IL RITORNO DEL PRINCIPE DI QUESTO MONDO

IL RITORNO DEL PRINCIPE DI QUESTO MONDO

[tit. redaz.]

mons. J. – J. Gaume

“Trattato dello Spirito Santo” vol. I -1887

[capp. XXX, XXXI, XXXII]

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   Cacciato di Roma, il Re della Città del male non perdé mai la speranza di rientrarvi; ond’è che, dopo la toccata disfatta, sempre fu visto girare intorno ai ripari dell’eterna Città, affin di sorprenderla e ritornarla sua capitale: Egli sa che il suo nemico è là; il Verbo-Dio, il Verbo-Re, il Verbo incarnato nella persona del suo Vicario. Finché non ne l’avrà spodestato, il suo trionfo è imperfetto; ma come riuscirvi? Roma è per ampio tratto circondata dall’amore, dalla venerazione, dalla possanza della grande Città del bene; triplice baluardo che rende impossibile il semplice appressarvisi. Non potendo fare suoi sperimenti nel centro, Satana li fa alle frontiere. Fu solamente dopo lunghi secoli di lontane pugne ch’egli giunse una prima volta, a far di Roma la capitale della sua immensa città: sovvenutosene in buon punto, ei torna, spinto dal suo instancabile odio, alle lotte che già aveva provate cosi felici. Infatti ei si sforza d’intaccare la Città del bene, corrompere una parte de’cittadini e tirarli alla sua bandiera mediante le eresie, e scismi, e scandali, e i formidabili assalti della mussulmana barbarie. Il suo maneggiarsi indefesso non riesce altrimenti vano; e già parziali vittorie ottenute qui e colà gli preparano la via alla vittoria compiuta; cionondimeno, la Città del bene, fedele alle sue gloriose tradizioni, sorgeva tuttavia, salda sulle sue fondamenta.

Come Adamo ed Èva, ne’ di della beata innocenza, avevano vissuto, ignorandovi il male, cosi l’Europa, contenta della scienza del bene, di cui andava debitrice allo Spirito Santo, viveva estranea alla scienza del paganesimo, alla scienza cioè del male organizzato. Se pigliava qualche cognizione dell’antichità, punto nol faceva per ammirarla o per lodarla, e meno ancora per imitarla e farla rivivere. E se n’ha la prova in ciò che’ v’ha minor differenza tra il di e la notte, che tra la lingua, le arti e le istituzioni del Medio Evo, e la lingua, le arti e le istituzioni del paganesimo. È questo un fatto che perentoriamente risponde a tutte le ragioni di coloro che pretendono il Risorgimento, niente o quasi niente avere cambiato il sistema d’insegnamento della vecchia Europa.

Intanto, il seduttore “serpente”, non scordatosi punto che Eva restò sedotta dalla lusinghiera bellezza del frutto vietato, et aspectu delectàbile, ad un tratto trasformasi in angelo di luce, e si spaccia per il Dio del bello. Fa luccicare agli occhi dell’Europa le ingannevoli bellezze del suo regno; si dice calunniato dai re e da’sacerdoti, e invita l’Europa, qualora voglia uscire dalla schiavitù e dalla barbarie, a dar retta a lui. A queste parole, l’originale veleno, non mai spento, bolle e fermenta con istrana forza nelle vene dell’imprudente Europa. Nel medesimo tempo, Greci, cacciati d’Oriente, in pena dell’ostinata lor ribellione alla Chiesa, sbarcano in Italia: e, fuggiaschi dalla loro patria, s’arrogano la missione di risuscitare le pretese glorie dell’antichità pagana. La gioventù di Europa tutta s’accalca nelle loro scuole: e per dileggio del Cristianesimo, il di della grande seduzione vien segnato nella storia col nome di Risorgimento. Quel di infatti, divise la vita d’ Europa in due: i secoli antecedenti ebbero nome di Medio Eco; i seguenti, si chiamarono i tempi moderni. D’allora in poi si videro fenomeni non mai, più veduti.

Primo fenomeno. Parte dall’Italia un generale grido di riprovazione contro il Medio Evo, e risuona in tutta Europa. Ingiurie, sarcasmi, calunnie, tutti i vituperi che l’odio e il disprezzo, sanno inventare, piovono sul tempo che, come abbiam veduto, lo Spirito Santo regnò con maggior signoria. Teologia, filosofia, arti, poesia, letteratura, istituzioni sociali, la lingua stessa, diventano zotichezza, ignoranza, superstizione, schiavitù, barbarie.

I figliuoli si sono vergognati de’loro padri e ne rigettarono l’eredità. «Eppure che cos’erano infine le antiche credenze, le antiche creazioni, le antiche aristocrazie, le antiche istituzioni, con tutti i difetti che possono aver avuto, siccome avviene d’ogni còsa umana? Erano l’opera de’nostri antenati: era l’intelligenza, era il genio, era la gloria, l’anima, era la vita, era il cuore de’ nostri padri. Bisogna aggiungere: era il Cristianesimo nella vita de’ nostri padri; e il regno dello Spirito Santo sul mondo.

Secondo fenomeno. Al grido frenetico di riprovazione contro il Medio Evo, succede l’acclamazione non meno frenetica e generale della pagana antichità; e il tempo che Satana fu ad un tempo Dio e re del mondo, diventò là più splendida età del genere umano. Nelle repubbliche di Grecia e d’Italia, vituperevolmente prostrate a’piedi di Giove e di Cesare, splendé in tutta la sua luce il sole della civiltà. Filosofia, arti, poesia, eloquenza, virtù pubbliche e private, caratteri d’uomini, istituzioni sociali, lumi, libertà: in esse tutto era grande, eroico, inimitabile. Ritornare alla loro Scuola e ricevere le loro lezioni come oracoli, era per i popoli battezzati, l’unico mezzo’ d’uscire dalla barbarie, e mettersi nella via del progresso.

Terzo fenomeno. Non tarda a farsi vedere un radical mutamento nella vita dell’Europa. Ricollocato in onore, lo spirito dell’antichità, torna ad essere l’anima delmondo, ch’ei forma a sua immagine; è allora comincia un sozzo diluvio di filosofie pagane, di pitture e sculture pagane, di libri pagani, di teatri pagani, di teorie politiche pagane, di denominazioni pagane, di continui panegirici del paganesimo, de’ suoi uomini e delle opere sue. Questo vasto insegnamento s’incarna ne’fatti. Veggonsi le nazioni cristiane a un tratto rompere le grandi linee della nazionale lor civiltà, per ordinare la loro vita su altro disegno; e, gettando via, quasi cencio ignominioso, il reale manto, di cui la Chiesa lor madre le aveva vestite, azziniarsi de’fallaci e sozzi ornamenti del paganesimo greco romano. Quindi venne quella che si chiama “civiltà moderna”; civiltà fittizia, che non è altrimenti il frutto spontaneo nè della nostra religione, né della nostra storia, né della nostra indole nazionale; civiltà a rovescio, la quale, invece di sempre meglio applicare il cristianesimo, alle arti, alla letteratura, alle leggi, alle istituzioni, alla società, le informa dello spirito pagano e ci fa indietreggiare di ben venti secoli; civiltà corrotta e corrompitrice, che, tutto ordinando al materiale benessere, vale a dire in servigio della carne e di tutte le sue cupidigie, riconduce l’Europa, tra le rovine dell’ordine morale, al culto dell’oro ed agli indescrivibili costumi di que’ tempi nefasti, in cui la vita del mondo, schiavo dello spirito infernale, era tutta in due parole; mangiare e divertirsi ; panem et circenses.

Quarto fenomeno. La prima conseguenza de’ fatti surriferiti doveva essere, e fu, il sempre maggiore oblio dello Spirito Santo. La notte e il di non possono stare insieme; quando vien l’una, l’altro sen va. Quanto più Satana avanza, tanto più lo Spirito Santo ritirasi. Dal Cenacolo al Concilio di Firenze l’insegnamento dello Spirito Santo scorreva, qual pieno fiume, sull’ Europa da lui vivificata; spuntato il Risorgimento, veggonsi le onde del fiume ritirarsi, e il grande insegnamento dello Spirito Santo farsi sempre meno esteso. Chiediamolo alla storia ed a nostri occhi medesimi. Viene il Risorgimento; e la guerra contro il Cristianesimo, che da parecchi. secoli, Vera ridotta a parziali combattimenti, ricomincia, con forza, su tutta la linea. Vent’anni prima di Lutero, le stesse basi della Religione erano battute in breccia .dalle macchine greco-romane. Mille volte la lotta dà occasione a speciali trattati, ordinati a difendere, gli uni dopo gli altri, tutti i domini cristiani: dimostrazioni, conferenze, prediche, dissertazioni, apologie di’ ogni forma, compaiono d’anno in anno, quasi direi di mese in mese. L’esistenza di Dio; la divinità di N. S. Gesù Cristo; l’autenticità, l’integrità, l’ispirazione, la verità storica delle Scritture, l’infallibilità della Chiesa; l’immortalità, la libertà, la spiritualità dell’anima ; ogni Sacramento, ogni istituzione, ogni pratica religiosa; in una parola, ogni verità cristiana venne dimostrata ben venti volte colle lucenti sue prove e splendide attinenze colla natura dell’uomo ed i bisogni della società.

E per lo Spirito Santo, niente. Eppure era Lui che si negava, negando le varie manifestazioni del ministero della grazia, di cui Egli è principio ; era Lui che s’impugnava, oppugnando ogni parte della Città del bene, della quale Egli è difensore e re. Infatti, chi mi può nominare una qualche opera grande, composta dopo il Risorgimento, da grande autore, per far conoscere e ricordare alle adorazioni del mondo la terza Persona della SS. Trinità? Noi non abbiamo potuto trovarne pur una né in Italia, né in Allemagna, né in Inghilterra, né nel Belgio, né in Francia. Bisogna confessarlo con nostro dolore: rispetto allo Spirito Santo, l’insegnamento pubblico s’é visibilmente immiserito.

E n’ è prova il mondo attuale: talora almeno si parla di quello che si conosce, di ciò che, in qualunque grado, occupa la nostra mente: la lingua batte dove il dente duole, e spesso s’invoca colui del quale altri si crede aver bisogno. Ma il nome dello Spirito Santo, che posto tiene nel moderno linguaggio? Nel naufragio delle credenze, restarono salvi parecchi nomi;’ Dio, Cristo, la Provvidenza, odonsi di quando in quando suonar sulle labbra dell’oratore, o veggonsi cadere dalla penna dello scrittore. Avviene egli lo stesso dello Spirito Santo? Quando avete voi sentito pronunziare il suo nome? Chi l’invoca da senno? Avete voi memoria di averlo letto Ne’ libri di storia, di scienza, di letteratura, di legislazione, o ne’discorsi ufficiali, da cento e più anni in qua? Or quando il nome sen va, l’idea sparisce ancor essa. Pur troppo, nel mondo presente lo Spirito Santo non conta più. I palazzi, i saloni, le accademie, la politica, l’industria, la filosofia, l’istruzione pubblica, sono vuoti di lui; e’ par ridotto alla condizione di elemento sociale ignoto o vièto. Fra gli stessi cattolici, è egli bene spesso altro che mero oggetto di credenza metafisica? Dov’è il culto speciale, fervente, costante in suo onore? Si davvero; la terza persona della SS. Trinità nell’ordine nominale, é l’ultima nella nostra memoria e ne’ nostri omaggi.

Due volte sole, l’uman genere giacque in questa profonda ignoranza, in questa generale indifferenza. La prima, nel mondo pagano, innanzi la predicazione del Vangelo; la seconda, a’tempi nostri, diciotto secoli dopo lo stabilimento del Cristianesimo. Per gli antichi pagani lo Spirito’ Santo era come se non fosse: il suo nome non si trova in alcuna delle loro lingue. La ragione ne è chiara; nel mondo antico lo Spirito Santo non contava nulla, perché lo Spirito maligno era tutto. Or di che cosa é segno quest’ignoranza e indifferenza del mondo presente rispetto allo Spirito Santo, se non che Satana ricupera il campo perduto e torna a formare la sua Città? Ecco IL VERO MISTERO DEI TEMPI MODERNI. Così è: e chi noi vede né intende, è uomo che non vede né intende il mondo in cui vive.

Quinto fenomeno. Satana rientrato nella Città del bene, comincia dallo scuoterne la base. L’unità di fede, la sociale potenza della Chiesa, il diritto cristiano, la cristiana costituzione della famiglia, erano, siccome abbiamo veduto, le quattro pietre angolari dell’edifizio religioso e sociale de’padri nostri: che diventarono esse? Dov’è, a’ tempi nostri, l’unità di fede? Il simbolo cattolico è fatto in pezzi qual vetro. Metà d’Europa non è più cattolica; l’altra metà l’é a mala pena a mezzo. Dov’è la sociale potenza della Chiesa? dove la sua proprietà? Il suo scettro è una canna, e la madre de’popoli non ha più dove posare il capo.

Dov’è il diritto cristiano? Vituperato, calpestato; è detronizzato dal diritto nuovo, o, a dir meglio, dal diritto antico, dal diritto di Cesare, dal diritto della forza, del capriccio e del tornaconto. Dov’é la cristiana costituzione della famiglia? Il divorzio é tornato ad infettare i codici di Europa; ed altrove regna il concubinato legale sotto il nome di matrimonio civile. La patria potestà scade dovunque; e la famiglia, destituita della sua perpetuità, s’è fatta istituzione passeggera. Or chi è l’autore di queste grandi rovine, che ne suppongono e cagionarono tante altre? È chiaro che, non essendo lo spirito del bene, lo è lo spirito del male.

Eppure, affascinare e distruggere non è che la prima parte della satanica opera; l’usurpatore s’affretta a piantare il suo trono sulle fatte ruine. Chi non resterebbe sgomento al vedere, nel decimonono secolo dell’Era cristiana, il regno del demonio manifestarsi nel centro medesimo della Città del bene, con tutti i contrassegni che aveva nella pagana antichità ? Que’ contrassegni furono, non s’è punto dimenticato, il razionalismo, il sensualismo, il cesarismo, l’odio del Cristianesimo. Or quale di questi contrassegni ci manca?

Il Razionalismo, ossia l’emancipazione della ragione da ogni autorità divina in materia di credenze, può ella essere più completa? L’autorità divina insegna per org’ano della Chiesa; qual si è adesso il governò che l’ascolti? Sotto il nome di libertà di coscienza, le religioni tutte non sono esse forse, politicamente e a parere di molti, egualmente vere, egualmente buone e degne d’egual protezione? Che cos’è questo, se non lo spirito di menzogna che dà, come nell’antica Roma, il diritto di cittadinanza a tutti i culti, e ammette tutti gli dei nel medesimo Pantheon?

E fra i privati stessi, son essi molti che regolino la loro fede secondo la parola della Chiesa? Gli uomini, i libri, i libercoli, i giornali anticristiani, non son essi gli oracoli della moltitudine? E poi la fede si conosce dalle opere come l’albero da’frutti. Or, interrogate i sacerdoti: chiedetelo a ragguagli del mulinale; guardate intorno a voi. E se tanto ancora non basta per dirvi in quale stato si trovi la potenza della fede sul mondo presente e mostrarvi fin dove domina, pigliate in mano un mappamondo, e giudicatene co’vostri occhi!

Il Sensualismo, ossia l’emancipazione della carne da ogni autorità divina in materia di costumi, non cammina egli forse di pari passo col Razionalismo? Eh! che in questa parte il mondo presente corre difilato agli antipodi del Cristianesimo! La vita cristiana venne già definita dal Concilio di Trento, una continua penitenza, perpetua poenitentia; e i nostri tempi che sono? un continuo godere il più largo e con tutti i mezzi che si possa, L’uomo diventa carne. E su questo contrassegno del regno Satanico non occorre dir altro; attesoché è cosa che impaurisce tutti gli animi assennati.

Il Cesarismo, ossia l’emancipazione della società dall’autorità divina in materia governativa, per mezzo del concentramento di tutti i poteri spirituali e temporali nella mano d’un uomo, imperatore e pontefice, dipendente da niun’altro che da sé stesso. Che cosa si ved’égli di questo nuovo contrassegno? mirate; meta dei re d’Europa si sono fatti papi; l’altra metà aspira a farsi. Calpestare le immunità della Chiesa, usurpare i diritti della Chiesa, insultare, spogliare, incatenare la Chiesa, non è forse stata la bell’impresa, direttamente o indirettamente, di tutti governi europei, dal Risorgimento in poi? Non lo è forse tuttavia? Se questo non è il Cesarismo, più non intendiamo il senso delle parole.

L‘odio del Cristianesimo. L’antico paganesimo odiava il cristianesimo d’odio implacabile, universale; di guisa ché di ogni e qualunque mezzo si valeva per insultare, distruggere il suo avversario. L’odiava in Dio, ne’suoi ministri, ne’suoi discepoli, ne’ suoi dommi, nella sua morale, nelle sue pubbliche manifestazioni. Il suo nome era diventato sinonimo di tutti i delitti. A lui si dava la colpa delle pubbliche calamità: il carcere, l’esilio, la morte fra le torture, erano meritato castigo d’una sètta; dica Tacito, rea dell’odio del genere umano. Satana è sempre Satana: il suo odio del cristianesimo è cosi fresco, universale, implacabile adesso come in antico. Egli odia Dio ne’cristiani; da un secolo in qua specialmente, quali bestemmie restano ancora a proferirsi contro il Verbo incarnato? citatemi un solo de’suoi misteri che non sia stato mille volte impugnato, un solo de’ suoi diritti mille volte negato e calpestato.

L’odia ne’suoi ministri. Nel furor della sua rabbia non ha egli detto, che vorrebbe strangolare l’ultimo prete con le budella dell’ultimo reo. E in quanto il potè, non l’ha egli fatto? Havvi egli pur un paese in Europa, dove, dopò il Risorgimento, i vescovi, i preti, i religiosi non siano stati spogliati, cacciati via, inseguiti come belve, oltraggiati, massacrati? Lo stesso Vicario del Figliuolo di Dio, il padre del mondo cristiano, Pietro, almeno Pietro, sarà stato rispettato. Sii guardate come l’hanno trattato nella persona di Pio VI e di Pio VII; guardate come ancora lo trattano nella persona di Pio IX. E che è la moderna Europa se non una famiglia ribellata contro al suo Padre? Non sentesi egli, oggi dì, da nove anni, il grido deicida di milioni di voci: Non vogliamo più ch’egli regni su noi? Assediato da cento scomunicati, il pontificato non è egli diventato un Calvario? Giuda che vende; Caifasso che compra; Erode che schernisce; Pilato codardo, il soldato spogliatore e carnefice, non ricompariscono essi li sulla scena? L’odia ne’suoi discepoli. I veri cattolici sono trattati come i lor Sacerdoti. Tutte le ingiurie fatte da’pagani antichi a’ loro padri, son fatte ad essi da’pagani moderni. Sono tenuti per inetti o per sospetti: vengono esclusi, il più che si può, dalle pubbliche cariche; son detti retrogradi, nemici del progresso, della libertà, delle istituzioni moderne, gente d’un’altra età, che vorrebbe ricondurre il mondo alla schiavitù ed alla barbarie. Sono oppressi nella lor libertà, coll’annullare le donazioni da loro fatte alla Chiesa lor madre, od a’ poveri loro fratelli; col sopprimere le associazioni di carità, cui non si ha onta di mettere al disotto delle società scomunicate. Sono oppressi nel loro diritto di proprietà; si pigliano i loro conventi per farne caserme; le loro chiese, per farne stalle; le loro campane, per farne cannoni; i loro vasi sacri, per farne denaro od oggetti di lusso, in servigio de’loro nemici.

Si può vederne la nomenclatura nel Mamacìti, Antiquitates et Origines christianae, ecc. Questo fatto mostra meglio d’ogni ragionamento, la medesimezza dello Spirito dominatore delle due epoche. Ma questa non è semplice storia, né pura filosofia della storia: è piuttosto, ci si passi la frase, una esatta fotografia del nostro secolo. E si noti ché quando l’autore scriveva queste pagine, molti di questi fatti non erano che cominciati: non ancora Satana, rappresentato dalla massoneria trionfante, aveva posto le sue tende presso al Vaticano, non ancora nella Città stessa del bene si eran potuti innalzare templi eretici, non ancora era stato pronunziato il grido famoso « Il Clericalismo (ossia il Cristianesimo): ecco il nemico! »

Però come satana ispirando Lutero, promosse contro sua volontà, la riforma effettuata dal Concilio di Trento, così ora, in tal modo disponendo Iddio, con l’abuso della vittoria ha attirato gli sguardi di tutto il mondo al Vaticano; i buoni crescono in fervore, la zizzania si separa dal buon grano, e i soldati della Città del bene crescono di animo e di valore. Le vittorie dello Spirito malo non riescono finalmente che a render più gloriosi i trionfi dello Spirito Santo! Sono oppressi nella coscienza, con imporre ad essi lavori vietati: insultando, tuttodì, sotto i loro ocelli tutto quanto è ad essi più caro, più venerando, più adorabile. E acciocché nulla manchi, né al loro martirio, né all’odio, a cui sono fatti segno, in tutta Europa, dopo il Risorgimento, vennero appesi per la gola, arsi vivi, decollati. Ed anche adesso, in Italia, son fucilati; in Polonia, impiccati; in Irlanda, fatti morire di fame. Se Dio non sorge, se ne faranno macelli ; e migliaia di voci grideranno: Loro ben sta! Reus est mortis.

L’odia ne’suoi domini. Da quattro secoli in qua, nella battezzata Europa, si è sciupato, per demolire l’edifiziò della verità’» cristiana, più inchiostro, più carta, più denaro, che forse non ci vorrebbe per convertire il mondo: l’empia guerra non cessò mai. Per non dire de’libri, de’teatri, de’ discorsi anticristiani; che fanno quelli avvelenati fogli che, ogni sera, partono da tutte le capitali d’Europa, per piovere poi, il dì appresso, a guisa di velenose locuste, sulle città e le campagne, e sparger dovunque il disprezzo e fodip della religione, lo scetticismo e l’incredulità?

L’odia nella sua morale. Ridiventato quel ch’era a’ dì della satanica signoria, il mondo presente sembra organizzato per la corruzion de’ costumi : Totus in maligno positus. Se non ve ne son chiaro indizio il dolore e lo sgomento di quanti serbano ancora in petto cuore cristiano, considerate voi stessi. La febbre degli affari; la sete dell’oro e del piacere; l’industria che mette milioni d’anime nella morale impossibilità di adempiere gli essenziali doveri del Cristianesimo; il babilonico lusso, che dà in istranezze sempre peggiori; le mode disoneste; le danze oscene; cinquecentomila caffè o ridotti,1 spalancate voragini in cui 1 Solamente in Francia. vanno a perdersi l’amor del lavoro, il pudore, la sanità, lo spirito di famiglia, il rispetto a sé stesso e ad ogni autorità; in tutte le classi della società, effeminate abitudini, snervatrici degli animi: scandali clamorosi che addomesticano col male e spengono la coscienza; il disprezzo delle leggi ordinate a domare la carne; la profanazione della domenica; la santificazione del lunedi; l’abbandono della preghiera e de’ Sacramenti; che cos’è, dico, che cos’è tutto questo, se non odio della morale cristiana, odio infernale, tendente a soffocare il Cristianesimo nel fango? L’odia nelle sue manifestazioni pubbliche e private. Là, proibisce il suono delle campane e condanna il sacerdote che porti, in pubblico, il suo abito ecclesiastico; costà, abbatte tutte le croci. Qui vieta al Figliuolo di Dio d’uscir da’ suoi templi per ricevere gli omaggi dei suoi figli; e, sotto pena di venir oltraggiato, gli tocca celarsi ben bene quando va a visitarli sul letto del dolore. Tutte cose che avvengono in società che si chiamano cristiane! E avviene ben altro. In segno di vittoria, satana ha ricollocato le sue statue ne’ giardini, su passeggi, sulle piazze delle grandi città, per tutta Europa: e, ficcatosi fin ne’ domestici penetrali delle famiglie, ne ha bandite le immagini del Verbo incarnato e sostituite le sue.

« Non v’è Cristo in casa, esclamava testé un eloquente predicatore; non v’è più Cristo pendente dalla parete; non v’è più Cristo manifestantesi ne’ costumi. E che! voi avete sott’occhio i ritratti de’ vostri grandi uomini; le vostre case s’adornano di statue e quadri profani! Che dico? voi tenete esposti alla vista de’vostri figliuoli ed all’ammirazione della gente di casa gli Amori del paganesimo, le Veneri, gli Apollini dèi paganesimo; si, tutti i vituperi del paganesimo trovano posto nella casa de’cristiani; e, sotto quel tetto che accoglie tanti umani eroi e pagane divinità, non v’ha più un cantuccio per l’immagine di Gesù Cristo, che lo stesso Tiberio non ricusava d’ammettere coi suoi dèi nel Pantheon di Roma. »

Si, è vero, è vero non solo in Francia, dove insegna l’Università, ma vero in Europa dove insegnano gli ordini religiosi, vero molto prima dell’Università e della Rivoluzione francese; nelle case de’ moderni cristiani letterati, Cristo non ha più luogo. Ma ve l’aveva a’ tempi degli ignoranti nostri padri del Medio Evo. Or come ne venne cacciato? Come ha dovuto cedere il posto agli dèi del paganesimo, vale a dire a Satana stesso sotto le molteplici sue forme; “omnes dii gentium daemonia”?

In che tempo s’è ella fatta questa sacrilega sostituzione? Chi ha formate le generazioni che se ne fanno colpevoli? In quali luoghi, e in quali libri hann’esse imparato ad appassionarsi per le cose, per gli uomini, per le idee e le arti del paganesimo? Qual fu lo Spirito che ha dettata la dottrina che produce tal frutti? Lo Spirito del Cenacolo, o quel dell’Olimpo? O l’uno, o l’altro. Havvi infine un ultimo fenomeno che va ogni di più manifestandosi; ed. è il doppio movimento, che mena il mondo presente; movimento d’unificazione materiale, e movimento di dissoluzione morale. Lo Spirito del secolo diciannovesimo spinge con tutte le sue forze alla materiale unificazione de’ popoli; battelli a vapore, strade ferrate, telegrafi elettrici, leghe doganali, trattati di commercio, libero scambio, moltiplicazione delle poste, ribasso di tassa sugli stampati e sulle lettere; non vi è mezzo di comunicazione che non venga accelerato o inventato.

Assorbisce intanto le piccole nazionalità, sopprime la famiglia, il comune, la provincia, la corporazione, ogni specie di franchigia ed autonomia; risuscita gli eserciti permanenti del mondo antico, riedifica le sue grandi capitali, e sul collo dei popoli, fatti liberi dal Cristianesimo, ribadisce le catene della cesarea, cosi detta, centralizzazione. A questo movimento di unificazione materiale corrisponde, fuori del Cattolicismo, un movimento non meno rapido di dissoluzione morale. In materia di dottrine religiose, sociali, politiche, che resta egli più in piedi? Il gran dissolvente d’ogni specie di fede, il Razionalismo, non è egli forse il dio della moltitudine? Dove son esse le convinzioni profonde, le professioni chiare ed aperte, tanto da resistere alle seduzioni dell’interesse, per isfidare le minaccie, o, peggio, la dimenticanza in che vi lascia il governo, per mantenersi immobilmente saldo fra i sofismi dell’empietà e la forza de’cattivi esempi? Qual può essere Punita morale d’un mondo che ha fatto in pezzi il simbolo cattolico, che sta lì a sentire, e sopporta, e lascia passare tutte le negazioni, compresa quella di Dio stesso?  Somigliante spettacolo, solo una volta già ebbe a vedersi; e fu al tempo che il romano impero declinava alla sua rovina. Formata dal continuo assorbimento del debole dal forte, del popolo per via del popolo, l’unità materiale giunse fino al dispotismo d’un solo uomo. Satana aveva raggiunto il suo scopo. Roma era il mondo, e Cesare era Roma; e Cesare era imperatore e sommo sacerdote di Satana. Allora fu che l’uman genere, privo di forza di resistenza perché senza fede, e senz’altro desiderio che di materiali piaceri, “panem et circenses”, altro più non era che un gregge, bastonato, venduto, sgozzato, a volontà del padrone. Eserciti permanenti, grandi capitali, celerità di comunicazioni, centralizzazione universale, unificazione materiale de’popoli, spinta con febbrile ardore; dissoluzione morale, giunta fino allo spezzamento indefinito d’ogni simbolo e d’ogni fede: chi oserebbe sostenere che tale doppio fenomeno non sia precursore della più immane tirannia? Sia forse l’addentellato, dirò cosi, del regno anticristiano, predetto, degli ultimi tempi ? A parer nostro, è Cesare a cavallo, con Lucifero in groppa.

Farsi adorare in luogo del Verbo incarnato; tale fu sempre, e sarà, lo scopo dell’angelo ribelle: egli non ne conosce altri; la storia è pronta a narrare a chiunque voglia sentire, l’esito che n’ebbe negli antichi popoli pagani e fra i moderni idolatri. Dopo aver procurato, mediante il razionalismo, il sensualismo, il cesarismo e l’anticristianesimo, il divorzio dell’uomo da Dio, il più che sia possibile completo, e’ si presenta a riannodare il vincolo da lui spezzato: e certo, attesoché è fondato sulla natura delle cose, tranne un miracolo , l’esito sarà infallibile. Il mondo inferiore, checché si faccia, non può sottrarsi all’influenza del mondo superiore; se rompe fede al Re della Città del bene, cade per forza sotto la signoria del Re della Città del male. 0 Dio, o il diavolo: non si dà via di mezzo.

Il demonio stabilisce, tra l’uomo, suo schiavo e zimbello, e sé stesso, suo seduttore e tiranno, molte comunicazioni dirette e palpabili, che sono una contraffazione permanente delle comunicazioni del Verbo coll’uomo. E’si fa, in mille modi da lui stesso indicati,, adorare per Dio, rispettare da padrone, amare come benefattore, consultare come oracolo, invocare come protettore, chiamare per medico, ricevere come amico, trattar come un essere innocuo. Su questo complesso di fatti permanenti, universali, sta l’idolatria antica e moderna; o piuttosto è l’idolatria stessa. Ora, noi ripetiamo, satana non cambia né invecchia; sarà oggi, domani, sempre quello eh’ era ieri. Perpetua scimmia di Dio, implacabile nemico del Verbo incarnato, egli sempre mirerà a gettarlo giù dal trono, per mettersi al suo posto. Se dunque è lui che il Risorgimento ricondusse trionfante in mezzo all’ Europa cristiana; se i grandi contrassegni de’tempi nostri sono il razionalismo, il sensualismo, il cesarismo e l’anticristianesimo, non vi sarà poi molto da stupire se vedremo anche una volta il demonio sforzarsi di materialmente sostituirsi al vero Dio, ed opporre il sovrannaturale satanico al sovrannaturale divino, finché questi ne resti soppiantato. Per mettere nell’uomo moderno gli stessi sentimenti che già mise nell’antico, e’ ci dee comparire intorniato di tutto il cortèo di consultazioni, d’oracoli, di prestigi, di pratiche misteriose, ond’era composto il suo culto, e assicuratoci suo dominio sull’antichità pagana; vediamo se la storia confermi tale induzione.

Fino al Risorgimento ed alla Riforma, che del Risorgimento fu figliuola primogenita, la duplice autorità delle leggi canoniche e delle leggi civili, seguitava a tenere stretto in catene il padre della menzogna, il vinto del Calvario. Se si vide esercitare la tenebrosa sua arte fra i popoli cristiani del Medio Evo, si fu per mera eccezione, e in piccola misura. Richiamato dal Risorgimento sotto la forma di Dìo del bello, e dalla Riforma sotto il nome di Dio della libertà, e’ripiglia assai presto antica indipendenza del suo procedere. In Italia, in Allemagna, in Francia, risorgenti in gran numero, imitatori de’ letterati di Roma e della Grecia, si danno con passione allo studio ed alla pratica delle scienze occulte.

I principali capi del Protestantismo si vantano de’ loro colloqui con Satana. Tornano a comparire, sotto forme leggermente modificate, tutte le superstizioni dell’antico paganesimo ; consultamene, evocazioni, manifestazioni, oracoli, prestigi, adorazioni, vanno moltiplicandosi in un colle negazioni del Vangelo. Questo culto di Satana invadeva l’Europa con tale celerità, che la Chiesa se n’ebbe a commuovere; e per organo di Sisto V, gran niente al certo, segnalò al mondo sgomentato cotesta epidemia della risorgente idolatria, e la colpì di solenne condanna.

Nella famosa bolla “Coeli et terrae Creator” sono enumerate, come ricomparse al gran sole del Cristianesimo, la maggior parte delle pratiche diaboliche usitate nella pagana antichità, e di cui Porfirio ci ha lasciata la lunga filatessa de’nomi. L’immortale pontefice nomina: l5 astrologia, la geomanzia, la chiromanzia, la negromanzia, i sortilegi, gli auguri, gli auspizi, la divinazione co’dadi, co’grani di frumento, e le fave; i patti col diavolo, coll’intento di saper l’avvenire, o sfogar le passioni; i carmi; gli oracoli o evocazioni degli spiriti, interrogati, e rispondenti; l’oblazione d’incenso, di sacrifizi, di preghiere; le genuflessioni, le prostrazioni, le cerimonie del culto; l’anello e lo specchio magico; i vasi ordinati a fissare gli spiriti e ad ottenerne risposte; le donne simpatiche (noi diciamo sonnambule e magnetizzate), che, messe in relazione col diavolo, ne ottengono il conoscimento di cose occulte, passate o future, l’idromanzia co’ vasi pieni d’acqua, in cui uomini, e più spesso donne, fanno apparire figure che danno oracoli. Bisogna aggiungere la piromanzia, la pedomanzia, l’ornitomanzia, l’oniromanzia, ossia l’oracolismo per mezzo de’ sogni, ed altrettali pratiche, « fetidi avanzi, dice il Pontefice, dell’antica idolatria vinta dalla croce. [“Quas pristinae et antiquatae, ac per crucis victoriam prostratae idolatriae reliquias fetinentes, quibus dam auguriis, auspiciis, similibus siguis et vanis observatiouibus ad futurorum divinationem intendunt. – Constit. “Coeli et terrae, etc.” A.D. 1586]

Notisi di passaggio, che il Vicario di Gesù Cristo segnala la donna come prediletto strumento del demonio. Superfluo rammentare che tal preferenza fatta alla donna, si trova dappertutto nell’antico paganesimo, sì come nella moderna idolatria, nell’Africa, nell’Oceania e altrove. Alle ragioni da noi arrecatene, san Tommaso aggiunge questa: « I demoni rispondono anche più facilmente, chiamati da vergini zittelle, a fine di meglio ingannare, col dar ad intendere con tale lustra, ch’essi amino la purità.» Checché ne sia, le donne lo piglino per salutare avviso, che per esse maggiore è il pericolo. Intenderanno perciò la necessità grande che hanno di star vigilanti, e sovratutto di guardarsi ben bene dal prender parte a veruna pratica sospetta, che potrebbe dare appiglio all’implacabile loro nemico di tirarle al suo servigio.

XIR212502 Pope Sixtus V (1520-90) (oil on canvas) by Italian School, (16th century) oil on canvas Chateau de Versailles, France Lauros / Giraudon Italian, out of copyright

Dalla bolla di Sisto V risultano due fatti. Da un lato, la molteplicità delle pratiche diaboliche; la si direbbe un generale sobbollimento dell’Europa, figlia del Risorgimento, al soffio dello spirito satanico; dall’altro, la durata di questi vituperosi fenomeni. « A malgrado di tutti gli sforzi della Chiesa, soggiunge il Pontefice, non s’è potuto ottenere l’estirpamento di queste superstizioni, di questi delitti, di questi abusi. Dì per dì si viene a conoscere che n’é piena ogni cosa; omnia piena esse. » È dunque un fatto interamente storico, che: un secolo dopo il Risorgimento, le comunicazioni di satana coll’uomo s’erano di bel nuovo fatte, come nell’antico paganesimo, generali, permanenti, indistruttibili, e che la possanza del demonio stendevasi, nella Città del bene, a limiti non conosciuti: omnia piena esse in dies detegantnr. Nè i pontificali divieti punto valsero a fermare il male. Il Bearnese, Loudun, Louviers, il paese del Nord, le Cevennes, il cimitero di san Medardo a Parigi ed altri luoghi, col diventare un dopo l’altro teatro di clamorose manifestazioni, mostravano che Satana restava padrone di larga parte del campo. Per gl’ingegni volgari, questi fenomeni erano ciurmerie e non altro, cose da contare a veglia: e la diabolica loro indole, affermata da qualcheduno, fu ostinatamente negata da tutta la setta degl’increduli. Nel secolo di Voltaire, negaronsi non che quelli, ma tutti gli altri fatti di tale natura. Divinazioni, evocazioni, patti, magia, possessioni, stregonerie, malefizi; si stabilì per principio ch’erano tutti sogni. Questa temeraria negazione della storia universale produsse generale indebolimento della credenza nel demonio, nelle sue pratiche ed influenza. Per non mettersi in contraddizione col Vangelo e la dottrina della Chiesa, i più cattolici dicevano che, per verità, quelle eran cose avvenute ne’tempi antichi, ma ne’ tempi moderni non ce n’era più esempio; « Difatto, soggiungeva la filosofia volteriana, il demonio, mercè il progresso de’lumi, altro non è più che un essere inoperoso e disarmato. Anzi si dà per certo che i più dei fatti a lui imputati dalla santa Scrittura, son mero effetto delle leggi naturali: calunniato a talento dal medio evo, ignorante e credulo, è ridotto oggimai ad essere semplice spauracchio delle vecchiarelle e de’fanciulli.» Cosi faceva molto bene il demonio le sue faccende, e s andava avvicinando allo scopo precipuo de’ suoi sforzi. Qual è ? togliere, dal cuore dell’ uomo la paura di lui; rendersi famigliare, a fine di far disprezzare le dottrine della Chiesa, e gettar via le armi antidiaboliche, di cui ella aveva provveduto i suoi figli. Ci è riuscito? interroghiamone la storia contemporanea.

   Rendersi famigliare. Avviene sotto i nostri occhi un fatto inaudito da’ popoli cristiani: fatto poco notato, ma tale che a noi par degno di essere anzi notato ben bene; attesoché forma uno de’più rilevati contrassegni dei tempi presenti. I secoli passati avevano paura del demonio. Il vero suo nome, il nome di Diavolo, non si pronunzia se non di rado, con certa quale esitazione, ed anche scrupolo. E anche adesso vi sono popolazioni, a grande loro ventura preservate dallo spìrito moderno, che nol pronunziano mai. Volendo parlare di Satana, dicono: la ‘brutta bestia. Tranne quest’eccezione, che va facendosi ogni di più rara, il nome di diavolo corre sulle labbra di tutti. Lo si pronunzia come quello della cosa più indifferente. Se non condisce le’ arguzie; se ne rinforza il giurare; serve di titolo ai libri alla moda, e d’invito alle rappresentazioni teatrali. I mercanti medesimi lo trovano buono per l’insegna delle loro botteghe. Si direbbe che il mezzo di tirare i lettori, o adescar gli avventori, sta nell’uso d’una parola, che faceva orrore a’nostri padri. Ci si permetta, a mo’di termometro di cotesto strano progresso, citare alcuni esempi, i più antichi de’quali non passano di molto un quarto di secolo. Roberto il diavolo – Programma di Roberto il diavolo – Canzone di Roberto il diavolo – Leggenda di Roberto il diavolo- Al più maligno di tutti i diavoli-Al buon diavolo- Al diavolo galante – Al diavolo a quattro – Ai diavoletti – Al diavolo verde – Dio e Diavolo – Angeli e diavoli- Un angelo ed un diavolo – Andate al diavolo – Il diavolo del mondo – Tormenta diavolo – Signor Belzebub – Signor Satanasso – Il diavolo e le elezioni – Il diavolo a scuola – Il diavolo nella pila dell’acqua benedetta- Il diavolo d’argento- Il diavolo dell’epoca- Al diavolo la franchigia-Diavolo o donna.

Il tic-tac del mulino del diavolo – L’ uomo del diavolo – Il diavolo in viaggio -Il diavolo a Parigi – Il diavolo a Lione – Il diavolo in provincia – Il diavolo pei campi- Il diavolo al molino – Il diavolo negli spogliatoi delle signore – Il diavolo ficcato dappertutto – Satana-Satanasso – Il diavolo – I cinquecento diavoli – Il diavolo verde – Il diavolo rosso – I poveri diavoli – I diavoli rosei – Il diavolo giallo-I diavoli neri -Il buon diavoletto – Il diavolo zoppo – Il diavolo a cavallo – Il diavolo medico – Il diavolo amoroso – Il diavolo ingannato -I diavoli di Parigi -I diavoli dei Pirenei – I diavoli dolci.- Frà diavolo – Giovanni diavolo – Confessione di Fra diavolo – Almanacco del diavolo – Gli amori del diavolo – Memorie del diavolo – Memorie di una diavolessa – La scienza del diavolo – 1 secreti del diavolo – Le avventure di un diavoletto – Il secreto del diavolo – Le astuzie del diavolo- La malizia del diavolo – La palude del diavolo – Il cerchio del diavolo-La parte del diavolo – Le pillole del diavolo-La casa del diavolo – Il castello del diavolo- I sette castelli del diavolo – La taverna del diavolo – Il pozzo del diavolo – I nomi del diavolo – Il gatto del diavolo – Il cavallo del diavolo – Il cane del diavolo – La cornamusa del diavolo – Il valletto del diavolo – La cantatrice del diavolo – Il danaro del diavolo I – soldi del diavolo – Il cassettino del diavolo – Lo schiaffo del diavolo – I trastulli del diavolo – Il figlio del diavolo – La figlia del diavolo – L’erede del diavolo – La stella del diavolo – Il viaggio del diavolo – La caccia del diavolo – La ronda del diavolo – 1 tre peccati del diavolo – 1 tre baci del diavolo – La cena del diavolo – Una lacrima del diavolo –L’orecchio del diavolo – La mano del diavolo – La coda del diavolo – Ritratto del diavolo – Fisiologia del diavolo. Ecco, con altri assai, i titoli di opere, di cui il secolo XIX va, da vent’anni in poi, fregiando le colonne del Journal de la libratine française. Ecco le insegne, con ritratto, che grandi e piccoli commercianti mettono sui muri delle nostre città; un nuovo patronato alla moda, sotto cui si pongono gli splendidi magazzini di lusso come le botteguccie de’ mercanti di zolfanelli. Non accade illudersi; questo nuovo fatto ha il suo significato. « La rivoluzione delle cose, dice un vecchio autore, non è punto più grande di quella delle parole. ” La popolarità d’una parola è segno della popolarità dell’idea. La facilità, la leggerezza, l’indifferenza con cui vedesi a’nostri dì adoperato un nome fino allora sempre abborrito, è dunque indizio dell’ imprudente dimestichezza del mondo presente, col suo più pericoloso nemico: sì come é indizio che le nostre idee sono, ma di molto, lontane da quelle de’nostri padri. Con tutto ciò rendersi famigliare non è che il primo grado del favore ambìto da satana: farsi negare, in sé stesso e nelle molteplici sue opere, é il secondo. Farsi rimettere in onore, è il terzo. Farsi rammentar come principe, è il quarto. Farsi adorar come Dio, è il quinto. E seguitiamolo in queste varie fermate del suo cammino, il cui termine finale si é il ristabilimento, sotto una od altra forma, dell’antico paganesimo.

Farsi negare. In altri tempi si credeva nel demonio, qual ci é fatto conoscere dalla rivelazione, e se n’aveva paura. Pei nostri avi, Satana non era altrimenti un essere immaginario, un’allegoria, un mito; ma sì un essere reale e personale come l’anima nostra. Non era altrimenti un essere innocuo, impotente; ma un essere essenzialmente malefico, causa della nostra rovina, sempre in azione dì e notte a tenderci insidie, e fornito di tremenda possanza sull’uomo e sulle creature. Difatti, la prima paura del fanciullo si ‘come l’ultimo terror del vegliardo, era il demonio. Quindi l’uso universale e religiosamente osservato, delle difensive insegnate dalla Chiesa contro le sue insidie e i suoi colpi. Quindi ancora la pena di morte, prescritta in tutti ì codici d’Europa, contro chiunque fosse convinto d’aver avuto commercio con questo nemico del genere umano. Adesso saltano fuori disposizioni affatto contrarie, cosicché è uno sgomento vedere, in mezzo alle genti cristiane, molte persone, la cui credenza nel demonio non é più cattolica. Gli uni l’hanno per un mito, e la sua apparizione nel paradiso terrestre sotto la forma di serpente, per una allegoria; altri, benché ne ammettano l’esistenza personale, ricusano di credere alla sua azione sull’uomo é sul mondo. Havvi di quelli che restringono cotale azione in certi limiti segnati dalla loro ragione; e non vogliono saper altro. Molti ancora non l’accettano che con benefizio d’inventario e, a malgrado di migliaia di testimoni, negano intrepidamente quello che non hanno veduto co’ loro occhi. Eccetto alcuni cattolici d’antica data, niuno v’ha che usi fedelmente le armi fornite dalla Chiesa, per tener lontano il principe delle tenebre. A’ fanciulli non se ne parla più, o se ne parla loro leggermente, e se ne dice quel po’ che ne dà la memoria, e come d’un essere antiquato. L’uomo adulto ed il vecchio, non avendo alcuna paura di lui, sogghignano, se voi manifestate d’averne. Agli occhi della legge, il commercio col demonio, o non ha mai esistito, o non esiste più, o non è un delitto. Quindi, ciò che vediamo oggidì, l’interpretazione razionalista di tutti i fatti diabolici dell’Antico e del Nuovo Testamento, la negazione della storia universale, e il disprezzo della dottrina della Chiesa intorno all’ angelo decaduto. Per ispingere quest’opera eh’è appunto la sua, il demonio si travisa sotto tutte le forme, fa tutti i mestieri, s’affibbia tutti i nomi. Sa darla ad intendere fin nelle manifestazioni medesime, che rivelano con la maggior evidenza, la orrenda sua personalità. Or sotto il nome di fluido nervoso, di fluido magnetico, di fluido spettrico, si spaccia per un agente meramente naturale. Or si chiama seconda vista; e non è che una semplice facoltà dell’anima. Qui, si fa passare per un angelo buono e dà pii consigli. Là è uno spirito arguto, che celia, che sghignazza, che vuol essere trattato come un trastullo o come un vano spauracchio. Altre volte si spaccia per l’anima d’un morto ammirato od amato, e ruba la confidenza. La qual ultima trasformazione, assai più pericolosa delle altre, è altresì la più comune; e si sa che è la base dello Spiritismo.

Qual è, per il padre della menzogna il benefizio di tutte codeste trasformazioni? Quello di eseguire il suo disegno senza patente d’autore; in altri termini, farsi negare. Ed è una grande scaltrezza la sua! Infatti, chiunque nega satana, nega il Cristianesimo. Chiunque snatura satana, snatura il Cristianesimo. Chiunque si burla di satana, si burla della Chiesa, le cui antidiaboliche prescrizioni, altro non riescono più che superstizioni da donnicciuole. Chiunque nega la malefica azione di Satana sull’uomo e sulle creature, accusa il genere umano di pazzia, sessanta volte secolare; e, stracciando una dopo l’altra tutte le pagine della storia, finisce nel dubbio universale. Con tutti i fatti summentovati, satana dice al mondo presente: Non aver paura di me. Vedremo adesso che il mondo presente risponde: No, non ho paura di te!

Farsi riabilitare. La dimestichezza del tempo presente col demonio, e, per conseguenza, la generale diminuzione della paura che deve incutere, è un fatto; ma questo fatto non è altro che il primo grado della satanica invasione: havvene un altro più incomprensibile, non meno vero, la redintegrazione dell’angelo decaduto. Il vero, dice un poeta, può talora non essere verosimile; é proprio il caso d’applicar questo detto al fatto che vogliamo segnalare. In fatti, non è ella cosa in credibilissima che, dopo diciotto secoli di Cristianesimo, nel bel mezzo del regno cristianissimo, si trovino uomini battezzati che si mettano da senno, e con ostinato proposito a rimettere in onore satana, il gran dragone, il grande omicida, l’impenitente autore di ogni male, giustamente fulminato dalla divina giustizia? Eppure bisogna crederla, perché vera. Dopo il Vangelo, il demonio aveva sempre ispirato alle genti cristiane un orrore ed abborrimento universale; e di questo duplice sentimento, erano chiaro segno le forme, gli atteggiamenti, il posto medesimo che artisti e letterati davano, nell’opere loro, all’implacabile nemico di Dio e dell’uomo. Adesso invece di metterlo alla gogna dello scherno e dell’obbrobrio come si merita, lo si lascia da parte, oppur lo si presenta sotto le forme men brutte, e si applaude agli sforzi di chi si prova a rappresentarlo quasi bello, in modo che tali sforzi hanno vanto di progresso sociale. Quella che si chiama la grande critica dà, in questo senso, certe sue sentenze regolatrici dell’opinione. Essa scrive: « Bello come tutte le creature nobili, più infelice che malvagio, il satana del sig. Scheffer, segna l’estremo sforzo dell’arte, per romperla una volta col dualismo, e attribuire il male alla medesima fonte che il bene, al cuore dell’uomo…. Egli ha perduto le sue corna e gli artigli; non ha conservato che le sue ali, sola giunta che ancora lo unisca al mondo sovrannaturale….

Si lasci al Medio Evo, che viveva continuamente in presenza del male, forte, armato, presidiato, di portargli’ quell’ implacabile odio, che l’arte rappresentava con cupa energia. « Noi oggidì siamo tenuti a meno rigore.. Siam biasimati di non esser più severi col male. Ma in realtà l’è questa una delicatezza di coscienza; si è per amore del bene e del bello che noi siamo talvolta sì timidi, sì deboli ne’nostri giudizi morali… Noi esitiamo a pronunziare sentenze esclusive, per tema ch’abbiamo d’avvolgere nella nostra condanna qualche atomo di beltà ». Quale si è questo nuovo obbligo imposto a chi, parla del demonio, di doverlo trattar con riguardo? Onde viene quest’obbligo strano; e che significa egli, imperocché qualche cosa significa? queste sacrileghe moine sono il termometro del progresso.

“Schiacciamo l’infame”, fu la parola d’ordine dello spirito infernale nel secolo passato: ed era nel suo periodo di distruzione.

“Adoriamo Satana”, è la parola d’ordine del medesimo spirito nel tempo presente: ed è nel suo periodo di ricostruzione. La medesima lega che combatteva per distruggere, combatte per edificare. Sulle rovine del Cristianesimo, che, a detta di lei, ha fatto il suo tempo, ella vuole ristabilire il regno, a suo avviso, troppo a lungo calunniato, dell’ angelo decaduto. A tal’uopo, mettono mano a riesaminare il processo di Satana, a farlo sorgere dal suo decadimento, ed a rimetterlo in onore dinanzi al mondo.

Meschinissimo ripetitore de’razionalisti tedeschi, il sig. Renan ha dunque petto di scrivere: « Fra tutti gli esseri già maledetti, per la tolleranza del nostro secolo risorti dal loro anatema, satana è senza alcun dubbio quello che ci ha più guadagnato nel progresso de’lumi e dell’universale incivilimento. Egli s’è raddolcito a poco a poco nel suo lungo viaggio, dalla Persia a noi; egli s’è spogliato di tutta la malvagità d’Arimane. Il Medio Evo, intollerantissimo, lo fece a suo senno brutto, malvagio, torturato e, per colmo di disgrazia, ridicolo.

« Milton finalmente intese il povero calunniato, e cominciò la metamorfosi che l’alta imparzialità del nostro tempo doveva compiere. Un secolo così fecondo come il nostro in ogni guisa di redintegramenti, non poteva mancar di ragioni per iscusare un rivoluzionario sventurato, spinto dal bisogno di metter mano ad arrischiate imprese. E si potrebbero far valere, per attenuar la sua colpa, molte altre ragioni, contro le quali noi non avremmo diritto di esser severi. »

Un de’ maestri del Renan, lo Schelling, va più in là; egli di satana fa addirittura un dio, attesoché Dio doveva avere un antagonista degno di Lui. Il Michelet, nel suo Corso di filosofia della storia, predice il ritorno del regno satanico; e nella Strega e’ si fa suo storico, narrando con amore ì trionfi di satana sovra Cristo. Il Quinet, che vuole soffocare il Cristianesimo nel fango, trova in satana nientemeno che il Principe, che ha dà riunir tutti i cuori. Il Proudhon desidera di sostituire satana; il diletto dell’anima sua, all’inconseguente riformatore che si fe crocifìggere. I Giornali rinomati pigliano la sua difesa e chiedono la sua completa riabilitazione. « Noi crediamo, dice l’Opinion Nationale, che questo Satana, cosi violentemente assalito dagli ultramontani, questo satana, del quale portiamo in fronte il segno, valga più della riputazione che si vorrebbe fargli. Molto a torto lo si dà per fondatore e per protettore del cesarismo, questo satana così calunniato. satana s’incaricherà nel compiere l’opera sua, di provare ai signori vescovi che non vi è bisogno del potere religioso per correggere il cesarismo. » E il “temp” esprime il dispiacere che gli cagiona la parte monotona di satana nel teatro : « È sempre, egli dice, lo stesso mistificatore mistificato. Gli si danno sempre i primi posti per togliergli crudelmente anche gli ultimi, e l’inevitabile voragine col suo zolfo, da lungo tempo scavata dall’industria, riceve sempre allo scioglimento, questo cornuto monarca, col mantello rosso, la cui missione, a quanto pare, è di arrabbiarsi senza riuscita, per la dannazione di alcune povere animuccie di contadini e di contadine. Che un uomo di spirito voglia ben darci una rappresentanza, una incantagione nella quale il diavolo, completamente riabilitato, assisterà nella serenità della sua gloria, alle vane imprese tentate per farlo discendere; sarà lui che nello scioglimento congederà gli angeli e ritirerà loro la direzione delle anime, per affidare ad essi quella dei palloni. Liberato dalle maledizioni secolari, non maledirà nessuno ; riconcilierà pure il Dio nero col Dio bianco, e proclamerà come coronamento della piramide luminosa, la libertà. »

Se questi ed altri non meno empi scrittori avessero, con queste loro enormità, destata una generale riprovazione, potrebbe dirsi che e’ son pazzi ed empi, senz’altro. Ma l’accoglienza fatta a tali inaudite bestemmie; ma il numero de’ lettori e degli encomiatori de’ libri che le contengono, non sono forse tal fatto che dà molto da pensare? Si può egli non vederci un contrassegno de’ tempi nostri ? La pubblicazione di quelle mostruose empietà non ha punto scemata, agli occhi dell’opinion dominante, la gloria de’ Renan, de’ Proudhon e lor simili. Punto non s’è chiusa in faccia loro la porta delle sale né delle accademie. Essi hanno larghe relazioni sociali; si siede a mensa, si conversa con essi, e si trovano amabili. I distributori della nomèa letteraria proclamano ad alta voce il loro ingegno; e le opere loro, tradotte nelle principali lingue, contano, rispetto a’libri cristiani, cento lettori per uno. Tali sono le bestemmie, ignote nella storia, che si stampano a’ tempi che corrono, non solo in Francia, ma anche in Allemagna, e che sono lette nell’antico e nel nuovo mondo. Ciononostante fino a questi ultimi anni, la redintegrazione, l’apologia di Satana non era passata fuori di certi libri ignorati dalla moltitudine. Per spingere avanti l’ opera infernale, restava da infettare il mondo de’ saputelli, gli sfaccendati e le donne. Ed ecco, dopo i filosofi ed i letterati delle accademie, venir fuori i romanzieri ed i comici, che si sono incaricati di renderlo popolare. La è la stessa’ tattica che satana adoperava, or fanno sedici secoli, per conservare il suo’ regno e impedire quello dello Spirito Santo; dopo Celso sofista, comparve Genesio istrione.

Nel 1861 venne fuori un romanzo, nel quale satana, trasformato in bellimbusto, è cosa tutta vaga e leggiadra. Contegno irreprensibile, maniere signorili; parla con eleganza, sorride con garbo, è spiritoso. Fuma, giuoca, danza a maraviglia; non si può dare maggiore amabilità. C’è egli a stupire se l’uomo, sotto tale metamorfosi empia e sacrilega, s’avvezza a guardare in faccia, a stringer la mano al suo eterno nemico? Il terrore che pur testé ispirava passa per vana paura; la malvagità, ond’è accusato, per calunnia nata dall’ignoranza e dalla superstizione. Qual mezzo di propaganda, il romanzo tiene un posto di mezzo tra il libro dotto ed il teatro. Da’ gabinetti di lettura, o dalla casa del rivenditore a minuto, il romanzo entra ne’ saloni del ricco, nella casa del borghese, nella capanna del povero. Coglie più o meno lettori; ma non parla agli occhi e non corrompe se non alla spicciolata.

Altra cosa è il teatro. Il quale col barbaglio delle decorazioni, còlla realtà de’personaggi, coll’arte degli attori s’impadronisce dei sensi tutti, e profondamente v’ imprime quel che vuole insegnare. Inoltre e’piglia addirittura la moltitudine. La commedia ottiene ella favore da venirne in voga? State sicuri che dopo venti rappresentazioni, gli scherzi, i lazzi, le massime, i biasimi, gli elogi eh’ essa contiene, diventeranno purtroppo sentenze in bocca a molte e poi molte persone d’ogni educazione e grado. Ond’è che il vero mezzo di mettere in derisione l’uomo più venerando, o la cosa più sacra, si è di farli comparir su’ teatri; Il demonio l’ha intesa meglio di chiunque. All’uopo di rendere popolare la sua redintegrazione, facendo mettere in derisione i dommi cristiani che concernono lui, s’è reso padrone d’un importante teatro della capitale de’ lumi; e vi fa rappresentare questo, che ora diremo. In una dell’ultime giornate d’agosto del 1861, sulle mima di Parigi vedevasi un cartellone azzurro, con entravi stampato a grandi caratteri : La beltà del diavolo, commedia fantastica in tre atti’. Della quale ecco qui un cenno: ci si presenta dinanzi uno spazzo riccamente decorato; gli è un appartamento dell’inferno; la camera da letto di Monsieur Satan. Vedesi, attraverso le bianche cortine d’un letto voluttuoso, la testa d’un giovane elegante, il quale chiede che lo si venga a vestire. Ed ecco tavole e tavolini coprirsi di cosmetici, di ampolle, di ferri da parrucchiere, portati da certi diavoletti, famigli di satana. Il quale, uscito di letto,, si fa vestire e azziniare; in modo ch’egli stesso s’ammira, e si fa ammirare dagli altri. Ebbro di sua bellezza, .s’impromette di far molto bene i suoi fatti, e annunzia un ballo per la sera. Sei ballerine dell’ Opera cascano, proprio allora, nell’inferno: e al suono de’ musicali strumenti si danza allegramente. satana dà di mano alle ballerine giunte testé e, ballando, si permette con esse certi detti e certi gesti, che però non hanno l’esito ch’ei ne vorrebbe. Infuriatone, domanda a tutti i demoni s’e’non è sempre il re della bellezza: e gli si risponde con qualche esitanza. Allora satana dà affatto ne’lumi e vuol sapere che sia avvenuto della sua bellezza. Un dannato, di professione magnetizzatore, si offre di svelargli 1’arcano. E viene in scena Madama Satan; la quale, magnetizzata, é interrogata, che sia avvenuto della bellezza di suo marito. Madama Satan non risponde, ma s’agita grandemente sulla sua seggiola. Si torna a magnetizzarla, cosicché, carica di fluido, s’addormenta profondamente. Interrogata di nuovo, dice; son io che ho tolta la bellezza a mio marito. — Perché? — Perché ne abusava! — Che ne hai tu fatto ? — L’ho data ad una giovinetta di Normandia, — Di qual villaggio ? (lo nomina.) — Quando gliela hai data? — Quel di medesimo che l’ho tolta a mio marito; quella giovinetta è nata quel dì. satana non chiede altro. Manda pel suo cocchiere, fa allestire la sua vettura alla Daumont e, trasformato in ispettore delle scuole primarie, parte, col dannato magnetizzatore, in cerca della sua bellezza. Giunto nel villaggio, entra nella scuola, esamina le giovinette e ne chiede l’età. Le n’ha otto nate lo stesso dì: quale è quella che possiede la bellezza di satana? Impossibile saperlo. Quel ch’ è certo si è che satana ricupererà la sua bellezza, quando quella giovinetta l’avrà perduta. Per consiglio del magnetizzatore, si decide che si piglieranno tutte otto le giovinette, e le si meneranno a Parigi. Affascinate, innamorate pazze, partono per la capitale in compagnia di satana e del suo pedissequo. La loro virtù non tarda a fare naufragio, nella via di Boemia, della quale si dà una particolareggiata descrizione, discretamente sozza e prolissa. Vituperata l’ultima, torna la sua beltà a Satana che, pavoneggiandosi, ritorna a farsi ammirar nell’inferno, dopo aver promessa fedeltà a sua moglie. Tale si è quest’ignobile farsa, in cui non v’ha né arte, né gusto, né lingua francese, ma, in loro vece, lussuria ed empietà fetente. .satana trasformato in ganimede, fashnonable; l’inferno cambiato in sontuoso albergo, a cui s’arriva colla valigia da viaggio; una casa di tolleranza, dove si beve, si giuoca, si balla, si diserte e se n’esce in calesse in cerca di avventure. Oh! che cosa è mai tale commedia se non un lungo scherno de’ dommi cristiani, una cinica profanazione de’ più tremendi misteri dell’ eternità? Chi è che, dopo aver veduto, applaudito, assorbito questa sacrilega beffa, ancora serbi il menomo orror del demonio,’ il menomo timor dell’inferno? diciamolo pure a nostra vergogna: nel mondo cristiano non s’era veduto mai e poi mai tale scandalo. Eppure v’ha uno scandalo peggiore ancor della sozza commedia, ed è la voga ch’ell’ebbe. Chi crederebbe mai che somigliante mostruosità fosse rappresentata sessantatre volte di seguito? e in uno de’teatri più frequentati di Parigi, il teatro del Palais-Royal! C’è egli più a stupire se, quel medesimo anno, alla presenza d’immensa turba, si è potuto fare e freneticamente applaudire: “un brindisi alla morte del Papa, ed alla salute del diavolo”?

Ecco a che punto ci troviamo nel XIX secolo dell’era cristiana. Per sintomo, noi non conosciamo altra cosa più grave di tale commedia. [certo mons. Gaume sarebbe impallidito trasecolando davanti agli spettacoli blasfemi moderni, pieni di volgarità, bestemmie, sconcezze innominabili, mottetti stercoracei spacciati per artistiche forme di libera di espressione, oramai presenti in modo più o meno velato e spudorato in quasi tutti gli spettacoli teatrali, nonché televisivi, da tutti visibili – bambini compresi – a qualsiasi ora del giorno – n.d.r. -] Cosi la pensa anche un valente scrittore, del quale ci piace allegare questa pagina : « Il demonio, ei dice, aveva sempre avuta finora una sua forma incontrovertibile, una specie di forma classica, che i maestroni in letteratura, fino allo Scribe medesimo, adoperavano a lor senno senza alterarla se non il men che potessero. Il demonio faceva sempre una brutta parte e senza ambagi. Adesso l’ideale del demonio s’è fatto color di rosa. La sua personalità tutta leggiadra sembra l’eroe della canzone di Béranger: « Ella appare, Spirito, Fata o Bea, ma giovane e bella, col sorriso sulle labbra. ». « Per esempio, nella Bellezza del diavolo, non può essere a meno che sua signoria il demonio, non renda tutta cara ed amabile la infernale personalità. Le sue malizie sono benefiche, le sue gherminelle son tratti d’un buon genio della Boemia parigina. Ecco dunque all’ideale cattolico del demonio, ideale stupendamente vero, che esprime o rappresenta il sensualismo al suo più alto grado, l’uomo bestia, opposto un ideale tutto contrario. « La è pure una grande stranezza! che neghino le verità del Cristianesimo coloro, che dalla forza delle cose furono tenuti fuori della loro luce, s’intende: ma osare ammettere, mentre tutto il resto si nega, la personalità infernale, e riconoscerla per glorificarla, redintegrarla, farla amare! gli è un fatto, incomprensibile; incomprensibile e gravissimo, attesoché fa contro una verità tutt’insieme religiosa e razionale, per distruggerla à sangue freddo e senza alcun prò. Qui non è più solo il caso di manifestazione d’amore del sovrannaturale; ma d’occulta influenza dello Spirito del male. »

Farsi chiamar re. Quando il razionalista del secolo XIX non riduce il satana biblico ad un essere meramente immaginario, egli ne fa un essere degno di compassione. Non é altro che un rivoluzionario sventurato; e chi, più o meno, non l’è, a’ tempi nostri? In esso, personificazione vivente del male e della sozzura morale, 1’artista sa trovare un tipo non privo di nobiltà né di bellezza. Il romanziere ve lo trasforma in damerino del Jockey-Club, dalle eleganti maniere. Il comico ve lo rappresenta per l’allegro padrone di casa dell’inferno, e l’inferno per un luogo di diletto, dove si trovano riuniti piaceri d’ ogni sorta. E con tutto ciò il proteggere, scolpare, far bello satana e chiedere, in nome del progrèsso, che gli si dia diritto di cittadinanza nelle cristiane società, non basta altrimenti; si vuole che diventi, come già in altri tempi, principe e Dio del mondo. Ed egli stesso aspira, come a sua ultima mèta, nientemeno che a questa duplice supremazia, cui pretende di riacquistare. Ed invero, la rivoluzione è, a’ tempi che corrono, la più formidabile potenza, e, tranne il caso d’inauditi miracoli, sarà la regina del mondo. E che altro è la rivoluzione se non l’abbassamento di Dio, e l ‘esaltamento di satana? Or bene, la rivoluzione diceva testé, per bocca d’un de’ suoi figli, a’ fratelli sparsi per tutta la terra : « Lucifero è il capo della piramide sociale. E lui il primo operaio, il primo martire, il primo ribelle, il primo rivoluzionario. Noi rivoluzionari; democratici, socialisti, dobbiamo per rispetto e gratitudine portare sulla nostra bandiera, la cara immagine dell’ eroico insorto, che primo osò rivoltarsi contro la tirannide di Dio.1 » [Discorso di un rifugiato di Londra pronunziato alla taverna de’Frammassoni, 1862.]

Dopo aver approvato l’odio di Dio, con iscrivere: Dio è il male; un altro bestemmiatore, ben noto, dà il suo cuore a satana, e l’invoca con tutte le sue forze. Chi dedica la sua penna, gli consacra la sua vita e invita tutta quanta, l’Europa a seguire il suo esempio. « Vieni, dice, vieni, o satana, il calunniato dai sacerdoti e dai re; vieni ch’io t’abbracci e ti stringa al mio seno! È «già gran tempo che ti conosco, e tu conosci me. Le tue opere, o benedetto dell’anima mia, non sempre sono belle né buone; ma esse sole danno un senso all’ universo egl’impediscono d’essere assurdo. che cosa sarebbe, senza te, la giustizia? un istinto. La ragione? una consuetudine. L’uomo? una bestia. Tu solo animi e fecondi il lavoro; tu fai nobile la ricchezza; tu servi di scusa all’autorità: tu metti il suggello alla virtù. Spera, si spera ancora, o proscritto…. » Il resto la nostra mano non osa più trascriverlo. Il Proudhon non è se non un consequenziario. Da quel di che suonò alle orecchie de’ giovani europei il detto, diventato assioma dell’insegnamento pubblico: « Il Cristianesimo è vero, ma non è bello: non è bello né in letteratura, né in poesia, né in eloquenza, né in pittura, né in scultura; per avere il bello, bisogna cercarlo nel paganesimo. È là ancora, è là soltanto, che si trovano le grandi civiltà, i grandi uomini, le forti istituzioni, la vera sapienza e la vera libertà: » da quel dì, dico, satana si mise in cammino per rientrare nel mondo cristiano, e formarvi di nuovo la sua città. E l’imprudente Europa gli faceva un ponte d’oro: vediamo se egli ha saputo valersene.

Qual è il re della moderna Europa, considerata nei generali suoi contrassegni? Re dell’Europa moderna è colui che là governa nell’ordine dell’idee e nell’ordine de’ fatti. Ora, sette grandi fatti intellettuali e materiali, religiosi e sociali costituiscono l’Europa moderna. Il Risorgimento, il Razionalismo, il Protestantismo, il Cesarismo, il Volterianismo, la Rivoluzione francese, e la Rivoluzione, propriamente detta, le danno una sua impronta, le imprimono certe sue tendenze: e colui che le ha prodotte, che le fa durare, che si sforza di applicarle, fin nelle ultime loro conseguenze, questi è il vero re dell’Europa moderna: è egli lo Spirito Santo? E venendo a’ particolari, chi è che forma l’opinione pubblica? Le inaudite bestemmie summentovate sarebbero state impossibili nel Medio Evo; non ne sarebbe pur venuto il pensiero in veruna testa. E se alcuno avesse osato proferirle, l’Europa di Carlo Magno e di san Luigi si sarebbe turate le orecchie per non udirle, e il bestemmiatore avrebbe espiata la sua sacrilega audacia col supplizio. Or come vuole essere chiamato lo Spirito che regge una società, nella quale si può impunemente, pronunziarle, che se ne mostra indifferente, ne ride, le accetta? Forse do Spirito Santo?

Quale Spirito regna sulla stampa in generale, sulle arti, sui teatri, nelle accademie’, sui romanzi, ne’ giornali, sugli scrittori più in voga, di ogni nome e colore, innumerevole turba sparsa per tutta Europa e che semina a piene mani la menzogna e la corruzione, come l’agricoltore sparge il seme nel suo campo? Forse lo Spirito Santo? Qual si è il legislatore che ha fatto mettere ne’ codici dell’Europa moderna il divorzio, distruggitore della famiglia cristiana; il matrimonio civile, concubinato legale; la libertà de’culti, ufficiale diploma dato a tutti i falsificatori della verità, negazione autentica di ogni religion positiva ; sacrilega ironia, in virtù di cui i sudori de’ popoli servono a mantenere in piedi il cattolicismo che afferma, il protestantesimo che nega, il giudaismo che si ride dell’uno e dell’altro? Forse lo Spirito Santo?

   E non vediamo noi autorizzato, sotto i nostri occhi nella Capitale del regno cristianissimo, il pubblico culto di Maometto? Fra tutte le città cristiane, Parigi, anima delle crociate, la città di san Luigi, doveva, pare, essere l’ultima ad avere una moschea : ed è la prima. È egli lo stesso Spirito che regna sulla Parigi del Medio Evo e quella del secolo XIX? Questo fatto, del quale han certo dovuto fremere nelle lor tombe le ossa de’ nostri padri, non segna per altro ancora l’ultimo grado della supremazia che noi andiam qui segnalando : quell’ultimo grado sta nel trionfale cantico che la parigina moschea ispira agli organi dell’opinion pubblica. « Musulmani, e’ dicono, faranno lor vita in Parigi, nella città di Clodoveo e di san Luigi, frammisti a’ nostri soldati e collo stesso ordine e disciplina. Basta questa parola per segnare l’ importanza d’ un fatto che non sarebbe modesto se non in forza del prodigioso cambiamento che si fece nelle nostre idee e ne’ sentimenti da un secolo in poi. Si, è questo uno degli avvenimenti caratteristici della storia dell’ incivilimento Europeo…. Il filosofo medita e ammira. E si pensi un poco alle tante lotte che questo semplice incidente rammenta sostenute contro i pregiudizi di razza, ed alle vittorie ottenute sul fanatismo. » Cosi, ad essere la più religiosa delle cinque parti del mondo, altro più non manca all’ Europa moderna se non i templi de’ Mormoni, i templi di Budda, le pagode di Confucio, i santuari di tutti gli dèi dell’Africa e dell’Oceania. Se non è questo un chiamare al trono il padre della menzogna, e vagheggiare i bei dì dell’antico suo regno, qual più lo sarà? Da ultimo, da chi vuolsi dire ispirata la politica d’un mondo che si dice cristiano, e che spinge con babilonico furore a tutti i materiali piaceri, come se l’uomo si rigenerasse ingrassandolo; che sotto il nome di diritto nuovo, inaugura il diritto della forza: diritto antico, abolito col regno di satana; che sotto le parolone di “progresso” e di “libertà” cela la secolarizzazione delle società e la loro emancipazione sempre maggiore dall’autorità del Cristianesimo; che fa, incoraggia, o lascia fare la guerra al Papa; che lo insulta, lo calunnia, chiede ad alte grida che questo padre universale de’ credenti venga spogliato dell’ ultimo lembo di terra indipendente, in cui possa posare là sua testa ? Forse dallo Spirito Santo fondatore della Chiesa? Addormentatori e addormentati, voi negate l’esistenza del demonio e la sua azione sull’uomo; diteci dunque quale Spirito governi il mondo presente, considerato in generale?

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[Mons. Gaume certo immaginava che questo fosse solo l’inizio, ma probabilmente non avrebbe mai pensato che il “principe” avrebbe addirittura preso dimora nel Tempio Sacro, come da terzo segreto di Fatima:

“effettivamente satana riuscirà ad introdursi fino alla sommità della Chiesa” !

Cosa dovremo aspettarci ancora?

 

Pentecoste ebraica e Pentecoste cristiana

Ascensione

Pentecoste ebraica e Pentecoste cristiana

[Dom. P. Gueranger: – L’anno liturgico-vol. II: Tempo pasquale, pag. 261.]

La Pentecoste ebraica.

Già durante il regno delle figure il Signore marcò la gloria futura del cinquantesimo giorno. Israele aveva compiuto, sotto gli auspici dell’Agnello Pasquale, il suo passaggio attraverso le acque del mar Rosso. Sette settimane erano trascorse nel deserto che doveva condurre nella terra promessa, ed il giorno che le seguì, fu quello in cui si suggellò l’alleanza tra Dio e il suo popolo. La Pentecoste (il cinquantesimo giorno) fu segnata dalla promulgazione dei Dieci Comandamenti della Legge divina, e questo grande ricordo restò in Israele, insieme alla commemorazione annuale di tale avvenimento. Ma, come la Pasqua, la Pentecoste era profetica: vi doveva essere una seconda Pentecoste, per tutti i popoli, come vi fu una seconda Pasqua per il riscatto del genere umano. Al Figlio di Dio, vincitore della morte, la Pasqua con tutti i suoi trionfi; allo Spirito Santo la Pentecoste, che Lo vede entrare come legislatore nel mondo, posto ormai sotto la sua legge.

La Pentecoste cristiana.

   Ma quale differenza tra le due Pentecoste! La prima, sulle rocce selvagge dell’Arabia, in mezzo a fulmini e tuoni, ordinando una legge impressa su tavole di pietra; la seconda, a Gerusalemme, sulla quale la maledizione non è ancora piombata, perché, fino ad allora, ella possiede le primizie del nuovo popolo sul quale dovrà esercitarsi l’impero dello Spirito d’amore. In questa seconda Pentecoste, il Cielo non si oscura, non si ode il fragore del fulmine; i cuori degli uomini non sono agghiacciati dallo spavento, come intorno al Sinai. Ma battono sotto l’impressione del pentimento e della riconoscenza. Un fuoco divino si è impadronito di essi, un fuoco che divamperà su tutta la terra. Gesù aveva detto: « Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e che desidero se non che divampi? » (Lc. XII, 49). L’ora è venuta, e Colui che, in Dio, è l’Amore, la fiamma eterna ed increata, discende dal Cielo per adempiere gli intenti misericordiosi dell’Emmanuele. In questo momento, in cui il raccoglimento domina il Cenacolo, Gerusalemme è piena di pellegrini, accorsi da tutte le regioni della gentilità, e qualche cosa di segreto si muove in fondo al cuore degli uomini. Sono Ebrei venuti per la festa di Pasqua e della Pentecoste, da tutti i luoghi dove Israele è andato a costruire le sue Sinagoghe. L’Asia, l’Africa, Roma stessa, hanno fornito il loro contingente. Confusi con Ebrei di razza pura, si scorgono anche dei pagani che un movimento di pietà ha portato ad abbracciare le legge di Mosè e le sue pratiche: li chiamano i Proseliti. Questa popolazione mobile, che dovrà disperdersi fra pochi giorni, e che si è riunita a Gerusalemme per il solo desiderio di compiere la legge, rappresenta, per la diversità delle lingue, la confusione di Babele; ma coloro che la compongono sono meno influenzati dall’orgoglio e dai pregiudizi di quanto lo siano gli abitanti della Giudea. Arrivati solamente ieri, essi non hanno conosciuto e ripudiato il Messia, come questi ultimi, né bestemmiato le sue opere che rendevano testimonianza di Lui. Se hanno gridato davanti a Pilato, insieme agli altri Ebrei, per domandare che il Giusto fosse crocifisso, è stato perché essi furono trascinati dall’ascendente dei sacerdoti e dei magistrati di quella Gerusalemme, verso la quale la loro pietà e la loro docilità alla legge li aveva condotti.

L’Altare cattolico e l’altare “privilegiato”

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Gli altari e l’altare privilegiato

(da: “I santi misteri” vol. 10 delle opere di Mons.De Ségur)

Cosa rappresenta l’altare sul quale si celebra la Messa?

   L’altare deve essere di pietra. Se fosse di legno o di bronzo, o anche di argento ed oro, occorrerebbe comunque che lo spazio sul quale si offre il Sacrificio, sia di pietra; questa pietra si chiama appunto “pietra d’altare”. L’altare (o “pietra d’altare”, che è la stessa cosa, almeno in pratica) è consacrata dal Vescovo, che lo marchia con cinque croci, in onore delle cinque piaghe che Gesù-Cristo conserva in eterno nel suo Corpo glorificato; questa consacrazione si fa con il santo Crisma, che è il più sacro degli oli santi, e dopo le unzioni il Vescovo brucia un grano di incenso purissimo in ciascuna delle croci che sono incise nella pietra.

Così consacrato l’altare, in effetti, significa: Nostro Signore GESU’ CRISTO, al di fuori del Quale, il Padre Celeste non gradisce alcun omaggio religioso, alcuna adorazione, nessun sacrificio. GESU’ CRISTO è quindi il centro ed il fondamento vivente dell’unica vera Religione, la quale è iniziata con gli Angeli e con Adamo, fin dall’origine del mondo, e non finirà neppure con la fine del mondo, perché Essa durerà nel cielo, per tutta l’eternità. GESU’ è la pietra consacrata, la pietra angolare che supporta tutto l’edificio della Religione degli Angeli e degli uomini, ed è per questo che è assolutamente vietato celebrare la Messa fuori dall’altare consacrato, o almeno una pietra d’altare consacrata.

L’altare significa allora GESU’ CRISTO, fondamento divino della Religione e del Sacrificio. Ognuno può comprendere allora quale sia la santità dei nostri Altari, e perché è proibito non solo di farlo servire per alcun uso profano, ma anche di non posarvi sopra nulla di estraneo al Culto divino. Ci sono dei preti che non si curano di posare sull’altare i loro occhiali, il loro berretto, la loro tabacchiera. Io ho visto sacrestani posarvi tranquillamente sopra la loro penna, la spazzola, etc. Il santo abate Olièr, uno degli uomini che hanno usato il massimo rispetto per il Santo Sacrificio ed il Santo Sacramento, era al riguardo di una severità straordinaria: una volta un giovane chierico del seminario di San Sulpizio, di cui Olièr era il Superiore, era stato scelto da lui per servir Messa per la sua grande pietà. Un giorno il pio giovane posò sbadatamente la sua piccola calotta sul cono dell’altare. M. Olièr lo riprese severamente, come per una mancanza di rispetto verso l’adorabile Eucaristia, e lo privò per otto giorni dell’onore di servire Messa. Non si è mai troppo delicati in ciò che concerne le testimonianze della fede e dell’adorazione nei riguardi dei santi Misteri e di tutto ciò che ha rapporto con il Santissimo Sacramento.

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Gli “altari privilegiati”

Il Papa accorda talvolta la grazia dell’Indulgenza plenaria per le anime del Purgatorio, ai Sacerdoti che celebrano la Messa su certi altari. Questo privilegio sì prezioso ha fatto attribuire a questi altari il nome di “altari privilegiati”. Talvolta un altare è privilegiato una sola volta a settimana, altre volte il privilegio dell’Indulgenza si estende a due, tre, quattro giorni della settimana; più raramente è quotidiano. Questo dipende unicamente dalla concessione pontificale. L’indulgenza degli altari privilegiati è riservata esclusivamente alle anime del Purgatorio. A meno che il contrario non sia specificato nella concessione, queste indulgenze possono essere lucrate solo celebrando la Messa su un altare “fisso”. Per “altare fisso” si intende un altare immobile, che non possa essere cioè trasportato da un luogo ad un altro. Poco importa che sia consacrato interamente, o che ne sia consacrata solo la pietra, l’importante è che sia sigillato sia al muro, sia al suolo.

Peccato contro lo Spirito Santo

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« Ogni peccato ed ogni bestemmia sarà perdonata agli uomini, dice Gesù Cristo in S. Matteo, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà rimessa. Chiunque sparlerà del Figliuolo dell’uomo otterrà perdono; ma chi avrà sparlato dello Spirito Santo non ne avrà remissione, né in questo secolo, né nel futuro » — “Omne peccatum, et blasphemia non remittetur hominibus: Spiritus autem blasphemia non remittetur. Et quicumque dixerit verbum contra Filium hominis, remittetur ei; qui autem dixerit contra Spiritum Sanctum, non remittetur ei neque in hoc saeculo neque in futuro” ( MATTH . XII, 31 – 32 ). Qual è questo peccato che non sarà rimesso né nel tempo, né nell’eternità?

1° Parecchi dottori intendono l’eresia d’Eunomio, la quale negava che lo Spirito Santo fosse Dio. – 2° S. Ilario stima che il peccato contro lo Spirito Santo consista nella negazione della divinità di Gesù Cristo (De Peccat.), – 3 ° S. Ambrogio lo classifica tra lo scisma e la simonia; perché Simone volle comprare col denaro il potere di fare miracoli concesso dallo Spirito Santo agli Apostoli (De Poenìt. lib. II ). – 4 ° Papa Gelasio considera come colpevoli di questo peccato coloro che, colpiti d’anatema, ossia scomunicati, restano e vogliono restare peccatori, e che per conseguenza non sono assolti né quaggiù né nell’altra vita (Stor. eccles.).  – 5° S. Cipriano vede questo peccato nella negazione della fede in tempo di persecuzione ( Lib . Ili , Ep. XIV ) . – 6 ° Riccardo da S. Vittore lo colloca tra l’odio ed il disprezzo formale di Dio (De Blasphem. in Spiritu S.). – 7° Finalmente S. Tommaso scrive che ogni peccato di malizia è contro lo Spirito Santo: Omne peccatum ex malitia, est contra Spiritum Sanctum (De Peccat.).

I teologi contano sei delitti contro lo Spirito Santo:

1° presumere di salvarsi senza merito . . . ; 2° abbandonarsi alla disperazione…; 3° combattere la verità conosciuta…; 4° rompere per gelosia la carità fraterna . . . ; 5° ostinarsi nella via del male…; 6 ° rimanere nell’impenitenza… Questi peccati sono infatti direttamente e maliziosamente contro la bontà di Dio, che è attribuita allo Spirito Santo.

Nel testo sopra citato, Gesù Cristo non parla di ogni peccato contro lo Spirito Santo, ma solamente della bestemmia contro questa Persona dell’adorabile Trinità; bestemmia che consiste nel calunniare le opere evidentemente divine e miracolose, pie e sante, che Dio opera per la salute degli uomini e per mezzo delle quali conferma la loro fede, e appoggia la verità della sua parola; quali sono, cacciare i demoni, e simili; queste tali opere appartenenza dello Spirito Santo. Questa è la spiegazione che ne danno i Santi Atanasio, Ambrogio, Gerolamo, Giovanni Crisostomo.

Il peccato contro lo Spirito Santo non sarà rimesso: — “non remittetur”;— cioè difficilmente e raramente sarà perdonato. Ma Dio che è la volontà e la potenza per natura, può rimettere e infatti rimette ogni sorta di peccato a chi sinceramente se ne pente… Questo peccato non sarà perdonato nel secolo futuro: “Neque in futuro”; perché chiunque muore in istato di colpa grave va all’inferno e non ha più speranza di uscirne…

[E. Barbier: I Tesori di Cornelio A Lapide. Vol. III – Torino 1930]

Re delle nazioni.

 Re delle nazioni.

[Dom P. Gueranger]

Cristo Re

   Aspettando la conclusione finale dei destini dell’umano genere, Gesù oggi riceve anche dal Padre l’investitura visibile del potere legale su tutte le nazioni della terra. Avendoci riscattati col prezzo del suo sangue, noi Gli apparteniamo; che Egli, dunque, d’ora in avanti sia il nostro Signore. E lo è infatti, ed il suo titolo è quello di Re dei re e Signore dei signori (Apoc. XIX, 16). I sovrani della terra non regnano legittimamente che per Lui e non per la forza, o in virtù di un preteso fatto sociale, la cui sanzione non sarebbe che di quaggiù. I popoli non appartengono a loro stessi: sono suoi. La sua legge non si discute; deve librarsi al disopra di tutte le leggi umane, quale loro regola e loro padrona: « A che prò cospirano le genti e le nazioni brontolano vanamente? Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro Dio e contro il suo Messia: “spezziamo i loro legami e scotiamo da noi le loro catene” » (Ps. II, 1-3). Inutili sforzi! poiché, come ci dice l’Apostolo, «è necessario che egli regni finché non abbia posto sotto i suoi piedi tutti i suoi nemici » (I Cor. XV, 25), finché non apparisca una seconda volta per abbattere la potenza di Satana e l’orgoglio degli uomini.

Così dunque il Figlio dell’uomo, incoronato nella sua Ascensione, dovrà regnare sul mondo finché egli ritorni. Ma, direte voi, regna dunque in un tempo in cui i principi confessano che l’autorità é venuta loro da un mandato dei popoli; in cui i popoli stessi, sedotti da quel prestigio che chiamano libertà, hanno perduto financo il senso dell’autorità? Sì, Egli regna, ma nella giustizia, visto che gli uomini hanno tenuto in disprezzo l’essere guidati per mezzo della bontà. Essi hanno scancellato la sua legge dai loro codici, hanno accordato il diritto di cittadinanza all’errore ed alla bestemmia; allora egli li ha abbandonati al loro senso assurdo e menzognero. Presso di essi, quel potere effimero che la santa unzione non rende più sacro, sfugge ad ogni momento da quelle mani che si sforzano di trattenerlo; e quando i popoli, dopo essere precipitati negli abissi dell’anarchia, cercano di ricostruirlo, sarà per vederlo crollare di nuovo, perché principi e popolo vogliono tenersi fuori del dominio del Figlio dell’uomo. E sarà sempre così, finché principi e popoli, stanchi della loro impotenza, Lo richiameranno per regnare su di essi; finché non abbiano ripreso quella divisa dei loro padri:

  Cristo vince! Cristo regna! Cristo comanda!

Si degni Cristo di preservare il suo popolo da ogni disgrazia»!

In questo giorno della tua incoronazione, ricevi dunque gli omaggi dei fedeli, o nostro Re, nostro Signore, e nostro Giudice! Noi che, per i peccati, fummo causa delle umiliazioni e delle sofferenze avute durante il corso della tua vita mortale, ci uniamo alle acclamazioni che gli spiriti celesti Ti tributarono nel momento in cui il diadema reale fu posto sul tuo Capo divino. Noi non possiamo che intravedere i tuoi splendori; ma lo Spirito Santo che ci hai promesso finirà di rivelarci tutto ciò che possiamo sapere quaggiù sul tuo sovrano potere, di cui vogliamo essere, per sempre, sudditi umili e fedeli.

Il trattato del Purgatorio

Oggi, nella falsa chiesa dell’uomo, apostatico-conciliare, viene negata, dagli adepti del “principe di questo mondo” e dai marrani della quinta colonna della “sinagoga di satana” infiltrata nel Santuario Santo, l’esistenza del Purgatorio, e finanche quella dell’inferno, prospettando una misericordia fasulla, senza pentimento, contrizione e proposito, dal carattere francamente luciferino, per precipitare le anime, così miseramente ingannate, nel fuoco eterno. La “Verità rivelata” ed il “Magistero” della Chiesa Cattolica, hanno fornito delle risposte esaustive e definitive al riguardo, eterne ed immodificabili. Ecco, come una grande Santa, S. Caterina da Genova, canonizzata dal Santo Padre Clemente XII, ha descritto, come meglio ha potuto, con parole umane, lo stato delle anime del Purgatorio, essendo così di sprono: 1) – nel cercare di evitarlo con i mezzi che la Provvidenza divina ci ha messo a disposizione; 2) – nel portare un aiuto alle anime purganti onde progrediscano verso l’eterno Bene, il Paradiso, e godere così della vista beatifica di Dio.

Caterina genova

TRATTATO DEL PURGATORIO

Di Santa Caterina da Genova

Come (la santa), per relazione col fuoco divino che percepiva nel suo cuore e che la rendeva casta interior­mente, vedeva con gli occhi dell’anima e comprendeva la condizione dei fedeli nel purgatorio – erano lì per purificarsi prima di essere presentati al cospetto di Dio, in paradiso.

1. – Quest’anima santa, ancora vestita del suo corpo, era stata posta nel Purgatorio dell’amore divino, che, pieno di fuoco, la bruciava completamente e purificava in lei ogni cosa, perché – lasciata questa vita – potesse essere subito presentata al cospetto del suo dolce Dio. E, grazie a questo amorevole fuoco, comprendeva nel suo intimo la condizione dei fedeli nel purgatorio: erano lì per purgare ogni ruggine e macchia di peccato non ancora mondate nel corso della loro esistenza terrena. Nell’amorevole Purgatorio del fuoco divino la Santa, unita al divino amore, gioiva di tutto ciò che operava in lei e, comprendendo la condizione delle anime, usava queste parole:

2.- «Le anime del Purgatorio non possono avere al­tra scelta che essere lì. Ciò avviene per disposizione di Dio, che ha operato con giustizia”. I purganti non sono nella condizione di voltarsi indietro e dire: «Ho commesso certi peccati, per cui merito di stare qui». E neppure dire: «Non vor­rei averli commessi, così ora andrei in paradiso». Né ancora: «Lui uscirà di qui prima di me o io ne uscirò prima di lui». Non sono in grado di tenere alcuna memoria propria, né in bene né in male, né su altri: sono così felici di appartenere al piano di Dio, che non han­no pensieri per se stessi. Vedono solo tanta bontà e l’opera di Dio, che, pieno di misericordia, conduce l’uomo a sé; (le anime) non percepiscono la pena e il bene che ciascuno vive dentro se stesso – del resto, se riuscissero a percepirli, non potrebbero più prender parte alla carità pura. Non vedono neppure di essere nella pena per i loro peccati né sono in grado di trattenere nella mente quella vista, perché sarebbe una imperfezio­ne in atto, che non può esistere in questo luogo: lì non è più possibile peccare attualmente. La percezione del Purgatorio avviene in loro una sola volta, nell’istante, cioè, in cui abbandonano questa vita e poi mai più, perché questo costitui­rebbe una proprietà.

3.- Le anime sono nella carità e non possono devia­re da essa con una mancanza volontaria: non sono più in grado di volere né desiderare altro, se non esclusivamente il volere puro della carità pura. In­fatti, essendo immerse nel fuoco del Purgatorio, ap­partengono al disegno divino – che è carità pura – e in esso non sono nella condizione di deviare in nessuna parte. Trovano così impedimento nel com­mettere peccato attuale e, parimenti, nel compiere atti meritevoli.

4.- Non credo esista felicità paragonabile a quella di un’anima del Purgatorio, tranne quella dei Santi del Paradiso. E ogni giorno questa gioia aumenta per influsso di Dio nelle anime e tende ad aumentare, perché ogni giorno consuma ciò che impedisce tale influsso. La ruggine del peccato è l’impedimento; il fuoco consuma la ruggine e così l’anima si apre sempre di più all’influsso di Dio. Se un oggetto coperto, stando al sole, non può corrispondere al riverbero del sole – non per difet­to del sole, che continuamente splende, ma per ciò che lo copre – quando la copertura si consumerà, esso si dischiuderà al sole e corrisponderà al suo ri­verbero nella misura in cui si sarà consumato ciò che lo copriva. Lo stesso accade per la ruggine del peccato, co­pertura delle anime nel Purgatorio: essa si consuma man mano per il fuoco e, nella misura in cui si consu­ma, corrisponde al suo vero sole, Dio. Tanto cresce la gioia, quanto viene meno la ruggine e l’anima si apre all’influsso: mentre una cresce, l’altra si ridu­ce, sino a quando non sia giunto al termine (il tem­po dell’espiazione). La pena non diminuisce, dimi­nuisce il tempo in cui restare in essa. Per ciò che concerne la loro volontà (le anime) non possono mai dire che quelle siano pene; gioi­scono della disposizione divina, con la quale è uni­ta la loro volontà nella pura carità.

5.- Ma, contraria­mente alla gioia della volontà in tale modo unita, subiscono una pena così atroce, che lingua non può parlarne, né intelletto può capirne una minima scin­tilla, se Dio non glielo mostrasse per grazia speciale. Dio mi ha mostrato questa scintilla per sua gra­zia, ma non mi è possibile esprimerla a parole. Quella vista, che il Signore mi mostrò, non lasciò mai più la mia mente. Dirò di ciò che mi successe quel che riuscirò a esprimere e intenderà chi il Si­gnore vorrà che intenda.

6.- Il fondamento di tutte le pene è il peccato, ori­ginale o attuale. Dio ha creato l’anima pura e semplice, pulita da ogni macchia di peccato, dotata di istinto beatifico verso di Lui; da quest’ultimo l’allontana il peccato originale. Il peccato attuale poi, si aggiunge ad esso e allontana di più l’anima da Dio e, a mano a mano che si scosta, l’anima diventa maligna, perché non è corrisposta da Dio. Tutte le forme di bontà esistenti, vengono per divina partecipazione, che nelle creature irrazionali corrisponde come vuole e come ha disposto e non viene mai meno a esse. Verso l’anima poi, Dio cor­risponde in maggiore o minore misura a seconda del suo stato di purificazione dal peccato. Quando l’anima si avvicina alla sua prima crea­zione pura e netta trova in sé un istinto beatifico che cresce con tale impeto e furore di fuoco di ca­rità – il quale l’attira al suo fine ultimo – da dive­nirle insopportabile l’impedimento. A mano a ma­no che vede farsi vicino il suo fine ultimo, la pena diventa per lei più grande e atroce.

7.- Le anime che sono nel Purgatorio non possiedo­no peccato né esiste impedimento fra loro e Dio, ad eccezione di quella pena che le ha costrette e a cau­sa della quale l’istinto non ha potuto raggiungere la sua perfezione (nel fine ultimo che è Dio). Vedendo con certezza quanto sia grave anche un solo impedimento presso Dio e che, per necessità di giustizia, viene ritardato quell’istinto, ne nasce un fuoco così terribile che è paragonabile a quello dell’inferno, anche se non c’è colpa, – colpa che si ritrova invece nei dannati dell’inferno, perché pro­dotta dalla volontà maligna. A questi Dio non cor­risponde la sua bontà; i dannati restano in quella volontà disperata e nella malignità, contro la vo­lontà di Dio.

8.- Da ciò si vede ed è chiaro che si considera colpa la volontà perversa che agisce contro la volontà di Dio: mentre persevera la mala volontà, persevera la colpa. Dal momento che quelli dell’inferno hanno la­sciato questa vita con la cattiva volontà, la loro col­pa non è rimessa, né si può rimettere, in quanto non possono più mutare di volontà: con quella mala volontà sono passati da questa vita all’altra. Il passo seguente conferma la decisione nei ri­guardi dell’anima, in bene o in male, a seconda del­la volontà deliberata in cui si trova: “Ubi te invenero”, cioè all’ora della morte, in quella volontà di peccare o di dolore per aver peccato, “ibi te iudicabo”. Al giudizio non segue poi remissione, perché dopo la morte la libertà d’arbitrio non è più mutabile: si ferma nella condizione in cui si trova al punto della morte. Le anime infernali portano con sé per sempre la colpa e la pena; quest’ultima poi, non è proporzio­nale alla pena che meritano, ma è infinita. Le ani­me purganti soffrono solamente la pena e, poiché sono senza colpa – cancellata dal dolore -, la pena ha un termine e diminuisce sempre di più in rap­porto al tempo, come si è detto. O miseria sopra ogni miseria, tanto maggiore poi se non è considerata dall’umana cecità!

9.- La pena dei dannati non è infinita in quantità, perché la dolce bontà spande il raggio della sua mi­sericordia anche all’inferno. L’uomo che muore nel peccato mortale merita pena e tempo infiniti, ma la misericordia divina rende possibile che solo il tem­po sia infinito e la pena sia invece limitata nella quantità, – anche se giustamente il Signore avrebbe potuto attribuire al peccatore una pena maggiore di quella che gli è stata attribuita. Vedi quanto è pericoloso il peccato commesso con malizia! Difficilmente l’uomo se ne pente e, non pentendosi, la colpa resta sempre e dura quan­to l’uomo resta nella volontà del peccato, com­messo o da commettere.

10.- Ma le anime del purgatorio hanno la loro vo­lontà in tutto conforme a quella di Dio; a lei Dio corrisponde con la sua bontà ed esse sono felici perché la loro volontà è purificata dal peccato ori­ginale e attuale. Quanto alla colpa, le anime riacquistano la pu­rezza della prima creazione perché hanno lasciato questa vita dolendosi di tutti i peccati commessi, con l’intenzione di non commetterne più. Per il dolore che provano Dio perdona subito la colpa e così alle anime non rimane (altro) se non la ruggine e la deformità del peccato, che si purifica poi nel fuoco attraverso la pena. Queste anime, purificate totalmente da ogni col­pa e unite a Dio per volontà, vedono Dio in manie­ra chiara e proporzionale a quanto Lui fa loro co­noscere; nel vedere quanto è importante la fruizio­ne di Dio e che l’anima è stata creata a quello sco­po, trovano una conformità tale che le unisce a Dio – conformità che tende a realizzarsi per l’istinto na­turale che spinge l’anima verso Dio – che non si possono dire ragionamenti, figure né esempi suffi­cienti a chiarire questa condizione, come la mente cioè l’avverta nei suoi effetti e la comprenda per sentimento interiore.

11.- Un esempio: poniamo che in tutto il mondo non ci sia che un unico pane in grado di togliere la fame e che tutte le creature si sazino anche solamente col vederlo. Ora, la creatura – cioè l’uomo – ha l’istin­to di mangiare quando è sano e, se non mangia, se non si ammala, se non muore, quella fame crescerà sempre di più, perché non viene meno quell’istinto. Lui è contento, perché conosce il pane che lo può saziare, tuttavia, per il fatto stesso di non averlo a disposizione, non può togliersi la fame. Questo è l’inferno che vive chi ha una grande fa­me: più l’uomo si avvicina al pane senza poterlo ve­dere, più si accende il suo desiderio naturale, che istintivamente è tutto rivolto verso quel pane, in cui consiste la felicità. La certezza di non vedere mai quel pane è per lui l’inizio dell’inferno vero e pro­prio, quello che vivono i dannati, privati della spe­ranza di contemplare l’autentico pane, Dio salva­tore. Le anime del purgatorio invece hanno fame, sì, perché non vedono il pane di cui potersi nutrire, ma conservano la speranza del momento in cui potran­no vederlo e saziarsene completamente; la loro pe­na consiste nel non poter soddisfare subito la fame.

12.- È chiaro che lo spirito purificato non trova altro luogo che Dio per riposare – a tal fine infatti è sta­to creato – e il peccato nell’anima non ha altro luo­go che l’inferno secondo l’ordinamento divino. Nel momento in cui lo spirito si separa dal corpo, l’anima – se si diparte in peccato mortale – rag­giunge il luogo prestabilito, guidata dalla natura del peccato. Se l’anima non ritrovasse là l’ordinamento divi­no, che procede dalla sua giustizia, vivrebbe in un inferno peggiore di quello in cui si trova, perché fuori da tale disposizione. Quest’ultima infatti è partecipe della misericordia divina, che permette ai dannati di non scontare la pena che meritano; essi, d’altro canto, si gettano subito nell’inferno – come se quel luogo fosse di loro proprietà – perché non trovano per sé nulla di più adatto e di meno dolo­roso.

13.- Lo stesso vale a proposito del purgatorio: l’ani­ma, separata dal corpo, non possiede più la purez­za originaria e, accorgendosi della sua macchia – che non si può eliminare se non per mezzo del pur­gatorio – si getta in quel luogo presto e volentieri.

Se il progetto divino non prevedesse di purgare la ruggine del peccato, in quell’istante si generereb­be un inferno peggiore del purgatorio, perché l’ani­ma si vede separata da Dio, che diventa così im­portante da far passare in secondo piano le pene del purgatorio (sebbene, come si è detto, questo luogo sia simile all’inferno).

14.- Per ciò che dipende da Dio, vedo che il paradiso non ha porta alcuna: chi vuole entrare lo può fare, perché Dio è tutto misericordia e sta con le braccia aperte verso di noi, per riceverci nella sua gloria. La divina essenza è pura e monda – molto più di quanto l’uomo possa immaginare – e l’anima che ha in sé la minima imperfezione – un fuscello, per dire – preferirebbe gettarsi in uno o mille inferni, piuttosto che ritrovarsi alla Presenza divina con una minima macchia. Ma compito del purgatorio è quello di togliere la macchia! L’anima sceglie que­sto luogo per trovare in esso la misericordia che le occorre per potersi mondare dalle sue colpe.

15.- La lingua non può esprimere e il cuore non può capire quanto sia importante il purgatorio: la pena è infernale, ma l’anima peccatrice la riceve come dono di misericordia, perché le pene non hanno pe­so di fronte alla gravità di quella macchia che im­pedisce l’amore. Vedo che la pena di quelli che sono nel purga­torio è soprattutto quella di essere causa del dispia­cere di Dio e il fatto che esso sia il frutto di un atto volontario compiuto contro la bontà divina, rispet­to a qualsiasi altro dolore. Dico ciò perché i pur­ganti, dal momento in cui godono della Grazia, si accorgono finalmente dell’importanza dell’impedi­mento che li distacca da Dio.

16.- Sono certa delle mie parole per ciò che ho po­tuto comprendere in questa vita. Ogni vista, ogni parola, ogni sentimento, ogni immaginazione, ogni giustizia, ogni verità mi sembrano bugie. Di queste parole resto più confusa che soddisfatta, perché non trovo vocaboli più estremi con cui potermi esprimere e perciò taccio.

Le mie parole sono niente se paragonate a quel­lo che la mia mente avverte; tra Dio e l’anima c’è una conformità tale che, nel momento in cui il Si­gnore la vede nella sua purezza originale, con il fuo­co del suo amore – sufficiente ad annichilire l’ani­ma immortale – le dona quella tensione, che è sguardo unitivo, attraverso cui la lega e la tira a se. L’anima si assorbe in Dio al punto di negare l’e­sistenza di altro all’infuori di Dio. Il Signore l’attira e la infuoca continuamente, fi­no a condurla a quell’essere da cui è uscita, quella assoluta purezza nella quale fu creata.

17.- Quando l’anima vede interiormente che è attira­ta dal divino fuoco dell’Amore, sente che il calore la scioglie e ridonda nella mente il suo dolce Signo­re. Lei sa che Dio non mancherà mai di attirarla e di condurla alla perfezione, con attenzione costante e secondo i suoi piani. La pena delle anime nel purgatorio consiste pro­prio nel vedere ciò che Dio mostra loro nella sua lu­ce e di esserne attratte, senza però poter seguire quella seduzione, quello slancio unitivo che il Si­gnore ha dato loro per legarle a sé. La percezione di quanto sia gravoso quell’impedimento e l’istinto che l’anima ha di poter essere attratta da quello sguardo senza impedimenti, costituiscono la soffe­renza dei purganti. Essi non tengono conto della pena vera e pro­pria – per quanto, di per sé, sia grandissima – ma danno importanza al fatto che si oppongono alla vo­lontà di Dio, che, acceso da tanto estremo amore puro verso loro, le attira fortemente a sé con il suo sguardo unitivo, come se ciò fosse l’attività prin­cipale. Se l’anima trovasse un altro purgatorio oltre quello in cui si trova, pur di potersi liberare dall’im­pedimento al più presto, gli si butterebbe dentro, tanto impetuoso è l’amore, simile a quello di Dio.

18.- Vedo ancora che dall’amore divino si dipartono verso l’anima raggi e lampi così colmi di fuoco, pe­netranti e forti, che, se fosse possibile, annullereb­bero addirittura l’anima, non solo il corpo. I raggi compiono nell’anima due operazioni: la sua purificazione e il suo annullamento. Come succede all’oro: quanto più lo si fonde, tanto diventa puro, e, se si continuasse a fonderlo, ogni imperfezione verrebbe annullata; tale è l’effet­to del fuoco nella materia. L’anima non può annullarsi in Dio, ma in se stes­sa; a mano a mano che si purifica, si annulla in se stessa e resta in Dio l’anima pura. L’oro, puro a ventiquattro carati, per quanto fuoco gli si possa dare, non consuma più, salvo le sue imperfezioni. Ciò accade con il fuoco divino nell’anima: mentre Dio la tiene nel fuoco, lei con­suma ogni sua mancanza e va verso la perfezione dei ventiquattro carati. Monda, resta completamente in Dio senza al­cunché di proprio, perché la purificazione dell’ani­ma consiste nella privazione di noi in noi: il no­stro essere è Dio. L’anima, purificata a ventiquattro carati, rimane impassibile, perché non ha più nul­la da consumare. Se anche fosse tenuta nel fuoco, non le sarebbe penoso: è fuoco dell’amore divino che è per lei vita eterna. Possono vivere senza al­cuna contrarietà, come le anime beate, persino in questa vita, se fosse possibile per loro restare in­sieme al corpo. Ma non credo che Dio le tenga sulla terra, eccetto che per qualche grande volontà divina.

19.- L’anima è stata creata capace di poter raggiun­gere la sua perfezione originaria, vivendo secondo quanto era stato disposto per lei senza lasciarsi con­taminare dal peccato. Con il peccato originale e con quello attuale, essa perde i suoi doni e le grazie e, morta, non può risuscitare se non per mezzo di Dio. Risuscitata per mezzo del Battesimo, resta in lei però la cattiva inclinazione che la conduce (se non oppone resistenza) al peccato attuale, facendola ri­tornare alla morte.

Dio torna per risuscitarla nuovamente per mez­zo di un’altra grazia speciale, ma l’anima è talmen­te imbrattata e rivolta verso se stessa che, per ritor­nare allo stato in cui Dio l’ha creata, necessita di tutte quelle operazioni divine, senza le quali l’ani­ma non potrebbe ritornare alla sua condizione ori­ginaria di purezza. Nel momento in cui l’anima sta per ritornare al suo primo stato, proprio perché deve trasformarsi in Dio, arde così intensamente, che quello è il suo purgatorio (non guarda al purgatorio come purga­torio, ma il suo purgatorio è proprio l’istinto arden­te che le è impedito). Questo stato – l’ultimo dell’amore – si compie se è assente la parte umana, perché l’anima possiede imperfezioni nascoste e, se l’uomo le vedesse, vi­vrebbe disperato. Quest’ultimo stadio dell’amore consuma tutte le piccole mancanze e, una volta consumate, gliele mostra in modo che l’anima veda l’opera di Dio, che produce quel fuoco d’amore e consuma le imperfezioni che sono da consumare.

20.- Ciò che l’uomo giudica perfetto è difettoso pres­so Dio; non appena l’uomo compie l’atto di vedere, sentire, intendere, volere o avere memoria, si mac­chia e le operazioni che compie, apparentemente perfette, restano contaminate; se l’opera deve esse­re perfetta, si deve compiere in noi senza noi e l’o­pera di Dio deve essere in Dio senza che l’uomo agisca per primo. Questo è ciò che compie Dio nell’ultima spre­sione dell’amore puro solamente per mezzo suo. L’opera è così penetrante e ardente nel fondo del­l’anima che il corpo, che la circonda, pare si agiti fortemente, come se si trovasse in un grande fuoco che non lo lascia mai quieto, sino alla morte. L’amore di Dio che riempie l’anima (secondo quanto io vedo) dona una gioia che non si può esprimere a parole, ma questa gioia non toglie nem­meno una scintilla di pena nelle anime del purga­torio. L’amore trattenuto produce una pena grande quanto è la perfezione di quell’amore di cui Dio l’ha resa capace. Ne consegue che le anime del pur­gatorio provano gioia grandissima e pena grandissi­ma senza che la prima ne impedisca l’altra.

21.- Se esse potessero purgarsi per mezzo della con­trizione, purgherebbero in un istante tutto il loro debito, tale è l’impeto di contrizione che è in loro, poiché hanno la chiara consapevolezza dell’impor­tanza di quell’impedimento! E’ fuori dubbio che Dio non risparmia nulla al pagamento di quel de­bito, perché così è stato stabilito dalla sua giustizia. L’anima, d’altro canto, non ha più possibilità di scelta propria e non può vedere se non quello che Dio vuole, né vorrebbe vedere altro, perché così è stato preordinato per 1ei.

22.- Se poi quelli che stanno nel mondo fanno l’ele­mosina per abbreviarle il periodo della pena (1’ ani­ma) non può permettersi di voltarsi a guardarla con affetto e di prenderla in considerazione: l’unico a operare è Dio, che ha il suo modo di appagarsi. Il fatto di potersi voltare per guardare all’elemosina, risulterebbe una proprietà che la distoglierebbe dalla percezione del volere divino e, di conseguen­za, farebbe diventare la sua pena infernale. Immobili di fronte a tutto ciò che Dio dà loro (di gioia o di pena) le anime del purgatorio non po­tranno mai più voltarsi verso se stesse, perché han­no trovato la loro intimità nella volontà del Signore e su di essa si sono plasmate, felici di vivere il pro­getto divino.

23.- Presentare al cospetto di Dio un’anima in debito ancora di un’ora col purgatorio, significherebbe renderla colpevole di una grande offesa e ciò le co­sterebbe una pena pari a più di dieci purgatori, per­ché la somma giustizia e la pura bontà non potreb­bero reggerne la vista e, per parte di Dio, ciò risul­terebbe sconveniente.

Se l’anima si accorgesse che Dio non è piena­mente soddisfatto anche solo per una mancanza pa­ri a una farfallina d’occhio, non potrebbe tollerarlo, anzi, sopporterebbe più volentieri mille inferni piut­tosto di non essere ancora del tutto purificata da­vanti alla presenza di Dio (se fosse possibile sce­gliere quei mille inferni).

24.- Mentre vedo nella luce di Dio ciò che sto rac­contando, mi viene voglia di gridare così forte da spaventare tutti gli uomini di questo mondo e dire loro:

   «O miseri, che vi lasciate accecare in questo mondo al punto da non stimare affatto questa ne­cessità, quando vi imbatterete in essa! Tutti vi na­scondete sotto la speranza della misericordia di Dio, che sapete essere grande; non vi rendete con­to invece che l’immensa bontà di Dio vi giudicherà per aver agito contro la sua volontà? La sua bontà ci deve guidare a compiere il suo volere e non ad avere speranza, se ci rendiamo colpevoli di un’azio­ne malvagia. La giustizia non può venir meno e de­ve compiersi in qualche modo».

Non essere troppo sicuro di poter credere: «Io mi confesserò, prenderò l’indulgenza plenaria e a quel punto sarò purgato da tutti i miei peccati!». Sappi che questo tipo di confessione e di contrizio­ne – che occorrono per ottenere l’indulgenza plena­ria – sono difficili da raggiungere. Se solo te ne ren­dessi conto, tremeresti di timore e saresti più sicuro di non poterla raggiungere che di raggiungerla.

Anime-purganti

25.- Io vedo le anime rimanere nella pena del purga­torio consapevoli di due obiettivi: il primo consiste nel patire volentieri le pene, sapendo che Dio ha usato grande misericordia in proporzione a ciò che meriterebbero e all’importanza che ha il loro Signo­re. Se la sua bontà non temperasse la giustizia con la misericordia – e la giustizia si soddisfa col san­gue di Cristo – un solo peccato meriterebbe mille inferni eterni. Le anime purganti conoscono la grande miseri­cordia divina e volentieri patiscono la pena senza lamentarsi e senza che ne venga meno un solo cara­to, perché pare loro di meritarla giustamente, se­condo il piano divino e poiché non possono eserci­tare la loro volontà. L’altro scopo è accorgersi della gioia che non man­ca mai, anzi, cresce per accostarsi a Dio. Le anime vedono queste due realizzazioni del progetto divino non in esse né per mezzo di se stes­se, ma esclusivamente in Dio, verso il quale, rispet­to alle pene che patiscono, prestano maggior atten­zione, perché per Lui nutrono una stima più gran­de: ogni attimo di cui possono godere di Dio supe­ra ogni pena e gaudio che l’uomo possa capire, ma, nonostante li superi, non toglie una scintilla di gioia o di pena.

26.- Sento nella mia mente il processo di purificazio­ne delle anime del purgatorio nella misura in cui la vedo, in maniera sempre più chiara, come vi ho det­to ormai da due anni a questa parte; ogni giorno che passa la vedo e la sento più evidente: vedo che la mia anima sta in questo corpo come in un pur­gatorio che si sovrappone a quell’altro per salvare il corpo dalla morte – nella misura in cui il corpo stes­so è in grado di sopportare – e che cresce sempre di più, finché sopravviene la morte fisica.

Vedo che lo spirito è alienato da tutti i doni spi­rituali che possono dargli nutrimento, come la leti­zia o il piacere; non può gustare alcuna cosa dello spirito, né per volontà né per intelletto, né attraver­so la memoria per cui poter esprimere felicità di questo o di quello!

27.- Il mio mondo interiore è immobile e assediato; tutto ciò che reggeva la vita spirituale e corporale gli è stato tolto a poco a poco; nel momento in cui sono venute meno le sue impalcature, si rende conto che per lui sono state cose di cui nutrirsi e confor­tarsi, ma, una volta riconosciute come tali, sono così aborrite che scompaiono senza lasciare traccia, poi­ché lo spirito ha in sé l’istinto di eliminare ogni co­sa che possa impedire il raggiungimento della sua perfezione, a costo di permettere che l’uomo venga gettato nell’inferno, pur di pervenire al suo intento. Per questa ragione lo spirito elimina tutto ciò di cui l’interiorità dell’uomo si può nutrire e lo assedia in maniera così sottile da non lasciar passare il ben­ché minimo fuscello d’imperfezione, che non sia da lui veduto e aborrito. Per questo l’anima era assediata interiormente: non poteva sopportare che quelle persone che era­no entrate in relazione con lei e che parevano sulla via della perfezione, trovassero sostentamento in al­cuna cosa. Quando le vedeva nutrirsi di ciò che lei aborriva, lasciava quel luogo per non vederle, so­prattutto se si trattava di alcune persone in particolare.

28.- Anche la parte esteriore restava ancora assedia­ta, perché lo spirito non le corrispondeva: non tro­vava cosa sulla terra da cui poter trarre sostegno, secondo l’istinto umano, né le rimaneva altro con­forto se non Dio, che agisce per amore e con gran­de misericordia per soddisfare la propria giustizia, la cui vista le dava una grande gioia e una immensa pace. Non esce però di prigione né cerca di uscirne fintanto che Dio non abbia compiuto ciò che le oc­corre; la sua felicità è la soddisfazione di Dio e, per lei, non si potrebbe trovare pena alcuna, per enor­me che sia, quanto non corrispondere più all’ordi­namento di Dio, perché l’anima riconosce che il progetto è giusto e misericordioso. Diceva: «Vedo e tocco tutte queste cose, ma non so trovare vocaboli adatti ad esprimere ciò che vor­rei dire. Quello che ho detto, lo sento operare den­tro di me, spiritualmente».

29.- La prigione nella quale mi sembra di essere è il mondo, i legami, il corpo; la mia anima, che vive nella grazia, lo sa bene e sa bene anche che cosa im­plica essere privati della possibilità – o ritardarla – di pervenire al suo fine. L’anima è delicata ed è re­sa degna dalla Grazia divina di essere con Dio una cosa sola, perché partecipe della sua bontà. Come è impossibile che a Dio possa accadere al­cuna pena, così vale per le anime che sono a Lui vi­cine: quanto più gli si fanno prossime, tanto mag­giormente ricevono del suo Essere. Il ritardo che l’anima ha (nell’unirsi al suo Signore) è causa di grande pena per lei e fa in modo di allontanarla dal­le proprietà che ha in sé per natura e che, per gra­zia, le sono mostrate. Non potendole trattenere, ma essendone capa­ce, la pena è in proporzione alla stima che lei ha di Dio. La stima poi è tanto maggiore quanto l’anima più conosce e tanto più conosce, quanto è più sen­za peccato. L’impedimento è più terribile quando l’anima, completamente raccolta in Dio e senza al­cun altro impedimento esterno, giunge alla perfetta conoscenza senza errore.

30.- L’uomo che preferisce farsi ammazzare piutto­sto di offendere Dio, sente che la morte gli procura pena, ma la luce di Dio lo induce a dare più impor­tanza al suo Signore che alla morte corporale. L’a­nima conosce il progetto di Dio e stima ancor più quel progetto di tutti i tormenti, per terribili che possano essere, tanto quelli interiori, quanto quelli esteriori, perché Dio – per il quale quest’opera si compie – eccede in tutto ciò che si possa immagi­nare e sentire. L’anima, come già si è detto, non vede né parla né conosce danno o pena in sé propria, ma il tutto conosce in un solo istante, pur non vedendolo in se stessa, perché lo spazio che Dio occupa in lei (per poco che sia) la impregna al punto da allontanare ogni cosa e da non lasciarle considerare null’altro. Dio fa perdere tutto ciò che è dell’uomo e che il purgatorio purifica.

“LA CHIESA” di mons. De Ségur

Per chi non avesse attualmente ben chiaro che cosa sia la Chiesa di Cristo, unica fondata dal divino Maestro, unica via per giungere alla salvezza eterna dell’anima, magari confondendola con la falsa “chiesa ecumenica dell’uomo”, sbandierata dai media in funzione del mondialismo ormai prossimo venturo (salvo diverse disposizioni dell’ultima ora dell’Altissimo!), o con le altrettanto false “parrocchiette” scismatiche pseudo-tradizionaliste di auto-referenziati “santi” ed obnubilati teologi, anch’esse funzionali all’inganno di “coloro che hanno per padre il diavolo”, riportiamo questo scritto illuminante di un grande autore del XIX secolo, mons. De Ségur, con tanto di imprimatur ed approvazione ecclesiastica, per cui possiamo star tranquilli circa inganni o deviazioni dottrinali, fatte passare disinvoltamente come cattoliche ed alle quali ci hanno assuefatto i modernisti eretici della “nouvelle thèologie” con i loro apostati fiancheggiatori, oramai insediati saldamente nei sacri palazzi, con talari nere, rosse, porpora o bianche … ma dai “sepolcri imbiancati” ci aveva già messo in guardia il divino Redentore.

 

Mons. L.-G. De Segur

“La Chiesa”

[ Roma tipogr. Tiberina, 1883]

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I.

La Chiesa e la Religione.

   La Religione è il vincolo spirituale che unisce Iddio all’uomo; la Chiesa è la forma esteriore che Iddio medesimo ha dato a quel vincolo. La Religione è la conoscenza, il servizio e l’amore del vero Dio; la Chiesa è la società degli uomini fedeli che conoscono e praticano la Religione.

Quel che è il corpo in rapporto all’anima, tale è la Chiesa in riguardo alla Religione. Il corpo e l’anima, creati da Dio e uniti insieme compongono l’uomo vivente; tutto l’intiero uomo. Così è del Cristianesimo che Gesù Cristo ha formato di due elementi, l’uno spirituale ed invisibile che comprende la verità religiosa, la santità, la vita dell’anima e l’altra esteriore, visibile e terrestre che comprende la gerarchia de’pastori, l’insegnamento cattolico, i sacramenti, il culto divino; e l’uno e l’altro sono d’istituzione divina e l’unione di ambedue costituisce il Cristianesimo.

La Chiesa è divina come la Religione, la Religione è quello che insegna la Chiesa, ciò che conserva e difende nel nome di Dio medesimo; ed anche distinguendo la Chiesa dalla Religione è impossibile separare l’una dall’altra, come è impossibile separare l’anima dal corpo volendo conservare la vita. « Che l’uomo non separi quel che Iddio ha unito », tale è la gran legge della vita religiosa dell’umanità. I protestanti hanno fatta tale scissione; altro non è loro rimasto che una chimera di religione. Rigettando la Chiesa, hanno perduto il Cristianesimo e la fede. Il Cristianesimo e la Chiesa non formano che una sola cosa.

II

Se la Chiesa è puramente spirituale.

Np, la Chiesa non è puramente spirituale ed eccone il perché: Essendo la Chiesa la società de’cristiani che conoscono e praticano sulla terra la vera Religione, ella è della medesima natura dei cristiani, cioè spirituale e corporale insieme. Noi non siamo puri spiriti; la Religione nostra non può essere puramente spirituale. Lo è spirituale e tutta celeste e divina perché vien da DIO e perché unisce a Dio la nostre anime; ma necessariamente ella ha una parte tutta terrestre e visibile che associa il nostro corpo al culto che noi rendiamo a DIO e ci applica così interamente ai servizio del nostro Padre che è nei cieli.

Così l’insegnamento religioso della Chiesa, così com’è tutto divino è affidato da GESÙ CRISTO al Papa, ai Vescovi che sono uomini; il sacerdozio della Chiesa ch’è il sacerdozio divino del Cristo si esercita in mezzo di noi mediante i sacerdoti che sono uomini; la grazia di DIO che è puramente spirituale, ci vien comunicata per mezzo dei Sacramenti che sono segni esteriori e sensibili stabiliti a tale effetto dal medesimo Signor Nostro; il culto finalmente che la Chiesa rende a DIO ed il cui oggetto è egualmente spirituale è accompagnato da cerimonie, da riti esteriori che ne sono come il corpo.

Quei tali che pretendono che la Chiesa sia puramente spirituale, non intendono punto di Cristianesimo, o per dir meglio, intendono perfettamente che sbrigandosi della parte visibile della Religione, che altro non è che la Chiesa, si spacciono ad un tempo di quel decalogo insopportabile che violano da mane a sera e da quelle disgradevoli verità cristiane che non parlano che di santità, e di giustizia “che ardiscono minacciare i perversi del fuoco eterno dell’inferno”. Una Chiesa al tutto spirituale, sarebbe assai più comoda; nessuno la vedrebbe, non se ne sentirebbe parlare da alcuno; la non sarebbe incomoda a verun galantuomo. Ecco la Chiesa che conviene alle coscienze de’ liberi pensatori.

III.

Come non può esservi che una sola Chiesa di GESÙ CRISTO.

Egli non vi ha che un DIO; non vi ha che un CRISTO, che una sola fede che un solo battesimo; dunque non può esservi che una Chiesa, vale a dire una sola società che possiede la vera fede, che adori il solo vero DIO, il solo vero CRISTO.

La Chiesa è l’inviata da GESÙ CRISTO sopra la terra; CRISTO non ha due inviati, come non ha due religioni, due dottrine, due battesimi. La Chiesa è una come uno è GESÙ CRISTO. Ella è la sua sola sposa legittima e diletta, che gli da dei figliuoli e gli genera dei cristiani. Quindi gli Apostoli, scrissero, nel simbolo della fede. « Io credo ALLA santa Chiesa » e non ALLE sante Chiese; e il primo Concilio generale, ha formulato questa stessa verità anche più chiaramente dicendo nel simbolo di Nicea — Io credo alla Chiesa che è UNA. »

Se per impossibile si supponessero due vere Chiese, una delle due: o queste Chiese insegnerebbero e praticherebbero la stessa religione ed allora si confonderebbero in una sola; ovvero si contraddirebbero, ed una di esse necessariamente sarebbe falsa e perciò stesso cesserebbe di appartenere a GESÙ CRISTO che è verità infinita. Dunque non può esservi che una sola Chiesa di GESÙ CRISTO.

IV.

Che la sola Chiesa cattolica è l a CHIESA di GESÙ CRISTO.

   Egli è quasi inutile il dimostrarlo. La sola Chiesa cattolica risale per una successione non interrotta di Pontefici e di Vescovi sino a S. Pietro primo Sommo Pontefice e sino agli Apostoli primi Vescovi e primi predicatori del Vangelo. Or chi non sa che GESÙ CRISTO medesimo ha mandato al mondo S. Pietro e gli Apostoli? E per questa ragione che la Chiesa cattolica è nominata altresì Apostolica e Romana. Essa è romana dalla sua origine, da che il suo primo Papa per ispirazione di DIO, elesse la città di Roma per sede episcopale e vi morì martire. Il Papa successore dì S Pietro e Capo visisibile della Chiesa è Vescovo di Roma; ed ogni Chiesa prendendo il nome dal suo Capo, si gloria del nome di Chiesa Romana.

Tutte le altre Chiese spurie che nel corso de’ secoli si sono successivamente separate dalla grande, santa Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana, perciò stesso si sono separate da GESÙ CRISTO, perdettero la grazia di DIO e divennero adultere e non spose. La storia ha registrato la data della loro nascita, ossia del loro divorzio, ed il nome è conosciuto degli uomini perversi che presiedettero a quella separazione, è per sé solo una condanna inappellabile; così il divorzio della Chiesa Greco-Russa in Oriente ebbe compimento nel IX secolo per l’empio Fozio, patriarca di Costantinopoli; quello della Chiesa protestante d’Inghilterra per opera di Enrico VIII e della degna sua figlia Elisabetta nel secolo XVI; la separazione delle sette protestanti di Alemanna, di Francia, etc. per opera del frate apostata Lutero, del fanatico Calvino e di altri uomini di tal tempra; tutti separati da GESÙ CRISTO e dagli Apostoli, non solo per l’interruzione de’ secoli, ma ancora per dottrine al tutto opposte alla vera fede apostolica.

In mezzo alle defezioni delle false Chiese, la Chiesa cattolica s’avanza a traverso i secoli sempre immutabile nella sua dottrina, sempre una nella sua costituzione, nella sua fede, nella sua morale, producendo santi, continuando i suoi miracoli, raddrizzando gli errori umani e diffondendo ovunque penetra, la luce della vera civilizzazione e la vita della vera religione.

v

Se può uno salvarsi fuori della Chiesa

Si, in apparenza, no in realtà — Si: in questo senso che può uno salvarsi senza appartenere esteriormente alla santa Chiesa cattolica. Vi sono infatti fuori della Chiesa delle anime che sono in una perfetta ed invincibile buona fede che amano sinceramente la verità e che si farebbero certamente cattoliche se si conoscessero nell’errore; se d’altronde tali anime sincere, osservano del loro meglio ciò che credono essere la volontà di Dio, se sfuggono a tutto il potere il male, è certo che è possibile la loro salute; perché è di fede che « DIO vuole la salvezza di tutti .gli uomini » e che quei soli si perdono che mettono volontariamente ostacolo a questa santissima e paterna volontà.

Ciò nondimeno è egualmente vero il dire che non può salvarsi fuori della Chiesa. Infatti le anime di buona fede or dette, appartengono alla Chiesa, vale a dire a Cristo Signore nostro che vive ed opera nella Chiesa. Costoro sono cattolici che si ignorano e che non sono responsabili dell’involontaria sventura che li separa esteriormente dalla gran famiglia di GESU’ CRISTO. Dessi non si salvano se non perché sono cattolici e quindi è sempre vero che fuori della Chiesa non vi è salvezza. Il che vale lo stesso che il dire che senza la buona fede è impossibile di appartenere a Dio, né in questo mondo né nell’altro. Che vi ha di più semplice?

VI.

Se può separarsi la Chiesa dal Papa.

Né più né meno di quel che sarebbe il separare il corpo dal capo di un uomo vivo. L’unione del capo al corpo è la prima condizione della vita. Ora avendo GESÙ CRISTO stabilita la sua Chiesa per vivere ed estendere la vita sino alla fine dei secoli, per ciò stesso ha stabilito di diritto divino l’unione del capo e delle membra, l’unione del Papa suo Vicario, suo rappresentante visibile con i Vescovi, i Sacerdoti ed i Cristiani che formano insieme il corpo della santa Chiesa.

Il Papa è il padre della grande famiglia di DIO sopra la terra; ecco perché noi lo chiamiamo nostro Santo Padre; noi lo chiamiamo “santo” perché la sua paternità è tutta spirituale, tutta santa e tutta divina. Come la famiglia forma un tutto composto del padre, della madre e dei figli; cosi la Chiesa forma un tutto composto del Papa, dei Vescovi e dei fedeli.

Egli è dal Papa che i Concilii generali, o ecumenici istessi desumono la loro suprema autorità: senza il Papa, non è possibile Concilio ecumenico; Egli solo lo aduna, egli solo lo scioglie; i loro decreti di fede non sono irreformabili che dopo l’alta sanzione del Papa e per il fatto della stessa sanzione il Papa non soggiace al giudizio di alcuno, a nemine judicatur; Ei non dipende da alcuno e tutti sono dipendenti da lui: Egli è il capo del Concilio perché è capo della Chiesa.

« Il Papa e la Chiesa è una medesima cosa » diceva S. Francesco di Sales; non si può separarsi dal Papa senza separarsi dalla Chiesa. Questo è un dogma di fede e chiunque lo negasse, sarebbe eretico. Non si può colpire il Papa senza ferire col medesimo colpo la Chiesa intera.

   Ora separarsi dalla Chiesa, disprezzarla, colpirla è un separarsi da GESÙ CRISTO e un disprezzare IDDIO, sollevarsi contro DIO: « Chi disprezza voi, disprezza Me. » Gli empi non colpiscono il Papa se non per distruggere la Chiesa; e non pretendono distruggere la Chiesa, se non per arrivare sino a Colui che hanno crocifisso e contro il Quale satana li spinge di continuo con un misterioso ed impotente furore.

VII.

Come è organizzato il governo della Chiesa.

Come un’armata. La Chiesa infatti è l’esercito di Cristo e noi tutti siamo soldati di DIO combattenti il demonio ed il peccato e diretti alla conquista del Paradiso, e da ciò il nome di Chiesa militante. Un esercito ha sempre un generale in capo destinato dal Sovrano a comandare a tutti in suo nome, e perciò tutti, senza eccezione, soldati, ufficiali e generali devono esatta ubbidienza al generale in capo. L’esercito è diviso in vari corpi, comandato ognuno da un capo speciale; e questi corpi si suddividono alla loro volta in reggimenti, in compagnie etc. con ufficiali subordinati gli uni agli altri nell’unità del comando e dell’ubbidienza. In fine per la suprema direzione dell’esercito il generale in capo riunisce a sé lo stato maggiore di ufficiali e di aiutanti di campo che trasmettono i suoi ordini ai diversi capi del corpo.

La Chiesa è organizzata precisamente nella stessa guisa. Il suo Capo supremo rappresentante di Cristo comanda a tutti colla stessa autorità di Colui del quale tiene il posto; tutti devono ubbidirgli e Iddio lo assiste nel suo comando. Il Papa è altresì il Vescovo, il Pastore, è il Pontefice della Chiesa universale, il Vescovo dei Vescovi, il giudice supremo ed infallibile di tutte le questioni religiose. La Chiesa riposa sopra di lui, sulla di lui autorità , in tal modo è stata stabilita da Nostro Signore.

Subordinati al Papa e intorno a lui sono i Vescovi, che uniti al Papa governano le diverse diocesi del mondo e per rafforzare il governo della diocesi e facilitare le relazioni dei Vescovi col Pontefice Sommo, le Diocesi sono riunite in provincie a cui presiedono gli Arcivescovi.

Ciascun Vescovo alla sua volta divide la sua diocesi in un certo numero di parrocchie al governo delle quali sono proposti sacerdoti chiamati curati e con il parroco altri sacerdoti chiamati vicari. Finalmente vengono i semplici fedeli.

Vi si scorge altresì l’unità, la forza e la somma semplicità del governo della Chiesa. Tutti nella Chiesa ubbidiscono al Papa, come nell’esercito tatti ubbidiscono al generale in capo: non vi ha che un comando che da Gesù Cristo passa pienamente al Papa, dal Papa agli Arcivescovi ed ai Vescovi e da questi ai Parrochi ed ai Sacerdoti e si estende fino al più umile dei fedeli.

In quella guisa che lo stato maggiore partecipa al supremo comando dell’esercito rappresentando a riguardo di tutti il generale in capo, cosi nella Chiesa i Cardinali e gli altri ecclesiastici applicati dal Papa a certe funzioni, amministrano e governano a nome del sommo Pontefice tutta intera la Chiesa cattolica. Queste chiamansi Congregazioni Romane; desse sono relativamente al Papa nel governo spirituale, ciò che sono d’altronde i diversi Ministeri a riguardo del capo dello stato. La loro autorità è la stessa autorità del Papa che per loro mezzo giudica, governa e decide tutti gli affari della Chiesa cattolica. I Cardinali, i Prelati e le sacre Congregazioni formano lo stato maggiore spirituale del sommo Pontefice.

Finalmente nella Chiesa come in un’armata, vi sono dei segni esteriori per distinguere i diversi gradi della gerarchia: la sottana o veste sacerdotale per il sommo Pontefice è di color bianco; per i Cardinali è di color rosso; per i Vescovi come per i Prelati, di color violetto; per i semplici sacerdoti di color nero.

VIII.

Che sono nell’organizzazione della Chiesa, gli Ordini Religiosi e le Associazioni Cattoliche?

Quello che presso il pastore è un cane vigilante e fedele, aiutandolo a custodire il gregge e a difenderlo dai lupi. I lupi temono più i cani che il pastore, benché i cani non facciano che secondare il pastore, solo vero pastore, quindi si crederebbero tosto vittoriosi del pastore e del gregge, se potessero sbrigarsi di quegli accoliti importuni che stan sempre in guardia; che vanno e vengono di continuo, tutto vedono e sentono da lungi il minimo lupastro.

Tale è il secreto dell’odio profondo ed incurabile che tutti i lupi a due zampe ebbero sempre, hanno ed avranno ai nostri Religiosi. E benché i Religiosi non facciano parte della gerarchia ecclesiastica propriamente detta, sono suscitati da DIO per assistere potentemente questa sacra gerarchia nella predicazione della divina parola, nella educazione della gioventù, nella direzione delle coscienze, nella conversione dello anime e in tutte le altre opere di zelo cattolico. Gli empi sanno bene quel che fanno allorché se la prendono contro gli Ordini religiosi e quando adoprano contro di essi ora la persecuzione e la violenza, ora la calunnia; sordi intrighi e tutte le astuzie di un’avversione implacabile.

È lo stesso, in grado minore tuttavia, delle Associazioni di fede e di pietà, che suscita da ogni parte nel nostro secolo il risveglio religioso, del che la Chiesa ogni giorno benedice IDDIO. Desse uniscono fortemente i fedeli attorno ai loro Pastori per aiutarli colla preghiera e coll’elemosina a propagare, conservare e difendere la fede, ed estendere il regno di GESÙ CRISTO, a soccorrere i poveri e a salvare le anime. Non vi sono che i malvagi ed i ciechi che ne prendono ombra.

IX.

La Chiesa insegnante e la Chiesa insegnata.

La Chiesa cattolica è composta di Pastori e di fedeli. Il corpo dei Pastori si chiama la Chiesa insegnante; comprende il Papa ed i Vescovi ed in certo senso i Preti; la Chiesa insegnata comprende tutti i fedeli chiunque siano, anche re, e principi. Una tale distinzione è d’istituzione divina.

Quando si parla della Chiesa riguardo alla sua autorità, alla sua missione etc. non si tratta che della Chiesa insegnante, che del Papa e de’ Vescovi, che soli hanno ricevuto da GESÙ CRISTO il diritto e il dovere d’insegnare, di governare e di giudicare. La Chiesa insegnata approfitta di questi privilegi, ma non vi partecipa.

Il Papa riassume in sé la pienezza dell’autorità della Chiesa insegnante; egli ne possiede l’infallibilità dottrinale, la suprema potestà di giudicare senza appello, di comandare o proibire. Ogni Vescovo nella sua Diocesi insegna altresì con autorità; giudica, governa, fa leggi, ma la sua potestà non essendo suprema è dipendente da una potestà superiore; i suoi atti in caso di contesa non sono inappellabili e non hanno valore definitivo se non dopo la conferma del sommo Pontefice. I Vescovi non sono i Vicari del Papa, sono i suoi fratelli e se egli è loro superiore, non è in qualità di Vescovo, ma nella sua qualità di sommo Pontefice eletto da Cristo per pascere le pecore non meno che gli agnelli.

In quanto ai Sacerdoti che IDDIO ha dato ai Vescovi per aiutarli nella carica pastorale, non sono giudici della fede, nondimeno essi insegnano», ma non fanno che trasmettere e distribuire l’insegnamento, a quali essi medesimi lo ricevono. Essi sono alla testa della Chiesa insegnata, come i figli primogeniti della famiglia cattolica.

Tutta la Chiesa è altresì nell’infallibilità religiosa; la Chiesa insegnante perché GESÙ CRISTO è con lei tutti i giorni sino alla fine dei tempi e l’assiste col suo Santo Spirito; la Chiesa insegnata, perché riceve e conserva fedelmente la verità purissima che le apporta il corpo de’ suoi Pastori.

X

Il solo dogma è egli oggetto dell’autorità del Papa e dei Vescovi ?

Non già: la fede è soltanto una parte della Religione come l’intelligenza non è che una parto dell’uomo. Nostro Signore GESÙ CRISTO ha incaricati i Pastori della sua Chiesa di far conoscere e di far praticare agli uomini non solo ogni verità, ma ancora ogni giustizia, tutta la morale, tutta la virtù. La Chiesa è costituita da DIO Madre spirituale e Maestra infallibile di tutti gli uomini, dei popoli come degli individui, dei governanti, come dei governati, dei sapienti e dei filosofi come dei semplici. Essa è inviata da GESÙ CRISTO per essere la luce del mondo » vos estis lux mundi. »

Questa missione dunque comprende assai più del domma. Tutte le questioni umane qualunque esse sieno, dal momento che riguardano la coscienza ed i costumi, sono di diritto divino di sua competenza; nessuno può declinarla senza ribellarsi contro GESÙ CRISTO che a Lei ha dato la sua missione « chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me »!

E siccome la Chiesa è infallibilmente assistita da Dio, in tutto ciò che concerne l’adempimento del suo dovere, essa sola è competente per regolare ciò che a lei spetta, ciò che ò giudicabile dal suo tribunale e ciò che spetta alla sua giurisdizione. I nostri scrittorelli giornalisti, urleranno e sbraiteranno a loro posta; il buon DIO cosi ha stabilito; e ciò che è fatto è fatto.

Che dire in conseguenza dell’ anticristiana stranezza di taluni che decidono dall’altezza della loro ignoranza che il Papa ed i Vescovi non sono cristiani, che non intendono i veri interessi della Religione, agitano imprudentemente le coscienze, dovrebbero fare così, hanno torto di fare quell’altro etc. etc? È il povero ortolano della favola che vuol risalire alla Provvidenza; è stenterello che non sa leggere e che tratta di filosofia; è il ciabattino che con i lumi della sua botteguccia discute la politica del suo governo. Povere teste stravolte! … e ancor peggio, poveri cuori ribelli e molto colpevoli!

XI.

La Chiesa fa ella poco conto delle potestà secolari?

Nessuno come la Chiesa rispetta la potestà laica. Essa rispetta e fa rispettare tutte le vere autorità; la famiglia, la proprietà, la società, lo stato. Anche di recente per la bocca de’ Sommi Pontefici ha condannato le erronee dottrine di Lamennais e delle sette rivoluzionarie che pretendevano che la potestà temporale sia un’usurpazione e che l’insurrezione sia il più santo dei doveri.. I settari detestano la Chiesa precisamente a causa dell’incrollabile energia con cui difende tutti i princȋpi d’ordine e di ubbidienza, tanto nella società civile come nella società religiosa.

Se nel corso de’ secoli la Chiesa talvolta ha biasimato, giudicato ed anche condannato gli atti di certi principi e di certi stati, non è stato perché facesse poco conto delle potestà secolari, ma unicamente perché il suo dovere religioso l’obbligava a difendere verso e contro tutti la giustizia e la verità e i grandi princȋpi della pubblica morale. È il peccato è l’ingiustizia che ha colpito e non già l’autorità dei principi. Operando in tal guisa ella ha fatto per le nazioni e i loro sovrani ciò che fa ogni giorno per gl’individui ; essa ha illuminate e raddrizzate le loro coscienze, ha mostrato loro la via del dovere, si è sforzata di ricondurle al bene, non le ha mai condannate né colpite di anatema che dopo aver esaurito tutti i mezzi di persuasione e di dolcezza.

   Il demonio e gli amici suoi nel denunziare la Santa Sede e l’Episcopato come nemici delle potestà laiche, hanno un solo scopo, ed è di sollevare contro la Chiesa il braccio secolare e far rovesciare col trono l’altare, che ne è il più solido sostegno.

Il potere secolare è degno di sommo rispetto in tutto ciò che si attiene al governo temporale degli Stati; ma nel suo stesso governo deve essere morale, deve essere secondo DIO, deve aiutare nel miglior modo la missione di salute che la Chiesa ha ricevuta dal Signore per santificare e per salvare tutti gli uomini; e se è giusto ed equo, non deve meravigliarsi che i Pastori delle anime gli rammentino i suoi doveri in nome di GESÙ CRISTO, lo illuminino e lo riprendano come lo fanno per ciascuno dei fedeli. Laico, vuole egli forse dire anticristiano? Se cosi fosse, nessuno in coscienza potrebbe esser laico.

XII

Quale influenza cerca la Chiesa di conquistare in questo mondo.

È l’influenza del bene, dei buoni costumi, della giustizia; del servizio di DIO. Essa non vuole altro, checché ne dicano i suoi nemici ; ma cotesto ella lo vuole, lo vuole ad ogni costo e per conquistarlo non risparmia né fatiche, né sudori, né il suo sangue. Che importano alla santa Chiesa i vani calcoli dell’umana politica? Essa non vi s’immischia se non in vista della coscienza ed allora è nel suo diritto.

La Chiesa romana vuol far regnare GESÙ CRISTO nel mondo perché è inviata per questo. Il divino Maestro prima di ritornare in cielo le disse « mi è stato dato ogni potere in cielo e sopra la terra. Andate adunque ammaestrate tutte le nazioni ed in-segnate loro ad osservare le mie leggi » ed essa va, coll’autorità di DIO, facendoLo conoscere, facendoLo servire ed amare. Nessuna cosa la trattiene e nulla mai la tratterrà. Per far trionfare la verità ella invoca con egual diritto la libertà e l’autorità; mezzi umani che ritraggono tutta la loro eccellenza dal buon uso che se ne fa e che la Chiesa onora grandemente facendoli servire alla salvezza delle anime.

Che si gridi quanto si vuole alla doppia faccia, all’usurpazione all’agitazione clericale, all’orgoglio del clero e ad altri travisamenti di tal genere: la Chiesa non adempirà meno perciò la sua santa, potente, la sua dolce e benefica missione. Ella salva anche quelli che dopo averla bestemmiata nel modo il più indegno, le chiedono aiuto nel giorno del pericolo e della prova.

No, la Chiesa non usurpa quando ammaestra i principi ed i popoli, quando si oppone a quello che è vietato da DIO, quando condanna sulla terra ciò che GESÙ CRISTO condanna in cielo. Ella fa il suo dovere a riguardo di quelli che non fanno il loro. Dessa non turba mai le coscienze se non quando bisogna destarle da un sonno pericoloso; essa non agita mai se non le questioni che devono essere agitate ed il suo preteso orgoglio non è altro se non il profondo ed unico sentimento della divina missione che tiene da DIO. Avventurati anche in questo mondo quei che accettano con amore la divina influenza della Chiesa e quindi si sottraggono dall’influenza malefica di tutte le pazze idee che sconvolgono le intelligenze e rovinano le società insieme colle anime.

XIII.

Se i Vescovi ed i Preti sono funzionari pubblici.

Essi non lo sono in verun senso. I ministri di DIO, non possono essere ministri dei re della terra. L’annuo stipendio che i vescovi e curati cattolici ricevono da certi governi, non cambia in verun modo il loro ministero. In Francia a mo’ d’esempio, un tale stipendio, non è un salario di pubblico funzionario, ma bensì il pagamento di un debito riconosciuto ufficialmente dall’Imperatore Napoleone I innanzi al Papa Pio VII dopo la grande rivoluzione. Le proprietà del clero erano state involate e confiscate ed il Papa, supremo amministratore di tutti i beni della Chiesa, cedette a’ suoi diritti su quelle proprietà ingiustamente rapite, mediante una scarsa indennità che il governo francese assunse l’impegno di pagare annualmente ai Vescovi ed ai Parroci di tutto le Chiese di Francia.

Lo stipendio de’ funzionari civili, non ha in verun modo un tal carattere. Gli è uno stipendio onorevole, senza dubbio, ma in fondo è un vero salario per i servizi che rendono allo Stato. La loro autorità è soltanto una delegazione del potere civile; ed una tale delegazione può cessare per la sola volontà del Sovrano che loro la toglie a suo piacimento.

I Vescovi ed i Sacerdoti al contrario esercitano il ministero cattolico in nome di DIO soltanto; non dipendono che da GESÙ CRISTO e dal Papa suo Vicario. La loro missione sorpassa i limiti di tutti gli Stati e li domina come il cielo domina la terra. Essi predicano il rispetto per l’autorità temporale senza dipendenza da lei, almeno in ciò che concerne il loro santo ministero; poiché è un non intender nulla delle questioni spirituali e temporali, religiose e civili l’assimilare i ministri della Chiesa ai funzionari dello Stato, come fanno tutto giorno quei deplorabili giornali che inondano e pervertono l’Europa.

XIV

Come sì fa il Vescovo.

Affinché un sacerdote eserciti le sacre funzioni dell’Episcopato, richiedonsi due condizioni. Bisogna primieramente che sia eletto ed istituito dal Sommo Pontefice che è il Vescovo de’ Vescovi incaricato da GESÙ CRISTO di governare e di far governare dai suoi venerabili Fratelli i Vescovi, ogni porzione della Chiesa universale. Nella Chiesa il solo Papa ha il diritto di fissare nel mondo intero i limiti delle Diocesi, di crearne delle nuove e d’investire della giurisdizione pastorale il sacerdote a cui giudica a proposito di confidare l’incarico di una Diocesi. La giurisdizione è il potere di governare, d’insegnare, di giudicare, di sciogliere o di legare. Senza questa giurisdizione, che appartiene pienamente al Papa e che egli solo può conferire, un prete non ha alcun potere ecclesiastico in una diocesi ; se un prete si permettesse di farla da Vescovo, di far leggi, di dare dispense, tutti i suoi atti sarebbero nulli di pieno diritto ed egli stesso incorrerebbe ipso facto la scomunica maggiore, degna punizione degli scismatici e degli intrusi.

La seconda condizione richiesta perché un prete possa esercitare legittimamente e validamente le funzioni episcopali è la consacrazione per mezzo dei Sacramento dell’Ordine. Se mai, come è accaduto talvolta in tempi di scisma, si trovasse un Vescovo ed un prete sì dimentichi de’ loro doveri l’uno per conferire e l’altro per ricevere la consacrazione episcopale, senza la volontà del Papa, lo sciagurato prete consacrato in tal guisa, avrebbe veramente il carattere di Vescovo, potrebbe validamente amministrare il Sacramento di Confermazione e il Sacramento dell’Ordine; ma tutto ciò sarebbe illecito in prima linea; come la consacrazione eucaristica fatta da un prete interdetto, è valida, ma illecitissima, colpevolissima e sommamente sacrilega.

In seguito di certe convenzioni dette concordati tra la Santa Sede e diversi governi temporali, la designazione o nomina de’ futuri Vescovi è lasciata dalla Chiesa all’iniziativa del Sovrano. Ma una tal nomina non ha alcun valore religioso finché non è ratificata dal Papa con un atto ufficiale a cui nulla può supplire e che chiamasi L’istituzione canonica.

Ecco in qual modo un prete può divenire Vescovo.

XV

Che cos’è uno scisma.

Lo scisma ò un gran peccato e una grande follia. È la separazione dal Papa Capo della Chiesa, e per conseguenza la separazione dalla Chiesa società di DIO: e quindi la separazione da DIO stesso. Lo scisma è la rivolta di un certo numero di cristiani, ecclesiastici o laici, contro la legittima autorità della Chiesa e del suo Capo. È un peccato mortale di prim’ordine e i principi, i Vescovi, i preti e i laici che se ne rendono colpevoli, avranno a renderne al tribunale di GESÙ CRISTO un conto tanto più terribile, quanto che quasi sempre questo delitto di alto tradimento cattolico è seguito dal delitto di eresia ancor più grave; la disubbidienza ha per degna ricompensa l’apostasia dalla fede; la Grecia, la Russia, la Svezia, la Prussia, l’Inghilterra, per lo scisma sono state gettate nell’eresia.

Una Chiesa scismatica, vale a dire separata dal Papa e dalla Chiesa universale, cade immediatamente sotto il giogo delle potestà di questo mondo e si avvilisce ben tosto in una servitù vergognosa. Ella perde tutto il suo sugo religioso, tutta la sua morale autorità, tutta la sua forza, tutta la sua dottrina; ella diviene nelle mani del potere un istrumento servile e spregiato e bene spesso il suo ministero non è che un soccorsale di polizia. Questo chiamasi una Chiesa nazionale ed un clero raffazzonato in tal guisa, ha la fortuna di possedere una Costituzione civile.

Povere Chiese nazionali e povere costituzioni civili del Clero! Voi siete troppo degne di compassione per essere da noi paventate, troppo assurde per metterci a confutarvi ! Membri vivi della Santa Chiesa di DIO, noi vogliamo sempre vivere della sua vita, non formare che una medesima cosa con essa e col Cristo e rimanere inviolabilmente unite al sommo Pontefice che è il centro dell’unità cristiana, il solo Dottore che mai travia, il Vescovo universale di tutti i figliuoli di DIO! LO scisma è la morte è il disonore, e noi nol vogliamo.

XVI.

Della menzogna storica contro la Chiesa ed il Papato

« Mentiamo, mentiamo francamente, scriveva l’onesto Voltaire ad uno de’suoi onesti amici, ne resterà sempre qualche cosa » ecco la parola d’ ordine che da più d’un secolo seguono fedelmente tutti i nemici della fede. Essi hanno mentito, mentiscono e mentiranno; e DIO sa se ne rimane qualche cosa !

Ahimè! questo diluvio di menzogne inonda non solo la Francia, ma l’Europa ed il mondo intero. È una vasta cospirazione che snatura i fatti, parodia tutti i caratteri, inventa tutte le falsità per far credere alla gioventù, al popolo e a tutti, che la Chiesa cattolica è uno spegnitoio, un focolare d’intrighi di tenebrosi maneggi; di delitti; che il Papato ò violento e sanguinario, che la sua esistenza è incompatibile colla sicurezza della Stato, colla pubblica pace; ch’ella non vive che di ambizione e di cupidigia, che i Papi furono i nemici del genere umano e che è giunto il tempo di vendicare quell’abominevole papato. Ecco ciò che si dice, ecco ciò che si scrive, ciò che si stampa in tre quarti de’ nostri giornali, nei romanzi sedicenti storici, coadiuvati in ciò da innumerevoli libelli anticlericali che diffonde a milioni la propaganda protestante. Ecco ciò che si dice e che si crede, la MENZOGNA STORICA è la grande arma degli empi.

Io non posso qui confutare in dettaglio tali calunnie sì grossolane e detestabili; io mi limito a constatare il fatto ed asserirlo innanzi a DIO e innanzi alla scienza e a supplicare ogni persona onesta, nell’interesse della sua eterna salute, di non prestar fede a tali affermazioni malefiche che produce ogni giorno non l’amore della verità, ma una cieca ignoranza, un odio satanico contro Nostro Signore Gesù Cristo.

XVII.

Che la sola Chiesa è la madre de’ piccoli e de’ poveri.

Egli è un fatto sì notorio e sì pubblico che è inutile stabilirlo con prove. La sola Chiesa cattolica fa le suore della carità, i fratelli delle scuole Cristiane, le piccole sorelle de’ poveri. Il succo divino che possiede la vera Chiesa soltanto, può produrre, perpetuare e sviluppare in proporzioni gigantesche quell’incomparabile sacrificio di sé, quell’umile eroismo di ogni giorno, di cui il cielo sarà la magnifica ricompensa. Le sette protestanti e le Chiese nazionali, hanno voluto tentare un tal prodigio; elle fecero come il corvo della favola, che volle imitare l’aquila prendendo un montone; desse furono prese là appunto ove credevano prendere e si è veduto una volta di più ciò che la sola verità genera la carità.

La Chiesa cattolica è la madre dei poveri, dei fanciulli, dei piccoli, dei deboli, di tutti quelli che hanno bisogno di amore. Essa sola li ama in pratica come in teorica. Le altre hanno talvolta la teoria e cianciano e scrivono sulla beneficenza, ma lasciano alla Chiesa, a suoi ministri ed a’ suoi Ordini religiosi, l’ardua fatica del servizio de’poveri, dell’educazione religiosa de’ fanciulli, della cura degli infermi, de’ mentecatti degli abbandonati, la visita de’ poveri vergognosi; in una parola il sollievo delle umane miserie.

L’amore di GESÙ CRISTO, che s’intenda bene, 1’amore della Vergine MARIA, l’amore al Santissimo Sacramento, il celibato cattolico, l’abnegazione della vita religiosa, ecco il segreto, ecco la sorgente inesauribile della cristiana carità della Chiesa. Essa soltanto possedé un tal segreto, questa viva sorgente, ed ecco perché sola, ad onta delle ingratitudini di cui è tutto giorno abbeverata, è passata e passa come GESÙ CRISTO, facendo il bene, transiit benefaciendo, UNITÀ, VERITÀ, CARITÀ: tal’è l’inimitabile divisa cattolica!

XVIII.

Del grande delitto di chi osteggia la Chiesa

Assalire la Chiesa e la Santa Sede, è assalire GESÙ CRISTO; è assalire IDDIO « chi disprezza voi me disprezza » La guerra alla Chiesa di qualsivoglia pretesto si cerchi di ricoprirla, è una guerra sacrilega e parricida, perché la Chiesa è l’opera di DIO e la Madre dell’umanità. Qual nome è da darsi ad un figlio perverso che odia la madre sua, che la calunnia, l’oltraggia, la percuote; che vorrebbe discacciare ed uccidere?

Assalire la Chiesa è assalire l’anima e la salute eterna di ciascun di noi; perché l’anima nostra e la nostra salute sono confidate dalla Provvidenza, alla Chiesa, come la nostra vita e la nostra sanità quando eravamo nell’infanzia, erano dalla medesima Provvidenza affidate alla nostra buona madre. È un assalire la società e l’incivilimento, che sono egualmente l’oggetto della sacra missione della Chiesa cattolica e che ben tosto degenerano, quando la luce della fede e la forza della religione non le garantiscono.

È osteggiare sopra tutto il povero popolo, l’immenso numero degli sventurati che non hanno in questo mondo per loro porzione, che lacrime e privazioni e che la Chiesa sola sa consolare, loro mostrando l’Eternità che si avvicina, loro mostrando la culla, la croce di GESÙ CRISTO, i patimenti dei martiri, le fatiche dei Santi, il tabernacolo dell’Eucaristia, il cuore paterno del prete, l’amor tutelare e tenero della Beata Vergine MARIA, Madre del dolcissimo Salvatore.

Finalmente è un’osteggiare l’infanzia la cui innocenza e debolezza non hanno altro ricovero che la Chiesa e della quale IDDIO ha detto nel suo Vangelo « se alcuno scandalizza uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio che gli fosse legata al collo una macina e fosse gettato in fondo al mare! »

Lo stesso Signore ha detto inoltre: « se alcuno non ascolta la Chiesa, che sia per voi come un pagano ed un ladro » Che sarà mai di coloro che non solamente non danno ascolto alla Chiesa, ma ribellano apertamente contro di essa, sollevano sopra il sacro capo di lei una mano maledetta! Questi tali sono sulla spaziosa strada che conduce dritto all’inferno, lata via quae ducit ad perditionem.

XIX.

Se la Chiesa abbia a durare ancor lungo tempo.

Noi non ne sappiamo nulla: ma ciò che noi sappiamo, perché GESÙ CRISTO ed i suoi Apostoli ce l’hanno detto, è che la Chiesa durerà quanto il Mondo, mentre questo non esiste se non per il Cristo e la sua Chiesa. Quel che sappiamo è che all’avvicinarsi degli ultimi tempi della Chiesa e del mondo, vi saranno terribili seduzioni capaci di far crollare gli stessi eletti; un apostasia generale delle società, come società; una perdita quasi universale della fede, flagelli e miserie d’ogni genere; finalmente una generale persecuzione più formidabile di tutte le precedenti ed una tribolazione tale, dice il Vangelo, che non ve ne sarà stata altra somigliante dal principio del mondo: “tribulatio magna, qualis non fuit ab initio mundi”.

Codesti tristi giorni sono a noi vicini? Io l’ignoro, ma ciò che so e tutti vedono è che una crisi spaventevole minaccia la Chiesa nel mondo universo e che a noi tutti fa d’uopo, se non si vuole soccombere alla tentazione, vegliare e pregare, divenir più veramente cristiani, più solleciti degli interessi della fede, più assidui alla sacra mensa, più generosi al sacrificio; in una parola, più santi e più distaccati dalla terra. Bisogna pagare colla nostra persona, pagare con i nostri beni, metterci interamente al servizio di GESÙ o della sua Chiesa. Noi non abbiamo nulla a temere: noi siamo di DIO e l’avvenire è nostro ! Che il sacro esercito di Cristo rinserri le sue fila attorno a’ suoi capi immediati, che sono i Vescovi e attorno al supremo Pastore delle anime che è il Sommo Pontefice; che non si lasci sedurre dalle astuzie scismatiche di Satana e che nelle prove che potranno sopraggiungere, si rammenti sempre la gran parola di S. Ambrogio: OVE È PIETRO, IVI È LA CHIESA. “Ubi Petrus, ibi Ecclesia”.

 

 

Nel giorno dell’Ascensione

Ascensione

Preghiera nel giorno dell’ascensione

O Gesù, nostro Creatore e fratello nostro, noi ti abbiamo seguito fin dalla tua nascita con gli occhi e con il cuore; nella Liturgia abbiamo celebrato ciascuno dei tuoi passi da « gigante » (Sal.18, 6) con speciali solennità; ma osservando la tua continua elevazione, nell’opera redentrice, dovevamo prevedere il momento nel quale saresti andato a prendere possesso del solo posto che ti conviene, del trono sublime dove starai eternamente assiso alla destra del Padre. Lo splendore che ti circondava dopo la resurrezione, non era di questo mondo; e tu non puoi più restare con noi. In questi quaranta giorni, ti sei trattenuto con noi soltanto per consolidare la tua opera; e domani, la terra, che ti possedeva da trentatré anni, sarà priva di te. Noi ci rallegriamo del trionfo che ti aspetta insieme con Maria tua Madre, ai discepoli che ti sono sottomessi alla Maddalena ed alle sue compagne; ma alla vigilia di perderti permetti anche ai nostri cuori di provare un sentimento di tristezza poiché tu eri l’Emmanuele, il « Dio con noi », e d’ora in avanti sarai l’astro divino che aleggerà su noi e non potremo più né vederti né toccarti con le nostre mani, o Verbo di Vita! (I Gv. i, i). Tuttavia diciamo ugualmente: a te sia gloria e amore! poiché ci hai trattati con una misericordia infinita. Tu non ci dovevi niente, noi eravamo indegni di attirare i tuoi sguardi, e sei sceso su questa terra macchiata dal peccato, hai abitato tra noi, hai pagato il nostro riscatto con il sangue, ristabilendo la pace tra Dio e gli uomini. Sì, adesso é giusto che tu ritorni a colui che ti ha mandato (Gv. 16, 5). Noi sentiamo la voce della Chiesa che accetta il tuo esilio, e che non pensa che alla tua gloria: « Fuggi diletto mio, ed imita la gazzella o il cerbiatto sul monte degli aromi » (Cant. 8, 14). Potremmo noi, peccatori come siamo, non imitare la rassegnazione di colei che é, allo stesso tempo, tua Sposa e nostra Madre?

L’evangelizzazione del mondo.

Gueranger

   Prendendo poi quel tono di autorità che conviene a Lui solo, disse loro: «Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crede e sarà battezzato si salverà; chi non crede sarà condannato» (Mc. 16, 15-16). Come compiranno essi questa missione di predicare il Vangelo nel mondo intero? Con quali mezzi riusciranno ad accreditare la loro parola? Gesù lo indica: « Or questi sono i miracoli che accompagneranno i credenti: nel nome mio scacceranno demoni; parleranno lingue nuove; prenderanno in mano serpenti, e se berranno qualche veleno mortifero non ne avranno danno; imporranno le mani agli ammalati e guariranno » (Ibid. 16, 17-18). Egli vuole che il miracolo sia il fondamento della sua Chiesa, come l’aveva scelto quale argomento della sua missione divina. La sospensione della legge della natura annunzia agli uomini che l’ autore di questa stessa natura sta per pronunciarsi: ad essi, allora, il dovere di ascoltare e credere umilmente.

Ecco dunque questi uomini sconosciuti dal mondo, sprovvisti di ogni mezzo umano, eccoli investiti della missione di conquistar la terra e di farvi regnare Gesù Cristo. Il mondo ignora anche la loro esistenza; assiso sul trono, Tiberio, che vive nel terrore delle congiure, non suppone affatto tale spedizione di nuovo genere che si sta iniziando, dalla quale l’impero romano sarà conquistato. A questi guerrieri, occorre un’armatura ma di tempra divina, e Gesù annuncia che stanno per riceverla. « Voi però rimanete in città, finché siate dall’alto investiti di vigoria » (Le. 24, 49), Ma quale sarà quest’armatura? Gesù lo spiegherà, ricordando la promessa del Padre, « la promessa che avete udito dalla mia bocca. Perché Giovanni battezzò nell’acqua, ma voi sarete battezzati nello Spirito Santo di qui a non molti giorni » (Atti, 1).

[Dom P. Guéranger: “L’anno liturgico”; ed. Paoline, Alba, 1956]

Dal Breviario Romano nel giorno dell’Ascensione:

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Sermone di san Leone Papa

Sermone 1 sull’Ascensione del Signore

Quest’oggi, o dilettissimi, si compie il numero di quaranta giorni sacri trascorsi dopo la beata e gloriosa risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, colla quale, nello spazio di tre giorni, la potenza divina rialzò il vero tempio di Dio che l’empietà dei Giudei aveva distrutto, numero preordinato dalla santissima disposizione della provvidenza a nostra utilità e istruzione: perché il Signore prolungando in questo spazio di tempo la sua presenza corporale quaggiù, la nostra fede nella risurrezione vi trovasse le prove e la conferma necessarie. Perché la morte di Cristo aveva turbato assai i cuori dei discepoli: e lo stordimento della diffidenza era penetrato nei loro spiriti resi pesanti dall’angoscia causata dal suo supplizio sulla croce, dal suo ultimo sospiro, dalla sepoltura del suo corpo esanime.

Perciò i beatissimi Apostoli e tutti i discepoli, ch’erano sgomenti per la morte (di Gesù) sulla croce ed avevano esitato sulla fede nella sua risurrezione, furono talmente confermati dall’evidenza della verità, che, lungi dall’essere rattristati al vedere il Signore ascendere nelle altezze dei cieli, furono al contrario ripieni di grande gioia. E certo, c’era là una grande ed ineffabile causa di gioia, allorquando in presenza di questa santa moltitudine, una natura umana s’innalzava al di sopra della dignità di tutte le creature celesti, per sorpassare gli ordini Angelici, per essere elevata più alto degli Arcangeli, e non arrestarsi nelle sue elevazioni sublimi che allorquando, ricevuta nella dimora dell’eterno Padre, ella sarebbe associata al trono e alla gloria di colui alla natura del quale si trovava già unita nel Figlio.

Poiché l’ascensione di Cristo è la nostra elevazione; e il corpo ha la speranza d’essere un giorno dove l’ha preceduto il suo glorioso capo: esultiamo dunque, dilettissimi, con degni sentimenti di gioia, e rallegriamoci con pia azione di grazie. Perché noi quest’oggi non solo siamo stati confermati possessori del paradiso, ma nella persona di Cristo abbiamo penetrato ancora nel più alto dei cieli: e per ineffabile grazia di Cristo, abbiamo ottenuto di più di quanto avevamo perduto per invidia del diavolo. Infatti quelli che il velenoso nemico aveva bandito dalla felicità della prima dimora, il Figlio di Dio se li è incorporati e li ha collocati alla destra del Padre: col quale, essendo Dio, vive e regna insieme collo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Così è.

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Omelia di san Gregorio Papa

Omelia 29 sul Vangelo

     Il ritardo che i discepoli frapposero nel credere alla risurrezione del Signore, non fu tanto loro debolezza quanto, per così dire, nostra sicurezza futura. Difatti a motivo del loro dubbio, la risurrezione fu dimostrata con molte prove: e noi quando leggiamo questi fatti, non siamo forse confermati dalla loro esitazione? La storia di Maria Maddalena, che credé subito, mi è meno utile di quella di Tommaso che dubitò per molto tempo. Perché questi, dubitando, toccò le cicatrici delle ferite (del Salvatore) e tolse così dal nostro cuore la piaga del dubbio.

Per far penetrare in noi la verità della risurrezione del Signore, dobbiamo notare quel che riferisce Luca, dicendo: «Essendo insieme a mensa comandò loro di non allontanarsi da Gerusalemme» (Act. 1,4). E poco dopo: «A vista di essi, si levò in alto, e una nube lo tolse agli occhi loro» (Act. 1,9). Notate queste parole, osservate questi misteri. Dopo essere stato a mensa con essi, si levò in alto. Mangiò, e (poi) ascese: affin di renderci manifesta coll’azione del mangiare, la realtà della sua carne. Ma Marco ricorda che il Signore prima di ascendere in cielo, rimproverò ai discepoli la durezza del loro cuore e la loro incredulità. Che è da osservare in ciò, se non che il Signore rimproverò i discepoli quando li lasciava corporalmente, affinché queste parole, dette nel separarsi da loro, rimanessero più profondamente impresse nel cuore di (quelli) che le ascoltavano?

Dopo aver ripresa la loro durezza, sentiamo ciò ch’Egli comanda: «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Marc. 16,15). Forse che, fratelli miei, il santo Vangelo doveva predicarsi alle cose insensate, o agli animali privi di ragione, e perciò si dice ai discepoli: «Predicate ad ogni creatura»? Ma col nome di «ogni creatura» qui si indica l’uomo. L’uomo infatti ha qualche cosa di ogni creatura. Perché l’essere gli è comune colle pietre, la vita cogli alberi, la sensibilità cogli animali, l’intelligenza cogli Angeli. Se dunque l’uomo ha qualche cosa di comune con ogni creatura, si può dire, in qualche modo, che l’uomo è ogni creatura. Perciò il Vangelo è predicato ad ogni creatura, quando si predica all’uomo solo.

Rogazioni e tempo pasquale

ROGAZIONI

Spiegazione delle Rogazioni dei giorni prima del giovedì dell’Ascensione

[da “l’anno liturgico” 2° vol. di Dom P. Guéranger]

Le Rogazioni e il Tempo Pasquale.

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   Oggi comincia una serie di tre giorni consacrati alla penitenza. Questa coincidenza inaspettata sembra, a prima vista, una specie di anomalia nel Tempo pasquale; tuttavia, quando vi si riflette, si giunge a riconoscere che l’istituzione ha un nesso intimo con i giorni in cui siamo. È vero che il Salvatore, prima della Passione, diceva che non si può far digiunare gli amici dello sposo mentre lo sposo è con loro (Lc. 5, 34); ma queste ultime ore che precedono la sua dipartita per il cielo, non hanno forse qualcosa di melanconico? E, ieri stesso, non ci sentivamo portati naturalmente a pensare alla tristezza, rassegnata e contenuta, che opprime il cuore della divina Madre e quello dei discepoli, alla vigilia di perdere colui la cui presenza era per essi la pregustazione delle gioie celesti?

Origine delle Rogazioni.

   Dobbiamo ora render conto del come, ed in quale occasione, il Ciclo liturgico si é completato, in quest’epoca, con l’introduzione dei tre giorni, durante i quali la santa Chiesa, ancora raggiante degli splendori della Risurrezione, sembra volere improvvisamente retrocedere fino al lutto quaresimale. Lo Spirito Santo, che la dirige in qualunque cosa, ha voluto che, poco dopo la metà del quinto secolo, una semplice Chiesa delle Gallie desse principio a questo rito che si estese poi rapidamente a tutta la cattolicità, dalla quale fu ricevuto come un complemento della liturgia pasquale.

La Chiesa di Vienne, una delle più illustri e delle più antiche della Gallia meridionale, circa l’anno 470, aveva come Vescovo S. Mamerto. Calamità di ogni genere erano venute a portare la desolazione in questa provincia, di recente conquistata dai Burgondi. Terremoti, incendi, fenomeni paurosi agitavano le popolazioni, come fossero stati segni della collera divina. Il santo Vescovo che desiderava risollevare il morale del suo popolo esportarlo a Dio, la cui giustizia durante i quali i fedeli dovevano darsi ad opere di penitenza e andare in processione al canto dei salmi. Per mettere in pratica questa pia risoluzione, furono scelti i tre giorni che precedono l’Ascensione.

Senza prevederlo, il santo Vescovo di Vienna gettava così le basi di una istituzione che tutta la Chiesa avrebbe poi adottato [Bisogna tuttavia riconoscere che Mamerto non fu il creatore di questa solennità; egli non fece che precisarne lo svolgimento liturgico e fissarne la data. Effettivamente, noi vediamo che queste processioni avevano luogo anche a Milano, non durante i tre giorni che precedono l’Ascensione, ma nella settimana seguente; e in Spagna, il concilio di Girona, tenuto nel 517, ordinava processioni nel giovedì, venerdì e sabato dopo la Pentecoste. D’altronde, Sidone Apollinare, contemporaneo di Mamerto, dice che queste processioni esistevano già prima di Mamerto, ma che egli dette loro una solennità più grande (Rev. Ben., t. XXXIV, p. 17)]. Cominciarono i Galli, come era giusto. Sant’Alcino Avit, che successe quasi immediatamente a San Mamerto nella sede di Vienne, attesta che la pratica delle Rogazioni era già consolidata in quella Chiesa. San Cesario d’Arles, al principio del sesto secolo, ne parla come di un uso già esteso altrove, designando almeno con queste parole tutta quella porzione di Galli che allora si trovavano sotto il giogo dei Visigoti.

Leggendo i canoni del primo concilio di Orléans tenuto nel 511 e che raccoglieva tutte le provincie che riconoscevano l’autorità di Clodoveo, si nota chiaramente che essi affermano come l’intera Gallia non tardò ad adottarlo. I regolamenti del concilio, a proposito delle Rogazioni, danno una chiara idea dell’importanza che si annetteva a questa istituzione. Non solamente è prescritta l’astinenza dalle carni durante quei tre giorni, ma il digiuno è di precetto. Vi si ordina ugualmente di dispensare dal lavoro le persone di servizio, affinché possano prendere parte alle lunghe funzioni che si terranno in quei tre giorni (can. 27). Nel 567, il concilio di Tours sanzionava pure l’obbligo del digiuno durante le Rogazioni (can. 17); e in quanto all’obbligo dell’astensione dal lavoro durante quei tre giorni, si trova anche riconosciuto nei Capitolari di Carlo Magno e di Carlo il Calvo.

La processione delle Rogazioni.

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   Il rito principale nelle Chiese dei Galli durante questi tre giorni consistette, fin dall’origine, in quelle marce solenni, accompagnate da supplichevoli cantici, che furono chiamate Processioni, perché esse sfilano da un luogo all’altro. S. Cesario d’Arles ci dice che quelle che avevano luogo per le Rogazioni, duravano sei ore intere, di modo che quando il clero si sentiva troppo stanco per la lunghezza dei canti, le donne cantavano a loro volta per lasciare ai ministri della Chiesa il tempo di respirare. Questo dettaglio, che troviamo negli usi delle Chiese dei Galli in quell’epoca primitiva, può aiutarci a pesare l’indiscrezione di quelli che, nei tempi moderni, hanno insistito per l’abolizione di alcune processioni che occupavano una parte notevole della giornata, pensando che una manifestazione così lunga dovesse essere per se stessa considerata come un abuso.

La partenza della Processione delle Rogazioni era preceduta dall’imposizione delle ceneri sulla testa di quelli che vi avrebbero preso parte, ossia dell’intero popolo, perché tutti vi partecipavano. Aveva poi luogo l’aspersione dell’acqua benedetta; dopo di che, il corteo si metteva in cammino. La Processione era formata dal clero e dal popolo di parecchie Chiese secondarie che procedevano sotto la croce di una Chiesa principale, il clero della quale presiedeva la funzione. Tutti, sacerdoti e laici, camminavano a piedi nudi. Si cantavano le Litanie, i Salmi, le Antifone, e ci si recava a qualche Basilica, designata per la Stazione, dove si celebrava il santo Sacrificio. Durante la strada si visitavano le Chiese che s’incontravano per via, cantandovi un’Antifona, per lodare il mistero, od il Santo, sotto il cui titolo erano state consacrate.

Grandi esempi.

Tali erano alle origini, e tali sono stati per un pezzo, i riti osservati durante le Rogazioni. Il monaco di San Gallo che ci ha lasciato memorie così preziose su Carlo Magno, ci dice che il grande imperatore in quei giorni si toglieva i calzari come l’ultimo dei fedeli e camminava a piedi nudi seguendo la croce, dal suo palazzo fino alla Chiesa della Stazione. Nel XIII secolo S. Elisabetta di Ungheria dava pure il medesimo esempio; era ben felice, durante le Rogazioni, di confondersi con le povere donne del popolo, camminando anch’essa a piedi nudi, ricoperta di una rozza veste di lana. S. Carlo Borromeo, che rinnovò nella Chiesa di Milano tanti usi dell’antichità, non trascurò certo quello delle Rogazioni. Mediante la sue cure ed i suoi esempi, rianimò nel popolo l’antico zelo per una pratica così santa, esigendo dai suoi diocesani il digiuno durante tre giorni, digiuno che tutto il clero della città era tenuto ad assistere e che cominciava con l’imposizione delle ceneri, partiva dal Duomo, allo spuntar del giorno, e non vi rientrava che alle tre o alle quattro del pomeriggio, avendo visitato: il lunedì tredici chiese; nove il martedì; e undici il mercoledì. In una di esse l’Arcivescovo celebrava il santo Sacrificio e indirizzava la parola al suo popolo. Se si paragona lo zelo dei nostri padri per la santificazione di queste tre giornate, con la noncuranza che oggi, specialmente nelle città, accompagna la celebrazione delle Rogazioni, non potremo fare a meno di riconoscere anche qui uno dei segni dell’indebolimento del senso cristiano nella società moderna. Eppure, quanto importanti sono i fini che si propone la santa Chiesa in queste Processioni, alle quali dovrebbero prendere parte tutti i fedeli che hanno la possibilità di farlo e che, invece di consacrare quel tempo al servizio di Dio per mezzo delle opere di vera pietà cattolica, lo passano in devozioni private, che non potranno attirare su di essi le stesse grazie, né portare alla comunità cristiana i medesimi aiuti di edificazione!

Le Rogazioni nella Chiesa d’Occidente.

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   Le Rogazioni dalla Gallia si estesero rapidamente in tutta la Chiesa d’Occidente. Nel VII secolo erano già stabilite nella Spagna, e non tardarono poi ad introdursi in Inghilterra e, più tardi, nelle nuove Chiese della Germania, man mano che esse venivano fondate.

La stessa Roma l’adottò, nell’801, sotto il Pontificato di S. Leone III. Fu poco tempo dopo che le Chiese dei Galli, avendo rinunciato alla Liturgia Gallicana per prendere quella di Roma, ammisero nei loro usi la Processione di S. Marco. Ma si ebbe questa differenza: che a Roma si conservò alla Processione del 25 aprile il nome di Litania maggiore, e si chiamarono Litanie minori quelle delle Rogazioni; mentre in Francia, queste ultime furono designate con l’appellativo di Litanie maggiori, riservando il nome di minori per la Litania di S. Marco. Ma la Chiesa romana, senza disapprovare la devozione di quelle dei Galli, che avevano creduto bene dover introdurre nel Tempo Pasquale tre giorni di osservanza quaresimale, non adottò tale rigore. Le ripugnava di rattristare col digiuno la lieta quarantena che Gesù risorto aveva accordato anche ai suoi discepoli; si limitò dunque a prescrivere solo l’astinenza dalle carni durante questi tre giorni, pratica che fu mantenuta nel corso dei secoli, fino al momento in cui, per l’indebolimento generale dei costumi cristiani della nostra epoca, fu costretta a modificare l’antica disciplina su questo punto. La Chiesa di Milano che, come abbiamo visto, conserva, con tanta severità, l’istituzione delle Rogazioni, l’ha trasportata al lunedì, martedì e mercoledì che seguono la domenica nell’Ottava dell’Ascensione, ossia dopo i quaranta giorni consacrati a celebrare la Risurrezione.

Bisogna, dunque, per restare in questo vero equilibrio da cui la Chiesa romana mai si distacca, valutare le Rogazioni come una santa istituzione che viene a temperare le nostre gioie pasquali, ma non ad annullarle. Il colore viola, adoperato per la Processione e per la Messa della Stazione, non ha più lo scopo d’indicarci ancora la dipartita dello Sposo (Cant. 8); ma ci avverte che la separazione è vicina; e l’astinenza, che un tempo era imposta in questi tre giorni, pur non essendo accompagnata dal digiuno, era già una manifestazione anticipata del dolore della Chiesa, conscia che la presenza del Redentore le sarebbe stata presto rapita.

Oggi il diritto ecclesiastico non menziona più il lunedì, martedì e mercoledì delle Rogazioni tra quei giorni in cui la legge dell’astinenza obbliga ancora i fedeli. È ben triste che l’indebolimento del sentimento cristiano nelle generazioni del tempo nostro, e le domande di dispense sempre più numerose, abbiano reso necessario quest’abbandono dell’antica disciplina. È un’espiazione di meno, un’intercessione di meno, un soccorso di meno, in un secolo già così povero dei mezzi per i quali la vita cristiana si conserva, diviene indulgente il cielo, si ottengono grazie di salvezza. Possano i veri fedeli concludere che l’assistenza alle Processioni di questi tre giorni è divenuta più opportuna che mai, e che è urgente, unendosi alla preghiera liturgica, di compensare in questo modo, l’abolizione di una legge salutare che datava da così lungo tempo, e che, nelle sue esigenze pesava tanto leggermente sulla nostra mollezza! Possa una sì venerata istituzione, sanzionata dalle leggi della Chiesa e dalla pratica di tanti secoli, restare sempre in vigore in quella Francia che, col suo esempio, ha imposto a tutto il mondo cattolico la solennità delle Rogazioni! Secondo l’attuale disciplina della Chiesa, le Processioni per le Rogazioni, la cui intenzione è d’implorare la misericordia di Dio offeso per i peccati degli uomini, ed ottenere la protezione celeste sui beni della terra, sono accompagnate dal canto delle Litanie dei Santi, e completate da una messa speciale che si celebra sia nella Chiesa della Stazione, sia nella Chiesa stessa da dove la Processione è partita, almeno che non debba fermarsi in qualche altro Santuario.

Le Litanie dei Santi.

Full title: The Forerunners of Christ with Saints and Martyrs Artist: Fra Angelico Date made: about 1423-4 Source: http://www.nationalgalleryimages.co.uk/ Contact: picture.library@nationalgallery.co.uk Copyright © The National Gallery, London

Non si stimeranno mai troppo le Litanie dei Santi per il potere e l’efficacia che hanno. La Chiesa vi ha sempre ricorso in tutte le grandi occasioni, come ad un mezzo atto a rendersi propizio l’aiuto di Dio, rivolgendosi a tutta la corte celeste. Se non potessimo prendere parte alle Processioni delle Rogazioni, che si recitino, almeno, queste Litanie in unione con la Chiesa: si avrà parte nei benefici di una istituzione così santa, e si contribuirà ad ottenere le grazie che la cristianità, in questi tre giorni, sollecita da tutti i luoghi; avremo anche compiuto atto di vero cattolico.

 

Esercizi di pietà per i giorni delle Rogazioni.

[da: Via del Paradiso, Terza ediz., Siena 1823 – imprimatur-]

“Dio eterno, Dio ottimo, che ci avete creati con la vostra onnipotenza, e che ci custodite, e nutrito con la vostra infinita provvidenza, siate benedetto per l’essere che ci avete dato, e ci avete conservato fino a questo giorno.

Vi ringrazio con tutta la Chiesa dei beni non solo spirituali, ma anche corporali, che Vi degnate compartire a tutti i fedeli ed a tutti gli uomini pel mantenimento della vita. Vi ringrazio de’ beni che ci date quotidianamente, e di quelli che ci avete preparati, o sia che vogliate darceli Voi stesso immediatamente, oppure per mezzo delle vostre creature, le quali Voi fate gl’istrumenti della vostra provvidenza.

Riconosco il tutto da Voi, o mio Dio: riconosco che tocca a Voi solo, come Padre della natura, di far germogliare gli alberi, e la semenza, di far nascere e crescere i frutti e condurli a maturità.

O Padre celeste, o Autore di ogni bene, che vi ricordaste di Noè nell’Arca al tempo del diluvio, e di Daniele nel lago de’ leoni, ricordatevi, Vi prego, di noi, che siamo Vostri figli e conservateci la vita, e la sanità, e fate che le impieghiamo a Vostro servizio. Togliete dall’aria l’infezione e i mali influssi, e togliete dalla terra la sterilità, e le male bestie. Togliete ai nostri nemici, visibili ed invisibili, tanto pubblici, come privati, la volontà o la forza di nuocerci. Mandate le rugiade e le piogge a suo tempo, acciò la terra produca con abbondanza. Date ai frutti la virtù di nutrirci e fate che noi non ce ne serviamo mai senza ringraziarvene.

In somma allontanate da noi i vostri flagelli, la peste, la fame, la guerra ed i terremoti, o seppure volete castigarci per i nostri peccati, dateci lo spirito di pazienza e di penitenza ne’ mali che ci mandate, acciò i vostri figli riposandosi sotto l’ombra della vostra infinita bontà, Vi amino, e Vi servano con quiete, e lodino il Vostro santo Nome nel tempo e nell’eternità. Così sia.”

La vera carità

LA VERA CARITA’ 

   Taluni si lamentano che a volte, anche in questo umile ed insignificante blog, si usino espressioni forti nell’attaccare apostati, eretici, falsi tradizionalisti, maschere carnevalesche e marrani incalliti. A costoro, chiaramente in malafede, noi non possiamo rispondere, non ci sentiamo in grado di farlo, vista la nostra infima statura culturale e la scarsa capacità oratoria. Però, grazie a Dio, c’è chi lo ha già fatto per noi, per cui ci limitiamo a ricopiare fedelmente alcuni capitoli dell’opera di Felix Sarda y Salvany del 1884 “El liberalismo es pecado”! È una musica celestiale per le orecchie di un cattolico!

N.B.:al termine “liberale”, possiamo sostituire: “apostata modernista”, o se preferite: “esponente della setta ecumenista-mondialista” … fate voi!

 liberalismo

-Cap. XXI-

La sana intransigenza cattolica opposta alla falsa carità liberale

   Intransigenza! Intransigenza! Io sento una parte dei miei lettori più o meno intaccati dal liberalismo lanciare queste grida dopo la lettura del capitolo precedente. Che maniera poco cristiana di risolvere la questione, dicono!

I liberali sono, si o no, il nostro prossimo, come gli altri uomini? Con tali idee dove andremo? È mai possibile proporre con una simile impudenza la condanna della carità!

“Siamo al punto, infine!” Noi grideremo a nostra volta. Ah! Ci si getta sempre in faccia questa pretesa nostra mancanza di carità. Ebbene! Poiché è così, noi risponderemo nettamente a questo rimprovero che per molti, riguardo a questo soggetto, è un grande cavallo di battaglia. E se non lo è, perlomeno serve da paraurti ai nostri nemici, e, come ha detto con grande spiritualità un autore, obbliga gentilmente la carità a servire da barricata contro la verità. Ma, prima di tutto,

cosa significa la parola carità? 

   La teologia cattolica ne dà una definizione tratta dall’organo più autorevole per l’insegnamento al popolo, il Catechismo, così pieno di saggezza e di filosofia. Ecco questa definizione: “la carità è una virtù soprannaturale che ci inclina ad amare Dio sopra ogni altra cosa e il prossimo come noi stessi per amor di Dio”. Così, dopo Dio, noi dobbiamo amare il prossimo come noi stessi, e ciò, non in una qualsiasi maniera, ma per l’amore che portiamo a Dio e per obbedienza alla sua legge.

E ora, che cosa significa amare?

   Amare è volere il bene, risponde la filosofia, “amare, è volere il bene per colui che si ama”. A chi la carità comanda di voler bene? Al prossimo! Cioè non a tale o tal altro uomo solamente, ma a tutti gli uomini. E quale è questo bene che bisogna volere perché ne risulti un vero amore ? Prima di tutto, il bene supremo, che è il Bene soprannaturale; immediatamente dopo i beni nell’ordine naturale, che non siano incompatibili con esso. Tutto ciò si riassume nella frase: “per l’amore di Dio” e in mille altre il cui senso sia lo stesso.

Ne consegue che si può amare il prossimo, bene e molto, sia facendogli dispiacere, sia contrariandolo, oppure causandogli un pregiudizio materiale o perfino in certe occasioni privandolo della vita.

Tutto si riduce, insomma, a esaminare se in tutti questi casi si operi, sì o no, per il suo bene proprio, per il bene di qualcuno i cui diritti sono superiori ai suoi, o semplicemente per il più grande servizio di Dio.

1°)– Per il suo bene. – Se è dimostrabile che dispiacendo al prossimo, offendendolo, si sia agito per il suo bene, sarebbe evidente che noi lo amiamo, anche nelle contrarietà e dispiaceri che gli abbiamo imposto. Per esempio: si ama il malato bruciandogli con il fuoco o tagliandogli il membro affetto da cancrena; si ama il malvagio correggendolo con la repressione e le punizioni, etc. etc., tutto ciò è carità, e carità perfetta!

2°)– Per il bene di un altro i cui diritti siano superiori.- È sovente necessario dispiacere una persona, non per il suo proprio bene, ma per togliere a qualcun altro il male che ella gli causa. Si tratta allora di un obbligo di carità difendere l’aggredito contro l’ingiusta violenza; e può capitare di fare all’aggressore tanto male quanto sia necessario per la difesa dell’aggredito, ciò che accade quando si uccide un brigante alle prese con un viaggiatore. In questo caso, uccidere l’ingiusto aggressore, ferirlo, ridurlo in ogni maniera all’impotenza, è fare un atto di vera carità!

3°)– Per il servizio dovuto a Dio. – Il Bene di tutti i beni è la Gloria divina, allo stesso modo che Dio è per ogni uomo il più prossimo di tutti i prossimi. Di conseguenza, l’amore dovuto all’uomo in quanto prossimo deve sempre essere subordinato a quello che noi tutti dobbiamo al nostro comune Signore. Per il suo amore dunque e per il suo servizio (se è necessario), occorre dispiacere agli uomini, ferirli e perfino (sempre quando sia necessario) ucciderli. Fate bene attenzione alla grande importanza delle parentesi (quando sia necessario): esse indicano chiaramente il solo caso in cui il servizio di Dio esiga tali sacrifici.

Allo stesso modo che in una guerra giusta gli uomini si feriscono e si uccidono per il servizio alla patria, così essi possono ferirsi o uccidersi per il servizio di Dio.

E ancora: allo stesso modo che si può, in conformità alla legge, giustiziare degli uomini a causa delle loro infrazioni al codice umano, si ha il diritto, in una società cattolicamente organizzata, di fare giustizia degli uomini colpevoli di infrazione al codice divino, in quelli dei suoi articoli obbligatori nel foro esterno. Così si trova giustificata, sia detto “en passant”, l’Inquisizione tanto maledetta. Tutti questi atti (beninteso quando essi siano giusti e necessari) sono degli atti virtuosi e possono essere comandati dalla Carità.

Il liberalismo moderno non la vede in questo modo, ma in ciò ha torto. Da questo deriva che esso concepisca e dia una nozione falsa della carità ai suoi adepti. Con le sue invettive e le sue banali accuse di intolleranza e di intransigenza rinnovate senza interruzione, esso sconcerta perfino i cattolici più fermi. La nostra concezione, per noi, è tuttavia ben chiara e concreta.

Eccola: la sovrana intransigenza cattolica non è altro che la sovrana carità cattolica. Questa carità si esercita relativamente al prossimo, quando, nel suo proprio interesse, essa lo confonde, l’umilia, l’offende e lo fa soffrire. Essa agisce verso terze persone, allorquando per liberarle dall’errore e dal suo contagio, essa ne smaschera gli autori e i fautori, chiamandoli con il loro vero nome: malvagi, perversi, destinandoli all’orrore, al disprezzo, denunciandoli all’esecrazione comune, e quando sia possibile, allo zelo delle autorità sociali incaricate di reprimerli e di punirli.

Infine questa carità si esercita relativamente a Dio, quando per la sua Gloria e il suo Servizio, diventi necessario imporre il silenzio a tutte le considerazioni umane, superare tutti i limiti, tralasciare ogni rispetto umano, ferire tutti gli interessi, esporre la propria vita e tutte le vite allorquando il loro sacrificio fosse necessario al raggiungimento di un così alto fine.

Tutto ciò è pura intransigenza nel vero Amore e, per conseguenza, sovrana Carità.

I tipi umani di questa intransigenza sono gli eroi più sublimi della Carità, come la comprende la Vera Religione. E poiché ai nostri giorni ci sono così pochi veri intransigenti, ci sono anche poche persone veramente caritatevoli. La carità liberale, attualmente alla moda, [ed oggi anche la falsa misericordia –n.d.r.-] è condiscendente, affettuosa, perfino tenera, nella forma, ma in fondo essa non è che il disprezzo essenziale dei veri beni dell’uomo, dei supremi interessi della Verità e di Dio.

-Cap. XXII-

La carità nelle forme della polemica: i liberali hanno ragione su questo punto contro gli apologisti cristiani?

 

Non è tuttavia sul terreno dei principi del liberalismo che a tutta prima si deve dare battaglia, perché si sa troppo bene che nella discussione sui principi, esso avrebbe a subire un’irrimediabile disfatta. Il liberale preferisce accusare senza interruzione i cattolici di esercitare poca carità nelle forme della loro propaganda. E’ su questo punto, come abbiamo già detto, che certi cattolici, in fondo buoni, ma intaccati di liberalismo, si scagliano ordinariamente contro di noi. Vediamo ciò che c’è da dire su questo punto. Cattolici, noi abbiamo ragione su questo punto come su tutti gli altri, ma i liberali non ne hanno neppure l’ombra. Fermiamoci un momento per convincerci di ciò sulla base delle seguenti considerazioni:

1°)– Il cattolico può trattare apertamente il suo avversario in quanto “liberale”, se egli lo è realmente, e questo nessuno lo metterà in dubbio. Se un autore, un giornalista, un deputato fa mostra di liberalismo e non nasconde le sue preferenze liberali, come si può dire che lo si insulta chiamandolo “liberale”? Si palam res est, repetitio injuria non est: “dire ciò che tutti sanno, non è un’ingiuria.”. A maggior ragione, dire del prossimo ciò che lui stesso afferma in tutti i momenti, non può costituire offesa. Quanti liberali tuttavia, soprattutto nel gruppo delle persone miti e di quelle moderate, giudicano ingiuriose le espressioni di “liberali” o “amici dei liberali” riferite loro da qualche avversario cattolico.

2°)- essendo dato che il liberalismo è una cosa malvagia, definire malvagi i difensori pubblici e coscienti del liberalismo, non è una mancanza di carità. Si tratta in sostanza, di applicare al caso presente la legge di giustizia in uso in tutti i secoli. Noi, cattolici di oggi, non diciamo nulla di nuovo a questo riguardo. Noi ci atteniamo alla pratica costante dell’antichità. I propagandisti e i fautori delle eresie sono stati in tutti tempi definiti eretici quanto i loro autori. E siccome l’eresia è sempre stata considerata nella Chiesa come un male dei più gravi, la Chiesa ha sempre definito malvagi e cattivi i suoi fautori e propagatori. Vedete l’insieme degli autori ecclesiastici, voi noterete come gli Apostoli abbiano trattato i primi eresiarchi, come i santi Padri, i controversisti moderni e la Chiesa stessa nel suo linguaggio ufficiale, li hanno imitati. Non c’è dunque alcun peccato contro la carità nel chiamare il male “Male”, malvagi gli autori, fautori e discepoli del male, iniquità, scelleratezza, perversità, l’insieme dei loro atti, parole e scritti. Il lupo è stato sempre chiamato “lupo” senza giri di parole, e mai chiamandolo così si è creduto di fare torto al gregge e al suo pastore.

3°)- se la propaganda del bene e la necessità di attaccare il male esigono l’impiego di termini un poco duri contro gli errori e i loro corifei riconosciuti, questo impiego non è assolutamente contrario alla carità. Vi è qui un corollario o una conseguenza del principio sopra dimostrato. Occorre rendere il male detestabile e odioso. Ora non si ottiene questo risultato senza mostrare i pericoli del male, senza dire quanto esso sia perverso, odioso e da disprezzare. L’arte oratoria cristiana di tutti i secoli autorizza l’impiego delle figure retoriche più violente contro l’empietà. Negli scritti dei grandi atleti del Cristianesimo, l’uso dell’ironia, dell’imprecazione, dell’esasperazione, degli epiteti “pesanti” è continuo. In questo campo l’unica legge deve essere l’opportunità e la verità.

Esiste ancora un’altra giustificazione per questo uso di termini un poco duri.

La propaganda e l’apologetica popolari (esse sono sempre popolari quando sono religiose) non possono conservare le forme eleganti e temperate dell’accademia e della scuola. Per convincere il popolo occorre parlare al suo cuore e alla sua immaginazione che non possono essere toccate che da un linguaggio colorito, bruciante, appassionato. Essere appassionati non è reprensibile quando si è tali per un santo ardore di Verità.

Le pretese violenze del giornalismo ultramontano moderno non solo sono molto inferiori a quelle del giornalismo liberale, ma esse sono ancor più giustificate da tutte le pagine delle opere dei nostri grandi polemisti cattolici delle epoche migliori, ciò che è facile da verificare.

San Giovanni battista cominciò col chiamare i farisei: “razza di vipere”. Gesù Cristo nostro Signore lanciò loro gli epiteti “di ipocriti, di sepolcri imbiancati, di generazione perversa e adultera” senza per questo credere di macchiare la santità della sua predicazione così misericordiosa.

San Paolo stesso diceva degli scismatici di Creta che essi erano dei “mentitori, delle bestie selvagge, fannulloni obesi”. Il medesimo Apostolo definisce il mago Elymas “seduttore, uomo pieno di frode e di furberia, figlio del diavolo, nemico di ogni verità e giustizia”.

Se noi apriamo la collezione delle opere dei Padri, incontriamo dappertutto degli scritti di questa natura. Essi li impiegarono senza esitare, in ogni occasione, nella loro eterna polemica con gli eretici. Limitiamoci a citarne qualcuno dei principali.

San Girolamo discutendo con l’eretico Vigilanzio gli getta in faccia la sua antica professione di teatrante. “Dai tempi della tua prima infanzia, gli disse, tu apprendesti altra cosa che la teologia e ti abbandonasti ad altri studi. Verificare nello stesso tempo il valore delle monete e quello dei testi delle Scritture, degustare i vini e possedere il significato dei Profeti e degli Apostoli: queste non sono certamente cose in cui lo stesso uomo possa cavarsela con onore”! È facile rendersi conto della predilezione del Santo controversista per questa maniera di discreditare il proprio avversario. In un’altra occasione, attaccando il medesimo Vigilanzio, che negava l’eccellenza della verginità e del digiuno, gli domanda, col suo solito buon umore, se il motivo della sua opposizione a queste virtù non fosse il minore afflusso che avrebbero causato ai suoi spettacoli.

Oddio! Che grida avrebbero gettato i critici liberali, se uno dei nostri controversisti avesse scritto in questo modo contro l’eretico del giorno!

Che diremmo di San Giovanni Crisostomo? La sua famosa invettiva contro Eutropio non è paragonabile, dal punto di vista del carattere personale e dell’aggressività, che alle più crudeli invettive di Cicerone contro Catilina o contro Verre. Il dolce San Bernardo non era certamente mellifluo allorquando si trattava dei nemici della Fede. Indirizzandosi ad Arnaldo da Brescia, il grande agitatore liberale del suo tempo, egli lo definisce in tutte le lettere “seduttore, vaso di iniquità, scorpione, lupo crudele”!

Il pacifico San Tommaso d’Aquino dimentica la calma dei suoi freddi sillogismi per lanciare contro il suo avversario, Guglielmo da Saint-Amour e i suoi discepoli, le violente parole che seguono. “Nemici di Dio, ministri del diavolo, membra dell’anticristo, ignoranti, perversi, riprovati”. Mai l’illustre Louis Veuillot ne ha dette tante!

Il serafico San Bonaventura, così pieno di dolcezza, si serve contro Gérald di tali epiteti: “impudente, calunniatore, spirito di malizia, empio, pubblicano, ignorante, impostore, malfattore, perfido e insensato”.

Nei tempi moderni noi vediamo apparire la splendida figura di San Francesco di Sales che per la sua delicatezza squisita e la sua ammirevole mansuetudine hanno chiamato “l’immagine vivente del Salvatore”. Voi credete che egli ebbe dei riguardi per gli eretici della sua epoca del suo paese? Vediamo dunque!

Egli perdonò loro le ingiurie e li riempì di benefici, arrivò fino a salvare la vita di quelli che avevano attentato alla sua, fino al punto di dire ad uno dei suoi avversari: “se voi mi strappaste un occhio, io non smetterei con l’altro di guardarvi come un fratello”; ma con i nemici della Fede, egli non conservava alcuna moderazione, alcuna considerazione.

Interrogato da un cattolico desideroso di sapere se gli era permesso di parlare male di un eretico che spargeva cattive dottrine, egli gli rispose: “Sì, voi potete farlo, a condizione di attenervi all’esatta verità, a ciò che voi sapete della sua malvagia condotta, presentando ciò che è dubbioso come dubbioso e secondo il grado più o meno grande di dubbio che voi avrete a questo riguardo”.

Nella sua “Introduzione alla vita devota”, libro così prezioso e popolare, egli si esprime più chiaramente ancora: “I nemici dichiarati di Dio e della Chiesa, dice a Filoteo, devono essere biasimati e censurati con tutta la forza possibile. La Carità ci obbliga a gridare al lupo, quando un lupo si sia infiltrato in mezzo al gregge e allo stesso modo in quei luoghi in cui vi sia il rischio di incontrarlo”.

Sarà dunque necessario per noi di fare un corso pratico di retorica e di critica letteraria per affrontare i nostri nemici? Insomma, noi abbiamo appena detto ciò che c’è di vero nella questione tanto dibattuta delle forme aggressive utilizzate dagli scrittori cattolici ultramontani, cioè dai “veri” cattolici. La carità ci proibisce di fare agli altri ciò che ragionevolmente non vorremmo che fosse fatto a noi. Notate l’avverbio “ragionevolmente”, esso specifica tutta l’essenza della questione.

La differenza essenziale che esiste tra la nostra maniera di vedere e quella dei liberali a questo proposito, consiste nel fatto che essi considerano gli “apostoli” dell’errore come dei semplici cittadini liberi, che usano il loro pieno diritto quando esprimono il proprio parere, in materia di religione, diversamente da noi. Di conseguenza essi si credono tenuti a rispettare l’opinione di chiunque e di non contraddirla se non nei termini di una discussione libera.

Noi altri, al contrario, vediamo in essi i nemici dichiarati della Fede che noi siamo “obbligati” a difendere. Noi non vediamo nei loro errori delle libere opinioni, ma delle eresie formali e colpevoli, nel modo che ce lo insegna la Legge di Dio.

   È dunque con ragione che un grande storico cattolico ha detto ai nemici del cattolicesimo: “Voi vi rendete infami con i vostri atti ed io arriverò a coprirvi d’infamia con i miei scritti”. In questo stesso modo la legge delle 12 tavole ordinava alle virili generazioni dei primi tempi di Roma: Adversus hostem aeterna auctoritas esto! Ciò che può essere tradotto così: “contro il nemico, mai nessuna tregua!”.

s. Agostino

Cap. XXIII

Conviene, mentre si combatte l’errore, combattere e screditare la persona che lo sostiene ?

   Passi la guerra contro dottrine astratte, dirà qualcuno. Ma conviene combattere l’errore, per quanto evidente esso sia, abbattendosi e accanendosi contro le persone che lo sostengono?

Ecco la nostra risposta!!:

Si, spesso conviene e non solamente conviene, ma ancor più è indispensabile, meritorio davanti a Dio e davanti alla società, che sia così.

Questa affermazione deriva da ciò che è stato precedentemente esposto, tuttavia noi vogliamo trattarla qui ex-professo tanto è grande la sua importanza.

L’accusa di fare dei personalismi non è di solito rivolta agli apologisti cattolici se non quando gli intaccati di liberalismo gettano quest’accusa contro uno dei nostri, e sembra loro che non vi sia più niente da appurare per la sua condanna. Tuttavia essi si sbagliano, sì, in verità, si sbagliano. Occorre discreditare e combattere le idee malsane e ancor più bisogna ispirare l’odio, il disprezzo e l’orrore, verso queste idee, nella moltitudine che cercano di sedurre e reclutare.

Le idee non si sostengono in alcun caso da se stesse, esse non si diffondono né si propagano per il solo fatto di esistere; non potrebbero da sole produrre tutto il male di cui soffre la società. Esse assomiglierebbero a frecce o a pallottole che non ferirebbero nessuno, se non si usassero archi o fucili.

È dunque contro l’arciere e il fuciliere che deve rivolgersi, innanzitutto, colui che vuol metter fine ai loro tiri assassini!

Qualsiasi altro modo di guerreggiare sarà liberale quanto si vorrà, ma sarà insensato. Gli autori e propagatori di dottrine eretiche sono dei soldati che usano delle armi caricate con proiettili avvelenati. Le loro armi sono il libro, il giornale, il discorso pubblico, l’influenza personale [oggi i mezzi di comunicazione –n.d.r.-]. È sufficiente portarsi a destra o a sinistra per evitare i colpi? No, la prima cosa da fare, la più efficace, è quella di eliminare il tiratore.

Così dunque conviene togliere qualsiasi autorità, qualsiasi credito al libro, al giornale e al discorso del nemico, ma conviene anche, in certi casi, fare altrettanto per la sua persona, sì, per la sua persona che è incontestabilmente l’elemento principale della lotta, come l’artigliere è l’elemento principale dell’artiglieria e non la bomba, la polvere e il cannone.

È dunque lecito in certi casi rivelare al pubblico le sue infamie, ridicolizzare le sue abitudini, trascinare il suo nome nella polvere!

Si, lettore, ciò è permesso, permesso in prosa, in versi, in caricatura, in un tono scherzoso o meno, con tutti i mezzi e procedimenti che l’avvenire potrà inventare. Importa solamente non mettere la menzogna al servizio della giustizia. Questo no, sotto nessun pretesto può essere portata offesa alla Verità, nemmeno d’uno iota.

Ma senza uscire dai suoi stretti limiti si può ricordare questa parola di Cretinau-Joly e trarne profitto: la Verità è la sola carità permessa alla storia, si potrebbe anche aggiungere: e alla difesa della Religione e della Società. Ed i Padri che noi abbiamo già citato forniscono la prova di questa tesi. Gli stessi titoli delle loro opere affermano chiaramente che nelle loro lotte con le eresie, i loro primi colpi furono diretti contro gli eresiarchi.

Le opere di Sant’Agostino portano quasi tutte in prima pagina il nome dell’autore dell’eresia che combattono: Contra Fortunatum Manichoeum; Adversus Adamanctum; Contra Felicem; Contra Secundinum; Quis fuerit Petilianus; De Gestis Pelagii; Quis fuerit Julianus, etc.; in tale maniera la maggior parte della polemica del grande dottore fu personale, aggressiva, biografica, per così dire, quanto dottrinale, lottando corpo a corpo con l’eretico, non meno che con l’eresia.

Ciò che noi diciamo di Sant’Agostino, potremmo dirlo di tutti i santi Padri.

Da dove il liberalismo ha dunque tratto la nuova obbligazione morale di non combattere l’errore se non facendo astrazione delle persone, se non elargendo agli eretici incensamenti e sorrisi? Si attengano piuttosto alla Tradizione cristiana e ci lascino, noi gli ultramontani [ed oggi i “veri” cattolici – n.d.r. -], difendere la SANTA FEDE come è stata sempre difesa nella Chiesa di Dio.

Che la spada del polemista cattolico ferisca, che essa ferisca, che vada dritta al cuore !

È questa l’unica maniera reale ed efficace di combattere!!!