IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (4)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (4)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Quello che si debba fare, quando la volontà superiore pare vinta e soffocata in tutto dall’inferiore e dai nemici.

CAP. XIV

E se talora ti paresse, che la volontà superiore nulla potesse contro l’inferiore, e nemici suoi, perché non sentissi in te un potere efficace contro di loro, sta pur salda e non lasciare la pugna, perché hai da tenerti sempre per vittoriosa, mentre apertamente non ti avvedi di aver ceduto. – Che siccome non ha bisogno la nostra volontà superiore per produrre gli atti suoi delle voglie inferiori, così se ella stessa non vuole non può essere costretta giammai a rendersi loro per vinta, per molto aspramente che l’impugnino.  – Perciocchè Iddio ha dotata la volontà di libertà e forza tale che, se tutti i sensi, con tutti i demoni, ed il mondo insieme si armassero e congiurassero contro di lei combattendola, e premendola con tutto lo sforzo loro, può ella nondimeno a dispetto loro liberissimamente volere o non volere tutto ciò, che vuole o non vuole, e quante fiate e per quanto tempo, ed in quel modo ed a quel fine, che più le piace. E se questi nemici alcuna fìate con tanta violenza ti assalissero, e stringessero, che la volontà tua quasi soffocata, non avesse (per cosi dire) fiato per produrre alcun atto di voglie contrarie, non ti perdere d’animo, né gettar le armi per terra, ma serviti in questo caso della lingua, e difenditi, dicendo: “Non ti cedo, non ti voglio”; a guisa di colui, che avendo l’inimico addosso, che lo tiene oppresso, non potendo con la punta, lo percuote col pomo della spada. E siccome quelli tenta di far un salto addietro per poterlo ferire di punta, così tu ritirati nel conoscimento di te stessa, che niente sei, e niente puoi, e con la fiducia in Dio, che tutto può, dà un colpo alla nemica passione dicendo: “Aiutatemi Signore, aiutatemi Dio mio, aiutatemi Gesù e Maria, perch’io non le ceda”. Potrai ancora, quando il nemico ti dà tempo, aiutare la debolezza della volontà, col ricorrere all’intelletto, considerando diversi punti per la considerazione dei quali viene poi la volontà a pigliar fiato e forza contra i nemici. Per esempio: Tu in qualche persecuzione, o altro travaglio, talmente assalita dall’impazienza che la tua volontà quasi non può, oppure non vuole comportarlo; la conforterai dunque con il discorrere con l’intelligenza, intorno ai seguenti, o pure altri punti. – Primo, considera se tu meriti quel male che patisci, perché gli hai dato l’occasione che meritandolo, ogni dover di giustizia vuole che tu sopporti pazientemente quella ferita, che con le proprie mani ti hai data. – Secondo, e non avendone tu colpa alcuna, rivolta il pensiero agli altri tuoi falli dei quali non hai ancora dato il castigo, come si deve, gli hai puniti. E vedendo che la misericordia di Dio ti cangia la pena d’essi, che sarebbe eterna, oppure temporale, ma del Purgatorio, con una piccola presente, devi riceverla non solamente volentieri, ma con rendimento di grazie. – Terzo, e quando a te paresse d’aver fatto molta penitenza, e poco offesa la Divina Maestà (cosa però, che non devi mai persuaderti) hai da pensare, che nel Regno celeste non si entra che per la stretta porta delle tribolazioni. – Quarto, che quantunque tu vi potessi entrare per altra via, per legge d’amore non dovresti neanche pensarlo, essendovi il Figliuolo di Dio con tutti gli amici e membri suoi entrato per mezzo delle spine e croci. – Quinto, ma quello che tu hai in questa, ed ogni altra occasione da mirare principalmente, è la volontà del tuo Dio, che per l’amore che ti porta, e per compiacerti indicibilmente d’ogni atto di virtù e mortificazione, che per corrispondere in amore a Lui ti vedrà fare da sua fedele e generosa guerriera. E tieni per certo, che quanto in sé farà più irragionevole il travaglio, e più indegno dalla parte d’onde viene, e perciò a te più molesto e grave a tollerarlo, tanto al Signore darai più gusto, approvando, ed amando anco nelle cose disordinate in se stesse, e per te più amare, la sua divina volontà e disposizione, nella quale ogni avvenimento, per sregolato che sia, ha regola ed ordine perfettissimo.

Da alcuni avvisi intorno al modo di combattere, e specialmente contro chi e con qual virtù debba farsi.

CAP. XV

Hai già veduto figliuola, il modo con cui si ha da combattere per vincere te stessa, ed ornarti delle virtù. Sappi ora di più, che per riportare la vittoria dei tuoi nemici con facilità, ti conviene combattere, anzi è di bisogno che tu combatta ogni giorno, particolarmente contro l’amore proprio, avvezzandoti ad avere per cari amici i dispregi, e disgusti, che ti potesse mai dare il mondo. E dal non avvertire questa pugna, e dal farne poco conto, è avvenuto ed avviene (come ho tocco di sopra) che le vittorie sono difficoltose, rare, imperfette ed instabili. – Di più ti avviso che il combattimento ha da essere con fortezza d’animo, la quale facilmente acquisterai se la domanderai a Dio; se considerando la rabbia ed odio immortale, ed il gran numero delle loro squadre ed eserciti, considererai all’incontro cui in infinito maggiore è la bontà di Dio, e l’amore, con cui ti ama, e che assai più sono gli Angioli del Cielo e le orazioni de Santi, che dalla parte nostra combattono. – E da questa considerazione è proceduto, che tante e tante femminucce, hanno superato e vinto tutta la potenza e sapienza del mondo, tutti gli assalti della carne, e tutta la rabbia dell’inferno. Onde non ha mai da spaventarti, benché alle volte a te paresse, che la pugna dei nemici più ingagliardisca, e sia per durar per tutta la vita tua, e che ti minaccia quali certe cadute da diverse parti, perché hai da sapere oltre il suddetto, che ogni forza e sapere dei nostri nemici, sta nelle mani del nostro divino Capitano, per onore del quale si combatte, il quale stimandoci indicibilmente, e chiamandoci Egli stesso e rettamente alla pugna, non pure non permetterà mai che ti sia fatta soverchieria, ma combattendo Egli per te, te li darà vinti, quando a Lui piacerà, e con maggior tuo guadagno, quando Egli tardasse in sino all’ultimo giorno di tua vita. Questo solamente tocca a te, che tu combatta generosamente e, se avvenga più fiate, che sia ferita, mai lasci le armi, e ti dia in fuga. – Finalmente, perché tu valorosamente combatta, hai da sapere che questa battaglia non si può fuggire, e chi non vi combatte, di necessità vi resta preso  e morto. Oltre ciò si ha da fare con nemici di tal qualità ed odio ripieni, che non se ne può in modo alcuno, né pace né tregua sperare.

In qual modo la mattina di buon ora si debba mettere in campo il Saldato di Cristo.

CAP. XVI

Svegliata che sarai, la prima che hanno da osservare gli occhi tuoi interni, è il vederti dentro uno steccato chiuso; con questa legge che chi non vi combatte, vi resta morto per sempre. Dentro del quale, t’immaginerai di vedere innanzi a te da una parte quel nemico e mala inclinazione tua che hai già pigliata per espugnare, armata per ferirti, e darti morte, e dal destro piano il tuo vittorioso Capitano Cristo Gesù, con la sua SS. Madre Maria Vergine, insieme col suo carissimo Sposo Giuseppe, con molte squadre d’Angioli, e Santi, e particolarmente S. Michele Arcangelo; e dal sinistro piano il demonio infernale con i suoi, per eccitare la suddetta tua passione istigandoti a cedergli. Nel che ti parerà di sentire una voce,- quasi dell’Angiolo tuo Custode, che cosi ti dica: “Tu oggi hai da combattere contro questo, ed altri tuoi nemici. Non s’impaurisca il cuor tuo, né si perda d’animo, non gli ceda per timore, o altro rispetto in conto alcuno, perché il Signore nostro e Capitano tuo, sta qui teco con tutte quelle gloriose squadre che contro i tuoi nemici tutti combatterà, non permettendo che in forze ti prevalgano, ed in soverchieria”. Sta pur salda, fa a te violenza, e comporta la pena che in violentarti sentirai talora. Grida spesso dall’intimo del cuore, e chiama il tuo Signore e Maria Vergine e tutt’i Santi, che senza dubbio ne riporterai  la vittoria. Se tu sei fiacca, e male abituata, se i nemici tuoi sono forti, e molti, molti anche sono gli ajuti di chi ti ha creato e redenta, e sopra modo e senza comparazione alcuna, più forte è il tuo Dio, più voglia ha Egli di salvarti, che non ne ha il nemico di perderti. Combatti pure, né talora ti rincresca il penare, perché dalla fatica, dalla violenza contro le tua male inclinazioni e dalla pena che si sente per mali abiti, nasce la vittoria ed il tesoro grande, con che si compra il Regno dei cieli, e si unisce l’anima per sempre con Dio. – Comincerai in nome del Signore a combattere con le armi della diffidenza di te stessa e confidenza in Dio, con la orazione e con l’esercizio, chiamando a battaglia quel nemico ed inclinazione tua, che secondo l’ordine di sopra ti sei risoluta di vincere, ora con la resistenza, ora con l’odio ed ora con gli atti della virtù contraria, ferendola più e più volte a morte, per far piacere al tuo Signore che, con tutta la Chiesa trionfante, sta a vedere il tuo combattimento. –  Di nuovo ti dico, che non ti deve rincrescere i1 combattere, considerando l’obbligo che tutti abbiamo di servire e piacere a Dio, e la necessità di combattere, non potendo fuggire senza ferite e morte nostra, da questa battaglia; e ti dico di più, che quando, come ribelle volessi fuggire da Dio e darti al mondo, ed alle delizie della carne, al tuo dispetto ti bisogna combattere con tante e tante contrarietà, che spesse volte ti suderà il volto, e penetrerà il cuore con angosce di morte. – Considera qui, che forte di pazzia sarebbe di pigliare quella fatica e quella pena che induce maggior fatica e pena, con la morte insieme senza finirsi mai, fuggendo da quella, che col finirla presto, si unisce alla vita eterna ed infinitamente beata, o godendo per sempre del nostro Dio.

Dell’ordine di combattere contro le nostre viziose passioni. 

CAP. XVII

Importa assai sapere l’ordine, che si ha da tenere per combattere come si deve, e non a caso ed a stampa, come fanno molti, non senza loro danno. L’ordine di combattere contro i nemici e mali inclinazioni tue è, che tu, entrando dentro al tuo cuore, guardi con diligente esame da qual sorta di pensieri ed affetti è circondato, e da qual passione è più posseduto e tiranneggiato; e contro quella principalmente tu prenda le armi, e la pugna. E se avviene, che tu sii assalita da altri nemici, sempre devi combattere contro quello che allora in atto e più da vicino ti fa guerra, ritornando però poi alla principal impresa.

Del modo di resistere ai subiti moti delle passioni.

CAP. XVIII

Non essendo ancora assuefatta a riparare i subiti colpi delle ingiurie, o d’altra cosa contraria, per fare quell’uso, avvezzati a prevederli e volerli poi più e più volte, aspettandoli con animo preparato. – Il modo di prevederli è che, considerata la condizione delle tue passioni, consideri anco le persone e i luoghi dove, e con le quali tratti, dal che facilmente potrai congetturare quel, che ti potrebbe avvenire. – E sopravvenendoti qualsivoglia altra cosa avversa non pensata, oltre l’aiuto, che ti avrà recato il tenere l’animo preparato alle altre che prevedevi, potrai di più servirti di questo altro modo. In quello che tu incominci a sentire i primi colpi dell’ingiuria, o altra cosa penosa, sta desta a farti forza per levare la mente a Dio, considerando la sua ineffabile bontà, e l’amore verso di te col quale ti manda quell’avversità, acciocché sopportandola per suo amore, più ti purghi ed accosti, ed unisci a Lui. E veduto, quanto Egli si compiace, che tu la sopporti, voltati a te stessa, riprendendoti, e dicendo teco: “Ah, perché non vuoi sostenere questa Croce, che non questi o quegli, ma il tuo Padre celeste ti manda”. Poi rivolta alla Croce abbracciata con la maggior pazienza ed allegrezza, che puoi, dicendo: O Croce fabbricata dalla previdenza divina, innanzi ch’io fossi! O  Croce indolcita dal dolce amore del mio Crocifisso! Inchiodami ormai in te, perché possa darmi, a chi morendo in te, mi ha redenta. – E se nel principio, prevalendo in te la passione, non potessi levarti in Dio, ma restassi ferita, cerca non tutto ciò di farlo quanto prima, come se ferita non fossi. Ma per efficace rimedio contro questi sopiti moti, toglierai a buon ora la cagione, d’onde procedono. – Come se per l’affètto che hai ad alcuna cosa, vedi che, quando in essa vieni molestata, sei solita cadere in subita alterazione d’animo, il modo di provvedere a ciò per tempo è che tu ti avvezzi a toglierne l’affetto. Ma se l’alterazione procede non dalla cosa, ma dalla persona della quale, perché non vi hai sangue, ogni piccola azione ti infastidisce e ti commuove, il rimedio è che ti sforzi d’inchinare la volontà ed amarla, ed averla cara, perché oltre ch’è creatura come tu, dalla sovrana mano formata, e con lo stesso divino Sangue come tu, riformata, ti porge anche occasione (se la comporterai) di assomigliarti al tuo Signore, amoroso e benigno con tutti.

Del modo di combatterecontro il vizio della carne

CAP. XIX

Contro questo vizio hai da combattere con particolare e diverso modo dagli altri. Onde, perché tu sappia combattere ordinatamente, tre tempi hai da osservare:

Avanti che siamo tentati.

Quando siamo tentati.

Dopo che la tentazione è passata.

Avanti la tentazione, la pugna sarà contro le cagioni che sogliono produr quella tentazione. Prima tu hai a combattere, non affrontando il vizio, ma fuggendo ad ogni tuo potere qualsivoglia occasione e persona, da cui te ne possa venire un minimo pericolo. E bisognando talora trattarci, prestissimamente, con volto modesto e grave, e piuttosto le parole hanno d’avere dell’asprezze che dell’amorevolezza ed affabilità soverchia. Né ti fidare, perché non senta, né abbi tanti e tanti anni praticato, sentito stimoli della carne, perché questo maledetto vizio, quello che non ha fatto in molti anni, lo fa in un’ora, e spesso ordina i suoi apparecchi occultamente, e tanto più nuoce, ed incurabilmente ferisce, quanto più sa dell’amico meno dà sospetto di sé. – E molte volte v’è più da temere (come non poche fiate l’esperienza ha mostrato e mostra tuttavia), dove la pratica si continua sotto pretesto di cose lecite, come di parentela, o debito uffizio, oppure di virtù, che sia nella persona amata, perché col troppo ed imprudente praticare, si va mescolando il velenoso diletto del senso, che insensibilmente stillando a poco a poco, e penetrando fino al midollo dell’ anima, va offuscando sempre più la ragione, in modo che si cominciano a stimare come niente le cose pericolose, gli sguardi amorevoli, le parole dolci dell’una e l’altra parte, ed i gusti della conversazione, e così, passandosi dall’una all’altra parte, si viene poi a cadere in rovina, o in alcuna travagliata tentazione malagevole a superarsi. – Di nuovo ti dico che tu fugga, perché sei stoppa, né ti fidare, che sei bagnata, e ben piena d’acqua di buona e forte volontà; e risoluta piuttosto, e pronta alla morte, che all’offesa divina, perché con lo spesso praticare, il fuoco col suo calore a poco a poco, dissecandone l’acqua della buona volontà, quando manco vi si pensa, se le attaccherà in modo che non porterà rispetto a parentela, né ad amici; non temerà Dio, non stimerà l’onore, non la vita, né le pene dell’inferno tutte. Però fuggi, fuggi, se daddovero non vuoi essere sopraggiunta, presa, ed uccisa. Secondo, fuggi l’ozio, e sta vigilante e desta con i pensieri, e con le opere al tuo stato convenienti. Terzo, non fare mai resistenza, ma ubbidisci facilmente ai tuoi Superiori, eseguendo con prontezza le cose imposte, e quelle più volentieri che ti umiliano, e sono più contro la tua volontà e naturale inclinazione. Quarto  non far mai giudizio del prossimo, e principalmente di questo vizio, e se manifestamente fosse caduto, abbigli compassione, né ti sdegnare contro di lui, non lo avere a scherno, ma cavane frutto di umiltà, e di conoscimento di te stessa, conoscendoti polvere e niente; con le orazioni accostati a Dio, e più che mai fuggi le pratiche, dove sia pure ombra di pericolo. Che se tu sarai facile a giudicare gli altri e dispregiarli, iddio a tuo costo ti correggerà, permettendo che tu cada nello stesso difetto, acciocché tu ti avveda della tua superbia, ed umiliata, ad ambedue questi vizi, procuri rimedio. E non cadendo, né mutando pensiero, sappi pure, che vi è da dubitare grandemente dello stato tuo. Quinto ed ultimo avverti bene, che ritrovandoti tu con qualche dono e gusto di delizie spirituali, tu non prenda di te stessa un certo vano compiacimento, persuadendoti di essere da qualche cosa, e che i tuoi nemici non siano più per farti guerra, giacche ti pare di guardarli con nausea, orrore, ed odio, che se in ciò sarai in cauta, cadrai facilmente. Nel tempo della tentazione considera, se procede da cagione intrinseca, o estrinseca. Estrinseca intendo io, che sia la curiosità degli occhi, delle orecchie, la soverchia politezza delle vesti, le pratiche ed i ragionamenti che incitano a quello vizio. Il rimedio di quelli casi è l’onestà, la modestia, non volendo né vedere, né sentire, cose che incitino a questo vizio, e la fuga, come di sopra ho detto. –  L’intrinseca procede, o dalla vivacità del corpo, o dai pensieri della mente; che ci vengano da nostri mali abiti, o pure per suggestione del demonio. La vivacità del corpo si ha da mortificare con digiuni, discipline, cilici, vigilie, ed altre simili asprezze, secondoché insegna la discrezione, e l’ubbidienza. Quanto ai pensieri, vengano pure da qual parte si voglia, che i rimedi son quelli: L’occupazione in diversi esercizi al proprio stato convenienti. L’orazione e la meditazione. L’orazione sia di questa maniera. Quando tu cominci pur un poco ad accorgerti, non pure di tali pensieri, ma dell’antiguardia loro, subito ritirati con la mente al Crocifisso, dicendo: “Gesù mio, Gesù mio dolce, aiutatemi presto, perché io non sia presa da questo nemico”. Ed alle volte abbracciando la Croce, d’onde pende il tuo Signore, bacia più volte le piaghe dei suoi sacrati piedi, dicendo affettuosamente: “piaghe belle, piaghe caste, piaghe sante, piagate ormai questo misero ed impuro cuore, liberandomi dall’offesa vostra.” – La meditazione non vorrei, che nel tempo che abbondano le tentazioni carnali, fosse intorno a certi punti, che propongono molti libri per rimedio di questa tentazione, come il considerare la viltà di questo vizio, l’insaziabilità, i disgusti, le amarezze, che ne seguono, i pericoli e rovine della roba, della vita, dell’onore, e cose simili. Perché quello non è sempre sicuro mezzo per vincere la tentazione, anzi può apportare danno: che se l’intelletto per una via scaccia questi pensieri, per l’altra ci  porge occasione e pericolo di dilettarcene, e consentire al diletto; onde il rimedio vero è il fuggire in tutto, non pure da essi, ma anco da ogni cosa, benché loro contraria, che ce li rappresenti. Però la tua meditazione, per questo effetto, sia intorno alla vita e alla passione del nostro Crocifisso. E se meditando, ti si facessero innanzi contro tua voglia gli stessi pensieri, e più del solito ti molestassero (come facilmente ti avverrà), non perciò ti sgomenterai, né lascerai la tua meditazione, nè a far loro resistenza ti rivolterai, ma seguirai, quanto più intensamente ti sia possibile, la tua meditazione, non curandoti di tali pensieri, come se tuoi non fossero, che non vi è di questo modo migliore per opporsi loro, ancorché ti facessero continua guerra. – Conchiuderai poi la meditazione  con questa o somigliante domanda: “Liberatemi, Creatore e Redentor mio dai miei nemici ad onore della vostra passione e bontà ineffabile”; non rivoltando la mente al vizio, perché la sola memoria di esso non è senza pericolo. Né sta a disputare mai con simile tentazione, se tu abbi consentito o no; perché questo sotto specie di bene, è inganno del demonio per inquietarti  e renderti sconfidata o pusillanime; perché rendendoti occupata in tali discorsi spera di farti cadere in qualche delitto. Però in questa tentazione (quando il consenso non è chiaro), ti basti confessare il tutto con brevità al tuo padre spirituale, rimanendoti di poi col suo parere quieta, senza pensarci più. E fa che gli scopri sempre fedelmente ogni tuo pensiero, né mai te ne ritenga rispetto alcuna o vergogna. Che se con tutti i nostri nemici abbiamo bisogno della virtù dell’umiltà per vincerli, in questo più che in altro dobbiamo umiliarci, essendo questo vizio quasi sempre castigo di superbia. Passato il tempo della tentazione, quello che abbi da fare è, che per libera, che ti pare di essere, e del tutto sicura, tu stia però con la mente lontana affatto da quegli oggetti che ti cagionavano la tentazione, ancorché per fine di virtù, o di altro bene ti sentissi muovere a fare altrimenti, perché questa è frode della viziosa natura, e laccio del sagace nostro avversario, che si trasforma in Angiolo di luce per indurci alle tenebre.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (3)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (3)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Delle cagioni, per cui non si discernono le cose rettamente da noi, e del modo che si ha da tenere per conoscerle bene.

CAP. VIII

La cagione, per cui da noi tutte le cose suddette, con altre non si discernono rettamente, perché alla prima loro apparenza vi attacchiamo o l’amore, o l’odio, dal che ottenebrato, l’intelletto non le giudica direttamente per quelle che sono. – Tu, perché in te non trovi luogo questo inganno, sta sull’avviso di tenere sempre, quanto più puoi, la tua volontà purgata e libera dall’affetto disordinato di qualche cosa. – E quando ti viene proposto avanti qualunque oggetto: riguardalo coll’intelletto, e consideralo maturamente, prima che da odio, s’è di cosa contraria alle nostre naturali inclinazioni: o da amore, se ti apporti diletto, tu sii mossa a volerlo, o pure a rifiutarlo. – Perché allora l’intelletto, non ingombrato da passione, è libero e può conoscere il vero, e penetrare dentro al male che sta nascosto sotto il falso piacere, ed al bene coperto dall’apparenza del male. – Ma se la volontà si è prima inclinata ad amare la cosa, o l’ha presa in aborrimento, l’intelletto non la può ben conoscere, perché quell’affetto, che si è porto fra mezzo, l’offusca di modo che la stima per altra da quella che è, e per tale rappresentandola alla volontà, si muove ella più ardentemente, che prima ad amarla, oppure odiarla, contro ogni ordine e legge di ragione. Dal qual affetto si viene ad oscurare maggiormente l’intelletto, e così oscurato fa di nuovo parere alla volontà, la cosa più che mai amabile, o odiosa. Onde se non si tiene la regola che ho detto (il che in tutto questo esercizio è di somma importanza) quelle due potenze, intelletto e volontà, tanto nobili ed eccellenti, vengono miseramente a camminare sempre come in giro di tenebre in più folte tenebre, e di errore in maggior errore. – Guardati, dunque, figliuola, con ogni vigilanza da ogni non bene ordinato affetto di qualsivoglia cosa, che prima non sia da ben eliminata e riconosciuta per quella che ch’è veramente col lume dell’intelletto, e principalmente con quello della grazia e dell’orazione, e col giudizio del tuo Padre spirituale. – Il che intendo, che tu debba osservare talora, più che nelle altre cose, che in alcune opere esteriori, che buone e tante e sante sono, perché in queste per essere tali, vi è più che in quelle pericolo d’inganno, e di indiscrezione. – Onde per qualche circostanza di tempo, di luogo, e di misura, e per rispetto dell’ubbidienza, a te alcuna volta potrebbero recare non picciolo nocumento, come di molti si sa, che ne’ lodevoli e santissimi esercizi hanno pericolato.

D’un’altra cosa, da cui si deve guardare l’intelletto, perché bene possa discernere.

CAP. IX

L’Altra cosa, da cui abbiamo a tenere difeso l’intelletto, è la curiosità; perché riempiendolo di pensieri nocivi, vani, ed impertinenti, lo rendiamo inabile ed incapace, per apprendere ciò che più appartiene alla nostra vera mortificazione e perfezione. – Per lo che tu hai da essere come morta in tutto, ad ogni investigazione delle cose terrene non necessarie, ancorché lecite. Ristringi sempre il tuo Intelletto guanto puoi, ed ama di farlo stolto. Le novelle e mutazioni del mondo,  e picciole, e grandi, a te siano appunto come se non fossero, e se ti sono offerte, opponiti loro, e scacciale lungi da te.  – Nel desiderio d’intendere le sole celestiali, fa che tu sii sobria ed umile, non volendo altro sapere, che Cristo Crocifisso, e la vita e morte sua, e quanto da te domanda. Tutto il resto tieni da te lontano, che ne farai gran piacere a Dio, il quale ha per suoi cari e diletti coloro che desiderano da Lui e cercano quelle cose che bastano per amare la sua divina bontà e fare la sua volontà. Ogni altra domanda ed inquisizione è proprio amore, superbia, e laccio del demonio. – Se tu seguirai questi ricordi, potrai scampare da molte insidie, perché vedendo l’astuto serpente, che in quelli che attendono alla vita spirituale, la volontà è gagliarda e forte, tenta di abbattere l’intelletto loro, acciò così si faccia padrone e di questo e di quella. – Onde suole molte fiate dar loro sentimenti alti, vivi, e curiosi, e massimamente agli acuti e di grand’ingegno, e che sono facili a levarsi in superbia, perché occupati nel diletto, e discorso di quei punti nei quali falsamente si persuadono di goder Dio, si scordino di purificare il cuore, ed attendere al conoscimento di loro medesimi, ed alla vera mortificazione. Così entrati nel laccio della superbia, si fanno un idolo del proprio intelletto. – Da quello ne segue, che a poco a poco non se ne avvedendo, vengono a darsi ad intendere di non avere bisogno dell’altrui consiglio ed ammaestramento, essendo già assuefatti a ricorrere in ogni occorrenza all’idolo del loro proprio giudizio. – Cosa di grave pericolo, e molto difficile a curarsi, perciocché è più pericolosa la superbia dell’intelletto che della volontà, perché  essendo la superbia della volontà manifesta al proprio intelletto, facilmente potrà un giorno, coll’ubbidire a chi deve, curarla. Ma chi ha ferma opinione che il parer suo sia migliore di quello d’altri, da chi e come, potrà essere sanato? come si sottoporrà al giudizio d’altri, che non ha per tanto buono, quanto il suo proprio. – Se l’occhio dell’anima, ch’è l’intelletto, con cui si aveva da conoscere, e purgare la piaga della superba volontà, è infermo e cieco, e pieno della stessa superbia, chi lo potrà curare? E se la luce diventa tenebre, e la regola falla , come ne andrà il resto. Per la qual cosa tua buon’ora, opponiti a così pericolosa superbia; prima che ti penetri dentro alle midolla dell’ossa. – Rintuzza l’acutezza del tuo intelletto; sottoponi facilmente il tuo proprio all’altrui parere, diventa pazza per amor di Dio, è sarai più savia di Salomone.

Dell’esercizio della  volontà, e del fine al quale si hanno da indirizzare tutte le azioni interiori.

CAP. X

Oltre l’esercizio che tu hai da fare intorno all’intelletto, ti è di bisogno di regolare talmente la tua volontà, che non lasciandola nei suoi desideri, si rende in tutto conforme al piacimento divino. – Ed avverti bene, che non ti ha da bastare quello solo di volere, e procurare le cose che a Dio sono più grate; ma di più ancora hai da volerle ed operarle, e come mosse da Lui, e per fine di piacere a Lui puramente. – In questo abbiamo pure, più che nel suddetto, contrasto grande con la natura; la quale è talmente inclinata a te stessa, che in tutte le cose, e più talora che nelle altre, nelle buone  e spirituali, cerca il proprio comodo e diletto che con che si va trattenendo e di quelle come di cibo niente sospetto, avidamente pascendo. – E però quando ci fono offerte, subito le adocchiamo e vogliamo, non come mossi dalla volontà di Dio, né affine di piacere a Lui solamente, ma per quel bene e contento, che dal volere le cose volute da Dio ne deriva. – Il qual inganno è tanto più occulto, quanto la cosa voluta è per se stessa migliore. Onde fino nel desiderare lo stesso Dio, vi sogliono essere degl’inganni dell’amor proprio, mirando spesso più al nostro interesse e bene che ne aspettiamo, che alla volontà di Dio, che per sua gloria si compiace, e vuole da noi essere amato, desiderato, ed ubbidito. – Per guardarti da questo laccio, che t’impedirebbe il cammino della perfezione, e per avvezzarti a volere ed operare tutto come mossa da Dio, e con pura intenzione d’onorare e contentare Lui solo, (il quale d’ogni nostra azione, e vuol essere unico principio e fine) terrai questo modo; questo modo, quando ti si offre alcuna cosa voluta da Dio, non inchinare la volontà a volerla, se prima non innalzi la mente a Dio, a vedere, se volontà sua, che tu la voglia, e perché Egli così vuole, e per piacere a Lui solamente. – Così da questa volontà mossa e tirata la tua, si pieghi poi a volerla, come voluta da Dio, e per suo solo compiacimento ed onore. –  Parimente volendo tu rifiutare le cose non volute da Dio, non le rifiutare, se prima non affissi lo sguardo dell’intelletto nella sua Divina volontà, la quale vuole che tu per piacergli le rifiuti. – Ma hai da sapere, che le frodi della sottile natura sono poco conosciute, la quale cercando sempre occultamente sé medesima, molte volte fa parere che in noi sia il detto motivo e fine di piacere a Dio, e non e così. – Onde spesso avviene, che quello che si vuole, o non vuole per proprio nostro interesse pare a noi di volerlo, o non volerlo, per piacere, ovvero non piacere a Dio. Per fuggire da questo inganno, il rimedio più proprio, ed intrinseco sarebbe la purità del cuore, la quale consiste (al che si indirizza tutto questo Combattimento?) nello spogliarsi dell’uomo vecchio, e vestirsi del nuovo. – Pure per provvederti d’arte, giacché sei piena di te stessa nel principio delle tue azioni, sta avvertita a spogliarti, quanto puoi d’ogni mistura, dove tu possa stimare che vi sia alcuna cosa del tuo, e non volere né operare, né rifiutare cosa alcuna, se prima non ti senti muovere, e tirare dal puro e semplice volere di Dio. – Se in tutte le operazioni, e particolarmente nelle interiori dell’anima, e nell’esteriori, che presto, come un soffio di vento svaniscono, non potrai così sempre in atto sentire questo motivo, contentati di averlo in ciascuna virtualmente, tenendo sempre intenzione vera di piacere in tutto al tuo solo Dio. –  Ma nelle azioni che continuano per qualche spazio di tempo, non solamente nel principio e bene, che cu ecciti in te quello motivo, ma devi stare sull’avviso di rinnovarlo spesso, e tenerlo svegliato fino all’ultimo; perché altrimenti vi sarebbe pericolo d’incappare in un altro laccio, pure dell’amor nostro naturale, che per esser più inclinato e pieghevole a se stesso, che a Dio, suole molte volte con intervallo di tempo farci inavvedutamente cangiare gli oggetti, e mutare i fini. – Il  servo di Dio, che in ciò non esta ben avvertito, spesse fiate, comincia ad operare alcuna cosa, col pensiero di piacere solamente al suo Signore, ma poi così a poco a poco, quasi non se n’accorgendo, talmente si va compiacendo in quella col proprio senso, che scordatosi della Divina volontà, si rivolta ed attacca di maniera al gusto che ne sente, ed all’utile ed onore, che glie ne può avvenire, che se l’istesso Iddio mette impedimento all’opera con una qualche infermità, o accidente, o mezzo d’alcuna creatura, egli ne rimane tatto turbato, ed inquietato, ed alle volte cade nella mormorazione di questo, e di quello; per non dire talora dell’istesso Iddio. Segno assai chiaro, che se l’intenzione sua non era in tutto di Dio, ma nasceva da radice e fondo guasto, e corrotto. Perché chiunque si muove, come mosso da Dio, e per piacere a Lui solo, non vuole più l’una, che l’altra cosa, ma solamente averla, se a Dio piacerà, che l’abbia, e nel modo, e tempo, che gli farà grato; ed avendola o no, ne resta ugualmente pacifico, e contento poiché ad ogni modo ottiene l’intento suo, e consegue il fine, che altro non era che il piacimento di Dio. Onde sta ben raccolta in te stessa, ed avvertita d’indirizzare sempre le tue azioni a quello perfetto fine. – E se talora (così ricercando la disposizione dell’anima tua) tu ti movessi ad operare il bene, affine di fuggire le pene dell’inferno, o per la speranza del Paradiso; puoi ancora in quello proporti per ultimo fine il piacimento, e volontà di Dio, che si compiace, che tu non vada all’inferno, ma ch’entri nel Regno suo. – Questo motivo, quanto abbia di forza e di virtù, non è chi possa pienamente conoscerlo, poiché una cosa, sia pur bassa, o minima quanto si voglia, fatta con fine di piacere a Dio solo, o per sua gloria, val più (per così dire) infinitamente, che molte altre di grandissimo pregio e valore, che siano fatte senza questo motivo. – Onde gli è più grato un solo danaro dato ad un poverello, per questo solamente di farne piacere a sua divina Maestà, che se con altra intenzione anche di godere i beni del Cielo (ch’è fine ma sommamente desiderabile) alcuno si privasse di tutte le sue facoltà per ampie che fossero. – Questo esercizio di operare il tutto con fine di piacere a Dio puramente, parrà da principio malagevole, ma si renderà piano, e facile dall’uso, e dal desiderar molte volte lo stesso Dio, ed a Lui aspirare con vivi affetti di cuore, come a perfettissimo, ed unico nostro bene, che per se stesso merita, che tutte le creature lo cerchino, e servano, ed amino sopra qualunque altra cosa. – La qual considerazione del suo infinito merito, quanto sarà fatta più profondamente, e più spesso, tanto saranno più ferventi e frequenti gli atti suddetti della volontà, e così con maggior facilità, e più presto verremo ad acquistar l’abito di fare ogni operazione per rispetto ed amor di quel Signore, che solo n’è meritevole. – Ultimamente ti avviso, perché tu consegua questo divino motivo, che tu, oltre il suddetto, lo domandi a Dio con importuna orazione, e che consideri spesso gl’innumerevoli benefizi che Iddio ci ha fatti, e fa tuttavia per puro amore, e senza suo interesse.

Di alcune considerazioni, che inducono la volontà a volere in ogni cosa il piacimento di Dio.

CAP. XI

Di più per indurre con maggior facilità la tua volontà a voler in tutte le cose il piacimento di Dio, e l’onor suo, ricordati spesso, ch’Egli ti ha prima in vari modi onorata, ed amata. Nella creazione, creandoti da nulla a sua sembianza, e le altre creature tutte a tuo servigio. Nella Redenzione, mandando non un’Angiolo, ma l’unigenito Figliuolo suo a ricomprarti, non con prezzo corruttibile d’oro, ed argento, ma col sangue suo prezioso e con la sua penosa, e vituperosa morte. – Che ogn’ora poi, anzi ogni momento, ti tenga guardata dai nemici, combatta per te con la sua grazia, tenga continuamente apparecchiato per tua difesa, e cibo, il suo diletto Figliuolo nel Sacramento dell’Altare, non è segno di inestimabile stima, ed amore che l’immenso Iddio ti porta? Tanto che non è chi possa capire quanto conto faccia sì gran Signore di noi poverelli, della bassezza e miseria nostra, e quello all’incontro, che noi siamo tenuti a fare per così alta maestà, che tali, e tante cose ha operato per noi. – Che se i Signori terreni, quando son onorati da persone anche povere e basse, pur tuttavia si sentono obbligate a rendere loro onori, che dovrà fare la nostra viltà con il supremo Re dell’universo, da cui si vede così altamente pregiata, e tenuta cara? Oltre il suddetto, tieni sempre sopra ogni cosa viva memoria, che la Divina Maestà da se stessa merita infinitamente di essere onorata, e servita puramente per suo piacimento.

Di molte volontàche sono nell’uomo,e della guerra, chehanno tra loro.

CAP. XII

Avvegnaché si possa dire in questo Combattimento, che in noi siano due volontà, l’una della ragione, detta perciò ragionevole, e superiore: l’altra del senso, che inferiore e sensuale è chiamata, la quale con quelli nomi d’appetito, carne, senso, e passione, si suole significare; nondimeno perché noi siamo uomini per la ragione, quando col senso solo vogliamo alcuna cosa, non s’intende che mai da noi veramente si voglia, fino a tanto, che con la superiore volontà non c’inchiniamo a volerla. Onde tutta la nostra battaglia spirituale sta in questo  principalmente, che la ragionevole volontà, essendo posta come in mezzo tra la volontà Divina, che le sta sopra, e l’inferiore, ch’è quella nel senso, continuamente dall’una, e dall’altra è combattuta, mentre ciascuna di queste tenta di tirarla a sé, e farla sì soggetta, ed obbediente. – Ma gran pena, e fatica, massimamente nel principio, provano i mal abituati, quando risolvono di mutare in migliore la loro malvagia vita, e togliendosi al mondo ed alla carne, darsi all’amore e servitù di Gesù Cristo. – Perché  i colpi, che la loro superiore volontà sostiene dalla volontà divina e dalla sensuale, che le stanno sempre intorno, battagliandola, sono possenti e forti, e si fanno bene sentire, non senza grave pena. – Il che non avviene a quelli che di già, sono abituati nelle virtù e non nei vizi; e così intendono tuttavia d’andare continuando, perché i virtuosi facilmente alla volontà divina consentono, ed i viziosi a quella del senso si piegano, senza contrasto. – Ma non presuma alcuno di poter conseguire le vere virtù Cristiane, né servire a Dio, come si conviene, se non vuole farsi violenza daddovero, e sopportar la pena, che si sente nel lasciare non pure i maggiori diletti, ma i piccoli ancora, ai quali prima stava attaccato con affetto terreno. – E da questo avviene, che molto pochi arrivano al segno della perfezione, perché dopo d’aver con fatica superati i vizi maggiori, non vogliono poi farsi violenza, continuando a soffrire le punture ed il travaglio, che si prova nella resistenza di quasi infinite vogliette proprie, e passioncelle di minor conto, le quali ogni ora prevalendo in essi, vengono ad acquistare sopra i cuori, il loro dominio e signoria. – Fra quelli se ne trovano, alcuni che se non tolgono i beni altrui, si affezionano soverchiamente a quelli, che giustamente possiedono: se non procurano onori con mezzi illeciti, non gli abborriscono però, come dovrebbero, né restano di desiderarli, ed alcune volte cercarli per altre diverse vie: se osservano i digiuni d’obbligo, non mortificano per questo la gola nel mangiare superfluamente, ed appetire delicati cibi, e vivendo continenti, non si staccano da certe pratiche di lor gusto, che portano grand’impedimento all’unione con Dio, ed alla vita spirituale; oltre che essendo in qualsivoglia persona, per santa che sia, e più, in chi meno le teme, molto pericolose, sono da fuggirsi da ciascuno, quanto più si possa. –  Dalle quali cose ancora ne avviene, che le altre lor opere buone, sono fatte con tiepidezza di spirito, ed accompagnate da molti interessi, ed imperfezioni occulte, e da non certa stima di loro stessi, e dal desiderio d’essere lodati, e pregiati dal Mondo. – Quelli che sono tali, non pure non fanno progresso nella via della salute, ma tornando addietro, stanno a rischio di ricadere nei primi mali, poiché non amano la vera virtù, e si mostrano poco grati al Signore, che gli tolse dalla tirannia del demonio, ed inoltre sono ignorati e ciechi per vedere il pericolo, in cui si trovano, mentre falsamente si persuadono d’essere in stato come sicuro. – E qui si scopre un inganno tanto più dannoso, quanto meno avvertito, che molti che attendono alla vita spirituale, essendo più di quello che bisognerebbe, di essere amatori (sebbene in verità non fanno amarsi), per lo più prendono quegli esercizi, che più si confanno col gusto loro, e lasciano gli altri, che toccano sul vivo della propria naturale inclinazione, e dei sensuali loro appetiti, contro i quali vorrebbe ogni ragione, che si voltasse tutto lo sforzo della battaglia. Onde, figlia mia diletta, ti avviso, ed esorto ad innamorarti della difficoltà, e pena che seco porta il vincerli; che qui sta il tutto, e tanto farà più certa la vittoria e presta, quanto più fortemente t’innamorerai della difficoltà, che ai principianti mostra la virtù, e la guerra; e se tu più sarai amatrice della difficoltà, e del penoso combattere, che delle vittorie e delle virtù, che presto acquisterai ogni cosa.

Del modo di combattere contro i moti del senso e degli atti, che  ha da fare l’acquistare gli abiti della virtù.

CAP. XIII

Qualunque volta la tua ragionevole volontà è combattuta del senso da una parte, e dalla divina dall’altra, mentre ciascuna cerca di riportarne la palma, fa di mestiere che tu,  acciocché in te prevalga in tutto la volontà divina, ti eserciti in più modi. – Prima, quando sei assalita e battagliata dai moti del senso, hai da fare gagliarda resistenza, perché a quelli che la volontà superiore non acconsenta. – Secondariamente, poiché sono cessati, eccitali di nuovo in te, per reprimerli con maggiore impegno e forza. – Di poi, richiamali alla terza battaglia, nella quale ti avvezzerai di scacciarli da te con sdegno, ed aborrimento. I quali due eccitamenti a  battaglia si hanno da fare in ogni nostro disordinato appetito, fuori che negli stimoli carnali, dei quali ragioneremo a suo luogo. Ultimamente hai da fare atti contrari ad ogni tua viziosa passione. Col seguente esempio ti si farà il tutto più chiaro. Tu sei per avventura combattuta dai moti dell’impazienza; se dentro te stessa dimorando, starai ben attenta, sentirai, ch’essi di continuo battono alla volontà superiore, perché loro s’inchini, ed acconsenta. E tu per lo primo esercizio con replicate voglie, opponendoti a ciascun moto, fa quanto puoi, perché la volontà tua non vi dia consentimento. Non celiare mai di questa pugna, finché tu non ti avveda, che l’inimico quasi stanco, e come morto, si renda per vinto. Ma vedi, figliuola, la malizia del demonio. Quando egli si accorge, che noi gagliardamente ci opponiamo ai moti d’alcuna passione; non pure si rimane da eccitarli in noi, ma essendo eccitati, tenta per allora d’acquetarli, perché coll’esercizio non acquistiamo l’abito della virtù contraria ad essa passione e per farti oltre ciò cadere nei lacci della vanagloria e superbia, col darci poi destramente ad intendere, che noi da generosi soldati abbiamo presto conculcato i nostri nemici. – Perciò tu passerai alla seconda battaglia, riducendoti alla memoria ed eccitando in te quei pensieri che ti cagionavano l’impazienza, in modo che tu ti senta da essi commossa nella parte sensitiva, ed allora con spesse voglie e sforzo maggiore che prima, reprimi i moti suoi. – E quantunque noi ributtiamo i nostri nemici, perché conosciamo di far bene e di piacere a Dio, tuttavia per non averli del tutto in odio, corriamo pericolo di rimanere da essi altra volta superati: per questo tu hai da farti loro incontro col terzo assalto e scacciarli lungi da te con voglie non pure ripugnanti, ma sdegnose, sin tanto che ti si rendano. Finalmente per ornare e perfezionare l’anima tua con gli abiti delle virtù, hai da produrre interiori atti che siano direttamente contrari alle tue disordinate passioni. Come volendo tu acquistare perfettamente l’abito della pazienza, se uno col dispregiarti ti porge occasione d’impazienza, non basta, che ti eserciti nelle tre maniere di pugna, che ho detto, ma devi di più volere, ed amare il dispregio ricevuto desiderando d’essere di nuovo nell’istesso modo, e dalla stessa persona oltraggiata, aspettando e proponendoti di sostenere anche cose più gravi. – La cagione, perché tali atti contrari sono necessari per perfezionarci pelle virtù, si è, perché altrimenti gli altri atti, per molti, che siano e forti, non sono bastevoli ad estirpare le radici che producono il vizio. Onde (per continuare nello stesso esempio) ancorché noi essendo dispregiati, non consentiamo ai moti dell’impazienza, anzi contra essi combattiamo coi tre modi mostrati di sopra; nondimeno se non ci avvezzeremo con molti e frequentati atti ad avere caro il dispregio, e rallegrarcene, non ci potremo mai liberare dal vizio dell’inclinazione nostra, alla propria riputazione, che si fonda nell’abborrimento del dispregio. – E restando viva la radice, viva la radice viziosa, va sempre germogliando, di maniera che, rende languida la virtù, anzi talora la soffoca in tutto, ed inoltre ci tiene in continuo pericolo di ricadere in ogni occasione che ci rappresenti. – Dalle quali cose ne segue, che senza i detti atti contrari non possiamo acquistare giammai il vero abito della virtù. – E di più si avverta, che questi soli atti hanno da essere tanto frequenti ed in tanto numero, che possano affatto distruggere l’abito vizioso, il quale siccome da molti atti viziosi ha preso nel cuore nostro possesso, così con molti atti contrari li ha da svellere da quello, per introdurvi l’abito virtuoso. Anzi dico di più, che più atti buoni si ricercano per far l’abito virtuoso, essendo che quelli non sono come questi aiutati dalla natura corrotta dal peccato. – Oltre a quello che fin qui si è detto, aggiungo che se la virtù che allora eserciti, così richiede, hai anche da fare atti esteriori, conformi agli interiori, come per stare nel detto esempio, usando parole di mansuetudine e d’amore, e servendo, se puoi, chi ti è stato noioso e contrario in qualunque nodo. E quantunque questi atti tanto interiori, quanto esteriori fossero, e ti paressero accompagnati da tanta debolezza di spirito, che ti paresse di farli contro ogni tua voglia, non però devi per modo alcuno tralasciarli, perché per deboli che siano, ti tengono ferma e salda nella battaglia, e ti agevolano la strada alla vittoria. E sta bene avvertita e raccolta in te stessa, per combattere non pure contro le voglie grandi ed efficaci, ma ancora contro le piccole e lente di ciascuna passione, perché queste aprono la strada alle grandi, onde poi si generano in noi gli abiti viziosi. E dalla poca cura che hanno tenuto alcuni, di sradicare dai cuori loro queste vogliette, dopo d’aver superate le maggiori della medesima passione, è avvenuto loro, che quando meno vi pensavano, sono stati assaliti, e vinti dagli stessi nemici più gagliardamente e che prima. – In più ti ricordo, che tu attenda a mortificare e rompere alle volte le tue voglie, anche di cose lecite non necessarie, perché da questo ne seguiranno molti beni, e ti renderai sempre più disposta, e pronta a vincerti nelle altre. Ti farai forte ed esperta nella battaglia delle tentazioni,  fuggirai varie insidie del demonio, e farai cosa gratissima al Signore. – Figliuola chiaramente ti parlo: se nel modo che ti ho detto andrai continuando in questi leali e santi esercizi, per la riforma e vittoria di te stessa, ti assicuro che fra poco tempo ti avanzerai molto, e diventerai spirituale davvero, e non di nome solamente; ma in altra maniera e con alcuni esercizi, ancorché a tua stima fossero eccellenti, e tanto al tuo gusto dilettevoli, che ti paresse di stare in essi tutta unita, ed in dolci colloqui col Signore, non ti dare ad intendere d’acquistare giammai virtù, e spirito vero. Il quale (come ti ho detto nel primo capitolo) non consiste né nasce da esercizi dilettevoli e conformi alla nostra natura, ma da quelli che la mettono in Croce con tutti gli atti suoi, onde rinnovato l’uomo per mezzo degli abiti delle virtù evangeliche, lo congiungono al suo Crocifisso e Creatore. – Né vi è, chi dubiti, che siccome gli abiti viziosi vengono a  farsi con molti, e frequentati atti della volontà superiore, mentre cede agli appetiti del senso, così all’incontro, gli abiti delle virtù evangeliche s’acquistano con fare atti, spesse e spessissime volte, conformi alla volontà divina, da cui or a questa, or a quell’altra virtù siamo chiamati. – Che siccome la volontà nostra non puote giammai essere viziosa e terrena, per molto che sia battagliata dalla parte inferiore e dal vizio, per fino a tanto che a quella non cede, e s’inchini: così non sarà mai virtuosa, e congiunta a Dio, benché molto vivamente sia chiamata, e combattuta dalle ispirazioni, e grazia divina, mentre cogli atti interni non si conforma ad essi, e con gli esterni, quando bisogna.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (2)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (2)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

CAPO PRIMO

Volendo tu, figliuola in Cristo amatissima, conseguire l’altezza della perfezione, ed accostandoti al tuo Dio, diventare uno stesso spirito con Lui, ch’è la maggiore e la più nobile impresa, che dire e immaginar si possa, hai prima da conoscere, in che cosa consista la vera e perfetta vita spirituale. – Perché molti, senz’altro pensare, l’hanno posta nel rigore della vita, nella macerazione della carne, nei cilici, nei flagelli, nelle lunghe vigilie, nei digiuni, ed in altre simili asprezze e corporali fatiche. – Altri, e particolarmente le donne, si danno a credere di esser giunte a gran segno, quando dicono di molte orazioni vocali, odono molte Messe, e lunghi Uffizi, frequentano le Chiese, e le Comunioni. Molti altri (tra i quali se ne ritrova talvolta qualch’uno che, vestito d’abito religioso, vive nei Chiostri) si sono persuasi che la perfezione in tutto dipenda dal frequentare il Coro, dal silenzio, dalla solitudine, e dalla regolata disciplina. E così, chi in queste, e chi in altre somiglianti azioni, tiene che sia fondata la perfezione. – Il che però non è così, che siccome dette operazioni sono ora mezzo d’acquistare spirito, ed ora frutto di spirito, così dire non si può che in esse sole consista la perfezione cristiana, ed il vero spirito. – Sono, senza dubbio, mezzo potentissimo d’acquistare spirito a quelli che bene, e discretamente l’usano per prendere vigore e forza contro la propria malizia, e fragilità,- per armarsi contro gli assalti, ed inganni dei nostri comuni nemici, per provvederli di quelli aiuti spirituali, che a tutti i servi di Dio, ed ai novelli massimamente sono necessari. –  Sono poi frutto di spirito nelle persone veramente spirituali, le quali castigano il corpo, perché ha offeso il suo Creatore e per tenerlo soggetto ed umiliato nel suo servigio: tacciono, e vivono solitarie per fuggire qualunque minima offesa del Signore, e per conversare nei cieli: attendono al culto divino ed all’opere di pietà, orano e meditano la Vita e Passione di Nostro Signore non per curiosità e gusti sensibili, ma per conoscere vieppiù la malizia propria, e la bontà, e misericordia di Dio: per Infiammarsi sempre più nell’amor divino, e nell’odio di loro stessi, seguendo con l’abnegazione loro e, Croce in spalla, il Figliuolo di Dio, frequentano i Ss. Sacramenti per gloria dì S. D. M. per più congiungersi strettamente con Dio, e per pigliar nuova forza contro i nemici. – Ma ad altri poi, che pongono nelle suddette operazioni esteriori tutto il fondamento loro, possono non per difetto delle cose in sé (che tutte sono santissime) ma per difetto di chi le usa, porgere talvolta più che i peccati aperti, occasione di rovina; mentre in esse solo intenti, lasciano il cuore in abbandono in mano delle inclinazioni, e del demonio occulto, il qual vedendo, che quelli già sono fuori del diritto sentiero, gli lascia non solamente continuare nei suddetti esercizj con diletto; ma anco spaziare, secondo il loro vano pensiero, per le delizie del Paradiso, dove si persuadono d’essere sollevati tra i Cori Angelici, e di sentire Dio dentro di loro, i quali talora si trovano tutti assorti in certe meditazioni piene d’alti, curiosi, e dilettevoli punti, e quali scordati del mondo e delle creature, par loro d’essere rapiti al terzo Cielo.  – Ma in quanti errori si trovino quelli avviluppati, e quanto siano lontani da quella perfezione che noi andiamo cercando, facilmente si può comprendere dalla vita e costumi loro. Perché vogliono questi in ogni cosa grande e piccola essere preferiti, ed avvantaggiati agli altri sono di proprio capo, ed ostinati ad ogni loro voglia, e ciechi ne’ propri, sono solleciti e diligenti osservatori, e mormoratori dei detti e fatti altrui. Che se tu li tocchi per un poco in una loro vana riputazione, in che essi si tengono, e si compiacciono esser tenuti dagli altri, e li levi da quelle divozioni, che usano a stampa, si alterano tutti e s’inquietano soprammodo. – E se Iddio per ridurli al vero conoscimento di loro stessi ed alla strada della perfezione, gli manda travagli ed infermità, o permette persecuzioni (che non vengono mai senza sua volontà, così volendo o permettendo, e sono la pietra del tocco della lealtà dei servi suoi), allora scoprono il loro falso fondo, e l’interiore corrotto e guasto della superbia, perché in ogni avvenimento o tristo o lieto che sia, non vogliono rassegnarsi, ed umiliarsi sotto la divina mano, acquietandoli nei giusti sempre, benché segreti giudizi di Dio, né ad esempio del suo umiliato ed appassionato Figliuolo, abbassarsi sotto tutte le creature, tenendo per cari amici i persecutori, come strumenti della divina bontà, e cooperatori alla  mortificazione, perfezione e salute di loro stessi. –  La onde certa cosa è, che questi tali sono posti in grave pericolo, perché avendo l’occhio interno ottenebrato, e mirando con quello loro medesimi e l’operazioni esterne che sono buone, s’attribuirono molti gradi di perfezione, e così insuperbiti giudicano gli altri, e per loro non è chi li converta, fuorché uno straordinario aiuto di Dio. –  Perciocché aliai più agevolmente si converte, e riduce al bene il peccatore manifesto, che l’occulto e coperto col manto delle virtù apparenti. – Tu vedi dunque figliuola chiaramente che, nelle suddette cose, nel modo, che ti ho dichiarato, non consiste la vita spirituale. – La quale hai da sapere, che in altro non consiste, che nel conoscimento della bontà e grandezza di Dio, e del nostro niente, ed inclinazione ad ogni male; nell’amor suo, ed odio di noi stessi; nella soggezione non solo a Lui, ma per amor suo ad ogni creatura; nella espropriazione d’ogni nostro volere, e rassegnazione totale nel suo divino piacimento, ed oltre ciò, che tutto quello si voglia, e faccia da noi puramente per gloria di Dio, e per suo solo compiacimento, e così Egli vuole e merita di essere amate, e servito. – Questa è la legge di amore impressa dalla mano dell’istesso Signore nei cuori dei suoi fedeli servi. Questa è la negazione di noi medesimi, che ricerca da noi. Questo è il soave giogo, ed il peso suo leggero. Questa è l’ubbidienza, alla quale con l’esempio e con la voce, il nostro Redentore e Maestro ci chiama. – E poiché aspirando nell’altezza di tanta perfezione, hai da fare continua violenza a te stessa, ad espugnare generosamente, ed annichilare tutte le voglie, o grandi o piccole che siano, di necessità conviene che con ogni prontezza d’animo ti apparecchi a questa battaglia, poiché la corona non si dà se non ai valorosi combattitori. – La quale, siccome è più d’ogni altra difficile (poiché combattendo contro di noi, siamo da noi stessi combattuti), così la vittoria ottenuta, sarà di ogni altra più gloriosa, e a Dio più cara. – Perché se tu attenderai a calcare e a dar morte a tutti i tuoi disordinati appetiti, desideri e voglie, ancorché minime, farai maggior piacere e servigio a Dio, che se tenendo alcune di quelle volontariamente vive, ti flagellassi infino a sangue, e digiunassi più che gli antichi Eremiti ed Anacoreti, o convertissi al bene le migliaia di anime. Che quantunque il Signore abbia cara più in sé la conversione dell’anime che la mortificazione d’una voglietta, nondimeno tu non hai da volere, né da operar altro più principalmente, che quello, che quello Signore da te ristrettamente ricerca e vuole. –  Ed Egli senza fallo più si compiace, che tu ti affatichi, ed attenda a mortificare le tue passioni, che se tu lasciandone pur una avvedutamente, e volontariamente viva in te, lo servissi in qualunque cosa, sia pur grande, e di maggior momento. – Ora, che tu vedi figliuola in che consiste la perfezione Cristiana, e che per acquistarla hai da imprendere una continua, ed asprissima guerra contro te stessa, e fa bisogno, che di quattro cose, come d’armi sicurissime e necessarie ti provveda per riportare la palma e restar vincitrice in questa spirituale battaglia. Queste sono:

la diffidenza di noi stessi.

la confidenza in Dio,

L’esercizio, e

L’orazione.

Delle quali tutte con l’aiuto divino e con facile brevità tratteremo.

Della diffidenza di noi stessi

CAP. II

La diffidenza di te stessa, figliuola, talmente ti è necessaria in questo combattimento, che senza quella tu hai da tenere per certo che non solamente non potresti conseguire la desiderata vittoria, ma neppure superare una ben piccola tua passioncella. – E ciò ti si imprima bene nella mente, imperocché noi siamo pur troppo facili, ed inclinati dalla natura corrotta ad una falsa stima di noi stessi, che essendo veramente non altro che un bel nulla, ci diamo pure ad intendere d’essere qualche cosa, e senza fondamento veruno vanamente delle proprie forze presumiamo. – Questo è difetto assai difficile a conoscersi, e dispiace molto agli occhi di Dio, che ama e vuole in noi una leale cognizione di quella certissima verità, che ogni grazia e virtù derivi in noi da Lui solo, che è fonte d’ogni bene, e che da noi nessuna cosa, neppure un buon pensiero, può venire che a grado gli sia. – Ed avvenga che questa tanto importante diffidenza sia per anche opera della sua divina mano, che suole darla ai suoi cari amici, ora con sante ispirazioni, ora con aspri flagelli, e con violente e quasi insuperabili tentazioni, o con altri mezzi non intesi da noi medesimi, pure volendo Egli, che insieme dalla nostra parte si faccia quello che tocca a noi, ti propongono quattro modi, con i quali aiutata principalmente dal superno favore, tu possa conseguire tal diffidenza.

– Il primo è che tu consideri, e conosca la tua viltà, e nullità e che da te non puoi fare alcun bene, per cui meriti di entrare nel Regno dei Cieli.

– Il secondo è, che con ferventi preghiere la domandi spesso ad esso Signore, polche è dono suo. E per ottenerla, prima ti hai da mirare non pure ognuna d’essa, ma al tutto impotente ad acquistarla da te. Così preferendoti più volte davanti alla Divina Maestà, con una certa fede, che per sua bontà sia per concedertela, e con perseveranza aspettandola per tutto quel tempo che disporrà la provvidenza sua, non v’è dubbio, l’otterrai. –

– Il terzo modo che ti avvezzi a temere te stessa, il proprio Giudizio, l’inclinazione forte al peccato, gli innumerevoli nemici, ai quali non sei bastante a fare una minima resistenza, il lungo lor uso di combattere o le stratagemma, le loro trasfigurazioni in angelo di luce, e le innumerevoli arti e lacci che nella via stessa della virtù nascostamente ci tendono.

– Il quarto modo è, che quando ti avviene di cadere in qualche difetto, tu allora penetri più dentro e più vivamente nella considerazione della tua somma debolezza, che a questo fine Dio ha permesso la tua caduta, acciocché avvisata dall’ispirazione con più chiaro lume, che prima, conoscendoti bene, impari a dispregiare te stessa, come cosa pur troppo vile, e per tale tu voglia anche dagli altri essere tenuta, e parimente dispregiata, che senza questa volontà, non vi può essere virtuosa diffidenza, la quale ha il suo fondamento nell’umiltà vera, e nella detta cognizione sperimentale. – Imperocché chiara cosa è, che ad ognuno, che vuol congiungersi colla superna luce e verità increata, è necessario il conoscimento di se stesso: che ai superbi e presuntuosi dà ordinariamente la divina Clemenza per via de’ cadimenti, lasciando giustamente incorrere in qualche mancamento, dal quale si persuadono di poterli difendere, acciocché così venendoli a conoscere, apprendano a diffidare in tutto di se medesimi. – Ma di quello mezzo così miserabile non si suole servire il Signore, se non quando gli altri più benigni, che abbiamo detto di sopra, non hanno portato quel giovamento che intendeva la sua Divina Bontà. La quale tanto permette, che cada più o meno l’uomo, quanto maggiore , o minore è la sua e propria reputazione, di maniera che, dove niente di presunzione si ritrovasse, come fu in Maria Vergine, niente parimenti vi farebbe di caduta. – Talché, quando tu cadi, corri subito col pensiero all’umile conoscimento di te stessa, e con importuna operazione, domanda al Signore, che ti doni il vero lume di conoscerti, e la totale diffidenza di te stessa, se non vorrai ricadere di nuovo, e talvolta in più grave rovina.

Della confidenza di Dio.

CAP. III

La diffidenza propria, avvenga che in quella pugna, come abbiamo detto, sia tanto necessaria, nientedimeno, se l’avremo sola, o ci daremo in fuga, o resteremo vinti, e superati dai nemici, e però oltre a questa ti bisogni ancora la totale confidenza in Dio, da lui solo sperando, e aspettando qualunque bene, aiuto, e vittoria. Che siccome da noi, che niente siamo, non ci è lecito prometterci altro che cadimenti, onde dobbiamo di noi medesimi diffidare affatto, così dal Signor nostro ogni gran vittoria conseguiremo sicuramente purché, per ottener il suo aiuto, armiamo il cuor nostro d’una viva confidenza in Lui. – E questa parimente in quattro modi si può conseguire. Primo, col domandarla a Dio. – Secondo, col considerare, e vedere coll’occhio della Fede l’onnipotenza, e sapienza infinita di Dio, al quale niente è impossibile né difficile; e ch’essendo la sua bontà senza misura con indicibile voglia sta pronto ed apparecchiato a dare d’ora in ora, e di momento in momento, tutto quello che ci è di bisogno per la vita spirituale, e totale vittoria di noi stessi, ricorrendo alle sue braccia con confidenza. E come farà possibile, che il  nostro Pastore divino, il quale trentatré anni ha corso dietro alla pecorella smarrita, con gridi tanto forti, che ne divenne rauco, e per via tanto faticosa e spinosa, che vi sparse tutto il sangue, e vi lasciò la vita, ora ch’essa pecorella va dietro a Lui con l’ubbidienza dei comandamenti suoi, o pur col desiderio (benché alle volte fiacco) di ubbidirlo, chiamandolo e pregandolo, ch’Esso non le volga quei suoi occhi di vita, non l’oda, e non se la metta sulle divine spalle, facendone festa con tutti i suoi vicini ed Angioli del Cielo? – Che se non lascia il Signor nostro di cercare con diligenza grande ed amore, e di trovare nella dracma Evangelica il cieco e muto peccatore, come sarà possibile che abbandoni quello che, come smarrita pecorella grida e chiama il suo Pastore? – E chi crederà mai che Iddio, il quale batte di continuo al cuore dell’uomo per desiderio d’entrarvi e cenarvi, comunicandogli i doni suoi, e che aprendosigli poi il cuore ed invitandolo, faccia Egli daddovero il sordo, e non vi voglia entrare? – Il terzo modo per acquistare quella santa confidenza, è il ricorrere con la memoria alla verità della Scrittura Sacra, che in tanti luoghi ci mostra chiaramente, che non restò mai confuso chi confida in Dio. – Il quarto modo, il quale servirà per conseguir insieme la diffidenza di te stessa, e la confidenza in Dio, è questo: Quando ti occorre alcuna cosa da fare, e di prendere alcuna pugna, e vincere te stessa, prima che ti proponga, o risolva di volerla fare, rivoltati col pensiero alla tua debolezza, e diffida affatto, voltati poi alla potenza, sapienza e bontà divina, ed in questa confidando delibera d’operare, e di combattere generosamente, e con quelle armi in mano, e con l’orazione, come nel suo luogo dirò, combatti, ed opera poi. – E se non osserverai quell’ordine, avvegnaché ti paresse di fare ogni cosa in confidenza di Dio, ti troverai in gran parte ingannata, essendo tanto propria all’uomo la presunzione di sé medesimo, e tanto sottile, che di nascosto quasi sempre vive nella diffidenza, che ci pare d’avere di noi stessi: e confidenza, che stimiamo aver in Dio. – Perché tu fugga quanto più sia possibile la presunzione, ed operi con la diffidenza di te stessa e confidenza in Dio, fa di bisogno che la considerazione della tua debolezza vada innanzi alla considerazione dell’onnipotenza di Dio, e tutte queste due alle nostre operazioni.

Come possa conoscersi se l’uomo operi con la diffidenza di sé, e confidenza in Dio.

CAP. IV

Pare alle volte assai. al servo presuntuoso, avere ottenuto la diffidenza di sé e la confidenza in Dio, e non sarà così. E di ciò ti chiarirà l’effetto, che produrrà in te il cadimento. – Se tu, dunque, quando cadi, t’inquieti, ti rattristi, e ti senti chiamare ad un certo che di disperazione, di poter andar più innanzi e di far bene, segno certo è che tu confidavi in te, e non in Dio. – E se molta sarà la tristezza, e la disperazione, molto tu confidavi in te, e poco in Dio: essendo che quello che è in gran parte sconfidato  di se stesso, e confidato in Dio, quando cade, non si meraviglia, né si attrista, né si rammarica, conoscendo che ciò gli occorre per sua debolezza, e poca confidenza in Dio, anzi più sconfidato di sé, più assai umilmente confida in Dio, ed avendo in odio il difetto sopra ogni cosa, e le disordinate passioni, cagione del cadimento, con un dolor grande, quieto, e pacifico dell’offesa di Dio, segue poi l’impresa, e perseguita i suoi nemici infino alla morte, con maggior animo e risoluzione. – Quelle cose vorrei, che fossero ben considerate da certe persone, che sanno dello spirituale, le quali, quando sono incorse in alcun difetto, non si possono, né si vogliono dar pace, ed alle volte più per liberarli dall’ansietà ed inquietudine, che nasce dal proprio amore, che per altro, non vedono l’ora d’andar a trovare il Padre spirituale; al quale dovrebbero andare principalmente per lavarsi dalla macchia del peccato, e prender forza contro esso col Santissimo Sacramento.

D’un errore di molti, dai quali la pusillanimità è tenuta per virtù.

CAP. V

Molti in questo ancora s’ingannano, i quali la pusillanimità, ed inquietudine, che segue dopo il peccato (perché è accompagnata da qualche dispiacere) attribuiscono a virtù , non sapendo che nasce da occulta superbia, e presunzione fondata nella confidenza di loro stessi e delle proprie forze, nelle quali perché (stimandosi da qualche cosa) avevano soverchiamente confidato, scorgendo dalla prova della caduta che loro mancano, si turbano e meravigliano, come di cosa nuova e si s’impusillanimiscono, vedendo andato a terra quel sostegno in cui vanamente avevano riposta la confidenza loro. – Non accade quello all’umile, il quale nel suo solo Dio confidando, e di sé niente presumendo, quando incorre in qualsivoglia colpa, ancorché ne senta dolore, non però se ne inquieta, o ne prende meraviglia, sapendo che tutto ciò gli avviene per sua miseria, e propria debolezza da lui, con lume di verità, molto ben conosciuta.

D’altri avvisi, perché acquistiamo la diffidenza di noi, e la confidenza in Dio.

CAP. VI

E perché tutta la forza di vincere i nostri nemici, nasce principalmente dalla diffidenza di noi stessi e dalla confidenza in Dio, di nuovo ti provvedo di avvisi perché la consegua con il Divino aiuto. – Hai da sapere dunque, e da tenere per cosa ferma, che né tutti i doni, o naturali, o acquistati, che siano, né tutte le grazie gratis date, né la cognizione di tutta la Scrittura, né l’aver lungamente servito Dio, e fatto in questo la consuetudine, ci farà fare la sua volontà, se in qualunque opera buona, ed accetta negli occhi suoi, che abbiamo da fare, ed in qualunque tentazione, che abbiamo da vincere, ed in qualunque pericolo che abbiamo da fuggire, ed in qualunque Croce che abbiamo da portare, conforme alla sua volontà, non si trova aiutato ed elevato il cuor nostro dal particolare aiuto di Dio, e ne porga anco la mano per farlo. – Dobbiamo dunque noi in tutta la vita nostra, in tutti i giorni, in tutte l’ore, ed in tutti i momenti avere la detta risoluzione: che a questo modo per niuna via, e pensiero potremo mai confidare in noi. – Quanto tocca poi alla confidenza in Dio, sappi che niente è più facile a Dio vincere i pochi, che i  molti nemici, i vecchi ed esperti, che i fiacchi e novelli. – Onde sia pur un’anima carica di peccati, abbia pur tutti i difetti del mondo, e sia difettosa quanto mai immaginarla si possa, abbia pur tentato quanto si voglia, e pigliato qualunque mezzo, ed esercizio per lasciare il peccato, ed operare il bene, né mai abbia potuto acquetare un puntino di bene,  anzi sia andata più ponderosa al male, con tutto ciò non deve mancare di confidar in Dio, né deve mai lasciare le armi e gli esercizi spirituali, ma combattere sempre generosamente perché ha da sapere che, in quella pugna spirituale non perde chi non lascia di combattere e di confidare in Dio, l’aiuto del quale mai non manca ai combattenti suoi, benché alcune fiate permetta che siano feriti: combattasi pure, che qui sta il tutto, che la medicina per le ferite è pronta ed efficace ai combattenti che cercano Dio, e l’aiuto suo con confidenza, e quando meno vi pensano, li troveranno morti, i nemici.

Dell’esercizio, e prima dell’intelletto, che dobbiamo tenere guardato dall’ignoranza, e dalla curiosità.

CAP. VII

Se la diffidenza di noi, e la confidenza in Dio tanto necessarie in quella battaglia, saranno sole, non pure non avremo vittoria di noi stessi, ma precipiteremo in molti mali, onde oltre a quello ci è necessario l’esercizio, che è la terza cosa proposta di sopra. – Questo esercizio si ha da fare principalmente con l’intelletto, e con la volontà. Quanto all’intelletto dalle due cose che sogliono impugnarlo, dev’essere da noi guardato. – L’una l’ignoranza; che l’oscura e gli impedisce la conoscenza del vero, ch’è il suo proprio oggetto. Onde con l’esercizio si ha sa rendere lucido e chiaro, perché possa vedere, e discernere bene, quanto ci fa di mestieri, per purificare l’anima dalle passioni disordinate ed ornarla delle virtù sante. Questo lume in due modi si può ottenere. Il primo e più importante è l’orazione, pregando lo Spirito Santo, che si degni infonderlo nei cuori nostri. Questo lo farà sempre se in verità cercheremo Dio solo, e di fare la sua santa volontà, e se ogni cosa sottoporremo col proprio giudizio a quello dei nostri Padri spirituali. – L’altro modo è un continuo esercizio di profonda e leale considerazioni delle cose per vedere come siano, buone, o ree , secondo se insegna lo Spirito Santo, e non come di fuori paiono, e si rappresentano ai sensi, e giudica il mondo. – Questa considerazione, fatta come ci conviene, ci fa chiaramente conoscere, che si debbano avere per nulla, per vanità e bugia, tutte quelle cose, che il cieco e corrotto mondo ama, e deriderà, e che con vari modi e mezzi va procurando; che gli onori, e piaceri della terra non sono altro che vanità, ed afflizione di spirito; che le ingiurie e le infamie, che ci dà il mondo, portano vera gloria, e le tribolazioni contento; che il perdonare ai nemici e far loro bene, sia magnanimità, ed una delle maggiori somiglianze con Dio; che più vale il dispregiare il mondo, che l’esserne Padrone; che l’ubbidire volentieri per amore di Dio alle più vili creature, è cosa più magnanima e generosa, che il comandare ai Principi grandi. Che l’umile conoscimento di noi stessi si deve pregiar più che l’altezza di tutte le scienze, e che il vincere e mortificare i propri appetiti, per piccioli che siano, merita maggior lode, che l’espugnare molte Città, superare potenti eserciti con le armi in mano; far miracoli, e risuscitare i morti.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (1)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (1)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

COMBATTIMENTO

SPIRITUALE

DEL PADRE D.

LORENZO SCUPOLI

Chierico Regolare

TEATINO.

PARTE PRIMA.

VENEZIA,

Presso Gio. Antonio Pezzana.

MDCCLXXVI.

Con Licenza dei superiori

AL DEVOTO LETTORE,

Questa Operetta intitolata Combattimento Spirituale, fu composta dal nostro P. D. Lorenzo Scapoli, Religioso di singolar virtù, e mandata alle stampe più volte mentre egli viveva, però senza il suo nome; non comportando la grande umiltà sua ch’egli si chiamasse Autore di quell’Opera, ch’era tutta di Dio. E perché successivamente andava aggiungendo, secondo riceveva da Dio nuova cognizione, e nuovi lumi, quindi è, che in quella si veda varietà, secondo le diverse impressioni, e particolarmente nelle prime, che furono assai diminuite, e mancanti, ed anco nella disposizione, e Capitoli in qualche parte diverge. Che però stimando alcuni, che l’ultima impressione fatta vivente lui in Napoli nell’anno 1610, fosse la più compita, in conformità di quella l’hanno ristampata, e ristampano tuttavia, non solo nel proprio idioma, ma trasferita ancora nel Latino, Spagnuolo, Inglese, Tedesco, e più volte nel Francese per la stima grande in cui fu posta in tutta la Francia da S. Francesco di Sales Vescovo di Ginevra, il quale la proponeva per unica istruzione a quelli che aspiravano alla vita spirituale e devota, come si vedrà dall’onorevoli attestazioni ch’egli ne fa in molte sue lettere, e si metteranno qui aggiunte.  – Ma non si è avvertito finora, che l’ultima impressione fatta in vita dell’Autore non contiene, quanto egli ne aveva composto, essendone stati tralasciati da lui a bella posta molti Capitoli per farne una feconda Parte, con alcuni Trattati particolari, come chiaramente si raccoglie dall’impressione dell’anno 1609 in Venezia, che fu la penultima, vivente l’Autore, la quale è più copiosa dell’ultima suddetta, ed anco dalla Lettera al Lettore nell’Aggiunta al « Combattimento Spirituale » che va stampata colla suddetta ultima impressione, del 1610. Per la qual causa ne è seguito, che non avendo potuto egli perfezionare il suo disegno, sia rimasta l’ultima impressione senza molti Capitoli, e priva di tutto quello, che lasciò da parte. – Avendone avuta dunque io la commissione dal nostro M. R. P. Generale, ho riscontrate tutte le copie, e raccolto in uno tutto ciò, ch’egli compose in ordine al detto Combattimento Spirituale, e con ogni fatica, studio e diligenza possibile, perché nulla mancasse, ed in modo, che non venisse alterata, neppure in minima parte la dettatura candidissima dell’Autore, non avendoci posto del mio altro, che la sola diligenza nel raccogliere quel ch’era sparso in diversi Esemplari, con metterlo insieme secondo l’ordine datole dall’istesso Autore.Ho riconosciuti anco per suoi, alcuni altri Trattateli Spirituali, stampati, quando tutti, e quando in parte per aggiunta all’istesso Combattimento, e per non far troppo volume, non gli ho incorporati in quello. Ma ne ho formato un secondo tometto da stamparsi a parte acciò l’uno, e l’altro riescano più comodi, e più maneggiabili. Della qual fatica, che non è stata poca, non prendo altra mercede, che il profitto spirituale di chi leggerà, e quando Iddio nostro Signore comunicherà per mezzo di questa lettera le celesti grazie all’anima sua, si ricordi della mia per impetrarle il perdono, e preghi per questo miserabile peccatore.

D. Carlo di Palma

Chierico Regolare.

ELOGJ

Del Libro intitolato:

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

Cavati dalle Lettere di S. Francesco di Sales Vescovo di Ginevra.

Lib. I . lett. 34. Esortando una Dama alla lettura de’ Libri spirituali, dopo aver parlato di alcuni altri, come di composizioni oscure, e difficili ad essere intese e praticate, egli aggiunge: Leggete, e rileggete il Combattimento Spirituale, quello deve essere il vostro Libro caro, egli è chiaro, e tutto praticabile.

Lettera 39. Raccomandando ad Una Dama l’aver cura particolare di acquistare le virtù, delle quali si trovava avere a questo proposito senza parlare altro di maggior bisogno, conclude: Rileggete il Combattimento Spirituale (perché senza dubbio l’aveva già letto per suo consiglio) e fate riflessione particolare ai documenti che vi sono, ve lo troverete molto a proposito.

Lib. 3, lett.13. Prescrivendo qualche esercizio di divozione ad una Signora maritata, dice verso il fine: Leggete assai il Combattimento Spirituale, io ve lo raccomando.

Lib. 4. lett. 8. Scrivendo ad una Vedova, ed esortandola alla Semplicità di cuore, ed a non desiderare tanto d’essere liberata dalle tentazioni: Figlia mia cara, dice egli, leggete il Capitolo 37 Del Combattimento Spirituale, ch’è il mio libro caro, e che io porto in saccoccia, sono bene diciottoanni, né lo rileggo mai senza profitto. La lett. è del 24. Luglio 1607.

Lib. 5. lett. 70. Scrivendo ad una Dama Vedova, e consolandola nella morte di suo figlio, dice queste parole: Bisogna, che noi facciamo una volta la Settimana un esercizio particolare di volere, ed amare la volontà di Dio più vigorosamente (dico più); più teneramente, e più amorosamente, che nessuna cosa del Mondo, e ciò non solo nelle occorrenze sopportabili, ma anco nelle più insopportabili. Voi ne troverete un non so che nel Libretto del Combattimento Spirituale, che vi ho raccomandato tante volte. Eh figlia mia, a dire il vero, quella è una lezione alta, ma dall’altro canto Iddio, per lo quale noi l’impariamo, è l’Altissimo.

Quello, che tradusse in Francese il Combattimento Spirituale, e dedicò la sua Traduzione a S. Francesco dì Sales nell’anno 1608, le dice nella dedicatoria. La considerazione e la stima, che le ho sempre visto fare dell’ utilità di quello Libro, etc.

Il Libro dello Spirito di S. Francesco di Sales: 3 p. sess. 12. che ha per titolo. Del libro del CombattimentoSpirituale, dice: Questo libro tutto d’oro (parla di quello dell’imitazione di Cristo) supera ogni lode. Non era con tutto ciò quello, che il nostro Prelato consigliava maggiormente, ma il Combattimento Spirituale. Questo era il  suo Libro diletto, ed il suo favorito. Egli più volte mi ha detto, che l’aveva portato in saccoccia diciotto anni, leggendone ogni giorno qualche capitolo, o almeno qualche pagina. E chi vi farà riflesso con attenzione, facilmente conoscerà, che tutto lo spirito della divozione del nostro Padre è cavato da questo Libretto: Chi vorrà vederne una mostra, conferisca il primo Capitolo della Filotea con il primo Capitolo del Combattimento Spirituale, e conoscerà, quanto è vero ciò, che io dico.

Seguita appresso. Il nostro Prelato consigliava la lettura del Combattimento Spirituale a tutti i suoi devoti, chiamandolo un libretto tutto amabile, e tutto praticabile. Quanto più io lo leggo, tanto più vi osservo lo spirito del nostro Prelato, come nella sua sentenza.

Dopo conchiude: Quelli che s’immaginano che quello libro sia oscuro (come ne ho conosciuto alcuni) si figurano dell’ombre a mezzogiorno, e si assomigliano a quelli Israeliti, che si infastidirono della manna, perché ella cadeva loro dal Cielo con soverchia facilità, ed abbondanza.

L’istesso par. 7. Sess. 7. che ha per titolo: Di tre Libri di divozione: Dice: Tre piccioli libri di devozione erano in alta stima appresso di lui: Il primo era quello del Combattimento Spirituale, del quale Sorelle mie io vi ho parlato tanto, quello, ch’egli vi ha tanto raccomandato, e che raccomandava con molto studio ai suoi Discepoli, confessando loro a bella posta, ma con verità, ch’egli l’aveva portato diciassette anni continui in saccoccia, leggendone quasi ogni giorno qualche Capitolo, e sempre con nuovi lumi del Cielo. Tralascio molte altre cose, ch’egli dice nell’istessa sessione della stima grande, che S. Francesco fece sempre di quest’opera. – L’istesso Libro dello Spirito di S. Francesco di Sales Vescovo di Ginevra, p. 14. sez. 1^ che ha per titolo: “Consiglio circa un Direttore Spirituale”, dice: Io li domandavo un giorno, chi era il suo Direttore, o il Maestro di spirito? Egli tirò dalla saccoccia il Combattimento Spirituale, e mi disse: Eccolo, quello è quello che col divino aiuto m’insegnò dalla mia gioventù: quello è il mio Maestro nelle cose dello spirito, e della vita interiore. Dopo che, essendo io scolaro in Padova, un Teatino me l’insegnò  e me lo consigliò, io ho seguitato il suo parere  e me ne sono trovato bene; egli fu composto da un santo Personaggio di quell’illustre Congregazione, che nascose il suo nome particolare, e lo lasciò correre sotto il nome della sua Religione, la quale sene ferve quasi nell’istessa maniera, che si fervono i Gesuiti del libro degli esercizi del loro S. Ignazio Lojola. E dopo qualche pagina, dice: Quelli » che hanno scritta la vita del nostro Prelato, osservano, ch’egli ha portato durante diciassette anni interi sopra di sé questo Libro del Combattimento Spirituale, ma è probabile, che quello tempo sia stato più lungo, già ch’egli cominciò così a buon’ora a metterli alla scuola di questo libro: allo spirito del quale si è talmente conformato, ed ha così tenacemente non solo subordinato, ma trasformato il suo, ch’io posso assicurare per l’attenzione, con la quale ho letto molti anni tanto questo Libro, quanto gli scritti del nostro Padre, che tutto è una medesima pennellata e che il nostro Prelato ha scritto poche cose delle quali io non trovi subito la semenza ed il nocciolo in qualche luogo del Combattimento. Egli lo consigliava a tutti quelli, che ricercavano il suo parere in materia di divozione, e principalmente a coloro, che si mettevano sotto la sua guida, nel che mostrava bene di amare il suo prossimo, comese stesso, giacché gli scopriva la stessa fonte, dalla quale aveva bevuto l’abbondanza della divozione che possedeva, comunicando senza invidia ciò che aveva appreso senza finzione, come dice il Savio c. 7. Ed appreso. – Lodandole io il libretto d’oro dell’Imitazione di Cristo, e preferendo di gran lunga il Combattimento Spirituale, egli mi rispose con galanteria, ch’erano le opere di due personaggi animati veramente dallo Spirito di Dio, che le loro facce erano differenti, e che si poteva dire di ciascheduno di loro ciò, che si canta dei Santi, Non est inventus similis illi. – Che le comparazioni in quelle materie avevano sempre qualche cosa di odioso: Che il Libro dell’Imitazione aveva in qualche senso gran vantaggio al Combattimento, ma che il Combattimento riportava ancora qualche vantaggio dell’Imitazione, fra i quali stimava molto l’ordine, l’andare più avanti e toccare il fondo delle materie: Conchiudendo poi con queste sante parole, che a far bene bisognava leggere l’uno, e non lasciare l’altro, sono tutti due così brevi, che la loro lettura non ci può mettere in grandi spese.Stimava molto il Libro dell’Imitazione,per l’orazione, e contemplazione, come pieno di sentenze, ma più il Combattimento Spirituale a riguardo della vita attiva, e della pratica.

* * * * *

* * * *

* * *

A questi elogi fatti da S. Francesco di Sales, potremmo aggiungere l’Encomio, che del medesimo Combattimento Spirituale lasciò registrato Jodocho Lorichio, celebre Scrittore, e professore primario di Sacra Teologia nell’Università Friburgense di Brosgia. Nella versione Latina, ch’egli fece del detto Libro, con una Lettera dedicatoria diretta all’Abate di Selvanegra, ove così dice:

In tractatu hoc per brevi ordinatissime, ac perspicacissime complexus Auctor est omnia ad spiritualis vita; optimam perfectionem parandam necessaria, quæ alìi multis, ac magnis libris vix assequuti sunt. Ed insegnando il modo di valersene, lo chiama: Prætiosum optimarum gemmarum thesaurum, & dignissimum spiritualium pharmacorum myropolium.

A D. FRANCESCO

CARAFFA.

Preposito Gen. de’ Chierici Regolari.

Essendo stata rivista d’ordine nostro l’Opera intitolata: Combattimento Spirituale, di cui sin ora sono state fatte molte Impressioni, però tutte varie, e manchevoli, acciò si ristampasse compiuta e con tutto quel che ne scrisse l’Autore, che fu il nostro P. D. Lorenzo Scupoli, si concede licenza, per quanto spetta a noi, che si possa mandare in luce, perché questo benefizio sia comune a tutti: Ordinando, che ciascheduno de’ nostri Religiosi l’abbia sempre pronta per valersene di guida spirituale per loro stessi, e per indirizzo di quell’anime che dovranno istruire per la perfezione, come con gran profitto si è praticato fino ad oggi nella nostra Religione.

Dato in Roma li 25 Dec. 1656,

D. Francesco Caraffa Prep.

Gen. de’ Chierici Reg.

D. Giacomo Sottani Chier.

Reg. Segr.

* * *

Al Supremo Capitano, e Gloriosissimo Trionfatore:

GESÙ’ CRISTO

FIGLIUOLO DI

MARIA,

Perché sempre piacquero e piacciono tuttavia a V. Maestà i sacrifici, ed offerte di noi mortali, quando da puro cuore a gloria vostra le vengono offerte; perciò io le presento questo Trattatello del Combattimento Spirituale, dedicandolo alla Divina Vostra Maestà. Né mi tiro addietro, perché picciolo sia questo Trattato, che ben si sa, che Voi solo siete quell’alto Signore, che si diletta delle cose umili, e spregia i fumi, e pretendenze del Mondo. E come potevo io senza biasimo, e senza danno ad altra persona dedicarlo, che alla V. Maestà, Re del Cielo, e della Terra? Quanto insegna questo trattatello tutto è dottrina vostra, avendoci Voi insegnato, che:

“Sconfidati di noi stessi

Confidiamo in Voi,

Combattiamo, ed

Oriamo.”

Inoltre se ogni Combattimento ha bisogno di esperto Capo, che guidi la battaglia, ed inanimi i Soldati, quali tanto più generosamente combattono, quanto, che militano sotto un invincibile Capitano, non ne avrà forse bisogno questo Combattimento Spirituale? Voi dunque eleggemmo Cristo Gesù (noi tutti, che già risoluti siamo di combattere, e vincere qualunque nemico) per nostro Capitano, il quale avete vinto il  Mondo, il Principe delle tenebre, e con le piaghe, e morte della vostra sacratissima carne avete vinto la carne di tutti quelli che hanno combattuto generosamente, e combatteranno. – Quando io Signore, ordinava questo Combattimento, avevo sempre nella mente quel detto: Non quod sufjicientes simus cogitare aliquid a nobis quasi ex nobis: Se senza voi, e senza il vostro aiuto noi non possiamo avere pensieri, che buoni siano, come potremo da noi soli combattere contro tanti potentissimi nemici, ed evitare tanti innumerabili, e nascosti lacci? – Vostro è, Signore, da tutte le parti questo Combattimento, perché  (come ho detto) vostra è la dottrina, e vostri fono tutti i Soldati spirituali tra i quali siamo noi Chierici Regolari Teatini, onde tutti chini a’ piedi della vostra A. M. vi preghiamo, che accettiate questo Combattimento, movendoci sempre, ed inanimandoci colla grazia vostra attuale a vieppiù generosamente combattere, perché noi non dubitiamo punto, che combattendo Voi in noi, noi siamo per vincere a gloria vostra, e della vostra Santissima Madre Maria Vergine.

Un S. comprato col vostro Sangue

D. Lorenzo Scupoli Chier. Reg.

QUARESIMALE XXI

[Padre Paolo SEGNERI S. J.:

Quaresimale

– Stamperia Eredi Franco,
Ivrea 1844 –

Cortassa Pro-Vic. Generale; Rist. Ivrea 10 agosto 1843,
Ferraris prof. Rev. Pe]

PREDICA VIGESIMA PRIMA

NEL VENERDI DOPO LA TERZA DOMENICA

Jesus ergo
fàtígatus ex itinere sedebat sic supra fontem hora est quasi sexta.
Venit mulier Samaria haurire aquam etc. [Jo. IV.6];

DUE contrarissimi affetti genera nel mio cuore questo successo della odierna Samaritana, ch’io già presuppongo notissimo ad ognun di voi, e sono appunto una fervente speranza, e un freddo timore. Perocché mentre profondamente io considero, da quanto poco dipende la salute di sì rea femmina, subito mi si sveglia nell’animo un ardito pensiero, il quale mi dice: Se cosi è poco dunque ci vuole afin di salvarsi. Ma, oimè, che si leva tosto in contrario un pensiero palpitante, il quale mi replica: Se così è, basterà dunque ancora poco a perire. E’ vero, che questa misera peccatrice non per altra ragione diventò santa, se non perché s’imbatte casualmente a quel pozzo, dov’era Cristo affaticato ed ansante, ed ivi interrogata da Lui, si contentò di reprimere quella voglia, la quale aveva, di cavare allora dell’acqua per udirlo alquanto discorrere di materie a lei salutari. Ma fate voi ragion, che vedutolo non gli avesse in verun modo voluto prestare orecchie, ma avesse detto: Adesso ho altro che fare, sono assetata, sono arsa, e poi l’ora è tarda: “ora est quasi sexta”; convien ch’io torni alle mie faccende domestiche; quanto è probabile che mai più non dovesse incontrare nell’avvenire una congiuntura sì comoda, quale ella ebbe, da rientrare in se stessa, e da ravvedersi! Da questa considerazione io sollevo sbigottito il mio spirito a domandarvi: Chi è tra noi, Signori miei cari, il quale faccia gran caso di un piccolo movimento interiore, il quale talor ci stimoli alquanto a mortificarci: di un piccolo impulso, di una piccola ispirazione, o di una azione minutissima di virtù? E pure, quell’azion di virtù sì minuta era forse il principio da cui doveva derivare la nostra beatitudine, e siccome trascurato il principio. Né meno. si ottiene il fine; così trascurata quella minuzia, né meno avviene, che ottengasi il Paradiso. Oh Padre (voi mi direte) com’è possibile? Volete dunque che da una minuzia dipenda la salute eterna di un uomo? Mentre parlate così, voi volete atterrirci. non istruire! Voglio atterrirvi? Ah sì. ch’io voglio atterrirvi (ve lo confesso) ma perch’io sono atterrito: Territus terreo, dirò tremante col Padre Santo Agostino. Non però voglio atterrirvi con vane esagerazioni, voglio atterrirvi con sodissime verità. Io vi prometto di non dirvi se non quello che mi fa riscuotere tutto da capo a piedi, quand’io vi penso, e che se ancora non è bastevole a rendermi meno iniquo, mi fa non essere almanco più incorreggibile. E che cosa è questa? Quella proposizione appunto che a voi pareva così strana, cioè, che da una minuzia talor dipenda la salute eterna di un uomo. Questa proposizione è quella che fa tremarmi, questa è quella ch’io qui mi accingo a mostrare, perché ognun veda una volta quanto sia vero che la buona opportunità vuole essere presa a tempo per li capelli, che son le piccole cose.

II. E primieramente io non credo, che vi parrà per altro strano di udire che da cose piccole possano derivare cose grandissime. Non ci predicano quasi altro i Naturali nelle loro considerazioni, i Politici nelle loro avvertenze, i Morali nelle loro massime. Basta dare un’occhiata d’intorno al Mondo per chiarirsene in un momento. Non è già solo il granellino di senape quello che nella Palestina si vanta di giungere a tanta altezza che agguagli gli alberi, non che avanzi le biade? Tutte quelle selve, le quali coi loro tronchi somministrano tante aste agli eserciti, tante navi all’Oceano, tanti sostegni alle case, tanti materiali alle macchine, tanti ricetti alle fiere, tanto nutrimento alle fiamme; ſe ci volessero fedelmente scoprire la l’oro origine, mostrerebbero alla fin altroche minutissimi semi stati talora, o spazzatura dei piedi, o scherzo degli uccelletti? Non accade, che scagliandosi un fulmine dalle nuvole faccia fracasso sì grande per ostentare la sua meravigliosa potenza… Abbatta pure le torri, percuota i gioghi, incenerisca i boschi, sgomenti i popoli: ben si sa da qual piccolo vaporetto egli ebbe i natali. E quei gran fiumi, che del continuo pellegrinando pel mondo ne vanno tanto orgogliosi, che vogliono porre i termini alle provincie, e togliere il nome al mare, e però anch’essi or portano sopra il dosso armati navigli, or contribuiscono dal seno grossissime pescagioni, ed ora infuriati uscendo dagli argini recano strage agli armenti, inondazione a campi, e sterminio alle biade, assedio alle case, solitudine alle Città, questi gran fiumi medesimi, se si potessero rivoltare talora indietro a mirare i loro principi, quanta cagione avrebbero di umiliarsi. mentre vedrebbero o che semplici villanelle vi guizzano entro per giuoco, o che stanchi pellegrini gli saltano per insulto! Tanto è comune alle cose ancora maggiori derivar dalle minime! Così son famosi gli incendi sorti da una favilla, così i contagi sparsi da un fiato, così i tremoti originati da un alito. Ma senza ciò, se si considera il corso degli avvenimenti morali, chi non sa come da cagione leggerissima può accadere che uno o da altissima dignità cada in un vilissimo stato, o da un vilissimo stato sia sollevato ad altissima dignità? Abigaille, di cittadina privata, arrivò ad essere tolta da un Davide per consorte, e così a cingere ancora un giorno la fronte di corona Reale; Ma ciò donde avvenne? Da una tal buona creanza, la qual ella usò coi servi di Davide, nel portar loro un rinfresco. Rebecca, di semplice garzoncella, arrivò ad esser data ad un Isacco per sposa; e così a divenire anche un tempo procreatrice del promesso Messia. Ma ciò donde accadde? Da una tal facile cortesia, ch’ella mostrò col messo di Isacco nell’offrirgli dell’acqua (Gen. XXIV). Laddove Aman, quel sì celebre favorito del Re Assuero, donde venne alla fine a cader di :grazia, a perder le dignità, a perdere le ricchezze, a perder la prole, ed a morir anche appeso qual pubblico malfattore sopra un patibolo? Non da altro venne, che dall’aver lui preso a piccarsi che un Mardocheo, uomo popolare, uomo povero non lo salutasse a suo modo: Non flecteret sibi genu (Esth. III, 5)? Che dirò della milizia? che del traffico? che delle lettere? Non fu per certo un accidente lievissimo, che Protagora divenisse in Grecia filosofo sì ammirato? Guardate donde accadde e meravigliatevi! Era già Protagora un vile contadinello, quando portando egli un dì sulle sue tenere spalle un fastello di legna al vecchio suo padre, si imbatté casualmente in Democrito, filosofo di gran nome, il quale vedendo quelle legne legate insieme con grandissima aggiustatezza, domandò al fanciullo, s’aveva fatte egli quel fascio. E rispondendo quegli di sì: Provati un poco, gli soggiunse Democrito, a scioglierlo, ed a ricomporlo all’istesso modo. Ubbidì Protagora prontamente, e con egual arte ed industria rilegando insieme le legne, se le recò di bel nuovo sopra le spalle. Dal che congetturando Democrito in quel figliuolo ingegno ed indole opportuna agli studi, l’invitò a vivere sotto la sua disciplina, lo educò, lo sostenne, lo addottrinò, e lo rendé filosofo non minore di tal maestro. Fate ora voi ragion che Protagora, o non avesse composto con tale aggiustatezza quel fascio, o non avesse incontrato in tali congiunture quel Savio; quanto è probabile ch’ei si fosse sempre rimasto a guidar l’aratro, in cambio di esercitare la penna? … e a solcar le campagne, in cambio di vergare le carte? E di somiglianti successi io potrei raccontarne quasi infiniti in qualunque genere, se non mi premesse di accostarmi più da vicino ad esemplificare nelle opere della grazia, senza vagar tanto per quelle della Natura.

III. Presupponete adunque che Dio, conforme allo stile, ch’Ei tiene nell’ordine della natura, proceda ancora nell’ordine della grazia; altrimenti da quello, che noi vediamo, non ci potremmo sollevare ad intendere quello, che non vediamo, come pur pretendeva S. Paolo ai Romani, quand’egli disse, che Invisibilia Dei, per ea quæ facta sunt, intellecta conspiciuntur (ad Rom. I, 20). Ha dunque Iddio, quanto alla sua volontà antecedente, non pur disegno (per favellar coi Teologi) ma ancora di beneplacito, destinata a tutti la gloria del Paradiso; e però veramente vorrebbe che la conseguissero tutti, che non la perdesse veruno: Deus vult omnes homines salvos fieri (I Tim. II 4). Ma essendo lo stesso il fine a cui tutti dobbiamo giungere, non son pero l’ istesse le strade da giungere ad un tal fine. Anzi nella vita di ciascun uomo Iddio vede, come le scuole c’insegnano, in numerabili connessioni, concatenazioni, o serie di avvenimenti, le quali, come tante strade maestre conducono, altre dirittamente alla gloria, altre dirittamente alla perdizione: Vias vitæ. Et vias mortis (Jer. XXI, 8). Ora, che l’uomo s’incammini piuttosto per una di queste strade che per un’altra, dipenderà talora da opere piccolissime. L’udire o il non udire una predica: il leggere, o il non leggere un libro; il parlare, o il non parlare con una persona: l’andare o il non andare a una veglia, può esser quello che, o c’incammini al Cielo, o c’incammini all’Inferno. Dissi “c’incammini”, vedete, perché non dipenderà la nostra salute immediatamente da tali azioni, ma dipenderanno remotamente in quella maniera medesima, onde abbiam detto, potere azioni anche minime incamminare naturalmente un mondano a gran perdite, o a grandi acquisti: In tantum ut, si priora tua fuerint parva, (come diceva quell’amico di Giobbe), novissima tua multiplicentrur nimis. Non si sgomenti, se a qualcuno non paja di avere ancor bene appresa una tal dottrina, perché io la renderò con gli esempi manifestissima a chicchessìa, benché digiuno d’ogni perizia scolastica. Pigliamo dunque per maggior’ intelligenza di ciò un nobile avvenimento, che vien descritto dal Padre Santo Agostino. Racconta il Santo. come dimorando l’Imperatore Teodosio nella città di Treviri a rimirare i famosi giuochi del Circo, due cortigiani si vollero appartar da quello spettacolo; ma non sapendo frattanto ciò ch’essi fare, si avviarono unitamente fuor delle mura, per goder la vista innocente della campagna. Passarono d’una in altra strada, d’uno in altro ragionamento, finché s’incontrarono in una solitaria boscaglia, dove abitavano sotto una rozza casuccia alcuni penitenti romiti. Entrarono per curiosità in quel tugurio, e mentre, come accade, ammiravano le angustie dell’abitazione, e la penuria dei mobili, videro un libro assai logoro, che giaceva sopra un tavolino . Uno di loro il piglia, l’apre, e s’avvede contenersi in esso le azioni del grand’Antonio. Comincia a leggerle, prima per curiosità, di poi per diletto, indi sente anche a poco a poco infiammarsi all’imitazione. Quando all’improvviso, avvampando tutto nel cuore di un amor santo, e nel volto di un vergognoso rossore, prorompe in un sospiro, e dice al compagno: Poveri noi, che seguitiamo una strada tanto diversa! Dic, quæso te, omnibus isti laboribus nostris, quo ambimus pervenire? quid quærimus? (S. Agost. Confess. Lib. VI). Ditemi un poco per vita vostra, o Signore, che pretendiamo noi con tante fatiche, con tanti servizi, con tanti corteggi, con tante umiliazioni; che pretendiamo? Possiamo mai sperar più, che di conseguir la grazia del Principe? Major ne esse poterit spes nostra, quam ut amici Imperatirissimus? Ma chi ne assicura che vi arriviamo? La vita è breve, la gioventù fallace, le forze manchevoli, i concorrenti molti, i carichi; pochi. E poi, quando ancor vi arrivassimo quid ibi non fragile, plerumque periculis? Che avremo noi fatto alla fine che cambiare fatica con fatica, servitù con servitù, pericolo con pericolo? Quante invidie ci assedieranno, quanti odi, quante persecuzioni quante calunnie! Non ci converrà vivere sempre in timore, e star sempre in guardia! All’incontro. per diventare amico di Dio, basta il volerlo niuno ce lo potrà mai contendere, e nessun levare: Amicus autem Dei, si voluero, esse non fio. Indi tornò a fissare gli occhi sul libro; e quasi assorto per la gran mutazione che lo agitava nell’animo, leggeva insieme, e gemeva, or nella faccia pallido, ed or acceso; ora pensieroso, ed or lagrimante. Finalmente richiude ad un tratto il libro, e battendo la mano sopra la tavola, dice risolutamente al compagno: Or quanto a me, io del tutto ho già stabilito di non mi partir più di qui. Da quest’ora ed in questo luogo io mi voglio consacrare tutto a Dio; però se voi non mi volete im itare, rimanetevi di sturbarmi: Ego jam Deo servire statui, et hoc ex hora hat, in hoc loco aggredior; te si piget imitari, noli adversari. Come? ripigliò l’altro, commosso da tal esempio, non piaccia a Dio, ch’io a me ritenga la terra, a voi lasci il Cielo. O ambedue ci ricondurremo alla Regia, o chiuderacci questo tugurio ambedue. E così risolutisi di nemmen prima tornare all’Imperatore, gli mandarono dentro un foglio l’avviso della lor concorde risoluzione; e deposti di subito gli ori, e gli ostri , si copersero di un sacco, si cinsero d’una fune, si chiusero in una cella; ed ivi in somma mendicità, sempre squallidi, sempre scalzi, menarono tutto il resto dei loro di, non mai però più famosi al Mondo che quando lo disprezzarono. Ora ditemi un poco, Signori miei; tante opere buone, che questi due novelli romiti dovettero di poi fare, tante vigilie notturne, tanti salmeggiamenti scambievoli, tante contemplazioni profonde, tanti digiuni severi, tante flagellazioni sanguinolenti con cui dovettero sicuramente acquistarsi la gloria del Paradiso, tutte queste cose, donde ebbero principio, chiamato già nei Proverbi (XVI, 5) Initium viæ bonæ? Mirate donde: dall’essersi ritirati da uno spettacolo. Quindi Iddio dispose che uscissero a camminare; dall’uscire a camminare, che incontrassero il romitaggio; dall’incontrare il romitaggio, che leggessero il libro; dal leggere il libro, che s’infiammassero di sentimenti devoti; quindi che aborrissero la Corte, che abbandonassero la Casa, che abbracciassero il chiostro, che camminassero sulla regia via della Croce. Laddove fingete voi, che si fossero trattenuti a quei giuochi, a cui forse potevano intervenire senza grave rimordimento: farebbe accaduto veruno di questi casi? E’ moralmente certo, che no: mercecché tutte le cose, se noi vogliamo dar credito all’Ecclesiaste, hanno una tal propria opportunità, a cui sono affisse Omnia negotia tempus est, et opportunitas (Eccl. VIII, 6). E però piuttosto saria seguita una serie di avvenimenti molto diversa, la qual Dio sa dove gli avrebbe condotti; perocché avrebbero probabilmente perseverato nel servizio del Principe, nella vanità delle signorie, ne’ vizi del secolo, e per conseguente ancor nei pericoli dell’Inferno. Debbono dunque riconoscere essi la loro eterna salute (non già come da cagione prossima, ma come da cagione remota) dall’aver lasciata una ricreazione non sì lodevole; Questa ſu a guisa di quella piccolissima fonte, veduta poi da Mardocheo convertirsi in fiume sì vasto (Esth. XI, 10). Questo fu a guisa di quel piccolissimo sasso veduto poi da Daniele cambiarsi in montagna sì smisurata. (Dan. II. 35).

IV. Ora figuratevi, che da sì lievi cagioni incominciassero quasi tutti coloro che noi sappiamo essere di presente arrivati ad eccelsissimi gradi di perfezione, di santità, di miracoli. Certamente pochissimi furono quei Santi, che nacquero Santi: nella Legge vecchia un Geremia, nella nuova un Giovanni. La maggior parte degli altri non nacquero Santi, ma diventarono. E che diventassero, qual ne fu la cagione? Ad uno fu l’aver gittate le cetere e le chitarre, per correre un poco dietro ad un uomo pio, che con grandissimo accompagnamento di gente passava per la via pubblica. come accadde a San Ranieri il Pisano; ad altri ſu l’aver contemplato attentamente un cadavere, come a San Francesco Borgia; ad altri fu l’aver perdonata Pietosamente un’ingiuria, come a San Giovanni Guarlberto; ad altri l’aver sovvenuto l’avvenuto cortesemente un mendico, come a San Francesco d’Assisi, ad altri l’aver tollerata innocentemente una prigionia, come a Santo Efrem Siro; ad altri l’aver udito casualmente una predica, come a San Niccolò di Tolentino; ad altri l’esser caduto vergognosamente nel loto come al Beato Consalvo Domenicano; ad altri l’aver ricevuto opportunamente un rimprovero dalla madre, come a Santo Andrea Corsini; e ad altri non più che l’aver servito caritatevolmente una Messa, come a Marcello Mastrilli, quel gran campione della mia fiera milizia, il quale giunto al sepolcro di San Francesco Saverio ricevé un chiarissimo lume di essere stato colà chiamato all’onore di combattere per Cristo, e di trionfare con tanta novità di stupori; perché una volta in Napoli ricercato, mentre egli ancora era studente, da un padre vecchio, in congiunture importune, ed in ora tarda, di ministrargli all’altare, egli con sembiante sereno, e con prontezza amorevole nel compiacque. Ma qual maggior santità si può figurare di quella alla quale giunsero, benché per diversissime strade, un Antonio Abate, ed un Ignazio Loyola?- Udite di grazia, se pure il parallelo in mia bocca non sia ambizioso. Furono ambedue patriarchi di numerosissima figliolanza, quantunque l’uno di gente solinga, e contemplativa, l’altro di persone trattabili ed attuose. Ambedue nei principi della loro conversione ebbero da’ demoni contrasti travagliosissimi. Perocché, se ad Antonio apparivano spesso in forma. di animali feroci, ad Ignazio comparivano ancor col volto di femmina lusinghevole. Ma esercitarono all’incontro ambedue sopra i demoni grandissima padronanza, perocché dove Antonio fugavali con la voce; spesso ancora Ignazio scacciavali col bastone. Ambedue arsero d’una voglia accesissima del martirio, per cui sfogare ne andarono, Antonio in Alessandria, Ignazio in Gerusalemme. Ma ambedue volle Dio, che fossero preservati per dare la vita a molti. Popolò pertanto l’uno le selve di santissimi solitari, l’altro riempie le città di zelanti predicatori, eletti ambedue da Dio per ristorare nella Chiesa le perdite ch’ella cominciava a patire, ne’ tempi di Antonio per l’eresia di Ario, nei tempi d’Ignazio per l’eresia di Lutero; opporsi al furore dei quali, lasciò l’uno per qualche tempo i deserti della Tebaide, l’altro per sempre la solitudine di Manresa. E siccome Antonio ancor vivo vide i suoi seguaci distesi; non solo nell’Oriente, ma ancora nell’Occidente; così vide Ignazio ancor vivo distesi suoi, non solo nell’Occidente, ma ancora nell’Oriente. Somigliante verso ambedue, fu la stima, e la venerazione che portarono loro i Principi, perocché e ad Antonio ricorreva per consiglio l’Imperator Costantino, e ad Ignazio l’Imperatore Ferdinando, il quale in confermazione di ciò aveva dato anche ordine al suo ambasciatore residente in Roma, che niun negozio trattasse mai col Pontefice senza averlo conferito prima col Santo. E finalmente è stata somigliante ancor la difesa, che ha Dio pigliata dell’onore di ambedue questi celebri personaggi, perché col fuoco ei represse i dispregiatori d’Antonio, col fuoco i detrattori d’Ignazio, facendo miracolosamente arder vivo uno, che aveva osato di dileggiarlo. Ora ditemi, la santità di ambedue questi grand’uomini donde ebbe il cominciamento, Initium vitæ bonæ, non pare che dovesse essere qualche gran seme quello, il qual produsse due piante sì generose, che molto più di quell’albero già veduto dall’addormentato monarca di Babilonia, hanno dilatata la pompa dei loo rami da un mare all’altro,, e dall’uno all’altro emisfero? (Dan. IV, 7 e 8). Eppure udite che fu. Nell’uno Initium vitæ bonæ fu l’ascoltare attentamente una Messa; nell’altro Initium vitæ bonæ, fu pure attentamente leggere un libro. Entra Antonio ancor giovinetto in una chiesa per udir Messa, e s’incontra in quel Vangelo, nel qual si dice: Se tu vuoi esser perfetto a va’, vendi ciò che possiedi, e poi seguimi. Lo reputa detto a sé, ed indi si risolve a far vita simile a Cristo. Domanda Ignazio convalescente alcun libro per passatempo, e gli è recato il Leggendario dei Santi in cambio dei volumi di cavalleria, ch’avrebbe voluti. Comincia a leggerlo, e quinci ſi determina di far vita simile alla loro. Ora, se non avessero l’uno udita quella Messa con attenzione, e l’altro letto quel libro; che vogliamo credere, che sarebbe stato di essi? Sarebbero ambedue divenuti quei sì gran Santi, che ora noi veneriamo? Io non lo so, perché tutto ciò si appartiene a’ giudizi occulti di Dio. che sono le acque di quel profondo torrente, in cui neppure un Ezechiele si attentò d’inoltrarsi troppo, per non vi restare annegato: Aqua profundi torrentis, qui non potest transvadari (Ezech. XLVII, 5). Ma potrebbe esser ancora molto probabile. che non fossero divenuti; Perché assai spesso Dio suole usare con gli uomini, come fece con Naman Siro lebbroso, non so dir più se di corpo, o d’anima, ogni cui bene, come sapete, egli affisse, a che operazione? ad una sommamente tenue, ad una sommamente triviale: al bagnarsi sette volte in un piccolo fiumicello a lui forestiero: Lavare septies in Jordane, et mundaberis (IV Reg. V, 10). Ma chi mai l’avrebbe creduto? Come? (diceva Naman) Perché non piuttosto venirmi incontro il profeta, e mettermi le sue mani sopra la testa? No: Dio vuol, che ti lavi. Ma s’ho a lavarmi, perché non anzi nell’acque del mio Damasco, che son sì elette? No: nel Giordano! Ma non è meglio nell’Abana? No: nel Giordano! Ma non è meglio nel Farfar? No: nel Giordano! Vuoi per forse tu mettere legge a Dio? Quis ei dicere potest: cur ita facis? (Job. IX, 12). Fa pure ciò che a te piace, che sei padrone del tuo libero arbitrio: nel resto è certo che qualunque tuo bene, non solo corporale, ma ancor spirituale, dovrà dipendere dal mortificare con quest’atto, il quale a te sembra men proporzionato, men proprio, la tua altezza. Lavare septies in Jordane, et mundaberis. – Ora in una forma medesima Iddio suole assai spesso determinare la santità, anzi la salvezza degli uomini, ad una tale opera buona molto ordinaria, la quale s’essi eseguiscono, egli poi comunica loro una grazia tanto soprabbondante, e una protezione tanto speciale, che infallibilmente giungono al cielo, come appunto fu di Naman; ma se non l’eseguiscono, gli priva di tali aiuti più liberali, i quali, come i Teologi sanno, non sono dovuti, né per legge di Provvidenza, né per legge di redenzione; e prove dandogli degli aiuti solamente consueti, lascia, che seguano i lor fallaci consigli, e così si perdano; come sarebbe parimente avvenuto a Naman medesimo, se contumace non s’induceva ad attuffarsi in quell’acque, da lui riputate sì vili.

V. E questo è quello che c’inculcano i Santi, qualora ci dicono, che da un momento dipende l’eternità: Momentum unde pendet eternitas. Alcuni pensano che questo momento sia solamente quel della morte, e però n’usano male tanti altri, quasi che basti impiegar bene quel solo. Eh non è così. Questo momento ad alcuni è nella fanciullezza; ad altri è nella gioventù, ad altri è nella virilità. ad altri è nella vecchiaia. Ed è quel momento al quale Iddio, terribilissimo nei consigli ch’Egli ha sopra i figliuoli degli uomini: Terribilis in consiliis super filios hominum, ci attende per così dire, come ad un varco, affin di provare la nostra cordialità, e la nostra corrispondenza, ch’è quello appunto che Mosè scoperse al suo popolo, quando disse: tenta vos Dominus, ut palam fiat, utrum diligatis eum an non, in tota anima vestra (Deuter. XIII, 3): non perché passato quel momento, non ci sia sempre egualmente possibile la salute o la dannazione (questo non si può dire) ma perché da quello dipenderà, che incontriamo nell’avvenire maggiori o minori difficoltà per ben operare, che abbiamo maggiori o minori forze, ed in una parola, che: Gratiam inveniamus, o non inveniamus, per usare la formula dell’Apostolo, in auxilio opportuno (ad Hebr. IV, 16). Vediamo di grazia questo in un singolarissimo esempio delle divine Scritture, il quale a meraviglia conferma l’intento nostro: e siccome reca seco grandissima autorità, così ancora merita d’essere da tutti ascoltato con gran tremore. Avendo le Tribù Ebree richiesto a Dio qualche Re , che le governasse invece de’ Giudici, condiscese Dio finalmente, quantunque di mala voglia, alle loro istanze, e destinò loro Saule. Era questi vilissimo di lignaggio. ma sceltissimo di virtù. Perciocchè il sacro testo afferma di lui, che nessuno di tutto quel popolo lo vantaggiava per merito di bontà: Non erat vir melior illo. E pure per tacer gli altri, fiorivano seco a quel medesimo tempo un Samuele, ed un Davide, personaggi sì segnalati. Ebbe la cura di eleggerlo il medesimo Samuele. L’unse, lo pubblicò. Indi perchè nel principio del suo governo doveva il novello Re offrire a Dio sacrificio, Samuele il chiama, e gli dice: va’ in Galgala, dove arrivato, mi aspetterai sette giorni, nel termine dei quali io verrò per sacrificare: Septem diebus expectabis, donec veniam ad te. Va Saule, lo aspetta: ma già scorre il settimo giorno, ed il buon Samuele ancor non appare. Or che deve fare Saule? Si vede accampato d’incontro un poderosissimo esercito di nemici che lo sfidano alla battaglia: ha le milizie in ordine per combattere: ha le vittime pronte per immolare; si risolve però, giacché è vicina la sera del dì prefisso, di offrire ei medesimo il sacrificio, come venivagli dalla legge permesso in assenza di sacerdote. Appena egli ha immolato le vittime, ed ecco vien Samuele. Saule l’incontra, e Samuele in vederlo: Ahi sfortunato (gli dice) di’, che hai tu fatto? Quid fecistis? Risponde Saule: io ti ho aspettato conforme all’appuntamento più, che ho potuto, ma frattanto i soldati nostri chiedevano la battaglia, i nemici la minacciavano: stimai scelleratezza l’uscir in campo senza aver prima placato il volto divino con sacrifici pacifici. Ho precorsa nell’offrirli la tua venuta. Avvisandomi che tu per qualche nuovo accidente non potessi giungere in ora. Sì eh (ripigliò allor Samuele) or sappi, che tu hai usato da stolto: Stulte egisti! Però ti denunzio, che siccome, se tu mi avessi aspettato pazientemente, Iddio avrebbe perpetuato il tuo scettro sopra il suo popolo, così ora non ti sporgerà successore dal tuo lignaggio … Si non fecisses, (ponderate bene quest’orrenda condizionale) jam nunc præparasset Dominus regnum tuum super Israel in sempiternum; sed nequam regnum tuum ultra consurget (I Reg, XIII, 13 e 14). – Ma poco fu per questa azione a Saule perdere il regno. Fu peggio perdere le virtù, fu peggio perder la grazia, fu peggio perder l’anima, ſu peggio perder il paradiso. Udite in qual modo. Non si dannò già egli precisamente per quest’azione: Signori no. Perocché molti autori insigni hanno infino voluto credere, ch’ei non peccasse in ciò gravemente, o perché egli stimasse d’esser tenuto ad aspettare solamente il principio del settimo giorno, o perché ei reputasse d’esser costretto a secondare finalmente il volere degli impazienti soldati, come par ch’egli volesse anzi accennare dicendo per sua discolpa: Necessitate compulsus obtuli holocaustum (Ibid. XIII, 12). Come si dannò nondimeno per quest’azione? Si dannò per questa, come per azione, che lo dispose alla perdizione. non come per azione, che ve lo determinò. Mi dichiaro. Per quest’azione di Saule Dio volle togliere il regno da tutta la sua prole e da tutta la sua prosapia, ch’era privarlo d’un benefizio temporale gratuito. Gli prepara però successore d’altro lignaggio, qual fu Davide. E perché Dio, secondo il nobile detto della Sapienza, soavemente dispone intorno di noi ciò che efficacemente risolve: cum magna reverentia disponit nos (Sap. XII, 18); fa cadere una congiuntura opportuna di trasferire Davide allor pastorello dalla greggia alla Corte. Saule stesso è il primo ad accoglierlo per lo bisogno ch’ei n’ha contro il ſier gigante; ma dalle vittorie, che vede lui riportare de’ Filistei, dagli applausi ch’ode a lui farsi dalle milizie, si accorge questo essere il successore a sé minacciato. Però d’innanzi il comincia a guardar con quell’occhio livido, con cui è proprio dei governanti mirare i loro successori. Si accende d’odio, si gonfia di veleno, cerca in mille modi d’ucciderlo, or con lanciargli l’asta sul viso, or con mandargli le birrerie sino in camera, or con tendergli agguati per le foreste, quindi comincia a prezzare assai gl’interessi del suo Reame, poco i comandamenti del suo Signore. E perché sa, che alcuni sacerdoti di Nobe hanno ricettato il suo emulo, ordina, che siano tutti scannati alla sua presenza. Onde si vede cader ai piedi, per mano di un vile servo Idumeo, ottantacinque Sacerdoti vestiti in abito sacro: né contento di questo ordina parimente che Nobe, loro città, sia mandata a ferro ed a fuoco, facendo in essa una confusissima strage di uomini, di donne, di giovani, di bambini, di vecchi, senza nè meno perdonare alle bestie, né meno ai sassi. E quinci passando d’una in altra barbarie, d’una in altra scelleratezza; vede finalmente morirsi insieme in battaglia ſu gli aspri monti di Gelboe tutti e tre quei figliuoli, sui quali ambiva di stabilire lo scettro: chiede disperato allora la morte: non trova chi gliela dia: egli però rivoltando il suo ferro contro il suo petto, l’apre, lo squarcia, s’uccide da sé medesimo: e così finalmente: Dum Samueli non obtemperavit, Paullatim, atque paullatim habens, non stetit, quousque ad ipsùm perditionìs barathrum seipsum, immisit, come poi scrisse San Giovanni Crisostomo ponderando sì fiero caso. (Hom. 87 in Matth.). Ora considero io, chi avesse detto a Saule, quand’egli stava in procinto di trasgredire il comandamento di Samuele: Sire, guardate bene ciò, che voi fate, perché da codesta azione dipende come in radice la vostra salute e temporale, ed eterna; crediamo noi, che a Saule sarebbe ciò parso possibile? Come? da un’azione sì minima? non può essere, non può essere; questi sono spaventacchi di scrupolosi, son timori di vecchierelle. E pur così fu: non perché egli (notate bene) … non perché egli poi non avesse potuto assolutamente ritrarsi da tutte le susseguenti scelleratezze; ma perché il farlo gli fu tanto difficile, ch’ei non lo fece: laddove sarebbe stato a lui facilissimo (come ad uomo di tanta bontà, che: Non erat vir melior illo) se senza contrasto con emulo, e senza sospetto di successore, goduto avesse tranquillamente il suo Regno, com’è di fede, ch’ei se l’avrebbe goduto. – Ora deduciamo da questo illustre racconto quel ch’è di nostro particolare interesse, ed esclamiamo tremanti con San Gregorio: En quam magna… perdidit qui, ut putabat, nulla contemsit. Per così poco perduto tanto? E che cosa è questa? Ah, che quel poco era, per così dire, quel passo augusto, al quale Iddio: Magnus consilio, incomprehensibilis cogitatu, come lo chiamò Geremia, voleva mettersi a provar l’obbedienza, l’ossequio, la fedeltà di Saule per veder s’egli riusciva ancora del numero di coloro di cui sta scritto, che: Deus tentavit eos, et invenit illos dignos se (Sap. III, 5). Saule a questo passo non tennesi, ma cadde: e Dio privandolo di quegli aiuti maggiori, che secundum propositum voluntatis suæ, avevagli apparecchiati, lasciò che a poco a poco andasse in rovina. Or non credete, Signori miei, che con ciascuno di noi Dio faccia molte volte ancora così? E quanto spesso accadrà, ch’Egli dica dentro il cuor suo: io voglio ispirare a quell’ammogliato. che vada ad ascoltar quella predica. S’egli v’andrà, lo verrò di modo a commuovere in auxilio opportuno, che finalmente abbandonerà quella pratica. Abbandonata quella pratica, non gli sarà più difficile accostarsi frequentemente alla confessione e alla Comunione. Con questa frequenza egli a poco a poco si svezzerà di molti abiti licenziosi, contratti nel giuocare, nel parlare, nel trafficare: quindi applicatosi a maneggiar la sua casa cristianamente, vivrà ritirato, si morrà salvo. Ma se non udirà quella predica seguirà a conversare con la sua pratica, entrerà in altri amori, s’allaccerà in altri impegni, s’abbatterà in altri rivali che gli toglieranno miseramente la vita. Ed a quel giovane io voglio parimente ispirare, ch’ei vada a confessarsi per la tale solennità. S’ei v’andrà, lo verrò di modo a compungere in auxilio opportuno, che finalmente abbandonerà quei compagni. Ritirato da quei compagni, non gli sarà più molesto di attendere applica talmente allo studio ed alla pietà . Con questa applicazione egli a poco a poco accenderà di molti desideri ferventi di mortificarsi, di orare, di ritirarsi. – Quindi risoluto di assicurare la sua anima interamente, entrerà in Religione, volerà al Cielo. Ma s’ei non farà la tal confessione, seguirà a praticare coi suoi compagni, piglierà peggior piega, passerà in peggiori tresche, cadrà in peggiori disordini, che il condurranno drittamente all’inferno. Signori miei cari, queste sono verità certissime, irreparabili, indubitate. le quali noi quì non possiamo capire, perché troppo folto è quel velo ch’abbiamo agli occhi: Contenebrati sunt oculi nostri; ma le capiremo il dì del Giudizio, quando cadutoci, per così dire, un tal velo, noi vedremo subito per quali strade, o Dio si sarà compiaciuto salvarci, o noi ci saremo voluti dannare vias vitæ et via mortis (Ger. XXI, 8). E allora ogni Giusto, impaurito, qual pellegrino ramingo, ch’abbia camminato di notte, senza avvedersene, su l’orlo sempre d’un orrido precipizio: Oh Dio buono, dirà, da che è dipesa la mia salute! Quanto poco mancò, che in vece di mettermi per la strada del Cielo, non inoltrassi per la via dell’Inferno! Nisi quia Dominus adjuvit me, Paulo minus habitasset in inferno anima mea (Ps. XCIII, 17). Quell’operetta buona ſu che salvommi; il tal giorno, nella tale occasione: e s’io lasciava di farla, oh che via diversa prendea da quella ch’io presi! All’incontro quanto fremeranno i dannati, quanto urleranno, in veder donde avvenne, ch’essi smarrissero la via dritta al cielo! Viam civitatis habitaculi non invenererunt (Ps. CVI, 4). Ah s’io udiva la tal predica, ah s’io lasciava il tal compagno, ah s’io non andava al tal giuoco, ah s’io mi rimaneva la tal sera d’intervenire a quella veglia, a quel ‘bagordo, a quel ballo, a quella commedia! Ora non c’è più rimedio in eterno, misero me! non c’è più rimedio in eterno: Quam magna perdidi, quam magnaperdidi, qui, ut putabam, nulla contempsi!

SECONDA PARTE.

VI. Veggo che non vi potete più contenere da una gagliarda opposizione, la quale vorreste addurmi. Parlate dunque animosamente, sfogatevi. Oh Padre (voi mi direte) se fosse vera la dottrina da voi predicata finora, poveri noi! ne seguirebbe che noi dovessimo vivere in un assiduo sgomento ed in una angosciosa sollecitudine. Perocché (sentiteci bene) se noi sapessimo per appunto qual fosse questa piccola azione da cui dovesse come in radice dipendere o la nostra miseria, o la nostra felicità, chi può dubitare che noi saremmo molto ben circospetti nell’eseguirla? Ma non sapendo di qual dobbiamo temere, converrà temere di tutte: e per tanto dovremo sempre far grandissimo conto d’ogni minuzia: non dovremo sprezzar mai nessun difetto, come leggero, mai nessuna ispirazione come non importante; anzi in ogni luogo, in ogni occasione, in ogni ora, in ogni momento, dovremo studiarci di assicurare con qualunque minima sorte d’opere buone il nostro incamminamento alla Gloria. Signori miei, troppo mi volete voi stringere i panni addosso con coteste vostre obbiezioni. Ma che volete voi, ch’io risponda? Io non posso finalmente trovar gran difficoltà in concedere certe proposizioni, le quali ha concesse prima dirne la Sapienza eterna. Però vi do per convinto che quanto avete opposto, tutto è verissimo: Concedo, sì torno a dire, concedo totum. E che altro volle intender San Pietro, quand’ egli, dopo lungo discorso, cavò quella formidabile conclusione: quapropter fratres, magis satagite, ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis; hæc enim facientes, non peccabitis aliquando (2 Petr. I, 10). Quasi voless’egli dire in brevi parole: Dilettissimi miei, voi vi credete che il negozio della vostra eterna salute sia negozio da trattarsi per passatempo, quando non riman altro che fare in tutta la giornata, o di che pensare. Eh non è così? Egli è un negozio gravissimo, un negozio geloso, un negozio tremendo, il quale dovrebbe tener sempre occupato il vostro pensiero: Satagite … satagite …; diligenza ci vuole, industria, fatica, finché arriviate a non peccare giammai né molto, né poco, se tanto vi sia possibile: Magis satagite, magis; quanto più fate, tanto stimatevi obbligati a far più. Ma la maggior parte non fa così. Concedo. E però larga è la strada che conduce alla perdizione: Spaziosa via est quæ ducit ad perditionem. (Matth. VII, 13). Ma sono pochissimi quei che faccian così. Concedo. E però angusta è la porta che introduce alla gloria! Angusta porta est quæ ducit ad vitam. (Ib. VII, 14). Che poss’io dirvi? Poss’io predicarvi diversamente da quello, che ha pronunciato l’infallibile Verità? Numquid aliud judex nunciat, aliud præco clamat? (S. Greg. Rom. 17 in Evang.) Poss’io cancellar gli Evangeli, per darvi soddisfazione? poss’io cambiarli? che posso io fare?

VII. E a dire il vero, se non fosse così troppo forsennati sarebbero sempre stati tutti coloro i quali sentitosi dire dall’Ecclesiaste che: Qui timet Deum nihil negligìt, (Eccl. VII, 19) facevano tanto caso di non commettere né pur piccole imperfezioni. Appena si sollevava un leggero dileticamento di senso negli animi d’un Bernardo, d’un Francesco , d’un Benedetto, che incontanente tutti ignudi correvano, chi a tuffarsi nei ghiacci, chi a seppellirsi tra le nevi, chi a ravvolgersi tra le spine. Un solo fantasma impuro, che passò in sogno come di volo per la mente d’un Francesco Saverio, l’atterrì, l’agitò; lo riscosse in modo che gli fece scoppiar dalle fauci una corrente impetuosa di sangue, poco men che bastevole a soffocarlo per l’alto orrore. Un passo poco misurato, un riso poco composto, una parola poco considerata recava tal crepacuore alle Agnesi Auguste, ed alle Marie d’Ognes, che non potevano pe’ singhiozzi parlare, qualora se ne accusavano; come della prima testifica il Cardinal Pietro Damiano, e della seconda il Cardinal Jacopo da Vitriaco, ambedue loro santissimi confessori. Che più? Leggeva un Eusebio Monaco il libro degli Evangeli, quando dal libro gli trascorsero gli occhi con qualche straordinaria curiosità, a rimirare dall’aperta finestra della sua cella alcuni lavoratori che faticavano nella vicina campagna. Non ebbero quegli occhi più pace, finché la morte medesima per pietà non venne a serrarli. Perocché da Eusebio, accortosi del suo fallo, furono tosto puniti con questa legge, che non mirassero mai più né selve, né prati, né montagne, né Cielo. Si legò pertanto al collo una catena di ferro d’immenso peso, che sempre lo costringeva a mirare al basso, e così curvo e cadente, finché egli visse, che furono ancor vent’anni, non schiodò le palpebre più dal terreno. Signori miei, dove siete? Pensate voi che per sì piccoli mancamenti questi sfortunati credessero di aver subito meritato l’Inferno, onde se ne volessero ricattare con supplizi sì atroci, con asprezze sì intollerabili? Eh che non erano i miseri sì ignoranti, che non sapessero ancor essi assai bene, quanto si richieda a dannarsi. Sapevano, che a dannarsi richiedesi colpa grave, e colpa ancora commessa ad occhi veggenti, con animo risoluto, con voglia piena. Ma nondimeno temevano d’ogni minuzia, perché intendevano quanto sia facile in materia di peccato il passare dal poco al molto! Qui spernit modica, paullatim decídet. E così appunto lo confessò di propria bocca. l’istesso Eusebio a coloro. che quasi si scandalizzavano di veder punita un’imperfezioncella sì piccola con una penitenza sì rigorosa. Non vi meravigliate, diss’egli loro, di questo, perch’io lo fo: Ne malignus dæmon de magnis bellum gerat, conans aufèrre temperamtiam, atque justitiam. Temeva egli, che l’avere guardato curiosamente un oggetto indifferente non lo dovesse a poco a poco condurre a guardarne un peccaminoso: e non si fidava, ammesso questo una volta, di non dover passar dal guardo al compiacimento, dal compiacimento al desiderio, dal desiderio al consenso, dal consenso all’operazione, e quindi all’ultimo sterminio totale di quello spirituale edificio, ch’egli aveva innalzato con tanta pena; conforme a quel bellissimo detto dell’Ecclesiastico: Si non in timore Domini tenuerí, te instanter, cito subvertetur domus tua (Eccl. XXVII, 4). Direte, che a voi dà l’animo di astenervi dal molto, dopo avere commesso il poco; e che però tal timore non è per voi. Ma come, se non dava l’animo ad uomini sì perfetti. È possibile adunque, che per loro soli fosse la natura tanto ribelle, la grazia tanto scarsa, il cielo tanto spietato, la virtù tanto faticosa, la salute tanto difficile? Essi vestiti di cilizio, sparsi di cenere, ricoperti di lividure, temevano d’ogni principio di colpa, come d’un principio di dannazione; e non ne temerete voi, che pure vivete ammantati di bisso, aspersi di odori, e sagginati nel lusso? Crudelissimo Dio (vorrei allor io gridare, se questo fosse) Dio crudelissimo! E che amore di padre è cotesto vostro, ch’egualità di Signore? Porgete aiuti tanto soprabbondanti a quei che ingolfati nei piaceri del secolo, concedono ogni sfogo ai loro capricci; e non li porgete a quei, che per cagione vostra son iti a confinarsi nelle boscaglie, dove non hanno altra compagnia, che le fiere; altri testimoni che le ombre; al tre stanze, che le caverne; altro refrigerio che i pianti; altro trastullo che la mortificazione. Debbono stare ognora questi sì timorosi di sé medesimi; e quelli ne potranno vivere sicuri? Meglio sia dunque, se così è, gettar via cilizi, incenerire flagelli, sbandir digiuni, dimenticar penitenze, mentre maggior pericolo corrono di perire quei ch’ogni leggiera colpa castigano con tanta severità, di quei che l’ammettono con tanta scioperatezza. Ma bene stolto io sarei se mai mi lasciassi in questo modo trascorrere a lamentarmi di Dio, mentre pur troppo verrà giorno, verrà, nel quale si vedrà chiaro, quanto ad ognuno o religioso, o mondano, sarà costato comunemente il salvarsi. Ahimè, che il Regno dei Cieli non è da tutti. Chi vuol entrarvi, si ha da rompere il passo, anche a viva forza, con la negazione di quegli appetiti scorretti, che glielo ritardano: Contendite intrare per angustam portam, sì, dice Cristo, contendite, contendite. E che vuol dire questo contendite? Vuol dire: affannatevi, vuol dire: affaticatevi. Queste è poco. Vuol dir ciò che San Luca espresse più orribilmente col suo Greco vocabolo: Agonizate; vuol sprezzare roba, sprezzare riparazione, sprezzare all’ultimo sin la medesima vita.

VIII. Io so, che queste cose non si ascoltano da ciascuno sì volentieri, e che più volentieri si corre comunemente ad udire quei predicatori i quali diano sicurezza, che non quegli altri i quali arrechino timore. Ma non vi diss’io da principio, ch’io non poteva darvi in questa. materia, se non timore? Non vi dovete però meco sdegnare, ma compatirmi .Forse che non ho ancor io comune la causa con tutti voi? Non solleticherei anch’io, quanto ogni altro, volentieri le vostre orecchie, non lusingherei il vostro genio, non mi cattiverei la vostra benevolenza, s’io non vedessi che ciò facendo vi tratterei da servitore infedele; mentre per darvi un breve contento, forse vi arrecherei un’eterna rovina? Però vi conchiuderò con Santo Agostino: Fratres, nimis timendum esse volo . Eh convien temere pur troppo, convien temere; perché di certo è molto più profittevole un timore santo, che una sicurtà baldanzosa: Melius est enim non vobis dare securítatem malam. Io quanto a me: Non dabo, quod non accipiam. Come posso a voi dare ciò ch’io non ho? S’io fossi sicuro, farei sicuro anche voi: Securo vos facerem, si securus ego essem. Ma io pavento, ma io palpito, ma io tutto mi raccapriccio, pensando all’anima mia. E come dunque poss’io farvi sicuri? Benché, sapete voi, qual è il modo da ritrovar nel negozio della salute qualche considerabile sicurezza? Trattarlo sempre con un immenso timore, sempre ricorrere a Dio, sempre raccomandarsi a Dio: Chi fa così, vada lieto: Beatus homo, qui semper est pavidus (Prov. XXVIII, 14).

 

QUARESIMALE -XV-

[Padre Paolo SEGNERI S. J.:

Quaresimale

– Stamperia Eredi Franco, Ivrea 1844 – Cortassa Pro-Vic. Generale; Rist. Ivrea 10 agosto 1843, Ferraris prof. Rev. Per la G. Cancell.]

XV. NEL VENERDÌ DOPO I.A SECONDA DOMENICA.

… Malos male perdet.

(… farà morire quei malvagi).- Matth, XXI, 41.

I. È per intimare castighi ad una città meritevole d’ogni bene son io stamane comparso su questo pulpito? Ah no, Signore. Se pur volete che anch’io vi serva di Giona, mandatemi a qualche Ninive, a città scellerate, a città sacrileghe, ch’io vi volerò volentieri; no dubitate ch’io colà non annunzi ogni più ferale sterminio, come a voi piace. Ma mentre voi mi avete fatto venire ad una città cattolica, quali altri auguri volete voi ch’io qui faccia, se non di prosperità, di vita lunga, di stagioni propizie, di messi liete? Così vorrei certamente che succedesse. Ma chi fia che me n’assicuri? l’iniquità pur troppo vedo che da per tutto si dilata, s’inoltra, si impadronisce; e però temo, o mia N., che ancora in te possa ormai giungere a segno, che provochi a tuo gran danno il divin furore. Comunque siasi, ecco l’espressa denunzia, la qual Dio vuole che assolutamente io ti faccia: malos male perdet. Non si riguarda ad antichità di natali, non si riguarda a merito di antenati; chi è reo, convien che porti a lungo andare la pena del suo delitto. E qual città più gradita al Cielo una volta di Gerosolima? se l’era Dio, qual cara vigna, piantata per suo diporto su gli amenissimi colli di Palestina; le aveva data la sua legge per siepe, le aveva aggiunta la sua protezione per maceria, l’aveva nettata da que’ virgulti spinosi che la ingombravano, da’ Cananei, dagli Ammoniti. dagli Amorrei, e da altri simili popoli a lei molesti; vi avea per torre collocato il suo tempio, vi aveva per torchio costituito il suo altare, e nulla aveva risparmiato o di spesa o di arte ch’egli vi potesse impiegare. Quid debui facete vinea mea, et non feci! (Is. V. 4) Eppur che n’è di presente? Andate, e miratela. Ella è tutta insalvatichita. E per qual cagione? Per non avere già voluto la misera prestar fede all’odierna intimazione evangelica: malos male perdet. Ché tante minacce? non veniet super nos malum (Jer: V. 12). Quest’erano le parole che fin da’ tempi di Geremìa sempre avevano su la lingua gl’increduli Israeliti. Profetæ fuerunt in ventum locuti (Ibid. 13). Questi predicatori pretendono spaventarci; badiamo a campare, badiamo a conversare, attendiamo a ridere. Ah contumacissimi Ebrei! Numquid super gentem hujuscemodi noti ulciscetur anima mea? Dicit Dominus (Ibid. 29). Date un poco di tempo al furor divino, e di poi vedrete. Ma perché frattanto, uditori, di esempio tale non ci vagliamo per nostro ammaestramento? Non manca forse nel Cristianesimo ancora chi sprezzi Dio come inabile alla vendetta, e chi sempre dica: non veniet super nos malum, non veniet super nos malum? [non ci accadrà nulla di male]. Però mi sono risoluto stamane, sapete a che? a confondere questi increduli, ed a mostrar loro da parte di Dio sdegnato, che se non vogliono in tempo dar fede ai tuoni, non tarderanno ancor essi a provare il fulmine.

II. Uno dei maggiori argomenti, che forse abbiamo della misericordia immensa di Dio, sono, a mio credere, le minacce orrendissime, con le quali Egli è stato sempre solito di tonare sopra de’ peccatori. E che altro mai ha preteso egli con esse, se non dare agio ai peccatori medesimi di salvarci? Non ha volontà di ferire chi molto prima si stanca nel minacciare; conciossiachè (conforme il detto acutissimo di colui) la minaccia altro non è che uno scudo del minacciato, siccome quella che gli dà sempre tempo o di mettersi in fuga speditamente, o di porsi in guardia. Quindi asseriva santo Agostino (Ser. 38. de Sanctis), che si nos Deus noster punire vellet, non nos tot ante sæcula commoneret. Invitus quodammodo vindicat qui quomodo evadere possimus, multo ante demonstrat; non enim te vult ferire qui libi clamat: observa. [ se Dio volesse punirti, non ti avviserebbe secoli prima … non ti vuol ferire che grida: sta’ attento!]. Chi prima di ferirti ti dice: guardati, non ha volontà di ferirti. E però (replica il Santo) se Dio avesse diletto di castigarci, non farebbe precedere il tuono al fulmine, non farebbe precorrere il lampo al tuono. Eppure nessun castigo quasi leggiamo aver esso mandato al mondo innanzi di minacciarlo, non solo in genere, ma ancora in particolare; tanto che questa una fu delle principali cagioni per cui spedì varj profeti al suo popolo in varj tempi. Sentite. Volle denunziare al suo popolo l’universale saccheggiamcnlo de’ beni; e che fece? Fece andare per la città Isaia tutto ignudo dei vestimenti (Is. XX. 2). Volle denunziare al suo popolo la cattività lagrimosa delle famiglie; e che fece? Fece andare per la città Geremia tutto carico di catene (Jer. XXVII. 2). Volle parimente al suo popolo denunziare l’orribilissima fame, la quale già preparavasi agli assediati; e fece che Ezechiele) per trecento novanta giorni, nei quali si stette sempre a giacere sopra di un medesimo lato, non si cibasse mai d’altro che di sterco secco di bue, sfarinato in polvere e cotto in pani (Ezech. IV,8 ad 12). E nella stessa maniera ha poi seguitato a predire diversi flagelli in diverse forme. Il che non è altro che un intimare ai popoli, che si guardino, che piangano le lor colpe, che riformino la lor vita, che fuggano dalla faccia del suo furore; al che pensando, prorompeva il buon Davide in quegli affetti: dedisti metuentibus te significationem, ut fugiant a facie arcus: ut liberentur dilecti tui (Ps. LIX. 6). Eppure chi il penserebbe!’ non poté Dio conseguir con tante proteste che gli uomini gli credessero. Onde quanto più egli stanca Vasi in minacciare che malos male perdet, tanto più essi attendevano ad oltraggiarlo; quasi che ciascuno degli uomini portasse impresso nel cuore a note indelebili quel perfido sentimento: s’io non veggo, non crederò: nisi videro, non credam (Joan. XX 25). E che si è fatto, Cristiani miei, con questa incredulità, se non costringere Dio a fulminar quei castighi ch’Ei minacciava, per non giungere all’atto di fulminarli? Questa incredulità sommerse il mondo scorretto nel diluvio dell’acque, quando non die fede a Noè che lo prediceva (Gen. VII). Questa chiamò sopra i perfidi Sodomiti piogge di fuoco, quando derisero la parola di Lot che lo significò (Gen. IX. 24). Questa condusse i contumaci Egiziani a naufragare nell’Eritreo, quando si indurarono ai portenti del Cielo che precederono (Exod. XIV). Questa condannò innumerabili Israeliti a morir nella solitudine, quando sprezzavano le proteste di Mosè che lo presagiva (Num. XIV, 10). Questa costrinse debellati gli Assirj a perire sotto Betulia, quando si sdegnarono della libertà di Achior che Io denunziava (Judith V. ad XV). E piaccia a Dio che non sia questa, uditori, quella che nel secolo nostro ci fomenta nel seno tante calamità, ci sottopone il dorso a tanti flagelli. Eh (diciam noi) che non bisogna spaventarsi si presto: non veniet super nos malum, non veniet super nos malum. Si? E che vorresti veder tu, peccatore, per credere che Dio, sedendo come in suo trono nel Cielo, ha occhi da rimirarle tue colpe, ha cuore da offendersene, ha braccio da castigarle? Vorresti vedere che com’egli minaccia di castigarle, così le castiga? Vedilo: io son contento. Né voglio io già che, per chiarirti di ciò, tu trasporti il pensiero negli altrui secoli; voglio che lo fissi nel nostro, giacché gli oggetti presenti più forza di muoverci, che i passati.

III. Di’: in questo secolo stesso, toccato a noi, non ha Dio chiaramente dato a conoscere che le sue minacce non sono altrimenti fallaci, quali tu pensi, ma infallibili, quali tu non vorresti? Non veniet super nos malum? E non hai tu forse occhi in fronte da rimirare tanti rivi di sangue, tante cataste di ossa, tanti cumuli di cadaveri? Basterebbe che tu passeggiassi un poco pel mondo, e li vedresti. Che alto vestigia di furor militare non sono ivi stampate per ogni parte! Evvi nella misera Europa o regno, o provincia, o principato o città, la qual non abbia in questo secolo udito su le sue porte strepito di tamburi, fragor di trombe, rimbombo di artiglierie? Non l’Italia, non la Spagna, non la Francia, non la Germania, non la Fiandra non l’Inghilterra hanno potuto godere in veruna parte ozj piacevoli, ovvero sonni sicuri. Quant’anime però credi tu che siano mancate in questi universali tumulti? Chi può contarle? Basta dire, che la prima impresa, seguita entro a questo secolo (che fu la presa di Ostenda), non costò meno di ottantamila persone sacrificate con alto lutto alla morte. Ora da questo solo fa tu argomento delle stragi avvenute in luoghi sì varj, in fazioni sì numerose, da spiriti sì feroci, in tempi sì lunghi. Ma che serve parlar di quello che non si sa, mentre possiam trattar di quel che si vede? Quanti poderi si mirano, dianzi deliziosi, ed ora diserti! quante campagne, dinanzi verdeggianti, ed or arse! quanti villaggi, dianzi popolati, ed or solitari! quante città, dianzi intere, ed ora distrutte! E sono altro questi, che adempimenti delle minacce che fece Dio quando disse: si spreveretis leges meas, evaginabo post vos gladium, eritque terra vestra deserta et civitates vestræ dirutæ (se disprezzerete le mie leggi, sguainerò la spada dietro di voi, … la vostra terra sarà deserta, le vostre città distrutte – (Levit. XX. 15 et 33). O meschino, che dici? non veniet super nos malum? – Apri pur gli occhi, tuo malgrado, e rimira in breve giro di anni le sollevazioni sì strane di tanti popoli, giacché continue sono state ai dì nostri le rivolte or di Germania, or di Portogallo, or di Catalogna, or d’Inghilterra, or di Parigi, or di Napoli, ordi Polonia. A chi per queste confiscate le rendite, a chi tolti gli onori, a chi imprigionata la libertà, a chi atterrati i palazzi, a chi troncata la vita, a chi infamata ancor la memoria. In qual altro secolo si raccontano litigi più pertinaci o più frequenti, tradimenti più ingiuriosi o saccheggiamenti più ingiusti, uccisioni più barbare o crudeltà più nefande? A noi forse nella nostra Italia è toccata la maggior parte di tali disavventure, benché qui ancora debbano essere lungamente famosi i desertamenti del Monferrato, i desolamenti di Mantova, e le calamità lacrimevoli di Torino. Ma chi, girando un poco, andasse a credere quel che altrove hanno patito i Cattolici dagli Eretici, i Cristiani dagli Etnici, e, quel ch’è peggio, i Cristiani medesimi da’ Cristiani, non si raccapriccerebbe per l’orrore? che direbbe in vedere ancora stampate per le campagne polacche l’orme di ben trecentomila soldati tra Turchi e Tartari, condotti là dal Sultano? eppure peggiori ancor de’ Turchi e dei Tartari, sono di poi stati a’ Polacchi i Polacchi stessi, nonché solamente i Cosacchi ribelli alteri. Infelice Germania! Miransi nel tuo seno ancora fumanti gli avanzi di quell’incendio sollevato in te da quel tuo nemico trionfale, dico Gustavo, quando per le tue provincie scorrendo, a guisa di un folgore, veloce ma rovinoso, si impadronì in breve tempo d’Erbipoli, di Bamberga, di Magonza, d’Augusta, e di quasi tutta la Franconia, la Svevia, il Palatinato. E il Turco fattosi possessor novello di Varadino, di Nitria, di Novarino, e di tanto già d’Ungheria, in quante altre parti della combattuta Cristianità anela di portar, se riescagli, le catene di misero vassallaggio? Quindi continuamente egli infesta ora i nostri mari con le scorrerie, ora i nostri porti con li saccheggiamenti, ora i nostri domini con le conquiste. Che però se la Candia, caduta al fine sotto il suo barbaro giogo, potesse far interi qui giungere i suoi lamenti, senza che l’alto strepito di quei flutti, che la circondano, glieli assorbisse per via, non ci spremerebbe dagli occhi a forza le lacrime? Evvi secolo, il quale abbia veduto, nondirò tanti principati vagabondi o quasi venali, non dirò tanti principi prigionieri o almeno fuggiaschi (perché questi ormai sono esempi comuni a molti), ma dirò un Re di sì antica sorte, qual era quel d’Inghilterra, giustiziato pubblicamente sopra d’un palco per sentenza di sudditi usurpatori di una autorità non più scorta su l’universo? Non veniet super nos malum? – E che? chi ha scampato dal ferro, ha potuto forse difendersi dalla fame? Ah che mi pare di poter anzi di esclamare con Geremia: Si egressus fuero ad agros, eoce

occisi gladio: et si introiero in civitatem, ecce attenuati fame (Jer. XIV, 18). Parlinotante famiglie spiantate in ogni città pellegravezze antiche già di tanti anni; tantecomunità desolate, tanta mendicità vagabonda.E forsechè non erano per sé solebastanti queste gravezze, se il Cielo stessonon concorreva ad accrescerlo con la sterilità?Non ha molt’anni che in Buda, cittàd’Ungheria, in cambio di piover acqua vi piovve piombo, per avverare in essa letteralmente quella minaccia; sit cœlum, quod supra te est, œneum; et terra, quam calcas, ferrea [Il cielo sarà di rame sopra il tuo capo e la terra sotto di te sarà di ferro – Deut. XXVIII, 23]. Non così tra noi, dove con flagello contrario la sterilità è proceduta quasi sempre dalle orride inondazioni: quindi si è veduto per tutto il volgo famelico marcire, consumato dall’inopia ed inabile alla fatica. Mi ritrovai pur io stesso nella città regina del mondo, quando giornalmente morivano per le strade i mendici, altri assiderati dal freddo, altri languidi dalla fame, non potendo supplire il numero, benché grande, di quei che porgevano loro soccorso, alla moltitudine assai maggiore di quei che lo richiedevano. Or che sarà stato in quelle terre, in quei villaggi, in quei campi, dov’era eguale il bisogno, minor l’ajuto? Non si sarà ivi veduta adempir manifestamente quella denunzia: Percutiet te Dominus egestate et frigore? – Il Signore ti colpirà con l’arsura e il freddo (Deut. XXVIII. 22) et populi erunt projecti in viis pæ fame?Gli uomini ai quali essi predicono saranno gettati per le strade di Gerusalemme in seguito alla fame (Jer. XIV. 16 ) Non veniet super nos malum? Oh cecità, che non hai voluto mirare icontagi, le pestilenze, le mortalità sì comunia tutta l’Europa! E chi sa che di questasollecita annunziatrice non comparisse quella prima orribil cometa, che in questo nostro secolo occupò il cielo per lo spazio intero d’un mese? Furono attribuite ad essa le morti, succedute in breve, d’un sommo Pontefice, di due Re, uno di Spagna e uno di Svezia, d’un figliuolo d’Imperatore, e di una madre d’Imperatrice, un gran Soldano de’ Turchi, e di altri potentati assai, che mancarono dentro un anno. Ma io non credo che per sì pochi parli il Cielo, quando egli muove la lingua: il volgo, che non l’intende, interpreta il suo linguaggio a disfavore solo de’ Principi, da’ quali ha diverso lo stato: non l’interpreta a danno ancor dei plebei, co’ quali ha comune la sorte. E non si vide ben tosto, dopo quella comparsa, scoppiar quella pestilenza, che ha assorbito finora e ancor assorbisce tante fiorite parti d’Europa? In questo momento medesimo, chi potesse girar un poco per essa, troverìa le fauci ancora fioche alle madri ch’hanno singhiozzato di fresco per i loro figliuoli, le trecce ancora scarmigliate alle spose ch’hanno deplorati di breve i loro consorti. Che orrore è stato vedere città, dianzi si adorne, sì allegre, sì popolate, riempirsi ad un tratto di squallore, di urli, di solitudine! Dovunque tu volgevi lo sguardo, tu rimiravi d’intorno o malati senza speranza, o moribondi senza conforto. Le carra de’ cadaveri accumulati giravano ogni giorno per la città, quasi portassero in trionfo la morte, quanto più pallida, tanto più baldanzosa. Ogni cosa concorreva pronta a gettare dalle finestre il suo doloroso tributo. Chi dava amici, chi padroni, chi mogli, chi sorelle, chi padri, con timor forse di dover ancor essi seguire a sera quei che sul mattino inviavano. Che se tu mi domandassi dove in questo nostro secolo ha scorso principalmente sì trionfante la peste, che dovrei fare? Prima ti dovrei mostrar la Sicilia, d’ond’ella uscì; e di poi tutta affatto la nostra Italia, la quale ad una fiera sì ingorda non si valuta avere contribuito ai dì nostri meno di pascolo, che un milion di cadaveri. Indi ti dovrei mostrar la Francia e la Spagna, la Dalmazia e la Candia: ed oltre a queste, l’Inghilterra, la Polonia, la Corsica, la Sardegna, la Catalogna, in cui per lungo tempo son poi rimaste le vestigia dell’ampia mortalità, come nel maro dianzi fremente i contrassegni dei numerosi naufragi. E questo non è stato un vedere chiaramente compite quelle minacciose proteste: Augebit Dominus plagas vestras, plagas magnas et perseverantes, infirmitates pessimas et perpetuas – allora il Signore colpirà te e i tuoi discendenti con flagelli prodigiosi: flagelli grandi e duraturi, malattie maligne e ostinate (Deut. XXVIII, 59), desertæque fìent viae vestræ – le vostre strade diventeranno deserte ( Lev. XXVI, 22). Or che dici? Sei tu però ostinato nel tuo incredulo sentimento: non veniet super nos malum? E che vorresti veder tal di vantaggio per chiarirti che Dio malos male perdet? Vorresti vedere terre ingoiate dall’acque? Domandane alla Fiandra. Vorresti vedere campi divorati dal fuoco? Chiedine a Napoli. Vorresti vedere popoli sprofondati dai gran terremoti? Interrogane la Calabria. Che spettacoli di spavento non si sono aperti in queste provincie agli occhi della curiosa posterità! Nuvole caliginose di fumo, piogge portentose di cenere, gragnuole strepitose di sassi, torrenti bituminosi di zolfo, fiumi bollenti di fuoco, rovine precipitose di case, ingojamenti orribili di bestiami. Che dissi sol di bestiami? D’interi popoli; mentrecchè solo a un alto aprir di fauci, che là faceva di tratto in tratto, quasi affamata, la terra, restavano a mille a mille le genti assorte. Ma che più dissimulo ornai? Non sono forse assai fresche le orrende stragi e di Ragusi e di Rimini? Ambedue questi popoli, nel dì d’oggi, pochi anni sono, ogni altro mal si temevano, che quello il qual poi seguì: trattavano, trafficavano, e si credevano di dover lieta celebrare ancor essi la loro Pasqua. Eppure oh quanto ambedue la sortirono luttuosa! Si ode fin ora quasi il rimbombo di quelle strida, quando non trovando i miseri terra che li volesse sostenere, fuggivano dall’abitato nei campi, dai campi nell’abitato, portando sempre frattanto sotto a’ lor piedi il tremuoto, presso alle loro spalle la morte, e dinanzi a’ lor occhi la sepoltura. E non è chiaro che nel ferale spavento di questi popoli videsi puntualmente adempita quella intimazione divina: timebis nocte et die non credes vitæ tuæ. Mane dices: Quis mihi det vesperum ? et vespere : Quis mihi det mane? propter cordis lui formidinem, qua terreberistemerai notte e giorno e non sarai sicuro della tua vita. Alla mattina dirai: Se fosse sera! e alla sera dirai: Se fosse mattina!, a causa del timore che ti agiterà il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedran (Deut. XXVIII, 66 et 67). Va pure dunque, va pure, e di’ baldanzoso: non super nos malum, non veniet super noi malum. Quel ch’io t’ho detto, l’hai pur veduto tu con i tuoi occhi, o almeno l’hai tu pur letto dentro i pubblici fogli, o per lo meno hai tu pur udito da numerosissimi testimoni; che la fama n’ha così colme le sue cento bocche, che il saperlo non è di gloria veruna, ma ben sarebbe d’ignominia grandissima l’ignorarlo.

IV. Ma, sciocco me! Perché tanto io qui mi sono stancato a fin di confondere la nostra incredulità? Eh che bisognerebbe esser cieco, per non vedere i così strani flagelli ch’ogni dì vengono. E però tengo per certo, signori miei, di non essermi apposto nel dire che non vogliamo credere fino a che non vediamo: dovevo io dire, che quantunque vediamo, non vogliamo credere. E questo appunto è l’eccesso maggior di incredulità che trovar si possa, conforme a che diceva Geremìa: flagellasti eos, nec valuerunt ut credere. Quasi egli dica: Ecco come procedono i peccatori: finch’odono solamente il tuono delle minacce, se ne beffan dicendo, che se non vedono, essi non vogliono credere, quando poi sentono il fulmine del castigo, si ostinano imperversando che non vogliono credere, benché vedano: flagellasti eos, nec voluerunt credere (Jer. V, juxta s. Cypr. ad Demetr.). Ma come può star questo, o santo Profeta? non hanno essi il flagello dinanzi agli occhi? non lo toccano? non lo palpano? Non lo provano? Come dunque può stare che non lo credano? Sapete come? Negaverunt Dominum, et dixerunt: Non est ipse!Hanno rinnegato il Signore, hanno proclamato: “Non è lui! (Jer. V, 12). – Credono bensì essi che quello sia veramente flagello, e flagello atroce; ma non credono che quello sia flagello di Dio. Non credono esser Dio quello che manda lor quelle guerre, quelle carestie, quelle pestilenze, quelle inondazioni, quegl’incendi, quei turbini, quei terremoti: negaverunt Dominum, et dixerunt: Non est ipse. Venite qua. Non vedeva Faraone chiarissimamente tanti castighi che piovevano del continuo sopra il suo capo, le tenebre, che gli rubavano il giorno, le grandini che gli schiantavano gli alberi, le locuste che gli divoravano i seminali, le piaghe che gli ulceravano gli uomini, le pesti che gli consumavano gli animali? Certo le vedeva. – Eppure quanto fece il protervo per non si arrendere a quella proposizione che i suoi cortigiani medesimi confessavano: Digitus Dei est hic! (Exod., VIII. 10). Convocò d’ogni parte tutti i più celebri incantatori a consulta, per definire se quei portenti potevano attribuirsi a qualch’altra mano, almanco diabolica; cercò, studiò, specolò; procurò ch’anch’essi facessero prove eguali, di cambiar verghe in serpi, di colorire acque in sangue, di assoldare rane da’ fiumi, di adunare mosche nell’aria. E ben vedendo che questi ancora si davano alfin per vinti, cede egli però, appagossi, arrendettesi? Anzi non volle trarsi giammai di capo, che quei prodigi non fossero arti malefiche di Mosè: tanta è la ripugnanza che provano i peccatori in riconoscere un solo Dio per autore di tutte le avversità. Io non dico già che i Cristiani arrivino comunemente alla stupidezza di Faraone, che sarìa troppo; ma nondimeno quando mal volentieri s’inducono anche i Cristiani a riconoscere, benché percossi, la mano che li percuote! Voi lo sapete. Entra nel vostro ovile un lupo famelico a divorarvi la greggia? Voi l’ascrivete alla negligenza del guardiano. S’appicca nel vostro campo nn fuoco capace

ad incenerirvi le biade? voi n’incolpate la malignità de’ vicini. S’ostina nel vostro corpo una febbre lenta a logorarvi la vita? voi l’attribuite all’ignoranza del medico. Tutte quelle guerre quasi che accadono, non si appongono o all’avidità ch’hanno i Principi d’ingrandir la dominazione, o al desiderio ch’hanno i vassalli di alleggerire la servitù? Alla licenza dei soldati si ascrivono i disertamenti delle campagne ed i saccheggiamenti delle città; all’imperizia dei capitani le rotte degli eserciti, e la moltitudine delle stragi; alla inavvertenza dei marinari i fracassamenti dei vascelli, ed il getto delle merci; alla rapacità dei ministri le estorsioni de’ tributi e lo oppressioni dei popoli; alla ingiustizia dei giudici la perdita delle liti e lo scapitamento dei patrimoni. Né contenti di ciò, noi siamo anche andati ad inventar vocaboli vani, di disastro, di disavventura, di caso. Disgrazia chiamiamo il precipitar da una rupe, disgrazia l’affogarsi in un fiume, disgrazia il perdersi in un incendio, disgrazia il perire sotto una rovina. Anzi, avanzandoci anche più oltre con l’incredulità pertinace, abbiamo fin tentato di leggere nelle stelle gli annali delle nostre calamità, per attribuirle piuttosto a creature insensate, che a Dio vivente. Oh cecità! oh stoltezza! oh deliri di uomini imperversati! i quali, giacché non possono negare di vedere il castigo, non voglion giungere a confessarne l’autore; Flagellasti eos, ncc voluerunt credere: negaverunt Dominum, et dixerunt: Non est ipse.

V. Eh non c’inganniamo, Cristiani, non c’inganniamo, che questo è errore gravissimo. Né parlo or io solamente quanto allo stelle, che non cagioni, ma segni al più possono essere, e ancor fallaci, degli effetti pendenti dal nostro arbitrio; onde saviamente Geremia ci confortò a non farne stima: a signis cœli nolite metuere quæ timent gentes(Jer. X. 2 ); ma parlo di tutto l’altre creature, o ragionevoli, o sensitive, o insensate. Non sappiamo noi bene che tutte queste non altro sono, se non che meri strumenti del divino furore? Questo è certissimo, so noi crediamo a Isaia: Virga furoris Domini, et baculus ipsa sunt(Is. X. 5). Adunque perché questo abuso di guardare alla verga che ci percuote, e di non badare alla mano? Evvi rozzo che, ferito dall’inimico con una spada, dica: la spada mi ha ferito; e non dica: m’ha ferito il nemico? Evvi fanciullo che, battuto dal maestro con una sferza, dica: la sferza mi ha battuto; e non dica: m’ha battuto il maestro? E se un reo, per sentenza del principe, riceve la morte dalla mano del manigoldo, l’attribuisce alla mano del manigoldo, o alla sentenza del principe? Adunque perché, quando ancora Dio ci castiga, noi non vogliamo riconoscere che sia Dio? dicimus: Non est ipse; o facciamo come i cani, inetti, ignoranti, che si rivoltano incontanente rabbiosi a morsicare quel sasso che li colpì, e non fanno caso del braccio che scagliò il sasso? – Volete ch’io ve lo dica, Cristiani? ve lo dirò. Noi facciamo questo, perché non vorremmo altrimenti avere occasione di rientrare un poco in noi stessi, di ravvederci, di riconoscerci. Perché fintantoché ascriviamo quei mali ad altre cagioni, non consideriamo la gravezza del vizio per cui tolleriamo quei castighi; non riflettiamo alla severità del Signore, dal quale li tolleriamo; e veniamo quasi a poco a poco a spogliarci di un naturale timore, che Dio sia al mondo, rimiri ogni nostra azione, e che registri ogni nostra scelleratezza; che è quel timore che finalmente ogni peccatore vorrebbe sbarbicarsi dall’animo, se potesse, conforme a quollo: dixit insipiens in corde suos: Non est Deus(Ps. XIII, 1). Che però (se voi non lo sapete ) nel testo ebreo corrisponde qui a quella voce Deus il vocabolo “Elohim”, che significa Dio in quanto osservatore,» quanto giudice, in quanto castigatore: Quasi dicat insipiens in corde suo, non est ultor. Perché al peccator dà un gran fastidio il credere che ci sia Dio, non in quanto provvido, non in quanto buono, non in quanto benigno, ma in quanto revisor severo dei conti. Questo lo cuoce, questo lo crucia: e però in faccia ai suoi flagelli medesimi s’imperversa. In cambio di ascrivergli al loro autore principale, ch’è Dio, gli ascrive agli uomini; dove non può ascrivergli agli uomini, gli ascrive al caso; dove non può ascrivergli al caso, gli ascrive alle stelle; e così il misero si lusinga sempre e si adula nella propria malvagità: Flagellasti eos, nec voluerunt credere; negaverunt Dominum. et dixerunt: Non est ipse.

VI. E come mai potrebbe essere, o ascoltatori, che noi credessimo vivamente esser Dio quello che si ci castiga per i nostri peccati, e che nondimeno continuamente accrescessimo quei peccati, per li quali sì ci castiga? Ecce irrogantur divinitas plagæ, et nullus Dei metus est (convien dire lagrimando con san Cipriano); Ecce verbera desuper et flagella non desunt, et nulla trepidatio est, nulla formido (ad Demetr.). Non si vede ciò tutto giorno per esperienza? Quanto pochi sono che renda punto migliori la vista delle presenti calamità! Anzi ov’è che piuttosto non crescano per la peste le rapacità e le sfrenatezze,  per la fame l’ingiustizie e le usure, per la guerra le dissoluzioni e le disonestà? Ego dedi vobis stuporem dintium in cunctis urbibus (diceva Dio per Amos al popolo), et non estis reversi ad me, dicit Dominus. Percussi vos in aurigene, et vedistis ad me. Ascendere feci putredinem castrorum in nares vestras, et non redistis ad me, dicit Dominus Eppure, vi ho lasciato a denti asciutti in tutte le vostre città ho fatto salire il fetore dei vostri campi fino alle vostre narici: e non siete ritornati a me, dice il Signore.  (Amos IV. 6 ad 10). – Chi di voi mi sa dire, signori miei, in quale circostanza di tempo facesse Baldassar quel convito solenne, anzi così scellerato, così sacrilego, descrittoci da Daniele? Balthassar rex fecit grande convivium optimatibus suis (Il re Baldassàr imbandì un gran banchetto a mille dei suoi dignitari  – Dan. V, 1). Credete per ventura che fossea ragion di nozze, o in congiuntura con qualche insigne ricevimento di principi, di pace stabilita, di popoli sottomessi? Pensate voi, risponderà san Girolamo, (in Dan. cap. V): fu quando egli era attualmente stretto da Ciro con un terribile assedio. In tantam renerat Rex oblivionem sui, ut obsessus vacaret epulis. Allora fu che, stando il perfido assiso in mezzo ad una gran mandra di concubine, s’imbriacava ne’ vasi rubati al tempio; e che, non badando punto alle grida di tanti miseri, i quali precipitavano dalle mura, faceva brindisi a tutti i suoi dii paterni, dii di metallo, dii di marmo, dii fatti di atli di legno vile: bibebat vinum, et laudabat Deos suos, aureos et argenteos, aereos, ferreos, ligneosque et lapideos(s. Jo. Chr. homil. 28 in Gen.). Che fiera scena veder quel diluvio d’acqua che Dio versò su la terra, sol per purgarla di tante sue laidezze eccessive! Eppure a vista di quell’acque vi fu un figliuolo di Noè, che non temé di pensare a diletti impuri (Gen. IX, 22). Che funesto spettacolo veder quel diluvio di fuoco che Dio scaricò sopra Sodoma, sol per punirla di tanto sue lascivie esecrande! Eppure a vista di quel fuoco vi furono due figliuole di Lot, che non dubitarono di venire ad atti incestuosi (Ib. XIX, 32). –  Ma per non insultare alle altrui miserie, dove possiamo tanto piangere su le nostre, ditemi il vero, uditori: si è veduta tra voi riforma notabile dopo quei solenni castighi, di cui ben sapete esser toccata a voi pure la vostra parte? Ah che mi pare che possiam dire anzi al Signore con Isaia: Ecce tu iratus es, et peccavimus(Is. LXIV, 5 ). Ma come ciò? So dicesse peccavimtis, et iratus es, io lo capirei; ma dire: iratus es, et peccavimus, questo è troppo. Eppure è così. Uscite nelle piazze, ed ivi guardate se, dopo tanti castighi, sono minori o la inverecondia nel tratto, o le iniquità nelle vendite. Entrate nelle case, ed ivi informatevi se sono minori o le dissensioni tra i fratelli o le persecuzioni tra le famiglie. Inoltratevi nello camere, ed ivi attendete se sono minori o l’impurità nei ragionamenti, o le dissolutezze nei talami. Visitate le veglie, ed ivi considerate se sono minori o le maldicenze nei racconti o la petulanza nei motti. Passate alle ville, ed ivi chiaritevi se sono minori o lo ingordigie nelle crapule, o le rilassazioni nei giuochi. Trattenetevi un poco ancor nelle chiese, ed ivi osservate se sono minori o lo irriverenze nelle chiacchere, o le profanità nei vagheggiamenti. Ecce tu iratus es, et peccavimus; ditelo, ditelo, che ne avete ragione, ecce tu iratus es, et peccavimus. –  E noi crediamo poi che tali peccati ci abbiano da Dio meritati tanti flagelli? Non può essere, signori miei, non può essere; lo direm con la lingua, ma non lo crederemo col cuore. Flagellasti eos, nec voluerunt credere; negaverunt Dominum, et dixerunt: Non est ipse (Jer. V. 3 et 12). E crediamolo, signori miei, sì, crediamo, ch’egli è vero pur troppo. Confessiamo che Dio ci è giudice, ci è severo, ci è fulminante: né sia mai vero che lasciamo trascorrere ornai più tempo senza pensare a placarlo.

VII. Lo so che alcuni molto ben vi pensano. Ma chi sono? Son quegli, i quali hanno appunto la minor colpa di tante calamità, i più irreprensibili, i più immacolati, i più pii: quei che v’han colpa, misero me! non vi pensano, non vi pensano. E così sapete voi ciò che accade in questa materia? Quel che succedeva nel vascello del disubbidiente profeta Giona. Tutti i marinari e tutti i passeggieri, i quali erano gli innocenti, in veder sollevata improvvisamente quella rovinosa burrasca che si rammemora nelle divine Scritture, si empierono di spavento: si affaticavano in ammainare le vele, in votar la sentina, in alleggerire la carica; chi dava ordine, chi consiglio, chi aiuto: altri correva al timone, altri si metteva al remo, altri s’appigliava alle sartie; piangevano, gridavano, sospiravano. E frattanto? frattanto chi era il delinquente dormiva riposatamente nel fondo del combattuto naviglio, senza riscuotersi punto ai fischj de’ venti, ai muggiti dell’onde, agli urli dei tuoni, ai fracassi dei fulmini, alle grida dei marinari. Et Jonas dormiebat sopore gravi (Jon. 1. 5). Tanto che bisognò che il pilota stesso andasse a chiamarlo, ad iscuoterlo, ad isvegliarlo, fin coi rimproveri. Et accessit ad eum gubernator, et dixit ei: Quid tu sopore deprimeris? surge, invoca Deum tuum, si forte recogitet Deus de nobis, et non pereamus  (Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: Che cos’hai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo – Job. I. 5). – Oh quanto spesso io temo, signori miei , che torni a verificarsi questo successo ancora tra noi! Il Cielo minaccia contanti segni: si adira, s’infuria, s’inferocisce, mostra di volerci talvolta anche inabissare. E v’è chi frattanto attenda a placarlo? Vi saranno alcuni; ma sapete voi chi? Vi saranno quegli innocenti che patiscono per altrui. Questi si affaticheranno, i meschini, or con lagrime, or con limosine, or con cilizi, or con digiuni, or con discipline; e non lasceranno mezzo acconcio a sedare tanta burrasca. Ma quei che sono i colpevoli, quegli usurai, quei vendicativi, quei carnalacci? Ahimè che questi, in cambio di risentirsi attendono neghittosi a dormirsene in seno all’ozio, anzi in braccio all’iniquità. – Cristiani miei, v’è nessun Giona addormentato fra voi, per cui si possa dubitare che almeno in parte si vadano suscitando di tempo in tempo quelle strepitose procelle che ci assorbiscono? Deh se vi fosse, fatemelo di grazia sapere, perché io mi vorrei avvicinare ad esso, e riscuoterlo con le parole, di quel zelante giudizioso pilota: quid tu sopore deprimeris? Vorrei dirgli: surge, surge, invoca Deum tuum, si forte recogitet Deus de nobis, et non pereamus. – Ah peccatore, qualunque tu ti sia, ch’io non lo so, quid tu sopore deprimeris? che sonnolenza è codesta tua? che stupore? che stolidezza? Ogni poco ritornano a noi dal Cielo nuovi castighi, e tu dormi? Sopore deprimeris! Ancora non ricorri al tuo Dio? ancora non ti raccomandi? ancora non ti ravvedi? Surge, surge, Sorgi, peccatore mio caro, sorgi una volta, e riscuotiti da letargo sì pernicioso. Surge, ed abbandona quella pratica, giacché Dio per le disonestà c’imputridisce lo carni con terribili pestilenze. Surge, e conchiudi  ormai quella pace, giacché Dio per le nostre rabbie ci stermina le provincie con sì formidabili stragi. Surge, e restituisci ormai quelle usure, giacché Dio per la nostra avarizia diserta i poderi con sì continuate sterilità. Surge, finalmente, surge, et invoca Deum tuum, si forte recogitet Deus de non pereamus. È verisimile che Dio non voglia piegarsi molto a pietà, infine a che non vegga a sé supplichevoli quelli stessi che l’han provocato allo sdegno.

VIII. Benché non vorrei che, mentre predico agli altri, foss’io quello sfortunato Giona che dorme nelle tempeste, e non mi commuovo. Ah mio Signore, se voi scorgete ch’io sia colui che tengo acceso il vostro divin furore, che posso dirvi? Son  qui, gittatemi in acqua: mitte me in mare (Jon. I.12), purché frattanto salviate che vi servono fedelmente. Io tutto mi capriccio in considerare che un san Domenico stesso (quegli a cui tanto è tenuto il genere umano, per aver lui sostenuta su le sue spalle la Chiesa tutta, già quasi pericolante), quando nondimeno arrivava a qualche città, temeva poter lui esserle di rovina. Ond’è che, prima di entrare in essa e fermavasi e ginocchione supplicava il Signore con vivo affetto, che non volesse per le sue colpe scaricare di subito in quel luogo qualche insinuato flagello. E s’è così, che dovrò dunque dir io, peccator miserabilissimo? Non posso dubitar giustamente se io sia quel Giona che or or si andava cercando? Sono, non nego, venuto a questa città  con intendimento di recarle alcun bene con le mie prediche. Ma piaccia a Dio ch’io non le rechi più facilmente alcun male con le mie colpe. Signor, non lo permettete! Prima morire, prima morire. Eccomi qui ai vostri sacratissimi piedi: qui mi consacro per vittima al vostro sdegno. Se i miei difetti non sono più sopportabili sulla terra, feritemi, fulminatemi; ma non sia vero ch’altri ancora ne abbia a portar le pene. Io certamente desidero quant’ognuno di vivere per servirvi; ma no che non voglio vivere, se la mia vita ha da servir solamente a moltiplicare le umane calamità.

Seconda Parte

IX.  Poco sarebbe che la nostra incredulità ci dovesse trarre addosso i castighi della vita presente, i quali al fine tutti son transitori: il peggio è ch’ella ci trarrà addosso anche quelli della futura. Perciocché dimmi, che scusa avremo dannandoci, o popolo cristiano, che scusa avremo? Narra, ti dirò con la formula di Isaia, narra, si quid habes, ut justificeris– (Parla tu, se hai da giustificarti – Is. XLIII, 26) . Potremo forse giustificarci con dire che Dio non ci abbia denunziato a tempo pericolo sì tremendo? Anzi quanti mezzi opportuni Egli ci viene a suggerir del continuo affinché ce ne guardiamo, quanti consigli ci dà, quante ispirazioni ci manda, in quante forme ci stimola a porci in salvo! Se noi però saremo voluti a suo dispetto perire, di chi  fia la colpa? Finora voi siete stati come uditori ad attendere: non è vero? Ora vi vorrei come giudici a sentenziare. Ma contentatevi di voler prima ascoltare un successo illustre. L’imperator Valente, ingratissimo a quell’Iddio che l’aveva da esule tramutato in regnante, stabilito ch’ei fu nel trono, pigliò di modo a perseguitare i Cattolici, ed a favorire gli Ariani, che già tutta la Chiesa, sbranata e lacera come dalle zanne di un lupo, inconsolabilissimamente ne lagrimava. Intenerito però Dio finalmente da tanti gemiti, suscitò contro l’Imperio di Oriente la barbarie del Settentrione, per cui reprimere fu costretto Valente ad uscire in campo con esercito poderoso. Riseppe questo un sant’uomo, chiamato Isacio, romito abitatore dei monti, e per impulso divino abbandonando a gran passi la solitudine, scese a incontrar l’imperator, che marciava con grosso nervo di cavalieri e di fanti; ed appressatosi a lui, gridò ad alta voce: Imperatore, comanda aprirsi le chiese dei Cattolici, da te chiuse, e ritornerai vincitore; altrimenti resterai morto. L’udì Valente; ma tenendolo per un pazzo, senza rispondergli, seguitò a camminare. Isacio, non però perduto di animo, ritornò il giorno seguente ad incontrare il principe, come prima; e di nuovo alzata la voce, gli replicò: Imperatore, comanda aprirsi le chiese de’ Cattolici, da te chiuse, e ritornerai vincitore; altrimenti resterai morto. Turbossi a questa iterata denunzia l’empio Valeste; e combattuto da affezioni contrarie, da una parte gli pareva  debolezza badare a simili voci, dall’altra parte il disprezzarle pareagli temerità. Finalmente per buona ragion di Stato volle tener quel giorno istesso consiglio su tanto affare; ma i consiglieri più principali, i quali erano anch’essi Ariani, facilmente lo persuasero anzi a castigare quel Monaco, che ad udirlo, se gli fosse altra volta comparso innanzi. Ed ecco appunto il terzo dì viene Isacio più animoso che mai; e rompendo in mezzo alle truppe, che seguivano il loro viaggio, va addirittura a pigliare in mano le redini del cavallo imperiale, e fermatolo: Torno a dirti, o Imperatore (gridò), che tu lasci aprire le chiese de’ Cattolici, da te chiuse, e ritornerai vincitore; altrimenti resterai morto. Presso la strada, dov’egli allora parlò, era un’orribile fossa, tutta ingombrata di cardi e di pruni altissimi; onde sdegnato l’Imperatore ordinò che, pigliato il Monaco, vi fosse precipitato; e così persuasosi d’averlo tutto a un tempo e ucciso e sepolto, proseguì il suo cammino, non però senza qualche interiore agitazione di animo, malcontento de’ suoi furori. Ma che? non prima l’esercito fu passato, ch’ecco tre bellissimi giovani, vestiti tutti di bianco, calarono nella fossa, e ne trassero Isacio non solo vivo, ma prosperoso ed intatto. Conobbe egli all’improvviso sparire di quei tre giovani, ch’erano stati tre angelici spiriti in forma umana; onde prostratosi a terra, ne rendè subito a Dio le dovute grazie; indi con quell’ale, che ai piè gli posero il zelo e la carità, raggiunse per un sentiero più compendioso l’Imperatore, e con sembiante di fuoco: Che ti credevi (gli disse) ch’io dovessi morire tra quel veprajo? Eccomi per avvisarti di nuovo, che tu tu ravvegga, che apri le chiese dei Cattolici chiuse, se vuoi riportar la vittoria; altrimenti resterai morto: m’intendi? resterai morto. Chi il crederebbe? Neppur a questa quarta denunzia l’ostinato Valente volle ammollirsi; anzi intimò che, fatto Isasio prigione, fosse consegnato subito in mano a due senatori, Saturnino o Vittore, perché lo custodissero fintanto ch’egli, tornato da quella impresa, ne prendesse il meritato castigo. Si ripigliò Isacio allora con le parole che in somigliante occasione disse al perfido Acabbo il giusto Michea: Tu tornato a gastigar me? or va; e se tu ritornerai, tien per certo non aver Dio favellato per bocca mia. Presenterai tu la battaglia ai nemici; ma, non potendo loro resistere, cederai, fuggirai, e finalmente caduto nelle lor mani morirai arso d’incendio non aspettato. Quanto Isacio predisse, tanto seguì. Andò l’Imperator, combatté, ma presto fu rotto; e volgendo le spalle con tutto il campo sbaragliato e disperso, s’appiattò dentro una casuccia di paglia, per occultarsi alle genti che l’incalzavano; ma queste, fattene accorte, incontinente attaccaron fuoco alla paglia, e vi bruciarono l’Imperator vivo vivo: pel qual successo disciolto Isacio dai ceppi con somma gloria, ebbe dai due senatori due monasteri, che incontanente gli fabbricarono a gara. – Ora che avete, o signori, udito il successo, contentatevi un poco di sentenziare. E se l’Imperatore Valente nel giorno estremo dell’universale Giudizio pretendesse pubblicamente di muovere lite a Dio, e di sostenere ch’egli cadesse in quel fuoco non per sua colpa, ma per colpa divina, che pare a voi? Non vi pare che un solo Isacio sarìa bastante a farlo di repente ammutire? Taci, direbbe Isacio, taci, arrogante; non venni io ben quattro volte a proporti un mezzo, e questo assai facile, con cui potevi salvare la vita e l’anima? E se tu imperversasti contro di Dio, e se tu infellonisti contro di me, come ora ardisci, o ribaldo, di lamentarti? Ditemi pure, o signori miei, francamente quel che vi pare. Chi avrìa ragione? Isacio, o Valente ? Non sarìa la causa divina giustificata abbastanza con tal difesa? Ma s’è così, dove siete, ohimè, peccatori, ohimè, dove siete, ch’è data ancor la sentenza contro di voi! Voi pretenderete di poter per ventura ascrivere a Dio quella dannazione nella quale andate dirittamente ad incorrere per cotesta via che tenete; e non vedete quanti Isaci avrete, che faranno ammutolire bruttamente e confondere? Se non fossero altri che i soli predicatori, non basterebbero a turarvi bocca? Perdonatemi, che fin io stesso, io dico, io verme vilissimo, sarò costretto ad uscir in campo quel giorno a difendere anch’io la causa divina, e a depor contra voi e ad attestare ch’io, qual Isacio, ne venni sui vostri pulpiti, e vi ho denunziato più volte a nome di Dio, che se non volete cadere nel fuoco eterno, lasciaste, o libidinosi, quelle pratiche licenziose, fuggite o giovani, quelle conversazioni profane; terminate, o negozianti, quei mali acquisti; restituiste, o mormoratori, quella fama tolta; e voi concedeste, o vendicativi, una volta quella pace desiderata. Ma se voi non avrete voluto apprezzare avvisi sì salutevoli, come potrete lamentarvi di Dio? come giustificarvi? come fiatare? Non ha Egli appieno soddisfatto al suo debito sol con queste nuove denunzie ch’ io torno a farvi questa istessa mattina, mentre vi replico che malos male perdet? Perdet nella vita presente, e, quel ch’è peggio, anche perdet nella fatura. – Né mi dite che subito adempireste i consigli ch’io qui vi do, se foste certi di dovervi dannare, non gli adempiendo; ma che a me non prestate fede. Perché ancora Valente, se fosse stato certo di morir arso, non restituendo le chiese, le avrebbe restituite; ed intanto lasciò di farlo, in quanto riputò vergognosa cosa dar fede a un povero scalzo, ch’ei non sapeva chi si fosse, d’onde venisse, o come vivesse. Contuttociò non gli suffragherà questa scusa; perché  quando il consiglio è conforme alle leggi divine e a’ libri sacri, e alle dottrine evangeliche, basta questo: poco rilieva se porgalo un uomo dotto, o se un ignorante; se un santo, o se un peccatore, lo son peccatore, o signori, io sono ignorante, e sono il minimo di quanti ora aprono bocca con tanta lode sui vostri pergami; ma l’Evangelio m’assicura di questo, che se migliorerete la vostra vita corrotta, voi schiverete l’inferno; altrimenti no: m’intendete? Altrimenti no! – Che cercate altro dunque? Bisogna bensì che assai tosto si metta la mano all’opera, perché questo forse per alcuno di voi potrebbe essere l’ultimo avviso: novissima tuba: sì, sì, novissima tuba. Già i vostri Isacj sono ritornati per voi, non solamente le due volte e le quattro, ma le dieci e le dodici; sicché può essere che il fuoco sia già vicino alla vostra paglia. Presto, dunque, presto, che forse dopo questa denunzia non ne resta altra; e dacché Dio già tante volte ha tuonato, se scaglierà poscia il fulmine, vostro danno.

RIFLESSIONI SUI VANGELI PER LA FINE D’ANNO

1.

SIMEONE, ANNA E MARIA VERGINE

PER LA FINE DELL’ANNO

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli; Soc. Ed. “Vita e pensiero” – Milano, 1939)

Viveva ancora in Gerusalemme, tra la corruzione del popolo d’Israele, un integerrimo vegliardo. Egli vedeva come la patria, così splendida una volta, era caduta sotto gli artigli dell’aquile romane ed era governata dagli idolatri; vedeva come nell’anima de’ suoi connazionali erano morte le antiche promesse, ed ognuno, dimenticando la legge di Dio, pensava soltanto agli affari, al commercio, alle ricchezze: perfino il tempio marmoreo, che i padri con gemiti e lacrime avevano costrutto, era diventato una spelonca di truffatori e di mercanti. Tutto questo, e le prevaricazioni d’Israele e la schiavitù sotto il giogo straniero, il vecchio Simeone vedeva con profondo dolore. Ma il suo cuore era pieno di luce e di speranza, poiché il Signore gli aveva detto: « Ancora un poco e il Messia arriverà; tu non morrai senz’averlo veduto ». Dopo questa rivelazione non visse che per aspettarlo: e nell’attesa i suoi capelli s’erano fatti bianchi, e le sue membra logore e tremanti di vecchiaia. Un giorno, guidato da un’ispirazione celeste, era entrato nel tempio. Accanto all’altare una giovane madre offriva al sacerdote il suo primogenito neonato: in quell’istante il mistero gli fu rivelato. Tremante di gioia prese il Bambino tra le sue braccia e lo baciò esclamando nell’estasi: « Signore! Fammi pur morire, ora! i miei occhi, come l’hai promesso, hanno visto il Salvatore, il Salvatore che innalzasti davanti ai popoli come un faro potente che illuminerà le umane stirpi e glorificherà i tuoi figli ».

La giovane madre Maria attonita guardava. Il vegliardo abbassando nel suo volto gli occhi, disse : « Madre! se questo tuo Figlio diverrà, il segnacolo della contradizione e intorno a lui l’odio e l’amore, la rovina e la resurrezione cozzeranno, una spada affilata aprirà nel tuo cuore uno squarcio grande ». La Madre di Dio, senza tremare, ascoltava e taceva. – Ed ecco avanzarsi la profetessa Anna, la figlia di Phanuel della tribù di Aser, quella che dopo solo sett’anni perdette il marito e rimase vedova per sempre. Era di età avanzatissima, e viveva nel tempio, e pregava e digiunava e serviva il Signore giorno e notte. Ella adorò il Messia deposto sull’altare delle offerte, e a tutti parlava di Lui e della salvezza che Egli portava. – Questo è il mistero della Presentazione. Il suo significato più vero è di offerta. Gesù, fin dai primi giorni di sua vita, si offre a Dio per noi: ma la sua offerta non gioverà alla nostra salute se noi non offriamo qualche cosa di nostro con lui. – Comprendete ora l’insegnamento della Chiesa che facendoci leggere questo Vangelo nell’ultima domenica dell’anno sembra quasi volerci dire: « La vostra offerta dov’è? Nulla avete raccolto in tutto quest’anno da poter offrire con Gesù? Su, offrite ». « Che cosa dobbiamo offrire? » penseranno alcuni tra voi. Che cosa dobbiamo, o avremmo dovuto, offrire ce lo insegnano le tre persone in giro all’altare su cui, candida offerta per il mondo, sta il piccolo Figlio di Dio: Simeone, Anna, Maria. Simeone offrì la sua vita, distaccata da ogni bene terreno, e tutta vissuta nell’aspettare Iddio. – Anna offrì la sua vedovanza, distaccata da ogni pensiero mondano e da ogni piacere sensuale. – Maria offrì il suo cuore materno, trafitto da una spada affilata.

I. SIMEONE OSSIA DEL DISTACCO DAI BENI TERRENI

Ecce homo exspectansecco un uomo che viveva nell’attesa di un bene eterno con appassionata speranza. Il suo cuore non si era ingolfato, come quello di molti ebrei, nell’avarizia e nella smania della roba e del denaro, il suo cuore non si era acquietato alla schiavitù dei Romani. Un gran desiderio ogni giorno l’assetava di più: vedere il Messia. Fissare i suoi occhi lagrimosi in quegli occhi che portavano in terra l’immagine del Paradiso, abbracciare quella Carne che avrebbe sfamato in tutti i secoli le anime, baciare quella bocca che avrebbe detto la verità… Volgiamoci indietro, cristiani, e osserviamo se in questi dodici mesi anche noi siamo vissuti in questo desiderio, in questa ricerca, in questa attesa di Dio. – Abbiamo avuto brama del pane da mangiare, e nessun desiderio per il Pane vivo disceso dal cielo. Abbiamo avuto sete e golosità del vino e d’ogni bevanda, e non dell’Acqua viva che sale all’eterna vita. Abbiamo cercato le medicine per guarire e preservarci dai mali del corpo, e abbiamo disprezzato la Medicina per guarire e preservarci dai mali dell’anima. Abbiamo voluto il nostro paradiso in terra; e del vero Paradiso, quello nel cielo, quello al di là della morte, non abbiamo saputo che farne. Et Spiritus Sanctus erat in eo. Lo Spirito Santo, che abita in quelle persone che non hanno il peccato mortale, abitava nel giusto Simeone. Ed in quest’anno, dite, lo Spirito Santo ha potuto abitare in voi? Gli avete fatto un po’ di posto? Forse in voi c’era quell’affare, quel contratto, quella frode, quel grasso guadagno, ma lo Spirito Santo non c’era, poiché l’avevate scacciato coi peccati gridandogli: « Via di qua! che non ti conosco ». In quel momento il demonio è entrato ad occupare il posto di Dio; e, forse, ci sta ancora.

Et venit in Spiritu in templum. L’uomo timorato che viveva aspettando il Signore, andava al tempio attratto dallo Spirito Santo. In quest’anno che muore, quante volte le campane ti chiamarono in chiesa alla dottrina cristiana e tu infilavi la strada che mena all’osteria, al cinema, ai campi sportivi. Quante volte, la mattina, le campane ti svegliarono per la Messa, per qualche bella divozione, per il suffragio dei morti, e tu, nel letto ti voltavi dall’altra parte. E quando ti recavi in chiesa, era lo Spirito Santo che ti guidava, o qualche altro spirito? Non era forse lo spirito della vanità, della leggerezza, della lussuria, dell’interesse? Esamina i sentimenti che in chiesa occupavano il tuo spirito ed avrai la risposta. Se ti confessavi era senza dolore: tu capivi il dolore quando gli affari minacciavano disastri, quando la tempesta distruggeva il raccolto, quando la malattia entrava in famiglia; ma non capivi come si potesse sentir dispiacere d’aver offeso Dio. – Se ti comunicavi era senza fervore: tu capivi il fervore nel gioco, nel conchiudere lucrosi contratti, nel lavoro che fa guadagnare; ma non capivi quale intima gioia si dovesse provare nel ricevere in cuore il Padrone del mondo. – Se qualche rara volta ascoltavi una predica era senza attenzione: tu capivi come si potesse leggere avidamente il listino dei prezzi, i giochi di borsa, l’alto e basso dei cambi; ma quegli interessi dell’anima, quegli affari a lunga scadenza del dopo morte e del giudizio universale, ti facevano sbadigliare. – Se talvolta ti mettevi a pregare, era soltanto per chiedere a Dio i beni e le grazie di questa terra. Per l’anima avevi nulla da domandare; per vincere le tentazioni bastavi da solo.

2. ANNA, OSSIA DELLA SENSUALITÀ’ DOMATA

Et hæc vidua usque ad annos octoginta quaituor. Ecco una donna che rimasta vedova nel fior degli anni, rinunziò ad ogni lusinga del mondo, e si conservò illibata fino alla più tarda età. In questo momento essa c’invita ad esaminarci, come noi abbiamo saputo domare la passione impura, che, quasi leone, rugge nelle nostre membra. – Se i 365 giorni di quest’anno potessero sfilarci davanti e parlare!… « Tu ci hai fatto arrossire con le tue parole oscene — ci direbbero — tu ci hai contaminato coi pensieri disonesti e coi desideri che assecondavi nel tuo cuore. Tu ci hai macchiato con azioni senza nome, ingiuriose a Dio e alla natura! ». E forse tra questi 365 giorni ce n’è uno che è il più brutto della vita, uno che potrebbe insorgere e gridarci: « Io ho visto morire la tua innocenza. Io ho raccolto i petali di un giglio sgualcito, sporcato, disfatto. Io ho raccolto quei petali macchiati per sempre, mentre gli Angeli in lontananza si coprivano con le ali il volto e singhiozzavano ». – « Bisognerebbe non essere di carne e di sangue, — si scusano alcuni, — per essere immuni da questi peccati insuperabili ». Non è vero: bisognerebbe soltanto difendersi con quei mezzi che usò Anna, la figlia di Phanuel della tribù di Aser. E quali sono questi mezzi? 1) Non discedebat de tempio: non s’allontanava dal tempio. Anche la vostra famiglia, se è cristiana, è un tempio: ebbene, non allontanatevi da quella se volete conservarvi puri. I gigli non crescono in mezzo alla strada, e neppure nell’osterie, e meno ancora nell’afa dei teatri, delle veglie danzanti, dei cinema pestilenziali, ma crescono nelle valli solatie e raccolte. In queste ultime sere dell’anno, il mondo ispirato dal suo amico il demonio, organizza spettacoli e sfrenati balli: non si dorme più per godere, per mangiare, per rinvoltarsi nel fango. E l’anno nuovo troverà migliaia di persone senza virtù, inebetiti dal vino e dal peccato, in una nuvola grassa di fetore che esala dall’anima loro morta. Cristiani! non allontanatevi dal tempio della vostra casa, se volete conservare la vostra innocenza. Genitori, i responsabili del candore dei vostri figli, siete voi! teneteli dunque con voi.

2) Ieiuniis et orationibus: ecco due armi invincibili per tener lontano il demonio impuro che devasta la mistica vigna. Con la mortificazione degli occhi e della gola, con la preghiera fervorosa e con le giaculatorie nei momenti dell’assalto, ci si libera da questo genere di demoni.

3. MARIA, OSSIA DEL DOLORE RASSEGNATO

La Madonna fu quella che nella Presentazione ha offerto di più:  tutto il suo cuore squarciato da una gelida lama. Ma chi sa quanti tra voi, in quest’anno, si sono sentiti trapassare il cuore dalla gelida lama del dolore! Voi beati, se come la Madonna non avete imprecato, ma avete baciato la vostra croce con rassegnazione: in quest’ultima domenica non vi mancherà certa una bella offerta da unire a quella di Gesù. – Beati voi, poveri infermi! che in letto, fra i dolori e la noia, ad uno ad uno avete contati i mesi di quest’anno, che non passavano mai; che ad una ad una avete contato le ore della notte oscura e muta come una fossa, senza poter requiare un momento dai vostri spasimi; che avete visto gli altri ridere allegri, andare ai divertimenti mentre il vostro male vi condannava tra le quattro mura della vostra squallida dimora. Oggi la Madonna vi bacia in fronte e vi fa passare attraverso lo squarcio del suo cuore materno, come attraverso a una porta, che mette in Paradiso. – Beate voi, povere famiglie, che in quest’anno siete state visitate dalla morte. Quest’irrequieta pellegrina dall’occhiaia senza pupilla, dalle mani senza calore, dai passi senza rumore ha salito le vostre scale, ha varcato la vostra soglia, vi ha portato via una persona carissima. Oh settimane di tensione spasimosa, oh giornate di pianto, oh lunghissime ore di solitudine, senza più godere della persona amata! … Coraggio, Cristiani; anche a voi non manca un’offerta in quest’ultima Domenica dell’anno, e bella. Coraggio che la Madre dolorosa soffre con voi e vi benedice. – Oh beati tutti quelli che nei giorni di quest’anno gustarono l’amarezza della sventura, patirono sempre con sommessa volontà. Beati tutti quelli che hanno sofferto e che soffrono ancora! Adesso, quando all’Offertorio innalzerò l’ostia bianca che diverrà il Corpo vivo di Gesù Cristo, sulla patena d’oro offrirò insieme a Dio tutti i vostri dolori perché siano accetti per la vita eterna.

CONCLUSIONE

Così un anno è passato. È passato un altr’anno di quei pochi che formano la nostra vita: l’anno del Signore, l’anno della salvezza, 2018 ….

Anno del Signore: e forse noi l’abbiamo fatto l’anno del demonio.

Anno della salvezza: e forse per l’anima nostra è stato l’anno della perdizione. Che dal profondo del nostro cuore, sincero doloroso rinnovatore, erompa il grido Davidico: «Signore, pietà di me! » Miserere mei, Deus.

2.

LA NOSTRA VITA

Che cos’è la nostra vita?

Questa domanda, che già S. Giacomo (IV, 15) rivolgeva ai primi Cristiani, ha un sapore speciale sulle nostre labbra in quest’ultima domenica dell’anno. Qualche giorno ancora, e l’anno che ci si presentava — pare ieri — radioso e lusinghiero di speranze, svanirà come un sogno per sempre. Dove sono le gioie che attendevamo? Quante delusioni, quanti ricordi amari e rimorsi pungenti si levano su come nebbia dai dodici mesi ormai vissuti! E questo è forse tutto quello che ci resta dell’anno che muore. Qualche giorno ancora ed un anno nuovo ci verrà innanzi; e noi, come fanciulli ingenui torneremo a farci illudere da chi sa quali speranze, ci procureremo ancora amarezze e rimpianti. E, forse, nel libro di Dio è scritto che la morte ci dovrà sorprendere prima che l’anno nuovo finisca il corso delle sue settimane. – Che cos’è dunque la nostra vita? questa vita che sfugge irreparabilmente come l’acqua del fiume, che dileguasi come la stella che scivola sul cielo oscuro? Domandate all’artigiano perché tutti i giorni fatica e suda tra la polvere e il fracasso, e vi risponderà: «per guadagnarmi la vita». Domandate a un malato perché si lascia dolorosamente incidere dal ferro del chirurgo e vi risponderà: « per salvare la vita ». Domandate all’uomo di mondo perché tanta smania di divertimento lecito e illecito, e vi risponderà: « per godere la vita ». Domandate al santo perché tante preghiere, tante penitenze non viste da nessuno fuori che da Dio, e vi risponderà: « per santificare la vita ». – Tutti dunque s’attaccano a questo gran dono, che ad ogni momento si consuma, e tutti vorrebbero impedire che si consumasse. L’unico che ci ha rivelato il mistero della vita e il modo per non perderla è il Signore. Egli ha detto: «Chi dà la vita per mio amore, quegli la ritroverà. Chi non la dà per mio amore, quegli la perderà ». Spieghiamo queste parole col Vangelo odierno.

Viveva a Gerusalemme un uomo chiamato Simeone: aveva passato tutti i giorni della sua non breve età nel timore di Dio e nella fede alle sue promesse. I compagni, gli amici suoi, dimenticando la parola e la legge del Signore s’erano dati al commercio e al godimento e lo riguardavano forse con occhi compassionevoli. Ma egli sentiva nel cuore la voce dello Spirito Santo confortarlo e sorreggerlo : « Coraggio! tu non morirai senza aver visto il Salvatore ». Viveva pure in quel tempo a Gerusalemme una nobildonna di nome Anna, figlia di Phanuel della tribù di Aser. Aveva ottantaquattro anni: sette appena ne aveva vissuti accanto allo sposo che la morte le rapì innanzi tempo. Giovane ancora, bella, nobile e ricca s’era chiusa nei veli della vedovanza col tenace proposito di non levarseli fino alla morte. Chissà quante donne la compiangevano e quante bramavano d’essere al suo posto per darsi a un nuovo partito, per correre dietro ai piaceri, agli onori, agli spassi d’una vita spensierata! Ma ella, no: ella aveva preferito ritirarsi nella penombra e nel silenzio del tempio, passare gli anni come un Angelo, lasciare sfiorir l’età bella nei digiuni e nelle veglie notturne. Perché? Perché Simeone ha preferito così, ed Anna ha preferito così? Perché ci sono due maniere di vivere la vita: la maniera del mondo la maniera di Cristo. – « Ma io vi dico che solo chi dà la vita per mio amore, quegli la ritroverà; ma chi non la darà per mio amore, quegli la perderà ».

1. VITA MONDANA

Il mondo, coronato di rose, fosforescente di lusinghe, passa in mezzo agli uomini e lancia il suo appello insidioso come la canzone delle sirene: « Venite con me: inebriamoci di tutte le ebbrezze; gettiamoci su tutti i piaceri; domani, forse, non saremo più a tempo ». Quale moltitudine innumerabile, egli si trascina dietro alle sue seduzioni! Sono bestemmiatori che sui treni, per le strade, in casa, in officina lanciano contro il cielo la parola ingiuriosa ed oscena: e non hanno rimorso. – Sono compagnie di profanatori della domenica: hanno tramutato il giorno del sacro riposo e della preghiera fiduciosa e della pace famigliare, in una giornata d’avarizia, di peccato, di vorticoso movimento. Sono schiere di sposi trasgressori delle leggi sante che governano la famiglia: invano soffocano i rimorsi della coscienza violata, invano aspettano le misericordie di Dio, invano si lamentano nell’ora del dolore. – Sono turbe di giovani che vogliono godere la giovinezza: e invece la gettano in ogni pozzanghera. Genitori senza fede, figli ribelli, donne dal cuore vano, tutti schiavi di satana, tutti arruolati nell’esercito del mondo. Voi li vedete, anche di questi giorni, spegnere i rimorsi nei balli, nei veglioni, nei teatri, nei rumori pagani, nella dissipazione, nell’indifferenza. – Povera gente, come sarà pagata dal mondo a cui ha venduto la libertà e la vita? Prima da una manata di piaceri, ma di quei delle bestie e poi dalla morte eterna. Non s’accorgono dell’inganno? Non sentono d’avvilire la loro dignità di figli di Dio fino a diventare figli di satana? … Non capiscono di barattare l’eterna vita per un’ora di sogno inquieto? Dice la Storia sacra che quelli della regione di Galaad andarono a supplicare l’Ammonita affinché li accettasse nella sua alleanza. E l’Ammonita rispose: « Io farò alleanza con voi a questo patto : che io cavi a tutti l’occhio destro e vi renda l’obbrobrio di tutto Israele » (I Re, XI, 2). Così è di tutti coloro che hanno fatto alleanza col mondo: si sono lasciati strappare l’occhio destro, quello che guarda al cielo, alla vita eterna, alle cose vere e belle ed ora non vedono se non con l’occhio sinistro quello dei bruti, che guarda alla terra vede solo il fango e i vermi.

2. VITA CRISTIANA

Gesù coronato di spine, con le mani trafitte dai chiodi passa sulla terra, e lancia il suo appello di bontà, di pazienza, di fede: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua: arriveremo nell’eterna casa della gioia, dove godremo quello che Dio gode ».

Chi è Gesù Cristo? E ‘ il vero Padrone di noi tutti e delle cose tutte: niente senza di Lui è stato fatto, niente senza di Lui vive. È il vero Redentore degli uomini: non l’oro  l’argento ci ha riscattati dalla schiavitù del Maligno, ma il suo sangue dolorosamente versato dalle piaghe del suo corpo. È il vero Rimuneratore: colui che vede le nostre più segrete pene e conta i nostri sospiri; colui che può e vuole donarci un premio che sorpasserà ogni aspettativa.

Chi sono quelli che lo seguono? Sono i veri Cristiani, che hanno conformato la propria vita alla sua parola divina. Uomini che, pur vivendo nel mondo, non hanno macchiato il labbro di bestemmie e di turpiloquio. Donne che sono l’angelo della casa in cui vivono: diffondono un profumo di modestia, una luce di umiltà e di rassegnazione, un desiderio di preghiera. – Genitori che sentono la propria dignità e responsabilità, che temono il Signore, che rispettano il suo comandamento. Figliuoli che crescono ubbidienti, amorosi, devoti. Seguono Cristo tutti quelli che soffrono e sopportano; tutti quelli che nel campo dell’Azione Cattolica e delle pie Confraternite lavorano per la propria santificazione e per quella del prossimo. – S. Policarpo, vescovo di Smirne, fu arrestato dal proconsole Quadrato e condotto al tribunale: « Maledetto il tuo Cristo! » urlò ad un certo punto il proconsole adirato. Il santo vegliardo tremante di vecchiaia ma impavido di fede, disse: « Sono ottantasei anni che lo servo, e ne sono lietissimo. Ah, io lo benedirò fino all’estremo sospiro ». Allora gli fu preparato il rogo: ed egli sorrise. Le fiamme non lo toccarono Allora fu colpito di spada e Policarpo vide il Signore. Quando si serve Cristo, quando la vita è cristiana, entra nel nostre cuore la gioia dei figli di Dio e più nulla ci può spaventare. Neppure la morte: perché è la porta della gioia e della vita, dietro alla quale si vede il Signore.

CONCLUSIONE

Torniamo, per finire, al Vangelo. Nel tempio, Simeone e Anna erano invecchiati: ma invecchiati erano pure quelli che li avevano guardati con occhio di compassione quasi fossero incapaci di godersi la vita. Ma a costoro che restava? dopo i fugaci anni di godimento e di spensieratezza restava solo l’amarezza e la disperazione. Non così per Simeone ed Anna: dopo i digiuni, le preghiere, le mortificazioni, a queste due anime buone e pure, restava la cosa più bella che uomo può desiderare: vedere il Signore. Ed ecco che un giorno videro un’umile comitiva entrare nel cortile del tempio: era un uomo povero dalle mani incallite sulla pialla, era una donna giovane e modestissima che portava due tortore per la sua purificazione, era un bambino ancora in fasce. Il loro cuore sobbalzò; lo Spirito Santo li illuminò; essi conobbero che quel bambino era il Signore. « Signore! — esclamarono — ora facci pure morire, perché i nostri occhi videro la tua faccia e il nostro paradiso è incominciato ». – Cristiani! in quest’ultima domenica dell’anno io concluderò rivolgendovi il gemito dello Spirito Santo : « Ne des annos tuos crudeli » (Prov., V, 9). Non date gli anni vostri al maligno! Così, giunti al termine della vita, non troverete amarezza e disperazione, ma come Simeone ed Anna, vedrete il Volto di Gesù che vi beatificherà nei secoli dei secoli.

3.

LA PROFEZIA DI SIMEONE

Secondo la legge mosaica la donna a cui il cielo avesse largito un figliuolo, dopo il quarantesimo giorno, doveva salire al tempio a chiedere la sua purificazione. Se poi il bambino era il primogenito, esso pure veniva portato per essere simbolicamente consacrato al Signore. E quantunque Maria avesse concepito, non come le altre donne, ma miracolosamente per opera di Spirito Santo, per umiltà volle sottostare alle leggi comuni. Ella dunque venne alla porta del tempio, si fece aspergere da un sacerdote e poi offrì l’offerta dei poveri: due tortorelle; che la Madre di Dio non possedeva tanto da poter offrir un agnello, ch’era l’offerta dei ricchi. – La cerimonia volgeva al termine, quando apparve Simeone, il vegliardo del tempio. Fedele credente, vedeva da lungo tempo con dolore e con profonda indignazione i peccati d’Israele e la schiavitù sotto il giogo straniero. Ma pure in cuor suo aveva ricevuto promessa da Dio che non avrebbe chiusi gli occhi senza vedere il Messia. Ora la promessa si compiva. Tremando di gioia prese il neonato tra le sue vecchie braccia e profetò: « O Signore, lascia pure il tuo servo andare in pace, come l’hai promesso: ho visto la salvezza che salverà tutti i popoli, ho visto la luce che illuminerà tutte le genti ». Giuseppe e Maria nell’ascoltarlo furono colti da ammirazione, ma il santo vecchio li guardò e, dopo averli benedetti, soggiunse: « Questo Bambino è il segno della contradizione posto alla rovina e alla resurrezione di molti. Una spada affilata poi trapasserà l’anima di sua Madre ». Quando in una famiglia nasce qualcuno, quanti sogni si fabbricano su quella piccola testa ignara! Crescerà sano e robusto ovvero piegherà sullo stelo prima ancora di sbocciare? Sarà un uomo coscienzioso e probo o invece un ignobile e disonesto? Amerà gli studi o preferirà il commercio o le armi? Sarà la gloria e la gioia di sua madre o il disonore e il dispiacere? Nessuno lo sa. Ma il santo vegliardo del tempio di Gerusalemme aveva letto bene la storia dell’avvenire e la sua parola s’avverò. Questo bambino sarà il segno di contradizione. Il cuore di sua madre sarà trapassato dal dolore.

  1. IL SEGNO DI CONTRADIZIONE

Conterò una storia che Eusebio di Cesarea ci assicura d’aver raccolta dalle labbra di Costantino stesso. Mentre l’imperatore prepara vasi a marciare contro il rivale Massenzio, gli apparve nel cielo una Croce sulla quale si leggeva: « Con questa vincerai ». Costantino, ancora pagano, sorpreso della meravigliosa visione, promise di farsi Cristiano se avesse ottenuto vittoria. Intanto ordinò che sul vessillo da portare in battaglia si dipingesse la croce, così come l’aveva veduta. Massenzio, che aveva saputo qualcosa, ordinò alle sue legioni di mirare tutti contro il vessillo fatato. L’alfiere che lo portava, sentendo sibilare intorno a lui le frecce, s’accorse d’essere fatto bersaglio da tutti i nemici, e spaventato gettò via il vessillo e riparò in mezzo alle file. Un compagno, visto quest’atto di debolezza, si spoglia delle armi e, afferrata l’insegna, si slancia in testa ai manipoli, avanzando a gran corsa verso il nemico. I dardi fischiando densi come una grandinata, foravano la bandiera, lasciando illeso l’intrepido alfiere. I nemici compresero che un Dio combatteva con l’armata di Costantino, e presi da spavento si rovesciarono indietro, ed ebbero una sconfitta completa e decisiva dove Massenzio stesso perì. Agli inni della vittoria non partecipò il primo alfiere. Qualcuno l’aveva visto cadere colpito nel cuore da uno strale. – Questo fatto ci offre due insegnamenti.

a) Ed il primo è che tutti quelli che combattono Cristo, o la sua Chiesa, o i ministri della sua Religione periscono, come Massenzio perì. Voltiamoci indietro a guardare la storia: il primo persecutore di Gesù è Erode l’infanticida, ma fu anche il primo a sperimentare la vendetta divina. Arso lentamente da una febbre maligna, straziato da coliche che gli laceravano le viscere, gonfio e livido mostruosamente in tutto il corpo, scontorto da convulsioni spasmodiche, esalava un fetidissimo puzzo e nelle sue carni marcenti già brulicavano i vermi. L’altro Erode, l’Antipa, quello che nel giorno della passione trattò Gesù da pazzo, morì in esilio; e Pilato pure dovette fuggire, e ramingare di paese in paese fin che si uccise di propria mano. Giuda Iscariota si appese alla ficaia e scoppiò. Tutti gli imperatori romani, che perseguitarono i martiri, finirono violentemente, così che lo scrittore Lattanzio Firmiano poté formare un libro che intitolò: « La morte dei persecutori ». Caligola fu trucidato, Nerone, vedendosi raggiunto dalla coorte mandata ad ucciderlo, si cacciò egli stesso il pugnale nel cuore. Domiziano fu ucciso da quei di sua famiglia. Commodo fu strangolato. Eliogabalo è ammazzato dai suoi soldati. Valeriano è scoiato. Diocleziano muore di fame. Giuliano l’apostata, ferito in guerra, si strappa le bende, e lanciando una manata di sangue contro il cielo, bestemmia: « Galileo, hai vinto ». Poi morì, come morirono e moriranno tutti i nemici della fede nostra. Cristo invece regna, impera, trionfa; ieri, oggi, domani; sempre.

b) Un secondo insegnamento deriva a noi dal fatto, che ho narrato. Tutti quelli che dopo aver ricevuto il Battesimo e servito a Gesù Cristo per qualche tempo, gli voltano le spalle, lo insultano coi loro peccati, avranno la peggio come l’ebbe il primo alfiere. Quelli invece che, armati di confidenza e di coraggio, lo servono, lo difendono, soffrono per Lui, saranno fortunati quaggiù e nell’eternità, come lo fu il secondo alfiere. Cristo è il segno della contradizione: o risorgere con Lui, o contro di Lui perire. – Chi desiderando d’essere sapiente, disprezzò il Vangelo per studiare altri libri, non capì più nemmeno quello che capiscono anche i bambini. E chi rifiutò il giogo del Signore per vivere secondo i capricci delle sue passioni, non trovò che delusioni, rimorsi, disperazione e condanna eterna. – Invece quelli che per amor di Cristo, rinunciarono alla fatua sapienza del mondo, alle bugiarde gioie del mondo, ai fugaci beni del mondo, ricevettero cento volte più di quello che avevano lasciato, e per giunta la vita eterna (MT., XIX, 29).

1. LA MADRE DOLOROSA

È l’Annunciazione. Un Angelo discende nella casa umile d’una povera fanciulla del popolo e le porta il desiderio dell’Onnipotente. « Non temere, Maria. Accetti tu d’essere la Madre di Dio? ». E la Madonna, sospirando come a una cosa a cui ci si rassegna dopo un lungo tentennare, rispose semplicemente: « Io sono l’ancella del Signore. Sia fatto in me secondo la tua parola ». Ma come? Perché non irrompere in un grido di gaudio infrenabile? Proprio lei, che non conosceva che il tempio e la sua casa, veniva eletta alla più alta dignità possibile a semplice creatura umana, e non esultava d’ebbrezza; ma trepidamente diceva: « Io sono l’ancella del Signore: fiat! ». – Era perché la Madonna sapeva che Madre di Dio vuol dire Madre d’un Crocifisso. Sapeva che in ogni giorno della sua vita sarebbe stata accompagnata dalla visione della croce, fin tanto che il suo Unigenito inchiodato e sanguinante davanti ai suoi occhi materni non fosse spirato davvero. – Da quel momento la sua anima fu trafitta con una spada a taglio doppio. Quattro cose, dice S. Tommaso, fecero amara la passione di Cristo alla Vergine Madre.

Primo, la bontà del Figlio: perdere un figlio è gran dolore, ma perdere un Figlio che non le aveva recato mai il più tenue dispiacere, un Figlio ch’era Dio, è quello che nessun’altra madre provò né proverà.

Secondo, la crudeltà dei crocifissori: a Lui che bruciava di sete nell’agonia non gli vollero dare una stilla d’acqua; e sua Madre neppure gliela poteva dare, che non lo permettevano; e neppure poteva placargli l’arsura con i suoi baci, che era sospeso in alto.

Terzo, l’infamia della pena: moriva il Figlio di Dio tra due ladroni quasi che anch’Egli fosse un ladrone, moriva per mano della giustizia, la giustizia più ingiusta, che aveva osato perfino condannare a morte il Creatore del cielo e della terra e dei giudici. Quarto, la ferocità del martirio: insultato, flagellato, inchiodato. E morto, quasi non bastasse, fu squarciato nel petto con una lancia: Egli non la sentì perché era già spirato, ma la sentì la sua Madre che vedeva … 0 vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte si est dolor sicut dolor meus (Tren., I , 12).

CONCLUSIONE

Era la festa dell’Assunta del 1856. A Spoleto si faceva una solenne processione, con l’immagine taumaturga dell’Addolorata. Era la Madre che. come si usava ogni anno in quel giorno, passeggiava tra i figli suoi: e non v’era ginocchio che non piegasse a terra davanti a Lei. La processione, tra canti e incensi, si svolge lenta e giunge davanti a un giovane elegantissimo di nome Francesco Possenti. Già due volte, ammalato da morire, aveva promesso di cambiare vita; davanti al cadavere di sua sorella morta sì giovane l’aveva giurato ancora; e non si era deciso mai a strapparsi dalle voluttuose spire del mondo. Ora, ritto ai margini della strada, guardava la processione snodarsi davanti. Quando l’immagine della Madre dolorosa gli fu vicina, sentì battergli il cuore come mai. Gli parve che la Vergine girasse lo sguardo su lui e lo guardasse in una luce divina. Intanto una voce gli gridava dentro: « Francesco il mondo non è più per te ». Qualche tempo dopo correva un mormorio per la città: « Sai, il ballerino si è fatto frate ». « Francesco Possenti vuoi dire? ». – « Sì: ed ha preso il nome di Gabriele dell’Addolorata ». Quante volte, e con grazie e con disgrazie, la Madonna ci ha fatto capire di abbandonare il peccato e riprendere una vita più cristiana più mortificata: e fu sempre invano. Oggi, che è l’ultima domenica di quest’anno che finisce, la Madonna Addolorata ci guardi con quegli occhi suoi misericordiosi. Ci guardi come ha guardato una volta il giovane Francesco Possenti: e noi con l’anno nuovo riprenderemo una vita nuova: di pietà, di carità, di bontà.

 

IL PRECURSORE (5-6)

QUARTA DOMENICA D’AVVENTO

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. I, soc. Ed. Pensiero e Vita, Milano 1939)

( Lc., III, 1-6)

1.

APRI IL CUORE AL SIGNORE CHE NASCE

Pochi giorni ci separano dal santo Natale. Penso a molti secoli fa, nell’imminenza del grande avvenimento, quando in Betlemme gremita di forestieri, entrarono due modesti sposi che venivano da Nazareth. Penso alla trepidazione di Giuseppe che supplicava con la parola e con gli occhi sulle porte degli alberghi, perché facessero al Padrone del mondo un po’ di posto per nascere. In mezzo agli uomini non ce n’era più: dovette trovarglielo in mezzo alle bestie.

Se per il prossimo Natale, S. Giuseppe ritornasse a cercargli un posto, lo credereste più fortunato dopo venti secoli? Purtroppo il crudele rifiuto si ripeterebbe punto per punto. Immaginiamolo. Ecco S. Giuseppe batte alla porta del ministero di qualche nazione moderna, dove si forgia il destino dei popoli, e chiede umilmente: « Fate la carità di un posto per nascere al Re del Cielo! ».

« Ma non c’è più il Cielo. Non sapete ch’era una fandonia inventata per tener quieti quelli che non potevano mangiare abbastanza sulla terra? … ».

« … È il Padron del mondo ».

« Il padrone del mondo siamo noi. Noi lo coltiviamo con le macchine e con i concimi chimici, noi lo scaviamo per estrarne oro e petrolio, noi lo percorriamo in alto e in basso, per lungo e per traverso, con treni con navi, con aeroplani. E poiché il rombo del temporale non fa più paura, noi lo spaventiamo con il rombo dei cannoni e lo scoppio delle bombe ».

« … È Dio ».

« Silenzio! Noi abbiamo le temibili organizzazioni dei « Senza Dio » (… O.N.U., U. E., F. M. I., Fed. R., Banca Mondiale, Novus Ordo, Massoneria, I.O.R. … -ndr.-)

Ed ecco S. Giuseppe in giro per le città moderne. Batte alla porta dei cinema e dei teatri, dei caffè, delle osterie, ma spesso si vedono e si dicono cento cose che non è conveniente siano udite o viste dalla Vergine Maria: e lo respingono. Batte alla porta di negozi e di officine, ma si sente dire in faccia: « Indietro! se ti facciamo un posto, poi bisognerà osservare la morale nel commercio. E con la morale non si fanno affari, e si va alla malora ».

Batte alle edicole dei giornali, per chiedere se qualcuno inserisca tra gli avvisi economici una domanda d’alloggio per lui e per la Vergine Maria, e per il Bambino che deve nascere. « An no ! — gli rispondono.

— Se incominciamo a metter sui giornali i nomi dei Santi e le cose vere e serie della Madonna e del Signore, i lettori s’infastidiscono, e non li vogliono più leggere. Perfino i Cattolici preferiscono i giornali un po’ liberali e larghi, e lasciano volentieri entrare in casa certi settimanali, illustrati magari con poca arte, ma con molta immodestia… ».

Giuseppe si decide di battere alla porta di famiglie private. Gli viene incontro il capo di casa che gli getta addosso uno sguardo non incoraggiante.

« Impossibile: non ho stanze. Di figliuoli in casa non ne voglio più, primo perché non ho posto, e poi perché la mia moglie ha già troppi fastidi; figurarsi se posso prendermi in casa un figlio di altri, sia pure il Figlio di Dio! ».

[Giuseppe batte ad una chiesa di Roma. C’è un uomo senza segni e senza talare:

« Mi dispiace ma il Cristianesimo oramai è stato eliminato, noi tutti professiamo una religione unica mondiale, indifferente ai culti e di teologia gnostica, non c’è più posto per Cristo, lo abbiamo sostituito con il baphomet! »   -ndr.].

Che resta ancora a S. Giuseppe? Gli resta da battere alla porta del nostro cuore. Non lo sentite panarvi, in questi giorni di santa aspettativa, con la voce della coscienza con la voce delia liturgia con la voce innocente dei vostri bambini? « Apri il tuo cuore al Signore che nasce ».

Il nostro cuore! da quanto tempo è forse ingombro di passioni cattive e di affetti illeciti e di peccati non confessati, o confessati male, o confessati senza né dolore né proponimento! Il nostro cuore forse è diventato una regione dove il demonio impera con la sua legge d’orgoglio, con i piaceri della sensualità, con le frodi e le ipocrisie.

Come quando in una città deve arrivare il Re, ferve da per tutto il lavoro di pulizia, di riordino, di abbellimento, così con tutte le forze dobbiamo in questi giorni lavorare, nel raccoglimento, intorno al nostro cuore per disporvi le degne accoglienze al Re dei Re. E che dobbiamo fare? Ce lo dice S. Giovanni nel Vangelo di questa domenica.

« Udite la voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore.  Spianate i monti.

Colmate le valli. Raddrizzate i sentieri tortuosi ».

1. SPIANATE I MONTI

Le vette da rovesciare sono quelle irte e gelide dell’odio e del rancore. Nel Vangelo è detto: « Da questo vi riconoscerò per miei discepoli se vi amerete tra di voi » (Giov. XIII, 35). Ecco che Gesù viene nel santo Natale, e guarda i cuori che sono suoi, per entrarvi. Ma dove c’è rancore, desiderio di vendetta, odio, egli non li riconosce per suoi, e non entra. Nel Vangelo è detto: « Se stai per presentarti all’altare e ti ricordi che c’è una ruggine tra te e il tuo fratello, torna indietro, e va prima a riconciliarti » (Matth., V, 23-24). Se questo comandamento vale per ogni occasione, tanto più nella massima festa cristiana del santo Natale. « Ho già perdonato una volta e due — si scuserà qualcuno — ma poi mi ha fatto peggio ». Anche questo caso è contemplato nel Vangelo. « Se tuo fratello ha sbagliato verso di te, perdonagli. E quand’anche sbagliasse sette volte al giorno, s’egli venisse sette volte al giorno a chiederti scusa, tu sempre gli perdonerai » ( Lc., XVII, 3-4).

2. COLMATE L E VALLI

Le valli da colmare, acquitrinose e malariche, donde esala un’aria febbricosa, sono quelle dei piaceri sensuali, degli affetti morbidi, dei desideri impuri. Per nascere, al Figlio di Dio non importò né di ricchezze, né di casa, né di cuna. D’una sol cosa non potè fare a meno, essendo Dio: della purezza. Nacque da una Vergine. Beati quelli che saranno trovati in questi giorni col cuore puro: la grazia del santo Natale li inonderà, sentiranno la bellezza e il fascino di questa virtù che ci rende capaci di vedere Dio, godranno la pace promessa dagli Angeli agli uomini di buona volontà. Buona volontà di mortificare i sensi e il cuore, perché Dio non può nascere « dove i demoni ballano e le sirene fanno il nido » (S. GEROLAMO, P. L., XXII, 398).

3. RETTIFICATE I SENTIERI TORTUOSI

I sentieri tortuosi sono tutte quelle vie coperte di frodi, di furti più o meno piccoli, di inganni, di bugie, di sotterfugi di cui troppo spesso si lascia inquinare anche l’uomo onesto. « Sono inezie, è un danno di cui non s’accorge nessuno! ». « Colui che è fedele nelle piccole cose è anche fedele nelle grandi, e colui che è infedele nelle piccole è anche infedele nelle grandi » (Lc., XVI, 10). « Fanno tutti così ». Eppure vi dispiacerebbe che si sapesse che anche voi fate come tutti; che si sapesse quella vostra astuzia, o la provenienza di quella roba, o il modo di farvi dare quel danaro. E del Signore, che lo sa, non vi rincresce? Non temete la sua giustizia? S. Giovanni grida ancora dal deserto: « Ah, gente tortuosa come le vipere, chi vi insegnerà a sfuggire l’ira ventura? Viene il Signore col ventilabro, e separerà nettamente il grano dalla pula ». Raddrizzate i sentieri del vostro lavoro e del vostro commercio.

CONCLUSIONE

Francesco d’Assisi, parecchi giorni prima della festa di Natale, chiamò un uomo molto pio, di nome Giovanni, e gli disse che desiderava passare il Natale a Greccio. Doveva però preparargli nella foresta un presepio con la mangiatoia e col bue e l’asino, per rappresentare in una maniera viva il mistero della divina nascita. Nella santa notte arrivò gente da tutte le parti con fiaccole e con lanterne: tutta la foresta palpitava di luce e risonava di gioia. Francesco co’ suoi frati, in ginocchio, cantava le lodi del Signore davanti alla mangiatoia. Fu allora che al buon Giovanni parve di vedere una cosa meravigliosa. Nella greppia c’era un Bambino con gli occhi chiusi, come un morto. San Francesco si avvicinò dolcemente e lo svegliò da quel profondo sonno di morte. Cristiani, il Natale è qui. Ma nella cuna di tanti cuori, il Bambino Gesù è morto. Sono stati i peccati a ucciderlo, così piccolo ed innocente! Lo dice S. Paolo che chi commette peccato lo fa morire nel proprio cuore. Bisogna farlo rinascere.

2

IL BATTESIMO DI PENITENZA

Sardanapalo, il famoso re d’Assiria, statua di fango e di vizi da vivo, ha voluto che dopo la sua morte gli fosse eretta sulla pubblica piazza una statua di bronzo, con questa infame iscrizione sul piedestallo: « Passante, bevi, mangia, godi: il resto è nulla ». Aristotile stesso ch’era un pagano, leggendola esclamò: « Che altro scriveresti sul sepolcro non di un re, ma di un bue? ». – Eppure Sardanapalo, simbolo del godimento sensuale, è oggi deificato da per tutto, sulla grande piazza pubblica del mondo e gli uomini ripetono il grido che San Paolo pose in bocca ai disperati mondani: « Non ci sia piacere che l’anima nostra non abbia provato; incoroniamoci di rose prima che marciscano; mangiamo e beviamo perché domani morremo » (I Cor., XV, 32). Ma in faccia alla statua di Sardanapalo, da due mila anni, un’altra fu eretta, non di bronzo, ma di legno; e sul legno inchiodato e sanguinante sta Gesù Cristo che morendo dice: « Se qualcuno mi vuol seguire, prenda la sua croce, e vi configga sopra spietatamente le sue cattive passioni » (Matth., XVI, 24). – Dove ci mettiamo noi? Sotto la statua di Sardanapalo o sotto la croce? sceglieremo i piaceri del mondo e la vita sensuale delle bestie o la penitenza di Cristo e la vita spirituale degli angeli? Sceglieremo la strada larga dell’inferno o quella stretta del Paradiso? Quello che ci convien fare, ce lo predica dal Vangelo San Giovanni Battista. – Regnava a Roma da quindici anni Tiberio Cesare, Ponzio Pilato era governatore di Gerusalemme, Erode tetrarca della Galilea, Anna e Caifa sommi sacerdoti, quando il figliuol di Zaccaria venne nei paesi lungo il Giordano a predicare il battesimo di penitenza. Prædicans baptismum pœnitentiæ. A quelli che l’ascoltavano diceva: « Razza di vipere! chi v’insegnò a fuggire l’ira che vi sovrasta? fate penitenza. Già l’ascia è sulla radice della pianta: fate penitenza. Già s’avvicina il regno dei cieli: fate penitenza ». Non è dunque la vita spensierata, ma la vita dura del proprio dovere che impone il Precursore; e dopo il mangiare, il bere e il godere ricordiamoci che c’è l’ira che ci sovrasta, c’è l’ascia che abbatte, c’è il regno dei cieli per i buoni e l’inferno per i cattivi. Facciamo dunque penitenza. Ma che cos’è la penitenza? Ce lo spiega chiaramente S. Gregorio Magno: transacta fiere et illa deinceps non committere. È il dolore, dunque, dei peccati, ed il fermo proposito di evitarli. Il dolore è la penitenza che cancella i peccati commessi. Il proposito è la penitenza che preserva dai peccati futuri.

1. PENITENZA CHE CANCELLA I PECCATI

Dopo la Pentecoste, S. Pietro uscì sulla pubblica piazza e predicò con parole ferventissime. « Uomini d’Israele! Ascoltatemi in silenzio. Gesù Nazareno, figlio di Dio, famoso per dottrina, per virtù, per miracoli, voi l’avete ucciso. Vos interemistis. Perché l’avete ucciso? forse perché illuminò i vostri ciechi, o forse perché mondò i lebbrosi? Forse perché guariva i vostri ammalati, o perché abbracciava, benedicendo, i vostri bambini? Perché l’avete ucciso? rispondete! ». – Sotto la rovente foga di quel discorso la folla doveva sussultare come un bosco battuto dal vento. Gli uomini d’Israele si guardavano in faccia, atterriti, e gemevano tristamente: « Quid faciemus, viri fratres? ». Che faremo adesso per cancellare il delitto enorme? Come S. Pietro li udì mormorare così, rispose: « Fate penitenza! ». Pæenitentiam agite (Atti, II, 38). Non appena agli ebrei, ma anche a noi S. Pietro potrebbe ripetere: « Gesù Nazareno, voi l’avete ucciso. Voi, con i vostri peccati, l’avete di nuovo crocifisso nell’anima vostra ». Quando avete assecondato quei desideri disonesti, voi l’avete novellamente crocifisso sul legno infame della vostra impurità. Quando avete violata la giustizia, o prendendo o non restituendo, voi l’avete novellamente crocifisso sul legno infame della vostra avarizia. Quando avete trasgredito il precetto del venerdì, voi l’avete novellamente crocifisso sul legno infame della vostra golosità. E potrei continuare. Ma allora, o fratelli, se noi siamo colpevoli di così gran delitto che dobbiamo fare? Pænitentiam agite. Buttiamoci ai piedi del crocifisso, guardiamo quelle piaghe che noi abbiamo aperte, e domandiamogli perdono. Questa contrizione delle nostre colpe, questo vivo rincrescimento d’aver offeso Dio che è tanto buono, questo dispiacere grande d’aver nuovamente crocifisso Cristo, è la penitenza che predicava S. Giovanni nei paesi lungo il Giordano, quella penitenza che è simile al Battesimo perché ci lava da ogni peccato. Prædicans baptismum pœnitentiæ. Il dolore d’aver offeso Dio, quanto più è perfetto tanto più ci otterrà, non solo il perdono dei peccati, ma anche la remissione della pena dovuta al peccato. – Quando S. Vincenzo Ferreri predicò in Francia, un giovane andò a gettarsi ai suoi piedi, piangendo. Aveva condotto una vita dissoluta, ora la grazia di Dio lo toccava in un modo mirabile. Il santo ascoltò la sua lunga confessione, poi gli assegnò una penitenza austera di sette anni. « Ma come, padre! — ripigliò il giovane — a me che tanto peccai, solo sette anni di penitenza! » e singhiozzava. Il santo, vedendo tanto dolore, rispose: « Figlio, andate: farete soltanto tre giorni di penitenza perché Dio è tanto buono ». – « Appunto perché Dio è buono e nonostante io l’offesi, merito una grande penitenza ». « Orsù — rispose il santo — contentatevi di recitare tre Ave ». Allora il giovane scoppiò in pianto e S. Vincenzo Ferreri, per virtù di Dio, vide la sua anima così bianca che se fosse morto in quell’istante, senz’altra penitenza che il suo dolore, sarebbe volato direttamente in Cielo.

2. PENITENZA CHE PRESERVA DAL PECCATO

E Gesù entrò in Gerico. Passando sotto un sicomoro, scorse tra le foglie una breve figura d’uomo: Zaccheo. Lo chiamò: « Zaccheo, scendi in fretta che ho pensato di venire a casa tua ». La guardia doganale confusa e commossa, si calò giù dall’albero e si trovò in faccia al Signore: « Andiamo, Zaccheo, — disse Gesù — oggi voglio fermarmi un poco da te ». E s’avviarono. Zaccheo intanto pensava alle sue ingiustizie, ai furti, alle esose estorsioni di danaro fatte sulle carovane che passavano il confine tra la Giudea e la Perea; Zaccheo intanto sentiva i mormorii della folla scandalizzata al vedere il divin Maestro prendere stanza presso quel doganiere.

Pensava e sentiva tutto questo con un senso di disgusto e di dolore per la sua vita passata. Ma a che sarebbe valso questo dolore, se non fosse stato seguito dal proposito efficace? Per ciò quando furono sul limitare si rivolse e disse: « Signore! dò la metà dei miei beni ai poveri e per ogni estorsione ingiusta, restituirò il quadruplo ». Gesù guardò con amore quell’uomo di forte proposito, e in faccia alla folla gli rispose: « Questa casa ha ricevuto la salute, oggi, poi che anche costui è diventato figlio d’Abramo ». – Da questo brano evangelico consegue che la vera penitenza non consiste solo nel detestare i peccati commessi, ma soprattutto nel ripararli, e nell’usare tutti quei mezzi che ci possono preservare dalle ricadute. Non bastano quindi parole e sospiri: mi confesso, mi pento, è mia colpa, mia massima colpa; ci vogliono i fatti. A quante persone si potrebbe dire: la tua voce è quella di Giacobbe, ma la tua mano è quella d’Esaù! Di parole e di promesse ne hai tante, ma in pratica c’è troppo poco. – Il santo Natale è vicino, Gesù ha pensato di venire in casa nostra, come un giorno nella casa di Zaccheo; via le chiacchiere adunque e convertiamoci. È necessario distruggere il corpo del peccato che è dentro di noi come dice l’apostolo: Ut destruatur in vobis corpus peccati (Rom., VI, 6). Rinunciamo a quelle mille cose dilettevoli che acuiscono in noi le passioni: perciò via da nostri occhi oggetti e libri che suscitano la concupiscenza. Via dal nostro labbro quella scandalosa libertà di parola che rovina la nostra anima e l’altrui. Via quegli spettacoli, dei quali l’unico effetto è di ridestare le immagini più losche. Via quelle amicizie morbose nelle quali noi stessi presentiamo vicina la caduta fatale. Anche la gola bisognerà mortificare, anche la pigrizia che ci tiene a letto quando alla prim’alba le campane ci chiamano alla Messa. Il regno dei cieli si conquista con la violenza; con la violenza che ciascuno di noi deve fare alla propria carne. Castigo corpus meum et in servitutem redigo (I Cor., I X , 27).

CONCLUSIONE

Ma dunque, dirà qualcuno spaventato da questo battesimo di penitenza, la Religione Cristiana è proprio melanconica. Aveva ragione il poeta paganeggiante quando diceva a Cristo: cruciato martire, tu cruci gli uomini. Ascoltate: Gesù, un giorno andò a un banchetto di nozze che si faceva in Cana. Sul più bello del convito manca il vino: nessuno ci aveva pensato. Gesù allora, benché a malincuore, — ma come resistere alla Madonna che lo pregava! — chiamò i servi: « Riempite le idrie d’acqua e poi versate che ne uscirà vino ». Tutti bevvero il vino del miracolo; ma come l’ebbe saggiato l’architriclino, ne fu meravigliato. Lo pacchiò due o tre volte in bocca e poi esclamò: « Maestro! tutti, in principio, offrono ai convitati il vino migliore e poi, quando sono ubriachi, li riempiono di quello scadente; tu invece hai fatto il contrario. Hai dato prima il vino peggiore ed hai serbato alla fine un vino estasiante ». Cristiani: il calice del mondo e del demonio, il calice di Sardanapalo comincia col dolce, e poi dopo averci ubriacati nei vizi, finisce con il fiele del rimorso, in questa vita, e con l’inferno, nell’altra. Il calice di Cristo comincia con l’amaro della penitenza e finisce con la pace e la benedizione di Dio, in questa vita, e con il paradiso, nell’altra.

3.

GESÙ’ VIENE

Da quindici anni Tiberio Cesare, figliastro di Augusto suo predecessore, sedeva sul trono imperiale di Roma. A Valerio Gracco nella procura della Giudea era successo il lionese Pilato, sopranominato Ponzio per aver conquistato l’isola Ponzia con le armi romane. L’adultero Erode Antipa, figlio di Erode l’infanticida, teneva la tetrarchia della Galilea. Il suo fratellastro Filippo teneva la tetrarchia dell’Iturea e della Traconitide. Lisania, di cui non si conosce altro che il nome, teneva quella di Abila. Il sommo pontificato era in mano di Caifas e del suo suocero Anna. In questi tempi Giovanni di Zaccaria uscì dal deserto e venne lungo il Giordano a predicare il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati. E predicando diceva : « Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via al Signore che viene. Colmate le valli, spianate i colli! Allora ogni uomo vedrà il Salvatore ». Omnis vallis implebitur et omnis collis humiliabitur. In questa domenica, ultima d’Avvento, l’austero Battezzatore s’avvicina anche alle anime nostre e grida: « Gesù viene nel Santo suo Natale: colmate le valli, spianate i colli ». Che sono queste valli e questi colli? Le valli sono il vuoto che fanno in noi i peccati, spogliandoci della grazia. I colli sono i nostri atti di superbia che ci rendono spiacenti a Dio. – Bisogna riacquistare la grazia con una santa confessione. Bisogna ricominciare una vita più umile e più sincera. Questa è la miglior preparazione al Natale di Colui che dal Cielo discese in terra a portarci la grazia, a insegnarci l’umiltà.

  1. COLMATE L E VALLI DEL PECCATO CON LA GRAZIA

La guerra europea non era ancor finita; ma appena le armi tedesche furono obbligate a ritirarsi dal Belgio invaso, il re Alberto volle rientrarvi. Ma per quali strade sarebbe ritornato nel suo regno il re del Belgio, se non v’erano più strade? I ponti bombardati e sfasciati erano mucchi enormi di macerie. Carri sconquassati, affusti di cannoni spezzati, elmetti d’acciaio smarriti, scarpe di cuoio e di ferro abbandonate nel fango, carogne di cavalli e di muli e talvolta cadaveri umani insepolti, ingombravano il piano. Lungo i dossi s’aprivano le trincee scavate nella pietra e nella creta rossastra con ancora i segni di un crudele patire; nei punti d’incrocio le strade si sprofondavano in una fossa aperta dalle mine; le case scoperchiate e diroccate alzavano al cielo pietosamente le pareti frastagliate e fendute. Non importa: il re Alberto vuol rientrare e subito. Ecco: e delle squadre di uomini e di donne e di fanciulli s’impegnano a preparare la strada, ad appianare ogni asprezza, a riempire con le macerie ogni vallo di trincea, ogni sprofondamento di mina. « Viene il Re! ». E questo grido rinvigoriva quella povera gente, immetteva ancora energia nelle toro membra affrante, ancora speranza nei loro cuori sfiduciati. « Viene il Re! ». E passò il Re Alberto, piangendo, sopra quelle strade rifatte con rovine e con sangue. E quando le donne gli additavano le case crollate, egli diceva: « Non temete, io torno: le riedificheremo più belle ». E quando un fanciullo agitava verso lui le sue braccia stroncate dalla barbarie del nemico, egli diceva: « Non temere, io torno e le mie braccia possono lavorare per te; non ti mancherà il pane ». O Cristiani, forse, se consideriamo il nostro cuore in questo istante ci somiglia alla rovina del Belgio invaso. Sopra di esso è passata l’aspra guerra delle passioni: i cupi istinti della carne ebbero il sopravvento ed hanno soffocato e stroncato le buone ispirazioni; il demonio con i suoi inganni ha minato l’anima nostra, squarciandola qua e là; i peccati come obici disastrosi ci hanno rovinato e scrollato tutto quello che avevamo edificato con pazienza e sacrificio per giorni, per mesi, per anni. I nostri meriti, il frutto di tante preghiere, la grazia bellezza suprema dell’anima, tutto abbiamo perso; ed ora non ci rimane che la vergogna d’aver ceduto al mondo, alla carne, al demonio; ed ora non ci rimane che la nostra miseranda rovina. – Ma ecco il Natale è vicino, Gesù ritorna: vuol rientrare nell’anima nostra, in questo regno ch’è suo, in questo regno da cui lo scacciammo per dar posto a satana. Imitiamo anche noi i doloranti figli del Belgio: prepariamogli la strada del cuore, sopra cui passando, Egli possa ritornare in noi. Omnis vallis implebitur: colmate le valli! È necessario una buona Confessione, prima del santo Natale, che ci ricolmi di grazia, che spazzi via le carogne e le macerie del peccato. Gesù rientrando in noi, guardando la rovina dell’anima nostra., piangerà: ma è tanto buono, che avrà parole di consolazione e di coraggio per noi. Egli riedificherà quello che fu distrutto, Egli con le sue braccia potentissime ci aiuterà a lottare contro il demonio e a non lasciarci ingannare e vincere mai più. – Gesù viene: colmate le valli! Omnis vallis implebitur. Dice una leggenda che nella notte in cui Cristo nacque, a Roma spontaneamente cadde la statua di Romolo e stritolossi; e tutti gli altri idoli in tutti gli altri luoghi caddero. O Cristiani! Cristo sta per nascere: abbattiamo con una sincera Confessione, stritoliamo con vero dolore la statua dei nostri peccati e delle nostre passioni. Che la notte santa in cui celebreremo la natività dell’eterno Figlio di Dio, in nessuno di noi si trovi in piedi e dominante l’immagine del demonio!

 2. SPIANATE I COLLI DELLA SUPERBIA CON UNA VITA UMILE

Giovanni, l’alto funzionario dell’imperatore bizantino in Damasco, nella pienezza dei mondani onori e delle forze, si ritirò dalla vita galante e rumorosa della corte verso la solinga pace del deserto: nel chiostro di S. Saba. Là, davanti a Dio e a una voragine rocciosa il cui riverbero offendeva l’occhio, cominciò la rude scuola della perfezione. Nelle ore libere dall’orazione, colui che aveva l’eloquio d’oro e aveva scritto mirabili apologie della fede doveva intrecciare canestri, tanto da guadagnare il cibo quotidiano. Ora proprio a Giovanni toccò una volta di portare sul mercato di Damasco simili ceste: le sue e quelle degli altri monaci. E acciocché l’umiliazione gli fosse maggiore, il solito prezzo delle sporte fu aumentato del doppio. Come poteva nel suo povero abito monacale attraversare quelle stesse vie per le quali era passato poco tempo prima come alto impiegato statale, fra gli inchini di tutti? Come poteva mostrarsi ai suoi nobili amici, divenuto quasi uno schiavo che vende ignobile mercanzia? Sentiva tutto il suo sangue ruggire nelle vene e la sua anima rivoltarsi. Gli venne in mente di gettare la sua cocolla sulla strada, fra Damasco e il deserto, e ritornarsene com’era, onorato ricco felice. Ma una voce gli disse in fondo al cuore : « Giovanni! non Io prima di te ho lasciato la reggia del cielo per la stalla dei giumenti? prima di te, non Io innocente mi sono confuso tra i peccatori, mi sono addossato la loro onta e il supplizio? Perché dunque ha fatto questo il Figlio di Dio, se gli uomini non lo vorranno imitare? ». Comprese Giovanni ed entrò in Damasco con volto ilare. Girò a lungo per. la città: qualcuno lo riguardava maliziosamente; qualche altro s’avvicinava per comprare, ma alla profferta del prezzo gli gettava addosso una sbruffatina di risa. Da ultimo fu ravvisato da un suo antico servo che, mosso a compassione del padrone d’una volta, senza darsi a conoscere, gli comperò i panieri al prezzo richiesto. A sera Giovanni Damasceno tornò al chiostro più santo. Quanta superbia c’è anche nella nostra vita! La maggior parte delle nostre colpe sono di superbia.

a) Siamo superbi con Dio.

Ogni giorno riceviamo infiniti benefizi da Dio: ci conserva, ci dà le forze e l’intelligenza per lavorare, benedice i nostri affari e le nostre famiglie, non ci lascia mancare il pane, ci aiuta nelle tentazioni, ci santifica coi sacramenti. E pure noi non lo ringraziamo mai o quasi mai; anzi crediamo che tutti questi benefizi non ci vengono da altri se non dalla nostra solerzia e abilità. Questa è superbia. – Quando ci capitano malattie o disgrazie negli affari, o altri dolori, non facciamo che lamentarci dell’ingiustizia di Dio a nostro riguardo, che imprecare, che smaniare. E non si pensa che siam peccatori, che meriteremmo ben altri e più terribili castighi; e non si pensa che siam come cavalli bizzarri a cui è di bisogno sentir la frusta per tenersi sulla strada buona. Questa è fior di superbia. Non è superbia quella che spinge molti Cristiani a criticare perfino la Provvidenza? « Perché Iddio permette così?… Sarebbe molto meglio se queste cose non le avesse permesse… Ma se c’è davvero, si faccia vivo!… ». Ingenua imbecillità! si ha la vista lunga una spanna e si pretende di veder meglio di Dio che conosce il passato, il presente, il futuro.

b) Siamo superbi con il prossimo.

Se riceviamo un’offesa, anche piccola la coviamo in cuore per mesi e mesi, la gonfiamo con la fantasia, attendiamo con rabbia e con gioia il momento d’una bella vendetta. Chi crediamo di essere, per far pagare così care le nostre offese? Se ci avviene di fare un favore, se l’altro se ne dimentica presto, subito glielo rinfacciamo. Invece, dei piaceri, e non pochi e non piccoli, che ricevemmo, perdiamo subito ogni riconoscenza. Ci pare, insomma, che tutti devono inchinarsi a noi, e noi a nessuno. Questa è superbia! Che cos’è se non superbia quella smania di mettersi davanti a tutti, quel pretendere d’aver sempre ragione, e con gli inferiori e con i superiori? Di qui le disubbidienze, di qui le discordie nelle famiglie, e di qui i rancori. Gesù viene nel santo Natale: spianate i colli! Omnis collis humiliabitur. Facciamo anche noi come S. Giovanni Damasceno; soffochiamo, per amore di Dio che s’è annichilito facendosi uomo, la nostra superbia. Dice un’altra leggenda che nella notte in cui nacque Gesù, a Roma una fontana cessò di dare acqua rumorosamente, e diede olio purissimo soavemente. Di noi pure deve avvenire così: cessiamo una vita fatta di opere di superbia, e cominciamo una vita umile e sincera. Preghiera e confidenza col Signore, dimenticanza di ogni offesa, in pace con tutti, compatire tutti, amarci: ecco la nostra vita nuova.

CONCLUSIONE

Mentre era intento ai suoi giochi, il piccolo Antonio da Padova vide, un giorno, un bambino della sua età: bello d’una bellezza nuova sopra la terra, teneva il grembiulino rialzato e girava intorno gli occhi grandi come desideroso di preziose raccolte.

« Donde vieni? Come ti chiami? che cerchi? ».

« Donde venga? dal cielo. Come mi chiamo? il mio nome lo troverai scritto in lettere di fuoco sopra una grotta a Betlemme; in lettere di sangue sopra una croce a Gerusalemme; in lettere d’oro sopra tutti i tabernacoli della terra. Sono il Bambino Gesù e vado alla cerca del cuore degli uomini ».

« O Bambino Gesù, che vuoi da me? » supplicò il piccolo Antonio premurosamente.

« Antonio, dammi il tuo cuore ».

Fra pochi giorni l’immagine del Bambino celeste ritornerà sui nostri alatri, e, chiamando ciascuno per nome, dirà: « Dammi il cuore ». Ma come potremo noi darglielo, se il peccato v i ha scavato paurose voragini e la superbia vi ha innalzato colli rocciosi? Omnis vallis implebitur et omnis collis humiliabitur. Colmate le valli del peccato con la santa Confessione, spianate i colli della superbia con la vita umile, e poi rispondetegli: « Bambino Gesù ! eccoti il mio cuore ».

4.

VOCE NEL DESERTO: PREPARATE LA VIA

Quando gli esploratori della terra promessa ritornarono da Mosè con gli occhi ancora dilatati dalla meraviglia, dissero: «Abbiamo veduto degli uomini giganteschi, in confronto dei quali noi parevamo grilli » (Num., XIII, 34). – Il medesimo stupore prende anche le anime nostre, leggendo il Vangelo di queste domeniche d’Avvento, davanti all’eroica figura di San Giovanni Battista: egli è un gigante della santità in confronto del quale noi siamo dei grilli. – Probabilmente era l’anno 27 dell’era volgare, quando fra le dune e i tamerischi del deserto la voce di Dio risuonò per la bocca di Giovanni, figlio di Zaccaria.

Era coperto con una pelle di cammello, stretta alle reni da una cinghia di cuoio. Molti anni aveva trascorso nella solitudine sconfinata, fra le pietre e le belve… Molti anni s’era cibato appena di miele selvatico e di locuste e s’era dissetato appena di acqua. Solo un uomo cresciuto così, può avere la forza di varcare la soglia d’un re incestuoso, di gridargli in faccia il suo delitto, di lasciarsi stroncare il capo. Tra i nati da donna egli è il più santo. La sua voce possente risonava nei dintorni del Giordano, attirando da ogni parte gente al battesimo e alla remissione dei peccati. Voce di gridatore nel deserto: preparate la via del Signore. Spianate i sentieri: dove adergono, livellate; dove sprofondano, colmate; dove serpeggiano, raddrizzate. Così ogni uomo vedrà il Salvatore. Fermiamoci a una frase soltanto, e commentiamola nelle sue due parti: Voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore.

1. VOCE NEL DESERTO

Dice S. Tommaso da Villanova, che l’anima del peccatore è un deserto. Ne ha infatti tutto l’aspetto: è arida e incolta, non produce frutto alcuno di vita, è ingombra dei rovi di cattivi pensieri, delle spine di cattivi desideri, delle ghiande di passioni immonde. E neppure mancano i serpenti, che sono i demoni. E poi, quanta solitudine dove Dio manca! quanta siccità dove la grazia non piove!… Ebbene in questo deserto Dio non cessa di parlare per chiamarci al battesimo della penitenza e alla remissione dei peccati. E ci chiama con la voce della predicazione e con quella dell’ispirazione; con la voce del beneficio e con quella del castigo.

a) Voce della predicazione. — Come in quei tempi il Signore si fece preparare i cuori dalle prediche del Battista, così attraverso i secoli egli si è sempre servito della parola dei sacerdoti. La predicazione è come l’acqua fecondatrice: ove essa non discende, vi è terra dura e sterile. La predicazione è come la manna alimentatrice: chi non ne raccoglie morirà di fame spirituale. La predicazione è come l’olio che nutre la lampada: chi non se ne procura, rimarrà al buio. – S. Ilario d’Arles vide una volta alcune persone che, appena ebbe cominciata la spiegazione del Vangelo, si dileguarono fuori di Chiesa per sottrarsi alla noia d’una predica. Il santo allora gridò verso di quelli: « Uscite pure: ora potete fuggire dalla Chiesa, ma verrà un tempo che non potrete fuggire dall’inferno ».

b) Voce dell’ispirazione. — Ma talvolta il peccatore è così indurato che nessuna voce esteriore può penetrarlo, nessun grido può r i svegliare il suo deserto. E allora Dio, buono e misericordioso, parla direttamente a quel cuore, parla quella sua parola viva, più acuta della spada a due tagli, che penetra gelida o rovente fino alle più intime compagini dell’anima (Hebr., IV, 12).

« Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio? » diceva l’Innominato dei Promessi Sposi, quell’uomo che aveva riempito di spavento e di delitto una intera regione. E a lui il Card. Federico Borromeo rispondeva così: « Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate? ».

c) Voce dei benefici. — Ci sono certi periodi nella vita in cui Dio ci manda ogni fortuna: salute, danaro, onori; ed aspetta quasi che l’uomo dica: «Anima mia, serviamo un Padrone così buono e generoso: non vedi che meritiamo pène e ci dà gioie? ». Ma invece l’uomo non riconosce attraverso le creature, la voce del suo Padrone. Il cielo grida: « O uomo, io giro per tuo comodo e utilità ». Il sole grida: « O uomo, io ti riscaldo e ti fortifico; io, a primavera, rinnovo la terra e l’adorno come un paradiso; io faccio crescere i frutti sulle piante e le piante sul suolo ». Grida la terra: « O uomo, io ti sostengo, ti nutro co’ miei campi e coi vigneti ». Grida l’acqua: « O uomo, io ti lavo, rinfresco, e fecondo ogni cosa ». E tutte insieme dicono le creature: « Riconosci dunque, e ringrazia il tuo generoso Signore ». L’uomo non ode. E Dio si lamenta: « Anche il bue è grato all’uomo che lo nutre, anche l’asino riconosce che la stalla è del suo padrone: solo Israele non ha conosciuto me, solo il mio popolo lascia cadere nel deserto la mia voce » ( I s., 1).

d) Voce dei castighi. — Come un padre che ama suo figlio ricorre ai castighi quando non è ubbidito, così il Padre eterno fa con noi. Anche i suoi castighi sono un segno del suo grande e tenero amore. Se la malattia non lo avesse costretto a letto, Ignazio di Loyola forse non sarebbe mai diventato santo. Se una ostinatissima piaga non avesse travagliato Camillo de Lellis, egli non sarebbe forse mai diventato il grande amico degli ammalati. Se la morte non avesse rapito crudelmente il marito a Margherita di Cortona, noi ora non la venereremmo. E se la miseria e la tribolazione non avesse colpito i fratelli di Giuseppe, essi non si sarebbero giammai pentiti del loro peccato orribile ». « Merito hæc patimur, — dicevano, — quia peccavimus in fratrem nostrum » (, XLII, 21). I veri Cristiani che non sono sordi alla voce di Dio così devono dire nei dolori:

« Soffro giustamente, perché ho peccato contro il mio fratello Gesù Cristo ».

1. PREPARARE LA STRADA DEL SIGNORE

La strada per la quale il Signore deve venire nel nostro cuore, al prossimo Natale, ora è impedita, forse, dalle colline del peccato, dalle valli che simboleggiano la mancanza delle buone opere, dai sentieri tortuosi che invece di mirar diritto al fine si perdono nei piaceri e nelle lusinghe del mondo.

  1. a) Abbattiamo i colli del peccato con una sincera confessione.

Sarebbe un’ironia crudele per un Cristiano festeggiare la venuta del Salvatore, mentre il suo cuore è già occupato dal demonio. Una buona confessione dunque! Non come quella di Saul che disse a Samuele: « Ho peccato! » e si sentì rispondere : « Il Signore ti ha rigettato ». perché non era pentito; ma una confessione sincera e dolorosa come quella di David che disse a Nathan: « Ho peccato !» e si sentì rispondere: « Il Signore ha già distrutto il tuo peccato ».

b) Non basta la confessione, se poi non si continua, con le opere buone, a camminare sulla strada intrapresa. Le opere buone che meglio al santo Natale ci preparano sono la preghiera e la elemosina: la preghiera perché senza di essa noi siamo come una città senza difesa; l’elemosina perché in cielo è preferita a qualsiasi penitenza corporale: « Non sapete quale sia il digiuno che io prediligo? dice il Signore Iddio: Spezzare il proprio pane con l’affamato, Albergare i poveri senza asilo, Vestire chi si trova ignudo, Non sottrarsi alle necessità del proprio fratello. Allora la tua luce spunterà come l’aurora… ». (Is., LVIII, 6-8)

c) Ed infine viviamo un po’ più ritirati; amiamo un poco anche noi il deserto, come S. Giovanni Battista. Lontani dai divertimenti pericolosi, lontani dai ritrovi rumorosi, lontani dalle compagnie corrompitrici, noi vivremo dolcemente, cristianamente tra la nostra casa e la nostra chiesa. Senza questa volontà di isolamento, le antiche abitudini cattive ci riprenderanno facilmente. Quando S. Antonio passò da Alessandria, il governatore d’Egitto voleva fermarlo per qualche giorno. Gli rispose il santo: « Capita al monaco quello che capita al pesce: l’uno muore se lascia l’acqua, l’altro muore se lascia la sua solitudine ». Capita anche al Cristiano quello che al pesce: l’uno muore se lascia l’acqua, l’altro muore alla grazia se lascia la solitudine della sua casa e della sua chiesa, e si espone ai pericoli e alle seduzioni del mondo.

CONCLUSIONE

Compariremo un giorno al tribunale di Dio. E Cristo, giudicandoci, ci dirà: « Vieni, o benedetto! Ero pellegrino e mi accogliesti ». « Quando, Signor mio, vi ho incontrato pellegrino per accogliervi? ». «Ti ricordi del Natale 19…? Io camminavo allora sulla terra, e stanco passavo per la strada del tuo cuore. Tu allora hai spianato i colli del peccato con una sincera confessione; tu hai colmato le valli delle omissioni con opere buone; tu hai raddrizzato nella solitudine il sentiero; così ho potuto trascorrere nella tua cara compagnia quella festa santa ».

« Avete ragione, Signore mio buono ».

5.

PREPARAZIONE AL SANTO NATALE

Molti secoli or sono, proprio in questi giorni, una giovane donna e il suo sposo erano in viaggio verso le montagne di Giuda. Venivano da molto lontano, dalla Galilea, e andavano alla città dei loro vecchi, a Betlemme, per dare il nome al gran censimento dell’imperatore Ottaviano Augusto. Una lolla immensa era accorsa in città, per ciò Maria e Giuseppe passarono di porta in porta bussando e chiedendo con lagrime un po’ di posto, invano. Nessuno li accolse. E nella notte, mentre Erode adagiato tra gli ori e la porpora terminava il suntuoso banchetto, mentre per le vie ormai deserte si spegneva l’ultima acclamazione al feroce Idumeo e all’usurpatore Romano, in una stalla nasceva il Re dei re. Perché questo delitto d’ingratitudine più non si rinnovi nel mondo ora che il Re dei re sta per tornare tra noi nel suo Natale, ecco che la Chiesa manda avanti S. Giovanni Battista ad avvisarci di preparare il cuore. « Voce di uno che nel deserto grida: preparate la strada al Signore. Se la via è tortuosa per monti e per valli, colmando le valli e spianando i monti rendetela dritta; se la via è malagevole per triboli e pietre, togliendo ogni scabrosità rendetela liscia… » et erunt prava in directa ed aspera in vias planas. Nella regione selvaggia ove il Giordano precipita nel Mar Morto, il Precursore gridava queste parole; ma il suo monito sorpassa i secoli, sorpassa le vicende degli uomini, il trambusto della vita materiale, la nostra dissipazione e giunge fino a noi: « Voce di uno che nel deserto grida: preparate la via del Signore ». Ormai Gesù sta alla porta dell’anima nostra e bussa. Anche noi, come quei di Betlemme, gli chiuderemo l’uscio in faccia e lo costringeremo a nascere in una stalla? Nessuno vorrà essere crudele così. Ma in che maniera potrà venire dentro di noi se il nostro cuore è una strada impraticabile? Se il peccato vi ha scavato burroni scoscesi e vi ha innalzato greppi rocciosi e nudi? Ecco: una bella Confessione prima del santo Natale colmerà ogni valle e spianerà ogni colle per fare nel nostro cuore uno strada diritta. Et erunt prava in directa. In altri cuori invece la strada per il Signore c’è già, non essendoci il peccato mortale. Però è una strada pietrosa e scomposta che fa sanguinare i piedi al pellegrino: costoro hanno soltanto da lisciarla, col togliere la tiepidezza e i molti attacchi mondani. Et erunt aspera in vias planas. Ecco i due pensieri: I peccatori si devono preparare al Santo Natale col togliere il peccato; I giusti col togliere ogni più piccolo difetto.

1. RADDRIZZARE LA VIA PRAVA: TOGLIERE IL PECCATO

a) In casa vostra, in questi giorni, tutto diventa nitido e profumato: le pareti sono sbiancate, il pavimento è scopato, ogni ragnatela è levata. Anche la cucina del più povero si adorna con qualche ramo di sempreverde alloro, e di qualche frutto colorito. Fra tanto nitore, soltanto l’anima vostra rimarrà nera e sporca di peccato? Fra tanto profumo soltanto l’anima vostra, morta alla grazia, esalerà un fetore cadaverico? No, Cristiani: inutilmente v’affacendate a tergere e abbellire la vostra dimora, quando prima non vi curate di tergere ed abbellire la vostra coscienza!

b) In casa vostra in questi giorni c’è molta abbondanza e un lusso discreto: ognuno si procura abiti nuovi o almeno ben ripuliti; si acquistano carni e vivande squisite, si prepara un vino più vecchio e più schietto, si comperano dolci insueti. Ma, dite, a che vale tutto questo quando l’anima, che di noi è la parte più preziosa, muore di fame e si dispera per la sete? O peccatori, non la sentite dentro di voi l’anima vostra piangere a lungo e singhiozzare pietosamente perché ha fame e ha sete del suo Dio e voi glielo negate crudelmente, e glielo negate anche in questi giorni di feste quando nulla rifiutate al vostro corpo? No, Cristiani: non siate cattivi con l’anima vostra, che è preziosa tanto ed immortale!

c) In casa vostra, in questi giorni, c’è molta letizia. Gli affanni della vita sembrano più leggeri, ogni lavoro par meno pesante: c’è nell’aria una diffusa allegria che si respira con soave piacere. Beate, poi, le famiglie dove ci sono bambini! contano i giorni che ci separano dalla grande solennità, pregano con più innocenza, aspettano i doni, sognano il Pargolo divino che passa… Soltanto il vostro cuore resterà cupo, o peccatori? Soltanto l’anima vostra resterà amara? Perché non diverrete anche voi lieti come i vostri bambini? che cosa vi manca? L’innocenza perduta nel peccato. Ricordate la parola del Vangelo: « Chi non si farà come uno di questi piccoli, non entrerà nel regno dei cieli ». No, Cristiani, non resistete più all’amore di Dio: confessatevi e riavrete la vostra innocenza, e diventerete anche voi, come i vostri figliuoli, lieti. – Forse il demonio vi spaventa col timore delle difficoltà che dovrete affrontare per togliere i vostri peccati, distruggere le vecchie abitudini, ricominciare una vita nuova. Sentite. Camminava Sansone per una strada solitaria e boschiva: ecco un improvviso ruggito, un lampo rossastro, un tonfo. Un grosso leone era balzato fuori dalla selva sulla strada e gli muoveva incontro con negli occhi la brama della sua carne. Fu una lotta tremenda, corpo a corpo, tra l’uomo e la belva. – Sansone era inerme, ma investito dallo Spirito con le sue mani afferrò il leone per la gola e lo strozzò come un capretto. Madido di sudore, macchiato di sangue a lunghi passi proseguì ansimando il cammino. Ma quando ritornò per quella strada, trovo la massa inerme del leone che nella bocca aveva un dolce e profumato favo di miele (Giudici, XIV, 8). Così è anche di voi, o peccatori: è dura la lotta corpo a corpo col demonio e con la passione, ma dopo che avrete vinto, là dove c’era il peccato troverete il miele; e sentirete com’è soave la vita quando si è in grazia di Dio! – Sentirete anche voi, come in quella notte i pastori innocenti, oltrepassare nel cielo di Natale, le schiere angeliche, cantando: «Gloria a Dio nell’altissimo cielo, pace in terra agli uomini di buona volontà ». E potrete dire: « Angeli, anche a me un po’ di pace, perché ora anch’io sono uomo di buona volontà ».

2. LASCIARE LA VIA SCABROSA: PURIFICARCI DALLA TIEPIDEZZA

Ora parlo a quelli che già sono in grazia di Dio.

a) Che cosa sono quei piccoli odi che nutrite contro il vostro vicino? Quella superbia con quelli di casa vostra, quell’antipatia tra cognati e cognati, tra parenti e parenti, che cosa è? È una pietra aguzza sulla strada del vostro cuore, che pungerà i piedi del Bambino Celeste quando verrà. – Orsù toglietela via generosamente. Che importa se la ragione è nostra e il torto è degli altri, che importa se ci toccherà umiliarci, che importa se perderemo del nostro, quando il Signore entrerà volentieri in noi e ci colmerà di grazie eterne che valgono migliaia di volte più di quelle inezie che per suo amore abbiamo sacrificato?

b) Che cosa sono quelle trascuratezze nelle opere di pietà, quell’omettere facilmente il santo Rosario, quella negligenza nel mandar i figliuoli all’Oratorio, quel vivere intere giornate senza una giaculatoria e una comunione spirituale? Sono tutti indizi che il nostro cuore è più attaccato al mondo che a Dio. Bisogna lisciar via i maligni attacchi.

c) Che cosa sono quelle negligenze nel respingere i pensieri cattivi e nel mortificare gli occhi e la lingua, quelle intemperanze nel bere nel mangiare nel fumare? Sono le spine della sensualità che ingombrano la strada su cui Gesù dovrà passare per giungere a noi. Bisogna strapparle. In questi ultimi giorni che ci separano dal Santo Natale sforziamoci con entusiasmo di lisciare la via al Signore, levando ogni più piccola scabrosità e lordura che possa offendere il suo piede o il suo sguardo.

Rosa da Lima si era appassionata con troppa sollecitudine a una pianticella di basilico. All’alba, appena desta, correva ad esporla perché ricevesse i primi raggi umidi di rugiada. Quando il sole montava verso il mezzodì, Rosa pronta la ritirava perché l’eccessivo calore non l’inaridisse. Quando al tramonto le ombre s’allungavano e di lontano ogni montagna s’imporporava, Rosa tornava ad esporla, bramosa che si ristorasse negli ultimi tepori del giorno; ma al sopraggiungere della notte, subito la nascondeva perché le brine troppo fredde non la danneggiassero. Così e in Chiesa, e in cella, e in parlatorio, e in cortile, sempre il pensiero della verde e olezzante pianticella era con lei. Ma una mattina svegliandosi trovò l’amata pianticella divelta e gettata sul suolo a marcire. Non poté trattenere il pianto: « Qual mano — esclamò — fu così invidiosa da troncare la vita ad una pianta così innocente? Perché mi sono affannata a salvarla dalla brina e dall’arsura, se poi doveva finire così? ». Mentre si lamentava, ecco apparirle Gesù. Era mesto negli occhi e senza sorriso: « Non l’invidia, ma Io divelsi il tuo basilico con la mia mano. Potevo forse sopportare che una parte di quell’amore e di quei pensieri che a me sono dovuti, andassero ad una creatura vile com’era la tua pianta? ». O Cristiani, quando nel santo Natale verrà nel nostro cuore, che non sia mesto negli occhi, che non sia senza sorriso! che non trovi dentro di noi pensieri e affetti inutili e pericolosi verso le cose e le persone di quaggiù! Anche un solo peccato veniale potrebbe fargli tanto dispiacere.

CONCLUSIONE

I ladroni Amaleciti erano venuti a predare nei campi del popolo di Israele. Ma nel tumulto della fuga, un povero schiavo abbandonato dal suo padrone perché ammalato, era rimasto disteso sulla nuda terra a morire di febbre e di sfinimento. Ed ecco passarono di là i soldati del re Davide, che lo videro sdraiato nella campagna come un morto. Lo portarono al re, il quale n’ebbe compassione, e ordinò che gli dessero pane da mangiare e acqua da bere, e una parte di fichi e alcuni grappoli d’uva. L’infelice schiavo a poco a poco rinvenne e si ristorò. « Non più schiavo, ma libero sarai. In guerra combatterai al mio fianco da valoroso,, e in pace vivrai onorato con molte ricompense ». Così gli parlò il re Davide, e lo condusse seco a far grande strage di nemici (I Re, XXX, 11-16). Cristiani, lo schiavo Amalecita è un simbolo dell’anima nostra. Essa ha servito il demonio, predatore e assassino dei cuori, e stanca e febbricitante per i peccati e per gli affetti mondani, è rimasta a languire sulla strada della vita. Ma ecco che già viene il nostro re Gesù: viene col suo santo Natale. O Gesù, salvatore! non siate meno pietoso di quello che già Davide fu col suo suddito. Ristorateci col vostro cibo e con la vostra bevanda, riscaldateci con l’alito del vostro amore. Poi conduceteci sempre al vostro fianco: in guerra e in pace: in questa e nell’altra vita.

6.

PER VEDERE IL SIGNORE NEL S. NATALE

E un’altra volta è vicino il Natale del Signore. In questa solennità, alcuni vedono una festa di piacere. Già stanno organizzando veglie danzanti, spettacoli lussuriosi, ricevimenti mondani, e trascorreranno la notte santa in cui il Salvatore venne al mondo per redimerli, nell’ebbrezza dei sensi sprofondando sempre più nel fango e nel peccato. Altri vedono invece nel Natale una festa di benessere corporale. Anche i più poveri per un giorno almeno all’anno possono nutrirsi a sazietà, e con cibi succulenti e con bevande corroboranti; quelli poi che non son poveri imbandiscono la loro mensa con inconsuete e laute vivande. Sicché c’è della gente che tutta questa settimana sarà indaffarata per il pranzo di Natale, senza trovare tranquillità e tempo per pensieri diversi da quelli gastronomici. – Vi sono altri ancora che vedono nel Natale una festa sportiva. Alla vigilia o all’antevigilia, con maglioni e calzettoni per difendersi dal rigore invernale, partiranno per la montagna, a sciare. « Ah che religiosità commovente — dicono — contemplare dalle finestre d’un albergo alpino le stelle della notte natalizia scintillanti sugli abeti coperti di neve! Che senso di pace e di purezza volare tutto il giorno come angeli sui campi immacolati! ». E la Messa di Natale? «Probabilmente non mancherà. Forse verrà lassù un prete a celebrare ». Così tutta la santificazione della grande solennità cristiana si esaurisce in una ipotetica Messa. E nessuno, che non sia maligno, sospetti ipotetiche profanazioni. – Altri infine nel Natale non vedono che una festa di poesia domestica. Nessuno manca della famiglia, anche i lontani son ritornati, almeno per un giorno. È gioia del cuore raccogliersi in casa, dove tutto luccica per la recente pulizia, e arde il fuocherello sul camino, e c’è l’albero fosforescente di candeline e di dolciumi, e c’è il presepio, e c’è qualche fanciullo che declama un complimento in rima stringendo nelle mani i doni del Bambino Gesù. – Ma non è Natale veramente e compitamente cristiano se non quello in cui si vede con la fede il Signore. « E vedrà ogni uomo la salvezza di Dio ». Questo è l’insegnamento che S. Giovanni Battista ci dà nel Vangelo odierno.

Infatti, prima che Gesù incominciasse la vita pubblica, egli si mosse a preparargli la strada, e predicando la penitenza, diceva: « Preparate la via al Signore che viene! Ogni valle si colmi; ogni colle si spiani; ogni tortuosità si rettifichi. Così vedrà ogni uomo la salvezza di Dio ». Bisogna dunque prepararci al Santo Natale in modo tale da meritare di vedere spiritualmente il Signore. Ma per meritare tanta grazia occorre prepararci: con la purità dell’anima; con la bontà delle opere.

Quando a Presburgo, in Ungheria, nel 1207, nacque S. Elisabetta, un poverello malato e cieco s’avvicinò alla culla, e toccando quella bambina riebbe improvvisamente la vista. Se la nascita dei Santi è accompagnata spesso da simili prodigi, maggiori meraviglie può operare in noi la nascita di Colui che è la stessa Santità. E se il peccato ci ha resi miseri e ciechi, avviciniamoci con cuore preparato alla culla del Pargolo divino, e otterremo la grazia di vederlo, adesso, con la fede, e, un giorno, senza veli nella gioia del suo regno.

1. PURITÀ’ DELL’ANIMA

È l’anima che vede Dio; ma per vedere ha bisogno di luce e di igiene.

a) Luce dell’anima è la grazia. Cristiani, che il Santo Natale non vi trovi immersi nelle tenebre. Luminosa è la casa tutta ripulita, luminosi i vostri vestiti nuovi, tutto è luminoso al di fuori: e dentro c’è il buio del peccato mortale? Questo sarebbe un’ipocrisia peggiore di quella dei Farisei che pulivano il piatto all’esterno e nell’interno lo lasciavano insudiciato. « Che unione ci può essere tra la luce e le tenebre, tra il giorno e la notte, tra la vita e la morte? » esclamava S. Paolo; e come può illudersi d’avvicinarsi a Gesù, colui che tiene il peccato sulla coscienza? Gesù è la luce, egli è tenebre; Gesù il giorno, egli è notte; Gesù è la vita, egli è morte.

b) Igiene dell’anima è la custodia dei sensi, specialmente della vista. Chi vuole vedere il Signore con l’anima, preservi gli occhi del corpo dalle mondane vanità. Ci sono dei bambini che mettono in bocca tutto. Quello che scovano negli angoli più remoti della dispensa, quello che viene loro donato per strada o in visita presso qualche famiglia, quello che colgono dalle piante del giardino o a passeggio lungo una siepe. Dopo scontano la vorace imprudenza con dolori lancinanti alle viscere. Milioni e miliardi di microbi ingeriscono, e non sospettano mai che forse tra quelli c’è uno che supererà le forze di resistenza dell’organismo, si moltiplicherà, disgregherà il sangue o i tessuti interni, produrrà la morte. – Ci sono dei figliuoli, delle figliuole, dei giovani, degli uomini che sono peggiori dei bambini. Essi guardano tutto: qualsiasi giornale, cartolina, illustrazione, libro che capiti tra mano; qualsiasi figura reclamistica sui muri della via, o sulle stecconate intorno alle case in costruzione, o nelle luminose vetrine dei negozi; entrano in qualsiasi sala da spettacoli, vedono qualsiasi proiezione. Poi son dolori! Sì, perché gli occhi sono la bocca dell’anima, e l’anima ha pure la sua igiene che va rispettata come e meglio dell’altra per lo stomaco. Perché hanno continuamente l’anima ottenebrata da nuvole dense di pensieri e desideri perversi, e non possono più pregare con gusto e fervorosa attenzione, e non possono più credere con la gioia e la spontaneità di quando erano piccoli? Perché i loro occhi non sono stati custoditi. Bisognerebbe cavar fuori tutte le figuracce vedute, le novelle e i romanzi letti, le scene provocanti dei cinema, le cronache nere, gli scherni religiosi raccolti sui giornali. Siate meticolosi nell’igiene dell’anima! Specialmente in questi giorni d’attesa santa, conservate mondi i vostri occhi, quelli dei vostri figli, perché possano vedere il Signore.

2. BONTÀ DELLE OPERE

Perché l’anima veda Iddio, non basta colmare le valli del peccato con una sincera confessione, non basta spianare ogni ostacolo opaco con la custodia dei sensi: occorre che Dio viva nell’anima con le opere buone.

Verso il Natale del 396, l’ultimo che gli restava da vivere in terra, S. Ambrogio si sentiva stanco e alla fine delle sue eroiche fatiche, ma aveva il cuore pieno d’una pace vasta e serena com’è quella del colono quando in certe domeniche d’autunno contempla beato la sua campagna colma di frutti, mentre in lontananza campane suonano a distesa. In quei giorni appunto, a Paolino il suo fedele segretario, dettava queste parole: «Cristo vive in me: cioè, vive quel Pane vivo che discese dal cielo e nacque a Betlemme, vive la sua carità, vive la sua pace, vive la sua giustizia, vive la sua sapienza ». Mirabili espressioni, che ci suggeriscono con quali buone opere Cristo deve nascere in noi nel prossimo Natale. Vive in me quel Pane vivo; La prima opera, la più bella e cara a Lui che sta per venire, è la santa Comunione. I pastori si ritennero fortunatissimi in quella notte in cui lo poterono vedere e forse baciare. I re magi fecero lunghissimo e pericoloso viaggio per poterlo trovare. Il vecchio Simeone per i molti anni di sua vita non desiderò altro, e come lo poté stringere tra le sue braccia tremanti, disse che non gli importava di morire, perché il suo cuore non chiedeva più nulla. La gioia dei pastori, dei magi, di Simeone, ci è vicina: perché non ne approfitteremo? È vero che siamo peccatori e oppressi d’infinite miserie; però se un rincrescimento profondo delle nostre colpe, se un desiderio vivo di farci più puri per più vedere il Signore c’è dentro di noi, quel Dio che venne al mondo in una stalla, non sdegnerà il nostro povero cuore.

Vive in me la sua carità: Non può gustare il Natale cristiano chi si priva della consolazione di fare, in questi giorni un po’ di carità, con le opere di misericordia corporali o spirituali. I poveri pastori e i ricchi magi non si presentarono a mani vuote al Celeste Bambino, ma ciascuno con un dono proporzionato alla propria condizione: agnellini, frutti agresti, formelline di tenero cacio erano i doni dei poveri; oro, incenso, mirra erano i doni dei re. Così tutti noi, poveri e ricchi, dobbiamo avvicinarci alla culla di Gesù col nostro dono proporzionato. È dato al Dio nato poverissimo e inerme tutto quanto è donato senza ostentazione ai poveri e agli infermi.

Vive in me la sua pace: Colui che nasce fu vaticinato come il Principe della pace. Egli stesso ha detto : « Io vi dono la mia pace: ma non ve la dono come fa il mondo » (Giov., XIV, 27). Il mondo, quando vuol sembrare buono, fa la pace con quei che la meritano; i Cristiani, che vogliono essere buoni, fanno pace con tutti, anche con quelli che non la meritano, e da cui sono stati offesi. Perciò nessuna scusa, è valevole, nessuna ragione è plausibile, perché tra noi si conservi anche un solo rancore durante il santo Natale.

Vive in me la sua giustizia: Quand’Egli nacque gli Angeli dissero agli uomini: « Non temete più: vi annunciamo una grande gioia ». Ora che il suo Natale ritorna, c’è forse qualcuno che non può gioire per colpa nostra? Nessuno dei nostri fratelli può accusarci d’ingiustizia nei danari, nella roba, nei commerci, nei contratti, nei debiti e nei crediti. Non abbiamo nulla con noi che invoca il suo legittimo padrone?

Vive in me la sua sapienza: Ascoltiamo e meditiamo volentieri in questi giorni santi la parola di Dio per poter capire qualche cosa almeno dell’infinita sapienza nascosta nel mistero della natività del Salvatore. Se il tempo e l’occasione si trova, leggete nel Vangelo il racconto della nascita di Gesù, così lo potrete raccontare alla sera ai vostri figliuoli, che sono avidissimi d’ascoltarlo dalle vostre labbra.

CONCLUSIONE

Un giorno Napoleone passava in rivista le sue truppe. Un umile soldato anziano attirò il suo sguardo, per alcune cicatrici che gli apparivano sul volto. L’imperatore si fermò davanti a lui, e, con un gesto consueto gli pose una mano sulla spalla; poi, guardandolo negli occhi gli rivolse brevissime domande.

« Tu, a Ulm? ». « C’ero ».

« A Austerlitz? ». « C’ero ».

« A Iena? ». « C’ero ».

_ « A Wagram? ». « C’ero ».

« A Dresda? ». « C’ero ».

« Bene, capitano ! ».

L’altro, ch’era soltanto soldato, voleva correggere il grado, credendo fosse uno sbaglio. Ma l’imperatore, senza correggersi, aggiunse: « Capitano, decreto per voi la grande croce della legione d’onore ». – Quando, preparate le strade secondo il consiglio di Giovanni Battista, il nostro Re divino giungerà nel santo suo Natale e passerà in rivista i suoi fedeli, felice colui che potrà rispondere alle sue domande franco e ardito come quel soldato napoleonico.

« Alla Messa festiva? ». « C’ero ».

« Alla dottrina cristiana? ». « C’ero ».

« Al confessionale? ». « C’ero ».

« Alla balaustra? ». « C’ero ».

« Nella resistenza aspra contro le tentazioni? ». « C’ero ».

« Nella professione coraggiosa della fede in faccia a chiunque? ».

« C’ero ».

« Bene, servo buono e valoroso: perché nel poco sei stato fedele, ti darò autorità su molto: e verrai nella gioia del tuo Re ».

MEDITAZIONE PER L’AVVENTO 2018 [A Meditation on Advent 2018 A. D.]

A Meditation on Advent 2018 A.D.

On the Sunday, December 2nd, the new Advent Season has begun.

All of us, who belong to the Church Militant, during twenty three days, will be waiting for the New Born Savior’s Coming.

Do we remember what the purpose of Our Lord Jesus Christ’s First Coming is?

The purpose of Our Lord Jesus Christ’s First Coming is to show us that God did not abandon man after he fell into sin, and God Himself came down to “save his people from their sins”.

Do we remember what sin is, and what we lose by committing mortal sin?

Sin is a wilful violation of the divine law, and by committing mortal sin, we lose the grace of God and eternal salvation. Sin separates us from God, but God wants us to stay united with Him, not only in this world, but also in the world to come. To unite us with God, He sent Jesus Christ, the only-begotten Son of God, true God of true God, Who is “hungry” for our eternal salvation.

So, let us be “hungry”, not for mortal sin, but for eternal salvation, our own and our neighbors.

Let us be militant, not against our neighbors, but against our sins. And as God forgives us our debts, let us also forgive our debtors.

Let us be waiting for Our Savior’s Coming, by preparing ourselves for a good Confession, in order to unite ourselves with Him, in Holy Communion and in a state of grace.

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Meditazione per l’AVVENTO 2018

Domenica 2 dicembre è iniziato l’attuale tempo di Avvento.

Tutti noi che apparteniamo alla “Chiesa militante”, nei prossimi 23 giorni, aspetteremo la Venuta del Salvatore Neonato.

– Ricordiamo qual è stato lo scopo di questa prima venuta del nostro Signore Gesù Cristo?

Lo scopo della prima venuta di nostro Signore Gesù Cristo è quello di dimostrarci che Dio non ha affatto abbandonato l’uomo dopo la sua caduta nel peccato, tanto che Dio stesso è sceso per “salvare il suo popolo dai suoi peccati“.

– Ricordiamo cosa sia il peccato e cosa perdiamo commettendo un peccato mortale?

Il peccato è una grave violazione della legge divina, e pertanto commettendo un peccato mortale, perdiamo la grazia di Dio e la salvezza eterna. Il peccato ci separa da Dio, ma Dio vuole che rimaniamo uniti a Lui in questo mondo e nel mondo a venire. Per unirci a Dio, Egli ha inviato Gesù Cristo, l’Unigenito Figlio di Dio, Dio vero  da Dio vero , che “ha fame” della nostra  eterna salvezza.

Quindi, vediamo di essere “affamati” non del peccato mortale, ma della eterna salvezza nostra e del nostro prossimo.

Cerchiamo di essere militanti, non contro il nostro prossimo, ma contro i nostri peccati. E come Dio perdona i nostri debiti, perdoniamo anche noi ai nostri debitori.

Aspettiamo la Venuta del nostro Salvatore, preparandoci ad una buona Confessione, per unirci con Lui nella Santa Comunione alla Messa di Natale .

Fr. UK

(Sacerdote della Chiesa eclissata)

 

IL PAPA IN ESILIO ED IL PAPA IMPEDITO

[Secondo Franco: RISPOSTE POPOLARI ALLE OBIEZIONI PIU’ COMUNI CONTRO LA RELIGIONE – Vol. PRIMO, Coll. Artigianelli, Torino, 1889, imprim.]

CAPO XL

1. Se il Papa sia veramente prigioniero.

2. Se le guarentigie valgano a guarentirlo.

Quando scrissi i capi antecedenti il Papa era già spogliato di alcune sue provincie e minacciato delle rimanenti, ma nel mettere che fo sotto il torchio la presente edizione, il latrocinio totale è consumato, ed il sommo Pontefice è privo di ogni podestà regia. Noi dicevamo che, toltagli questa, ei non poteva essere che uno schiavo, ed ora è luogo di osservare se ci siamo apposti al vero o abbiamo ragionato assennatamente. Sappiam bene che gli usurpatori dei suoi Stati, aggiungendo al danno la beffa, ridono della prigionia pontificia, e per isfatarla mostrano il palazzo splendido che gli hanno assegnato, i milioni che come ricco appannaggio gli hanno offerto, le leggi che hanno sancito per guarentigia del suo sacro ministero: e tanto esagerano questa loro liberalità da far credere a certi zoticoni che veramente la prigionia del Papa è una fiaba e persuadere a parecchi Governi (che del resto hanno una voglia matta di essere persuasi) che nulla manca al Capo della Chiesa di quanto può essere necessario all’adempimento del suo alto uffizio. – La verità però è questa: che quanto i Cattolici avevano predetto dover avvenire al sommo Pontefice, se gli fosse stato tolto il temporale dominio, tutto si è avverato al di là delle loro previsioni, e come è sommamente necessario che tutti ne siano convinti, cosi vediamolo brevemente.

  1. È dunque vero o falso che il Papa sia prigioniero? Sì è prigioniero, anzi questa parola non rende abbastanza il concetto per cui è adoperata. Il sommo Pontefice si espresse esattamente quando disse d’essere in balìa di una nemica podestà, sub hostili potestate constitutus. Imperocché meno è l’essere prigioniero che stare nelle mani di un nemico. La pubblica autorità quando ha soddisfatto alla legge condannando un reo alla carcere, non ha e non debbe esercitare con lui ostilità di sorta. Può anzi e deve, salva la pena a cui l’ha condannato la legge, usargli trattamenti, compassione e perfino quegli alleviamenti che un’ordinata carità prescrive e consiglia. Laddove chi sta nelle mani di un nemico non può aspettarsi altro che quello che l’odio e la passione sanno suggerire. Or questo è proprio tutto il caso del sommo Pontefice, voglialo o no la perfidia di quelli che l’hanno accerchiato. E si parrà chiaro solo che si consideri la differenza che passa fra quello che costituisce la libertà di un privato e quella che è richiesta al sommo Pontefice. Un privato non può reputarsi prigioniero quando abbia libertà di muoversi per una città ed anche di viaggiare in paesi stranieri, quando possa usare dei diritti comuni a tutti i cittadini di disporre della propria persona, di giovarsi dei tribunali per far valere i suoi diritti e per cessarsi le molestie ed i soprusi, quando abbia rendite non solo bastevoli ma pure abbondanti: e chi, godendo questi diritti, rimpiangesse la sua perduta libertà, si dichiarasse vittima de’ suoi nemici, moverebbe a riso e si farebbe stimare poco meno che fuor di cervello. Ma è tutt’altro il caso del sommo Pontefice. Quando si tratta di lui non si parla dell’uomo privato, si parla dell’uomo pubblico, si parla del Pontefice supremo in quanto è tale. Ora se è in istato di esercitare tutti i suoi ministeri, è libero veramente: se è inceppato in questi, a tutto rigore di verità egli è schiavo.Quali sono i suoi doveri? Egli è capo della Cristianità e capo che ha tal connessione colle membra che queste disgiunte da lui non hanno più vigore né vita soprannaturale. Quindi deve aver comunicazione libera co’ suoi soggetti ed i suoi soggetti debbono aver comunicazione libera con lui. Ha il Papa presentemente questa libertà di comunicazione? Inchiavellato nel regno d’Italia, le poste, i telegrafi, i vapori che sono i mezzi di comunicazione unici e soli, in mano di chi stanno? Certamente non in mano sua. Se il Governo italiano vuole intercettargli le lettere, sopprimergli i telegrammi, visitare i vapori che portano le sue ambasciate, i suoi ordini, chi gliel divieta efficacemente? Accadeva ben talvolta anche prima che un Governo estero nemico alla Chiesa, arrestasse a’ suoi confini gli ordini di Roma: ma il Pontefice pubblicandoli nel suo Stato, li rendeva noti ed obbligatorii dovechessia: ora che cosa farà? Eppure non abbiamo ancora visto il caso tutt’altro che impossibile ad avvenire, del Governo italiano in rotta ed in guerra con qualche altra nazione. Come farebbero allora questi nemici d’Italia a trattare col sommo Pontefice? Come si recherebbero a Roma, con qual facilità, con qual sicurezza, e di rincontro qual libertà avrebbe il Pontefice in tutti quei provvedimenti che avesse da prendere rispetto a quella nazione? In tutti questi incontri così facili ad avvenire dove andrebbe a parare la libertà del Vicario di Cristo?Inoltre il Papa è giudice supremo della fede e della morale, e questo titolo non importa solo risoluzione delle controversie che si sollevano a quando a quando sopra l’intelligenza d’una o di un’altra verità cristiana: ma importa vigilanza continua sopra la dottrina che s’insegna nei trattati messi a stampa, che si dà nelle scuole e nei seminari chiericali soprattutto, che si dimostra nella professione esterna delle credenze dal popolo cristiano. Si consideri per poco la vastità delle cognizioni d’ogni sorta che a ciò si richiedono, l’estensione del lavoro che vi ha trattandosi di tutta la cristianità divisa in tante lingue e tanti paesi, e si comprenderà quanta sia la necessità di dottori, di consultori, di congregazioni, di ufficiali d’ogni ragione per attendere ad opera così vasta. Il sommo Pontefice al presente possiede la libertà necessaria per formare cotesti uomini, per ispesarli, per giovarsene secondochè richiede l’uffizio suo?Il Pontefice è l’evangelizzatore del mondo. Niuno sarà per negare che al Vicario di Cristo sia detto principalmente Andate ed insegnate a tutte le Genti, poiché a lui spetta il dare la missione legittima agl’inviati. Del mondo sin quì conosciuto tre quarte parti giacciono ancora nell’ombra della morte e quindi aspettano dalla cattedra di Pietro l’avviamento all’eterna salute. Ma donde sceglie per ordinario il sommo Pontefice i suoi pacifici conquistatori? Li toglie dal clero vuoi secolare vuoi regolare, ma da questo secondo principalmente. E la ragione è chiara. Il clero secolare, come quello che nelle città e nei paesi cattolici porta il pondus diei et cestus del ministero quotidiano delle parrocchie, non è cosi libero a volare in paesi lontani. Laddove il clero regolare, sciolto per ordinario dalla cura delle parrocchie, si volge con tutto l’ardore al ministero dell’evangelizzazione dei paesi infedeli. Come i monaci hanno evangelizzato a lor tempo la Bretagna, le Gallie, la Germania, la Danimarca, la Svezia e quasi tutta l’Europa, cosi i religiosi del secolo decimosesto e decimosettimo hanno evangelizzato il Brasile, il Perù, il Messico e pressoché tutta l’America allora abitata. Ma lo stesso avviene ai di nostri. Le Missioni della Cina, delle Indie, dell’Africa, dell’Oceania, fatta qualche rara eccezione, son tutte in mano dei religiosi. Ond’è che il sommo Pontefice dalla sua Roma per mezzo dei superiori tutte le dirigeva ed amministrava. Ma, spenti i religiosi e tolti di mezzo i Capi d’Ordine, non si troverà il sommo Pontefice troncate le braccia per l’opera maggiore che Iddio gli abbia commessa sopra la terra? Già sin d’ora parecchie di queste Missioni se ne risentono grandemente.Dove si richiedevano dieci, venti missionari, non se ne trova più che qualcuno, e non solo non si procede ad acquisti novelli di anime, ma non si possono mantenere i già fatti. Eppure siamo solo ai principii della bufera. Che cosa sarà quando per questo stato di cose più prolungato, siano venute meno le vocazioni, sia stata impedita la formazione dei missionarii? Quale immensa rovina per le anime! quale violenza fatta alla Chiesa di Cristo! Certo a qualche ministro miscredente, a qualche deputato frammassone non turberà i sonni che i barbari rimangano barbari, che gli antropofagi continuino tra di sé a divorarsi, perché si sa quel che vale la loro filantropia. Ma il sommo Pontefice che vede e sente con la carità di Cristo il peso di quella barbarie e soprattutto la perdita di quelle anime, non ha forse ragione di gemere e dichiararsi costituito sotto una autorità ostile, quando si vede spogliato violentemente di tutti que’ mezzi che gli sono assolutamente necessari per riparare tanti mali? Il sommo Pontefice è il Capo del culto che la terra deve rendere al Cielo; culto che non si disfoga solo cogli atti di ossequio che si rendono direttamente alla divinità, quali sono la fede, la retta adorazione, il sacrificio, ma che abbraccia tutte le virtù onde l’uomo si rende meno indegno di Dio, tutte le opere che dall’indole stessa delle credenze fioriscono in quelli che le professano sinceramente. Di quanti ministri avrà dunque bisogno? di quanto magistero di uomini probi e sapienti? di quanto esercizio di opere pie d’ogni maniera? Or tutto ciò gli è reso pressoché impossibile. I Cristiani non nascono Cristiani, dicevano gli antichi, ma si formano tali: molto meno si nasce dottore, teologo, uomo di senno e di pietà: è dunque d’uopo di formarli con la pietà nell’educazione e con la dottrina. Qual mezzo è stato lasciato al sommo Pontefice per sì difficile impresa? Aveva egli due Università, che per le scienze civili stavan al pari di qualunque studio più eletto, per le scienze sacre erano le prime del mondo, vo’ dire la Sapienza, e l’Università Gregoriana sotto il nome di Collegio Romano. Questa gliel hanno sbandata e soppressa, quella gliel hanno ritolta e contaminata. Il Papa non ha più uno Studio, dove far insegnare solennemente la scienza della fede e cristianamente le scienze civili. E tutta quella gioventù che ivi accorreva, che ivi si formava alle scienze dei sacri canoni, della teologia, delle sante Scritture, della polemica, che forniva poi alle Congregazioni, al governo della Chiesa, la copia necessaria di sapienti sacerdoti, consultori e prelati, tutta quella gioventù dove è andata? È scomparsa del tutto. Rimangono alcuni Collegi particolari che, come appartenenti a nazioni estere, se poterono essere molestati, spogliati a mezzo delle rendite, non poterono essere soppressi. Ma qual prò dell’averli se a mano a mano siano privi di quei professori illustri che già vi attraevano tanta gioventù, e se per la confusione delle cose umane e divine che regna in Roma, riesce pericoloso il mandarveli? Ora io non so che cosa possa parerne ad altri, ma a me sembra pur qualche cosa che il Maestro delle nazioni sia condannato a non potere aprire uno Studio secondo la legge cristiana. E pel culto cattolico che cosa può fare? Avrebbe debito di promuoverlo col lustro delle sacre funzioni con la riverenza mantenuta ai sacri ministri, col non tollerar nulla che gli riuscisse di spregio. Si, ma si provi il Papa a bandire una processione, a prescrivere una solennità, a promuovere una mostra esterna di fede senza che se ne impensierisca il Governo, senza che ne impedisca tutto quello che è esteriore: sono poliziotti, sono gendarmi, sono guardie di ogni colore e di ogni nome, che hanno sempre qualche pretesto per infierire contro i fedeli sin nelle chiese, come avvenne al Gesù ed in S. Pietro. La libertà, la protezione, il favore è tutto riserbato per gli eterodossi, pei dileggiatori delle cose sante, per i frammassoni che accompagnano i loro frammassoni alla tomba, per le mascherate che deridono sacrilegamente le persone e le cerimonie di santa Chiesa. All’ombra dell’attuale Governo, le sètte più luride che appestino Europa ed America poterono ergere oltre a dodici sinagoghe nella città del Vicario di Cristo in pochi anni. Son pure fatti che significano qualche cosa.Non parlo delle Opere Pie che sono l’esplicamento naturale della fede di Gesù Cristo, opere che dal Papa debbono essere sopravvegliate, rette, amministrate da lui essenzialmente: perocché è chiaro che il Papa nella Roma di oggidì non può non dico fare un regolamento per un ospedale, dare una norma per un orfanotrofio, divisare un provvedimento per i poveri, ma non può mutare un inserviente scandaloso, od un direttore inetto in qualsiasi amministrazione di carità dalla Chiesa istituita e mantenuta. Or tutte queste prodezze della rivoluzione a taluni paiono la cosa più naturale del mondo, ma chi sa che non abbiano tutto il torto quelli che la reputano una violenza atroce fatta ai diritti di Gesù Cristo e di santa Chiesa?Finalmente, per restringere tutto in poche parole, ecco quali sono le condizioni che la rivoluzione in Italia ha fatte al sommo Pontefice. Il Papa ha stretta obbligazione di attuare tutte le istituzioni che Cristo ha poste nella sua Chiesa, e prima che in qualsivoglia altro luogo, conviene al suo decoro che le venga attuando nella sua diocesi propria. Ora nella stessa sua Roma egli è costretto a vedere coi propri occhi impunemente ed efficacemente manomessa, impedita, proscritta la professione dei consigli evangelici. Egli ha debito di governare tutte le nazioni cristiane indirizzandole al termine dell’eterna salvezza: e proprio nella sua Roma ha da sostenere la sottrazione di tutti i mezzi materiali e morali che sono richiesti ad opera così vasta. Egli ha debito di ammaestrare tutte le genti e soprattutto i pargoli: e deve vedere con i suoi occhi strappato il popolo ed i pargoli al suo insegnamento, perché sia dato in preda a turbe di maestri corrotti e corrompitori di ogni sano principio e di ogni buon costume nella stessa sua Roma. Egli ha obbligo di impedire gli scandali per quanto può privati e pubblici che contaminano i grandi ed i piccoli nelle città e nei regni: ed è costretto a sostenere nella sua Roma gli scandali più infami contro la fede e la morale nei teatri e nelle feste pubbliche. Egli ha obbligo, come Maestro dei Cristiani, di proibire la stampa rea vuoi dei giornali, vuoi dei libri; ed è costretto a vedere nella sua Roma una turba di giornalisti, di romanzieri, di pubblicisti di ogni fatta che impugnano la esistenza di Dio, la divinità di Cristo, e fino le leggi stesse della natura. Egli ha obbligo di mantener in fiore il culto divino, la solennità delle sacre funzioni, la riverenza ai ministri dell’altare, perché non si diminuisca il concetto verso le cose sante: ed ha da vedere nella sua Roma impedite le funzioni esterne della Chiesa, trascinati ai tribunali i suoi sacerdoti e la sua stessa persona travolta nel fango perfino dai deputati del parlamento. Insomma egli è il Vicario di Cristo, Sposo di santa Chiesa, Padre di tutti i credenti, Clavigero del regno dei Cieli, e là dove Cristo lo ha collocato ad esercitare sì eccelsi uffici deve vedere, impotente a rimediarvi, ergersi templi di falso culto, dilacerarsi la Chiesa, strapparsi dal seno delle verità i suoi figliuoli e chiudersi per anime senza numero la via del cielo.Sono vere o sono false tutte queste accuse? Se sono vere, come è manifesto, altro che prigioniero deve dirsi il sommo Pontefice, esso è fra le catene di una tirannia che lo odia, che lo beffeggia, che l’avversa, che lo inceppa in tutto quello che è più essenziale al suo ministero. Hanno pertanto buon garbo davvero quei grandi uomini che si fanno le grasse risa sopra il sommo Pontefice, quando si dichiara posto sotto autorità che gli è nemica: e garbo anche maggiore ha Giulio Simon presidente del ministero di Francia, quando dall’alto della sua presidenza ministeriale definisce ex tripode in servigio della rivoluzione che al Papa nulla manca di quanto gli è necessario al governo di santa Chiesa. Resterebbe solo a chiedergli per isfogo di una giusta curiosità, quale scopo abbia questa sua dichiarazione. E balordaggine che nulla vede? Non si può supporre neppure in un ministro rivoluzionario. E viltà d’animo per attirarsi le simpatie del Governo italiano? La Francia non è ancora caduta si basso da mendicare la protezione dell’Italia. Vuole egli beffarsi dei Cattolici dell’universo? È impresa a cui non si riesce. Vuole sfogare contro la Chiesa la bile frammassonica che lo divora? si scopre troppo da se medesimo. Che cosa sarà adunque? un effetto di tutte queste cause riunite insieme? Lo risolva il lettore. – Io passo ad aggiungere un’altra osservazione, ed è che, stando in questi termini le cose, il Papa, anche quanto alla sua persona, è a tutto rigore di verità prigioniero. E vaglia la verità a che serve il dire al Papa che esca dal suo palazzo, che dispieghi in pubblico la maestà delle sue funzioni, che respiri e goda le aure della libertà introdotta in Roma, quando non solo non è assicurato che gli verrà mantenuta la riverenza dovuta al suo grado, ma è moralmente certo che gli sarà perduto ogni rispetto e sarà fatto segno di ogni insulto più grave? E se il cielo vi salvi, non gli fu promessa dalla rivoluzione l’inviolabilità della persona come a sovrano monarca? Or bene, non è piena Roma delle caricature più luride ed oscene contro la maestà del Pontefice? E quando il Governo ne ha impedito l’esposizione e la vendita? Non sono stati gli atti della sua autorità dichiarati fuori di ogni sindacato? Eppure qual è quel giornalista cosi oscuro che non faccia risalire sino alla persona di lui le critiche più virulente ed amare? Qual è quel deputato cotanto abietto che, svillaneggiando nel parlamento di Roma il Vicario di Gesù Cristo, non ottenga gli applausi dei suoi onorandi colleghi? E quando di tutto ciò o camere, o ministri fecero risentimento? Più, la stessa sua persona non fu esposta a pubblico strazio in mascherate solenni, in orge popolari sotto gli occhi delle milizie che lasciavan fare; della polizia che batteva palma a palma? E dopo tutti questi fatti, avvenuti al cospetto di tutta Europa, trarranno innanzi con le mani piegate e col collo torto i nostri dabben liberali ad esclamare: Oh perché il Papa non si mostra in pubblico, oh perché i Gesuiti ce lo sequestrano? Perché lo rapiscono al nostro amore, alle nostre ovazioni? Ah tristi ed imbecilli, rispondete una parola se l’avete. Un Governo che lo protegge si efficacemente in tutte queste cose si gravi, dà fiducia che lo proteggerà meglio nella sua persona? Lo proteggerà in quelle strade in cui l’ha lasciato calpestare in effigie? In quelle chiese dove ha mandato i suoi soldati a percuotere i fedeli? Su quelle piazze dove ha imprigionato chi lo applaudiva? Che i cattolici siano semplici è bene, poiché cosi l’ha consigliato il Maestro divino, ma che siano stupidi da non comprendere le cose più chiare, niuno l’ha mai consigliato: anzi ci fu comandato di accoppiare alla semplicità la prudenza. Che però non crediamo a costoro che orde di popolani che il Governo ha sedotte per averle complici, a cui ha persuaso lungamente nelle conventicole operaie e nelle congreghe frammassoniche, il Papa essere il gran nemico d’Italia, che non hanno a temere per qualunque loro eccesso repressione di sorta, non crediamo, lo ripeto, che siano per riverirne la persona, riconoscerne la dignità. Noi non lo crediamo e con noi non lo crede il sommo Pontefice, non lo crede il sacro Collegio dei Cardinali, non lo credono quanti sono Cattolici sinceri: e tutti trovano necessario che la più grande autorità che sia al mondo, non si getti tra le mani ad agli insulti degli empi suoi nemici, e non si affidi alla discrezione di tali che stanno dando saggio di si squisita discrezione. Il perché rimane evidente fino a tanto che egli è per tal modo sotto la podestà de’ suoi nemici, è anche prigioniero nella sua persona.

II. Ma vi è la legge delle guarentigie che assicura al sommo Pontefice la libertà. Piano, che non v’è proprio nulla che assicuri nulla. Nei capi antecedenti abbiamo dimostrato che la rivoluzione non poteva, non voleva dare al Vicario di Cristo libertà alcuna: qui soggiungiamo che di fatto non l’ha data, e confermeremo che né può né vuole darla minimamente. Che non l’abbia data è manifesto da quanto abbiamo ragionato testé. Con tutte le guarentigie del mondo, al Papa sono state tolte di fatto tutte le libertà sopradescritte e tutte essenzialissime al suo ministero. Insegnamento ne’ collegi e nelle università, Ordini religiosi, possibilità di formar chierici, sacerdoti, consultori, ministri per le molteplici necessità della Chiesa, Opere Pie d’ogni ragione, tutto gli è stato Alla sua persona fu tolto il palazzo del Quirinale, la sede dei Conclavi, la inviolabilità dalle critiche e dagli oltraggi. In che si risolvono adunque le guarentigie? In nulla.E non potevano risolversi in altro, poiché esse sono in se stesse un assurdo. Infatti, perché fossero qualche cosa, esse dovrebbero essere un’assicurazione fatta al mondo cristiano che il sommo Pontefice mai non verrà spogliato di quei diritti che sono essenziali al suo ufficio. Ora a chi è stata fatta questa assicurazione? al Papa? No, perché gli si diede quello che si volle, senza che egli fosse consultato e con lui non si contrasse verun impegno. È una convenzione fatta con le Potenze cattoliche, con le quali si sia stretto un contratto bilaterale? Neppure. Le Potenze conobbero la legge detta delle guarentigie dai giornali, non la stipularono, si rifiutarono persino a riconoscerla. Hanno qualche consistenza almeno nella natura dell’atto con cui si è stabilita? Tutto il contrario, sono una legge fatta dal parlamento, e sotto di un ministero, che può essere attenuata od abrogata da qual si voglia ministero e parlamento. Chiamare adunque guarentigie, assicurazioni un tal atto, non è che un pigliarsi gabbo dei Cattolici ed al danno aggiunger le beffe. – Come dunque si condusse la rivoluzione a questo atto? Ebbe le sue belle e buone ragioni. Per quanto losca d’ingegno, capì la framassoneria che il mondo cattolico aveva diritto sulla libertà del suo Capo supremo, temé che i Governi potessero prendere le parti dei loro sudditi Cattolici e farne risentimento: quindi pose le mani avanti, finse di riconoscere la necessità del Pontefice libero, tolse anzi sopra di sé il provvedervi, e con la gherminella delle guarentigie l’accoccò a quei balordi che si appagano delle apparenze, e contentò quelli che principalmente volevano confiscato il temporale, perché fosse atterrata l’autorità spirituale. Nel qual tranello però si vede tutta l’iniquità degli usurpatori del temporale dominio del Pontefice. Imperocché se essi stessi riconoscono che il Papa ha diritto alla sua indipendenza, che i popoli cristiani possono insorgere per tutelarli, come è che poi credono di soddisfare a diritti reali con un dono grazioso di semplice cortesia? Eppure le guarentigie sancite per il Papa non sono altro che una cortesia del Governo italiano. Lo hanno detto mille volte i nostri supremi legislatori, quando hanno ventilato quelle magnanime loro concessioni. Lo hanno ripetuto quando hanno affermato che, come il Governo le ha concedute, cosi le può sminuire, abrogare secondo l’opportunità ed il bisogno. Quindi, mentre da una parte concedendole, vengono a riconoscere che il Pontefice ha diritto ad averle, dall’altra pretendendo di menomarle ed abrogarle a talento, vengono a confessare che ai diritti di lui non portano verun rispetto. Or la Cristianità potrà mai tollerare in pace che il suo Capo, il Vicario di Cristo sia trattato cosi indegnamente? Quando il Governo italiano usasse ogni più squisito riguardo al Papa, ancora non sarebbe tollerabile che il Papa gli fosse soggetto: perocché ai fedeli non basta che il loro Padre sia trattato convenientemente per cortesia dell’uno o dell’altro, ha diritto che sia assicurata la libertà di lui da ben altro che dal buon volere d’un ministro o di un principe. Niuno accetta a titolo di grazia quello a cui ha diritto. E se venisse fuori una legge che vi desse facoltà di mangiare, di bevere e vestir panni, voi ridereste della legge e del legislatore, perché a quelle opere avete diritto, senza che vi metta il naso nessun magistrato, dalla stessa legge naturale e divina. Or similmente il mondo cristiano non vuole che il Vicario di Cristo sia libero nelle sue attribuzioni per concessione di Nicotera o di Depretis, ma il vuole in quel modo e per quelle ragioni per cui l’ha fatto libero il divin Redentore. Molto più che, qualunque siasi il Governo italiano e quali che siano i ministri che lo reggono ed i parlamenti che vi fanno le leggi, non saranno poi mai altro che nemici personali del romano Pontefice. Essi medesimi vantandosene hanno detto e più volte replicato che sono tutti rivoluzionari, che è quanto dire vecchi cospiratori, fondiglia di società frammassoniche scomunicate da Santa Chiesa, che hanno pescato in tutte le rivolte degli anni scorsi, come lo dichiarano i loro nomi e le loro gesta. Fatta qualche rara eccezione di pochi illusi che s’imbrancano in quelle file perché non intendono l’obbedienza Cattolica, la grande maggioranza di essi sono uomini senza fede, senza Religione, amici e fautori di ogni culto purché non sia Cattolico, nemici e disapprovatori d’ogni pratica religiosa solo che sia cristiana. Né questo è un calunniarli, poiché i libri che parecchi di loro hanno stampato, ed i discorsi che pubblicamente hanno tenuto, e l’approvazione con cui hanno accolto quelli che li tenevano, lo tolgono di ogni dubbio. Quindi né sono, né possono essere che nemici personali del Vicario di Cristo, quando sono cosi avversi a quella Religione di cui egli è il Capo supremo. Ed a chi ancora ne dubitasse potremmo dire: aprite dunque una volta gli occhi e vedete quel che da venti e più anni a questa parte hanno fatto. Quale delle libertà cattoliche non hanno osteggiata, assalita e inceppata per quanto era in loro? come hanno tolta al Papa la libertà, cosi hanno incagliata l’opera dei Vescovi e dei sacerdoti. Se trovano questi ligi al loro pensare li armano e sostengono contro dei Vescovi, se li trovano contrarli, negano loro fin gli ultimi avanzi delle rendite non ancor confiscate. I Capitoli dei canonici altri totalmente soppressi, altri diminuiti di numero e di entrate. Le doti dei seminari messe all’incanto. Gli atti di culto pubblico attraversati, l’esercito senza cappellani, i preti sotto la leva militare, le scuole senza Catechismo ed obbligatorie, il matrimonio dissacrato, i Cattolici sinceri tolti spesso d’impiego, gli empi posti in onore, le rendite delle Opere Pie parte confiscate, parte stornate dal loro scopo, parte dissipate per impinguare una turba di amministratori, pressoché tutte tolte di mano al clero. Ogni giorno che passa porta a Cristo un nuovo affronto, alla Chiesa una nuova ferita, alla Religione Cattolica un nuovo sfregio, al popolo cristiano un nuovo ostacolo al bene, ed il Governo spesso d’accordo coi municipi che ha formato a sua somiglianza, fa quanto può per distruggere ed annientare il Cattolicismo. Pertanto se questi son fatti innegabili a chiunque abbia mente per intendere, occhi per vedere, riesce manifesto che gli autori di sì gloriose imprese non possono non essere sommamente avversi al romano Pontefice. Ora gli è proprio a questa genia malnata di atei, di deisti, di razionalisti, di empi d’ogni colore e di ogni nome, che tocca a vegliare sul romano Pontefice, a concedergli prima e poi a mantenergli le guarentigie necessarie al suo pastoral ministero! Ah se non si trattasse del più orrido sacrilegio che ricordino gli annali dell’umanità, del più perfido tradimento che mai siasi formato ad intere generazioni che restano spogliate della fede e quindi della vita eterna, sarebbe argomento da destare risa inestinguibili a lutto l’uman genere. Un parlamento come l’italiano a far leggi di guarentigie pel Papa! Ministri come un Cavour, un Rattazzi, un Sella, un Nicotera, un Mancini a custodirle e recarle in atto! Oh præclarum custodem ovium, ut aiunt, lupum! Il perché ornai a me sembra abbastanza chiaro ed evidente che né il Papa è libero, né bastano né basteranno in eterno le guarentigie del Governo italiano a renderlo tale. Dunque che cosa ne seguirà? Ci penserà Iddio, il quale non ha ancora emancipato il mondo, checché altri ne creda, e molto meno ha tolto alla Chiesa il suo amore e con l’amore il suo patrocinio e la sua difesa.

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L’autore di queste vibranti parole, piene di sdegno verso i frammassoni persecutori, e di amore filiale per il Santo Padre prigioniero, aveva immaginato che questo era quanto di peggio potesse capitare al Sommo Pontefice ed alla Cristianità tutta dell’epoca. Ma si sbagliava purtroppo, perché l’attuale situazione è ben peggiore ed ha toccato il fondo di ogni voragine. Il Santo Padre, Gregorio XVIII, eletto il 3 maggio del 1991, successore di Gregorio XVII, è prigioniero ed impedito ancor più di Pio IX costretto all’esilio di Gaeta e poi del Vaticano, e ridicolizzato dalle farsesche leggi delle guarentigie, promulgate da corrotti frammassoni servi di “coloro che odiano Dio, il suo Cristo, i Cristiani e tutta l’umanità”, … ed odiano pure i frammassoni di cui si servono nei loro piani diabolici. Questi scellerati, dal 26 ottodre del 1958, hanno esiliato il Santo Padre, in modo da renderlo invisibile, inesistente agli occhi dei fedeli, e lo hanno sostituito con una serie di “pupazzi” eretici ed a-cattolici che, insediati, usurpandoli truffaldinamente, nei palazzi sacri e nelle chiese Cattoliche, hanno costituito l’anti-chiesa dell’uomo che, dovendo essere ferocemente anticristiana, non poteva fondarsi su un vero Papa divinamente assistito e Vicario di Cristo, perché questi non avrebbe mai ceduto a proclamare eresie, blasfemie, falsità, modifiche sataniche della dottrina rivelata. Essi avevano bisogno di un falso “papa”, di un “papocchio”, un frammassone possibilmente kazaro, prono alle richieste dei suoi mentori e del capo supremo delle logge: lucifero, il cosiddetto “signore dell’universo”, il baphomet delle logge di qualsiasi obbedienza ed abominio degli altari del novus ordo. Quindi a questi “signori”, ai servi dell’antiCristo, occorreva ed occorre ancora, che ci sia il vero Papa, un Papa “oscurato”, impedito in ogni sua manifestazione, controllato in ogni sua mossa, ventiquattro ore al giorno, da apparenti “protettori”, ma ben vivo e vegeto, possibilmente in buona salute, perché paradossalmente costituisce il garante dei “papocchi” a-cattolici-kazari che occupano la Sede Apostolica che, in tal modo, sicuramente non sono Papi, né formali, né materiali ( “… Roma perderà le fede e sarà la sede dell’anti-Cristo” … apparizione di La Salette! – “L’Apostasia nella Chiesa comincerà dal suo vertice” … apparizione di Fatima). Ovviamente è pure indispensabile una Gerarchia minima, anch’essa impedita, controllata e dispersa, ma viva e vegeta, permessa per poter evidentemente organizzare un nuovo conclave che “garantisca” l’elezione di un nuovo vero Papa, a sua volta garanzia del falso “papocchio”, burattino dell’anti-Cristo. È  esattamente quello che San Paolo profetizza nella II Epistola ai Tessalonicesi, quando dice che il “katachon” sarà messo da parte (… non ucciso o eliminato, ma « messo da parte », perché possa apparire l’anti-Cristo, … che precisione di termini! … ἒως ἐκ μέσου γένηται = de medio fiat). Padre Secondo Franco, l’autore del discorso riportato, non immaginava certamente che la situazione pontificia romana che lo infiammava di tanto ardore apostolico, fosse solo una fase transitoria nella realizzazione dei piani satanici della setta infernale. Oggi ne vediamo la piena realizzazione ma … non è finita, ne vedremo ancora delle belle, Gesù ce l’ha promesso e San Paolo lo ha profeticamente confermato nella lettera citata, così come S. Giovanni nell’Apocalisse.

Et IPSA conteret caput tuum!