenza con esultanza: sappiate che il Signore è Dio.

V. Egli stesso ci ha fatti, e non noi stessi: noi siamo il suo popolo e il suo gregge.]

Evangelium

Luc XVIII: 31-43

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus duódecim, et ait illis: Ecce, ascéndimus Jerosólymam, et consummabúntur ómnia, quæ scripta sunt per Prophétas de Fílio hominis. Tradátur enim Géntibus, et illudétur, et flagellábitur, et conspuétur: et postquam flagelláverint, occídent eum, et tértia die resúrget. Et ipsi nihil horum intellexérunt, et erat verbum istud abscónditum ab eis, et non intellegébant quæ dicebántur. Factum est autem, cum appropinquáret Jéricho, cæcus quidam sedébat secus viam, mendícans. Et cum audíret turbam prætereúntem, interrogábat, quid hoc esset. Dixérunt autem ei, quod Jesus Nazarénus transíret. Et clamávit, dicens: Jesu, fili David, miserére mei. Et qui præíbant, increpábant eum, ut tacéret. Ipse vero multo magis clamábat: Fili David, miserére mei. Stans autem Jesus, jussit illum addúci ad se. Et cum appropinquásset, interrogávit illum, dicens: Quid tibi vis fáciam? At ille dixit: Dómine, ut vídeam. Et Jesus dixit illi: Réspice, fides tua te salvum fecit. Et conféstim vidit, et sequebátur illum, magníficans Deum. Et omnis plebs ut vidit, dedit laudem Deo.” –

[In quel tempo prese seco Gesù i dodici Apostoli, e disse loro: Ecco che noi andiamo a Gerusalemme, e si adempirà tutto quello che è stato scritto da1 profeti intorno al Figliuolo dell’uomo. Imperocché sarà dato nelle mani de’ Gentili, e sarà schernito e flagellato, e gli sarà sputato in faccia, e dopo che l’avran flagellato, lo uccideranno, ed ei risorgerà il terzo giorno. Ed essi nulla compresero di tutto questo, e un tal parlare era oscuro per essi, e non intendevano quel che loro si diceva. Ed avvicinandosi Egli a Gerico, un cieco se ne stava presso della strada, accattando. E udendo la turba che passava, domandava quel che si fosse. E gli dissero che passava Gesù Nazareno. E sclamò, e disse: Gesù figliuolo di David, abbi pietà di me. E quelli che andavano innanzi lo sgridavano perché si chetasse. Ma egli sempre più esclamava: Figliuolo di David, abbi pietà di me. E Gesù soffermatosi, comandò che gliel menassero dinnanzi: E quando gli fu vicino lo interrogò, dicendo: “Che vuoi tu ch’Io ti faccia? E quegli disse: Signore, ch’io vegga. E Gesù dissegli: Vedi; la tua fede ti ha fatto salvo. E subito quegli vide, e gli andava dietro glorificando Dio. E tutto il popolo, veduto ciò, diede lode a Dio.]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LA PASSIONE DI CRISTO E LA CECITÀ DEGLI UOMINI

Quando Isacco, col fastello di legna, saliva la montagna dell’immolazione, poteva volgersi al padre che lo seguiva e domandargli: « Padre, dov’è la vittima? ». Non sapeva il giovanetto d’esser lui, la vittima. Ma Gesù ascendendo la collina di Sion non ignorava di essere il vero agnello dell’imminente sacrificio. La luna nuova di Nisan era apparsa nel cielo. Sui monti s’accendevano i fuochi. Uomini appositamente incaricati percorrevano il paese annunciando che fra quattordici giorni si sarebbe celebrata la Pasqua. Le carovane cominciavano ad organizzarsi e dai paesi più lontani si mettevano in viaggio per arrivare in tempo a purificarsi prima della festa. Gesù, che allora era in Perea, li vedeva passare allegri e li udiva lontani cantare i salmi più patetici. Per tutti la Pasqua significava la vita, ma per Lui significava morte. Già l’ora scritta nei Libri era scoccata; già l’abbominazione entrava nel luogo santo. – Gesù con i suoi discepoli mosse verso Gerusalemme, camminava avanti a tutti taciturno. Gli Apostoli, dietro, lo seguivano pieni di stupore, e la turba presentendo un’angoscia ignota era piena d’un misterioso sgomento. Gesù prese i Dodici in disparte e disse loro: « Ecco che noi ascendiamo a Gerusalemme, e si compirà tutto quello ch’è nei Profeti. Sarò tradito, schernito, flagellato, coperto di sputi. Sarò ucciso ». Gli Apostoli inorridirono. Or ecco, Cristiani: Gesù ascende ancora verso la città, o meglio, verso ogni città, ogni paese. Perché in tutte le città, in tutti i paesi la settimana del carnevale è la settimana della passione di Cristo. E nuovamente Cristo, per i peccati, verrà tradito, deriso, flagellato, sputacchiato, ucciso. È tradito quegli che è la forza di Dio e che ha pronte al suo cenno dodici legioni di Angeli. È deriso quegli che è la Sapienza increata. È flagellato quegli che è la stessa innocenza e che non conobbe peccato. È sputacchiato quegli che è la gloria di Dio, in cui gli Angeli intendono lo sguardo tremando. È ucciso quegli che è l’autore della vita. Tutto questo per il peccato. Tutto questo perché siam ciechi. 1. LA PASSIONE DI CRISTO È IL PECCATO. Una vecchia biografia di S. Domenico riferisce il seguente fatto: Una donna di costumi dubbi, contrariamente alle sue abitudini, una sera trovasi sola in casa. A un tratto udì bussare alla porta, stranamente. Va ad aprire. Le appare sulla soglia un uomo bellissimo d’aspetto, ma in preda a profonda tristezza: le chiede ospitalità per una notte. La donna lo fa entrare, gentilmente lo prega di sedere, gli offre parte della sua cena. Lo sconosciuto accetta e tace. Ma ecco che, sui panni dell’ospite, sulla sedia dove è seduto, appariscono chiazze di sangue. La donna spaventata gli cambia tovagliolo. Dopo qualche istante, il sangue affiora nuovamente, e la macchia rossa è là davanti a lei, sul petto dello sconosciuto. Allora la misera capisce. – L’uomo seduto alla sua mensa non è un uomo qualunque è l’uomo del Golgotha; e il sangue che gli scorre è il prezzo dei nostri peccati. Noi pecchiamo e il sangue sgorga dal suo cuore squarciato. In questa settimana Gesù passa per le nostre vie, per i ritrovi, per le famiglie: ha sul volto una tristezza mortale; ha sul petto una piaga mortale, che fa sangue. « Ecco – diceva Gesù – il Figliuol dell’uomo sarà tradito… » Ma allora fu tradito da uno solo, nel segreto; oggi invece sono folle deliranti di peccatori che lo tradiscono; non nel segreto e nell’ombra di un orto, ma sfacciatamente nelle piazze, nei pubblici ritrovi, nei balli, nei veglioni.  « Ecco – diceva Gesù – il Figliuol dell’uomo sarà schernito. Gli copriranno gli occhi con una benda perché indovini chi lo percuota. Gli porranno, sulle spalle, uno straccio rosso che rassomigli alla porpora dei re, e tra le mani, una canna, che raffiguri lo scettro dei re ». E Gesù fu mascherato da re da burla!… Oggi sono gli uomini che si mascherano il volto e tramutano le vesti per offenderlo senza vergogna.  – « Ecco — diceva Gesù — e il Figliuol dell’Uomo sarà coperto di sputi ». Il purissimo volto del Signore, quello che nel cielo farà la gioia dei Santi per tutta l’eternità, fu macchiato di lordure!… ma allora erano pochi soldatacci; in questa settimana, moltissimi si credono lecito di gettare il loro insulto immondo, il loro peccato vergognoso contro l’adorabile maestà del Signore. – « Ecco — diceva Gesù — e il Figliuol dell’uomo sarà ucciso ». Morire per gli uomini, immolarsi per la salvezza delle anime nostre, spargere tutto il suo sangue divino per lavare i nostri delitti mentre gli uomini, coi loro peccati, col loro diabolico carnevale, dimostrano di non saperne che fare della redenzione cruenta di Gesù Cristo! Quæ utilitas in sanguine meo! Questo pensiero fu il tormento più atroce d’ogni tormento, e i Cristiani lo rinnovano in questi giorni di pazza allegria.. Bisogna proprio dire che non comprendiamo nulla di ciò che v’è nel Cuore sacro di Gesù, bisogna proprio dire che siamo ciechi. – 2. LA NOSTRA CECITÀ. Intanto la tristissima comitiva era giunta alle porte di Gerico. Gesù taceva ancora e intorno v’era ancora un arcano sgomento. In quel camminar silenzioso e grave, s’udì levarsi dal ciglio della via un grido straziante: « Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me ». Era un povero cieco, che sdraiato nel polverone della strada, s’era accorto che passava il Signore. La folla gli impose di tacere perché non disturbasse la mestizia di quel viaggio estremo. Ma l’infelice gridò più alto di prima: « Gesù, figlio di Davide, pietà di me! ». – «Che vuoi? » gli disse il Maestro che l’aveva udito. « Ch’io veda, perché son cieco ». – « Guarda! » rispose il Signore, semplicemente. E il cieco vide. « Ch’io veda, perché sono cieco! » gridiamo noi pure a Gesù che oggi passa vicino al nostro cuore. « Ch’io veda — diciamogli — l’orribile cosa che è il peccato; ch’io veda come fu per il peccato che tu hai tanto patito; ch’io veda come al mondo non v’è un male peggiore del peccato ». Gesù aprirà gli occhi dell’anima nostra, e noi vedremo il bene e il male. – Allora questi giorni di carnevale per noi non passeranno in peccati, ma in opere buone di riparazione per tanti ciechi peccatori; non passeranno nei divertimenti impuri del mondo, ma nella serena letizia del Signore. – In una parrocchia un grande crocifisso minacciava di staccarsi dal legno. Il curato chiama il fabbro per ribadire i chiodi che sostengono l’immagine del Salvatore morente. Il fabbro appoggia la scala alla parete e sale. Giunto al crocifisso subito sente risvegliarsi quella fede che da molto tempo non aveva praticata e prova una profonda amarezza. Egli aveva tante volte coi suoi peccati ribaditi quei chiodi nella carne viva del Figlio di Dio. Ma il dolore invade il suo cuore: gli occhi son pieni di lacrime: la mano che vibra il martello è inerte. « Signor parroco, non posso! no, veramente non posso… ». Oh se nell’ora delle tentazioni fosse vivo in noi il pensiero delle sofferenze di Gesù, se nelle lusinghe del carnevale, l’immagine del crocifisso ci stesse davanti e noi pensassimo che i dolori del Cristo, e le angosce della sua passione diventano inutili per il peccato!… – I veri carnefici di Gesù non furono i soldati Romani, dalle maniche rovesciate, che nel corpo di guardia della cittadella Antonia flagellarono le spalle del Signore: i veri carnefici di Gesù siamo noi. – – FIGLI DELLA TENEBRA E FIGLI DELLA LUCE. In piena assemblea, Caifa, il gran sacerdote di quell’anno, s’era alzato a dire la sua proposta terribile: « Per conto mio, è necessario che uno muoia per tutti ». Quell’uno, tutti capirono, era Gesù di Nazareth. Ma Gesù era lontano venti miglia da Gerusalemme, in una borgata nominata Efraim, ove si tratteneva co’ suoi discepoli in conversazioni intime e in preghiera. Tuttavia, Egli non ignorava le risoluzioni minacciose del Sinedrio contro di Lui, e quando la festa di Pasqua fu vicina, si pose in viaggio verso la città della sua morte. Giunsero in vista della città di Gerico. Quando Gesù stava per entrarvi, una gran folla lo accompagnava. Il suo Nome passava altamente sulla bocca di tutti. Anche un cieco si mise a gridare: « Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me ». Bartimeo era il suo nome ed invano gli si voleva imporre di zittire, ché egli sempre più forte gridava: « Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me ». E Gesù, che già era passato oltre, intenerito da quelle pietose voci, si fermò e: « Chiamatelo », soggiunse. « Coraggio, alzati! — adesso tutti gli dicevano, — egli ti chiama ». Ma l’uomo già si era gettato via il mantello e d’un salto si portò davanti al Signore che gli disse: « Che cosa desideri da me? ». « Maestro buono, e che cosa può desiderare un cieco se non di vedere? ». « Ebbene, che tu veda! ». E da quel momento Bartimeo cessò di essere cieco. Dal brano evangelico, si presenta da sé alla nostra anima il contrasto tra Caifa e Bartimeo, tra il Sinedrio e i discepoli del Signore. Caifa ha gli occhi, ma non vede la luce vera venuta in questo mondo: egli è figlio della tenebra; Bartimeo è un povero cieco, eppure egli vede la luce vera che passa davanti a sé: egli è figlio della luce. Il Sinedrio per festeggiare la Pasqua brama la morte del Redentore, i discepoli invece lo accompagnano con affetto e con mestizia. Cristiani, quello che fu una volta si rinnova ancora nei secoli; si rinnova ancora in questa settimana. Il mondo, come un novello Caifa, s’alza a proclamare la morte di Gesù; e le turbe lo seguono per mettere in croce un’altra volta il Redentore divino. « Ecco, — ripete Egli tristemente — mi flagelleranno di nuovo con le loro orge, coi loro balli inverecondi, con i loro spettacoli impudichi; mi sputeranno di nuovo sul volto con le bestemmie, con le parole oscene; mi uccideranno coi loro peccati ». – Soltanto qualche anima, in questa settimana, innalzerà a Lui che passa la preghiera di Bartimeo: « Signore, che io veda! che io veda come il carnevale mondano altro non è che un resto di paganesimo, che io veda che in fondo a questi piaceri c’è il veleno mortale, ch’io veda che lontano da te non c’è allegria né salvezza ». – Soltanto pochi, in questa settimana, accompagneranno Gesù, consolandolo con la loro compagnia e col loro affetto. Ma queste anime, ma questi pochi sono i figli della luce. – 1. FIGLI DELLA TENEBRA. Per quale strada camminasse Dante non ce l’ha detto, quando vide uno spettacolo strano e pietoso. Un pastorello, sospingendo un suo branco di pecore, s’era trovato a passare non lungi da un pozzo circondato da un muricciolo. Ed ecco una pecora imprudente correre da quella parte, e, credendo di saltare un ostacolo, precipita nel pozzo. Allora, dietro alla sventata, due altre pecore presero la rincorsa, e poi tre e poi tutte. Inutilmente il pastore, piangendo e gridando, con le braccia e col petto cercava di frenarle nel folle impeto; giacché una dopo l’altra, tutte caddero nel pozzo. Forse aveva davanti alla mente questa scena quando il Poeta nella sua Divina Commedia scrisse quel verso proverbiale: « Uomini siate e non pecore matte! ché se una pecora si gettasse da una ripa di mille passi, tutte l’altre l’andrebbero dietro; e se una pecora per alcuna cagione al passare d’una strada salta, tutte l’altre saltano, eziandio nulla veggendo da saltare ». Ma a me pare, e parrebbe così anche a Dante se ancor fosse vivo, che moltissimi Cristiani sono più matti delle pecore matte. Vedono un compagno, un amico, un parente che in questi giorni salta nell’abisso della corruzione e del peccato, ed essi irresistibilmente vanno dietro. Vedono che il mondo si disbattezza per tornare pagano e adoratore del demonio e della carne, ed essi pure dimenticano la loro dignità di Cristiani e corrono ad adorare il demonio e la carne. Inutilmente i Sacerdoti, come quel pastorello veduto da Dante, piangono e gridano dall’altare; inutilmente con le braccia e col petto sbarrano la strada e dicono: « Guardate che il Paradiso si chiude dietro alle vostre spalle! Guardate l’abisso dell’inferno che si spalanca sotto i vostri piedi! ». Essi non odono, essi non capiscono: sono veramente figli della tenebra, veramente sono ciechi. Quando i Filistei poterono piombare addosso a Sansone addormentato, prima cosa fu quella di cavargli gli occhi: statim eruerunt oculos eius. Poi tutto riuscì facile: legarlo con più giri di catene, trascinarlo in prigione, condannarlo a girare una macina enorme di mulino (Iudic., XVI, 21). La medesima tattica è quella che il mondo ancora adopera per la rovina dei Cristiani. Prima cosa è quella di accecarli. Essi non vedono più la buona famiglia in cui crebbero e da cui furono educati; né vedono lo scandalo dei figli o dei fratelli che da quel malo esempio saranno attirati sulla via della perdizione. Essi non vedono più la loro anima, fatta divina per mezzo del Battesimo, nutrita già tante volte con l’Eucaristia. Essi non vedono il demonio, il nemico nostro, che li aspetta per fare strazio e abbominio della loro vita; né vedono la bruttezza del peccato, né il fango della disonestà. Essi non vedono più il Figlio di Dio, crocifisso e grondante sangue da ogni piaga per la loro salvezza, né vedono gli Angeli che tremano d’orrore per loro. – 2. I FIGLI DELLA LUCE. Da tre cose noi potremo ora distinguere i figli della luce: dalla risolutezza con cui respingono i piaceri mondani e pericolosi all’anima; dalla franchezza con cui sanno vincere il rispetto umano; dalla gentilezza con cui sapranno consolare il Signore di tante offese, e riparare i peccati del prossimo. – a) Risolutezza a respingere le gioie mondane. Di santa Giovanna Francesca di Chantal si racconta che, fanciulletta di cinque anni, fu accarezzata da un uomo che aveva rinunziato alla fede cattolica, il quale ad ogni costo voleva offrirle alcuni dolci. Ma la piccola, certamente mossa dallo Spirito Santo che era in lei, disse parole più assennate e belle di quanto non comportasse la sua età: « Da un uomo che non ha fede, nulla vorrò giammai accettare, neppure i dolci ». Così i figli della luce devono comportarsi col mondo e coi mondani, i quali non possono capire le cose che sono dello Spirito di Dio. Vi sentirete dire: « Che c’è di cattivo in una serata di divertimento? Dopo lunghi mesi di travaglio, che male c’è concederci uno spettacolo, un ballo, una mascherata, un veglione? ». Cristiani, figli della luce, non accettate le dolcezze del mondo e dei mondani: nascondono sempre veleno e morte spirituale. – b) Franchezza a superare il rispetto umano. — So bene che a reagire contro l’usanza cattiva di molti si rischia d’essere beffato e stimato per un bigotto; so bene che nel tempo in cui molti impazziscono, i pochi che restano sani rischiano di essere creduti pazzi. Ma non abbiate paura degli scherni dei folli, non lasciate demolire la vostra virtù da una parola, da un riso, da un cenno ironico. S. Luigi, re di Francia, si levava ogni notte a pregare, ogni giorno ascoltava l’intera l’Ufficiatura della Chiesa, una volta la settimana si confessava, leggeva poi la Bibbia e la spiegava a’ suoi cortigiani, e disputava volentieri con loro sulle verità del Catechismo. Perciò qualcuno lo derideva e lo rimproverava. « Ecco — rispose — se questo tempo, e più ancora, lo gettassi ai dadi, alla caccia, al divertimento, ai festini, essi di nulla mi appunterebbero; anzi troverebbero di che lodarmi. E allora questi scherni e queste mormorazioni, io me li tengo con orgoglio ». – c) Gentilezza nel consolare il Cuore di Gesù offeso; carità nel riparare i peccati del prossimo. — In questi giorni di peccato, sembra che dal santo altare il Signore ripeta il suo lamento: « Ho aspettato qualcuno che con me si condolesse, ma invano; ho aspettato qualcuno che mi consolasse ma invano ». A noi tocca raccogliere ora il gemito divino e circondare di affetto e adorazione maggiore l’Eucaristia. Se molti se ne allontanano in questo tempo, noi raddoppieremo le visite e le Sante Messe bene ascoltate; se molti dimenticano i Sacramenti in questi giorni, noi ci accosteremo con maggior frequenza; se molti nella Chiesa tengono un contegno distratto e irriverente, noi desteremo la nostra fede e la manifesteremo con devoto contegno. – In fine ricordiamoci che gli oltraggi fatti a Dio esigono una riparazione, altrimenti potrebbero attirare sul mondo ingrato nuove maledizioni e nuovi castighi. – Una volta il popolo d’Israele si preparava a grande festa per una recente vittoria. Ma ecco diffondersi questa notizia: « Il re Davide piange, si duole per la morte del suo figliuolo Assalonne ». Subito l’allegria tacque; le arie di musica si cangiarono in sospiro di dolore, e tutti evitarono d’entrare in Gerusalemme dove il re lagrimava (II Reg., XIX, 1-2). Volesse Iddio che anche il popolo cristiano avesse la medesima disposizione di mente e di cuore! Il popolo cristiano, che vede la Chiesa occupata in questi giorni a piangere anticipatamente la morte tragica del più amabile, del più innocente figlio, del Figlio di Dio; il popolo cristiano che sente la Chiesa ripetere con angoscia quelle parole che il Redentore disse andando alla morte: « Ecco: e noi ascendiamo a Gerusalemme dove s’adempiranno tutte le profezie: mi getteranno in balìa dei Gentili, mi scherniranno, mi flagelleranno, mi sputeranno in faccia, mi uccideranno… », con che cuore potrà abbandonarsi a peccaminose follie?

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 12-13

Benedíctus es, Dómine, doce me justificatiónes tuas: in lábiis meis pronuntiávi ómnia judícia oris tui.

[Benedetto sei Tu, o Signore, insegnami i tuoi comandamenti: le mie labbra pronunciarono tutti i decreti della tua bocca.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet.

[O Signore, Te ne preghiamo, quest’ostia ci purifichi dai nostri peccati: e, santificando i corpi e le anime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate


Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigenito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXVII: 29-30

Manducavérunt, et saturári sunt nimis, et desidérium eórum áttulit eis Dóminus: non sunt fraudáti a desidério suo.

[Mangiarono e si saziarono, e il Signore appagò i loro desiderii: non furono delusi nelle loro speranze.]

Postcommunio

Orémus. Quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui coeléstia aliménta percépimus, per hæc contra ómnia adversa muniámur. Per eundem …

[Ti preghiamo, o Dio onnipotente, affinché, ricevuti i celesti alimenti, siamo muniti da questi contro ogni avversità.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (240)

LO SCUDO DELLA FEDE (240)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (8)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

ART. IV.

L’INCENSAZIONE.

Per chi vive senza pensiero di Dio, sepolto nel sonno della più stupida indifferenza, l’aspetto stesso del firmamento non ha più voce a narrargli le glorie del suo Fattore; ma per l’uomo Cristiano l’universo è uno specchio magnifico della sua grandezza, le creature tutte sono eloquenti a parlargli di Lui, e le scienze sono come una rivelazione naturale. Ora, sublimato nelle grandi verità della fede, che egli trova in armonia colla ragione e colla scienza, e  che scioglie i problemi che facevano disperare la filosofia coll’espansione dell’anima, coi bisogni del  cuore, spazia d’orbe in orbe, e in quegli spazi, dove l’immaginazione sbigottita trema e s’arretra, si vede cader a nulla innanzi la terra, come un granellino di arena che nuota quasi perduto nel vano immenso del firmamento, e gode della magnificenza del vero Dio. Ora aguzza il pensiero, e discerne i tesori della sapienza nel fiorellino del campo, e nell’impercettibil monade, animaluccio, minuto così, che spazierebbe in giro a diporto sopra la punta di un ago, e si delizia della ricchezza del gran Creatore. Così nel piccolissimo ammira il grande, e tutto gli parla di Dio in un modo degno dell’anima, che sa contemplare. – Noi poi, che colla semplicità del fanciullo ci abbandoniamo del cuore in grembo alla Chiesa, godiamo che la buona Madre colle più semplici parole ci faccia le più sublimi rivelazioni; perché noi crediamo che Ella, sposata al Verbo Divino, in seno a Dio stesso contempli tutte le verità, come nella sua fonte, e se ne imbeva tanto, e di esse s’informi tutta così, che poi, come per istinto, modelli sopra di esse tutte le cose sue; e quelle verità traduca negli atti anche più minuti. Specchiandosi essa nel tipo del vero divino, lo riflette sulla terra, e lo rivela vestito dei riti devoti ai figli, pei quali tutto divien misterioso, e di reconditi sensi espressivo. – Per questo noi raccogliamo con ogni più fina cura, e notiamo tutto quello, che la vediam praticare, massime nella messa, in cui tutto deve essere degno di Dio. Quando nel solenne silenzio del popolo, in mezzo all’ombre misteriose del Santuario appare un giovane levita, coperto di bianca cotta, da quasi Angiolo d’avanti all’arca del testamento, e scuote per aria a catenelle sospeso un vaso, in cui ardono accesi carboni, e lo gira come un globo di fuoco innanzi all’altare del Dio tre volte Santo, noi torniam col pensiero al punto dell’eternità, in cui Dio dava principio a questo vortice di movimenti, che noi chiamiamo il tempo. Allora forse Egli nel creare l’universo librava per man degli Angeli suoi ministri, e teneva sospesi nell’immensità del firmamento la terra, il sole nostro, e tutti i soli coi loro pianeti, prima di rannodarli intorno ai centri diversi, a correre l’orbita, in cui danzano da secoli in armonia divina. Dall’immobil trono dell’Eterna Maestà ci par di vedere rotear sotto i piedi le sfere nell’armonico loro silenzio, come tanti globi sfavillanti, e consumarsi a gloria dell’immutabile Divinità, che gli alimenta e li gira. Di là poi tornando col pensiero alla terra, ci corre alla mente, come il Figliuol di Dio ci disse, di essere venuto Egli stesso a portarci un altro fuoco, quello della carità, e come a’ suoi Sacerdoti l’affidasse da mantenere vivo sempre dovunque. Allora agli occhi nostri è un mistico braciere la terra, la carità il fuoco, le opere buone sono i preziosi timiami, che si consumano nell’olocausto dell’umanità insieme col Sacrificio Divino. L’incenso adunque significa le buone opere; e nei carboni raccolti e ardenti nell’incensiere è espressa l’immagine del cuore di tutti i fedeli, che fra loro aiutandosi da buoni fratelli, si comunicano a vicenda, ed accrescono la carità. Questa consuma il sacrificio di una vita di buone opere e di orazione, che salgono al cielo, come soave profumo, che gli Angeli presentano sull’altare d’oro, innanzi al trono di Dio (S. Irin. lib. 4, cap. 24). – L’accolito porta in sull’altare l’incenso in un vaso a guisa di piccola nave; ed anche la forma di navicella ricorda come quel prezioso aroma sia giunto a noi, attraversando lontani mari. A noi mandano quell’incenso da straniere terre uomini d’altre lingue, d’altro colore; tuttavia anch’essi nostri fratelli, membri della gran famiglia, o uniti a noi già nella fede cattolica, o che aspettano di essere, mano mano che verranno acquistati alla Religione vera dell’universo, che è la Religione Cattolica. Al Sacerdote l’incenso viene presentato dal diacono; perché questi è il ministro collocato tra l’altezza del Sacerdozio e l’umiltà del popolo del Signore. Toccate così le mistiche significazioni, esporremo il rito, con cui si fa l’incensazione. – Fatta l’offerta, l’accolito sta già coll’ardente incensiere a lato del diacono. Questi presenta al Sacerdote aperta dinnanzi la navicella, e, baciandogli la mano con ossequio profondo, « Reverendo Padre, gli dice, vogliate dare la benedizione. » Il Sacerdote solleva il pensiero alla grandezza dell’azione, che compie in quell’istante, e, comprendendo dovere in sulla terra esercitare quella solenne funzione, che esercita in cielo S. Michele principe degli Angeli e delle anime che si han da salvare, invoca in soccorso alla propria miseria l’intercessione di quell’Arcangelo, perché gli presti la mano angelica alla grand’opera, dicendo nel benedire: « Per l’intercessione del beato Michele Arcangelo, che sta in paradiso a destra dell’altare dell’incenso, e di tutti i suoi eletti, si degni il Signore di benedire a quest’incenso, ed in odore di soavità volerlo accogliere. » Versa sul turibolo l’incenso in forma di croce: ed il fuoco segna di croce, perché nel mistero della croce ogni benedizione sulla terra discende. Poi col turibolo in mano il Sacerdote gira intorno segnando croci dall’una all’altra parte, sotto e sopra il pane e il vino offerti, che debbono trasmutarsi per la parola divina nel Corpo e nel Sangue di Gesù, a rappresentarlo come crocifisso nel Sacrificio. Così profuma anche il luogo santo, dove ha da trovarsi il Salvatore divino, e tutte purificando le cose d’intorno, avvisa i fedeli a disporre i cuori coll’ardore della pietà, per accogliere il Redentore, che tra poco sarà realmente presente. – In tal modo i fedeli disposti intorno all’altare, vi stanno come un corteggio di sudditi amorosi colle loro offerte preparate, coi cuori aperti, aspettando che si presenti in quel luogo santamente profumato l’amato Principe, Padre di ogni bene, per esprimergli i voti delle anime bisognose. – Il celebrante poi si prostra alla croce, e la incensa, adorando in essa l’immagine del Figlio di Dio. Si volge quindi ad incensare ad una ad una le reliquie, che trovansi sull’altare; e con questo atto di altissimo onore riconosce, ed adora Iddio ne’ suoi Santi; i corpi dei quali, siccome carne rinata nello Spirito Santo, e già suoi templi vivi, ed incorporati al Corpo divino di Gesù Cristo, hanno in sé il principio di una vita novella, che rifiorirà nella risurrezione alla beata immortalità. – Intanto la Chiesa, involte nella seta, adorne di oro e di gemme, quelle preziose reliquie le porge a venerare ai fedeli. Commovente spettacolo! vedere coi popoli i re baciar riverenti ossicini di poveri uomini, che nel forse più umile stato meritarono il culto della Religione per la loro virtù. Questo è sublime ammaestramento, che la terra non ha ricevuto, se non dalla fede cristiana. Essa fa conservare questo, affinché, secondo il detto dello Spirito Santo, germoglino nel luogo dove stanno: cioè onde, da noi baciate, ci rialzino il cuore alla speranza, e ci rianimino a valore cristiano, per imitare quelle virtù che poterono quei prodi in membra così inferme esercitare con tanto eroismo. – Diamo noi gloria a Dio per le sue grazie concesse ai fratelli, e, mostrando quei corpi restati nelle nostre mani, gridiamo a Lui con pietà: « Signore, queste sono le tonache dei ben amati figliuoli vostri, che voi avete di vostra mano lavorate. » – « Guardate questi corpi mostrano sotto gli occhi vostri le ferite e gli strazi, e i segni delle battaglie combattute per Voi. Deh! valgano i meriti di quelli ad ottenere grazie e benedizioni per noi, che a loro siamo fratelli. » – Il Sacerdote incensa anche le fronti dell’altare. Siccome anticamente si celebrava sulle tombe dei martiri (e di qui venne il rito di porre sotto la mensa dell’altare i corpi dei Santi, e di porre le reliquie nel sepolcreto in mezzo alla pietra santa, come abbiam detto di sopra), così il Sacerdote gira d’intorno all’altare, come intorno ai loro sepolcri, profumandoli in odore di soavità. Tutto che hanno di buono gli uomini, viene da Dio; nostro è solo il peccato; e noi; amando ciò che è di buono nel prossimo, amiamo Dio nell’opera sua.

LA LIBERTÀ.

La Chiesa coll’onore, che rende ai suoi Santi e col rispetto che usa a tutti i fedeli fino ad incensarli intorno all’altare, mentre pare che l’Uomo-Dio dalla croce rifletta in loro più vivo un raggio della divinità, ammaestra a rispettare negli uomini l immagine di Dio. Ella fa bene intendere, che è Dio stesso, che segnò quel lume del suo volto sulla fronte delle creature umane (Ps. IV); per cui diventano persone col diritto da Dio di essere rispettate nella dignità, in cui furono da Lui costituiti. Questo lume, dice s. Tommaso, è la partecipazione della ragione divina, per la quale partecipazione gli uomini sono creati ragionevoli anche essi; e come sono capaci, così hanno il dovere di conoscere di essere creati da Dio, ed ordinati al suo servizio. Di qui nascono per gli uomini i doveri, ed anche i diritti di servirsi dei mezzi, che Dio, padrone assoluto di ogni cosa, destina per loro, per cui possono conseguir il fine a cui gli ha ordinati. I quali diritti e doveri, essendo da Dio stesso conferiti ed imposti, hanno tutti gli uomini da Lui un compito da eseguire, ed è da Lui assegnato un campo, e circoscritta una sfera, entro cui possono e debbono esercitare la loro attività; e chi pretendesse d’invadere quel campo, d’entrare in quella sfera, ed impedire questo esercizio, verrebbe a guastare il disegno di Dio; farebbe usurpazione di ciò, che Egli del suo volle ad altri concedere, e commetterebbe ingiustizia contro gli uomini, e contro Dio. Questo ordine stabilito divinamente è lo Statuto veramente fondamentale della vera libertà. Noi scriviamo pel popolo dei fedeli in tempi, in cui del nome di libertà si fa il più tristo abuso. Vorremmo

intendessero tutti per bene, che cosa sia la libertà, e ne avessero chiaro concetto, per non lasciarsi ingannare. Perciò quando ci si parla di libertà, noi dobbiamo domandare: se essa ci protegge i diritti che abbiamo di spingere la nostra attività a mettere in pratica i mezzi, per farci migliori e conseguire il nostro fine? Allora si, è libertà. Non giova a questo? È tirannia camuffata di libertà. Poiché libertà non è altro, che la protezione concessa dalla legge a ciascuno, affinché possano tutti esercitare i propri diritti, per conseguire il proprio fine. Questa condizione è già concessa a buon diritto dall’ordine stabilito da Dio, ed è anteriore a tutte le leggi umane, le quali, quando vennero stabilite di poi, trovarono già quell’ordine che dovevano ammettere e rispettare i legislatori umani, sotto pena di perdere il diritto di essere essi stessi obbediti. Perché è quell’ordine stesso, cioè la volontà di Dio, che ha così ordinato e disposto di dover rispettare l’autorità dei legislatori legittimi: ché, se essi non riconoscono quest’ordine di Dio, manca loro la ragione di eseguire obbedienza dai dipendenti, ed ai dipendenti di doverla prestare.

LA SCHIAVITU’ E SUA ABOLIZIONE

Così la libertà nacque in cielo; ma gli uomini in terra l’hanno perseguitata. Poiché ribellatisi a Dio pel peccato originale, negata giustizia a Dio medesimo, tanto meno vollero rispettare i diritti da Lui conferiti alle creature. In questo stato di disordine l’uomo, seguendo l’ispirazione del demone dell’orgoglio, che lo ha indotto ad alzar la testa contro di Dio, ama solo se stesso, invece di tendere a Dio, facendo se stesso centro, a cui cerca indirizzare ogni cosa, rompe l’ordine stabilito da Lui: egli vuol dominare su tutto e tutto assoggettare a prestargli servitù. Con tiranno egoismo non rispettando più i diritti altrui, mette mano sopra i suoi simili, che hanno la disgrazia di essere più deboli, per farne schiavi da adoperare a volontà; e tanto più fortunato si crede quanto più può alzarsi alto sopra l’altrui rovina. Questa è la storia dei grandi conquistatori, che ridussero tre quarti degli uomini dell’universo alla condizione di cose, di cui potevano disporre i pochi fortunati padroni, che ne tenevano conto solo in ragione del maggiore prodotto, e del prezzo corrente in sul mercato. – Ecco qual era la società umana, quando di cielo venne il Redentore a fondare la Chiesa, la famiglia cioè degli uomini adunati in nome di Dio, in cui ciascuno avrebbe adempiuto il compito, che il Padre Celeste gli assegnava, rispettando altrui nell’esercizio pure del proprio diritto. – La Chiesa, raccolta questa famiglia degli uomini di buona volontà al convito divino, pianta in sulla mensa imbandita in mezzo di loro il Crocifisso, e, mentre distribuisce il Corpo di Gesù Cristo a questa famiglia di figliuoli del Padre Celeste, facendo adorare Gesù, lor dice: « contemplatelo: imparate da Lui: Egli è mite, ed umile di cuore. » E i fedeli, stretti intorno alla croce, nel contemplare il Figliuol di Dio in tanta umiliazione, debbono dire: « il Figliuol di Dio volle essere disprezzato così?… Ben qui debb’essere grande sapienza in questo amare d’essere umiliati. » Si addentrano essi nella contemplazione: interrogano i misteri divini, e conoscono, che il Figliuol di Dio si è così umiliato per dare a Dio suo Padre soddisfazione dell’orgoglio umano. Di qui venne che gli uomini vollero essere giusti così, da far giustizia fino contro se stessi e dissero col Profeta: « Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam: tutta la gloria a voi, o Signore, a noi no, ché non la meritiamo; » ed amarono sì veramente di essere umiliati con Gesù Cristo. Ben s’intende come questi umiliati a piè del crocifisso, contenti della condizione in cui li ha posti il loro Dio, non ambirono di conculcare gli altri per salir più alto, non gli altri diritti usurpare, né sacrificare a soddisfazione del Proprio egoismo la personalità di quegli uomini, nei quali riconobbero tanti fratelli, che il comune Padre Celeste adunava nel bacio della fratellanza al convito dell’amor divino. Dio della bontà! oh! qui è mistero, che il popolo dei rigenerati deve meditare colle lagrime di gratitudine. Ecco in questo convito in seno al Padre, che lo presiede, è il Figliuolo Divino, divenuto nostro fratello, che a noi comparte tutto se stesso, identificandosi con noi in mistico modo, ma vero! … Quando gli uomini tornarono alle lor case col cuore palpitante nel Cuore di Gesù, e videro che anche i poveri schiavi rosseggiavano del sangue di Gesù Cristo (S. Jo. Chrys. 6), conobbero nell’uomo in catene, come bestia matta spinta al lavoro, un membro di Gesù Cristo. Allora avevano un bel permettere tutte le leggi umane la schiavitù, avevano un bel sostenere coi loro sofismi tutti i legulei il diritto, che sull’uomo compro a contanti, o nato di schiava il padrone acquistava, da farne carne a volontà. Sì, i padroni cristiani dovettero conoscere negli schiavi un altro diritto, il diritto di Dio di essere rispettato nei suoi figliuoli; e sentire il merito di essere amato con tutto il debito di carità! Allora non restava altro alla Chiesa che d’educar alla vita umana quei tanti milioni d’uomini, che fin allora non erano tenuti in conto d’uomini. Questo fu il lavorio segreto, continuo di questa Madre benedetta dell’umanità rinata a Dio. Ci vollero secoli a compiere l’opera, ed in quei secoli si andò rendendo sempre migliore la condizione dei soggetti, a mano a mano che si andavano emancipando per amor di Dio (Vedasi il Biat, Emancipazione della Schiavitù). Noi, quando leggiamo negli annali della propagazione della fede, che partono giovani missionari per la missione dei due mondi, voliamo col cuore in mezzo alle straniere nazioni, quasi a dir loro: fate coraggio, madri dei bambini schiavi, a momenti non avrete più paura, che il vostro figlio vi sia strappato di seno, per essere condotto al mercato dal padrone inumano. Aspettate: il Sacerdote cattolico viene ad innalzare l’altare di Gesù, ed i vostri bambini dormiranno tranquilli sotto la protezione del Crocifisso, a voi in seno: e voi, o popoli di schiavi, appenderete le vostre catene in trionfo alla croce! – Ci si permetta un’osservazione, la quale rende perdonabile anche l’importunità di questa digressione nostra sul principio della libertà, mentre trattiamo del Sacrificio. Ed è che non basta la sola predicazione del Vangelo a distruggere la schiavitù; poiché noi non siamo tanto semplici da credere nell’abolizione della tratta, quasi fosse un fatto compiuto, qual se la finge l’immaginazione dei buoni. È vero: l’Inghilterra e tante altre nazioni si obbligarono a perseguitare i ladroni di carne umana, che seco conducevano i negri schiavi rapiti, da vendere pel nuovo mondo. I buoni si fingono di vedere dominatori dei mari a squarciar i fianchi delle navi dei trafficanti inumani, e salir sulle navi battute. Sì veramente: ma prendono gli schiavi, e li conducono alle piantagioni dell’India, dove le leggi della filantropia vanno in vapore (Lacordaire, Conf.). Perché, dicono, le piantagioni, le fabbriche, le condizioni di quei paesi rendono necessaria la schiavitù: l’interesse, madre patria, vuol questo sacrificio. E noi ci costringiamo nelle spalle, e diciamo: potranno aver ragione. Ma i buoni Cattolici, quando vedono nel prossimo le membra di Gesù Cristo per noi sacrificato, hanno ragione anch’essi di amar il prossimo sopra ogni interesse, di amarlo coll’eroismo della carità, fino a vender se stessi, perché Dio val più di lor medesimi. Alcuni fatti ne abbiam citati parlando dell’offertorio. Vedi intanto la Chiesa cattolica riconoscere Iddio ed i diritti, che vengono da Dio, in tutte le varie condizioni di persone, nel rendere a tutti coll’incensarli onor dovuto. Di fatto, dopo dì aver incensato il Crocifisso, le reliquie, e reso onore a Dio nei segni, che lo rappresentano e nei santi, lo onora tutte le dignità, incensando ad uno ad uno i prelati ed i membri del clero, in cui venera l’autorità spirituale comunicata loro da Dio. Incensa i principi, in cui venera la potestà, che discende dal Re dei re. – Eh! si rammentino i principi che la Religione sola lì rende onorandi e sacri. Anzi vorremmo un po’ dir chiaramente che la Religione cattolica ha trovato i re confusi coi malfattori: la loro maestà, disonorata di eccessi, era scambiata colla tirannia, e gettata nel fango. La Chiesa cattolica li rialzò, li educò, li consacrò padri dei popoli, in cui inspirò rispetto ed amore, incoronandoli a piè del trono di Dio. Poi, per rendere la loro maestà veneranda, e circondarla di un’aureola al tutto celeste, proclama che la loro autorità viene da Dio, che loro l’affida: ma esige il conto del ben che han fatto ai popoli loro assegnati da governare. Così col profondere l’incenso, più che di onorare la loro potenza, ha in mira di proteggerli entro una mistica nube! Guai, se si va dissipando questa nube d’incenso d’intorno a loro! Allora si scorge sul trono un piccol uomo colle sue miserie! allora ardiscono tanti di farsi alla vita col pugnale dell’assassino! Ahi! ahi! La nube d’incenso si va dissipando, ed in diciott’anni almen diciasette regicidii eseguiti od almeno attentati in questi dì. Guai! se il popolo non rispetta più Dio nel principe, e gli sta solamente soggetto, perché ha paura della forza! Allora sul trono non si vede altro, che un piccol uomo colle sue miserie: e, se i popoli inorgogliti tanto da far testa con lui, gli domanderanno un bel giorno: « ma chi siete voi, che volete farla con noi da padrone? Da padroni sappiamo farla anche noi, quando alla volta nostra siam divenuti più forti. » Che mai potrebbe rispondere di sodo la plebe dei sofisti, e legulei, e quei gracidatori di libertà, tirannelli in toga di deputati, che la Chiesa vogliono serva al governo, e fanno dello stato un dio? La ribellione allora divenuta un diritto; e la guerra continua si fa lo stato naturale dell’uomo: è noi vivremo col codice delle tigri, e dei leopardi. Ecco gioia di beato progresso, che ci vorrebbero condurre certi sofismi politici! Deh! Dio ci salvi da questa statolatria tiranna!… – Incensa poi tutto il corpo dei fedeli, come un solo individuo; perché nella Chiesa il popolo viene riguardato tutto insieme come una sola persona, e in ciascun fedele si venera un membro del gran corpo di Gesù Cristo. Essendo creature rinate per la grazia di Dio alla vita eterna, incensando ciascuna di loro, venera nell’anima l’immagine di Dio e la grazia santificante, comunicata pei meriti di Gesù Cristo; venera nei corpi una porzione dell’umana natura, che in Gesù Cristo fu divinizzata. Sapendo ella, come questi templi vivi dello Spirito Santo, che sono i corpi nostri, hanno dentro di sé il germe dell’immortalità, in loro trasfusa dal Sangue di Gesù, ella li conforta colla speranza di averli in di tutti raccolti in seno gloriosi nella pienezza dell’eternale beatitudine. Questa persuasione, che la carne dev’essere come sposata alla Divinità coll’unirsi con Gesù Cristo, è quella, che fa guardar con orrore ogni immondezza, e che inspira per i Cattolici tanto amore per la perpetua verginità, virtù sconosciuta nell’antichità, bellissima e cara virtù, che delle povere persone umane fa tante spose di Dio, Angioli in carne santificata. Questa fede faceva ardere di sì forte sdegno il veemente Tertulliano, che, fulminando il peccato di carne, di cui era inorridito, lo fece uscir in questa enfatica espressione: « peccavano di carne i gentili: eh! ma non erano ancor carne di Cristo, Nondum caro Christi. » Di qui il rispetto della Chiesa verso i poveri avanzi dell’umanità, e quell’incensar fino i cadaveri collocati a piè del crocifisso nel luogo santo. – Noi intanto, quando vediamo compiere il rito dell’incensazione, dobbiamo scuotere i nostri cuori, per mandare incenso di calda orazione dinanzi all’altare di Dio, e con voti ardenti offrirci a Lui pronti per le opere di mortificazione. Abbiam detto, che parte delle offerte, mandate all’altare dei fedeli, ritornavano al popolo per essere distribuite secondo i vari suoi bisogni. Crediamo pertanto sia questo il motivo di fare i nostri proponimenti delle opere di carità, per cui Dio ci desse i mezzi. Poi i proponimenti nostri offriamo al Signore, affinché li benedica, ed accetti i nostri sacrifici in odore di soavità; così torneremo alle nostre case, e guarderemo il nostro prossimo in tutte le occasioni, che si presentano a chiedere il nostro soccorso, lo guarderemo come mandato da Dio a chiedere dalle nostre mani il dono, che sull’altare abbiamo a Lui già consacrato. – Ma sacrificio salutare è il dipartirci d’ogni iniquità; e il culto, che Dio onora, è l’oblazione della purità d’un’anima pia. Allora l’offerta del giusto impingua l’altare, e il fumo ne sale al cospetto dell’Altissimo in odore di soavità: e il Sacerdote lo esprime col lavarsi le mani.

VIVA CRISTO RE (16)

CRISTO-RE (16)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XX

CRISTO, RE DEI CONFESSORI

I Cattolici del Messico hanno dovuto sopportare terribili persecuzioni e hanno visto scorrere fiumi di sangue cristiano. Lì, nel 1927, era vietato confessare apertamente Nostro Signore Gesù Cristo. In Messico, Paese completamente cattolico, era vietato celebrare la Messa, confessarsi, dare la Comunione, portare una piccola croce al collo. Alcuni Vescovi furono imprigionati; molti Sacerdoti furono fucilati per ordine del governo; meritano di essere citati i padri Correa, Solá, Reyes e Pro. Per la millesima volta si sono realizzate le parole del Signore: “In verità, in verità vi dico: voi piangerete e farete cordoglio, mentre il mondo si rallegra” (Gv XVI, 20). È sempre stato così; i discepoli di Cristo combattevano, piangevano, soffrivano, e il mondo, il nemico della croce, gioiva, esultava, trionfava. Ma anche la seconda parte delle parole del Signore si è realizzata, come sempre: “Sarete afflitti, ma il vostro dolore si trasformerà in gioia” (Gv XVI, 20). – Cristo Re non ha mai abbandonato i fedeli sofferenti; dal sangue dei martiri sgorga lo slancio di una nuova vita cristiana, e coloro che per amore di Cristo hanno perso la loro vita terrena hanno ottenuto, in cambio, la vita eterna. Il tema di questo capitolo sarà: Cristo è il Re dei confessori. Le parole di Gesù Cristo si sono realizzate molto prima di quanto i primi Cristiani potessero aspettarsi. Il Salvatore aveva appena lasciato la terra e si era accomiatato dalla Chiesa nascente, quando si scatenò un uragano così violento che sembrava dovesse strappare le tenere piantine della Chiesa. Le persecuzioni dei Cristiani nei primi tre secoli sono note a tutti; tutti conosciamo quei trecento anni durante i quali gli imperatori romani hanno raccolto tutte le loro forze per affogare il Cristianesimo nel sangue, per cancellarlo, per sterminarlo dalla terra. – Tutte le torture, tutti gli orrori, tutti i supplizi che l’uomo è capace di immaginare furono messi in pratica contro i Cristiani. Tutto fu provato dai nemici della nostra fede; e tutto senza alcun risultato. Cristo vegliava sul suo gregge martoriato. – Entriamo per un momento nei magnifici giardini del primo persecutore, Nerone; in quei giardini dove la gente si accalcava notte dopo notte per vedere l’illuminazione, un’illuminazione raramente visibile su questa misera terra! Quando il sole tramontava dietro le colline romane e arrivava l’oscurità, nei giardini di Nerone venivano accesi enormi bastoni ricoperti di pesce; legato alla cima di ogni bastone, il corpo di un Cristiano bruciava e fiammeggiava…. Tra le grida della folla impazzita, il crepitio della legna che bruciava, i gemiti dei Cristiani morenti, sembrò levarsi la voce del Signore: “In verità, in verità vi dico che voi piangerete e farete cordoglio, e il mondo si rallegrerà…” E il giorno dopo, e il giorno dopo ancora, e ogni giorno per diverse settimane, nuove illuminazioni, nuovi martiri cristiani! – Andiamo a vedere una rappresentazione nel Colosseo romano. Conosciamo i terribili tormenti subiti dai nostri grandi eroi, i martiri. Pensavo di aver capito tutto il sanguinoso orrore delle persecuzioni cristiane quando ho visto per la prima volta il Colosseo a Roma. Mura gigantesche, un piano sopra l’altro. Scatole stipate l’una sull’altra. Una parte dell’arena esiste ancora oggi; celle, gabbie, labirinti sotterranei che fanno venire i brividi…. e in una profondità di due piani! Vecchi con i capelli bianchi, ragazze, giovani in tutto il loro vigore: tutti Cristiani, Cristiani rinchiusi lì, che vivono l’ultima notte della loro esistenza; accanto a loro, nelle gabbie, ruggiscono le belve affamate… Guardiamo la scena. Una notte di martiri. Tutto l’oro e il marmo rubato ai Paesi conquistati, tutte le donne, tutti gli schiavi, le arti e le scienze che Roma ha raccolto in Europa, in Asia e in Africa…; tutto è ai piedi di quel popolo che ha in mano il dominio del mondo. E tutti vanno al circo: l’imperatore e il suo seguito, le vestali e i soldati, il popolo…, una folla immensa…. Improvvisamente il rumore cessa, le grida tacciono…: tutti gli occhi si rivolgono a una porta, dalla quale entra un piccolo gruppo che si dirige verso il centro dell’arena. Che scena commovente! Accanto agli uomini e ai giovani incalliti, ci sono vecchi, fanciulle e bambini! Quando sono al centro dell’anfiteatro, si apre una porta e saltano fuori le bestie selvatiche portate dall’Africa, che sono state private del cibo per diversi giorni. Il gruppo dei Cristiani, tutti in ginocchio! Ancora un attimo, l’ultima preghiera: “Kyrie, eleison“, “Christe, eleison“…, ancora il segno della croce, tracciato per l’ultima volta…, e le loro carni sono già lacerate dagli artigli dei leoni e i denti delle tigri penetrano fino alle ossa. Sangue, sangue dappertutto! Il sangue dei martiri scorre copioso nella sabbia! E quel torrente di sangue sembra proprio che, tra grida di gioia degli spettatori, tra ruggiti di leoni, strappi di muscoli, scricchiolii di ossa, scriva nell’arena le parole di Gesù Cristo: “In verità, in verità vi dico, voi piangerete e farete cordoglio, mentre il mondo si rallegrerà…”. E questo per tre secoli! Non c’è tormento, non c’è tortura a cui i Cristiani non siano stati sottoposti. Contiamo, non a migliaia, ma a centinaia di migliaia, la moltitudine dei nostri martiri, l’enorme numero di coloro che hanno dato per Cristo il più grande tesoro che possedevano su questa terra, la loro stessa vita, e che non avevano altro peccato in questo mondo se non quello di essere discepoli di Cristo e di non abbandonarlo mai. – A volte sembrava che le persecuzioni stessero per dichiarare la vittoria. Uno degli imperatori, Diocleziano, fece persino coniare una moneta con questa iscrizione: Nomine christianorum deleto: “In memoria della distruzione del nome cristiano”. Ma Cristo vegliava sul suo gregge inquieto: quando giustiziavano un martire, altri si alzavano dal mezzo della folla con questo grido: “Anch’io sono Cristiano!”. Il sangue dei martiri fu la pioggia d’aprile che portò la vita nel terreno fertilizzato della Chiesa. I Cristiani erano costanti e laboriosi, perché nelle loro orecchie risuonavano le parole di San Pietro: “Carissimi, quando Dio vi metterà alla prova con il fuoco delle tribolazioni, non mancate come se vi accadesse qualcosa di molto straordinario. Ma rallegratevi di essere partecipi della passione di Gesù Cristo, affinché quando si manifesterà la sua gloria possiate esultare con Lui con gioia” (1 Pietro IV,12,12).

II

Ma quando pensiamo alla sorte dei primi martiri del Cristianesimo, sorge spontanea la domanda: lo spirito dei primi martiri, quell’eroico spirito di sacrificio, vive ancora nei loro discendenti, nei Cristiani di oggi, in noi? Conserviamo anche solo il tizzone di quell’amore di Cristo che ha confortato tutti quei lontani martiri anche nella morte, anche sul patibolo? Perché, dobbiamo saperlo: la persecuzione della dottrina di Cristo non è cessata dai primi secoli cristiani, ed è ancora all’opera nel mondo. – È vero che ai nostri giorni i Cristiani non sono perseguitati da leoni e tigri, non sono gettati in pasto alle bestie selvatiche; i martiri di oggi non sono imbrattati di pesce, non sono inchiodati a bastoni roventi, non sono gettati in acqua, non sono fissati su coltri di supplizio; gli orrori del Messico sono ancora eccezioni nel mondo civile moderno.  Ma anche se le persecuzioni non sono fatte con leoni e tigri, sono fatte con qualcosa che forse è peggiore del dente della tigre e dell’artiglio del leone…; sono le armi dello scherno, del disprezzo, del riso, del silenzio e dell’emarginazione. Sì, chi, in mezzo alla gentilità moderna, vuole rimanere fedele al Vangelo e alla Chiesa, può contare sull’eroismo degli antichi martiri. Il suo corpo non sarà dilaniato da leoni e tigri, ma sarà deriso, gli sarà puntato il dito contro e sarà chiamato antiquato, troglodita, fanatico, che non sa godersi la vita. [Abbiamo vissuto la tragedia spagnola causata dal marxismo internazionale: chi non si commuove di fronte al numero e alla qualità delle vittime immolate dalla furia rossa? Dodici Vescovi, un amministratore apostolico, quattromilaquattro Sacerdoti secolari, duemilaquattrocentosessantasei religiosi, una moltitudine di suore, centinaia di migliaia di laici sono stati vilmente assassinati nella zona rossa. Il loro crimine? Essere cattolici e spagnoli. Leggiamo le seguenti parole, scritte da Papa Pio XI nella sua Enciclica Divini Redemptoris del 19 marzo 1937: “Anche dove, come nella nostra amata Spagna, il flagello comunista non ha ancora avuto il tempo di far sentire tutti gli effetti delle sue teorie, si è preso la sua rivincita, scatenandosi con più furiosa violenza. Non si è accontentato di demolire una chiesa o un convento o un altro, ma, quando è stato possibile, ha distrutto ogni chiesa, ogni convento e persino ogni traccia della Religione cristiana, per quanto strettamente legata ai più illustri monumenti dell’arte e della scienza. – La furia comunista non si è limitata a uccidere Vescovi e migliaia di Sacerdoti, religiosi e religiose, soprattutto quelli che lavoravano con maggiore zelo con i poveri e gli operai, ma ha fatto un numero molto maggiore di vittime tra i laici di ogni classe e condizione, che vengono quotidianamente, si può dire, assassinati in massa per il solo fatto di essere buoni Cristiani o semplici oppositori dell’ateismo comunista. E questa terribile distruzione è portata avanti con un odio, una barbarie e una ferocia che non sarebbero stati ritenuti possibili nel nostro secolo. Nessun privato di buon senso, nessun uomo di Stato consapevole della propria responsabilità, non può che tremare di orrore al pensiero che ciò che sta accadendo oggi in Spagna possa ripetersi domani in altre nazioni civilizzate. Che il Signore conceda che tanto sangue versato possa essere il seme fecondo delle nuove generazioni. Che siano attente a non distogliere lo sguardo da Dio o dalla loro patria, affinché si realizzino gli ideali di grandezza a cui la nuova Spagna è chiamata. La persecuzione non è cessata nell’Unione Sovietica.]. E che queste armi siano più pericolose degli artigli dei leoni è chiaramente dimostrato dal fatto che sono state realizzate più apostasie con esse che con le bestie selvatiche. Le persecuzioni non sono cessate ai nostri giorni. Ma dov’è ora il coraggio dei primi martiri? Hanno dato la vita per Cristo, e noi arrossiamo a inginocchiarci in chiesa, a farci il segno della croce quando passiamo davanti ad una chiesa; qualcosa ci spinge a farlo, ma… cosa diranno gli altri? ma cosa diranno gli altri? I martiri hanno dato la vita per Cristo, e io vorrei confessarmi e fare la Comunione più spesso, perché sento che ne ho bisogno, sento che la mia anima ne ha bisogno; vorrei, ma… non oso; cosa diranno quelli che mi vedono? Riconosco che questa conversazione che deride la morale, che questo e quel film, questo e quel libro, queste e quelle immagini, macchiano il candore della mia anima; so che sto commettendo un peccato se non lo evito, se vado a vederlo, se lo leggo; vorrei allontanarmi da ogni pericolo; ma… Ma cosa diranno gli altri, che sono un fanatico religioso all’antica? E partecipo alla conversazione, leggo il libro e vado a vedere il film, e subisco le prese in giro della Chiesa, purché non ridano di me. Purché non ridano di me! …. Per un sorriso, per uno sguardo ironico, per un’amicizia fraintesa, tradisco la mia anima, tradisco Cristo, Colui che i primi Cristiani non hanno voluto abbandonare nemmeno in mezzo ad atroci torture. E non furono solo gli uomini vigorosi, nel fiore degli anni, a rifiutarsi di abbandonarlo, ma anche gli anziani, i bambini, le donne; quella materna Felicita, quell’ottantaseienne Policarpo, quella tredicenne Agnese! In mezzo alle torture più crudeli, Sant’Agnese continuava a ripetere: “Signore, conservo la mia fede per Te; Signore, mi consacro a Te. Tu, Onnipotente, Tu, degno di essere adorato, Tu, degno di ogni rispetto, io benedirò in eterno il Tuo santo nome”. – E quanto facilmente avrebbero potuto essere consegnati! Una sola parola era sufficiente. Bastava che dicessero: “Non conosco Cristo, non adoro Cristo”, e allora sarebbero stati liberati dalle bestie selvatiche, avrebbero spento il rogo, o sarebbero stati tirati fuori dall’acqua gelida in cui erano stati gettati, legati mani e piedi. Ma non pronunciarono quella parola, ma nel rogo ardente e davanti alla spada, nell’olio bollente e nel piombo fuso, tra le punture di punte incandescenti, tra terribili tormenti…. sono rimasti fedeli a Cristo! – Chiediamo a Cristo, il Re dei confessori, che, anche se siamo assaliti da mille tentazioni, susciti in noi lo spirito di sacrificio dei primi Cristiani, il loro coraggio di sfidare la morte, l’amore che ardeva nei loro cuori per dare la vita per Lui! Sì: l’amore ardente per Nostro Signore, perché da questo dipende tutto. Cos’è che ha dato perseveranza, coraggio ai primi Cristiani? Il santo amore che ardeva nei loro cuori. Tu, Santa Caterina, cos’è che ti ha dato la forza, quando eri sulla ruota della tortura, di chinare la testa sotto la lama del boia? Era l’amore di Cristo. E tu, Santa Cecilia, quando volevano asfissiarti con il vapore caldo, e quando la scure del boia ti colpì il collo, dovendo soffrire alcuni giorni con quella ferita mortale, cosa ti diede forza? E tu, Santa Lucia, che sei stata tradita dal tuo sposo e poi trafitta da una spada? E tu, San Pancrazio, perché non hai voluto sacrificare agli dei pagani? Cosa ti ha dato la forza di essere fedele a Cristo, quando sapevi che la tua vita, la tua giovane vita, ti sarebbe stata tolta, perché non avevi più di quattordici anni? E tu, San Simeone, che all’età di centoventi anni, dopo una tortura di diversi giorni, hai trionfato nella crocifissione stessa con forza d’animo? E tu, Sant’Agnese, discendente di una famiglia nobile e potente, una bella ragazza di tredici anni! Perché hai detto al tuo spasimante, il figlio del governatore della città: “Il mio Signore Gesù Cristo mi ha promessa in sposa con il suo anello”, quando sapevi che per questa frase avrebbero acceso un falò sotto i tuoi piedi? Perché hai detto: “Sono la sposa di Colui che gli Angeli servono”? Da dove hai attinto la tua energia quando in mezzo alle fiamme continuavi a ripetere: “Ecco, vengo a Te, che amo, che cerco con tutta l’anima, che ho sempre desiderato”? Cos’è che dava loro forza? L’amore ardente di Nostro Signore Gesù Cristo. – Ah, se l’amore eroico dei martiri, di cui abbiamo tanto bisogno per testimoniare Cristo, fosse contagioso! Quando e dove ne abbiamo bisogno? Quando la Religione è ridicolizzata e derisa e io voglio rimanere fedele a Gesù Cristo. Quando voglio preservare la purezza della mia anima in mezzo a tanto marciume, a tanta sessolatria. –  GRACE MINFORD, una giovane americana che si convertì dal protestantesimo al Cattolicesimo e poi entrò in convento, ebbe questo eroismo da martire. Poco tempo dopo il padre morì, lasciandole una fortuna di dodici milioni e mezzo di dollari – una somma favolosa – a condizione che lasciasse il convento. Cosa rispose la giovane donna? “Il mio Padre celeste è più ricco del mio padre terreno e mi darà un’eredità molto più grande”, e perseverò nel convento, perdendo i soldi dell’eredità. Eroismo da martire! Eroismo deve avere l’impiegato che coraggiosamente non nasconde agli altri la sua fede cattolica, sapendo che oggi non è la migliore lettera di raccomandazione per farsi strada, per ottenere vantaggi materiali. Eroismo perché le preoccupazioni materiali della vita quotidiana – lavoro, studio, occupazioni – non soffochino la vita spirituale. – Le parole del Signore: “Voi piangerete e vi rallegrerete mentre il mondo si rallegra”, hanno il loro compimento, non solo nel passato, ma anche oggi. I discepoli di Cristo devono spesso soffrire quando i figli del mondo, cioè i malvagi, si divertono. L’unica cosa che è cambiata è il modo. In passato, i Cristiani soffrivano gli artigli dei leoni; oggi, soffrono i dardi dell’ironia e della calunnia. Un tempo si doveva morire per Cristo; oggi, forse, il sacrificio consiste nel rimanere fedeli a Cristo nella vita quotidiana.

III

Ma, grazie a Dio, la profezia del Salvatore non finisce qui. Ha una seconda parte, molto consolante. “Sarete addolorati, ma il vostro dolore si trasformerà in gioia”, in una gioia che non passerà mai. – E se vediamo che la prima parte della profezia si è realizzata nel corso della storia, dobbiamo constatare che anche la seconda parte si è realizzata. Gesù Cristo aveva predetto che la sua Chiesa sarebbe stata perseguitata, che coloro che lo avrebbero seguito avrebbero dovuto portare la loro croce sulle spalle. Ma ha anche detto che “il suo giogo è facile e il suo fardello leggero” e che le porte dell’inferno non prevarranno contro la sua Chiesa. La storia della Chiesa, che ha due volte mille anni, testimonia in modo luminoso le parole di Cristo. Quante persecuzioni ha dovuto subire la Chiesa, eppure è costantemente ringiovanita. Dei trentadue primi Papi, trenta morirono martiri. L’imperatore Adriano fece porre sul Calvario la statua di una dea pagana, Venere, e sulla tomba del Redentore la statua di Giove ….. E chi parla oggi di Venere e chi venera Giove? D’altra parte, un quinto dell’umanità, senza contare i protestanti e gli scismatici, adora Gesù Cristo, morto sul Calvario e risorto il terzo giorno. – Nel furioso tumulto della Rivoluzione francese, fu messa ai voti questa domanda: “Esiste un Dio?” E, tra gli sguardi assassini, ci fu solo una povera vecchia signora che osò alzare la mano tremante nell’interesse di Dio: “Per amor di Dio, per amor di Dio!” E ancora gli uomini adorano Dio. – Ci lamentiamo continuamente di quanto sia brutto il mondo di oggi, dell’aridità spirituale in cui è immersa gran parte dell’umanità moderna. Chi può negare che intorno a noi ci siano molte anime che hanno perso la fede e si sono allontanate da Dio? Purtroppo, questo è un lato della medaglia. Ma dall’altra parte c’è un quadro molto più edificante e consolante: quanti Cristiani perseverano nella fede e vivono una vita coerente con essa. Vediamo che si realizzano le parole del profeta: “Ci sono settemila uomini che non hanno piegato il ginocchio a Baal” (3 Re XIX, 18).

* * *

La Chiesa, nostra Madre, è sempre stata perseguitata, è sempre stata condannata a morte, eppure continua a vivere e a diffondersi. Illustri dinastie sono sorte e tramontate, vari imperi sono sorti e tramontati nel corso dei secoli; ma la Chiesa cattolica, così spesso attaccata e perseguitata, continua a sfidare con fermezza la tempesta dei tempi; ed è degno di nota il fatto che non possa contare su una forza armata, non ha cannoni, non ha un esercito, manca di fortuna e di altre risorse umane; ma possiede… una parola, la grande promessa del suo Fondatore: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di lei” (Mt XVI, 18). – E nei corridoi sotterranei delle catacombe, dove il Cristianesimo perseguitato ha trascorso trecento anni, risuonano ancora oggi vibranti preghiere piene di gratitudine, cantate da migliaia di pellegrini. Sul luogo del palazzo dove l’imperatore Massimiliano preparò una delle più sanguinose persecuzioni contro i Cristiani, oggi sorge un magnifico tempio, la Basilica di San Giovanni in Laterano. Innumerevoli templi, dipinti, statue, feste… proclamano il culto delle migliaia e migliaia di martiri. E dove c’era la tomba di Nerone, oggi sorge un tempio in onore della beata, della misericordiosa, della dolcissima Vergine Maria, Santa Maria del Popolo. E sulla tomba di quel modesto pescatore, che il mondo secoli fa inchiodò a una croce con la testa all’ingiù, per aver predicato la dottrina di Cristo, oggi risplende il tempio più prezioso del mondo, la Basilica di San Pietro; e la luce delle lampade che arde sulla tomba del principe degli Apostoli sembra scrivere sulle pareti di marmo la seconda parte della profezia di Cristo: “Sarete addolorati, ma il vostro dolore si trasformerà in gioia”. – Eppure tutto questo splendore esteriore non è che il premio terreno dei confessori cristiani. Non sappiamo, possiamo al massimo indovinare, quale sarà la loro ricompensa in cielo, la ricompensa che avrà dato loro Cristo, che una volta disse: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’Io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli”. – Ma c’è una cosa che sappiamo con certezza. So che i due campi, quello dei discepoli di Cristo e quello del peccato, anche oggi sono opposti. So che camminare sulle orme di Cristo oggi significa anche abnegazione, sacrificio, mentre la vita frivola del mondo è facile. So che i fedeli imitatori di Cristo devono spesso soffrire, mentre i figli dell’iniquità gioiscono. E so anche che è meglio soffrire in questo mondo con Cristo che gioire con i peccatori. Ti faccio una domanda, amico lettore: da che parte vuoi stare? Vuoi arruolarti nel campo di Cristo o in quello del peccato?

VIVA CRISTO RE (17)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (11)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (11)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

III.

GRANDI ITALIANI NEMICI DELLA GRAN BESTIA.

Speranza, ho detto, non certezza, perché, perché…. ecco un altro avviso, a mio credere rilevantissimo, ed è questo. Nonostante tutte le vostre risoluzioni e la buo a volontà di mandarle ad effetto, non ostante tutto l’orrore da voi concepito per la GRAN Besta e fin per la sua coda, e lo sdegno generoso per quei miserabili che a lei si votano devotissimi schiavi; si danno certe circostanze nella vita, e certe sorprese, che talvolta anche un animo risoluto vacilla e cade. Sentite questa che è accaduta a me. Avrò avuto un dodici anni, quando una sera in sul pormi a cena con tutta la famiglia, venuto a mancare certo bocconcino in dispensa, grazie alla fama che meritamente godevo, di ghiottoncello, tutti gli occhi mi furono addosso. Ma quella volta davvero, io non avea tocco di niente; di che al babbo, che più volte ebbe ad interrogarmi, risposi fermo più volte del no. Fui tenuto bugiardo, e vista la mia ostinazione, cacciato dalla mensa comune in un cantuccio del mio stanziolino a piagnucolare ed a rodermi, pensando: — Sono innocente, non ho detto che la santa verità, e mi tocca star senza cena!… Oh vedete, giovani miei! non aver tanto giudizio da pensare: — Valga per quelle volte che l’ho fatta franca. Ma già certe buone ragioni non sovvengono che quando si è grandi. Breve; mi toccò andare a letto incenato, e checché dica il proverbio: Chi va a letto senza cena Tutta notte si dimena, a me pare che dormissi saporitamente sino al mattino: quando all’improvviso, mentre sognavo appunto di trionfarmi un bel piatto di maccheroni, mi sento afferrar per un braccio e darmi una grande strappata, che mi rizzò ginocchione sul letto. Apro appena gli occhi e travedo il babbo con una verga in una mano, che scuotendomi pel braccio coll’altra m’intimava, minacciando, ritrattassi la bugia detta la sera innanzi, e confessassi la mia colpa. A quell’intimazione, a quelle minacce, specie poi a quella verga che vedevo agitarsi nell’aria; e già me la sentivo nelle carni…. Dite, giovanotti: che avreste fatto voi?… Io commisi una viltà; confessai la colpa che non avevo commessa, e cessai così la paura di peggio. Che se alcuno di Voi, cari giovani, pensa che avrebbe fatto altrettanto, dica: non è vero, che si dan certe sorprese nella vita, a cui non s’è mai abbastanza preparati? Or bene, e se qualche volta, come feci io, doveste darvi del naso, ecco l’avviso: non avvilitevi, cari giovani, non fatevi perduti; ma caduti una volta, prontamente risorgete. Fate come ha fatto quel diritto, quel degno, quell’onestissimo uomo che fu (cavatevi il cappello) Cesare Balbo. Che ve ne conti?… Sentite. Giovine ancora di primo pelo in que’ burrascosi tempi delle prepotenze napoleoniche, gli toccava, come segretario della consulta di Roma, firmare un proclama, che dichiarava scaduto il Pontefice, e Roma dipartimento francese. A tal atto la sua coscienza ripugnava; pure costretto, sopraffatto firmò. Or bene, di quest’atto di debolezza provò tale un sentimento di sdegno e di rimorso; che. se ne volle dare la penitenza più dura, più difficile all’amor proprio; pubblicarlo, detestarlo per le stampe. Sentite come ne parla nella sua autobiografia. « Ricevetti un dispaccio e l’apersi; era la mia nomina a segretario della Consulta di Roma…. Fui quasi colpito da un fulmine, destandosi ad un tratto in me la coscienza di quella brutta usurpazione alla quale  servivo…. Qui lo spogliato era il Papa capo di mia Religione, a cui venerare ed amare ero stato allevato… Ne fui atterrato, addolorato oltre ogni dire, disperato; e pur non seppi resistere… Partii con Janet e in poche ore fummo a Roma. Pio VII v’era ancora; anzi non era spogliato tuttavia. Il proclama della Consulta fu quello che consumò la spogliazione. Epperciò io voleva pur salvarmi dal firmarlo, ed allegai che il segretario non c’entrava. Ma uno della Consulta osservò imperiosamente che la firma mia era pur necessaria: ed io, scusandomi meco, che questa non aggiungeva forza all’atto, ma solamente attestava l’altre firme, la diedi. Debolezza….. che mi fece comprendere nella scomunica, la quale apparve subito affissa sulle porte delle chiese maggiori a dispetto e quasi a sfida della forza aperta e della polizia segreta degli spogliatori…. » Udiste, giovani miei? Anche lui, Cesare Balbo, si lasciò un tratto azzannare dalla mala Bestia. Ma fu la sola colpa (nota egli stesso) la sola colpa di che abbia a dolermi nella mia vita pubblica; fui debole una volta (notate, giovani miei, una volta) a diciannove anni, rimpetto a Napoleone. » E difatti appena provò il dente della BESTIA, se ne risentì cosiffattamente, che non tardò un istante a vendicarsene rompendole le corna e troncandole di netto la coda. Attendete: seguiterò, quanto posso, a narrare colle sue stesse parole. – Detto della cattura di Pio VII operata poche settimane appresso dal generale Miollis. coll’aiuto del capo della gendarmeria francese Radet, seguita così: « Il Radet, appena tornato dalla triste accompagnatura, scese quasi a casa mia e m’entrò in camera tra ridente e serio, dicendo che ne avea sapute delle belle di me; che io andava a messa ogni domenica, e via via. Io gli risposi (attenti giovinotti, come piglia bene la rivincita!) gli risposi che vi andavo per lo più ai Santi Apostoli in faccia al suo alloggio; ma che d’ora innanzi vi andrei sempre, affinché ei mi potesse sorvegliare più facilmente. » Che ne dite, giovani miei? È egli stato franco questa volta il nostro giovane di diciannove anni? E pensare ch’ei parlava così a un capo di polizia francese, che poteva ficcarlo in gattabuia in quattro e quattr’otto! E giacché sono arrivato fin qui, permettetemi d’accennarvi, sempre colle sue parole, da che esempi il nostro Balbo attingesse un sì meraviglioso coraggio. « Io mi vergognavo più che mai (continua) allo spettacolo rimproveratore della fortezza di que’ preti. Incominciai a sospettare che questi così disprezzati, fossero pure i più forti, o i soli forti uomini d’Italia. Forse se avessi avuto prima il grande e salutare esempio, l’avrei saputo imitare. » E dice vero: tutta Italia, che dico tutta Italia? anzi tutta Europa, inginocchiata al fortunato tiranno, gli bruciava incensi: i preti soli, dritti in piedi, gl’intimavano il non Licet. E questa è storia. – Ma andiamo innanzi. ancora un poco e vediamo quella prima vittoria del giovine Balbo, come fosse feconda! Tre anni dopo, trovandosi a Parigi, membro del Consiglio di Stato, in una radunanza della sezione di finanze, fu invitato a riferire intorno alla liquidazione di Roma. Si pretendeva che in un giorno, o poco più, facesse l’estratto d’un monte di carte alto mezzo metro e più; ed egli rispose chiaro che non si sentiva. Gli si rise in faccia; ma tenne fermo e non ne fu nulla. – Sentite quest’altra. Quando già Napoleone disponevasi alla sciagurata campagna di Russia, il ministro Savary volle fargli accettare un impiego, cui la sua coscienza ripugnava; e Balbo a rispondergli in faccia lo sdegnoso suo no. Savary s’inquieta, comanda, minaccia; e Balbo duro. Cionondimeno il ministro, non ancora disperato di vincerlo, gli manda il biglietto di nomina a casa. E Balbo a rimandarlo con una fede del medico che attestava (ed era vero) della sua debole sanità. Savary, che volea vincerla ad ogni patto, lascia correr pochi giorni in capo ai quali gli manda ordine di presentarsi a dar giuramento: « Ed io (scrive Balbo) non ci andai. M’aspettava i gendarmi a ogni tratto; non ne fu altro. Il coraggio (conchiude) è sovente più facile che non si crede. » – E in sì bei sentimenti perseverò tutta quanta la vita. Vecchio di sessant’anni, al Parlamento Piemontese (seduta 28 febbraio 1849) ove incominciavano a manifestarsi i primi umori contro il Papa e il suo temporale dominio, ei ricordava la giovenile sua colpa con queste parole: — « Quaranta anni sono, nel 1809, io ebbi la sventura e la colpa di partecipare all’abbattimento della potenza temporale di un altro gran Papa, Pio VII. » E sconsigliava si rinnovasse lo scandalo.  Or che ne dite, giovani miei? L’aveva imparata per bene la lezione dei preti di Roma?… E così, francatosi fin dai primi suoi anni da ogni soggezione alla GRAN BESTIA e troncatale per tempo la Coda, operando e scrivendo, immacolata trasse la vita intera; e lasciò dietro sé bella fama di buon Cattolico, di valente scrittore e di sincero italiano. – Non posso finir questo capo, senza darvi un cenno d’altri grandi italiani, che in circostanze simili a quelle del Balbo, ci diedero esempio d’eguale franchezza. – Del famoso abate Parini, di cui spero avrete letto e gustato il bellissimo poemetto il Giorno, si conta, che nominato membro della municipalità di Milano al tempo della Repubblica francese, e accortosi al primo entrare, che dalla sala comunale era levato via il crocifisso, si die’ a soffiare e brontolare di mala grazia. Cittadino Parini (allora si chiamavano tutti cittadini alla rinfusa, sguatteri e principi, dottori e citrulli; tanto fa!) cittadino Parini, che avete? gli domandarono. Che cittadino, che cittadino? (rispose pieno di nobile dispetto l’uomo venerando) sapete che ho a dirvi? dove non può stare il cittadino Cristo, e nemmeno il cittadino Parini ci può stare. Disse, tolse il cappello, e via. – Alcun che di simile fece a Roma l’immortale scultore Canova; che nella prima adunanza dell’Istituto delle scienze tenuta sotto gli auspici francesi nelle sale Vaticane, sentita a proporsi una formola di giuramento che incominciava: giuro odio ai Sovrani, egli, beneficato tutta la vita dai Papi, si levò tutto sconcertato dal suo scanno, e pronunciando nel suo patrio dialetto: mi non odio nissun, mi non odio nissun, se la svignò. Saputo poi che i liberalastri infranciosati d’allora (adesso s’usano i liberali tedescanti), gliene volean dare un solenne carpiccio, montò sulle poste, se la filò a Possagno, sua patria, e buona sera a loro signori! –  E del nostro grand’astronomo Oriani è fieramente bella la lettera al capo del Direttorio della Repubblica Cisalpina, che pretendeva da lui, come  impiegato, un simile giuramento. Leggete: ei vi parla di sé in terza persona.  Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i governi bene ordinati, né sa comprendere come per osserva le stelle sia necessario giurare odio eterno a questo o quel governo. Egli è stato in età di ventitré anni impiegato alla specola di Brera da un governo monarchico, e si acquistò qualche nome coi mezzi che gli vennero dal medesimo governo somministrati. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini, se ora giurasse odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto, ei dichiara che, non potendo giurar odio al governo dei re, chi non gli ha fatto che del bene, si sottomette alla legge che lo priva del suo impiego, e malgrado questo castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità della sua patria. » – Fate tesoro di sì belli esempi, o cari giovani, che anche a’ dì nostri i tempi corron torbidi e grossi. E se, come al Balbo, vi accada la disgrazia d’una prima giovenile caduta, rilevatevi tosto, col fermo proposito di rendervi degni di quei grandi e generosi italiani. –

IV

ANCHE UN BELL’ESEMPIO DI FRANCIA E LO DÀ UN GRAN VESCOVO.

Avete mai osservate le madri quando addestrano lor bimbi a camminare da sé? Un poco li guidano a mano, poi li lasciano, e correndo alcuni passi innanzi, li chiamano, allargando loro le braccia. Oh quante volte l’avrà fatto con noi la nostra buona mamma! Ma chi se ne ricorda? E così, come queste affettuose lezioni, abbiam messo probabilmente nel dimenticatoio anche la pena che talvolta ci saranno costate: ché sovente il bambino, mentre, malfermo ancora sulle gambucce, s’affretta per gittarsi tra le braccia della mamma, gli smuccia un piede e…. tàffete, per terra! Allora sapete che fa? Se è un’indole fiacca, e melensa (quali li fanno a volte le mamme a furia di moine) s’avvilisce, dà in una sonora ragliata, e dibattendosi a terra, aspetta la mamma che lo levi di peso, gli forbisca occhi, naso e bocca, lo raccheti colle chicche o colle ciambelle. Ma se il bambino è d’indole fiera e animosa, non s’avvilisce, no, non piange; tutt’al più qualche singhiozzo forzato ch’ei reprime perché ne ha vergogna; e intanto, aiutandosi di mani e di piedi, s’affretta a levarsi da sé. Or bene, s’io avessi a dire quale di questi due bambini sarà più animoso da grande a combatter la BESTIA dell’umano rispetto, direi il secondo, non il primo. Qualcheduno di voi riderà; eppure, credete a me, nel fanciullo ci è l’uomo. Checché pensiate del resto di questo pronostico, non mi potrete certo negare, o cari giovani, che quel non avvilirsi dopo una prima caduta, ma volersene tosto rilevare, fa segno di forza e nobiltà d’animo ben fatto. L’avete veduto poc’anzi in un grande italiano; vo’ farvelo ora vedere in un grande Francese, non foss’altro, a farvi intendere che la virtù non è soltanto frutto de’ nostri orti, ma là sempre attecchisce dove trova anime ben disposte. – Avrete sentito a parlare, m’immagino, di quel dottissimo ed eloquentissimo uomo che fu il Vescovo di Cambrai, Fénélon, uomo, dico, di petto veramente apostolico, che mettendo la verità innanzi a tutto, persino ai re sapeva dire di quelle parole, che dan la scossa e fanno impallidire. Togliete ad esempio ciò che osava scrivere al re più potente e più adulato d’Europa, cristianissimo di nome, pagano di fatti, che fu Luigi XIV. Citerò pochi tratti della lunga sua lettera, che gli costò vessazioni e dispiaceri non pochi. Leggete. — « Voi siete nato, o Sire, con un cuor buono, ma i vostri educatori ve l’hanno guasto, inspirandovi la diffidenza, la gelosia, l’orgoglio, l’amor di voi stesso… Avete immiserita la Francia per introdurre un lusso mostruoso nella. Vostra corte… I vostri ministri vi hanno avvezzo a tali adulazioni, che sanno d’idolatria, e che voi dovevate rigettare con disdegno… Il vostro nome è divenuto odioso ai francesi, insopportabile ai vicini… Quanto alle vostre conquiste, avete bel dirle necessarie. Ciò che è d’altri non ci è necessario mai, o Sire; sola veramente necessaria é la giustizia.. » E tira giù, tira giù un bel tratto, per conchiudere intimando al gran re: — « Dovete preferire il bene de’ vostri popoli a una falsa ombra di gloria, riparare i mali che avete fatti alla Chiesa, e pensar. seriamente a’ rendervi vero Cristiano prima che morte vi sorprenda. » — Che ne dite? Questo è un uomo, eh? Anzi un eroe, un apostolo, un Vescovo, un prete simile a quelli dai quali il Balbo confessa d’aver tanto imparato. – Or bene, questo grand’uomo ebbe una grande disgrazia. Stomacato della morale rilassata che prevaleva a’ suoi tempi, massime a cagione degli scandali della corte, scrisse con quella penna d’oro, onde va superba la Francia, un libro, intitolato delle Massime dei Santi, nel quale dal fervor del suo zelo lasciossi trarre qua e là a proposizioni d’eccessivo rigore. Di che, denunziato a Roma quello scritto, venne da Roma imparziale condannato. Fu un fulmine pel dottissimo e piissimo prelato!… Pure udite coraggio e virtù con che seppe vincere ad un tempo e l’amor proprio e l’umano rispetto. – Salito una domenica sul pulpito della sua Cattedrale accalcata di popolo, con ferma voce e tono pacato e tranquillo annunziò a’ suoi fedeli, che Roma aveva condannato il suo libro delle Massime dei Santi; gli esortò, si guardassero dal procacciarlo o dal leggerlo, o se già il possedessero, darlo incontanente alle fiamme: tal essere il loro stretto dovere. — Quanto a me (conchiuse) mi stimerei indegno della dignità, che porto, di vostro Pastore, se alla voce del sommo Pontefice non mi piegassi docile come l’ultima delle mie pecorelle. — E non basta: di questa sua generosa sottomissione volle lasciare alla sua chiesa un monumento duraturo, regalandola d’un ostensorio, il cui raggio veniva sostenuto da una figura della Fede in atto di calcar co’ piedi il libro, che Roma, maestra della fede, aveva condannato! — O viva il Vescovo Fénélon! Come onora il grande uomo questa franca e leale condotta!… E dico onora, perché il disdire un errore, il rilevarsi d’una caduta è sempre azione da uomo e da uomo onorato. Eppure, guardate pregiudizi! V’ha non pochi al mondo, che dicono precisamente il contrario. Avete errato? Guardatevi dal farvene accorgere, dal ritrattarvi, dal correggervi; n’andrebbe del vostro onore. — Che è quanto dire, che se uno per disgrazia è caduto nel fango, il suo onore porta che tutta la vita, se fa mestieri, se ne stia a brancolare nel fango; e se vi si è malamente inzaccherate e mani e faccia e vesti, si guardi bene dal pulirsi, se vuol farci la bella figura. — Che ve ne pare, giovinetti? È ragionare cotesto? Oh! quanto meglio l’han pensata i Balbo, i Fénélon… E qui mi sovviene un altro grande, ma antico, vo’ dire quel potentissimo ingegno di s. Agostino, il quale, non contento d’avere nel suo libro delle Confessioni condannati i traviamenti di sua gioventù, volle in fin di vita, ai tanti libri dottissimi che scrisse in difesa della religione, aggiungerne uno di Ritrattazioni, nel quale spiega, rettifica, e parte ritratta ciò che, esaminando accuratamente tanti scritti suoi, gli parve men consentaneo alla verità. — Or che ve ne pare, giovani miei? in ciò fare, fu vile e disonorato s. Agostino? Furon vili e disonorati con lui un Balbo e un Fénélon?.. Ebbene, con costoro, se occorra, saremo vili e disonorati anche noi.

VIVA CRISTO RE (15)

CRISTO-RE (15)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XVIII

CRISTO, RE DEGLI AFFLITTI (I)

La sera della prima domenica di Pasqua, quando la tristezza e la paura invadevano gli animi degli Apostoli riuniti nel Cenacolo, Gesù Cristo risorto apparve all’improvviso e disse loro: “La pace sia con voi” (Gv XX,19). E subito la pace inondò le loro anime. Questa è la scena che mi sembra più appropriata per presentare Gesù Cristo come Re che dispensa la sua consolazione agli afflitti, e per parlare di uno dei più grandi problemi dell’umanità: la sofferenza. È vero che il tema della sofferenza è sempre stato attuale, ma non lo è mai stato come oggi. “Vivere è soffrire”. Per sfuggire alla sofferenza, l’uomo ha provato di tutto, ma invano. Ha provato tutte le forme di governo, ha cambiato le diverse organizzazioni sociali, ha cercato di soffocare la sofferenza attraverso l’ubriachezza, la dimenticanza…. Invano; l’uomo non può dimenticare il versamento di lacrime e, purtroppo, possiamo affermare che non ne sarà mai libero. La sofferenza e la vita umana vanno di pari passo. Se non possiamo liberarci dalla sofferenza, proviamo almeno a chiederci: a cosa serve la sofferenza e come dobbiamo affrontarla nella nostra vita cristiana; nel prossimo capitolo mi chiederò: quale aiuto ci dà Cristo, Re dei tribolati, nella sofferenza?

I

La prima domanda che attende la mia risposta, e che racchiude le lamentele e le angosce di tanti fratelli sofferenti, è la seguente: perché Dio ci manda tante disgrazie, tanti mali, tante prove in questa vita terrena? E perché Egli colpisce giustamente me, io che ho sempre voluto servirlo lealmente, io che ho rispettato i suoi Comandamenti in ogni modo? Come può essere così “duro”, così “severo”, così “crudele” con noi? Sentiamo continuamente lamentele di questo tipo. Gli uomini che lottano con le difficoltà economiche, quelli che sono delusi, quelli che portano la croce di un matrimonio infelice, quelli che sono spezzati dalla sventura, mormorano: Quanto è severo Dio, che ci visita con tanta sofferenza! Perché Dio è così “severo”, perché è così “duro”? Ma non sapete che non è Dio a mandarci la maggior parte delle sofferenze, cioè che non vuole che l’uomo soffra così tanto? – Come lo capisci? Vi spiego. Il mondo attuale non è come Dio l’ha voluto nel suo primo progetto, non è come Dio l’ha creato, ma l’uomo ha sconvolto il suo sublime piano, e per questo tutto il mondo ora geme sotto le conseguenze del peccato originale: la natura inanimata, così come gli esseri viventi. Anche se la Chiesa non insegnasse nulla sulla caduta dell’uomo e sulle sue conseguenze, cioè sul peccato originale, sentiremmo, a causa delle innumerevoli contraddizioni e delle terribili ingiustizie della vita, che qualcosa è all’opera, che qualcosa non è in ordine, che la vita umana non può uscire dalle mani del Creatore in questo modo, che deve esserci stato qualche errore già all’inizio della nostra storia. Dobbiamo affermare con decisione e apertamente che ci sono state e ci sono sulla terra innumerevoli sofferenze che Dio non ha voluto e non vuole, e la cui unica causa è l’uomo, l’uomo peccatore, l’avidità umana, l’egoismo, l’orgoglio. Devo fare qualche esempio? Solo uno o due, presi a caso. – Ho visto a Roma l’immenso Colosseo, il Circo, orrendo anche nelle sue rovine. Ci fu un tempo in cui il popolo, ubriaco di sangue, e l’imperatore stesso, udirono la sera il tragico saluto dei gladiatori che combattevano fino alla vita e alla morte: Ave Caesar, morituri te salutant! “Ave Caesar, i moribondi ti salutano! Allora i gladiatori si attaccarono l’un l’altro; combatterono… gli uomini… per uccidersi l’un l’altro; e gli altri, anch’essi uomini, si rallegrarono di tale spettacolo. In verità, Dio non voleva questo! Il vecchio mercato degli schiavi è visibile ancora oggi a Tunisi, e i bastoni e gli anelli di ferro a cui erano legate le catene di quegli uomini infelici – uomini come noi, con anime immortali! -E Catone, il saggio Catone, scrive: “Bisogna saper vendere a tempo debito le bestie e gli schiavi anziani!” Orrore, prima le bestie, poi gli schiavi! Non è certo questo l’intento di Dio! Che questi esempi sono antichi, che oggi non ci sono né gladiatori né schiavi? Bene, allora. Ecco alcuni esempi moderni. – Una vedova che soffre disperatamente ha un figlio che fa sempre baldoria, che le chiede sempre più soldi, eppure non ha una sola parola di affetto per la madre…. Come può Dio volere questo? Un padre ha sei figli, sei figli che non hanno nulla da mangiare. Accetta qualsiasi lavoro, qualsiasi cosa gli capitai a tiro. Ma non lo vogliono da nessuna parte. E i bambini, affamati, piangono a casa…. Come può Dio volere questo? Dio è “troppo duro” per mandare tante sofferenze all’uomo? È Lui che le manda? No, e mille volte no! La causa di questi innumerevoli dolori, sofferenze e dispiaceri è l’uomo, la sua natura umana decaduta e degradata. Sì, nella maggior parte dei casi è l’uomo il responsabile dell’amarezza di questa vita terrena. So benissimo che mi verranno mosse delle obiezioni: anche se Dio non vuole la maggior parte delle sofferenze, tuttavia le permette, le tollera, acconsente che l’uomo debba soffrire così tanto. Perché acconsente? Questo è un altro discorso. In realtà, Dio potrebbe sospendere l’ordine e le leggi della natura: perché non lo fa? – È la domenica di Pasqua del 1927. Una delle chiese di Lisbona è affollata di gente. All’improvviso… la cupola crolla… e l’urlo di quattrocento feriti riecheggia nell’aria. La chiesa è crollata! Dio non avrebbe potuto sostenere il muro che si stava rompendo? Così facendo, non ha salvato quattrocento uomini! Avrebbe potuto salvare quattrocento uomini! Sì, avrebbe potuto! E non l’ha fatto. Non ci libera da tutti i mali. Ci permette di soffrire.  Dobbiamo forse dire che Dio non ci ama? No. Diciamo piuttosto: se permette che le sue creature predilette versino tante lacrime amare, se Dio permette che la vita umana trabocchi di sofferenza, allora ha ragioni potenti per non farlo, uno scopo elevato che non conosciamo. – Vediamo: qual è la caratteristica più bella dell’anima cristiana? Non soffrire? Che sarà mai! Anch’essa soffre e… piange. Ma non si lamenta, non si ribella, non si dispera; bensì cerca di scoprire cosa Dio vuole da lei, permettendo che le capiti questa o quella disgrazia. Dio è il mio Padre benevolo, e se le permette di soffrire così tanto, deve avere le sue ragioni.

II

Studiamo ora quali sono i piani che Dio può avere con le nostre sofferenze. Anche alla luce naturale della ragione, posso già scoprire alcuni motivi. Perché Dio ci permette di soffrire così tanto? Perché attraverso la sofferenza spesso difende la nostra vita corporea e la nostra salute. Perché un dente malato fa male? Perché se non facesse male, nessuno si preoccuperebbe se i denti si rovinano o meno. Perché una scottatura fa male? In modo da essere prudenti e non bruciarci. Faccio un passo avanti e chiedo: perché c’è la morte, la più grande di tutte le sofferenze terrene? Affinché possiamo avere una maggiore stima della vita che passa. Se la morte non fosse così terribile, quanti si suiciderebbero! Questa è la risposta della semplice ragione. – Ah, ma questa è una piccola risposta, non è vero? La fede cristiana mette a fuoco il problema in modo più profondo. Vediamo la sua soluzione: che cos’è la sofferenza, la disgrazia, nel piano di Dio? Forse è l’ultima risorsa per salvare la mia anima. Ho appena toccato una piaga viva di molti uomini moderni. Ci sono persone che si perdono perché stanno troppo bene su questa terra. Uomini che arrivano a sedersi nella loro regalità in questa vita, e solo in vista di un benessere effimero; uomini che non vogliono credere che su questa terra tutto sia un continuo inizio, una prova imperfetta, un’opera incompiuta. Sono sordi e ciechi a tutto ciò che non sia denaro, fortuna o piacere, a tutto ciò che ci parla di Dio, dell’anima, della Religione, della vita eterna. Non conosciamo tutti una persona così, che sta troppo bene e che si preoccupa di tutto – delle sue scarpe, del suo cagnolino, del suo cappotto, della sua auto, del suo ombrello, di tutto… – tranne che della sua povera, unica, anima immortale? – Quando Augusto venne a conoscenza dell’atrocità di Erode, che fece uccidere il proprio figlio per paura che gli sottraesse il trono, esclamò: “Preferirei essere un maiale che un figlio di Erode! 1 MACROBIO (Satis., II. 41) è il primo a riferire nell’anno 410 questa testimonianza, peraltro sospetta; infatti tutti i figli di Erode erano già maggiorenni e alcuni di loro avevano figli. (N. dell’E.) Se avesse conosciuto l’uomo moderno, avrebbe detto: preferisco essere un cagnolino che l’anima dell’uomo moderno, perché l’uomo moderno si preoccupa più del cane che dell’anima. Ebbene, se Dio vuole portare questi uomini alla conversione, cosa può fare? Egli può servirsi delle prove e delle sofferenze. – Una signora distinta andò un giorno a lamentarsi con un direttore spirituale anziano e molto esperto: Padre, questo mondo mi assorbe quasi completamente e, qualunque cosa faccia, non riesco a liberarmi dalle mie vecchie e grandi colpe. Ho provato di tutto: esercizi spirituali, confessione… Tutto inutile. C’è ancora salvezza per me? Cos’è che può ancora salvarmi? Cosa può salvarvi? Solo una grande disgrazia, rispose il vecchio sacerdote. La signora non capì la risposta. Ma non le ci volle molto per capire. Perse la maggior parte delle sue ricchezze, molti dei suoi uomini morirono e, alla luce di tante disgrazie, quell’anima fuorviata trovò Dio. – Così, la sofferenza può essere nelle mani di Dio un aratro che apre solchi profondi, che rimuove e allenta il terreno che il benessere ha indurito. Ci sono moltissime persone che, dopo essersi allontanate per lunghi anni da Dio, sono state riportate a Lui dalla sofferenza. Molti potrebbero dire con CHATEAUBRIAND: “Ho creduto perché ho sofferto”. Molti uomini si comportano nei confronti di Dio come si comportano nei confronti della cucina: durante l’inverno sono vicini ad essa, durante l’estate la dimenticano completamente. Le stelle sono sempre nel cielo, ma le vediamo solo di notte; allo stesso modo, molte persone pensano alla vita eterna solo quando la sofferenza irrompe nella loro vita. Ma io non sono un miscredente”, mi direte; “non penso che Dio si serva della sofferenza per farmi camminare sulla retta via. Che cosa vuole Dio da me quando sono colpito da una disgrazia?”. Potrebbe avere altri scopi. Potrebbe voler plasmare, abbellire, lucidare la vostra anima con la sofferenza. La sofferenza purifica, abbellisce l’anima e la rende profonda quando viene sopportata e offerta per amore di Dio e dei peccatori. Il continuo benessere rende l’uomo volgare, orgoglioso, sfrenato, ambizioso; la sofferenza, invece, lo rende compassionevole e umile…, lo rende più simile a Cristo! Sì: la sofferenza può essere l’opera dell’artista che Dio fa sul marmo della mia anima. Anche il marmo vorrebbe piangere quando si frantuma sotto i colpi del martello dello scultore. Ma se l’artista “trattasse bene il blocco di marmo”, sarebbe in grado di ricavarne un capolavoro? – La sofferenza può essere il lavoro del minatore con cui Dio scava nella mia anima. Dio cerca l’oro in noi; e l’oro di solito non si trova in superficie, ma deve essere scavato dalle profondità, a costo di un duro lavoro. Ma la sofferenza può anche essere una punizione per mano di Dio. La giustizia esige che colui che ha peccato debba soffrire. È un fatto che non ammette repliche: da qualche parte deve essere punito, in questa vita o nell’altra. “Come oso dire che non ho peccato? Ho espiato i miei peccati? Lo dico a tutti i fratelli: voi che soffrite, non dimenticate mai che è meglio espiare il peccato quaggiù. È meglio dire con sant’Agostino: “Qui, qui, punisci, brucia, visitami, Signore, purché tu mi usi misericordia nell’eternità!”. – FRANÇOIS COPPÉE è stato uno scrittore francese di fama mondiale. Per molto tempo ha vissuto da non credente, poi si è convertito. Soffrì atrocemente sul letto di morte, e pregò forse di porre fine ai suoi dolori? Al contrario. Ha detto: “Je veux une longue agonie…”. “Signore, concedimi una lunga agonia” e, dopo un attimo di silenzio, aggiunse: “… car je crois en Dieu et á l’iminzortalité de l’áme”. “… perché credo in Dio e nell’immortalità dell’anima”. – “Che la sofferenza sia anche una punizione per mano di Dio?” Beh, lo capisco. Ma non capisco come spesso siano i buoni a soffrire di più, quelli che non hanno peccato; e, d’altra parte, i criminali più famosi, che sembrano aver fatto una sola buona azione nella loro vita, si danno la vita migliore che si possa pensare. Come si spiega questo? Dov’è la giustizia? È vero, chi riflette in questo modo ha ragione…, se con questa vita è tutto finito. In questo caso, non c’è soluzione al problema; se così fosse, non c’è davvero giustizia. Ma se credo che la vita continui dopo la morte, allora non sarà difficile trovare la risposta. “Gli uomini giusti soffrono molto in questa vita”, perché non devono soffrire nella vita eterna, e qualsiasi peccato abbiano commesso – nessuno può affermare di essere completamente esente dal peccato – è già stato espiato in questa vita. “I malvagi hanno prosperità in questa vita”, perché nell’altra vita dovranno soffrire, mentre la ricompensa per quel poco di bene che possono aver fatto – possono aver fatto qualcosa, anche se si tratta di un’inezia – la ricevono già in questa vita. – Il problema, allora, è questo: come conciliare la marea di mali che ci inonda con la bontà del Padre celeste, che veglia sull’universo? E la risposta è questa: Dio non trova piacere nella sofferenza degli uomini, così come i genitori non trovano piacere nel dover negare qualcosa ai loro figli o nel doverli punire. Se devono farlo, è perché hanno tutte le ragioni per educare, emendare o rimproverare la loro cattiva condotta, evitando così che i loro figli peggiorino. Questo getta già un po’ di luce sul problema del dolore. Solo un po’ di luce? Sì, una certa luce. Infatti, anche dopo tutte le riflessioni e le spiegazioni, dobbiamo confessare che non abbiamo raggiunto una chiarezza assoluta e che qui c’è un mistero, un segreto, che l’uomo non può penetrare. Spesso siamo costretti a dire: non capisco, non capisco. Perché non siamo noi i creatori dell’universo. Quello che ho fatto io stesso lo capisco; quello che hanno fatto gli altri è più difficile per me. Trovo più difficile capire quello che hanno fatto gli altri, e ci sono molte cose al mondo che io non ho fatto. Solo il Creatore può comprendere appieno gli eventi del mondo. Già Sant’Agostino esprimeva questo pensiero quando paragonava la vita dell’uomo a un arazzo di ricchi colori, di cui vediamo solo il rovescio. Guardate un bellissimo arazzo persiano: fiori, figure, colori, si fondono in un’armonia artistica. Sì, ma se vediamo solo il rovescio della medaglia, ci sembra un’orditura senza ragione od ordine. Lo stesso vale per la vita. Noi vediamo il rovescio; il dritto, cioè il grande pensiero unificatore che riunisce tutti i fili e i dettagli secondo un piano prestabilito, lo vede solo Dio. Accanto al telaio della vita umana c’è il Dio eterno, di cui non conosciamo i disegni, i cui pensieri non sono i nostri pensieri e le cui vie non sono le nostre vie. Ma se siamo nelle mani di Dio, se un uccello non cade dal tetto senza che Dio lo sappia, se non cade un capello dal nostro capo senza il piacere dell’Altissimo, nessuna disgrazia, nessuna sofferenza o dolore potrà strapparmi a Dio… è una verità indiscutibile che voglio sempre professare.

* * *

Una volta ho incontrato un conoscente, un giudice, che non vedevo da diversi mesi. Il suo unico figlio, studente universitario, era un mio discepolo, per giunta eminente. Tutta la famiglia ha trascorso l’estate in una località balneare. I genitori si stavano riposando in riva al lago; il bambino stava nuotando. All’improvviso…, senza una parola, senza un solo lamento, si tuffò… lì, in piena vista dei suoi genitori…. Fu trovato il giorno dopo in acqua…; era morto…. Il loro unico figlio, robusto, di diciannove primavere! …. Era la prima volta che incontravo il padre dopo il disastroso evento. In queste occasioni, abbiamo istintivamente cercato qualche parola di consolazione…. Ma non ce n’era bisogno. Con voce affannosa, con un non so che di ammirevole, con la voce tremante di un uomo che lotta contro il dolore, mi disse: “Padre, in mezzo a questa terribile disgrazia, ringrazio Dio per essere stato così misericordioso con il nostro Giovanni…”. La mattina stessa si era confessato e aveva ricevuto la Comunione…. Da allora, io e sua madre andiamo a confessarci e a fare la Comunione ogni mese nello stesso giorno…. Ci conoscono già e ci guardano tutti con sorpresa; non capiscono come possiamo sopportare una tale disgrazia…”. Avrei voluto gridare a tutti: “Uomini, fratelli che soffrono, che sono oppressi, tutti voi, venite a imparare da questo padre tormentato! Fratello, la vita è difficile per te e sei nel mezzo di una notte che sembra non avere fine? Fratello, sei stanco di versare lacrime? Poi guardate: inginocchiatevi davanti a Dio, chinate il viso e appoggiatelo sulle sue mani, sulle mani del vostro Padre celeste, e cercate di pronunciare lentamente, rendendovi conto di ciò che state dicendo, le seguenti parole: “Sia fatta la tua volontà, Signore, ovunque io sia. Sia fatta la tua volontà, Signore, anche se non la capisco. Sia fatta la tua volontà, Signore, per quanto io possa essere turbato”. Signore, sia fatta la tua volontà in ogni cosa; Signore, ti sarò sempre fedele. “Chi può separarci dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la fame, la persecuzione, la spada…? Sono certo che né la morte, né la vita, né gli Angeli, né i Principati, né le Virtù, né le cose presenti, né quelle a venire, né la potenza, né alcunché di più alto, né alcunché di più profondo, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è fondato su Gesù Cristo, nostro Signore” (Rm VIII,35.38-39).

CAPITOLO XIX

CRISTO, RE DEGLI AFFLITTI (II)

Nel capitolo precedente ho proposto un tema molto difficile: il problema della sofferenza umana. Forse non c’è altro argomento che interessi di più gli uomini, dal momento che tutti, o quasi, avranno sentito nel loro cuore lo sguardo terribile della sventura e del dolore. La sofferenza è la compagna inseparabile dell’uomo che vaga in questa “valle di lacrime”; un mistero tremendo per la mente pensante e una pietra di paragone per l’anima religiosa. Non si può scherzare con la sofferenza. È una cosa dura, grave, amara; ed è spesso una prova, apparentemente senza scopo, insopportabile; tuttavia, come abbiamo visto nel capitolo precedente, la Sacra Scrittura dice con la sua mirabile saggezza: “Chi non è stato tentato, che cosa può sapere?” In altre parole, la tribolazione è un prerequisito per l’equilibrio della vita giusta. – Chi non ha sofferto non capisce come il nostro “io” migliore, la nostra anima, il nostro Dio, che dimentichiamo quando il benessere ci sorride, si possa trovare sul sentiero roccioso della sofferenza. Chi non ha sofferto non sa come si possano comprendere i mali degli altri guardandoli attraverso la propria miseria; come si possano tagliare con le forbici del dolore acuto tutti i nodi che legano la rete dell’egoismo, della piccolezza d’animo; come ci si possa trasformare in anime morbide, comprensive, piene di perdono. Chi non ha sofferto non sa come la sofferenza possa purificarci dal peccato, espiare la colpa, recuperare il tempo perduto. Certo, la sofferenza sopportata con forza ci rende più coraggiosi, l’impotenza ci rende più malleabili, l’umiliazione ci innalza; in una parola, la sofferenza sopportata in unione con Dio ci rende più profondi, più spirituali. La sofferenza sopportata in unione con Dio! La sofferenza santifica, purché sia vissuta nello spirito di Cristo. Allora l’anima diventa più delicata e profonda, più comprensiva e più forte.Ci sono infatti coloro che si confondono e si disperano nella sofferenza, perché non soffrono nello spirito di Cristo. Questi, invece di aiutarli, si disumanizzano. Questo ci porta al tema del presente capitolo: tutti dobbiamo soffrire, perché fa parte della nostra condizione umana. Ma come possiamo soffrire secondo gli insegnamenti di Nostro Signore Gesù Cristo? Come possiamo avere Cristo come nostro Maestro, il Re degli afflitti, in momenti così dolorosi?

I

“Cristo è il re dei tribolati”. Che cosa significa questo nella vita pratica? Quale forza ottengo se, nei giorni bui, sotto le disgrazie che mi sommergono, penso che Cristo abbia già percorso la stessa strada che io devo percorrere? Si dice che in primavera, quando la vite fiorisce, anche il vino comincia a muoversi, a fermentare, a sentire in un certo modo la fioritura della vite da cui proviene. Si potrebbe dire che esiste una sorta di “simpatia” tra il vino e la vite. Simpatia significa “partecipazione alla sofferenza di un altro, compassione, comunità di sentimenti”. Si dice anche che quando un uragano scatenato sferza il grande oceano, allo stesso tempo la superficie liscia dei laghi dolci e tranquilli, situati tra le montagne scoscese, comincia a muoversi; essi sentono in un certo modo le lotte dell’immenso mare, poiché provengono da esso. C’è simpatia tra il lago e il mare. C’è anche una certa simpatia tra le sofferenze di Cristo e le mie. Se “Cristo soffre”, io soffro. Se io soffro, Cristo soffre con me. Questa simpatia o “compassione” reciproca è in grado di mitigare e lenire la mia anima dolorante, persino di attenuare la paura della morte. Questo quando sarò in grado di soffrire con Cristo, avendo un cuore compassionevole per Lui, soffrendo con Cristo. – La vita a volte è molto dura e si è tentati di dire: “questo è il massimo e non un passo in più”, non ho più forza, non ce la faccio più. Così, quando vi sembra di non farcela più, invece di prendere una pistola per uccidervi, prendete un piccolo crocifisso, mettetelo davanti a voi e pensate a ciò che il Signore ha dovuto soffrire per voi. Quando la notte terribile vi avvolge, quando soffrite l’indicibile, pensate: Cristo ha sofferto molto di più per me. Consolatevi con il pensiero: quanto deve aver sofferto il Signore! – Un prete tedesco incontrò una vecchietta sulle rive del Reno e le chiese: “Come va, signora? “La mia casetta è stata distrutta da un incendio, i miei figli sono andati a vivere in America, io sono in grande miseria…”. Il Sacerdote voleva dirle qualche parla di consolazione ma l’anziana donna lo interruppe e disse con un sorriso gentile: “Nostro Signore Gesù Cristo è stato senza fissa dimora per tutta la vita, e io non sono ancora arrivata a quel punto; Lui ha dovuto andare a piedi nudi, io non ancora; ha dovuto portare una corona di spine, e io no!…”. Non sentiamo forse tutti che Cristo è veramente il Re dei tribolati e che il Cristianesimo è, senza dubbio, il grande benefattore dell’umanità afflitta? Oh, se solo l’olio dello spirito cristiano ungesse tutte le nostre ferite! – La vita è spesso terribile e crudele. Sembra che a ogni passo mi capiti una tragedia dopo l’altra. Ma se mi aggrappo alla croce di Cristo, la mia vita avrà un senso. Non potrò evitare la malattia, non potrò evitare che il mio matrimonio non vada bene; il mio marito severo non cambierà, il figliol prodigo non tornerà, la lotta quotidiana per uscire dalla miseria non sparirà; ma… l’imitazione di Cristo rende più facile la sofferenza. Ha scelto una vita piena di sofferenza per poterci dire: “Ascoltate e considerate se c’è un dolore come il mio dolore!”. (Lamentazioni di Geremia 1,12). Quello che dovete soffrire ora, io l’ho già sofferto, l’ho sofferto di più e l’ho sofferto per voi. Siete poveri? Ho scelto la povertà. Sacrificano la tua dignità e il tuo prestigio? Perché cosa mi hanno fatto? Sapete che sono stato schiaffeggiato. Sapete che in attitudini di disprezzo sono stato presentato a Erode. Guardatemi sulla croce. Lì sono stato abbandonato da tutti, anche dal cielo stesso. Piangete? Ebbene, mescolate le vostre lacrime con le mie, e perderanno la loro amarezza. La vostra croce è pesante? Portatela un po’ sulle mie spalle; la sopporteremo entrambi più facilmente. Siete pungolati dalle spine della vita? Guardate quelle che porto sulla testa. “Ma a volte i sentieri lungo i quali il Signore ci conduce sono troppo difficili, troppo rocciosi, troppo pieni di spine”, potrebbe dire qualcuno. Oh, sì, fratello, chi potrebbe negarlo? Ma sono impossibili? No. Sono impossibili solo per chi non ha fede. Se ho fede e credo che tutto ciò che mi accada nella vita è nelle mani di Dio; se ho fede e credo che c’è Qualcuno che non mi dimentica, anche quando tutti gli altri mi abbandonano; che mi ama quando nessuno mi ama; che veglia su di me quando tutti gli altri dormono…, la mia vita avrà un senso. Quale forza ha la nostra fede proprio nella sofferenza! Se nelle ambasce del dolore abbraccio il Cristo sofferente, la vita continuerà ad essere una “valle di lacrime”, ma la mia anima non cadrà nello sconforto. Continuerò a lamentarmi, ma le mie lamentele saranno orazioni, una preghiera sublime.  Continuerò a soffrire, ma non dispererò, e si sa che “non è il dolore che uccide, ma la disperazione; e non è la forza che dà la vita, ma la fede”.

II

Con quanto detto abbiamo appena risposto a un’obiezione che può essere sollevata da uomini superficiali: è lecito per un vero Cristiano lamentarsi, è lecito per lui fuggire dalla malattia, dalla morte? Risponderò a questa domanda senza mezzi termini. Sappiamo che la natura umana teme il dolore, sappiamo che vorrebbe fuggire dalla sofferenza e dalla morte. Morte! Morire! Questo pensiero travolge tutti gli uomini, anche i più favoriti dalla fortuna, quelli che non provano nessun altro dolore nella loro vita (se esiste un uomo del genere al mondo!). Chi non ha sentito la minaccia più o meno affrettata di morire? Un giorno o l’altro ci accorgiamo con spaventosa chiarezza di quanto il mondo sia effimero…. – Possiamo riassumere la storia dell’uomo in tre parole. Il vostro, come il mio: “Nasciamo, soffriamo, moriamo”. I secoli vengono e i secoli passano; gli uomini nascono e gli uomini muoiono; le città sorgono e altre scompaiono; le dinastie di re brillano e cadono…: tutto, tutto è in via di estinzione… C’è stato un giorno in cui anch’io sono entrato nel mondo con un grido alla nascita…, e ci sarà un altro giorno in cui con un altro grido o lamento lascerò questa vita. Che cosa terrificante, se questa fosse la fine di tutto, se la vita non fosse altro che questo! Sappiamo che non è così, eppure rabbrividiamo al pensiero della morte. E non dobbiamo scandalizzarci per questo, perché è Dio stesso che ha messo l’amore per la vita nei nostri cuori. – Un giornalista non credente si recò a Lourdes e scrisse in seguito le sue impressioni. Era stupito e scandalizzato da una cosa che gli sembrava incomprensibile: che uomini devoti e ferventi vadano in pellegrinaggio al santuario mariano per chiedere di essere guariti, per chiedere di allungare la vita. Non vogliono forse andare in paradiso, visto che sono così credenti? Non è illogico? O voi che fate questa domanda, non siete mai stati gravemente malati? Non avete mai passato una notte insonne con trentanove o quaranta gradi di febbre? Si vorrebbe dormire, dormire… anche solo per cinque minuti… ma non si riesce quasi a dormire… le gambe non riescono a stare ferme… si guarda l’orologio: le dodici e mezza! Oh, quanto tempo passerà prima che arrivi l’alba…. Ma ditemi, non siete mai stati malati? Se lo siete stati, infatti, non vi stupirete del fatto che in un caso del genere un uomo si aggrappi alla qualsiasi pagliuzza che possa dargli sollievo e… non per questo deve rinnegare la sua fede cattolica. Lo stesso GESÙ CRISTO ha cercato sollievo nel mezzo del suo grande dolore: “Padre mio, se è possibile, non farmi bere questo calice” (Mt XXVI, 39; Mc. XIV 14,36; Lc XXII, 42). E voi volete che il buon Cristiano non senta il dolore? Volete che colui che crede nell’eternità non si commuova davanti alla tomba dei suoi cari? No, no! Questa non è la fede cristiana. Anche noi ci pieghiamo sotto il peso del dolore, ma… non ci spezziamo. Anche noi piangiamo sulle tombe… ma non disperiamo, e così poniamo sulle tombe la croce di Cristo, che precede la risurrezione…. – Cristo crocifisso è la più grande consolazione per l’uomo che soffre! Le disgrazie, le sofferenze, arrivano anche a me; mi fanno male, ma non perdo mai la fede: “Quello che Dio prende, lo restituisce in abbondanza”. Quando? Non lo so. Ma so che tutto ciò che mi restituisce lo fa in abbondanza. Sono Cattolico eppure soffro; ma in mezzo a tutte le difficoltà sento le parole del Signore, piene di consolazione: “Conosco le tue opere, le tue fatiche e le tue sofferenze….. E che hai avuto pazienza, che hai sopportato per amore del mio nome e non sei venuto meno” (Apocalisse II: 2-3). E non dobbiamo dimenticare l’altra grande verità: il Signore non abbandona chi non lo abbandona per primo, ed è con noi anche quando non sembra essere attento a noi. – Santa Caterina da Siena, in una fase della sua vita, fu tormentata da terribili tentazioni; sudò quasi sangue nella dura lotta contro le tentazioni. Alla fine vinse, e la dolce gioia del trionfo le inondò il cuore. “O Signore”, si lamentò allora con Gesù Cristo, “dov’eri quando ero alle prese con tentazioni così terribili?” E il Signore gli rispose: “Nel tuo cuore”. “Ma come è possibile? – esclamò stupita la Santa: “Il mio cuore era pieno dei più turpi pensieri e Tu eri in esso?”. Allora il Salvatore chiese: “Quelle tentazioni ti sono piaciute o ti hanno fatto soffrire?” “Ah, quanto mi hanno fatto soffrire”, rispose CATERINA. “Vedi, figlia mia, che questi pensieri ti abbiano ferito e non hanno scalfito il tuo cuore, è stata opera mia. Ero nel tuo cuore anche allora, e ho permesso le tentazioni perché dovevano essere proficue per te. Tutti gli uomini soffrono, ma solo i Cristiani sanno soffrire; tutti muoiono, ma solo i Cristiani sanno morire.

* * *

Chiudo il capitolo con il caso di uno scrittore mistico medievale, TAULERO. Questo scrittore, profondamente religioso, incontrò un giorno un mendicante. Lo salutò calorosamente: “Buongiorno”. Il mendicante rispose: “Buongiorno? Io non ho mai avuto una giornata cattiva. Taulero si è giustificato: “Intendevo dire che Dio ti dia fortuna”. Ma il mendicante obiettò di nuovo: “Sono sempre fortunato”. Taulero spiegò di nuovo: “Intendevo dire che tutto accada secondo i tuoi desideri…”. “Ma tutto mi accade come desidero, e sono felice”, rispose l’uomo cencioso e affamato. Taulero era stupito. “Ma sei felice? … nemmeno chi non manca di nulla è felice…”. “Eppure sono contento. So di avere un Padre in cielo che mi ama. Quando la fame o il freddo mi tormentano, quando la gente di strada senza cuore si prende gioco di me, dico solo questo: “Padre, lo vuoi, perché anch’io lo voglio! In questo modo tutto ciò che voglio si realizza…”. “E se Dio ti gettasse all’inferno, vorresti comunque ciò che Dio vuole, ha chiesto Taulero? E il mendicante rispose: “Anche allora! Perché ho due braccia: la conformità alla volontà di Dio e l’amore. E se Dio volesse gettarmi all’inferno, abbraccerei Dio con queste due braccia e non lo lascerei andare, lo trascinerei con me all’inferno. E preferirei essere con Dio all’inferno che senza Dio in paradiso? La nostra vita sulla terra è sofferenza, dolore, ma non è un inferno. E anche se lo fosse! Se Dio è con me… – Dobbiamo afferrare la mano di nostro Signore Gesù Cristo! E dobbiamo dire: “Sì, mio Signore, soffro, ma persevero”. Voglio esservi fedele fino a quando la fede si trasformerà in visione, il desiderio in possesso, la breve sofferenza terrena in gloria eterna, questa vita così piena di sofferenze nella corona incomparabile della vita eterna.

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (10)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (10)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni)

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

AI 20 MILA CHE COMPRARONO E A1 100 MILA CHE LESSERO IL LIBRO DELLA GRAN BESTIA: DUE PAROLE.

Dio vi benedica gli occhi, le mani e le tasche, o carissimi giovani, che correste in tanta folla a vedere la Gran Bestia, e faceste sì buon viso, non dico a lei brutta e schifosa che è, ma a me, che mi sono ingegnato di dirvene tutto il male che si merita. Ma voi non vi siete accorti, o cari giovani, d’ una cosa. Tutti attenti, curiosi, incantati, cogli occhi tondi e colla bocca aperta a guardar di faccia il mostro, rivederne il pelo, osservar le zanne e gli artigli …. vi siete dimenticati di dargli una giratina per di dietro. Vi sareste accorti che gli mancava la Coda. Oh perché mo? lasciarlo senza coda il bestione? Forse che non ne ha da natura? — Oh si che ne ha! e come lunga! Ma la fu colpa della mia fretta; colpa, dico, che ora intendo correggere, appiccando alla BESTIA, con questo altro libretto, la sua brava Cona; e così avrete tutta la BESTIA intera e nel suo genere perfetta. Leggete e divertitevi. Se anche questo mio lavoretto vi torna gradito, spero non tarderemo a rivederci.

F. MARTINENGO, P. D. M.

I.

PRINCIPIIS OBSTA.

Vecchia sentenza, nata ancor prima che nascesse la nostra lingua italiana (e di fatto è scritta in latino); e vuol dire, cari giovani, che in tutte cose convien badar bene ai principii, e se trattisi di male semenze, soffocarle tosto in sul primo germogliare. Più vecchio ancora (e più autorevole; perché scritturale) quel detto: qui spernit modica paulatim decidet. Sprezzi le piccole cose, il piccolo male? Bada! a poco a poco crescerà, diverrà grande e ti trarrà in rovina. A che consuona quel che dice con espressiva metafora un Apostolo: Quantus ignis quam magnam sylvam incendit! che Dante traduce: Poca scintilla gran fiamma seconda. Insomma è la storiella del zolfino, che perpetuamente in mille guise si ripete. Tonio sta novellando sull’aia cogli amici, accende la pipa, e il zòlfino mezzo acceso butta là, senza pensare che proprio là c’è il pagliaio. Di li a poco pagliaio, stalla, casuccia tutto una fiamma. Dio mio! Quantus ignis quam magnam sylvam incendit! – Ma a che mira tutto questo preambolo? Ad avvertirvi, miei cari giovani, che se volete che la GRAN BESTIA non vi metta l’ugne sul groppone, vi bisogna star desti con tanto d’occhi aperti ai primi assalti che la vi darà. V’ho già detto che a combatterla dovete incominciar subito; ora aggiungo, che dovete combatterla non solo nel molto, ma anche nel poco: non solo allorché aprendo la bocca e mostrando le zanne, minaccia divorarvi, ma anche quando, traendo la lingua, dà vista di volervi soltanto leccare. La è una bestia traditora, proprio come è il gatto, vedete! Scherzate col gatto, e se non è oggi è dimani, una buona sgraffiata non potrà mancarvi. Ma a me piace persuadervi per via di fatti. Sentite. Bertino, giovinetto di buon? Indole e di migliori costumi, usava famigliarmente con un suo cugino maggiore due o tre anni di lui. Chiamavasi Angelo, ma era ben altro; ché non tardò ad entrargli in certi propositi, i quali….non istavan mica bene. Bertino, ben educato, n’ebbe pena, e non volle più andarci con quell’impudente: ma la mamma che il teneva per uno stinco di santo, tanto bene sapeva infingersi! n’ebbe dolore, e se ne corrucciò col suo Bertino: . – Che non vai più col cuginetto?.. Già due volte che viene a chiamarti nel passeggio, e tu….— Che ci voleva a rispondere: Guarda, mamma mia buona; la cosa sta così e così? Bertino invece non n’ebbe il coraggio e tornò coll’Angelo cattivo. O giovanetti, se avete una mamma buona, come la penso io; una di quelle mamme, che nei figli, più che la grazia fallace e la vana bellezza, amano l’innocenza e la virtù, e tremano al sol pensarli viziosi e corrotti…. giovani cari, per una mamma cosiffatta non abbiate segreti: è l’angelo visibile che Dio vi ha dato: guai, se le chiudeste il cuore! Così fece pur troppo Bertino, e contro coscienza tornò a trattare col tristo compagno, contro coscienza ne udì cattivi discorsi e peggiori consigli, contro coscienza ne accettò un libro…. Quando il cugino gliel’offerse, il primo pensiero fu di rifiutarlo; la coscienza dentro gridava: no, non devi pigliarlo; il compagno insisteva: piglia, piglia…. Purché nol veda tua madre… che hai paura ti abbruci le tasche? — Be, lo piglierò’ (pensò allora Bertino), lo piglierò per cessar l’ importunità; non fia però mai vero che lo legga. — Ma quando l’ebbe addosso, gli parve averci l’inferno; lottò due giorni contro la. Tentazione d’aprirlo; finalmente (era da prevedersi) la curiosità. vinse. Una sera, assicuratosi che la mamma dormiva, si chiuse nel suo stanziolino, accese il lume, aperse tremando il libro, e vi stette sopra gran parte della notte. Il dimani. a ora tarda si levava pallido, col volto contraffatto, con due occhi che facevano paura. Quel libro maledetto gli aveva abbruciato; non: le tasche, ma l’anima. Povero Bertino; povero Bertino! Fu quello il principio di sua rovina. A venticinque anni, consunto nel vizio, morì. – Or  che ne dite della Bestia, giovinetti? L’ha la coda lunga si o no? Oh se l’infelice avesse avuto coraggio di troncarla risolutamente fin da principio!.. Tant’è, principiis obsta e « Poca scintilla, gran fiamma seconda! » … tenetelo a mente! Ma via! che vengo a contristarvi con esempi funesti? Voi sarete giovani franchi, di coscienza non solo, ma di coraggio: voi imiterete quel bravo giovinotto di nome Cesare, che io conobbi, or ha parecchi anni, studente all’università. Com’era bel giovane e ardito che figurava tra i primi, avean pigliato ad aliargli dattorno certi corbacci, coll’intento di tirarlo a una loro società, che dicevano di beneficenza, e non era in sostanza che la Massoneria. Ma Cesare, che sapeva per bene dove il diavolo tien la coda: — Sentite (disse ai compagni che l’importunavano) di ‘società io ne ho già tre, dalle quali non posso levarmi: la mia famiglia, la mia patria, la Chiesa. Ho quindi legami e doveri, come figlio, come italiano e come Cristiano. Più di così (confesso la mia debolezza) non posso portarne. Sicché abbiatemi per iscusato, e più non se ne parli. — I compagni non s’ardirono rifiatare, e Cesare fu libero per sempre dalla loro importunità. Felice, che seppe opporsi ai principii del male, e spegnerne prontamente la prima scintilla. Quell’atto di franchezza il rese libero e franco per tutta la vita. –  Attenti dunque, o giovanetti, attenti ai primi assalti della BESTIA; non arrestatevi a disputare con lei, voi non dovete concederle nulla, assolutamente nulla; ella è bestia Lig si DE 3 sì spietata e vorace, che se le darete il mignolo, v’abbranchera la mano, tutto il braccio e, tira, tira, vi strascinerà in perdizione.

II.

IL VISIBILE E L’INVISIBILE.

Gran danno, che Dio, coscienza, onestà, virtù sian cose che non si veggono nè si toccano; di che, quando vengono nel nostro spirito a battibecco con ciò che vediamo cogli occhi e tocchiam colle mani, pue troppo, il più delle volte ne vanno al disotto. Così è; il sensibile ci assorbe, ci rapisce così, che non ci lascia pensare a ciò che è sovrasensibile e spirituale. E questa è appunto la principale cagione per cui l’uomo sovente lasciasi imporre da altri nomini di quelle cose che fanno a sassate con Dio, colla coscienza. e col dovere; – Dio! … dov’è Dio? chi lo vede? chi lo tocca?.. E il dovere…. di che colore è egli il dovere? E la coscienza?… è vero che è fatta a maglia?… Pur troppo! Ce n’ha tante di cosiffatte!… Or bene, se abborrite, o cari giovani, dall’avere una coscienza cosiffatta, bisogna v’atteniate sodi a questo gran principio: che nostra regola di pensare e d’operare non dobbiamo cavarla dal sensibile, da ciò che si vede, si sente e si tocca; ma dai principii eterni della verità e della giustizia, i quali partendo, quai raggi luminosi, da Dio che non muta si riflettono nell’anima nostra immortale fatta a somiglianza di Dio. Per tal modo riesce l’uomo a formarsi Una coscienza e quindi un abito di operare diritto, uniforme e costante e poi quello che fa i caratteri forti ed elevati, de’ quali, mi pare, v’ho parlato nell’altro mio libretto della BESTIA. Ma se al contrario torrete a regola del pensare e dell’operar vostro il sensibile, come esso varia e si muta continuamente; così mutabile e vario sarà l’operar vostro; abbraccerete oggi come bene ciò che ieri fuggivate per male, e viceversa; e così, lascia e tira, tira e lascia, vi formerete la coscienza che abbiam detto di sopra, una vera maglia, anzi una rete maledetta, nella quale finirete col rimanere voi stessi malamente arreticati. –  Dicono che la volpe dorme con gli occhi aperti. Io nol so, che non ho mai vedute volpi a dormire; ma ben posso dirvi, cari giovani, che gli occhi aperti dovete tenerli ben voi, e dico gli occhi dell’anima; acciocché nel vivere e nell’operar vostro non v’accada di lasciarvi così, allucinare dalle cose visibili e mutabili di questa bassa terra, da dimenticarvi che sopra il vostro capo si spiega cotesto magnifico padiglione de’ cieli. — È un ricordo che davami a suo modo quel buon vecchio di mio nonno (Dio lo riposi!), il quale, fattomi osservare certe galline, che, appena spiovuto, uscivano in cortile e correvano ai laghetti qua e là lasciati dalla pioggia: — Guarda, guarda che fanno, mi diceva. — Bevono, risposi. — Bevono si; ma osserva il modo che tengono nel bere: chinano il capo; mettono il becco in molle, poi si levano su…. vedi, vedi!… Ed io che vedeva: — o perché fanno così, nonno? — Per insegnarci, Cecchino mio, che noi Cristiani non s’ha a star sempre con gli occhi o col capo all’in giù, come il porco, che pur rificca il grifo nel brago, ma ogni tanto levarci col pensiero e cogli affetti al cielo, dove sta di casa il Signor nostro Iddio. — Questo ricordo vorrei teneste bene a mente, miei cari giovani; abituandovi a pensar qualche cosa che non sia materia e fango; per esempio: Dio, l’anima, la virtù… e delle stesse cose sensibili che vi cadono sotto gli occhi servirvi come di tanti scalini da salire in alto, come v’ammonisce il poeta là dove dice, che le cose belle di quaggiù Sono scala al Fattor, chi ben l’estima. E già ce n’aveva avvisati un filosofo dell’antichità, il quale, benché pagano, tutta la sua filosofia riepilogava in questo grande ammonimento: sequere Deum. — Ma come seguir Dio (mi domandate) s’Ei non si vede? — Appunto guardandolo con. gli occhi dell’anima (vi rispondo); e così avvezzarci a contemplarlo come nostro Signore, anzi buon Padre, che sempre ci vede e ci benefica e ci ama: temer quindi d’offendere gli occhi suoi, più che gli occhi di qualsivoglia mortale. Di che ci lasciò bell’esempio Abramo, il gran patriarca lodato da s. Paolo, perché camminava sempre alla presenza di Dio invisibile, come se cogli occhi realmente il vedesse: invisibilem tamquam videns sustinuit. — E così il pensiero di quel grand’occhio aperto sopra di voi, vi sarà d’un possente aiuto a salvarvi fin dalle prime e più lievi tentazioni dell’umano rispetto: vinta la BESTIA al primo assalto, vi darà buona speranza. di vincerla sempre.

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (11)