QUARESIMALE (V)

QUARESIMALE (V)


DI FULVIO FONTANA
Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)


PREDICA QUINTA
Nella Feria feconda della Domenica prima

La terribilità dell’Universale Giudizio; per gl’orrori che precedono; per la severità dell’esame; per la sentenza, che sovrasta.


Cùm veneris Filius Hominis in majestate sua et omnes Angeli cu meo, tunc sedebit super sedem majestatis suæ, et  congregabuntur ante eum omnes gentes, et separabit eos ad invicem.


Così con quel che segue, descrive San Matteo la venuta di Cristo per giudicare il mondo.

Io per me son fuori di me; ne so con quali parole, con quai periodi abbozzar lo spavento di quella tremenda giornata, in cui saranno giudicati i vivi e i morti. So che sarà dies Domini, che vale a dire, dies irae, dies calamitatis et miseriae, giorno di sdegno, di furori, di stragi. Padre amato, Padre San Francesco Saverio; voi, che sì bene imprimeste nella mente de’ vostri UU. il terrore di questo giorno; Voi Vergine Santissima, che ben lo comprendete, avvalorate lo spirito mio abbattuto; il mio cuore, che palpita, la mia lingua che trema mentre io senz’altro principio, do principio. Preparate pure R. A. il vostro cuore ai terrori, agli spasimi: mentre io procurerò mettervi sotto gl’occhi la spaventosa giornata dell’Universal Giudizio. Girolamo ne’ suoi volumi, e Iddio si nell’Apocalisse, come nell’Ecclesiastico ce lo descrive così: ecco, che in un subito si vedrà ricoperto di densissime nuvole il cielo; finché, dalla serenità di un giorno allegro si passerà alle tenebre d’una oscurissima notte, la quale altro lume non riceverà, che dalla luna grondante vivo sangue, da’ lampi spaventosi che atterreranno da’ fulmini spietati che inceneriranno. A’ terrori del cielo corrisponderanno gli spettacoli del mare, il quale tutto tumido e fluttuante s’alzerà per quaranta cubiti sopra l’altezza de’ monti più rilevati, indi abbassandosi si profonderà fino a perdersi di veduta, mutando in tanto le acque in color di sangue, e sangue putrefatto; li pesci  e mostri marini, ancorché mutoli per natura, unitisi a gran schiere insieme, assorderanno d’insoliti clamori, e cielo e terra e in questa, ancor essa moribonda, ogni fiera, perché senza cibo, e senza riposo si stannerà da’ suoi covili gemendo e urlando, ogni erba de’ prati gronderà vivo sangue, ed in solite locuste, simili nella faccia all’uomo, ne’ denti al leone, nella coda agli scorpioni; s’avventeranno con fieri morsi ai peccatori, e ne faranno scempio crudele. Né qui finiscono gli orrori, poiché una grande aquila volando per l’aria griderà con voci di tuono, veæ veæ hominibus in terra, guai, guai a’ peccatori! Indi ferite da un Angelo più stelle ne cadranno pezzi a sterminio della terra. Dopo, scesi sopra di essi due milioni di Angeli sterminatori, guarniti di corazze impenetrabili di giacinto, scorrendo qua e là, su mostruosi cavalli a guisa di leoni di fuoco, faranno strage d’una gran parte degli uomini. – Ed è pur vero che questi preludi d’una giornata così tremenda, non son soli, v’è di peggio, perché unitamente à questi portenti armerà Iddio tutte le creature a danni del peccatore, pugnabit omnis creatura contra insensatos. Alle armi, alle armi dunque … orsi, tigri, pantere alle armi, non siete più soggette all’uomo. Fuori dalle vostre foreste, sfogate le vostre crudeltà sopra de’ peccatori. Leopardi, lupi, leoni alle armi, alle armi. Fuori delle selve, andate in traccia de’ scellerati. Sfogate la vostra ferocia, uccideteli, sbranateli, divorateli, serpenti, vipere, draghi, rospi, basilischi, alle armi contro degli iniqui. Fuori de’ vostri covili, infondete pestiferi veleni nelle carni ammorbate de’ perversi, ribelli al vostro Creatore. E voi terremoti non siate contenti delle stragi di Ragusa, delle rovine di Rimini, dello sterminio di Catania, ma smuovete da’ fondamenti ogni città, ogni terra, ogni castello; e fate che restino estinti e sepolti in un medesimo tempo tutti i peccatori. Voi fiere pestilenze non vi contentate degli spettacoli che cagionaste nella città di Napoli e di Genova a nostri tempi; mentre ne consegnaste alla morte fino a trenta mila in un sol dì; uccidete in ogni città, in ogni castello, in ogni contrada, quanti vivono nemici di Dio. O che orrori, o che miserie! veder tutte le creature sì irragionevoli, come insensate, armarsi contro del genere umano, e farne strage. Pensieri miei disperati io non so dove mi sia. – E pure non ho detto nulla, a paragone di quello che mi resta, poiché vi rimane la strage del fuoco divoratore. – Sono ormai scorsi sessanta e più anni, da che quel monte sì celebre, perché sì spaventoso del Regno di Napoli, detto il Vesuvio, aperta un’ampia bocca, vomitò un torrente di fuoco, che misto di zolfo, pece e bitume, durò ad ardere per dodici giorni nelle acque del mare vicino. Avereste veduto scagliarsi all’insù da quella accesa fornace nembi di grosse pietre, che con strepito di tuoni, e con violenza di fulmini, cadendo poi giù abbattevano case, uccidevano bestie e stritolavano uomini. Ah che prima di restare inceneriti e sepolti gli avreste sentiti esclamar: misericordia, è venuto il Giudizio, misericordia! Ma, se io fossi stato presente a queste dolorose esclamazioni, gli avrei con rimprovero, schiacciate le parole in bocca: sciocchi, che dite, il giorno del Giudizio? Eh mi meraviglio di voi, altro orrore, altro incendio sarà quello del giorno estremo. Questo fuoco che vomita il Vesuvio è fuoco prodotto dalla natura; ma quello del dì del Giudizio verrà dall’ira giusta di Dio implacabile. Questo esce da un sol monte; ma quello, secondo Alberto Magno, cadrà giù per ogni parte, scatenato dal cielo, sboccherà vomitato all’insù da mille voragini dell’Inferno. Il Giudizio eh, è venuto il Giudizio? Sciocchi tacete. Questo fuoco del Vesuvio scaglia ceneri, e sassi; ma quello assai più impetuoso sbalzerà in aria le stesse montagne. Questo riduce in cenere poche terre, e con esse gli abitatori, ma quello con mordacissima rabbia diramandoli in mille torrenti divorerà tutti gli uomini; incenerirà tutti i Regni; struggerà tutto il mondo. E voi dite: è venuto il giorno del Giudizio? Qua, qua miei UU. se così è, come è verissimo, che sarà allora delle vostre ville de’ vostri palazzi, de’ vostri poderi? Cenere, cenere! Che sarà de’ vostri magnifici sepolcri, delle gloriose inscrizioni, degli ameni giardini? O Dio, cenere, cenere! Che sarà, o dotti, de’ vostri libri, delle vostre statue, o eroi; delle vostre città, o principi? Cenere, cenere! Cenere dunque saranno, o donne, o dame, quelle camere, ove si giocava con tanta soddisfazione; quelle sale ove si ballava con tanto brio? Cenere dunque saranno quelle carrozze seguite da cavalieri! Cenere quelle vesti si pompose e alla moda; cenere, cenere insomma quei lisci, quegli ornamenti quelle gioje, quelle vanità, tutto sarà cenere, perché tutto prima fu fuoco: erunt omnes superbi, et omnes facientes iniquitatem stipula. (Malac. 4). Iddio farà appunto come suol farsi nelle guerre più fiere e più sanguinose; ove nè pur si perdona agli alloggiamenti nemici per dare à divedere la strage, che poi si farà degli avversari. Si abbrucci, dirà, la terra; ardano i cieli; tutto s’incenerisca; ma dico: e perché la terra? che ci ha da fare per se medesima? Che male commisero i cieli? Servirono, sento rispondermi, materialmente di agio, d’ajuto e d’instrumento agli uomini per peccare. Ardono i cieli, perché mandarono le loro influenze amorevoli sopra de’ peccatori. Arda la luna, si abbrucci il sole perché somministrarono luce agli empi. Arda la terra, perché gli somministrò le vettovaglie. Cælum novum, terra nova; qui si fa a guerra finita; si brucino tutti gli alloggiamenti, tutto s’incenerisca. Le leggi umane vogliono che, allorché si commettono delitti enormi, non potendosi avere il delinquente, si confischi la casa. In questo giorno terribile, quantunque il delinquente sia già tra i ceppi, e catene per esser condannato, la sua casa non farà confiscata, ma bruciata. Io per me son fuori di me; e se qui non cessano i preludi di giornata sì spaventosa, non so che dirmi di più. Non sai che dire di più? E non senti ciò, che si conclude dalle sacre carte, che tutti questi orrori, questi portenti, questi spaventi sono principio della funestissima tragedia? Hæc autem sunt initia dolorum. Dunque, preludio delle miserie d’un mondo, sono spettacoli spaventosissimi, scatenamento di creature, un fuoco divoratore? Così è. Date d’orecchio, e ne sentirete l’intimazione. Olà, che strepito è quello che sento? Dite, chi dà fiato à quelle trombe che mi spaventano? Gli Spiriti Angelici, sento rispondermi, che posti a’ quattro angoli del mondo rimbombano alle porte di N. e intimano ai mortali il risorgere, a tutti il comparire al divino tribunale: Surgite mortui, venite ad Judicium. Alzatevi su voi, che tenete i piedi sopra di quei Sepolcri, non sentite colaggiù lo strepito delle ossa, che si vogliono unire insieme? Ecco che la cenere s’ammassa in carne: ecco stesi sulla testa i capelli: eccoli in quella forma che vissero: o come si affrettano per andare al Divino Giudizio! vedete: parte ne vanno a mano dritta, e sono gli eletti: parte a mano manca, e sono i reprobi. Chi è quella che tutta scarmigliata nel crine, tutta piangente negl’occhi, tutta sospiri e singulti se ne va al Tribunale? chi è? È quella che entrava nelle Chiese tutta brio, tutta fasto, e vi veniva per esser vagheggiata, tutta ornata nel capo, tutta scoperta nel seno e braccia, appunto, non può essere, non può essere! E io vi dico , che è essa. O se io potessi essergli vicino, le direi: eh non credevi signora, che dovesse mai giungere questo giorno? Io ve lo dissi; peggio per voi. Se quando entraste in Chiesa, allor che io predicavo del Giudizio, invece di dar mente a tanti saluti che v’insuperbivano, invece di tante cerimonie superflue, voi vi foste messa ad udirmi di proposito, non vi trovereste in questo stato. E quell’altra chi è? Ella è quella che si faceva precedere i servitori à capo scoperto ne’ tempi più rigidi del verno, volendo più rispetto à sé che a Dio. Ma dove sono quei Sacerdoti, da’ quali si faceva servire con tanta temerità? fino à farsi dare e di braccio, e da bere? Dove quel cavaliere che da per tutto l’accompagnavano? Non vi è niuno; se ne va sola soletta al divino tribunale. Su fido cameriere, correte ad acconciare la vostra signora; non vedete come ella è lurida, lercia? su portate le vesti più belle; prendete le gioie più preziose, deve andare avanti non d’un monarca terreno ma d’un Dio: Che vesti, che gioje? sento rispondermi non vi è più tempo; non fervono più a nulla. E quello, che tutto tremante e pieno di paura se ne va al tribunale, chi sarà mai? Egli è quel cavaliere à cui il dono della nobiltà non servi che per accrescere superbia; non intendendo, che l’obbligo di cavaliere è d’esser cortese. E quell’altro, che tanto ricco nel mondo, or del tutto è spogliato, qual sentenza riceverà? Pessima, perché nega ai poveri un piccolo sussidio; e quel ch’è peggio, non ha il capitale d’un’opera buona. Fermatevi dove vi ponete! Non è questo il vostro luogo. Andate a mano sinistra tra i reprobi, tra i dannati; e perché? Io fui fedele al mio consorte: così è, ma infedele al vostro sangue, permetteste alle vostre figlie non solo gli amori, ma le cadute ancora. Olà voi a mano manca nel numero de’ presciti? Padre fui fedele alla consorte, sì, ma posta sotto de’ piedi la reputazione del mondo, vi metteste ancora la legge di Dio, contentandovi delle leggerezze peccaminose della vostra consorte, e che talora servisse ad altro letto. E voi dove andate? Son Sacerdote! bene, ma maneggiate Cristo con mani sacrileghe, e con cuore immondo. Ma ohime, che vedo? Ecco, ecco schiere d’Angeli guerriere, che precedono al grande Iddio, millia millium ministrabant Ei, et decies centena millia assistebant Ei. O Dio! quale sarà l’orrore, quale la confusione, e lo spavento del peccatore, non in vedersi schierato a fronte un esercito d’uomini vili, ma d’Angeli così potenti, che un solo in breve ora uccise più di settanta mila Assiri, ed in tanto numero che, secondo una sentenza di San Tommaso, potriano dividersi in trenta mila milioni d’Eserciti, ognuno de’ quali fosse composto di trenta mila milioni di Combattenti e poi così nemici de’ peccatori, che se Iddio loro il permettesse, scenderebbero fin giù nell’Inferno per lacerar quanti vi sono quivi dannati. Angeli, Angeli ho gran timore di voi, non lo nego; ma troppo , ahi troppo mi fa gelare il sangue nelle vene il Dio degli Angeli. Eccolo, eccolo in nubibus Cæli in potestate magna, et majestate; eccolo, eccolo con la gran guardia di tuoni, di fiamme, di turbini, di fulmini, e di tempeste … circuitu ejus tempestas valida: già risuona con Eco funestissima la Valle destinata al Giudizio: già gemono gli Abissi, già si scuote la Terra e tremano i Cieli. Che farete, miseri, allorché vedrete quell’istesso Signore, che oltraggiaste, comparire per esser vostro Giudice severo? Ah, che se voi poteste, per non vederlo, vi cavereste gli occhi di propria mano. – Il Re Saule, essendo vinto in battaglia da’ Filistei, contro de’ quali si ricordava d’aver tante volte mossa la guerra, temé sì altamente di andar vivo nelle loro mani, che si appoggiò col petto sopra la punta della sua spada per far più tosto una morte da disperato. Ma voi infelici non solamente non potrete darvi la morte; non potrete cavarvi gli occhi; ma neppur calarli per non veder la faccia fulgorante dello stesso Dio, contro del quale avete mossa guerra fierissima d’amori, d’odii, d’interessi, … videbunt, in quem transfixerunt; non accadde altro, il trono è innalzato posuit in Judicium Tronum suum. – Quà dunque tutti a render conto. Non  occorre o miserabili, che inorriditi voltiate le spalle, né che invochiate i monti, ché vi ricoprino. Già Dio si è dichiarato per Amos, che si absconditi fuerint in vertice caunelli, inde scrutans auferam eos. Qua, qua dunque tutti, ove severamente s’intima un’inevitabile redde rationem villicationis tuæ. Redde rationem o Ecclesiastico: rendete conto di quelle Chiese alla vostra cura commesse, di quelle entrate lasciatevi per ornamento degli altari, per aiuto de’ poveri; come dispensaste il Sangue di Cristo nelle Confessioni; con che purità lo maneggiaste all’altare; con che carità lo distribuiste a’ popoli; con che zelo toglieste gli abusi, emendaste i peccatori, assisteste a’ moribondi, ajutaste le anime ricomprate da Cristo e a voi raccomandate? Redde rationem, rendete conto di quell’offizio, che tante volte lasciaste, che con tanta irriverenza diceste; di quel coro, a cui assisteste con tante risa, con tante ciarle, con tante immodestie; rendete conto. Redde rationem o religioso: vi chiamai alla sicurezza del chiostro, e voi sempre desideraste d’uscirne; vi levai dalle occasioni di peccare, e voi sempre ne andaste in cerca. Rendete conto di quella obbedienza che prometteste, e sì male osservaste; di quella povertà contro la vostra professione abborrita; di quella castità oltraggiata con sacrilegi. Qua, qua padri di famiglia, rendete conto di quei figli male allevati, di quelle sostanze dissipate, di quella moglie strapazzata, di quel servitore non pagato, perché insegnaste ai figli più le bestemmie, che le orazioni? Perché impediste a quel figlio l’ingresso alla Religione; riafferraste per forza nel monastero quella figliuola? Perché non pagaste quel legato; dissipando più tosto il danaro in giochi, in bettole, in capricci? rendete conto. Madri, eccovi al tribunale! Rispondete, perché insegnaste à quella figlia più ad esser bella che buona, più vana che modesta? Perché l’allevaste più per il mondo, anzi per l’inferno tra gli amori, che per Dio alla pietà. Al tribunale, al tribunale o figli, rendete conto di quella età più innocente macchiata con sordidezze; di quelle parole di oltraggio a’ maggiori; di quelle sostanze prese senza licenza, dissipate non solo senza utile, ma con precipizio dell’anima ne’ vizi: Rendete conto di quelle scelleraggini insegnate a’ compagni, di quel tempo perduto con tanto vostro danno ne’ carnevali, tra i giochi, tra gli amori, tra i peccati. Qua, qua tutti … – Redde rationem o superiore, de’ tuoi sudditi; o suddito di quelle irriverenze; donna, di quelle vanità; conontadino, di quei poderi; bestemmiatore, mormoratore, di quella lingua sacrilega. Ebbene; cosa dite? che rispondete a queste interrogazioni? Bisogna pure che tutti si palesino i vostri peccati. Voi adesso potete nascondere, potete celare le vostre iniquità; ma in quella tremenda giornata tutte si hanno da manifestare. Eh Padre, non è possibile che si abbia da sapere ogni mia azione peccaminosa. Non vi lusingate, peccatori, perché delle vostre iniquità non se ne ha da perdere il conto, fallire il numero, d’imbrogliare le circostanze; tutte ad una ad una farà la Divina Sapienza comparire le vostre colpe ne’ libri con ogni aggiustatezza tenuti, ne’ registri con ogni fedeltà custoditi. E quando anche questi mancassero in quel giorno di tutta giustizia, accuseranno i vostri delitti gli Angeli, che sempre vi custodirono, e mai riconosceste; il confessore, che per troppo rigido fuggiste; quel compagno sì buono di cui vi burlaste: vi accuseranno, sì, v’accuseranno le mura stesse delle Chiese profanate con irriverenze; sarebbe, quasi dissi, poco male; diciamola, interdette con laidezze; v’accuseranno i sassi di quelle piazze passeggiate con tanto scandalo; quelle camere, quelle segretissime stanze, ove occultamente peccaste. Ma quando ben altri non v’accusasse, v’accuserà la vostra propria coscienza, testimonio fedele de’ vostri misfatti: si publica fama te non damnat, propria conscientia te condemnat. Peccavimus direte, o peccatori, accusando voi stessi; peccavimus dai primi giorni della fanciullezza fino agli ultimi della vecchiaia: e a far bene il conto abbiamo commesso più colpe che non sono i giorni, e forse l’ore del nostro vivere: peccavimus in ogni luogo, senza riguardo a Chiese, a piazze a strade, a monasteri di cacre vergini: peccavimus con ogni sesso, con ogni condizione di persone, in tutti i tempi, nelle feste, ne’ lavori, di giorno, di notte, dopo correzioni infinite, dopo ispirazioni incessanti, dopo rimorsi amarissimi, dopo aver tante volte promesso l’emendazione, il tutto disprezzando iteratamente: peccavimus…  Che farò io miserabile in mezzo di tante accuse; se tremarono al pensiero di questi ultimati processi le colonne più stabili della Chiesa? Miro attonito, un Benedetto, senza colore un Bernardo, atterrito un’Ignazio, ricoperto di sacco e di cenere con un David, un Francesco d’Assisi: Hi qui oderunt adventum Judicis, quid facient? Esclama Gregorio, si terrore tanti Judicis, etiam qui diligunt, contremiscunt. Olà, cheti, silenzio. Io per rivelazione di Dio ho da pubblicare in presenza di questo popolo il più orrendo peccato, che abbia mai commesso in vita sua uno di voi, che state ad udirmi? Che dite? udite: Un giorno, dirò meglio; di mezza notte il Signore: ma no, che non è questo luogo da giudicare, ma da compungere. Or se Dio veramente me lo rivelasse, dirò col Crisostomo, e volesse, che io qui dicessi: il signor tale, la signora tale nel tal giorno, commise il tal delitto; e ciascuno di voi sa quello potrei dire. Ditemi, che fareste al solo sentirlo pronunziare? certo, che fuggireste a seppelirvi in uno di questi sepolcri, almeno per l’eccessiva vergogna prendereste bando da tutti per sempre. Or qual sarà la vostra confusione in quel giorno; quando, non uno, ma tutti i vostri peccati, non in presenza di poco popolo, ma dell’intero universo, in faccia degli amici, de’ cittadini, de’ nobili, de’ cavalieri, de’ parenti, del marito, del padre, de’ superiori, di tutti insomma, a suono di trombe infernali, a grida de’ diavoli, dalla voce stessa di Dio, quante mai commetteste scelleraggini, tante ne saranno pubblicate? Un certo giovane si era dato si dissolutamente à piaceri impuri, che all’anima nulla più pensava, come se anima non avesse; per farlo risolvere à cambiar vita niente giovavano, né le correzioni de’ parenti, né le ammonizioni degli amici, né le riprensioni de’ confessori; non vi restava per tanto altro rimedio che dal cielo: questo vi adoprò Iddio. Comparve al giovane dissoluto il Signore una notte, quando egli più profondamente dormiva, e fattosi vedere accompagnato da schiere Angeliche, in majestate sua. E che fa, disse rivolto agli Angeli, questo audace, che vive ostinato nel peccato? O muti vita, o si citi subito a questo mio tribunale per riportarne il dovuto castigo; così disse, e disparve la visione. Si destò il giovine, ma tanto atterrito, che
levatosi dal letto, si vide incanutito per lo spavento. Col pelo mutò il vizio, poi che confessatosi visse santamente. Argomentate or voi da questo racconto quanto sarà terribile quel giorno, mentre la sola immagine compilata in sogno poté rendere dentro una notte d’un giovine un vecchio canuto. Su, dunque, si muti vita: si lascino i traffici illeciti, gli odi bestiali, le amicizie indegne, e non s’indugi, se non si vogliono provare i rigori funestissimi di quella estrema giornata, nella quale non vi è speranza di dovere essere aiutato da chi che sia. Se voi speraste, o miei UU. di poter trovare in quel giorno terribile rifugio, o aiuto, v’ingannate. E chi volete, pazzi che siete, che vi soccorra in die furoris Domini? non vi saran per voi né Santi, né avvocati, né protettori; tutti contro di voi saran la causa di Dio. Spererete forse nell’Angelo custode; ma come? se esso terrà in quella giornata la spada per eseguire la sentenza; forse ricorrerete alla Vergine? Non già; perch’Ella nasconderà bellissima Luna i suoi raggi, ed in quel dì funesto … non dabit lumen suum: forse da questo Cristo cercherete pietà; ma come? Se Egli severissimo Giudice vi rimirerà più che torbido; e sarà quello che, per uffizio griderà redde rationem! Non vi sarà dunque soccorso: sarà finita per voi: e voi a questa verità non temete, non tremate? non vi risolvete ad abbandonare i peccati, a dare di bando a’ vizi, à ben confessarvi? Avvertite, che se indugiate, verrà, così non fosse! verrà tempo, che vorrete pentirvi, e non vi pentirete, e non pentendovi, proverete i rigori del Divino Giudizio, che porta seco una irreparabile sentenza di dannazione … Dio non lo voglia.
LIMOSINA.
Negli umani Giudizi è proibito al Giudice da tutte le leggi il prender regali, per il pericolo che si corre di dar la sentenza più a favore del regalo che della giustizia. Nel supremo Tribunale del Giudice eterno le cose vanno al contrario; perché la volontà del Giudice è legge d’ogni rettitudine. Si dichiara Cristo che in quel giorno la  sentenza favorevole si darà solo a chi regala secondo la sua possibilità: quod uni ex minimis meis fecistis, mihi fecistis. Fate dunque a gara di regalare il Giudice Cristo nella Persona de’ poverelli, se volete poter sperar la sentenza in favore.

PARTE SECONDA

Il processo è finito, il reo è convinto; resta la formidabil sentenza, da cui dipenderà l’eternità o di pene, o di premio: Venite benedicti;… discedite a me maledicti; queste due cose finiranno i tempi, stabiliranno l’eternità. Se così è, come potrà cadere in mente de’ miei UU. di più peccare? Tumanama Satrapo nativo delle Indie Occidentali, dove la gente usa scimitarre di legno, accusato di non so qual delitto a Vasco Nugnez, uno de’ Conquistatori di quei Paesi, si pose avanti ad esso ginocchioni, e dopo aver detto le sue ragioni, messa la mano sul pomo della Spada del Nugnez, proruppe, piangendo, in queste parole: E potete voi credere, che a me sia neppur caduto in mente d’offendervi; mentre so, che portate qui al fianco una spada, che divide in un sol colpo un uomo da capo a piedi? Ah miei UU., chi ben considera questa spada terribile, che metterà divisione tra gli eletti ed i reprobi, questo Cortello ex utraque parte acutus, che uscirà dalla bocca d’un Dio fulminante; come è possibile, che possa indursi a peccare? Sì, sì udiamone la pronunzia, perché ci rimanga ben fissa nel cuore. Su, su, dirà Iddio; vengano al possesso del Paradiso quel sacri Pastori, che presiederono vigilantissimi al mio gregge, e con essi, su venga quel sacro Clero che con vita ecclesiastica edificò le città. Su, su, al cielo o religiosi che viveste penitenti nelle celle, astinenti ne’ refettori, salmeggianti ne’ chori, che imitatori del vostro gran Padre, foste indefessi ne’ studj Santi, abbatteste eresie, e confutaste i nemici della Chiesa. Su, su, voi, che predicatori evangelici propagaste la mia gloria. Su, su, Servi di Maria mia Madre, che con pietà animaste i popoli alla di Lei devozione. Al Cielo, o dame, che viveste senza vanità . Al Cielo o cavalieri che viveste senza fasto. Al Cielo mercanti, artisti, che senza frodi trafficaste. Al Cielo in somma voi tutti che viveste osservanti de ‘ miei precetti: su, su, Venite Benedicti Patris mei; possidete paratum vobis Regnum; risponderanno i giusti a questo con un volo, che gli porterà dietro a Cristo verso l’Empireo. Venite, venite, ripiglierà il Redentore, voi, che chiamati obbediste, e dietro a me portaste la croce; venite liberi dal mare delle tribolazioni, vestiti di stole bianche lavate nel bagno del mio salutifero Sangue. Venite alla vita o Martiri, voi, che per me sopportaste la morte: venite al possesso de’ miei beni, voi, che per me vi spogliaste di tutto il mondo. Venite alla corona o Vergini, che per me immacolate vi conservaste, al premio, al premio per la battaglia, che sosteneste, al riposo, per le fatiche che tolleraste. Al Cielo, per la terra che calpestaste, o miei Santi: venite a benedire in eterno il mio Padre, che ab eterno v’ha benedetti. Venite Benedicti Patris mei; possidete paratum vobis Regnum. O Dio, che feste, che trionfi, che giubili saranno allora nel cuore de’ beati! – Non così per voi ribelli ecco la vostra sentenza: Discedite a me, partitevi da me vostro Dio, vostro Principio, vostro ultimo Fine; partitevi da me vostro Redentore; da me, che per voi mi feci Uomo, né mai cessai di piangere, e penare per vostro amore; da me, che per salvarvi m’esposi a croce, a morte; Discedite dal mio regno, da’ miei beni, dal mio Paradiso: Discedite, partitevi dal cospetto di questi Santi, che mi circondano, di questi Martiri miei soldati, di queste vergini mie spose: Discedite partitevi dalla faccia della mia Madre che adirata non può vedervi. Discedite a me maledicti, partitevi da me, maledetti da me, maledetti dal mio Padre, maledetti nell’anima, maledetti nel corpo, maledetti nell’intelletto, nella volontà maledetti ne’ vostri compagni, maledetti nel tempo, maledetti per sempre; avete amata la maledizione, eccola: Discedite a me maledicti, e dove? In ignem æternum. Non vi caccio da me, perché viviate a capriccio, come avete fatto finora, ma per rinchiudervi in una prigione; non vi scaccio da me, perché vi portiate a quelle veglie, a quei balli, a quelle feste: ma in ignem, al fuoco, in una prigione ove il tetto, le mura, il pavimento farà di fuoco: né qui finisco in ignem æternum nel fuoco eterno, eterno, eterno, che non avrà mai fine, e appena proferitasi dalla bocca di Dio quella parola æternum, appena fulminata questa sentenza, punto non di tarderà ad eseguirla. Voi ben sapete che appena Mosè ebbe finito di parlare contro i due ribelli di Dio Datan e Abiron; e subito si aprì sotto de’ piedi la terra, e vivi vivi se l’inghiottì. Così avverrà in quell’istante. Appena Cristo avrà finite di sentenziare contro i reprobi, che verrà subito a spalancarsi per mezzo la gran valle di Giosafatte, e gli assorbirà subito nel suo fondo, ibunt hi in fupplicium æternum. – Miei UU. unum de duobus, grida il Crisostomo, ha da toccare a voi, a me; o la salute, o la perdizione, o il Cielo o l’inferno, l’esser benedetti, o l’esser maledetti in eterno, e a noi sta l’eleggere: pensate a’ casi vostri, che io per me ho pensato ai miei, ed andate in pace.

QUARESIMALE (VI)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO – “MAGNO CUM ANIMI”.

Come suo solito Papa Benedetto XIV, scrive una lettera Enciclica ricca di rifermenti dottrinali, in particolare quelli inerenti al Magistero ed ai documenti pontificali e conciliari. Qui sono riportate tutte le disposizioni riguardanti la celebrazione della santa Messa fuori dalla Chiesa, disposizioni che restringono l’usanza di celebrarla presso oratori privati, o nelle case di fedeli. Le norme sono chiare e limitanti il privilegio della celebrazione, come è giusto che sua, tranne che in un caso particolare: «… deve essere noto alle Vostre Fraternità che tale privilegio si concede in quei luoghi dove non ci sono Chiese o, se ci sono, la potenza degli eretici è tale che i Cattolici non possano radunarsi per ascoltare la Messa senza grave pericolo. Insomma, in altre parole, si provvede ad una necessità… ». Questo è appunto il caso attuale della celebrazione (molto sporadica) della Messa cattolica da parte di Sacerdoti “una cum” Papa Gregorio XVIII della Chiesa eclissata. Tutte le cappelle pseudotradizionaliste, non hanno alcuna deroga alle regole stabilite in questa lettera, o perché sono in comunione con l’antipapa vaticano (ad esempio i lefebvriani di Econe-Sion, autoreferenti e con gerarchia propria, oltretutto invalida), o perché essendo scismatici ed eretici sedevacantisti o cani sciolti in libera uscita, non hanno alcuna autorizzazione da una “vera” autorità ecclesiastica. Tutti costoro operano dunque in regime di inadempienza delle regole dettate dal Magistero e quindi in flagrante sacrilegio che coinvolge naturalmente i più o meno ignari fedeli. Partecipare ad una messa qualsiasi in un luogo qualsiasi, celebrata da un sacerdote quanto meno sospetto di non valida consacrazione, non significa né soddisfare al precetto, né tantomeno ricevere grazia divina, specie poi se si ricevono poi pseudo-sacramenti invalidi. Preghiamo dunque il Signore che ripristini quanto prima l’accessibilità alle funzioni della vera ed unica sua Chiesa per la santificazione e salvezza dei suoi veri fedeli.


Benedetto XIV
Magno cum animi

2 giugno 1751

Con grande dolore del Nostro animo siamo venuti a conoscenza che in non poche vostre Diocesi sono nate controversie e penose divergenze circa gli Oratori privati. Voi avete messo ogni cura e diligenza per eliminare tali abusi, ma siete stati delusi di non aver raggiunto lo scopo desiderato; anzi siete incorsi nell’indignazione di molti, attirandovi così il biasimo e l’accusa di aver oltrepassato i limiti della severità. Voi desiderate che da questa Santa Sede vi siano date direttive sicure sull’uso dell’Oratorio privato, perché, una volta tolti di mezzo gli abusi, le vostre Disposizioni, confortate dall’autorità Pontificia, non solo siano immuni da ogni biasimo di malevoli, ma acquistino sempre maggior peso in onore e stima. – Avremmo potuto con molta facilità soddisfare alla vostra richiesta col suggerirvi dei libri, sia quelli che trattano la dottrina su questa materia secondo i Decreti dei Romani Pontefici, nostri Predecessori, sia quelli, i cui Autori, pur trattando degli Oratori privati, non fanno menzione dei Decreti della Santa Sede o li ignorano perché contrari alle loro tesi. Tuttavia, siccome abbiamo per Voi un grande e particolare affetto, per mezzo della presente nostra Lettera Enciclica, con la maggior brevità possibile, vi mostreremo su questo argomento le sentenze dei nostri Predecessori e la nostra. – Per verità, in tali sentenze, oltre l’obbedienza che è loro dovuta in ragione dell’autorità da cui provengono, come da una fonte, nulla è più importante della materia che ne è l’oggetto e che ora tratteremo. Ogni trattazione, però, di questo genere, siccome riguarda i Privilegi Apostolici (l’interpretazione dei quali, per diritto privato, è riservata ai Sommi Pontefici) deve avere come norma l’intenzione di chi ha dato la concessione, come di colui che più di ogni altro ne conosce il senso. Perciò qualunque ordinamento Voi emanerete e stabilirete secondo le norme contenute nella presente Lettera, deve essere ritenuto, quanto all’esecuzione, come un Decreto dei Sommi Pontefici. Per questo motivo si devono ritenere attribuite alle Vostre Fraternità la qualifica e l’autorità di Delegati Apostolici, e Noi, per quanto è necessario, con la presente Lettera ve le concediamo e impartiamo a tale effetto.

1. In verità nulla ci è stato esposto di ciò che riguarda le cappelle che avete nei vostri Palazzi Episcopali per la celebrazione della Messa da parte vostra, o di altri, o per svolgervi qualsiasi altra sacra funzione propria della vostra carica e dignità. Trattare di ciò sarebbe per Noi cosa molto facile se non fosse estraneo al nostro caso. Prenderemo perciò in considerazione due antichi esempi di cappelle che i Vescovi avevano nei loro Episcopi, distinte e separate dalle Chiese pubbliche, e nelle quali celebravano il santo Sacrificio della Messa. Il primo esempio è quello della cappella di San Cassio, Vescovo di Narni, di cui San Gregorio (Omelia 37 Super Evangelia)racconta che, benché fosse gravemente malato, “fece la Messa nell’Oratorio del suo Vescovo” per soddisfare tanto alla sua devozione quanto a quella di coloro che venivano a trovarlo. L’altro esempio è quello di San Giovanni Elemosinario, Vescovo di Alessandria. Questi, come si legge nei suoi Atti scritti da Leonzio, redarguendo coloro che, a Messa non ancora finita, uscivano quando egli andava a celebrarla nella pubblica Chiesa, era solito dire: “Per voi vado nella Chiesa santa, perché per me potrei celebrare la Messa nell’Episcopio“. Quest’esempio lo si può leggere in Tomassino (De veteri ac nova Ecclesiae disciplina, part. 1, lib. 2, cap. 93, n. 6). Altri esempi si trovano raccolti nell’opera intitolata De Oratoriis privatis (al cap. 6). (Quest’opera è stata recentemente pubblicata a Roma da Giovanni Battista Gattico, Canonico Lateranense). In quegli esempi è dimostrato con solide prove il diritto dei Vescovi di avere nei Palazzi Vescovili le proprie cappelle.

2. Il sacro Concilio di Trento non derogò affatto a questo diritto; solamente nella sess. 22, De observandis et evitandis in celebratione Missae, a causa di molti e poco decorosi incidenti che ripetutamente si verificavano, prescrisse ai Vescovi di non permettere ai Sacerdoti, tanto Secolari che Regolari, di celebrare la Messa “nelle case private” e fuori delle Chiese o Oratori pubblici destinati al culto divino. Questa prescrizione non riguarda le cappelle che sono nei Palazzi Vescovili, i quali non possono mai passare sotto il nome di case private. Lo ha dichiarato più volte la Congregazione dei Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa e Interpreti dello stesso Concilio di Trento, in alcune Risoluzioni dello stesso Concilio, e ha sostenuto tale dichiarazione con valide ragioni, che Noi abbiamo riportato nel nostro Trattato De Sacrificio Missae (sess. 2, § 45 e ss.), edizione latina, Padova. Noi, infatti, quando, non ancora saliti alla più alta Dignità, firmavamo qualche opera, ritenevamo come nostro principale vanto di non allontanarci su nessun punto dalle sentenze del Tribunale della Curia Romana, in quanto esse ricevono forza di autorità soprattutto dalle dichiarazioni pontificie.

3. Di questo privilegio si poteva dire solo che, essendo limitato alle cappelle che sono negli Episcòpi, non poteva certo favorire i Vescovi quando dimoravano fuori delle proprie abitazioni, o quando facevano la Visita o quando erano in viaggio. In questi casi, volendo celebrare la Messa o assistervi, erano costretti ad andare nelle Chiese pubbliche oppure a chiedere agli Ordinari dei luoghi il permesso di far celebrare la Messa o di celebrarla essi stessi nell’abitazione in cui per caso dimoravano.

4. Veramente il nostro Predecessore di venerata memoria Papa Bonifacio VIII nella sua Decretale Quoniam Episcopi, de privilegiis, in Setto, ritenendo ingiusto che i Vescovi non celebrassero ogni giorno la Messa senza una ragionevole causa o che non vi assistessero, concesse loro di poter servirsi dell’Altare portatile anche fuori della propria Diocesi: “Con la presente Costituzione accordiamo a loro di poter avere l’Altare portatile e su quello celebrare o far celebrare dovunque è loro permesso di celebrare senza trasgredire un interdetto, o ascoltare la Messa“. È degno di attenzione l’avverbio “dovunque“, che, senza dubbio, comprende anche i luoghi che sono fuori della Diocesi.

5. Una particolare attenzione meritano le Risoluzioni della sopraccitata Congregazione del Concilio. Al quesito che le fu proposto se, cioè, il Vescovo che si trova fuori della propria Diocesi per poter usare l’Altare portatile sia tenuto a chiedere il permesso al Vescovo locale, la Congregazione rispose che non è tenuto. Diversamente il privilegio di Bonifacio VIII sarebbe stato vanificato. Infatti, al tempo di quel Pontefice era in vigore un antico diritto, che poi, come si dirà più avanti, fu abolito dal Concilio di Trento, secondo il quale la facoltà di celebrare la Messa nelle case private la davano i Vescovi. Così pure quando fu proposto alla Congregazione un altro quesito se, cioè, al privilegio concesso ai Vescovi da Bonifacio VIII il Concilio di Trento o il Decreto di Papa Paolo V, di cui pure si parlerà più avanti, avessero arrecato qualche pregiudiziale, la Congregazione rispose che nessun valore è stato tolto a quel privilegio. – Quando, poi, tanto nel Concilio come nel sopraccitato Decreto fu tolta ai Vescovi la facoltà di dare permesso ad altri di poter celebrare la Messa nelle case private, non furono affatto tolti ai Vescovi quei diritti che riguardavano le loro persone e che sono propri della loro dignità e del loro carattere. Le Risoluzioni citate sono da Noi riportate nel nostro Trattato De Sacrificio Missae (sez. 2, par. 42, edizione latina, Padova), e anche nei Commentari del Cardinale Petra di buona memoria alle Costituzioni Apostoliche (tomo 4, Super Constitutione 2 Urbani V, n. 15 e ss.), e da Gattico nel suo recente Trattato De Oratoriis domesticis, De usu Altaris portatilis (cap. 12, n. 1 e ss.).

6. È verissimo che nulla arreca maggior pregiudizio ai Privilegi quanto il loro abuso. Ciò è stato comprovato a sufficienza e con verità anche nel caso del Privilegio concesso ai Vescovi dell’Altare portatile e che rimase intatto dopo il Concilio di Trento e il Decreto Paolino. Da certi indizi si venne a sapere che ne abusavano alcuni Vescovi che, in Diocesi o fuori Diocesi, si recavano nelle case dei laici e lì celebravano la Messa o permettevano che vi si celebrassero più Messe e ciò senza nessuna urgente necessità, ma solo per ostentare il proprio Privilegio o per soddisfare alle richieste dei laici. Quando la notizia di questo inconveniente giunse alla Congregazione del Concilio, questa non tralasciò di frenare tale eccesso e affidò agli Arcivescovi il compito di correggere l’abuso qualora si fosse verificato nei luoghi della loro giurisdizione. Le Risoluzioni sono riportate nei Codici o, meglio, nei Registri di quella Congregazione (lib. 48, Decretorum, fol. 471). – Ma siccome, nonostante tutto, la piaga si allargava, il nostro Predecessore di felice memoria Papa Clemente XI il 15 dicembre del 1703 pubblicò il seguente Decreto, in cui, dopo aver esposto l’inconveniente che “i Vescovi in Diocesi altrui, fuori della propria abitazione, nelle case private dei laici fanno erigere l’Altare e lì per mezzo di uno o più dei loro cappellani immolano l’Ostia vivifica di Cristo“, passa al rimedio: “Per eliminare tali abusi, il Santissimo Signore Nostro notifica espressamente ai Vescovi e ai Prelati a loro superiori, anche se insigniti di onore cardinalizio, che né sotto pretesto di un privilegio incorporato nel Diritto, né sotto qualunque altro titolo, in nessun modo è lecito fuori della propria abitazione, nelle case dei laici, anche se nella propria Diocesi e tanto meno in quella di altri, anche se con il consenso del Diocesano, erigere l’Altare e lì celebrare il sacrosanto Sacrificio della Messa o farlo celebrare“.

7. Alla mente di questo grande Pontefice era presente questo solo scopo: di togliere gli abusi, mai di togliere qualcosa al retto uso del Privilegio. Certo le parole, riportate con quel loro senso così ampiamente restrittivo e frenante, potevano dare occasione a qualcuno per affermare che non è lecito ai Vescovi servirsi dell’Altare portatile quando visitano la Diocesi, o viaggiano, o per qualunque altro motivo si trovano fuori della propria residenza e dimorano nelle case dei laici. Quando questa ipotesi fu esposta nelle Congregazioni che si sono tenute sotto Innocenzo XIII, immediato Successore dello stesso Clemente, e nelle quali Noi, non ancora saliti alla più alta Dignità, fungevamo da Segretario, si giudicò opportuno che quella Dichiarazione, più avanti riportata, diventasse ufficiale. In seguito fu inserita nella Lettera dello stesso Innocenzo che inizia “Apostolici Ministerii“, e che lo stesso Pontefice compilò per costituire nei Regni delle Spagne una buona organizzazione della disciplina ecclesiastica. La stessa Lettera fu confermata “in forma specifica” dal suo successore Benedetto XIII che volle inserirla nell’Appendice del Concilio Romano perché fosse regola e norma per tutti i luoghi. La stessa Dichiarazione fu inserita fra i Decreti, tit. XV, cap. III dello stesso Concilio, al quale anche Noi fummo invitati per interpretare i Sacri Canoni.

Riportiamo volentieri anche qui le parole della Dichiarazione: “Dichiariamo (si tratta del Decreto di Clemente XI) che non è lecito ai Vescovi erigere l’Altare fuori della casa della propria residenza nelle case dei laici, e lì celebrare il santo Sacrificio della Messa o farlo celebrare. Tale proibizione non va intesa per le case, anche dei laici, nelle quali gli stessi Vescovi per caso, in occasione della Visita o di viaggio, sono accolti come ospiti. E neppure quando, nei casi permessi dal Diritto per speciale licenza della Sede Apostolica, assenti dalla casa della propria residenza, sostano in case di altri a modo di domicilio. In questi casi sarà loro lecito erigere l’Altare per la suddetta celebrazione come nella casa della propria ordinaria residenza“.

8. Abbiamo ritenuto ottima cosa esporvi nella nostra Lettera Enciclica questi punti che riguardano particolarmente le Vostre Fraternità, quanto vi è stato concesso circa le cappelle che sono nei vostri Palazzi Episcopali e quanto vi è stato permesso di fare nelle case altrui e fuori della vostra Diocesi. Vi abbiamo indicato anche i motivi delle concessioni e dei Privilegi, nonché i loro abusi e vi abbiamo aggiunto le proibizioni di abusi. E ciò affinché sappiate la differenza che c’è tra le cappelle dei vostri Palazzi Episcopali, per mezzo delle quali si intende provvedere alla vostra spirituale consolazione e comodità come anche al decoro della vostra dignità, e gli Oratori privati nelle case dei laici, sia dentro come fuori della vostra Diocesi, nei quali per la vostra comodità e consolazione vi è lecito erigere l’Altare portatile e celebrare e far celebrare. E anche perché, quando per caso dovete vigilare sugli abusi degli Oratori privati nelle case dei laici, non siate soggetti alla critica che mentre correggete le altrui mancanze nelle case di altri, tollerate gli eccessi in casa vostra e nel vostro comportamento. Perciò, prima di passare a trattare il caso degli Oratori privati nelle case dei laici, facciamo alcune premesse.

9. La prima è che l’uso degli Oratori privati nelle case risale a tempi antichi. È noto che gli Apostoli celebravano i sacri Misteri nelle case private e che tale costume fu conservato durante le persecuzioni, come fa bene osservare Cristiano Lupo “in suis notis ad canones Trullanos“. La seconda premessa è che anche nei secoli seguenti, dopo le persecuzioni, ci sono stati Oratori privati nelle case dei laici. Nel Sacramentario Gallicano (tomo 1, Musaei Italici, stampato e pubblicato da Mabillon), si legge una “colletta” da recitarsi nella Messa che si celebrava “in casa di chiunque“. Né a questo assunto mancano altre prove, che Noi con diligenza abbiamo cercato di raccogliere nel nostro Trattato De Sacrificio Missae (sect. 1, § 10). Terza premessa poi è che più volte si è pensato di sopprimere gli Oratori privati nelle case dei laici o, meglio, la facoltà di celebrarvi la Messa. Non diremo nulla della Novella 58 di Giustiniano, dove per legge si proibisce di celebrare negli Oratori privati, e dove si permette solo di pregare. Non parleremo della Novella di Leone il Sapiente, che tolse la proibizione asserendo che gli Oratori privati, in cui si celebravano le Messe, si erano allora moltiplicati a tal punto che li avevano non solo i Nobili, ma anche persone di mediocre condizione. – Circa poi i documenti più vicini ai nostri tempi, sarà sufficiente aver indicato quelli che Noi abbiamo riportato nel Trattato De Sacrificio Missae, nei luoghi citati.

10. Quarta premessa: benché quasi da sempre ci sia stato l’uso degli Oratori privati nelle case dei laici, nei quali si celebrava la Messa, tuttavia era sempre necessaria la licenza dei Vescovi, i quali, il più delle volte, erano molto facili a concederla. “Disponiamo che le Messe si celebrino non dovunque, ma nei luoghi consacrati dal Vescovo, o dove egli permetterà“. Sono parole del Can. Missarum, dist. 1. Questa facilità, che per reazione provocò, anche se inutilmente, la proibizione degli Oratori privati, rimase in vigore nella Chiesa Orientale, soprattutto per il fatto che nelle chiese dei Greci non c’era che un solo Altare: per cui, quando vi si era celebrata una Messa, non vi si poteva celebrare un’altra nello stesso giorno. Balsamone In Commentariis ad Canones Trullanos asserisce che senz’alcun’altra formula si considerava concessa dal Vescovo al Sacerdote la licenza di celebrare, ogni qual volta celebrava su tovaglie consacrate dal Vescovo.

11. L’ultima cosa che diciamo è questa: dopo varie discussioni avute su questo argomento nel sacro Concilio di Trento (questo Concilio fu accolto dal Regno di Polonia con grande onore e applauso per merito del Cardinale Osio, Nunzio Commendatario, nella grande assemblea tenuta davanti al Re Sigismondo Augusto, come si può vedere nella storia dello stesso Concilio scritta dal Cardinale Pallavicino (lib. 24, cap. 13, sess. 22) nel Decreto De observandis et evitandis in celebratione Missae fu così stabilito e ordinato: “Non permettano (si parla dei Vescovi) che alcun Sacerdote Secolare o Regolare celebri questo santo Sacrificio nelle case private, e mai fuori della Chiesa e degli Oratori dedicati solo al culto divino e che devono essere designati e visitati dagli stessi Ordinari“. Fu aggiunta l’abolizione di qualsiasi privilegio, esenzione e consuetudine: “Nonostante i privilegi, le esenzioni, i titoli e le consuetudini di qualsiasi genere“. Da ciò conseguì che i Vescovi non hanno più la facoltà di concedere l’uso degli Oratori privati nelle case dei laici per celebrare la Messa. Tale licenza di celebrare la Messa negli Oratori privati, se fosse data da loro, sarebbe in contrasto col precetto a loro imposto dal Concilio di non permettere ciò. Per la qual cosa il sopraccitato Diritto è stato riservato alla Santa Sede, perché le circostanze dei tempi e l’estendersi degli Oratori privati nelle case dei laici non permetteva di abolirli del tutto. E questo è sempre stato il pensiero del Testo Conciliare come lo ha trasmesso la Congregazione del Concilio, l’unica interprete del Concilio stesso. Anche il nostro Predecessore di felice memoria Papa Paolo V lo ha approvato nella Lettera Enciclica inviata a tutti i Vescovi. Questa Enciclica si trova sia presso vari Autori, sia anche stampata nel nostro Trattato De Sacrificio Missae (sect. 2, § 42). In essa si condanna ogni altra interpretazione delle parole del Concilio e si parla molto dell’irriverenza verso il Sacrificio della Messa. A fomentare detta irriverenza contribuiva non poco la troppa facilità dei Vescovi nel concedere la licenza senza alcuna limitazione o cautela. Infine, la Lettera conclude così: “La facoltà di dare tali licenze è stata tolta a tutti per Decreto dello stesso Concilio ed è riservata al solo Romano Pontefice“.

12. Dopo che il Diritto di concedere gli Oratori nelle case private dei laici fu riservato alla Sede Apostolica, è difficile dire quanta cura e diligenza sia stata usata per una sua retta applicazione. I documenti autentici si trovano nell’Archivio della Congregazione del Concilio, nella quale una volta, prima di salire alla più alta Dignità, per molti anni abbiamo avuto l’incarico di Segretario. – Le disposizioni date per legge, come risulta dalle formule delle Lettere in forma di Breve, si possono così riassumere: l’Oratorio deve essere costruito con pareti che lo separino da tutti gli altri locali destinati a usi domestici e deve essere visitato prima o dal Vescovo o da un altro a cui il Vescovo abbia delegato le sue veci, per controllare se è decoroso e adatto, e se vi manca qualcosa di necessario; ci sia un Vescovo che conceda la licenza di celebrare la Messa e tale licenza sia valida ad arbitrio del Vescovo; non vi si celebrino più Messe al giorno, ma una sola, e tale Messa sia celebrata da un Sacerdote Secolare o Regolare, purché il Secolare sia approvato dal Vescovo e il Regolare abbia la licenza del suo Superiore Regolare; la Messa non si celebri nelle solennità di Pasqua di Risurrezione, di Pentecoste, della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, e in altri giorni più solenni, tra i quali si citano i giorni dell’Epifania, dell’Ascensione del Signore, dell’Annunciazione e Assunzione della Beata Vergine Maria, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, del Titolare della chiesa locale; sono nominate le persone la cui presenza è necessaria perché si possa celebrare la Messa nell’Oratorio privato e anche altre persone che, mentre si celebra la Messa per le persone sopraccitate, possono assistervi e soddisfare al precetto ecclesiastico; e infine tutto deve essere fatto senza pregiudizio dei diritti parrocchiali.

13. Queste sono le norme che sono contenute nei Brevi ordinari degli Oratori privati. Capita anche di emanare Brevi che sono straordinari, come quando, per esempio, per giusta causa si concede a qualcuno di poter fare celebrare una seconda Messa, o che la stessa venga celebrata un po’ prima o un po’ più tardi del limite di tempo fissato dalle Rubriche o nei giorni esclusi, e altre cose del genere. Quando poi di tanto in tanto nacquero delle controversie sia circa i Brevi ordinari degli Oratori privati, sia circa i Brevi straordinari e in genere su tutti, la Sede Apostolica in queste occasioni non tralasciò mai di provvedervi con opportune disposizioni.

14. Nei Brevi ordinari per lo più si concede la licenza a due coniugi di far celebrare la Messa nell’Oratorio privato e si fa sapere che la Messa si può celebrare se sono presenti sia i due coniugi, sia i loro figli, i consanguinei e i congiunti che abitano insieme con loro nella stessa casa. Mai è nato il problema se, quando il marito o la moglie intervengono alla Messa, i consanguinei e i congiunti che abitano nella stessa casa e assistono alla Messa, soddisfino al precetto Ecclesiastico nei giorni festivi. Ciò è sempre stato ritenuto come certo e coerente alla lettera del Breve. La vera difficoltà era sempre nel vedere se, quando nessuno dei coniugi è presente, uno dei consanguinei o dei congiunti che abitano nella stessa casa può ordinare di far celebrare la Messa nell’Oratorio privato; e se gli altri consanguinei e congiunti che abitano nella stessa casa, ascoltandola nel giorno festivo, soddisfano al precetto Ecclesiastico di ascoltare la Messa. Su questo punto le opinioni degli Autori erano, come il solito, diverse. Quando questa difficoltà fu proposta e discussa nella Congregazione del Concilio il 3 dicembre 1740 nella causa che aveva per titolo Marsicen. Oratori i, fu deciso che non si poteva celebrare la Messa nell’Oratorio privato se non vi presenziavano coloro che avevano ricevuto l’indulto, che è come dire il marito o la moglie, ai quali il Breve era stato diretto, come si può vedere anche nelle Risoluzioni del Concilio (tomo 9 del 1740, p. 89 e segg).

15. Quando poi Ci fu fatta la relazione di questo Decreto, Noi la confermammo il 7 gennaio 1741. Stabilimmo inoltre che nei Brevi in cui si dà la concessione a certe e determinate persone che possono far celebrare una Messa nell’Oratorio privato e che tale Messa è valida per i figli, consanguinei e congiunti, fosse aggiunta la clausola: “Vogliamo che i sopraccitati figli, consanguinei e congiunti possano, purché voi presenti, ascoltare soltanto una Messa e mai osino farla celebrare“. E perché si potesse facilmente riconoscere quali sono le persone che hanno l’indulto e senza le quali non si può celebrare la Messa, né chi la ascolta soddisfa al precetto, aggiungemmo che per persone che hanno l’indulto si devono intendere coloro che sono nominati sul frontespizio o nel titolo del Breve che viene loro diretto.

16. A volte nel corpo del Breve viene nominata qualche persona, in vista della quale, se essa è presente, si concede che si possa celebrare la Messa e che gli altri congiunti, consanguinei o familiari, ascoltandola, soddisfino al precetto, anche se detta persona non è affatto nominata sul frontespizio del Breve. In questo caso, ferma restando la regola secondo la quale si può celebrare la Messa nell’Oratorio privato purché vi assista una delle persone che hanno l’indulto e che sono nominate sul frontespizio o nel titolo del Breve, Noi affermiamo che si può celebrare la Messa anche se non vi assiste nessuna delle persone nominate sul frontespizio o nel titolo del Breve, purché sia presente quella persona, alla quale nel corpo del Breve espressamente e per nome si dà la facoltà di poter far celebrare la Messa nell’Oratorio privato quando essa vi assista.

17. Con un esempio la cosa è più chiara. Al marito e alla moglie viene concessa la facoltà che si celebri la Messa nell’Oratorio privato, e ad essi viene indirizzato il Breve. Il marito ha la madre vivente, ma questa non è affatto citata nel Frontespizio o nel Titolo del Breve. Ma se nel corpo del Breve si dice che anche la stessa madre può far celebrare la Messa, abbia valore; ciò è sufficiente perché con la sola presenza della madre si possa celebrare la Messa nell’Oratorio, anche se la madre non è nominata nel Frontespizio o nel Titolo del Breve. Le cose dette finora sono indicate nei Brevi di questo tipo; ma sarà Nostra cura perché in futuro siano espresse in modo più appropriato e senza alcun equivoco.

18. Nei Brevi consueti, cioè ordinari, sono eccettuati, come è stato detto, i giorni solenni, tra i quali è compreso il giorno di Natale di Cristo Signore in cui ogni Sacerdote celebra tre Messe. In questo caso a chi ha il Breve dell’Oratorio privato si concede un Breve straordinario, nel quale gli si permette, in caso di malattia, di ascoltare la Messa anche nei giorni eccettuati. Siccome nei Brevi si parla di una sola Messa, nacque il problema se, cioè, il Sacerdote che celebrava nell’Oratorio privato poteva celebrare tre Messe il giorno di Natale. Su questo problema Noi, al tempo in cui eravamo Segretario del Concilio, abbiamo scritto una particolare dissertazione e l’abbiamo pubblicata il 13 gennaio 1725. Ebbene, il caso fu risolto dalla Congregazione dicendo che il Sacerdote poteva celebrare le tre Messe, come si può vedere nel Tesoro delle Risoluzioni (tomo 3, p. 109 e ss., e p. 116).

19. Rimane ora che si parli delle sacre Funzioni che si possono svolgere negli Oratori che si trovano nelle case private, nei quali è permesso celebrare non più Messe, ma una sola, a meno che a qualcuno non sia stata concessa la facoltà di far celebrare una seconda Messa. Per ciò che riguarda il Sacramento del Battesimo, già nel Concilio di Vienna, sotto il Pontefice Clemente V, fu stabilito che non si poteva conferire il Battesimo in altri luoghi se non nelle Chiese, nelle quali si trovano le Fonti di questo sacro Lavacro, a meno che non si presentasse il caso di necessità o quando si trattasse dei figli di Re o di Principi, come si può vedere nella Clementina unica de Baptismo et eius effectu.

20. Per ciò, invece, che riguarda il Sacramento della Penitenza, già nel Rituale Romano, parlandosi del Sacerdote che ascolta le confessioni, è stabilito: “Ascolti le confessioni in Chiesa e non nelle case private se non per ragionevole causa; in questo caso, tuttavia, cerchi di farlo in un luogo decente e aperto“. Il Rituale fu confermato dal Pontefice Paolo V. E il grande restauratore della disciplina Ecclesiastica, San Carlo Borromeo, tanto nell’Istruzione del Sacramento della Penitenza quanto nei Moniti ai confessori e nel suo primo Concilio di Milano non tralasciò di inculcare la norma sopraccitata, come si può vedere negli Atti della Chiesa di Milano, edizione della stessa città (part. 1, p. 11, part. 4, p. 520, p. 761 e p. 773). Nella pagina 775 poi raccomanda ai Superiori dei Regolari di far osservare scrupolosamente tale norma. I sopraccitati confessori Regolari addussero la facoltà di ascoltare le confessioni dei fedeli in qualunque luogo, rivendicandola dal fatto che nella Bolla del Pontefice Clemente X Superna non si metteva alcun limite di luogo. Lo stesso Pontefice, però, dichiarò (nella predetta Costituzione) che “ai Regolari non è stata concessa nessuna facoltà di ascoltare le Confessioni sacramentali nelle case private; e perciò non è affatto lecito ai Regolari di qualsiasi Ordine, ecc., amministrare il Sacramento della Penitenza nelle case private eccetto nei casi previsti dal Diritto“. Il Decreto, pubblicato a firma del Vescovo Fagnano, fu stampato in diversi luoghi, come si può vedere nell’Appendice al Sinodo di Foligno che fu celebrato dal Vescovo della stessa città Giosafat Battistelli, di buona memoria, nel 1722.

21. Per ciò che riguardala Comunione pasquale che ogni Cattolico è tenuto a fare nel tempo pasquale, dal Decreto sia del Concilio Lateranense Omnisutriusque sexus, de poenitentiis, et remissionibus, sia del Concilio di Trento (sess. 13, cap. 8, can. 10), è noto a tutti che questo precetto va adempiuto nella Chiesa parrocchiale o in altra Chiesa con licenza del proprio Vescovo o Parroco, secondo le diverse consuetudini delle Diocesi. In seguito il nostro Predecessore di felice memoria, Papa Paolo IV, concesse ai Frati Minori il privilegio di distribuire la sacra Eucaristia a tutti i fedeli nelle loro Chiese, eccetto tuttavia il giorno di Pasqua. Questo privilegio fu esteso a tutti i Regolari dall’altro Predecessore di santa memoria Papa Pio V “per communicationem“, come si dice.

22. Ma siccome, secondo una precedente Costituzione di Eugenio IV, il tempo pasquale, in cui si deve compiere il precetto della Comunione, va dalla domenica delle Palme alla Domenica in Albis, nacque il dubbio se fosse lecito ai Regolari distribuire l’Eucaristia ai fedeli nelle loro Chiese entro il termine dei giorni prescritti. Il dubbio fu risolto dicendo che il giorno di Pasqua non si poteva distribuire la Comunione a nessuno, nemmeno a coloro che durante la Settimana Santa avessero soddisfatto al precetto pasquale nella propria Chiesa parrocchiale e che i Regolari potevano bensì comunicare i fedeli nelle loro Chiese negli altri giorni del tempo pasquale, ma a condizione che i fedeli comunicati sapessero di non essere esentati per questo dal precetto di ricevere la Comunione pasquale nella propria Chiesa parrocchiale. I più importanti Decreti della Congregazione del Concilio si trovano in “quibusdam causis, Senonensi videlicet, Burdegalensi et Mechliniensi” e da Noi riportati nel nostro Trattato De Synodo Dioecesana (lib. 7, cap. 42, n. 3).

23. Fuori della Comunione pasquale, nel sacro Concilio di Trento (sess. 22, cap. 6 De Sacrificio Missae) si leggono le seguenti parole: “Il sacrosanto Sinodo desidera che i fedeli che assistono alle singole Messe, si comunichino non solo spiritualmente, ma anche ricevendo l’Eucaristia sacramentale, per ricevere un frutto più abbondante di questo santissimo Sacrificio“.

Da queste parole alcuni dedussero la conseguenza certa e chiara che negli Oratori privati, quando c’è la facoltà di celebrarvi la Messa, si può anche distribuire l’Eucaristia a coloro che assistono alla Messa, senza che ci sia bisogno di un particolare indulto. Su questo punto Noi nella nostra Institut. (n. 34. par. 3)abbiamo trattato varie questioni, tra le quali quelle che abbiamo pubblicato in lingua italiana quando risiedevamo a Bologna come Arcivescovo di quella Chiesa, e che poi, tradotte in latino, furono stampate. In esse abbiamo riportato l’opinione sopra esposta, ma ne abbiamo aggiunta un’altra secondo la quale si richiede la licenza del Vescovo perché chi ha in casa l’Oratorio privato possa comunicarsi mentre vi assiste alla Messa. Questa opinione ci è sembrata coerente sia al buon ordine delle cose, sia alla consuetudine o prassi di Roma. Perciò ordinammo che non potessero ricevere la Comunione nell’Oratorio privato coloro che vi assistevano alla Messa, celebrata sia da un Sacerdote Secolare che Regolare, senza aver prima ottenuto la licenza da Noi o dal nostro Vicario Generale.

24. Né al presente c’è in Noi la volontà o un motivo per allontanarci da questa norma. Quando, da alcuni anni è nata in Italia la famosa controversia sulla Comunione da distribuirsi a coloro che la richiedono mentre assistono alla Messa, Noi abbiamo riferito le parole del Concilio di Trento; abbiamo lodato lo zelo di coloro che nella Messa ricevono la Comunione; abbiamo anche spronato i Pastori della Chiesa a non privare del cibo eucaristico coloro che ne hanno fame; abbiamo anche riscontrato che ci possono essere delle circostanze in cui a motivo di tempo o di luogo la prudenza dei Vescovi potrebbe suggerire l’opportunità di non distribuire la santa Eucaristia nemmeno a quelli che sono presenti alla Messa, tanto più che nell’attuale disciplina c’è piena libertà di riceverla in altri luoghi e in altri tempi. Tuttavia, ordinammo che si dovesse prestare la debita obbedienza al precetto del proprio Superiore. Chi si rifiutava, dimostrava con ciò chiaramente di avere un animo poco disposto e preparato a ricevere il Sacramento dell’Altare, come si può vedere nella nostra Lettera Certiores effecti(nel nostro Bollario, tomo 1, n. 64).

25. Queste sono, Venerabili Fratelli, le cose che abbiamo creduto opportuno esporvi in questa Enciclica. Da qui potrete ben capire come, leggendo e consultando le Lettere Apostoliche sulle concessioni degli Oratori, i Decreti dei nostri Predecessori, le Risoluzioni di queste Congregazioni, che sono ora state da Noi confermate, non c’è più posto per liti e controversie. Ma Noi pensiamo che ci risponderete: Tutto bene. Rimane però il fatto che i decreti ordinati non si osservano affatto. Non vi dispiaccia se vi replichiamo che tale inosservanza dipende da una superficiale lettura e riflessione dei Brevi o dall’ignoranza dei Decreti e delle Risoluzioni pontificie. Noi non ne abbiamo colpa, soprattutto perché, pur coll’età avanzata e oppressi come siamo da cure difficilissime, quello che c’è da sapere su questo argomento, non ci siamo rifiutati di manifestarlo.

26. Se Voi nei vostri Sinodi, e negli Editti che pubblicate per il buon governo delle vostre Diocesi, avrete premura di inculcare l’osservanza dei Decreti pontifici e delle Risoluzioni sopra indicate, ne verrà un duplice bene: di tenere viva in Voi la loro memoria e di dissipare l’ignoranza negli altri o di renderla inescusabile se crassa e supina. Tale comportamento e norma tennero (e tengono tuttora) i nostri Vescovi d’Italia, che o inserirono nei loro Sinodi la Somma dei Decreti pontifici emanati sugli Oratori privati, o li aggiunsero per esteso nell’Appendice agli stessi Sinodi, come si può vedere nel Sinodo tenuto a Rimini dal Cardinale De Vio, di buona memoria, nel 1724, e nell’altro celebrato dal Cardinale Pignatelli, di buona memoria, Arcivescovo di Napoli, nel 1726, e in quello tenuto dal venerabile nostro Fratello Cardinale Annibale Albano, allora Vescovo di Sabina, nel 1736, e in molti altri.

27. Noi non siamo nel numero di coloro i quali sono convinti che tutti gli inconvenienti e scandali che avvengono ai nostri tempi, non accadevano nei tempi passati. Siamo certi che quello che accade oggi accadeva anche in altri tempi. Ma per non allontanarci troppo dall’argomento, diremo che se oggi le leggi riguardanti gli Oratori privati sono trasgredite dai Sacerdoti per la protezione dei Principi secolari a cui si appoggiano, e ai quali servono da cappellani, ciò accadeva anche nel sec. IX. Infatti Sant’Agobardo, allora arcivescovo di Lione, nel suo Trattato De Privilegio et jure Sacerdoti i, cap. 11, si lamenta delle stesse cose. Tuttavia non per questo dovete perdere la vostra costanza sacerdotale e il vostro coraggio. La Polonia è una Nazione pia e religiosa. Se accadesse qualche abuso negli Oratori privati, commesso o introdotto nella casa di un Principe, glielo si faccia presente, adducendo ragioni e dimostrando che per abusi si perde il privilegio. C’è da sperare che così egli tolga la sua protezione al cappellano disobbediente. E se avvenisse di non ottenere nessun risultato per questa via, avete sempre a vostra disposizione le armi spirituali che potete usare contro il cappellano. Probabilmente se si fosse agito così appena si è avuta conoscenza dell’inconveniente, con la pace di tutti diremo che le cose non sarebbero arrivate al punto in cui sono ora, come risulta dai ricorsi a Noi fatti, che ci hanno indotto a scrivere questa nostra Lettera Enciclica.

28. Prevediamo che Voi forse direte che gl’inconvenienti vengono dai Privilegiati e dagli Esenti, cioè dai Regolari, a proposito dei quali sono insinuate parecchie cose nel citato ricorso fatto a questa Santa Sede. E Noi vi rispondiamo che non ci sono né privilegi né esenzioni che possano impedire di sterminare gli abusi.

29. I Regolari hanno senza dubbio il privilegio dell’Altare portatile e di celebrarvi la Messa ovunque si trovano, senza alcuna licenza del Vescovo, come si può vedere nella Decretale di Onorio III (cap. In his, de privilegiis)A causa di questo privilegio succedeva che potevano celebrare la Messa anche nelle case dei laici, sia sull’Altare portatile, sia sull’Altare fisso, anche se il laico non aveva il privilegio dell’Oratorio privato. E ciò per il motivo che il privilegio del celebrante aveva vigore benché il luogo della celebrazione non fosse privilegiato. Il sacro Concilio di Trento (sess. 22, Decreto De observandis et evitandis in celebratione Missae)aveva ordinato ai Vescovi di non permettere che si celebrassero Messe nelle case dei privati “né dai Secolari né dai Regolari qualsiasi” e aveva dato loro la facoltà di procedere contro i refrattari. Aveva anche abolito tutti i privilegi, esenzioni e consuetudini in contrario, di qualunque genere fossero: “nonostante i privilegi, esenzioni, appellazioni e consuetudini di qualsiasi genere“. Da qui necessariamente consegue che il sacro Concilio di Trento ha derogato tanto ai precedenti privilegi dell’Altare portatile quanto alla facoltà di celebrare la Messa nelle case dei privati senza licenza del Vescovo, e che inoltre il Vescovo, come Delegato della Sede Apostolica, può procedere contro i disobbedienti anche se esenti, e che, infine, non esiste privilegio o esenzione che si opponga e impedisca di togliere gli abusi.

30. Nulla vale l’osservazione avanzata da alcuni che, cioè, il Concilio non ha derogato al privilegio di cui si tratta per il fatto che il privilegio è stato incluso “in corpore Juris“. Il sacro Concilio di Trento, infatti, fu solito derogare anche a quei privilegi che sono stati inclusi “in corpore Juris” senza farne espressa menzione, ma semplicemente determinando qualcosa di contrario con l’applicazione della deroga generale ai privilegi in contrasto, come dimostra ampiamente il celebre Presule Fagnano (in cap. Nonnulli, n. 42 e ss., tit. De Rescriptis).

31. Se per caso qualcuno obiettasse che spesso la Sede Apostolica ha concesso e anche adesso, dopo il Concilio di Trento, concede l’uso dell’Altare portatile, deve essere noto alle Vostre Fraternità che tale privilegio si concede in quei luoghi dove non ci sono Chiese o, se ci sono, la potenza degli eretici è tale che i Cattolici non possono radunarsi per ascoltare la Messa senza grave pericolo. Insomma, in altre parole, si provvede a una necessità; cosa completamente diversa, come ben vedete, dal caso in questione.

32. Leggete il privilegio che il Nostro Predecessore Gregorio XIII ha concesso nel 1580 ai Frati dell’Ordine dei Predicatori della Provincia di Polonia, e che è stato inserito nel Bollario di quella Famiglia Religiosa (tomo 7, p. 192):

In alcune città, villaggi e luoghi della Provincia di Polonia la potenza e l’empietà degli eretici sono così grandi che opprimono impunemente i cattolici, e non è lecito ai cattolici ascoltare in sicurezza la Messa nelle Chiese, di cui c’è scarsità da codeste parti. Noi, favorevoli su questo punto alle Tue preghiere, acconsentiamo a Te, attualmente Superiore Provinciale della Provincia di Polonia dell’Ordine dei Frati Predicatori, di poter concedere ai sopraccitati Professori la licenza e la facoltà di avere Altari portatili con debita riverenza e onore, sopra i quali, nelle case dei Nobili e degli abitanti delle città, dei villaggi e dei luoghi della detta Provincia dove mancano Chiese e dove la potenza e l’empietà degli eretici è tale che usano impunemente la violenza, possano essi in luoghi adatti e decorosi celebrare le Messe, ma solo in caso di necessità, così da essere esenti da colpa: questo Noi concediamo con l’Autorità Apostolica a tenore della presente Lettera e per grazia speciale“.

33. Leggete anche il sopraccitato Decreto di Clemente X, che per vostra comodità trasmettiamo qui allegato, anche se sappiamo che quando fu steso, oltre a essere pubblicato a Roma, fu inviato agli Ordinari tanto dentro quanto fuori dell’Italia. Da questo Decreto, che se non ci fosse Noi stessi guarderemmo con sospetto ciò che dovremmo sostenere con le nostre ragioni e considerazioni (e sarebbe semplice farlo, per Noi, che abbiamo dappertutto a disposizione le sentenze dei più ragguardevoli Autori tra gli esperti del Diritto) da questo Decreto – dunque – potrete conoscere chiaramente se i privilegi dell’Altare portatile concessi ai Regolari sussistono ancora o no, e se il Concilio di Trento vi ha derogato. Saprete se è permesso ai Regolari celebrare la Messa in qualunque Oratorio privato quando è già stata celebrata una Messa, e per una seconda Messa non c’è un particolare indulto. Saprete se nei predetti Oratori privati è lecito celebrare la Messa prima dell’aurora o nel pomeriggio, e se la possono celebrare nei giorni che sono esclusi nell’Indulto. Saprete infine se, nonostante l’esenzione, avete il potere di procedere contro i trasgressori. Benché non ce ne sia affatto bisogno, Noi ora confermiamo il Decreto e affidiamo alle vostre Fraternità il compito di vigilare sulla sua retta osservanza, non essendo degno di lode il ricorso alla Sede Apostolica per esporre gli inconvenienti se prima non si sono presi quei rimedi che dalla stessa Sede Apostolica sono stati dati contro tali inconvenienti.

34. Nel ricorso a Noi inoltrato, si fa anche menzione di un altro inconveniente che, cioè, i Regolari esorcizzano senza licenza. Ma non si dice se da Voi o nei vostri Sinodi o nei vostri Editti è stato stabilito che nessun Sacerdote, né Secolare né Regolare, osi esorcizzare sia nella propria Chiesa sia in quella di altri, sia dentro che fuori del convento, se prima non sia stato da Voi approvato e senza aver prima ottenuto da Voi la licenza. Questo è quello che deve avere il sopravvento e che dai Vescovi deve essere garantito, come si può vedere presso Clericato (De Sacramento Ordinis, decis. 19, n. 42), dove cita i Sinodi Episcopali. – Se nondimeno, dopo che Voi avrete preso opportuni provvedimenti, per quanto dipende da Voi, su questa materia e su quella degli Oratori privati, i vostri ordini saranno violati e neglette le pene da Voi imposte e inflitte, senza dubbio Noi non mancheremo al nostro ufficio, deponendo a vostro favore tutta la Nostra autorità. Perché quello che più ci preme è che i diritti dei Vescovi, che sono nostri Fratelli, siano tutelati. Intanto alle Vostre Fraternità e ai Popoli affidati alle Vostre cure con grande affetto impartiamo la Benedizione Apostolica.

Dato da Castel Gandolfo, il 2 giugno 1751, anno undecimo del Nostro Pontificato.

DECRETO DI PAPA CLEMENTE xi DI FELICE MEMORIA SULLA CELEBRAZIONE NEGLI ORATORI PRIVATI EMANATO IL 15 DICEMBRE 1703

Alcuni Vescovi e molti Regolari, con il pretesto dei privilegi, pensano che sia loro lecito ciò che invece è proibito. I Vescovi, infatti, anche in Diocesi di altri, fuori della casa della propria residenza, fanno erigere nelle case dei laici l’Altare, dove uno o più dei loro cappellani immolano la vivifica Ostia di Cristo. I Regolari, poi, in alcuni Oratori che la Sede Apostolica suole concedere di quando in quando per legittimi motivi ai Principi o ad altri Nobili, osano celebrare una o più Messe di quante è stato loro permesso, o senza la presenza delle persone in vista delle quali è stata data la concessione, o fuori delle ore stabilite e nel pomeriggio o anche in quei giorni in cui, per Costituzioni diocesane o anche per Decreti della sacra Congregazione del Concilio, è proibito celebrare, o anche nei giorni che sono esclusi negli Indulti Apostolici dalla celebrazione. Né hanno paura di usare l’Altare portatile in dispregio delle sacre sanzioni e con irriverenza verso il santo Sacrificio. Perciò al fine di eliminare gli abusi e di rinnovare la riverenza al tremendo Mistero, il Santissimo Signore Nostro, con il voto dei Cardinali della Santa Romana Chiesa Interpreti del Concilio di Trento, aderendo alle dichiarazioni altre volte emanate su questo argomento, dichiara: ai Vescovi e ai Prelati a loro superiori, anche se insigniti della dignità cardinalizia, non è lecito né sotto pretesto del privilegio incluso nel corpo del Diritto, né a nessun altro titolo, erigere l’Altare e celebrarvi il sacrosanto Sacrificio della Messa o farlo celebrare fuori della casa della propria residenza, nelle case dei laici anche nella propria Diocesi, e tanto meno nella Diocesi di altri anche esibendo il consenso del Vescovo diocesano.Allo stesso modo negli Oratori privati concessi dalla Santa Sede non è lecito ai Regolari di qualsiasi Ordine, Istituto e Congregazione, anche della Compagnia di Gesù, o anche di qualunque Ordine Militare, anche di San Giovanni Gerosolimitano, o a qualsiasi altro sacerdote anche se Vescovo, celebrare nei giorni di Pasqua, Pentecoste e Natale del Signore e nelle altre feste più solenni dell’anno o nei giorni esclusi nell’Indulto. Negli altri giorni, invece, non è lecito a nessun Sacerdote anche se Vescovo celebrare nei sopra detti Oratori se vi è già stata celebrata l’unica Messa concessa nell’Indulto. Su tutto questo è tenuto a indagare e a informarsi con esattezza chi intende celebrare. E quell’unica Messa non si può celebrare nemmeno nei casi permessi al pomeriggio. In tutti i casi si deve raccomandare e dichiarare che tutti coloro che assistono a dette Messe non soddisfano al precetto della Chiesa.Quanto poi all’Altare portatile, sempre aderendo alle sopraddette dichiarazioni, il Decreto stabilisce che le licenze o i privilegi concessi ad alcuni Regolari nel cap. In his, de privil., e concessi da alcuni Pontefici ad altri Regolari di usare il detto Altare portatile e di celebrarvi senza licenza degli Ordinari nei luoghi dove dimorano, sono stati tutti revocati dallo stesso Concilio di Trento. Perciò si proibisce ai detti Regolari di servirsi di quegli Altari e, secondo il tenore del presente Decreto, si ordina ai Vescovi e agli altri Ordinari dei luoghi, in qualità di Delegati della Sede Apostolica, di procedere contro tutti i trasgressori, anche se Regolari, con pene prescritte dallo stesso sacro Concilio nel detto Decreto sess. 22, cap. unico, fino alle Censure “latae sententiae”. Questo Decreto dà loro anche la facoltà di procedere come se la detta facoltà fosse stata concessa in modo speciale dalla Santa Sede. Così Sua Santità dichiara e comanda di osservare.

DOMENICA I DI QUARESIMA (2023)

DOMENICA I. DI QUARESIMA (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Giovanni in Laterano

Semidoppio. – Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

Semidoppio. – Dom.rivil. di I cl. – Penti violacei.

Questa Domenica è il punto di partenza del ciclo quaresimale (Secr.) cosicché l’assemblea liturgica si tiene oggi, fin dal IV secolo a S. Giovanni in Laterano, che è la basilica patriarcale del romano Pontefice ed il cui nome rievoca’ la redenzione operata da Gesù, essendo questa Basilica dedicata anche al SS.mo Salvatore. Subito dopo il battesimo, Gesù si prepara alla vita pubblica con un digiuno di 40 giorni, nel deserto montagnoso, che si estende fra Gerico e le montagne di Giuda (Gesù si riparò, dice la tradizione, nella grotta che è nel picco il più elevato chiamato Monte della Quarantena). Là satana, volendo sapere se il figlio di Maria era il Figlio di Dio, lo tenta (Vang.). Gesù ha fame e satana gli suggerisce di convertire in pane le pietre. Allo stesso modo opera con noi e cerca di farci abbandonare il digiuno e la mortificazione in questi 40 giorni. È la concupiscenza della carne. – Il demonio aveva promesso al nostro primo padre che sarebbe diventato simile a Dio; egli trasporta Gesù sul pinnacolo del Tempio e lo invita a farsi portare in aria dagli Angeli per essere acclamato dalla folla. Tenta noi ugualmente nell’orgoglio, che è opposto, allo spirito di preghiera e alla meditazione della parola di Dio. È l’orgoglio della vita. – Come aveva promesso ad Adamo una scienza uguale a quelli di Dio, che gli avrebbe fatto conoscere tutte le cose, satana assicura Gesù che gli darà l’impero su tutte le cose se Egli prostrato in terra lo adorerà (lucifero, il più bello degli Angeli, si credette in diritto, secondo alcuni teologi, all’unione ipostatica che l’avrebbe elevato alla dignità di figlio di Dio. Egli cercò di farsi adorare come tale da Gesù, come l’anticristo si farà adorare nel tempio di Dio, II ai Tessal.,). Il demonio allo stesso modo cerca con noi, di attaccarci ai beni caduchi, quando stiamo per sovvenire il prossimo con l’elemosina e le opere di carità. È la concupiscenza degli occhi o l’avarizia. – Il Salmo 90 che Gesù usò contro satana, — poiché la spada dello Spirito, è la parola di Dio (Agli Efesini, VI, 17).— serve di trama a tutta la Messa e si ritrova nell’ufficiatura odierna. « La verità del Signore ti coprirà come uno scudo », dichiara il salmista. Questo salmo dunque è per eccellenza quello di Quaresima, che è un tempo di lotta contro satana, quindi il versetto 11: « Ha comandato ai suoi Angeli di custodirti in tutte le tue vie », suona come un ritornello durante tutto questo periodo, alle Lodi e ai Vespri. Questo Salmo si trova intero nel Tratto e ricorda l’antico uso di cantare i salmi durante la prima parte della Messa. Alcuni dei suoi versetti formano l’Introito col suo verso, il Graduale, l’Offertorio e il Communio. In altra epoca, quest’ultima parte era formata da tre versetti invece di uno solo e questi tre versetti seguivano l’ordine della triplice tentazione riferita nel Vangelo. – Accanto a questo Salmo, l’Epistola, che è certamente la stessa che al tempo di S. Leone, dà una nota caratteristica della Quaresima. S. Paolo vi riassume un testo di Isaia: « Ti esaudii nel tempo propizio e nel giorno di salute ti portai aiuto » (Epist. e 1° Nott.). S. Leone ne fa questo commento: « Benché non vi sia alcuna epoca che non sia ricca di doni celesti, e che per grazia di Dio, ogni giorno vi si trovi accesso presso la sua misericordia, pure è necessario che in questo tempo le anime di tutti i Cristiani si eccitino con più zelo ai progressi spirituali e siano animate da una più grande confidenza, allorché il ritorno del giorno nel quale siamo stati redenti ci invita a compiere tutti i doveri della pietà cristiana. Così noi celebreremo, con le anime e i corpi purificati, questo mistero della Passione del Signore, che è fra tutti il più sublime. È vero che noi dovremmo ogni giorno essere al cospetto di Dio con incessante devozione e rispetto continuo come vorremmo essere trovati nel giorno di Pasqua. Ma poiché questa forza d’animo è di pochi; e per la fragilità della carne, viene rilassata l’osservanza più austera, e dalle varie occupazioni della vita presente viene distratta la nostra attenzione, accade necessariamente che la polvere del mondo contamini gli stessi cuori religiosi. Perciò è di grande vantaggio per le anime nostre questa divina istituzione, perché questo esercizio della S. Quaresima ci aiuti a ricuperare la purità delle nostre anime, riparando con le opere pie e con i digiuni, gli errori commessi negli altri momenti dell’anno. Ma per non dare ad alcuno il minimo motivo di disprezzo o di scandalo, è necessario che il nostro modo di agire non sia in disaccordo col nostro digiuno, perché è inutile diminuire il nutrimento del corpo, quando l’anima non si allontana dal peccato » (2° Notturno). – In questo tempo favorevole e in questi giorni di salute, purifichiamoci con la Chiesa (Oraz.) « col digiuno, con la castità, con l’assiduità ad intendere e meditare la parola di Dio e con una carità sincera » (Epist.).

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XC: 15; XC: 16

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum.

[Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Ps XC:1 Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorábitur.

[Chi àbita sotto l’égida dell’Altissimo dimorerà sotto la protezione del cielo].

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum.

[Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Deus, qui Ecclésiam tuam ánnua quadragesimáli observatióne puríficas: præsta famíliæ tuæ; ut, quod a te obtinére abstinéndo nítitur, hoc bonis opéribus exsequátur.

[O Dio, che purífichi la tua Chiesa con l’ànnua osservanza della quaresima, concedi alla tua famiglia che quanto si sforza di ottenere da Te con l’astinenza, lo compia con le opere buone.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios. 2 Cor VI:1-10.

“Fratres: Exhortámur vos, ne in vácuum grátiam Dei recipiátis. Ait enim: Témpore accépto exaudívi te, et in die salútis adjúvi te. Ecce, nunc tempus acceptábile, ecce, nunc dies salútis. Némini dantes ullam offensiónem, ut non vituperétur ministérium nostrum: sed in ómnibus exhibeámus nosmetípsos sicut Dei minístros, in multa patiéntia, in tribulatiónibus, in necessitátibus, in angústiis, in plagis, in carcéribus, in seditiónibus, in labóribus, in vigíliis, in jejúniis, in castitáte, in sciéntia, in longanimitáte, in suavitáte, in Spíritu Sancto, in caritáte non ficta, in verbo veritátis, in virtúte Dei, per arma justítiæ a dextris et a sinístris: per glóriam et ignobilitátem: per infámiam et bonam famam: ut seductóres et veráces: sicut qui ignóti et cógniti: quasi moriéntes et ecce, vívimus: ut castigáti et non mortificáti: quasi tristes, semper autem gaudéntes: sicut egéntes, multos autem locupletántes: tamquam nihil habéntes et ómnia possidéntes.” –  Deo gratias.

[Fratelli: Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: «Nel tempo favorevole ti ho esaudito, e nel giorno della salute ti ho recato aiuto». Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salute. Noi non diamo alcun motivo di scandalo a nessuno, affinché il nostro ministero non sia screditato; ma ci diportiamo in tutto come ministri di Dio, mediante una grande pazienza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle battiture, nelle prigioni, nelle sommosse, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con la purità, con la scienza, con la mansuetudine, con la bontà, con lo Spirito Santo, con la carità sincera, con la parola di verità, con la potenza di Dio, con le armi della giustizia di destra e di sinistra; nella gloria e nell’ignominia, nella cattiva e nella buona riputazione; come impostori, e siam veritieri; come ignoti, e siam conosciuti; come moribondi, ed ecco viviamo; come puniti, e non messi a morte; come tristi, e siam sempre allegri; come poveri, e pure arricchiamo molti; come privi di ogni cosa, e possediamo tutto]. (2 Cor VI, 1-10).

FAR FARE BUONA FIGURA A DIO.

[P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)]

Veramente S. Paolo in questo brano di lettera parla se non proprio ai Sacerdoti, certo per i ministri di Dio. Per fortuna, ministri di Dio, in un certo senso almeno, lo siamo tutti noi Cristiani, dobbiamo esserlo, e perciò vale per noi tutti la esortazione fondamentale per gli Apostoli: evitare le brutte figure (morali) e fare bella figura (morale). E la ragione addotta è quella che rende la esortazione più interessante e più universale: col non fare brutta figura, fare anzi bella figura, noi, per… non far fare brutta figura, per far fare bella figura a Dio. Ne siamo i ministri: ecco perché le nostre belle o brutte figure rimbalzano su di Lui. Rappresentanti di Dio! Che grande parola. Ed essa è proprio matematicamente esatta, precisa quando si tratta di noi Sacerdoti, di noi apostoli veri e propri. La gente ci confonde un po’ con Dio; giudica Lui, giudica della Religione da quello che noi, proprio noi, siamo e facciamo. Ma giudizi analoghi gli uomini senza fede o con poca fede pronunciano davanti alla condotta di un fedele Cristiano. E se questi sono buoni, il volgo suddetto ne conclude che buona è la Religione, buono è quel Dio di cui la Religione si ispira e nutre. Ma viceversa con la stessa logica fa rimbalzare sulla Religione, su Dio, le nostre miserie. E conclude che la Religione non serve a nulla, a nulla di buono e grande, quando nulla di grande e di buono essa produce in noi. – Il ragionamento per cui si giudica della Religione in sé, della sua bontà ed efficacia universale da uno a pochi casi, è un ragionamento che vale fino ad un certo punto, zoppica, zoppica assai, alla stregua della logica pura ed ideale. Zoppica ma cammina. Non avrebbe il diritto di farlo ma lo si fa, con una facilità, una frequenza, una sicurezza impressionante. E di questo bisogna tener conto, che lo si fa, come teniamo conto, nella vita, di tanti altri fatti che ci appaiono o misteriosi o paradossali, ma sono fatti e « contra factum non valet argumentum. » Questo fatto deve metterci addosso un brivido ed un fuoco. Brivido di terrore pensando alla debolezza delle nostre spalle, al peso davvero formidabile. Si fa così presto noi a cadere. Quando e dopo che avremo ubbidito agli istinti egoistici e alla loro desolante miseria, si dirà da parecchi: ecco che cosa è la Religione! Ecco a cosa serve Dio! Noi avremo screditato, noi screditeremo, noi screditiamo ciò che al mondo vi è di più sacro. Sconquassiamo dei pilastri giganteschi della vita. Perciò prendiamo come programma nostro la parola di Paolo: « noi non diamo di scandalo in cosa alcuna. » E non fermiamoci, ma continuiamo: « anzi ci mostriamo in ogni cosa degni di raccomandazione. » Il che non sarà che un rifarci alla bella parola di Gesù Cristo: « veggano tutto il bene che voi fate, voi, miei discepoli, e glorifichino perciò il Padre che sta nei Cieli ». – Dicano amici e nemici osservandoci: come sono buoni i veri figli di Dio; come è buono il Padre celeste che li ispira e li guida.

 Graduale

Ps XC,11-12

Angelis suis Deus mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum.

[Dio ha mandato gli Ángeli presso di te, affinché ti custodíscano in tutti i tuoi passi. Essi ti porteranno in palmo di mano, ché il tuo piede non inciampi nella pietra.]

Tractus.

Ps XC: 1-7; XC: 11-16

Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorántur.

V. Dicet Dómino: Suscéptor meus es tu et refúgium meum: Deus meus, sperábo in eum.

V. Quóniam ipse liberávit me de láqueo venántium et a verbo áspero.

V. Scápulis suis obumbrábit tibi, et sub pennis ejus sperábis.

V. Scuto circúmdabit te véritas ejus: non timébis a timóre noctúrno.

V. A sagitta volánte per diem, a negótio perambulánte in ténebris, a ruína et dæmónio meridiáno.

V. Cadent a látere tuo mille, et decem mília a dextris tuis: tibi autem non appropinquábit.

V. Quóniam Angelis suis mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

V. In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum,

V. Super áspidem et basilíscum ambulábis, et conculcábis leónem et dracónem.

V. Quóniam in me sperávit, liberábo eum: prótegam eum, quóniam cognóvit nomen meum,

V. Invocábit me, et ego exáudiam eum: cum ipso sum in tribulatióne,

V. Erípiam eum et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum, et osténdam illi salutáre meum.

[Chi abita sotto l’égida dell’Altissimo, e si ricovera sotto la protezione di Dio.

Dica al Signore: Tu sei il mio difensore e il mio asilo: il mio Dio nel quale ho fiducia.

Egli mi ha liberato dal laccio dei cacciatori e da un caso funesto.

Con le sue penne ti farà schermo, e sotto le sue ali sarai tranquillo.

La sua fedeltà ti sarà di scudo: non dovrai temere i pericoli notturni.

Né saetta spiccata di giorno, né peste che serpeggia nelle tenebre, né morbo che fa strage al meriggio.

Mille cadranno al tuo fianco e dieci mila alla tua destra: ma nessun male ti raggiungerà.

V. Poiché ha mandato gli Angeli presso di te, perché ti custodiscano in tutti i tuoi passi.

Ti porteranno in palma di mano, affinché il tuo piede non inciampi nella pietra.

Camminerai sull’aspide e sul basilisco, e calpesterai il leone e il dragone.

«Poiché sperò in me, lo libererò: lo proteggerò, perché riconosce il mio nome.

Appena mi invocherà, lo esaudirò: sarò con lui nella tribolazione.

Lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni, e lo farò partécipe della mia salvezza».]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.

Matt IV: 1-11

“In illo témpore: Ductus est Jesus in desértum a Spíritu, ut tentarétur a diábolo. Et cum jejunásset quadragínta diébus et quadragínta nóctibus, postea esúriit. Et accédens tentátor, dixit ei: Si Fílius Dei es, dic, ut lápides isti panes fiant. Qui respóndens, dixit: Scriptum est: Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo, quod procédit de ore Dei. Tunc assúmpsit eum diábolus in sanctam civitátem, et státuit eum super pinnáculum templi, et dixit ei: Si Fílius Dei es, mitte te deórsum. Scriptum est enim: Quia Angelis suis mandávit de te, et in mánibus tollent te, ne forte offéndas ad lápidem pedem tuum. Ait illi Jesus: Rursum scriptum est: Non tentábis Dóminum, Deum tuum. Iterum assúmpsit eum diábolus in montem excélsum valde: et ostendit ei ómnia regna mundi et glóriam eórum, et dixit ei: Hæc ómnia tibi dabo, si cadens adoráveris me. Tunc dicit ei Jesus: Vade, Sátana; scriptum est enim: Dóminum, Deum tuum, adorábis, et illi soli sérvies. Tunc relíquit eum diábolus: et ecce, Angeli accessérunt et ministrábant ei.”

[In quel tempo: Gesù fu condotto dallo Spírito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Ed avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente gli venne fame. E accostàtosi il tentatore, gli disse: Se sei il Figlio di Dio, di’ che queste pietre divéntino pani. Ma egli rispose: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio. Allora il diavolo lo trasportò nella città santa, e lo pose sul pinnàcolo del tempio, e gli disse: Se sei il Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ha mandato gli Ángeli presso di te, essi ti porteranno in palmo di mano, ché il tuo piede non inciampi nella pietra. Gesù rispose: sta anche scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo trasportò sopra un monte altíssimo e gli fece vedere tutti i regni del mondo e la loro magnificenza, e gli disse: Ti darò tutto questo se, prostrato, mi adorerai. Ma Gesù gli rispose: Vàttene Sàtana, perché sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai Lui solo. Allora il diàvolo lo lasciò, ed ecco che gli si accostàrono gli Angeli e lo servívano..]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

GLI SPIRITI

Gesù lascia le acque del Giordano e va nelle sabbie del deserto. Quarant’anni il popolo di Israele dovette camminare prima di giungere nel regno promesso da Dio; quaranta giorni Mosè dovette rimanere sulla cima nubilosa del Sinai per ascoltare le leggi del Signore; quaranta giorni Elia ramingò nel deserto per sfuggire la vendetta della cattiva regina e digiunò quaranta giorni prima di ottenere l’acqua sulla terra isterilita dalla siccità; ed anche Gesù si ritira quaranta giorni nella solitudine prima d’annunciare ai popoli il Regno del Cielo. Là non più voce d’uomo, non più acqua fresca e scorrente, non campi di grano, non vigneti, ma pietraie scottanti e serpenti e rovi. Veramente non è tutto solo. Sono con Lui le creature inferiori all’uomo: gli animali. Sono con Lui le creature superiori all’uomo: gli spiriti. E da prima è lo spirito cattivo, il demonio, che s’avvicina a tentarlo con la triplice tentazione del deserto, del tempio, del monte. Ma a tutte e tre le tentazioni, a quella di convertire le pietre in pane, a quella di gettarsi dal vertice del tempio, e quella di adorare satana sul monte, Gesù risponderà con un grido terribile: « Va via demonio! » E il demonio, svergognato, lo abbandonò. Allora vennero gli spiriti buoni, gli Angeli, intorno a Lui e lo servivano. In questa vita anche l’uomo, come Gesù nel deserto, è il centro di una grande guerra: da una parte i demoni, spiriti del male, che lo vogliono abbassare tutto nella materia, e perderlo; dall’altra gli Angeli, spiriti del bene, che lo vogliono innalzare alle nobiltà dello spirito, e salvarlo. L’esistenza di questi spiriti appare con evidenza dal Vangelo di questa prima domenica di quaresima: volerla negare, sarebbe negare il Vangelo, negare Gesù Cristo e la sua Religione divina. Ed io credo che non è senza utilità fermarci un momento a considerare l’influsso che gli spiriti, buoni e cattivi, possono esercitare sull’anima nostra. – 1. I DEMONI. a) La loro natura. La Scrittura non lo dice apertamente, poiché Mosè temeva che il suo popolo duro e grossolano cadesse in idolatria, ma frequentemente fa intuire la creazione degli Spiriti. Questi innumerevoli figli raggianti dell’Altissimo si letiziavano nel Paradiso mentre l’esercito degli astri, sul mattino della vita, faceva udire le sue armonie. Ma una volta seguì in cielo una gran battaglia. Uno degli Angeli più belli, splendente come il sole a mezzodì, lucifero, dimenticò di essere una creatura di Dio e nella sua superbia volle innalzarsi fino al trono dell’Altissimo e paragonarsi a Lui. Altri Spiriti, ingannati, lo seguirono nel peccato. Ed ecco: Michele co’ suoi Angeli combatte contro i ribelli, e li vince e li scaccia dal cielo (Apoc., XII). E Dio non perdonò agli angeli che peccarono, ma cacciatoli nell’inferno, li imprigionò nel fuoco e nella maledizione sua nella quale vivono tormentati (II Petr., II, 4). Da allora l’Angelo che fu precipitato si chiama diavolo e satana, e seduce tutto il mondo. Seducit universum orbem (Apoc., XII, 9). Da allora, divenuto nostro avversario, s’aggira tra gli uomini come un fulvo leone ruggente cercando chi divorare. (I Petr., V, 8). b) Il loro potere! S. Bonaventura (Theol., II, 26) ci dipinge in un quadro fosco i demoni e la loro astuzia contro le anime: « Sono spiriti impuri, nemici del genere umano. Gonfi di superbia, intelligentissimi a fare il male, non desiderano altro che nuocerci e sanno sempre scovare frodi nuove. Travolgono i sentimenti; insidiano di giorno, e di notte infestano i dormienti con sogni; sanno perfino trasfigurarsi in Angeli di luce; e sempre cercano la rovina finale dell’anima ». Immutant sensus: l’uomo capisce che tutte le cose di quaggiù, e gli onori e i danari e i piaceri, durano poco e passano come il fumo sopra il tetto, mentre Dio solo rimane e l’anima nostra. Eppure, una forza maligna lo attrae verso le cose bugiarde e lo distoglie da quelle eternamente vere. Il demonio ha la sua parte nel farci travedere le cose. Vigilantes turbant: chi suscita i fantasmi impuri nella nostra mente, anche quando siamo nella quiete della nostra casa, anche quando siamo nella santità del tempio di Dio? Il demonio. E talvolta neppure nelle ore di riposo il demonio ha requie, ma ci sconvolge con sogni cattivi e paurosi. Dormientes per somnia inquietant. Spesso astutamente sa prendere la voce e la figura dell’Angelo buono. In lucis Angelum se transformant. Racconta S. Tommaso di un monaco, che aveva fatto il proposito di non uscire più dalla sua cella, il quale continuamente udiva una voce che lo invitava ad uscire almeno per fare la Comunione. C’è qualche cosa di più santo della Comunione? e il monaco uscì. Ma la voce non s’acquietò. Era morto in quei giorni il padre di quel monaco ed aveva lasciato molti beni. « Torna a casa tua, almeno un giorno, — dicevagli la voce, — vendi ogni cosa e distribuisci ai poveri ». C’è qualche cosa di più evangelico che dare ogni cosa ai poveri? Uscì il monaco dal convento, e andò a casa, ma non ritornò più: e morì in peccato mortale. Qualche volta anche noi abbiam sentito la voce di quest’angelo bugiardo dirci così: « Perché vuoi star ritirato sempre in casa? Va alla finestra, scendi nella strada! Che c’è di male in un teatro, che c’è di male in un ballo? Che c’è? il demonio. c) La nostra difesa. Ma è possibile, penseranno alcuni, vincere un nemico che non si vede? È possibilissimo: con la preghiera, con la vigilanza, con la mortificazione. – Con la preghiera: l’Apostolo S. Bartolomeo, recatosi ad evangelizzare l’India, mentre se ne andava sconosciuto tra la folla udì un indemoniato gridare: « Apostolo di Dio, le tue orazioni mi bruciano tutto! » Più che la fiamma dell’inferno, al demonio fa male la preghiera dei Cristiani. – Con la vigilanza: vigilate, perché il demonio è furbo. Guai a concedergli qualche cosa, subito vi rapirà tutto. Nolite locum dare diabolo (Ef., IV, 27). È nota la favola del riccio che, una serataccia di temporale, piangendo chiese alla volpe ricovero nella sua tana. La volpe, non furba abbastanza, lo accolse. Dapprima si roggomitolò in un cantuccio, poi a poco a poco distese le sue membra pungentissime, fin tanto che la volpe disperata dovette uscir fuori a morire sotto la pioggia e la gragnola. Così il demonio. L’anima che non resiste subito diventa tutta sua. – Con la mortificazione: l’ha scritto S. Paolo: « armatevi con l’armatura di Dio perché possiate far contro all’insidia del diavolo, noi, non appena con la carne e col sangue, abbiamo da guerreggiare, ma soprattutto con il principe del male, con il reggitore del mondo tenebroso » (Ef., VI, 11). – 2. GLI ANGELI. Prima ancora che si levasse il sole Giuda Maccabeo attaccò battaglia: un nemico terribile, fortissimo, e fresco di forze gli stava di fronte. Ma nel fervore cruento della mischia furono visti discendere dal cielo cinque personaggi a cavallo, magnificamente adorni con freni d’oro; e capeggiarono l’esercito d’Israele. Due di essi, ai lati di Giuda, lo preservarono dalle ferite, coprendolo con le loro armature corrusche; gli altri lanciavano saette e fulmini contro i nemici, che accecati dal barbaglio, cadevano scompigliatamente. Mentre calava, il sole illuminò una pianura coperta di morti: ventimila e cinquecento fanti, e seicento cavalieri (II Macc., X, 29). Quanta consolazione c’ispira questo episodio! Dunque, non siamo soli a combattere contro il feroce nemico d’inferno, ma gli Angeli del Signore, benché non li vediamo, sono intorno a noi e combattono per noi. Iddio per incoraggiare il popolo di Israele che doveva attraversare il deserto e lottare con molti popoli gli fece questa promessa: « Ecco che io manderò il mio Angelo, il quale vada dinanzi a te, e ti custodisca nel viaggio, e ti introduca nel paese che Io ho preparato. Onoralo e ascolta la voce e guardati dal disprezzarlo: per ch’egli non ti perdonerà se farai del male, e il mio Nome è in lui. Che se tu ascolterai la sua voce, Io sarò nemico de’ tuoi nemici e perseguiterò coloro che ti perseguiteranno » (Esodo, XXIII, 20-22). Queste parole, Dio le ripete ad ogni uomo che nasce quando gli destina l’Angelo custode che andrà davanti a lui nel viaggio della vita e lo aiuterà fino a condurlo in Paradiso. Queste parole contengono anche tutto quello che gli Angeli fanno per noi, e tutto quello che noi dovremmo fare per gli Angeli. a) Che fanno per noi gli Angeli? Offrono le nostre preghiere e le opere buone a Dio e le rendono così più gradita « Ero io che innalzavo le tue orazioni al cospetto del Signore » confessò l’arcangelo Raffaele al giovanetto Tobia. Illuminano la nostra mente nei dubbi, ci avvisano nei pericoli. Era sempre un Angelo che illuminava Giuseppe nei suoi dubbi, che lo consigliava a fuggire in Egitto o a ritornare a Nazareth, quando il persecutore era morto. Ci aiutano nei nostri bisogni, sollevandoci nelle fatiche e nelle malattie. Quando S. Isidoro contadino stanco e bruciato dalla canicola si gettava sotto qualche albero a riposare o a pregare, era il suo Angelo che reggeva l’aratro, che pasceva i muli, che allontanava i lupi dall’ovile. – Ci difendono dai pericoli dell’anima e del corpo. I tre fanciulli che Nabucodonosor gettò nella fornace ardente, non arsero perché l’ala d’un Angelo li circondò. Ci castigano talvolta, come una buona mamma fa col suo bambino. San Gerolamo una notte fu battuto da un Angelo, perché da tempo smaniava nella lettura di libri profani, trascurando i sacri. – Ci consolano nei dispiaceri: quando Gesù, agonizzò nel Getsemani ed espresse sudore di sangue, scese un Angelo e lo consolò. b) Se gli Angeli sono così buoni con noi, che dobbiamo fare per loro? Prima di tutto, se siamo in disgrazia di Dio, purificarci subito la coscienza dal peccato, poiché sta scritto che gli Angeli godono di più per un peccatore che fa penitenza che non per novantanove giusti. Poi, guardiamoci bene dal commettere qualsiasi atto che li possa disgustare: ma ascoltiamo la loro voce, onoriamoli, supplichiamoli. Infine, non scandalizziamo nessuno né con parole né con gesti; ma specialmente abbiamo una squisita delicatezza per i piccoli: i loro Angeli nel cielo vedono sempre la faccia di Dio. Angeli enim eorum in cœlis semper vident faciem Patris (Mt., XVIII, 10). – Giuditta, tremando di gioia, ritornava alla città. Stringeva nella mani la testa orrenda di Oloferne che ancora grondava. E come fu dentro alla porta di Betulia, e come tutto il popolo accorse attorno alla liberatrice, ella salì in alto e scoppiò in un grido : « Viva il Signore! Fu un Angelo che nel passare custodì me, donna inerme tra le schiere degli armati; fu un Angelo che avvalorò il braccio debole e ignaro quando nelle tenebre notturne e nel silenzio spiccai dal tronco questo capo; fu un Angelo che illesa e ignota mi ricondusse tra voi: viva il Signore! » (Giuditta, XIII, 20). – Cristiani, se praticheremo le riflessioni che abbiamo dedotto dal Santo Vangelo, noi pure un giorno entreremo in paradiso, con la testa del demonio stroncata, e ai Santi narreremo come Giuditta: « Viva il Signore! Un Angelo m’ha custodito di giorno in giorno: un Angelo mi ha fortificato a vincere il demonio; un Angelo mi ha guidato salvo in cielo: viva il Signore ». Intanto però abbiamo da combattere. I demoni furono cacciati dal cielo: noi dobbiamo cacciarli anche dalla terra. Gli Angeli ci aiuteranno. Vade, satana! (Mt., IV, 10). –LE TRE TENTAZIONI. Lungo la costa occidentale del mar Morto si distende una regione desolata e desolante. Non una palma verde che conforti la vista, non un’acqua limpida che placa l’arsura, non un uccello che rallegri il silenzio cupo: ma da per tutto colline ineguali e sabbia gialla che s’inseguono senza respiro, picchi rocciosi soprastanti ai torrenti disseccati, ampie radure brulle ove par che la vita sia scomparsa. E di quando in quando, sopra quella terra morta, quasi a contristarla di più, se fosse possibile, si precipita il soffio affocato del vento. Fu appunto da questo luogo che Gesù cominciò la redenzione. « Ductus est in desertum… ». Ma il deserto delle tentazioni è un’immagine della vita nostra dopo il peccato: valle di lacrime è la terra, e sopra di essa spira il vento soffocante delle tribolazioni e il demonio viene a tentarci. In principio non era così. Giardino di gioia era la terra, e l’uomo re magnifico con la grazia di Dio. Ma in quel giorno in cui l’uomo cedette alla tentazione del serpente, il giardino divenne un deserto. O ecco: e Gesù viene nel deserto per vincere la tentazione del demonio e rifare nel deserto il magnifico giardino della grazia di Dio. È necessario, dunque, meditare come Gesù sia stato tentato, — poiché nello stesso modo noi pure siam tentati; e come Gesù abbia vinto le tentazioni, perché è con le medesime armi che noi pure dobbiamo vincere. – 1. LA TENTAZIONE DELLA VITA SENSUALE. Dopo quaranta giorni di digiuno, Gesù ha fame: e il tentatore gli va daccanto: « Converti queste pietre in pane ». Il pane! il cibo del corpo: la vita sensuale in tutte le sue manifestazioni, ecco dove il demonio tenta di far affogare l’anima. Date uno sguardo al mondo: quanta gente corre, si agita, suda, soffre… ma per interessi materiali; per il pane, per far danaro, per aver roba, per godere. Si profana la festa: per il pane. Si viola la giustizia: per il danaro. Si litiga con odio: per la roba. Si trasgredisce ogni legge: per godere. Ma Gesù rispose al tentatore: « Non di solo pane vive l’uomo! ». Ricordiamoci che abbiamo anche l’anima da salvare. – Ci fu un uomo a cui la fortuna aveva largito a piene mani ogni ricchezza: denaro e terra. Un anno, fu tale l’abbondanza che andava pensando: « Dove potrò mettere tutta questa roba? ». E risolvette di far così: « Demolirò i miei vecchi granai, e ne costruirò dei nuovi e più capaci: vi ammasserò i prodotti e le mie cose. E allora sì che potrò dire all’anima mia: « O anima! ne hai qui per molti anni: mangia, bevi, dormi e sta allegra… ». Ma una voce gli scoppiò daccanto come folgore: « Stolto! stanotte morrai… E tutta la tua roba di chi sarà? ». – 2. LA TENTAZIONE DELL’ESPORSI AL PERICOLO. Il diavolo, vinto la prima volta, trasporta Gesù sul fastigio del tempio e gli dice: « Buttati giù! che non ti farai male: ma ti sosterranno gli Angeli e ti adageranno a terra… ». Una bella pretesa! buttarsi già da un alto tetto e illudersi di non rompere il collo!… È come andar nel fuoco e non bruciare. Ma non è forse più sciocca la pretesa di non pochi Cristiani che vogliono mettersi nelle occasioni e ripromettersi di non peccare?… – Dicono che una notte, sulle montagne di Delfo, s’aprì un baratro da cui esalava un olezzo inebriante tutto intorno. E l’impressione olfattiva era così deliziosa e strana che penetrava il cervello, invadeva il corpo intero in ogni fibrilla. Furon visti pastori, urlando, correre all’impazzata verso l’abisso, e gregge intere, belando, essere attratte nelle spire del magico profumo: e tutti sparire nel baratro fatale. Ma un giorno, sul mercato di Delfo, apparve un uomo che, in piccole scatole, vendeva il rimedio contro l’incantesimo del baratro. Un mandriano, che teneva dei pascoli vicini a quel luogo funesto, comprò il rimedio e corse a casa per mostrarlo agli amici. E sotto a cento occhi attoniti, aprì la scatola e trovò… un semplice gomitolo di spago con la scritta: « Se vuoi salvarti dal baratro sta lontano tanto così! ». Lontano, dunque da certi luoghi dove si offende Dio; lontano da quelle persone che ci scandalizzano, lontano da quegli oggetti, da quelle figure, da quei libri che esalano un profumo inebriante, ma fatale. – 3. LA TENTAZIONE DI COLLOCARE LA FELICITÀ NEL MALE. Oh! il demonio in quell’ultimo giorno d’innocenza, là, nel Paradiso terrestre, come deve aver saputo trasfigurare sotto gli occhi ingenui di Eva quel frutto proibito! E quella lo credette il più mirabile a vedersi, il più delizioso a gustarsi, il frutto insomma che solo poteva farla felice a pieno: « vidit mulier quod esset bonum ad vescendum et pulchrum oculis ». Ed Eva protese la mano e lo mangiò… ma sotto ai suoi morsi golosi quel frutto si tramutò in veleno. La medesima astuzia, il tentatore usò con Gesù; usa con noi. Il diavolo trasportò Gesù su la vetta eccelsa di un monte e gli disse: « Guarda: se sei capace di adorarmi in ginocchio, ti farò re di questi imperi ». Non è forse vero che prima del peccato ci par proprio che nel frutto proibito troveremo felicità? E l’ingenua anima dell’uomo, dietro alla lusinga di esser regina, è fatta schiava di satana. – « Adorami, fa quel peccato » sibila il demonio, « e sarai un re ». Anche un’aquila, dice la leggenda, udì una voce che la chiamava al fondo della valle. Abituata alle cime supreme e nude e gelide, un giorno vide il fondo della valle colorito di fiori e sembrava che un’iride si fosse infranta in mille pezzi sul verde tappeto. E le parvero scabrosi i suoi greppi natali sospesi tra le nuvole e l’azzurro e discese giù. S’inebriò di quei colori, si irrorò nella rugiada, si distese sull’erba e sui fiori, con aperte le ali, quasi a raccogliere il profumo. E poi fece per risalire. Infelice! L’ala non remeggiava più: un piccolo serpentello nascosto sotto l’ala la mordeva col dente del veleno. La povera aquila guardò allora, con occhio velato, il suo greppo natale tra nuvola e cielo: mandò l’ultimo strido e morì. – Quest’aquila è l’anima nostra nata per le sublimi altezze. La lusinga della valle fiorita, ma col serpente tra i fiori, è la lusinga del peccato; è la terza tentazione di Gesù. Se non vogliamo soccombere, appena il tentatore comincia la sua suggestione, facciamoci il segno della croce, chiamiamo Gesù e con Lui gridiamo: «Io adoro Dio. In Lui solo e nella sua volontà è la mia pace. Va via, satana! ». – Agonizzare pro anima tua. — Lottare contro tutte le tentazioni del demonio e vincere come Gesù, con Gesù, per Gesù. E quando saran finiti i quaranta giorni del deserto, ossia i pochi anni della vita mortale, noi pure allora vedremo gli Angeli scendere dal cielo e condurci al convivio eterno. Ecce angeli accesserunt et ministrabant.

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps XC: 4-5:

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus.

[Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Secreta

Sacrifícium quadragesimális inítii sollémniter immolámus, te, Dómine, deprecántes: ut, cum epulárum restrictióne carnálium, a noxiis quoque voluptátibus temperémus.

[Ti offriamo solennemente questo sacrificio all’inizio della quarésima, pregandoti, o Signore, perché non soltanto ci asteniamo dai cibi di carne, ma anche dai cattivi piaceri.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate


Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigenito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

Communio

Ps XC: 4-5

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus.

[Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Postcommunio

Orémus.

Qui nos, Dómine, sacraménti libátio sancta restáuret: et a vetustáte purgátos, in mystérii salutáris fáciat transíre consórtium.

[Ci ristori, o Signore, la libazione del tuo Sacramento, e, dopo averci liberati dall’uomo vecchio, ci conduca alla partecipazione del mistero della salvezza.

]PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

INGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (241)

LO SCUDO DELLA FEDE (241)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (9)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

ART. V.

LAVARSI LE MANI.

Il sacerdote si reca perciò dal lato sinistro dell’altare, e si lava le mani. Noi daremo brevemente la storia di questo rito e la sua significazione per ispirarci della sua santità. Questo rito di lavarsi e di purificarsi prima di trattar le cose sacre, forse è antico, come è antico, anzi naturale, il sentimento, che ha la creatura ragionevole, di essere indegna per le colpe di trattar colla Divinità. Anche nell’antica legge i sacerdoti si purificavano colla lavanda prima di accingersi al Sacrificio, e nel cortile dell’antico tempio di Gerusalemme era posta una gran vasca, chiamata mare di bronzo, in cui si lavavano gli Israeliti in sullo entrare nel luogo santo. Fra tutti i riti degli antichi popoli, che accennano al dovere di purificarsi, piace a noi di ricordare una legge dei sacerdoti egiziani, come accenna san Girolamo. Essi erano obbligati a vestire per le loro funzioni candidissimi lini, e a conservarli mondi così, che, se si fosse trovato morto un minuto insetto nei loro abiti, venivano condannati a morte. Che gran lezione per noi!… La Chiesa pertanto non poteva fare a meno di adottare il rito di purificarsi coll’acqua, per esprimere il desiderio della mondezza interiore, il quale rito fu sempre accetto e adottato dagli antichi Cristiani, usi fino da’ primi tempi anch’essi a lavarsi prima di entrare nelle chiese. S. Cirillo (Catech. Mystag. 5.) dice che era officio del diacono, (che poi fu da s. Clemente assegnato al suddiacono), di porger l’acqua da lavare le mani, non solamente al celebrante, ma anche agli altri preti assistenti all’altare; ed osserva come era simbolo della mondezza, che si richiedeva pei santi misteri. Di qui l’uso di porre alle porte delle chiese le pile dell’acqua benedetta, in cui il popolo fedele s’asterge. Quest’acqua alla porta ci ricorda che noi siamo stati purificati col Sangue di Gesù Cristo nell’acqua del santo Battesimo; e con benedirci con quell’acqua col segno di croce si vuol dir che copriamo le nostre miserie colle piaghe di Gesù, e corriamo sotto al vessillo, a cui fummo ascritti, quando il nostro nome nel Battesimo fu scritto nel libro della vita. Con la pratica di segnarci in contrizione si ottiene la remissione dei peccati, ed il sommo Pontefice Pio IX concesse cinquanta giorni d’indulgenza tutte le volte, che ci segniamo; e cento sempre che ci segniamo coll’acqua santa. È perciò commendevole l’uso di segnarci nell’entrar ed uscir di Chiesa, e nelle case cristiane, prima e dopo il cibo, affine di alimentarci a gloria di Lui, nel porci a riposo, nel sorgere ai nostri doveri, e negli istanti delle più pericolose tentazioni; per porre in fuga i nemici delle anime nostre, mettendoci sotto la croce del Salvatore, vessillo delle nostre speranze, innanzi a cui trema l’inferno. Il sacerdote si lava qui, non perché aspetti a purificarsi in quest’istante; ma perché, qualunque sia la purificazione che l’uomo abbia premessa, allorché si avvicina il momento tremendo, in cui si ha da trovar faccia a faccia colla Santità sostanziale, debbe sentire la necessità di fare uno sforzo ancora per purificarsi di nuovo. Per questo il Sacerdote, ritiratosi alquanto in un angolo, pare che chieda un po’ di tempo a raccogliersi in se stesso, e fare quest’ultima prova, e quindi esclama nel lavarsi: Lavabo.

Il Salmo: Lavabo.

« Laverò le mie mani fra gl’innocenti e circonderò il vostro altare, o Signore: Lavabo inter innocentes manus meas, et circumdabo altare tuum, Domine. » Quasi dicesse: Signore! È questo un popolo di rigenerati all’innocenza, segregato dai peccatori esclusi or ora dal luogo santo. Di questi innocenti avrò io cuore di mettermi a capo, senza prima purificarmi ancora? Per lavarmi dell’anima io non posso fare altro, che entrare nella mia coscienza, e mettere l’anima mia dinanzi a Voi confessandomi peccatore, e pregandovi di mondarmi ancor più (Ps. L). Voi colla grazia. Così purificherò le opere mie; e con mani monde m’avvicinerò ai sublimi vostri misteri. E circonderò l’altare vostro, su cui è il prezzo della nostra giustificazione. Convertiti adunque a Voi, noi ci terremo stretti al vostro altare: « ut audiam vocem laudis, et enarrem universa mirabilia tua. » – Riconoscenti alla vostra grazia, dal nostro cuore consolato pel vostro perdono escir deve una voce, che darà lode alla vostra bontà; e così noi racconteremo le vostre meraviglie. E di quali meraviglie ci rende testimonio la nostra coscienza? Ella, che mentre ci accusa per peccatori, nello stesso tempo ci consola col sentimento, che le sia ridonata l’innocenza? « Domine, dilexi decorem domus tuæ, et locum habitationis gloriæ tuæ. »Sì, o Signore, siamo peccatori, ci confessiamo tali;ma un po’ di cuor l’abbiamo, e fortunati di avervifra noi, amiamo di darvi gloria noi, in mezzo ai qualiabitate. Amiamo il decoro della vostra casa, e il luogo,dove date gloria alla vostra bontà: ed appuntoin esso ci siamo ora raccolti, segregati dai peccatori.« Ne perdas cum impiis Deus animam meam et cum viris sanguinum vitam meam, in quorum manibus iniquitates sunt, et dextera illorum repleta est muneribus. »Salvateci, o Signore, liberateci dai peccati commessi e da quelli che pur possiamo commettereancora. Ah! non isperdete insieme cogli empi l’animanostra, e cogli uomini di sangue non mandatea male questa nostra vita! Sciagurati; hannoessi le mani piene d’iniquità, e la loro destra è ripienadi doni: poveri ingannati, che tengono le cosedel mondo in prezzo maggiore, che non la vostragiustizia!« Ego autem in innocentia mea ingressus Sum, redime me, et miserere mei. »Ma, Signore, noi siamo qui entrati nella speranza di essere da voi restituiti nell’innocenza; io poi, Sacerdote e uomo meschino, ho fatto di me stesso giudizio, come ho potuto, in nome della vostra giustizia. Non mi pare di essere reo di grave colpa; ma mi dirò dunque giustificato? E chi ardirebbe dinanzi a voi dirsi innocente? Affrettatevi di redimerci: perché tutte le nostre speranze poniamo nella vostra misericordia. « Pes meus stetit in directo, in Ecclesiis benedicam te, Domine. Gloria Patri etc. » Sì, vostro è il merito, e vostra è la gloria, se abbiamo fatto bene: noi vi benediciamo qui raccolti, e le nostre opere buone saranno per noi tutti ragione di rendervi sempre nuove benedizioni. Ah! sia gloria nel tempo e nell’eternità, qual si conviene, a Dio Padre, Creatore ecc. Così sia. – Noi non crediamo di aver raggiunto a pezza il senso di questo salmo; ma speriamo di averlo almeno in qualche parte interpretato; specialmente avendo noi cercato di compendiare in qualche modo la spiegazione di s. Agostino nelle sue Enarrazioni sui salmi, e di adattarla all’occasione, in cui si recita quivi. – Ora ci resta, nel considerare questo rito, di ricavarne lezione di cristiana umiltà. « Perché, dice s. Cirillo (Catech. Mystag. 5), si lava il Sacerdote? Forse per mondarsi da corporali sozzure? E chi ardirebbe presentarsi colle mani insozzate all’altare? Nessuno al certo. Le mani adunque significano le azioni; e il lavarsi le mani significa la mondezza e la purità della vita nostra. Non avete sentito Davide, che, per disporsi a trattar santi misteri, si vuol lavare cogli innocenti le mani? Questo lavarsi le mani è adunque un simbolo, e significa di non essere immondi di peccati. Si lava solamente le estremità delle dita; il che significa, come dice s. Dionisio (S. Dion. Areop. De Eccl. Hierar., cap. 3, n. 2.), il bisogno di purificarsi anche dei leggieri peccati. Deve ben essere una vergognosa impudenza l’avvicinarsi con libertà a Gesù Cristo nel Sacramento così di frequente, quasi si avesse il diritto di trattare con Lui colla confidenza d’amico; mentre facciamo al giorno tante minute azioni, che gli dispiacciono, e ad ogni ora! In vero non si può comprendere, come osiam di portare sull’altare sempre le solite infedeltà. Per questo, uomini santi, per quanto umanamente si può, a celebrare ben preparati, s’astengono tratto tratto, dall’altare, per richiamare in giudizio davanti a Dio la propria coscienza in qualche tempo di solitudine spirituale, a render conto del profitto fatto del dono di Dio. Noi lodiam ben di cuore lo zelo dei più, che ogni giorno niente meglio desiderano, che di rendere il più grande omaggio alla ss. Trinità, parendo loro di defraudare troppo gran gloria a Dio, se non celebrassero tutte le mattine. Noi sì lodiamo e benediciamo al fervore di quelle anime predilette, la cui vita è sospiro d’amore a Gesù, ed un continuo a Lui anelare, e che non sanno altrimenti quietare ed empiere la propria fame, se non hanno con tutta dolcezza e avidità il sacro Corpo (Imit. Christi lib, 4.). Questi lodiamo, perché danno opera a tenersi ben preparati per compiere ogni giorno la più tremenda azione. Ma se veneriamo questi fervorosi, non possiamo a meno di benedire a quegli altri, che sì astengono qualche giorno, per ritirarsi e disporsi a ricevere i santi misteri meglio preparati (Imit. Christi lib. 4.): e perciò fanno nell’anno un po’ di ritiro nei santi Esercizi.

ART. VI.

L’ORAZIONE: SUSCIPE, SANCTA TRINITAS.

Il lavarsi le mani in quel punto significa la sollecitudine di un’anima, che affina i suoi pensieri, purifica i suoi affetti, e tenta deporre ogni resto di umana miseria, per sollevarsi a Dio. Questo convien massime al Sacerdote, che deve in nome di Gesù Santissimo presentarsi alla ss. Trinità, e offrirle nel Sacrificio tale un omaggio, che, sebbene mandato dalla terra, al tutto è divino. Eccolo che torna in mezzo all’altare, e s’inchina posando sopra di esso le mani giunte. In questa giacitura ricorda il Salvatore benedetto, che nella sua vita mortale offriva tutto se stesso alla gloria del suo Padre celeste: ed era come il suo cibo d’ogni ora fare la volontà di Lui fino alla morte. Onde con Gesù assorto nel pensiero della grande offerta, dice l’orazione, che comincia:

Suscipe, sancta Trinitas.

« Accogliete, o Trinità santa, questa oblazione, che vi offriamo in memoria della Passione, Risurrezione ed Ascensione di Gesù Cristo, Signor nostro, ed in onor della beata Maria sempre vergine e del beato Giovanni Battista, e dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e di codesti e di tutti i Santi, affinché a loro torni in profitto d’onore, e per noi in profitto di salute: e intercedere per noi si degnino in cielo quegli, di cui facciamo memoria in terra. Per il medesimo Gesù Cristo, Signor nostro. Così sia. » – Per ben intendere quest’orazione, diremo che il Sacerdote, avendo già fatta l’offerta del pane e vino distintamente, ora in questa preghiera la rinnova offrendoli insieme, perché insieme sono ordinati a concorrere in unità al Sacrificio (Bened. XIV, De sac. Miss. Lib. I, cap. II, n.4). Vogliono anche alcuni, che le due prime orazioni, che accompagnano le due offerte suddette, fatte ad una ad una separatamente, venissero dal Sacerdote recitate col popolo, e poi questa solo dal Sacerdote. Per penetrare nello spirito di questa sublime preghiera, osserveremo prima di tutto, che in essa si fa menzione della Passione, Risurrezione ed Ascensione di Gesù Signor nostro, supplicando la ss. Trinità ad accogliere, in memoria di quelle, l’offerta immacolata che si va preparando. Quest’offerta dev’essere il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, per merito del quale solamente venivano accettati i sacrifizi antichi, che lo figuravano (Conc. Trid., Sess. XXII, cap. 1). Ora considereremo quanto appunto si sperava con quelli in figura, e lo vedremo poi tutto eseguito nel Sacrificio della Messa in un modo veramente degno di Dio. – In primo luogo per fare i sacrifizi, comandati da Dio nell’antica legge, si eleggeva la vittima: e con questa elezione quella diveniva cosa santa, e vuol dirsi segregata dagli usi profani, e a Dio devota. Questa elezione della vittima ha già fatto nel mistero dell’Incarnazione il Figlio di Dio, quando prese l’umana natura, ed immedesimandola colla sua Natura Divina si fece nostro Salvatore offrendosi da vittima e pontefice, consacrato coll’unzione della Divinità all’immortal sacerdozio (Conc. Trid., Sess. XXII, cap. 1). Da quel primo istante da cui nacque uomo il Nazareno, Figliuolo di Dio Santissimo, o come cosa tutta santa, consacrata a Dio per venir poi per noi sacrificata in sulla croce: e sospirando il momento di farlo, sclamava sino dal primo istante della sua umana esistenza: « m’avete adattato un Corpo: ecco, ecco che io vengo » (Hebr. X). In secondo luogo i sacerdoti giudaici la vittima eletta ponevano e immolavano in sull’altare, e del sangue suo cospergevano l’altare e tutto d’intorno. La vittima così immacolata era un’immagine viva di Gesù Cristo, grande vittima che fu sacrificata sul Calvario; del cui Sangue di tutte le Piaghe, e massime del santo suo Costato, fu cosperso l’altare della croce e tutto intorno (Bened. XIV, lib. I, cap. II, n. 5, De sac. Miss.). Finalmente quell’antica vittima di carne mortificata veniva abbruciata, e purificata così dal fuoco; e dall’altare, come in profumo, saliva al cielo in odore di soavità; mentre in terra il popolo vi aveva la sua parte. Anche questa era simbolo, che accennava e prometteva al cielo il profumo veramente divino della gran Vittima, che col morire crocifissa deponeva nella morte, come insegna san Paolo (2 ad Cor.), ciò che di mortale aveva, e sorgeva immortale nella Risurrezione. Nell’Ascensione poi il Redentore trionfante portava l’umana carne spiritualizzata nel più alto de’ cieli in seno al Padre; e qui in terra ancora si comunica e s’incorpora coi fedeli, per portare la nostra povera umanità alla beatitudine in Paradiso in seno al Padre. – Ora ecco perché (Bened. XIV, ibi) nella Messa si supplica che sia accolto quel Sacrificio in memoria prima della Passione; perché come nella passione la gran vittima per la divina incarnazione già preparata, venne uccisa e colla morte distrutta; così nella futura consacrazione la vittima misticamente sì svenerà, e misticamente si distruggerà, e si priverà di vita, presentandosi come agnello trafitto, dal cui corpo è tratto il sangue sino all’ultima goccia. E per questo fine appunto si consacra il Corpo e il Sangue sotto diverse specie, l’una dall’altra divisa (S. Thom. 3 p., 74, art. 1.). Diremo, nel Sacrificio della Messa Gesù Cristo si offre davanti al Padre col suo Corpo proprio come era pendente in croce, là svenato col suo Sangue come era diviso dal corpo e tutto là sparso per terra. Così col corpo sotto le specie del pane, col sangue sotto le specie del vino si presenta come li avesse ancor separati benché sia in Persona vivo e glorioso sotto ciascuna specie. Oh vittima ed Agnello divino che caduto innanzi al trono di Dio come svenato trova in cielo la redenzione! Poi si prega, che sia accolta in memoria della Risurrezione: perché, come dicemmo, nella .risurrezione quel corpo, purificato d’ogni avanzo di mortalità (come la vittima si purificava pel fuoco), si rivestì dell’immortalità; e così pure nel Sacrificio il Corpo di Gesù Cristo sotto le specie sacramentali si presenterà nello stato di gloria e risorto all’immortalità. – Finalmente s’implora, che sia accolto il Sacrificio in memoria dell’Ascensione. Poiché, come nell’Ascensione l’umana natura divinizzata in Lui elevossi in seno al Padre; così dall’altare santo Gesù Cristo sacrificato si eleverà come profumo divino in seno al Padre, e il Padre accoglierà l’Unigenito, sua eterna compiacenza, che, essendo Dio con esso divin Padre, a Lui di qui rende onore divino, nel sacrificio tutto a Lui offertosi. S’aggiunge poi di offrirlo in onore di Maria ss. e di tutti i Santi; affinché per loro torni ad onore, e riesca per noi a salute coll’intercessione di loro pei meriti di Gesù Cristo. Oh sì veramente! Per tutti quei felicissimi, che in virtù di questo Sacrificio sono beati in Paradiso, quale dovrà essere la consolazione e quale la gloria del sentire ricordare le proprie virtù, ed all’augustissima Trinità fare di esse un presente in uno coi meriti e colla Persona del Figliuolo divino? Essi inabissati nel seno della Divinità, d’uno sguardo abbracciando il cielo e la terra, il tempo passato ed il futuro, come l’istante presente, contempleranno in chiarezza i misteri della grazia, l’ordine della redenzione operata dal figliuolo di Dio; di là comprenderanno bene, come la loro santità sia il frutto della gran radice, che in tutti i popoli si va diffondendo; così d’ogni ben perfetto in sulla terra riconosceranno la causa, la virtù, il merito essere in Gesù Cristo. Onde con quelle espressioni, che si sanno formare solo in seno a Dio, d’ogni bene a Lui daran gloria eternamente. Qui par bene che al Sacerdote siasi nella contemplazione rivelato un raggio di quella beatitudine, che riflesso sulle anime in terra, diventa celeste speranza dell’anima cristiana; per cui egli confida vivamente per Gesù Cristo di salire anch’esso coi suoi figliuoli a’ piedi di Maria a ricongiungersi con quei beati. In tale elevazione di mente, con questo desiderio, in questa speranza s’attacca all’altare, che lega la terra al trono di Dio, e, stringendosi al petto le reliquie dei Santi, colle braccia allargate in atto di accogliere tutti i fratelli, che ha intorno, e portarseli in cuore in Paradiso, con quelli bacia l’altare, che ne è la porta, e in quella piena di affetti ineffabili e misteriosi si rivolge, e si raccomanda a tutti di rianimare il fervore nell’accompagnarlo colle preghiere, col dire: Orate, fratres.

Art. VII.

L’ORAZIONE: ORATE, FRATRES.

Ci piace di premettere l’osservazione, che il sacerdote, nell’atto di rivolgersi per dire: Orate, fratres, compie il giro; cioè voltandosi al popolo dal lato destro, girandosi intorno si rivolge all’altare dal lato sinistro; mentre tutte l’altre volte, che dall’altare si volta al popolo, non compie il giro, ma ritorna dalla parte, donde s’era voltato. Per conoscere il perché di questo girarsi intorno, che fa il Sacerdote, è da considerare, che in altri tempi nelle chiese stavano dagli uomini separate le donne in luogo appartato, che si chiamava il matroneo, cioè luogo serbato alle cristiane matrone. Il perché si legge ancora in antichi rituali, che il Sacerdote rivolto alla parte degli uomini diceva; « Pregate o fratelli; » poi rivolto dalla parte delle donne diceva; « Pregate o sorelle (Card. Bona, R:r. lit. lib. 2, cap. 9, n. 6) » Ora questo giro compiuto potrebbe significare, che il Sacerdote in così fare si rivolge a tutti i fedeli, che si trovano in ogni parte, e va, per così dire, coll’animo in cerca di ciascuno in ogni angolo della chiesa, ed allargando loro le braccia incontro, li supplica della carità d’accompagnarlo colle preghiere. Dice adunque questa:

Orazione

« Pregate, o fratelli, affinché il mio e vostro sacrificio sia fatto accettevole presso Dio, Padre onnipotente. »

QUARESIMALE (IV)

QUARESIMALE (IV)
DI FULVIO FONTANA


Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA QUARTA


Nella Domenica prima di Quaresima.

Convien fuggire l’occasione pericolosa perché quando alla tentazione s’unisca l’occasione, le cadute sono quasi inevitabili.

Ductus est Jesus in Desertum a Spiritu ut tentaretur a Diabolo.
San Matteo cap. IV.

S’alza colà nel Mar del Brasile una rocca tutta d’una intera, e preziosa pietra, tutta un perfettissimo smeraldo, a cui acutissimi scogli fan siepe d’intorno come spine in corona d’un fiore e rompono la rabbia all’Oceano, che più furioso l’assalisce, dove la rocca più robusta resiste. Sorge ella sopra di quegli scogli, sopra di quei mari coronata delle sue proprie ricchezze, e vibrando per ogni parte un riso di lumi, par che si burli del vano sforzo delle onde, e de’ loro continui naufragi. Tal fortezza non diede a te natura o uomo, per renderti incontrastabile all’Oceano di tentazioni, con cui il demonio t’assalisce. È vero, gli assalti di questo comune inimico non possono fuggirsi; è vero, egli è indefesso nel replicare continue batterie alle anime nostre con fiere tentazioni, ma non per questo disperereste gloriose vittorie, quando voi vi contentate dare orecchio alle mie parole in questo giorno, con le quali vi lascerò per ricordo che fuggiate l’occasioni di peccare. Giacché è certissimo e sarà l’assunto del mio discorso, che quanto è debole il demonio con le sue tentazioni, quando queste sono disarmate dalle occasioni, altrettanto è vero non avere il demonio forza maggiore di quella che esperimenta allorché alle sue tentazioni s’unisce l’occasione. – Odo sul bel principio dall’eremo di Chiaravalle quel Santo Abbate Bernardo, il quale dopo averci ricordato esser noi attorniati da tentazioni di modo che la nostra vita merita più tosto nome di tentazione che di vita. Ut non immerito vita nostra ipsa tentatio debeat appellari, conclude con universale avviso a quanti vivono, hoc præmunitos vos esse volo neminem super terram absque tentatione victurum. Non v’è nessuno esclama il Santo Abbate, non v’è nessuno in questa vita che non sia combattuto da tentazioni. O là intendetela, il demonio fiero nemico dell’uomo non porta rispetto a Mitre, non cura Porpore, non stima Corone, sprezza Scettri, vilipende Sogli, assale Triregni, egli si ride della virtù, schernisce la Religione, e disprezza la bontà, tutti, tutti insomma d’ogni età, d’ogni sesso, d’ogni condizione sono dal demonio combattuti, e tentati. Neminem super terram absque tentatione victurum. Siamo dunque tentati, è vero, e bisogna duellare con quel serpente così terribile, che al primo fischio che diede, impresse un mortale contagio anco nel Cielo; con tutto ciò assicuratevi che queste tentazioni disarmate dalla occasione, poco o nulla ci possono nuocere. La tentazione senza l’occasione è a guisa d’un’aquila senza rostro e senza unghie; d’un leone senza denti, e senza furore; d’un soldato senza forze e senza armi, basta, che l’occasione non le dia lena e poi non temete: lo volete vedere? Penetrate meco col pensiero la foresta più abbandonata della Siria, e ivi conoscerete quanto poco possano le tentazioni disarmate dalla occasione; quel solitario Sacerdote, che ivi vedete, egli è San Girolamo; udite come, angustiato dalle tentazioni, parla, piangendo. Ah che lontano da Roma, pur vivo presente a’ teatri più vani di Roma, son pur compagno di fiere e di serpenti e pure odo suoni di giubilo, e vedo danze festose di romane donzelle; quantunque condannato al silenzio, al digiuno, al cilizio, ad ogni modo il demonio mi travaglia con musiche, conviti e pompe; lapido, è vero con dure pietre il mio petto in vendetta dell’anima oltraggiata dal corpo, ma pure l’Inimico Infernale rappresenta agl’occhi miei volti adorni, e petti ingiojellati, in somma … Ille ego scorpionum tantum, serarum socius, sæpe choreis intersum puellarum pallebant hora jejuniis et mens desideriis estuabat. Ma ditemi ÚU.con tutto l’assalto fiero di tante tentazioni, cadde, peccò questo penitente? appunto, mercè, che la tentazione non ha forza d’abbattere, disarmata, ch’ella sia dalla occasione. – Per maggiormente confermarvi in questa verità, passate pure dalla foresta della Siria alla spelonca dell’Umbria ed ivi vedrete quel Giglio di Paradiso Francesco d’Assisi, che nudo tra le nevi raffrena gl’ardori nemici, l’assalirono i demonj, ma per questo lo vinsero? Non già; ogni tentazione è debole, lontana dalla occasione, si supera facilmente. Basta fare come l’ape, allorché in tempo di verno esce dall’alveare; ella se punto è agitata dal vento, per non essere trasportata s’attacca subito ad un sassolino. Tanto dovete far voi in tempo di tentazione, subito, che sente qualche turbine molesto che v’agita il cuore, con la mente ricorrete a’ Santi, alla Vergine, a Dio, e non dubitate, che supererete facilmente la tentazione, purché ella sia disarmata dalla occasione. Si scateni pure a danni del grand’Antonio l’inferno tutto, prenda in prestito dalle più orribili fiere i disagi più mostruosi; lo assedi, lo strazi, non per questo canterà vittorie; basta un solo uomo à resistere a tutti i demoni insieme, dice
Atanasio, si virium aliquid baberetis sufficeret unus ad prælium: la tentazione in somma poco, o nulla può, priva d’occasione. Ma o quanto è difficile resistere alla tentazione, quando è unita all’occasione. Ecco, che Zoé la sfrenata, vestita da povera contadina, sul farsi notte in tempo piovoso chiede dal povero romito Martiniano, un cantone per ritirarsi; le cede egli una delle sue stanzioline, e si ritira nell’altra, passando tutta la notte in orazione pregando Dio con David: viam iniquitatis amove a me. Ai primi albori del giorno licenzia in pace colei che con la sua sola vicinanza gli faceva guerra; ma che, doppo essersi con mille ringraziamenti partita, se la vide di nuovo innanzi in abito altrettanto pomposo quanto lascivo. S’accorge il poverello del gran pericolo; esce dalla cella per scoprire s’alcuno là si accostasse; mira il Cielo; e par che gli dica, così mi giocherai per un momentaneo diletto? ricordati con quanti rigori mi compraste? Dà un’occhiata alla spelonca, e quella stessa gli dice, per un capriccio dunque perderai il merito di tanti anni di penitenza, di tante orazioni, di tanti digiuni? Così sentiva parlarsi Martiniano, agitato dalla tentazione unita con l’occasione. Quando interiormente compunto, tratto dal più profondo del petto un sospiro, raccolse quanti più poté sarmenti, v’accese il fuoco, e al calor di quelle vampe estinse ogni fiamma maligna. Ma se poté, miei U.U. Martiniano numerare tra’ miracoli della grazia l’aver potuto resistere alla tentazione armata dalla occasione, non così poté gloriarsi quell’incauto romito colà ne’ contorni d’Arsinoe; Interrogate un poco quelle solitudini e domandate loro quanto di forza abbia la tentazione unita alla occasione, e sentirete rispondervi con le cadute di quell’incauto solitario, il quale quantunque veterano nella cristiana milizia incontratosi una sol volta in una maledetta occasione, disonorò con intemperanza di giovine la sua vecchiaia, e perdé quelle corone e quelle palme acquistate in tant’altre battaglie. Interrogate le arene dell’Egitto, e sentirete rispondervi con orrore, che hanno veduto rinegar Cristo da un discepolo del gran Pacomio; e fu allora che fidatosi di sé  Atesso uscì con sicurezza dal Monastero, e s’incontrò con l’occasione. Interrogate i sassi della Palestina, quali furono testimoni per tanti anni delle fervorose orazioni, delle rigorose penitenze, delle sovraumane meraviglie di quel tanto nominato Giacomo, e pure un giorno lo piansero, di trionfante di tutto l’inferno, trofeo vergognoso di vittoriosa occasione, e giunto a segno di togliere, dopo l’onore, anche la vita à colei da cui poco prima aveva cacciato un demonio. Non occorre altro; dalla occasione di peccare al peccato non v’è più d’un brevissimo passo; dica pure ognuno con Cipriano, che … lubrica spes est, quæ inter sementa peccati salvare se sperat. Or che avete sentito che per salvarsi dalle tentazioni alle quali è unita l’occasione, non bastano, né le solitudini d’Arsinoe, né gli Eremi d’Egitto, né le spelonche della Palestina; vi dirò di più, che la tentazione unita con l’occasione arrivò a far prevaricare ancora nel Paradiso terrestre. Eva, come sapete, si pose a dare orecchio al serpente infernale, allorché gli disse, nequaquam moriemini, eritis sicut dii. Ecco, che Eva s’accosta all’albero: Eva, gl’avrei io detto, non v’accostate, avvertite la morte sta nascosta tra quelle fronde. Io non voglio, mi risponde, che vederlo per conoscerlo, e fuggirlo come veleno; Dio ha comandato, che non si mangi, non che non si miri; ma che! giunge all’albero, ne vagheggia il frutto, pulchrum visu, sta per un poco perplessa se debba staccarne un pomo, giacché à se stessa diceva, per obbedire basta non cibarsene; lo spicca dunque, l’odora, e perché alla vista gli pare che debba esser gustoso a mangiare, ad vescendum suave, determina di volerlo gustare; ma il precetto Divino, dico io eh, che questo sento, rispondermi, consiste tutto in non cibarmene, troverò ben io modo di gustarlo senza mangiarlo, ne addenterò un boccone, lo masticherò con fretta, e poi subito getterollo dalla bocca. Così risolve, lo mastica, lo gusta; ma che? L’appetito lo dimanda, la gola lo vuole, lo stomaco lo riceve, sicchè quel boccone trangugiato, à sé e al mondo tutto portò la morte. O andate à fidarvi dell’occasione mentre Eva non fu sicura nel Paradiso Terrestre. – uomini, donne, benché avanzati nell’età, non vi mettete nelle occasioni; non basta dire è ormai gelato il sangue nelle vene, son canutii capelli: se non resisté quel romito, benché vecchio, quantunque orasse, digiunasse, e facesse aspre penitenze, quanto più cadrete voi, che col cuore tutto nel mondo a mala pena vi segnate la mattina, e abborrite ogni sorte di penitenza: Cadrete vi dico se vi metterete nell’occasione… Religiosi non vi fidate di porvi nell’occasione, cadde un discepolo di Pacomio, che passava l’ore in orazione e i giorni in astinenze, quanto più cadrete voi, che quasi mai orate, che vi portate a quell’Altare senza preparazione, che vi state con pena, che per fretta non proferite le parole, che non fate ringraziamento, che tutto dì discorrete d’inezie, che dite quell’Offizio tanto strapazzatamente, e che finalmente, se avete qualche apparenza di Religioso nell’abito, certo non l’avete ne’ costumi, mentre talora ardite idolatrar volti, e prestare ossequi viziosi a dame; cadrete ancor voi; se pur finora non avete mancato a Dio con la castità perduta, e il voto conculcato. Niuno si fidi per uomo, di donna da bene che sia, perché se cadde Giacomo tanto timorato di Dio, come presumete di non cader voi, che temete più l’ombra d’un principe che l’ira di Dio: se starete in quelle case, a quei giochi, a quelle feste, ove fono ridotti d’uomini e di donne, di dame, e cavalieri, cadrete. Eh, che son pazzie pretendere di trattar con famigliarità con uomini e donne, e non peccare, almeno con compiacenza, e con brame indegne. In medio mulieris noli commorari, de vestimentis enim procedit Tinea, a muliere iniquitas viri, non vi trattenete, dice lo Spirito Santo, ove son donne, perché quanto è facile, che dal panno nasca la tignola, tanto è facile che dalla donna nasca l’iniquità dell’uomo. Niuno insomma si fidi, giacché ha veduto, che anche Eva posta in occasione col serpente, cadde nel Paradiso terrestre, e nel medesimo cadde pure Adamo, perché non seppe, come dice Sant’Agostino, star faldo all’occasione che gliene diede la consorte, Nolut eam contristare. Or io dico s’Adamo uomo sì prudente, uscito allora dalle mani di Dio, colmo d’ogni tesoro di grazia, arricchito dall’abituale, avvalorato dall’attuale, con le passioni si moderate; con tutto ciò, perché si trovò nell’occasione cadde; come non cadranno quei giovani, quelle giovani fragilissime con le passioni indomite, tentati per ogni verso? Se l’uomo non ha saputo resistere all’amor pazzo nel Paradiso terrestre fra tanta pace, come potrà resistere in campo aperto con tanta guerra? Fuggite l’occasioni, perché è tanto difficile non peccare a chi sta nelle occasioni, quanto vivere in un’aria contagiosa e non ne contrar la peste; e se mai vi ci trovate per vostra disgrazia, bisogna assolutamente, quando non poteste fuggire, come Giuseppe, o che gridiate come Susanna, o che percotiate come Giuditta. Già v’ho mostrato che cade nella occasione anche chi è vissuto santamente, molto più chi vive con libertà di trattare. Or vi dico, che sono più che certi di cadute quei, che soliti a cadere si mettono nelle occasioni. Certi alberi ontuosi in tempo d’estate troppo calda, agitati da vento caldo si sono talora accesi da se stessi, e sono iti in cenere or che avrebbero fatto, se taluno avesse apprestato fuoco alle loro piante. Che può mai avvenire ai giovani, uomini e donne, che nel bollor del sangue dopo esser caduti si ripongono nelle occasioni, se non incenerirsi? Che s’à dunque da fare, torno a dirvi, come Giuseppe colà nell’Egitto con l’impudica padrona, Fuga usus pro armis, le sue armi, dice San Basilio di Seleucia, furono il fuggire; bisogna levarsi dalla occasione; altrimenti cadrà il corpo, si dannerà l’anima. Voi vedete, che ogni volta che andate in quel circolo mormorate, che vi portate a quel gioco spergiurate, che andate in quella bettola bestemmiate, statene lontani. Ogni volta, che con lei entra in quella casa pecca, se passa per quella strada, consente a quei pensieracci, fuggite, fuggite. – Bisogna fuggire l’occasione, se volete assicurarvi dalle nuove cadute. Trochilo favorito Discepolo di Platone, trovandosi in alto mare, fu sorpreso da una orrenda burrasca, fremevano i venti, incalzavano l’onde, a tal segno, che squarciate le vele, spezzati gl’alberi, e tutto il timone, già si tenevan per perduti quanti in quel legno si trovavan racchiusi. A gran forte si salvò Trochilo, e giunto a casa pien d’affanno, e colmo di spavento, diede subito ordine, che si murassero due finestre di sala, benché allegrissime, per che eran voltate al mare, per timore, come egli diceva, che rimirando qualche volta placido il mare, non gli venisse tentazione di porsi nuovamente in acqua. Volete assicurarvi dalle tempeste delle tentazioni, chiudete quegli sguardi, ancora, che talora vi paressero innocenti, quelli scherzi, che vi paressero geniali, levatevi dalle occasioni; non balli, non veglie, non tresche. Non fate come coloro i quali scappati dal mare, tutti zuppi d’acqua, ove fono stati con pericolo di morte, si mettono nella spiaggia a raccogliere gli avanzi delle loro vele, e a racconciarle per mettersi di nuovo in acqua, benché sappiano l’infedeltà di quell’onde. – Sentitemi bene, o voi vi stimate deboli, o vi tenete per forti; se conoscete la vostra fragilità, che pazzia è mai questa mettervi in un tanto pericolo. Voi meritate un severo castigo per questo stesso che conoscendo la vostra debolezza, tanto vi volete cimentare. Qual è quel pilota sì sciocco che sapendo d’avere un legno fragile e debole voglia con esso porsi in alto mare alla furia de’ venti, e delle tempeste? Se voi conoscete la vostra fragilità, e che ogni volta, che siete nell’occasione cadete, perché non fuggite? La lepre, perché si conosce debole non si pone a guardare i cacciatori, a scherzar con cani, ma fugge; così avete da far voi se vi stimate deboli: se poi vi stimate forti, né pur dovete esporvi alla occasione, mentre avete l’esperienza, che con tutta la vostra fortezza, siete caduti. Sovvengavi della bella riflessione di Plinio sopra del ferro, non v’è cosa, dice egli, né più dura, né più forte del ferro, questo sfascia baluardi, abbatte edifici, atterra città, tuttavia anche egli s’umana, e si lascia vincere da un sasso fosco di colore, vile di forma, e per migliaia d’anni reputato senza virtù. È  questo la calamita che mostra genio sì superiore al ferro che lo muove ed  agita ove gli piace, e lo necessita quantunque pesante, a slanciarsi per aria, a sé lo tira, quid ferri duritie tenacius, trabitur tamen a magnate lapide; non vi fidate della vostra fortezza, la forza, che ha la calamita nel ferro, l’ha l’amor della donna verso dell’uomo. Non me lo credete, ve lo confermi il seguente caso. S’amavano con amore diabolico un perfido giovine, ed una sfacciata donna, quando finalmente dopo una lunga tresca fu la femmina posta in un letto inferma, e perché la malattia fu di più mesi, ebbe la donna comodità di rientrare in se stessa, e parve del tutto mutata; Si confessò con molte lacrime e seguitò a detestare con replicati sospiri le colpe passate, finché il confessore, e la donna stessa pensarono di poter fare un passo, per verità troppo arrischiato, e fu di poter dare l’ultimo addio a quel suo padrone, nelle di cui mani era indegnamente vissuta, non con altro titolo però, che d’esortarlo a mutare anche esso vita, mentre vedeva à qual stato era ella ridotta , e a quello doversi anche lui ridurre; prescrisse dunque il Confessore le parole che doveva proferire la femmina alla presenza del giovine, e come doveva correggerlo; e per esser più sicuro dell’ottima riuscita, volle egli stesso introdurlo, e trovarsi presente al discorso. Ah Dio, che non bisogna stimarsi talmente forti, che si possa resistere alla occasione. Udite quanto diversamente riuscì il fatto dal concertato. Appena la femmina si vide colui presente, che risvegliati nel cuore gl’antichi affetti, si dimenticò totalmente di quella predica, che aveva sì ben premeditata a compungere il cieco amante, e fattane un’altra del tutto diversa, così parlò piena d’un empio furore con le braccia stese verso di lui: amico io v’ho sempre amato di cuore, ed ora convien che vi dica, che in questo ultimo v’amo più che mai; vedo che per voi me ne vado all’inferno, ma non m’importa, e voi siete la cagione, che io non temo l’eternità di quelle pene; e senza potere aggiungere altro di più, parte per l’estrema fiacchezza, parte per l’agitazione di quegl’affetti sì impetuosi, cadde supina sul letto, sopra di cui s’era alzata, e vi spirò l’anima con tanto orrore del confessore e del giovine che senza saper formar parola partirono più morti che vivi. Che dite, vi fiderete di porvi nelle occasioni sani, con dire: non cadrò, mentre i cadaveri stessi posti nelle occasioni non sanno resistere? O Dio, che le tornate per quella strada sotto qualsivoglia pretesto, ancorché santo, ricadrete; ah Dio, che se parlerete con colei sotto colore d’altro fine, di nuovo vi romperete il collo. Qual è dunque il rimedio per voi miserabili, che soliti a cadere, vi mettete nelle occasioni, non altro che seguire il consiglio di Dio nella legge vecchia: Recedite, dice Egli per Isaja, recedite nolite tangere, uscite fuori, ritiratevi dalle occasioni, e nell’uscire state attenti di non slungare neppure l’estremità d’un dito, perché vi resterete. Tali erano gl’ordini di Dio nella legge antica; più severi però sono nella nuova, ove intima ogni rigore per fuggire l’occasioni. Attenti alle parole di Dio per San Matteo: Si manus tua, vel pes tuus scandalizat te abscide, projice abs te; si oculus tuus scandalizat te, erue eum, et projice abs te. So che questo precetto non è litterale, ma metaforico, in modo che, come spiega Lirano: Per manum auxiliator pes pedem cursor, per oculum consiliarius intelligitur, cioè a dire, non solo devi lasciare colei, non solo la sua casa, il suo ritratto, quei nastri, quelle lettere, ma anche devi cacciar via da te colui che t’accompagna di notte, colei che ogn’ora porta le tue imbasciate. Abscide, projice abs te. Intendetela, dice Iddio, se l’occhio v’è occasione di peccare, io non voglio che si chiuda ma che si svelli dalla fronte. Se la mano, e il piede v’è d’inciampo ad offendermi, io non voglio che solamente si leghino, ma che si tronchino … Abscide … erue . –  Dunque, chi dice tratterò, converserò, ma non peccherò, questa è legge nata nel vostro cervello, allorché stabiliste praticarla, ma non è legge di Dio, che vuole che si tronchi tutto. Notate inoltre una cosa più spaventosa: non dice solamente Iddio levati l’occhio, tagliati il piede, la mano; ma dice dopo che ti sei levato l’occhio, e tagliato la mano, il piede buttali via projice, projice. E perché, mi dirà qualcheduno, volete che io venga a tanto, mi caverò bensì l’occhio, che mi fu occasione di peccato; ma perché svelto dalla fronte più non vede, lo serberò chiuso in uno scrigno; mi taglierò quella mano, e quei piedi che mi diedero motivo a peccare; ma mentre divisi da me non hanno più modo da precipitarmi in peccati, li terrò in rimembranza de’ miei falli. No, no, veniamo a noi; terrò quella donna, dice taluno, non però più in casa propria, ma d’un amico, non vi andrò, non gli parlerò, gli scriverò bensì qualche lettera per creanza, non per malizia; se la manderò a salutare, lo farò, perché la gente non mormori, e perché la meschina trovandosi abbandonata affatto da me, non si getti al male. Olà, son diabolici i vostri pretesti. Erue, et projice, abscide, projice; lasciate colei tanto da lungi da voi, che non ne sappiate più nuova: non basta tagliare, bisogna gettar via da sé. – Racconta il Mattiolo d’un contadino, che segando un prato, tagliò con la sua falce per mezzo una vipera, e compiacendosi di sì bel colpo, pigliò in mano il tronco palpitante di quella serpe per insultarla; ma ben presto si accorse della sua temerità, perché ricevuto un morso, da quella bestia, morì sì subito che morì prima di lei. Tagliò costui Abscidit, ma non gettò via da sé, non projecit, e così se ne morì miseramente, e morì anche non compatito. Così appunto ha da intervenire a quel giovine; a quella giovine, i quali dopo aver troncata l’amicizia, la mala pratica, non sequestrano affatto ogni commercio di lettere, d’ambasciate, d’occhiate, hanno da rimaner morsicati sì malamente da questa vipera d’inferno del peccato mortale, che così non fosse, han da finire la vita con la dannazione dell’anima: Dio non la voglia.

LIMOSINA
Uno de’ gravissimi errori, che siano al mondo è a mio credere, l’opinione fortissima, che molti hanno d’essere assoluti padroni del loro, finché possano spendere, spandere, e farne quel che loro piace, e anche a somiglianza di quei filofosi antichi gettarlo in mare per fasto. Non è così, ne sono padroni, ma con riserva, con obbligazione di ripartir tra poveri ciò che gl’avanzi, all’onesta sostentazione del proprio stato. Come è questo Padre, non potiamo far limosina, non è vero, perché volete più del vostro gatto: non mi fate dire, ma fate una larga limosina.

SECONDA PARTE

Tommaso Moro gran Cancelliere d’Inghilterra, avvisato una mattina per tempo che i carcerati, rotto il muro della prigione s’erano tutti fuggiti; rispose gentilmente al Bargello da cui era chiesto con ansietà di provvedimento. Farai così, cerca con ogni sollecitudine mastri e muratori, e fa chiudere ben presto quella apertura della muraglia per cui sono usciti, affinché non venisse voglia ad alcuno de’ fuggiti di ritornarsene dentro, motteggiando così gentilmente sopra d’un caso che non ammetteva rimedio. Questa risposta che in bocca di quel grand’uomo sommamente ingegnoso in certe ironie proprie d’un cuor magnanimo, fu uno scherzo. Questa dico, è presso di me il più serio ricordo che io possa dare a chi brama viver bene. Se voi con la divina grazia avete rotta la carcere, in cui vi teneva chiusi il demonio, siete usciti da quella casa, avete abbandonata quella conversazione sì pestilente, chiudete, chiudete quelle porte, per le quali siete felicemente usciti; non più in quel luogo, non più a quella veglia, non più con quella persona… fuggite. – Una delle occasioni maggiori di peccare sono i cattivi compagni. Quelli sono il precipizio di tant’anime innocenti; le loro parole son punte che uccidono. Eglino dicono che certi peccati sono il minore de’ mali, che Iddio compatisce: il Paradiso è per noi, e così fanno cadere. Guai però a questi che così parlano, perché certo sarà per loro quell’inferno, al quale incamminano gl’altri. Colà nell’Indie v’è una serpe nemicissima dell’elefante, la quale per vincerlo usa questo stratagemma: se gli attortiglia alle gambe, a prima che egli possa strigarsene, lo ferisce mortalmente nel petto. La frode però torna come sempre accade, in danno di chi l’ordì, poiché l’elefante ferito lasciandosi cadere in terra, col suo peso schiaccia il capo alla Serpe e l’uccide. Questo è un vero ritratto de’ cattivi compagni, i quali muoiono sotto la medesima rovina cagionata ad altri, e dopo d’aver così mandate molte anime all’Inferno, seguono ancor loro. – Racconta Tomaso Cantipratense, come un suo discepolo dapprima buono, e poi sedotto da un cattivo compagno, morì senza confessione, e morì con queste precise parole in bocca: Io me ne vado all’Inferno; ma guai a colui che mi tirò a peccare: Væ autem illi, qui me seduxit, e se disse così morendo, arguite cosa dovette dire morto, quando all’entrar che egli fece all’inferno, rimirò quei demoni sì spaventosi, sentì quelle fiere, sperimentò quelle fiamme, e vide chiudersi dietro quelle porte, che chiuse ad un tratto, non gli dovevano essere aperte mai più per tutti i secoli. –  Che s’ha dunque da fare? lasciare i cattivi compagni che ci sono d’occasione per peccare: la pratica di quel giovine è la tua rovina, perché quando sei con lui, sempre discorri di laidezze, sempre stabilisci laide determinazioni; quando sei con quella compagna sempre tratti d’amori, sempre pecchi o con pensieri o con parole, o con opere. Lontani dunque da tutte le occasioni che vi portano al peccato: Ed a voi rivolto, cattivi compagni, e iniqui pervertitori de’ buoni, fò sapere, che siccome tra tutte le opere divine è divinissima il procurar la salute delle anime divinorum divinissimum est cooperari Deo in salutem animarum. Così il pervertire un’anima doverà stimarsi tra tutte l’opere diaboliche, la diabolicissima. Come è possibile, che non capiate questo gran peccato; voi togliete compagni agl’Angeli, compagni a’ Santi, alle Sante Anime, a Cristo, e non tremate? Rubare a Cristo un’anima, che gli costa Sangue, Croce, Vita, per darla al diavolo, si può far di peggio? Dio immortale, se voi in un dì solenne vedeste entrare in questa Chiesa un uomo talmente sfacciato, il quale portandosi ardito all’Altare maggiore, allorché è più riccamente addobbato, lo saccheggiasse e perciò si mettesse a trinciar veli, e paliotti, a romper patene, e calici, non correreste a gridare: trattenete quel sacrilego, dategli, dategli? Lo vorreste calpestar co’ vostri piedi. Or sentite me, andate pure, levate a Cristo quanti arredi più splendidi ha ne’ suoi Altari, incendiateli, inceneritili, e poi sappiate che meno infinitamente d’oltraggio gli sarete, di quel che gli facciate à levargli un’anima, allorché la volete complice ne’ vostri peccati. Pensate dunque a’ casi vostri. Che vuol dire che tanti sono in occasione prossima di peccato, e pure non se ne levano? (Perdonatemi sacri confessori) tutto il male vien da voi. Deh non dispensate il Sangue di Cristo nel Santissimo Sacramento della Penitenza, trattenete quella mano sacerdotale, non assolvete chi non leva l’occasione prossima del peccato, potendo; altrimenti si rinnoveranno in voi le miserie di quel confessore che facile ad assolvere chi non levava l’occasione prossima, insieme con lui si dannò.

QUARESIMALE (V)

24 FEBBRAIO: SAN MATTIA APOSTOLO

S. MATTIA APOSTOLO

(Otto HOPHAN: GLI APOSTOLI – Marietti ed. 1951)

L’Apostolo Mattia è il diradarsi delle tenebre, la costruzione del ponte su di un abisso, il cambiamento e la trasformazione d’una inafferrabile sventura in significato e benedizione. Inizialmente egli non apparteneva ai Dodici; ma quando uno dei Dodici, Giuda, disertò la schiera santa, si fece innanzi Mattia; egli è il figlio postumo, l’eletto più tardi. Per questo è spesso paragonato al figlio più giovane del patriarca Giacobbe, Beniamino, che nacque al padre solo nella vecchiaia ed elevò a dodici la serie dei suoi undici figli e la chiuse. Tardi, quasi come un ritardatario, a passi misurati Mattia arriva anche oggi nel Canone della santa Messa, perché non segue gli altri Apostoli prima della consacrazione, per concorrere alla solenne accoglienza dell’eucaristico Signore, ma viene soltanto dopo la consacrazione e il benvenuto degli altri, quasi per rendere un omaggio solitario e un risarcimento apostolico. – Anche la data della sua festa ci fa l’impressione d’avere questo senso: nella Chiesa latina egli è festeggiato il 24 febbraio e negli anni bisestili esattamente nel giorno intercalare, il 25 febbraio: anche il nostro Apostolo è un intercalato, un sostituto, che dovette colmare un vuoto e una nera lacuna. Il cuore cristiano si rallegra in Mattia. Sarebbe penoso che la nobile serie dei dodici Apostoli avesse a conchiudersi col volto criminale di Giuda; ecco invece, quale mite e veneranda figura la termina il vecchio Mattia! La nostra attenzione si rivolge spontaneamente dal disgraziato Giuda a quest’ultimo buon Apostolo. – Mattia porta un nome frequente presso i Giudei ed è forma abbreviata di « Matatia, dono del Signore ». In tutta la Scrittura del Nuovo Testamento egli rifulge soltanto per una rapida ora, al momento della sua elezione ad Apostolo. Viene dall’oscurità; sta un istante nella luce; sprofonda di nuovo. nell’oscurità. Gli stessi libri apocrifi, che pur non scarseggiano in parole, sanno ben poco di lui; sospira per aver indagato con molta diligenza e fatica gli atti di San Mattia già un monaco del monastero di Eucario a Trier, vissuto nel secolo decimosecondo, che è l’autore della leggenda di Mattia; costui veramente nelle difficoltà incontrate s’aiutò in un modo, di cui scriveremo in seguito. La pericope però degli Atti degli Apostoli, che ci riferisce l’elezione di Mattia, sebbene breve, è così ricca di accenni alla personalità e all’ufficio di questo silenzioso Apostolo, che ci è ben possibile tratteggiarne la fisonomia.

GLI ANTECEDENTI DELL’ELEZIONE

L’elezione di Mattia fu sfiorata dall’ombra dell’oppressione ed indignazione della comunità primitiva per il traditore Giuda. Erano veramente passati quaranta giorni da quella fosca azione, e quali giorni! La settimana pasquale con l’Alleluia che discendeva e ascendeva; il mirabile periodo di tripudio e di dolore insieme per la misteriosa compagnia del Risorto; e proprio adesso erano ritornati gli Apostoli dall’ascensione del Signore e avevano ancora negli occhi lo splendore del cielo aperto, mentre nell’anima risuonavano ancora le ultime e solenni parole del Signore: « Riceverete la virtù dello Spirito Santo, che discenderà su di voi. E poi sarete miei testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, sino anzi ai confini della terra ». Luca nei suoi « Atti degli Apostoli » non riferirà più nulla della maggior parte di essi; nell’introduzione però del suo libro presenta alle giovani cristianità quei gloriosi uomini, « gli Apostoli eletti », ciascuno col proprio nome, riferendo com’essi in dignitosa processione salirono dall’ascensione del Signore « nella sala superiore: eran Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea; Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo; Giacomo, il figlio di Alfeo, Simone, lo Zelote, e Giuda, il fratello di Giacomo ». Manca uno, e il buon Giuda, il fratello di Giacomo, non vi può rimediare; che anzi il suo nome risveglia il ricordo dell’altro Giuda, dell’Iskariote, gravato di maledizione; non era più là, ma il suo ricordo pesava sull’animo di tutti; quella macchia ignominiosa non poteva passare inosservata e tanto meno come non avvenuta in seno al gruppo dei Dodici, sebbene fossero seguiti i fulgori della Risurrezione e dell’Ascensione. Appunto nella sala, ove adesso erano raccolti, il Signore aveva predetto l’incredibile gesto, che non erano in grado di comprendere nemmeno ora: « Uno di voi Mi tradirà »; s’immaginano di vedere ancora il traditore nel momento in cui se n’andò quatto quatto lungo la parete per uscire fuori nella notte; i giorni, ch’essi ora vivono, sono pervasi di tranquillità e di benedizione, della tranquillità che precede la bufera santa di Pentecoste; ma tuttavia Giuda torna di continuo alla loro mente, come una nube molesta. Questa spina dev’essere levata, quello scandalo dev’essere riparato; la loro comunità è macchiata ed è indegna della venuta dello Spirito Santo, finché non sia fatta una pubblica riparazione per l’opera del traditore; ci dev’essere un altro, che chiuda il baratro spalancato da Giuda, un altro deve compiere quanto quell’infelice non ha compiuto. E così vediamo gli Apostoli, i quali, non appena il Signore s’è allontanato da loro e si trovano riuniti insieme, prima ancora di Pentecoste, si propongono quale primo, urgentissimo ed unico affare l’elezione d’un Apostolo in sostituzione di Giuda. Quale sconcerto e quale oppressione non può mai creare in una comunità anche un solo traditore! Il discorso, che Pietro tenne per l’elezione, ne adduce senza dubbio motivi più profondi di quelli semplicemente psicologici: « In quei giorni Pietro si levò di mezzo ai fratelli — erano adunati insieme circa centoventi — e disse: “Fratelli! Doveva adempirsi la parola della Scrittura, che lo Spirito Santo ha predetto per bocca di David circa Giuda, che si prestò a guida dei carnefici di Gesù. Era annoverato fra noi ed ebbe parte in questo ministero. Con la mercede dell’iniquità si acquistò un fondo; ma poi cadde col capo all’ingiù, crepò per mezzo e si sparsero tutte le sue viscere. Questo divenne noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, e quel fondo si chiamò nella loro lingua ”’ Hakeldama ”, che vuol dire “terra del sangue”. Nel libro dei Salmi di fatto sta scritto: “La sua abitazione resti deserta, nessuno abiti in essa”; e ancora: “Il suo ufficio lo riceva un altro” ». Ci potrebbe un po’ meravigliare che Pietro nel suo discorso, per provare ch’era necessario procedere ad un’elezione suppletiva, si appelli non semplicemente ad un comando del Signore, ma ad una profezia, che doveva adempiersi; può darsi però che in quei misteriosi quaranta giorni, che Gesù passò sulla terra fra la Risurrezione e l’Ascensione, fra l’al di qua e l’al di là, « quando aprì loro la mente per l’intelligenza delle Scritture », Egli stesso abbia interpretato di Giuda il passo del Salmo addotto da Pietro. Non va dimenticato poi che per la mentalità giudaica — fosse lo stesso anche per quella cristiana! — non v’era movente più incalzante per agire, che l’adempimento d’una parola biblica; mediante l’elezione d’un Apostolo sostituto doveva compiersi quello che lo Spirito Santo stesso, che stava appunto per discendere, aveva predetto e che Gesù aveva inequivocabilmente stabilito. Il Signore aveva stabilito che gli Apostoli fossero dodici, non undici e non tredici; come nessuno, che non discendeva da uno dei dodici figli di Giacobbe, i dodici capostipiti delle tribù, apparteneva al popolo di Dio dell’Antico Testamento, così pure l’Israele del Nuovo Testamento doveva essere spiritualmente generato a Cristo da uno dei dodici Apostoli. Seguendo il metodo, preferito al suo tempo, dell’interpretazione allegorica della Bibbia, Agostino scruta nel numero dodici degli Apostoli e vi trova un senso più profondo: tre è il numero santo di Dio; quattro è il numero del mondo; 3 + 4 e 3×4 significano l’opera di Dio nel mondo e col mondo; per questo sette e dodici sono « numeri sacri». « Le quattro direzioni del mondo: est e ovest, sud e nord, sono ricordate nella Trinità per mezzo del Battesimo nel Nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo. Ma quattro volte tre fa dodici ». Pietro, semplice pescatore com’era quando parlò prima dell’elezione di Mattia, non sapeva nulla di simili elucubrazioni ingegnose dell’umano pensiero; sapeva però una cosa dalla Scrittura, che cioè secondo il divino decreto doveva essere nuovamente nominato un dodicesimo Apostolo; il candelabro rimosso di Giuda doveva ardere di nuovo, il suo ufficio vacante doveva essere conferito a un altro. – Il celebre Rubens delinea Mattia col capo pensoso, umilmente inclinato. E di fatto egli dovette ripensare molte volte al mistero della sua vocazione all’apostolato; un altro era dovuto divenire apostata perché egli potesse divenire Apostolo; dalla vite Cristo dovette essere stroncato il ramo di Giuda perché Mattia vi potesse essere innestato in vece sua; la grazia del primo viene trasmessa al secondo; il peccato di quello è diventato benedizione per questi, esso è divenuto « culpa felix », la colpa felice non per lo stesso Giuda, ma per Mattia; quello che il traditore ha sperperato, è ora affidato a lui e quello che avrebbe dovuto fare, lo può ora far lui. Mattia allora chinò il capo profondamente e poi più ancora, e adorò l’ascoso decreto divino, ripetendo le ammirate parole del suo grande fratello Paolo, che presto l’avrebbe seguito nell’apostolato, lui pure per le vie della colpa, non degli altri, bensì sua propria: « O profondità delle ricchezze e della sapienza e della conoscenza di Dio! ». E anche noi, sperando e temendo dinanzi al mistero della grazia, che migra, che si ritira dagli uomini indegni e persino da interi popoli per passare a quelli, che portano frutto, ci sprofondiamo nell’adorante dossologia del nostro grande e incomprensibile Iddio: « Come sono imperscrutabili i suoi decreti, come infinite le sue vie! Chi comprende i pensieri del Signore? chi è il suo consigliere? chi Gli dà prima quello, che gli dovrebbe essere ricompensato? Da Lui e per Lui e a Lui è tutto. A Lui sia onore e lode in eterno! » (Rom. XI. 33).

LA CONDIZIONE PRELIMINARE PER L’ELEZIONE

Non è facile trovare negli scritti degli Apostoli un testo, che, come il discorso di Pietro per l’elezione di Mattia, esponga con tanta semplicità e a contorni così precisi le condizioni essenziali per il ministero apostolico. Da un candidato all’apostolato egli esige tre qualità, sulle quali non si può transigere; senza di esse il candidato non può affatto essere preso in considerazione, anche se sotto altri aspetti fosse trovato eminente; e quello che merita d’essere rilevato nelle esigenze di Pietro è che le condizioni da lui stabilite s’accordano esattamente, e sino alle sfumature più insignificanti, con i compiti apostolici, quali sono delineati dal Vangelo stesso. Nel Vangelo infatti di Marco, l’ufficio e i compiti d’un Apostolo sono descritti, in occasione della elezione degli Apostoli, con le parole: « Gesù chiamò a Sé quelli, che Egli stesso volle; Egli nominò dodici. Questi dovevano essere costantemente accanto a Lui, e voleva inviarli a predicare ». Essere chiamato, inviato e del seguito di Gesù: ecco quello, che solo può creare un suo Apostolo. – Quello dunque che Pietro disse nella sua allocuzione prima della elezione di Mattia è solamente un’eco del Vangelo: « Bisogna che uno degli uomini, che furono con noi tutto il tempo, nel quale il Signore Gesù uscì ed entrò di mezzo a noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni sino al giorno, in cui Egli fu da noi assunto, bisogna che uno di questi sia testimonio con noi della sua risurrezione ». « Poi pregarono: “Tu, o Signore, conosci i cuori di tutti. Mostra quello di questi due, che Tu hai eletto ad assumere questo servizio, il ministero apostolico, che Giuda infedele ha abbandonato per andare al luogo suo” », Pietro sottolinea con accento speciale la terza caratteristica richiesta per l’apostolato: la costante e fedele sequela di Gesù dall’inizio al termine della sua vita. Basterebbe quest’unica esigenza d’una semplicità principesca per confutare le insinuazioni degli increduli, per i quali gli Apostoli, tipi piuttosto creduloni, anche se non impostori, sarebbero caduti vittime dei loro propri desideri. Pietro di fatto pretende precisamente che un Apostolo possegga una cognizione della vita di Gesù completa e soda, e non solamente superficiale o fantastica. L’Apostolo deve aver dinanzi non dei sogni, ma i fatti; non si richiede da lui alta erudizione e nemmeno un ardente entusiasmo, ma ben invece la tranquilla oggettività. Pietro ci offre una conferma del suo primo discorso, quando trent’anni più tardi, ormai prossimo alla morte, ci assicura con le ultime proposizioni che diresse alla cristianità: « Noi non ci siamo attenuti a dotte favole, quando vi notificammo il potente ritorno del Signore Gesù Cristo; noi fummo testi oculari della sua gloria »!. – Che l’Apostolo debba convivere insieme col Signore è ordinato a quell’altro suo compito essenziale, alla missione cioè per Cristo. Nient’altro è un Apostolo che un testimonio di Cristo, purché s’intenda in profondità e lunghezza e larghezza; Pietro dice: « Testimonio della sua risurrezione », perché nella Risurrezione del Signore s’incentra tutto il Cristianesimo, come la vita nel cuore; il discorso stesso che il medesimo Apostolo tenne nella prossima festa di Pentecoste non fu che una predica di Pasqua; il nuovo Apostolo quindi, che con gli Undici dovrà d’or innanzi annunziare Cristo, deve aver vissuto insieme con loro il miracolo di Pasqua. Ma, è evidente, non soltanto questo; poiché l’Apostolo non ha da annunziare solamente la gloria di Gesù Cristo, ma anche la sua verità; il candidato dev’essere stato quindi spettatore della vita e dell’opera pubblica di Gesù fin dal principio, « fin dal battesimo di Giovanni ». – Per il futuro Apostolo è richiesta pure una terza cosa, la quale poi per importanza è la prima: la divina chiamata. « Mostra Tu — Tu! — colui, che hai eletto! »; gli Undici non osano nominare un successore a Giuda, ispirandosi alla propria impressione o, peggio, alla loro simpatia e assumendosene la responsabilità; « Non voi avete eletto Me, Io ho eletto voi »; questa norma fondamentale del Signore doveva essere decisiva anche per l’elezione suppletoria di uno dei Dodici. Il ministero apostolico infatti importa una dignità e un onere così sublimi, che nessuno, se non Iddio solo, può imporli, a nessuno, se non a Lui solo, è lecito imporli; un altro Apostolo, Paolo, difenderà il suo apostolato, scrivendo: « Nominato Apostolo non dagli uomini né per mezzo d’un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e Iddio il Padre ». Certamente in questo terzo requisito per essere Apostolo traspare la leggera differenza fra Mattia e gli altri Apostoli. Gli altri, fatta eccezione per Paolo, di cui, come d’un caso tutto particolare, dovremo scrivere diffusamente più sotto, furono chiamati dal Signore durante la sua vita mortale; Mattia invece fu eletto da Cristo esaltato, non però direttamente come gli altri, ma mediante l’espediente delle sorti; e così fu scongiurata un’idea troppo angusta e rigida nei riguardi dell’Apostolo. Le tre condizioni: vocazione, sequela e missione di Gesù restano senza dubbio essenziali e in senso proprio per l’ammissione all’apostolato, e va data la massima importanza specialmente al fatto che, nella elezione degli Undici, come in quella di Mattia e più tardi in quella di Paolo, fu adempiuta la prima condizione: la chiamata all’apostolato da parte del Signore; ma questa chiamata può venire anche mediatamente e anzitutto può venire da Cristo esaltato, come lo dimostra l’elezione di Mattia. Con questo fu appianata la via anche per l’apostolato di Paolo, e forse qui sta la singolare importanza di quella semplice elezione. Ma essa si presta anche a un altro rilievo: con l’elezione di Mattia il Collegio dei Dodici fu di nuovo strettamente compaginato e conchiuso; e nondimeno giungerà presto un tale, Paolo, tutto solenne, con la pretesa e gli argomenti d’essere egli pure un vero Apostolo di Gesù Cristo come i Dodici, e non solamente « apostolo » in senso più largo e traslato; il semplice Mattia quindi termina i Dodici e insieme annunzia il più vigoroso di tutti gli Apostoli, Paolo. – Ma non lasciamo in disparte troppo il buon Mattia stesso! Veramente questi dettagli dovevano precedere, perché soltanto sullo sfondo del discorso del primo Apostolo per la sua elezione può essere tratteggiata la figura dell’ultimo Apostolo; son precisamente le parole di Pietro che proiettano luce su di lui, che fiorisce nella Scrittura nascosto in essa, quasi come un San Giuseppe. Mattia dunque era uno degli « uomini, che per tutto il tempo in cui il Signore entrò e uscì, a cominciare dal battesimo’ di Giovanni sino al giorno in cui Egli fu assunto, furono insieme con i Dodici », idoneo e indicato, come essi, a divenire « testimonio della Risurrezione ». Queste parole degli Atti degli Apostoli ci mettono in grado di ricostruire in qualche modo la vita del nostro Apostolo. Mattia fu dunque vicino al Signore fin da principio; come parecchi dei primi Apostoli, apparteneva forse anche lui ai discepoli del Battista; quando Gesù diede inizio alla sua vita pubblica, egli dovette certamente prendere congedo dal suo villaggio e dalla sua professione. Seguì il Signore per tutte le vie; ascoltò le parole della predica sul monte e sul lago; vide i malati guariti, gli ossessi rabboniti, i morti risvegliati da Gesù e i pani moltiplicati fra le sue mani. Rimase fedele a Gesù anche in quell’ora critica, che tenne dietro al discorso eucaristico nella sinagoga di Cafarnao, quando anche « i suoi discepoli ne mormoravano », anzi « molti di essi si ritirarono e non andavano più con Lui », e persino uno dei Dodici, Giuda, defezionò nel suo cuore; può essere che fin d’allora la grazia dell’apostolato, manifesta all’occhio di Dio solo, si sia ripiegata da Giuda verso Mattia. Egli stette con la sua anima presso il Signore anche quando calarono le tenebre della sua passione; ma celebrò pure la Pasqua e stupì e gioì con gli altri alla notizia del sepolcro vuoto. Veramente un discepolo fedele per tutto il tempo lungo e angoscioso nel quale il Signore Gesù entrò e uscì! – Lo storico ecclesiastico Eusebio riferisce che Mattia sarebbe stato annoverato dal Signore stesso fra i settanta o i settantadue discepoli; e questo è molto verosimile. Gli Apostoli e i discepoli erano fra di lero uguali nell’onere, ma non nell’onore; se si confronta il discorso di Gesù prima dell’invio degli Apostoli con quello che tenne ai discepoli — Matteo, a dir vero, li compendia tutti e due in un unico discorso, si riconosce senza difficoltà che tutti e due i gruppi, quello degli Apostoli e quello dei discepoli, furono inviati per il medesimo duro lavoro ed esposti allo stesso pericolo; l’epoca anzi dell’invio dei discepoli era ancor più seria e minacciosa di quanto lo fosse stata quella prima degli Apostoli; Luca soggiunge immediatamente dopo il grido « Guai a te! » sulle città impenitenti; « Ecco, Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi » è dichiarazione rivolta ai discepoli. Ad essi però non fu concesso quel diritto e tanto meno quella dignità, che furono invece accordati agli Apostoli. Quando, all’elezione degli Apostoli, il Signore si scelse il gruppo ristretto dei suoi confidenti, pronunciato il nome del decimosecondo, la sua voce s’abbassò sensibilmente ed escluse tutti gli altri, fra i quali anche Mattia; a lui non fu promesso nessuno dei dodici troni al di sopra delle tribù d’Israele, e nemmeno fu ammesso alle quiete ore della intimità, che il Signore donò solamente ai suoi Dodici; quand’Egli s’aggirava con loro attraverso i campi ondeggianti o se n’andava fuori sull’azzurro lago o li radunava nella sala intorno a Sé  e parlava a loro come ad « amici » e « figlioletti », allora Mattia non c’era. – Ma dunque tanto più eroico, se per « tutto il tempo, nel quale il Signore Gesù entrò e uscì », perseverò fedele accanto a Lui sotto il peso e il calore dei giorni. Egli adempì instancabile e indefesso, in qualità di semplice discepolo di Cristo, il suo rigido dovere, senza le prospettive d’una prelatura; non sperò né desiderò mai un ufficio d’Apostolo. Nella numerosa schiera dei settanta discepoli egli dovette segnalarsi fra tutti gli altri, perché è molto significativo che in quella comunità elettrice di « circa centoventi fratelli » sia stato presentato come candidato all’ufficio apostolico precisamente lui; si manifesta in questo la generale estimazione di cui godeva. Parecchi, senza dubbio, sarebbero stati d’accordo per « farsi annoverare fra gli Apostoli eletti », e forse già in quella prima elezione ecclesiastica fecero capolino le meschine debolezze umane; se non che il grave discorso di Pietro e la luce iniziale dello Spirito Santo condussero a rintracciare il più degno; degno della dignità è colui, che per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù entra ed esce, lavora come fedele discepolo di Cristo.

LO SVOLGIMENTO DELL’ELEZIONE

« Essi presentarono due: Giuseppe, detto Barsaba, col soprannome di Giusto, e Mattia. Poi pregarono: “Tu, o Signore, Tu conosci i cuori di tutti. Mostra chi di questi due hai eletto”. Egli deve ricevere questo ministero, l’ufficio apostolico, dal quale Giuda traviò per andare al luogo suo. Gettarono la sorte su di loro; e la sorte cadde su Mattia, e così fu aggregato agli undici Apostoli ». Questo testo degli Atti è di grande interesse, perché fin da questo momento, ancor prima della sua nascita nel giorno di Pentecoste, appare l’interna struttura della Chiesa nei suoi tre elementi, il monarchico, il gerarchico e il democratico. In Pietro si manifesta quello monarchico. Non appena il Signore se n’è volato al Cielo, egli mette mano ai remi con una sicurezza e naturalezza mirabili, proprio come un tempo sul lago di Galilea nella sua barca da pesca. Questa prima pagina degli Atti degli Apostoli è come una risonanza dell’ultima pagina del Vangelo: « Se Mi ami, pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore! »: Pietro è il promotore, l’oratore e la guida di questa elezione apostolica. La Chiesa monarchica! Frattanto è significativo assai il fatto che proprio Pietro, il condottiere e la roccia della Chiesa, nel suo primo atto ufficiale, faccia attenzione e sia sollecito del secondo elemento essenziale della Chiesa, e cioè della sua gerarchia. La Chiesa non è affidata a Pietro soltanto, ma ai Dodici, che costituiscono un gruppo di persone trascelte dalla moltitudine dei fedeli. Non può presentarsi quale pubblico « testimonio della risurrezione » chiunque; da un passo dell’Apostolo Paolo sappiamo che in una sua apparizione il Risorto s’era un giorno « manifestato più che a cinquecento fratelli »; e nondimeno nella elezione di Mattia viene nominato espressamente un « testimonio della risurrezione », perché sia confermato e autorizzato come tale ufficialmente; poiché è della costituzione fondamentale della Chiesa che vi sia un ordine sacro, una « Gerarchia » di uffici e di ministeri, che sono riservati solamente ad « eletti » e sottratti ad ogni arbitrio. E tuttavia proprio in questo primo atto ufficiale dei pastori e dei gerarchi è palese pure nella Chiesa un involucro marcatamente democratico. E anzitutto perché ognuno, che n’è capace e degno, può ascendere sino a quegli uffici riservati ed eletti, senza nessun riguardo a rango o a condizione; ma poi per un motivo ancor più profondo, perché cioè la stessa comunità, che allora contava solamente centoventi fratelli, esercitò un certo diritto di voce attiva, proponendo i due candidati per l’apostolato. La Chiesa di Cristo risulta costituita non solo di « Pietro » e dei « Dodici », del Papa e dei Vescovi, ma anche essenzialmente dalla comunità dei credenti. saluta i primi cristiani nità dei credenti. Appunto Pietro, il primo « monarca », saluta i primi Cristiani con le sublimi espressioni: « Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, un popolo santo, un popolo proprietà di Dio ». –  Ci allontaneremmo troppo dal buon apostolo Mattia, se ora volessimo trattare della varia limitazione o accentuazione dell’elemento monarchico, gerarchico e democratico nella Chiesa lungo il corso dei secoli; basterà dire che ora prevalse l’uno, ora l’altro e talora anche il terzo; ma dall’elezione di Mattia in poi vi fu e v’è sempre nella Chiesa un’unica suprema direzione, seguita da una schiera di « eletti » con ministeri riservati a loro solamente, e in fine il « popolo santo di Dio », che collabora con la parola e con l’opera. Ma tutti, « Pietro », « i Dodici » e « i centoventi fratelli » si sottomettono alla suprema direzione, quella del Signore: « Mostra Tu quello fra questi due, che Tu hai eletto! ». « Pietro è solo il rappresentante di Cristo; non si dà quindi che un unico Capo di questo Corpo, cioè Cristo. È Lui che infonde nei credenti la luce della fede; ed è Lui, che arricchisce con i doni soprannaturali della conoscenza, della intelligenza e della scienza i pastori e i maestri e specialmente i suoi rappresentanti sulla terra ». A noi, gente d’oggi, fa meraviglia nell’elezione di Mattia il modo, col quale fu ricercata la volontà della divina Provvidenza: si gettarono le sorti; gli Apostoli, ch’erano fedeli giudei, sentivano diversamente da noi. L’interrogare la sorte per venire a conoscere la volontà di Dio fu un mezzo molto usato anche presso il popolo d’Israele, come presso gli altri popoli antichi; in certi casi anzi la sorte era prevista dalla stessa Sacra Scrittura. La Terra Promessa era stata divisa fra le varie tribù, stirpi e famiglie mediante le sorti; anche l’elezione di Saul a re cominciò con le sorti. Gli Apostoli, quindi, ritennero che fosse del tutto conforme alla pia mentalità del Vecchio Testamento procurare di conoscere mediante le sorti chi il Signore aveva stabilito per l’ufficio di apostolo. Il gettar delle sorti avveniva nel modo seguente: i nomi dei candidati venivano scritti su tavolette, che poi si agitavano in un’urna; l’eletto era colui, la cui tavoletta era estratta per prima.

È evidente che dei due candidati, sui quali dovevasi portare l’importante decisione, Mattia era il secondo; Giuseppe, figlio d’un certo Saba, a noi del resto sconosciuto quanto Mattia, stava decisamente al primo posto con l’onorifico soprannome romano di « Justus », il Giusto, il pio. Ci è lecito pensare che la comunità elettrice avrebbe nominato apostolo Giuseppe, qualora la decisione fosse dipesa da essa; ma la scelta divina cadde diversamente: quando, dopo alcuni momenti di forte tensione, venne fuori la tavoletta, apparve essere quella di Mattia. Perché? «Tu, o Signore, conosci i cuori di tutti ». Il pio Giuseppe, buono e umile, avrà stesa la mano a Mattia, presentandogli i suoi voti di ogni benedizione; Mattia avrà assunto il posto, rimasto vacante per la defezione di Giuda, umile e pensoso. Ora egli appartiene a quei grandi Dodici, che un giorno giudicheranno le dodici tribù d’Israele e saranno le fondamenta della celeste Gerusalemme; e non per proprio merito, ma per la benevolenza di Gesù e per la colpa di Giuda. La giovane Chiesa emise un profondo respiro; quell’uno, che s’era dato in balìa allo spirito maligno, è eliminato definitivamente; i Dodici sono pronti per ricevere lo Spirito Santo. Non appena finita l’elezione, Mattia ricade nuovamente nella più piena oscurità. Vive con tutti gli altri l’ardente e gioiosa grazia della tempesta di Pentecoste, ma anche la sorte dolorosa di soffrire nella prigionia e nella flagellazione « ignominia per il Nome di Gesù »; gira e predica e risana; ma la Scrittura non gli dedica più una sola parola; egli è semplicemente uno dei Dodici. Gli Atti degli Apostoli apocrifi pure sanno dire appena qualche cosa di lui, che meriti d’essere ricordato; è vero che ci sono sul suo conto delle leggende greche, copte e latine anche più antiche, ma esse confondono sempre Mattia con Matteo, e quindi gli attribuiscono discorsi e viaggi, che abbiamo già incontrati nelle leggende di Matteo, come, ad esempio, il viaggio con Andrea nella terra « degli antropofagi » o nell’« Etiopia esterna ». Quanto il nostro Apostolo sia stato ignorato anche nella Chiesa latina sino al secolo undecimo lo dimostra pure il fatto che di tutti i secoli precedenti si conservano di lui soltanto due discorsi commemorativi, uno dovuto a un abate di Montecassino del secolo nono, un secondo attribuito ora a Sant’Agostino e ora al Venerabile Beda. – Neppure quegli scrittori dell’antichità cristiana, che raccolsero le notizie intorno ai sepolcri degli Apostoli, scrivono sillaba di Mattia; così, per esempio, Paolino da Nola, Venanzio Fortunato e Vittore da Capua. Eusebio riferisce d’un vangelo non autentico di Mattia, che sarebbe sorto in ambienti gnostici dell’Egitto nella prima metà del secondo secolo e conteneva delle pretese dottrine arcane, comunicate a Mattia da Cristo. Certo è che anch’egli lavorò in Giudea; più in là forse si spinse appena, quasi volesse, come Apostolo sostituto, esercitare sempre il suo apostolato sotto una certa alta direzione degli Apostoli più anziani, quasi un umile discepolo. La mancanza delle informazioni anche leggendarie potrebbe far supporre che Mattia sia morto piuttosto presto. Clemente Alessandrino avrebbe saputo da Eracleone che questo Apostolo sarebbe morto di morte naturale; egli ci riferisce pure l’unico detto, che viene attribuito a lui, mentre altri però lo attribuiscono a Matteo: bisogna combattere la propria carne e trattarla con rigore. – Dopo questo silenzio quasi completo del primo millennio nei riguardi di Mattia, ci sorprende ancor di più che nel secolo decimoprimo o decimosecondo vengano a galla tutto d’un tratto notizie molto accurate e precise circa la sua origine, la sua attività e il suo martirio, con l’aggiunta d’una seconda parte, nella quale ci è ammannita una storia dettagliata intorno alle sue reliquie. È la leggenda di Mattia di Trier. L’autore, un monaco di Trier negli anni 1127 e 1148 circa, afferma d’esser venuto a conoscere « i fatti di S. Mattia » da un antico scritto giudaico, avuto da un giudeo; la sua pretesa « traduzione » però è una goffa falsificazione, concepita, se si vuole, con la buona intenzione di edificare. In questa leggenda così tardiva di Mattia, la più recente di tutte le leggende riguardanti gli Apostoli, si legge pure la notizia che Elena, la madre dell’imperatore Costantino, oriunda di Trier, ottenne con le sue istanze che fosse eletto vescovo di Trier Agricio (+ 332), cui avrebbe rimesso la veste inconsutile di Cristo, un chiodo della croce e le reliquie dell’apostolo Mattia; frattanto queste sarebbero cadute in dimenticanza e sarebbero state ritrovate una seconda volta solo nel 1127. Nel Medio Evo i pellegrinaggi a questo sepolcro apostolico, l’unico in terra tedesca, ebbero un grande incremento; però anche S. Maria Maggiore di Roma pretende di possedere le reliquie di Mattia. L’arte, quale suo strumento di martirio, gli mette in mano l’accetta, più raramente invece la lancia o la spada, a seconda delle varie leggende, che segue; ma il nostro Apostolo deve all’accetta, se fu eletto a loro patrono dai macellai e dagli ingegneri. – Lasciamo ancor una volta queste leggende incerte e insoddisfacenti, dalle quali non dipende affatto la nostra fede, e torniamo alla serena informazione degli Atti degli Apostoli. Mattia ci fa l’impressione come d’un gentile e tranquillo Sabato Santo; il Venerdì Santo col suo delitto è passato; Giuda è sostituito e riparato. Mattia però è anche di più d’un Sabato Santo. Egli fu eletto quale « testimonio della Risurrezione »; ed è « testimonio della Risurrezione » anche in un secondo senso, che negli Apostoli più anziani non abbiamo: il più giovane degli Apostoli per chiamata, egli è con la sua semplice presenza una prova vivente che Cristo non tramonta, quand’anche si perpetrasse ai suoi danni il crimine più orrendo, il tradimento cioè da parte del suo proprio Apostolo; il vile traditore perisce, mentre il Signore celebra la sua « Risurrezione » in un altro Apostolo.

QUARESIMALE (III)

QUARESIMALE (III)

DI FULVIO FONTANA
Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA TERZA


Matt 5:13-19

Ego autem dico vobis: diligite inimicos vestros .

San Matteo al c. V.

Nella Feria festa delle Ceneri.

Chi perdona l’offese ricevute dall’Inimico, nulla perde di reputazione; molto acquista d’onore, perché segue l’Esempio di Cristo, perché obbedisce al comando di Dio.

Disse pur bene Temistocle, allorché rispose à colui che gli si offriva d’insegnarli il modo e l’arte di ritenere a memoria quanto mai avesse bramato ricordarsi; poiché gli soggiunse, che cola assai più grata gli avrebbe fatto, se gli avesse insegnato il modo di torsi dalla memoria quanto talora è, non solo utile ma necessario dimenticarsi: Gratius sibi facturum, si se oblivisci, que vellet, quam si meminisse docuisset. Piacesse pure al Cielo, che vi fosse una simile arte; certo, che, se vi fosse, moltissime serpi di discordie nascenti e potrebbero appena nate, strozzate: certo, che con facilità si potrebbero togliere dal cuore quelle piccole spine, che scovate, altro non producono che ferite, e talora mortali; si potrebbe togliere dall’animo quel picciolo veleno di disgusto, che tenuto qualche tempo, infetta le vene con tossico mortale di crudi risentimenti. Ma nostra disgrazia: una si’ bell’arte, di dimenticarsi quanto talora è necessario scordarsi, non v’è. Che faremo dunque per togliere dal cuore degli Uomini la brama delle vendette? Ricorreremo alla grazia, e con l’ajuto di questa, mostrerò esser gloria perdonare: tanto più, che si segue l’esempio di Cristo, il comando di Dio che vuole il perdono delle ingiurie, e son da capo. Orsù dunque, ditemi qual è il motivo, che vi suscitò lo sdegno, e vi dà impulso alla vendetta? grande, voi mi replicate, sono stato oltraggiato nella riputazione, danneggiato nella roba, perseguitato nella vita, ha operato con me da furbo, da scellerato: conviene che mi vendichi, altrimenti, vi rimetto del mio onore, della mia riputazione. Piano, piano, date luogo alla passione per conoscere apertamente quanto v’ingannate, con dire, che se non vi vendicate, vi rimettete d’onore, e di riputazione. Consideriamo attentamente questa verità. Ditemi, chi compone, chi forma il mondo? senza dubbio i consigli, i Magistrati, i Governatori, i Principi, gli Ecclesiastici, o Secolari. Or questi asseriscono che sia vergogna il perdonare? Appunto anzi questi con intimar castighi, e con fulminar censure parlano con lingue di spavento, non esser vergogna, ma gloria il perdonare. E se pur volete dilatar questo mondo, non vi porrete à formarlo, salvo, che di dotti, di savj, e di pii: ed è pur vero, che quanti sono i dotti, ed i savj, altro non fanno, che impiegarsi nello stabilimento della quiete, della concordia, della pace, ed i pii ben spesso a tale effetto porgon preghiere a Dio, acciò si estirpi ogni odio dal cuore de’ vendicativi, dunque non è vergogna perdonare. Voi mi replicate, che tanto v’è un mondo, benché picciolo, il quale afferisce esser vergogna il perdonare. Questo vostro mondo; v’intendo, è una combriccola di quattro cervelli sventati, che vivono a stampa, e senza coscienza, e con una tintura di politica diabolica, e presso di voi avrà più forza un tal piccolo mondo, e non l’avrà quel mondo vero composto di Magistrati, di governatori, di dotti, di savj, di pii? Anzi mirate quanto è stolto questo vostro mondo, su di cui v’appoggiate. Egli se or che siete sano, vi dice, che se perdonate vi rimettete del vostro onere; di li a poche ore, se per disgrazia sarete moribondo, vi dichiarerà per infame, se non perdonate. Mi meraviglio di voi. S’acquista gloria a perdonare l’ingiurie, a rimetter l’offese. Eh, che non si perde, torno a dirvi, di riputazione a perdonare all’inimico. Sapete quando vi rimettete del vostro onore, della vostra riputazione? allor che fate fare, o stendere quei testamenti, che cominciano col nome di Dio, e finiscono con quello del diavolo: allorché praticate quelle usure, opprimete la vedova, assassinate i pupilli, litigate contro ragione. Allorsì, che vi rimetti del tuo onore, o donna, quando porti le ambasciate, i biglietti, i regali, ma non già quando perdoni al prossimo; allora sì, quando presti la casa, dai la comodità , fai la guardia, o allora sì, che vi rimetti del tuo onore: del tuo onore vi rimetti a condur la Figlia in quelle veglie, a lasciar venire in Casa gli amanti: o qui sì, che vi si rimette del tuo onore, e già si sparla, come di riputazione perduta. Se bene in materia di tanta importanza trattandosi di riputazione, non voglio che crediate a me ma a voi stessi; il seguente caso, che son per narrarvi, vi ha da far decidere, se veramente si perda di riputazione, o pur si acquisti d’onore nel perdonare. Uditelo, e preparatevi al pianto, perché certo non si può sentire senza tributo di lacrimare. Narrano le storie della minima mia Compagnia di Gesù come una gran dama rimasta in stato vedovile, e con ampie facoltà, avea per frutto delle sue nobilissime nozze un figlio in età di diciasette anni, unico erede di tutte le sostanze, pupilla degli occhi suoi. Or mentre questi stavasene un dì ordendo in mezzo alla strada un certo giuoco, si abbatté a passare un forestiero, il quale accidentalmente glielo scompose. Si sdegnò il nobil garzone, e con alcune parole resistente ferì si altamente l’animo del forestiere, che tirato mano alla spada, gli stese una stoccata sì fiera, che colpitolo nel mezzo del petto lo passò banda a banda, e lo stese sepolto, e morto nel proprio Sangue. Affacciatasi in questo mentre alla finestra la madre vide e che vide? Vide estinto dentro un lago di sangue l’unico erede delle sue sostanze, il caro suo Figliuolo. Immaginatevi qual dovesse essere il dolore; ma che? come donna di gran pietà, alzati gli occhi al Cielo, se non frenò le lacrime, certo compose il cuore rimettendosi al divino volere. Frattanto l’uccisore cercando scampo entrò nella prima casa che trovò aperta e appunto era quella dell’estinto; salì le scale, giunse alla sala, s’inoltrò nelle camere ove veduto dalla madre col ferro in mano, imbrattato nel sangue del figlio, sentissi richiedere di ricovero; al che ella prontamente condiscese e frettolosa ordinogli un lauto pranzo; e prima di porlo a tavola, volle ella pure dar da lavare a quelle mani intrise nel Sangue del suo unico figlio; ella pure il servì a mensa, la quale terminata gli disse: or sappiate, o figlio, dico figlio, perché avendomi voi tolto con questo ferro l’unico figlio che avevo, voi prendo, e voglio per figlio. Sentite, in niun luogo voi siete meno sicuro che in questo, nel qual presto sarà la Corte. Io pertanto vi consiglio a partire; eccovi in aiuto questa borsa piena d’oro, e vi servirà per il vostro viaggio; andate alla stalla, e qui vi troverete un buon cavallo, quello pure prendete, col quale potiate presto uscir di Stato. Più voleva dire, ma fu costretto à dar sfogo alle lacrime. Che dite, o stolti vendicativi? vi pose del suo onore in perdonare questa signora? Eh, che voi stessi asserite, che non vi rimise d’onore, ma l’acquistò per atto sì bello. Se non vi avesse acquistato d’onore, che accadeva, che s’impiegassero le penne in lasciarci memoria di sì bel fatto? e fu quello, che dié nome di strada pia, a quella strada, ove è il nobil palazzo. Ah sciocco, e avrai più ardire di dire che vi rimetti del tuo onore a perdonare l’ingiurie? del tuo sì, e del più prezioso vi rimetti a non perdonare, perché vi metti l’anima. – Ecco, o vendicativo, sbattuto il tuo gran motivo di vendetta; e perciò, quando tu non ti arrendi al perdono, io non so più, che dirmi; salvo che richiederti à specchiarti in questo Cristo , e à riflettere qual esempio Egli ti abbia dato di perdono: starò à vedere, che tu ardisca né pur di pensare di rimettervi del tuo onore à seguir l’esempio di Cristo, magna gloria est sequi Dóminum. È certo, che l’esempio d’un grande ha forza maggiore per muovere alla sua imitazione: bastò, che Abimelecco, Re bisognoso di molte legna per certe funzioni di Guerra ne togliesse con mano reale un pezzo, perché tutti, non solamente soldati, ma uffiziali più riguardevoli, se li ponessero sulle spalle. Rifletti un poco a belli esempi, che ti ha dato questo Cristo, supremo Monarca Principe degli Angeli e degli uomini; che esempio diede? quante grazie compartì Egli ai Pontefici, a’ Farisei, che lo perseguitarono? pareva che gli strapazzi fossero per quei ribaldi semenze di beneficj. Qual dolcezza mai mostrò a Giuda, dandogli fino con le sue mani il suo Sangue nella Eucaristia? Acciò se ben l’aveva venduto, ad ogni modo fosse suo. Che clemenza non praticò con quel Malco, che più sacrilego di tutti gli altri ardì d’essere il primo a mettergli le mani addosso? gli rese con un miracolo l’orecchio recisoli da San Pietro; quasi che poco gli paresse di beneficare in altra guisa quell’empio, se non metteva mano all’Onnipotenza. In somma la sua Santissima Passione fu un gran compendio per sé d’oltraggi, e per i suoi nemici di grazie; sicché fu Cristo simile al sole, che quantunque ingombrato da nuvole, ad ogni modo fà benefizj; simile ad una pianta fruttifera, che dà i suoi pomi anche a quelli stessi che la percuotono. Ah, che se questi furono rari esempi d’amore verso chi ci maltratta, furono però come piccoli indizj di quel massimo, che ci diede sulla Croce, e fu veramente degno di un Dio. Udite: Pater, dice Egli rivolto all’Eterno Padre, Pater ignosce illis, Padre, Eterno Padre, il vostro Unigenito vuole una grazia da Voi prima di morire: domanda o Figlio: che perdoniate … e a chi? a chi m’ha tradito, condannato, crocifisso, Pater ignosce: a chi? a chi con duri chiodi m’ha confitto le mani; Pater, … dì Figlio a chi? A chi m’ha traforato i piedi, me li ha fermati su questo legno; Pater ignosce, si Figlio, perdonerò: perdonate a chi da capo
a piedi m’ha flagellato, a chi m’ha coronato di pungentissime spine. Pater ignosce: à chi? A chi m’aprì con dura lancia questo costato. A chi? A chi m’ha posto in Croce; a chi? a chi mi toglie la vita, a chi mi dà la morte: Quis appetitus, griderò io con Ambrogio, non discat ignoscere, quando pro persecutoribus Christus orabat? E chi sarà, che sdegni di perdonare se Cristo chiede il perdono per i suoi nemici con tante bocche, quante sono le ferite? Qual vendicativo sarà sì protervo, che vedendo il Re de Regi, che perdona, voglia ostinato a vendicarsi, non voglia perdonare? Se vi è, esca di Chiesa: non deve star qui superbo contro di chi l’offese; se Cristo spasima sulla Croce per chi l’oltraggiò. Gran cosa? Cristo perdona, mentre vogliono, a tutti; e tu non vuoi perdonare né pure ad uno; perdona un Figlio di Dio; e non vuoi perdonare tu, che sei Figlio della putredine, creatura vilissima. Cristo ha perdonato a te tante volte; e tu non vuoi perdonare neppure una volta. Cristo perdona ancorché non sia pregato; e tu nieghi di perdonare, pregato non solo dagli uomini, ma dai Santi, dalla Vergine, da Dio: si può vedere ostinazione più sacrilega di questa? Or va, va’ maledetto e già che non ti muove l’esempio di Cristo, bisogna dire, che non sei, o non meriti d’esser Cristiano. Ecco, vedi, ecco Cristo, che ti volta le spalle da questo luogo, come appunto te le rivolta anche dal Cielo. Mio Dio, parlo contro di chi non vuol perdonare; mio Dio perdonatemi, fatelo strangolar da’ diavoli, e non riceva perdono da Voi chi non seguendo il vostro esempio, sfacciatamente lo nega; prima che parta da questo tempio abbandonatelo affatto, e con i vostri chiodi piantategli in mezzo al cuore l’eterna sua dannazione. Deh lasciate che con libertà io parli. Sacri Pastori, ordinate con comando irrevocabile che si tolgano via dalle Chiese gli adorati Tribunali della Confessione e voi Ministri riveriti del Tempio prontamente eseguite. Non è dovere che Dio perdoni le offese a chi non perdona; e quel Sangue di Gesù, che si sparge a salute di chi perdona, sia a dannazione di chi vuol vivere vendicativo. Se bene a che stancarmi? Dio comanda, tanto basta, conviene a forza obbedire. Iddio comanda: che rispondi? La mia riputazione: non importa, perdona. La mia robba: non importa: voglio, perdona. La lite ingiusta: non importa: voglio, perdona. È  ancor caldo il cadavere del figlio, del marito, del fratello, del cognato: non importa: voglio, perdona. Che dici? Che rispondi? Bene t’intendo; tu mostri di non saper chi sia quel Dio che ti comanda: odi e inorridisci. Olà teste altere, teste superbe, teste balzane inchinatevi, abbassatevi, umiliatevi. È  Dio che parla, e parla a voi con comando: or non parla per bocca mia a Turchi, ad eretici, a scismatici, a gentili, a diavoli, che o lo negano, o lo strapazzano, o non lo conoscono, o l’odiano; ma parla a voi, che avete la fronte bagnata d’acque battesimali. Sapete chi è quello che vi comanda il perdonare all’inimico? Egli è quello che scarica le tempeste sopra de’ tuoi campi; quello che manda le mortalità negli armenti; quello che in un sol giorno ha fatto morire trenta mila persone nella Città di Genova e di Napoli in un sol dì, percuotendole con fiera pestilenza. Egli è quello che ti ha scosso da’ fondamenti con fiero Terremoto la tua abitazione. Egli è quello che è Padrone assoluto della tua roba, de’ tuoi, di te! Egli è quello che postquam occiderit corpus, habet potestatem mittere in gehennam, che dopo d’averti posto il corpo morto in terra, ha podestà di piantarti l’anima nell’inferno per tutta l’eternità. –  Questo è quel Dio, di cui dice il Santo Giobbe, che con un fiato solo può incenerirvi, vidi eos qui operantur iniquitatem fiante Deo, periisse; non dice folgorante, non dice fulminante: ma fiante, perché se Dio vuole, tutti ad un’ora ci può con un soffio distruggere: Spiritu labiorum suorum, dice Isaia, interficiet impium. Or questo Dio sì grande, e sì potente ti comanda, che tu non odii l’inimico, che vale a dire, non gli trami la morte, non gli scriva contro, non fomenti la giustizia, non gli tolga la roba, o reputazione; ma di più, quando tu dicessi di non fare niuna di queste cose, e di non odiare il tuo prossimo, Egli anco vuole, che tu dia segni aperti di non portargli odio, e perciò lo saluti, gli parli, non gli volti le spalle, non abbandoni i compagni quando egli sopraggiunge; hai da trattare (questa è la legge di Dio) il cittadino da cittadino, il fratello da fratello, la sorella da sorella, il parente da parente. Vi saranno (così non fosse) tra’ miei Uu. parenti, che non parlano con altri parenti; fratelli, che non trattano con i fratelli; e talora figli, che passeranno i mesi senza parlare con i loro padre, e madre. Questo modo d’operare vi tiene in peccato mortale: perché Iddio comanda, non solo, che non odiate, ma di più, che dimostriate di non odiare. Oltre di che, questo negare questi segni communi, apertamente palesano l’odio che avete in cuore. A me potete dire non odio ma non già a Dio, che è Scrutator cordium. Né  mi stare a dire: tocca a lui parlare il primo, io son l’offeso; e io ti dico che tocca a te che sei l’offeso, perché tu sei quello che per ordinario hai il rancore, e l’odio e perciò a te spetta per ritornare in grazia di Dio. Presto, su obbedisci: dà la pace, parla al tuo prossimo, dagli segni che non l’odii; e sarà per vero, che per alcuni io getterò al vento queste mie parole; Dio immortale; che offeso si vendichi il Turco, lo Scita, il Barbaro, non dico nulla; i costumi degli Idolatri non son discordi dagl’Idoli: ma che si vendichi chi adora Cristo Crocifisso che perdonò a’ crocifissori, Pater ignosce illis, o questo sì che non l’intendo: Christianus nullius est hostis aut si est, jam non est Christianus.
Il Cristiano, grida Tertulliano, non è nemico d’alcuno, o se è, non è Cristiano. Son onorato: son cavaliere, son dama: tacete e umiliatevi teste superbe, e se Dio vi comanda, che vi gettiate la testa ai piedi, non che perdonate all’inimico, abbiate a gloria di marcirli avanti decapitati. Son onorato, son cavaliere, son dama: siete cenere e polvere, e balzerete nell’inferno, se non perdonate; e ve lo testifichi il seguente fatto, tanto decantato ne’ pergami. S’odiarono lungamente due nemici senza salutarsi, senza parlarsi. Ammalossene uno e in breve tempo fu spedito da’ medici; gli furono attorno i parenti, amici confessori perché deponesse l’odio, parlasse all’inimico; tanto si disse che il moribondo s’indusse a dar la pace e a voler parlare; fu condotto l’avversario, il quale anche pieno di livore senza punto intenerirsi allorché si sentì domandar dal moribondo la pace, lo schernì col dirgli che la domandava perché era in quel punto, e gliela negò. Allora il moribondo, richiamati li spiriti di vendetta, si scagliò con quel poco di fiato che aveva contro l’inimico; l’ingiuriò, lo maltrattò di parole, ne stabilì la vendetta; e così pieno di rabbia spirò. E che credete forse, che non facesse la vendetta? la fece, poiché indi a poco tempo, allorché l’inimico si trovava pella piazza in un circolo di compagni comparveli avanti a vista di tutti un’ombra terribile, con una mazza di ferro in mano, e … olà, gli disse: son venuto a fare le mie vendette; e già che siamo stati nemici nel mondo, voglio che tali siamo per tutta l’eternità, e datagli con fiero colpo la mazza di ferro in petto, lo stese morto a  terra, e seco condusse l’anima all’inferno. Questo è il fine di chi tien rancori in cuore, e non vuol perdonare: Pensate a’ casi vostri.

LIMOSINA.
Cosimo Serenissimo Gran Duca di Toscana, e primo di questo nome discorrendo un giorno delli interessi di sua Corte col Mastro di Casa; sentì dirsi da questo, che troppo era liberale nel far limosine; al che il savio Prencipe: orsù, disse, bilanciate di grazia qual sia più; se quello che ho io ricevuto da Dio, o pure quello io gli dò ne’ Poverelli; e se sarà più quello che do ai Poveri, ritirerò la mano. Ecco le belle parole registrate nella vita in ratione dati, et accepti, numquam eo devenire potui, ut Deum debitorem, me autem creditorem inveniam. Ditemi, dico io a voi, di quel che Dio v’ha dato, ne date voi la metà? che dissi la metà? un terzo, un quinto, una centesima parte a’ poveri di Cristo?

SECONDA PARTE.

Questa Predica non è per noi, per grazia di Dio, nella nostra Patria non vi sono fazioni; non vi sono inimicizie; ma quanti rancori nel cuore; ma quante brame di nuocere; ma perché non si parla a quel vostro prossimo? perché non si saluta? Perché né pur parlate ai vostri parenti, talora ai fratelli, sorelle, suocere, nuore, padri, e figli, madri, e figlie. O Padre, non li voglio male. Non basta, non li torcerò un capello. Non basta per essere in grazia di Dio. Sentite ad iracundiam me provocavit Efraim in amaritudinibus suis. Non dice, perché ha ammazzata, rovinata quella Famiglia, ma perché ha de’ livori nel cuore non parla, non saluta. Or dovete sapere che la legge di Dio non solo comanda che non si ammazzi, non si odia nel cuore; ma che si dia evidenza di non odiare. Siete obbligati à dar segno di non aver odio nel vostro cuore; e però quei segni che si chiamano di benevolenza comune; e questo è un obbligo di precetto. Siete per tanto obbligati a dar quei segni di parlare, di salutare, di visitare nelle proprie case alle occorrenze, come comunemente si pratica con tutte le persone di simil forte, cioè à dire da’ parenti con i parenti, da’ vicini con i vicini, da’ paesani co’ paesani. O Padre! quantunque m’abbia ingiuriato non gli voglio male; ma non voglio trattar con lui. Primieramente nego che non gli vogliate male; perché ne sparlate; perché sempre interpretate male le sue azioni; vi dispiacciono i suoi avanzamenti, godete del suo male; vorreste che tutto il mondo fosse contro di lui del vostro umore. Mirate vedete quel fumo? Padre sì. Che v’è sotto: il fuoco, non è vero? Padre no, eh appunto. Fumo; dunque fuoco; non parlare, non salutare: fumo; dunque fuoco di livore. Orsù via, son con voi, si annida nel vostro cuore la carità necessaria; ma i segni di benevolenza comune, ove sono bisogna pur praticarli. Non siete in una Milano, in una Roma, ove comunemente non si parlano, e non si salutano i concittadini. Qui non è così; perché siete solito alle occorrenze di ragionar con tutti. Son contento, dirà taluno, di parlare a chi m’ha offeso; ma non voglio essere il primo. Sapete chi ha da essere il primo? quello che ama più l’anima sua. Sapete chi ha da essere il primo? quello che è stato offeso. O Padre questo è contro ogni dovere. V’ingannate. Chi ha bisogno di guarire? quello che ha offeso, o quello, che è stato offeso? l’offeso che ha il rancore nel cuore; dunque questo parli: O Padre non sono obbligato (ve la passo) e… Iddio non ha obbligo di darvi il Paradiso. Guai a voi, se Dio avesse i vostri sentimenti; certo il Paradiso non l’avreste; perché si protesta di voler usar con voi quella misura di misericordia che voi usate col vostro prossimo. Con questa occasione contentatevi, che io vi dica che non so capire il vostro operare. Voi avete bisogno per i vostri peccati della abbondanza della misericordia Divina, la domandate; Dio ve la promette, purché voi abbiate misericordia del vostro prossimo. E voi, che dite? Signore, voglio sì la vostra misericordia; ma niente ne voglio usare al mio prossimo: v’ingannate, dimittite, dimittemini. Io non gli voglio male; ma non lo voglio vedere; non lo voglio in Patria. Iddio non vi vuol male; ma non vi vuol vedere? non vi vuole in Paradiso. O stolti il Paradiso è vostro, e non volete perdonare. Quelli, che avranno de’ nemici, hanno, se vogliono, il Paradiso in pugno, e doppo d’aver perdonato possono dire con lieta fronte al Signore: Signore io voglio il Paradiso; me l’avete promesso, se perdono; ho perdonato, lo voglio: e vi vorrete privare d’un tanto bene, della grazia del Principe per quel livoretto, per quella ostinazione di non parlare, di non salutare? O se sapeste! m’ha offeso, m’ha danneggiato nella robba, nella persona, e per questo vi si dice, che facciate la pace, che parliate perché v’ha offeso; se v’avesse regalato, non accadrebbe altro. M’ha offeso di tal modo, che se non erano i miei Avvocati, la Vergine, il Signore, restavo sul tiro. Si eh? Presto dunque la pace, per corrispondere alla grazia ricevuta di non essere restato morto col corpo sopra la terra, con l’anima sepolta nell’inferno. Orsù finiamola; o lasciare i rancori, gli odii , o parlare al suo prossimo, di voltar le spalle al Paradiso, ai Santi, alla Vergine, a Dio; una delle due: aut cum Christo, aut cum diabolo nos esse oportes; eligamus quod volumus, o con Cristo perdonando, o col diavolo vendicandoci. Sento che ogn’uno mi risponde: pur che si stia con Dio, si lascino i rancori, gli odii, le vendette, si parli al prossimo; si saluti; gli si presti ogni offizio di cristiana benevolenza. Ecco dunque, che per stabilirvi il Paradiso, prendo la penna in mano, e immersa nelle Piaghe Santissime, stendo col sangue d’un Dio fatto Uomo la formola del perdono a’ nemici. Attenti, chi vuol salute: si turi gli orecchi chi non si cura della Eternità beata. Io, mio Redentore per quell’uffizio, che indegnamente sostengo su questo luogo a nome di questo popolo, mi dichiaro, come ogni vendicativo depone a’ vostri piedi adorati tutte le ingiurie che abbia mai ricevute; qui sacrificano i loro sdegni; qui scannano i loro odii per vittime al vostro amore; e benché assai loro scotti privarsi di quel diletto, che seco porta la vendetta, con tutto ciò, perché voi così comandate, vogliono obbedirvi; offeriscono per tanto la pace all’inimico, e perdonano a tutti. Voi altresì, mio Dio, perdonategli le loro colpe, con quella pietà con cui essi perdonano a’ loro nemici; e quando da’ demonj in punto di morte saranno accusati al Divino Tribunale; Voi siate il loro difensore e Protettore già che per Voi perdonano le offese ricevute. Evvi qui alcuno tra quelli che hanno ricevute ingiurie, il quale recusi soscriversi? Se v’è, parli: Si dichiari: perché quando vi sia uno di tal sorte, il quale non voglia soscriversi: io allora divenuto contro di lui tutto fuoco, con questo medesimo Sangue scriverò per lui sentenza d’eterna dannazione. Muoja, grido, muoja l’indegno, perisca chi nega a Cristo domanda sì giusta, e questo Sangue, che doveva salvarlo, questo lo condanni al fuoco eterno. Non trovi pietà, non impetri da Voi misericordia, mio Dio, chi non vuol perdonare. Prevalgano i suoi avversarii; cada egli vittoria de’ suoi nemici: resti vedova la consorte, orfani i figli, senza trovare né tetto che li accolga, né veste che li ricopra: si dissipi la sua roba, si estermini la sua casa: disperdat de terra memoria ejus pro eo, quod non est recordatus facere misericordiam. Sia giudicato al Tribunale Divino senza misericordia chi non fece misericordia. Vendetta! gridino le creature tutte: vendetta gli Angeli, vendetta i Santi, vendetta i demoni tutti, tutti gridino vendetta! cum judicatur exeat condemnatus: fate, che nel partire dal vostro Tribunale piombi nell’inferno, dilexit maledictionem, et veniet ei, noluit benedictionem, elongabitur ab eo. Ma a che tanto riscaldarmi? Eh, che qui non vi è persona sì sacrilega che voglia negare a Cristo il perdono, che domanda per chi l’ha offeso. No, no, anzi che son sicuro che ognuno sottoponendo le proprie passioni a’ Divini Comandi è risoluto di perdonare all’inimico, di parlargli, di salutarlo; né si porterà al riposo della notte con questo aggravio nell’anima, con pericolo di balzare dal letto nelle fiamme infernali. lo quanto a me voglio credere che tutti siate per riconciliarvi col vostro prossimo; e per darvene maggiore impulso, contentatevi, che io dia un motivo assai gagliardo alla vostra cortesia che certo alla generosità del vostro cuore, e alla nobiltà del vostro animo sarà di non poco momento. Voi vedete cari miei UU. che io qui per la salute delle anime vostre non perdono a fatica, a stento; e voglio credere, che darei con l’ajuto di Dio, quando tanto bisognasse per salvarvi, il sangue delle mie vene. Se così è, come è verissimo, come potrò credere che voi non siate per farmi la grazia, che sono per domandarvi? Sì, si la spero. Su dunque corrispondere alle mie povere fatiche: e o che contento sarà il mio, se ottengo questa grazia! E qual è ? Eccola, che voi per amor mio rimettiate tutte le ingiurie al vostro pressimo: gli perdoniate, gli parliate, lo salutiate. Su, fatemela, non mi negate questa consolazione. Ma che dissi. O che rossore, o che vergogna mi ricopre il volto! io pretendere per ricompensa delle mie povere fatiche una grazia si grande? perdonatemi, fui troppo ardito. Non avete da fare la pace per amor mio; non avete da parlare, non avete da salutare il vostro nemico per amor mio; o questo no, ma per amor di questo Cristo, forse non lo merita? forse i benefizi che Egli v’ha fatto non meritano una tal corrispondenza? E non è questo Cristo che vi mantiene la sanità, che vi dona le sostanze, che v’arricchisce di figliolanza sì degna, che con la sua misericordia v’ha liberato dall’inferno meritato con tanti peccati, ed or che state immersi in quelle disonestà pur vi sopporta? A che dunque si tarda? Si corrisponda ad un Dio sì buono, e sì benefico. Pace, amato popolo, pace. Cristo è quello che ve la chiede. Egli è il Principe della pace … Sovvengavi che altro non volle in tutto il tempo di sua vita, che pace: pace nella morte, pace dopo la sua morte; pace amato popolo, pace. Quando venne al mondo questa Ei portò, cantata dagli Angeli: Gloria in excelsis Deo, et pax in terra: Pax hominibus. Pace sempre insegnò a’ suoi discepoli: primum dicite pax huic domus; pace ci lasciò nel morire: Pater ignosce illis; pace nel risorgere: Pax vobis; pace finalmente mandò dal Cielo allorché mandò lo Spirito Santo, il quale altro non è, che Spirito d’unione e di concordia… Questa pace santa scenda dunque ora dal Cielo, questa riempia i cuori di quanti m’ascoltano. Ah, sì, che mi pare di vederla: eccola, eccola. Aprite i vostri cuori per riceverla; e non vi sia alcuno che strettamente non l’abbracci. Certo si ha da vedere a chi si ha da dar vinta, o a Dio, o al diavolo. E vi sarà chi voglia darla vinta al diavolo? Dio ce ne liberi.. Viva Gesù, Viva Gesù. Frema pure, schiamazzi, si disperi l’inferno tutto a suo dispetto, ha da regnare la pace; questa ha da togliere i rancori tra congiurati, le differenze tra congiunti; questa ha da unire popolo a popolo, casa a casa, famiglia a famiglia; non v’hanno da essere più dissensioni, e per amore di chi? Per amor di questo Cristo. Viva Gesù, Viva Gesù, sol non occidat super iracundiam vestram; non vi sia chi si porti al riposo della notte senza esser riconciliato col suo prossimo, acciò regni la pace fra noi in terra: sicura caparra della futura in Cielo.

QUARESIMALE (IV)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (13)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (13)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

VII.

IL GRAN CIARLATANO.

Giovani miei, già incomincio a sospettare che la Coda voglia riuscirmi più lunga della BESTIA. A dir vero, gli è un argomento quel che ho a mano, che dà luogo ad esempi ed applicazioni senza numero. D’altra parte vi confesserò una mia debolezza: quando parlo o scrivo a’ giovani….. non so… mi pare anch’io ringiovanire, mi s’allarga il cuore, mi s’affollano le idee, e le parole, v’assicuro, non si fanno tirare. Ma bisogna che mi moderi, che rifletta, che non mi lasci trascinare. Mi proverò tutto quel che posso. –  Vi parlai nel precedente libretto del mondo che a taluni fa tanta paura, e dietro la scorta d’un predicatore alla buona, vi ricordate a che l’abbiamo ridotto. Ora aggiungerò: ciò che il rende imponente e pauroso agli animi volgari, sapete che è? La serietà, la franchezza, la prosopopea magistrale con che divulga ed espone i suoi dettami e le sue massime. Vedete quel ciarlatano sulla piazza; quanta gente gli s’accalca d’attorno! – E vedete come tutti stanno fissi, attenti, colla bocca aperta, e vevono  e bevono… che cosa ? un fiume di ciance e d’imposture.. — Ma possibile; tanto allocchi … Che volete? e’ le sballa con tanta franchezza! … – Così è il mondo, e vi bisogna star bene all’erta; miei cari giovani: quelle  ch’egli spaccia con maggior solennità sono per lo più le più solenni castronerie. Qui più che mal fa mestieri discendere alla pratica. – Vi ricordate. ancora di. Quel giovanottino infelice, che vi feci vedere  nella mia lanterna magica battersi con quel villan barbuto e lasciarci misero! la vita?… Ebbene, chi gli ebbe imposto in sì giovane e bella età un sì duro sacrificio? Il gran ciarlatano; il mondo. E che dicevagli il mondo? Che il battersi così era da generoso e da forte; ricusarsi., da vigliacco. Dio buono! che. stravolgimento!…. Ma prima di credere e lasciarvi imporre di sì bestiali dottrine… l’avete voi la ragione? Ebbene adoperateci un po’ su la ragione, e vedrete. Forse che il sangue umano è tal liquido, che lavi le macchie dell’onore?…. O non è anzi vero che il contaminarsene le mani è la maggior dell’infamie?… Va là, omicida; mi metti orrore! che per una parola, per l’insulto d’un momento, che solo fossi un po’ filosofo, ti saria stato “Come l’insulto di villana ‘auretta.;, d’abbronzato guerriero in sulla guancia”, non hai dubitato piantar una lama nel cuore del fratello. Orrore; orrore! Viassù! pasciti nella vista dell’infelice tua vittima; or che l’hai atterrata a’ tuoi piedi. Vedi come caldo sbocca da larga ferita il sangue! Bevi, saziatene, omicida!… guata quel volto pallido, quelle chiome arrovesciate, quello sguardo errante, quel lento boccheggiare; quel rantolo…. Ma sta; sentesi uno strido., un urlo prolungato… Dio; Dio! è una madre, una sposa; son bamboli innocenti che gridano vendetta… Tu fuggi? Ah lo senti ora, disgraziato! lo senti che se’ diventato un Caino!…. Or va e credi al mondo.  Pure il mondo per sì poco non si sbigottisce, e dopo tanti fiumi di sangue che ha fatto spargere colle stolte sue massime, freddo e tranquillo pur ripete: chi non si batte infame. – Vo’ smentirlo con un bell’esempio, che lessi, non ha molto, nella strenna d’ogni mese, che si pubblica a Firenze da un bravo e valente amico de’giovani La sera del dì 15 settembre 1846 in un casino di campagna presso Santiago di Cuba, cenavano allegramente col capitano inglese Starldey parecchi americani e spagnoli, che dovevano partire al domani con lui per la Giamaica; e come il capitano recava a quel viaggio parecchi negri da lui fatti liberi, cosa che quegli americani, fautori della schiavitù, vedevano di mal occhio, vennero con lui a tal questione; che presto degenerò in animatissimo alterco; a mezzo quale certo il De Pastro avendo lanciata una villana ingiuria contro lai Regina d’Inghilterra che vieta la tratta de’ negri, il capitano Starkley non poté più contenersi, e levatosi in furia e dato di piglio ad un bicchiere, l’avventò contro il De Pastro, dicendogli: Sciagurato! così parli della mia regina?…. Tutti si levarono in tumulto; il De Pastro faceva sangue dal viso: ma più che quella ferita gli cuoceva l’ingiuria; di che pensando satisfare all’onor suo, sfidò a duello il capitano. – Quella sfida parve a tutti (amici e devoti quali erano della BESTIA) la cosa più naturale del mondo, e non che opporsi, mostrando apertamente d’approvarla, chi si esibiva padrino, chi proponeva l’ora, il giorno, il luogo, fin l’armi. Anzi (a proposito dell’armi) vi fu lo zelante, che tratte fuori due pistole belle nuove e lucenti, le mise sulla tavola sotto gli occhi del signor Starkley. Il quale, mostrato il suo dispiacere d’avere in quell’impeto subitaneo ferito il De Pastro, e chiestogli scusa del suo trasporto: Quantoal duello, soggiunse, non posso accettare, perchè… perchè lo stimo, un delitto. — Perchè sei un vile! — gli ripicchiò furibondo l’avversario. A quest’insulto il capitano sentì come una vampa di fuoco salirgli alla testa, gli si oscurò un tratto la vista, e tremava come una foglia. Pur si contenne, e per quella sera non ne fu altro. Al domani egli era pronto sul suo vascello; il Nettuno, ad accogliere i passeggeri. Gli sfilavano davanti i commensali della sera innanzi e il guardavano con cert’aria di compassione. Il capitano dissimulava. Ma allorchè passando il De Pastro gli lanciò contro la seconda volta la parola vile, il capitano afferrollo pel braccio e con voce alta e concitata, che tutti e passeggieri e marinai poterono intendere: — Signor De Pastro (gl’intimò), vi prego a ricordarvi che qui son capitano; o rispettate la mia autorità, o vi metto agli arresti. – Di lì a poco dava il comando di salpare. Sul legno tutto era in ordine, regolarità, disciplina perfetta: il capitano era esperto del suo mestiere, e uso da lungo tempo a farsi obbedire. E già dopo pochi giorni di prospera navigazione, s‘avvicinavano all’ isola di Giamaica; quando di nottetempo, mentre i passeggeri tranquillamente dormivano, s’ode un grido: al fuoco! Al fuoco! — Tutti si levano in sussulto, salgono sulla tolda, veggono con spavento con ispavento levarsi da poppa globi di fumo misti a scintille; quindi un urlo prolungato, e pianto di femmine, e strillar di bambini, e correre qua e là, e chiedere l’un altro e cercarsi e urtarsi e chiamarsi. a vicenda … Ma ecco in buon punto farsi avanti il capitano Starkley, e con voce stantorea:— Fermi tutti; sentite. Il mozzo ubriaco appiccò il fuoco all’alcool; la stiva è in fiamme, né v’ha speranza d’estinguerlo; bisogna salvarci prima che il fuoco: giunca alle polveri. Qui un nuovo urlo di terrore. I marinai si slanciano alla scialuppa per fuggire. — Fermi, ho detto (ripiglia con voce tuonante il capitano); chi primo osa infrangere i miei ordini, una palla di piombo. — E mostrò la bocca della pistola: l’argomento fu efficace; i marinai tornarono al dovere. — Ora s’allestisca la scialuppa grande, ripigliò il capitano. E come fu pronta, piantatosi al luogo della calata con a foanco quattro de’ più robusti marinai: – vengano prime le donne, i vecchi ed i fanciulli. — I chiamati s’affollarono e mentre scendevano uno dopo l’altro n vietato nella scialuppa, s’ode in fondo al vascello un sordo scoppio e levarsi come lampo le fiamme. Tutti i passeggeri per un moto istintivo si precipitano verso la scala, il De Pastro tra i primi, che malamente urtando una fanciulla per poco non la trabalza nel mare. Il capitano lo respinse di forza con ambe le mani, e: — indietro, signor De Pastro! indietro tutti!…. Marinai, il primo che muove gettatelo in mare. – Così tornato l’ordine, aiuta a discendere le donne, e come la scialuppa fu piena: — tagliate la corda e andate al nome di Dio, voi siete salvi. Presto, l’altra scialuppa. — La scialuppa fu tosto pronta. — Vengano gli altri passeggieri. Signor De Pastro; venite pure, ora è la vostra volta. Il De Pastro gli passò davanti umiliato e confuso; i compagni che la sera avanti avean preso le sue parti, ora sfilavano davanti all’intrepido Starkley, quale stringendogli la mano, quale rallegrandosi con lui: — bravo, signor capitano! così va fatto. Voi siete un uomo! Ed egli: — non è tempo di complimenti. Lesti, scendete. E come vide piena e in salvo la seconda scialuppa: — Ora a noi (disse volto a’ marinai); è pronto lo schifo? — Pronto. — Scendete. Lo schifo era piccolo, i marinai vi capivano a stento. Potete ricevere ancora una persona? chiede loro il capitano. I marinai credendo dicesse di sé, benché lo schifo minacciasse far acqua: — Si, venga, signor capitano. — A queste parole Starkley si china, piglia di peso, come fosse un sacco, il mozzo briaco e addormentato che aveva appiccato il fuoco e porgendolo a’ marinai: — Giacché c’è posto, pigliate ancora questo disgraziato. — Consegnatolo; tira un respirone e: — Lodato Dio! tutti salvi. — E lei, signor capitano?…. gli chiedono i marinai impazienti di sferrare. — Basta; il mio peso vi farebbe pericolar tutti. Lesti, partite; e se incontrate qualche barca, avvertitela che qui ci ha ancor una vita da salvare. Lo schifo partì: il capitano rimase a guardar le fiamme che si levavano stridenti e vorticose all’altezza dell’albero, e sempre avanzandosi s’appressavano alla polveriera. S’aspettava da un istante all’altro il terribile scoppio, e raccomandavasi a Dio. Ma Dio vegliava sulla vita. del prode. Una barca che da lontano aveva scorto l’incendio giungeva in tempo a salvare l’intrepido capitano, che marinai passeggieri ed isolani accolsero con grida frenetiche alla spiaggia, come fosse un Dio salvatore. In quel momento certo non venne in mente a nessuno (neanche al De Pastro, ci scommetto) che il capitano Starkley fosse un vile. E voi, cari giovani, che ne pensate?

VII

DOPO IL DUELLO IL SUICIDIO.

Ora dirò d’un altro duello accaduto anni Domini in una città d’Italia nostra, che per dengi rispetti non si nomina.  Trovavansi a ciaramellare parecchi giovinotti in un caffè. Un bizzoso, di nome Federico, punto da non so che celia di Martino, lo sfida a duello, e Martino: — Accetto, risponde. Si fissa il dimani, ora, luogo, padrini… E l’armi? — L’armi, tocca a me la scelta (risponde Martino): le porterò dimani sul luogo. — Così intesi, si separano. Al dimani alle dieci del mattino in un pratello remoto chiuso di folti alberi all’intorno, irrigato da un canaletto d’acque limpide e freschissime, Martino se la passeggiava su e giù col padrino, aspettando il rivale; e novellavano tra loro di non so che, così lieti e spensierati, che nessuno avrebbe detto: son li per un duello. Di lì a poco arrivano parecchi compagni, anch’essi allegri e ridenti. Martino gli accoglie con festa li fa entrare in un folto di roveri li presso, e: — cheti (lor dice); appena vedrete rosseggiare «il primo sangue… siamo intesi. — Gli amici rispondono che sì, e s’appiattano. Martino si rifà daccapo a misurare passeggiando il campo, e non avea dato ancora due volte, che sì vide comparire, con al fianco il suo bravo, padrino, Federico; vestito a nero, con guanti bianchi, viso pallido, capelli rabuffati, occhi stravolti…. Poveraccio! ei non aveva chiuso occhio tutta la notte; agitato dal pensiero del duello, occupato a scriver lettere, ordinar suoi affarucci, stendere una specie di testamento e (cosa più ghiotta) certa letterina profumata…. che diceva così: — Un villano insulto da vendicare mi strascina a duello. Se soccombo, ricorda il tuo Federico, e che per non rendersi indegno di te, ha sacrificato all’onore la vita. — Giunto dunque sul luogo, e abboccatosi col rivale: — suvvia, l’armi! dimanda con feroce cipiglio. E Martino: — eccole!… e trae dalle tasche due salami lunghi un braccio. E come l’altro mostravasene scorrucciato; quasi di scherno: — Se queste non accetti (entra a mezzo il padrin di Martino) non potrai rifiutare quest’altre…. E presenta due bottiglie di Madera: — Oppure queste! Sottentra l’altro padrino, ch’era anche lui della cricca; e ne mette fuori due altre di Sciampagna. Federico, al vedersi così assalito, tradito dal suo stesso padrino, rimane allocco. I compagni nascosti, visto il segno del sangue, cioè il vino, saltano dalla macchia, traggono fuori anch’essi alla lor volta, chi pane, chi frutta, chi cacio, chi un bell’arrosto; e tutti dattorno all’eroe trasognato, si mettono a fare un diavoleto, che, volere o no, gli fu forza accettare quella nuova maniera di sfida; e così tutto finì con un’allegra merenda, sdraiati sull’erba, al rezzo delle piante, al canto degli uccelletti, al mormorar del ruscello… Che cosa volete di più poetico? non sarebbe proprio da farci un sonetto?… Provatevi; io ripiglio il mio discorso e dico che di certe massime storte la miglior cosa è farne commedia; e quanto più il mondo mostra spacciarle sul serio, più farsi animo a ridergliene sul muso. E quel che ho detto del duello s’ha ad intendere (chi ne dubita?) di quell’altra barbarie del suicidio, divenuta anch’essa, in questo che chiamano civilissimo secolo, purtroppo comune. E non dico già che l’umano rispetto ne sia la sola cagione: e c’entra senza dubbio e il bollimento delle passioni e la frenesia del godere, e il contagio dell’esempio, e l’estinguersi della fede… Che volete faccia, al sopravvenirgli di grave sventura, un miserabile, ché tenendosi bestia senz’anima immortale, aveva posto ogni sua beatitudine ne’ godimenti della vita? Davvero, dacché è infelice, o sel crede, non ha più ragione d’esistere costui: quindi padrone d’andarsene, la commedia è finita per lui. Ma il mondo in questo spaventoso moltiplicarsi di suicidi ci ha anch’egli la sua parte; che, oltre al predicar che fa: beati i ricchi! beati i godenti! e favorire le nuove dottrine che ci pareggiano al ciacco, applaude per lo più o il men che sia, scusa assai facilmente i vigliacchi che fan getto della vita. E apposta li chiamo vigliacchi, che non hanno coraggio a sostenere il peso della sventura; e li metto con que’ soldati che disertano il campo quando più ferve la battaglia, e incalza il pericolo. Questi soldati cosiffatti come li chiamate? vigliacchi e infami, non è vero? E infame e vigliacco è dunque il suicida. Domandatene a Virgilio, che addisse ad eterni cruciati coloro … Qui sibi lethum …. peperere mani, lucemque perosi, Proiecere animas. Domandatene. Dante che creava un cerchio del suo Inferno apposta per quelle anime feroci che da se stesse sî divelgono dal corpo, e le puniva incarcerandole in arbusti spinosi. Così la pensano i savi, così, d’ogni saviezza maestra, la Chiesa, che al suicida volontario, come a chi muore in duello, nega i pubblici suffragi e l’ecclesiastica sepoltura. Sebbene; quanto a Dante, se in leggendolo siete giunti almeno al principio del Purgatorio, vi avrà scandalizzato non poco, come accadde a me da ragazzo, quell’abbattervi nel suicida Catone, posto, lì dal poeta, quasi a guardia e custode del sacro monte. Ma non confondiamoci, giovani miei; l’idea che ha Dante dei suicidi si par chiara abbastanza dall’averli messi a dirittura tra’ dannati. Quanto a Catone, ci sta qui, non come persona reale, ma com’essere allegorico; convien quindi spiegarlo in conformità all’allegoria del poema; quell’allegoria, dico, cui Dante stesso accenna nella sua famosa lettera a Can Grande della Scala, quella che seguirono fedelmente gli antichi commentatori; ed è schiettamente religiosa e morale. Or secondo questa (ponete mente) Dante che, smarritosi nella selva selvaggia e aspra e forte n’esce con Virgilio a visitar l’inferno, ci significa l’uomo vizioso e peccatore, che atterrito alle funeste conseguenze del vizio, fa sforzo di levarsene per avviarsi al sentiero della virtù. Questo sforzo, il più bello e per avventura il più penoso che uom possa fare, ci è figurato in Dante medesimo, che tocco il basso fondo dell’inferno, s’appiglia alle vellute coste dell’immane Lucifero, e scende con Virgilio, … di vello in vello tra il folto pelo e le gelate croste; finché giunto all’anche del mostro, che rispondono al centro della terra quivi (vedete fatica di chi spogliasi il vizio e mutasi in altro uomo) … con pena e con angoscia, Volge la testa dove avea le zanche; e pur seguitando a salir pelo pelo, riesce all’emisfero di là, dove sorge il monte del Purgatorio, simbolo del cammino della virtù. Qui appunto a guardia del sacro monte, trova Catone, quel Catone, che, udita la vittoria di Cesare; né volendo soggiacergli, per amor di libertà si sciolse volontario dai legami del corpo. Di che potete facilmente scorgere, come questo suicidio catoniano ci sta qui, non propriamente per suicidio, ma come simbolo espressivo di quel nobile sforzo che ho detto, per cui l’uomo, dianzi vizioso, si libera dalla schiavitù del corpo e delle passioni, per volgersi a virtù e rivendicar. lo. spirito immortale alla vera libertà dei figli di Dio. – Menatemi buona questa digressione letteraria, a cui so io perché mi son lasciato andare, e mi rimetto tosto in careggiata.

QUARESIMALE (II)

QUARESIMALE (II)
DI FULVIO FONTANA
Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

(Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)


PREDICA SECONDA


Nella Feria quinta delle Ceneri.


Si mostra quanto meriti di rimprovero, e di castigo un Cristiano che non corrisponde ad un sì santo nome con le opere.

Filii autem Regni ejicientur in tenebras exteriores.
S. Matt. cap. VIII.

Mala nuova! R. A. Si protesta Iddio, che il popolo a lui fedele sarà punito con castigo il più severo, che abbia preparato a’ suoi ribelli la Divina Giustizia, che vale à dire con un’inferno di pene: Filii autem Regni ejicientur in tenebras exteriores. Tutto bene mio Dio, né v’è chi possa opporsi a’ vostri Santissimi Decreti; bramiamo sol sapere la cagione di tanto sdegno; e non vi par giusto, replica Iddio, che Io debba adirarmi, mentre ritrovo più fede nel cuor d’un Gentile, che d’un fedele? …non inveni tantam fidem in Israel: Il mancamento dunque di fede volete punire con pene eterne? Fortunati noi; sento ogn’un, che dice, tali castighi non faranno fulminati ai nostri danni, perché a noi non manca la vera fede, godiamo del nobil titolo di Cristiano. Piano, non così dico io, perché non basta godere un sì bel titolo, ma a questo vi vuole la corrispondenza delle opere, e allora sarete esenti da’ suoi giusti sdegni. Contentatevi dunque, che io questa mattina vi mostri, che quanto fate bene a gloriarvi d’un si bel nome di Cristiano, altrettanto meritate di rimprovero, se non corrispondete ad un sì santo nome con le opere. Rallegratevi pure , miei UU. giacché con fronte aspersa d’acque battesimali, vantate il bel nome di Cristiani; Ah sì, sì, non vi è lingua, né d’uomo, né d’Angelo, che possa abbastanza spiegare la grandezza di chi porta impresso indelebilmente nell’anima il nobile carattere di Cristiano. Cristiano, sapete quello che vuol dire? vuol dire esser Principe del Sangue, non di Principi, non di Regi, non d’Imperatori della terra, ma del Sangue Divino. O che titolo sublime, o che nome glorioso è mai quello di Cristiano, nome veramente, ardirò di dire, sopra ogni nome. Fu pur stolto Sapore re di Persia; mentre, con vanto, non meno arrogante che bugiardo, era salito intitolarsi discendente delle Stelle, fratello del Sole e della Luna. Così appunto s’intitolò, quando scrisse all’Imperatore d’Oriente, Sapor particeps Syderum, frater Solis, Lunae. O che vanto spropositato; ma quando anche fosse stato vero, che gloria farebbe mai esser fratello del sole e della luna, mentre una formica, perché vivente, è più nobile senza paragone di tutte le Sfere, e di quanti pianeti ornano i cieli; Ah, che il vero pregio è l’esser Cristiano, egli è fratello del vero Sole di Giustizia, che è Cristo, Ille meus frater, soror est. Ma quanto fu stolto, miei UU. Sapore Re di Persia, altrettanto fu savio San Lodovico Re di Francia , il quale tanto si gloriava del bel nome di Cristiano, che era solito di soscriversi Lodovico di Poisy, perché in quella nobile Città era stato battezzato. Deh miei UU. date adito alla luce del Cielo, perché vi scopra la nobiltà di questo gran nome di Cristiano. Ah, che se voi daste ad una tal luce la via aperta, non andreste più in cerca di titoli mendicati in questo mondo, e chi li possiede nulla li stimerebbe, ma solamente si prezzerebbe questo titolo di Cristo, e questo solamente farebbe la nostra nobiltà, la nostra gloria, l’antichità della nostra famiglia. Volete meglio conoscere la grandezza di chi è Cristiano: datemi mente. Voi ben sapete, che quel che rende sommamente riverito lo stato d’un Primogenito Reale, sono quelle due prerogative, la nobiltà della nascita, e l’eredità che attende; e questi appunto sono quei pregi che rendono venerabile fino agli Angeli un Cristiano. Qual è mai, Dio immortale, la nascita d’un Cristiano! Taci pure o Poeta adulatore, non mi stare a dire a Cesare, nate sanguine Divum, nato dal sangue degli dei, poiché il tuo parlare non è altro che una svergognata menzogna. Non può esser nato dal sangue degli dei chi è nato dal sangue di peccatore. Il Cristiano sì, che può dire con verità d’aver sortito da Dio medesimo i natali, mentre è rinato nel Santo Battesimo, qui non ex sanguinibus, sed ex Deo nati sunt … Né solo questo nome di Cristiano porta a voi un sì bel pregio d’una nascita sì sublime, quanto l’essere figli di Dio, Filios Dei fieri; ma di più vi dà il diritto il jus alla eredità del Paradiso. Si filii, bæredes, hæredes quidem Dei. O Dio, che pregio è mai questo del Cristiano, essere in stato d’ereditare il Paradiso … Ma, a che serve essere insignito d’un sì bel nome, se poi non si corrisponde con le opere? Questo è appunto come avere una patente d’onore senza soscrizione e senza sigillo. Christianum esse, grida ad alta voce San Pier Damiano, magnum est, non videri, è grande, è sublime, dice il Santo, la gloria del nome di Cristiano; ma non è né sublime, né grande quando non vi sia altro che il nome. Non si merita, no, nome di Fedele, chi non vive una vita degna della sua fede; e se voi, miei UU. ne porterete il nome senza le opere, vi tirerete addosso i rimproveri di tutta la Corte Celeste; giacché, come asserisce Salviano: atrocius sub tanti nominis professione peccator. Ecco dunque, che contro di voi o Cristiani di nome e non di fatti, esclamano i Santi Patriarchi, e vi dicono: Noi, quantunque nati prima di Cristo, fummo Cristiani, come asserisce Sant’Agostino, non di nome, ma di fatti, re non nomine, e come tali eravamo tutti viscere di pietà verso del nostro prossimo, come tali, non ritenevamo rancori nel nostro cuore, come tali eravamo staccati da ogni affetto terreno; ma voi, che siete venuti al mondo in tempi tanto più felici de’ nostri, nati in seno alla Chiesa, nutriti col latte della vera credenza, nulladimeno avete sì bruttamente tralignato detta vostra nascita, siete vissuti tra gli odj, vi siete immersi negli interessi, seppelliti nelle difonestà; sì, sì, noi fummo Cristiani, re non nomine, ma voi lo siete di solo nome. Ah, che se potessero alzare la testa dalla loro tomba i fedeli della primitiva Chiesa; o questi sì, che vedendovi insigniti di quel nome da loro tanto stimato, vi rimprovererebbero atrocemente, dicendovi: voi Cristiani? Noi altresì fummo Cristiani, ma quanto dissimili da voi. Noi all’udir solo nominare il nome di Cristo, ci struggevamo di devozione, e voi col nome di Cristo prendete à sfogar le vostre rabbie, ad autenticar le vostre frodi, à ricoprir le vostre ribalderie: noi eravamo sì lontani dalle impurità, che più gran tormento si stimava l’essere strascinato ai lupanari, che l’esser dato alle fiere; e voi con i vostri impuri costumi contaminate tutta la vostra vita .. Che direbbero quei Padri di famiglia della primitiva Chiesa: Noi si direbbe fummo veri Cristiani, perché fu somma la cura, che tenemmo de’ nostri figliuoli e figliuole, ma voi? Che direbbero i mercadanti della primitiva Chiesa; le nostre compere, le nostre vendite, i nostri traffici eran tutti sinceri, non si vendeva da noi con giuri, con spergiuri; ma voi? Che direbbero i nobili della primitiva Chiesa? La nostra nobiltà ci serviva per proteggere la virtù, per opprimere il vizio, per sollevare il povero; ma voi? Che direbbero le donne della primitiva Chiesa: Non v’era in noi vanità, tutto modestia era il nostro vestire, modeste per le strade, modestissime nelle Chiese; e voi? Che direbbero finalmente gli Ecclesiastici della primitiva Chiesa? Direbbero: Il principal nostro pensiero, se presedevamo alle anime, era condurle à Dio; del patrimonio Ecclesiastico se ne facevan tre parti, alla Chiesa, ai Poveri, a Dio; per noi la peggio, sempre ritirati da bagordi, sempre oranti nelle Chiese, penitenti nelle camere; e voi? Che rispondete a questo rimprovero? bisogna dichiararsi convinti, e asserire, che siete Cristiani di nome, e non di fatti; e quando ardiste negarlo, presto, presto sareste convinti dal fatto, interverrebbe a voi ciò, che in altro proposito intervenne al Vescovo Bellovacense; uditene l’Istoria. Mentre gli Inglesi combattevano già in Francia, questo Prelato dimenticatosi delle sue proprie armi, che erano le Orazioni, si armò da Capitano: e combattendo con gli altri, rimase prigione del Re d’Inghilterra: Giunta questa nuova in Roma, Celestino Terzo, Sommo Pontefice, scrisse lettera efficacissima al Re vincitore; acciocché si contentasse di liberare il Prelato dalla carcere. Or sapete, miei UU. qual fu la risposta che il Re diede al Pontefice? Eccola; gli mandò, per spedito a posta, l’Usbergo, la Corazza, l’Asta, il Cimiero, e tutti gli altri arredi de’ quali era fornito il Vescovo prigioniero, con l’aggiunta di queste poche parole: Vide utrum tunica Filii tui fit, an non … quasi volesse dire: Santo Pontefice, voi mi chiedete la liberazione dalla carcere di un Vescovo vostro Figlio, ma v’ingannate: Quello che è mio prigione, non è vostro Pastor sacro, è un Capitano d’esercito, Vide, utrum tunica Filii tui fit, an non? Ah miei UU. che tanto appunto si può dir di voi; se voi vorrete opporvi al processo, che contro di voi hanno formato i Santi, con dire, che siete Cristiani anche di fatti, ecco, che senza replica vi convinceranno con la numerazione di tanti vostri peccati, in pensieri, in parole, in azioni indegne, ecco, che vi convinceranno con quella robba, che malamente possedete, con quelle lettere cieche, con quei memoriali iniqui che stendeste, con quelle macchine che ordiste per rovinare il vostro prossimo, e rivoltati con sommo sdegno verso di voi, vi diranno: Tu dici d’esser Cristiano? Mira, se queste sono le armi proprie d’un Cristiano; è questa la sopravveste d’un Fedele? è questa quella stola di cui fu vestita l’anima tua nel Battesimo, Vide, utrum…  No, che non è, e però, o spogliati di quel bel nome di Cristiano, o cambia i tuoi scellerati costumi, aufer Cydarim, tolle coronam, vi dirò anche io col Poeta; altrimenti questa corona sì bella non ti ornerà di vantaggio di quella che orni un re da scena colà nel teatro: Sarai chiamato Cristiano, ma per verità non sarai. Né qui finiscono le vostre disgrazie, o Cristiani di nome e non di fatti, perché a rimproverarvi s’uniscono i lamenti di Chiesa Santa, e le querele di Dio: Poveri voi, e che sarà di voi? Ecco le parole di Rut. al cap. primo, Ne vocetis me Noemi, sed vocate me Mara; lo, dice Santa Chiesa, quantunque sempre bella, e sempre santa, per la santità del Capo, che è Cristo, e per la santità di molte membra, che fono i Santi, i quali di continuo mi vivono in seno; ed è pur vero, che per la vita scorretta di tanti Cristiani, che col Battesimo in capo vivono indegnamente, non posso più chiamarmi bella, ma addolorata, ne vocetis me Noemi, sed vocate me Mara. Tempo già fu che le mie chiese eran rispettate, e sol vi si entrava per orare; ma ora non vi si sentono che cicaleggi, che novelle. Tempo già fu, che i miei Sacramenti eran rispettati; ma ora tal’uno si porta a questi con coscienza rea. Tempo già fu, che le mie Feste erano rispettate; ma ora le vedo profanate con giochi, con balli, con bagordi. Tempo già fu che nelle Feste non si poneva mano al lavoro, ora, e si lavora, e si vedon talora spalancate le botteghe ad ogni contratto. Tempo già fu, che i miei digiuni erano osservati; è giunta l’ora, che del tutto sono strapazzati; non si voglion vigilie, non si vuol Quaresima; e con mendicati pretesti strappan di mano de’ medici le licenze surretizie; Nolite, nolite vocare me Noemi, sed Mara. Questi sono i lamenti della santa Chiesa contro chi è Cristiano solo di nome, e non di fatti. Più terribili sono però le querele di Dio, uditele dalla bocca del suo Profeta: si inimicus meus maledixisset me, sustinuissem utique; se un Turco, allevato nel porcile della vile setta di Maometto, che altro paradiso non ha in cuore che il paradiso delle bestie, se questi, dico mi strapazzerà, avrà qualche ombra di scuse, da quelle tenebre d’ignoranza, nelle quali nacque. Se un Irochese mi vilipenderà sarà in qualche modo degno di qualche scusa perché nacque tra le selve, e fu allevato dalla madre, più da fiera, che da uomo; ma tu o Cristiano, tu vero homo unanimis, qui simul mecum dulces capiebas cibos dux meus, et notus meus; ma che tu m’offenda, o Cristiano, non lo posso tollerare; tu, che succhiasti col latte la vera Fede; tu, che avesti questa gran sorte; che tu poi ti sia scordato della tua nascita, ti sia dimenticato della tua dignità, e perciò ti sia dato ai piaceri, agli interessi, alle vendette indegne; e per soddisfare a queste, abbia voltate le spalle al Cielo, al Paradiso, alla mia grazia, a me. O questo sì, che non l’intendo. Io non posso capire, che qui nutriebantur in croceis, amplexati sunt stercora. E quel che è peggio, ed è purtroppo vero, tu in questo fango di peccati non vi sei caduto à caso, per tua malasorte; ma perché vi sei voluto cadere, non una, ma mille volte; e tra questo fango ti ci sei immerso per delizia, te lo sei stretto al seno per felicità, amplexatus es stercora; onde è, che da niuno meriti compassione, e perciò niuno ti ajuterà, quis miserebitur tui Jerusalem, quis contristabit pro te, quis ibit ad rogandum pro te … niuno, niuno, dice Geremia. O va’ pure misero Cristiano di nome, vedi, se ti torna conto vivere senza opere di Cristiano, mentre contro di te vien formato un processo sì terribile da’ Patriarchi, da’ Fedeli, dalla Chiesa, da Dio. Che rispondi? Taci, che a tua confusione sarai ripreso dalli stessi Gentili, che privi d’ogni lume di fede, che poveri d’ogni grazia di Sacramenti non però commisero delitti pari ai tuoi. Io, dirà uno Spurina; quantunque illustre di sangue, e vago di volto, perché mi accorsi d’esser ad altri d’inciampo, non guardai à deformarmi con più ferite il volto, ove restarono alte le cicatrici, volendo più tosto riuscir men vago, che men casto. E voi Cristiani, che rispondete? dice Sant’Ambrogio, che ne riferisce il fatto, converrà diciate, che con abiti pomposi, contanti affettati abbigliamenti altro non faceste, che dare alle anime incentivi più veementi d’iniquità. S’alzerà dalla tomba Anassagora, il quale quantunque nulla possedesse, salvo, che un piccolo podere paterno, se ne spogliò, per esser privo di questo ingombro, e però più spedito all’acquisto delle scienze umane. E voi Cristiani, che direte? Voi, che tutto l’affetto ponete nella robba. Voi, che ogni vostro studio mettete in acquistar di qua, scordati affatto d’acquistare per di là. Sorgeva dalle sue ceneri Torquato, il quale non avendo altro amore in terra, salvo quello verso del suo figlio, e figlio Console, lo volle morto, non per altro, se non per aver violata la militar disciplina, quantunque con esito prospero, felice, e vittorioso. Padri di famiglia, madri di famiglia, capi di casa, ma vuoti di cervello, quali rimproveri non sentirete voi da Torquato, merceché, con amor disordinatissimo amando i vostri discendenti, gli lasciate con la briglia sul collo, sicché si ricreino per ogni prato, per ogni via, per ogni casa, ne’ bagordi, nelle veglie, ne’ balli, ne’ teatri. Ecco Focione sì rinomato tra Greci, il quale vi fa sapere, come egli, quantunque avesse illustrato il suo nome con opere egregie, fosse condennato à morte per invidia de’ suoi maligni; Ad ogni modo, prima di bere il veleno, che doveva ucciderlo, ricercato da’ suoi amici presenti allo spettacolo qual fosse quel ricordo che egli per bocca loro volesse lasciare al figlio lontano, rispose tutto cuore, e intrepido: questo è il ricordo, che io gli lascio, e diteglielo, che si scordi delle ingiurie fatte a me suo padre, e a chi mi preparò su di questa tazza il veleno renda bene per male. Guardami in fronte, o Cristiano temerario, e a confronto di Focione inorridisci. Tu, che vorresti con i tuoi medesimi denti sbranare il cuor de’ tuoi nemici; né contento d’esser solo ad odiarlo, vuoi, che teco s’unisca il parentado, e gli amici, e che la tua nemicizia passi per eredità ne ‘ tuoi discendenti. O che rossore sentirsi rimproverar da barbari: Tu nato in grembo alla Religione, tu fra tanti oracoli di scritture, fra tante dottrine de’ Padri, fra tanti esempi de Santi, vivesti come barbaro? E noi ciechi à tanti lumi vivemmo con massime di Cristiano; a ragione esclama Cristo per San Matteo, Viri Ninivite surgent in Judicio cum generatione ista, condemnabunt eam. Lamentatevi pure, o mio Dio, che ne avete ragione; mentre quelli che doverebbero gloriarsi del bel nome di Cristiano, sono arrivati a segno, che se ne vergognano; Si vergognano si d’esser stimati Cristiani, che perciò s’arrossiscono di esser veduti lungamente genuflessi avanti gli Altari, ond’è che vi stanno con l’irriverenza d’un sol ginocchio piegato; peggio, con le spalle voltate al Santissimo; si vergognano d’esser veduti con l’officio, con la corona in mano, e perciò passano le ore nella Chiesa ciarlandovi. Si vergognano di frequentare i Santissimi Sacramenti, e perciò passano i mesi, per non dir gli anni, che non si prostrano a’ piedi d’un Confessore, e non si accostano à cibarsi del Pane degl’Angeli. Dio immortale, il turco non si vergogna a vivere da turco, l’eretico da eretico, il gentile da gentile, l’ebreo da ebreo, solo il Cristiano si vergogna di comparire da Cristiano. Non così fecero i Santi, che per comparir veri Cristiani diedero la vita. Lasciossi pure arrostir nella graticola un Lorenzo; tollerò pure un’Agata le mammelle recise; sopportò pure l’atrocità del ferro una Lucia, per apparir per quei Cristiani, che erano. Per tale pure volle comparire a costo di sangue svenato quella grande Eroina Santa Solangia, di cui ne narra l’Istoria il Padre Eschenio. Era questa una povera pastorella, priva bensì de beni di fortuna, ma tanto più ricca de’ doni della grazia, nata d’umili vignajoli nelle vicinanze di Berri d’Aquitania, ma di tal venustà, che difficilmente se ne poteva trovare una pari; più bella però era nell’anima, perché innocentissima, e ritirata da ogni ombra di vanità, devota oltremodo, ma specialmente verso la Madonna, a cui aveva consacrata la sua verginità. Guidava questa verginella un picciol branco di pecorelle, e allorché queste si pasturavano, ella, genuflessa sull’erba, s’immergeva nelle orazioni, e ben spesso s’udiva replicare Gesù Sposo mio, à voi consacro questo core. Una tanta luce di venustà e di virtù non poté star nascosta, e arrivò a notizia di Bernardo Conte di Berri, il quale fingendo di portarsi alla caccia, giunse al prato, ove la donzella, non molto lungi dalla sua gregge, genuflessa orava, e appena la vidde, che ne restò preso: scese prontamente da cavallo, salutolla cortesemente, e gli soggiunse, che ella non meritava sì vil mestiere; vi voglio contessa di Berri, vi voglio per mia sposa: dite, parlate. L’innocente donzella s’impallidì, si raccapricciò; indi con parole pesate, rispose: il mio Sposo è Gesù, maggior d’ogni re terreno. S’inasprì il Conte al rifiuto delle sue nozze, e la donzella si pose in fuga; seguilla il Conte, la prese, la gettò sul collo del cavallo; indi montato, dato di sprone, già la conduceva. Raccomandavasi in tanto a Dio la donzella; quando ecco, che nel passar d’un fiume, allorché il Conte pensieroso attendeva al guado, ella bramando più la verginità che la vita, si gettò nelle acque, e via guazzando si rimise in fuga; quand’ecco il perverso cavaliere infierito, disse: giacché non mi vuoi per consorte, m’avrai per carnefice: la raggiunte, e datogli un colpo sul collo, gli troncò la testa. Rimase in piedi quella verginella cosi decapitata, e prese in mano la tronca testa, e così la portò con egual prodigio di San Dionigi à depositarla nella Chiesa di San Martino, ove sepolta, fu glorificata da Dio con stupendi miracoli. Or questa sì, che volle comparir per Cristiana. Se bene, a che stancarmi per persuaderli a voler comparir per Cristiani; mentre nella mia udienza vi saranno di quelli che non solo non vogliono comparire per Cristiani, ma vogliono comparire a tanta forza per eretici, per Maomettani, per Ebrei, per Gentili; e di loro si può dire, fideliter credunt, gentiliter vivunt, perché vivono come se non vi fosse ne Inferno, né  Paradiso, né Giudizio, né  Anima, né  Dio; fideliter credunt, aggiungerò io, et Hebraice vivunt, perché sempre tra le usure, sempre con traffici illeciti, Fideliter credunt, et hebraice vivunt; si strapazzano le Chiese con enormi discorsi, si prendono sacrilegamente i Sacramenti, si vilipendono i Ministri dell’Altare, Fideliter credunt, et Maumetane vivunt, vivono da Turchi, con licenza brutale, senza guardare né  a sesso, né a condizione, né ad età. Passo avanti, e qui non mi fermo; e dico che Fideliter credunt, et diabolice vivunt, credono come Cristiani ed operano da diavoli. Piacesse al Cielo, che qui non vi fosse persona di tal sorte: quante volte avete distolto dal bene quel giovine; dissi poco, quante volte l’avete condotto al male; quante volte con perversi artifizi avete rovinata quell’anima. O Dio, Dio, che sarà di voi con un processo sì formidabile contro di voi. Le vostre scuse già le sento, non suffragano. Voi subito adducete ignoranza e fragilità; l’ignoranza non suffraga, perché à voi non son mancati predicatori evangelici, non libri, non padri spirituali; lo stesso Dio di continuo v’ha picchiato al cuore; se poi adducete fragilità, non nego che nella nostra creta, questa non vi sia, ma, perché non vi siete servito di ciò che poteva stabilirla, perché non siete stati lontani dalle occasioni, perché non avete frequentato i Sacramenti, perché non avete letto qualche buon libro? Siete voluti cadere a forza di volontà perversa; le vostre difese non valgono; onde non potete aspettarvi che sentenza di perdizione. Ricordatevi di quel che San Girolamo racconta di se stesso, che portato al Divino Giudizio, gli fu domandato chi era; rispose: Christianus sum, e sentì replicarsi, non è vero, Ciceronianus es; e per questo ne riportò percosse. Cristiani miei, allorché comparirete al Tribunal di Dio, e direte son Cristiano, no, sentirete rispondervi, perché non perdonaste le ingiurie; no, perché viveste tra tanti vizi; no, e così ne riceverete dannazione eterna.

LIMOSINA.
Chi è Cristiano, sa per fede, date et dabitur vobis, fate limosina, e non dubitate; e noi ci crediamo; appunto; si fanno limosine rarissime volte, quantunque la limosina sia di precetto in chi può farla, e non di consiglio. La vostra fede è morta, e non è viva.

SECONDA PARTE.

Quanti qui vedo, tutti siete bagnati d’acque battesimali, e perciò tutti Cristiani; e pure son costretto dire con quel nobile Cartaginese, allevato da giovine in Roma, allorché adulto vi tornò Ambasciatore per la sua patria; merceché trovando la virtù Romana decaduta dal suo antico decoro, esclamò, Romam video, sed mores Romanorum non video, vedo di nuovo Roma ma non vedo più i costumi de’ Romani; Christi fidem video, esclamo ancor io; sed mores Christianorum non video, trovo la fede di Cristo, ma non trovo la fede degli antichi Cristiani. Questi disprezzavano quanto era nel mondo di ricco, di specioso, di nobile, di dilettevole; e voi Cristiani d’oggidì, che fate tutto l’opposto, si vuole ogni contento, spassi, balli, ricchezze, e volete unire ancora alla Fede di Cristo le opere da demonio, che vale a dire sozzi piaceri, traffici illeciti; Christifidem video, sed mores Christianorum non video. – La fede, miei UU. ci fa Cristiani, ma le opere ci fanno buoni Cristiani. In Paradiso non ci vanno quelli che solamente sono Cristiani; ma bensì quelli che sono buoni Cristiani; è parola di Cristo, non omnis, qui dicit Domine Domine intrabit in Regnum Celorum, non entrerà in Paradiso, chi solamente invocherà il nome di Dio, sed qui fecerit voluntatem Patris mei; ma bensì chi farà la volontà di mio Padre, che vale a dire chi opera. O quanti sono quelli, che dicono molto, e nulla fanno; s’odono sempre le loro voci, ma non si vedono le loro opere; sciolgono la lingua, ma non le mani. A voi dunque, che avete la Fede di Cristo sol nella lingua, sol nella apparenza, e non nelle opere, predico la vostra perdizione, se non vi mutate; e ve la predico, come Tiburtio Senatore Romano profetizzò la dannazione di Torquato, quando rivolto a’ seguaci di Cristo disse loro: Voglia Dio, o Fedeli, che io non sia indovino: Torquato non morirà Cristiano; la sua fede è troppo discorde dalla sua vita; Egli è inimico delle astinenze, de’ digiuni, invece del Vangelo legge libri profani e dannosi, tutto è dedito al gioco, alle disonestà: Insomma, o fedeli; non vorrei essere indovino: Torquato non morirà Cristiano, perché la sua vita troppo discorda dalla sua fede; e infatti così fu, perché Torquato senza aspettare la violenza de’ tormenti, spontaneamente rinnegò Cristo; sicché, cacciato dalla comunione de’ Fedeli, morì apostata nelle braccia de’ demonj. – Voglia Dio, miei UU. che io non sia indovino di quanti qui siete, molti non moriranno nelle braccia di Cristo, ma si danneranno perché la loro vita è troppo discorde dalla fede che professano. Non morirà nelle braccia di Dio quella donna, che ad altro non attende che ad abbellire il corpo con ornamenti, ed ad imbrattar l’anima con vizj, che comporta, e lascia star la figlia con gli amanti, ma perirà tra i  demonj, se non si ravvede per tempo, e questo tempo non è nelle mani sue, ma in quelle di Dio, seco adirato; quanto dunque può temere di non averlo, se indugia; Perirà tra le braccia di Satanasso quell’uomo, che sta attaccato a quella mala pratica; perirà quel disonesto, quell’interessato, quel vendicativo, quello irreverente nelle Chiese, quel sacrilego, se non corrono ai piedi del Confessore con un vero pentimento, con un vero dolore. Perirà insomma ognuno, che avverrà i costumi simili a Torquato, perché simili nel vivere, simili altresì gli faranno in morte. Disingannatevi miei UU. Confessar Cristo con le parole, e poi negarlo con i fatti, è un mettersi nel numero infelicissimo di quelli che confitentur senosse Deum, factis autem negant; ed intendetela con San Gregorio, chi in Dio veramente crede, quello, che opera secondo quello che crede, ille solùm veraciter credit, qui exercet operando, quod credit.

QUARESIMALE (III)

VIVA CRISTO RE (18)

CRISTO-RE (18)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XXII

CRISTO, RE DELLA DONNA

All’inizio del quinto secolo dopo la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, Roma stava attraversando giorni luttuosi: dopo essere stata devastata dalle migrazioni di vari popoli, le truppe di Alarico avevano infine depredato la città, un tempo potente, lasciandola nella miseria dei mendicanti. I nobili pagani rimproverarono aspramente i Cristiani. “Voi siete la causa di tutto questo”, dicevano. “Noi? -, disse Sant’Agostino nel suo libro De civitate Dei, “noi, per aver abbattuto gli idoli? Al contrario: è perché ci sono ancora troppi idoli, perché voi credete ancora in essi. Per questo ci è capitata la disgrazia”. – Anche il mondo moderno scricchiola: è perché siamo Cristiani? Al contrario: perché non lo siamo, perché non seguiamo abbastanza Cristo. L’umanità, la società, la famiglia moderna hanno ancora troppi idoli. L’idolatria continua intorno a noi, abbiamo criteri pagani, abbiamo un concetto di vita completamente pagano, idolatriamo i piaceri, alla maniera dei gentili; per questo il mondo sta crollando. Abbiamo già visto nei capitoli precedenti dove andrà a finire l’umanità se si separerà da Cristo. Ora arriviamo ad un argomento nuovo e molto importante. Tratteremo la grande questione della donna, con questo titolo: Cristo, re della donna. – La “questione della donna” è senza dubbio uno dei problemi più banali del nostro tempo: il medico, il politico, il sociologo, il teatro, la letteratura parlano della donna; anche il Sacerdote deve parlare della donna. Esaminiamo il concetto di Gesù Cristo e della sua Chiesa nei confronti della donna. Vorrei chiarire due punti: I. A che punto è arrivata la donna con Cristo e II. Cosa ne sarebbe della donna senza Cristo.

I

Che cosa deve la donna a Cristo? Basta guardare la sua sorte prima che il Verbo si facesse carne: che vita umiliante aveva persino nella colta società greca! È noto che la maggior parte degli abitanti della Grecia era costituita da schiavi. Poiché agli schiavi era generalmente vietato sposarsi, ciò significava che la maggior parte delle giovani greche non poteva sposarsi. Pertanto, ciò che le aspettava era uno spaventoso degrado morale. E se una schiava si sposava, il suo matrimonio poteva essere sciolto a piacimento del padrone. La condizione delle donne delle classi superiori non era migliore. Il giovane greco era arricchito da tutta la cultura spirituale del suo tempo, mentre le ragazze sapevano solo ballare e cantare. Data questa grande differenza spirituale, non era possibile per l’uomo e la donna avere un rapporto ed un’unione perfetta, quella completa armonia senza la quale non è possibile una vita coniugale felice. Non è possibile una convivenza coniugale felice. Soprattutto se consideriamo che non è stato il giovane a scegliere la moglie, ma il padre. – E la situazione della donna nel matrimonio? Aveva un alloggio separato in casa e non poteva lasciare la dipendenza dalle donne, se non per le pratiche religiose; c’erano guardie speciali perché la donna non potesse mai uscire di casa. Quando il marito voleva divorziare, era libero dalla moglie. La moglie non poteva stipulare contratti d’affari, non poteva comprare, non poteva servire come testimone. Quando rimaneva vedova, il figlio maggiore era il suo tutore. Trovava almeno la sua gioia nei figli? Nemmeno in loro. Il padre aveva il diritto di decidere, il quinto giorno dopo la nascita del bambino, se voleva accettarlo o se preferiva mandarlo via a morire di fame. E quando il bambino era malato o il neonato era una femmina, non era difficile per il padre prendere una decisione in merito. Oggi è più difficile per la casalinga scegliere quale gattino tenere tra quelli appena nati. È spaventoso, ma è così che era. La donna greca non aveva dignità, non aveva libertà, non era amata e veniva privata di ogni tipo di diritto. Che il popolo greco, all’apice della sua cultura, sia rimasto indietro in termini di umanità e di elevazione morale, non lo attribuiamo al popolo stesso, ma alla meschinità umana, che vacilla nelle tenebre se non è illuminata dalla luce di Cristo. – E se questa era la sorte delle donne presso i popoli più civilizzati dell’antichità, cosa possiamo aspettarci dai popoli barbari? Possiamo meravigliarci che gli uomini si comprassero le mogli a vicenda e che il padre vendesse la figlia al pretendente? Che fosse in voga la poligamia? Che tutto il peso del lavoro fosse scaricato sulle donne? Buia, molto buia era la notte della donna prima di Cristo! E questa notte buia viene improvvisamente illuminata dalla debole luce della stella di Betlemme. Cristo sta arrivando; gioite, tutti voi oppressi, tutti voi peccatori, i poveri, i bambini, le donne…; gioite! Che cosa deve la donna a Cristo? In primo luogo, che l’uomo si sia degnato di parlarle come ad una persona di pari livello. Questa proposta non deve sorprendere nessuno. Agli scribi e ai dottori giudei era vietato parlare con una donna, anche se era loro sorella. Nostro Signore Gesù Cristo ha infranto questa regola umiliante. Cosa ci dice la Sacra Scrittura nel descrivere la scena in cui Gesù Cristo parla con la Samaritana? Quando i discepoli tornano dalla città e trovano il Signore che parla con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, la Sacra Scrittura dice: “I suoi discepoli si stupirono che egli parlasse con quella donna” (Gv IV, 27). Ma il Signore non ne fu turbato e questo fu un passo decisivo a favore della valorizzazione e dell’emancipazione della donna. Ci sono, inoltre, le bellissime parabole del Signore, in cui ricorda così spesso in tono affettuoso i dolori, le sofferenze e le fatiche della donna. Socrate, il grande saggio, quando iniziava a parlare di filosofia, faceva uscire le donne dalla stanza, perché non disturbassero la saggezza degli uomini; invece Cristo, la luce del mondo, salutava con gentilezza le donne del suo pubblico. Cristo, la luce del mondo, ha salutato con benevolenza le donne del suo pubblico, le madri, dando così l’impressione che anche loro hanno un’anima immortale di valore pari a quella degli uomini. Cristo è davvero il Re delle donne. E devo ricordare altre azioni del Signore, e devo sottolineare ancora di più il cuore amorevole di Cristo? Guardiamolo, allora, quando risuscita il figlio della povera vedova di Naim; quale compassione deve aver provato per quella madre piangente! Guardiamolo quando, sotto il fuoco degli sguardi scandalizzati dei farisei, parla amorevolmente alla Maddalena pentita, così vergognosa delle sue colpe; quale compassione deve aver provato per lei! Ascoltiamo come confonde l’orgoglio dei farisei mentre trascinano la donna peccatrice in piedi per essere lapidata; con quale amore perdonante le parla! E guardiamolo quando, portando la croce e coperto di sangue, nel momento in cui avrebbe avuto più bisogno di conforto, dimentica se stesso e consola le donne che piangono. Oh, dobbiamo ancora insistere su ciò che le donne devono a Cristo, che le scelse, quelle che erano andate a visitarlo al sepolcro, per essere le prime a sapere che era risorto e per portare tale lieta novella agli Apostoli? – E come Cristo ha rispettato le donne, così ha fatto la Chiesa, il Cristo mistico che continua a vivere in mezzo a noi. È impossibile enumerare la ricchezza delle benedizioni che scaturiscono dall’atteggiamento della Chiesa nei confronti delle donne. Già nei primi secoli del Cristianesimo la Chiesa si servì delle donne, che Dio aveva dotato di qualità meravigliose, per esercitare ovunque la carità cristiana in tutte le sue manifestazioni; inoltre, nel Medioevo permise loro di entrare nelle accademie. Pertanto, l’educazione spirituale, l’istruzione e l’elevazione delle donne non è un’opera dei tempi nuovi, ma del Medioevo cattolico, al quale viene dato l’ironico appellativo di “oscuro”. Abbiamo dati che lo dimostrano. Ne abbiamo la prova da quanto Rousseau scriveva a D’Alembert e gli diceva che le donne non possono avere né talento né senso dell’arte; quando Kant proclamava ai quattro venti che a una donna basta sapere che al mondo ci sono altri universi e altre bellezze oltre a lei; già allora, e anche molto prima, nel XII secolo, la Chiesa aveva promosso le donne a cattedre nelle Università di Salerno, Bologna e Padova. – È stato Gesù Cristo a mostrare per primo la bellezza dell’anima femminile, ed è grazie a Cristo che la donna è diventata ciò che è oggi: una compagna dell’uomo, una consorte di pari grado con lui. Solo il Cristianesimo ha riconosciuto come nessun altro la bellezza dell’anima femminile – la Vergine Maria ne è il massimo esempio – e le straordinarie qualità di cui Dio le ha dotate: grande cuore, tenerezza, bellezza, capacità di dedizione e di sacrificio, delicatezza d’animo, fine sensibilità per la cura delle persone, soprattutto dei più piccoli e dei più deboli, ecc.

II

Ma a questo punto del nostro ragionamento ci viene in mente un’altra importante domanda: questo altissimo concetto di donna vive nella coscienza dell’uomo moderno, e soprattutto nella coscienza della donna stessa? Ed è con dolore che notiamo che l’alto concetto cristiano, spesso per colpa delle donne stesse, sta perdendo sempre più il suo contenuto e suona sempre più come una frase vuota di giorno in giorno. Un filosofo disse una volta che una frase altisonante è come una nocciola svuotata; cioè è un guscio senza nocciolo, un nido senza uccello, un guscio di lumaca, una casa senza abitante. Con dolore dobbiamo constatare che anche l’ideale di “donna” rischia di non essere altro che una di queste frasi vuote. Nel mondo cristiano la donna significava qualcosa di sublime; oggi ha perso molto del suo antico significato e del suo pieno contenuto. Sono in voga tre concezioni della donna: una è fondamentalmente umiliante; l’altra, superficiale; la terza è la concezione seria, cristiana. La prima – la più umiliante – è la concezione che ancora rimane dell’antico mondo pagano. Voglio solo citare un esempio molto tipico. Lo Scià di Persia si recava spesso a Karlsbad, per godere delle magnifiche terme, ed era ovvio che, all’arrivo, le sue numerosissime mogli venissero portate in auto chiuse dalla stazione all’albergo, vi rimanessero chiuse per tutto il tempo e, al momento della partenza, venissero nuovamente portate in auto chiuse alla stazione. Una vita per le donne peggiore di quella dei segugi. A cosa arriverà la donna senza Cristo! Perché una concezione così vergognosa della donna non è purtroppo un’esclusiva dello Scià di Persia o degli sceicchi musulmani. Molti uomini, che si definiscono moderni, vedono nella donna nient’altro che un oggetto di piacere, una deliziosa bambola da intrattenimento; qualcosa da usare e da buttare, come è evidente dal gran numero di madri nubili nella società, vilmente ingannate da uomini che dicevano di amarle; o è evidente dal gran numero di divorzi che hanno luogo, in cui l’uomo spesso ripudia la moglie perché ha perso l’attrattiva che aveva da giovane. – Qual è il criterio del Cristianesimo in questa materia? Esaminiamolo con attenzione; vediamo cosa contiene l’Antico Testamento riguardo all’uomo e alla donna. Dopo la caduta dei nostri primi genitori, abbiamo sentito le parole del Signore: “Poiché hai obbedito alla voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo proibito di mangiare, sia maledetto il suolo per causa tua: con grande fatica ne trarrai cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te…. Mangerai il pane con il sudore della tua fronte, finché non ritornerai al suolo… perché polvere sei e in polvere ritornerai” (Genesi III, 17-19). Questa è la missione dell’uomo, secondo il comando di Dio. Noi uomini dobbiamo scavare la terra, lavorare duramente. Scaviamo il ferro e il carbone dal fondo delle miniere; gestiamo la vita industriale e di fabbrica; seminiamo e raccogliamo il raccolto; estraiamo la pietra e costruiamo le case; costruiamo ponti sui fiumi potenti, perforiamo le rocce per formare gallerie, scaviamo la terra per fare il canale…. Vedete qui: secondo la volontà di Dio, l’uomo è l’operaio del mondo. E la donna? Ascoltiamo le parole del Signore: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli farò un aiuto adatto” (Gen, III-18). E Dio creò la prima donna, ricavandola dalla costola dell’uomo. E l’Eterno continua, dopo la caduta: “Farò in modo che le tue fatiche siano tante quante sono le tue gravidanze: partorirai figli con dolore. Sarai attratta da tuo marito ed egli dominerà su di te” (Gen. III, 16). Questa, ovviamente, non era la volontà di Dio; questi sono i frutti del peccato, cioè dell’egoismo. Che cosa dobbiamo pensare della donna? Dobbiamo chiederlo a Colui che l’ha creata. “Le darò un aiuto adeguato”. La donna, dunque, è l’aiuto e la compagna dell’uomo. Come può aiutare l’uomo? Soprattutto utilizzando le qualità che Dio le ha dato per svolgere determinati compiti, attraverso la sua funzione di madre e di educatrice dei figli. È responsabile soprattutto della cura della casa, della cura dei bambini, della cura dei malati. Il lavoro duro è compito dell’uomo; per la donna è soprattutto la cura dei figli e i lavori domestici. Può dunque esserci uguaglianza tra uomini e donne? Sì; davanti a Dio, la donna e l’uomo sono completamente uguali in dignità: entrambi hanno un’unica anima e un unico fine eterno, ricevono gli stessi Sacramenti, anche se in parte hanno qualità diverse. – L’uguaglianza non consiste nel fatto che la donna cerchi di imitare in tutto ciò che fa l’uomo. No, no, questa non è l’uguaglianza voluta da Dio! Come faccio a saperlo? Lo so perché Dio è il Dio dell’ordine; e non ci sarà ordine finché non ne comanderà uno solo. Non ci possono essere due teste in casa. Pertanto, la donna – non per merito suo, ma per volontà di Dio – è l’aiutante dell’uomo e, in quanto tale, è al secondo posto nell’ordine sociale. L’Antico Testamento ci insegna questo. –  E cosa ci dice il Nuovo Testamento? Innanzitutto, insegna che la donna ha la stessa dignità umana dell’uomo. “Perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. E non c’è più distinzione tra Giudeo e Greco, tra libero e schiavo, tra maschio e femmina. Perché “… tutti voi siete uno in Gesù Cristo” (Gal. III, 27-28). Ma lo stesso SAN PAOLO sottolinea in un altro passo il primato dell’uomo: “Cristo è il capo di ogni uomo, come l’uomo è il capo della donna” (Cor XI, 3). “Non permetto alla donna di essere maestra nella Chiesa, né di prendere autorità sul marito, ma di tacere, poiché prima fu formato Adamo e poi Eva” (I Timoteo, II, 12-13). E per essere più convinti di questo, basta contemplare la vita della Santa Famiglia di Nazareth. Umanamente parlando, chi doveva essere il primo? Cristo, poi la Vergine Maria e infine San Giuseppe. Eppure, vediamo che il primo era San Giuseppe; la Vergine Maria, il secondo; Gesù Cristo, il terzo. Un esempio sublime di vita familiare ben ordinata! Si può parlare più chiaramente? L’uomo è il capo; e non è forse il capo a guidare? La donna… è l’aiutante. Così è scritto. E se un movimento di protesta vuole trasformarsi in un’autorità per governare quello che dovrebbe essere un aiuto, anche se questo si chiama emancipazione della donna, non è conforme al piano di Dio Creatore. Una donna può lavorare fuori casa, se vuole o se ne ha bisogno a causa del basso reddito della famiglia, ma non è il suo compito principale, che è in casa.

* * *

Non molto tempo fa, un giornale francese si è interrogato sul seguente fenomeno: perché nelle carceri ci sono più uomini che donne? E come soluzione il pubblico ha dato la seguente risposta: “Ci sono più uomini che donne nelle carceri, perché ci sono più donne che uomini nelle Chiese”. E se continuiamo a chiedere: perché ci sono più donne che uomini nelle Chiese? Perché Dio le ha dotate di una maggiore sensibilità per lo spirituale. Ecco perché le donne si danneggiano se rinunciano alla loro religiosità: senza Cristo, le donne diventano schiave degli uomini, completamente soggette ai loro capricci! È una terribile disgrazia perdere la fede; ma per nessuno tanto quanto per una donna. Se l’irreligiosità si vendica su qualcuno, è innanzitutto sulla donna. Perché a Cristo deve la sua dignità, la sua vera emancipazione, la sua libertà. – Povere donne, voi che ingoiate le ideologie alla moda, pensate un po’: che ne sarà di voi se queste teorie trionfano! Che ne sarà di voi se trionfa la completa uguaglianza dei diritti, se trionfa il matrimonio contratto per un certo periodo di tempo, se trionfa lo scioglimento del matrimonio! Esaminate un po’ cosa succederà. La donna che non ha fede, che non ha Religione, che non ha Cristo come suo Re, sarà soggetta alla tirannia della moda, dei suoi capricci, della sua frivolezza, della sua vanità, della sua malizia? D’altra parte, quanto è grande la donna quando è immersa nella grazia di Gesù Cristo! Pensiamo a Santa Giovanna d’Arco, a Santa Teresa di Lisieux, a Santa Teresa di Gesù?