LA PARUSIA (10)

CARDINAL LOUIS BILLOT S.J.

LA PARUSIA (10)

PARIS – GABRIEL BEAUCHESNE – Rue de Rennes, 117 – 1920

ARTICOLO DECIMO

Ci si può chiedere, così come sono state spiegate le cose nell’articolo precedente, da dove possa essere venuta l’opinione, così antica e così diffusa, che vedeva e vede ancora, nell’Apocalisse, solo un quadro profetico della fine del mondo e dei suoi prodromi. A questo risponderei che hanno avuto qui la loro influenza molte cause di vario genere, ma che se vogliamo risalire all’origine, troveremo due ragioni principali, alle quali le altre si possono facilmente ridurre. La prima aveva solo il valore di un pregiudizio. Consisteva nella persuasione per cui i destini del mondo erano legati a quelli di Roma; in altre parole, che l’Impero Romano non poteva avere altra fine che quella dell’universo. Ecco perché, essendo la rovina dell’Impero così chiaramente prevista nell’Apocalisse, si concluse naturalmente che i tempi apocalittici non potevano essere che quelli del declino definitivo, e dell’ultima fine delle cose (« Tutto ci mostra – scriveva Lattanzio, in De divin, instit. Lib., VII, c. 25 – che la rovina suprema non è lontana: e che non sembra essere da temere finché Roma è in piedi. Ma appena questa testa del mondo è caduta, chi può dubitare che essa non sia arrivata? Illa, illa est civitas quæ adhuc sustentat omnia. » E tale è anche il sentimento di Tertulliano, di Sant’Ottato, di San Girolamo e di molti altri. È perché lo splendore di Roma, la loro patria, si era imposto su di loro in tal modo da far loro credere che ci fosse un legame necessario tra il mantenimento della civiltà quaggiù e la conservazione dell’Impero; che la rovina dell’Impero non poteva che essere la distruzione dei quadri della società umana ed il segnale della decomposizione universale; e di conseguenza, che l’Impero che teneva il mondo sotto il suo potere, era precisamente il misterioso ostacolo alla venuta dell’Anticristo di cui parla San Paolo nella Seconda ai Tessalonicesi, quando dice (II, 6): Et nunc quid detineat scitis, ecc., Vedi Bossuet, Prefazione su l’Apocalisse, n. 22.). –  Ma a questa prima ragione se ne aggiunse una seconda, che, tratta dal testo stesso della profezia, doveva sopravvivere alla smentita che gli eventi hanno da tempo preso a dare alla prima. Dall’inizio alla fine delle predizioni di San Giovanni, troviamo, mescolati alle visioni che si svolgono una dopo l’altra come le varie scene di un unico dramma, quadri e descrizioni che sembrano riferirsi, volenti o nolenti, al giudizio finale ed al crollo totale del mondo. Così, per esempio, proprio all’inizio, subito dopo l’apertura dei primi sei sigilli (VI, 12-17), le grandi calamità, i cui dettagli saranno sviluppati nei capitoli seguenti, non appena sono mostrate in modo confuso e come a grandi linee, il sole diventa già nero come un sacco di crine, la luna come di sangue, le stelle cadono dal cielo come i fichi verdi cadono da un fico scosso da un forte vento; il cielo scompare come un libro arrotolato, e tutti i monti e le isole sono sradicati dai loro posti; i re della terra, i principi, gli ufficiali di guerra si nascondono nelle caverne e dicono ai monti: “Cadete su di noi e nascondeteci dalla faccia di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello”. – Più avanti (XI, 18), al suono della settima tromba, mentre, secondo noi, San Giovanni non farebbe che descrive solo le persecuzioni romane, quella di Diocleziano in particolare, che avrebbero portato su Roma i grandi castighi che abbiamo visto, sentiamo i ventiquattro anziani adorare Dio dicendo: Ti ringraziamo, Signore Dio Onnipotente, che sei e che eri, che ti sei rivestito della tua grande potenza… Le nazioni sono adirate ed è venuto il tempo della tua ira, il tempo di giudicare i morti, di dare la ricompensa ai profeti tuoi servi e a quelli che temono il tuo nome, e di distruggere coloro che hanno corrotto la terra. Più avanti (XVI, 18-21), quando, con la settima coppa, viene il tempo dell’esecuzione della grande Babilonia, tutte le isole fuggono, le montagne scompaiono, ed enormi massi di grandine del peso di un talento cadono dal cielo sugli uomini. Così è sempre e ovunquelo stesso cataclisma completo e universale: tutto perisce, tutto crolla, tutto va in rovina, e l’immagine funerea del grande giorno dell’ira che apre e chiude la prospettiva, si proietta anche da un capo all’altro, su tutto il quadro. Come non vedere chiaramente indicato da questo il vero soggetto delle predizioni dell’Apocalisse? Così, almeno, ne giudicheranno facilmente coloro che non sono molto versati nella lettura dei profeti, e che non hanno molta familiarità con il genere proprio della Scrittura, limitandosi alla pura e semplice materialità della lettera. Ma un’esegesi ben informata non avrà difficoltà a riformare questo giudizio, e per ridurre i testi citati al loro vero valore, basteranno alcune brevi osservazioni. – Bisogna considerare prima di tutto che le immagini più forti usate qui da San Giovanni sono prese dagli antichi profeti, specialmente da Isaia ed Osea, nelle loro descrizioni delle calamità, certamente ben distinte dalla suprema catastrofe mondiale, che Dio doveva scatenare contro i nemici di Israele, o contro Israele stesso. Così, nell’annuncio della futura devastazione di Babilonia da parte dei Medi e dei Persiani, noi leggiamo (Isaia, XIII, 10): « Ecco, il giorno del Signore è venuto a fare un deserto della terra e a sterminarne i peccatori; perché le stelle del cielo non brilleranno più, il sole si è oscurato al suo sorgere e la luna non darà più la sua luce… Ecco, io solleverò i Medi contro di loro… e Babilonia, la gloria dei superbi Caldei, sarà come Sodoma e Gomorra… » E più avanti, nel giudizio contro gli Idumei (Isaia, xxxiv, 4): « I loro morti saranno gettati via senza sepoltura e le montagne si scioglieranno nel loro sangue. I cieli saranno arrotolati come un libro, e tutto il loro esercito cadrà come cade la foglia appassita e avvizzita del fico; perché la mia spada si è ubriacata nei cieli, ed ecco, essa scende su Edom, che ho votato  allo sterminio per giudicarlo. E nell’annuncio del castigo che Israele si era procurato con le sue idolatrie (Osea, x, 8): « Gli alti luoghi dell’idolo di Bethel, il peccato d’Israele, saranno distrutti; allora diranno ai monti: Coprici, e alle colline: Cadici addosso. » La stessa cosa in Ezek. xxvi, 15-18, e XXXII, 7-8. Lo stesso in Gioele, II, 10-11, anche se sia nell’uno che nell’altro è sempre una questione di disastri particolari, come la rovina di Tiro, o dell’impero dei Faraoni, o del regno di Giuda sotto Nabucodonosor. Questi tipi di dipinti di grandi calamità pubbliche, per quanto sproporzionati al loro oggetto possano sembrarci, erano nel gusto e nel genio dell’Oriente, e quando San Giovanni, il profeta del Nuovo Testamento, dipinge con gli stessi colori le piaghe che dovevano preparare o accompagnare il ristabilimento del Cristianesimo nel mondo, non farà altro che continuare la maniera dei suoi predecessori, i profeti del Vecchio Testamento. – Ma ecco una seconda osservazione che deve essere aggiunta alla precedente per completarla e chiarirne meglio il significato. Dicendo che le descrizioni di cui sopra si riferivano direttamente e immediatamente a catastrofi che la storia ha registrato da tempo nei suoi annali, non intendiamo in alcun modo negare che esse si riferissero anche in qualche modo a quel grande giorno che porrà fine all’esistenza terrestre dell’umanità e a tutto l’attuale ordine dell’universo. La ragione di ciò risiede nell’abitudine costante della Scrittura, che è stata sottolineata più volte nel corso di questo studio, di unire le cose figurate alle loro figure: di tracciare, per esempio, schizzi del futuro giudizio del mondo attraverso il reticolo di eventi che, nel corso dei secoli, dovevano esserne le immagini; inoltre, e questo è qualcosa che non sarà mai sottolineato abbastanza, di vedere in questi stessi eventi una prima esecuzione del grande e terribile dramma rappresentato da essi e in essi. Non ci sarà dunque ragione di mettere in dubbio il significato, precedentemente stabilito su prove solide, della prima e principale parte delle predizioni apocalittiche, sotto il pretesto che vediamo qua e là, mescolate incidentalmente, allusioni più o meno trasparenti al giudizio finale, o addirittura, in uno dei tre passi citati sopra (XI, 18), la menzione formale ed espressa della sua venuta. Ma l’unica conclusione da trarre sarà quella a cui la maniera abituale della Scrittura conduce naturalmente, e che è confermata dall’accordo dei suoi interpreti più autorizzati: « San Giovanni – ci diranno – unisce l’ultimo giudizio a quello che doveva essere esercitato su Roma, come Gesù Cristo aveva fatto nel predire la rovina di Gerusalemme. È l’abitudine della Scrittura di unire le figure alla verità. » Infine, bisogna notare, come tesi ancora più generale, che una stessa profezia può avere diversi significati: uno, vicino e immediato, già realizzato; l’altro, lontano e mediato, ancora nascosto nelle profondità del futuro. Abbiamo visto esempi di questo sopra, sia nella profezia di Daniele sulla persecuzione di Antioco (Dan., XI, 30 segg.), o in quella di Nostro Signore stesso sull’abominio della desolazione posto nel luogo santo (Matth., XXIV, 15 segg.), e niente sarebbe più facile che estendere la lista all’infinito. Ma senza bisogno di fare qui un maggior dispendio di erudizione, chi non avrebbe presente nella sua memoria la risposta di Gesù ai suoi discepoli che lo interrogavano sulla venuta di Elia, predetta dal Signore, e chi non avrebbe potuto ricordare la risposta di Gesù ai suoi discepoli che lo interrogavano sulla venuta di Elia, predetto da Malachia nell’ultima pagina degli oracoli del Vecchio Testamento (IV, 5-6)? « È vero –  disse loro – che Elia deve venire e che ristabilirà tutte le cose; ma io vi dico che Elia è già venuto ed essi non lo hanno conosciuto. » Così, con l’adempimento di una stessa profezia, Elia era già venuto e … doveva ancora venire. Egli era già venuto nella persona di San Giovanni Battista: questo è il primo senso già adempiuto, come vediamo nel Vangelo di San Luca (Luca, I:17: « Egli (Giovanni Battista) convertirà molti dei figli d’Israele al Signore loro Dio, ed egli stesso lo precederà nello spirito e nella potenza di Elia…, per preparare al Signore un popolo perfetto »). Egli doveva venire ancora: questo è il secondo significato, il cui mistero solo gli ultimi giorni del mondo potranno chiarire (Vedi Bossuet, Prefazione sull’Apocalisse, n. 15, 2). Se, dunque, l’esistenza nella Scrittura di profezie con significati multipli è così ben provata, che meraviglia sarebbe se anche la profezia di San Giovanni appartenesse a questa categoria? Che meraviglia se, fermo restando il significato primordiale precedentemente stabilito, avesse anche un altro significato, strettamente escatologico, il cui compimento sarebbe riservato all’estrema fine dei secoli? Certamente, troverà in esso dei difetti solo chi non ha un’idea corretta della capacità di comprensione di un libro che i Padri ci danno come pieno di segreti ammirevoli, e molto più, come contenente, secondo la forte espressione di San Girolamo, infiniti misteri del futuro, infinita futurorum mysteria continentem (S. Gerolamo, L. I contr, Jovin., n, 26). Per questo Bossuet, il cui modo di vedere le predizioni apocalittiche è ben noto, non manca di aggiungere: « Tuttavia, Dio non voglia che qualcuno immagini che con questa spiegazione (quella che propone, e che noi stessi abbiamo seguito), abbiamo esaurito il significato di un libro così profondo. Non dubitiamo che lo Spirito di Dio abbia saputo rintracciare in una storia ammirevole (delle prime sofferenze della Chiesa), un’altra storia ancora più sorprendente (delle sue ultime lotte), e, in una predizione, un’altra predizione ancora più profonda. Ma lascio la spiegazione a coloro che vedranno più da vicino il regno di Dio, o a coloro ai quali Dio darà la grazia di scoprirne il mistero. » Questa è una riserva saggia e prudente, come possiamo vedere, e alla quale faremo bene ad attenerci, senza affermare nulla su questo significato futuro, ma senza nemmeno negare nulla, attaccandoci esclusivamente a ciò che è importante per i nostri scopi, cioè il primo significato, prossimo e immediato, che può essere considerato come dimostrato e acquisito, qualunque altra cosa possiamo pensare o congetturare sull’altro. – E questo senso ci presenta, dal capitolo VI al capitolo XIX compreso, tutta la successione dei giudizi di Dio sui primi persecutori: Giudei animati dall’odio di Colui che avevano crocifisso, o Gentili che sostenevano l’idolatria con cui Satana teneva il mondo soggetto alle sue leggi. Mette davanti ai nostri occhi la nascita lunga e dolorosa di questo figlio maschio del capitolo XII, che doveva governare tutte le nazioni con uno scettro di ferro, e non era altro che il Cristianesimo emergente e vigoroso, Un grande prodigio apparve in cielo: una donna (figura della Chiesa)… Era grassa e gridava per i dolori della morte. Un’altra meraviglia apparve in cielo: un grande drago rosso (figura del diavolo)… E questo drago stava davanti alla donna che stava per partorire, per divorare suo figlio appena partorito. Ed ella partorì un figlio maschio, ecc. “. Infine, ci offre il quadro degli eventi attraverso i quali Dio, per una provvidenza ammirevole, ha condotto la sua Chiesa ai suoi inizi, per farla trionfare, dopo la grande prova del battesimo di sangue, “non solo in cielo, dove ha dato gloria immortale ai suoi martiri, ma anche sulla terra, dove l’ha stabilita con tutto lo splendore che le era stato promesso dai profeti (Isaia, XIX, 2 3; LX, 1-6; Dan., n, Vi, ecc.) “Ed è di tutte queste cose che San Giovanni disse molto giustamente ed esattamente che sarebbero avvenute presto (i, i, e XXII, 6), perché in effetti la sequenza di eventi qui profetizzata, pur estendendosi molto nel futuro, avrebbe tuttavia cominciato a svolgersi dal giorno dopo, per così dire, la rivelazione apocalittica: cioè, come già detto, dal regno di Traiano, l’immediato successore di Domiziano, dal quale il santo Apostolo era stato condannato alla pentola di olio bollente, e dopo la sua miracolosa conservazione, all’esilio. Sulla vera data dell’Apocalisse, che i razionalisti, contro la testimonianza di tutta l’antichità, fanno risalire all’anno 69 della nostra era, prima della rovina di Gerusalemme, vedi Bossuet, Apoc, 1, versetto. 9). Da ciò consegue, infine, che l’argomento che i critici modernisti pretendevano di derivare da quæ oportet fieri cito, cade di per sé come partendo da un immaginario presunto, e andrà così ad ingrossare la lista delle ragioni precedentemente confutate, le cui apparenze speciose non potrebbero che far meglio emergere la vera inanità.

L’ultima difficoltà che rimane sono le ripetute assicurazioni di una prossima venuta, poste alla fine sulla bocca di Gesù o, il che equivale alla stessa cosa, sulla bocca dell’Angelo che parla in nome e nella persona di Gesù: “Ecco, io vengo presto” (XXII, 7); “Sì, io vengo presto” (XXII, 20); “Io vengo presto, e la mia ricompensa è con me per rendere ad ogni uomo secondo le sue opere” (XXII, 12). È vero che dopo tante spiegazioni già date sui due modi in cui la Scrittura è solita prevedere la parusia, o nel giudizio generale dell’umanità nell’ultimo giorno del mondo, o prima, nel giudizio particolare di ogni individuo nell’istante immediatamente successivo alla sua morte, la difficoltà dovrebbe essere considerata come ormai classificata, risolta, e definitivamente svuotato. Tuttavia, non ci dispiace riportare un’ultima precisazione che, presa in prestito dallo stesso libro dell’Apocalisse, avrà il doppio vantaggio di combattere l’obiezione con la fonte stessa da cui è tratta, e di distruggere sempre più radicalmente le fallacie dell’esegesi razionalista in materia escatologica.

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Il luogo principale, tornando al nostro argomento, è in questo capitolo XX, dove, dopo la caduta della grande Babilonia, i tempi della pace della Chiesa sono sommariamente descritti a grandi linee, come è stato detto prima, così come il regno dei suoi martiri, la cui gloria celeste non manca di essere prolungata sulla terra dagli onori che sono resi loro e dai miracoli che Dio opera per mezzo della loro intercessione. – San Giovanni ci ha appena mostrato un Angelo che scende dal cielo, afferra il dragone, il serpente antico che è il diavolo e satana, lo lega per mille anni e lo rinchiude nell’abisso, per togliergli il potere di sedurre le nazioni come era riuscito a fare ai tempi del dominio universale dell’idolatria. Dopo di che continua (XX, 4-6): Ho visto anche dei troni sui quali sedevano coloro ai quali era stato dato il potere di giudicare; ho visto le anime di coloro ai quali è stato tagliato il capo per aver reso testimonianza a Gesù e per la parola di Dio…, ed essi han vissuto e regnato mille anni con Gesù Cristo. Gli altri morti non hanno avuto vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima resurrezione. Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione; la seconda morte non avrà potere su di loro, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo, e regneranno con lui per mille anni. Tale è l’immagine che San Giovanni ci presenta della gloria e della felicità dei Santi, ancora allo stato di anime separate, durante il periodo ora in corso, intermedio tra la loro partenza da questo mondo e il giudizio finale. Ho detto, nello stato di anime separate. Infatti, ciò che è importante notare prima di ogni altra cosa in questo quadro è che sono le anime ad esserne il soggetto: anime senza corpo, le anime dei decapitati, ai quali sono attribuiti troni, e questo per significare che già da ora, dai giorni presenti, mentre i loro resti giacciono ancora nelle profondità dei loro sepolcri – e quindi, molto prima che sia giunta la consumazione dei tempi – essi sono associati alla beatitudine e alla gloria di Gesù Cristo, così come ai giudizi che nel corso dei secoli, Egli esercita sul mondo: et vidi sedes. …et animas decollatorum… et vixerunt et regnaverunt eum Christo mille annis – (Questo, per dirlo di sfuggita, è già sufficiente a distruggere l’errore dei millenaristi, i quali, basandosi su questo passo dell’Apocalisse, dove vediamo dal principio alla fine, regnare con Gesù Cristo, solo le anime, ammettevano prima della resurrezione generale della carne nell’ultimo giorno del mondo una resurrezione anticipata per i martiri, ed un regno visibile di Gesù Cristo con loro per mille anni sulla terra, in una Gerusalemme ricostruita con nuovo splendore, che essi credevano essere la Gerusalemme descritta da San Giovanni nel capitolo XXI; « Papias, un autore molto antico, ma di mente molto piccola, avendo considerato troppo grossolanamente certi discorsi degli Apostoli che i loro discepoli gli avevano riferito, introdusse nella Chiesa quel regno di Gesù Cristo per mille anni in una Gerusalemme terrena magnificamente ricostruita, dove la gloria di Dio avrebbe brillato in modo mirabile, dove Gesù Cristo avrebbe regnato visibilmente con i suoi martiri risorti, dove alla fine tuttavia i santi sarebbero stati attaccati, e i loro nemici consumati dal fuoco del cielo, dopo di che la resurrezione generale e l’ultimo giudizio avrebbero avuto luogo ». Così Bossuet parla di un opinione che Sant’Agostino dalla sua parte, nella sua Città di Dio. libro XX, c, 7, tratta giustamente come un equivoco scritturale, poi trasformato in ridicole favole: De duabus resurrectionibus, dice, Joannes in libro Âpocalynsis, eo modo locutus est, ut earum prima a quibusdam nostris non iniellecta, insuper etiam in quasdam ridicutus fabulas verieretur. Infatti, chiunque legga ciò che i migliori e più rispettabili dei suoi sostenitori hanno scritto, come per esempio Sant’Ireneo (liv. V, c. 33, P, G., t. VII, col. 1213 sqq.), e Lattanzio (liv. VII De divin. Instit. c, 24, 25, 26, P. L., t. vi, col. 808-814) dovrà concordare sull’intera correttezza della censura. Perciò la suddetta opinione non poté resistere a lungo alla critica illuminata, e scomparve così tanto « nella grande luce del quarto secolo » che non se ne vede quasi più traccia. Ma fu riservato ai protestanti del XVII secolo il compito di farla risorgere dalle sue ceneri, e fu l’odio della Chiesa romana che li determinò a farlo. Infatti, poiché nell’Apocalisse, il regno millenario viene dopo il giudizio e l’esecuzione della grande meretrice, che secondo loro non era altro che la Chiesa romana in persona, essi pensavano di fare una cosa meravigliosa resuscitando l’antica favola millenarista, per l’opportunità che dava loro di promettere ai loro aderenti il futuro più luminoso, dopo la caduta del Papato, che annunciavano come prossima. Che i cattolici, dunque, nei quali si è risvegliato ai nostri giorni il gusto per le prodigiose fantasie di Fapias, notino di sfuggita “in quale bottega” (ci si perdoni la parola che la bella lingua di Bossuet non ha ripudiato), sono stati raccolti e rimessi in onore i resti di essa. Inoltre, il millenarismo, comunque lo si spieghi, sia con Papias che con Cerinto, è un grave errore che è apertamente condannato dai dati più formali della Scrittura. Infatti la Scrittura ci insegna: primo, che il cielo debba contenere Gesù Cristo fino all’ultimo giudizio (Atti, III, 21); secondo, che il giorno della seconda venuta e quello della fine del mondo sono uno stesso giorno (Matth, XXIV, 29-31; Marco XIII, 24-26, ecc.); in terzo luogo, che tutti i morti, e specialmente tutti i Santi, tutti i giusti, tutti gli eletti, risorgeranno allo stesso tempo, cioè in novissimo die (Joan, VI, 39, 44, 55), al suono dell’ultima tromba (I Cor, XV, 51), al segnale dato, alla voce dell’Arcangelo, mentre il Signore stesso scende dal cielo (1 Thess., IV, 16), Così che sarebbe più che giusto lasciare agli interpreti protestanti, se ce ne sono rimasti, quei “resti delle opinioni giudaiche”, che la luce della Chiesa ha interamente dissipato negli ultimi sedici secoli.) – Di conseguenza, la prima resurrezione di cui è detto, hæc est resurrectio prima, deve anche essere intesa come una resurrezione che può essere adatta solo alle anime: cioè, la resurrezione che ha avuto inizio con la giustificazione, secondo le parole dell’apostolo agli Efesini: « Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti, e Cristo ti darà la luce », è completata, perfezionata e consumata alla fine di questa vita presente, dall’ingresso nella vita eterna nella visione di Dio. (Sulla resurrezione delle anime, vedi S. Agostino, Città di Dio, lib. XX, c. 10, dove mostra cosa si debba rispondere a coloro che pensano che la resurrezione è detta solo dei corpi, e non possa convenire alle anime). E questa risurrezione è chiamata la prima, perché deve essere seguita, ma solo nell’ultimo giorno del mondo, da una seconda risurrezione, quella della carne, secondo quanto è detto più avanti, nella tavola del giudizio generale che chiude tutta la serie delle predizioni apocalittiche (« La seconda risurrezione, cioè la risurrezione dei corpi che avrà luogo alla fine dei tempi », dice Sant’Agostino, loc. cit. c. 6, in accordo con Apocalisse XX, 12-13, dove si legge … poi vidi un grande trono pieno di luce e Colui che era seduto su di esso… E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. E i libri furono aperti, e fu aperto un altro libro, che è il libro della vita; e i morti furono giudicati secondo ciò che era scritto nei libri, secondo le loro opere. Il mare consegnò i suoi morti, la morte e l’inferno consegnarono i loro, e furono giudicati ciascuno secondo le proprie opere.). Per di più, i mille anni che il regno dei Santi deve durare prima che i loro corpi siano ripresi, non devono essere considerati come un numero preciso e determinato di anni. No – dice Sant’Agostino – il numero di mille è usato qui per esprimere la totalità del tempo che deve passare fino alla fine dei secoli, ed è preso nello stesso senso riportato in quel luogo del Salmo CIV, versetto 8, dove si dice che Dio si ricorda eternamente della sua alleanza e della parola che ha dato « per mille generazioni »; cioè, senza difficoltà, per tutte le generazioni che si succederanno nel futuro (Sant’Agostino, loc. cit., c., 7, n. 2). Se, infine, la prima risurrezione è particolarmente attribuita ai martiri, la ragione è, come osserva sempre Sant’Agostino, che i martiri che hanno combattuto per la verità fino allo spargimento del loro sangue ne hanno naturalmente la parte principale. Ma secondo la figura retorica che consiste nel prendere la parte, specialmente la parte più eccellente e riconosciuta, per il tutto, dobbiamo senza dubbio intendere nella persona dei martiri, l’universalità dei morti che la voce che scende dal cielo designava poco più sopra (XIV, 13), come « morenti nel Signore » (S. Agostino, loc. cit., c. 9, n, 2). Tutti, infatti, appartengono ugualmente a Cristo; tutti sono diventati la sua eredità e il suo regno per sempre; tutti anche, e allo stesso modo, sono separati dai caeteri mortuorum del versetto 5: i quali, esclusi dalla prima risurrezione, saranno di conseguenza esclusi anche dalla seconda, essendo la risurrezione dell’ultimo giorno per loro solo una risurrezione di condanna, aggiungendo la dannazione del corpo a quella dell’anima, e gettando così l’intero uomo in quella che qui è giustamente chiamata la seconda morte (Come la prima risurrezione è quella in cui i Santi sono glorificati nell’anima, e la seconda quella in cui sono glorificati sia nel corpo che nell’anima; così la prima morte è quella in cui le anime sono sepolte con il “malvagio ricco” nell’inferno, e la seconda, quella che seguirà la risurrezione, in cui l’uomo intero, in corpo e anima, andrà, come è detto in San Matteo, XXV, 46, al tormento eterno). – Perciò San Giovanni, dopo aver detto: « Beato e santo colui che partecipa alla prima risurrezione », aggiunge immediatamente: « La seconda morte non avrà alcun effetto su  di loro »: La seconda morte non avrà alcun potere su di loro, implicando che si sfugge alla seconda morte, che non è altro che la morte consumata ed eterna, solo a condizione di aver partecipato alla prima risurrezione, e che di conseguenza i partecipanti alla suddetta risurrezione sono tutti i giusti, tutti gli eletti di Dio, in quanto, avendo completato il loro cammino, entrano nella loro eternità – (In questa descrizione della prima risurrezione, si fa sempre astrazione dai ritardi che possono essere richiesti dalle espiazioni del purgatorio, per due ragioni principali: la prima è che sono i martiri l’obiettivo principale del testo di San Giovanni, e che solo loro sono esplicitamente designati in esso; ma per i martiri non si può parlare di purgatorio. La seconda è che la prima risurrezione deve essere considerata qui, non secondo le condizioni accidentali, contingenti, infinitamente variabili di persone particolari, ma solo secondo la regola stabilita dalla volontà antecedente di Dio, che afferma che dopo la consumazione della nostra redenzione mediante la passione di Gesù Cristo, le anime dei Giusti, sono ammesse alla vita eterna subito dopo la fuoriuscita dal corpo, salvo impedimento da parte loro, cosa che significa che è in questo momento che deve essere considerato, come tesi assoluta nel Nuovo Testamento, l’ingresso dei Santi nella beatitudine qualunque possano essere sia i ritardi più o meno lunghi imposti in casi particolari, per colpe che non sono state sufficientemente espiate nella vita presente da degni frutti di penitenza). – Perciò San Giovanni, dopo aver detto: « Beato e santo colui che partecipa alla prima risurrezione », aggiunge immediatamente: « La seconda morte non avrà alcun effetto su  di loro »: La seconda morte non avrà alcun potere su di loro, implicando che si sfugge alla seconda morte, che non è altro che la morte consumata ed eterna, solo a condizione di aver partecipato alla prima risurrezione, e che di conseguenza i partecipanti alla suddetta risurrezione sono tutti i giusti, tutti gli eletti di Dio, in quanto, avendo completato il loro cammino, entrano nella loro eternità – (In questa descrizione della prima risurrezione, si fa sempre astrazione dai ritardi che possono essere richiesti dalle espiazioni del purgatorio, per due ragioni principali: la prima è che sono i martiri l’obiettivo principale del testo di San Giovanni, e che solo loro sono esplicitamente designati in esso; ma per i martiri non si può parlare di purgatorio. La seconda è che la prima risurrezione deve essere considerata qui, non secondo le condizioni accidentali, contingenti, infinitamente variabili di persone particolari, ma solo secondo la regola stabilita dalla volontà antecedente di Dio, che afferma che dopo la consumazione della nostra redenzione mediante la passione di Gesù Cristo, le anime dei Giusti, sono ammesse alla vita eterna subito dopo la fuoriuscita dal corpo, salvo impedimento da parte loro, cosa che significa che è in questo momento che deve essere considerato,, come tesi assoluta nel Nuovo Testamento, l’ingresso dei santi nella beatitudine qualunque possano essere sia i ritardi più o meno lunghi imposti in casi particolari, per colpe che non sono state sufficientemente espiate nella vita presente da degni frutti di penitenza). – Questo, dunque, è ciò che l’Apocalisse ci insegna su questa fase di transizione in cui i Santi, e specialmente i martiri, morendo sulla terra, inizieranno prima una nuova vita in cielo come anime benedette. Qui abbiamo sollevato un angolo del velo che nascondeva le condizioni misteriose della loro esistenza postuma da questo momento fino alla resurrezione finale. Non si ragiona, dunque, come se non ci fosse altra venuta di Gesù con la sua ricompensa se non quella che avverrà nella gloria e maestà alla consumazione dei tempi, o come se fosse di questa venuta che la parola contestata sarebbe necessariamente da intendere: « Ecco, io vengo presto, e la mia ricompensa è con me, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. » Ma no! L’Apocalisse suppone una prima venuta di Gesù, segreta e invisibile, per il giudizio e la ricompensa delle anime secondo i meriti delle loro opere, appena lasciano il corpo. Il quadro che abbiamo appena visto, in cui i Santi sono già ammessi da Gesù a condividere il suo regno, già accolti per sedere sul suo trono, già messi in possesso della beatitudine celeste, testimonia apertamente questo, salvo il complemento finale della resurrezione del corpo ed una certa gloria accidentale, riservata all’ultimo giorno. Hæc est resurrectio prima. Questa è la prima resurrezione mostrata a San Giovanni nella famosa visione del regno dei mille anni.

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Ma questo non è l’unico posto nell’Apocalisse dove viene menzionata questa prima venuta di Gesù con la sua ricompensa. All’inizio del libro, tra gli avvertimenti che San Giovanni riceve l’ordine di scrivere alle chiese, Gesù dice all’Angelo della chiesa di Smirne, in previsione della persecuzione che doveva venire (II, 10): « Sii fedele fino alla morte, e senza indugio, appena sarà giunta la fine della tua prova, ti darò la corona della vita. » Dice ancora, poche righe più giù, nel passo parallelo dell’epistola alla chiesa di Tiatira (II, 26-28): « A colui che conserva le mie opere fino alla fine, io darò la stella del mattino. » E cos’è la stella del mattino? Apparentemente, la beatitudine della gloria eterna, anche se non ancora nella sua pienezza, dove sarebbe paragonata al sole di mezzogiorno, ma nella sua fase iniziale, e per così dire, mattutina, cioè prima del giudizio generale e dell’ultima risurrezione. E questa beatitudine iniziale prima del giudizio generale e della risurrezione finale, propria delle anime ancora separate dai loro corpi, San Giovanni non si stanca di portarla alla nostra attenzione. – Vi ritorna costantemente, e in così tanti modi diversi, che dobbiamo vedere in esso uno dei punti più salienti di questo libro divino dell’Apocalisse, e uno dei suoi tratti più caratteristici. Vi ritorna in particolare nel capitolo VI, ai versetti 9-11, dove ci si presentano le anime (e si noti che sono sempre anime), le anime dei martiri, animas interfectorum, alle quali, in attesa che sia fatta giustizia ai loro persecutori, vengono date vesti bianche, simbolo della gloria che già godono in cielo. «Vidi – dice – sotto l’altare le anime di coloro che erano stati sacrificati per la parola di Dio e per rendergli testimonianza…, e a ciascuno di loro fu data una veste bianca, dicendo loro che aspettassero il resto, finché fosse completato il numero di coloro che servivano Dio come loro, ed il numero dei loro fratelli che dovevano soffrire la morte come loro. » Vi ritorna di nuovo nel capitolo successivo (VII, 9-17), dove ci mostra questi … stessi martiri con le loro vesti bianche e le palme in mano, in piedi davanti al trono di Dio, servendolo giorno e notte nel suo tempio, senza più fame, sete o alcun tipo di disagio, perché l’Agnello che è in mezzo al trono sarà il loro pastore, e li condurrà alle fonti delle acque vive, e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. – Torna su questo, e ancora più espressamente, ancora nel capitolo XIV, dove ci fa sentire la voce che lui stesso ha sentito, la voce dal cielo che dice: « Beati i morti che muoiono nel Signore: d’ora in poi, dice lo Spirito, si riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono. Amodo jam dicit Spiritus ut requiescant et laboribus suis. D’ora in poi, dice, come per combattere formalmente e direttamente l’idea che Gesù sarebbe venuto con la sua ricompensa solo alla fine dei secoli. No, no! amodo: già da ora, da subito dopo la morte, dal giudizio particolare: che già giustifica ampiamente la venio cito, venio velociter, dell’ultima pagina del libro, pur lasciando, come si vede, il campo assolutamente libero a tutte le ipotesi possibili circa il tempo dell’arrivo in gloria e maestà sulle nuvole del cielo, per la chiusura dei tempi e la resurrezione generale dei morti, per la solennità delle grandi assise dell’umanità, per il giudizio pubblico del mondo, per la consumazione finale dei castighi e delle ricompense, in breve … per il completamento ed il regolamento finale di tutte le cose e gli affari di quaggiù. Questo è detto senza pregiudicare un altro significato, dove il venio cito si riferirebbe anche all’ultima venuta che realizzerà, con l’ultimo giudizio, il rinnovamento universale del cielo e della terra di cui parla San Pietro nella sua seconda epistola c. III, 10-13. (Ma in questo caso, il termine cito sarebbe preso, ovviamente, non in relazione alla durata degli individui, ma alla durata totale del mondo dalle sue prime origini. E anche per questo motivo, si troverà facilmente che mille anni sono come un giorno). Questo, se non ci sbagliamo, è molto più di quanto sia necessario per mostrare quanto infondate, quanto contrarie ai dati più solidi della Scrittura, siano le famose posizioni dei modernisti sulla parusia, la pietra angolare di tutto il loro sistema di interpretazione del Vangelo. Questo era quello che volevamo dimostrare. E se, concludiamo con l’autore del secondo libro dei Maccabei, la presentazione degli argomenti è stata ciò che serviva per generare convinzione nella mente del popolo, avremo raggiunto lo scopo dei nostri sforzi. Se, invece, essa è rimasto imperfetta e difettosa, possiamo solo incolpare l’inabilità del dimostrante.

F I N E