VIVA CRISTO RE (21)

CRISTO-RE (21)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XXVI

AVE, REX!

In quest’ultimo capitolo vorrei presentare l’immagine di “Cristo Re” come in un quadro generale. Vorrei dipingere l’immagine divina e offrirla come promemoria ai miei lettori, che potrebbero dover combattere dure battaglie nella loro vita. Perché noi Cristiani non possiamo essere deboli. Se gran parte della società dimentica completamente Cristo, dobbiamo rimanere fedeli, dobbiamo mantenere la parola data al nostro Re. Guardiamo a Lui, dunque, ancora una volta, perché da questo dipende la nostra vita. Signore, cosa pensavano di Te gli uomini durante la tua vita terrena? Signore, cosa hanno pensato di Te gli uomini durante i due millenni di storia cristiana? Signore, cosa penso io di Te? Queste sono le tre domande su cui dobbiamo meditare.

I

Se studiamo i Vangeli, vedremo, non senza stupore, che le opinioni degli uomini su Cristo erano già divise durante la vita mortale del Salvatore. Egli ha sempre avuto amici e nemici; molti ammiravano le sue parole e le sue azioni; alcuni lo seguivano con entusiasmo; altri si spingevano a dire che: Egli opera “agli ordini di satana”, che “seduce il popolo”. Quale può essere la causa di queste opinioni antagoniste? Nella persona di Gesù Cristo c’erano contrasti, in lui si univano tratti straordinari; forse per questo le opinioni sulla sua figura erano così diverse. Conosciamo già il segreto del mistero; sappiamo già che Gesù Cristo era Dio e anche uomo; lo confermano i contrasti altrimenti incomprensibili che si intrecciano nella sua vita. Ma i suoi contemporanei non lo sapevano come noi, anche se dovevano scoprirlo, perché non mancavano i mezzi per farlo. Vedevano ad ogni passo che la vita di Gesù Cristo era piena di contrasti ammirevoli. Ne citerò solo alcuni…. – Quando nasce, è così povero che nemmeno la mangiatoia in cui giace è sua. Ma, d’altra parte, una stella luminosa brilla sopra di Lui e porta i Magi ad adorarlo. È nascosto in una stalla, nessuno sa di Lui. D’altra parte, un coro di Angeli scende dal cielo e canta il Gloria al Bambino sconosciuto. Egli riesce a malapena a muovere le sue manine, tanto meno a fare del male con esse, eppure lo cercano per metterlo a morte. Ma gli Angeli lo proteggono nella sua fuga. Chi sarà mai questo Cristo, forse un semplice uomo? C’è di più: Non è andato a scuola, eppure a dodici anni insegna agli anziani del villaggio, che si stupiscono della sua saggezza. È sempre stato un figlio obbediente, eppure rimane nel tempio senza permesso; e quando i suoi genitori lo trovano, dice loro che doveva stare nella casa di suo Padre. Chi può capirlo, chi può essere questo bambino? Vive nascosto per trent’anni, pochi lo conoscono e quando inizia ad insegnare, gli bastano tre anni per provocare un tale movimento spirituale che né prima né dopo di Lui la storia ha registrato un altro simile. San Giovanni Battista predica il perdono e battezza nel deserto. Cristo va da lui e si fa battezzare, come gli altri peccatori. Ma nello stesso momento si aprono i cieli e si ode la parola del Padre celeste: “Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt III,17). Chi capisce queste cose? È povero, non ha nulla, non ha dove posare il capo. Eppure dice a ciascuno dei suoi apostoli: Lasciate tutto per me; abbandonate la vostra casa, vostro padre, i vostri fratelli, tutto ciò che possedete… per me. E gli uomini eseguono il suo comando senza esitare, solo per amore suo. I malati sono guariti quando sentono il tocco della Sua mano. La persona su cui posa il suo sguardo si riveste di luce. Comanda al mare agitato e questo, come un cane sottomesso, obbedisce immediatamente e si calma. Fa sentire la sua voce davanti a una tomba, e il sangue coagulato comincia a circolare e il cuore morto a battere. Trema sul Monte degli Ulivi, ma poi, con una sola parola, fa crollare a terra un intero gruppo di soldati. Muore abbandonato, deriso, e nello stesso momento il centurione pagano esclama: “Veramente questo era il Figlio di Dio” (Mt XXVII, 54). Lo mettono in un sepolcro, lo chiudono; ma il sepolcro non può contenerlo…. Lo riporta in vita. Avete mai visto un uomo simile? Ma ditemi: era una vita umana? No. Come il cielo si eleva al di sopra della terra, così la vita di Cristo supera i limiti di una semplice vita umana.

II

E se le opinioni degli uomini su Cristo erano già divergenti a quel tempo, lo stesso vale nel corso dei due millenni cristiani. Da quando la croce di Cristo è stata innalzata sulle cime del Golgota, essa si è posta come un gigantesco punto interrogativo davanti agli occhi degli uomini. Quel Cristo dalle mani trafitte ha scosso l’asse della terra dai suoi cardini, e da allora non c’è nome che risuoni nel mondo intero quanto il santo Nome di Gesù Cristo. Soffermiamoci su questo Nome mirabile: Gesù Cristo. Un Nome composto da due parole di una lingua che non si parla più. Eppure non c’è parola più conosciuta e più amata. Un fenomeno prodigioso: di Cristo non si può fare a meno; pro o contro di Lui, tutti gli uomini devono prendere posizione per Lui. Ha sempre avuto amici. Cristo è una calamita prodigiosa che attrae prodigiosamente. Egli è il centro della storia, tutto ruota intorno a Lui. I re egizi costruirono grandi piramidi I re egizi costruirono grandi piramidi; gli antichi monarchi eressero enormi edifici, e i loro nomi oggi sono solo ricordi, e le loro opere giacciono in rovina; ma Gesù Cristo rimane un segno di contraddizione. Quanti grandi uomini ci sono stati! Uomini potenti che hanno governato grandi imperi; e chi li ricorda? Quanti saggi ci sono stati! Ma poi ne sono venuti altri che li hanno superati. Di Lui solo, il Figlio dell’umile falegname, tutto il mondo parla ancora oggi, ed è l’unico che non è stato superato. – È il centro dell’universo. Non solo fa parte della storia, ma senza di Lui la storia stessa non ha senso. Con Lui gli anni cominciano ad essere contati, perché ha cambiato il mondo. Tutto passa, tutto finisce in delusioni, disillusioni, tutto invecchia…; ma la parola di Cristo non passa di moda, la figura di Cristo continua ad affascinare le anime. Nessuno odia un personaggio che non esiste più. Ma Cristo continua a suscitare nemici. Duemila anni dopo la sua morte è ancora presente; è ancora odiato e ancora amato. Non è solo uomo. Per quanto grande, buono, nobile o cattivo possa essere un uomo, poche settimane, mesi o anni dopo la sua morte, chi lo ama o lo odia ancora? Chi odia oggi l’imperatore Nerone, che ha fatto scorrere tanto sangue? Chi odia il Khan Batu, che ha invaso l’Ungheria e l’ha devastata? Chi odia ancora il sultano Solimano? Eppure sono tutti vissuti più tardi di Cristo. Non importa. Sono morti, e questa è la fine dell’odio. Oppure: chi ama ancora gli uomini più eccelsi? Aristotele, Platone, gli eroi nazionali: chi li ama ancora? Sono morti. Rendiamo omaggio alla loro memoria, ma li amiamo? Cristo è amato e odiato anche oggi. Non sentiamo forse bestemmie terribili contro Cristo? Non vediamo a volte gli occhi di un demonio riempirsi di sangue quando sente parlare di Cristo o del Cristianesimo? Non è evidente come la nostra Religione, la Religione di Cristo, sia perseguitata? Non è forse un odio satanico contro Cristo, un odio che si fa beffe della sua dottrina e vuole sterminare il suo amore nelle anime, che ribolle in migliaia e migliaia di libri, di conferenze, di giornali? Non è forse un odio contro Cristo la manifesta frivolezza moderna e pagana? Non conosciamo i misteri dell’odio che riempiono le logge massoniche? Colui che viene odiato con tale intensità anche dopo duemila anni, non è solo l’uomo. Quanti cosiddetti messia sono apparsi per cercare di allontanare Cristo dalle anime! Ma senza successo, non ci sono riusciti. Quante volte si è detto: il Cristianesimo ha cessato di esistere, la dottrina di Cristo non è più seguita… E in poco tempo la Chiesa si rinnova e torna a splendere con nuovi frutti. Cristo ha sempre avuto nemici… che non potevano prevalere contro di Lui. Cristo è sempre stato l’ideale adorabile degli uomini di ogni epoca. Grazie a Lui abbiamo conosciuto il valore di un’anima, perché ha dato se stesso per salvarla. Grazie a Cristo sappiamo di essere chiamati alla vita eterna. Se potessimo raggruppare nella nostra immaginazione tutti i discepoli di Cristo che sono esistiti in questi duemila anni di Cristianesimo e metterli in processione, che immensa processione formerebbero! Quanti bambini, giovani, fanciulle, santi, peccatori pentiti…! Gesù Cristo continua a sfidare le persone. Nessuno può rimanere indifferente a Lui. Da quando Nostro Signore Gesù Cristo è apparso sulla terra, l’umanità si è divisa in due campi. Ci sono uomini che, all’udire il Santo Nome di Gesù, chinano il capo e si inginocchiano; ci sono altri che lo rifiutano. Questo lo vedo facilmente. Ci sono uomini che, passando accanto a me, ministro di Cristo, mi salutano con rispetto: “Lode a Gesù Cristo”. Salutano me? No, non mi conoscono, salutano Cristo. E ci sono altri che, passando accanto a me, sputano con disgusto per terra. È me che odiano? No, nemmeno loro mi conoscono, odiano Cristo. Ci sono quelli che dicono che Cristo è il più grande ideale che si possa concepire; ci sono quelli che dicono: “Che me ne importa di questo Gesù, che cosa ho a che fare con Lui? Ci sono milioni di uomini che si preoccupano di Lui con un amore mai eguagliato; ci sono anche milioni di uomini che lo odiano. È un fatto strano e sorprendente, degno di essere meditato. – Anche Cristo è amato. Quanti sono coloro che ogni giorno gli dicono dal profondo del cuore: “Gesù mio, ti amo”. E quanti sono i giovani che danno la vita per Lui, lasciando tutto? Colui che, duemila anni dopo la sua morte, è ancora amato con tale fervore, non può essere solo un uomo.

III

E così arriviamo alla terza domanda, la più decisiva, la più importante: che cos’è Cristo per me? Perché la cosa più importante per me non è sapere cosa gli altri uomini hanno pensato di Cristo, ma la risposta a questa domanda: cosa penso io di Cristo? Chi è Cristo per me? Rispondo con tre parole: 1° è il mio Signore; 2° è il mio Re; 3° è il mio Dio. – Il mio Signore! Dobbiamo acconsentire e cercare di lasciare che Cristo prenda possesso della nostra anima. Gesù cercò i suoi discepoli un giorno sul lago di Gennesaret, tra gli esattori delle tasse e sulle barche da pesca. Oggi li cerca in altri luoghi: nell’officina, nella scuola, nell’ufficio, nella fabbrica, nella cucina, nelle aule. Non c’è capanna, per quanto umile, non c’è palazzo in cui Gesù non cerchi discepoli, giovani e fanciulle, uomini e donne, vecchi e bambini. TUTTI SIAMO VOLUTI… per essere suoi discepoli. Quale dovrebbe essere la mia risposta? Mio Signore! Mio Maestro! Eccomi, sono tuo! Fai di me quello che vuoi. Quando sono appesantito dalla pesante croce della vita, so pronunciare con fervore queste parole: Dolce Gesù, è per il tuo amore! Quando la tentazione mi invita a peccare, so pronunciare con decisione incrollabile queste parole: “Mio Gesù, no, non voglio peccare; resisto per amor tuo! Quando faccio fatica a fare il mio dovere, sono in grado di dire: “Gesù mio, lo faccio per Te”? So come dirlo, lo dico? Allora Lui è il mio Signore. – Cristo è anche il mio Re. Egli ha già un regno quaggiù, il regno delle anime. Ovunque ci sia un uomo che aspiri alla santità, che lotta contro il peccato; ovunque ci sia un uomo che dimentica se stesso ed esercita la carità…, lì Cristo ha il suo regno, lì è il Re. – Cristo è anche il mio Dio. È il mio Dio, che adoro. Cerco di immaginare la sacratissima umanità di Cristo. Bacio con fervore le sue ferite, che sanguinano per me. Guardo con gratitudine la sua fronte cinta da una corona di spine… Voglio riparare in qualche modo a ciò che gli ho fatto. Questo deve essere Cristo per me. Il battito del mio cuore deve stare al passo con il suo; i suoi desideri devono essere i miei desideri; devo amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Arrendersi in modo assoluto. Adorazione. Egli è il mio Dio. Cristo è il mio Dio e il mio tutto, lo credo fermamente! Che Cristo non mi rimproveri per ciò che è scritto nella cattedrale di Lubecca:

“Voi mi chiamate Maestro – eppure non mi chiedete.

“Mi chiamate luce – eppure non mi vedete.

“Mi chiamate verità – e non mi credete.

“Mi chiamate via – e non andate per questa via.

“Mi chiamate vita e non mi desiderate.

“Dite che sono saggio e non mi seguite.

“Dite che sono bello e non mi amate.

“Dite che sono ricco – e non mi chiedete.

“Dite che sono eterno e non mi cercate.

“Dite che sono misericordioso – e non vi fidate di me.

“Dite che sono nobile – e non mi servite.

“Dite che sono onnipotente e non mi onorate.

“Dite che sono giusto – e non mi temete”.

Che cos’è dunque Cristo per me? Una persona viva; una vita che continua, in cui vivo, che è in me; una vita che mi accompagna; una vita da cui non posso liberarmi. Non posso, né voglio. Egli tende le sue braccia, è con me giorno e notte; quando lavoro, mi aiuta; quando piango, piange con me. Cristo, Tu sei il mio Signore, Cristo, Tu sei il mio Re, Cristo, Tu sei il mio Dio! – Tu, mio dolce Gesù, mi hai sostenuto nelle battaglie della mia giovinezza, hai perdonato i miei peccati, mi hai nutrito con il tuo sacrosanto Corpo? Grazie, mio Dio.

“Ave, Rex!” Ave, Re divino, Nostro Signore Gesù Cristo!

[Lettera Enciclica “Quas primas” di S. S. Pio XI]

Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell’Orbe cattolico — mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano — ricordiamo d’aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore. – Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di Cristo nel Regno di Cristo, così annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo — diciamo — poiché Ci sembrava che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore. – Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento tal quale s’intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s’affrettavano a riprendere le vie dell’obbedienza.

L’Anno Santo e il Regno di Cristo

E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l’onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore? – Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colpì la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle più lontane isole dell’Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re. E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero da ogni parte della terra nella città santa, sotto la guida dei loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente e per il futuro? – E questo Regno di Cristo sembrò quasi pervaso di nuova luce allorquando Noi, provata l’eroica virtù di sei Confessori e Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual conforto provammo nell’animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclamò: Tu Rex gloriæ, Christe!  – Poiché, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l’odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno. – Inoltre, ricorrendo, durante l’Anno Giubilare, il sedicesimo secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che l’avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo commemorammo nella Basilica Vaticana tanto più volentieri in quanto quel Sacro Sinodo definì e propose come dogma la consustanzialità dell’Unigenito col Padre, e nello stesso tempo, inserendo nel simbolo la formula «il regno del quale non avrà mai fine», proclamò la dignità regale di Cristo. – Avendo, dunque, quest’Anno Santo concorso non in uno ma in più modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se, assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente, chiuderemo questo stesso Anno coll’introdurre nella sacra Liturgia una festa speciale di Gesù Cristo Re. – Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ciò che Noi diremo intorno al culto di Gesù Cristo Re, all’intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che da questa annua solennità ne derivino sempre copiosi frutti.

Gesù Cristo è Re

Gesù Cristo Re delle menti, delle volontà e dei cuori

Da gran tempo si è usato comunemente di chiamare Cristo con l’appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovreminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché Egli è Verità ed è necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verità; similmente nelle volontà degli uomini, sia perché in Lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto Re dei cuori per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana (Supereminentem scientiæ caritatem) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo. Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l’onore e il regno, perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.

La Regalità di Cristo nei libri dell’Antico Testamento.

E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo è Re ? Egli invero è chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe,, eche dal Padre è costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che riceverà le genti in eredità e avrà in possesso i confini della terra. Il salmo nuziale, col quale sotto l’immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d’Israele, ha queste parole: «II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine è il tuo scettro reale». – E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare più chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sarà senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: «Fiorirà ai suoi giorni la Giustizia e somma pace… Dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino alla estremità della terra». A questa testimonianza si aggiungono in modo più ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: «Ci è nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo». E gli altri Profeti non discordano da Isaia: così Geremia, quando predice che nascerà dalla stirpe di Davide il “Rampollo giusto” che qual figlio di Davide «regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra»; così Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che «non sarà mai in eterno distrutto… ed esso durerà in eterno» e continua: «Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand’ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell’uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli conferì la potestà, l’onore e il regno; tutti i popoli, le tribù e le lingue serviranno a lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sarà mai tolta, e il suo regno, un regno che non sarà mai distrutto». E gli scrittori dei santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto è predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale «cavalcando sopra un’asina col suo piccolo asinello» era per entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le acclamazioni delle turbe?

Gesù Cristo si è proclamato Re

Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi è confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all’annunzio dell’arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine  vediamo che Cristo stesso dà testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l’ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l’opportuna occasione, si attribuì il nome di Re, e pubblicamente confermò di essere Re  e annunziò solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra. E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potestà e l’estensione immensa del suo Regno? – Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni «Principe dei Re della terra», porti, come apparve all’Apostolo nella visione apocalittica «scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti». Da quando l’eterno Padre costituì Cristo erede universale, è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici. – Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salutò e proclamò nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore esprimenti nella bella varietà delle parole lo stesso concetto; come già li usò nell’antica salmodia e negli antichi Sacramentari, così oggi li usa nella pubblica ufficiatura e nell’immolazione dell’Ostia immacolata. In questa laude perenne a Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo caso, che «le norme della preghiera fissano i principi della fede». Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che «egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza»; cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature. – Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: «Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d’argento siete stati riscattati… ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato». Non siamo dunque più nostri perché Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo: i nostri stessi corpi sono membra di Cristo.

Natura e valore del Regno di Cristo

Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potestà, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe più il concetto d’un vero e proprio principato. – Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l’impero universale del nostro Redentore, provano più che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire. – I santi Evangeli non soltanto narrano come Gesù abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altresì nell’atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserverà i suoi comandamenti darà prova di amarlo e rimarrà nella sua carità . Lo stesso Gesù davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l’aver ridonato la sanità al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potestà giudiziaria: «Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio». Nel che è compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perché ciò non può disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potestà esecutiva si deve parimenti attribuire a Gesù Cristo, poiché è necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno può sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.

Regno principalmente spirituale

Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire. – In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libertà al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cercò di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e così pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiutò questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunciò che il suo Regno “non è di questo mondo”. – Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale benché sia un rito esterno, significa però e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana e alla “potestà delle tenebre”, e richiede dai suoi sudditi non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignità di Lui riveste il carattere spirituale dell’uno e dell’altro ufficio?

Regno universale e sociale

D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: «Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli». Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria  Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo». – Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: «Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati», è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: «poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini». – Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali».

Regno benefico

Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza. – In questo senso l’Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai servi di rispettare Gesù Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poiché sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: «Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini». Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell’esigerne l’esecuzione. – In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l’ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo Dio e Uomo. – Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini, cosi di fatto veramente li abbracciasse, perché dovremmo disperare di quella pace che il Re pacifico portò in terra, quel Re diciamo che venne «per riconciliare tutte le cose, che non venne per farsi servire, ma per servire gli altri”» e che, pur essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umiltà, e questa virtù principalmente inculcò insieme con la carità e disse inoltre: «II mio giogo è soave e il mio peso leggero?». – Oh, di quale felicità potremmo godere se gli individui, le famiglie e la società si lasciassero governare da Cristo! «Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l’antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l’impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre».

La Festa di Cristo Re

Scopo della festa di Cristo Re

E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. – Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale. – D’altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l’altra, secondo che la necessità o l’utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell’era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché — come dice Sant’Agostino — le solennità dei Martiri fossero d’esortazione al martirio. E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l’amore alle virtù, necessarie anche in tempi di pace. – E specialmente le festività istituite in onore della Beata Vergine fecero sì che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior pietà la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altresì di più forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, poté vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori. – In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più sante. – Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell’anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l’augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l’ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall’amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza. – Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società.

Il “laicismo”

La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. – I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica Ubi arcano Dei e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina. – Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l’annuale festa di Cristo Re, che verrà in seguito celebrata, spinga la società, com’è nel desiderio di tutti, a far ritorno all’amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l’azione e con l’opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto né quell’autorità, che s’addice a coloro che portano innanzi a sé la fiaccola della verità. – Tale stato di cose va forse attribuito all’apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl’ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.

La preparazione storica della festa di Cristo Re

E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore. – Né si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potestà di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l’orbe cattolico, a venerare e adorare Gesù Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo. – A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Gesù che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali. – E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l’Anno Santo che volge alla fine Ci porge la più propizia occasione, poiché Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabilì in grazia e li confermò nella retta via e li avviò con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione. – Perciò, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte, sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo, troviamo argomento a pensare che finalmente è spuntato il giorno desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano. – In quest’anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re divino veramente ammirabile nei suoi Santi, è stato magnificato in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno per mezzo dell’Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici nell’estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l’impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli.

L’istituzione della festa di Cristo Re

Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l’ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente. – In quest’anno però, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e più opportunamente chiudere e coronare 1’Anno Santo, né rendere più ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i beneficî fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l’Orbe cattolico durante quest’Anno Santo. – E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. – Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica, è perché non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione. – Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti. – Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.

I vantaggi della festa di Cristo Re

Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della società civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re. – Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio. – Di più, la società civile deve concedere simile libertà a quegli ordini e sodalizi religiosi d’ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all’estensione e all’incremento del regno di Cristo, sia perché con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perché con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno sì che quella santità, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppiù innanzi agli occhi di tutti. – La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi. – Inoltre non è a dire quanta forza e virtù potranno i fedeli attingere dalla meditazione di codeste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana. – Poiché se a Cristo Signore è stata data ogni potestà in cielo e in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorità; se, infine, questa potestà abbraccia tutta l’umana natura, chiaramente si comprende, che nessuna delle nostre facoltà si sottrae a tanto impero.

Conclusione

Cristo regni!

È necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell’uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verità rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volontà, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio più d’ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell’Apostolo Paolo, come “armi di giustizia”  offerte a Dio devono servire all’interna santità delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi più facilmente saranno spinti verso la perfezione. – Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicità e gloria. – Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Gesù Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l’Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.

[Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell’Anno Santo 1925, quarto del Nostro Pontificato.]

QUARESIMALE (XIV)

QUARESIMALE (XIV)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA DECIMAQUARTA

Nella Feria quinta della Domenica seconda.

Si procura d’esporre agli occhi del peccatore, un’ombra dell’apparato funesto de’ tormenti infernali e si detesta la pazzia di chi pecca, quantunque creda inferno e lo creda eterno.

Mortuus est dives, et sepultus est in inferno. San Luca al cap. 16.

L’Organa, pittor bravissimo si mostrò lo Zeusi de’ suoi tempi, con dipingere, non il volto d’un’Elena ricavato da tutte le bellezze della Grecia, il ceffo di Medusa copiato al vivo dalle bruttezze d’ogni più mostruoso animale. De’ più deformi e de’ più spaventosi ne adunò in gran numero, e di ciascuno ne fece anatomia con l’occhio, distinguendo parte a parte ogni più sconcia mostruosità, poscia con la mano trasportò su la tela quei vivi terrori, acciocché da tante sparse bruttezze, raccolte in uno, una ne riuscisse fior di bruttezza la faccia di Medusa. Che l’opera felicemente riuscisse, testimoni ne furono gli occhi degli amici, poiché al rimuoversi improvvisamente il velo, quasi che si scoprisse, non la dipinta nel quadro, ma la vera Medusa nel celebre Scudo, presi da un freddo orrore, rimasero come di pietra. Piacesse al Cielo, che a me fosse concessa una simile arte con cui potessi mettervi in vista al vivo l’orribil volto dell’inferno! Spererei, con l’aiuto divino, strane sì, ma sante mutazioni. M’ingegnerò dunque quanto più posso d’esporvi un’ombra dell’apparato funesto de’ tormenti infernali, provati ora da chiunque in compagnia dell’odierno Epulone, sepultus est in inferno. La terribilità dell’argomento non tollera superfluità d’esordio, ma richiede straordinaria attenzione; datemela a pro delle anime vostre, e do principio. Passeggiando un dì quel gran padre de’ Monaci San Macario per le vaste solitudini d’Egitto, piantò inavvedutamente il suo bastone sopra d’un teschio di morto, da cui sentendone uscire voci di lamento, si fermò interrogando s’era anima salva, o pur dannata. Son di un’anima dannata, rispose il teschio. Se così è, soggiunse il Santo, dammi qualche notizia del tuo inferno. Non altra ti posso dare, replicò il teschio che questa: l’anima sopporta l’inferno, ma non sa comprendere cosa sia inferno. Che farò dunque R. A. se dovendo parlare d’inferno, non può questo comprendersi! – Grande Iddio, che avete in vostra mano quella chiave che apre e serra la porta eternale, concedetemela, vi supplico, voglio spalancare quell’orrenda prigione di dannati: né vi crediate che io pretenda di restituire ad alcuno di loro la libertà, né recare acqua al loro fuoco, balsamo alle loro piaghe; o questo no, stiano pure ivi i miseri a pagar giustamente gli oltraggi a voi fatti: non son degni, né di soccorso, né di pietà! S’arrabbino pure, si disperino … loro danno. Quel che io pretendo altro non è se non questo far vedere a’ miei UU. quell’orribile luogo, acciocché niuno di loro a me sì cari cada colaggiù à popolarlo. Ecco, ecco, è già calata la gran chiave, o che strepito di catene! o che, strascinamento di catenacci! Già stride la gran porta si apre o che fumo, o che caligini, o che puzza, o che strilla, o che confusione! convien stare alla larga; e se nostro pensiero fu di vedere, contentarci d’udire. O là ascoltatemi voi, anime tormentate, e datemi qualche certezza del vostro inferno. Ditemi, vi contentereste voi, che il vostro inferno fosse quel toro di Bronzo, dove Falar Tiranno d’Agrigento racchiuso il paziente col fuoco acceso sotto il ventre del toro, godeva sentirlo muggire, mentre il misero nell’interno della bestia infocata si abbruciava? Vi contentereste della fierezza de’ Sciti? Questi spaccando per mezzo cavalli, seppellivano nelle loro viscere uomini vivi, sostentandoli con cibo, acciocché quivi da’ vermi che nascevano dalle carni putrefatte del cavallo morto, a poco a poco fossero vivi mangiati? Vi contentereste della bestialità del tiranno Mezenzio, che congiunti a’ corpi vivi corpi morti, così li lasciava, affinché dal fetore del cadavere ne venisse ucciso il vivo? Che rispondete? Vi contentereste di queste atrocità de’ carnefici tiranni più crudeli? Taci, sento che mi dice il Crisostomo; taci, perché questi son tormenti da burla, rispetto a quelli dell’inferno. Dunque rispetto all’inferno sarà una burla quella crudele invenzione praticata nell’Inghilterra, ove s’applica sul nudo ventre del misero condannato un esercito di rospi, vipere ed altri simili animali, sopra i quali, coperti con una gran conca di rame, si accende fuoco sì cocente, che quelle bestie inferocite tracciano il corpo del reo per fuggire dal fuoco; e tutto questo sarà una burla, se si paragoni con l’inferno? hæc ludrica sunt, et risus ad illa supplicia. Sarà una burla quel supplizio dato in Francia all’uccisore d’Enrico quarto, supplizio tanto inaudito; poiché il reo fu posto sopra d’un palco nella gran piazza, ed ivi lentamente con forbici roventi attanagliato nelle gambe, cosce, braccia e petto: indi nelle piaghe fatte dalle tenaglie si fuse olio, piombo, e zolfo bollentissimo; la mano poi infame, tenendo il coltello proditorio sopra un fuoco sulfureo, fu fatta lambiccare fino a rimanerne le ossa sole ignude; il corpo poi da quattro cavalli squarciato fu consumato nelle fiamme: e questo pure sarà una burla o Crisostomo? Si una burla se con l’inferno si paragoni: hæc ludrica sunt, risus ad illa supplicia. Burla dunque altresì sarà quel macello che nell’Olanda fu fatto di chi ferì con archibugiata Guglielmo Principe d’Oranges? Vedeasi sospeso il reo da’ nodi de’ pollici delle mani con cento libre di piombo appese a’ pollici de’ piedi, e con orrore rimiravasi da’ manigoldi spietatamente flagellato piover sangue. Indi deposto dal doloso eculeo, sottentrò ad esser martirizzato con acute cannette sotto le unghie; legato poi ad un palo dié la mano tra due lamine di ferro infocate ad arrostire con le ossa medesime, sicché il fetore ammorbava tutta la piazza, e per ultimo squarciatasi a pezzetti la carne con tenaglie acute, apertogli con un coltello il petto, cavate col cuore le viscere, fu quell’avanzo di cadavere in quattro parti spaccato. Burla sì, mi risponde il Boccadoro, se si ponga a confronto con i tormenti d’inferno: hæc ludrica sunt, risus ad illa supplicia. Ma che devo io aggiungere per fare un vero ritratto delle pene infernali? Forse gli strazi più stravaganti de’ Santi Martiri? tutto quello che vuoi, replica il Santo, perché tutto non è neppure un’ombra d’inferno: pone ferrum, ignem, et bestias, et si quid his difficilius, attamen nec umbra quidem sunt ad illa tormenta. Poi insomma, quanto vide Roma ed il mondo tutto di barbaro, sotto i Neroni, Diocleziani, e Valeriani, da’ quali la barbarie stessa fu superata; e se ti fai sognare altre più orrende invenzioni di Martiri tormentati, e sappi che neppur sarai un’ombra de’ tormenti d’inferno. E la ragione è manifesta; perché, se Iddio in questa vita ha permesso tormenti sì fieri, di Martirii spietati a gente santa e degna di premio, certo che non devono trattarli del pari nelle pene i cattivi ed i buoni; e perciò avrà nell’inferno apparecchiati assai più atroci tormenti per la canaglia degli schiavi suoi ribelli, e degni d’ogni più estremo castigo. O inferno, inferno, quanto mai sei terribile! Deh tu, o buon soldato Drittelmo, che, secondo la narrazione di Beda, avesti fortuna di dare un’occhiata all’inferno, allorché in Inghilterra, essendo tu morto, dopo un giorno risuscitasti, ed a guisa di sbalordito ti rintanasti per sempre in un romitaggio a scarnificarti con orrende penitenze; rispondendo a chi si stupiva di sì aspro trattamento: acerbiora vidi: ho veduto, ed ho sfuggito tormenti molto maggiori. Spiegaci di grazia ciò che volevi esprimere con quel continuo replicare, acerbiora vidi. Dimmi, volevi tu significare che tra quelle tenebre d’abisso, nelle quali dimorano acciecati da perpetue notti i dannati, altro non ne ritraggono che fumo, che orrore; che colaggiù si vedono i diavoli in forma sì spaventosa, che Caterina da Siena, avendone veduto un solo, e sol di passaggio; asserì che più tosto di vederlo un’altra volta si sarebbe eletta di camminare a piedi nudi sopra le braci ardenti fino al dì del Giudizio. Dimmi dunque, o Drittelmo, volevi tu significare questa pena, quando dicesti, acerbiora vidi? Sì, ma non basta: ho veduto di peggio. Vedesti forse quei miseri dannati, che colaggiù se ne stanno l’uno sull’altro ammassati, e l’uno l’altro premendo, come uve nel torchio. Sicché con la bocca applicata al cadavere marcio, che avranno sotto, saran costretti a sorbire quello stomacoso umore: essendo ben dovere che si faccia di feccia, chi beve, come acqua l’iniquità. Miei UU. gran pene sono queste, vedute da Drittelmo. Se vi basta l’animo tollerarle, quasi dissi, peccate; ma se no, desistete dalle offese di Dio, e date mente ad Agostino: vel mortem time, sinon times peccatum. Non times peccatum? time quo perducit peccatum. Acerbiora vidi; Drittelmo non si quieta; e dice aver veduto di peggio. Ma che vedeste mai di peggio? Forse quei storcimenti de’ dannati per le puzze intollerabili, o de’ corpi fetentissima scaturigine de’ vermi, o della carcere. Cloaca delle più stomacose sporcizie; pena sì grande, che San Martino all’intollerabile puzza lasciata nella sua camera da un demonio comparsogli, poco meno che tramortito, disse: o inferno, che fetore sarà il tuo con tanti e tanti milioni di dannati e di demoni; se un diavolo solo col fuo fetore ha cangiata la mia camera in un inferno? Dimmi, o Drittelmo, è questo quel supplizio più duro che vedesti nell’inferno? Sì, questo ancora io vidi; ma non basta: ho veduto di peggio. Ben t’intendo; hai veduto che i miseri dannati sono di continuo maltrattati, lacerati e sbranati da quei demoni, nei quali non è punto di compassione. Acerbiora vidi; ma se vedesti ancor di peggio, tu non vuoi intendere d’altro, che del fuoco chiamato da Curzio l’ultimo de’ supplizi, ignis suppliciorum ultimus est; e vuoi dire che hai veduti i dannati avviluppati tra fiamme sì furiose che questo fuoco nostrale al parere di Sant’Anselmo è come fuoco dipinto: sic istum naturalem ignem vincit, ut iste pictum ignem; non lo credete? Ditemi. Ricordano le Storie, che Giorgio Castriotta avendo mandato a Maometto Secondo, signore de’ Turchi, quella celebre spada, con cui tagliava di netto il collo ad un bue, all’udir poi, che niuno di quanti si erano a ciò provati avevano mai potuto conseguire gloria sì bella, saviamente rispose: punto non meravigliarsi di ciò avendo egli mandata la spada, ma non il braccio. Tanto io pure dirò a voi: se mai per forte vi paresse incredibile la forza del fuoco infernale, misurandolo alla vista del nostro. Il fuoco in mano della natura è come una spada in mano d’una donna, ma il fuoco dell’inferno è come una spada in mano di Dio: e perciò non è meraviglia, se maneggiata colaggiù dalla Onnipotenza, faccia prove tanto eccedenti il nostro intendere. Per questo Iddio non fu contento di dire, si acuero ut fulgur gladium meum, ma v’aggiunse, et arripuerit Judicium manus mea, perché si sappia che questa spada di fuoco non tanto opera per la propria virtù, quanto perché è guidata dalla mano divina. – Si trovano oggi de’ fuochi artificiali, i quali arrivano ad ardere fino nelle acque; ed i Chimici fanno accendere nell’Antimonio un fuoco sì poderoso, si penetrante, che in paragone d’esso le fiamme delle fucine più ardenti paion fiamme di paglia. Quanto farà dunque furioso il fuoco infernale, fuoco artificiato bensì, ma dalla mano Divina? E per farvi intendere, esser questo fuoco d’inferno tanto spietato, riflettete, che il nostro fuoco fu creato da Dio per beneficio nostro; per scaldarci, per ricrearci; ma il fuoco infernale è creato, non per servo, ma per carnefice; è acceso in uno zolfo formato a posta per tormentare i peccatori e però se tanto tormenta i rei quella vampa, ch’è un dono della Divina beneficenza e liberalità; quanto più dovrà tormentare quello che è uno sfogo della Divina Giustizia? Io mi do a credere che se in questo fuoco vi cadesse una montagna di macigni e marmi durissimi, vi si disfarebbe tutta come cera, a facie tua registrò Isaia, montes defluerent. Certo è che un fuoco tanto minore, quanto è quello del Vesuvio e Mongibello liquefà i sassi, e riduce in cenere i macigni più duri spargendoli su’ Campi a guisa di nembi; acciocché gli uomini abbiano avanti gli occhi on leggiero abbozzo di quel fuoco molto maggiore che la fede ci addita a distruggimento degli scellerati. Son sì terribili quelle fiamme, R. A. che solo un infelice scolaro dall’Inferno comparso al suo maestro vivente, giusta la promessa gli stilò una goccia di sudore di quel gran fuoco sopra la mano ed in un istante da parte a parte lo traforò con spasimo da morirne. Or se il sudore cagionato da quelle fiamme che bruciano i dannati è più cocente ed ha forza tanto maggiore del nostro fuoco, chi negherà che il nostro fuoco non debba chiamarsi dipinto a paragone di quello dell’inferno? Avari, per voi sono preparate quelle fornaci, per voi ardono quelle fiamme, o irriverenti alle Chiese; per voi, o mormoratori; per voi bestemmiatori, per voi, o donne se foste vane con detrimento della vostra e dell’altrui onestà, per voi o padri, se male educaste i figli, se non soddisfaceste a’ legati pii, se non pagaste le mercedi, se v’ingrassaste con la roba altrui. Per voi o peccatori è preparato quest’inferno sì tormentoso di fuoco sì terribile. E pure ecco là colui, ecco là colei che, come se non gli bastasse per portarsi all’inferno quella sfrenata lascivia in cui vivono, hanno preso per cavalli di rilasso a covare in cuore un odio diabolico ed una cieca avarizia. – Il leone (Dio immortale) atterrito dalla vista del fuoco; ferma la zampa ed abbassa l’orgoglio, e tu peccatore e tu peccatrice alla vista dell’inferno non saprai fermare il passo al corso delle tue tante scelleraggini? Segui pure ed aspettati di peggio; poiché Drittelmo continua ad esclamare: acerbiora vidi. Dunque v’è nell’inferno tormento più fiero del fuoco? Sì! Pensieri miei disperati, e che cosa posso immaginarmi di più crudele? Finiscila una volta, Drittelmo, e palesa espressamente ciò che vedeste di più spietato. Non lo posso dire, pare risponda con Geremia, perché anche esso avendo veduto in spirito l’infernal macello esclamò secretum meum mihi; cioè, come spiega San Girolamo, non possum narrare. Non è possibile l’accennare, non che esprimere ciò che attonito vidi di terribile nell’inferno. E pure io vorrei fare apprendere qualche poco l’atrocità delle infernali pene, a chi mi ascolta. Ecco, che fò tutto lo sforzo per abbozzarvele UU. prendendo le parole di Dio nel Deuteronomio al ventesimoterzo. Udite: è Dio che parla, Congregabo super eos mala, rovescerò, dice Egli, sopra de’ dannati nell’inferno quanti castighi saprò mai inventare; non voglio che manchi loro neppure un tormento. Li voglio afflitti, flagellati, scarnificati, come appunto afferma l’Angelico: Nihil erit in damnatis, quod non fit eis materia, causa tristitiæ. Non consentono i medici che il corpo umano possa in un tempo stesso venire afflitto da tutti i mali di cui per altro è capace, perché essendo molti di questi l’uno all’altro contrari di qualità, non sono compatibili ad un tempo stesso in uno stesso soggetto; ma tale opinione, dice Drittelmo non corre colaggiù, nell’inferno, dove le pene, benché diverse, non saranno tra sé contrarie, ma si daranno la mano e due veleni non comporranno un antidoto, ma un tossico più mortale. In somma si verificheranno le parole divine: congregabo super eos mala. Tutti, ma tutti i mali piomberanno ad un tempo sopra de’ dannati. Or sì, che penso e Drittelmo d’aver trovato l’ultimo de’ supplizi, mentre di tutti i supplizi ne ho composto un supplicio solo: congregabo super eos mala: appunto quasi sdegnato mi risponde soggiungendo acerbiora vidit. Si si, taci, t’intendo. Ascoltatemi, o peccatori; e, se questo ultimo tormento de’ dannati non vi mette in capo l’orrore all’iniquità, sicché lasciate gli odi, abbandoniate le amicizie indegne, restituiate l’altrui, io per me, quasi dissi, dispero della vostra salute. Drittelmo si fa intendere, e dice che l’ultimo de’ supplizi tra’ dannati, è che colaggiù in quell’abisso sempre si morirà senza mai morire; sarà la morte immortale, e non avrà il bene del fine di tutti i mali: et dixi pertit finis meus. O eternità, eternità! voi miseri dannati, cercherete la morte per ristoro a’ vostri mali e mai la troverete: quærent mortem, et non invenient. Lo scorpione cinto d’ogni intorno da carboni accesi, disperato, si morde al fine tanto da sé medesimo e si uccide; ma quei meschini, non solo circondati, ma penetrati interiormente dal fuoco, non avranno tanta forza da terminare in simile modo i loro guai; bisognerà che sempre vivano in un continuo e disperato morire; domanderanno, come quel miserabile chiedeva a Tiberio imperatore la morte, a fine di terminare le molestie della prigione; e ne avranno per rispota quella che diede a questo infelice il monarca: nondum mecum in gratiam rediisit. La morte sarebbe un sogno d’essere ritornati in grazia, perché li leverebbe da quel continuo ed acerbissimo morire. – Santo Profeta Reale, che parlavi dell’eternità de’ dannati allorché dicesti: erit tempus eorum in sæcula, che volevi mai esprimere con quella parola in sæcula? Volevi forse dire, che quei miseri peneranno fino a tanto, che un piccolo cardellino tornato a bere una sola goccia per Anno, potesse giungere a seccar tutti i mari? Più … in sæcula. Volevi forse dire, che peneranno fino a tanto che un minuto vermetto tornato a dare un sol morso per anno, potesse giungere a divorar tutti i boschi? Più … , in sæcula. Volete dire, che peneranno fino a tanto che una leggera formica tornata a muovere un sol passo per anno, potesse giungere a girar tutta la terra? più … in sæcula. Velete voi dire, che se tutto il Mondo fosse pieno di minutissima arena, ed ogni secolo ne fosse tolto un sol grano, allora lasceranno i dannati di penare, quando tutto l’universo sarà vuotato? Più … in sæcula. Ma che volete voi dire? Forse volete dire che se questo mondo fosse tutto fatto di bronzo, e ad ogni secolo gli fosse dato un colpo allor lasceranno di penare quei miseri, quando l’universo sia tutto infranto? Più, più, in sæcula. Ma, Dio immortale! Io non intendo; facciamo dunque così per capire in qualche modo questa eternità. Fingiamo che un dannato, dopo ogni milione di secoli sparga due lacrime sole. Or ditemi Santo David, resterà egli di penare, quando abbia pianto tanto che le sue lacrime fossero bastanti a formare un Diluvio maggior di quello nel quale naufragò un mondo intero? Appunto, appunto, risponde il santo Profeta: tacete, che queste son similitudini da fanciullo: in sæcula, in sæcula, che è quanto dire secoli senza numero, senza termine, senza tassa. O eternità! O eternità! Rupi, grotte, spelonche, ove siete, perché venga attonito a rintanarmi dentro di voi, finché io giunga a capire… inferno, ed inferno eterno! – Ben capì questa verità la famosa peccatrice, quantunque idolatra, Eudocia colà nella città di Eliopoli in Fenicia. Era Eudocia dotata d’una bellezza sì rara, e d’una grazia sì manierosa, che non aveva pari. Nel più bel fiore della sua età si arrende ad un impudico amante; e perché nel convito de’ piaceri un sol cibo non sazia ma stuzzica l’appetito d’un altro, passò tant’oltre, che vende’ il suo corpo a chiunque lo voleva pagar ben caro. Onde non solo persone private, ma eziandio principi, rapiti dalla di lei beltà, andavano a trovarla, sicché in breve tempo ammassò un tesoro di ricchezze, ed una suppellettile da regina; albergava in un gran palazzo vicino alla porta della città, forse per esser più pronta a ricevere i forestieri che anche di lontano venivano attratti da lei calamita d’inferno. Iddio però, che la voleva à sé, usò un tratto della sua Providenza per guadagnarla. Dispose pertanto, che Germano santissimo monaco, ritornando dal pellegrinaggio di Palestina, passasse per Eliopoli, e da un buon Cristiano fosse alloggiato in una casa vicino al palazzo della rea femmina. Dopo una breve refezione fu condotto Germano in una camera a riposare contiguo al gabinetto ove stava l’infame letto d’Eudocia. Il monaco, secondo il suo costume, sulla mezza notte cominciò con alta voce a cantare i Salmi: indi preso in mano un sacro libro, che sempre portava seco, si diede a leggere con voce parimente sonora, quello, che lo Spirito Santo gli presentò innanzi ed era appunto delle pene eterne de’ peccatori nell’inferno. Or la divina Provvidenza, che voleva la conversione d’Eudocia, dispose ch’ella non solo fosse sola in quella notte, ma tutto udisse e tutta commossa si sentisse agitare da pensieri spaventosi; per tanto giunto il giorno chiama a sé un paggio, l’invia a ricercare di chi quella notte vicino a lei avesse salmeggiato, e lo pregasse portarsi da lei. Venne subito Germano, così inspirato da Dio, e sentendosi interrogare chi fosse, e d’onde venisse, a tutto rispose: e con tale occasione si mise a darle contezza delle verità evangeliche e particolarmente de’ castighi preparati per i lascivi, superbi ed avari. Adunque per me, replicò ella, che sono un’impudica, vana e superba, sono preparate pene sì grandi? Certo che sì, replicò il monaco, ma non vi sarebbe rimedio per liberarmene? Sì, soggiunse Germano, perché rinunciati i piaceri del senso, distribuiate le ricchezze mal acquistate a’ poveri e riceviate il santo Battesimo. Accettò la contrita donna il consiglio e, risoluta di prepararsi con penitenza al Sacramento, chiamata a sé la cameriera, ordinolle, che non introducesse a sé persona alcuna, e che a tutti dicesse, esser la signora fuori di casa. Se ne stava dunque ritirata la penitente Eudocia, quando apparitole un Angelo dal Cielo, le mostrò le pene dell’inferno alle quali era destinata se non si ravvedeva, e l’animò alla penitenza. Allora Eudocia vestita di ruvida tonaca si portò da Teodoro, Vescovo di Eliopoli ed a lui consegnò le ampie sue ricchezze che servirono per sostentamento de’ poveri, e per fondar monasteri. Indi ritiratasi in un claustro di sacre donne, cominciò vita santa e con tal lustro che di lì a poco fu fatta superiora di quella religiosa adunanza. Il diavolo che non poteva sopportar tanta perdita, sollecitò un certo Filostrato, che era uno de’ più cari amanti d’Eudocia, il quale adoprata ogn’arte per giungere a parlare ad Eudocia per distoglierla, giunse a fingersi monaco. Gli riuscì, ed a solo a solo in parlatorio così le disse: Eudocia, io vi vedo pallida e macilenta e con intorno una ruvida tunica, perché quel velo di canape in capo? Perché quella corda attorno al collo? Povera Eudocia quanto siete cambiata da quella che eravate! I vostri amanti v’aspettano; se temete l’inferno, vi sarà tempo da far penitenza. Su, risolvete, tornate, lasciate, Eudocia, allorché più voleva dire, con gli occhi bassi e voce adirata chiamò Dio che lo punisse; fu castigato, perché cadde mezzo morto, fu ravvivato per le preghiere di Eudocia, e per le medesime si convertì. Or io dico: mirate quanto poté in una idolatra il pensiero dell’inferno; la mutò del tutto, né solo questo pensiero convertì lei, ma la fece convertitrice degli altri. E voi Cristiani al pensiero di quelle pene non risorgerete da’ vizi? Su, su, dite ancor voi: inferno o penitenza!

LIMOSINA

S. Giovanni Crisostomo dice, che quello infelice ricco, non è sepolto nell’inferno perché fosse ricco, ma perché non fece elemosina a Lazaro mendico … non enim quoniam dives erat puniebatur, sed quia misericordiam non exibuit. Le ricchezze non mandano a casa del diavolo, ma bensì la crudeltà verso de’ poveri. E Sant’Agostino dice che ante fores gehennæ stat misericordia, avanti le porte dell’inferno vi sta la misericordia divina, ma voi piuttosto direte che vi sta la giustizia, perché nell’inferno, dove nulla est redemptio, non vi ha da fare la misericordia. V’ingannate, replica Sant’Agostino; v’ha da fare assai ed eccone la ragione, ante fores gehennæ stat misericordia, ut nullum misericordem in illum mitti carcerem permittat … la misericordia sta sulla porta dell’inferno, per non lasciare che laggiù v’entri alcuna persona misericordiosa; siate dunque liberali verso de’ poveri.

SECONDA PARTE.

Passeggiando un dì per una Galleria, Margherita d’Austria moglie di Filippo Terzo, teneva fisso lo sguardo in certa parte, e sospirando piangeva. Interrogata da una dama della cagione del suo pianto, additolle una pittura in cui vedevasi un capo di due strade, una delle quali conduceva ad un monte rappresentante il Paradiso; l’altra ad una caverna simbolo dell’inferno, e ponendo il dito sul principio del bivio, disse in hoc bivio adhuc sum, et non vis, ut plorem? Ah, che per verità chi ha un poco di stima dell’anima e senno in capo, dovrebbe disfarsi in lacrime per il solo pericolo di potersi dannare. Se fu Spirito di Dio quello che mosse la lingua del Crisostomo allorché predicando agli Antiocheni, disse: Quot esse putatis in hac Civitate, qui salus fiant e soggiunse: non possunt in tot millibus inveniri centum, qui salventur; quin et de illis dubito; e pure Antiochia era città grandissima, dove fioriva la fede, e trionfava la pietà. Se il Santo lo disse mosso da Spirito Divino: Città mia cara, a rivederci. Se di soli cento si prometteva, anzi neppur di tanti si assicurava della salute il Boccadoro, in una Antiochia; quanti dunque de’ tuoi cittadini, anche di questi che ora mi odono, ne andranno all’inferno? Che Iddio non lo voglia: neppur d’uno! Ditemi, UU. Questa sola paura non vi fa battere il cuore? Ma che orrore sarebbe il vostro, se sapeste di certo che alcuni di questi qui presenti si dovessero dannare? Ahime! Con che compassione li mirereste! E pare, se ora, prima d’uscir di Chiesa non vi risolvete a mutar vita, io quasi dissi, dispero della vostra salute. – Porilio Ambasciatore Romano disegnò, come sapete, un cerchio attorno ad Antioco, e gli predisse il tempo della ritirata dicendogli: hic stans delibera: non uscir di qui prima d’aver deliberato ciò che vuoi fare. Altrettanto io voglio praticar con voi. Fratelli miei, peccatori: io disegno intorno a voi la voragine d’inferno col circolo dell’eternità, e vi dico hic stans delibera, quì non vi è strada di mezzo: o inferno o lasciare la mala pratica: o inferno o restituire e la fama e la roba; o inferno o pacificarsi col prossimo: o inferno, o mutazione di costumi, peccatori miei cari. Risolvete una volta da vero di abbandonare il peccato e di non ingannar più, tradire voi stessi, perché i piaceri sono brevi, il penare è eterno. Lutero, quell’iniquo, quell’indegno che con lacrime di sangue fa tuttavia piangere alla Chiesa la perdita del settentrione, scordato della coscienza, della legge di Dio, pur qualche volta andava seco stesso dicendo: Luter nunc bene quid autem postea? Lutero, le cose ora vanno bene, spassi non mancano, crapule abbondano; piaceri di senso quanti ne vuoi, nunc bene, quid autem postea?… ma morto, che sarà di te, che sarà? Così vorrei io, che alcuni seguaci di Lutero, in quanto al vizio di senso, e crapula a se stesso dicessero, nunc bene, quid autem postea? Ah, che, se io vivo così licenziosamente: se non so staccarmi da quella pratica, se seguiterò a vivere in questi vizi: le cose andranno bene finché si vive: ma dopo all’inferno, alle pene  a’ tormenti, all’eternità de mali … – Dio immortale! io esco fuori di me, mentre rifletto che quantunque si sappiano queste verità, ad ogni modo si elegge di compiacere a’ sensi in vita; né si cura l’inferno. Così in fatti non mostrò curarsene quell’infelice cavaliere, di cui per degni rispetti taccio e nome e patria. Gran caso: uditemi. Aveva questi amicizia da lungo tempo con una dama quanto nobile per il sangue, altrettanto indegna per la professione. Accortisi i parenti della vergognosa tresca, risolsero toglier la macchia al parentado col sangue dell’adultero. Fingesi pertanto, che la Signora mandi a chiamare secondo il solito in ora stabilita l’amante, egli si allestisce all’andare; e già s’incammina, quando un buono amico accostatoglisi all’orecchio gli dice: avvertite, non andate … e perché? Rispose il cavaliere. Perché, replicò l’altro, son preparate insidie alla vostra vita; e invece di diletti incontrerete la morte; appunto ripigliò il cavaliere innamorato, chi mi chiama macchinerebbe la morte a chi m’insidiasse alla vita. No, so di certo, soggiunse l’amico esservi gente che sta per farvela: e se morirete andrete all’inferno. Dio eterno inorridite AA. a ciò, che segue. Nell’udir che fece il cavaliere: morirete ed andrete all’inferno, rispose con bocca esecranda, accecato dal disordinato affetto: per donna Maria si può andare all’inferno! Così disse e così seguì. Andò al posto, e restò sul tiro. Anima miserabile, anima dannata, vien qua, e dimmi ora, se tu sia del medesimo parere; già che ora provi ciò, che sia inferno, adesso che tu peni, cruci ed ardi nell’eternità delle pene, che dici? Si può andare per donna Maria all’inferno? – Ahime! Eccolo, eccolo; oh come brutto, come fetente, come va buttando fiamme dagli occhi, dalla bocca, dalle narici, ed orecchie! oh come è d’ogn’intorno circondato, anzi imbevuto tutto di fuoco, più che il ferro nella fornace! Piange, si contorce, smania, si dispera … Su o disgraziato: ebbene per una dama tale si può andare all’Inferno? Ti trovi contento dell’elezione? Ah me sfortunato, ah bestiale che to fui! Maledetta quella femmina scellerata, e quel pazzo mio capriccio. No, no, che non si può per una carogna in breve tempo goduta, venire in questi tormenti per tutta una eternità. O se potessi tornar fuori dell’inferno! Ma che faresti? vivrei, risponde, da buon Cristiano, e farei acerbissima penitenza de’ peccati commessi. Taci, taci, non vi è più tempo: conveniva pensarvi prima. Voi sì, cari UU. siete a tempo. Che risolvete pertanto? O inferno, o penitenza, o penitenza, o inferno eterno. Intendetela, e considerate, che è pazzia da chi non crede né Paradiso, né Dio, voler per breve piacere perdere il Cielo, ed acquistare l’inferno.

QUARESIMALE (XV)

QUARESIMALE (XIII)

QUARESIMALE (XIII)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI Gesù.

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA DECIMATERZA
Nella Feria quarta della Domenica seconda.


Si mostra la cecità di coloro che non tengono conto dell’anima così preziosa, perché eterna, perché irrecuperabile, e perciò nulla fanno per salvarla, tutto operano per dannarla.

Sicut Filius hominis non venit ministrari, sed ministrare; et dare
animam suam Redemptionem pro multis
S. Matt. cap. 20.

Questa volta sì, che ha ragione d’esclamare Isaia: obstupescite Cœli, obstupescite: e voi Cherubini d’amore copritevi pure, in segno d’estremo cordoglio, con le vostre ali, la faccia beata. Angeli Santi Custodi, se altre volte vi mostrate mesti per qualche errore commesso da’ vostri fedeli, ora deploratene l’eccesso. E voi Santi Avvocati ritirate il vostro patrocinio: ritirate la vostra protezione, o Maria. – Non è più tempo di compatir quei Cristiani che vilipendono quel gran tesoro, l’anima loro, per cui il Figlio di Dio venit dare animam suam. Mio Dio, armatevi pure la destra di fulmini e scaricate i più severi contro di quelli che, non solo non tengono conto dell’anima loro sì preziosa, perché eterna, e irrecuperabile; ma nulla operano per salvarla tutto  perano per dannarla. Fra, i tanti errori degli eretici Manichei, certo non deve porsi in ultimo luogo quel credere, quello stimare che essi facevano d’aver due anime; quasi, che perdutane una, ne potessero riacquistare la perdita con l’assicuramento della seconda. Piacesse al Cielo, che tra i miei UU. non vi fosse taluno che avesse una sì storta e sì eretica opinione in testa; già che talmente conculcano, talmente strapazzano quella unica e sola anima che hanno; che par quasi vengano a dire, se non con le parole, certo co’ fatti, d’aver due anime; onde, perduta quella unica che veramente hanno, ne possano ristorare la perdita con l’acquisto della seconda. Ah miei UU. non fareste così, se consideraste il bel tesoro che dentro di voi avete dell’anima vostra. È vero, ella è cittadina terrena, ma d’origine celeste. Sapete quanto vale? Val tanto, quanto vale, quanto costa il Sangue e la Vita d’un Dio fatto Uomo; magna res est Anima, quæ Christi Sanguine redemptæst. Qua, qua, miei UU. che voglio farvi vedere quanto gran male fate a non procurare con ogni studio e fatica la salute dell’anima vostra così preziosa. Ditemi, che non dovreste voi fare per salute d’un’anima, quando anche questa fosse non vostra, ma d’altri? Figuratevi d’esser, quanti qui siete, salvi, tutti predestinati, conforme io bramo; sappiate però, che si turba questa nostra comune allegrezza con la riflessione che l’anima di quel povero disgraziato, che voi vedete colà, sta in pericolo di perdersi, quando voi non l’aiutate. Poverino miratelo come si trova; voi tutti sicuri di salute, egli solo in pericolo; e come non vorrete assicurar la salute sua ad ogni gran costo? Tanto più, che si tratta dell’anima non d’un amico, non d’un parente, ma di vostro padre. Vostro padre è quello che sta in pericolo di perdersi eternamente. Or se così veramente fosse, e che non dovreste voi fare per mettere in sicuro la di lui anima? Certo, che voi, quando tanto bisognasse, dovreste vendere le suppellettili più preziose di vostra casa, le gioie più pregiate de’ vostri scrigni. Certo, che voi vi dovreste, quando tanto si richiedesse, intraprendere i viaggi più lunghi a’ Santuari i più remoti, affliggervi con penitenze, estenuarvi con digiuni. Quando per salvar quest’anima fosse necessario ritirarsi dal mondo e seppellirsi in un eremo, abitator de’ boschi, e compagno di fiere, voi lo dovreste fare e dire: addio patria, addio roba, addio veglie, balli, feste, piaceri addio; addio sanità e vita, purché si salvi quell’anima. Certo, che il prezzo d’ogni anima è tanto grande, che tutto questo dovreste farlo. Or, se tanto voi dovreste fare per salvar l’anima altrui, quanto più dovete farlo per salvar l’anima vostra, la qual deve importarvi più che non importa la salute del mondo tutto! Quid prodest homini si universum mundum lucretur, animæ vero suæ detrimentum patiatur? O pazzia intollerabile degli uomini stolti del mondo, i quali dovrebbero esser pronti ad abbracciare ogni patimento, abbandonare ogni piacere, pur che salvassero un’anima, e per l’anima loro non vogliono muover neppure un passo? Figlio, per salvar l’anima tua bisogna ritirarsi da quel compagno; e si fa del sordo. Giovane, per salvarvi bisogna lasciare gli amori; non più in quella casa! Non si ode; quell’odio, quella roba; non si risponde? O che pazzia, torno a dirе mentre si dovrebbe far tutto per salvare altri, non si fa nulla per salvar se’. Cari miei UU. voi solete dire, che delle cose sue bisogna tenerne gran conto; avete ragione dite bene. Ma rispondetemi, avete voi veramente niuna cosa che sia tanto vostra, quanto vostra e l’anima? Appunto, appunto … anima sua dice il Profeta, non per certo. Non son vostre le ricchezze; non son vostri i piaceri; non son vostre le bellezze, le vanità: perché queste cose al più v’accompagnano al sepolcro. Non così l’anima: l’anima è veramente vostra: l’anima sola è propriamente vostra, e perché dunque non ne tenete conto? Quando voi non voleste tener conto dell’anima, perché vostra, almeno tenetene conto, perché ella è immortale ed eterna. Se la vita dell’anima vostra si stendesse a soli pochi secoli, anzi ad un secolo solo, quanto la dovreste stimare per esser vita d’un’anima? Quanto, dunque, la dovrete stimare mentre è vita non di secoli, ma d’eternità? Sentite: tra pochi anni questo corpo si ridurrà in polvere e cenere, e sarà chiuso entro un sepolcro, ma l’anima, dopo che saranno passati tanti milioni d’anni, quante sono tutte le arene del mare, quante sono tutte le gocce dell’acqua, che accoglie in seno, non sarà diminuito pure un momento dalla sua vita sempiterna e voi non la volete stimare, non volete tenerne conto, ma volete seguitare in quella amicizia, in quell’odio, in quell’interesse? Deh, se non volete prezzar l’anima, perché vostra, perché eterna, prezzatela almeno perché ella è irrecuperabile… che vale a dire: se si perde una volta, è  perduta per sempre, non vi è più modo di riacquistarla. E non è questo un gran motivo per tener conto dell’anima tua? Interrogato, come sapete, quello spartano a qual fine i giudici della sua città indugiassero tanto a dar la morte a’ malfattori, rispose accortamente: perché non ci è luogo da poterla emendare con richiamare in vita chi a sorte non fosse stato ben condannato: non est correctio errori. Ah dilettissimi, se si perde quest’anima, qual rimedio v’è mai per recuperarla? Chi può mai dar vanto d’aver ripescato un’anima da quelle fiamme? E molto meno, chi si può dar vanto d’essere per sua propria forza ritornato da quel profondo mai più a galla? Niuno, niuno. Se Geremia, gettato in quella fangosa cisterna, trovò un Abimelecco caritativo, che porgendogli molli funi poté attaccarvisi, e risalire all’alto, tu però peccatore, se cadi in quell’abisso non troverai in eterno chi ti ritragga da quella fossa non di fango, ma di zolfo inestinguibile. Fu sepellito Daniele nel lago de’ leoni: trovò però un re potente, che mosso a pietà ne lo fece uscire: Ma tu peccatore, se sarai posto in quel lago non di leoni, ma di diavoli, non ti aspettar già che il Re del Cielo, per compassione de’ tuoi tormenti, ti faccia aprir la porta; Egli è adirato con te in sempiterno: Populus cui iratus est Dominus in æternum e le Chiavi di quella porta fatale sono queste due, un sempre, un mai: un sempre penare, un non mai trovar requie. Le fiamme stesse furon cortesi a quei tre giovani in Babilonia dentro la loro fornace; ma se tu peccatore piomberai in quella fornace infernale, non sperar già un somigliante favore, il tuo fuoco non si smorzerà mai, il tuo dolore non avrà mai tregua, ut urant, et sentiant in sempiternum: in una parola, chi scende giù non torna più su … qui descenderit non ascendit. In inferno nulla est redemptio. Quanto dunque, miei uditori, converrebbe pensar bene à collocare in buono stato l’anima sua; quanto affaticarsi, quanto sudare, mentre l’errore non ha rimedio alcuno? – E o disgrazia da deplorarsi a lacrime di sangue! Avere un’anima eterna, irrecuperabile, e pur non la prezzare! Si tratta un affare di tanta importanza quanto è salvarsi, e si trascura? Dite, e si trascura? Ditemi, cosa avete patito finora per l’anima per salvarla? La pazienza, voi ben sapete essere un vero contrassegno d’amore; così Giacobbe, perché amava Rachele, stentò quattordici anni per averla; e pur gli parvero pochi a sì ampia mercede: videbantur illi pauci per amoris magnitudine. Or tu peccatore, che tempi hai tollerati per porre in sicuro l’anima? Mostratemi un poco le lividire delle discipline; gli smagrimenti per i digiuni; i calli delle ginocchia per le continue orazioni; hai tu fatto nulla di questo per riacquistare l’anima che perdesti per il peccato? Padre, non ho fatto nulla di ciò, perché son debole, non ho complessione che possa tanto. Mi meraviglio di voi, non è vero; mentre potete applicar la testa per i conti, per gli interessi, per gli affari domestici; come dunque non potete per l’anima? Deh contentatevi, che io riflettendo con Teodoreto, a Pietro che dorme nell’orto, allorché doveva orare a pro dell’anima, e che veglia per totam noctem a pro del corpo, compianga il peccatore che dorme agl’interessi della salute eterna, e sta desto ad utile di questa vita mortale, per totam noctem vigilat corpori, qui animæ perboram vigilare non potest. Si veglia le notti intere per giocare, per ballare, per star sotto quella finestra, per vincere quella lite, si suda giorno e notte girando per tribunali per totam noctem; si stenta con invenzioni, con macchine, con imbasciate, con biglietti, con presenti, agli ardori del sole, a ghiacci del verno, per giungere a quella preda tante volte insidiata e non ancor conseguita, per totam noctem laborantes. Voi avrete veduto che taluna di quelle donne che m’ascoltano, per ornare quel palmo di viso che ella ha, si leverà dal letto prima del sole, né partirà dallo specchio prima del mezzo dì, tormenterà la sua vita per farla venire più all’usanza, con penosissime strette di busti. Così pure quel misero mercadante intraprenderà lunghissimi viaggi per mare e per terra, con stenti, con sudori, con pericolo di morte, per totam noctem, tutto si fa senza utile, anzi con danno, e poi questi medesimi a pro dell’anima non hanno testa che regga, braccio che possano ed afferiscono di non patire, perché non possono. O stolti, o ciechi, che tutto potete patir per il corpo, nulla per l’anima. Ma, quasi dissi, starei contento, se non avessero patito niente per l’anima per porla in sicuro; quando almeno avessero a tale effetto operato qualche cosa. Se mi rivolto ai claustri de’ religiosi, li trovo, ora salmeggianti in coro, or penitenti nelle celle, or astinenti ne’ refettori, or con la mente in Dio per le meditazioni, operano per l’anima. Ne vedo gran parte di loro vestiti di ruvido sacco, scalzi nel piede, cinti di ruvida corda, tutto è operar per l’anima. Se poi volo col pensiero a’ recinti di sacre vergini, le vedo segregate dal mondo, viver soggette all’altrui volere, per piacere solamente a Dio, e salvar l’anima. Ma se io mi rivolto a voi peccatori per interrogarvi, che cosa operate per l’anima vostra? Voi mi rispondete: che fate limosine; ed io vi replico ma non pagate debiti, non soddisfate mercedi:… che recitare corone e visitare chiese; ma le vostre corone sono con più distrazioni che le Ave Maria; e le vostre visite a’ templi sono più per mirare le creature che per venerare le sacre immagini; se voi vi confessate e comunicate, ditemi: con qual preparazione? Piaccia à Dio che non vi andiate con affetti al peccato. Onde è, che io posso dire, che non avete operato nulla per l’anima vostra. O che miseria o che confusione per un’anima sola, eterna, irrecuperabile, non solo non aver patito, ma neppure operato nulla per porla in salvo. Ad ogni modo, ed è pur vero; non dispererei della salute di costoro tanto trascurati quando quantunque non avessero mai né patito, né operato per l’anima, almeno qualche volta vi pensassero. O Dio! Ed è pur vero. O neppur vi pensano: vada l’anima nelle mani di chi si sia, nelle mani d’un compagno, con cui si discorrerà di tutto; nelle mani d’un sgherro, con cui si viva nelle nimicizie; nelle mani d’un confessore, che sia di quei medici che sol toccano il polso, senza provveder di rimedi; di quei cerulici che sol mirano la piaga ma non vi pongono impiastri, non la fasciano: ben si vede, se così sarete, che non vi pensate. Non così fece la povera madre del pellegrinetto Tobia. Lo aveva, come voi sapete, consegnato ad un Angelo, benché da lei non conosciuto per tale, ma bensì per uomo di segnalata bontà; ma perché ad ogni modo temeva di qualche incontro, dice il sacro Testo, che flebat irremediabilibus lacrymis: non trovava pace, si querelava, usciva quasi frenetica fuor di casa, girava tutte le strade, visitava tutte le porte per veder se veniva, e talora, sperando di scoprirlo di lontano saliva su qualche colle più rilevato: e non vedendolo, piena di lacrime se ne tornava a casa col cuore tutto in amarezza. Questa è la gelosia, che dovreste avere dell’anima vostra; ma voi non ci pensate, anzi siete di quelli che dant Dilectam in manu inimicorum suorum, fate quanto potete per dannarla. Sì, per dannarla, ed a guisa di disperati andate adocchiando lo scoglio più alto per precipitarvi con morte più sicura. Rispondetemi, e poi negatemelo. Se v’è tra voi una giovane, la quale abbia nome d’esser la più ardita delle altre, più petulante e sfacciata, questa è quella con la quale voi bramate consumare il tempo in vari discorsi, in motteggiare, in prenderla per la mano. Se v’è un compagno che sappia più degli altri far la parte del diavolo con burlarsi delle devozioni, con vantarsi de’ peccati commessi, con sedurre or questa, or quella, questo compagno, questo seduttore, questo demonio incarnato, questo è il vostro amico più caro, a questo scoprite tutti i disegni, con questo comunicate i vostri pensieri. Se v’è un confessore, che trinci assoluzioni, senza mai né rispondere, né interrogare, e talora ne sentite, questo si cerca: se v’è un ridotto di giuoco, ove si mormori e si bestemmi; questo è quello, che si frequenta. E non è questo un procurare a tutto potere la rovina dell’anima sua? Povera anima! quanto sei odiata da tanti Cristiani, i quali studiano giorno e notte la maniera di rovinarti senza rimedio, ed entrano nel numero di coloro che moliuntur fræudes contra Animas suas: cercano le vie di condurre l’anima propria in perdizione; e si servono sino delle frodi, e de’ stratagemmi per giungere con le insidie, dove non credono poter arrivare con faccia scoperta, moliuntur fraudes contra animas suas. Non così fece un certo giovane, figlio di nobile capitano, il quale pensando un dì seco stesso al pericolo manifesto di dannarsi, in cui si trova chi corre la via larga del mondo, risolve di racchiudersi tra le strettezze di vita religiosa. Portossi, dunque, risoluto di compire il suo desiderio, in una di quelle antiche solitudini de’ Santi Padri dell’eremo, e ritrovato uno de Monasteri più accreditati, si gettò ai piedi dell’Abbate, e con grande umiltà gli chiese l’abito monacale; ma l’Abbate, vedendolo sì delicato, non lo credette abile a reggere tanto peso; e, per escluderlo soavemente: andate, gli disse, figliuolo, perché questo luogo non è per voi. Voi siete avvezzo ad esser servito, e qui bisogna servire; voi siete avvezzo a comandare, a bravare, e qui bisogna soffrire e tacere; voi siete avvezzo a prendervi tutti gli spassi, e qui non si ragiona che di piangere, mortificarsi, ed orare. A tutto quello non rispose altro il giovane, se non con dire: Padre mi voglio salvare, volo salvari; Dite bene, ripigliò l’Abbate; ma come farete a dormire su la nuda terra, voi, che finora avete dormito sì mollemente? Ed il giovane: Padre mi voglio salvare, volo salvari. Mi piace il desiderio di vostra salute, seguitò a dire l’Abbate, ma bisogna misurare le sue forze; come farete a vegliare le notti intere salmeggiando; a digiunare tutti i giorni, ad osservare un continuo silenzio, parlando solo con Dio? Ed il giovane illuminato: volo salvari, e così, quanto oppose l’Abbate, tanto ributtò il giovane con questo scudo impenetrabile dell’amore della salute: volo salvari; che però, conosciuta
come vera la vocazione, fu ammesso al Paradiso di quel monastero, ove visse, e morì da Angelo. Ecco quali vorrei fossero i vostri sentimenti, miei UU., questi vorrei stampati nel vostro cuore, questi frequenti nella lingua, volo salvari, mi voglio salvare. Ma ahi ahi, che sento? Sento voci terribili che mi risuonano alle orecchie di non pochi de miei UU. che mi dicono, non già volo salvari, ma volo damnari, mi voglio dannare; voglio andare all’inferno; voglio balzare nelle braccia de’ diavoli. Certo è che molti di voi niuna cosa più apertamente protestano, quanto volersi eternamente dannare, e se non lo protestano espressamente con le parole, certo lo manifestano con i fatti. Ecco, che io mi volto a quel giovane e gli dico: non amoreggiate tanto sfacciatamente: non state a solo a solo con quella femmina, non gli parlate su la porta, molto meno di notte, perché  questi abusi sono rete del diavolo per far preda d’anime. Che mi risponde? Che è giovane, che la gioventù vuol fare il suo corso, che è quanto dire in buon linguaggio, se io mi rovino, e perdo l’anima, non importa, volo damnari. Se mi rivolto a correggere quella fanciulla, e dico: sorella finiamola; voi sapete, che in quelle veglie, tra le tenebre della notte si è perduta la pudicizia. Si lasci quella corrispondenza, non più questi amori, ed è pur vero che anche ella, benché di sesso più timido e più devoto, ad ogni modo non dà retta ai miei detti: e dopo avere sperimentato che quell’amante è un ladro della sua salute, della sua onestà, pur se ne fida; finché tradita, abbandonata, ne cerca un altro che rinnovi con lui i medesimi tradimenti. E non è questo un protestarsi altamente io non mi curo d’anima, voglio perdermi, voglio dannarmi? Volo damnari. Se io dico a colei non più biglietti, non più imbasciate, non fate la guardia al vostro padrone, non tenete di mano alle disonestà di quella giovinastra… che mi si risponde? Così guadagno; così mi fo amare. M’avete da dire volo damnari; mi voglio dannare. Quella roba non è vostra restituitela. Quell’odio ti tiene in disgrazia di Dio; fate la pace, trattate, parlate col vostro prossimo. Non più bestemmie, non più mormorazioni; quali sono le risposte? vi sarà tempo; non torna alla reputazione: m’avete da dire: io non mi curo d’andare a casa del diavolo. Or, se volete dannarvi, io non ho che dire, tutto il male sará vostro. E che? Forse non si trovano di quelli che fanno quanto possono per dannarsi? Certo che sì! E tra questa udienza non vi mancherà chi l’imiti nel volersi aviva forza dannare. Uno di questi fu quel cavaliere padovano, quanto chiaro di sangue, altrettanto sordido di costumi. Si lasciò questi prendere dall’amore d’una donzella di cui fortemente invaghito, non poteva stare, quasi dissi, momento senza vederla. La cosa non poté stare tanto segreta che non venisse a notizia d’alcuni buoni amici, che con motivi umani e divini l’ammonirono a desistere da quella pratica; ma furono canzoni cantate a sordi. Persisté nel vizio, finché Iddio con amorevole rigore lo distese in letto con febbre. Crebbe il male, e gli amici più che mai alla vita, perché si confessasse; ed egli prendeva tempo a risolversi. Fu dichiarato spedito da medici. Quando gli amici ed un religioso in particolare portatosi al letto con santa libertà gli disse: signore la vostra salute è disperata; convien morire: aggiustate l’anima, al corpo non giova più pensarvi; poche ore vi restano di vita, diceva il religioso, ma il moribondo taceva. Replicava il Sacerdote: ma signore, voi tacete, e la morte v’uccide: presto, date segno di penitenza, altrimenti l’anima vostra si perderà. Mirate Gesù: eccolo che vi aspetta. A quanto diceva si mostrava come sopito da letargo il moribondo, ed invece di mirare il Crocifisso, si voltò dall’altra parte della camera, ove stava appesa dalla parete una vaghissima immagine, e in quella fissò gli occhi stranamente aperti; in quella li tenne lungamente immobili; anzi cominciò verso della medesima ad articolar parole da’ circostanti non intese. A questa vista, il Sacerdote rivolto ad un servitore di casa, l’interrogò se sapesse per qual cagione mostrasse tanto d’affetto verso quella effigie. Non lo so, rispose; mi accorgo bene che egli mostra ogni suo sollievo nel rimirarla … sarà forse qualche immagine da cui egli spera salute. Allora il confessore, credutosi che il ritratto fosse di Santa Maria Maddalena, lo staccò, glielo presentò; e tanto bastò; perché, di stupido ed insensato, divenisse vivace. Si fé forza per alzarsi dal letto, stese le braccia per accarezzarla; la prese: la baciò, finché per la violenza del moto e veemenza del male ricaduto con la testa sul guanciale, esalò repentinamente lo spirito. Attoniti i circostanti per questa morte, indagarono, più distintamente, che pittura fosse quella, e sentito che era della rea femmina, partirono come disperati per il fatto che ave a portato quell’infelice all’inferno. Or negate, se potete, che non vi siano di quelli che fanno quanto possono per dannare l’anima, non bastò a costui per dannar l’anima sua, andarvi, starvi, trattenervisi, la volle sempre sugli occhi, per esser sempre ne’ peccati sino all’estremo respiro. Quanti saranno qui di quelli che fanno quanto possono per dannarsi, vogliono andare a veglie, a balli, cercano tutte le strade per commetter peccati е dannarsi? Sebbene, che dico? Ah, che questo mio parlare è troppo spietato. No mio Dio, no, che non si ha da dannare niuno di quanti mi ascoltano, e però tu Deus meus illumina tenebras meas, Voi, mio Dio, rischiarate le nostre pupille, acciò conoscano la preziosità dell’anima e la stimino: Tuus ego sum, Domine, salvum me fac. E di chi è quest’anima? È pur vostra, Signore; Voi l’avete creata; voi avete impresso in lei la vostra immagine; Voi, per riscuoterla, avete sparso tutto il vostro Sangue, tuus sum ego, siamo vostri, e pure siamo vissuti come se fossimo padroni di noi stessi; ci siamo slontanati da Voi; ci siamo donati al demonio; abbiamo calpestato il vostro Sangue: o che temerità o che ingratitudine io lo confesso per tutti e lo detesto; meritiamo d’essere abbandonati, e che Voi non vogliate tener più conto d’un’anima che tanto abbiamo strapazzata; ma pure ricordatevi che siamo vostri. Salvum me fac. Fateci salvi, fateci efficacemente rompere quelle catene che ci tengono tenacemente avvinti al peccato; cacciate quei nemici che ce le stringono: dic animæ meæ, salus tua ego sum; basta una sola parola vostra. Cristo lo vuol fare, vi vuol salvare. Ma v’e forse chi ricusi d’esser salvato? V’è chi voglia continuare in quel fango, in quell’odio, in quell’interesse? Se n’è, si perda, che Cristo non lo riconosce più per suo, anzi gli volta fin d’ora le spalle, per annoverarlo tra i reprobi. No, mio Dio, che non vi è, tutti vogliano salvarsi e per ciò potete dire a ciascuno: Salus tua ego sum.

LIMOSINA
Vi sono alcuni ignoranti, quali di fatti tutti ricchi ad un modo: questo è un chiedere, perché un’organista non abbia fatto tutte le canne dell’organo ad un modo, eguali. Egli non le ha fatte tutte uniformi, perché così richiede l’arte, la quale vuole una tale inegualità, acciò risulti quel suono, quell’armonia, che non vi farebbe, se le canne fossero uniformi; poiché in tal caso sarebbero unisone. Allo stesso modo Iddio ha voluto che nel mondo, altri siano ricchi ed altri poveri, perché ne risulti un’armonia veramente meravigliosa, qual è quella che si mantiene quando il povero serve al ricco, ed il ricco sostenta il povero, e così l’uno con l’esercizio della pazienza, l’altro con quello della misericordia, danno ounitamente gloria a Dio: Dives, pauper obviaverunt sibi: utriusque operator est Dominus: il Signore ha fatto il povero ed il ricco, acciocché con uno scambievole commercio s’uniscano  i cuori. Voi dunque mantenere quest’armonia sostenendo i mendichi con abbondante limosina.

SECONDA PARTE

Or che vo’ fatto vedere quanto poco si prezzi l’anima, voglio altresì che sappiate tutto derivare, perché troppo si prezza il corpo. Ciò supposto, stimo bene non vi lasciar tornare a casa senza darvi un contrassegno, con cui possiate conoscere, se presso di voi sia in più conto l’anima o il corpo. Quando Giona navigava, si sollevò di tal maniera il mare, che i marinari intimoriti, cedettero alla for za dell’onde ed alla furia del vento, e pensando a modi più propri di salvarsi, risolverono di gettar nel mare quanto era di peso nel legno agitato. Eccо che s’intima dal padrone del vascello: via sù, quelle balle di mercanzia si buttino in mare: quegli argenti, quelle casse, quei forzieri si sommergano, non si tardi, perché in un rischio sì grande, in cui pericola la vita, il gettito di tutte queste cose entra nella partita de’ guadagni: se vi fosse anche un mezzo mondo d’oro, tutto vada, perché più preziosa è la vita: e questa è dovere che si mantenga ad ogni potere, … et miserunt, dice il sacro testo: vasa, quæ erant in navi, in mare. Così si pratica tutto dì, cari UU., da chi corre il mare, e niuno vi discorre sopra per salvare il corpo, vada in malora la roba, ogni grande avere si pospone alla vita. Volete ora conoscere, se presso di voi è più in stima l’anima, o il corpo? Eccovene il contrassegno. Si ha da fare un contratto così così: basta chiudere gli occhi, senza tanto scrupolizzare. Se voi rispondete, no, che non voglio accrescimento di roba, né di reputazione con pericolo dell’anima, sarà segno che stimate più l’anima; si ha da guarire quell’infermo: basta leggervi sopra certe parole e farvi certi segni; se voi direte: no, v’è qualche cosa di diabolico: bramo la sanità mia e del prossimo, ma non a costo dell’anima. Questo vuol dire anteporre l’anima al corpo: questo vuol dire essere uomini savi: esporre la mano per riparare il capo: ma quando poi si trovasse chi per scapricciarsi, s’immergesse negli amori, nelle vendette nelle usure: volesse sfogare la lingua nelle mormorazioni, maldicenze, e bestemmie, e per dar gusto al corpo non si curasse dell’anima, sarebbe segno che prezza il corpo, non l’anima. Tommaso Moro gran cancelliere d’Inghilterra v’insegni ad anteporre l’anima al corpo: udite, e fate di meno se potete di non spargere lacrime al tenero racconto. Racchiuso Tommaso in angusta prigione, perché non voleva consentire le incestuose nozze d’Arrigo Re d’Inghilterra, più che col tiranno, ebbe da contrastare con i parenti, e più con le tenerezze del sangue, che con le minacce del suo persecutore. Ecco che un giorno vide inaspettatamente entrar nella prigione una dama scapigliata, tutta vestita di lutto, circondata da teneri bambini. Erano i figli e la consorte del Moro. Questa, doppo aver parlato molto con le lacrime, asciugatasi al meglio che poté, così disse: consorte mio adorato e fino a quando soffrirete le vostre e nostre calamità? Già i palazzi son circondati da’ sbirri; i mobili inventariati da’ ministri; i feudi sequestrati dal fisco; e tutta la vostra famiglia va gemendo per vostra cagione fra gli strazi. Tommaso, e non v’intenerisce? Sappiate, che il re comprerebbe il vostro assenso con raddoppiamento d’onori e di ricchezze. Se voi volete, la vostra casa è la più gloriosa del Regno. Se poi non acconsentite a’ voleri regi, saremo costretti, spogliati de’ beni e della patria, strascinare questo avanzo di vita per provincie straniere. Indi rivolta l’addolorata madre ai figli: figli sventurati, disse, ottenete voi almeno ciò che io non merito. Gettatevi ai piedi del vostro buon padre, abbracciate quelle ginocchia che sono l’unico altare di vostra salute. Da una sola parola dipende la vostra felicità o la vostra rovina; piangete a’ suoi piedi, che movendolo col pianto, vi farete strada alle allegrezze; quando no, imparate quell’arte di lacrimare, che dovrete fare per tutta la vita. – Qual cuore impietrito non si sarebbe spezzato a tante lacrime, a voci sì tenere di teneri figli, d’amata consorte? Pianse, è vero, Tommaso; ma nulla più. Allora insperanzita la consorte, ripeteva quasi efficace argomento, che potevano ancor vivere insieme agli onori, alle grandezze per molto tempo. A ciò replicando il Moro: signora, gli disse, avete ragione: ma per quanto ancora potremo noi godere? per quanto? Almeno, almeno per venti anni, replicò la dolente consorte. E per venti anni, subito tutto rasserenato nel volto il marito, e per venti anni volete che io butti l’anima sì preziosa, eterna, irrecuperabile? Voi fate male i conti; la fate da mercante poco avveduto: stulta mercatrix es o Aloysia. L’anima si deve anteporre a quanto è nel mondo, alla vita stessa: pur che questa si salvi, tutto si perda. Così egli vinse le lacrime e la tenerezza, ed antepose, morendo, l’anima al corpo. Prendete esempio da sì gran cavaliere. Quando si ponga a confronto se si debba perdere o l’onore, o l’anima; o la roba, o l’anima; o la vita, o l’anima; a tutto si anteponga questa, perché questa anteposta a quanto può bramare il corpo, renderà glorioso anche il corpo; e quando no, e anima e corpo si perderanno in una eternità di pene.

QUARESIMALE (XIV)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (16)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (16)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

XI

I MAESTRI.

E non solo scrittori di libri e di giornali ti schizzano addosso il veleno, ma anche talvolta…. ho a dirlo?…. anche talvolta i maestri. Così è, purtroppo! giovani cari; e’ ci ha maestri frammassoni; maestri atei, maestri rotti al vizio, maestri sboccati e villani, maestri i quali, più ché insegnare le lettere e le scienze che debbono, mirano a corrompere nella mente e nel cuore i miseri giovanetti fidati a lor mani. Ahi povere colombe raccomandate alla pietà dello sparviero!… E non son favole che vi conto: oh così fossero!…. Io so d’un ginnasio dove insegnava un toscano, uso per ogni nonnulla a scaraventare sugli esterrefatti scolari maledizioni e bestemmie che tracan foco: ed ebbi ad accapigliarmi con un cotale che il difendeva, perché bestemmiava in pura lingua toscana! So di un altro che a tutte l’ore fa la commedia sul Papa e sui preti. Ricordo di un terzo che in piena scuola diceva cose orribili della Vergine Santissima, spiegando ai giovani misteri ben diversi da quei della Santa Religione. E un quarto, che posta la mira a quelli tra suoi giovani discepoli che ancora usavano a Chiesa, li bersagliava a ogni tratto senza misericordia. Come poi li conciasse all’esame, lascio a voi il pensarlo. — Poveri giovani, poveri giovani! e quando uno di cosiffatti maestri, tocchi, per somma sventura, a voi… poveri giovani, saprete star saldi? saprete combattere; vincere ogni umano rispetto? E ci ha delle città che li tollerano, e delle città che no. In questo secondo caso; sapete come s’usa per lo più? Quando l’indignazione del pubblico trabocca, ed i buoni si lamentano, ed i parenti levano le grida, son rimossi di lì e mandati ad occupare forse miglior posto altrove, certo a corrompere altri giovani sventurati. E pensare chi li paga! Dio, Dio! Che perfidia, che tradimento a giovanetti innocenti! Domandavano un pane da sfamarsi, e voi avete dato loro un serpente che: li, morda e li attossichi. — Ah guai a chi Scandalizza fosse pur un solo di questi piccioli! Meglio con una macina al collo sia sommerso nel profondo del mare! Terribile sentenza! É di Gesù Cristo, non mia. Io domando perdono ai maestri buoni (che sono ancor tanti, grazie a Dio !) di queste gravi e’ sdegnose parole. Ma come non sdegnarsi quando, per lo strazio che si fa dell’anime innocenti ti sanguina il cuore? Anche Gesù benedetto lo vide questo strazio, e, mansuetissimo qual era, non si terne dallo sfolgorarne gli autori. D’altra parte la considerazione del danno ci stimolerà a volerlo riparare, raddoppiando di zelo, di sollecitudini, di fatiche intorno alle care pianticelle affidate alla nostra coltura. O, crescano, crescano sotto i nostri occhi, sempre diritte al cielo; e ci mostrino, dopo il verde delle tenere frondi, tal vaghezza di fiori, e tal abbondanza di frutti, da consolarsene ad un tempo e la Religione e la Patria. – A voi tornando, giovani cari, scolpitevi in cuore questa gran massima del Vangelo: —;, Uno è il maestro nostro Gesù Cristo. — Chi insegna contro a ciò ch’Egli ha insegnato, non è maestro, è corruttore. E non badate se per caso egli abbia scienza, ingegno, eloquenza ed altri somiglianti qualità: dacché le adopera a servizio della menzogna, a rovina dell’anime, è corruttore, non altro che corruttore; è ladro, è assassino delle anime vostre: fur est et latro. Ora venite un poco con me; voglio conosciate a prova, e come a dire, cogli occhi vostri, l’indegnità di cui ho parlato. – Vedete in quella sala, su quella cattedra, quel professorone in abito nero che disserta con tanta gravità? E vedete bell’udienza di gioventù l’assiepa intorno e l’ascolta senza batter palpebra?… Volete sapere chi è e che insegna di bello? È un uomo venutoci d’in Tedescheria, chiamato e largamente pagato del nostro denaro, perché levi i giovani italiani all’altezza de’ tempi, insegnando loro, ch’ei son bestie, e null’altro che bestie. E ci ha degli italiani che gli batton le mani!!! Qui bisogna che mi permettiate un furterello. Dite, cari giovani: conoscete voi Don MENTORE? Quel buon vecchietto tutto cuore pe’ giovani, che li regala ogni anno d’ un libricino a mo’ di strenna?… Bene, gli è appunto d’una di queste strenne che io vo’ diventar ladro, facendole il piccolo furto che ho detto. Benché né ladro io son, né furto è il mio, potrei dire colla Sofronia del Tasso, ed invero, tra D. Mentore e me corre tale intimità da poter chiamarci cor unum et anima una; cosicché io piglio del suo come a pigliar del mio ed egli piglia del mio come a pigliare del suo. Sentite dunque, si tratta d’un bell’esempio intitolato: Buon coraggio. « Taddeo ha la debolezza di passare una mezz’ora al caffè; ci va per qualche ritrovo, o leggere i giornali (ma non i giornalacci, veh!) o a pigliare un rinfresco, che so io! — Meglio non ci praticasse, direte voi. Anzi meglio ci bazzichi un pochino, rispondo io  perché, giovine franco qual è, (vuol dire che non teme la bestia) gli è toccato più volte dare certe lezioncine che…. m’intendo io!  Ci si trovava un giorno con una serqua di bellimbusti dell’università, i quali, adocchiato il Paoletto entrarono per fargli dispetto in certi discorsi da far accapponare la pelle. Figuratevi che Dio, eternità, inferno, paradiso, chiamavano ubbie da medio evo, e levavano a cielo (state attenti: ci siamo) i Magni professori. B e M. i quali avendo dimostrato (asserivano) che nell’ uomo tutto è materia, avevano tolti via una volta gli spauracchi del genere umano. Mentre così trionfalmente la discorrevano, Taddeo stringeva i denti e corrugava la fronte, studiando 1a opportunità d’una risposta; quando a caso capita a passare davanti al caffè un bel vecchietto di prete (era Don Mentore) e Taddeo a fargli tanto di cappello. Alla qual vista i bellimbusti, stringendoglisi attorno incominciarono a sbertarlo di mala grazia, dandogli tutti quei nomi onde sogliono onorare i sedicenti liberali (in ciò non liberali solo ma prodighi) quanti han conservato ancora il buon senso antico e la coscienza cristiana; e conchiudendo tutti ad una voce che un vile era Taddeo, che inchinavasi a un prete. A. quest’insulto Taddeo non seppe contenersi, e fattosi bello d’una santa ira che scintillavagli dagli occhi e gli si dipingeva sulle guance infiammate, rispose agli impudenti così: — Sapete chi è il prete che ho salutato? Quel prete è un uomo che non ha mai offeso né amareggiato persona, neppure i suoi più accaniti nemici; un uomo che la sua vita ha speso e spende tuttavia al sollievo de’ poveri e al bene della gioventù; un uomo che mi ha istruito e educato dalla fanciullezza con senno da filosofo ed affetto di padre… — E che t’ha insegnato quel prete? — l’interruppero i bellimbusti. E Taddeo coll’istessa foga: — Che mi ha insegnato quel prete?… Quel prete mi ha insegnato che c’è un Dio in cielo e che l’uomo è la sua più nobile creatura sulla terra; mi ha insegnato ch’io non sono tutto fango, tutto bestia, come voi; mi ha insegnato che dentro questo fango brilla, qual gemma, un’anima immortale. Ed ecco perché a questo prete cosiffatto io mi inchino, come voi v’ inchinate ai vostri B. e ai vostri M., con questa differenza però, che dal mio inchino io mi rizzo col santo orgoglio d’un figlio di Dio; voi, curvato una volta il dorso davanti a quegli idoli vostri, non potete più rizzarvi, siete bestie e non più. Che vi pare? Sta dalla mia parte o dalla vostra la viltà? — Bravissimo! ben detto! — s’ udirono gridar più voci da ogni parte della sala; e i bellimbusti, mutato discorso, poco dopo se la svignarono di cheto. » E buon viaggio a loro signori! noi, mandata loro dopo le spalle una buona salva di fischi, ci terrem saldi pur qui: che la verità è una; che di questa verità maestro autorevole, perché divino è Cristo, maestra da lui deputata, la Chiesa. A Cristo, alla Chiesa, a quanti insegnano con Cristo e colla Chiesa, c’inchineremo rispettosi; a chi sta contro Cristo, contro la Chiesa, contro la nostra coscienza, no mai! Sarebbe lo stesso che inchinarsi alla GRAN BESTIA, alla quale abbiam giurato guerra mortale, e ai portavoce che le fanno corteo.

LA GRAN BESTIA E LA CODA (17)

QUARESIMALE (XII)

QUARESIMALE (XI)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA
DUODECIMA
Nella Feria terza della Domenica feconda.

Si deplora la cecità de’ genitori mentre non solo sono trascurati in obbedire al comando di Dio nella educazione de’ propri figli; ma taluno di loro procurane la rovina dell’anima, peggio: la vuole.


Patrem nolite vocare super terram. San Matteo al cap. 23.

Perdonatemi, o padri di famiglia, v’è una mala nuova per voi: non deve più uscire dalla bocca de’ vostri figliuoli, e risuonare alle vostre orecchie quel dolce nome di padre: Patrem nolite, etc. Ma che? Pare che voi non me lo crediate, e non sentite che è comando di Dio: già sappiamo esser comando di Dio, ma non universale il comando; ferisce solamente quei padri che, intenti ai loro comodi niente s’applicano al bene de’ figliuoli e perciò non meritano nome di padre. Noi sudiamo dì e notte pensando ed operando per stabilire in buon stato i nostri figliuoli: fate altro che questo? E vi par poco, se non abbiamo respiro di tempo neppure, quasi dissi, per applicare all’anima nostra. Dunque, se così è, molto meno applicherete all’anima de’ figli. Ed ecco il vostro gravissimo delitto, per cui non meritate nome di padre, anzi di tigri spietate, mentre (e sarà l’assunto del mio discorso) non solo non applicate con la buona educazione alla salute eterna de’ vostri figli, ma col male esempio ne procurate la dannazione; v’è di peggio, volete la loro dannazione. È certissimo che chi diede l’essere ai figli, è anche obbligato a dargli il buon essere, acciò per colpa loro non periscano, né v’essere obbligo maggiore ne’ padri, di quello della buona educazione. Questa è verità che non ha bisogno di prova, ma è altresì verità troppo deplorabile non v’essere cosa in questo mondo a cui meno pensino per ordinario i padri e le madri, che al buono allievo de’ loro figli. Non farebbero però così se seriamente pensassero allo stretto conto che ne debbano rendere. Udite l’Apostolo San Paolo, il quale così discorre per mostrarvi il grande obbligo che avete di bene educare i vostri figli. È obbligato, dice egli, il principe, il maestro, a render conto della educazione della gioventù. Or se son tenuti questi per obbligazione introdotta dalla politica, quanto più siete obbligati voi padri per l’obbligazione inferita dalla natura: si nos itaque vigilare jubemur, quanto magis pater qui genuit. Questo parlar ha gran forza, ma udite quest’altro pure dello Spirito Santo, che dice ai padri e madri; Custodi virum, qui si lapsus fuerit erit anima tua pro anima illius. Pur ad ogni modo vi sono padri e madri di tal sorte, che non vogliono obbedire a questo stretto comando di bene educare i figli, e quanto sono renitenti in questo, tanto sono pronti in obbedire a quelli della natura corrotta, che insegua far tutto per gl’interessi temporali. Di chi sono i figli: del mondo, o di Dio che ve li diede? Perché dunque ogni vostra occupazione per bene educarli per il mondo, e non per renderli a Dio? Voi pensate più ad allevarli nelle buone creanze che nelle devozioni: appena nati l’istruite nelle cerimonie, ne’ saluti, ma non fate così per fargli imparare le orazioni; …Padre è piccinino; ma io vi rispondo: che vuole dire che è piccolino per imparare le orazioni, e non è piccolino per imparare le cerimonie? Fate che il figlio mangi alla mancina, eccolo percosso da un fiero ceffone, vada fuori di casa sporco nel volto, imbrattato nell’abito, faccia una mala creanza, ne riceve fiera la riprensione; ma se dirà parole poco oneste, risponderà arditamente, e fin d’allora mostrerà poco rispetto a Dio, si tacerà, né meno si dirà, figlio, che fai? Signora, dice quel padre alla consorte, bisogna pensare ad educare bene i nostri figli, ne abbiamo già de’ grandicelli, bisogna mettergli in qualche Università, in qualche collegio o seminario, perché imparino le lettere, le quali portino ricchezze e gloria alla famiglia. Sì, signore avete ragione, ma le rendite sono scarse non importa impegnarsi quanto bisogni per il buon allievo. Ma se mi pongo framezzo a voi signora madre e signor padre e vi dico: i vostri discorsi sono belli e buoni; voglio che l’instradiate nelle lettere, ma nella pietà tacete, perché temo non mi diate la risposta che altro padre di famiglia simile a voi, diede ad un nostro maestro di scuola. Parlando un giorno il padre di certo suo figliuolo col maestro e questi si lamentava dello scolaro, perché era troppo insolente; rispose allora il padre: quello, che a me preme è che studi; studia il figliuolo, studia, ripigliò il maestro, ma non vive bene. O Padre, se così è, non si prenda fastidio, perché la gioventù ha da fare il suo corso, sono stato giovine anche io, quello che a me importa è che studi, giacché il mio pensiero è di addottarlo per utile e lustro della mia casa. O empio padre, iniquo, degno di mille morti, mentre non ti curi del mal vivere del figlio: piacesse a Dio che un tal padre non avesse avuto ai suoi tempi, e non avesse a’ dì nostri, simili. Datemi mente, io v’interrogo; signori, il vostro figlio degenera dalla nascita, pratica con gente di mal nome, parla indecentemente! Padre sono bizzarrie di ragazzi, so per altro che è molto applicato alla scuola, e di questo mi consolo! Ecco in che consiste l’educazione che simili padri danno a’ loro figli, pensano solo ad instradarli nelle creanze, nelle lettere, ed a lasciarli ricchi di roba, ma ricchi nell’anima di virtù non ci pensano. Che non si fa per lasciar ricchi i figli, che non fate per tirare avanti la casa, e tanto avanti, dirò io, che per le ricchezze male acquistate si arrivi fino a casa del diavolo; vedo che ogni momento tenete l’astrolabio in mano, cavando il sortile dal sottile, acciò gl’accumuliate con i beni paterni i mali futuri. O padri sciocchi, che non morite contenti se non lasciate a’ vostri figli della roba – con ragione esclama quivi San Gregorio; corpus natorum suorum amant, animam ver contemnunt: amano il corpo e non si curano dell’anima, si viderint filios pauperes, segue il Santo: tristantur; si viderint illos peccantes, non tristantur; se li vedono in povertà amaramente piangono, ma non già quando sono in peccato, ut ostendant, quod corporum sunt parentes, non animarum … acciò si sappia, che se sono genitori de’ corpi, sono altresì assassini delle anime. Se andrete da quel padre e gli direte: vostro figlio ha giocato ed ha perduto, eccolo su le furie, ah figlio indegno, lo castigherò, ma se poi gli direte, vostro figlio ha perduta la modestia, non si risponde, si tace. Signora, la madre figlia è troppo libera negl’andamenti. Padre ora è il tempo suo; ma se vi dirò: Signora, vostra figlia ha spezzato per disgrazia quel superbissimo vostro cristallo, che tenevi sopra lo scrigno, gli è caduto di mano quel nobile specchio e si è spezzato, eccola su le furie, ecco la casa in rovina, la figlia in guai. Ah sciocchi padri, stolte madri, che pensate più a lasciar ricchi, che buoni i figli. Ah che se io credessi potere inserire il vero amore nel cuore de’ padri verso de’ loro figli, che è il bene educarli, vorrei con quell’antico filosofo Plutarco portarmi su la cima della più alta torre della città, ed a gran voci di lassù esclamare: quo tenditis homines, quo tenditis; dove siete inviati padri, madri, io vi vedo intenti a provvedere d’ogni più nobile suppellettili le vostre case, tutte applicate ad accumular roba per i vostri figli, non ho che dire; ma ditemi ove sono frattanto i vostri figli, le vostre figlie, se ne’ collegi, se alle scuole, se a lavori in educazione ne’ monasteri, io non parlo; ma se alle veglie, ai balli, a’ giuochi, a’ ragionamenti e conversazioni troppo libere, tornate, tornate indietro, vorrei dirvi, a rimediare, e se non tornerete, trascurando la buona educazione, invece di padri amanti, sarete crudi carnefici de’ vostri figli e pure, quasi dissi, mi darei pace, se i padri e le madri dopo tanti peccati mortali commessi nell’educazione trascurata de’ suoi figli non facessero peggio, peggio sì, perché procurano la loro dannazione; sì la procurano, voi inorridite, sentite… la procurano col cattivo esempio! Esclami pure, e con ragione Osea, Efraim educet ad interfectionem filios fuos. O ciechi, o miseri padri, dice lo Spirito Santo, voi stessi con le vostre mani conducete sotto il filo della mannaia i vostri propri figli. Si racconta trovarsi in un certo paese due fonti, in un de ‘ quali bevendo gl’armenti vestono candide le loro lane, e dissetandosi nell’altro si ricoprono di nere, e se a sorte assaporano le acque d’ambedue, di vari colori si rimirano vestite; è però certissimo, che tali appunto sono i costumi di quei figli, o candidi e puri, o neri ed immondi, quali sono i fonti d’onde ne succhiarono il latte dell’educazione nel paterno esemplare. L’esempio ha tal forza, che Plutarco poté asserire, essere regola del vivere, o buono, o reo. – Era il Santo Vecchio Éleazzaro in età di novanta anni, allorché non solo sostenne acerbissimi dolori, ma la morte stessa, e a tanto si espose per non mangiare i cibi vietati dalla legge, e per dare esempio di singolar costanza a’ suoi figliuoli, si prompto, parole del Sacro Testo nel secondo de’ Maccabei, si prompto animo ac fortiter pro gravissimis, sanctissimis legibus honesta morte perfungar adolescentibus exemplum grande relinquam; né  vi crediate UU. che punto s’ingannasse, poiché appena soffertosi da lui il martirio che al suo esempio per non trasgredire la legge, diedero la vita insieme con la madre sette suoi figliolini di tenerissima età. Quivi tutto estatico San Gregorio Nazianzeno introduce quei sette figliolini a parlare con Antioco, Re Tiranno: Re: Eleazari discipuli sumus cujus tu fortitudinem perspe et tam, inexploratam babes. Sappi, o Tiranno, che noi siamo discepoli e figli di Eleazzaro, la di cui fortezza e generosità sì che abbastanza ti è nota: tanto ti basti per sapere che intrepidi ne seguiremo le gloriose pedate: Pater prior decertavit, decertabunt postea, et filii: tollerò nostro padre la morte, tollereremo ancor noi guidati da un sì bell’esempio la perdita di questa fragile vita; præcessit sacerdos, sequantur victimæ. Egli ci ha preceduto come sacerdote, noi lo seguiremo come vittime. Miei UU., alla generosità del parlare corrispose un’eroica pazienza ne’ tormenti, poiché animati dall’esempio paterno, i figli si portarono con magnanimo cuore ad incontrare la morte. Or io dico, se l’esempio in cose tanto contrarie alla natura, quanto è morire, ha sì gran forza, qual non avrà ne’ vizi, a’ quali la natura inclina. Avvertite bene, o padri quel che voi fate, che esempi gli date, perché voi col vostro mal vivere gli procurate la dannazione; li vostri figli, mentre sono piccoli per l’imperfezione del loro discorso vivono d’imitazione, e a guisa di principianti nella pittura, non sanno fare altro che copiare, però non gli procurate la dannazione col vostro mal esempio. Se dico bugie, smentitemi: sì, o no, chi ha insegnato a maledire, a giurare, a bestemmiare il Nome di Dio, anche prima di conoscerlo a quel figlio? Il perfido padre, che ad ogni aperta di bocca vomita maldicenze, giuramenti e bestemmie. Chi ha avviato all’osterie e bettole quel giovinetto? L’iniquo padre che sì spesso vi và co’ suoi piedi e ne è riportato con le braccia altrui. L’esempio del padre, che tratta con libertà licenziosa, ha insegnato i mali costumi al figlio. Chi ha insegnato a quel figlio a strapazzar la povera madre con parole talora sì brutte che neppure si direbbero ad una donna di mala vita? L’empio Padre che, venuto a casa non solamente grida, ma minaccia, ma percuote la povera madre, riempiendola di tali improperi, che neppure si proferirebbero contro la più scellerata donna del mondo: Chi ha insegnato a quel figlio lo strapazzo verso di suo padre; lo stesso padre, che all’or che era figlio strapazzò il proprio padre. Sentitene un fatto spaventoso. Vennero un dì a parole un padre ed un figlio, dalle parole passarono ai fatti, e il figlio indegno preso per i capelli il padre, lo strascinò giù per la scala; giunto che fu al fondo essa, figlio, disse, lasciami, perché tu sai, che fin qui strascinai mio padre! – Chi ha insegnato a quella figlia le vanità? La  madre, la madre, che anche essa era donna vana. Or negate, se potete, di non procurare con un tal esempio la dannazione de’ vostri figli. Eppure non finisce qui il male che fanno simili genitori a’ loro figli, poiché non solo procurano la loro dannazione col cattivo esempio, ma la vogliono! Inorridite o Cieli! la vogliono. Fuggite figli da quei padri che vi vogliono perduti. Voi inorridite ad una tale proposizione, e pure ne toccherete con mano la verità. Il ve lo fo toccar con mano. La legge Evangelica tuona minacce orribili contro de ricchi… veæ divitibus, e voi che fate? Altro non fate, salvo che insinuare nel cuore de’ vostri figli, fino da’ primi anni, che bisogna serbar tenacemente la roba e che tutta la felicità dell’uom consiste in aver piene le casse, colmi i granari, ridondanti le grotte e talora, parlandogli da solo a solo: mira, gli dite, il tal mercante, il tal cavaliere, perché seppero accumulare molto, per questo molto son giunti ad ottenere, a stabilire ne’ parentadi, nelle ville, ne’ benefici. E tu, che farai, sarai buono a tanto? Ed in così parlargli gli fate fare un concetto tale del denaro che fin d’allora principia ad adorarlo come Dio: e non è questo volere la dannazione del figlio? L’Evangelio dice, recumbe in novissimo loco; e voi che fate, altro non persuadete a vostri figli salvo che il contrario, suggerendogli, che non bisogna mai contentarsi dello stato suo, ma che a guisa de’ fiumi bisogna sempre acquistar paese, ingrandirsi, avvantaggiarsi, non ceder la mano a chi che sia, voler esser riconosciuto tra’ primi. Cristo nel Sacrosanto Vangelo grida, che si perdonino le offese ricevute, che si parli, che si salutis il prossimo che ci oltraggiò; diligite inimicos vestros, e voi, che fate, insinuate l’opposto, dicendo loro, che non bisogna dimenticarsi mai dell’affronto, ma che ad ogni imitazione de’ molossi, bisogna mostrare i denti, rispondere, vendicarsi: Piaccia a Dio, che tra’ miei UU. non ci sia qualche padre, o capo di casa, che abbia detto: figlio la nostra casa è stata sempre riverita e temuta al par d’ogn’altra. Ella ha avuto uomini di conto in lettere, in armi, in dignità. Tu non sarai degno del casato che porti, se non saprai farti stimare e cavarti, come si suol dire, le mosche dal naso. Però oggi, piaccia a Dio che tal padre non abbia detto al figlio: ecco la chi ci offese, questo è il luogo ove ci offese, di tal sorte eran l’armi, tocca a te farne i dovuti risentimenti da par tuo. E voi o madri, con quali dettami allevate le vostre figlie, non già con quelli del Vangelo, che insegna schivare i lussi superflui, e le pompe vane, poiché tal madre dirà alla figlia: va’ figlia, va’ da tuo padre e digli che tu vuoi vestire da tua pari, che così ti vergogni comparire, che tu vuoi quei vezzi, quelle maniglia, altrimenti non ti voglio con me neppure a Messa. Ah che Evangelio dice, ne solliciti sitis corpori vestro quid induamini; e non è questo volere la dannazione delle figlie, la vogliono sì, perché arrivano a darli vestiti all’usanza, lascia cantare i predicatori, parla, conversa, è il tempo tuo. O Dio, negate se potete, che non vi sian padri e madri che vogliono la dannazione de’ figli, che sarà di voi, che sarà? Udite. – Voi ben sapete che Eli gran Sacerdote, come abbiamo ne’ Libri de’ Re al primo, venne in tanta disgrazia di Dio che fu in perpetuo privato del Sacerdozio del Tempio, delle facoltà, della vita, della prosapia, e giudicato con tanta severità, che molti lo tengono per dannato … e perché un giudizio sì severo? Non  per altro se non perché non aveva corretto i figli viziosi: eo quod non corripuerit eos. Si eh? Or se Eli fu sì severamente castigato solo per non aver ripreso i figli, che non dovrete temere voi padri, i quali non solo non li riprendete, ma l’incitate, peggio li lodate de’ peccati; peggio, persuadete; peggio, li volete; sapete che farà, erit anima tua pro anima illius. Dannati, dannati, – Quando, che voi, miei UU. vedrete mai figli vissuti sotto padre di tal sorte, che non solo non cercano di bene educarli, ma ne procurano con l’esempio la dannazione, anzi la vogliono, e vedeste, che tali figli dissimili da’ loro genitori vivessero bene, attribuitelo ad uno de’ maggiori miracoli che possa darsi: Contentatevi, che questa verità ve la confermi con le Sacre Carte. Esce fiero l’Editto di Faraone, che quanti vivano maschi di tenera età nell’ampiezza de suoi Stati, tutti si sommergano nelle acque del Nilo; povere madri, accrescano pure le vostre lacrime l’onde del fiume, acciocché più gonfio, e più rapido vi tolga più presto dagli occhi la funesta tragedia. Si eseguisce l’ordine barbaro di regio comando, quando una madre non avendo cuore che desse forza al braccio per gettare il tenero bambinello in mezzo all’acque, fatto di giunchi un piccolo cestello, qui collocato il pargoletto, lo consegnò alla superficie dell’acque, lasciando che l’onda impietosita, lo rendesse salvo a qualche riva. Non andò la brama vuota d’effetto. Era la regia Infanta figlia di Faraone a diporto tra le delizie del bagno, la quale nel vedere a fior d’acqua galleggiare quel piccolo cestello carico d’un tenero fanciullo, mossa a compassione, chiamata a se una delle damigelle, ordinò si traesse a riva. Eseguì la donna, e prefentò alla padrona il bambino; tanto bastò, per essere di fattezze amabilissimo, perché la regia fanciulla mossa a pietà il desse segretamente ad allevare, disponendo l’Onnipotenza Divina, che alla propria madre si consegnasse il tenero figlio Mosè. Considera un tal fatto S. Agostino, e quasi estatico per lo stupore esclama, miraculum, miraculum! Voi al certo però, miei UU. al pari del Santo Vescovo vi farete meraviglia, sentendo che egli dia nome di miracolo ad un atto di compassione praticato da cuor di donna verso il piccolo figlio che, portato dalle onde stava di momento in momento per sommergersi. Non fu miracolo dirò io, che una principessa sovvenisse l’altrui miserie, miracolo farebbe stato, se la regia donzella vedendo quel pargoletto già vicino a sommergersi non ne avesse procurato lo scampo; sant’Agostino non cessa, ed estatico replica: miraculum, miraculum; si, intendetela, dice il Santo, fu miracolo, che la figlia d’un re sanguinario, allevata in corte con esempi di stragi non seguisse le orme paterne: miraculum, misericordiam fecit filia parricide. Miraculum, entro ancor io nelle vostre case o padri, o madri, e dico sarà miracolo e miracolo di non ordinario stupore, veder casto quel figlio che ebbe esempi di dissolutezze dal padre; vedere onesta quella figlia e senza vanità, che sortì per madre una donna che sempre gli fu esempio di vanità negli abiti e di libertà nel guardo: miraculum, miraculum, siano senza vizio i figli , ove i capi di famiglia sono dissoluti. Che da un genitor cattivo, grida Ambrogio, è pazzia sperarne figli innocenti vissuti all’esempio de’ padri, al par de’ padri saranno perfidi: Quid de adultera matre, nisi damnum pudoris: al conoscimento di tal verità arrivò fino la corta intelligenza d’un Domizio. Questi non sentì all’orecchio sussurro di colomba profetica e pure tanto aggiustatamente colpì sul segno, quando avvisò le future ribalderie di Nerone suo figlio. Attenti. Narra Xefilino, che Domizio prima di dire che Nerone doveva essere quell’indegno che fu, calcolò fra se stesso i suoi conti così: lo so qual vivo tutto applicato a’ giuochi, tutto dedito agli amori, mi piace la crapula, detesto la virtù, abbomino il giusto, amo il vizio; mia moglie se non mi passa nel vivere viziosamente, certo m’eguaglia. Ella ha ciarle per un comune, frascherie per un mercato, gode di conversare in passatempi e balli al pari d’ogni donna vana, e poi conclude da se stesso, non è possibile che da un tal Domizio e da una tale Agrippina possa formarsi un figlio buono e ben costumato: non enim ullo modo esse potest, quod ex me, et illa vir bonus formetur. Padre, madre di famiglia l’argomento di Domizio è concludente , nè vi è risposta; pertanto se avete figli, avvertite di non operare alla presenza loro cosa che non sia da farsi, poiché quando così non facciate, voi vedrete che i vostri figli impareranno dal vostro esempio a vivere senza modestia, ed operar senza riguardo, e si verificherà, che voi col vostro male esempio gli procurerete la dannazione. – Era pur bello il costume praticato nella Spagna e ricordato da Sallustio: registravano in un fedelissimo giornale tutti i fatti che ogni privato economo raccoglieva dal vivere quotidiano di ogni capo di famiglia, e questo registro una volta l’anno ad alta voce si leggeva alla presenza de’ figli, acciocché si animassero ad essere simili nelle eroiche azioni ai loro padri. Un grande impegno per verità era questo, ed una gran sicurezza della bontà de’ padri di quei tempi: Dio però ci liberi che da’ capi di famiglia s’introducesse oggidì simile usanza, poiché in vece di morigerare i costumi de’ figli, li depraverebbe, e gli distruggerebbe le città invece d’edificarle, poiché m’arrossisco a dirlo, non si potrebbero pubblicare se non di rari le virtù, di moltissimi vizi. – Sappiate, o figlio, direbbe taluno, vostro padre è un bravissimo giocatore, che invece d’accumular roba per voi, ve la dilapida con i dadi, e ve la scarta su le veglie a grosse partite per sera. Vostro padre è un valentissimo bestemmiatore, che per mostrare quanto poco speri salvarsi, ha già imparato il linguaggio de’ dannati. Vostro padre è un ingegnosissimo usurario, e tutto dissoluto nel rimanente de’ suoi costumi. E voi figlie, volere imparare le eroiche azioni di vostra madre: ella col frequentar le feste, non delle Chiese, ma delle sale, vi farà apprendere la libertà del vivere. Ecco gli esempi che danno oggidì molti de’ padri e madri ai loro figli, e non è questo un procurargli la dannazione? Sì, la procurano padri di tal sorte, farebbero meno male a lasciare in abbandono i loro figli, meno male farebbero se appena nati anche essi li ponessero in un cestello simile a quello in cui fu posto, come già dissi il bambinello Mosè, abbandonandoli all’instabilità delle acque. Madri di tal sorte farebbero meno male se a similitudine dello struzzo, partorito che hanno le loro figlie le lasciassero in abbandono, poiché tenendo presso se i loro figli, le loro figlie, non solo non gli danno la buona educazione, ma ne procurano e ne vogliono la dannazione, ma si aspettino anche la propria. – Nelle Vite de’ Santi Padri si parra come un padre per frutto delle sue nozze ebbe due figli, ai quali pose tanto d’amore, che altro non fece in tutta la vita, salvo che accumularli della roba, istruirli nelle lettere, ammaestrarli nelle creanze, allevandoli tutti per il mondo, niente per Dio, e perciò gli lasciava la briglia sul collo, acciò potessero a lor piacere scorrere ogni prato nello sfogo delle loro passioni. Aprì gli occhi Iddio ad uno di questi figli, e fattogli conoscere il pessimo stato in cui si trovava l’anima sua, lo fe’ risolvere di dar di calcio al mondo, e ritirarsi in un chiostro a far vita penitente: così fece, quando non molto dopo vennero a morte, e il padre sì trascurato nella educazione del figlio, e il figlio sì malamente educato. Morti che furono, si pose un dì il fratello religioso a fare orazione per quelle anime, quando in un tratto si vide aperta sotto de’ piedi un’altissima voragine entro a cui vi era un vaso smisurato pieno d’acqua, la quale a forza di quel fuoco che sotto vi somministravano i diavoli, orribilmente bolliva, e poi che vide? Vide che tra quelle onde di bollori or veniva su il padre, allorché s’immergeva il fratello, or veniva a galla il fratello, allorché s’affondava il padre, ed udì che il Padre tutto rabbia col figlio, ed il figlio tutto rabbia col Padre, non facevano altro, che arrabbiatamente strapazzarsi: maledetta quell’ora, diceva il Padre, in cui ti generai, per averti voluto arricchire or mi trovo in questi tormenti; maledetta quell’ora che t’ebbi per padre, diceva il figlio, merceché avendomi tu data ogni libertà mi trovo dannato; per te peno, diceva il padre, per te crucio, diceva il figlio. Quanto concepisse di spavento a questa vista il religioso, immaginatevelo voi. Quanto ne dobbiate concepir voi padri e madri, che male educate i figli, che gli date cattivo esempio, non accade che ve lo dica, sol vi dirò, che simili castighi v’aspettano nell’inferno, se non avrete maggiore sollecitudine dell’anima de’ vostri figliuoli.

LIMOSINA.
Si ritirano alcuni dal far limosine, perché, dicono, lascerò di meno ai miei figli, o quanto s’ingannano . Il Padre di San Carlo distribuiva larghe limosine a’ poveri di Gesù, ed avvisato da un amico che con tante limosine lascerebbe meno facoltosi i figli, rispose da vero cavaliere cristiano: io avrò cura de’ figli di Dio, e Dio avrà cura de’ miei, e così fu. Non troverete mai, ma mai, che le limosine abbiano impoverito casa alcuna, anzi questo è il vero modo d’arricchirle, honora Dominum de tua substantia, et implebuntur borea tua saturitate, et vino torcularia tua redundabunt.

SECONDA PARTE

Quanti qui siete padri di famiglia? Poco men che tutti, sento rispondermi; ma pure quanti siete, replico io, che meritate il nome, e praticate l’offizio di padri e madri? Se voi foste veri padri e vere madri, dareste retta agli argomenti di Paolo, obbedireste a’ comandi di Dio, avreste più cura dell’anima che della roba de’ vostri figli, non gli procurereste la dannazione col cattivo esempio, né tampoco la vorreste con istillare ne’ loro teneri cuori diabolici sentimenti, ma voi, come v’ho mostrato, non siete veri padri, perché non li allevate bene, procurate, e volete la loro dannazione. Se volete meritare il nome di Padre, operate da tali. Vi sono però alcuni padri e madri di famiglia, che non credono d’aver mai errato nell’educazione de’ figli, perché non gl’hanno dati cattivi esempi; or sappiate, che si può errare nella buona educazione, usando parzialità e togliendo la libertà. Oh quanto sono dannose le parzialità ne’ padri e nelle madri, sono la rovina delle case e delle anime. L’aquila, dice San Basilio partorisce tre uova ne cova due, e poi de figli nati ne alleva un solo: lo stesso fanno molti padri e madri, se avranno delle figlie femmine e de’ maschi, braveranno sempre alle femmine, ed al maschio rideranno in bocca; poi per fare il patrimonio al maschio, non guarderanno ad affogar le femmine con poca dote, ed anche a ritenerle in casa come serve senza marito; questo è un gravissimo errore, perché tutti i figli devono essere egualmente trattati, e pure un tale operare si stima il buon governo delle famiglie, e si passa avanti perché si arriva a togliere la libertà ai figli datagli da Dio, mentre i padri e le madri stabiliscono per lo più quello stato di vita ne’ loro figli, che a loro più piace e torna più conto alla casa. Discorrono fra se marito e moglie, e senza un’oncia di cervello determinano il tale lo faremo prete, quella monaca, l’altra femmina in casa; il secondo tra i maschi prenderà moglie. Chi vi ha data l’autorità di stabilire la vocazione a’ vostri figli? E se quello che volete far Prete volle moglie, e se quella, che destinate per monaca volle marito, ditemi se vi riuscirà di legarli per il timore che v’avranno con voto di castità, non gli esporrete a perder l’anima, a vituperar la casa con mille disonestà? Se quelle anime de’ vostri figli per forza religiosi si perderanno, voi, voi padri ne renderete conto a Dio. – O se io potessi avere tale udito che arrivasse a sentire le voci de’ poveri figli e figlie dannate per tal causa, credo che sentiremmo esclamare maledetto quel seno che mi concepì, maledetto quel petto che mi allattò, maledetta quella madre che mi partorì, meglio per me farebbe stato se io fosse nato d’un orso ed allevato da una tigre, mentre da questi non farei stato sforzato ad eleggere stato contrario alla mia natura. Tali saranno i rimproveri de’ figli; non vi mettete per tanto a simili cimenti o padri, o madri, lasciate che i figli si eleggano lo stato da per loro, voi educateli bene. Il Sacro Concilio Tridentino fulmina la scomunica sopra di quei padri che sforzano a monacarsi le figlie. Ah che avesse pronunziata ancor contro quei padri che a forza vogliono congiunte per interessi privati una figlia ad un marito, con cui ella non ha punto di genio, ed in sostanza lo piglia per forza. Voi per certo o padri e madri non fareste queste violenze, se poteste prevedere le rabbie, gli adulteri, gli omicidi, i veleni, che seguiranno da quelle nozze, da quel matrimonio violento. Intendetela, il buon essere della vostra famiglia, il vantaggio della medesima, la buona educazione de ‘ vostri figli non consiste in togliergli la libertà che Dio gli ha data, ma bensì in allevarli col santo timor di Dio, nell’insinuarli nel cuore l’orrore al peccato mortale, la fuga delle occasioni; se così farete, vedrete progressi non ordinari, stabilimenti lucrosi nelle vostre case, altrimenti dannazione per loro, morte eterna per voi. – Parliamo ora con i figli. Se i vostri  padri meritano castighi sì fieri per la trascuraggine nella educazione, che castighi non meriteranno quei figli che tanto strapazzano i loro genitori? Ecco là quel figlio che non dà mai una buona parola alla povera madre; se gli comanda, gli volta le spalle, e talora la schernisce come rimbambita, e gli cava amare lagrime dagli occhi, e poi neppur si confessa d’averla sì altamente amareggiata. Ecco là quel figlio che già ha tolto al povero padre il maneggio, gli dice: attendete a campare, e gli pare un’ora mille che muoia. Poveri padri, povere madri, son costretti talora a sentirsi vomitare addosso imprecazioni tali per bocca de’ figli che certo da niuna lingua l’avranno mai sentite sì acerbe. Iddio però li sa castigare. Vi sovvenga di quel celebre miracolo operato dalla Vergine Santissima di Loreto in persona di quel disgraziato figlio che avendo scritta una lettera con improperi ai suoi genitori, perché gli mandassero denari, restò del subito, messa la lettera alla posta, sordo del tutto, né  mai poté guarire, finché la Vergine Santissima coll’assenso de’ genitori non lo risanò. Poveri padri, povere madri alle loro tante fatiche al loro amore ricevano talora ingratitudini barbare; un tale appunto ne riceve un povero padre nella Normandia, il quale dopo avere fatta la donazione di tutto al figlio per avvantaggiarli fortuna d’un matrimonio, non solo arrivò l’ingrato figlio ad istigazione ancora della perfida moglie, a metter fuori di casa il padre, e collocarlo in una misera stanza, ma a farlo patire del necessario al sostentamento; non andò però molto, che il Signore lo castigò. Aveva cucinato la consorte un pollo, ed allorché stava per porsi a tavola col marito, giunse il vecchio padre all’uscio, ma non poté sì presto salire, che non avessero tempo per riporre il pollo nella credenza; lo riposero, e poi rivolti al padre: padre, gli dissero, andate, non avete pane? Vi basti quello. Licenziato così bruttamente il padre, torna alla credenza il marito, e invece del pollo vi vede un rospo, che saltatogli al viso, gli si attacca come polpo allo scoglio, né fu mai possibile staccarlo, finché d’ordine del Vescovo non ebbe girato varie città per insegnamento a’ figli di rispetto a’ padri. Volete vedere quanto prema al Signore che si rispettino il padre e la madre? Arguitelo dal vedere che ben spesso il Signore fa che cadano sopra de figli quelle maledizioni che gli sono mandate dai padri e dalle madri. Strapazzava un figlio indegno la madre, e le diceva parole d’ingiuria, quando la madre tutta in collera, va’ maledetto, che ti possa vedere impiccato. Il figlio invece d’intimorirsi a questo fulmine, se la rise, e così ridendo a schernir come vecchia e fuori di sé la povera madre, che così burlata mandava dagli occhi calde lacrime. Si affrontò a sentire tutto questo vilipendio un savio Sacerdote, il quale si stimò obbligato a riprender quel giovine ed a fargli capire che quel fulmine poteva verificarsi. uscito dalla bocca della madre di vederlo impiccato. Quel giovane insolente senza rispetto al Sacerdote, gli rispose arrogantemente: quando sarò impiccato verrete voi a raccomandarmi l’anima. Volete altro? Udite caso funesto. Montò un giorno a cavallo questo figlio, si pose a spasseggiar con esso per la città, passò per i macelli, ove sono quegli uncini di ferro a’ quali si attaccano le carni; s’inalberò il cavallo, s’infuriò talmente che, sbalzatolo di sella lo lasciò attaccato per la gola ad un di quegli uncini; già così impiccato spirava l’anima, quando cercandosi da tutti un Sacerdote, perché l’assistesse, non si trovò, salvo che quello che l’aveva ripreso. – Di questi casi ve ne potrei contare a centinaia: rispettate i vostri genitori, perché se gli escano dalla bocca di queste maledizioni, guai a voi. Sebbene questi son castighi temporali, aspettatevi gl’eterni. Fate a mio modo, portate ogni rispetto a’ vostri genitori, rispetto di parole, rispetto di fatti. Io ho conosciuto un cavaliere d’età di cinquanta anni ammogliato, il quale mai usciva di casa, che non dicesse: signora madre vo’ fuori, mai tornava, che non dicesse, signora madre sono in casa; mai andava a letto, che non gli chiedesse la benedizione. Questo è il modo per meritare la benedizione da Dio in questa vita e nell’altra…

QUARESIMALE (XIII)

QUARESIMALE (XI)

QUARESIMALE (XI)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA UNDECIMA
Nella Feria feconda della Domenica seconda.

Della Penitenza. Si scopre l’inganno e si mostra il pericolo
di perdersi eternamente a chi differisce la conversione.

Quæretis me, et in peccato vestro moriemini
San Giov. Al cap. 8


Confesso il vero, che io deploro la cecità di coloro, i quali differiscono di giorno in giorno la loro conversione col dire, che in ogni età può ridurli il peccatore a penitenza, giacché in ogni età, in ogni tempo sta Iddio con le braccia aperte per stringerlo al seno, purché pentito; deploro dico la vostra cecità se qui siete con tali sentimenti in cuore; e siate risoluti di non turbare il presente con la sollecitudine dell’avvenire, onde vogliate dare, se non gl’ultimi momenti della vostra vita, almeno quelli della vostra vecchiaia al pentirvi. Or sappiate, che se così opererete, sarà tanto certa la vostra dannazione, quanto è certa la vostra presunzione, mentre pretendete la Misericordia Divina legata a’ vostri capricci! Tacete e assicuratevi, che questo vostro pensiero andrà deluso, e ridotti al capezzale proverete avverate le parole di Critto: Quæretis me, in peccato vestro moriemini; e son da capo. La penitenza non v’ha dubbio esser frutto d’ogni stagione. Ella si nell’età più fiorita, come negl’anni più freddi matura al caldo della carità misericordiosa di Dio; se vi piovano le nevi sul capo, se vi scorre per le vene gelo di morte, finché siete in questa vita, siete nell’autunno di penitenza, che a Dio riserva, Omnia poma nova, et vetera; per arida e secca che sia la vecchiaia può, come la verga d’Aron, germogliare in una fiorita e fruttuosa correzione. Qual pianta più sterile della croce d’un ladro, e pure bagnata con sangue del Redentore, gli porse un frutto da trapiantare in Paradiso. Qual ramoscello più piccolo che l’ultimo momento di vita? E pure l’anima, con questo in bocca, divenutole olivo di pace, può, come colomba, da un diluvio d’acque volare all’arca d’eterna salute. Se così è (sento taluno, che mi dice) a che dunque turbare il presente con la sollecitudine dell’avvenire, se goduto il presente può assicurarsi in un momento il futuro? Diasi dunque con ottimo partimento il godere alla vita presente, il pentirsi alla morte; (così costei con voce da Circe). Ma chi non vede esser ciò una tanto certa perdizione, quanto è una vera presunzione; quasi che la Misericordia divina debba esser legata a’ nostri capricci. Tacete , tacete , ed assicuratevi che questo vostro pensiero andrà deluso, se voi, procrastinando la vostra conversione, non vi darete a sollecita penitenza. Date mente alle prove. Quando io parlo che non indugiate a pentirvi alla morte non intendo già di parlare con quelli che sono risoluti di pentirsi veramente alla morte, e non prima, poiché questi già stanno con un piede nell’inferno, per non dire con tutti e due, e per questo sol atto di volontà sono sempre in peccato mortale; intendo di predicare a coloro che indugiando di giorno in giorno, di solennità in solennità, procrastinano la conversione, finché arrivano all’ultima malattia, e quivi invece di convertirsi si dannano. Contro costoro dunque me la prendo, e dico loro, poveri infelici, è possibile, che non conosciate il gran male che voi fate procrastinando la vostra conversione? È vero, sento rispondermi, siamo peccatori, e ben conosciamo che questo nostro differire la conversione conducendoci all’ultima malattia ci conduce sull’orlo della dannazione, ma non per questo diffidiamo di salvarci, merceché la Santa Chiesa ci ha provveduti, in quel tempo di cose pie, come di Benedizioni del Santissimo Rosario, del Cordone del Carmine, della Cintura; tutto è vero, ma contentatevi però che io di voi mi rida mentre in quell’estremo confidate nell’aiuto di queste, per altro sante cose, e frattanto viviate da bestie. Sentite tra gl’insetti v’è un’animale, che chiamasi mille piedi, e pure con mille piedi appena si muove, la ragione si è, perché essendo privo di sangue non ha calore per servirsi di quelli strumenti datigli dalla natura a far moto; anche voi peccatori avrete, allorché sarete moribondi sopra del vostro letto, molte reliquie, brevi e benedizioni, ma perché  non avrete nel cuore una scintilla di carità non vi saranno nulla affatto, giacché viveste male e non avrete in quel punto calor celeste, e così non potrete attuarlo a quei mezzi, acciò vi giovino; avverrà a voi in quell’estremo, come avveniva a David che, nell’ultima sua vecchiaia non arrivava a potersi riscaldare, sicché carico di panni gelava; ma se queste devozioni non bastassero? Voi mi replicate, procureremo d’avere una buona corona di religiosi i quali c’aiutino, ci suggeriscano quanto è necessario per salvarsi. Voi dite bene, che la perizia d’un buon confessore in quell’estremo val molto, e però chiunque brama salute, dovrebbe eleggersi per assiduo regolatore dell’anima sua un uomo; ma tale appunto quale lo vorrebbe assistente al suo morire; val molto in quel tempo, è vero, un buon confessore, ma sappiate che il suo aiuto, quantunque buono, non per questo sarà tale, che possa da sé solo liberarvi dall’inferno, e mandarvi in Cielo. Fu sfidato a duello un certo nobile, non men privo di spirito, che d’esperienza nell’uso della spada. Accettò questi l’invito sulla speranza di chiamare per secondo un suo caro e buon maestro di scherma. Compiva egregiamente le sue parti il maestro, poiché nell’atto stesso di battersi col suo contrario non levava mai gli occhi dal cavaliere, riparate, diceva, quel colpo di sotto, ponetevi in guardia, avanzatevi, ritiratevi, ferite; ma il nobile, quanto ignorante, altrettanto impaurito non eseguiva i documenti del direttore, perché appena ne intendeva la voce. Ferito pertanto a morte, lasciò la vita sul campo con tutta l’affettuosa e valevole assistenza d’un tanto padrino. Voi vi dovete trovare nel fine di vostra vita a fiero duello col nemico comune; ottima sarà l’assistenza d’un santo confessore, v’insinuerà egli atti di fede, di contrizione, di confidenza nel sangue di Gesù; ma voi abbattuti dal male, agitati dalla coscienza, intimoriti dalle tentazioni, appena intenderete i termini di tali atti, mentre mai aveste in costume d’esercitarli, e quel che è peggio, assaliti da diaboliche suggestioni vi lascerete superar dall’inimico che resterà vincitore e padrone dell’anima vostra per tutta l’eternità. Ma Padre, quantunque voi ci poniate nell’inferno, noi però speriamo di non balzarvi, quantunque questa nostra mala vita ci conducesse al capezzale. Il Santissimo Sacramento della Confessione v’è sempre, ci confesseremo prima di morire, ed eccoci salvi. Tutto bene; ma i conti non riusciranno, perché non li fate con Dio, che sdegnato per la vostra mala vita, non vi permetterà questo necessario aiuto. Permetterà Iddio, che voi moribondi siate assistiti da un Sacerdote che, non sapendo la formula dell’assoluzione, vada per il Rituale, e voi frattanto moriate. Così avvenne ad un infelice, che dalle piume saltò alle fiamme; permetterà che il Sacerdote si scordi di darvi l’assoluzione, così occorse in Firenze ad un cavaliere da me conosciuto e non di buona vita. Che tramortifica prima d’assolvervi, così avvenne nella città di Perugia ad un Ecclesiastico. Permetterà che il Sacerdote si dimentichi affatto delle parole necessarie: Ego te absolvo, così avvenne in Torino. Che un’ignorante di prima classe creda non potervi assolvere, così accadde ad un scellerato in Firenze; permetterà, che il Sacerdote venuto alla vostra casa non possa per qualche accidente entrare in camera, così appunto successe ad una donna in Ascoli, e morì senza Confessione. Questi e simili casi permetterà Iddio, che intervengano nella persona di chi vuole indugiare la sua conversione. – Olà, peccatori miei dilettissimi, non vorrei che faceste come il leone, che per non atterrirsi, non vuol guardare all’armi de’ cacciatori; guardate, e guardate bene in quanti modi vi può colpire la Giustizia Divina. Ma su via, voglio che abbiate la sorte di confessarvi, e per questo, che speranza avrete della vostra salute, mentre questa vostra confessione non sarà dissimile a tante altre, nelle quali non avevate dolore vero de’ vostri peccati, sarà simile a quella d’un infelice scolaro narrata da Fra Bernardino da Busti; dice egli, come un infelice scolaro, che più che le scienze, studiava vizi, venne a morte, e tra lacrime e sospiri passò con gli ultimi Sacramenti, lasciando a tutti una speranza assai viva di sua salute, ma perché  non è tutt’oro quel che riluce, poco dopo gl’apparve miseramente dannato, e disse: morii con segni sensibilissimi di pentimento, ma non furono, poiché io non piansi i peccati commessi, ma i gusti, che dovevo perdere, e sappiate che troppo male l’intendono quelli i quali pongono le loro speranze nelle ultime confessioni, essendomi io dannato per non aver avuto dolore, né proposito. Che dite? che fate? che risolvete? Si badi lasciare ancor la mala vita, mentre toccate con mano che se giungerete in tal stato al capezzale, neppur potrà, quali dissi, giovarvi la Confessione. – Padre, Padre, voi mi dite, se non riuscisse far la confessione prima di spirare, si può fare un atto di contrizione, che supplisce a tutto, e basta sia fatto un momento prima di spirare. Un atto di contrizione? E che vi par di dire, o peccatori, quando dite un atto di contrizione? Bisogna che voi v’immaginiate che tanto sia fare un atto di contrizione quanto leggerlo in una cartina stampato. Fare un atto di contrizione, vuol dire dolersi con un dolore il maggiore di tutti i dolori, non dico sensibili, ma apprezzativi de’ vostri peccati. E voi vi tenete in pugno questo dolore, quando in vostra vita sol vi siete doluto di non aver potuto far più peccati? Far un atto di contrizione? Vuol dire avere un proposito di voler patire mille morti, prima che tornare a peccare. E voi vi tenete in pugno questo proposito, mentre in vostra vita non avete fatto altri propositi, che di sfogar le vostre passioni? Fare un atto di contrizione, vuol dire pentirsi d’aver offeso Iddio, non già per timor dell’inferno, non per perdita di Paradiso, non per bruttezza di peccato, ma solo per aver offeso Lui Sommo Bene, e che merita d’esser infinitamente amato. E voi vi tenete in pugno questo pentimento, per puro amor di Dio, mentre in vostra vita non avete fatto che voltar le spalle a Dio, per interesse, per odii, per amori? Voi un atto di contrizione in morte, che mai l’avete fatto in vita? Fare un atto di contrizione vuol dire amare Iddio sopra ogni cosa, e voi ve lo tenete in pugno, mentre in vita avete amato più le ricchezze, che Dio, più gli onori che Dio, più colei che Dio, più colui che Dio! Eh mi meraviglio di voi. –  Se io vi dicessi, allorché sarete moribondi: figlio, per salvarti, bisogna fare un atto di contrizione in lingua greca, voi mi rispondereste, non è possibile, perché mai ho imparato questo linguaggio e voi vorrete far un atto d’amor di Dio in morte, quando mai l’amaste in vita? Ohime, vi piango perduti! E voi sento mi rispondete: non ci vogliamo disperare, perché se non potremo fare questo atto di contrizione, e non avremo lingua da confessarci; sappiamo che alla morte bastano i cenni, basta un chinar di testa, un calar di palpebra, uno stringer di mano, un battersi il petto, questo è d’avanzo, perché in quel punto ci sia data l’assoluzione di qualsivoglia
scelleraggine. Certo, da qualsivoglia Sacerdote; certo! E dove è l’Imperatore Ottone Terzo di questo nome, il quale per rimanere assolto d’una privata ingiustizia accettò da San Romualdo di pellegrinare a piedi nudi al Monte Gargano, ed ivi per un’intera Quaresima vestir sacco, digiunar con rigore, dormire in terra? Dove è quel gran Pacomio, che caduto in disonestà, vuole con suo sommo rossore palesarlo in uno de’ Concili più nobili di Toledo? Dove è quella Fabiola gran Principessa Romana, la quale violata una ordinazione Ecclesiastica, volle con sommo rossore accusarsene sulle porte del Laterano? Se voi foste presenti, vorrei dirvi che potevate aspettare agli ultimi fiati di vostra vita, ed allora ottenere con un sol cenno, quello che tanto vi costò. Olà, olà mi muovo a compassione di non pochi che ignoranti di questa bella dottrina, che bastano i cenni, intraprendano grandi fatiche, aspre penitenze; Fermatevi voi pellegrini che con croci in spalla vi portate al riverito santuario di Loreto; fermatevi o voi che volete con tanto disagio passare a San Giacomo di Galizia, e con tanti pericoli a’ luoghi di Terra Santa; basta che chiniate la testa prima di morire, che stringiate le mani al Sacerdote per ottenere intiera l’assoluzione delle vostre colpe; bastano i cenni, sì, ma non basta, perché questa si confermi da Dio, vi vogliono l’interne disposizioni di dolore e di proposito. E come è possibile che chi ha bevuto l’iniquità come l’acqua, e che chi si pente sol perché non può vivere, l’abbia? Mutate parere, perché questi vostri disegni alla morte non vi riusciranno. Uditemi. Tre sorte di morte si danno e non più: in due è certissima la vostra dannazione, nell’altra è quasi indubitata se a quel tempo riducete la vostra conversione. Se la morte vi viene all’improvviso da un accidente, da un catarro, da una percossa, da una caduta, è finita, siete dannato, perché siete in peccato mortale. Se poi la vostra morte viene con un mal furioso, o di sconvolgimenti di stomaco, o di dolori di viscere, o di spasimi di testa, o simili, voi ben vedete che non potrete applicare ad un negozio di tanta importanza e fuori di voi, senza Confessione vi perderete. –  Che se poi la morte venisse con principii di male assai tenue, sicché vi lasciasse libera la testa, per pensare alle vostre colpe, sciolta la lingua da confessarle, e spiritoso il cuore a dolervene; voi siete in peggiore stato di convertirvi, per che mai vi darete ad intendere, né vorrete credere, che una tale infermità debba portarvi all’altra vita, e per ciò mai vi ci preparerete; farete a guisa d’un pigro viandante, il quale non potendo passare un torrente gonfio di molte acque, ne’ suoi principii va sempre irresoluto, tra se dicendo, le passerò più giù, le passerò più giù, e finalmente deluso, quando delibera di passarlo, non ne trova più il varco. Oltre che, credete voi forse che il demonio, il quale fino a quel tempo avrà goduto il possesso dell’anima vostra felicissimamente per i tanti vostri e gravi e continuati peccati, ha poi per lasciarvi nel più bello, e che gli scappiate dalle granfie? Appunto egli farà con voi ciò che suol farsi nelle ultime giornate campali allorché si viene a guerra finita, non si lascia veruno a quartiere, tutti a combattere, e perché? Perché quella è l’ultima giornata in cui se si perde non vi è più speranza di vincere, e se si vince non vi è più paura di perdere; e però allor si fanno le ultime prove. Così appunto interviene alla nostra morte; sa l’inferno che da quel punto dipende tutto, e però, che non farà allora lucifero? Sapete: ve lo dice il Signore nell’Apocalisse. Descendit ad vos diabolus babens iram magnam, sciens quia modicum tempus habet … vi verrà al letto con una furia e rabbia incredibile, perché sa che ha poco tempo, e se vi perde, è finita. Chiamerà dunque allora tutte le furie d’inferno perché v’assaliscano, v’assalirà con tentazioni di fede, v’assalirà con tentazioni di vendetta, di disonestà, saprà ben’egli rappresentarvi quei balli, quelle veglie, quegli affetti, colui, colei, e vi farà cadere in uno di quei pensieri laidi ai quali avete per l’addietro sempre dato libero l’adito nella mente, certo l’assenso nel cuore. Che rispondete a queste verità? Ecco la risposta troppo confidenziale, se non abbandonate il peccato. In quel punto il Signore mi aiuterà … no! Perché troppo spesso vi siete a Lui ribellati, dopo confessati, dopo avervi di nuovo data la sua grazia; no! Perché son mesi, son anni, che amorosamente vi chiama, che ritorniate alla sua obbedienza, e voi restii non l’ubbidiste; onde Egli farà con voi come si suole con le città ribelli, che non arrendendosi alle chiamate, si manda tutto a ferro e fuoco. No, che non v’aiuterà, perché vedrà che voi ricorrete a Lui non per amore, ma per forza, e vi risponderà, come il gran capitano Jefte rispose agli Ismaeliti: Nonne vos estis, qui odistis me, et dejecistis, nunc venistis, necessitate compulsi; voi (dirà Iddio) m’avete finora odiato, m’avete scacciato con amori con odii, con bestemmie, ed or mi chiamate; non voglio venire, siete forzati, non lo fate di cuore; no, che non vi aiuterà, anzi sentite ed inorridite: vi abbandonerà, di tanto si dichiara per il Profeta reale, mentre, se non vi risolvete a penitenza; udite le parole: Convertentur ad vesperas, famem patientur ut canes; Costoro che tante volte furono da me chiamati a penitenza, e mai si risolsero a farla bene, ora che la vorrebbero fare al capezzale, famem patientur ut canes faranno trattati da cani. Come si trattano i Cani? gli si danno gli avanzi, il peggio; voi avete voluto dare il meglio della vostra vita agli spassi, alle bettole, ai giuochi, alle usure, alle lascivie, e trattar me da cane, dandomi gl’avanzi della vostra vita, ed Io voglio trattar da cani voi, vi metterò una catena alle mani ed ai piedi e vi legherò eternamente nell’inferno: Ligatis manibus pedibus projicite cum in tenebras exteriores. Tanto provò quell’infelice cortigiano, di cui ne porta il funesto successo l’Eminentissimo Baronio ne’ suoi Annali. – Un predicatore apostolico della minima mia Compagnia, predicando la Quaresima in Digiure Città di Borgogna, atterrì tutta l’udienza con un caso formidabile, a cui accrebbe gran credito il Padre guardiano de’ Cappuccini, che nello scendere il predicatore dal pulpito, gli presentò il padre suo compagno, dicendo: eccovi o Padre un testimonio di veduta, e che fu spettatore dell’orribile tragedia. Uditela anche voi, miei uditori, con eguale spavento, ed utile. In un villaggio di Borgogna, un cavaliere, che da gran tempo era abituato nel vizio, resisté sempre alle divine ispirazioni, persuadendosi che prima di morire si sarebbe convertito. Iddio, che lungamente l’aveva tollerato, lo buttò finalmente nel letto con gagliarda febbre, ma neppure allora s’induceva a volersi confessare, benché esortato vivamente dal parroco che l’assisteva; quando rivolgendo l’ammalato gl’occhi, vide scritto a caratteri maiuscoli nel cortinaggio quella sentenza d’Isaia: Quærite Dominum dum inveniri potest, cercate il Signore, mentre si può ritrovare. A tal vista, doveva compungersi, eppure maggiormente s’ostinò immaginandosi che fosse invenzione del curato per condurlo alla Confessione; onde è che minacciando, comandò che si levasse via quel cartello, altrimenti avrebbe messo in pezzi e coltri e tendine, e questo v’era. I domestici, ancorché non vedessero niuna scrittura, per quietare il di lui furore, mutarono quelle in altre cortine, nelle quali con maggior prodigio mirò di nuovo l’infermo espresse quest’altre parole del Salvatore: Quæretis me, non invenietis, mi cercherete senza trovarmi; voi vi crederete che a questo spettacolo si ravvedesse il misero? Appunto non fu così; vie più inviperito gridando e bussando e minacciando si protestò, che a loro dispetto non si sarebbe confessato, non essendo egli ragazzo da temere di spauracchi; furono costretti i parenti a cambiar nuovamente la cortina, ma questa mutazione fu un esporgli avanti gl’occhi la terribile sentenza della sua condannazione, imperocché sulla terza cortina comparve figurata a neri caratteri la minaccia di Cristo Giudice: In peccato vestro moriemini, morirete nel vostro peccato. A questa terza veduta arrabbiatosi più che mai, si contorse con impeto e dopo violenti agitazioni spirò l’anima sciagurata, e nello spirare tutta la casa s’agito con orribil terremoto, come se rovinasse da fondamenti; né solo l’anima se ne andò, ma anche il corpo scomparve, portato via, non si seppe da chi, né dove, ma ognuno se lo poté purtroppo immaginare. A sì formidabile spettacolo rimasero gli astanti pieni d’orrore, e molto più quando, per divina rivelazione si seppe la verità di questi monitorii. La moglie restata vedova, ed una figlia che aveva, uscirono da quella funestissima casa, e corsero alle Carmelitane scalze a prendere vita religiosa; il figlio rimasto erede, rinunziate le sue facoltà, vestì l’abito Cappuccino e fu appunto quegli che, terminata la sopradetta predica, testificò il deplorabile avvenimento affinchè: exemplum effet omnium pœna unius. Imparate a non indugiare la penitenza, se non volete esempii, se non così visibili, certo egualmente spaventoli…

LIMOSINA
Voi sapete che gl’indovini per dar la buona o rea ventura, si fanno dar la mano bene stesa ed aperta, e s’ella è ben formata, ed ha le linee della palma lungamente dritte e stese ne sogliono fare augurio di lunga vita; a me, senza dubbio, darebbe l’animo di saper dire certamente, se la vostra vita sarà eternamente lunga, se vi salverete, si o no, e se starete bene anche in questa vita: vitæ quæ nunc est, et future, e non dubitate che io non colga sul segno; perché parlo con lo Spirito Santo, basta che si osservi, se la vostra mano è ben aperta per sovvenir a’ poveri; se così è, voi siete salvi: eleemosina liberat a morte.

SECONDA PARTE

Ho parlato finora contro di quelli che, indugiando la loro conversione di tempo in tempo, finalmente si riducono in pessimo stato alla morte con una quasi certezza di dannazione, ma perché questi sono la minor parte, voglio aprire gl’occhi con un fatto della Sacra Scrittura a quei che procrastinano di tempo in tempo, e vivono tra peccati, dicono: siccome sono uscito dal peccato altre volte, così ne uscirò questa ancora, e con questa debole speranza indugiano a confessarsi. Voi dunque dite così, allorché siete in peccato, e dalla coscienza, e da’ buoni amici siete esortato a confessarvi. Dio m’assisterà con la sua santissima grazia, come ha fatto altre volte, dandomi forza d’uscire dal peccato; piano, piano, perché questo è un paralogismo: ve l’ha data altre volte … dunque ve la darà sempre? Nego, nego, la conseguenza non tiene, e se non lo credete, udite. Voi ben sapete che Sansone s’era buttato nelle braccia di Dalila meretrice, la quale subornata da’ Filistei, procurò di sapere l’origine della gran robustezza di Sansone per potergliela togliere, e così darlo nelle mani nemiche. Ecco che un giorno, tutta alla domestica, domanda Dalila a Sansone: dimmi, se m’ami, d’onde mai in te tanta robustezza, sicché niuno possa abbatterti? È facile, rispose Sansone, basterebbe legarmi con sette nervi umidi, ed eccomi debole al par degl’altri; non cercò più la rea femmina; procura da’ Filistei questi lacci, e fintasi tutt’amore verso Sansone, gli riesce legarlo, e legatolo grida: a te Sansone, ecco i Filistei Philistin super te Sanson; Sansone scuote le braccia e a guisa di sottil filo di canapa, spezza quelle funi di nervo; Dalila vedendosi svergognata nell’impresa, si lamenta con Sansone, Ecce illusisti mihi, non posso credere che m’ami, se non mi confidi i tuoi segreti; dimmi dunque, e d’onde a te deriva tanta robustezza? questa mi si toglie, risponde Sansone, allorché io sia legato con funi del tutto nuove; e Dalila lo stringe con corde nuove, ed ella stessa grida: Philistiin super te Sanson, e Sansone con un solo divincolamento di persona, ruppe quelle corde come se fossero stati tenuissimi spaghi; Dalila di nuovo fa l’adirata, e poi di nuovo lo prega a compiacerla, che gli dica, dove veramente consista il fondo della di lui forza; Sansone le dice: per dirtela, se vuoi togliermi ogni forza, conviene inchiodarmi per i capelli nel pavimento; Dalila l’inchioda, e poi alza le voci: Philistiin super te Sanson, e Sansone, con un’alzata sola di capo, cava quel gran chiodo dal pavimento come altri farebbe un piccolo fuscelletto dall’arena. Or qua miei uditori, già v’ho narrato il fatto, nel quale voi m’avete a dire, se ravvisate più l’amore, o la pazzia di Sansone, voi mi rispondete: che l’amore è cieco, e perciò aveva condotto ad una sì gran pazzia Sansone, il quale quantunque vedesse apertamente il tradimento, ad ogni modo non sapeva abbandonare quella rea femmina, che lo voleva morto. Né qui si ferma l’infame amore ma nuovamente con lusinghe interrogato, gli scopre la verità e gli dice: tutta la mia forza consiste nella mia capigliatura; Dalila subito richiama i Filistei, lusinga l’amante, fa  che gli si addormenti nelle ginocchia, prende le forbici, taglia i capelli, lo scuote, lo gitta da sé, lo butta nelle mani de’ nemici, e poi grida: Philistiin super te Sanson … Sansone si desta, e stimando di riscuotersi come prima da quelle insidie, dice nel suo cuore: Egrediar sicut antea feci, gli scapperò dalle mani, ma non fu così, perché recesserat ab eo Dominus, onde legato, accecato e strascinato vi perde la vita. Or, cari miei Uditori, come si portò tanta ruina a Sansone, non per altro se non perché era scappato altre volte, perché s’era liberato altre volte: Egrediar sicut antea feci. – Questo paralogismo lo tradì, e questo tradisce la maggior parte degl’uomini. Intendete: la verrà giorno in cui Iddio v’abbandonerà, Dominus recedet … vedete quanto diversamente io discorra da voi; voi dite, che perché Iddio v’ha fatta la grazia altre volte, ve la farà anche adesso; ed io vi dico, che quanto più ve l’ha fatta, tanto più è difficile che l’abbiate un’altra volta. Giovane, uomo, tu hai scampata la morte e del corpo e dell’anima trovato da’ rivali in quella casa; non dire, l’ho scampata una volta, la scamperò la seconda! Donna t’è riuscito una volta mancar di fede senza pericolo, non ti riuscirà; ti sei confessata bene, non tornare, perché Dominus recedet

QUARESIMALE (XII)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “AD EXTREMIS ORIENTIS ORAS”

In questa Enciclica il Santo Padre, volendo favorire l’espansione dell’annunzio evangelico alle Indie orientali, invita i Vescovi di quelle diocesi particolari a formare Sacerdoti locali, conoscitori delle lingue e dei costumi del popolo in cui sono vissuti e vivono, così da essere accettati di buon grado dai loro conterranei a preferenza degli ecclesiastici europei. Questi sforzi sono stati coronati nel tempo da notevoli successi nella diffusione del Cattolicesimo autentico nel continente asiatico e particolarmente nell’area indocinese, nonostante gravi difficoltà di ogni tipo, le persecuzioni di governi atei ed ostili, le organizzazioni occulte e le false religioni e sette. Questi successi nello stabilire la Religione cattolica in quelle aree lontane sono oggi purtroppo largamente svaniti, grazie all’infiltrazione della setta modernista postconciliare che ha radicalmente stravolto la dottrina, la liturgia, l’officiatura in ogni suo dettaglio, sostituendosi in pratica alla Chiesa di Cristo, e trasformando il suo carapace esterno in una vera sinagoga satanica, vuota di contenuti, priva di grazia santificante e soprattutto priva della possibilità di raggiungere la salvezza eterna. Preghiamo dunque – il pusillus grex – perché, con l’intercessione di S. Tommaso Apostolo, di S. Francesco Saverio e dei Martiri orientali canonizzati, sia quanto prima riportata tra quei popoli e tra tutti i popoli della terra la vera dottrina salvifica cristiana purgata dalle mille eresie vomitate dal conciliabolo cosiddetto Vaticano secondo e dagli antipapi che si sono succeduti in una lugubre catena guidata da lucifero, catena tuttora in corsa vertiginosa verso lo stagno di fuoco, ove finiranno, come annunziato nel Libro dell’Apocalisse, la bestia ed i suoi adepti, i falsi profeti vaticani con i loro “allegri” seguaci, ed il dragone antico schiacciato dal calcagno della Vergine Maria.

Leone XIII
Ad extremas Orientis oras

Lettera Enciclica

Istituzione di collegi per chierici nelle Indie orientali

24 giugno 1893

Alle più lontane regioni d’Oriente, esplorate con successo dai valorosi portoghesi, alle quali tanti cercano di giungere ogni giorno per esercitarvi i loro ricchi commerci, Noi pure, mossi da una speranza assai più alta, fin dall’inizio del Nostro Pontificato abbiamo rivolto la mente e il pensiero. – Si presentano al Nostro animo e suscitano in Noi un sentimento di amore quegli immensi spazi delle “Indie”, nei quali, da tanti secoli ormai, si esercita la fatica degli annunciatori dell’Evangelo, E fra i primi viene in mente il beato Apostolo Tommaso, che a buon diritto è considerato l’autore della prima proclamazione dell’Evangelo agli indiani; e così pure Francesco Saverio che, per lungo tempo, si dedicò con ardore alla medesima opera gloriosa, riuscendo, grazie alla sua incredibile costanza e carità a convertire centinaia di migliaia di indiani dai miti e dalle superstizioni impure del bramanesimo alla fede della retta Religione. Successivamente, seguendo le tracce di quel grande Santo, molti appartenenti ad entrambi gli Ordini del clero, inviati con l’autorità della Sede Apostolica, hanno tentato con dedizione e tentano tuttora di difendere e promuovere le sacre verità e le istituzioni cristiane che Tommaso portò laggiù e che Saverio rinnovò. Tuttavia, in una così vasta distesa di terre quanto grande moltitudine di mortali è ancora lontana dal vero, immersa nelle tenebre di una deplorevole superstizione! Quanto terreno vi è, soprattutto verso settentrione, che potrebbe accogliere il seme dell’Evangelo, ma che non è stato ancora in nessun modo predisposto. Considerando queste cose nel Nostro animo, riponiamo sì la più grande fiducia nella benignità e nella misericordia di Dio nostro Salvatore, Che è il solo a conoscere quando i tempi sono opportuni e maturi per diffondere la sua luce e che vuole sospingere le menti degli uomini sul retto cammino della salvezza col segreto soffio del celeste Spirito: ma pure, per quanto sta in Noi, vogliamo e dobbiamo dare il nostro contributo affinché sì gran parte del mondo avverta qualche frutto delle Nostre veglie. Con questo proposito, facendo attenzione se mai in qualche modo fosse possibile ordinare in maniera più adeguata e accrescere lo stato della Religione cristiana nelle Indie orientali, abbiamo preso con felice successo alcuni provvedimenti destinati a giovare in futuro alla sicurezza del Cattolicesimo. Innanzitutto per quanto concerne il protettorato portoghese sulle Indie orientali, abbiamo sancito un patto solenne, con scambio di reciproche assicurazioni, col re fedelissimo di Portogallo e Algarve, E in seguito a ciò, tolte di mezzo le cause delle contese, sono cessati quei noti dissidi certamente non lievi che per tanto tempo avevano diviso gli animi dei Cristiani. Inoltre, abbiamo giudicato cosa ormai matura e salutare che dalle singole comunità di Cristiani, che in precedenza avevano obbedito ai vicari o prefetti apostolici, si formassero delle vere e proprie Diocesi, che avessero i loro propri Vescovi e fossero amministrate secondo il diritto ordinario. Perciò, con la lettera apostolica Humanæ,, salutis, del 1° settembre 1886, è stata istituita in quelle regioni una nuova gerarchia, che risulta di otto province ecclesiastiche: quella di Goa, onorata del titolo patriarcale, quella di Agra, di Bombay, di Verapoli, di Calcutta, di Madras, di Pondichery, di Colombo. Infine, tutto ciò che possiamo comprendere che sarà laggiù profittevole alla salvezza e gioverà a incrementare la pietà religiosa e la fede, ci sforziamo costantemente di compierlo per mezzo della Nostra Congregazione per la propagazione della fede cristiana. – Ma tuttavia resta una cosa, dalla quale dipende grandemente la salvezza delle Indie; e ad essa vogliamo che voi, venerabili fratelli, e quanti amano l’umanità e la Religione cristiana, facciate maggiormente attenzione. È evidente che l’integrità della fede cattolica in India è insicura, e incerta ne sarà la diffusione, finché mancherà un clero scelto fra gli “indigeni” bene preparati alle funzioni sacerdotali, che possano non solo essere di aiuto ai Sacerdoti stranieri, ma amministrare rettamente da se stessi la Religione cristiana nei loro Paesi. Si tramanda che proprio questo pensiero assillasse Francesco Saverio che, a quanto si dice, era solito affermare che la Religione cristiana non potrà mai avere salde fondamenta in India, senza l’opera assidua di pii e valorosi Sacerdoti colà nati. E facilmente appare chiaro quanto acuta sia stata in ciò la sua vista. Infatti, l’opera degli evangelizzatori europei è impedita da molti ostacoli, soprattutto dall’ignoranza della lingua locale, di cui è difficilissimo acquisire la conoscenza; e parimenti dalla stranezza delle istituzioni e dei costumi, ai quali non ci si abitua neppure in un lungo periodo di tempo: tanto che di necessità i chierici europei si aggirano colà come in terra straniera. E perciò, dal momento che a fatica la moltitudine si affida a gente straniera, è chiaro che assai più fruttuosa sarà l’opera di Sacerdoti indigeni. A costoro infatti sono ben noti le propensioni, l’indole, i costumi del loro popolo: sanno qual è il momento di parlare e di tacere: infine, Indiani quali sono, si aggirano senza alcuna diffidenza fra gli Indiani: cosa questa di cui è appena il caso di dire qual sia il valore, soprattutto nelle situazioni critiche. – In secondo luogo, bisogna avvertire che i missionari giunti da fuori sono troppo pochi per essere sufficienti a prendersi cura delle comunità cristiane ora esistenti. Questo emerge chiaramente dai registri delle missioni; ed è confermato dal fatto che le missioni indiane non cessano mai di invocare e richiedere insistentemente sempre nuovi annunciatori dell’Evangelo dalla Sacra Congregazione per la propagazione della fede cristiana. E se i Sacerdoti stranieri non sono in grado di prendersi cura delle anime neppure per il presente, come potrebbero farlo in futuro, una volta che fosse aumentato il numero dei Cristiani? E infatti non vi è speranza che cresca in proporzione il numero di quelli che l’Europa invia. Se dunque si desidera provvedere alla salvezza degli Indiani e fondare la Religione cristiana con la speranza che duri a lungo in quelle immense regioni, è necessario scegliere fra gli indigeni coloro che siano in grado di assolvere compiti e doveri sacerdotali, dopo aver ricevuto una diligente preparazione. – In terzo luogo, non si deve trascurare un’eventualità, che certo è assai poco verosimile, ma che pure nessuno potrebbe negare che sia nell’ordine delle cose possibili; che cioè possano capitare, in Europa e in Asia, tempi tali che i Sacerdoti stranieri siano costretti da una violenta necessità ad abbandonare le Indie. E se ciò avvenisse, qualora mancasse un clero indigeno, come potrebbe salvarsi la Religione, non trovandosi alcun ministro dei sacri riti sacramentali né alcun maestro della dottrina? Su ciò è fin troppo eloquente la storia della Cina, del Giappone e dell’Etiopia. Infatti più di una volta in Giappone e in Cina, mentre odii e stragi minacciavano la Religione cristiana, la violenza dei nemici, dopo aver ucciso o cacciato in esilio i Sacerdoti stranieri, risparmiò quelli nativi; e questi, conoscendo a fondo la lingua e i costumi della patria e appoggiati dalle loro parentele e amicizie, poterono non solo rimanere senza danno in patria, ma anche curare il servizio sacro e assolvere liberamente in tutte le province quei compiti che attengono alla guida delle anime. Invece in Etiopia, dove ormai si contavano circa duecentomila Cristiani, non essendovi un clero indigeno, una volta che furono uccisi o cacciati i missionari europei, una improvvisa tempesta di persecuzione distrusse il frutto di una lunga fatica. – Infine, bisogna guardare con attenzione all’antichità, e bisogna conservare con scrupolo gli ordinamenti che vediamo essere riusciti salutari. Ed invero, nell’assolvimento dell’ufficio apostolico, già gli Apostoli ebbero il costume e la regola in primo luogo di istruire le moltitudini con gli insegnamenti Cristiani, e poi di iniziare al servizio sacro alcuni scelti fra i fedeli e innalzarli anche all’episcopato. E i Pontefici Romani, seguendo successivamente il loro esempio, hanno sempre avuto l’usanza di raccomandare ai loro inviati apostolici di sforzarsi in ogni modo di scegliere il clero fra gli indigeni là dove si fosse formata una comunità cristiana sufficientemente ampia. Una volta, dunque, che si sia provveduto alla sicurezza e alla diffusione della Religione cristiana in India, bisogna preparare al sacerdozio gli Indiani, i quali possano adeguatamente compiere i sacri riti sacramentali e porsi a capo dei loro fedeli, quali che siano i tempi che verranno. – Per questo motivo i prefetti delle missioni indiane, per Consiglio ed esortazione della Sede Apostolica, fondarono collegi per chierici, ovunque ne ebbero la possibilità. Anzi, nei sinodi di Colombo, Bangalore, Allahabad, tenuti all’inizio del 1887, si è decretato che ogni singola diocesi abbia il suo proprio seminario per l’istruzione degli indigeni; e qualora qualcuno fra i Vescovi suffraganei non possa avere il suo per mancanza di mezzi, offra il vitto a sue spese ai chierici della diocesi nel seminario metropolitano. Codesti salutari decreti i Vescovi si sforzano di tradurli in atto in proporzione delle loro forze: ma si pongono di traverso ad ostacolare la loro straordinaria volontà le ristrettezze economiche e la penuria di Sacerdoti idonei che presiedano agli studi e guidino con sapienza l’insegnamento. Perciò vi è appena qualche seminario, o neppure quello, in cui l’istruzione degli alunni si possa ritenere completa e perfetta: e ciò in questa epoca in cui non pochi governi civili e protestanti non risparmiano nessuna spesa e nessuna fatica al fine di fornire a tutta la gioventù un’educazione accurata e raffinata. Si vede dunque assai chiaramente quanto sia opportuno e quanto sia conveniente al pubblico bene, fondare nelle Indie orientali dei collegi, in cui i giovani abitanti che crescono per la speranza della Chiesa ricevano una completa formazione culturale e siano formati a quelle virtù senza le quali non si potrebbero né santamente né utilmente esercitare i sacri Ministeri. Una volta rimossa la causa delle discordie con gli accordi stipulati, e ordinata l’amministrazione delle diocesi per mezzo della Gerarchia ecclesiastica, se Ci sarà lecito provvedere acconciamente alla formazione dei chierici come ci siamo proposti, Ci sembrerà di avere portato a compimento l’opera intrapresa. Una volta fondati infatti, come abbiamo detto, i seminari per i chierici, vi sarebbe la sicura speranza che di lì verrebbero in gran copia dei Sacerdoti idonei, i quali spanderebbero ampiamente il lume della loro dottrina e della loro pietà, e nel diffondere la verità dell’Evangelo eserciterebbero con competenza il ruolo fondamentale richiesto dal loro zelo. – Ad un’opera così nobile e per di più destinata ad apportare salvezza ad un’infinita moltitudine di uomini, è giusto che gli europei rechino un qualche contributo; soprattutto perché da soli non possiamo far fronte a così grandi spese. È dovere dei Cristiani tenere in conto di fratelli tutti gli uomini, ovunque essi vivano, e non ritenere nessuno fuori dal raggio del loro amore; e tanto più in quelle cose che riguardano la salvezza eterna del prossimo. Perciò vi preghiamo ardentemente, venerabili fratelli, di volere aiutare con i fatti, per quanto sta in voi, il Nostro proposito e i Nostri tentativi. Fate in modo che divenga a tutti nota la situazione della comunità cattolica in quelle così lontane regioni; fate sì che tutti capiscano che occorre fare, qualche tentativo a favore delle Indie; e questa sia la convinzione soprattutto di coloro che ritengono che il miglior frutto del denaro sia la possibilità di servire alla beneficenza. – Sappiamo per certo di non aver implorato invano il generoso zelo dei vostri popoli. Se la liberalità andrà al di là delle spese necessarie per i suddetti collegi, tutto quello che avanzerà del denaro raccolto faremo in modo che venga impiegato in altre iniziative utili e pie. Come auspicio dei doni celesti e testimonianza della Nostra paterna benevolenza, impartiamo con il più grande amore l’apostolica benedizione a voi, venerabili fratelli, al vostro clero e al vostro popolo,

Roma, presso S. Pietro, 24 giugno 1893, anno sedicesimo del nostro pontificato.

DOMENICA II DI QUARESIMA (2023)

DOMENICA II DI QUARESIMA (2023)

Stazione a S. Maria in Domnica

Semidoppio. – Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

La Stazione a Roma si tiene nella chiesa di S. Maria in Domnica, chiamata così perché i Cristiani si riunivano, in altri tempi, la Domenica nella casa del Signore (Dominicum). Si dice che S. Lorenzo, distribuisse lì i beni della Chiesa ai poveri. Era una delle parrocchie romane del v secolo. Come nelle Domeniche di Settuagesima, di Sessagesima e di Quinquagesima, i testi dell’Ufficiatura divina formano la trama delle Messe della 2a, 3a, e 4a Domenica di Quaresima. – Il Breviario parla in questo giorno del patriarca Giacobbe che è un modello della più assoluta fiducia in Dio in mezzo a tutte le avversità. Assai spesso la Scrittura chiama il Signore, il Dio di Giacobbe o d’Israele per mostrarlo come protettore. « Dio d’Israele, dice l’Introito, liberaci da ogni male ». La Chiesa quest’oggi si indirizza al Dio di Giacobbe, cioè al Dio che protegge quelli che lo servono. Il versetto dell’Introito dice che « colui che confida in Dio non avrà mai a pentirsene ». L’Orazione ci fa domandare a Dio di guardarci interiormente ed esteriormente per essere preservati da ogni avversità ». Il Graduale e il Tratto supplicano il Signore di liberarci dalle nostre angosce e tribolazioni » e « che ci visiti per salvarci ». Non si potrebbe meglio riassumere la vita del patriarca Giacobbe che Dio aiutò sempre in mezzo alle sue angosce e nel quale, dice S. Ambrogio, « noi dobbiamo riconoscere un coraggio singolare e una grande pazienza nel lavoro e nelle difficoltà » (4° Lez. Della 3° Domenica di Quaresima).  – Giacobbe fu scelto da Dio per essere l’erede delle sue promesse, come prima aveva eletto Isacco, Abramo, Seth e Noè. Giacobbe significa infatti « soppiantatore »: egli dimostrò il significato di questo nome allorché prese da Esaù il diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie e quando ottenne per sorpresa, la benedizione del figlio primogenito che il padre voleva dare a Esaù. Difatti Isacco benedì il figlio più giovane dopo aver palpato le mani che Rebecca aveva coperte di pelle di capretto e gli disse: « Le nazioni si prosternino dinanzi a te e tu sii il signore dei tuoi fratelli ». Allorquando Giacobbe dovette fuggire per evitare la vendetta di Esaù, egli vide in sogno una scala che si innalzava fino al cielo e per essa gli Angeli salivano e discendevano. Sulla sommità vi era l’Eterno che gli disse: « Tutte le nazioni saranno benedette in Colui che nascerà da te. Io sarò il tuo protettore ovunque tu andrai, non ti abbandonerò senza aver compiuto quanto ti ho detto. Dopo 20 anni, Giacobbe ritornò e un Angelo lottò per l’intera notte contro di lui senza riuscire a vincerlo. Al mattino l’Angelo gli disse: « Tu non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele (il che significa forte con Dio), perché Dio è con te e nessuno ti vincerà » (Il sacramentario Gallicano -Bobbio- chiama Giacobbe « Maestro di potenza suprema »).Giacobbe acquistò infatti la confidenza di suo fratello e si riconciliò con lui.Nella storia di questo Patriarca tutto è figura di Cristo e della Chiesa. – La benedizione, infatti, che Isacco impartì a suo figlio Giacobbe — scrive S. Agostino — ha un significato simbolico perché le pelli di capretto significano i peccati, e Giacobbe, rivestito di queste pelli, è l’immagine di Colui che, non avendo peccati, porta quelli degli altri » (Mattutino). Quando il Vescovo mette i guanti nella Messa pontificale, dice infatti, che « Gesù si è offerto per noi nella somiglianza della carne del peccato ». « Ha umiliato fino allo stato di schiavo, spiega S. Leone, la sua immutabile divinità per redimere il genere umano e per questo il Salvatore aveva promesso in termini formali e precisi che alcuni dei suoi discepoli « non sarebbero giunti alla morte senza che avessero visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno » cioè nella gloria regale appartenente spiritualmente alla natura umana presa per opera del Verbo: gloria che il Signore volle rendere visibile ai suoi tre discepoli, perché sebbene riconoscessero in lui la Maestà di Dio, essi ignoravano ancora quali prerogative avesse il corpo rivestito della divinità (3° Notturno). Sulla montagna santa, ove Gesù si trasfigurò, si fece sentire una voce che disse: « Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo ». Dio Padre benedì il suo Figlio rivestito della nostra carne di peccato, come Isacco aveva benedetto Giacobbe, rivestito delle pelli di capretto. E questa benedizione data a Gesù, è data anche ai Gentili a preferenza dei Giudei infedeli, come essa fu data a Giacobbe a preferenza del primogenito. Così il Vescovo mettendosi i guanti pontificali, indirizza a Dio questa preghiera« Circonda le mie mani, o Signore, della purità del nuovo uomo disceso dal cielo, affinché, come Giacobbe che s’era coperte le mani con le pelli di capretto ottenne la benedizione del padre suo, dopo avergli offerto dei cibi e una bevanda piacevolissima, cosi, anch’io, nell’offrirti con le mie mani la Vittima della salute, ottenga la benedizione della tua grazia per nostro Signore ».Noi siamo benedetti dal Padre in Gesù Cristo; Egli è il nostro primogenito e il nostro capo; noi dobbiamo ascoltarlo perché ci ha scelti per essere il suo popolo. « Noi vi preghiamo nel Signore Gesù, dice S. Paolo, di camminare in maniera da progredire sempre più. Voi conoscete quali precetti io vi ho dati da parte del Signore Gesù Cristo, perché Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione in Gesù Cristo Signor nostro » (Epist.). — In S. Giovanni (I, 51) Gesù applica a se stesso l’apparizione della scala di Giacobbe per mostrare che in mezzo alle persecuzioni alle quali è fatto segno, Egli era continuamente sotto la protezione di Dio e degli Angeli suoi. « Come Esaù, dice S. Ippolito, medita la morte di suo fratello, il popolo giudeo congiura contro Gesù e contro la Chiesa. Giacobbe dovette fuggirsene lontano; lo stesso Cristo, respinto dall’incredulità dei suoi, dovette partire per la Galilea dove la Chiesa, formata di Gentili, gli è data per sposa ». Alla fine dei tempi, questi due popoli si riconcilieranno come Esaù e Giacobbe.La Messa di questa Domenica ci fa comprendere il mistero pasquale che stiamo per celebrare. Giacobbe vide il Dio della gloria, gli Apostoli videro Gesù trasfigurato, presto la Chiesa mostrerà a noi il Salvatore risuscitato.

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XXIV:6; XXIV:3; XXIV:22

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricordati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai trionfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Ps XXIV:1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, ho levato l’anima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Reminíscere miseratiónum tuarum, Domine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominentur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricordati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Orémus.

Deus, qui cónspicis omni nos virtúte destítui: intérius exteriúsque custódi; ut ab ómnibus adversitátibus muniámur In córpore, et a pravis cogitatiónibus mundémur in mente.

[O Dio, che ci vedi privi di ogni forza, custodíscici all’interno e all’esterno, affinché siamo líberi da ogni avversità nel corpo e abbiamo mondata la mente da ogni cattivo pensiero.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses.

1 Thess IV: 1-7.

“Fratres: Rogámus vos et obsecrámus in Dómino Jesu: ut, quemádmodum accepístis a nobis, quómodo opórteat vos ambuláre et placére Deo, sic et ambulétis, ut abundétis magis. Scitis enim, quæ præcépta déderim vobis Per Dominum Jesum. Hæc est enim volúntas Dei, sanctificátio vestra: ut abstineátis vos a fornicatióne, ut sciat unusquísque vestrum vas suum possidére in sanctificatióne et honóre; non in passióne desidérii, sicut et gentes, quæ ignórant Deum: et ne quis supergrediátur neque circumvéniat in negótio fratrem suum: quóniam vindex est Dóminus de his ómnibus, sicut prædíximus vobis et testificáti sumus. Non enim vocávit nos Deus in immundítiam, sed in sanctificatiónem: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

[“Fratelli: Vi preghiamo e supplichiamo nel Signore, che, avendo da noi appreso la norma, secondo la quale dovete condurvi per piacere a Dio, continuiate a seguire questa norma, progredendo sempre più. Poiché la volontà di Dio è questa: la vostra santificazione: che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà, e non seguendo l’impeto delle passioni, come fanno i pagani che non conoscono Dio; che nessuno su questo punto soverchi o raggiri il proprio fratello: che Dio fa vendetta di tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e dichiarato. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità: in Cristo Gesù Signor nostro”]

L’ONORE CRISTIANO.

C’è nell’epistola d’oggi una parola che colpisce: l’appello all’onore. Se ne fa tanto commercio, tanto uso ed abuso di questa parola nella letteratura e nella vita mondana. Il mondo considera un po’ l’onore come una sua scoperta, o, almeno, come un suo monopolio. L’onore è nel mondo, o si crede sia, il surrogato laico del dovere. Noi Cristiani, secondo questo modo assai diffuso di vedere, avremmo il dovere, la coscienza; il mondo avrebbe, lui, l’onore. Più trascendentale il primo, più concreto il secondo. E onore vuol dire un nobile senso della propria dignità, un cominciar noi ad avere per noi quel rispetto che pretendiamo dagli altri. – Ebbene San Paolo parla di onore come di un dovere ai primi Cristiani, ai Cristiani d’ogni generazione, come parla di santità. Dio ci vuol santi e noi dobbiamo diventarlo sempre di più come numero e come intensità. « Hæc et voluntas Dei sanctificatio vestra ». Di questa santità l’Apostolo specifica due elementi: purezza e carità, una carità assorbente e riassorbente in sé la giustizia. Purezza! e la purezza è il rispetto al proprio corpo, è la dignità della nostra condotta umana anche nel momento in apparenza più brutale della nostra vita. – C’è chi si lascia degradare nel suo corpo, dalle ignobili passioni, dai miseri istinti di esso; ma c’è chi solleva e nobilita tutto questo: c’è chi possiede e domina nobilmente l’« io » inferiore e animale: trascinarlo in alto, umanizzarlo, divinizzarlo anche. È  una novità. I pagani non le pensano neppure queste belle, grandi cose, tanto sono lontani dal farle. Hanno evertito Dio, poveri pagani! È stata la prima forma di avvilimento e il principio funesto di tutte le altre. Mancò il punto a cui rifarsi, quasi sospendersi, e si rotolò in basso. San Paolo esprime lo schifo, il ribrezzo dei costumi pagani, corrotti e crudeli. Sono le due forme di bestialità su cui egli insiste e dalle quali scongiura i Cristiani di guardarsi, suggerendo le formule dell’onore: custodire onorato anche il proprio organismo, custodendolo santo. « Mori potius quam fœdari: » morire prima di disonorarsi, la cavalleresca formula ci torna alla memoria come una formula di sapore e di origine cristiana. L’onore non è più una convenzione, un quid di cui sono in qualche modo arbitri gli altri e che contro gli altri dobbiamo eventualmente difendere, è invece un quid di cui siamo arbitri noi stessi e che dobbiamo difendere contro gli istinti vergognosi degeneranti: difenderlo in nome e per l’onore stesso di Dio. Il mondo non farà che riprendere questa idea dell’onore per falsificarla strappandola al suo ambiente sacro, laicizzandola. Noi siamo i custodi vigili. Sdegnosi, colle opere più che con le parole, proclamiamo il programma: « mori potius quam fœdari ». Non tutto è perduto, nulla è perduto quando è salvo l’onore.

 Graduale

Ps XXIV: 17-18

Tribulatiónes cordis mei dilatátæ sunt: de necessitátibus meis éripe me, Dómine,

[Le tribolazioni del mio cuore sono aumentate: líberami, o Signore, dalle mie angustie.]

Vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea.

[Guarda alla mia umiliazione e alla mia pena, e perdònami tutti i peccati.]

Tractus Ps CV:1-4

Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus.

[Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.]

Quis loquétur poténtias Dómini: audítas fáciet omnes laudes ejus?

[Chi potrà narrare la potenza del Signore: o far sentire tutte le sue lodi?]

Beáti, qui custódiunt judícium et fáciunt justítiam in omni témpore.

[Beati quelli che ossérvano la rettitudine e práticano sempre la giustizia.]

Meménto nostri, Dómine, in beneplácito pópuli tui: vísita nos in salutári tuo.

[Ricórdati di noi, o Signore, nella tua benevolenza verso il tuo popolo, vieni a visitarci con la tua salvezza.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.

Matt XVII: 1-9

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem eius, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Móyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eis: Súrgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. Et descendéntibus illis de monte, præcépit eis Jesus, dicens: Némini dixéritis visiónem, donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.”

[In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, e Giacomo, e Giovanni, suo fratello, e li menò separatamente sopra un alto monte; e fu dinanzi ad essi trasfigurato. E il suo volto era luminoso come il sole, e le sue vesti bianche come la neve. E ad un tratto apparvero ad essi Mosè ed Elia, i quali discorrevano con lui. E Pietro prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui: se a te piace, facciam qui tre padiglioni, uno per te, uno per Mosè, e uno per Elia. Prima che egli finisse di dire, ecco che una nuvola risplendente, li adombrò. Ed ecco dalla nuvola una voce che disse: Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto: lui ascoltate. Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero gran timore. Ma Gesù si accostò ad essi, e toccolli, e disse loro: Alzatevi, e non temete. E alzando gli occhi, non videro nessuno, fuori del solo Gesù. E nel calare dal monte, Gesù ordinò loro, dicendo: Non dite a chicchessia quel che avete veduto, prima che il Figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte.]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

DOVE E COME GESÙ SI TRASFIGURÒ

Davanti a S. Pietro, a S. Giacomo e a S. Giovanni, Gesù si trasfigurò. Subitamente il suo volto apparve in uno sfolgorio di raggi come il disco del sole, i suoi vestimenti si fecero come neve bianchissima, così che nessun pittore o tintore del mondo potrà renderlo con la sua arte. In quel lume di gloria, a’ suoi lati, vennero Mosè ed Elia e discorrevano con Lui della sua morte di croce ormai imminente. I tre Apostoli udivano le parole dei tre grandi digiunatori di quaranta giorni: le parole del Figlio di Dio che per quaranta giorni e quaranta notti non toccò cibo né bevanda nel deserto; le parole del Legislatore d’Israele che salì sul Sinai fumante e tremante per la presenza dell’Onnipotente ed entrò nella misteriosa nube per quaranta giorni e quaranta notti, le parole del terribile Profeta che, fuggiasco e perseguitato, con un pane ricevuto dall’Angelo, camminò verso la montagna di Horeb quaranta giorni e quaranta notti. Da quello splendore non terreno, da quelle parole non umane, si diffondeva tale una dolcezza nel cuore, che Pietro esclamò: « Signore, che gioia star sempre qui! ». Allora s’udì un comando squillare come una tromba: « Il Figlio d’ogni mia compiacenza è Questo: ascoltatelo! ». Era la voce dell’Eterno, e i discepoli, tremando e adorando, si gettarono bocconi sulla terra, senza più guardare. Ma una mano lieve e una confortevole parola li scosse: « Alzatevi, non temete! ». Pietro, Giacomo e Giovanni aprirono gli occhi sbigottiti, si trovarono davanti Gesù, ma, ora, nel suo dolce aspetto di Figlio dell’uomo. Ecco, o Cristiani, il meraviglioso fatto della trasfigurazione. Ma dove, ma come avvenne? Dove avvenne? sulla cima silenziosa d’un monte. In montem excelsum. Come avvenne? mentre Gesù pregava dum oraret (Lc., IX, 29). Sono due circostanze che dobbiamo raccogliere, perché possono darci insegnamenti utilissimi per l’anima nostra. – IN MONTEM EXCELSUM. a) Nella storia della civiltà umana è evidente una forte aspirazione verso l’alto, e le cime dei monti ne segnano quasi le tappe più importanti. Quando, dopo 150 giorni, le acque del diluvio cominciarono a diminuire, l’arca si posò sul vertice dei monti dell’Armenia. Di là i superstiti all’ira divina discesero a rinnovare il mondo. Quando Iddio volle fare esperimento di Abramo (il più terribile esperimento imposto a cuore d’uomo) lo mandò sul monte: « Prendi, Abramo, l’unico figlio tuo diletto, e sali il monte ch’Io ti mostrerò, ed in vetta me l’offrirai in olocausto ». Quando il Signore volle rivelare il suo Nome agli uomini, apparve in una fiamma di fuoco, di mezzo a un roveto sul monte Horeb. Mosè pasceva le pecore del suo suocero, in quei pressi, lo vide e l’udì. Dalla cima del Sinai, Dio dettò la sua legge eterna: tutta la montagna ardeva come una fornace, ed un suono lungo di tromba annunciava la presenza del Signore. Ed è ancora sul monte che Gesù è salito, per proclamare la nuova legge a commento dell’antica. Sul monte avvenne la moltiplicazione dei pani, sul monte degli olivi avvenne l’agonia, sul monte Calvario la crocefissione. Sul monte l’ascensione al cielo, sul monte Vaticano il cuore della Chiesa. E i gradini dell’altare non simboleggiano forse le balze d’un mistico monte sulla cui vetta posa Gesù nel Saramento? b) L’aspirazione verso le altezze, propria dell’umanità intera, esiste ancora nel cuore di ogni singolo uomo. M. Olier, — narrano i suoi biografi, — spesso sentiva una voce interna mormorargli con soavità imperiosa: « In alto! in alto!». In alto, fin dove? fino a Dio, desiderio dei colli eterni. In alto, fino a trasportare la tua vita umana nella vita divina. E non sentite anche voi, Cristiani, la bramosia di lasciare la valle paludosa dei peccati e delle ingiustizie, per ascendere con Gesù sul monte eccelso? In montem excelsum! « Ma chi mai potrà — esclama Davide — scalare il monte del Signore? » e risponde: « Chi ha mondo il cuore e la mano ». Innocens manibus et mundo corde. Questa innocenza di mani, questa mondezza di cuore, non è altro che la Grazia, la quale abita in ciascun Cristiano che sia senza peccato mortale. Essa è come una fontana che precipita dal cielo in noi, e poi risale fino al cielo portando seco l’anima nostra. Fons aquæ salientis in vitam æternam. Essa è un innesto meraviglioso che trasforma da pianta selvatica e infruttuosa in pianta divina, capace di dar frutti di Paradiso. Essa è come la scala di Giacobbe: chi la possiede in cuore vi può far ascendere fino al trono di Dio tutti i propri pensieri e le proprie azioni. Immaginate due uomini che compiono la medesima azione: ad esempio un segno di croce, un’elemosina; ma l’uno è in grazia, e l’altro no. Davanti agli occhi del mondo nessuna differenza, ma non così davanti agli occhi di Dio. L’azione buona del primo è salita fino alla vita eterna, gli varrà un aumento di felicità in cielo; l’azione del secondo non ha avuto forza per il Paradiso e si è fermata quaggiù. Se tanti Cristiani sapessero la loro ricchezza e la loro grandezza, non rimarrebbero per mesi ed anni, senza rimorso, in disgrazia di Dio! Se tanti Cristiani sapessero la loro ricchezza e la loro grandezza, non così facilmente per un capriccio, per una passione, getterebbero via la Grazia del Signore! In alto il cuore, in alto le mani! trasfiguriamo per mezzo della Grazia i nostri affetti e le nostre azioni. – DUM ORARET. È l’evangelista S. Luca che ricorda come la trasfigurazione di Gesù avvenne proprio mentre pregava. La preghiera, dunque, ha virtù di trasfigurare. Quando Mosè discese dal monte, dopo aver parlato con Dio, dalla sua fronte raggiavano due fasci di luce. E quando la plebe giudea si slanciò furibonda contro il diacono Stefano, egli pregando, apparve ai loro occhi come un Angelo. E quando ancora, a Siracusa, volevano far oltraggio alla vergine Lucia, furono incapaci di smuoverla d’un passo neppure con l’aiuto di validi buoi; poiché ella pregava, il suo corpo era divenuto immobile. E non fu nella preghiera che sulla nuda roccia della Verna S. Francesco ricevette nelle palme delle mani e nelle piante dei piedi e nel costato le piaghe del Signore? E non fu nella preghiera che S. Filippo Neri, nella Pentecoste del 1544, nell’ombra delle catacombe romane, sentì il suo cuore dilatarsi d’amore così che due coste, non valendo più a contenerlo, s’incurvarono? Ora possiamo anche comprendere perché noi non ci trasfiguriamo mai: la nostra mente è sempre tenebrosa di pensieri cattivi e disonesti; il nostro cuore è sempre infangato da rancori, da invidie, da desideri ignobili; la nostra bocca è sempre contaminata da bestemmie, da imprecazioni, da discorsi inverecondi, da mormorazioni, da bugie; le nostre azioni non si staccano mai da terra come i rospi, mai un’elemosina, mai un aiuto disinteressato al prossimo, mai un buon esempio. Ma perché? Perché in noi manca la preghiera a trasfigurarci. Viveva in Damasco un discepolo del Signore, di nome Anania. « Anania! » gli disse il Signore comparendogli in visione, — « levati, e va: nella contrada soprannominata « La diritta » è arrivato un uomo di Tarso di nome Saulo, accecato. Cerca di lui: ecco egli già prega, bisogna donargli la vista ». Anania rispose: « Molti, o Signore, mi hanno parlato di codesto tuo uomo: è un rabbioso persecutore dei tuoi fedeli, e qui in Damasco ha potestà di cacciare in prigione tutti noi ». Ma il Signore replicò: « Non importa, levati e va: ecco già egli prega e da persecutore bisogna trasfigurarlo in Apostolo ». Ed Anania andò, entrò in una casa ove Saulo cieco e persecutore pregava: « Fratello Saulo, mi manda il Signore Gesù a dare la vista a’ tuoi occhi e lo Spirito Santo alla tua anima ». E in quell’istante da’ suoi occhi caddero come delle scaglie e vide; ricevette anche il Battesimo e divenne Apostolo (Atti, IX, 10-19). Oh se una buona volta il Signore vedesse anche noi pregare! pregare spesso, pregare bene! credete forse che gli mancherebbe un Anania da inviarci perché trasfiguri i nostri occhi ciechi davanti alle meraviglie del cielo, e trasfiguri la nostra anima schiava da troppo tempo del demonio? La virtù dell’Altissimo non è diminuita, è la nostra preghiera che è venuta meno. – La voce dell’Onnipotente, che testimoniava per il suo Figliuolo Incarnato, doveva essere tremenda se gli Apostoli, che non avevano avuto timore davanti ad Elia e Mosè, caddero bocconi sulla terra al solo udirla. « Questo è il Figlio d’ogni mia compiacenza: ascoltatelo! ». Ascoltatelo! questa parola passa di secolo in secolo, di generazione in generazione, e questa domenica risuona al nostro orecchio. Ascoltatelo! Che cosa ci dice, ora, il Figlio diletto di Dio? Non altro che queste due cose: « Lascia la valle del peccato salendo in alto nella mia Grazia; trasfigurati con la preghiera ». Ascoltiamolo, dunque! — IL PARADISO. Nella presente vita, anche noi dobbiamo fare quello che ha fatto Gesù con i suoi. Quando i dolori e le disgrazie ci soffocano, quando le tentazioni ci prostrano, e siamo storditi ed esasperati, prendiamo l’anima nostra, conduciamola in alto, facciamole guardare il Paradiso. Le pene si muteranno in gioia. « È tanto il bene che m’aspetto, che ogni pena mi è diletto! » esclamava il Poverello d’Assisi. S. Paolo ci assicura che anche Cristo s’è fatto forte a portar la croce col pensiero del Paradiso. Proposito sibi gaudio sustinuit crucem (Hebr., XII, 2). Così gli Angeli confortarono a morire il martire Timoteo, quando piagato e immerso nella calcina viva, spasimava nell’incendio senza fiamma: « Leva su il capo, — gli dicevano, — e poni mente al Cielo ». Così la gloriosa madre dei Maccabei, dopo il martirio di sei figlioli, confortava l’ultimo suo nato a lasciarsi dilaniare dal tiranno: « Figlio mio ti prego, guarda il cielo » Peto, nate, ut aspicias ad cœlum. (II Macc., VII, 28). Guardiamo anche noi al cielo quest’oggi, che è fatto per noi. Quando riabbasseremo gli occhi, ci sembrerà brutta la terra e sopportabili le penitenze di quaggiù. – 1. CHE COS’È IL PARADISO. S. Agostino aveva deciso di scrivere a S. Gerolamo per domandargli un parere sulla beatitudine del Paradiso. Ma prima che arrivasse la lettera, S. Gerolamo morì. Gli apparve in sogno a dirgli: « Agostino: puoi tu comprendere come si possa chiudere in un pugno tutta la superficie della terra? ». — « No. » — « Puoi tu capire almeno come si possa radunare in un vasetto tutta l’acqua dei mari e dei fiumi? » — « No. » — « E allora non puoi nemmeno capire come mai tanta beatitudine possa entrare nel cuor dell’uomo ». A Bernardetta Soubiroux, dopo aver visto il biancore della veste dell’Immacolata, tutto parve nero. Perfino il sole. Un mercante di stoffe le mostrava alcuni campioni di bianco, cominciando dai meno freschi e lucidi: « Più bianco, » diceva, più bianco ancora! molto più bianco! » Non ne trovò uno che, da lontano almeno, assomigliasse al bianco del vestito di Maria. S. Paolo stesso, dopo aver contemplato Iddio, non seppe balbettare che scarse parole: « Occhio non vide mai! orecchio non udì mai! lingua non disse mai! ». Certo non noi, poveri peccatori, sapremo comprendere di più di questi Santi. Tuttavia, sforziamoci di levare la nostra mente a quel bagliore. Immaginiamo una città, quale la vide S. Giovanni, splendida, d’oro le mura, di gemme le vie; e se tre vi sono, son pietre preziose. Una città senza peccato: niente di inquinato vi può entrare. Come è bello dove non c’è il peccato! nessun disordine mai, mai un furto, mai una bugia, non una calunnia, non una mormorazione; ivi tutti si amano come e più che fratelli. Tutti sono d’un sol cuore, una sola anima, uniti a Dio e uniti tra loro. Per entrare in così bella compagnia, dite, non mette conto di staccarci ora da un compagno cattivo, ritirarsi un poco in solitudine, rinunciare a qualche conversazione pericolosa? Non solo il Paradiso è senza peccato, ma anche è senza le conseguenze del peccato: non malattie; non dolori, non lavori, non la morte, non i rimorsi. « Non ci sarà più la notte, né occorrerà più la lucerna a far luce e neppure il sole: Dio con la sua gioia illuminerà i beati che lo vedranno a faccia a faccia » (Apoc., XXII, 5). Dio asciugherà per sempre gli occhi degli eletti da ogni lacrima: non ci sarà più la morte, più le grida, più il lutto, più il dolore: tutto sarà distrutto e tutto fatto a nuovo ». (Apoc.,, XXI, 4). Il Paradiso è dunque una città senza peccato, e senza le conseguenze del peccato. Ma non basta: là si possiede Dio e Dio ci possiede. Sapete voi che vuol dire possedere Iddio? vuol dire possedere tutti i beni. Mosè aveva detto al Signore: « Mostrami la tua gloria! » E il Signore gli rispose: « Ti mostrerò ogni bene » (Es. XXXIII, 18-19). Avremo tutto, e ricchezze immarcescibili, e onori veraci, e piaceri eterni, e vita senza fine. Non desidereremo più nulla: che se qualcosa d’altro potessimo desiderare  subito ci verrebbe concesso. S. Francesco, il Poverello d’Assisi, crucciato da uno spasimoso dolore di occhi, non poteva dormire; e nella notte, a gran voce, chiedeva un po’ di pazienza. E Dio gli mandò un Angelo con una cetra. Ma come toccò la prima corda col plettro, fu tanta la dolcezza che invase il cuore del Poverello, che supplicò di non suonare più, ché altrimenti sarebbe morto di gioia. S. Pietro vide appena un raggio della luce del Paradiso, nella trasfigurazione e subito dimenticò di mangiare, di bere e ogni cosa pur di rimanere là sempre e contemplare. Questa musica e questa luce noi potremo gustarle eternamente. – 2. COME S’ACQUISTA. La fama di Tommaso d’Aquino varcava le Alpi e in tutta Europa si parlava di lui e de’ suoi libri. Alla sua scuola accorrevano le migliori intelligenze del tempo; mai nessuno aveva parlato come lui, mai nessuno aveva scrutato la scienza di Dio con tale acume di penetrazione. La sorella del Santo, avendo capito la prodigiosa intelligenza del fratello, gli scrisse domandandogli per amore come si possa conquistare il Paradiso. E Tommaso le rispose queste semplici parole: « Con la buona volontà » Davvero. Con la buona volontà nel pregare: Domandatelo e vi sarà dato; cercatelo e l’avrete; picchiate alla sua porta e vi apriranno. Con la buona volontà nel disprezzare le vanità terrene. « Oh come mi sembra brutta la terra, quando penso al cielo! » esclamava frequentemente S. Ignazio. Quando S. Cecilia fu tratta al martirio, il tiranno e il carnefice così la lusingavano :« Cecilia, guarda la tua giovinezza, com’è in fiore! Guarda la beltà de’ tuoi occhi e delle tue chiome! Pensa come andresti felice sposa a un nobile patrizio… Pensa, e risparmiati ». Ma la fanciulla rispose: « Io perdo il fango e trovo l’oro; io cedo un tugurio breve e miserabile e ricevo una reggia immensa come il cielo; io vendo la mia chioma caduca e vana e mi sarà data una capigliatura di raggi di luna e una corona di stelle ». Tugurio miserabile è la terra, fango il nostro corpo, vanità la bellezza e il danaro; una cosa è preziosa grande e bella, una sola: il Paradiso. Con la buona volontà nel superare i pericoli e le fatiche. Alarico, re barbaro, calava in Italia con le sue orde. Quando un monte gli sbarrava la via, e i suoi soldati stanchi si buttavano a terra disperatamente: « Avanti — gridava, — entreremo in Roma ». Quando una fiumana travolgente gli tagliava la corsa rovinosa, e le compagnie indietreggiavano illividite: « Avanti! — gridava, — entreremo in Roma » Quando ancora qualche scompigliata legione romana cercava di trattenerlo, e il suo esercito sfinito ricusava battaglia: « Avanti! — gridava, — entreremo in Roma ». Pensate, Cristiani, che non alla conquista d’una città viziosa e decaduta andiamo noi, ma alla conquista d’una città eterna e divina. Quale difficoltà, quale pericolo, quale tentazione, ci può arrestare? Avanti! entreremo in Paradiso. – Una turba livida di furore, col cuore secco e coi denti stretti, spingeva fuori la cerchia delle mura di Gerusalemme un giovane. Quando furono al luogo dell’esecuzione, tutti afferrarono le pietre e furiosamente le gettavano contro di lui. Egli s’era inginocchiato e guardava in alto: vedeva i cieli aperti, e Dio in gloria e Gesù Cristo sua destra, e tutti gli Angeli e i Santi in giro. I sassi grandinavano intorno e su lui: forse non li sentiva. « Signore, — disse — prendi il mio spirito, e perdona », poi chiuse gli occhi e spirò. Quando le disgrazie, le malattie, le tentazioni, i pericoli dell’anima e del corpo cadranno intorno a noi, come i sassi della lapidazione di Stefano, leviamo gli occhi al Paradiso; vediamo ivi la gloria di Dio e di Gesù Cristo, la gloria di Maria e dei Santi, vediamo il nostro posto ch’è già preparato. « Tanto è il bene che m’aspetto, ch’ogni pena m’è diletto ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 47; CXVIII: 48

Meditábor in mandátis tuis, quæ diléxi valde: et levábo manus meas ad mandáta tua, quæ diléxi.

[Mediterò i tuoi precetti che ho amato tanto: e metterò mano ai tuoi comandamenti, che ho amato.]

Secreta

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quæsumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti.

[Guarda, o Signore, con occhio placato, al presente sacrificio, affinché giovi alla nostra devozione e salute.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigenito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]


Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus:

Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps V: 2-4 – Intéllege clamórem meum: inténde voci oratiónis meæ, Rex meus et Deus meus: quóniam ad te orábo, Dómine.

[Ascolta il mio grido: porgi l’orecchio alla voce della mia orazione, o mio Re e mio Dio: poiché a Te rivolgo la mia preghiera, o Signore.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut quos tuis réficis sacraméntis, tibi etiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas.

[Súpplici Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché, a quelli che Tu ristori coi tuoi sacramenti, conceda anche di servirti con una condotta a Te gradita.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (237)

LO SCUDO DELLA FEDE (242)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (11) SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908 »

Art. VII.

LE ORAZIONI SEGRETE ED IL SACERDOTE INTERPRETE DEI BISOGNI DI TUTTI

Poi nell’atto di serrare le braccia, pare che accolga i voti di tutti in cuore portandoli, si volga a trattar segretamente con Dio degli interessi di tutti. Il popolo gli risponde colla orazione:

Suscipiat.

« Riceva il Signore dalle vostre mani il Sacrificio a lode e gloria del Nome suo, anche a vantaggio di noi e di tutta la santa Chiesa. » Il Sacerdote, che recitò sotto voce col popolo la stessa preghiera, gli risponde: « amen, ben sia così. »

Il Sacerdote appiè della croce elevato tra il popolo e Dio alza le mani al crocifisso, e vuol avvisare che da noi soli non ci possiamo salvare e che per salire al Paradiso bisogna che qui in terra ci attacchiamo a Gesù Cristo. Egli Dio col Padre, Uomo con noi si abbandona al nostro amore nel Sacramento; e noi per farci da Dio ascoltare e tirarci salvi nella sua bontà dobbiamo mettere, massime quando preghiamo, col cuore le nostre teste sotto la sua Testa coronata di spine, le nostre mani sopra le sue Mani piene di Sangue, il nostro Cuore sul Cuore suo per noi ancora aperto. – Quindi il sacerdote è qui interprete di tutto il cuore della Chiesa, e il palpito del cuore di questa Sposa di Dio è la preghiera. Or tocca al Sacerdote dire tutto per Lei, e farle battere il cuore di questo palpito vicino al cuor di Dio. Stanno bene adunque sull’altare, a capo di tutti i fedeli preganti, i Sacerdoti consacrati a Dio, della cui vita la principale occupazione è la preghiera. Essi, dice s. Gregorio Magno (Pastor. par. 1.), sono come i profeti santi, che soliti a parlare con Dio, basta che comincino ad esclamare: « Signore, Signore, » perché il Signore debba loro rispondere: « ecco che sono presente ad ascoltarvi. » Qual consolazione per il popolo fedele aver alla testa uomini fidenti di ottener colle orazioni le grazie che chiedono a Dio. Per questo, prima che si assuma al sacerdozio un fedele, si fa esercitare nell’orazione; poi la Chiesa gli fa promettere solennemente di far continua preghiera presso che in tutte le ore della sua vita, obbligandolo all’ufficio divino, canonica orazione, che significa, il pregare essere l’uffizio, l’impegno il servizio continuo della vita sacerdotale. Fattosi promettere che pregherà, recitando l’ufficio tutti i giorni; crede poterlo mandare alla sua missione, affidato alla guardia della preghiera; sicura che dall’uomo che conversa con Dio almen un’ora ogni dì, tutto è a sperare di bene. Ecco perché s. Bernardo (S. Bernard. lib. 4, De Cons.) al pontefice Eugenio faceva questa raccomandazione: fa che tu assuma al santissimo ministero uomini dell’orazione zelanti, che nel ministero pongano fidanza ben più che nelle loro industrie. Incaricati degl’interessi del popolo innanzi a Dio, devono essere come quegli Angeli, che salivano e scendevano incessantemente per la scala di Giacobbe. Devono discendere per raccogliere i voti e i bisogni del popolo: salire (S. Jo. Chrys., Hom. 79, ad popul. Antioch.) colla preghiera, affine di recarli sino ai piedi del trono di Dio, ed aprire il seno delle sue misericordie sopra le miserie di tutti i fratelli. I loro voti sono i voti di un gran ministro mandato davanti a Dio dalla Chiesa a piangere sulle miserie umane, ad implorar grazie, e trattare della vita eterna de’ suoi figliuoli (Massillon, Conf. I.). In virtù del loro sacerdozio essendo immedesimati con Gesù Cristo; come il Verbo conversa con suo Padre, così essi con Dio, per mezzo di Gesù suo Figliuolo: sicché S. Gregorio Magno concludeva (Lib. 3, cap. 5 in s. Reg.), che l’anima del Sacerdote, più che un’anima pregante, si deve dire una continua preghiera. Imperocché, se l’anima è una potenza in atto, dell’animo del Sacerdote l’atto vitale deve essere uno slancio continuo verso del cielo, e l’orazione è il palpito del cuore sacerdotale. Perciò, quando egli si trova alla testa del popolo sopra l’altare a pregare Dio, allora, sì allora propriamente è nella sua atmosfera, e nel pregare sente di vivere veramente. Alto silenzio nel luogo santo: il popolo genuflesso sul pavimento, gemente in segreto per umiltà, i cuori aperti innanzi a Dio, gli sguardi di tutti all’altare sull’offerta santificata, il dono dei fedeli combattenti posato sulle reliquie dei trionfanti gloriosi a piè della croce, e sotto la croce il Sacerdote colle palme benedette e piene di sacri crismi al ciel alzate! (Fra le varie ragioni, per cui sì recitano le orazioni in secreto, noi accenneremo queste, recate dai diversi espositori. 1° Si vuole esprimere la secreta operazione dello Spirito Santo nell’augusto mistero (Martene, tom. 1, De antig. Eccl. nit.). 2° Si vuol eccitare ed alimentare nel popolo col segreto la maggior venerazione, e tenerlo più raccolto nella meditazione (Conc. Trid. sess. 22, cap. 5). 3° Col silenzio del Sacerdote si vuol esprimere il nascondimento del Salvatore quando non era ancora l’ora sua di patire (Inn. III, lib. 2, Mist. Miss. cap. 54). 4° Si muta poi la voce, massime nel Canone, per imitare quella di Gesù Cristo, il quale ora pregava ad alta voce, come: Padre, perdonate, ecc. Nelle vostre mani raccomando, ecc. Dio mio, Dio mio, ecc; ora favellava alla Madre, al discepolo, al ladro; ora taceva e pregava fra sé.). Ecco, egli è l’uomo di propiziazione, l’angelo del tempio della nuova legge, più che uomo e più che Angelo, è creatura divinizzata nella partecipazione dell’immortal sacerdozio, di cui lo investe dal cielo Gesù, e lo fa dito di Dio potente ad operare il prodigio, che i Cherubini adorano velati sull’altare. Con quel capo che ricorda la corona di spine, egli è il giglio del campo che tra le spine spiega al cielo la candidezza dei pensieri purificati: con quell’anima stanca delle fatiche dell’apostolato, amareggiata dai peccati, pascolata ben sovente d’ingratitudine, mandata dalla Chiesa per confidare a Dio i suoi dolori, è come un mazzetto di mirra, deposto dal petto della mistica sposa in seno a Dio: martire di privazioni, vittima d’amor divino, infiorata dalle più belle virtù, rappresenta al vivo tutta la Chiesa, che dalle sue angustie in terra si getta a trovare pace in braccio alla bontà del suo Iddio. Col cuore infiammato di carità egli si frammette ai Cherubini, che bruciano d’amore tra quei sette candelabri, che ardono eternamente innanzi al sommo Bene: viva immagine di Gesù, Sacerdote e Vittima con esso, si mette col cuore nel sacro suo Costato, e di là manda un grido, che sarà nel più alto de’ cieli ascoltato per la riverenza che gli merita l’essere immedesimato col divin Redentore. – Deh! in quel prego solenne che mai deve e potrà egli dire? Se egli da quell’altezza abbassa lo sguardo alla terra, vede una corona di figliuoli, e in essa vagheggia le sue speranze di averli seco in Cielo. Se guarda in Cielo, scorge sopra quel trono di luce inaccessibile Iddio, che dissipa colla sua mano stessa i baleni, di che sfolgora la sua Maestà, e in quell’oceano di gloria si lascia travedere nell’aspetto di Padre, e sorride amoroso alla famigliola sua diletta. Se guarda in terra, vede a sé d’intorno tutte quelle anime affamate di bene; quei cuori con tante piaghe aperte: e s’affretta di raccoglierle, e lagrime di un popolo sofferente nel calice di benedizione, che viene ad offrire. Se guarda al Cielo, vede il Padre delle misericordie, che a ciascun dei patimenti di un istante di rassegnazione prepara una gioia che non avrà fine. Se torna alla terra, ascolta tanti figliuoli pellegrini, che gridano: « dateci pane e forza per poter reggere nel viaggio insino a Voi. » Mentre in cielo ascolta Gesù che dice al Padre: « Sono essi i figli del mio Sangue!» e Maria che esclama: « anche del mio quei poverini sono figliuoli! » e i santi che esclamano: « e’ sono fratelli; » e vede gli Angeli che scuotono sul capo le palme e le corone nel dire: « coraggio, queste sono per voi! » Allora pieno di confidenza allarga le braccia e s’abbandona dell’animo coi beati comprensori del Paradiso, presenta i bisogni della Chiesa e le sue speranze, piange le sue angustie, e le sue perdite, sospira colle lacrime di tutti gli afflitti, anela coi gemiti dei moribondi, vuole, sì, vuole la vita eterna di tutti. Poi con le più accese preghiere chiede pei suoi figliuoli, e questa e quest’altra grazia.., poi quest’altra ancora… « O gran Monarca del bene, pare che esclami finalmente, no, non vi chiedo più grazie particolari! E che sappiamo noi, che buono sia per noi, bisognosi di tutto, come siamo, e poveri ciechi, che non vediamo ciò che per noi sia meglio? Per effetto della vostra bontà, che ai supplicanti, le desiderate cosa concede (Orat. Domin. IX post. Pent.), deh! fate che vi chiediamo tutto e solo quello che voi vedete essere bene per noi: Voi ispirate le dimande, e la nostra preghiera raddrizzate, correggete, purificate. Padre Santo! noi per tutto il bene nostro ci getteremo in braccio a Voi, e i nostri bisogni vi dica il vostro Amore divino: noi vi mettiamo dinanzi il cuore squarciato di Gesù a dirvi tutto tutto per noi!… Per Lui dateci tutte le grazie; ma la grazia più grande, che vi domandiamo, è di essere per Lui beati a darvi gloria in Paradiso. » – Qui cessa il silenzio, alza la voce e annunzia questo grido, questo sospiro all’eternità a nome di tutti esclamando: « Per omnia sæcula sæculorum » (Questo alzar la voce del Sacerdote e terminare le acclamazioni dell’Osanna, esprime le acclamazioni delle turbe a Gesù entrante in Gerusalemme. (S. Bonav. n. 3 în Expos. Miss. cap. 8, De offert.).

Art. IX.

IL PREFAZIO.

Sul finire delle preghiere secrete il Sacerdote alza la voce qui, come per fare appello ai fedeli che ha d’intorno, quasi loro dicesse: « Non è vero, o figliuoli, che tutti i nostri desideri alla per fine vanno a finir qui, che noi vogliamo essere beati col sommo Bene per sempre in Paradiso? Io credo d’interpretar per bene i voti di tutte le bisognose anime nostre col domandarvi, o gran Padre di tutti i beni, per Gesù nostro qui con noi, e con Voi in gloria, il Paradiso per tutti i secoli, per omnia sæcula sæculorum. » E il popolo. « Amen. Sì, sì è questo appunto, proprio questo, che al tutto noi desideriamo il Paradiso. »

Il sacerdote. « Dominus vobiscum. » Il Signore v’accompagni tutti al Paradiso!

Il popolo. « Et cum spiritu tuo. » O buon padre, sia pure con voi il Signore, ed accompagni l’anima vostra.

Il sacerdote. « Sursum corda. » Per pietà, non vi perdete adunque dietro all’ombra

dei beni, che vanno in dileguo colla fugace instabilità del tempo. Al cielo, al cielo i vostri cuori! – Il Sacerdote, diceva s. Cipriano (De orat. Dom.) fino dai primi secoli della Chiesa, a fine di dare principio alla grande preghiera; dispone i suoi figliuoli con questa prefazione: « elevate i cuori; » lungi i pensieri della carne e del secolo; elevate i cuori vostri, questi cuori, cui niente è atto a riempiere sulla terra da Dio in fuori. Così si avvertono i fedeli che si appressa il formidabile Sacrificio, e tutti i pensieri debbono distaccarsi dalla terra, per unirsi a Dio in cielo, in braccio alla sua bontà (S. Cir. Mystac. 5.).

Il popolo. « Habemus ad Dominum. » I cuori nostri abbiamo già con Dio.

Il Sacerdote. « Gratias agamus Domino Deo nostro. »Ah! sien grazie all’eterno Signore Dio nostro:perché, dice s. Cipriano, noi indegni così volle atanta sua grazia chiamare (Cip. loc. cit.).

Il popolo. « Dignum et justum est. » È troppo degno, è troppo giusto, che gli rendiamo grazie per sempre.

Il Sacerdote. Veramente è troppo degno, e troppo giusto il render sempre grazie al Signore. No, non conviene che solo il Sacerdote, ma il popol suo tutto render deve grazie al Signore (S. Jo. Chrys. Hom. 18, in 2 Cor.).

Perché la gratitudine è la migliore disposizione per prepararci alle maggiori misericordie, che Dio è pronto a donarci: poiché, siccome noi non abbiamo niente che buono sia del nostro; così le nostre orazioni dovrebbero sempre incominciare col rendere a Dio le più umili grazie per tutti i suoi benefizi: essendo che il rendere a Dio tutto il merito di ogni bene è la prima giustizia. Poiché la giustizia sta nella rettitudine della volontà, la quale suol rendere agli altri quello che a loro si deve. Ora, ogni bene viene da Dio, il primo dovere di giustizia è di rendere gloria e grazia a Dio di tutto il bene che ognora ci dona. Perciò così sublimato il Sacerdote, sostenuto dalle preghiere del popolo, di cui è interprete e rappresentante, mandato dalla Sposa di Dio diletta, nell’intuonare il cantico di grazie, si slancia dell’animo in Paradiso esclamando : « Sì, veramente è troppo degno e troppo giusto; giusto non solo, ma salutare che noi sempre ed in ogni luogo rendiamo grazie a voi, o Signore santo, Padre onnipotente: e tali grazie, che, incominciate nel tempo, vogliamo continuarvi nel cielo, o Dio dell’eternità, per mezzo di Gesù Cristo. – È perché il Sacerdote in quell’istante porta il cuor pieno della memoria massime del particolare mistero che si va celebrando; col suo cantico acclama festeggiando quella solennità, che dà pascolo alla devozione dei fedeli. Quindi varia il prefazio col variare delle solennità.

(Nella festa della Natività di Gesù Cristo esclama: « Sì, veramente è degno e giusto di ringraziarvi, perché per il mistero di questo Verbo incarnato, agli occhi della mente nostra splendette una nuova luce della vostra chiarezza, sicché mentre per esso conosciamo visibilmente Iddio, per questo pure siamo rapititi all’amore delle invisibili Cose. »

Nel dì dell’Epifania dice: «Vi dobbiamo ringraziare, perché quando apparve questo Unigenito vostro, allora ebbe noi ristorati della luce della sua immortalità »

Nella Quaresima dice: « O Sigore, che pei meriti di esso Gesù, col corporale digiuno comprimete i vizi, elevate la mente, donate la virtù ed i premi. »

Nelle feste della Croce e della Passione: « O Signore, esclama, che la salute dell’umano genere avete messa sul legno della croce, affinché donde usciva fuori la morte, di là risorgesse la vita, e colui che nel legno vinceva, nel legno pure restasse vinto per Cristo Signor nostro. »

Nella Pasqua poi esclama: « È degno e giusto e salutare in ogni tempo invero rendervi grazie, ma specialmente in questo con maggior gloria esaltarvi, quando appunto fu immolato il Cristo per nostra Pasqua: Egli si è il vero Agnello, che toglie i peccati dal mondo, che la morte col morir suo distrusse, e la vita col risorgere suo ebbe ai suoi riparato. »

Nell’Ascensione poi dice di ringraziarlo: « Per Cristo Signor nostro, il quale dopo la sua risurrezione a tutti i suoi discepoli manifestossi nelle apparizioni ed al loro cospetto elevossi in cielo, per fare della sua divinità noi stessi partecipi. »

Nella Pentecoste rende grazie a Dio « Per Gesù Cristo Signor nostro, che ascendendo sopra tutti i cieli e sedendo alla destra di Lui, lo Spirito Santo promesso diffuse in quel giorno nei figli dell’adozione. »

Nella festa della SS. Trinità e in tutte le domeniche, nelle quali si rende ossequio particolare a quest’augustissimo mistero, ringraziando l’Eterno Padre, adora e confessa le tre Persone in tal modo: « Voi, o Padre, che coll’unigenito Figlio vostro e collo Spirito Santo siete un Dio solo e solo Signore, non nella unità di una persona sola, ma nella Trinità di una sola sostanza; poiché ciò, che rivelando Voi della vostra gloria, abbiam creduto, l’istesso pure del vostro Figlio e dello Spirito Santo noi teniam senza differenza di discrezione. »

Finalmente, rammentando le feste della SS. Vergine, dice teneramente all’Eterno Padre: « E cosa degna, giusta, equa e salutare il ringraziarvi in questa festa (e nomina qui la festa particolare) della beata Maria sempre vergine, tutti insieme qui lodarvi, benedirvi ed esaltarvi. Essa è colei che per opera dello Spirito Santo concepì l’Unigenito vostro, e restandole la gloria della virginità, diffuse nel mondo il lume eterno, Gesù Cristo Signor nostro. »

Nelle feste degli Apostoli ed Evangelisti dice: « E cosa degna, ecc. il supplicare Voi, o Signore, affinché Pastor che siete, non abbandoniate il gregge vostro, ma pei vostri Apostoli con continua protezione lo custodiate. Affinché dai medesimi rettori sia governato, i quali come vicari dell’opera vostra alla medesima avete collocato a presiedere come pastori. »).

Ma il canto di esultanza sempre conchiude col rendere grazie nel più tenero modo per Cristo Signore nostro. Deh! Quanto è grande la confidenza, che lo rianima ad invocare il Divin Salvatore, come strettosi ed identificato col Redentore in tal sublime elevazione, egli si frammischia alle schiere degli spiriti celesti, che assistono indivisibilmente al trono di Dio, e loro congratulandosi annuncia esultante, che lo stesso Verbo, Splendor della gloria, che in loro effonde tanta beatitudine, fattosi uomo, sta ora per stendere la sua mano divina anche a noi sulla terra, per sollevarci al Paradiso. Onde già essendo colla speranza aggregati alla chiesa del cielo anche noi; associati all’immortale radunanza degli eletti di Dio; sortiti all’eterna cittadinanza della celeste Gerusalemme, dove l’eternità sarà per noi con essi il termine della beatitudine: deh! intanto ci lascino pur di qui gli Angeli con loro lodarlo, le Dominazioni adorarlo; e le Potestà stare con esse tremanti innanzi all’Eterno ad ossequiarlo; i cieli, le Virtù dei cieli, i Cherubini ed i Serafini arder con loro dell’incendio dell’Amore Sostanziale; ed in santa esultazione provare fin d’ora il cantico dell’immortalità, incominciando a compiere l’officio dell’eterna beatitudine. Anche noi, domestici di Dio, candidati del Paradiso, facciamo eco al coro dei beati comprensori coll’immortale trisagio:

« È Santo, è Santo, è Santo delle vittorie il Re! Dio, che di tutto ha vanto, Che fu, sarà, qual è. In terra, in ciel solenne Osanna suonerà: Benedetto nel Signore chi pel Verbo al ciel verrà. »

Così in quest’inno di esultanza cantasi la gloria di Dio in tre modi di lode, a cui si frammischia due volte il grido dell’umiltà, che chiede salute coll’Osanna, che vuol dire « salvateci » (Card. Bona, Trat. Ascet. de Missa.). Cioè in prima si esalta la santità, la potenza ed il dominio di Dio acclamandolo tre volte santo Dio in se stesso, nell’augustissima Trinità, Signore degli eserciti, Dominatore del tutto. Poi si dà lode a Dio, celebrando la sua gloria creature coll’escmare, « che della sua gloria sono pieni il cielo e la terra. » E poi infine all’Onnipotente, al Padre di tutti i beni si grida « Osanna; salvateci; » e si acclama « benedetto » al Redentore, che viene a salvare. – Il Sacerdote intanto va già coll’anima in cielo a prostrarsi dinanzi a Dio. Squilla il metallo scosso dal chierico tremante appiè dell’altare, e dà avviso, il Cielo si abbassa alla terra. Le campane echeggiano per l’aria, e proclamano nella regione delle nubi il trionfo del Dio della bontà, che ammette gli uomini a conversare con Lui. Prostesi sul suolo in questo terribile momento adoriamo tremanti il tremendo mistero! …. Il Cielo è aperto sopra la terra. Qui le cose divine alle umane si confondono; e noi frammischiati con gli Angioli, sull’altare come sulla porta del Paradiso, teniamoci stretti col Sacerdote; affrettiamoci di coprire le nostre miserie colla croce di Gesù Cristo (fa il segno di croce), ivi sotto la croce offriamo il tremendo Sacrificio. Qui il Sacerdote, lasciandosi andare col cuore a Dio, è tutto tra il benedirlo e supplicarlo. (Quì abbassa la voce). Oh! par che la sua voce si perda per la via del cielo; e l’anime con esso volino ad incontrare il Salvatore benedetto, e a gridargli innanzi: « Osanna, Osanna, o Signore del cielo, salvateci tutti!… » Silenzio!… Silenzio!…. il Sacerdote e il popolo si smarriscono in Dio!… Anticamente in questo istante si serravano le porte della chiesa: nel rito armeno si cala giù un gran velo, che copre il Sacerdote e l’altare: nel rito latino una nube d’incenso involge il nuovo Mosè, che è sul mistico monte a parlar con Dio, e rende più misterioso e più augusto questo luogo tremendo. L’organo ha cessato i suoi trilli, ma sospira sommessamente; e direste che si fa interprete dei trepidi pensieri, che s’alzano tremanti, ma pur s’ avvicinano a Dio, come tirati a forza dall’amor di Gesù Cristo; direste, che l’organo nostro sta in forse, se debba far sentire la pia armonia agli Angeli assuefatti ai concenti del Paradiso; direste che organo confuso anch’esso, non rende un suono da festeggiare Iddio, che si abbassa, e non sa far altro che gemere in umiltà, e sospirare soavemente! O direm meglio col gran maestro Rossini, con quella sua anima piena di melodie che lo elevano all’armonia del Paradiso; l’organo colla flebile voce umana soavemente penetra nei cuori, li indovina, si fa interprete de’ più delicati affetti, e solleva i palpiti del cuor umano ai rapimenti de’ Cherubini e de’ Serafini, che s’imparadisano col Divin Figliuolo in seno a Dio.

QUARESIMALE (X)

QUARESIMALE (X)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA DECIMA
Nella Domenica seconda di Quaresima

Del Paradiso: Tutto si può, e si deve tollerare in questo mondo, per la conquista d’un tanto bene nell’altro.
Et transfiguratus est ante eos. S. Matt. cap. 17.

QUARESIMALE (X)

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Quaresima-Allegoria.jpg

QUARESIMALE (X)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA DECIMA
Nella Domenica seconda di Quaresima

Del Paradiso: Tutto si può, e si deve tollerare in questo mondo, per la conquista d’un tanto bene nell’altro.
Et transfiguratus est ante eos. S. Matt. cap. 17.

Non si può, no, grida l’Apostolo, giunto al terzo Cielo, avere vera notizia di ciò, che sia Paradiso, perché “Nec oculus vidit, nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit, queæ Deus præparavit diligentibus se”. Ma non per questo voglio trascurare gli inviti di San Giovanni nell’Apocalisse, che con chiave d’oro c’apre il Paradiso: Ostendit nobis Sanctam Civitatem Jerusalem. Inoltriamoci dunque a rimirare questa Patria eterna de’ Beati, giacché a tanto ci consiglia San Girolamo, scrivendo ad Eustachio: Paradisum mente perambula, ch’è quanto dicesse scorri pure il Paradiso non con occhio corporeo, che tanto non vale, ma col lume della Fede. La fede dunque dia a noi questa mane e qualche notizia del Paradiso, e contentatevi, che io pratichi con voi, quel che fece colui, riferito da Jerocle Greco, il quale per far venire in cognizione di qual bellezza fosse il suo Palazzo, ne mostrò una sola pietra: Così io con il santo lume della Fede non più vi mostri che una pietra di Paradiso, che vale a dire un grado solo di Gloria, e questo v’assicuri, che supera quanto di bene possa immaginarsi, non che trovarsi in tutto l’Universo; dal che arguirete se sia bene tollerare ogni travaglio in questo mondo, per la conquista d’un tanto bene nell’altro. Ecco dunque, che ancor io vi porto in mostra una piccolissima pietra di quella celeste Gerusalemme, acciocché dalla di lei preziosità abbiate un sbozzo del Paradiso. L’Angelico San Tommaso me la pone in mano con assicurarci che un sol grado di Gloria, vale più che tutto il Creato e creabile: Bonum gratiæ etiam minima unius animæ particularis, majus est, quam omnia bona naturæ totius Úniversi. – Posta questa verità, figuratevi pure un gran signore che a niuno ceda nella sublimità de’ natali e tutti superi nelle aderenze d’illustri parentele. Dategli per abitazione nella città regina del mondo un palazzo sì sontuoso che superi di gran lunga quel regio de’ monarchi della Cina, ove, al riferire de’ storici, contavansi sessanta nove camere tutte alla stesa, una più bella dell’altra, e fra queste quattro, vedeansi tra le principali, essendo la prima coperta a lamine di rame artificiosamente storiato di finissimo argento, la seconda d’oro, la terza e la quarta ove il principe dimorava, rimiravasi tutta tempestata di perle e gemme preziose. Possieda questo signore per ornamento della sua reggia, mense intarsiate di diamanti, scrigni tempestati di rubini, ed abbia gioie in tal numero che possa, niente inferiore ad Ottone Augusto, dispensare a chi gl’aggrada un milione e due cento mila scudi, che egli donò alla capella di Giove Capitolino, e superiore al tanto rinomato Nipote di Lillio possa adornarsi con un milione e mezzo, che con tante appunto vi comparve in un ballo; abbia altresì per sua mera delizia entro il nobile suo giardino, quell’albero, che da Luitprando fu veduto, ed ammirato nel gran Salone di Costantinopoli: Era questo tutto di bronzo, e carico d’augelli d’oro, che dolcemente a forza d’arte cantavano; oppure quell’altro veduto con ammirazione da Marco Polo nella Reggia del Gran Khan, mercè che era d’oro massiccio, e gli pendevano per frutti, grosse perle: ne pare manchi ad un signore di tanta maestà il seguito di nobile e numerosa servitù; gli si concedano pure oltre al numero ben grande di cavalieri e principi che lo assistano nelle anticamere, quei seicento paggi, de’ quali Antioco si servì nel regio convito di Dafne. Erano questi tutti vestiti di broccato a gala, e tutti coronati di gemme e con gran vasi d’oro andavano per tutto spargendo preziosi unguenti. Or ditemi, uditori, il possesso di tanta ricchezza e di tesori sì immensi posseduti da un signore sì grande, possono forse paragonarsi ad un grado di Gloria, che si goda in Cielo? Appunto perché quante furono, sono, e saranno gioie, tesori nel mondo non bastano, sborsati a’ primi Medici delle Università più accreditati, per fare, che non vi travagli in vita un affanno di petto, un dolor di testa, un crucio di denti, dove che un sol grado di Gloria vi dà il possesso di tesori infinitamente maggiori, e di più, vi libera da quanti possano immaginarsi mali nel mondo. Padre! Deh sentite, che volete signora? O s’io potessi avere la minima parte di quelle gioie, mi parerebbe di godere non un grado di Gloria, ma un intero Paradiso; bene, io vi rispondo, e per questo, che ponete di qua il Paradiso negli ornamenti, nelle vanità, non l’avrete di là.
Passo avanti, e giacché il mondo come insaziabile non solo vuole le ricchezze, ma per essere ancor più beato, ama di dominare, voglio vedere se non potendosi un grado di Gloria eguagliare con tanti tesori, possa almeno paragonar con l’assoluto dominio di gran parte del mondo. Diasi adunque à questo signore non solo questa vostra Provincia ricca di terre sì illustri, e di città sì nobili, ma un regno, un impervio, anzi l’Europa tutta, che vale a dire: abbia il possesso di quanto con assoluto comando dominino un Pontefice Romano, due Imperatori, d’Occidente uno in Vienna di Germania, d’Oriente l’altro in Constantinopoli di Romania; di quanto possiedono sette regi, due granduchi, sei repubbliche, dodici Principi Ecclesiastici, e tanti duchi d’altezza, con i due serenissimi marchesi di Brandemburgo e Baden. Or bene, tutto questo gran Dominio può paragonarsi ad un grado di Gloria? Appunto, appunto, aggiungete pure ai Regni, e Imperi d’Europa, quanti ne vantano con l’Asia, l’Africa, e l’America, e poi afferite con tutta verità, che vale più un solo grado di Gloria, che non è tutto il possesso d’un mondo intero, perché un grado di Gloria vi dà infinitamente più, e vi costituisce monarchi di tal grandezza, che formando di tutte le umane grandezze una sola grandezza, è un nulla, a paragone di quella, in cui vi costituisce un grado di Gloria. O grado di Gloria, che gran bene porti a chi ti possiede e pure colui dentro di sé dice: potessi io avere non un mondo, ma un piccolo comando,
che volentieri rinuncerei a questo grado di Gloria, perché così potrei soddisfare alle mie vendette, e compiacere a’ miei sensi. Ah stolti, ah pazzi, che così sprezzate i gradi di Gloria? Se bene mi consolerei quando i peccatori per un piacere peccaminoso facessero gettito d’un bene che nulla più valesse di quel che valga questa terra; ah che maggiore è la perdita, mercè che un grado di Gloria non solo vale più di tutta la terra, ma di tutto il Cielo, di tutta la material città de’ Beati. Il Paradiso, come saprete, è quella Città posta in una bellissima pianura, la quale occupa dodici mila stadii, che vale a dire, mille e cinquecento miglia per lunghezza, ed altrettanto per larghezza. In questa Città solamente si ammira ogni bellezza, ogni preziosità, essa solamente può chiamarli Civitas perfecti decoris. L’oro, che tra noi fregia le stanze più nobili, ivi lastrica le strade più popolari; e le gemme che qua giù si portano sul capo, son colassù calpestate dal piede. Su avarizia portati con gl’occhi in Cielo, già che non puoi entrarvi con i piedi, sporgi il capo dentro ad uno di quei finestrini, per i quali Daniele di Babilonia vagheggiava un giorno Gerusalemme; mira un poco se le ricchezze che colassù si possiedono, sono da posporsi alla terra; pensa un po’ se meritano che tu le getti per quell’affetto disordinato che hai alla roba; per quell’interesse che ti stringe le mani, finché non soddisfi né mercedi, né pii legati. Uditori miei, tenete pur fissi gl’occhi nelle ricchezze celesti, e poi siate sicuri, che 7sprezzerete la terra. Accadrà per appunto à voi, come à colui che avendo prima studiata la Geografia, e formato sommo concetto della terra perché  l’aveva sentita dividere in tante provincie, regni, ed imperii, andato poi a prender lezione da un astrologo si sentì supporre la terra stessa per un punto che sta nel centro de’ Cieli; di che meravigliato, non si soddisfece, finché sentì per risposta l’uno, e l’altro non discostarsi dal vero poiché chi contempla la terra da se sola ha ragione di stimarla per grande, ma chi la paragona con i cieli, non può non disprezzarla per piccola, e pure e terra e cielo sono un nulla à paragone d’un grado di Gloria. O Dio e può trovarsi chi per un bene da nulla sprezzi quella Gloria che gli porta un sì gran bene? Passiamo avanti, e dopo aver consegnato a quel monarca e terra e cielo, tutto inferiore ad un grado di Gloria, giacché Nullius rei sine socio jucunda est possessio, gli si dia per compagno un esercito d’Angeli vestiti di luce, di vergini bianche come gigli di Martiri imporporati di palme, di confessori candidi al par delle nevi. Più gli sia dato, e finisca di coronare la sua gioconda conversazione la più bella, la più eccellente, la più santa di tutte le creature che siano mai uscite dalle mani di Dio, dico Maria, che sola sola potrebbe farvi gioire d’allegrezza, avendo Ella forza d’incatenare ogni cuore. Eppur, tutto ciò, chi’l crederebbe, è inferiore ad un grado di Gloria, giacché, come dice Agostino, un grado di Gloria: Est majus bonum quam Cælum, Terra et quidquid in illis includitur. Perché  tutte queste cose vi dà il grado di Gloria e di più vi concede eternamente goderle. Un grado di Gloria sì guadagnato con una limosina, con una corona, con un’opera pia fatta per Gesù, è un bene incomparabilmente maggiore, eppure si sprezzano questi beni di Paradiso, e vogliono i fuggitivi della terra, finché parmi sentire chi, bestemmiando, dica che Grazia di Gloria in Cielo? Il nostro Paradiso lo vogliamo in terra tra i comodi, tra le delizie, tra’ piaceri. Dio immortale! E  se è vero, come è verissimo, che il possesso de’ beni, il dominio del mondo, il godimento della Patria de’ Beati, con la conversazione de’ Santi e della Vergine stessa, tutto inferiore ad un grado di Gloria che si goda in Cielo, che farò io per darli paragone che vaglia? Orsù mi sia lecito di dire che per eguagliare, se non per superare questo grado di Gloria, cavi Iddio con la sua Onnipotenza dal nulla, e dia l’essere a nuovi mondi di gran lunga superiori. Voi ben sapete che Iddio scherzò allorché sbalzò dal nulla questa gran macchina del mondo, con porvi un globo di fuoco che con i suoi raggi di luce sgombrasse quelle tenebre, che erant fuper faciem terra; scherzò allorché diede commissione al sole di provvedere di luce; la luna, che con i suoi raggi d’argento scemasse qualche poco l’oscurità della notte; scherzò quando sparse per il cielo lucidissime stelle; furono scherzi la formazione d’una terra sì vasta, d’un mare si smisurato, perché allor si diportò come Ludens in Orbe terrarum. S’alleni, per così dire, l’Onnipotenza, e se allora adoperò un dito della sua destra, impieghi ora la mano ed il braccio, e faccia comparire non uno, ma mille mondi, faccia che in essi la terra non più produca né triboli di disgusti, né spine d’amarezze, ma solo germogli, rose di contentezze, faccia un mare, che sempre in calma, mai minacci tempeste, dal quale siano esiliati i naufragi e ad ogni scoglio possa dirsi: qui abbiamo il porto, stenda i cieli che con la loro serenità continua, mantengano il brio delle allegrezze, non si veda mai folgoreggiare per aria un lampo, niun tuono spaventi, niun fulmine precipiti, e quivi vi sia dato vivere sani e robusti per mille anni, al fine de quali, senza provare agitazione di morte, sia trasportato il vostro spirito con somma quiete sopra del cielo, e giunto ad una di quelle dodici porte di diamante, spalanchisi ad un tratto, e rimbombando sonore le trombe, giulivi vi escano incontro con angeliche squadre di Martiri, torme di sacri confessori, drappelli di caste vergini e vi ricevano, narrandovi con lingue di Paradiso le grandezze di quella abitazione veramente regia. Eppure, tutto ciò non può formare quella piccola pietra che v’ho portata qui in mostra d’un sol grado di Gloria. E come è possibile, sento chi mi dice che un grado di Gloria contenga in se un bene sì smisurato, che superi quanto finora s’è detto? Così è, eccovi la risposta: prendete un diamante e ponetelo a confronto con tutti i marmi più belli della terra, e voi vedrete in quel diamante una tale prerogativa che non troverete in tutti i marmi immaginabili, cioè a dire uno scintillar sì luminoso che vi sembrerà una piccola stella della terra, e questa luce sì nobile mai mai troverete in tutti i marmi del mondo. Or così va, miei uditori, chi godrà un grado di Gloria avrà, per mezzo di quello, o Dio, che non avrà? O grado di Gloria quanto sei stimabile! Eppure tanti ti sprezzano. O Pater Abram, Pater Abram; Ahimè, queste sono voci d’Inferno; E perché turbare i discorsi di Paradiso? Son voci d’Epulone, che pretendi da Abramo? Non altro che una stilla di Paradiso: Mitte Lazarum ut intingat extremum digiti in aquam, refrigeret linguam meam. Tu deliri, o Epulone, mentre per estinguere le ardenti fiamme, che ti abbruciano, nulla più domandi d’una stilla? Io so che il Mongibello quando con le ardenti sue fiamme entra nell’Onde, le divora, ed il Mar Tirreno agl’assalti del Vesuvio mette in fuga e tu sciocco, con una stilla d’acqua pretendi estinguere l’inferno? Taci, stolto che sei! Tacete voi, risponde a noi Sant’Agostino. Tacete, sì si, una sola goccia, un sol grado di quelle stillate dolcezze del Paradiso, delle quali parlò in spirito Gioele, allorché disse: In illa die stillabunt montes dulcedinem, una sola, dice, di quelle gocce, basta non solo a smorzare, ma a disfare tutto l’inferno, e mutarlo in Paradiso; ecco le parole del Santo Dottore: Tota dulcescerer damnatorum amaritudo. – Cada una sola stilla di quei torrenti di Paradiso nell’inferno ed eccolo un Paradiso, non più abitato da’ demoni, ma dagl’Angeli; non più tenebre, ma luce; non più catene, ma libertà; non più dolori, non più spasimi, ma sanità perfetta, godimenti inenarrabili. Tota dulcesceret damnatorum amaritudo. O quam magna, esclami pure ogn’uno col Profeta, multitudo dulcedinis tuæ Domine! Ma sento chi mi dice: noi più di proposito brameremmo questo gran bene, se n’avessimo più distinta notizia, se sapessimo più distintamente ciò che sia questo grado di Gloria! Che sarà mai dunque questo grado di Gloria, mentre non porterà seco solo vedere le pompe trionfali di quelle Gerarchie Celesti che faranno corteggio al Re Sovrano, né pure rimirare i Santi vestiti di Corpo glorioso, sì penetrante che potrà passare per mezzo d’ogni monte, come ora il sole passa per un cristallo sì agile, che potrà in un subito calare dal Paradiso in terra, così impassibile, come impassibile è l’anima; così luminoso, che se un Beato mettesse fuori del Cielo una mano, basterebbe per illuminare tutto l’universo cento volte più che fa il sole: Fulgebunt justi sicut sol in Regno Patris eorum, mentre non sarà rimirare Maria sempre Vergine, il di cui sembiante ci terrà incatenati i cuori; Maria, Maria nostra Avvocata, nostra Signora, nostra Protettrice, le di cui bellezze sono il miracolo de’ miracoli, finché come scrive Sant’Ignazio Martire in una delle sue lettere, mentre Maria era ancora in terra, concorrevano a truppe i popoli per vederla. Che sarà dunque questo grado di gloria, che sarà? Sarà vedere un abisso di splendori in un teatro di maestà, in un centro di gloria Iddio, videbitis eum sicuti est. E che vuol dire, uditori miei, vedere Iddio? Chi mi avvalora il pensiero, chi mi purga la lingua, sicché io possa in parte spiegarvi quel che vedrete vedendo Dio? Vedrete quello che è la Beatitudine universale di tutte le creature; vedendo Lui non pensate già di vedere niuno di questi oggetti creati; Egli increato, questi materiali; Egli purissimo spirito, questi difettosi; Egli perfettissimo, e pure tutto ciò, che vedrete fuori di Lui, immaginatevi che voi tosto vedrete; vedendo Lui, vedrete Dio. Oh chi potesse ridire che sarà del vostro cuore a quel primo sguardo? Oh che deliqui d’amore voi sentirete! Che vampe di carità, che rapimenti, e che estasi! Che dolcezze! Allora sì, che adorerete tanta Maestà, e quasi reputandovi indegni di sì gran bene, vorrete sospirare, vorrete piangere per un certo solito sfogo di tenerezza, ma non vi farà permesso, no: Non audietur ultra vox fletus, et vox clamoris, crediatelo ad Isaia. Che direte allor, che vi vedrete Beati, che vale a dire al possesso di tutti i beni per goderli non solo perfettamente, ma eternamente? Allora tutta giubilo nel suo cuore, dirà quella verginella: beata quell’ora, beato quel punto in cui voltai le spalle a quell’amante, ricusai i suoi regali, ributtai le sue imbasciate; beata me, che ho conservato intatto il giglio della mia verginità. Allora, sopraffatta dal giubilo, esclamerà quella maritata: o quanto feci bene a sopportare le tirannie del mio consorte, mi strappazzò con parole, mi percosse più volte, non fui moglie, fui serva, fui schiava, ma la mia pazienza? Ecco dove m’ha portata: al possesso di tutti i beni per goderli perfettamente, eternamente. Son finite le grida, son finiti i dolori, ecco il giubilo, ecco il contento! Allora, pieni d’allegrezza esclameranno quegl’uomini, quelle donne: felici noi per quel punto in cui demmo la pace all’inimico; felici noi perché non imbrattammo le nostre mani con roba altrui; felici noi perché portammo rispetto alle Chiese; felice l’ora in cui abbandonai quel compagno sì dissoluto; felice quel punto in cui abbandonato il mondo, mi ritirai nel chiostro. Ah, che se per me venisse mai un’ora così beata, che mi vedessi ammesso nel possesso di tanta gloria, ancor io, in qual sentimenti, in quali atti, in quali parole proromperei? Se mi sarà permesso accostarmi a quel Soglio Divino: Et veniam ad Solium ejus. Io voglio dire al mio Dio; che vorrei dire, se sopraffatto dall’amore, mi converrebbe attonito tacere. Taccio, ma mentre io fò silenzio; tu peccatore, tu peccatrice alza gl’occhi, e poi dirottamente piangendo esclama con dolorosa voce: Paradiso, Paradiso sei bello, ma non sei per me! Son belli quei Palazzi alla Reale, ma non sono per me; li demeritai allor che profanai le mie sale con veglie e balli; le mie Stanze con giuochi; le mie camere più segrete con replicate disonestà. Paradiso, Paradiso sei bello, ma non sei per me. Son belli quei diamanti, quelle perle, quelle gioie che t’adornano, ma non per me; le demeritai allor che feci gettito della più bella gioia che si prezzi in Cielo: la santa virginità; Paradiso sei bello, ma non sei per me. È nobile la conversazione di quei tanti Angeli, di quei tanti Cherubini, e quei tanti Serafini, che ardono di santo Amore verso del loro Iddio, ma non è per me, che sempre avvampai di amor profano in odio al mondo, in odio a Dio. Paradiso sei bello, ma non sei per me: Non è per me la compagnia di quei Santi confessori perché chiamato al par di loro alle solitudini del Chiostro, vi stetti con gl’affetti nel secolo, innalzato alla dignità di Sacerdote mi portai al Sacro Altare con rozza mente, con laido cuore, maneggiai Cristo al par del fango. Paradiso sei ben bello, ma non sei per me; non è per me la compagnia di quei Santi penitenti nel mondo, mentre io vi son vissuto tra crapule e lussi; non è per me poter fissare gl’occhi in quei drappelli di caste vergini, molto meno nell’amabile volto di Maria, mentre io con occhio anche sacrilego tramai insidie alla castità più custodita. Paradiso, Paradiso sei bello, ma non sei per me perché, troppo interessato, non mi curai delle tue ricchezze per aver la roba altrui; non sei per me, perché troppo avido d’onori, ricusai le tue eterne dignità. Paradiso non sei per me, perché troppo vana stimai più la mia caduca bellezza che la tua; non sei per me: troppo fui irriverente nelle Chiese, troppo dedito alle vendette, troppo disubbidiente a’ miei maggiori, disprezzatore de’ Sacerdoti, e sempre diedi mal esempio alla mia famiglia; da me impararono i figli le bestemmie, le mormorazioni, le disonestà; da me impararono le figlie ad amoreggiare dalle finestre, nelle porte, per le strade; io li precedevo nella, io l’istigavo agl’ornamenti, io li posi sull’orlo de’ precipizi, io gli feci perdere con l’onore anche l’anima, e però Paradiso sei bello, ma non sei per me. Misero peccatore, misera peccatrice, e non ti crepa il cuore alla rimembranza di dover dire, se non muti vita … Paradiso sei bello, ma non sei per me: muta vita, lascia l’iniquità rinuncia al demonio, osserva i Comadamenti per poter alla tua morte proferire queste parole di giubilo Paradiso, Paradiso sei bello, e sei per me; sei bello, e sei per me.

LIMOSINA

Iddio per Isaia pone in vendita il Paradiso: Properate emite. Bisogna miei uditori, comprare il Cielo, non vi sgomenti la preziosità sua, poiché ciascuno di noi ha tanto di capitale che basta per una tal compra, non vi vuole più, dice San Pier Crisologo, che un pezzo di pane, un poco di limosina distribuita a’ poveri si può spender meno? Deus Regnum suum fragmento panis vendit et quis excusare poterit non ementem, quem tanta vilitas venditionis accusat? E pure si trova chi ne pure a prezzo sì vile vuole comprare il Paradiso. Ah Dio! Vende, Iddio a poco prezzo i piaceri del Cielo, non vi è chi li voglia; vende il demonio i piaceri del mondo a gran prezzo, ed ognuno compera, si spende ne’ giuochi, ne’ conviti, nelle feste, nelle pompe, nelle vanità, sarebbe poco, nelle vendette, nelle disonestà, e per il Paradiso non solo non vi è oro, né argento, ma neppur rame per sovvenir la povertà d’un mendico.

SECONDA PARTE.

Il Cielo, uditori, al dire dell’Evangelista, s’acquista per via di negozio, di traffico: Simile est Regnum Cælorum homini negotiatori: Se ciò è vero, come è verissimo, voi ben sapete, che è legge di buon negoziante trasportare in Paese straniero quelle merci, che colà non sono, e di là portare quelle che nel proprio o non nascono o non si lavorano. Bisogna dunque se vogliamo guadagnare il Cielo per via di traffico, come ci addita il Redentore, che noi colassù mandiamo quelle merci che v’hanno spaccio, e che ivi non si trovano. Desistete, o ricchi, d’accumular più quell’oro, che racchiudete in cassa, e sol lucrate in vani ornamenti, in superflue vanità. Avari, non occorre con nuove usure, con traffici illeciti accrescere le vostre ricchezze, non manca oro in Cielo, già v’ho detto, che tutte le Grade Piazze son fabbricate Ex auro purissimo. Donne, quelle pietre preziose, quei diamanti, quelle perle che con tanta vanità v’adornano, non vi comprano il Cielo, perché colassù fino le porte, le mura, le torri sono gemme: Porte nitent margaritis, omnes muri tui, et turres Jerusalem gemmis edificabuntur. Ambiziosi, non tramate più la rovina del prossimo per salire a quella dignità, a quel posto, non mancano titolati e grandi nel Cielo, mentre tutti i Beati sono un popolo di regi: Percipite Regnum vobis paratum a Patre meo. Uditori, ori, gemme, onori non hanno spaccio in Paradiso perché di queste merci il Paradiso n’abbonda. Dunque se volete guadagnarlo col traffico, portate colassù le merci che non vi sono: In Cielo non v’è pianto, non v’è dolore; in Cielo non v’è tempo, essendovi l’eternità … Non erit ibi luctus, neque dolor erit ultra: Dunque per ottenere il Cielo vi vogliono lacrime di cuor contrito, dolori di patimenti, di tribolazioni tollerate con pazienza. Queste sono le merci che hanno spaccio nel Cielo, e queste ci otterranno il Paradiso. Eccovi il modo d’ottenere il Cielo, guadagnarselo con portare di là la mercanzia che non v’è, che vale a dire patimenti; e se così farete, Isaia vi assicura, che qui vicerit possidebit hæc: tutto questo sì gran bene del Paradiso è per voi, di grazia non vi lasciate accecare da i diletti peccaminosi di qua, che presto v’invola la morte, ma solo attendete agl’eterni dell’altra vita. Volete, che io v’insegni un altro modo per guadagnare il Paradiso? Fissate spesso gl’occhi colassù, perché così vivrete bene, ed il Paradiso sarà vostro. Tito e Domiziano, ambedue figli del vecchio Imperatore Vespasiano, furono fra di loro sì differenti, e riuscirono di natura e di costumi sì varii, che Tito fratello maggiore al dir di Svetonio fu chiamato: Delitiæ Generis humani, e Domiziano: Flagitium Generis humani. Per rendersi buono e di costumi sì retti Tito, v’ebbe gran parte la prudenza del suo Aio, che per molto tempo gli assisté. Fattosi notte conduceva costui il giovinetto Tito in una loggia; indi dicevagli: Volgete gl’occhi alle stelle; vedete quella figura formata di vent’otto Stelle, si chiama Ercole , ed ha ottenuta quella stanza colassù in cielo, perché nel mondo atterrò molti mostri; ve l’otterrete ancor voi, se riporterete vittoria di quei vizi che infettano il mondo. Udite: quell’altra costellazione formata di ventisei sfavillanti lumiere, si chiama Perseo, e fu quel giovane sì generoso, che fece guerra alle Gorgoni, e con un colpo di lancia sviscerò l’Orca Marina, liberandone Andromeda, sicché non fosse divorata; or così appunto sfavillerete ancor voi se col braccio della vostra autorità difenderete l’onore delle matrone, e la pudicizia delle donzelle. Date ancora un’occhiata a quelle due figurine composte ambedue di nove stelle; sono Castore e Polluce, e voi ancora v’avrete questo splendore se qui nel mondo fomenterete la pace, e v’amerete con i sudditi: volete altro anche con volgere gl’occhi a queste menzogne; si rese Tito principe sì buono, vi delitiæ generis humani vocaretur. Deh date un’occhiata a quei Giusti del Paradiso, … Qui fulgent quasi stelle in perpetuas æternitates, e chi vi tiene, chi v’impedisce? Vedete colà quella matrona coronata di tanta gloria, ella è Francesca Romana. Chi v’impedisce o vedove un simil posto? Vedete colassù quella Cunegonda, chi v’impedisce o maritate un simil possesso? Chi o donzelle? mirate le Lucíe! Chi o contadini? mirate un’Isidoro! Suspice Cælum, dice Agostino, et accipies Cælum. – Mi giova credere, che alla mia predica siano molti e molte che abbiano da vedere fra poco la Gloria che io non ho saputo descrivere. S’io sapessi chi sono, oh con che ossequio li rimirerei; qual santa invidia m’occuperebbe il cuore, vorrei fino baciar la terra che calpestano. Ma ahi, che sento mutarmi l’allegrezza in pena; così non fosse: vi saranno anche molti e molte che non la vedranno mai … s’io sapessi quali sono! Vorrei scendere da questo pulpito e, afferratili per un braccio, dir loro: Ah infelice, vuoi dunque perdere il Paradiso, abitazione sì bella, la compagnia de’ Santi, di Maria, di Dio, per non lasciare quella maledetta amicizia, per non restituire quella roba, per non perdonare a quell’inimico? Leggo pure in Erodoto di quell’Egistrato Eleo che, tenuto legato da una catena ad un piede da’ demoni, per poter correre alla bramata libertà, recise quel piede che gliela impediva; e tu non avrai animo, non per una libertà, che finisce, ma per l’eternità, di troncare quei legami lascivi? non l’avrai? Andate dunque a casa, e questa sera sull’imbrunir di notte, dite, mirando il Cielo: Sei pur bello Paradiso, ma forse non sarai per me.

QUARESIMALE (XI)



Visibilità

Pubblica

URLFormato articolo

10 revisioni

Cerca categorieCalendario liturgicoomelieApocalisseDevozioniDocumentaDottrinaEcco il nemico!GREGORIO XVIII Santiil MagisteroIPSA conteret …letteratura cattolicanonno Basiliononno BasilioPerle cattolichepreghiereSalmiSpirito SantoSTORIA della CHIESA

Scrivi un riassunto (facoltativo)

Per saperne di più sui riassunti manuali(si apre in una nuova scheda)

  • Articolo

Non si può, no, grida l’Apostolo, giunto al terzo Cielo, avere vera notizia di ciò, che sia Paradiso, perché “Nec oculus vidit, nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit, queæ Deus præparavit diligentibus se”. Ma non per questo voglio trascurare gli inviti di San Giovanni nell’Apocalisse, che con chiave d’oro c’apre il Paradiso: Ostendit nobis Sanctam Civitatem Jerusalem. Inoltriamoci dunque a rimirare questa Patria eterna de’ Beati, giacché a tanto ci consiglia San Girolamo, scrivendo ad Eustachio: Paradisum mente perambula, ch’è quanto dicesse scorri pure il Paradiso non con occhio corporeo, che tanto non vale, ma col lume della Fede. La fede dunque dia a noi questa mane e qualche notizia del Paradiso, e contentatevi, che io pratichi con voi, quel che fece colui, riferito da Jerocle Greco, il quale per far venire in cognizione di qual bellezza fosse il suo Palazzo, ne mostrò una sola pietra: Così io con il santo lume della Fede non più vi mostri che una pietra di Paradiso, che vale a dire un grado solo di Gloria, e questo v’assicuri, che supera quanto di bene possa immaginarsi, non che trovarsi in tutto l’Universo; dal che arguirete se sia bene tollerare ogni travaglio in questo mondo, per la conquista d’un tanto bene nell’altro. Ecco dunque, che ancor io vi porto in mostra una piccolissima pietra di quella celeste Gerusalemme, acciocché dalla di lei preziosità abbiate un sbozzo del Paradiso. L’Angelico San Tommaso me la pone in mano con assicurarci che un sol grado di Gloria, vale più che tutto il Creato e creabile: Bonum gratiæ etiam minima unius animæ particularis, majus est, quam omnia bona naturæ totius Úniversi. – Posta questa verità, figuratevi pure un gran signore che a niuno ceda nella sublimità de’ natali e tutti superi nelle aderenze d’illustri parentele. Dategli per abitazione nella città regina del mondo un palazzo sì sontuoso che superi di gran lunga quel regio de’ monarchi della Cina, ove, al riferire de’ storici, contavansi sessanta nove camere tutte alla stesa, una più bella dell’altra, e fra queste quattro, vedeansi tra le principali, essendo la prima coperta a lamine di rame artificiosamente storiato di finissimo argento, la seconda d’oro, la terza e la quarta ove il principe dimorava, rimiravasi tutta tempestata di perle e gemme preziose. Possieda questo signore per ornamento della sua reggia, mense intarsiate di diamanti, scrigni tempestati di rubini, ed abbia gioie in tal numero che possa, niente inferiore ad Ottone Augusto, dispensare a chi gl’aggrada un milione e due cento mila scudi, che egli donò alla capella di Giove Capitolino, e superiore al tanto rinomato Nipote di Lillio possa adornarsi con un milione e mezzo, che con tante appunto vi comparve in un ballo; abbia altresì per sua mera delizia entro il nobile suo giardino, quell’albero, che da Luitprando fu veduto, ed ammirato nel gran Salone di Costantinopoli: Era questo tutto di bronzo, e carico d’augelli d’oro, che dolcemente a forza d’arte cantavano; oppure quell’altro veduto con ammirazione da Marco Polo nella Reggia del Gran Khan, mercè che era d’oro massiccio, e gli pendevano per frutti, grosse perle: ne pare manchi ad un signore di tanta maestà il seguito di nobile e numerosa servitù; gli si concedano pure oltre al numero ben grande di cavalieri e principi che lo assistano nelle anticamere, quei seicento paggi, de’ quali Antioco si servì nel regio convito di Dafne. Erano questi tutti vestiti di broccato a gala, e tutti coronati di gemme e con gran vasi d’oro andavano per tutto spargendo preziosi unguenti. Or ditemi, uditori, il possesso di tanta ricchezza e di tesori sì immensi posseduti da un signore sì grande, possono forse paragonarsi ad un grado di Gloria, che si goda in Cielo? Appunto perché quante furono, sono, e saranno gioie, tesori nel mondo non bastano, sborsati a’ primi Medici delle Università più accreditati, per fare, che non vi travagli in vita un affanno di petto, un dolor di testa, un crucio di denti, dove che un sol grado di Gloria vi dà il possesso di tesori infinitamente maggiori, e di più, vi libera da quanti possano immaginarsi mali nel mondo. Padre! Deh sentite, che volete signora? O s’io potessi avere la minima parte di quelle gioie, mi parerebbe di godere non un grado di Gloria, ma un intero Paradiso; bene, io vi rispondo, e per questo, che ponete di qua il Paradiso negli ornamenti, nelle vanità, non l’avrete di là.
Passo avanti, e giacché il mondo come insaziabile non solo vuole le ricchezze, ma per essere ancor più beato, ama di dominare, voglio vedere se non potendosi un grado di Gloria eguagliare con tanti tesori, possa almeno paragonar con l’assoluto dominio di gran parte del mondo. Diasi adunque à questo signore non solo questa vostra Provincia ricca di terre sì illustri, e di città sì nobili, ma un regno, un impervio, anzi l’Europa tutta, che vale a dire: abbia il possesso di quanto con assoluto comando dominino un Pontefice Romano, due Imperatori, d’Occidente uno in Vienna di Germania, d’Oriente l’altro in Constantinopoli di Romania; di quanto possiedono sette regi, due granduchi, sei repubbliche, dodici Principi Ecclesiastici, e tanti duchi d’altezza, con i due serenissimi marchesi di Brandemburgo e Baden. Or bene, tutto questo gran Dominio può paragonarsi ad un grado di Gloria? Appunto, appunto, aggiungete pure ai Regni, e Imperi d’Europa, quanti ne vantano con l’Asia, l’Africa, e l’America, e poi afferite con tutta verità, che vale più un solo grado di Gloria, che non è tutto il possesso d’un mondo intero, perché un grado di Gloria vi dà infinitamente più, e vi costituisce monarchi di tal grandezza, che formando di tutte le umane grandezze una sola grandezza, è un nulla, a paragone di quella, in cui vi costituisce un grado di Gloria. O grado di Gloria, che gran bene porti a chi ti possiede e pure colui dentro di sé dice: potessi io avere non un mondo, ma un piccolo comando,
che volentieri rinuncerei a questo grado di Gloria, perché così potrei soddisfare alle mie vendette, e compiacere a’ miei sensi. Ah stolti, ah pazzi, che così sprezzate i gradi di Gloria? Se bene mi consolerei quando i peccatori per un piacere peccaminoso facessero gettito d’un bene che nulla più valesse di quel che valga questa terra; ah che maggiore è la perdita, mercè che un grado di Gloria non solo vale più di tutta la terra, ma di tutto il Cielo, di tutta la material città de’ Beati. Il Paradiso, come saprete, è quella Città posta in una bellissima pianura, la quale occupa dodici mila stadii, che vale a dire, mille e cinquecento miglia per lunghezza, ed altrettanto per larghezza. In questa Città solamente si ammira ogni bellezza, ogni preziosità, essa solamente può chiamarli Civitas perfecti decoris. L’oro, che tra noi fregia le stanze più nobili, ivi lastrica le strade più popolari; e le gemme che qua giù si portano sul capo, son colassù calpestate dal piede. Su avarizia portati con gl’occhi in Cielo, già che non puoi entrarvi con i piedi, sporgi il capo dentro ad uno di quei finestrini, per i quali Daniele di Babilonia vagheggiava un giorno Gerusalemme; mira un poco se le ricchezze che colassù si possiedono, sono da posporsi alla terra; pensa un po’ se meritano che tu le getti per quell’affetto disordinato che hai alla roba; per quell’interesse che ti stringe le mani, finché non soddisfi né mercedi, né pii legati. Uditori miei, tenete pur fissi gl’occhi nelle ricchezze celesti, e poi siate sicuri, che sprezzerete la terra. Accadrà per appunto à voi, come à colui che avendo prima studiata la Geografia, e formato sommo concetto della terra perché  l’aveva sentita dividere in tante provincie, regni, ed imperii, andato poi a prender lezione da un astrologo si sentì supporre la terra stessa per un punto che sta nel centro de’ Cieli; di che meravigliato, non si soddisfece, finché sentì per risposta l’uno, e l’altro non discostarsi dal vero poiché chi contempla la terra da se sola ha ragione di stimarla per grande, ma chi la paragona con i cieli, non può non disprezzarla per piccola, e pure e terra e cielo sono un nulla à paragone d’un grado di Gloria. O Dio e può trovarsi chi per un bene da nulla sprezzi quella Gloria che gli porta un sì gran bene? Passiamo avanti, e dopo aver consegnato a quel monarca e terra e cielo, tutto inferiore ad un grado di Gloria, giacché Nullius rei sine socio jucunda est possessio, gli si dia per compagno un esercito d’Angeli vestiti di luce, di vergini bianche come gigli di Martiri imporporati di palme, di confessori candidi al par delle nevi. Più gli sia dato, e finisca di coronare la sua gioconda conversazione la più bella, la più eccellente, la più santa di tutte le creature che siano mai uscite dalle mani di Dio, dico Maria, che sola sola potrebbe farvi gioire d’allegrezza, avendo Ella forza d’incatenare ogni cuore. Eppur, tutto ciò, chi’l crederebbe, è inferiore ad un grado di Gloria, giacché, come dice Agostino, un grado di Gloria: Est majus bonum quam Cælum, Terra et quidquid in illis includitur. Perché  tutte queste cose vi dà il grado di Gloria e di più vi concede eternamente goderle. Un grado di Gloria sì guadagnato con una limosina, con una corona, con un’opera pia fatta per Gesù, è un bene incomparabilmente maggiore, eppure si sprezzano questi beni di Paradiso, e vogliono i fuggitivi della terra, finché parmi sentire chi, bestemmiando, dica che Grazia di Gloria in Cielo? Il nostro Paradiso lo vogliamo in terra tra i comodi, tra le delizie, tra’ piaceri. Dio immortale! E  se è vero, come è verissimo, che il possesso de’ beni, il dominio del mondo, il godimento della Patria de’ Beati, con la conversazione de’ Santi e della Vergine stessa, tutto inferiore ad un grado di Gloria che si goda in Cielo, che farò io per darli paragone che vaglia? Orsù mi sia lecito di dire che per eguagliare, se non per superare questo grado di Gloria, cavi Iddio con la sua Onnipotenza dal nulla, e dia l’essere a nuovi mondi di gran lunga superiori. Voi ben sapete che Iddio scherzò allorché sbalzò dal nulla questa gran macchina del mondo, con porvi un globo di fuoco che con i suoi raggi di luce sgombrasse quelle tenebre, che erant fuper faciem terra; scherzò allorché diede commissione al sole di provvedere di luce; la luna, che con i suoi raggi d’argento scemasse qualche poco l’oscurità della notte; scherzò quando sparse per il cielo lucidissime stelle; furono scherzi la formazione d’una terra sì vasta, d’un mare si smisurato, perché allor si diportò come Ludens in Orbe terrarum. S’alleni, per così dire, l’Onnipotenza, e se allora adoperò un dito della sua destra, impieghi ora la mano ed il braccio, e faccia comparire non uno, ma mille mondi, faccia che in essi la terra non più produca né triboli di disgusti, né spine d’amarezze, ma solo germogli, rose di contentezze, faccia un mare, che sempre in calma, mai minacci tempeste, dal quale siano esiliati i naufragi e ad ogni scoglio possa dirsi: qui abbiamo il porto, stenda i cieli che con la loro serenità continua, mantengano il brio delle allegrezze, non si veda mai folgoreggiare per aria un lampo, niun tuono spaventi, niun fulmine precipiti, e quivi vi sia dato vivere sani e robusti per mille anni, al fine de quali, senza provare agitazione di morte, sia trasportato il vostro spirito con somma quiete sopra del cielo, e giunto ad una di quelle dodici porte di diamante, spalanchisi ad un tratto, e rimbombando sonore le trombe, giulivi vi escano incontro con angeliche squadre di Martiri, torme di sacri confessori, drappelli di caste vergini e vi ricevano, narrandovi con lingue di Paradiso le grandezze di quella abitazione veramente regia. Eppure, tutto ciò non può formare quella piccola pietra che v’ho portata qui in mostra d’un sol grado di Gloria. E come è possibile, sento chi mi dice che un grado di Gloria contenga in se un bene sì smisurato, che superi quanto finora s’è detto? Così è, eccovi la risposta: prendete un diamante e ponetelo a confronto con tutti i marmi più belli della terra, e voi vedrete in quel diamante una tale prerogativa che non troverete in tutti i marmi immaginabili, cioè a dire uno scintillar sì luminoso che vi sembrerà una piccola stella della terra, e questa luce sì nobile mai mai troverete in tutti i marmi del mondo. Or così va, miei uditori, chi godrà un grado di Gloria avrà, per mezzo di quello, o Dio, che non avrà? O grado di Gloria quanto sei stimabile! Eppure tanti ti sprezzano. O Pater Abram, Pater Abram; Ahimè, queste sono voci d’Inferno; E perché turbare i discorsi di Paradiso? Son voci d’Epulone, che pretendi da Abramo? Non altro che una stilla di Paradiso: Mitte Lazarum ut intingat extremum digiti in aquam, refrigeret linguam meam. Tu deliri, o Epulone, mentre per estinguere le ardenti fiamme, che ti abbruciano, nulla più domandi d’una stilla? Io so che il Mongibello quando con le ardenti sue fiamme entra nell’Onde, le divora, ed il Mar Tirreno agl’assalti del Vesuvio mette in fuga e tu sciocco, con una stilla d’acqua pretendi estinguere l’inferno? Taci, stolto che sei! Tacete voi, risponde a noi Sant’Agostino. Tacete, sì si, una sola goccia, un sol grado di quelle stillate dolcezze del Paradiso, delle quali parlò in spirito Gioele, allorché disse: In illa die stillabunt montes dulcedinem, una sola, dice, di quelle gocce, basta non solo a smorzare, ma a disfare tutto l’inferno, e mutarlo in Paradiso; ecco le parole del Santo Dottore: Tota dulcescerer damnatorum amaritudo. – Cada una sola stilla di quei torrenti di Paradiso nell’inferno ed eccolo un Paradiso, non più abitato da’ demoni, ma dagl’Angeli; non più tenebre, ma luce; non più catene, ma libertà; non più dolori, non più spasimi, ma sanità perfetta, godimenti inenarrabili. Tota dulcesceret damnatorum amaritudo. O quam magna, esclami pure ogn’uno col Profeta, multitudo dulcedinis tuæ Domine! Ma sento chi mi dice: noi più di proposito brameremmo questo gran bene, se n’avessimo più distinta notizia, se sapessimo più distintamente ciò che sia questo grado di Gloria! Che sarà mai dunque questo grado di Gloria, mentre non porterà seco solo vedere le pompe trionfali di quelle Gerarchie Celesti che faranno corteggio al Re Sovrano, né pure rimirare i Santi vestiti di Corpo glorioso, sì penetrante che potrà passare per mezzo d’ogni monte, come ora il sole passa per un cristallo sì agile, che potrà in un subito calare dal Paradiso in Terra, così impassibile, come impassibile è l’anima; così luminoso, che se un Beato mettesse fuori del Cielo una mano, basterebbe per illuminare tutto l’universo cento volte più che fa il sole: Fulgebunt justi sicut sol in Regno Patris eorum, mentre non sarà rimirare Maria sempre Vergine, il di cui sembiante ci terrà incatenati i cuori; Maria, Maria nostra Avvocata, nostra Signora, nostra Protettrice, le di cui bellezze sono il miracolo de’ miracoli, finché come scrive Sant’Ignazio Martire in una delle sue lettere, mentre Maria era ancora in terra, concorrevano a truppe i popoli per vederla. Che sarà dunque questo grado di gloria, che sarà? Sarà vedere un abisso di splendori in un teatro di maestà, in un centro di gloria Iddio, videbitis eum sicuti est. E che vuol dire, uditori miei, vedere Iddio? Chi mi avvalora il pensiero, chi mi purga la lingua, sicché io possa in parte spiegarvi quel che vedrete vedendo Dio? Vedrete quello che è la Beatitudine universale di tutte le creature; vedendo Lui non pensate già di vedere niuno di questi oggetti creati; Egli increato, questi materiali; Egli purissimo spirito, questi difettosi; Egli perfettissimo, e pure tutto ciò, che vedrete fuori di Lui, immaginatevi che voi tosto vedrete; vedendo Lui, vedrete Dio. Oh chi potesse ridire che sarà del vostro cuore a quel primo sguardo? Oh che deliqui d’amore voi sentirete! Che vampe di carità, che rapimenti, e che estasi! Che dolcezze! Allora sì, che adorerete tanta Maestà, e quasi reputandovi indegni di sì gran bene, vorrete sospirare, vorrete piangere per un certo solito sfogo di tenerezza, ma non vi farà permesso, no: Non audietur ultra vox fletus, et vox clamoris, crediatelo ad Isaia. Che direte allor, che vi vedrete Beati, che vale a dire al possesso di tutti i beni per goderli non solo perfettamente, ma eternamente? Allora tutta giubilo nel suo cuore, dirà quella verginella: beata quell’ora, beato quel punto in cui voltai le spalle a quell’amante, ricusai i suoi regali, ributtai le sue imbasciate; beata me, che ho conservato intatto il giglio della mia verginità. Allora, sopraffatta dal giubilo, esclamerà quella maritata: o quanto feci bene a sopportare le tirannie del mio consorte, mi strappazzò con parole, mi percosse più volte, non fui moglie, fui serva, fui schiava, ma la mia pazienza? Ecco dove m’ha portata: al possesso di tutti i beni per goderli perfettamente, eternamente. Son finite le grida, son finiti i dolori, ecco il giubilo, ecco il contento! Allora, pieni d’allegrezza esclameranno quegl’uomini, quelle donne: felici noi per quel punto in cui demmo la pace all’inimico; felici noi perché non imbrattammo le nostre mani con roba altrui; felici noi perché portammo rispetto alle Chiese; felice l’ora in cui abbandonai quel compagno sì dissoluto; felice quel punto in cui abbandonato il mondo, mi ritirai nel chiostro. Ah, che se per me venisse mai un’ora così beata, che mi vedessi ammesso nel possesso di tanta gloria, ancor io, in qual sentimenti, in quali atti, in quali parole proromperei? Se mi sarà permesso accostarmi a quel Soglio Divino: Et veniam ad Solium ejus. Io voglio dire al mio Dio; che vorrei dire, se sopraffatto dall’amore, mi converrebbe attonito tacere. Taccio, ma mentre io fò silenzio; tu peccatore, tu peccatrice alza gl’occhi, e poi dirottamente piangendo esclama con dolorosa voce: Paradiso, Paradiso sei bello, ma non sei per me! Son belli quei Palazzi alla Reale, ma non sono per me; li demeritai allor che profanai le mie sale con veglie e balli; le mie Stanze con giuochi; le mie camere più segrete con replicate disonestà. Paradiso, Paradiso sei bello, ma non sei per me. Son belli quei diamanti, quelle perle, quelle gioie che t’adornano, ma non per me; le demeritai allor che feci gettito della più bella gioia che si prezzi in Cielo: la santa virginità; Paradiso sei bello, ma non sei per me. È nobile la conversazione di quei tanti Angeli, di quei tanti Cherubini, e quei tanti Serafini, che ardono di santo Amore verso del loro Iddio, ma non è per me, che sempre avvampai di amor profano in odio al mondo, in odio a Dio. Paradiso sei bello, ma non sei per me: Non è per me lacompagnia di quei Santi confessori perché chiamato al par di loro alle solitudini del Chiostro, vi stetti con gl’affetti nel secolo, innalzato alla dignità di Sacerdote mi portai al Sacro Altare con rozza mente, con laido cuore, maneggiai Cristo al par del fango. Paradiso sei ben bello, ma non sei per me; non è per me la compagnia di quei Santi penitenti nel mondo, mentre io vi son vissuto tra crapule e lussi; non è per me poter fissare gl’occhi in quei drappelli di caste vergini, molto meno nell’amabile volto di Maria, mentre io con occhio anche sacrilego tramai insidie alla castità più custodita. Paradiso, Paradiso sei bello, ma non sei per me perché, troppo interessato, non mi curai delle tue ricchezze per aver la roba altrui; non sei per me, perché troppo avido d’onori, ricusai le tue eterne dignità. Paradiso non sei per me, perché troppo vana stimai più la mia caduca bellezza che la tua; non sei per me: troppo fui irriverente nelle Chiese, troppo dedito alle vendette, troppo disubbidiente a’ miei maggiori, disprezzatore de’ Sacerdoti, e sempre diedi mal esempio alla mia famiglia; da me impararono i figli le bestemmie, le mormorazioni, le disonestà; da me impararono le figlie ad amoreggiare dalle finestre, nelle porte, per le strade; io li precedevo nella, io l’istigavo agl’ornamenti, io li posi sull’orlo de’ precipizi, io gli feci perdere con l’onore anche l’anima, e però Paradiso sei bello, ma non sei per me. Misero peccatore, misera peccatrice, e non ti crepa il cuore alla rimembranza di dover dire, se non muti vita … Paradiso sei bello, ma non sei per me: muta vita, lascia l’iniquità rinuncia al demonio, osserva i Comadamenti per poter alla tua morte proferire queste parole di giubilo Paradiso, Paradiso sei bello, e sei per me; sei bello, e sei per me.

LIMOSINA

Iddio per Isaia pone in vendita il Paradiso: Properate emite. Bisogna miei uditori, comprare il Cielo, non vi sgomenti la preziosità sua, poiché ciascuno di noi ha tanto di capitale che basta per una tal compra, non vi vuole più, dice San Pier Crisologo, che un pezzo di pane, un poco di limosina distribuita a’ poveri si può spender meno? Deus Regnum suum fragmento panis vendit et quis excusare poterit non ementem, quem tanta vilitas venditionis accusat? E pure si trova chi ne pure a prezzo sì vile vuole comprare il Paradiso. Ah Dio! Vende, Iddio a poco prezzo i piaceri del Cielo, non vi è chi li voglia; vende il demonio i piaceri del mondo a gran prezzo, ed ognuno compera, si spende ne’ giuochi, ne’ conviti, nelle feste, nelle pompe, nelle vanità, sarebbe poco, nelle vendette, nelle disonestà, e per il Paradiso non solo non vi è oro, né argento, ma neppur rame per sovvenir la povertà d’un mendico.

SECONDA PARTE.

Il Cielo, uditori, al dire dell’Evangelista, s’acquista per via di negozio, di traffico: Simile est Regnum Cælorum homini negotiatori: Se ciò è vero, come è verissimo, voi ben sapete, che è legge di buon negoziante trasportare in Paese straniero quelle merci, che colà non sono, e di là portare quelle che nel proprio o non nascono o non si lavorano. Bisogna dunque se vogliamo guadagnare il Cielo per via di traffico, come ci addita il Redentore, che noi colassù mandiamo quelle merci che v’hanno spaccio, e che ivi non si trovano. Desistete, o ricchi, d’accumular più quell’oro, che racchiudete in cassa, e sol lucrate in vani ornamenti, in superflue vanità. Avari, non occorre con nuove usure, con traffici illeciti accrescere le vostre ricchezze, non manca oro in Cielo, già v’ho detto, che tutte le Grade Piazze son fabbricate Ex auro purissimo. Donne, quelle pietre preziose, quei diamanti, quelle perle che con tanta vanità v’adornano, non vi comprano il Cielo, perché colassù fino le porte, le mura, le torri sono gemme: Porte nitent margaritis, omnes muri tui, et turres Jerusalem gemmis edificabuntur. Ambiziosi, non tramate più la rovina del prossimo per salire a quella dignità, a quel posto, non mancano titolati e grandi nel Cielo, mentre tutti i Beati sono un popolo di regi: Percipite Regnum vobis paratum a Patre meo. Uditori, ori, gemme, onori non hanno spaccio in Paradiso perché di queste merci il Paradiso n’abbonda. Dunque se volete guadagnarlo col traffico, portate colassù le merci che non vi sono: In Cielo non v’è pianto, non v’è dolore; in Cielo non v’è tempo, essendovi l’eternità … Non erit ibi luctus, neque dolor erit ultra: Dunque per ottenere il Cielo vi vogliono lacrime di cuor contrito, dolori di patimenti, di tribolazioni tollerate con pazienza. Queste sono le merci che hanno spaccio nel Cielo, e queste ci otterranno il Paradiso. Eccovi il modo d’ottenere il Cielo, guadagnarselo con portare di là la mercanzia che non v’è, che vale a dire patimenti; e se così farete, Isaia vi assicura, che qui vicerit possidebit hæc: tutto questo sì gran bene del Paradiso è per voi, di grazia non vi lasciate accecare da i diletti peccaminosi di qua, che presto v’invola la morte, ma solo attendete agl’eterni dell’altra vita. Volete, che io v’insegni un altro modo per guadagnare il Paradiso? Fissate spesso gl’occhi colassù, perché così vivrete bene, ed il Paradiso sarà vostro. Tito e Domiziano, ambedue figli del vecchio Imperatore Vespasiano, furono fra di loro sì differenti, e riuscirono di natura e di costumi sì varii, che Tito fratello maggiore al dir di Svetonio fu chiamato: Delitiæ Generis humani, e Domiziano: Flagitium Generis humani. Per rendersi buono e di costumi sì retti Tito, v’ebbe gran parte la prudenza del suo Aio, che per molto tempo gli assisté. Fattosi notte conduceva costui il giovinetto Tito in una loggia; indi dicevagli: Volgete gl’occhi alle stelle; vedete quella figura formata di vent’otto Stelle, si chiama Ercole , ed ha ottenuta quella stanza colassù in cielo, perché nel mondo atterrò molti mostri; ve l’otterrete ancor voi, se riporterete vittoria di quei vizi che infettano il mondo. Udite: quell’altra costellazione formata di ventisei sfavillanti lumiere, si chiama Perseo, e fu quel giovane sì generoso, che fece guerra alle Gorgoni, e con un colpo di lancia sviscerò l’Orca Marina, liberandone Andromeda, sicché non fosse divorata; or così appunto sfavillerete ancor voi se col braccio della vostra autorità difenderete l’onore delle matrone, e la pudicizia delle donzelle. Date ancora un’occhiata a quelle due figurine composte ambedue di nove stelle; sono Castore e Polluce, e voi ancora v’avrete questo splendore se qui nel mondo fomenterete la pace, e v’amerete con i sudditi: volete altro anche con volgere gl’occhi a queste menzogne; si rese Tito principe sì buono, vi delitiæ generis humani vocaretur. Deh date un’occhiata a quei Giusti del Paradiso, … Qui fulgent quasi stelle in perpetuas æternitates, e chi vi tiene, chi v’impedisce? Vedete colà quella matrona coronata di tanta gloria, ella è Francesca Romana. Chi v’impedisce o vedove un simil posto? Vedete colassù quella Cunegonda, chi v’impedisce o maritate un simil possesso? Chi o donzelle? mirate le Lucíe! Chi o contadini? mirate un’Isidoro! Suspice Cælum, dice Agostino, et accipies Cælum. – Mi giova credere, che alla mia predica siano molti e molte che abbiano da vedere fra poco la Gloria che io non ho saputo descrivere. S’io sapessi chi sono, oh con che ossequio li rimirerei; qual santa invidia m’occuperebbe il cuore, vorrei fino baciar la terra che calpestano. Ma ahi, che sento mutarmi l’allegrezza in pena; così non fosse: vi saranno anche molti e molte che non la vedranno mai … s’io sapessi quali sono! Vorrei scendere da questo pulpito e, afferratili per un braccio, dir loro: Ah infelice, vuoi dunque perdere il Paradiso, abitazione sì bella, la compagnia de’ Santi, di Maria, di Dio, per non lasciare quella maledetta amicizia, per non restituire quella roba, per non perdonare a quell’inimico? Leggo pure in Erodoto di quell’Egistrato Eleo che, tenuto legato da una catena ad un piede da’ demoni, per poter correre alla bramata libertà, recise quel piede che gliela impediva; e tu non avrai animo, non per una libertà, che finisce, ma per l’eternità, di troncare quei legami lascivi? non l’avrai? Andate dunque a casa, e questa sera sull’imbrunir di notte, dite, mirando il Cielo: Sei pur bello Paradiso, ma forse non sarai per me.

QUARESIMALE (XI)