MESSA DELL’EPIFANIA

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Introitus

Malach III:1; 1 Par XXIX:1

Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium.

Ps LXXI:1 Deus, judícium tuum Regi da: et justítiam tuam Fílio Regis. V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto. R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in saecula saeculórum. Amen Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium

[Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero. Ps 71:1 – O Dio, concedi al re il tuo giudizio, e la tua giustizia al figlio del re. V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo. R. Come era nel principio è ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]

Orémus.

Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum géntibus stella duce revelásti: concéde propítius; ut, qui jam te ex fide cognóvimus, usque ad contemplándam spéciem tuæ celsitúdinis perducámur.

[O Dio, che oggi rivelasti alle genti il tuo Unigenito con la guida di una stella, concedi benigno che, dopo averti conosciuto mediante la fede, possiamo giungere a contemplare lo splendore della tua maestà.]

Lectio Léctio Isaíæ Prophétæ. Is LX:1-6

Surge, illumináre, Jerúsalem: quia venit lumen tuum, et glória Dómini super te orta est. Quia ecce, ténebræ opérient terram et caligo pópulos: super te autem oriétur Dóminus, et glória ejus in te vidébitur. Et ambulábunt gentes in lúmine tuo, et reges in splendóre ortus tui. Leva in circúitu óculos tuos, et vide: omnes isti congregáti sunt, venérunt tibi: fílii tui de longe vénient, et fíliæ tuæ de látere surgent. Tunc vidébis et áfflues, mirábitur et dilatábitur cor tuum, quando convérsa fúerit ad te multitúdo maris, fortitúdo géntium vénerit tibi. Inundátio camelórum opériet te dromedárii Mádian et Epha: omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.

[Lettura del Profeta Isaia: Sorgi, o Gerusalemme, sii raggiante: poiché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è spuntata sopra di te. Mentre le tenebre si estendono sulla terra e le ombre sui popoli: ecco che su di te spunta l’aurora del Signore e in te si manifesta la sua gloria. Alla tua luce cammineranno le genti, e i re alla luce della tua aurora. Leva gli occhi e guarda intorno a te: tutti costoro si sono riuniti per venire a te: da lontano verranno i tuoi figli, e le tue figlie sorgeranno da ogni lato. Quando vedrai ciò sarai raggiante, il tuo cuore si dilaterà e si commuoverà: perché verso di te affluiranno i tesori del mare e a te verranno i beni dei popoli. Sarai inondata da una moltitudine di cammelli, dai dromedarii di Madian e di Efa: verranno tutti i Sabei portando oro e incenso, e celebreranno le lodi del Signore.]

Graduale

Isa LX:6; LX:1 Omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes. V. Surge et illumináre, Jerúsalem: quia glória Dómini super te orta est. Allelúja, allelúja [Verranno tutti i Sabei portando oro e incenso, e celebreranno le lodi del Signore. Sorgi, o Gerusalemme, e sii raggiante: poiché la gloria del Signore è spuntata sopra di te. Allelúia, allelúia.]

Alleluja

Matt II:2. Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum. Allelúja.

[Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni per adorare il Signore. Alleluja.

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum

Gloria tibi, Domine!

Matt II:1-12

Cum natus esset Jesus in Béthlehem Juda in diébus Heródis regis, ecce, Magi ab Oriénte venerunt Jerosólymam, dicéntes: Ubi est, qui natus est rex Judæórum? Vidimus enim stellam ejus in Oriénte, et vénimus adoráre eum. Audiens autem Heródes rex, turbatus est, et omnis Jerosólyma cum illo. Et cóngregans omnes principes sacerdotum et scribas pópuli, sciscitabátur ab eis, ubi Christus nasceretur. At illi dixérunt ei: In Béthlehem Judae: sic enim scriptum est per Prophétam: Et tu, Béthlehem terra Juda, nequaquam mínima es in princípibus Juda; ex te enim éxiet dux, qui regat pópulum meum Israel. Tunc Heródes, clam vocátis Magis, diligénter dídicit ab eis tempus stellæ, quæ appáruit eis: et mittens illos in Béthlehem, dixit: Ite, et interrogáte diligénter de púero: et cum invenéritis, renuntiáte mihi, ut et ego véniens adórem eum. Qui cum audíssent regem, abiérunt. Et ecce, stella, quam víderant in Oriénte, antecedébat eos, usque dum véniens staret supra, ubi erat Puer. Vidéntes autem stellam, gavísi sunt gáudio magno valde. Et intrántes domum, invenérunt Púerum cum María Matre ejus, hic genuflectitur ei procidéntes adoravérunt eum. Et, apértis thesáuris suis, obtulérunt ei múnera, aurum, thus et myrrham. Et re sponso accépto in somnis, ne redírent ad Heródem, per aliam viam revérsi sunt in regiónem suam,

[Seguito ✠ del Santo Vangelo secondo Matteo. R. Gloria a Te, o Signore! Matt II:1-12

Nato Gesú, in Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode, ecco arrivare dei Magi dall’Oriente, dicendo: Dov’è nato il Re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Sentite tali cose, il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme. E, adunati tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, voleva sapere da loro dove doveva nascere Cristo. E questi gli risposero: A Betlemme di Giuda, perché cosí è stato scritto dal Profeta: E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei la minima tra i príncipi di Giuda: poiché da te uscirà il duce che reggerà il mio popolo Israele. Allora Erode, chiamati a sé di nascosto i Magi, si informò minutamente circa il tempo dell’apparizione della stella e, mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e cercate diligentemente il bambino, e quando l’avrete trovato fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo. Quelli, udito il re, partirono: ed ecco che la stella che avevano già vista ad Oriente li precedeva, finché, arrivata sopra il luogo dov’era il bambino, si fermò. Veduta la stella, i Magi gioirono di grandissima gioia, ed entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua madre qui ci si inginocchia e prostratisi, lo adorarono. E aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non passare da Erode, tornarono al loro paese per un altra strada. – Lode a Te, o Cristo.]

Sermone di san Leone Papa

Sermone 2 sull’Epifania

Gioite nel Signore, o dilettissimi, di nuovo dico, gioite: perché dopo breve intervallo di tempo dalla solennità della Nascita di Cristo, risplende la festa della sua manifestazione: e colui che in quel giorno la Vergine diede alla luce, il mondo l’ha riconosciuto quest’oggi. Infatti il Verbo fatto uomo dispose il suo ingresso nel mondo in tal maniera, che il bambino Gesù fu manifestato ai credenti e occultato ai suoi persecutori. Fin d’all’ora dunque «i cieli proclamarono la gloria di Dio, e il suono della verità si sparse per tutta la terra» (Ps. 18,1), quando una schiera d’Angeli apparve ai pastori per annunziare loro la nascita del Salvatore, e una stella fu di guida ai Magi per venire ad adorarlo; affinché dall’oriente fino all’occidente risplendesse la venuta del vero Re, perché così i regni d’Oriente appresero dai Magi gli elementi della fede, ed essi non rimasero nascosti all’impero Romano. – Poiché anche la crudeltà d’Erode, che voleva soffocare in sul nascere il Re che gli era sospetto, serviva, a sua insaputa, a questa diffusione della fede; ché, mentre intento a un atroce delitto perseguitava, con un massacro generale di bambini, l’ignoto bambino, ovunque più solennemente si spargeva la fama della nascita annunziata dal dominatore del cielo, rendendola più pronta e più atta alla divulgazione, e la novità d’un segno nuovo nel cielo e l’empietà del crudelissimo persecutore. Allora pertanto il Salvatore fu portato anche in Egitto, affinché questo popolo, in preda a vecchi errori, fosse preparato, con una grazia secreta, a ricevere la sua prossima salute; e affinché, prima ancora d’aver bandito dall’animo la superstizione, ricevesse già ospite la stessa verità. – Riconosciamo dunque, o dilettissimi, nei Magi adoratori di Cristo, le primizie della nostra vocazione e della nostra fede; e con animo esultante celebriamo i princìpi di questa beata speranza. Poiché fin d’allora cominciammo ad entrare nell’eterna eredità: fin d’allora ci si scoprirono i passi misteriosi della Scrittura intorno a Cristo; e la verità, che la cecità dei Giudei non accolse, sparse la sua luce in tutte le nazioni. Onoriamo dunque questo santissimo giorno in cui l’Autore della nostra salute s’è fatto conoscere: e quello che i Magi adorarono bambino nella culla, noi adoriamolo onnipotente nei cieli. E come quelli coi loro tesori offrirono al Signore dei mistici doni, così ancor noi sappiamo cavare dai nostri cuori dei doni degni di Dio.

Omelia di san Gregorio Papa

Omelia 10 sul Vangelo

Come avete udito, fratelli carissimi, nella lettura del Vangelo, un re della terra si turba alla nascita del Re del cielo: ciò perché ogni grandezza terrena rimane confusa allorché si manifesta la grandezza del cielo. Ma noi dobbiamo cercare perché, alla nascita del Redentore, un Angelo apparve ai pastori nella Giudea, mentre non un Angelo, ma una stella condusse i Magi d’Oriente ad adorarlo. Perché cioè i Giudei, servendosi della ragione per conoscerlo, era giusto che lo annunziasse loro una creatura ragionevole, vale a dire, un Angelo: mentre invece i Gentili, perché non sapevano servirsi della ragione, vennero condotti a conoscere il Signore non per mezzo d’una voce, ma con dei segni. Onde anche Paolo dice: «Le profezie sono date ai fedeli e non agl’infedeli; i segni al contrario agl’infedeli e non ai fedeli» (1Cor. 14,22). E così a quelli son date le profezie, perché erano fedeli, non già infedeli; e a questi sono dati i segni, perché erano infedeli, e non fedeli. – Ed è a notare, che allorquando il nostro Redentore sarà giunto all’età d’uomo perfetto, gli Apostoli lo predicheranno agli stessi Gentili, mentre bambino e non ancora capace di parlare con gli organi corporali, una stella lo annunzia alla Gentilità: ciò senza dubbio perché l’ordine della ragione richiedeva che fossero dei predicatori che parlassero per farci conoscere il Signore, quando lui stesso avesse parlato, e che dei muti elementi l’annunziassero quando egli non parlava ancora. Ma in tutti i prodigi che apparvero sia alla nascita del Signore, sia alla morte di lui, noi dobbiamo considerare quale fu la durezza di cuore di quei Giudei, i quali non lo riconobbero né al dono della profezia, né ai suoi miracoli. – Tutti infatti gli elementi resero testimonianza alla venuta del loro autore. E per parlare di essi secondo il linguaggio umano: i cieli lo riconobbero Dio, perché inviarono subito la stella. Lo riconobbe il mare, perché sotto i suoi piedi si dimostrò traversabile. Lo riconobbe la terra, perché tremò alla morte di lui. Lo riconobbe il sole, perché nascose la luce dei suoi raggi. Lo riconobbero i sassi e le pareti, perché al momento della sua morte si spezzarono. Lo riconobbe l’inferno, perché restituì i morti che teneva. E tuttavia, colui che tutti gli insensibili elementi riconobbero per Signore, i cuori degli infedeli Giudei ancora non lo riconoscono per Dio, e, più duri dei sassi, non si vogliono aprire al pentimento.

Omelia di S.S. Gregorio XVII per

EPIFANIA (1977)

Parrebbe, cari fedeli, che l’odierna solennità sia destinata soltanto a ricordare il fatto della venuta dei Magi, che avete sentito raccontare ora nella lettura del Santo Vangelo (Mt II, 1-12), ma non è così. Questa solennità ha un respiro molto più ampio, e questo respiro molto più ampio ci è indicato dalle letture che hanno preceduto quella del Vangelo. – Ma quello che impressiona è il cantico – perché in realtà è un cantico -, che abbiamo sentito leggere nella prima lettura ed è tolto dal cap. LX del profeta Isaia (vv. 1-6). Questo capitolo ha un andamento non solo poetico, ma trionfale, ed è questo che dobbiamo cogliere ed è questo che ci dà la dimensione forse più profonda di questa solennità. Cosa dice Isaia in quel cantico? Dice questo: rinnova la promessa contenuta già nel cap. 54 della stessa profezia del ritorno dall’esilio che doveva ancora accadere – sarebbe accaduto quasi tre secoli dopo -, dall’esilio babilonese, e pertanto canta la ricostruzione di Gerusalemme. Ma come è solito nella letteratura tanto del Vecchio quanto del Nuovo Testamento, dal fatto contingente nel tempo l’agiografo si leva alla considerazione universale e dalla Gerusalemme materiale, capitale della Palestina, sorge contemplare un’altra Gerusalemme, un’altra città, un altro regno. La chiama Gerusalemme, ma in senso figurato, che aduna tutto il mondo, che porta tutto il mondo, da tutte le genti, con tutte le lingue, con tutti i canti, verso Colui che deve venire. Cioè la prima lettura ci dice questo: che l’Epifania, manifestazione globale di Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, è anche e soprattutto la vocazione di tutte le genti alla fede, cioè la chiamata delle genti a Gesù Cristo. Ed è questo il punto sul quale io voglio attirare la vostra attenzione. – La chiamata di tutte le genti costituisce un mistero, e ve ne accorgerete da quello che sto per dire. Ed un mistero sotto diversi aspetti. Anzitutto la chiamata di tutte le genti non significa la connversione di tutte le genti, per la ragione che Dio chiama, ma lascia liberi, perché rispetta la libertà che ha donato; è coerente Iddio, non lo siamo noi, generalmente, ma Lui sì. Rispetta questa libertà, che è il fondamento del valore personale, del merito personale dell’uomo. Pertanto chiamata universale non significa cammino universale, anche se questo cammino universale è adombrato nel cantico di Isaia. Chiamata delle genti: noi restiamo un po’ sopra pensiero, perché ne vediamo molte riottose, ne vediamo molte poco fedeli, ne vediamo molte ancora nelle tenebre. Sì, il Vangelo è annunziato fino agli estremi della terra – tant’è vero che il giorno di Natale è sentito da tutto il mondo, cristiani e non cristiani -, ma le cose non sono così completamente perfette e limpide. Questa chiamata delle genti lascia il cielo coperto, soltanto si vede qua e là qualche sprazzo di sereno e questo è un mistero per noi, ma non tanto. Perché? Per questo motivo: nella Sacra Scrittura è asserito che Dio vuole salvi tutti gli uomini (cfr. I Tim II, 4) e non vuole che alcuno di essi perisca. – Questo è quello che vuole Dio: desiderio divino, ma non desiderio tale da pigliar per il collo gli uomini. Però indica che Dio da parte Sua fa tutto perché tutti gli uomini siano salvi. Ed è proprio da quest’affermazione della Sacra Scrittura che la dottrina cattolica ha derivato un’affermazione dottrinale certa e che non può essere messa in dubbio: che Dio dà a tutti gli uomini la grazia necessaria per salvarsi. È questo il mistero: come, quando, in che modo noi non lo constatiamo; lo sappiamo, perché l’ha detto, ma non lo constatiamo. E a questo punto sul margine del corpo visibile, societario, gerarchico della Chiesa siamo obbligati a spaziare sul mare immenso di cui non conosciamo i confini, cioè sulla moltitudine di quegli uomini che furono, che sono e che saranno e che attraverso un filo sottile e segreto, non iscritto nei fatti esterni e umani, Dio chiama a sé, ne ascolta anche la più piccola risposta affermativa data nel semplice ordine naturale, la accoglie e porta a perfezione, compiendo Lui, al di la della constatazione esterna, quanto occorre perché si abbia l’atto di fede esplicita nei misteri principali della Trinità e dell’Incarnazione ed implicita su tutto il rimanente corpo rivelato e perché si abbia l’atto di adesione a Dio, e attraverso questo atto di fede e di amore possa avvenire la salvezza. Badate che questo mare va all’infinito. Chi lo può contare? E il mistero di Dio! Non è un mistero nel fatto che esiste, è un mistero nel modo per cui si realizza. Per cui la famiglia di Dio non è larga quanto è compresa negli annuari. No, molto di quelli che sono compresi negli annuari della Chiesa ci sono ben poco e alcuni che sembrano esserci e scritti a caratteri anche a rilievo non ci sono affatto, perché hanno perduta la fede e l’hanno corrotta; e senza fede, che è adesione alla verità certa, è impossibile – parlo con le parole della Scrittura -, è impossibile piacere a Dio (cfr. Eb XI,6). Ma i confini del Regno di Dio veramente si estendono su tutta la terra, e noi, che qualche volta possiamo essere colti da un pensiero di superbia, come ad essere i privilegiati, i vicini, i carismatici, noi dobbiamo umilmente riconoscere che al di là del cerchio visivo dei nostri poveri occhi esistono tante altre anime che piacciono a Dio, che sono sulla via della salvezza. Ne esistono anche tante che hanno detto di no e diranno di no. Ci saranno giusti e ci saranno reprobi all’ultimo giudizio di Dio – ce lo dice il Vangelo -, ma ci sono tanti altri che dicono di sì. Dio non concede a noi per ragioni Sue, che forse in parte possiamo intuire, di avere la visione dettagliata di questo stupendo e trionfale accorrere da tutte le genti a Cristo Redentore, al Verbo di Dio incarnato, ma sappiamo che c’è ed è questo che rende grande il giorno della Epifania del Signore festa. Io consiglierei alle medesime di studiarsi meglio il catechismo e la Sacra Scrittura, perché forse capirebbero quello che non hanno mai capito. E l’augurio che faccio a loro e, se qui dentro ci fosse qualcuno che avrebbe bisogno di questo augurio, lo faccio anche a lui!

Credo …

 

Antif. All’Offertorio

Orémus Ps LXXI:10-11 Reges Tharsis, et ínsulæ múnera ófferent: reges Arabum et Saba dona addúcent: et adorábunt eum omnes reges terræ, omnes gentes sérvient ei.

[I re di Tharsis e le genti offriranno i doni: i re degli Arabi e di Saba gli porteranno regali: e l’adoreranno tutti i re della terra: e tutte le genti gli saranno soggette.]

Secreta

Ecclésiæ tuæ, quæsumus, Dómine, dona propítius intuere: quibus non jam aurum, thus et myrrha profertur; sed quod eisdem munéribus declarátur, immolátur et súmitur, Jesus Christus, fílius tuus, Dóminus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus per omnia saecula saeculorum. R. Amen.

[Guarda benigno, o Signore, Te ne preghiamo, alle offerte della tua Chiesa, con le quali non si offre più oro, incenso e mirra, bensì Colui stesso che, mediante le medesime, è rappresentato, offerto e ricevuto: Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore: Lui che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. Amen.]

Communio

Matt II:2 Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum.

[Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni ad adorare il Signore.]

Postcommunio

S. Dóminus vobíscum. R. Et cum spíritu tuo. Orémus. Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, quæ sollémni celebrámus officio, purificátæ mentis intellegéntia consequámur. Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. R. Amen.

[V. Il Signore sia con voi. R. E con il tuo spirito. Preghiamo. Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che i misteri oggi solennemente celebrati, li comprendiamo con l’intelligenza di uno spirito purificato. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. Amen.]

In preparazione all’EPIFANIA

“Orietur stella ex Jacob, et consurget virga de Israel”

[UNA STELLA sorgerà da Giacobbe; uno scettro spunterà da Israele]

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EPIFANIA DI NOSTRO SIGNORE

[Dom. Guéranger. L’anno liturgico, vol. I]

Il nome della festa.

La festa dell’Epifania è la continuazione del mistero di Natale; ma si presenta, sul Ciclo cristiano, con una sua propria grandezza. – Il nome, che significa Manifestazione, indica abbastanza chiaramente che essa è destinata ad onorare l’apparizione di Dio in mezzo agli uomini. – Questo giorno, infatti, fu consacrato per parecchi secoli a festeggiare la Nascita del Salvatore; e quando i decreti della Santa Sede obbligarono tutte le Chiese a celebrare, insieme con Roma, il mistero della Natività il 25 dicembre, il 6 gennaio non fu completamente privato della sua antica gloria. Gli rimase il Nome di Epifania con la gloriosa memoria del Battesimo di Gesù Cristo, di cui la tradizione ha fissato a questo giorno l’anniversario. – La Chiesa Greca dà a questa Festa il venerabile e misterioso nome di Teofania, celebre nell’antichità per significare un’Apparizione divina. Ne parlano Eusebio, san Gregorio Nazianzeno, sant’Isidoro di Pelusio, e, nella Chiesa Greca, è il titolo proprio di questa ricorrenza liturgica. – Gli Orientali chiamano ancora questa solennità i santi Lumi, a motivo del Battesimo che si conferiva un tempo in questo giorno in memoria del Battesimo di Gesù Cristo nel Giordano. È noto come il Battesimo sia chiamato dai Padri illuminazione, e quelli che l’hanno ricevuto “illuminati”[oggi “illuminati” si definiscono gli appartenenti ad una setta dell’alta massoneria! –ndr.-] – Infine, noi chiamiamo comunemente, in Francia, tale festa la Festa dei Re, in ricordo dei Magi la cui venuta a Betlemme è celebrata oggi in modo particolare. – L’Epifania condivide con le Feste di Natale, di Pasqua, della Ascensione e di Pentecoste, l’onore di essere qualificata con il titolo di giorno santissimo, nel Canone della Messa; e viene elencata fra le feste cardinali, cioè fra le solennità sulle quali si basa l’economia dell’Anno liturgico. Una serie di sei domeniche prende nome da essa, come altre serie di domeniche si presentano sotto il titolo di Domeniche dopo Pasqua, Domeniche dopo la Pentecoste. – Il giorno dell’Epifania del Signore è dunque veramente un gran giorno; e la letizia nella quale ci ha immersi la Natività del divino Bambino deve effondersi nuovamente in questa solennità. Infatti, questo secondo irradiamento della Festa di Natale ci mostra la gloria del Verbo incarnato in un nuovo splendore; e senza farci perdere di vista le bellezze ineffabili del divino Bambino, manifesta in tutta la luce della sua divinità il Salvatore che ci è apparso nel suo amore. Non sono più soltanto pastori che son chiamati dagli Angeli a riconoscere il verbo fatto carne, ma è il genere umano, è tutta la natura che la voce di Dio stesso chiama ad adorarlo e ad ascoltarlo.

I misteri della festa.

Nei misteri della divina Epifania, tre raggi del sole di giustizia scendono fino a noi. Questo sesto giorno di gennaio, nel ciclo della Roma pagana, fu assegnato alla celebrazione del triplice trionfo d’Augusto, autore e pacificatore dell’Impero; ma quando il nostro pacifico Re, il cui impero è eterno e senza confini, ebbe deciso, con il sangue dei suoi martiri, la vittoria della propria Chiesa, questa Chiesa giudicò, nella sapienza del cielo che l’assiste, che un triplice trionfo dell’Imperatore immortale dovesse sostituire, nel rinnovato Ciclo, i tre trionfi del figlio adottivo di Cesare. Il 6 gennaio restituì dunque al venticinque dicembre la memoria della Nascita del Figlio di Dio; ma in cambio tre manifestazioni della gloria di Cristo vennero ad adunarsi in una stessa Epifania: il mistero dei Magi venuti dall’Oriente sotto la guida della Stella per onorare la divina Regalità del Bambino di Betlemme; il mistero del Battesimo di Cristo proclamato Figlio di Dio nelle acque del Giordano dalla voce stessa del Padre celeste; e infine il mistero della potenza divina di quello stesso Cristo che trasforma l’acqua in vino al simbolico banchetto delle Nozze di Cana. – Il giorno consacrato alla memoria di questi tre prodigi è insieme l’anniversario del loro compimento? È una questione discussa. Ma basta ai figli della Chiesa che la loro Madre abbia fissato la memoria di queste tre manifestazioni nella Festa di oggi, perché i loro cuori applaudano i trionfi del divin Figlio di Maria. Se consideriamo ora nei particolari il multiforme oggetto della solennità, notiamo innanzi tutto che l’adorazione dei Magi è il mistero che la santa Romana Chiesa onora oggi con maggior compiacenza. – A celebrarlo è impiegata la maggior parte dei canti dell’Ufficio e della Messa, e i due grandi Dottori della Sede Apostolica, san Leone e san Gregorio, sembra che abbiano voluto insistervi quasi unicamente, nelle loro Omelie sulla festa, benché confessino con sant’Agostino, san Paolino di Nola, san Massimo di Torino, san Pier Crisologo, sant’Ilario di Arles e sant’Isidoro di Siviglia, la triplicità del mistero dell’Epifania. La ragione della preferenza della Chiesa Romana per il mistero della Vocazione dei Gentili deriva dal fatto che questo grande mistero è sommamente glorioso a Roma che, da capitale della gentilità quale era stata fino allora, è diventata la capitale della Chiesa cristiana e dell’umanità, per la vocazione celeste che chiama oggi tutti i popoli alla mirabile luce della fede, nella persona dei Magi. – La Chiesa Greca non fa oggi menzione speciale dell’adorazione dei Magi. Essa ha unito questo mistero a quello della Nascita del Salvatore negli Uffici per il giorno di Natale. Tutte le sue lodi, nella solennità odierna, hanno per unico oggetto il Battesimo di Gesù Cristo. – Questo secondo mistero dell’Epifania è celebrato insieme con gli altri due dalla Chiesa Latina, il 6 gennaio. Se ne fa più volte menzione nell’Ufficio di oggi; ma siccome la venuta dei Magi alla culla del neonato Re attira soprattutto l’attenzione della Roma cristiana in questo giorno, è stato necessario, perché il mistero della santificazione delle acque fosse degnamente onorato, legare la sua memoria a un altro giorno. Dalla Chiesa d’Occidente è stata scelta l’Ottava dell’Epifania per onorare in modo particolare il Battesimo del Salvatore. – Essendo inoltre il terzo mistero dell’Epifania un po’ offuscato dallo splendore del primo, benché sia più volte ricordato nei canti della Festa, la sua speciale celebrazione è stata ugualmente rimessa a un altro giorno, e cioè alla seconda Domenica dopo l’Epifania. Alcune Chiese hanno associato al mistero del cambiamento dell’acqua in vino quello della moltiplicazione dei pani, che ha infatti parecchie analogie con il primo, e nel quale il Salvatore manifestò ugualmente la sua potenza divina; ma la Chiesa Romana tollerando tale usanza nel rito Ambrosiano e in quello Mozarabico, non l’ha mai accolta, per non venir meno al numero di tre che deve segnare nel Ciclo i trionfi di Cristo il 6 gennaio, e anche perché san Giovanni ci dice nel suo Vangelo che il miracolo della moltiplicazione dei pani ebbe luogo nella prossimità della Festa di Pasqua, il che non potrebbe attribuirsi in alcun modo al periodo dell’anno nel quale si celebra l’Epifania. – Diamoci dunque completamente alla letizia di questo bel giorno e nella Festa della Teofania, dei santi Lumi, dei Re Magi, consideriamo con amore la luce abbagliante del nostro divino Sole che sale a passi da gigante, come dice il Salmista (Sal. XVIII, 18) e che riversa su di noi i fasci d’una luce tanto dolce quanto splendente. Ormai i pastori accorsi alla voce dell’Angelo hanno visto accrescere la loro schiera fedele; il Protomartire, il Discepolo prediletto, la bianca coorte degli Innocenti, il glorioso san Tommaso, Silvestro, il Patriarca della Pace, non sono più soli a vegliare sulla culla dell’Emmanuele; le loro file si aprono per lasciar passare i Re dell’Oriente, portatori dei voti e delle adorazioni di tutta l’umanità. L’umile stalla è diventata troppo stretta per un simile afflusso di persone; e Betlemme appare vasta come il mondo. Maria, il Trono della divina Sapienza, accoglie tutti i membri di quella corte con il suo grazioso sorriso di Madre e di Regina; presenta il Figlio alle adorazioni della terra e alle compiacenze del cielo. Dio si manifesta agli uomini, perché è grande, ma si manifesta attraverso Maria, perché è misericordioso.

Ricordi storici.

Nei primi secoli della Chiesa troviamo due avvenimenti notevoli che hanno illustrato il grande giorno che ci raduna ai piedi del Re pacifico. Il 6 gennaio del 361, l’imperatore Giuliano già apostata nel cuore, alla vigilia di salire sul trono imperiale, che presto la morte di Costanzo avrebbe lasciato vacante, si trovava a Vienne nelle Gallie. Aveva ancora bisogno dell’appoggio di quella Chiesa cristiana nella quale si diceva perfino che avesse ricevuto il grado di Lettore, e che tuttavia si preparava ad attaccare con tutta l’astuzia e tutta la ferocia della tigre. Nuovo Erode, artificioso come il primo, volle inoltre, in questo giorno dell’Epifania, andare ad adorare il Neonato Re. Nella relazione del suo panegirista Ammieno Marcellino, si vede il filosofo incoronato uscire dall’empio santuario dove consultava segretamente gli aruspici, avanzare quindi sotto i portici della Chiesa e in mezzo all’assemblea dei fedeli offrire al Dio dei cristiani un omaggio tanto solenne quanto sacrilego. – Undici anni dopo, nel 372, anche un altro Imperatore penetrava nella chiesa, sempre nel giorno dell’Epifania. Era Valente, cristiano per il Battesimo come Giuliano, ma persecutore, in nome dell’Arianesimo, di quella stessa Chiesa che Giuliano perseguitava in nome dei suoi dèi impotenti e della sua sterile filosofia. La libertà evangelica d’un santo Vescovo abbatté Valente ai piedi di Cristo Re nello stesso giorno in cui la politica aveva costretto Giuliano ad inchinarsi davanti alla divinità del Galileo. – San Basilio usciva allora allora dal suo celebre colloquio con il prefetto Modesto, nel quale aveva vinto tutta la forza del secolo con la libertà della sua anima episcopale. Valente giunse a Cesarea con l’empietà ariana nel cuore, e si reca alla basilica dove il Pontefice celebrava con il popolo la gloriosa Teofania. « Ma – come dice eloquentemente san Gregorio Nazianzeno – l’Imperatore ha appena varcato la soglia del sacro tempio, che il canto dei salmi risuona al suo orecchio come un tuono. Egli contempla sbalordito la moltitudine del popolo fedele simile ad un mare. » L’ordine, e la bellezza del santuario risplendono ai suoi occhi con una maestà più angelica che umana. Ma ciò che lo colpisce più di tutto, è l’Arcivescovo ritto davanti al suo popolo, con il corpo, gli occhi e la mente raccolti come se nulla di nuovo fosse accaduto, e tutto intento a Dio e all’altare. Valente osserva anche i ministri sacri, immobili nel raccoglimento, pieni del sacro terrore dei Misteri. – Mai l’Imperatore aveva assistito a uno spettacolo così sublime. La sua vista si oscura, il capo gli gira, e la sua anima è presa dallo sbigottimento e dall’orrore ». – Il Re dei secoli. Figlio di Dio e Figlio di Maria, aveva vinto. Valente sentì svanire i suoi progetti di violenza contro il santo Vescovo, e se in quel momento non adorò il Verbo consustanziale al Padre, confuse almeno i suoi omaggi esteriori a quelli del gregge di Basilio. Al momento dell’offertorio, avanzò verso la balaustra, e presentò i suoi doni a Cristo nella persona del suo Pontefice. Il timore che Basilio non lo volesse ricevere agitava con tanta violenza il principe che la mano dei ministri del santuario dovette sostenerlo perché, non cadesse, nel suo turbamento, ai piedi stessi dell’altare. – Così, in questa grande solennità, la Regalità del neonato Salvatore è stata onorata dai potenti di questo mondo che si son visti, secondo la profezia del Salmo, abbattuti e prostrati bocconi a terra ai suoi piedi (Sal. LXXI). – Ma dovevano sorgere nuove generazioni d’imperatori e di re che avrebbero piegato i ginocchi e presentato a Cristo Signore l’omaggio d’un cuore devoto e ortodosso. Teodosio, Carlo Magno, Alfredo il Grande, Stefano d’Ungheria, Edoardo il Confessore, Enrico II Imperatore, Ferdinando di Castiglia, Luigi IX di Francia tennero questo giorno in grande devozione, e furono orgogliosi di presentarsi insieme con i Re Magi ai piedi del divino Bambino e di offrirGli i loro cuori come quelli Gli avevano offerto i loro tesori. – Alla corte di Francia s’era anche conservata, fino al 1378 e oltre (come testimonia il continuatore di Guillaume de Nangis) l’usanza che il Re cristianissimo, giunto all’offertorio, presentasse dell’oro, dell’incenso e della mirra come un tributo all’Emmanuele.

Usanze.

Ma questa rappresentazione dei tre mistici doni dei Magi non era in uso solo nella corte dei re. Nel medioevo, anche la pietà dei fedeli presentava al Sacerdote, perché lo benedicesse, nella festa dell’Epifania, dell’oro, dell’incenso e della mirra; e si conservavano in onore dei tre Re quei commoventi segni della loro devozione verso il Figlio di Maria, come un pegno di benedizione per le case e per le famiglie. Tale usanza è rimasta ancora in alcune diocesi della Germania. – Più a lungo è durata un’altra usanza, ispirata anch’essa dall’età di fede. Per onorare la regalità dei Magi venuti dall’Oriente verso il Bambino di Betlemme, si eleggeva a sorte, in ogni famiglia, un Re per la festa dell’Epifania. In un banchetto animato da una santa letizia, e che ricordava quello delle nozze di Galilea, si rompeva una focaccia di cui una parte serviva a designare l’invitato al quale era attribuita quella momentanea regalità. Due porzioni della focaccia erano prese per essere offerte al Bambino Gesù e a Maria, nella persona dei poveri che godevano anch’essi in quel giorno del trionfo del Re umile e povero. Le gioie della famiglia si confondevano con quelle della religione; i legami della natura, dell’amicizia, della vicinanza si rinforzavano attorno alla tavola dei Re; e se la debolezza poteva apparire qualche volta nell’abbandono di un banchetto, l’idea cristiana non era lontana e splendeva in fondo ai cuori. – Beate ancor oggi le famiglie nel cui seno si celebra con cristiana pietà la festa dei Re! Per troppo tempo un falso zelo ha trovato da ridire contro queste semplici usanze nelle quali la gravità dei pensieri della fede si univa alle effusioni della vita domestica. – Si faceva guerra a queste tradizioni della famiglia con il pretesto del pericolo dell’intemperanza, come se un banchetto privo di ogni linea religiosa fosse meno soggetto agli eccessi. Con uno spirito di ricerca alquanto difficile a giustificarsi, si è giunti fino a pretendere che la focaccia dell’Epifania e la innocente regalità che l’accompagnava non fossero altro che un’imitazione dei Saturnali pagani, come se fosse la prima volta che le antiche feste pagane avessero dovuto subire una trasformazione cristiana. Il risultato di sì imprudenti conclusioni doveva essere ed è stato, infatti, su questo punto come su tanti altri, di isolare dalla Chiesa i costumi della famiglia, di espellere dalle nostre tradizioni una manifestazione religiosa, di favorire quella che è chiamata la secolarizzazione della società. – Ma torniamo a contemplare il trionfo del regale Bambino la cui gloria risplende in questo giorno con tanta luce. La santa Chiesa ci inizierà essa stessa ai misteri che dobbiamo celebrare. Rivestiamoci della fede e dell’obbedienza dei Magi; adoriamo, con il Precursore, il divino Agnello al di sopra del quale si aprono i cieli; prendiamo posto al mistico banchetto di Cana, presieduto dal nostro Re tre volte manifestato, e tre volte glorioso. Ma, nei due ultimi prodigi, non perdiamo di vista il Bambino di Betlemme, e nel Bambino di Betlemme non cessiamo inoltre di vedere il gran Dio del Giordano, e il padrone degli elementi.

SULLA FESTA DELL’EPIFANIA.

[da Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXX ed. Milano 1888]

ISTRUZIONE.

Epifania è una parola greca che significa Manifestazione. Con questo nome fu chiamata la festa che si celebra 13 giorni dopo il Natale, perché dopo la prima manifestazione del Signore ai pastori dei dintorni di Betlem nella notte della sua Natività, ci ricorda tre altre principali circostanze in cui Gesù Cristo si è fatto conoscere agli uomini come il promesso Messia, cioè ai Gentili, nell’adorazione dei Magi chiamati e condotti per mezzo d’una stella prodigiosa alla capanna di Betlemme; ai Giudei nel suo Battesimo per mezzo dello Spirito Santo apparso sopra di Lui in forma di Colomba e del divin Padre che sul Tabor, disse a voce chiarissima: Questo è il mio Figlio nel quale io mi sono compiaciuto, ai Discepoli, nelle nozze di Cana col cangiamento miracoloso dell’acqua in vino. Nel rito Ambrosiano si aggiunge una quarta manifestazione, ed è quella fatta a tutte le turbe quando Gesù Cristo moltiplicando pochi pani, che avevano i suoi discepoli, saziò più di 5 mila persone che da tre giorni Lo seguitavano, e c’era pericolo che svenissero per la fame ritornando digiuni alle loro case. – Comunemente si tien per certo che i Magi giungessero al Presepio nel giorno 6 di Gennaio; e che al sei di Gennaio trenta anni dopo accadesse anche i l Battesimo del Signore. – Ma il cangiamento dell’acqua in vino si crede avvenuto verso la fine di Febbraio nell’anno stesso del Battesimo. – Tuttavia la Chiesa stimò conveniente il ricordare con una sola festa solenne tutti questi meravigliosi avvenimenti! – Vuolsi che questa festa abbia cominciato ad essere celebrata fino dai tempi apostolici, perché ne parlano nelle loro opere i Padri più antichi. Siccome però lo scopo primario di questa festa è di celebrare la manifestazione di Cristo ai Gentili, cioè la lor vocazione alla fede nella persona dei Santi Magi, su di questo fatto particolarmente terremo qualche discorso. – La stella che apparve ai Magi era profetizzata nel capo XXIV del libro dei Numeri in quelle parole dette da Balaam: “ da Giacobbe nascerà una stella, e da Israele spunterà uno scettro”. “Orietur stella ex Jacob, et consurget virga de Israel”. Essa apparve subito dopo la nascita del divin infante, come osserva il cardinal Lambertini, poi Papa Benedetto XIV, nelle sue annotazioni sopra le feste deducendole dalle Parole dette dai Magi in Gerusalemme. Dov’è il nato Re de’ Giudei, imperocchè abbiam veduto la sua stella nell’Oriente, e siamo venuti ad adorarlo “Ubi est qui natus est Rex Judæorum? Vidimus enim stellam ejus in Oriente et venimus adorare eum” (Matteo II, 2). Infatti se avessero creduto che la stella fosse segnale della nascita vicina anziché già avvenuta, avrebbero detto: “Ov’e che deve nascere il Re de’ Giudei”, e non già “Dov’è che Egli si trova il nato Re de’ Giudei?” – In qual natura poi fosse quella stella, varii sono i pareri: secondo il Cardinal Lambertini, la più vera opinione si è che la stella fosse una Meteora formata da un Angelo, tutta piena di luce così viva da non confondersi con alcun’altra, in figura di stella e mossa dall’Angelo stesso da Oriente verso Occidente nella media regione dell’aria, a somiglianza della colonna di fuoco che condusse il popolo Ebreo nel deserto; oppure una stella creata di nuovo, non nel cielo ma nell’aria a poca distanza dalla terra che muovevasi come Dio voleva. – Matteo non dice dei Magi né quanti fossero, né come si chiamassero, ma la tradizione più antica vuole che fossero tre: e secondo l’asserzione del Venerabile Beda, scrittore del secolo ottavo, essi erano anche prima de’ suoi tempi conosciuti sotto i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Si ritiene pure comunemente che essi fossero Re cioè Signori di qualche territorio, sebbene non molto esteso, ove alla cura del governo dei loro sudditi, univano l ‘amore allo studio, perciò chiamati con voce persiana Magi, che significa uomini eruditi nella Filosofia e nella Astrologia. – Essi vennero dall’Arabia Felice che, rispetto alla Giudea, è regione Orientale. E che di là venissero, Io prova la qualità dei doni che seco recarono per presentarli al nuovo Re dei Giudei. Per venirvi si servirono di Dromedari così veloci al corso da fare non meno di 120 miglia al giorno. Onde i Magi agevolmente poterono compiere il lungo viaggio fino a Betlemme in soli 13 giorni, cioè dal 25 Dicembre al 6 Gennaio. Qui trovarono il Bambino Gesù con Maria nel Presepio, come lo attesta S. Girolamo praticissimo dei Luoghi Santi, nella sua lettera 44 a Marcella, e lo conferma la Chiesa nell’antifona di questo giorno. Vedere il Divino Infante, e adorarLo, prostrati colla fronte per terra, fu per loro la medesima cosa, indi Gli offrirono in dono, Oro, Incenso e Mirra per denotare in Gesù Cristo la Divinità, la Dignità Reale, e la Umanità, convenendo l’Incenso a Dio, l’Oro ad un Re, e la Mirra ad un uomo mortale il cui corpo dopo morte dovevasi imbalsamare. – Qual vita menassero essi dopo il ritorno alla loro patria non si sa con certezza; ma il culto che loro presta la Chiesa ci prova fuor d’ogni dubbio che essi professarono costantemente la Religione Cristiana e morirono così santamente da meritarsi la pubblica venerazione. Quindi niente è più probabile di ciò che si asserisce da più autori, che essi siano stati pienamente istruiti nella Fede dall’Apostolo S. Tommaso, e da battezzati ed ordinati Vescovi delle loro patrie ove cooperarono con gran fervore alla dilatazione del Cristianesimo. – I santi corpi dalla città di Serva nell’Arabia, ov’erano stati sepolti, vennero, per ordine di Costantino Magno, trasportati in Costantinopoli e poi donati ad Eustorgio governatore di Milano, che fu poi fatto vescovo di questa città, e da lui collocati nella Chiesa che dal nome di questo santo vescovo fu detta Eustorgiana, mentre pel sacro deposito dei santi Magi si chiamava prima la Basilica dei Re. Ivi stettero i sacri corpi fino all’anno 1162 in cui l’imperatore Federico Barbarossa, impadronitosi di Milano, li levò dal loro marmoreo sepolcro, che è vasto come una piccola camera, e li diede in dono a Rainoldo Arcivescovo di Colonia, nella qual città furono trasferiti il 23 Luglio 1164; il che vien confermato”‘ dalla festa che ogni anno si celebra nella città di Colonia in detto giorno per solennizzare la detta Traslazione, come all’11 di Gennaio si solennizza la memoria della preziosa loro morte. – Nella Diocesi di Milano esistono ancora i tre diti anulari dei Santi Magi, riposti in un bel Reliquiario d’argento di lavoro antico. Essi erano nell’Altare di S. Ambrogio, oratorio sotto la parrocchia di Brugherio presso Monza. Quando l’Arcivescovo cardinale Federico Borromeo nel 1611 vi fece la visita, li riconobbe per reliquie autentiche, e li trasferì nella parrocchia dove sono tuttora in molta venerazione. La tradizione dice, che santa Marcellina abbia fondato ed abitato quel monastero, e che da suo fratello S. Ambrogio, abbia avuto in dono questi tre dita.

La tua luce è venuta, o Gerusalemme, e la gloria del Signore brilla sopra di te, e le genti cammineranno dalla tua luce.

Ai SANTI MAGI

Per la Novena, la Festa e l’Ottava dell’Epifania

I. O santi Magi, che viveste in continua aspettazione della stella di Giacobbe, la quale doveva annunziare la nascita del vero sole di Giustizia, otteneteci la grazia di vivere sempre nella speranza di vedere spuntato sopra di noi il giorno della verità, la beatitudine del Paradiso. Gloria.

II. O Santi Magi, che al primo brillar della stella miracolosa abbandonaste i patrii paesi, per andar tosto in cerca del neonato re dei Giudei, otteneteci la grazia di corrispondere, come voi, prontamente a tutte le divine ispirazioni. Gloria.

III. O Santi Magi, che non temeste i rigori delle stagioni e gli incomodi dei viaggi per giungere e ritrovare il nato Messia, otteneteci la grazia di non sgomentarci giammai per le difficoltà che si incontrano nella via della salute. Gloria.

IV. O Santi Magi, che abbandonati dalla stella nella città di Gerusalemme, ricorreste umilmente e senza umano rispetto a chi poteva darvi certa notizia sul luogo ove si trovava l’oggetto delle vostre ricerche, otteneteci la grazia che in tutti i dubbi, in tutte le perplessità noi ricorriamo umilmente e fedelmente ci atteniamo al consiglio dei nostri superiori, che rappresentano sulla terra la stessa Persona di Dio. Gloria.

V. O Santi Magi, che, contro ogni vostra aspettazione, foste di nuovo consolati dalla stella ricomparsa a servirvi di guida; otteneteci dal Signore la grazia che, rimanendo a Lui fedeli in tutte le afflizioni, meritiamo di essere consolati dalla sua grazia, nel tempo, e dalla sua gloria nell’eternità. Gloria,

VI. O santi Magi, che, entrati pieni di fede nella stalla di Betlemme, prostesi a terra, adoraste il nato Re dei Giudei, quantunque non fosso circondato che da indizi di povertà e di debolezza, otteneteci dal Signore la grazia di ravvivar sempre la nostra fede quando entriamo nella sua casa, alfine di dimorarvi con quel rispetto, che è dovuto alla grandezza della sua maestà. Gloria.

VII. O santi Magi, che offrendo a Gesù Cristo, Oro, Incenso e Mirra, Lo riconosceste concordemente come Re, come Dio e come Uomo, otteneteci dal Signore la grazia che non ci presentiamo mai colle mani vuote davanti a Lui e Gli offriamo anzi continuamente l’Oro della carità, l’Incenso dell’adorazione, la Mirra della penitenza, giacché senza questa virtù è impossibile incontrare il suo gradimento. Gloria.

VIII. O santi Magi, che, avvisati da un angelo di non ritornare da Erode, vi avviaste subito per altra strada alla vostra patria, otteneteci dal Signore la grazia che, dopo esserci con Lui riconciliati nei santi Sacramenti, viviamo lontani da tutto quello che potrebbe esserci occasione di nuovi peccati. Gloria.

IX. O santi Magi, che, chiamati per i primi fra i Gentili alla cognizione di Gesù Cristo, perseveraste fino alla morte nella professione di sua fede, otteneteci dal Signore la grazia di viver sempre in conformità alle promesse da Lui fatte nel santo Battesimo, di rinunciare cioè costantemente al Mondo ed alle sue pompe, alla Carne ed alle sue lusinghe, al demonio e alla sue suggestioni, affine di meritarci come voi la visione beatifica di quel Dio che forma qui in terra l’oggetto di nostra fede. Gloria.

ORAZIONE.

“Deus, qui hodierna die Unigenitum tuum Gentìbus, stella duce revelasti, concede propitius; ut qui jam te ex fide cognovimus, usque ad contemplandam speciem tuae celsitudinis perducamur. Per eundem Dominum etc.”

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– A GESÙ ADORATO DAI MAGI-

I Magi prostrati ai vostri piedi, o mio Salvatore, sono le primizie della Gentilità. Vi ringrazio mille volte della loro vocazione; essa fu pegno della mia; ma sono io poi altrettanto fedele a corrispondervi quanto lo furono questi primi apostoli della Religione, miei veri modelli, miei colleghi nella fede? Ah! Signore, risuscitate in me lo spirito di quella preziosissima grazia la cui memoria mi vien richiamata nell’adorazione dei Magi, di quella grazia inestimabile di cui già mi favoriste con una predilezione speciale, e che troppo sovente ho meritato di perdere dopo di averla ricevuta. La memoria della mia vocazione al Cristianesimo sia per l’avvenire, o mio Dio, il motivo della mia più viva riconoscenza, le sue massime e le obbligazioni che ella mi impone facciano tutta la regola di mia condotta per meritarmi così il diritto all’eredità dei veri credenti.        3 Gloria.

I SACRAMENTI AGLI ADULTERI sono tassativamente vietati dalla CHIESA CATTOLICA “VERA”

Un’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL  MODERNISTA APOSTATA DI TORNO!

BENEDETTO XIV

benedetto-xiv

“INTER OMNIGENAS”

Studieremo oggi un’Enciclica di S.S. Benedetto XIV, P. Lambertini, per capire cosa la Chiesa Cattolica pensi su come comportarsi nei rapporti con la setta dei maomettani che invadono, al tempo la Serbia, ed oggi, gestiti dalla setta di coloro che “odiano Dio e tutti gli uomini”, i territori una volta cristiani. Importante è in particolare osservare cosa la Chiesa cattolica abbia sempre pensato, vietandoli nel modo più assoluto, dei Sacramenti amministrati a coloro che violino, a qualunque titolo ed in forme diverse, le leggi sul matrimonio cattolico, che non sono affatto difformi dai dettami del divino Maestro. Questo per renderci conto delle sataniche idiozie inventate oggi dalla setta degli apostati modernisti, i vati-cani-muti, che cercano di gettare quante più anime all’inferno, dal loro padre che “le” attende e “li” attende a braccia aperte per conservarli bene al caldo del fuoco eterno! Il Magistero della Chiesa è infallibile ed assolutamente irreformabile, se non da chi è una “patacca”, “agente di lucifero”! E allora cominciamo:

“Inter omnigenas calamitates,  quibus Ecclesiæ Filii sub infidelium dominazione degentes …”

“Fra le calamità di ogni specie dalle quali i figli della Chiesa che abitano sotto il dominio degli infedeli sono oppressi da ogni parte, e delle quali, tutte, sentiamo compassione con paterna carità, quelle che più sollecitano e premono il nostro animo sono quelle da cui temiamo che nasca occasione di perdizione per le anime redente dal Sangue di Cristo, con la conseguenza che possa essere causato un danno alla integrità della Fede cattolica e della disciplina. Fra tali calamità che Voi, Venerabili Fratelli, Diletti Figli, sostenete da tempo nel Regno di Serbia sotto il durissimo giogo dei Turchi, e che altre volte giunsero alle Nostre orecchie da molte parti, Ci colpirono con incredibile dolore le ultimissime che Ci furono spiegate con maggiori particolari e quasi mostrate ai Nostri occhi dal Venerabile Fratello Giovanni Battista, da Noi eletto e costituito Arcivescovo di Skopje. Infatti, anche se abbiamo dovuto lodare e anzi ammirare l’assidua vigilanza e sollecitudine per il proprio gregge dei Pastori di codesto Regno e la ferma costanza dei popoli nella Fede e nella pietà, fra le gravissime vessazioni e persecuzioni inferte dalla crudeltà degli infedeli e dall’odio degli scismatici, tuttavia Ci causarono molto dolore sia il comportamento non lineare e fluttuante o anche arbitrario, in cose della massima importanza, di alcuni di loro, sia la corruzione dei costumi e della disciplina portata nella maggior parte dei fedeli dalla compagnia degli stranieri, ma soprattutto la turpe occultazione della professione cristiana, somigliante all’infedeltà, che molti in codeste regioni mostrano di usare, per timore di danni materiali. – 1. In verità, quelle cose che si dice si siano introdotte fra i fedeli di codeste Chiese contro la purezza della fede e dei costumi dovevano, per la maggior parte, essere prevenute o corrette ed emendate in forza delle sanzioni sufficientemente conosciute del diritto pontificio e canonico, dei decreti della Sede Apostolica emanati più spesso attraverso l’organo dei Venerabili Nostri Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa preposti agli affari di “Propaganda fide”, ma specialmente a motivo di ciò che fu stabilito nel Concilio Albanese che fu indetto e celebrato, sotto il Nostro predecessore di felice memoria Clemente XI, dal Primate di codesto Regno, per tutto il clero e il popolo di Albania e Serbia. Perciò, richiamando alla memoria a tutti voi tutte le predette leggi del Diritto Ecclesiastico e della Sede Apostolica e raccomandando molto di studiarle e osservarle, comandiamo che il predetto Concilio Albanese, adattato specialmente alla vostra situazione e all’opportunità dei tempi, sia in tutto mantenuto e dappertutto osservato, volendo che tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Parroci e Missionari e gli altri che sono in cura d’anime in codesto Regno, abbiano presso di sé qualche copia di quel Concilio e cerchino di regolare e di conformare il loro comportamento e quello dei loro fedeli secondo quelle norme. – 2. Tuttavia, affinché siano tolti del tutto ed eliminati per sempre i più gravi abusi riguardanti l’integrità della Fede, dei costumi e dei riti, che sono giunti a Nostra conoscenza da codeste regioni, dopo averli Noi stessi considerati ed esaminati con attenzione e diligenza, abbiamo stabilito, col consiglio dei Nostri Venerabili Fratelli, di riferirvi e di annunciarvi quei Decreti che seguono, le cui disposizioni confidiamo nel Signore che debbano essere abbracciate volentieri da tutti voi, a cui spetta, come utili e necessarie, e nondimeno ordiniamo con autorità Apostolica che siano esattissimamente compiute e custodite. – 3. Cominciando perciò dalle cose della Fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio, ordiniamo e comandiamo rigorosamente a tutti e singoli i fedeli di codesto Regno che vogliono mantenere la comunione con la Chiesa cattolica, che si guardino dal fare o dall’ammettere alcunché contro i precetti e le norme Evangeliche, al fine di occultare il possesso della Religione cristiana, per quanto talvolta sia lecito e necessario; specialmente quelle cose che implicano una affermazione della setta Maomettana. Perciò, se avranno ricevuto la circoncisione, sappiano che Cristo non gioverà ad essi per nulla, secondo la parola dell’Apostolo. Evitino del tutto di assumere nomi turchi, che non dovrebbero nemmeno ricordare con le labbra; di frequentare gli abominevoli templi degli infedeli, chiamati Mosche e; di profanare, mangiando carne, i giorni dei digiuni Ecclesiastici: ciò, al fine di essere creduti Maomettani. Tutte queste cose infatti, anche se la Fede di Cristo è mantenuta nel cuore, non si possono fare senza la simulazione degli errori di Maometto, contraria alla sincerità cristiana; tale simulazione contiene una menzogna in materia gravissima e comporta una virtuale negazione della Fede, con gravissima offesa di Dio e scandalo del prossimo. – 4. Ma molto più, nel caso che siano interrogati dalle pubbliche autorità, sappiano che non è loro lecito professarsi seguaci della setta Maomettana, ma ricordino che quello è il tempo in cui – brandendo lo scudo della Fede – debbono non solo credere col cuore alla giustizia, ma anche confessare Cristo con la bocca per la salvezza, altrimenti, se avranno osato rinnegarlo davanti agli uomini, anche Lui li rinnegherà davanti al Padre Suo. – 5. Ugualmente empio ed illecito è l’abuso di quei Cristiani di Serbia che, prossimi a morire, permettono o dispongono che i loro cadaveri siano consegnati alle sepolture dei Turchi, con l’assistenza di costoro e con l’uso dei riti Maomettani; infatti, se non devono affatto vergognarsi di Cristo in vita, quanto meno lo devono nel momento in cui stanno per comparire al Suo tremendo giudizio, affinché Egli non si vergogni di loro davanti al Suo Eterno Padre. – 6. Sarà dunque compito dei Vescovi, dei Parroci e dei Missionari, ammaestrare ed ammonire seriamente quei Cristiani che empiamente osano fare le cose suddette, con grande offesa della Fede; invano si vantano della custodia, dello zelo nella legge cristiana e della educazione dei figli nella medesima legge, poiché se mancano anche in uno solo di questi punti, si rendono colpevoli di tutti. Perciò dichiarino ad essi apertamente che chiunque, per timore di qualsivoglia potestà o per paura di perdere i beni materiali, tradisce la sua Fede, provoca l’ira di Dio su di sé e si esclude da ogni speranza di salvezza, a meno che se ne penta, poiché teme più l’uomo che Dio e preferisce conservare le cose effimere di questa terra piuttosto che acquistare le realtà eterne. Se poi alcuni vorranno continuare ostinati in questa via di empietà, saranno privati dei Sacramenti in vita e, se morranno impenitenti, dei suffragi dopo la morte; a questi nessun Ministro della Chiesa osi ammetterli, altrimenti dovrà essere punito dal proprio Vescovo con le pene canoniche, secondo quanto è prescritto anche dal suddetto Concilio Albanese. – 7. Sono ugualmente da tener lontane dai Sacramenti della Chiesa quelle donne che, introdotte nel padiglione dei Turchi col titolo di mogli, celando la professione della religione cristiana, là conducono una vita lontana da ogni esercizio della religione; ad esse dev’essere dichiarato dai Pastori che non ripongano fiducia per l’eterna salvezza in quella fede che, morta senza le opere, si convincono di poter conservare utilmente soltanto nel cuore. – 8. Quanto ai figli di queste donne, che vengono presentati ai Parroci per essere battezzati, se la loro vita sembra in pericolo, i predetti Parroci non esitino a battezzarli, ammonendo le madri che, se guariranno, dovranno educarli con impegno nella religione cristiana. Riguardo a quelli di sana e robusta costituzione, che sono presentati al Battesimo dalle suddette madri senza fini superstiziosi, ma con l’unico scopo di ottenere la salvezza, poiché è impossibile esaminare le singole circostanze che possono convincere se essi persevereranno nel culto della legge Evangelica e della Fede, o se, privati dell’educazione Cristiana da madri di quel genere, seguiranno l’empietà del padre Maomettano, considerati anche i pericoli dell’età infantile per i quali dicono che, per lo più, un terzo degli uomini muore prima di compiere i 10 anni, pensiamo di non dover comandare nulla espressamente. Solamente esortiamo i Ministri Ecclesiastici che, dopo aver invocato con gemiti la luce dello Spirito Santo, si comportino secondo la sua guida e le indicazioni della sua prudenza. Se poi crederanno di poterli ammettere al Battesimo, non omettano di inculcare nelle madri l’obbligo rigoroso a cui sono tenute, di far conoscere la verità di Dio a questi figli della Chiesa, se arriveranno all’uso di ragione, e di educarli nella disciplina e nella legge del Signore. – 9. Giunge alle Nostre orecchie anche la notizia grave e molto incresciosa che i Decreti del Concilio Tridentino sul Sacramento del Matrimonio da alcuni non sono osservati in codeste regioni nelle quali – come comprova lo stesso Concilio Albanese – essi furono a suo tempo debitamente pubblicati. Perciò, dichiarando che tutti i fedeli di codeste parti sono tenuti ai suddetti Decreti, definiamo completamente invalidi e nulli quei pretesi matrimoni che sono contratti davanti al solo giudice dei Turchi, detto “cadì”, o anche senza di lui, dai soli sposi, e non secondo le prescrizioni del predetto Concilio Tridentino. Coloro che contrassero nozze nulle e clandestine di tal genere e, dopo averle contratte, convivono, comandiamo che, come persone che vivono in illecito concubinato, a meno che facciano penitenza del passato e siano congiunti con matrimonio valido riguardo alla Chiesa, siano tenuti lontani dalla partecipazione ai Sacramenti. – 10. Ma quando il matrimonio è stato contratto secondo il rito dai fedeli, non permettiamo affatto a loro, neppure per salvaguardare le mogli dal rapimento dei Turchi, di rinnovarlo davanti al Cadì per mezzo di procuratori secondo il rito turco, salvo che il rito maomettano delle nozze sia puramente civile e non contenga nessuna invocazione a Maometto o qualunque altra specie di superstizione. Infatti, benché facciano questo non di persona, ma per mezzo di procuratori, tuttavia non devono mai essere considerati innocenti di quel crimine che viene commesso per loro autorità o mandato. – 11. Per quanto riguarda le pubblicazioni stabilite dal Concilio Tridentino, benché si dica che in Serbia non sono affatto confermate dall’uso, in quanto tuttavia sono prescritte ai Parroci anche di Serbia nel prelodato Concilio Albanese, tolta la facoltà di dispensarne tranne che per motivo di necessità urgente, comandiamo che ciò sia osservato in tutto, per quanto si possa fare. – 12. Se poi la moglie di qualche fedele fugge fra i Turchi e osa contrarre nozze scellerate con qualcuno di loro, non è lecito al marito sposarne un’altra al posto di quella, in quanto il Matrimonio, indissolubile per diritto divino finché vivono i coniugi, non viene affatto dissolto dal misfatto di una donna di tal fatta. Quindi se uno in tale situazione ne sposa un’altra, commette adulterio e, se non si separa completamente da lei, dev’essere tenuto lontano dai Sacramenti. – 13. E pure a tutti è chiaro che cosa si debba dire sulla salvezza di simili donne, a meno che facciano penitenza. Riguardo alle donne cristiane rapite con la forza dai Turchi e sposate a forza o nell’infanzia che, senza essere congiunte da nessun diritto di fede sacramentale, perseverano in illecito concubinato con gli infedeli, stabiliamo in tutto la medesima cosa che fu decretata nel predetto Concilio Albanese: siano loro negati i Sacramenti della Chiesa, non tenendo in nessun conto né la loro pretesa perseveranza nella fede cristiana, né la violenza usata loro dai Turchi in età infantile, e nemmeno il fatto che siano considerate dai Turchi come moglie unica o migliore o giusta. Queste cose non danno nessun diritto, a chi vive in concubinato o fornicazione, a ricevere i Sacramenti, e non offrono ai Sacerdoti nessuna facoltà ad amministrarli a chi ne è indegno. – 14. Circa le dispense matrimoniali, i Vescovi e i Missionari di Serbia stiano attenti a non servirsi senza giudizio o verso gli immeritevoli delle facoltà loro comunicate da questa Santa Sede, e a non oltrepassare i limiti della loro autorità. Abbiamo perciò stabilito che non si debba concedere nessuna dispensa a quei cristiani occulti, di cui si è detto, che fingono di seguire i riti maomettani; infatti costoro, poiché si vergognano di Cristo, si rendono indegni delle grazie della Chiesa, che di Cristo è la sposa. Inoltre non concedano nessuna dispensa nei casi in cui prevedano che i matrimoni non saranno celebrati validamente e santamente secondo il rito della Chiesa Cattolica, come detto sopra; in tal caso infatti non sarebbero dispense, ma dissipazioni e incitamenti all’incontinenza, dalle quali il fedele e prudente ministro di Cristo deve tenersi lontano in ogni modo. – 15. Specialmente poi considerino che, fra le altre facoltà loro comunicate, non si trova quella di dispensare dall’impedimento di giustizia di pubblica onestà, proveniente dal matrimonio rato che sia intercorso altra volta fra l’una o l’altra delle parti e il consanguineo in primo grado dell’altra parte, ma che sia stato sciolto prima della consumazione o per morte o per altra legittima causa. Infatti questo impedimento è più forte di quello che nasce dagli sponsali: perciò dovranno evitare di concedere una dispensa di tal genere. – 16. Nel celebrare le nozze si osservino i tempi prescritti dalla Chiesa Cattolica. Se poi i Maomettani, celebrando le loro nozze nei tempi proibiti, avranno invitato qualche fedele a motivo del suo ufficio, poiché i precetti della Chiesa non riguardano minimamente coloro che ne sono fuori, non si proibisce ai cattolici di Serbia di parteciparvi, comportandosi con cristiana modestia, purché lo si possa fare senza offendere il Creatore, né i fedeli, né la Chiesa di Dio, e non ci sia nessuna invocazione a Maometto nelle nozze dei Turchi e nessun rito superstizioso, ai quali i cristiani invitati debbano partecipare o consentire con la bocca o con le azioni. Tuttavia, se cercheranno, per quanto potranno, di scansare quelle adunanze di infedeli e quei conviti profani, eviteranno molti pericoli per le loro anime. – 17. Per quanto riguarda la cognazione spirituale, comandiamo che in Serbia siano osservati in tutto i sapientissimi Decreti del Concilio Tridentino, nonostante qualsiasi consuetudine contraria. Perciò non permettiamo che sia estesa oltre le persone e i gradi definiti dallo stesso Concilio quella cognazione che nasce dai Sacramenti del Battesimo e della Confermazione, ed espressamente dichiariamo che nessuna cognazione spirituale nasce da altra causa e specialmente dall’assistenza prestata al matrimonio, anche su invito dei contraenti; come neppure fra coloro dai quali vengono tagliati i capelli ai bambini per la prima volta. Infatti è importante il motivo del predetto Decreto conciliare che, a causa delle troppe proibizioni, non avvenga più spesso che si contraggano matrimoni in casi proibiti senza saperlo, o si perseveri nel peccato, o che debbano essere sciolti con scandalo. Ciò che fu stabilito sapientemente circa quei casi di cognazione spirituale che erano già stati accolti nella Chiesa, a molto maggior ragione deve valere in altre specie di tal genere che, ignote nella Chiesa Cattolica, hanno un’origine infetta dagli scismatici, dei quali è tipico imporre agli uomini pesi gravi e impossibili a portarsi, senza muoverli nemmeno con un dito. Perciò è sicuramente da disprezzarsi lo scandalo di costoro, se avranno saputo dell’osservanza di questo decreto fra i fedeli. – 18. Riguardo poi ai sacri riti, in cui le Chiese di codeste regioni, mettendosi davanti come specchio ed esempio questa Chiesa Romana, Madre e Maestra di tutte le altre, mostrano di usare non altro che il Messale, il Rituale ed il Cerimoniale Romano, esortiamo i Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi a non cambiare niente in questa consuetudine sicura e lodevole; tanto nella celebrazione dei Santi Misteri e nella amministrazione dei Sacramenti, quanto nelle Benedizioni e negli Esorcismi, non permettano che sia aperto l’ingresso, sotto qualunque pretesto, a qualsivogliano altri riti, cerimonie e preghiere, presi da altre parti. – 19. Badino poi che le cause di timore che talvolta sono addotte per omettere nell’amministrazione del Battesimo le cerimonie prescritte dal Rituale Romano, non siano inutili o leggere; e, qualora capiti che siano trascurate per veri e gravi motivi, cureranno anche che, appena possibile, siano compiute. Infatti riti di così grande importanza e di tanta antichità e sommamente necessari a procurare riverenza al Sacramento, non si trascurano senza peccato grave. – 20. È da curare altresì che, tolto il caso di necessità e di giusto timore ispirato dagli infedeli, non si usi nell’amministrazione del Battesimo l’acqua comune e naturale e nemmeno quella che viene benedetta per le purificazioni; né temerariamente si ometta di usare l’acqua benedetta a questo preciso scopo secondo la prescrizione del Rituale Romano. Infatti può difficilmente accadere senza massima incuria e vano timore (anche secondo il senso del Concilio Albanese), che nelle Chiese Parrocchiali, dove esistono, non siano benedetti i fonti battesimali nei tempi stabiliti e secondo i riti, o che non ci sia una sufficiente quantità di Sacri Oli per questo. – 21. Per compiere il loro dovere pastorale, vigilino anche che ai fedeli dimoranti in qualunque luogo, non manchino Sacerdoti Cattolici che possano amministrare loro la Sacrosanta Eucaristia nella solennità di Pasqua, sia perché sia osservato il Decreto del Concilio Laterano per tutti i fedeli di ambo i sessi, sia perché, nella comune letizia di tutta la Chiesa per la Risurrezione del Signore, i figli della Chiesa siano nutriti e irrobustiti da questo vivificante pascolo che è anche simbolo dell’unità. E se capitasse che, a causa della infelicità dei luoghi e dei tempi, questo non si possa in alcun modo fare entro le due settimane che intercorrono dalla domenica delle Palme alla domenica in Albis, in tal caso, a tenore di questa Lettera, concediamo e permettiamo che i popoli di codeste regioni della Serbia possano soddisfare quel precetto o in Quaresima o nella solennità di Pentecoste e nei giorni precedenti, secondo il consiglio del proprio Sacerdote. – 22. Con troppo dolore abbiamo poi saputo che le Chiese di codeste regioni sono talmente abbandonate e rovinose e che il furore degl’infedeli è così insolente che non è possibile conservare la Santissima Eucaristia in modo decente e sicuro, come si conviene. Da ciò deriva che la maggior parte dei fedeli infermi paga il debito alla natura senza il Viatico della salvezza. Per l’avvenire si deve ovviare e provvedere, per quanto possibile, a questo gravissimo male; perciò i Parroci devono cercare con ansiosa diligenza di aver notizia degli infermi, non solo per purificarli col Sacramento della Penitenza, e per aiutarli e sollevarli con esortazioni cristiane e conforti spirituali, ma anche perché siano ristorati col santissimo Corpo di Cristo e fortificati per affrontare l’ultima battaglia. Perciò, quando vedano che il pericolo di morte sovrasta qualche fedele, al più presto gli somministrino il predetto Sacramento dell’Eucaristia e, se possono farlo senza pericolo, presolo dalla Chiesa, se ce n’è qualcuna, lo devono portare a casa dell’infermo, dal momento che non è lecito celebrare la Messa presso gli infermi, in luogo non consacrato, eccetto il caso gravissimo di necessità. – 23. Mentre poi il Sacerdote porta agli infermi un così grande Sacramento, osservi con esattezza i decreti promulgati nel Concilio Albanese, con i quali si comanda che, indossata la cotta e posta la stola sulle spalle, con davanti almeno un cero, recitando a bassa voce inni e salmi, porti devotamente il Sacramento entro la Sacra Pisside o in un Calice pulito, tenendolo davanti al petto con le due mani. Ma quando la prepotenza e l’iniquità dei Turchi è più forte (come si aggiunge nello stesso luogo), il Sacerdote porti sempre la stola coperta dalle proprie vesti, nasconda la Pisside in un sacchetto o in una borsa che, appesa al collo con cordicelle, tenga sul seno, e non vada mai solo, ma si faccia accompagnare almeno da un fedele, in mancanza del chierico. – 24. Infine, riguardo alla sepoltura dei cadaveri dei fedeli, si evitino tutte le vane credenze dei Turchi, dalle quali in verità traggono un’impura origine alcuni riti superstiziosi, come lavature che vengono eseguite con incenso e con la recita di certe preghiere che sono disapprovate dalla Chiesa Cattolica. Pertanto, astenendosi, per quanto potranno, da ogni apparenza negativa e dalla imitazione degli infedeli, i popoli di codeste regioni imparino che in tali riti non c’è nulla che sia necessario alla salvezza e al suffragio dei defunti, e non diano importanza né alle dicerie e alle derisioni dei Turchi, né ai vani discorsi degli scismatici. – 25. Nel giudicare poi i pericoli in presenza dei quali abbiamo dichiarato che può essere addolcito il rigore della disciplina Ecclesiastica nelle circostanze sopra enunciate, ammoniamo e preghiamo tutti i fedeli di codeste regioni, e specialmente i Pastori delle Anime, affinché, innalzando con cristiana fortezza gli animi abbattuti, considerino che cosa sia davvero da temere e che cosa da disprezzare; osservino i precetti di Dio e della Chiesa non con angustia e timore delle autorità terrene, ma con la larghezza della carità e l’ardore dell’amore che scaccia il timore; amministrino la cura delle Anime. E se giudicheranno giusto motivo per trasgredire i precetti della Religione Cristiana o per trascurare la cura delle Anime loro affidate, la sola paura degli insulti dei Turchi o il pericolo di lievi incomodi, veramente di loro si potrà dire: “Trepidarono di timore laddove non c’era da temere“. Perciò esortiamo nel Signore e scongiuriamo i Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi, che lo Spirito Santo pose a reggere codeste Chiese oppresse da un cumulo di gravissime calamità, a scacciare questi vani timori dal petto dei Ministri inferiori della Chiesa e di tutti i fedeli, e a sollevarli e a stimolarli affinché, calpestati ugualmente le lusinghe e i terrori del mondo, per il sentiero arduo e angusto, seguano con costanza Cristo, Capo della Chiesa, che li chiama alla vetta della santificazione. – 26. Riconoscano infine la singolare misericordia nei loro confronti del nostro Dio, il quale, mentre con terribile giudizio permise che in altre regioni sottoposte alla dominazione degli infedeli la Religione Cristiana fosse completamente calpestata ed estinta, volle invece che in codesto Regno di Serbia splendesse la luce della sua verità, guardando la quale gli uomini che si trovano nelle angustie e nelle tribolazioni potessero ricevere consolazione in questa vita, e fossero condotti a conseguire l’altra migliore e più beata. – 27. Perciò, Venerabili Fratelli, Diletti Figli, meditate ancora, e ancora guardate che, per il vizio di un animo ingrato, non si inaridisca il flusso della divina pietà verso di voi e sia tolto a voi il Regno di Dio, dal momento che avrete sdegnato di ottemperare alle sue leggi e di conservare i costumi rettamente stabiliti. – 28. Se poi i sopraesposti decreti, ai quali amiamo richiamare il vostro modo di fare per la purezza delle santissime leggi della Chiesa, e che con Apostolica autorità con questa nostra Lettera vi dichiariamo che devono essere in tutto eseguiti da voi, vi sembreranno pesanti e impossibili da portarsi, badate di non attribuire per vostra opinione al leggero peso di Cristo e al giogo soave della sua legge quella pesantezza e molestia che traggono principio o dalla eccessiva sollecitudine di conservare i beni temporali, o dalla cupidigia di acquistarli. Se rigetterete queste cose e riterrete che non si può conciliare la servitù del mondo con quella che avete dichiarato a Cristo, tutto vi sembrerà davvero leggero e spedito nell’osservanza della legge cristiana. E poi Dio è fedele e non permetterà che voi siate perseguitati dagli infedeli né che siate tentati oltre le vostre forze, ma anzi dalla tentazione ricaverà un guadagno e ripagherà abbondantemente i pochi momenti delle vostre tribolazioni con un eterno cumulo di gloria. La qual cosa augurandovi di cuore dallo stesso Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, impartiamo a voi tutti affettuosamente la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 2 febbraio 1744, quarto anno del Nostro Pontificato.

[Le sottolineature, il grassetto ed il colore, sono redazionali]

 

DOMENICA FRA L’OTTAVA DELLA NATIVITA’

DOMENICA FRA L’OTTAVA

DELLA NATIVITÀ’ DEL SIGNORE

 Introitus Sap XVIII:14-15. Dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter háberet, omnípotens Sermo tuus, Dómine, de coelis a regálibus sédibus venit

[Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l’onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale].

Ps XCII:1 Dóminus regnávit, decórem indútus est: indútus est Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se.

[Il Signore regna, rivestito di maestà: Egli si ammanta e si cinge di potenza]..

Orémus. Omnípotens sempitérne Deus, dírige actus nostros in beneplácito tuo: ut in nómine dilécti Fílii tui mereámur bonis opéribus abundáre:

[Colletta: Onnipotente e sempiterno Iddio, indirizza i nostri atti secondo il tuo beneplacito, affinché possiamo abbondare in opere buone, in nome del tuo diletto Figlio]

Lectio:

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Gálatas. Gal IV:1-7

Patres: Quanto témpore heres párvulus est, nihil differt a servo, cum sit dóminus ómnium: sed sub tutóribus et actóribus est usque ad præfinítum tempus a patre: ita et nos, cum essémus párvuli, sub eleméntis mundi erámus serviéntes. At ubi venit plenitúdo témporis, misit Deus Fílium suum, factum ex mulíere, factum sub lege, ut eos, qui sub lege erant, redímeret, ut adoptiónem filiórum reciperémus. Quóniam autem estis fílii, misit Deus Spíritum Fílii sui in corda vestra, clamántem: Abba, Pater. Itaque iam non est servus, sed fílius: quod si fílius, et heres per Deum.

 [Fratelli: Fin quando l’erede è minore di età, benché sia padrone di tutto, non differisce in nulla da un servo, ma sta sotto l’autorità dei tutori e degli amministratori, fino al tempo prestabilito dal Padre. Così anche noi, quando eravamo minori d’età, eravamo servi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, affinché redimesse quelli che erano sotto la legge, e noi ricevessimo l’adozione in figli. Ora, poiché siete figli, Iddio ha mandato lo spirito del suo Figlio nei vostri cuori, il quale grida: Abba, Padre. Perciò, ormai nessuno è più schiavo, ma figlio, e se è figlio, è anche erede, per la grazia di Dio].

Sequéntia sancti Evangélii secundum Lucam

Luc II:33-40

“In illo témpore: Erat Ioseph et Maria Mater Iesu, mirántes super his quæ dicebántur de illo. Et benedíxit illis Símeon, et dixit ad Maríam Matrem eius: Ecce, pósitus est hic in ruínam et in resurrectiónem multórum in Israël: et in signum, cui contradicétur: et tuam ipsíus ánimam pertransíbit gládius, ut reveléntur ex multis córdibus cogitatiónes. Et erat Anna prophetíssa, fília Phánuel, de tribu Aser: hæc procésserat in diébus multis, et víxerat cum viro suo annis septem a virginitáte sua. Et hæc vídua usque ad annos octogínta quátuor: quæ non discedébat de templo, ieiúniis et obsecratiónibus sérviens nocte ac die. Et hæc, ipsa hora supervéniens, confitebátur Dómino, et loquebátur de illo ómnibus, qui exspectábant redemptiónem Israël. Et ut perfecérunt ómnia secúndum legem Dómini, revérsi sunt in Galilaeam in civitátem suam Názareth. Puer autem crescébat, et confortabátur, plenus sapiéntia: et grátia Dei erat in illo”.

Laus tibi, Christe!

[In quel tempo: Giuseppe e Maria, madre di Gesù, restavano meravigliati delle cose che si dicevano di lui. E Simeone li benedisse, e disse a Maria, sua madre: Ecco egli è posto per la rovina e per la resurrezione di molti in Israele, e sarà bersaglio di contraddizioni, e una spada trapasserà la tua stessa anima, affinché restino svelati i pensieri di molti cuori. C’era inoltre una profetessa, Anna, figlia di Fanuel, della tribù di Aser, molto avanti negli anni, vissuta per sette anni con suo marito. Rimasta vedova fino a ottantaquattro anni, non usciva dal tempio, servendo Dio notte e giorno con preghiere e digiuni. E nello stesso tempo ella sopraggiunse, e dava gloria al Signore, parlando di lui a quanti aspettavano la redenzione di Israele. E quando ebbero compiuto tutto secondo la legge del Signore, se ne tornarono in Galilea, nella loro città di Nazaret. E il fanciullo cresceva e si irrobustiva, pieno di sapienza: e la grazia di Dio era con lui.]

OMELIA

DELLA DOMENICA FRA L’OTTAVA

DELLA NATIVITÀ’ DEL SIGNORE

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

[Vang. sec. S. Luca II, 33-40]

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Gesù posto in rovina e risurrezione di molti.

 Ecce positus est hic in ruinam, et resurrectionem Multorum”. Ella è questa una parte della celebre profezia che fece il santo vecchio Simeone alla Vergine Madre alloraché, in adempimento della legge di Mose, presentò il suo divin Figliuolo al Tempio, come ci narra San Luca dell’odierno sacrosanto Vangelo. “Questo pargoletto tuo figlio, le disse, sarà per molti causa di risurrezione e di salute, e per altri molti occasione di rovina e di morte” – “positus est hic in ruinam, et resurrectionem multorum”. Ma come, dirà forse alcun di voi, non è Egli Gesù, il nostro Salvatore, la nostra luce, la nostra vita? Come dunque può essere insieme cagion di nostra perdita, e di nostra rovina? A questa interrogazione, a questa difficoltà darò risposta e scioglimento del corso della presente spiegazione, se per poco d’ora mi favorite della gentile vostra attenzione. Gesù adunque è per molti causa di salute, e per molti altri occasione di rovina? Così è! Non sorprenda, uditori miei, che una stessa causa produca effetti diversi. La luce si fa candida nel giglio, pallida nella viola, e nella rosa vermiglia, e pur è sempre la stessa luce. L’ape e la serpe da un medesimo fiore suggono l’umore stesso, e pur nel seno dell’ape quel sugo si cambia in miele, nel sen della serpe si cangia in veleno. La manna nel deserto per molti era cibo leggero e nauseante, e per altri era cibo avente in sé ogni squisito sapore. Così Gesù luce del mondo, fior nazzareno, manna dal ciel disceso, sempre buono, sempre uguale in se stesso, per la malizia degli uomini riesce diverso nei suoi effetti, e ciò in speciale maniera, o si riguardi la sua fede, o la sua legge, o i suoi sacramenti. Vediamolo a parte a parte. – La fede in Gesù Cristo è la sola che salva. Questa fede, che ha origine dal principio del mondo, allor che dopo la caduta dei nostri progenitori venne loro promesso un liberatore, fu quella che li salvò colla penitenza di tutta lor vita. Abele innocente, Seth temente Iddio, il giusto Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Giobbe, Tobia, Davide, in una parola tutti i patriarchi e profeti e tutti quei personaggi santissimi, i nomi dei quali stanno nel libro della vita, e nell’antico Testamento, si sono salvati per la fede in Gesù Cristo, poiché non vi è altro nome in cui si possa essere salvezza, e siccome noi ci salviamo per la fede in Cristo già venuto, così si salvarono essi per la fede in Cristo venturo, unendo alla loro fede le più eccellenti virtù. Tale essere deve la nostra fede, fede viva, operante, fede osservatrice della divina legge, seguace degli esempi del Redentore, ed Egli allora si potrà e si dovrà dire esser causa benefica di nostra resurrezione e salvezza, “positus est hic in resurrectionem multorum”. Udite com’Egli medesimo si esprime nel suo santo Vangelo: “Io sono la resurrezione e la vita, chi crede in me (e in Cristo non può dirsi che veramente creda chi con la fede non unisce l’opere buone da Lui prescritte) ancorché fosse morto per il peccato, risorga a nuova vita di grazia, e vivrà in eterno”. Ego sum resurrectio et vita; “qui credit in me, etiamsi mortuus fuerit, vivet, et omnis qui credit et credit in me, non morietur in æternum” (Io. XI, 25, 26). – Che diremo ora di quelli sconsigliati, che spargono dubbi circa la cristiana credenza, bestemmiano quel che ignorano, e col carattere della fede in Gesù Cristo impresso nell’anime loro nel santo Battesimo, accoppiano vita e costumi da epicurei e da maomettani? Diremo non per insultarli, quel che di ciascun d’essi pronunzia l’Evangelista Giovanni: è già giudicato chiunque non crede, “qui non credit, iam judicatus est” (Io. III, 17): diremo che convien pregare il Padre dei lumi acciò rischiari la mente di quei che giacciono nelle tenebre e nelle ombre di morte. Diremo che un cuor retto, un animo non vizioso, un costumato cattolico, mai si rivolta contro la fede. Solo della fede è nemico un cuor guasto, uno spirito corrotto da ree passioni. E perché? Perché fede e peccato, fede e viziose abitudini, fede e sregolate passioni, sono tra loro in necessaria guerra; onde ne segue che chi non vuol abbandonare il peccato, e del peccato non vuol soffrire i rimorsi, si arma, si scaglia contro la fede, come sua nemica, per tentare se per questa via gli riesca di far tacere i latrati, e mitigare i rimorsi della rea coscienza. Ed ecco in ciò come Gesù Cristo, che per costoro esser doveva, per mezzo della sua fede, pietra fondamentale e causa di salute vien dalla loro incredulità trasformato in pietra d’inciampo ed occasione di rovina: “positus est hic in ruinam”. – Va del pari con la fede di Gesù Cristo la santa sua legge. Anch’essa ha il suo principio dall’origine del mondo, anzi da Dio medesimo, che è la legge eterna. Tre leggi, direte voi, son note a tutti, una che chiamasi di natura, l’altra scritta, la terza Evangelica. No, miei carissimi, sono tre nomi diversi, ma una sola è la legge. In quella guisa ch’è sempre lo stesso uomo quel che bambino vagisce in cuna, quel che cresce in giovane adulto, quel che poi nella virilità arriva ad essere uomo perfetto; così la legge di natura scritta da Dio nel nostro cuore fu una legge bambina; passò ad essere una legge adulta quando dal dito di Dio fu scritta sulle tavole a Mosè; e finalmente fu legge perfetta, quando uscì dalla bocca dell’incarnata Sapienza Cristo Gesù, e si promulgò col suo santo Vangelo; ma è sempre una stessa legge nel suo principio, nel suo progresso e nella sua perfezione; ond’è che Gesù Cristo si protestò altamente che non era venuto al mondo per togliere la legge, ma per adempirla e perfezionarla “Non veni volvere legem, sed adimplere” (Io. V, 17). – In questa legge divina, e nell’osservanza della medesima sta la salute e la vita, e perciò a quel giovane, che domandò al redentore per qual mezzo poteva conseguire la vita eterna, rispose: “serva mandata” (Matth. XIX, 17). Questi comandamenti li sapete dalla vostra infanzia. Adora ed ama il tuo Dio, non profanare il suo santo nome, santifica le feste a Lui consacrate, rispetta, ubbidisci, soccorri i tuoi genitori, non togliere ai tuoi simili né roba, né vita, né fama, astieniti dal vizio impuro, dallo spergiuro, e dal desiderio perfino di tutto ciò che non è tuo, ma del tuo prossimo. Ecco la legge, ecco la via per andar salvi. Nella fedele osservanza di questa legge è riposta la nostra giustificazione e salute. “Factores legis iustificabuntur” (Ad Rom. II, 13). Sarà Gesù allora causa propizia del nostro risorgimento e della nostra salvezza, “positus est hic in resurrectionem”. – or questa legge così cauta e salutare come da noi viene adempiuta? Ohimè un’altra legge regna nel cuore dell’uomo: le legge del peccato e della carnale concupiscenza, Oh quanti  osservatori conta questa legge tiranna! Un’altra legge si fa ubbidire con minore efficacia: la legge del mondo perverso e perversore, che consiglia, che comanda odio ai nemici, vendetta degli affronti, oppressione degli umili, disprezzo dei maggiori. Legge del mondo che approva le usure e i monopoli, che autorizza la frode e la bugia nei contratti, che fa prevalere l’impegno alla giustizia, il danaro all’onestà, l’interesse all’anima e a Dio. E non è questo il secolo della pressoché universale depravazione della legge dell’Altissimo? Non sarà iperbole, se noi ripeteremo nell’amarezza dell’animo ciò a Dio rivolto diceva piangendo il Re Profeta: “Tempus faciendi, Domine”. Questo è il tempo, o Signore, in cui per le umane azioni non vi è più né regola né freno, e la vostra legge francamente si disprezza e si calpesta … “tempus faciendi, Domine, dissipaverunt legem tuam” (Ps. CXVIII). Qual meraviglia poi, se per questi prevaricatori della divina legge sia posto Gesù in loro spirituale ed eterna rovina? “Positus est hic in ruinam multorum”, – Finalmente Gesù nei suoi sacramenti è causa di vita, e occasione di morte. Tra questi per esser breve, mi restringo ai due più frequentati, la Penitenza cioè, e l’Eucaristia. Rapporto al primo vi accostate al tribunale di penitenza in spirito di umiltà, e col cuore contrito (appressatevi pure con fiducia a questa salubre Probatica, e ne uscirete risanati. Sarà Cristo, per mezzo del suo ministro, il pietoso Samaritano, che col vino della sapienza e con l’olio della misericordia medicherà le vostre ferite, se foste morti alla grazia, Egli sarà il vostro risorgimento, “positus est in resurrectionem”. – Ma se invece senza esame, senza dolore, senza sincerità nelle accuse, senza proposito e volontà di lasciare il peccato e l’occasione dello stesso, vi presentaste ai piedi del Sacerdote, voi avrete il mal incontro. Il sangue adorabile di Gesù-Cristo, che con la sacramentale assoluzione s’applica all’anima vostra, si cangerà in materia di dannazione; discenderà sopra di voi questo sangue tremendo come disceso su gl’imperversati Giudei di rovina e di sterminio. – carissimi miei, tenetevi a mente questa figura, che parmi assai spiegante ed istruttiva. Ecco là nella prigione Giuseppe in mezzo a due carcerati: uno è il coppiere, l’altro il panettiere del faraone. Tutti e due han fatto un sogno, e ne domandano a Giuseppe l’interpretazione. Io, dice il primo, sognando premeva a mano un grappolo d’uva nella coppa del mio sovrano. Buon presagio, rispose il divino interprete, tu sarai rimesso in grazia del tuo signore, e ristabilito nel tuo impiego. E a me, soggiunge l’altro, pareva di portare un canestro pieno di pani e di ciambelle per la regia mensa, e mentre mi stava sul capo, una torva di corvi e di altri uccelli rapaci nol lasciarono vuota la cesta. Cattivo pronostico, rispose Giuseppe: tu sarai sospeso ad un legno, ed i corvi e gli avvoltoi si divoreranno le tue carni. Tanto disse e tanto avvenne! Applicate la figura, uditori miei. Siede sul sacro tribunale il sacerdote, interprete della divina volontà, e giudice da Dio costituito, portate ai piedi suoi un cuore come un grappolo del coppiere, premuto dal dolore e mutato in un altro cuore, cioè di cuor peccatore in cuore penitente, come l’uva di grappolo cangiata in vino. Consolatevi, voi avrete buone risposte, sarete ammessi al perdono, ritornerete in grazia del vostro Dio, risorti a nuova vita. – Se per l’opposto accostandovi al sacro ministro porterete solo in mente e nella memoria le vostre colpe, come il canestro sul capo del panettiere tanto da farne al confessore una fredda narrazione, ma senza dolore d’averle commesse, senza proposito di emendarvi, senza volontà di restituire la roba altrui, di abbandonare le occasioni pericolose, di adempiere le obbligazioni del proprio stato, guai per voi! O vi saran date giuste come da giuste ma funeste risposte, o se riceverete la sacramentale assoluzione, vi aggraverete di un nuovo e maggiore peccato e morendo in questo misero stato, i demoni faranno di voi orrido strazio; perché la sacramentale confessione, da Gesù Cristo istituita per salvarvi, l’avete praticata per perdervi, e l’abuso sacrilego che fatto ne avete ha trasformato Gesù Salvatore in vostro nemico e in vostra rovina. Positus est in ruinam. – Lo stesso avviene nel sacramento della santissima Eucaristia. Ogni fedele che con cuore e con l’anima monda, almeno da grave peccato, si pasce delle carni dell’Immacolato Agnello di Dio, riceve conforto, ristoro ed aumento di grazia santificante, e Gesù, che è pane di vita, vita gli dà spirituale ed eterna. – Se poi taluno ardisse mangiar questo divin pane con la coscienza rea di colpa mortale, si mangerebbe quest’indegno, dice l’Apostolo, il suo giudizio e la sua condanna. Osservate soggiunge l’Angelico, come lo stesso pane celeste per l’anime buone è cibo di vita, per le malvagie è cibo di morte. “Mors est malis, vita bonis: vide par is sumptionis quam sit dispar exitus”. – Si legge nel libro quinto dei Numeri, che se un marito per ragionevole sospetto temuto avesse della fedeltà della proprii consorte, era autorizzato dalla legge di Mosè a condurla innanzi al sacerdote. Questi, a depurare il dubbio, raccolta dal pavimento del Tabernacolo poca polvere e mescolatala con acqua, la dava a bere alla donna sospetta. Se questa era rea, quella bevanda, come fosse potentissimo veleno, la faceva sull’istante cadere morta ai piedi dei circostanti, se innocente, senza soffrire alcun nocumento ritornava a casa sua fra gli applausi dei congiunti e dei cittadini. Lo stesso, vedete, miei cari, lo stesso avviene, sebbene in modo invisibile, nella santa Eucaristica Comunione. Guai a quell’anima che conscia di peccato mortale dalla man del sacerdote riceve la sacra particola! Sarà questa per lei micidiale veleno. Buon per quell’altra che se ne pasce con cuore innocente e con un cuor purgato da vera penitenza; fra gli applausi degli Angeli avrà vita e salute e pegno di vita eterna. – Ed ecco come Gesù Cristo positus est in ruinam et resurrectionem multorum”. Ah dunque, miei cari, teniamoci ben stretti alla fede di Gesù Cristo, ch’è la sola che salva: osserviamo la sua legge, che è la necessaria condizione per salvarci: siam peccatori? Andiamo ai suoi piedi al tribunale di penitenza col cuore umiliato e contrito, e saremo giustificati: accostiamoci alla sacra mensa colle debite disposizioni, e Gesù sarà per noi cibo, vita, salute, seme d’immortalità, pegno della futura gloria, che per sua grazia ci conceda.

Credo

Antif. All’Offertorio

Ps XCII:1-2 Deus firmávit orbem terræ, qui non commovébitur: paráta sedes tua, Deus, ex tunc, a saeculo tu es.

[Iddio ha consolidato la terra, che non vacillerà: il tuo trono, o Dio, è stabile fin da principio, tu sei da tutta l’eternità].

Secreta

Concéde, quaesumus, omnípotens Deus: ut óculis tuæ maiestátis munus oblátum, et grátiam nobis piæ devotiónis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat.

[Concedi, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che questa offerta, presentata alla tua maestà, ci ottenga la grazia di una fervida pietà e ci assicuri il possesso della eternità beata].

Communio Matt II:20 Tolle Púerum et Matrem eius, et vade in terram Israël: defúncti sunt enim, qui quærébant ánimam Púeri.

[Prendi il bambino e sua madre, e va nella terra di Israele: quelli che volevano farlo morire sono morti].

Post communio

Per huius, Dómine, operatiónem mystérii, et vitia nostra purgéntur, et iusta desidéria compleántur. [Per l’efficacia di questo mistero, o Signore, siano distrutti i nostri vizii e compiuti i nostri giusti desideri]

IL SS. NOME DI GESU’

2 gennaio: Il SANTISSIMO NOME DI GESÙ

 Rango: Doppio della Classe II.

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 Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha risuscitato, e Gli ha dato un NOME, che è al di sopra tutti i nomi; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega.

Gesù! Nome dato al Verbo Incarnato non dagli uomini, ma da Dio stesso. Apparve l’Angelo a San Giuseppe, e poiché egli pensava di rimandare occultamente Maria sua santissima Sposa, lo rassicura: « Giuseppe, gli disse, figlio di David, non temere di prender teco Maria la tua consorte, perché ciò che è nato in Lei è dallo Spirito Santo. Darà alla luce un figliuolo cui porrai nome Gesù, poiché sarà Lui che libererà il popolo suo dai peccati». Nacque il Bambino e otto, giorni dopo fu circonciso, e fu chiamato Gesù, cioè Messia, Salvatore. Gesù! Nome per noi d’allegrezza, nome per noi di speranza, per noi nome d’amare. – Nome d’allegrezza. Quando ci affligge la memoria dei nostri mali trascorsi, quando il rimorso si fa sentire più forte entro la nostra coscienza, quando lo spavento degli eterni castighi ci assale, il demonio vorrà precipitarci in seno alla disperazione, noi pensiamo a Gesù, il Salvatore, ed una gioia, una nuova giocondità ci conforta, ritroviamo in esso la luce, quella luce che illumina, che salva, che santifica. – Nome di speranza. Gesù stesso ci dice: « Se chiederete qualcosa al Padre in nome mio, Egli ve la darà ». O uomini, di che temete? Se la vostra miseria vi fa arrossire, se temete pei vostri peccati il Padre mio, se non osate chiedere a Lui ciò che a voi sta a cuore, fate coraggio, chiedetelo in Nome mio, poiché « se qualcosa chiederete al Padre in mio nome, ve lo darà ». Sperate adunque. Gesù, nome d’amore. Oh sì! Chi pronunciando questo dolcissimo Nome non ricorda quanto sia costata la nostra Redenzione? Chi non si commuove innanzi ad un eccesso di tanto amore? E Gesù, Dio uguale al Padre, che si sacrifica su di una croce, agonizza fra atroci tormenti, egli innocente, muore schernito e vilipeso da quelli stessi per cui dà la vita. Nome d’amore, d’infinito amore, nome che a Gesù solo compete, perché dopo aver creato viene a redimere e per redimere si è annichilito facendosi l’Uomo dei dolori, ed obbediente sino alla dura morte di croce; per la qual cosa il Padre Gli diede un nome che è sopra ogni nome : « dedit illi nomen quod est super omne nomen », a questo nome piegano la fronte gli Angeli ed i beati del Cielo, tremano al suono di questo le forze degli abissi, a questo riverenti si inchinano gli abitanti della terra. – Quel Bambino che i profeti da tanti anni preannunziarono quel Bambino di cui parlano le Scritture, quello che l’umanità da tanto tempo aspettava come un liberatore, oggi Lo conosciamo, si chiama Gesù, Salvatore; Egli è che chiuderà le porte dell’inferno ed aprirà quelle del Cielo, Egli che porterà la pace alla terra, Egli ancora che per i poveri uomini darà al Padre suo quella gloria che a Lui solo è dovuta.

PRATICA. — Non pronunciamo mai invano, o senza tutto il dovuto rispetto il nome di Gesù; invochiamoLo invece, con fede in ogni nostro bisogno.

PREGHIERA. — Gesù mio, scrivete il vostro Nome sul mio povero cuore, e sulla mia lingua, acciocché, tentato a peccare, io resista con invocarvi, tentato a disperarmi, io confidi nei vostri meriti, trovandomi tiepido in amarvi il vostro Nome m’infiammi col ricordarmi quanto Voi mi avete amato. Sia, o Signore, il vostro Nome sempre la mia speranza, la mia difesa, sempre e l’unico mio conforto, sempre la fiamma che mi terrà acceso del vostro divino amore.

[da: I Santi per ogni giorno dell’anno”. S. Paolo ed. Alba- Roma, 1933]

L’IMPOSIZIONE DEL NOME

[da: I Sermoni – S. Antonio da Padova]

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«E gli fu posto nome Gesù» (Lc II,21). Nome dolce, nome soave, nome che conforta il peccatore, nome di beata speranza. Giubilo al cuore, melodia all’orecchio, miele alla bocca. Piena di giubilo, la sposa del Cantico dei cantici dice di questo nome: «Olio sparso è il tuo nome» [Profumo olezzante è il tuo nome] (Ct I, 2). Osserva che l’olio ha cinque proprietà: galleggia sopra tutti i liquidi, rende cedevoli le cose dure, tempera quelle acerbe, illumina le oscure, sazia il corpo. Così anche il nome di Gesù, per la sua grandezza è al di sopra di tutti i nomi degli uomini e degli Angeli, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega (cf. Fil II, 10). Quando lo proclami intenerisce i cuori più duri, se lo invochi tempera le tentazioni più aspre, se lo pensi illumina il cuore, se lo leggi sazia il tuo spirito. – E fa’ attenzione che questo nome di Gesù non è detto soltanto «olio», ma olio «sparso». Da chi? E dove? Dal cuore del Padre, nel cielo, sulla terra e negli inferi. In cielo per l’esultanza degli Angeli, che perciò acclamano esultanti: «Salvezza al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello» (Ap VII, 10), cioè a Gesù, che è chiamato «Salvezza, Salvatore»; sulla terra per la consolazione dei peccatori: «Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. Di notte anela a te l’anima mia» (Is XXVI, 8-9); negli inferi per la liberazione dei prigionieri, infatti si dice che, prostrati alle sue ginocchia, abbiano gridato: «Sei venuto finalmente, o nostro Redentore!…» (Breviario Romano, antico Ufficio dei defunti).- Riporterò brevemente ciò che scrive Innocenzo di questo nome. Questo nome di Gesù (lat. Jesus) è composto di due sillabe e di cinque lettere: tre vocali e due consonanti. Due sillabe, perché Gesù ha due nature, la divina e l’umana: la divina dal Padre, dal Quale è nato senza madre; l’umana dalla Madre, dalla quale è nato senza padre. Ecco, due sono le sillabe in quest’unico nome, perché due sono le nature in quest’unica persona. – Da notare però che la vocale è quella che ha un suono per se stessa, la consonante invece ha suono solo unita con una vocale. Quindi nelle tre vocali è simboleggiata la divinità la quale, essendo unica in se stessa, produce il suono nelle tre persone. Infatti “tre sono quelli che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo; e questi tre sono uno» (lGv V, 7). – Nelle due consonanti è simboleggiata l’umanità la quale, avendo due sostanze, cioè il corpo e l’anima, non ha suono per se stessa, ma solo in virtù dell’altra natura, alla quale è congiunta nell’unità della persona. «Infatti come l’anima razionale e la carne sono un solo uomo; così Dio e l’uomo sono un solo Cristo» (Simbolo atanasiano). La persona infatti è definita «una sostanza razionale a se stante», e tale è Cristo. – Cristo è Dio e anche uomo, ma per sé «suona» in quanto è Dio, e non in quanto è uomo, perché la divinità conservò il diritto di personalità assumendo l’umanità, ma l’umanità assunta non ricevette il diritto di personalità [poiché non la persona assunse la persona, né la natura assunse la natura, ma la persona assunse la natura] (Innocenzo III, papa, Sermone sulla Circoncisione). – Questo dunque è il nome santo e glorioso «che è stato invocato sopra di noi» (Ger XIV, 9), e non c’è altro nome – dice Pietro – sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati (cf. At IV.12). – Per la virtù di questo nome ci salvi Dio, Gesù Cristo nostro Signore, che è benedetto sopra tutte le cose nei secoli dei secoli. Amen.

 INNO

Jesu decus angelicum,

In aure dulce canticum,

In ore mel mirificum,

In corde nectar caelicum.

Qui te gustant, esuriunt;

Qui bibunt, adhuc sitiunt;

Desiderare nesciunt,

Nisi Jesum, quem diligunt.

O Jesu mi dulcissime,

Spes suspirantis animae!

Te quaerunt piae lacrimae,

Te clamor mentis intimae.

Mane nobiscum, Domine,

Et nos illustra lumine;

Pulsa mentis caligine,

Mundum reple dulcedine.

Jesu, flos Matris Virginis,

Amor nostrae dulcedinis,

Tibi laus, honor nominis,

Regnum beatitudinis. Amen.

[Gesù, decoro degli Angeli, all’orecchio dolce cantico, alla bocca miele dolcissimo, al cuore nettar celeste. Quelli che ti gustano, hanno ancor fame; quelli che ti bevono, hanno ancor sete; desiderar non sanno, se non Gesù, che amano. O Gesù mio dolcissimo, speranza dell’anima che sospira! te cercano le pie lacrime, te il grido intimo del Cuore. Rimani con noi, o Signore, e c’illumina colla tua luce: ne fuga la caligine dell’anima, riempi il mondo della tua dolcezza. Gesù, fior della Vergine Madre, amor nostro dolcissimo, a te la lode, l’onor del nome, il regno della beatitudine. Amen.]

V. Sia benedetto il Nome del Signore. Alleluia. Alleluia.

 R. Ora, e per sempre. Alleluia. Alleluia.

OREMUS

Deus, qui unigenitum Filium tuum constituisti humani generis Salvatorem, et Jesum vocari jussisti: concede propitius; ut cujus sanctum nomen veneramur in terris, ejus quoque aspectu perfruamur in cælis.

Preghiamo [O Dio, che hai costituito Salvatore del genere umano il Figlio tuo unigenito e hai voluto che si chiamasse Gesù: concedi benigno, che, come ne veneriamo il santo nome in terra, così ne godiamo ancora la vista in cielo].

V. Adjutorium nostrum in nomine Domini. R. Qui fecit cœlum et terram.

Il nostro aiuto è nel nome del Signore;

Che ha fatto cielo e terra.

LA CIRCONCISIONE DI GESU’

LA CIRCONCISIONE DI GESU’

circoncisione

[da “I Sermoni” – S. Antonio di Padova]

«Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione del bambino» (Lc II,21). In questa prima parte ci viene insegnato, in senso anagogico (mistico), come tutti i giusti, nella risurrezione finale, saranno circoncisi di ogni corruzione. Ma poiché nel Verbo circonciso avete sentito una parola «circoncisa», anche ne parleremo circoncisamente (brevemente) della sua circoncisione. Cristo fu circonciso soltanto nel corpo, perché nulla c’era da circoncidere nel suo spirito. Infatti «egli non commise peccato, e non si trovò inganno sulla sua bocca» (lPt II,22). E neppure contrasse il peccato [di origine] perché, come dice Isaia: «Salì su una nuvola leggera» (Is XIX,1), assunse cioè una carne immune da peccato. – Venendo tra i suoi, poiché “i suoi non l’avrebbero accolto” (Gv.I, 11), dovette essere circonciso, affinché i giudei non avessero contro di Lui dei pretesti, con il dire: E un incirconciso, dev’essere eliminato dal popolo perché, come è scritto nella Genesi, “il maschio al quale non è stato reciso il prepuzio, sarà eliminato dal suo popolo” (Gen XVII, 14). Sei un trasgressore della legge, non vogliamo uno che è contro la legge. – Fu quindi circonciso per almeno tre motivi: primo, per osservare la legge – si dovette compiere il mistero della circoncisione finché non fu sostituito dal Sacramento del Battesimo -; secondo per togliere ai giudei il pretesto di calunniarlo; terzo, per insegnarci la circoncisione del cuore, della quale dice l’Apostolo: “La circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera; la sua gloria non viene dagli uomini, ma da Dio» (Rm II, 29). – “Passati gli otto giorni prescritti”. Vediamo il significato di queste tre cose: il giorno ottavo, il bambino e la sua circoncisione. La nostra vita si svolge, per così dire, in un giro di sette giorni (settenario): segue poi il «giorno ottavo» (ottonario) della risurrezione finale. Dice l’Ecclesiaste: «Da’ la loro parte a sette, e anche a otto, perché non sai che cosa di male potrà venire sulla terra» (Eccle XI, 2). – Come dicesse: fa’ che i sette giorni della tua vita prendano parte alle opere buone (siano impegnati nell’operare il bene), perché poi ne riceverai la ricompensa nel giorno ottavo, quello della risurrezione; in quel giorno sopra la terra, cioè per coloro che amano la terra, ci sarà un male così grande, quale nessun uomo potrà immaginare. – Allora l’aia sarà ripulita, il grano sarà separato dalla paglia, le pecore saranno divise dai capri (cf. Mt III, 12; XXV, 32; Lc III,17). La ripulitura dell’aia simboleggia la revisione che sarà operata nell’ultimo giudizio. Il grano raffigura i giusti che saranno accolti nei granai del cielo. Dice Giobbe: «Te ne andrai nella tomba, pieno di anni, come si ammucchia il grano a suo tempo» (Gb V, 26). La tomba indica la vita eterna, dove i giusti entreranno carichi di opere buone, e saranno al riparo dagli attacchi dei demoni, come uno che si nasconde in una tomba per sfuggire agli uomini. La paglia invece, cioè i superbi, superficiali e incostanti, saranno bruciati nel fuoco. Di essi dice Giobbe: «Saranno come paglia al soffio del vento e come pula che l’uragano disperde» (Gb XXI,18). Gli agnelli o le pecore, cioè gli umili e gli innocenti, saranno posti alla destra di Dio: «Come un pastore pascerà il suo gregge, con il suo braccio radunerà gli agnelli, li solleverà al suo petto ed egli stesso porterà le pecore gravide» (Is. XL,11). – Osserva che in queste quattro parole: pascerà, radunerà, solleverà e porterà, si possono ravvisare le quattro prerogative delle quali sarà dotato il corpo dei giusti nel giorno ottavo, cioè nella risurrezione finale. – Pascerà con lo splendore: «Dolce è la luce, e agli occhi piace vedere il sole» (Eccle XI,7); e i giusti splenderanno come il sole nel regno di Dio (cf. Mt XIII,43). Se l’occhio ancora corruttibile tanto si diletta dell’illusorio splendore di un misero corpo, quanto più grande sarà quel piacere di fronte al vero splendore di un corpo glorificato? Radunerà con l’immortalità: la morte dissolve e divide, l’immortalità riunisce e raduna. Solleverà con l’agilità: ciò che è agile si solleva facilmente. Porterà con la sottigliezza: ciò che è sottile [una veste] si porta senza fatica. Invece i capri, cioè i lussuriosi, saranno appesi per i piedi ganci dell’inferno. Infatti il Signore, per bocca di Amos, minaccia le vacche grasse» (cf. Am IV, 1), cioè i prelati della Chiesa superbi e lussuriosi: «Ecco, verranno per voi i giorni in cui [i demoni] vi appenderanno ai ganci, e getteranno i rimanenti di voi in caldaie bollenti. Uscirete per le brecce uno contro l’altro; e sarete scagliati contro l’Hermon» (Am IV, 2-3), che s’interpreta «scomunica», perché i superbi e i lussuriosi, scomunicati e maledetti dalla chiesa trionfante sprofonderanno nell’eterno supplizio. – Tutto questo, cioè la gloria e la pena, sarà dato a ciascuno nel giorno ottavo, cioè nella risurrezione, secondo ciò che ha fatto nella settimana di questa vita. Dice in proposito la Genesi: «Giacobbe servì sette anni per [avere] Rachele, e gli sembrarono pochi giorni tanto grande era l’amore che nutriva per lei» (Gen XXIX, 20). Infatti era una donna molto bella di forme e di aspetto avvenente (Gen XXIX. 17). E continua: «Passata la settimana, prese Rachele in moglie» (XXIX, 28). E più avanti dice: «Di giorno mi divorava il caldo e il gelo di notte, e il sonno fuggiva dai miei occhi» (Gen XXXI, 40). – O amore della bellezza! O bellezza dell’amore! O gloria della risurrezione, quante cose riesci a far sopportare all’uomo, per giungere alle nozze con te! Il giusto fatica per tutti i sette giorni della sua vita nell’indigenza del corpo e nell’umiltà del cuore: di giorno, cioè quando gli sorride la prosperità nel calore della vanagloria; e di notte, vale a dire quando sopravvengono le avversità e viene tormentato dal gelo della tentazione del diavolo. E così il sonno e il riposo fuggono da lui perché ci sono battaglie all’interno e paure all’esterno (cf. 2Cor VII, 5). Teme il mondo, è combattuto in se stesso, e tuttavia in mezzo a tante sofferenze i giorni gli sembrano pochi a motivo della grandezza dell’amore. Infatti «per chi ama nulla è difficile (Cicerone). – O Giacobbe, ti scongiuro: lavora con pazienza, sopporta con umiltà perché, finita la settimana della presente miseria, conquisterai le bramate nozze della gloriosa risurrezione, nella quale sarài finalmente circonciso di ogni fatica e di ogni schiavitù di corruzione. – «Passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione del fanciullo». In lat. è detto puer, fanciullo, non vecchio. Nella risurrezione finale ogni eletto sarà circonciso, perché risorgerà per la gloria, come dice Plinio, senza alcun difetto, senza alcuna deformità. Sarà ben lontana ogni infermità, ogni incapacità, ogni corruzione, ogni inabilità e ogni altra carenza indegna di quel regno del sommo Re, nel quale i figli della risurrezione e della promessa saranno uguali agli angeli di Dio (cf. Lc. XX, 36); allora ci sarà la vera immortalità. – La prima condizione dell’uomo fu il poter non morire; per causa del peccato gli fu inflitta la pena di non poter non morire: seconda condizione; lo attende, nella futura felicità, la terza condizione: non poter più morire. Allora usufruiremo in modo perfetto del libero arbitrio, che al primo uomo fu dato in modo che «potesse non peccare»; sarà appunto perfetto quando questo libero arbitrio sarà tale da «non poter peccare». – O giorno ottavo, tanto desiderabile, che in modo così meraviglioso, circoncidi dal bambino tutti i mali!

ISTRUZIONE SUL PRIMO GIORNO DELL’ANNO

ISTRUZIONE SUL PRIMO GIORNO DELL’ANNO

[da: Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXX ed. Milano 1888]

giudizio

Qualunque affare del mondo, perché abbia buon riuscimento convien che cominci da Dio, che è il Padrone di tutti gli eventi. E ciò si fa coll’invocare preventivamente il suo santo aiuto. – Cosi fece Davide prima di agitare la sua fionda, per agitare la sua fionda per abbattere il gigante Golia. Così fece Giuditta prima di vibrare quel colpo che, troncando il capo a Oloferne, doveva salvare tutta Betulla. E così fanno tutti i buoni cristiani, facendosi il segno della Croce al principio d’ogni azione di qualche rilievo. Quanto più dunque deve ciò farsi al principio dell’anno, che è il principio di innumerevoli azioni? Tanto più che Dio è sempre stato geloso delle primizie, volendo con esse venir da noi riconosciuto per unico Autor di ogni bene; quindi ordinò nel Levitico che, al primo mietersi delle nuove biade, Gli si offerissero in sacrificio due pani formati col grano novello. Quanto più dunque, sul cominciare dell’Anno, esigerà Egli le primizie della nostra devozione, del nostro spirito. – Per determinarci a una special santificazione di questo primo giorno, conviene riflettere al nuovo debito che ognuno contrae in oggi con Dio, essendo per sua sola benignità che ci è concesso di vivere ancora in quest’anno mentre, per l’abuso fatto degli anni antecedenti, noi meritammo d’aver troncata la nostra vita. E’ bene anche considerare che quest’anno potrebbe per noi essere l’ultimo in cui il Signore voglia soffrire la nostra malvagità ed aspettarci a penitenza, facendo con noi come fece con quell’albero di fico infruttuoso descritto al capo di S. Luca. Avendo il padrone condannato alla scure ed alle flamme in pena del non aver esso per tre anni continui reso alcun frutto. Ma, per le preghiere del vignaiuolo, si accontentò di aspettare un altro anno per vedere se con nuova coltura potesse rendersi fruttuoso. Nella stessa guisa il Signore, dopo aver sopportato tanti anni la nostra vita sterile affatto d’ogni bene e solo feconda di colpe, ci concede adesso quest’altro anno, affinché ci ravvediamo dei nostri falli, e corrispondiamo con fervore a tanti suoi benefici. Diciamo dunque con Davide — Ho fatta la mia risoluzione — Voglio proprio cominciare davvero ed essere buono! = Ego dìxi, nunc coepi. – Anno nuovo. Vita nuova. – A questo intento sono utilissime le pratiche seguenti. 1. Prolungar le proprie orazioni per implorar il divino aiuto. 2. Comunicarsi con gran devozione. 3. Dare in limosina tante monete quanti sono gli anni della propria vita, oppure recitare altrettanti Pater ed Ave onde ringraziare il Signore d’averci finora conservati. 4. Fare le proteste le più sincere di una vita tutta piena di opere buone a santificazione di sé, e ad edificazione del proprio prossimo. – Tanto più che a questa vita tutta piena di opere buone ci invita oggi la Chiesa col metterci sott’occhio il mistero della circoncisione. Gesù Cristo essendo Dio, avrebbe potuto sottrarsi a questa dolorosa ed umiliante cerimonia mosaica. Tuttavia Egli volle sottomettervisi per più ragioni che meritano di essere attentamente considerate: 1. Per abolire in modo amorevole un rito instituito da Dio medesimo onde distinguere, fino alla Nuova Alleanza, da tutte le altre nazioni il suo popolo. 2. Per mostrare che il corpo da Lui assunto in unità di persona col divin Verbo era un corpo vero e reale, non già apparente e fantastico come sognarono certi eretici. 3. Per mostrare che Egli non solo era Figliuolo dell’ uomo, ma dell’uomo dalla stirpe del quale doveva venire il Messia. 4. Per insegnare a noi, non solo a sottomettersi volentieri alle leggi che ci obbligano strettamente, ma ancora a cercare spontaneamente le umiliazioni e i patimenti. 5. Per darci, fin dai primi suoi giorni il pegno più certo del suo amore, cominciando appena nato a patire e versar sangue per la nostra salute. 6. Per insegnarci fin da principio la virtù fondamentale della vita cristiana, che è la circoncisione del cuore per cui s’intende la mortificazione di ogni scorretto appetito. – Secondo l’asserzione di Durando, che scriveva nel secolo decimoterzo, anticamente si usava in questo giorno di celebrare due Messe 1° una della Circoncisione per festeggiare il Mistero, e l’altra della Madonna per esprimere la propria ricoscenza a Colei la quale ebbe tanta parte nei misteri del divin suo Figlio. Facciamoci dunque ancor noi un dovere di onorare in modo speciale la Santa Vergine Maria mettendoci con nuove proteste sotto la sua protezione. – In molti luoghi si costuma in questo giorno distribuire a ciascuno degli intervenienti alla Dottrina l’immagine di un Santo, onde serva di speciale protettore per tutto l’anno. Facciamo la debita stima di un’usanza sì bella, ricordandoci che in ogni Santo che la Provvidenza ci dà per protettore noi abbiamo un modello, un avvocato ed un giudice. Un Modello di cui dobbiamo imitar la virtù; un Avvocato di cui dobbiamo con gran fiducia implorare il patrocinio; un Giudice di cui dobbiamo temere i rimproveri quando avessimo trascurato di imitarne le virtù e implorarne l’assistenza. – Quando si facciano tutte queste considerazioni si sentirà stretto dovere di realizzare il detto di sopra. — Anno nuovo, Vita nuova!

ORAZIONE PEL PRIMO GIORNO DELL’ANNO.

I . Che sarà di me, o mio Dio, in quest’anno, a cui per vostra misericordia do lietamente principio in questo giorno? Avrò io la sorte di aggiungerlo intero ai molti altri che già mi avete concessi, o sarà quello che chiuderà il corso della mia vita a cui terrà dietro il terribil passaggio dal tempo all’eternità? Voi solo che siete l’arbitro sovrano di tutti i tempi, sapete tutto quello che ha da avverarsi: io non so altro se non che colla mia passata condotta ho meritato d’essere le mille volte cancellato dal numero dei viventi, e sepolto nel baratro de’ reprobi: quindi non cesserò mai di lodare e di benedire la vostra misericordia, che si compiacque di sottrarmi ai rigori della vostra giustizia, e di farmi parte di quei favori che si dovrebbero solamente a chi vi serve con fedeltà. E, siccome per nostro bene avete nascosto a noi tutti il momento da voi stabilito per chiamarci al vostro giudizio, così fate che io approfitti di questa incertezza per viver sempre in conformità ai vostri santi comandamenti, e così prepararmi propizia la gran sentenza che deve fissare la mia sorte per tutta quanta l’eternità. Ma, cosa sono io, o Signore senza ì’aiuto della vostra grazia, se non un terreno arido e secco, che non produce che triboli e spine? Piovete dunque sopra di me questa misteriosa rugiada, onde, benedetto da voi, possa col successe il più felice applicarmi all’estirpamento di tutti gli abiti peccaminosi che mi dominarono fino al presente, all’acquisto di tutte quelle virtù che ho finora trascurate, alla pratica di tutte quelle opere che sono indispensabili all’assicurazione della mia eterna salvezza. La sanità del mio corpo, la prosperità de’miei interessi, la preservazione di tutti i mali che possono in qualche maniera o molestare la mia persona, o alterare la mia sorte, io le rimetto interamente nelle vostre mani, ben persuaso che Voi non mi lascerete mancare giammai quanto mi può essere vantaggioso, o terrete sempre da me lontano tutto quello che può compromettere la mia santificazione o la mia salute. – Siccome però le mie preghiere sono troppo miserabili, così, ad assicurarmi il conseguimento di tutte queste grazie, interponete Voi, o gran Vergine, la vostra potentissima mediazione; tenetemi sempre sotto il manto del vostro amorevole patrocinio: fate sempre le parti d’avvocata per me ; amatemi sempre qual vostro figlio, e non permettete giammai che un solo istante io mi raffreddi nel vostro santo servizio, giacché sarebbe questo un declinare dalla strada sicura per cui si giunge a salvamento. – Angelo mio Custode, che già da tanti anni vegliate amorosamente sopra di me, non permettete che io contristi di nuovo il vostro amantissimo cuore e il vostro purissimo sguardo coll’assecondare, come per lo passato, le mie disordinate passioni. Rispetti sempre la vostra presenza; ascolti sempre i vostri consigli; e tema sempre le vostre minacce, giacché voi non cercate altro che il vero mio bene temporale ed eterno. – Santi tutti del cielo, e specialmente Voi che vi trovaste già nel mio stato, Voi il di cui nome io porto, Voi che la Provvidenza mi ha assegnato a particolari Protettori in quest’anno, ottenetemi colla vostra intercessione che, camminando sempre fedele nella strada da voi già percorsa, tanto più acquisti di merito quanto più mi è dato di vita, e, a somiglianza delle Vergini prudenti, vivendo sempre in aspettazione dell’arrivo dello Sposo, tenga sempre ben allestita la lampada misteriosa della fede, della carità e delle buone opere, senza di cui non è possibile partecipare al convitto a cui foste già ammessi, e che sarà sempre fecondo delle più squisite delizie per tutta quanta l’eternità.

Pater, Ave, Gloria, Salve Regina, Angele Dei.

In fine Veni Creator.

AVVERTENZA,

Siccome il vivere meno conforme ai propri doveri dipende dal non avere sott’occhio i santi e gravissimi impegni contratti nel nostro Battesimo, così è pratica non mai lodata abbastanza quella di fare, se non in pubblico, come già si usa in varii luoghi, almeno in privato, la rinnovazione dei Voti Battesimali, ed è perciò che alla predetta Orazione per il primo giorno dell’anno si fa succedere immediatamente la relativa formula:

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PER RINNOVARE LE PROMESSE DEL BATTESIMO.

Trinità santissima, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, Dio solo in tre Persone, io vi adoro insieme a tutte le creature da voi redente; vi benedico per le grandi misericordie delle quali vi è piaciuto di favorirmi in tutti i giorni della mia vita; ma sopra tutto io Vi ringrazio, o mio Dio, del benefizio sì distinto del santo Battesimo, per cui sono entrato a parte di tutti i vostri tesori di grazia, ed ho cominciato a vivere a Voi per vivere un giorno anche con Voi gloriosamente nel cielo. Veramente non posso rammentare un favore sì grande, senza piangere sull’abuso che ne ho fatto avendo tante volte violate le promessa fatte a voi e condotta una vita indegna di quel carattere augusto di vostro figlio del Quale vi siete degnato di onorarmi. Detesto, o mio Gesù, una ingratitudine sì enorme: e vorrei averVi amato e servito sì bene, come hanno fatto i più gran Santi. Rinunzio di nuovo, e rinunzio per sempre, al cospetto di tutto il cielo come ho rinunziato nel Battesimo, a satanasso ed alle sue suggestioni, al Mondo ed allo sue pompe, alla Carne e alle sue lusinghe, a me stesso e a tutte le cattive inclinazioni del mio cuore, e vi prometto di voler sempre tenere nella mia vita avvenire il Vangelo per regola e Gesù Cristo per modello. – Ma Voi, o Padre eterno, che Vi siete degnato di adottarmi in Gesù Cristo per uno de’ vostri figliuoli, e chiamarmi alla eredità vostra, risvegliate in me la grazia dell’adozione divina; e poiché non son rigenerato che per Voi e pel cielo, fate che io non viva e non travagli che per la vostra gloria e la mia salute. – Gesù, figlio unico del divin Padre, e mio amabilissimo Redentore, che unicamente per la vostra carità mi avete unito al vostro corpo mistico, qual è la vostra Chiesa, lavato col vostro sangue, e arricchito de’ vostri misteri, perfezionate in me l’opera vostra facendomi colla vostra grazia morir a tutte le disordinate passioni, e vivere soltanto della vostra nuova vita celeste, e colla pratica delle vostre sante virtù in me rappresentare l’immagine vostra, come vero cristiano.Spirito Santo, principio adorabile dell’adozione divina e della mia spirituale rigenerazione, siate ancora il principio di tutti i movimenti del mio cuore e di tutte le opere mie, perché siano degne di un figlio adottivo di Dio, di un membro vivo di Gesù Cristo. Siatemi Spirito di fortezza contro lo spirito del mondo e le lusinghe delle passioni; Spirito di penitenza per piangere le mie infedeltà alla grazia e alle obbligazioni del santo Battesimo; Spirito di consiglio, per ben dirigermi in tutte le oscurità ed in tutti i pericoli della vita; e Spirito finalmente di gemito e di preghiera per gemere in questo luogo di esilio sui tristi effetti del peccato, e aspirare di continuo alla felice libera dei figliuoli di Dio o alla patria beata del Paradiso. E Voi, o Vergine Santa, Protettori immortali, Angelo mio Custode, sotto i cui auspici sono rinato al cielo, ottenetemi tutta quella abbondanza di grazia per cui sia fedele alle mie promesse; e dietro gli esempi vostri, valendomi di un sì gran dono a gloria di Dio ed a mia santificazione, possa giungere sicuramente al cielo, ed ivi amare e lodare con Voi per sempre quella Trinità Santissima che è l’unica sorgente di ogni bene, a cui sia onore, gloria e benedizione per tutti i secoli. Così sia.

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FORMULA

PER LA RINNOVAZIONE DEI VOTI BATTESIMALI

da farsi in pubblica Chiesa.

Sacerdote. Credete voi in Dio Padre Onnipotente Creatore del Cielo e della Terra?

Popolo. Credo.

Sac. Credete voi in Gesù Cristo, suo figliuolo unico, Signor nostro, vero Dio e vero Uomo, che concepito per opera dello Spirito Santo, nato da Maria Vergine, patì e mori in croce per la salute di tutto il genere umano: poi, risorto glorioso, ascese al Cielo, ove siede alla destra di Dio Padre, intercedendo sempre per noi, e d’onde ha da venire a giudicare i vivi ed i morti?

Pop. Credo.

Sac. Credete voi nello Spirito Santo, la Santa Chiesa Cattolica, la Comunione dei Santi, la Remissione dei peccati, la Risurrezione della Carne, e la Vita eterna?

Pop. Credo.

Sac. Promettete voi, coll’aiuto che sperate da Dio, di osservare la santa sua legge, tutti i precetti della sua Chiesa, e di amare Iddio con tutto il cuore sopra ogni cosa ed il prossimo come voi stessi per amore di Dio?

Pop. Prometto.

Sac. Rinunciate voi al Mondo ed alle sue pompe, alla Carne ed alle sue lusinghe, al Demonio ed alle sue suggestioni, onde non mai contaminarvi di alcun peccato?

Pop. Rinuncio.

Sac. In nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo, a cui sia gloria e benedizione per tutti i secoli.

Pop. Cosi sia

Che in questo nuovo anno il Signore faccia risplendere di nuova luce la SANTA CHIESA CATTOLICA oggi in eclisse!

 

SULL’ULTIMO GIORNO DELL’ANNO

SULL’ULTIMO GIORNO DELL’ANNO

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[Manuale di Filotea, del sac. G. Riva, Milano 1888]

Alla fine d’ogni anno si deve pensare come infallibilmente sì penserà al fine della vita. Il numero de’ giorni onde l’uno e l’altro è composto, felici o infelici, mesti o ridenti, tutto è passato, e l’impressione che hanno fatto nell’anima gli uni e gli altri egualmente si cancella. Eccovi giunto all’ultimo giorno dell’anno, che è stato l’ultimo per molti. Che amaro rincrescimento se lo avete mal impiegato! Ma parimenti, che dolce consolazione, se tutti i giorni sono stati per voi giorni pieni; se avete fatto un sant’uso di tutto questo tempo; se avete posti a guadagno i beni e i mali: se avete riformati i costumi; se avete praticati con puntualità i vostri esercizi di devozione; se avendo letto ogni giorno la vita dei Santi, ne avete imitate le virtù; e avendo fatto ogni giorno qualche pia considerazione, non l’avete mai fatta senza qualche frutto; in fine, se, avendo avuto in tutto il corso dell’anno tante sante ispirazioni, tanti religiosi impulsi, tanti salutari desideri, tanti esempi o da rigettare o da seguire, siete stato fedele alla grazia: e discernendo il vero dal falso, quanto vi era di seducente da quanto era per voi salutare, siete stato savio a sufficienza da non affaticarvi che per la vostra salute! E sia come si voglia, passate per lo meno sì santamente tutto quest’ultimo giorno, che abbiate questa sera la consolazione di non aver perduto tutto l’anno. – Il mezzo più proprio per cominciare un nuovo anno è il terminar santamente quello che sarà per finire. Approfittatevi con diligenza e con fervore di questo avvertimento. E’ una pratica di pietà molto utile, e l’anime ferventi non manchino di conformarvisi; cioè di fare in questi ultimi giorni una Confessione straordinaria de’ peccati più considerevoli commessi nel corso dell’anno. Passate quest’ultimo giorno in una specie di ritiramento. Sia almeno quest’ultimo giorno tutto per il Signore e per la vostra salute. Non vi contentate di leggere tutto questo; mettetelo in opera. Una lettura secca e sterile sarebbe più nociva che utile. Ringraziate poi Dio in particolare di tutte le grazie che avete ricevute. – Questo Ringraziamento si deve a Dio per convenienza, per dovere, per interesse! Per Convenienza, perché niente più conforme al buon tratto di quello che il beneficato restituisca in qualche maniera al benefattore quel bene che per pura liberalità ha da lui ricevuto, e questo può farlo ognuno con esprimergli alla meglio la propria riconoscenza; 2. per Dovere, perché ogni uomo è portato dalla propria natura a rispondere colla riconoscenza a chi gli ha fatto del bene, onde diceva Filone che, se ogni virtù è santa, la gratitudine è santissima; 3. per Interesse, perché la corrispondenza ai doni già ricevuti è pel donatore lo stimolo il più potente ad impartir nuovi doni. E perciò, se Dio vuol essere ringraziato da noi, non è già perché abbia bisogno dei nostri ringraziamenti, ma perché ama che noi Gli presentiamo dei nuovi titoli per farci dei nuovi benefici. Quindi merita eterna lode il P. Camillo Ettori della Compagnia di Gesù, il quale pel primo introdusse in Bologna il costume, che poi si sparse in tutta l’Italia, di cantare quest’oggi pubblicamente nelle chiese il Te Deum per ringraziare il Signore dei benefici impartitici in tutto l’anno; e le anime pie devono farsi un dovere di non mancare a così bella funzione. – Visitate poi in questo giorno qualche Cappella, o qualche Chiesa nella quale la Santa Vergine è più particolarmente onorata, per ringraziarla con più acceso fervore di tanti benefizi che avete ricevuti sotto la sua potente protezione, e consacrarvi di nuovo al suo servizio. Non vi scordate dei Santi Angeli, in special modo del vostro Angelo Custode. Di che non gli siete debitore? Mostrategli in questo giorno la vostra gratitudine, ringraziate i Santi delle grazie che avete ricevute da Dio per la loro intercessione, e interessateli della vostra salute coi vostri sentimenti di riconoscenza. Fate più abbondanti che vi è possibile delle elemosine a’ poveri, all’intento di riparare con questa liberalità straordinaria a tante pazze spese che avete sacrificate a’ vostri piaceri, o alla vostra vanità. Nella vostra casa medesima, se non vi è possibile in chiesa, passate buona parte della sera in affettuose adorazioni del SS. Sacramento per riparare in qualche maniera a tante veglie passate nel giuoco o in altre inezie. Terminate infine quest’anno tanto cristianamente quanto vorreste al presente averlo scorso. Tutte queste religiose industrie serviranno a meraviglia per l’affare importante di vostra salute. Recitate intanto la seguente

ORAZIONE PER L’ULTIMO GIORNO DELL’ANNO.

Quanti motivi non ho io di confondermi e d’umiliarmi profondamente davanti a Voi, o mio Dio, se mi faccio a confrontare la bontà vostra verso di me colla mia continua sconoscenza verso di voi! Mentre nel decorso dell’anno ornai compito avete comandato alla morte di recidere colla sua falce tanti fiori e tante piante che formavano il miglior ornamento del campo misterioso di questo mondo, avete imposto alla medesima di rispettar la mia vita, che, come pianta infruttuosa, occupava inutilmente il terreno, e, come erbaggio di pessima specie, non faceva che impedir lo sviluppo dei vicini germogli ed ammorbar tutta l’aria col suo ingratissimo odore. E ciò con tanta maggiore mia colpa, in quanto che, non contento voi di preservarmi dal meritato sterminio, mi avete sempre contraddistinto coi segni i più evidenti della vostra amorosa predilezione, allontanando da me tutto quello che poteva nuocere in qualche modo così al mio spirito come al mio corpo, ed accordandomi le grazie le più efficaci alla santificazione dell’uno e alla salute dell’altro. Che se qualche volta avete inclinato verso di me la punitrice vostra destra, furono tutti leggieri i suoi colpi, e sempre temperati dalle dolcezze della vostra misericordia. Ma se finora ho corrisposto sì indegnamente a tutti i vostri favori, voglio emendare almeno adesso l’inescusabile mio fallo, ringraziandovi prima di tutto cordialissimamente di tutte le vostre beneficenze così spirituali come temporali, e domandandovi sinceramente perdono di quanto ho osato commettere contro di Voi. Voi degnatevi di accettare le mie attuali proteste come una ritrattazione sincera di tutto il passato e una caparra sicura della mia emendazione nell’avvenire. – Intanto mettete Voi il compimento alle vostre misericordie col rassodare nelle fatte risoluzioni la mia volontà sempre instabile, onde facendo servire alla giustizia quelle potenze e quei sensi che già servirono alla iniquità, dia finalmente a Voi tanto di gloria, quanto già vi ho recato di sfregio colle replicate mie colpe. Voi che mi ispirate così nobili e così doverosi sentimenti, degnatevi ancora di darmi forza, onde mandarli ad effetto, e così verificare il detto consolantissimo del vostro Apostolo, che si vide sovrabbondare la grazia dove prima abbondava la iniquità.

Indi si recita, o col popolo in pubblica funzione, o privatamente, il Te Deum, per ringraziare il Signore dei benefici ricevuti.

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Te Deum

 Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.

Te ætérnum Patrem * omnis terra venerátur.

Tibi omnes Ángeli, * tibi Cæli, et univérsæ Potestátes:

Tibi Chérubim et Séraphim * incessábili voce proclámant:

(Fit reverentia) Sanctus, Sanctus, Sanctus * Dóminus Deus Sábaoth.

Pleni sunt cæli et terra * majestátis glóriæ tuæ.

Te gloriósus * Apostolórum chorus,

Te Prophetárum * laudábilis númerus,

Te Mártyrum candidátus * laudat exércitus.

Te per orbem terrárum * sancta confitétur Ecclésia,

Patrem * imménsæ majestátis;

Venerándum tuum verum * et únicum Fílium;

Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu Rex glóriæ, * Christe.

Tu Patris * sempitérnus es Fílius.

Fit reverentia Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem: * non horruísti Vírginis uterum.

Tu, devícto mortis acúleo, * aperuísti credéntibus regna cælórum.

Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris. Judex créderis * esse ventúrus.

Sequens versus dicitur flexis genibus

Te ergo quǽsumus, tuis fámulis súbveni, * quos pretióso sánguine redemísti.

Ætérna fac cum Sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, * et bénedic hereditáti tuæ.

Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.

Per síngulos dies * benedícimus te.

Fit reverentia, secundum consuetudinem

Et laudámus nomen tuum in sǽculum, * et in sǽculum sǽculi.

Dignáre, Dómine, die isto * sine peccáto nos custodíre.

Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.

Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, * quemádmodum sperávimus in te.

In te, Dómine, sperávi: * non confúndar in ætérnum.

[Te Deum Ti lodiamo, o Dio: * ti confessiamo, o Signore. Te, eterno Padre, * venera tutta la terra. A te gli Angeli tutti, * a te i Cieli e tutte quante le Potestà: A te i Cherubini e i Serafini * con incessante voce acclamano: (chiniamo il capo) Santo, Santo, Santo * è il Signore Dio degli eserciti. I cieli e la terra sono pieni * della maestà della tua gloria. Te degli Apostoli * il glorioso coro, Te dei Profeti * il lodevole numero, Te dei Martiri * il candido esercito esalta. Te per tutta la terra * la santa Chiesa proclama, Padre * d’immensa maestà; L’adorabile tuo vero * ed unico Figlio; E anche il Santo * Spirito Paraclito. Tu, o Cristo, * sei il Re della gloria. Tu, del Padre * sei l’eterno Figlio. Chiniamo il capo: Tu incarnandoti per salvare l’uomo, * non disdegnasti il seno di una Vergine. Tu, spezzando il pungolo della morte, * hai aperto ai credenti il regno dei cieli. Tu sei assiso alla destra di Dio, * nella gloria del Padre. Noi crediamo che ritornerai * qual Giudice. Il seguente Versetto si dice in ginocchio. Te quindi supplichiamo, soccorri i tuoi servi, * che hai redento col prezioso tuo sangue. Fa’ che siamo annoverati coi tuoi Santi * nell’eterna gloria. Fa’ salvo il tuo popolo, o Signore, * e benedici la tua eredità. E reggili * e innalzali fino alla vita eterna. Ogni giorno * ti benediciamo; Chiniamo il capo, se è la consuetudine del luogo. E lodiamo il tuo nome nei secoli, * e nei secoli dei secoli. – Degnati, o Signore, di preservarci * in questo giorno dal peccato. Abbi pietà di noi, o Signore, * abbi pietà di noi. Scenda sopra di noi la tua misericordia, * come abbiamo sperato in te. Ho sperato in te, o Signore: * non sarò confuso in eterno].

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. VII]

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LETTERA VII.

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA:

ROVINA DEL BENESSERE.

4 maggio.

I.

Signore e caro amico,

Più m’innoltro io nell’impresa, che la vostra amicizia in’ impose, più l’abisso, il quale io scandaglio, diviene largo e profondo. – Giaschedun passo mi conduce alla convinzione ragionata, che non si può toccare ad una sola delle basi date pel Cristianesimo alla società, senza cagionare uno sconvolgimento generale. In particolare, mi torna evidente come il giorno, che non si può violar pubblicamente la grande legge del riposo ebdomadario senza trasformare immantinente il suolo d’una nazione in un vasto campo di rovine [“Qui offendi! in uno factus est omnium reus”. (Jacob., II, 10). La rovina del benessere, intorno a cui io voglio ragionare oggigiorno, ne è una novella prova. Perché attendete voi alle opere servili nella domenica? Rivolgete a tutti i profanatori del santo giorno quest’interrogazione, essa tira invariabilmente in sulle loro labbra la seguente risposta: « Non posso io fare altrimenti. — E perché? — Perché io sono astretto a contentare le mie pratiche; perché io sono obbligalo a sostenere la concorrenza; perché è necessario che sia pur in istato di pagare le mie cambiali al loro scadere; perché bisogna che provveda io a’miei affari, e che io ottenga qualche beneficio». – In altri termini, questa risposta significa: Io lavoro nella domenica, perché io ho paura di perdere, o di non abbastanza lucrare; io ho paura di non giungere al benessere cui ambisco, o di non conservar quello che posseggo, o di cader nel bisogno. – Essa è cosa dunque assai evidente, che l’interesse nella maggior parie è il vero motore della profanazione della domenica. Ora, giammai non fu più chiaramente dimostrato, che l’iniquità mentisce a se stessa. Voi verrete a riconoscere che il vostro calcolo è falso, sotto ogni rapporto, assolutamente falso, cioè: 1° che il lavoro della domenica non procura alcun benessere di sorta; 2° ch’è la cagione la più feconda del malessere e della miseria.

II.

Sulle prime, il lavoro della domenica non procura alcun benessere. Per far crescere un albero, una pianta, non è sufficiente cosa di coltivarli ed irrigarli, fa d’uopo che Iddio loro impartisca l’accrescimento, regolando con saviezza l’aria, la rugiada, il freddo ed il calore. Venendo una cosa sola di queste a mancare, tutte le pene del giardiniere sono perdute. Parimente, per acquistar del benessere e guadagnar del danaro, non basta dedicarsi al lavoro, ma abbisogna che 1’Altissimo lo benedica e lo faccia prosperare: voler fare senza di Lui è fabbricare sopra l’arena. Il mortale, qualunque stratagemma metta in campo, non perverrà mai ad eludere questa legge. – Ora, l’Onnipotente non benedice, né giammai benedì, né benedirà mai il lavoro della domenica. La ragione n’è che il lavoro della domenica è un oltraggio alla sua bontà ed una rivolta contra la sua autorità. Esso è un oltraggio alla sua bontà. Questo Padre, che adorna i gigli de’campi, che nutrisce gli uccelli’ del firmamento, ci disse: Io so meglio di voi stessi, che voi abbisognate di vestimenta e di nutrimento; compiete in prima di tutto la mia volontà; lavorale, pregate, riposatevi quando ve lo comando; e state’ in pace, la mia bontà vi elargirà ciò, di cui voi mancate; in altri termini: lavorate, come Io lo voglio, sei giorni della settimana, ed io vi nutrirò nel settimo. Egli lo proferì; e da seimila anni tiene la parola. Io sfido di citar nella storia antica, o nella storia contemporanea un uomo, una famiglia, una nazione che sia stata priva del necessario per aver rispettato il riposo della domenica. Se altrimenti s’avesse la cosa, Iddio sarebbe Egli un padre? Non sarebbe Egli il più ingiusto di tutti i tiranni? E chè! Mi vieta Egli di lavorare, e perché io a Lui ubbidisco, Egli mi lascia sprovveduto del necessario, mi spoglia Egli d’un legittimo benessere, mi punisce egli di mia docilità! Egli, Egli stesso dunque eccita la violazione di sua legge. Nel delirio di suo orgoglio Proudhon pronunciò egli giammai una più orribile bestemmia! Esso è una rivolta contra la sua autorità; novella ragione, per la quale Iddio non lo benedice, nè giammai Io benedì, né giammai lo benedirà. E chè! L’Eterno condanna, l’Eterno colpisce di castighi terribili la rivolta contra dell’autorità umana, la rivolta de’ sudditi contro ai loro principi, la rivolta de’ figliuoli contro ai loro genitori, e santificherà Egli con benedizioni la rivolta contra se stesso e contra la sua legge? Evidentemente la cosa così non può succedere: La ragione lo predica, ed i fatti lo dimostrano. Affine di render la prova più perentoria, estendo io la questione amplissimamente, e paragonando le nazioni alle nazioni, così enuncio: se il lavoro della domenica è una sorgente del benessere, la nazione, la quale lavora in domenica, deve, uguale del resto in tutt’altra cosa, godere d’un maggior benessere che la nazione la quale non lavora: ed anche la stessa nazione che non attendeva al lavoro ieri, e v’attende oggi, deve esser più ricca oggi, che non ieri: vediamo.

  • III.

Altre fiate la Francia era il modello de’ popoli pel rispetto del giorno sacro: la sua fedeltà la aveva forse impoverita? L’avea essa impedita di pervenire a quel grado di benessere e di prosperità che formava la sua gloria, e’ il legittimo soggetto dell’ambizione de’suoi vicini? Dopo che ella calpesta co’piedi la legge divina, è ella divenuta più ricca, più avventurosa? I suoi tributi sono essi meno gravi? Le sue finanze più prospere? Il suo debito meno considerabile? Il benessere generale s’aumentò esso? Gli utopisti hanno un bel cianciare, sovra venti solfa composti di cifre aggruppate a modo loro, il benessere sempre crescente del popolo emancipato; il popolo emancipato nulla vi crede, e giammai si trovò egli più malcontento. – « Nel fallo, dice un personaggio cosi giudizioso osservatore, che spiritoso scrittore, per nulla è provato che gli oggetti di prima necessità siano presentemente più abbondanti, ed a più buon mercato che altre volte. Ciò che si fa colla meccanica, ciò che è di pura industria, offerisce sotto questo rapporto un magnifico perfezionamento: si comprano a vilissimo prezzo delle berrette di cotone, delle zimarre, dei giornali, de’pulcinella e delle spille. Ma pagasi men caro che cento anni passati il pane, la carne, il vino mediocre, i legumi, le uova, i frutti ed il latte? Il povero popolo ha egli più abbondantemente ed a più tenue costo legna pel suo inverno? Spende egli meno in olio ed in candele? Ottiene egli con lo stesso valsente un migliore alloggio? Ha egli vestimenta più confacenti nell’incrudescente stagione? » Sopra tutto ciò si danno allegazioni affermative; ma prove non ne conosco io, e credo che sarà più facile stabilire il contrario. E poi, quando si sarà fatto il conto de prezzi assoluti, bisognerà venire alla comparazione de’ salari, e dopo questa, a quella della quantità del lavoro domandato col numero delle braccia lavoranti; e se noi vogliamo fondatamente ponderare i mali della concorrenza artigiana e commerciale, informarci di quello che guadagnano odiernamente la più parte delle femmine in dodici ore di lavoro all’ago; finalmente computare i giorni in cui non si lavorò dalla più parie degl’industriali, noi meritamente dubiteremo, che la condizione delle classi povere sia di presente comparativamente prospera, e comprenderemo come i migliori, e i più ragionevoli si lagnino di loro sorte assai più amaramente, che non le generazioni precedenti. » – L’aumento del benessere, del quale cotanto ci si parla, è pertanto almeno assai controvertibile; ciò che non lo è punto, è l’accrescimento del numero de’ poveri. Stante che nel 1789 la Francia, fedele all’osservanza della domenica, non contava che quattro milioni di poveri sopra ventisei milioni di abitanti; essa ne annovera ora sette milioni sopra trentacinque milioni di anime. Ciò che non è parimente disputabile, si è che la consumazione della carne era alla medesima epoca assai più considerevole, che non lo sia oggi. Per citarne un sol esempio, la consumazione particolare della città di Parigi era, nel 1789, di 25 per 100 più forte che nel 1845. Se dunque, come si dice, si mangiava meno di pane, egli è perché si pascevano più di carne. A’ nostri dì noi camminiamo inversamente, ed il termine del progresso sarà una popolazione condannata a nutrirsi di tartufi o di pane asciutto.

IV.

Dopo aver paragonato la Francia con se stessa, paragoniamo le nazioni colle nazioni. Sono trascorsi sessanta anni; tutte le nazioni civilizzale dell’universo osservavano religiosamente la domenica; una sola eccettuata, tutte 1’osservano ancora. – L’eccezione, è la Francia. Ora, la sua posizione geografica, la fertilità del suo terreno, l’industria de’suoi abitanti, 1’attività loro, lo stesso loro genio, non la rendono inferiore a niun popolo. Niuna sollecitudine religiosa ne distrasse il pensiero di lei dal lavoro e dalla speculazione, e ciascun anno essa ebbe sessanta giorni di lavoro di più degli altri. Se il non cessare dalle opere servili nella domenica è una fonte di ricchezze, certamente il popolo profanatore deve essere oggi il primo pel benessere, per la prosperità: eppure si vede affatto il contrario. – Imperocché se tutti i popoli si ingrandirono in forza e in territorio, in ricchezza, in tranquillità ed in benessere, la Francia decadde sotto tutti i rapporti. A chi ne dubita, io consiglio di legger l’opera che ha pubblicalo, non è guari, uno de’vostri più savi colleghi, il sig. Baudot. – La decadenza morale e materiale della Francia, dopo sessanta anni, v’è scritta in fatti ed in cifre, che sfidano tutti gli ottimisti, tutti gl’increduli e tutti gli utopisti.. Ma, senza andar tanto lontano, è sufficiente d’aprir gli occhi e di riguardare. – Per restringere l’orizzonte, vi ripeterò di osservare solamente l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Perché continuano a testimoniare il rispetto il più edificante pel giorno sacro del riposo, questi due popoli, a1 quali noi non la cediamo sotto nessun altro rapporto; son essi meno di noi i due re della fortuna e dell’opulenza? Il commercio loro è meno fiorente del nostro? La marina loro è meno possente e meno bella? L’industria loro meno avanzata? L’agricoltura loro meno intelligente? Il benessere loro meno generale e meno solido? Se il quadro a voi paresse troppo angusto, percorrete pure, ed oso novellamente sfidare tutti i cercatori di citare una sola persona, una sola famiglia, una sola provincia, una sola nazione che sia stata dalla santificazione della domenica impoverita od impedita d’arricchirsi.

V.

Il mio compito non è peranco finito; imperciocché soggiunsi che la profanazione della domenica è la cagione la più feconda del malessere e della miseria. – S’appelli egli uomo o popolo, il profanatore del sacro riposo butta a’ piedi il divieto divino per l’ingordigia d’un guadagno temporale: la paura di perdere, o la brama di conseguire, tale è, sotto un nome o sotto un altro, il motivo del suo colpevole lavoro. Qui eziandio s’inganna; si dimentica che il voler edificare quando Iddio lo proibisce, è un coacervare rovine. Io lo so; perché non vien sempre immediatamente percosso nel suo benessere, orgogliosamente dice: ho faticato nella domenica, e qual disastro m’è mai sopravvenuto? Attendiamo un poco. I popoli d’Italia hanno un proverbio, che riporta: Iddio non paga tutti i sabbati, ma egli giammai fa bancarotta. Dappoi il 1789, la Francia non cessa dal replicare: Io lavorai nella domenica, e quale disgrazia mai m’accadde? In che il mio benessere ne soffrì? Eccone la risposta: Di poi il 1789, non havvi sorta di prove, di umiliazioni, di dolori, di miserie e di calamità, cui la Francia non abbia subito. La terra del continuo ha tremato sotto i passi suoi, questa trema ancora: rivoluzioni, alle quali niune si possono nella storia pareggiare, o agguagliare, coperta l’hanno di rovine, di sangue e di ossami. Sopra della testa di lei il cielo è divenuto di bronzo, e flagelli d’ogni genere si sono rovesciati sopra la stessa. Niuna altra nazione venne cotanto sovente straziata dalla guerra civile; due volte venne essa visitata dalla peste; due volte la carestia ha immerso nelle angosce della miseria quelli de’ suoi figliuoli, che codesta non consegnava agli orrori della fame; durante cinque anni, lo straripamento de’ suoi grossi fiumi ne ha desolalo le città e le campagne; finalmente, un’inondazione tale che giammai a memoria d’ uomo si è veduta, ha portalo il disertamento nelle sue più doviziose provincie, e messo al colmo la generale cospirazione degli elementi contro al popolo profanatore della domenica. – Nonostante tutto ciò, la Francia accecata continuava tutto sacrificare al culto dell’oro, e ripetere con burbanza: lavorai io nella domenica, e quale disgrazia mi colse? Durante diciotto anni, il suo re non pronunciò un discorso ufficiale senza felicitarla della sua prosperità, ogni giorno crescente; senza glorificare il culto della materia, e senza incoraggiarla nella via da essa intrapresa. L’eterno lascia buccinare lutti questi piaggiatori; egli lascia agire tutti gli operai d’ iniquità; egli si tace intorno alla profanazione della sua legge. La sua ora suona; in un batter d’occhio, senza che si possa altrimenti spiegare, il re della materia insieme a tutta questa prosperità svanisce come una bollicina di sapone allo spirar del venticello. Lo spavento diventa generale, la capitale s’allerrisce, la confidenza si ritira, il commercio è conquassato, il lavoro è in feria, tutte le fortune vacillano, i fallimenti piovono come la grandine in un giorno di uragano, la bancarotta pubblica minaccia d’inghiottire, non solo quanto vi resta di prosperità, ma quanto v’è di bene, cosicché nessuna crisi cotanto violenta, cotanto universale, cotanto durevole aveva giammai così torturato la Francia, di cui il bilancio afferma esservi dieci bilioni di perdita in tre giorni! Tal è il pretto beneficio della profanazione della domenica durante sessanta anni.

VI.

Che ne pensate voi? e sopra qual motivo attribuite voi le calamità della Francia alla profanazione della domenica? Ecco quello che migliaia d’uomini, grandi e piccoli, mi gridano con un cipiglio sdegnoso, con uno spregevole alzar di spalle, e con beffarde, sardoniche, squarciate risate. Ciò che io ne so? Voglio pur contarvelo: Io so, che non si dà effetto senza cagione; Io so, che Iddio governa le nazioni secondo leggi egualmente giuste ed invariabili; Io so, che infra simili leggi trovasene una, che intima : Il colpevole sarà punito per dove peccò [“Per quae peccat qui, per haec et torquetur”. Sap., XI, 47.]. – Io so, che l’ingordigia del lucro è la vera cagione della profanazione della domenica; Io so, che le perdite temporali sono la punizione adequata della cupidità; lo so adunque, che le calamità delle nostre finanze sono il salario legittimo della profanazione della domenica; Io lo so e per le leggi della logica, e per la nozione tessa della sapienza divina. – Non sembra forse a voi stesso logicissimo e conformissimo alla sapienza infinita di guarire il male per un rimedio che lo estingue nella sua cagione? – Ecco quello che io so: ecco ora ciò che io ignoro: Io non so, che vi siano effetti senza cagione; – Io non so, che Dio abbia abdicato; Io non so, che la legge, la quale condanna il mortale ad esser punito dove peccò, abbia cessato d’essere in vigore; Io non so, perché Iddio non lascerebbe le ritorse temporali ad un popolo, che vuole arricchire malgrado Lui; Io non so, perché l’Altissimo sarebbe meno abile d’un medico ordinario, la cui prima cura è di proporzionare il rimedio alla malattia; Io non so, perché, umanamente parlando, il popolo profanatore della domenica è dopo sessanta anni il più sconcertato, il più agitato, il più inquieto, e, comparativamente, il più infelice di tutti i popoli. – Io non so, perché, sempre umanamente discorrendo, l’Inghilterra, e gli Stati Uniti, i quali, sotto nessun rapporto, non valgono meglio della Francia, ma de’quali il rispetto pel giorno del Signore ci copre di rossore, fruiscano d’una stragrande materiale prosperità e fortuna. Ecco quello che io non so, e ciò, che sarei vago d’apprendere da nostri grandi personaggi. – Voi comprendete del resto, signore e caro amico, che io sono alienissimo dall’attribuire esclusivamente alla profanazione della domenica tutti gl’infortuni della Francia. Io ho voluto solamente rendere a questa cagione di rovina la troppo larga parte, che le tocca nei nostri malanni. Determinare l’estensione della sua influenza noi posso io; le mie lettere precedenti vi mostrarono ch’essa è incalcolabile. – Se dunque i popoli o gli uomini profanatori della domenica vogliono intendere un consiglio, io loro direi: “Guardatevi; voi v’attaccate con Chi è più forte di voi. Non si fa punto giuoco impunemente di Dio; voler voi arricchire senza Iddio, e malgrado suo, quest’è tentar l’impossibile, quest’è provocar il fulmine. Gradite, ecc.

 

PRATICA DEL TEMPO DI NATALE

PRATICA DEL TEMPO DI NATALE

Imitare la Chiesa.

gueranger

[Dom Guèranger – l’anno liturgico – vol. I]

È giunto il momento in cui l’anima fedele sta per raccogliere il frutto degli sforzi che ha compiuti durante il periodo laborioso dell’Avvento, per preparare una dimora al Figlio di Dio che vuol nascere in essa. Il giorno delle nozze dell’Agnello è giunto, la Sposa si è preparata (Apoc. XIX, 7). Ora, la Sposa è la santa Chiesa, la Sposa è ogni anima fedele. L’inesauribile Signore si dà completamente e con particolare tenerezza, a tutto il suo gregge e a ciascuna delle pecorelle del gregge. Quali abiti vestiremo per andare incontro allo Sposo? Quali perle, quali gioielli adorneranno le anime nostre in questo fortunato incontro? La Santa Chiesa nella Liturgia, ci istruisce a questo riguardo; e non possiamo far di meglio che imitarla in tutto, poiché essa é sempre accetta, ed essendo la Madre nostra, dobbiamo ascoltarla sempre. – Ma prima di parlare della mistica Venuta del Verbo nelle anime, prima di narrare i segreti di questa sublime familiarità del Creatore e delle creature, indichiamo innanzitutto, con la Chiesa, gli omaggi che la natura umana e ciascuna delle nostre anime deve offrire al divino Bambino che il cielo ci ha dato come una benefica rugiada. Durante l’Avvento, ci siamo uniti ai santi dell’Antica Alleanza per implorare la venuta del Messia Redentore; ora che Egli é disceso, consideriamo quali omaggi sia giusto offrirgli.

adorazione

L’Adorazione.

La Chiesa, in questo sacro tempo, offre al Dio Bambino il tributo delle sue profonde adorazioni, i trasporti delle sue gioie ineffabili, l’omaggio d’una riconoscenza senza limiti, la tenerezza d’un amore che non ha l’uguale. I quali sentimenti – adorazione, gioia, riconoscenza e amore – formano anche l’insieme degli omaggi che ogni anima fedele deve offrire all’Emmanuele nella sua culla. – Le preghiere della Liturgia ne daranno l’espressione più pura e più completa; ma penetriamo la natura di questi sentimenti onde meglio concepirli e appropriarci ancor più intimamente la forma sotto la quale la santa Chiesa li esprime. – Il primo dovere da compiere presso la culla del Salvatore è quello dell’adorazione. L’adorazione é il primo atto di religione; ma si può dire che, nel mistero della Natività, tutto sembra contribuire a rendere questo dovere ancora più santo. In cielo, gli Angeli si velano il volto e si annientano davanti al trono di Dio; i ventiquattro seniori abbassano continuamente i loro diademi dinanzi alla maestà dell’Agnello: che faremo noi peccatori, indegne membra della tribù riscattata, quando Dio stesso si presenta a noi umiliato e annientato per noi? Quando, per il più sublime rovesciamento, i doveri della creatura verso il Creatore sono adempiuti dal Creatore stesso? Quando il Dio eterno s’inchina, non più solo davanti alla maestà infinita, ma dinanzi all’uomo peccatore? È dunque giusto che alla vista di sì meraviglioso spettacolo ci sforziamo di offrire, con le nostre profonde adorazioni, al Dio che si umilia per noi, almeno qualcosa di quanto il suo amore per l’uomo e la sua fedeltà alle disposizioni del Padre gli sottrae. È necessario che sulla terra imitiamo, per quanto ci è possibile, i sentimenti degli Angeli nel cielo, e non ci accostiamo al divino Bambino senza presentarGli innanzitutto l’incenso d’una adorazione sincera, la protesta della nostra dipendenza, e infine l’omaggio di annientamento dovuto a quella Maestà infinita, tanto più degna del nostro rispetto in quanto è per noi stessi che si umilia. Guai dunque a noi se, resi troppo familiari dalla apparente debolezza del divino Bambino, dalla dolcezza stessa delle sue carezze, pensiamo di poter tralasciare qualcosa di questo primo e più importante dovere, e dimenticare per un momento ciò che è lui e ciò che siamo noi! – L’esempio della purissima Maria servirà potentemente a mantenere in noi l’umiltà. Maria davanti a Dio fu umile prima di essere Madre; divenuta Madre, diviene ancora più umile davanti al suo Dio e al suo Figlio. Noi dunque, vili creature, peccatori mille volte graziati, adoriamo con tutte le nostre forze Colui che da tanta altezza, discende fino alla nostra bassezza e sforziamoci di indennizzarLo, con il nostro abbassamento, della sua mangiatoia, delle sue fasce, dell’eclissi della sua gloria. Tuttavia, cercheremo invano di scendere fino al livello della sua umiltà; bisognerebbe essere Dio per raggiungere le umiliazioni di Dio.

La Gioia.

La santa Chiesa non si limita ad offrire al Dio Bambino il tributo delle sue profonde adorazioni; il mistero dell’Emmanuele, del Dio con noi, è per essa la fonte di una ineffabile gioia. Il rispetto dovuto a Dio si concilia mirabilmente, nei suoi sublimi cantici, con la gioia che hanno raccomandata gli Angeli. Si compiace di imitare la letizia dei pastori che vennero solleciti ed esultanti a Betlemme (Lc. II, 16), e anche la gioia dei Magi quando, nell’uscite da Gerusalemme, videro nuovamente la stella (Mt. II, 10). Da ciò deriva che tutta la cristianità, avendolo compreso, celebra la Nascita divina con canti lieti e popolari, conosciuti sotto il nome di Pastorali. Uniamoci, o cristiani, a questa gioia esultante; non è più tempo di sospirare, né di versare lacrime: Ecco ci è nato un pargolo (Is. IX, 6). Colui che aspettavamo è finalmente venuto, ed è venuto per abitare con noi. Quanto è stata lunga l’attesa, tanto inebriante è la felicità del possesso. Verrà presto il giorno in cui il Bambino che oggi nasce, diventato uomo, sarà l’uomo dei dolori. Allora patiremo con Lui; ora bisogna che godiamo della sua venuta, e cantiamo presso la sua culla con gli Angeli. Questi quaranta giorni passeranno presto; accettiamo a cuore aperto la gioia che ci viene dall’alto come un dono celeste. La divina Sapienza ci insegna che il cuore del giusto è in continua festa (Prov. XV, 16) perché in esso vi è la Pace: ora, in questi giorni ci è arrecata sulla terra la Pace, la Pace agli uomini di buona volontà.

La Riconoscenza.

A questa mistica e deliziosa gioia viene ad unirsi quasi di per sé il sentimento della riconoscenza verso Colui che, senza essere fermato dalla nostra indegnità ne trattenuto dai riguardi dovuti alla suprema Maestà, ha voluto scegliersi una madre tra le figlie degli uomini, una culla in una stalla: tanto aveva a cuore di affrettare l’opera della nostra salvezza, di evitare tutto ciò che potesse ispirarci qualche timore o qualche timidità nei suoi riguardi, di incoraggiarci con il suo divino esempio nella via dell’umiltà in cui è necessario che camminiamo per risalire al cielo donde il nostro orgoglio ci ha fatti cadere. – Riceviamo dunque con cuore commosso questo dono prezioso d’un Bambino liberatore. È il Figlio unigenito del Padre, di quel Padre che ha tanto amato il mondo da sacrificare il proprio Figlio (Gv. III, 16); è quello stesso Figlio unigenito che ratifica pienamente la volontà del Padre suo, e che viene a offrirsi per noi perché vuole (Is. LIII, 7). Forse che nel darcelo – dice l’Apostolo – il Padre non ci ha dato tutto con Lui? (Rom. VIII, 32). O dono inestimabile! Quale gratitudine potremmo offrire noi che possa uguagliare tanto beneficio, quando, dal profondo della nostra miseria, siamo incapaci di apprezzarne perfino il valore? Dio solo e il divino Bambino che dalla culla ne custodisce il segreto, sa quello che ci dona in questo mistero.

L’amore.

Ma, se la riconoscenza è sproporzionata al beneficio, chi dunque soddisferà il debito? amore soltanto potrà farlo, poiché, per quanto finito, almeno non si misura e può crescere sempre. Perciò la santa Chiesa, davanti alla mangiatoia, dopo aver adorato, ringraziato, si sente presa da una indicibile tenerezza e dice: Come sei bello, o mio diletto! (Cant. I, 15). Quanto è dolce alla mia vista il tuo sorgere, o divino Sole di giustizia! Quanto il tuo calore è vivificante per il mio cuore! Come è sicuro il tuo trionfo sulla mia anima, poiché Tu l’attacchi con le armi della debolezza, dell’umiltà e dell’infanzia! Tutte le parole si cambiano in parole d’amore; e l’adorazione, la lode, il ringraziamento non sono nei suoi Cantici che l’espressione cangiante e intima dell’amore che trasforma tutti i suoi sentimenti. – Anche noi, o cristiani, seguiamo la Chiesa Madre nostra, e portiamo i nostri cuori all’Emmanuele! I Pastori Gli offrono la loro semplicità, i Magi gli portano ricchi doni; gli uni e gli altri ci insegnano che nessuno deve comparire davanti al divino Bambino senza offrirGli un dono degno di Lui. Ora, teniamolo bene presente: Egli disdegna ogni altro tesoro fuorché quello che é venuto a cercare. L’amore lo fa discendere dal cielo; commiseriamo il cuore che non Gli restituisce l’amore! – Questi sono dunque gli omaggi che le anime nostre debbono presentare a Gesù Cristo in questa prima Venuta in cui Egli viene nella carne e nell’infermità – come dice san Bernardo – non per giudicare il mondo ma per salvarlo. – Quanto riguarda la Venuta nella gloria e nella maestà terribile dell’ultimo giorno, l’abbiamo meditato abbastanza durante le settimane dell’Avvento. Il timore dell’era futura avrebbe dovuto risvegliare i nostri cuori dal sonno in cui giacevano e prepararli nell’umiltà a ricevere la visita del Salvatore in questa Venuta intermedia che si compie segretamente nell’intimo delle anime, e di cui ci resta ancora da narrare l’ineffabile mistero.

La Vita illuminativa.

Abbiamo mostrato altrove come il tempo dell’Avvento appartenga a quel periodo della vita spirituale che la Teologia Mistica designa con il nome di Vita purgativa, e durante la quale l’anima si distacca dal peccato e dai legami del peccato, per il timore dei giudizi di Dio, mediante la mortificazione e la lotta corpo a corpo contro la concupiscenza. – Noi supponiamo dunque che ogni anima fedele abbia attraversato questa valle d’amarezza, per essere ammessa al banchetto a cui la Chiesa, per bocca del Profeta Isaia, convoca tutti i popoli nel nome del Signore, nel giorno in cui si deve cantare: Ecco il nostro Dio: l’abbiamo aspettato, ed Egli viene finalmente a salvarci; abbiamo sopportato il suo ritardo; esultiamo di gioia nella salvezza che Egli ci arreca (Sabato della seconda settimana di Avvento). È anche giusto dire che, come vi sono nella casa del Padre celeste parecchie dimore (Gv. XIV, 2), così in questa grande solennità, la Chiesa vede tra la moltitudine dei suoi figli che si stringono in questi giorni alla tavola dove si distribuisce il Pane di vita, una grande varietà di sentimenti e di disposizioni. Gli uni erano morti alla grazia, e i soccorsi del sacro tempo dell’Avvento li hanno fatti rivivere; gli altri, che già vivevano, hanno con i loro sospiri ravvivato il proprio amore, e l’entrata in Betlemme è stata per essi come un rinnovamento della vita divina. – Ora, ogni anima introdotta in Betlemme, cioè nella Casa del Pane unita a Colui che è la Luce del mondo (Gv. XIV, 2), non cammina più nelle tenebre. Il mistero di Natale è un mistero di illuminazione, e la grazia che produce nell’anima nostra la stabilisce, se essa è fedele, in quel secondo stato della vita mistica che è chiamato Vita illuminativa. D’ora in poi non abbiamo più da affliggerci nell’attesa del Signore; egli è venuto, ci ha illuminati, e la sua luce non si spegne più. Deve anzi crescere man mano che l’Anno Liturgico si svilupperà. Che possiamo riflettere il più fedelmente possibile nelle anime nostre il progresso di questa luce, e pervenire con il suo aiuto al bene dell’unione divina che corona insieme l’Anno Liturgico e l’anima santificata da esso! – Ma nel mistero di Natale e dei quaranta giorni della Nascita la luce é ancora proporzionata alla nostra debolezza. È senza dubbio il Verbo, la Sapienza del Padre, che ci si propone a conoscere e ad imitare; ma questo Verbo, questa Sapienza appaiono sotto le sembianze dell’infanzia. Nulla dunque ci impedisca di avvicinarci. Non è un trono, ma una culla; non è un palazzo, ma una stalla; non si tratta ancora di fatiche, di sudori, di croce e di sepolcro; meno ancora di gloria e di trionfo; non si tratta che di dolcezza, di silenzio e di semplicità. Avvicinatevi dunque – ci dice il Salmista – e sarete illuminati (Sal. XXXIII, 6). – Chi potrebbe degnamente narrare il mistero dell’infanzia di Cristo nelle anime, e dell’infanzia delle anime in Cristo? Questo duplice mistero che si compie in questo sacro tempo è stato reso meravigliosamente da san Leone nel suo sesto Sermone sulla Natività del Salvatore, quando dice: « Benché l’infanzia che la maestà del Figlio di Dio non ha disdegnata abbia successivamente lasciato il posto all’età dell’uomo perfetto, e dopo il trionfo della Passione e della Risurrezione, tutto il seguito degli atti dell’umiltà di cui il Verbo si era rivestito per noi sia per sempre compiuta, la presente solennità rinnova per noi la Nascita di Gesù dalla vergine Maria; e adorando la nascita del nostro Salvatore, è la nostra stessa origine che noi celebriamo. Infatti, la generazione temporale di Cristo è la fonte del popolo cristiano, e la nascita del Capo è insieme quella del corpo. Senza dubbio, ognuno dei chiamati ha il proprio posto, e i figli della Chiesa sono distinti gli uni dagli altri per la successione dei tempi; tuttavia l’insieme dei fedeli, uscito dal fonte battesimale, come è crocifisso con Cristo nella sua Passione, risuscitato nella sua Risurrezione, messo alla destra del Padre nella sua Ascensione, è anche generato con Lui in questa Natività. Ogni uomo, in qualunque parte del mondo dei credenti abiti, è rigenerato in Cristo; la vecchiaia della sua prima generazione è troncata; egli rinasce in un uomo nuovo, e d’ora in poi non si trova più nella filiazione del proprio padre secondo la carne, ma nella natura stessa di quel Salvatore che si è fatto Figlio dell’uomo, affinché possiamo diventare figli di Dio ».

La nuova Natività.

Eccolo, il mistero di Natale! E appunto questo che ci dice il Discepolo prediletto nel Vangelo che la Chiesa ci fa leggere alla terza Messa di questa grande festa. “… A quelli che l’hanno voluto ricevere, ha concesso di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo Nome, che non sono nati dal sangue ne dalla volontà dell’uomo, ma da Dio”. Dunque, tutti quelli che dopo aver purificato la propria anima, dopo essersi liberati dalla servitù della carne e del sangue, dopo aver rinunciato a tutto ciò che conservano dell’uomo peccatore, vogliono aprire il proprio cuore al Verbo divino, a questa luce che risplende nelle tenebre e che le tenebre non hanno compresa, tutti questi nascono con Gesù il Cristo, nascono da Dio; cominciano una vita nuova, come il Figlio stesso di Dio in questo mistero. – Quanto sono belli questi preludi della vita cristiana! Quanto è grande la gloria di Betlemme, cioè della santa Chiesa, la vera Casa del Pane, in seno alla quale in questi giorni, su tutte le terre si produce una così immensa moltitudine di figli di Dio! O perpetuità dei nostri Misteri che nulla esaurisce! ‘L’Agnello immolato fin dall’inizio del mondo si immola per sempre dal tempo della sua immolazione reale; ed ecco che, nato una volta della Vergine Maria, trova la sua gloria nel rinascere continuamente nelle anime. E non pensiamo che l’onore della Maternità divina ne sia diminuito, come se ciascuna delle nostre anime raggiungesse d’ora in poi la dignità di Maria. « Lungi da ciò – ci dice il Venerabile Beda nel suo commento a san Luca – bisogna che alziamo la voce di mezzo alla folla, come quella donna del Vangelo che raffigura la Chiesa cattolica, e diciamo al Salvatore: Beato il seno che ti ha portato e le mammelle che ti hanno allattato! ». Prerogativa incomunicabile, infatti, e che stabilisce per sempre Maria Madre di Dio e Madre del genere umano. Ma non è detto con ciò che dobbiamo dimenticare la risposta che il Salvatore diede alla donna di cui parla san Luca: Più beati ancora – egli dice – quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica! (Lc. II, 28). « Con questa sentenza – continua il Venerabile Beda – Cristo dichiara beata non più soltanto Colei che ebbe il favore di generare corporalmente il Verbo di Dio, ma anche tutti coloro che si impegneranno a concepire spiritualmente quello stesso Verbo mediante l’obbedienza della fede, e che, praticando le opere buone, Lo genereranno nel proprio cuore e in quello dei fratelli, e ve Lo nutriranno con cura materna. Se dunque la Madre di Dio è chiamata giustamente beata perché è stata il ministro dell’Incarnazione del Verbo nel tempo, quanto più è beata per essere rimasta sempre nel suo amore! ». – Non è forse la stessa dottrina che ci propone il Salvatore in un’altra circostanza, quando dice: Colui che farà la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è mio fratello, mia sorella e mia madre? (Mt. XII, 50). E perché l’Angelo fu inviato a Maria in preferenza che a tutte le altre figlie d’Israele, se non perché essa aveva già concepito il Verbo divino nel proprio cuore, mediante l’integrità del suo amore, la grandezza della sua umiltà, l’incomparabile merito della sua verginità? – E ancora, quale è la causa dello splendore di santità che riluce nella Madre di Dio in nell’eternità, se non il fatto che la benedetta fra tutte le donne avendo una volta concepito e partorito secondo la carne il Figlio di Dio, lo concepisce e lo partorisce per sempre secondo lo spirito, mediante la sua fedeltà a tutti i voleri del Padre celeste, il suo amore per la luce increata del Verbo divino, la sua unione con lo Spirito di santificazione che abita in Lei? – Ma nessuno nella stirpe umana è privato dell’onore di seguire Maria, benché da lontano, nella prerogativa di questa maternità spirituale, ora che l’augusta Vergine ha adempiuto il glorioso compito di aprirci la strada con il parto temporale che celebriamo, e che è stato per il mondo l’iniziazione ai misteri di Dio. Nelle settimane dell’Avvento, abbiamo dovuto preparare le vie del Signore; ormai dobbiamo averLo concepito nelle nostre anime; affrettiamoci a darLo alla luce nelle opere, affinché il Padre celeste, non vedendo più noi stessi in noi, ma soltanto il suo Verbo che crescerà in noi, possa dire di noi, nella sua misericordia, come disse una volta nella sua verità: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto (Mt. III, 17). – A tale uopo, prestiamo orecchio alla dottrina del serafico san Bonaventura, che ci dimostra eloquentemente come si operi nelle nostre anime la nascita di Gesù Cristo. « Questa lieta nascita ha luogo – dice il santo Dottore in una Esortazione per la festa di Natale – quando l’anima, preparata da una lunga meditazione, passa infine all’azione; quando, sottomessa la carne allo spirito, sopraggiunge a sua volta l’opera buona: allora rinascono nell’anima la pace e la gioia interiore. In questa natività, non vi sono né lamenti, né doglie, né lacrime; tutto è ammirazione, esultanza e gloria. Ma se questo partorire ti aggrada, o anima devota, pensa ad essere Maria. – Ora, questo nome significa amarezza: piangi amaramente i tuoi peccati; significa ancora, illuminatrice: diventa risplendente di virtù; significa infine padrona: sappi dominare le passioni della carne. – Allora Cristo nascerà in te, senza doglie e senza fatica. È allora che l’anima conosce e gusta quanto è dolce il Signore Gesù. Essa prova tale dolcezza quando, con sante meditazioni, nutre il Figlio divino; quando Lo bagna delle sue lacrime; quando Lo avvolge dei suoi casti desideri; quando lo stringe negli abbracci d’una santa tenerezza; quando lo riscalda nel più intimo del suo cuore. O beata mangiatoia di Betlemme, in te trovo il Re di gloria; ma più beato di te è il cuore pio che racchiude spiritualmente Colui che tu hai potuto contenere solo corporalmente ». – Ora, per passare così dalla concezione del Verbo alla sua nascita nelle nostre anime, in una parola per passare dall’Avvento al Tempo di Natale, bisogna che teniamo continuamente gli occhi del cuore su Colui che vuol nascere in noi, e nel quale rinasce la natura umana. – Dobbiamo mostrarci gelosi di riprodurre i suoi tratti nella nostra debole e lontana imitazione, tanto più che, secondo l’Apostolo, è l’immagine del Figlio suo che il Padre celeste cercherà in noi, quando si tratterà di dichiararci capaci della divina predestinazione (Rom. VIII, 29). – Ascoltiamo dunque la voce degli Angeli, e portiamoci fino a Betlemme. Ecco il vostro segno – ci vien detto: – troverete un bambino avvolto nelle fasce e posto in una mangiatoia (Lc. II, 12). Dunque, o cristiani, bisogna che diventiate bambini; bisogna che conosciate di nuovo le fasce dell’infanzia; bisogna che scendiate dalla vostra altezza, e veniate presso il Salvatore disceso dal cielo, per nascondervi nell’umiltà della mangiatoia. Così, comincerete con Lui una nuova vita; così la luce, che va sempre crescendo fino al giorno perfetto (Prov. IV, 18), vi illuminerà senza mai più lasciarvi; e, cominciando col vedere Dio in questo splendore nascente che lascia ancora il posto alla fede, vi preparerete per la felicità di quella unione che non è più soltanto luce, ma la pienezza e il riposo dell’amore.

La Conversione.

Fin qui abbiamo parlato per le membra vive della Chiesa; abbiamo avuto di mira quelli che sono venuti al Signore nel sacro periodo dell’Avvento, e quelli che, viventi per la grazia dello Spirito Santo, quando finisce l’Anno Liturgico, hanno cominciato il nuovo nell’attesa e nella preparazione e si dispongono a rinascere con il Sole divino; ma non dobbiamo dimenticare quei nostri fratelli che hanno voluto morire, e che né l’avvicinarsi dell’Emmanuele né l’attesa universale hanno potuto risvegliare dai loro sepolcri. Dobbiamo annunciare anche a loro, nella morte volontaria, ma guaribile da essi voluta, che la benignità e la misericordia del nostro Dio Salvatore sono apparse al mondo (Tito III, 4). Se dunque il nostro libro capitasse per caso fra le mani di qualcuno di coloro che, sollecitati ad arrendersi all’onnipotente Bambino, non l’avessero ancora fatto, e che, invece di tendere verso di Lui nelle settimane che sono appena trascorse avessero passato quel santo periodo nel peccato e nella indifferenza, vorremmo ricordar loro l’antica pratica della Chiesa, attestata dal canone 15 del Concilio di Agda (506), nel quale è imposto a tutti i fedeli l’obbligo di accostarsi alla divina Eucaristia nella festa di Natale, come in quelle di Pasqua e di Pentecoste, sotto pena di non essere più considerati cattolici. Vorremmo descrivere loro il gaudio della Chiesa che in tutto il mondo, malgrado il raffreddamento della carità, vede ancora in quei giorni innumerevoli fedeli celebrare la Nascita dell’Agnello che toglie i peccati del mondo, con la partecipazione reale al suo corpo e al suo sangue. Sappiatelo, dunque, o peccatori: la festa di Natale è una festa di grazia e di misericordia, nella quale il giusto e l’ingiusto si trovano riuniti alla stessa tavola. Per la nascita del Figlio suo, il Padre celeste ha voluto accordare la grazia a molti colpevoli; e vuole anche non escludere dal perdono se non quelli che si ostinassero ancora a rifiutare la misericordia. Così e non altrimenti, deve essere celebrata la venuta dell’Emmanuele. – Del resto, queste parole d’invito, non le diciamo di nostro arbitrio e avventatamente; ma nel nome della Chiesa stessa, che vi invita ad iniziare l’edificio della vostra vita nuova, nel giorno in cui il Figlio di Dio apre il corso della sua vita umana. Le prendiamo da un grande e santo Vescovo del medioevo, il pio Rabano Mauro, che in una sua Omelia sulla nascita del Salvatore, non esitava ad invitare i peccatori perché venissero ad assidersi a fianco dei giusti, nella beata Stalla in cui gli animali privi di ragione seppero riconoscere il loro Padrone. « Vi supplico, diletti Fratelli – diceva – ricevete di buon cuore le parole che il Signore mi suggerirà per voi in questo dolcissimo giorno che dà la compunzione agli stessi infedeli e ai peccatori, in questo giorno che vede il peccatore implorare il perdono nelle lacrime del pentimento, il prigioniero non disperare più del suo ritorno in patria, il ferito desiderare il proprio rimedio. È questo il giorno in cui nasce l’Agnello che toglie i peccati del mondo. Cristo Salvatore nostro: natività che è la fonte d’una gioia deliziosa per colui che ha la coscienza in pace; che ridesta il timore in colui che ha il cuore malato; giorno veramente dolce e pieno di perdono per le anime penitenti. Io ve lo prometto dunque, o figliuoli, e lo dico con sicurezza: a chiunque in questo giorno vorrà pentirsi, e non tornare più al vomito del peccato, tutto ciò che domanderà sarà accordato. Una sola condizione gli sarà imposta: che abbia una fede senza esitazioni, e che non cerchi più i suoi vani piaceri. » Certo, oggi che il peccato del mondo intero è distrutto, come potrebbe il peccatore disperare? In questo giorno in cui nasce il Signore, promettiamo, fratelli carissimi, promettiamo a questo Redentore, e manteniamo le nostre promesse, come è scritto: Venite al Signore Dio vostro, e offriteGli i vostri voti. Promettiamo nella pace e nella fiducia; egli saprà darci il modo di mantenere i nostri impegni. Tuttavia, comprendete bene che non si tratta qui di offrire cose periture e terrene. Ognuno di noi deve offrire quello che il Signore ha riscattato in noi, cioè la sua anima. E se mi dite: E come offrirò la mia anima al Signore, che già la tiene in suo potere? Vi risponderò: Offrirete la vostra anima mediante costumi pii, pensieri casti, opere vive, distogliendovi dal male, volgendovi verso il bene, amando Dio e amando il prossimo, usando misericordia perché siamo stati noi stessi miserabili prima di ricevere la misericordia; perdonando a coloro che peccano contro di noi, perché noi stessi siamo stati nel peccato; calpestando l’orgoglio, perché è appunto l’orgoglio che perdé il primo uomo ». – Così si esprime la misericordia della santa Chiesa invitando i peccatori al banchetto dell’Agnello fino a che la sala sia piena (Lc. XIV, 23). La Sposa di Gesù Cristo è nel gaudio per effetto della grazia di rinascita che le concede il Sole divino. Comincia per essa un nuovo anno, e deve essere come tutti gli altri fecondo di fiori e frutti. – La Chiesa rinnova la sua giovinezza come quella dell’aquila; si dispone a presiedere ancora una volta su questa terra allo sviluppo del Ciclo sacro, e ad effondere di volta in volta sul popolo fedele le grazie di cui il Ciclo costituisce il mezzo. Attualmente, è la conoscenza e l’amore del Dio bambino che ci vengono offerti; siamo docili a questa prima iniziazione, per meritare di crescere con il Cristo in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini (ibid II, 52). – Il mistero di Natale è la porta di tutti gli altri; ma appartiene alla terra e non al cielo. « Noi non possiamo ancora – dice sant’Agostino nel suo XI Discorso sulla Nascita del Signore – non possiamo ancora contemplare lo splendore di Colui che è generato dal Padre prima dell’aurora (Sal. CIX, 3); visitiamo almeno Colui che è nato da una Vergine nelle ore della notte. Non comprendiamo come il suo nome è prima del sole (Sai. LXXXI, 17); confessiamo almeno che ha posto il suo tabernacolo in colei che è pura come il sole (Sal. XVIII, 6). – Non vediamo ancora il Figlio unigenito che abita nel seno del Padre; pensiamo almeno allo Sposo che esce dalla sua camera nuziale (ibid.). Non siamo ancora maturi per il banchetto del Padre nostro; riconosciamo almeno la Mangiatoia di nostro Signore (Is. I, 3).