I TRE PRINCPII DELLA VITA SPIRITUALE (VI)

I TRE PRINCIPII DELLA VITA SPIRITUALE (VI)

LA VITA SPIRITUALE RIDOTTA A TRE PRINCIPII FONDAMENTALI

dal Padre MAURIZIO MESCHLER S., J.

TRADUZIONE ITALIANA PEL SACERDOTE GUGLIELMO DEL TURCO SALESIANO DEL VEN; DON GIOVANNI BOSCO

VICENZA – Società Anonima Tipografica; 1922

Nihil obstat quominus imprimatur.

Vicetiæ, 24 Martii 1922.

Franciscus Snichelotto

IMPRIMATUR

Vicetiæ, 25 Martii 1922.

    M. Viviani, Vic. Gen.

SECONDO PRINCIPIO FONDAMENTALE: VINCERE SE STESSO (I)

Oltre che necessaria, la preghiera è il principio d’ogni bene; ma non più che il principio. Ad essa deve necessariamente unirsi la vittoria di se stesso, che è il secondo dei tre principî fondamentali, e quello che rende sicura ed anche soave la nostra vita spirituale,

CAPITOLO I.

Retta idea dell’uomo.

La preghiera regola e indirizza a Dio i nostri pensieri; per cui riesce facile a chi conosce Dio il pregare. Il vincere sé stessi volge le nostre cure su noi medesimi, e c’insegna come dobbiamo trattarci. Ma, perché  uno si regoli convenientemente, fa d’uopo che prima si conosca ed abbia di sé e della propria natura un giusto concetto. Tre sono le principali dottrine circa l’uomo.

1. Cominciando dalla prima, l’uomo fin dalla sua origine e di sua natura è assolutamente buono e perfetto; la sua depravazione viene più tardi, e nasce non da lui ma dal suo contatto col mondo corrotto e dalla influenza malefica che questo esercita su di lui. Per cui l’uomo non ha da far altro che guardarsi dall’azione perversa del mondo esterno. Quanto al resto, ben può lasciarsi andare e svilupparsi conforme agli impulsi della sua natura. Questo è il concetto che dell’uomo si formano i materialisti di tutte le sfumature. Negano ogni intervento soprannaturale, e non vogliono sentir parlare di peccato originale né delle fatali sue conseguenze nell’uomo. Sovversivo ottimismo, che, non volendo vedere questo disordine e questa desolazione evidenti e palpabili che si manifestano nell’uomo, distrugge tutto il Cristianesimo.

2. La seconda teoria o dottrina è del tutto opposta alla prima. L’uomo fu creato buono da Dio; però il peccato originale l’ha inclinato in tal modo al male, che nel suo essere non c’è nulla di buono ma solo peccati manifesti. Non può nemmeno Dio migliorarlo più interiormente; solamente, obbligato a prescindere dalla di lui malizia, lo riveste all’esterno colla giustizia di suo Figlio, della quale l’uomo s’adorna mediante la fede e la speranza; restando per sé sempre cattivo, anche in cielo. Così la pensavano i riformatori del secolo XVI. È questo un pessimismo infondato e può dirsi anche una specie di manicheismo, nel quale Dio medesimo apparisce incapace di dominare il male che una volta ha permesso. Siccome questo sistema di giustificazione è un controsenso, all’uomo non resta altro rimedio che la disperazione.

3. La terza dottrina insegna che Dio da principio creò l’uomo buono e retto; ma che costui, sedotto dal serpente, cadde, e, in conseguenza del peccato originale e della perdita della grazia santificante, non solo restò privo del suo fine soprannaturale, ma indebolito altresì nella sua natura, sebbene non essenzialmente, per la disordinata concupiscenza. Mediante il santo Battesimo ricupera la grazia santificante, la bontà, la giustizia e santità interne; gli restano nondimeno la concupiscenza e le sregolate passioni, le quali, pur non privandolo della sua libertà, gli muovono una guerra accanita e gli offrono continuo incentivo alla colpa, sempre certo però che, tanto per la grazia di Gesù Cristo e della propria cooperazione, quanto per l’uso dei mezzi offertigli dalla Chiesa, nella preghiera e nell’esercizio del vincere se stesso, può uscire vittorioso.

Questa è la dottrina cattolica unicamente vera e retta rispetto all’uomo. In essa si dà a Dio la parte dovutagli; e così all’uomo, cui al tempo stesso umilia ed eleva, previene, incoraggia ed infonde speranza. Tutto vi stà al suo giusto posto; a Dio, come autore e consumatore della santità, si offre la riconoscenza; all’uomo, l’onore ed il merito di cooperare alla propria salvezza. Qui non v’è alcuna esagerazione. È il pessimismo più moderato, ed il più ragionevole e nobile ottimismo. – Pertanto, è della massima importanza il persuaderci fermamente che il vincere sé stessi è il campo in cui dobbiamo anzitutto manifestare l’attività propria.

CAPITOLO II.

Che cosa sia il rinnegare sé stessi.

Il rinnegare sé stessi, detto altresì mortificazione, è ciò che forma lo spauracchio degli uomini. Nulla v’è di peggio d’una cieca paura, che non sa rendersi ragione; e per toglierla, nessun rimedio migliore del mettere allo scoperto l’oggetto che la produce, e far vedere che è pretta fantasia. Orbene, dicasi altrettanto del vincere sé stessi o mortificarsi: basta osservare ciò che è per allontanare da noi ogni ripugnanza.

1. Che cosa è, dunque, il rinnegare o vincere sé  stessi? Non è altro che l’imposizione o sforzo morale che dobbiamo farci per vivere secondo che lo esigono la ragione, la coscienza e la fede; la fatica che ci costa per operare in conformità del nostro dovere ed essere realmente ciò che dobbiamo e vogliamo: uomini ragionevoli e di carattere. È chiaro che per ciò, richiedesi una non comune energia, conseguenza questa della prima caduta, ed un ricordo che ha lasciato in noi il peccato originale. Anteriormente tutto tornava facile e soave, ed ora non più. A causa della lotta che dobbiamo sostenere, riceve questa virtù diversi nomi: abnegazione, resistenza, dominio, mortificazione, odio di sé stessi, i quali tutti denotano la medesima cosa, che giustamente, attesa la violenza che dobbiamo farci, prendeva i varî titoli seguendo l’esempio della Sacra Scrittura. Tutti questi nomi, infatti, richiamano precisamente l’idea del combattimento, contrasto e forza richiesta, che interiormente ci fa provare un certo malessere. La difficoltà non deriva tanto dalla cosa in sé, poiché possiamo persino volerla ed apprezzarla, bensì da noi, dall’attuale nostra natura, debole e sensibile, che fa d’uopo portare in alto.

2. Qual è propriamente l’oggetto di questa lotta? Che cosa è che dobbiamo combattere e distruggere? La natura? Tutt’altro. Non l’abbiamo creata noi, né ci appartiene: è di Dio. Possiamo farne uso, ma sprecarla no. E tanto meno sono oggetto di mortificazione le potenze naturali; al contrario ne abbiamo bisogno e ci sono indispensabili per vivere e lavorare. Quanto più sono forti e perfette, tanto meglio. Similmente, nemmeno le passioni considerate in sé stesse sono quelle che dobbiamo combattere; le passioni sono parti integranti della natura nostra, e, prese in sé, sono buone od almeno indifferenti; è solo l’uso cattivo che le rende nocevoli. Nessuna di queste cose è oggetto della mortificazione, ma unicamente ciò che in esse v’è di disordinato. Qual cosa, dunque, potremo dire disordinata? Ecco, tutto quello che si oppone direttamente al fine, o ce lo fa perdere, o ci mette in pericolo d’allontanarcene, o finalmente ciò che in nessun modo torna utile a conseguirlo. Disordinato è dunque, secondo questo, anzitutto ciò che è peccaminoso: poi ogni pericolo di peccare cercato od accettato senza necessità; infine tutto quello che è inutile e non necessario e che si oppone alla nostra ragione, alla coscienza ed alla fede. Questo e solo questo è l’oggetto della mortificazione, e contro di esso dobbiamo combattere sino a distruggerlo, se vogliamo condurre una vita pura e degna d’un essere ragionevole.

3. Con ciò resta altresì ben assodato che il fine della mortificazione non è di contrariare, costringere, danneggiare o distruggere la natura, ma di averne cura, di sostenerla, guidarla, ordinarla, educarla, migliorarla, renderla forte, volonterosa, costante e disposta ad ogni cosa buona: di ritornarla per quanto è possibile alla sua primitiva purezza, giustizia e santità, di rinvigorirla e addestrarla nel buon uso delle sue facoltà, al servizio di Dio ed all’aiuto e salvezza degli uomini. Per cui il fine a cui è diretta l’abnegazione propria, non può essere la violenza colle sue difficoltà. – L’uomo non nasce al dolore, ma alla felicità sia dell’anima come del corpo, egli era felice da principio, e solo dopo il peccato cessò di esserlo. Il dolore, quindi, gli è semplice compagno e non fine; è la guida che ha da condurlo gloriosamente alla vittoria ed alla pace. Il dolore stesso e la pena andranno insensibilmente scomparendo, nella proporzione che noi ci consacreremo con energia ed animo virile al rinnegamento di noi stessi e vi persevereremo con costanza.

4. Una luce ancor maggiore avremo circa la natura e l’importanza della mortificazione, nel considerare il posto che questa virtù occupa tra le altre e nel sapere a quale di esse appartenga. Non appartiene propriamente a nessuna in particolare, ma prende posto dovunque occorra energia e buona volontà. Viene in aiuto quasi sempre della temperanza e della fortezza, giusta la necessità di frenare e reprimere l’immoderato zelo d’una passione, o d’infondere vitalità, energia e costanza in un’impresa difficile. Questa, dunque, e non altro è l’abnegazione o dominio di sé stessi. Come si vede, è la cosa più semplice e naturale del mondo, attese le presenti circostanze. – Si tratta unicamente di arrivare coll’aiuto suo ad essere ciò che dobbiamo e vogliamo essere, di renderci, cioè, per quanto è possibile, uomini stimati, nobili, puri e buoni Cristiani. Come in poche parole insegna molto bene S. Ignazio nel libro degli Esercizi, la mortificazione consiste nel diportarsi in maniera da non lasciarsi travolgere da alcuna passione sregolata. Credere che la mortificazione sia qualche cosa di più di quello che abbiamo detto, è pura fantasia, e serve solo a renderla spregevole. Gran parte dell’orrore che essa ispira proviene precisamente dall’errata idea che se ne ha: è proprio il leone del pigro, ricordato dalla Sacra Scrittura (Prov. XXVI, 13), lo spauracchio terribile che spoglia de’ suoi diritti la nobile nostra natura creata da Dio, e che la mette in angustie di morte; e nulla di più falso! Importa moltissimo aver idee giuste in proposito, ché tagliano di colpo il nodo gordiano.

CAPITOLO II.

Perché dobbiamo mortificarci.

I motivi che abbiamo di mortificarci sono innumerevoli.

1. Anzitutto bisogna aver presente che noi viviamo in uno stato di natura decaduta; stato di disordine e di depravazione, come chiaramente ce lo insegna l’esperienza. La natura nostra è simile ad un vecchio albero. traforato ed infetto da una moltitudine di piccoli insetti: sono inclinazioni ed appetiti, piccoli sì ma pericolosi ed anche ripugnanti. i quali ritraendosi dal bene, ci spingono al male e c’inclinano al peccato. Siamo pieni d’amor proprio, di vanità, d’invidia, di pusillanimità, d’impazienza, di sensualità, d’infingardaggine e d’incostanza. L’uomo migliore può cadere miseramente, se non si fa continua violenza. Un sol giorno che lasciassimo campo libero alle passioni, potrebbe bastare perché fossimo trascinati al male in una maniera incredibile. Le bestie feroci si custodiscono in gabbia, e non è da fidarsi del tutto nemmeno degli animali domestici. Non v’ha nulla di così basso e volgare, di cui non sia capace l’uomo, se è trascinato da passioni sfrenate. L’unico rimedio è la grazia di Dio e il dominio di sé stessi.

2. Siamo uomini e viviamo in mezzo agli uomini. Il mondo non è per noi un inferno, ma neppure un paradiso. La vita è un viaggio, però non un semplice viaggio di piacere; è una lotta continua e faticosa, e la fatica stanca; è un servizio militare, di cui non passiamo dispensarci; è una guerra, e guerra di vita o di morte; è un intreccio di dolori e di gioie. di fortune e sfortune, che alle volte c’innalzano fino a renderci superbi, tal altra ci deprimono fino allo scoraggiamento ed alla disperazione; è una società in cui gli uni e gli altri si sostengono mediante una rete d’associazioni, classi, stati e vocazioni distinte, ciascuna delle quali esige particolari sacrifici. sarà capace di soddisfare a tutti quegli obblighi senza farsi violenza, senza sacrificarsi, senza una gran provvista di pazienza? È necessario aver pazienza con tutti: con noi, col prossimo, e persino con Dio medesimo. Ma può darsi pazienza senza mortificazione?

3. Siamo Cristiani e non v’è cosa nel Cristianesimo che non ci obblighi alla mortificazione. Il Salvatore, che fondò la nostra Religione, non ristrette un momento dal predicarcela colla dottrina e coll’esempio. Dalla culla alla croce tutti i misteri della sua vita sono un esercizio continuo di mortificazione; la impone come condizione necessaria ai suoi discepoli e seguaci (Matt. XVI, 24), e ne fa il contrassegno e distintivo della sua Chiesa, La fede cristiana è una croce per l’orgogliosa nostra scienza, ed è l’armeria dove si trovano schierati tutti gli argomenti pel rinnegamento di sé stessi; anche i Comandamenti sono oggetto di mortificazione, e perfino i Sacramenti sono emblemi di abnegazione per ciò che rappresentano, e moventi di essa per la grazia che comunicano; insomma, giusta San Paolo, tutta la vita cristiana è un morire ed essere sepolti con Cristo (Rom. VI, 4 – Col. III, 3). Senza l’essenziale abnegazione, necessaria per evitare tutti i peccati mortali, osservare tutti i Comandamenti e resistere a tutte le tentazioni, il nostro Cristianesimo sarebbe cosa vana ed inutile. Soltanto per la spinosa via e l’angusta porta della mortificazione. Si può arrivare al cielo (Matt. VII, 44). Rigettare per sistema il rinnegamento di noi stessi, è di spiriti nemici di Dio, ed equivale a disertare dal Cristianesimo e dal concetto cristiano del mondo.

4. Più ancora: dobbiamo essere virtuosi; poiché solo per mezzo delle virtù conseguiremo il fine nostro. La via per giungervi sono le buone opere, e siccome per ben operare sono necessarie le forze, e queste precisamente sono le virtù che consistono nell’abituale energia, risulta che, in maggiore o minor grado, ci sono necessarie. Ora: tutte le virtù costano, e perciò dobbiamo abbracciare la mortificazione e lottare contro noi stessi. Da ciò risulta che non è questa un’unica virtù, ma coopera con tutte. La virtù in sé stessa è bella e desiderabile, ma la difficoltà di possederla ed esercitarla ci rimuove ed allontana. Ed ecco, che la abnegazione supera questa difficoltà; quegli che ha imparato a vincersi, possiede la chiave di tutte le virtù. – Questa è la parte importantissima che la mortificazione sostiene nella vita virtuosa.

5. Altrettanto dicasi del merito, senza del quale non si può conseguire la gloria. Non si dà merito più sicuro di quello dell’abnegazione, poiché questa va direttamente contro l’inclinazione nostra naturale, ed è libera perciò d’ogni inganno. Ma v’ha di più. Il dominio di sé stessi non solo ha il merito più certo, ma anche il più grande, in quanto che è la cosa più difficile, e per la quale è necessario esercitare le più alte virtù. Come apprezzeremo qualunque sacrificio, qualunque atto d’abnegazione, ancorché piccola, all’avvicinarsi dell’eternità, quando giungerà il momento in cui si deciderà del merito delle nostre azioni! E quanti atti di mortificazione, grandi e piccoli, potremmo praticare tutti i giorni, mettendo un po’ di cura!

6. Stando così le cose, è evidente che il miglior maestro spirituale è colui che ci anima a dominare noi stessi, il libro migliore d’ascetica quello che c’insegna l’arte della mortificazione. « Tanto sarà il profitto tuo, quanto sarà la violenza che ti farai», dice Tomaso da Kempis. È certo che la vera vita spirituale,. libera d’inganni, consiste nel conservare il cuore mondo dai peccati, nell’esercitare atti virtuosi ed estirpare le sregolate passioni, il che può conseguirsi solamente colla mortificazione, vera pietra di paragone dell’ascetica.

7. Finalmente, noi desideriamo e dobbiamo essere uomini del giorno, uomini moderni, d’attualità. Vale a dire, che, ben intesa la cosa, dobbiamo vivere col tempo, facendo nostre le sue buone idee ed aspirazioni e caldeggiandole in noi. Dio non si oppone a questo; anzi, tali ideali ed eccitamenti, sono mezzi coi quali Egli guida l’umanità sempre verso la mèta assegnatale. Si parla molto presentemente e si tratta della formazione, cultura, incivilimento e progresso in generale; e venendo al concreto, si discute circa la formazione dell’individualità, della personalità e del carattere. E giustamente; imperocchè a che giovano tutti i progressi esteriori, tutta la scienza, tutta la cultura, l’arte di governare i popoli, se l’uomo si presenta come rozzo, barbaro e d’inferiore condizione, come un mendicante, moralmente parlando, e come un misero schiavo delle più basse passioni, in mezzo alla grandezza del mondo, sua dimora, avverandosi così letteralmente il detto del profeta: La terra è piena d’argento, e d’oro, e i suoi tesori sono inesausti… ma in mezzo ad essi c’è l’uomo… incurvato e umiliato (Is. II, 7 sgg.)? Ed in che altro consiste la formazione del carattere personale e dell’individualità propria, se non nel formare, educare e rendere pronta la volontà, per tutto ciò che sa di buono, di nobile ed elevato? E come conseguire questa formazione e perfezionarla? Vincendo sé stessi principalmente. In questo modo si provano le forze della volontà, e bisogna che questa seguiti tal metodo se vuol diventare uno strumento di bene.

8. L’uomo che pratica questi insegnamenti è veramente nel posto d’onore e di grandezza, in cui era stato collocato primitivamente da Dio. Ogni atto vittorioso sulle cattive inclinazioni, l’avvicina di più al modello divino e col tempo arriverà ad essere ciò che Dio si propone di lui: un riflesso della divinità; ; un vero santuario di giustizia, di sapienza; di ordine, di bellezza, di verità e di fede. Notisi bene però: tutto questo potrà solo conseguirsi al prezzo della propria abnegazione.

CAPITOLO IV.

Proprietà dell’ abnegazione propria.

Il fine della propria abnegazione è veramente magnifico; però non ogni abnegazione può conseguirlo; ma solo la vera, che deve avere le proprietà seguenti:

1. Solidità: Non è raro il caso di trovar uomini che consentono di vincersi di quando in quando, in date occasioni, in via eccezionale, quando non possono far a meno. Ma questo non basta. Il dominio di sé dev’essere costante, radicale, premeditato, e sorga naturalmente dallo stesso metodo di vita. È d’uopo proporci seriamente di essere guardinghi, e di non lasciar passare occasione di farci violenza, altrimenti non finiremo mai di vincere le passioni sregolate e le cattive inclinazioni che continuamente ci tendono insidie e minacciano. Non bisogna dimenticare che il disordine ed il mal germe non si trovano in noi soltanto di passaggio e in date circostanze, ma che pur troppo sono l’eredità della natura che portiamo con noi dalla nascita e che saranno il perpetuo martello nostro per tutta la vita. Il male, come dice l’Apostolo S. Paolo, (Rom. VII, 23) è in noi una legge ed un abito radicato, una forza saldamente fondata. E siccome una consuetudine non può vincersi che con altra consuetudine, una legge con altra legge, una forza con altra forza equivalente alla prima, ne viene di conseguenza che chi voglia vivere sicuro bisogna che rammenti questa sentenza: « Se non vuoi che il male s’impadronisca di te, devi farti violenza e vincere ».

2. La forza di mortificarci e vincere deve, in secondo luogo, tenere presente ed abbracciare tutto. Nulla può escludere: bisogna che si estenda al corpo ed all’anima, alle potenze ed alle passioni, all’intelletto ed alla volontà. Una passione a cui non badassimo, sarebbe un nemico di più lasciato alle spalle, che potrebbe assalirci e farci cadere. Chi avrebbe pensato che l’avarizia potesse spingere un Apostolo al tradimento ed al suicidio? Ricordiamoci, infine, che ogni passione disordinata è uno spirito cattivo che può rovinarci.

3. In terzo luogo, il dominio di noi stessi dev’essere costante e senza interruzioni; imperocchè mentre noi lavoriamo d’abnegazione, non riposa il male, ma avanza, come si riproducono le cattive erbe nei giardini. Per questo suol dirsi che fa d’uopo aver sempre alla mano il sarchiello. Inoltre, far contro la propria sensualità e dominarci costa fatica, e solo coll’esercizio e coll’abito può rendersi lieve. È il caso degli animali da tiro, che una volta avviati seguono con facilità; al contrario, quante grida e quante frustate non sono necessarie perché riprendano il cammino dopo una lunga fermata! Ora, lo stesso avviene nella lotta che dobbiamo sostenere noi con noi stessi: se l’interrompiamo per alcun tempo, torniamo a sentire la stessa difficoltà che da principio. E così l’esistenza nostra viene ad essere una fatica ed un lavoro continuo.

4. L’ultima proprietà è che chi vuol riuscire vincitore non deve stare solamente sulla difensiva, ma deve prendere l’offensiva, e tenersi sempre pronto all’attacco. Questo che nelle guerre di quaggiù è un principio fondamentale, ha una non minore applicazione trattandosi della lotta spirituale, nella quale non dobbiamo attendere di essere assaliti, ma dobbiamo noi assalire, altrimenti potrebbe accadere che fossimo sorpresi, e che, quando vorremo resistere fosse troppo tardi. È sempre più facile assalire che difendersi. Nell’attacco, siamo noi che operiamo e godiamo il vantaggio; nella difesa, soffriamo e ci troviamo in condizioni inferiori. Se vuoi la pace, trovati preparato alla guerra. Questa è la tattica che nei suoi Esercizi insegna S. Ignazio: non contentarsi del puro necessario, ma progredire sempre più. Siamo tentati di oltrepassare la giusta misura nel cibo, o d’accorciare alquanto il tempo fissato per la preghiera? Ebbene, mangiamo un po’ meno, e prolunghiamo un po’ più la preghiera. Tal è il soldato che ci descrive nel Regno di Cristo: così diventeremo temibili al nemico. Queste sono le proprietà della vera abnegazione, e queste le armi dei valorosi d’Israele. Con esse, ma solo con esse, potremo tener fronte a qualunque nemico.

CAPITOLO V.

Alcune obiezioni.

Non si può negare che la vera mortificazione non è cosa da potersi prendere in giuoco, ma un’azione seria, grande e santa. Se non fosse così, come potrebbe produrre sì mirabili effetti? Senza fatica, nulla si fa in questo mondo, e ciò che nulla costa, nulla vale. Non c’è, quindi, da meravigliarsi, che in questa materia si suscitino delle obiezioni e difficoltà: è cosa di tutti i tempi, e molto ovvia e naturale.

1. La prima obiezione presenterebbe l’impossibilità di imprendere e mantenere sempre una vita sì mortificata. Il precetto dell’abnegazione fu dato dal divin Salvatore a tutti gli uomini, ed è conseguenza naturale del peccato originale. Non si può fare altrimenti: dobbiamo conformarci alla realtà; vincere o perire. rinnegare sé stessi è considerato anche dagli uomini di buon senso e Cristiani come una vera esigenza della ragione. D’altra parte, le proprietà che abbiamo più sopra numerate, nascono dal fine medesimo del dominio di noi stessi, e senza di esse è impossibile che questo possa conseguirsi. Ma ciò che Dio comanda, e gli uomini di buon senso reputano giusto; ciò che è non solo approvato ma ordinato dalla ragione, deve necessariamente essere non soltanto possibile ma anche facile. E infatti, sono moltissimi coloro che giunsero e giungono pur di presente a conseguirlo. Perché, dunque, non riusciremo noi? Aiuti e mezzi non ci mancano: non siamo soli. Deplora S. Paolo le molteplici miserie interiori che si riscontrano in noi, e termina, non con un grido di scoraggiamento, ma con una preghiera ricolma di speranza e di visione profetica inneggiando alla vittoria: Infelice me! chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per Gesù Cristo Signor nostro (Rom. VII, 24-25). Abbiamo la grazia, abbiamo la preghiera, abbiamo una volontà dotata di pieghevolezza e resistenza senza limiti, e non ci manca, infine, la grande fiducia di conseguire in Dio e coll’aiuto di Dio la vittoria.

2. Ma questa continua resistenza alle proprie sregolate passioni, non ci tornerà di nocumento e pericolo alla salute? Ciò potrebbe avvenire, mancando la prudenza; e questa non si avrebbe se si procedesse senza ordine, senza attendere al fine a cui dev’essere diretta la nostra mortificazione. Il fine certamente non è quello di distruggere la natura, ma d’aiutarla. Per cui non sì tosto avvenisse che le si rechi un danno reale, il procedimento dev’essere cambiato. Ora, se si trattasse di una indisposizione insignificante e passeggera, ciò non dovrà reputarsi un danno né un pericolo. Si potrebbe anche essere imprudenti, quando non si avesse riguardo all’oggetto della mortificazione, che è di opporsi soltanto al peccato, al disordine, all’inclinazione pericolosa ed inutile, non alla natura stessa ed a ciò che in essa v’è di buono e di ordinato: ché questo deve sempre conservarsi e favorire. – Altra imprudenza sarebbe il voler conseguire tutto in una volta. Finchè Iddio ci dà vita, diamo tempo al tempo; e la natura e la grazia opereranno insensibilmente. se noi saremo costanti nel lavoro. Finalmente mecchierebbesi d’imprudenza se si volesse procedere di propria testa, senza guida né consiglio. No: lasciamo che un prudente direttore ci determini il come ed il quando, e ci indichi persino fin dove dobbiamo arrivare. Tenendo presenti queste avvertenze, la mortificazione non nuocerà; al contrario, il non mortificarsi è molto più pericoloso e nocevole. Sono in maggior numero quelli che s’ammalano e muoiono per non mortificarsi e vincere sè stessi, che altri pel troppo mortificarsi; e soccombono i primi certamente con assai minor gloria! – « Ma, s’insisterà, è che essa è difficile ». Non dimentichiamo che non è meno gravoso, lasciando da parte la mortificazione, il servire a briglia sciolta le passioni. Breve è il godimento, e non resta che il rimorso. Inoltre, la difficoltà diventa leggera col tempo, e la soddisfazione interiore, la quiete e il gaudio dello spirito rendono più lievi la fatica e l’incomodo. A dire il vero la mortificazione si fa difficile, quando non si esercita con buona volontà e non si continua sempre e in tutto. Il nostro spirito è infermo e se vogliamo guarire bisogna metterci sotto cura. Quante difficoltà ha vinto questa parola: voglio; e che grandi e sublimi imprese non ha compiuto! Vogliamo, dunque; ché volendo, tutto conseguiremo.