J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (15)

CAPITOLO XXIX

DISEGNO D’UNA BIBLIOTECA CLASSICA CRISTIANA

Allevare i giovinetti nello spirito della società, di cui essi sono i figliuoli e di cui esser devono i continuatori, tale è la prima legge che il buon senso indica ad ogni popolo. Allevare cristianamente i membri d’una società cristiana, è l’applicazione necessaria di questa gran legge. L’educazione si fa colla trasmissione delle idee; la trasmissione delle idee si fa colla parola scritta o parlata. La parola scritta, la sola di cui qui ci occupiamo, si fa coi libri che si pongono in mano al giovinetto, dei quali lo si forza a nutrirsi durante più anni, che gli sono spiegati con cura, che gli si presentano come modelli, che è obbligato di sapere a menadito, in guisa di riprodurli nel suo linguaggio, e d’invocarli al bisogno come confermazione dei suoi pensieri e dei suoi giudizii. Tutti i popoli capirono l’influenza decisiva di questa parola scritta, sui destini dell’avvenire. I cristiani parteciparono come gli altri, dirò più degli altri, a questo buon senso che fa dipendere le idee ed i pubblici costumi dall’insegnamento dato alla gioventù. Gelosi di conservare intatto il sacro deposito della religione, essi allontanarono con un’estrema sollecitudine dalle labbra delle generazioni nascenti la tazza, per splendida che fosse, la quale contenere potente veleno. Questa condotta ò una legge, alla quale bisogna che noi ritorniamo sotto pena di perire. Ora, lo vedemmo, i soli libri classici, messi in mano alla gioventù dai padri nostri, sono: le Sacre Scritture, gli Alti dei martiri, e le opere dei Padri e dei Dottori della Chiesa. L’ammirabile loro sapienza si mostra qui sotto due aspetti ben gloriosi. Cristiani prima di tutto, e riconoscendo l’esistenza di una letteratura cristiana, come si riconosce, aprendo gli occhi, l’esistenza del sole, essi volevano che i loro figliuoli destinati ad essere cristiani come i padri loro, imparassero dapprima la lingua e la letteratura della società cristiana. Di più, sapevano che l’educazione è il tirocinio della vita. Per loro, la vita era cosa seria. Essa era una lotta continua, una lotta gigantesca, una lotta a morte contro il male. Sotto pena di essere vinto ed infelice di qua e di là dalla tomba, ogni cristiano deve essere un eroe. Nessuna cosa pareva loro più propria a fare dei loro figliuoli tanti eroi, quanto i possenti insegnamenti usciti dalla bocca di Dio stesso; quanto gli eroici esempi dei loro avi; quanto i sublimi incoraggiamenti di quegli immortali dottori, di quei Santi dell’Oriente e dell’Occidente che parlano colla triplice autorità della scienza, dell’eloquenza e della virtù. Cinquanta generazioni, come il mondo non ne vide mai, sono il glorioso monumento della giustezza del loro calcolo. – Fortemente nutriti del sugo cristiano, i loro adolescenti ottenevano il permesso di percorrere il mondo pagano, d’interrogare i suoi uomini, le sue arti, i suoi monumenti, i suoi costumi e le sue leggi. I nuovi ebrei potevano allora visitare l’Egitto, non solo senza correre pericolo di diventare suoi schiavi, ma ancora con la giusta fiducia d’impadronirsi delle sue ricchezze, per farle servire all’ornamento del tabernacolo. Così si trovavano conciliali e l’integrità dello spirito cristiano, ed il compiuto sviluppo della scienza. È chiaro: per i nostri padri tutto cominciava, tutto finiva colla religione. Tale è, per mille motivi, il cammino al quale bisogna imperiosamente ritornare. – Dapprima, pei popoli, quali essi siano, la religione è tutto. Il libro che la insegna deve essere il primo nelle mani del fanciullo, e l’ultimo nelle mani del vecchio. Tranne nei nostri tempi moderni, che non sono caduti nel caos se non per averla sconosciuta, sempre e dappertutto questa verità fu compresa e praticata. – Fra gli Ebrei, la Bibbia era tutto. Con la tradizione che la spiega, essa compone la scienza nazionale. Difesa sino al sangue, essa è rispettata come l’arca santa, amata come la patria. Fra i Maomettani, la legge del Profeta, accompagnata da qualche commento, è il libro unico. In questo libro il fanciullo impara a leggere, il giudice cerca la ragione delle sue sentenze, l’uomo d’ogni condizione e d’ogni età la sua regola di condotta. Libro sacro! Quando i fanciulli sono giunti a conoscerne un capitolo, è un avvenimento, che si celebra con una pubblica festa. Posto su d’un ricco veicolo, circondato da faci, il libro nazionale è portato in trionfo nelle vie, seguito dai fanciulli e dai maestri, salutato con rispetto dai parenti e dalla intera popolazione: la gioia è nel cuore della società, di cui questa manifestazione annuncia la perpetuità dello spirito che l’anima. Dopo lo studio d’ogni capitolo, la festa ricomincia. – Ora, per le nazioni cristiane, l’Evangelio è lutto: esso è la loro vita intellettuale, morale, domestica, civile, politica, letteraria, artistica, scientifica; in questo immenso oceano di luce esse devono vivere come il pesce nel mare. La Chiesa cattolica, loro madre, non cessa di proclamare questa grande verità. Non una vi ha delle sue solenni adunanze, in cui essa non collochi su d’uno splendido trono il libro degli oracoli religiosi e sociali. Pure, bisogna dirlo, da più secoli l’Evangelio è nulla, o quasi nulla nella nostra pubblica educazione. Come stupirsi ch’esso sia più nulla o quasi nulla nelle idee e nei costumi? Come stupirsi, in altri termini, che noi cessiamo d’essere cristiani? O ritornare a resipiscenza, o morire. Di più, lo stato presente del mondo non permette, a questo proposito, né ritardo né concessione. La rapida formazione di due grandi unità, quella del bene e quella del male, regine dell’avvenire senza rivali, non è più un problema per nessuno. Innalzato all’ultima sua potenza, il male si formula oggidì con una negazione assoluta. Una negazione assoluta non può combattersi se non da un’affermazione egualmente assoluta. Il Cattolicesimo, il Cattolicesimo in tutta la sua integrità, il cattolicismo professato da martiri, può solo lottare contro la società del male. Ma una cosa sola può ricondurre in tutto il suo vigore ed in tutta la sua purezza il Cattolicesimo in seno all’Europa, cioè un’educazione fortemente cattolica. – Simile educazione non è possibile se non con classici cristiani. Per conseguente, noi supplichiamo che si voglia ben ripigliare per evangelio, in fatto di educazione, la condotta dei secoli cristiani. Ciò posto, ecco le nostre idee ed il nostro disegno. – Pei popoli cristiani, noi l’abbiamo detto, l’Evangelio è tutto. Tutto deve uscire di là, tutto deve ricondurre colà. Intorno a questo divino perno deve evidentemente girare tutto quanto il sistema della educazione. Ora, l’Evangelio è un centro posto in mezzo al mondo, al quale riescono per due correnti opposte i secoli che lo precedono ed i secoli che lo seguono. Per iniziare il fanciullo alla conoscenza dell’Evangelio, noi gli facciamo studiare nel più bello fra i libri la preparazione quattro volte secolare di questo gran fatto. I magici racconti della Bibbia, non già in un latino del secolo 18°, ma nel latino primitivo e consacrato della Volgata, diventano il primo libro della sua vita di collegio, come furono il primo libro della sua vita di famiglia. Di più, l’Evangelio è un codice, ed il fanciullo lo studia. Ogni codice vuol essere spiegato. Le opere dei Padri ne sono il commento verbale il più perfetto, ed il fanciullo se ne nutrisce. Gli Atti dei Martiri e dei Santi ne formano la spiegazione pratica, ed il fanciullo la conosce; e la sua vita diviene evangelica. Tale è il principio che ci ha servito di bussola. Quanto al nostro disegno, eccolo in poche parole:

1° Supponendo che si mantenga la divisione per classi, tutti i classici, sino alla quarta inclusive, debbono essere cristiani. È d’uopo tutto quel tempo, almeno coll’attuale metodo d’insegnare le lingue, per insegnare convenientemente il latino cristiano ed iniziare allo studio della lingua greca cristiana. Inoltre esso è necessario per nutrire fortemente di Cristianesimo le giovani generazioni, uscite troppo spesso da famiglie poco cristiane e destinate a vivere in una società che è ancor meno cristiana.

2° Partendo dalla terza sino alla rettorica, i classici possono essere cristiani e pagani. In questo momento lo studio del paganesimo offre minor pericolo, poiché, secondo il detto di Tertulliano, lo spirito ed il cuore dei fanciulli sono sodamente temprati alle fonti cristiane. D’altra parie, questo tempo basta per studiare e per leggere gli autori profani, in quanto lo richiede l’esame del baccellierato.

3° Quanto alla scelta particolare dei classici cristiani, noi diremo solo qui, che fu deciso, dopo maturo esame e molti consigli, che l’esecuzione letteraria di questo importante lavoro sia affidata ad uomini, i cui lumi e la cui esperienza offrono al clero ed ai laici tutti i pegni di fiducia che si possono desiderare. Possiamo inoltre affermare che nel suo complesso tale scelta è buona, ottima; e lo possiamo affermare senza essere accusati di vana pretensione. Da un lato noi la troviamo indicata anticipatamente da tutta la tradizione cristiana; dall’altro lato essa è formalmente raccomandata dalla Chiesa.«L’uomo essendo inclinato al male sin dalla puerizia, dice il 5° Concilio generale del Laterano, l’educazione della gioventù è cosa della maggiore importanza. Perciò noi decretiamo e regoliamo che tutti i maestri di scuola ed i professori siano tenuti non solo d’insegnare ai fanciulli ed ai giovani la grammatica, la retorica ed altre cose simili, ma eziandio che siano obbligati ad istruirli nella religione, ed a far loro conoscere gli inni sacri, i salmi e le vite de Santi; di più, è loro proibito, nei giorni festivi, di insegnare a quelli altra cosa, tranne ciò che spella alla religione ed ai buoni costumi (Conc. Laler. V, sess. VIII, an. 1512). Più tardi noi sentiamo il santo Concilio di Trento, questo grande ristoratore della Chiesa e della società, esprimersi in termini non meno formali sulla necessità dello studio classico della Scrittura, non solo nei seminari, ma ancora nei collegi o pubblici ginnasi. I motivi sui quali si appoggia l’augusta assemblea sono gli stessi da noi esposti nel corso di quest’opera: lo studio del codice sacro è necessario alla difesa ed all’accrescimento della fede, alla conservazione ed alla propagazione della sana dottrina; in una parola, se non si nutre di Cristianesimo la gioventù, la società cesserà d’essere cristiana (Sess. V). Tale è il giudizio dell’immortale Concilio. – Il lettore vedrà che noi non siamo novatori: i novatori sono quelli che introdussero il paganesimo nell’educazione; né uomini d’immaginazione e discepoli del nostro senso privato : gli uomini d’immaginazione sono quelli che credono conservare cristiane le generazioni da essi saturate di paganesimo ed alle quali lasciano ignorare il cristianesimo; i discepoli del senso privato sono quelli che, spregiando e la pratica costante delle età di fede ed i precetti della Chiesa universale, impongono le loro teorie siccome regole infallibili. Si concederà pure, amiamo sperarlo, che i l bisogno il più imperioso del tempo nostro quello sia di rendere cristiana la educazione, e per conseguenza di familiarizzare di buon’ora le nascenti generazioni con le idee, con gli uomini, con i fatti, con gli esempi, con le massime, con gli scritti, in cui trovasi con maggiore abbondanza e purezza il sugo vivificatore del Cristianesimo. Finalmente, quando la scelta dei classici sarà conosciuta, si concederà, lo speriamo, che la indicata biblioteca sia tale da raggiungere questo scopo necessario. – Ma non si mancherà di chiederci perché noi la pubblichiamo, mentre già si pubblicano classici cristiani? Non è forse ciò un voler fare un libro a fianco ad un libro parimente buono? Ecco in due parole la risposta. Noi pubblichiamo siffatta biblioteca, perché cosa indispensabile il dare all’insegnamento un seguito logico che assicuri il buon esito dello studio, graduando il lavoro, ed uno sviluppo sufficiente per nutrire di Cristianesimo tutte le facoltà della gioventù, dal suo entrare in collegio sino al suo uscirne. – Ora, i saggi comparsi sinora, sebbene utili in sé, sebbene concetti colle più lodevoli intenzioni, ci sembrano lungi dal soddisfare alla doppia condizione. Da un lato essi si limitano ad alcuni tratti isolati, che annegati in mezzo ai libri pagani, non possono dare alcun serio risultato né sotto il riguardo letterario, né sotto il riguardo morale. I pregevoli autori di quegli opuscoli non tennero conto abbastanza, almeno così ci sembra, dell’esistenza benissimo distinta delle due lingue latine. S’essi l’avessero riconosciuta, come non avrebbero essi visto che, facendo camminare di pari passo lo studio del latino cristiano e lo studio del latino pagano, il giovinetto non imparerebbe altro che un gergo, barbara composizione dell’idioma cristiano e dell’idioma pagano? Non è forse ciò un voler fare studiare in pari tempo l’italiano e lo spagnolo, per esempio? Questo miscuglio, sgraziato nel risultato, accresce singolarmente la difficoltà nella pratica. Quale confusione ancor più deplorevole non deve produrre nello spirito del giovinetto lo studio simultaneo delle idee pagane e delle idee cristiane? Dove sarà per esso la pietra di paragone che gli farà discernere la vera virtù, la vera gloria, la vera saggezza, da quella che non ne ha che l’apparenza? Prima di lasciargli frequentare i pagani, aspettate (come vuole san Basilio) ch’egli sia fortemente cristiano. – Considerato sotto un altro riguardo, questo miscuglio di Cristianesimo e di paganesimo è un sistema all’atto logoro. Al punto in cui siamo, non vi sono più oggidì nella educazione, nonché in religione, in politica, in filosofia ed in tutto il rimanente, se non due sistemi in piedi: il sistema cristiano ed il sistema pagano; cattolicesimo o socialismo; tutto o nulla. Uomini e cose, tutto ciò che non è , tutto ciò che non sarà francamente l’uno o l’altro, o non conta più, o è morto prima d’essere nato. D’altra parte, i trattati o brani, di cui si tratta, mancano di gradazione logica. Infatti, essi offrono a studiare, ad esempio, S. Girolamo prima di S. Gregorio. L’opposto deve avere luogo. L’immortale pontefice è il tipo della bella latinità cristiana. Soltanto dopo averlo bene studiato si può, senza pericolo pel gusto letterario, passare a S. Girolamo, il cui stile rammenta ancora spessissimo la forma pagana. I l dottore di Betlemme deve essere la transizione tra la lingua cristiana e la lingua pagana. Tale è i l posto ch’egli occupa nella nostra biblioteca.

CAPITOLO XXX

VANTAGGI PARTICOLARI DI QUESTA BIBLIOTECA

Facendo rientrare logicamente, gradualmente, compiutamente il Cristianesimo nella educazione, noi facciamo rientrare negli animi il gusto del bello, poiché, amiamo dirlo di nuovo, il bello è lo splendore del vero. Questo scopo, oggidì sì desiderevole, è raggiunto in modo tanto più certo in quanto tutti i nostri classici sono, sotto il punto di vista meramente letterario, al di sopra d’ogni paragone. Ci sia permesso d’insistere su questo punto importante. L’influenza del paganesimo fu tale che un gran numero di persone perdettero il gusto del bello in fatto di letteratura cristiana, ancor più che non in fatto di pittura e di architettura. Ora, lo ripetiamo; la Sacra Scrittura, gli Atti dei Martiri e le opere dei Padri, tali sono i modelli che noi proponiamo alla gioventù.

La Scrittura. Se l’eccellenza dello stile dei libri sacri su quanto noi abbiamo di più perfetto fra i migliori scrittori di ogni tempo, potesse essere dubbia agli occhi di qualcheduno, o prevenuto, o superficiale, o indifferente, noi lo preghiamo di meditare il seguente passo di un autore non sospetto. Ecco il paragone che Sterne fa tra l’eloquenza profana e l’eloquenza Sacra: « V’hanno, dice il celebre scrittore inglese, due sorta di eloquenza, una delle quali appena ne merita il nome. Essa consiste in un numero fisso di periodi acconciati e compassati, e di figure artificiali, in diamantate di paroloni pretensiosi. Questa eloquenza abbaglia, ma rischiara poco l’intendimento. Ammirata, affettata dai semi-dotti, il cui giudizio è così falso come ne è viziato il gusto, essa è del tutto estranea agli scrittori sacri. Se fu sempre riguardata come al di sotto dei grandi uomini di ogni secolo, quanto (a più forte ragione) dovette sembrare indegna di quegli scrittori che lo spirito d’eterna sapienza animava nelle loro veglie, e che dovevano raggiungere quella forza, quella maestà, quella semplicità che l’uomo solo non raggiunse mai! « L’altra sorta di eloquenza è affatto contraria a quella che ho censurato, e caratterizza veramente le Sacre Scritture. La sua eccellenza non deriva da un linguaggio lavorato e recato da lungi, ma da un misto meraviglioso di semplicità e di maestà: doppio carattere così difficilmente riunito, che ben raramente si trova nelle composizioni puramente umane. Le sacre pagine non sono caricate di ornamenti superflui ed affettati. L’Essere Infinito, avendo voluto acconsentire a parlare il nostro linguaggio per recarci la luce della rivelazione, si compiacque dotarlo di quelle forme naturali e graziose, che penetrar dovevano nelle nostre anime. – « Osservate che i più grandi scrittori dell’antichità, vuoi greci, vuoi latini, perdono infinitamente delle grazie del loro siile quando sono tradotti nelle nostre lingue moderne. La famosa apparizione di Giove nel libro I di Omero, la sua pomposa descrizione d’una tempesta, il suo Nettuno che fa crollare la terra e che la squarcia per metà sino al suo centro, la bellezza dei capelli della sua Pallade; tutti questi passi, in una parola, ammirati di secolo in secolo, appassiscono e spariscono quasi del tutto nelle traduzioni latine. Si leggano le traduzioni di Sofocle, di Teocrito, di Pindaro stesso: vi si troverà egli altro se non alcune vestigia leggiere delle grazie che ci rapirono negli originali? Concludiamo con dire che la pompa dell’espressione, la soavità dei numeri e la frase musicale costituiscono la maggior parte delle bellezze dei nostri classici autori, mentre quelle delle nostre Scritture consistono piuttosto nella grandezza, delle cose stesse che non in quella delle parole. Le idee vi sono così sublimi di loro natura, che devono sembrare sublimi per necessità nel loro modesto abbigliamento: esse brillano attraverso le più deboli e le più letterali traduzioni della Bibbia ». Quale eloquenza più degna delle anime serie e dei popoli cristiani!

Gli Atti dei Martiri. Dopo la Scrittura, nulla vi è più degno d’ammirazione e di rispetto degli Atti dei Martiri. Se i libri sacri sono dovuti all’ispirazione di Dio stesso, le risposte dei martiri agli interrogatori dei giudici furono, giusta la promessa del Salvatore, dettate dallo Spirito Santo. Sotto il punto di vista puramente letterario, esse presentano lo stesso genere di bellezze della Bibbia. La semplicità delle parole e l’eloquenza delle cose ne formano i l continuo e sublime carattere. In faccia ai padroni del mondo, armati di sofismi, di minacce, di promesse, seguiti da un lungo corteggio di littori, di proconsoli, di prefetti, di giudici, di carnefici e di belve feroci, voi scorgete uomini del popolo, donne, fanciulli, poveri schiavi ridurre al nulla, colla semplicità, colla fermezza, colla chiarezza del loro linguaggio, i sofismi dei filosofi, le questioni capziose dei magistrati, i discorsi patetici dei parenti afflitti. A misura che il coraggio del martire s’innalza all’eroismo, il suo carattere si spiega, la sua parola sfavilla in tratti della più sublime eloquenza. Diventando più stringente, il dialogo diventa più vivo, più interessante. E la grandezza della causa che si discute, ed il contrasto tra la forza del tiranno e la debolezza della vittima, tra la brutalità ed il furore dell’ uno, e l’innocenza e la calma dell’altra, tutto ciò commuove alle lacrime i cuori i più freddi, cioè tutto il dramma finisce col raggiungere la più alta poesia. Sublimità e semplicità, unzione e vigore, grazia ed ingenuità, rapidità che trascina e particolarità commoventi, tali sono le doti letterarie che caratterizzano il racconto di quelle tenzoni senza esempio nei fasti del mondo. Da ciò viene che gli Atti de’Martiri, come tutto quello che è veramente bello di fondo e di forma, godono del privilegio di appassionare i fanciulli medesimi e di fare le delizie dei più grandi uomini dei secoli i più celebri. Fra mille esempi potrei recare quello di Santa Teresa; ma tutti lo conoscono. Fra mille testimonianze, citerò solo quella del celebre Giuseppe Scaligero. « La lettura degli Atti dei Martiri, dice quel dotto critico, è sì commovente, che lo spirito non può mai sfamarsene. Ognuno può averlo provato secondo il grado di sensibilità e d’intelligenza di cui egli è dotato; ma per me, confesso che nulla mai lessi nella Storia ecclesiastica, a più forte ragione nella storia profana, che abbia eccitato nel mio cuore moti sì straordinari ad una e sì violenti, che nel lasciare cotal libro non conosco più me stesso (Annot. ad Euseb., Hist. Eccl.) ».

I santi Padri. Quasi sulla stessa linea della Scrittura ispirata da Dio, delle risposte dei martiri dettate dallo Spirito Santo, compaiono i Padri della Chiesa. I loro scritti sono i monumenti i più insigni del Cristianesimo ed i più bei titoli di gloria del genio dell’uomo. Gli insegnamenti, le parole di quegli uomini, se pure si deve dar questo nome a quegli esseri eccezionali che paiono innalzarsi sino al cielo per contemplarvi la verità, sono ben meno gli insegnamenti e le parole di semplici particolari, che non gl’insegnamenti e le parole della Chiesa universale. Ivi i cristiani d’ogni secolo e d’ogni stato possono imparare ciò che si deve rigettare, ciò che si deve conservare, ciò che si deve odiare, ciò che si deve amare, ciò che si deve evitare, ciò che si deve fuggire, ed anche ciò che si deve ammirare sotto il punto di vista puramente umano della poesia e dell’eloquenza. A giusto titolo pertanto quei geni incomparabili, quei grandi uomini, da Dio suscitati per essere insieme i custodi e gli interpreti del Testamento del suo Figliuolo, sono chiamati nella storia gli specchi della eterna luce, gli organi dello Spirito Santo, i troni della sapienza, gli araldi dell’impero di Dio, le colonne della religione, i vendicatori della verità, i modelli della virtù, i duci del popolo cristiano, i maestri del genere umano, le faci della Chiesa, i fari dell’universo. Ma ciò che bisogna notare qui, si è che gli scritti dei Padri non solo sono fonti di sapienza divina, ma anche tesori di eloquenza e d’erudizione d’ogni genere. Su questo punto non v’ha che una voce nel mondo veramente dotto. Persino gli uomini i più classici del secolo il più appassionato pei Greci e pei Romani pagarono il tributo di loro ammirazione al letterario ingegno dei Padri della Chiesa.: « – Un Padre della Chiesa, un Dottore della Chiesa! grida Labruyère: quali nomi! quale tristezza nei loro scritti! quale aridità! quale fredda divozione! E forse quale scolastica! – dicono coloro che non li hanno mai letti. Ma piuttosto quale stupore per tutti coloro che si sono fatta un’idea dei Padri della Chiesa sì lontana dal vero, se vedessero nelle loro opere maggiore Unitezza e delicatezza, maggiore polito e spirito, maggiore ricchezza di espressione e maggiore forza di ragionamento, tratti più vivi e grazie più naturali, che non se ne notano nella più parte dei libri di questo tempo, i quali sono letti con gusto, i quali danno rinomanza e vanità ai loro autori! Qual piacere di amare la religione e di vederla cresciuta, sostenuta, spiegata da sì bei geni e da sì sodi spiriti, specialmente quando si viene a conoscere che, per la copia delle cognizioni, per i principi della più pura filosofìa, per la loro applicazione ed il loro sviluppo, per la giustezza delle conclusioni, per la dignità del discorso, per la bellezza della morale e dei sentimenti, nulla v’è, ad esempio, che paragonar si possa a Sant’Agostino se non forse Platone e Cicerone! (Caratteri, t. 1; Degli Spiriti forti, p. 153.) ». Non voglio cavillare col mio autore; pure sarei tentato di chiedere a Labruyère dove abbia veduto che Platone e Cicerone siano paragonabili a Sant’Agostino per la copia delle cognizioni, pei princìpi della più pura filosofia, per la bellezza della morale e dei sentimenti? Iddio perdoni al Rinascimento, di cui qui vedesi l’influsso sugli animi i più sodi. Da tali considerazioni generali sul merito letterario dei nostri classici cristiani passiamo a qualche osservazione particolare. Faremo notare dapprima che il numero di siffatti scrittori è assai piccolo. L’esperienza dimostra che il mezzo d’imparare una lingua non è già di studiare molti libri, ma di studiarne uno buono, e di studiarlo a fondo, in modo che il pensiero dell’autore e la forma del suo pensiero ritornino naturalmente e senza sforzo allo spirito, quando bisogna pensare, scrivere o parlare. Come da per tutto, qui pure si verifica la massima: Timeo doctorem unius libri. Poscia i nostri classici, già sì poco numerosi, si riducono quasi all’unità; poiché, dopo aver servito allo studio della lingua latina, servono ancora allo studio della lingua greca. Noi amiamo credere che nessuno dubiti dell’immenso vantaggio che ne deriva. Da un lato, il giovinetto vi trova grande facilità per imparare il greco, poiché è anticipatamente in relazione cogli autori dei quali già conosce tutti i pensieri; dall’altro lato è quasi impossibile che non conservi gli insegnamenti che gli si danno, sotto forme diverse, durante tutto il corso dei suoi studi. Finalmente i libri indicati come soggetti di lettura latina e greca daranno, se utile si crede, tutta la desiderabile varietà al lavoro del giovinetto. In pari tempo che gli faranno conoscere il modo dei vari autori, lo obbligheranno ad acquistare una seria cognizione delle letterature greca e latina. Ecco il nostro pensiero: Noi desideriamo che si appianino al possibile le difficoltà che s’incontrano nel cammino del discepolo; che sia liberato dal lavoro sì lungo, sì fastidioso e quasi sempre sì ingrato e talvolta sì pericoloso, di sfogliettare i dizionari. Basta per ciò dargli a viva voce sia il senso preciso di una parola, sia la spiegazione di una cosa ch’egli cercherebbe a lungo senza sicura speranza di trovarla egli stesso. Nulla pare più conforme di ciò al cammino della Provvidenza nello studio delle lingue, né più efficace per farvi rapidi progressi, preservandolo dal doppio flagello della nausea e della noia. Nondimeno, siccome si dovrebbe temere che tale metodo rendesse pigro l’intendimento, questo pericolo si sfugge facendo fare al giovinetto letture greche e latine, ch’egli solo deve capire e di cui è obbligato a rendere conto. – Aggiungeremo ancora (tanto oggidì ci pare necessario di cristianizzare l’educazione) che bisogna insegnare cristianamente anche gli autori pagani. Ecco come riuscirvi. Invece di darli, come troppo sovente si fece dopo il Rinascimento, per modelli finiti di virtù reali, bisogna avere cura di far notare l’imperfezione della loro sapienza, della loro forza, della loro prudenza, della loro temperanza, delle loro intenzioni e dei loro sensi, paragonando tutte queste cose con gl’insegnamenti della fede. Suppongo, ad esempio, che si spieghi il trattato De Amicitia di Cicerone. Per far risaltare l’inferiorità dell’amicizia naturale, si leggeranno i precetti di carità quali sono esposti nel catechismo del Concilio di Trento, oppure si mostreranno i veri caratteri di questa virtù, spiegando il 13° capitolo di San Paolo, nella prima ai Corintii. Parimente, quanti vantaggi pel discepolo, se alla lettura dei Commentarli di Cesare si unisse la spiegazione delle guerre sante di Giosuè, di Davide e dei Maccabei! Da un lato, il fanciullo vede e la giustizia che deve presiedere alla guerra, e la Provvidenza e la forza del braccio di Dio; dall’altro, gli errori dei grandi capitani del paganesimo, i quali per una vana gloria o per un vile interesse si credevano in diritto di sguainare la spada e di recare la desolazione per tutto l’universo. Quali sapienti, quali santificanti confronti da stabilire tra gli eroi della Grecia e di Roma, ed i grandi imperatori e i grandi capitani cristiani: Teodosio, Carlo Magno, San Luigi, San Stefano d’Ungheria, Vasco de Gama, Albuquerque e molti altri! Finalmente la superiorità del Cristianesimo spiccherà di per sé, se il professore avrà cura, quando s’imbatte in un sentimento od in un principio erroneo di un autore pagano, di provarlo alla pietra di paragone dell’Evangelio. Così, quando Cicerone si loda di per sé, o quando prodiga lodi altrui, bisogna dimostrare che quella lode è falsa, indegna di un’anima cristiana, che cercar deve per ricompensa non già l’adulazione, ma la vita eterna, e deporre tutte le sue corone ai piedi di Colui, da cui proviene ogni dono perfetto. Così ancora, quando Cicerone nei suoi Officii dice che nessuno deve vendicarsi, a meno che non sia provocato, o che non abbia ricevuto un insulto; qual magnifico campo aperto al professore per dimostrare la superiorità della legge cristiana, e per spiegare agli occhi dei giovinetti i grandi dettami del Calvario! – Ecco pel fondo. Che dirò io della forma? Facendo ammirare la frase numerosa di Cicerone, il maestro avrà cura di dire che tutta quella abbondanza di parole, che tutta quella pompa asiatica, oltre ad essere lontana dal convenire ad ogni argomento, è spesso indegna del cristiano, il quale sa che l’eloquenza ben più si trova nelle cose che non nelle parole, e che la parola fu data all’uomo, non già per procacciargli vane lodi, ma per servire alla gloria di Dio ed al vantaggio del prossimo. – Questo semplice saggio ci sembra bastare per far capire che cosa noi intendiamo per « insegnamento cristiano degli autori profani ». Ci si permetta di fare qui una osservazione di alta importanza. Non solo sui discepoli i classici cristiani possono esercitare il più salutifero influsso, ma ben anche sui maestri. Quasi sempre echi dei due mondi, gli autori cristiani, e specialmente gli Atti dei Martiri, aprono agli occhi dei professori un immenso orizzonte; essi danno loro così il mezzo naturale di sviluppare tutti i loro tesori di erudizione cristiana e pagana, o li obbligano a farne ampia provvigione, per potere soddisfare alle spiegazioni rese necessarie sia dal testo stesso dell’opera, sia dalle domande degli scolari. Per grande che sia, un tal vantaggio è però soltanto secondario. Mentre il continuo studio degli autori pagani inaridisce il cuore e talvolta lo corrompe, falsifica il giudizio, altera il gusto, e rende incompiuto l’uomo; lo studio degli autori cristiani nutre il cuore e lo santifica, forma il giudizio, purifica il gusto, rende pratico l’uomo, e di necessità ne fa un essere utile alla società. Diciamo, per finirla, che lo studio delle lingue vive diventando ognora più generale, e sembrandoci esso entrare nei consigli della Provvidenza sui tempi attuali, crediamo di rendere un vero servigio, osiamo dire, all’Europa intera, facendo dei nostri classici latini e greci altrettanti classici francesi, inglesi, tedeschi, italiani e spagnoli. Tradotti in tutte codeste lingue, non solo ne agevolano lo studio, ma nutrono ancora tutta la gioventù europea dello stesso pensiero, l’abbeverano dell’acqua medesima, la cibano dello stesso pane, la vivificano nello stesso battesimo. Ora, un tal pensiero è eminentemente bello, eminentemente sociale, poiché è eminentemente cristiano. O non rimane più alcun mezzo di ricondurre l’Europa a. quella forte unità di fede che per dieci secoli le valse la possanza, la pace, la gloria; a quei princìpi tutelari d’obbedienza e di abnegazione, senza di cui nessuna società è possibile; o bisogna concedere che il mezzo proposto sia il solo veramente efficace. Sia esso adoperato francamente ed universalmente, e ben tosto saranno uccisi il socialismo, il comunismo e tutti quegli errori spaventosi che minacciano di ricondurci al caos. Voi. avrete resa cristiana l’educazione: l’educazione — noi dimenticate — è la società, è l’avvenire, poiché essa è l’uomo tutto quanto di qua di là dalla tomba.

FINE DELL’OPERA

SAN PANTALEONE MARTIRE

SAN PANTALEONE MARTIRE

27 LUGLIO.

Nel 103 Diocleziano emanò l’editto con cui dava principio alla decima e più terribile persecuzione dei cristiani, durante la quale l’intero mondo romano si trovò immerso nel sangue cristiano. Nicomedia, nell’Asia Minore, vide parecchie migliaia di questi eroi versare il sangue per la fede. Uno dei più illustri fu S. Pantaleone, nato da padre ricco e pagano e da madre cristiana, alla quale però la morte immatura tolse la gloria di istruire il figlio nella vera religione. Pantaleone era uno dei più celebri medici di Nicomedia, caro allo stesso imperatore, quando venne da Dio chiamato alla luce della fede. Incontratosi con Ermolao, sacerdote Cristiano, fu da questi invitato a trattenersi con lui. « Ho una sola ambizione, disse Pantaleone, quella di giungere a guarire tutte le infermità ». Ermolao, approfittando di sì retto ideale, gli annunziava Colui che con un solo cenno risanava ogni sorta di malattie. Il giovane medico, grandemente ammirato, volle essere completamente istruito nella fede e pochi giorni dopo riceveva il Santo Battesimo. Cristiano! sarà il nome che d’ora in poi lo distinguerà. Pantaleone ne intende la gloria, la santità, e la vita che a tal nome deve corrispondere. Imitare Gesù, essere un altro Gesù che ama i fratelli, i poveri, gli afflitti, li consola e li soccorre: ecco il proposito che animerà la sua vita. Distribuì ogni avere ai poveri, rendendosi povero anch’egli, e si dedicò tutto al servizio dei malati che visitava e guariva nel nome santo di Gesù. Intanto l’editto era gettato, la persecuzione infieriva per tutto l’Impero e Pantaleone veniva accusato come cristiano. Condotto allo stesso imperatore non esitò un istante. Confessò d’essere veramente cristiano, e contento di dare il sangue per la fede; che la sua religione gli proibiva di sacrificare ai loro dèi falsi e bugiardi e che perciò non avrebbe bruciato né incenso né altra cosa. Messo alle torture, fu da Dio miracolosamente protetto, e convertì gli stessi carnefici. – Disteso sul cavalletto, torturato e bruciato con torce non ne sentì il menomo danno; gettato in una caldaia di piombo liquefatto, questo, appena toccato dal martire, si raffreddò; si pensò allora di farlo morire annegato e legatogli una grossa pietra al collo, lo gettarono in mare, ma, simile ad un fuscello, la pietra apparve galleggiante liberamente sull’acqua, permettendo al martire di tornare alla riva. L’imperatore, sempre più esasperato, lo fece esporre alle fiere, e queste andarono a cadere mansuete ai suoi piedi, fra l’entusiasmo di tutto il popolo che assisteva. – Pantaleone fu allora sottomesso al supplizio della ruota, ma ne uscì ancora illeso. Diocleziano ricorse al mezzo estremo: lo fece legare ad un olivo, e mandò alcuni carnefici a decapitarlo. Ma un altro strepitoso miracolo doveva glorificare il nostro martire. La spada appena toccato il collo dell’eroe, divenne molle come cera, i carnefici si gettarono ai suoi piedi convertiti, e l’albero si ricoprì di frutti. Pantaleone, desideroso ormai d’entrare nella Patria beata, supplicò i carnefici a troncargli la testa, e così poté finalmente conseguire la palma gloriosa del martirio.

VIRTÙ. — L’invocazione del nome santo di Gesù, torni sovente sulle nostre labbra, e specialmente quando il demonio ci tenta con lusinghiere insinuazioni.

PREGHIERA. — Fa, te ne preghiamo, Dio onnipotente che imitiamo con devozione conveniente la costanza e la carità del tuo beato martire Pantaleone, il quale per la dilatazione della S. Chiesa, meritò di ottenere la palma del martirio. Così sia.

La liquefazione del sangue

 Il 27 luglio e la terza domenica di maggio, a Ravello, perla incastonata nella penisola sorrentina, si verifica il miracolo della liquefazione del sangue contenuto nell’ampolla conservata nel duomo. È questo un segno ancora di benevolenza del buon Dio verso i suoi fedeli che, vicini o lontani, sono chiamati alla preghiera per invocare l’intercessione del Santo martire nelle tragiche vicende odierne, a cominciare dalla totale apostasia dei chierici modernisti. Chissà che il Signore non si impietosisca ed anticipi i tempi della restaurazione della Fede Cattolica e della Santa Madre Chiesa, Una, Santa, Cattolica Apostolica Romana, unica ARCA di accesso alla vita eterna. Che Dio, per intercessione di San Pantaleone, ci esaudisca!

Orémus.

 Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, intercedénte beáto Pantaleóne Mártyre tuo, et a cunctis adversitátibus liberémur in córpore, et a pravis cogitatiónibus mundémur in mente.

 San Pantaleone è patrono dei medici. Così come i Santi Cosma e Damiano è chiamato “anargiro”. Appartiene al gruppo dei quattordici soccorritori ai quali i cristiani ricorrevano in ogni sorta di difficoltà. Il santo ha sempre goduto di una particolare devozione in Italia,ma anche in Austria e in Germania. Alcune reliquie (parti del braccio) sono conservate a Venezia, nel tesoro della Basilica di San Marco. A Venezia vi è una chiesa a lui dedicata, la Chiesa di San Pantaleone (San Pantalon in dialetto veneziano),dove si può ammirare il famoso dipinto “San Pantaleone risana un fanciullo” del Veronese e altri due dipinti che raffigurano il santo: “San Pantaleone che risana un paralitico davanti all’imperatore Massimiano” e la “Decapitazione di San Pantaleone” di Jacopo Palma il Giovane. In Germania San Pantaleone è patrono della città di Colonia.

J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (14)

CAPITOLO XXVIII

FINE DELLA RISPOSTA ALLE OBIEZIONI

Non contenti all’avere distrutto la prima obbiezione che viene opposta al ritorno dei classici cristiani, dimostrando che la restaurazione generale delle scienze, delle lettere e delle arti è anteriore al Rinascimento, noi prendemmo l’offensiva affermando che quello è l’epoca e la cagione principale del decadimento e della corruzione della lingua latina in Europa. Questo è ciò che ci rimane a provare. Noi non sappiamo più il latino! Ecco quello che ripetono, a chi li vuole ascoltare, gli uomini i più interessati a sostenere il contrario. Vari anni fa, un eminente funzionario della francese Università diceva in una pubblica scrittura: « L’insegnamento è limitato ad un piccolo numero, è inutile e pericoloso per la più parte di coloro che sono compresi in questo numero, è incompiuto e cattivo per tutti. Anche il greco ed il latino, questi oggetti speciosi degli studi collegiali, sono male insegnati: prova ne sia che tutti gli studenti ignorano il greco, e che nessuno sa bene il latino. Del rimanente, per il valore scientifico dell’insegnamento in Francia esiste un’infallibile pietra di paragone: e sono gli esami detti del baccellierato. Ebbene! io lo dichiaro francamente; sette anni fa io diedi per la prima volte di tali esami, e da sette anni in qua non ho trovato un solo candidalo su dieci, che rispondesse soltanto passabilmente (Lettera del sig. Gaziano Attutali, profess. di lat.. alla Facoltà diLettere di Tolosa.) ».Noi non sappiamo più il latino ! Ecco ciò che il senso intimo dice piano ad ognuno di noi! Uscendo di collegio, appena se i più valorosi fossero stati capaci di leggere senza dizionario una pagina di Cicerone o di Tacito; ma per fermo non un solo sarebbe stato nel caso di sostenere una conversazione od una discussione latina un po’ estesa. Oggi è anche peggio; la nostra memoria non conserva del latino se non ricordanze così indebolite, che ad eccezione di coloro i quali fecero, per istato loro, della lettura delle opere latine 1’occupazione ordinaria della loro vita, noi non oseremmo arrischiarci a spiegare un passo d’ un autore alcun che difficile, né forse tradurlo senza traduzione, ed ancor meno scrivere in latino i nostri pensieri. [stendiamo un velo pietoso sul sistema scolastico italiano, nel quale non solo gli studenti sono incapaci di balbettare anche qualche sillaba, ma ancor più gli insegnanti – si fa per dire – non hanno più alcuna nozione delle lingue barbare del passato, sia per ciò che concerne grammatica e sintassi, sia per quanto attiene alla letteratura – ndr. -] Noi non sappiamo più il latino! Ecco ciò che provano i fatti. Che sia vero, ad esempio, che il discorso in latino, pronunciato da tempo immemorabile al gran concorso dei collegi di Parigi da una delle sommità universitarie, si farà d’ora in poi in francese, per risparmiare alla dotta corporazioue i quolibet coi quali il latino dei suoi professori fu accolto da più anni? Che sia vero che uno dei motivi per cui non s’insegna più in latino né la filosofia, né il diritto Romano, sia la difficoltà, non oso dire per il professore, ma pei discepoli, di esprimere chiaramente e facilmente i loro pensieri in tale lingua? Non solo noi non sappiamo più né parlare, né scrivere latino, ma neppure giudicarne. Il fatto seguente è noto a tutta Francia. – Verso l’anno 1825, il dottissimo cardinale Mai, bibliotecario di Propaganda, scoperse una parte della Repubblica di Cicerone e la fece stampare. Alcuni esemplari ne giunsero a Parigi. Fra le persone, nelle cui mani vennero dapprima, eranvi un sostituto d’uno dei grandi collegi della Capitale ed un padre di famiglia, il cui figliuolo seguitava il corso di esso collegio. Ora, il maestro aveva giudicato conveniente di tradurre in francese una pagina ritrovata di Cicerone e di darla per tema ai suoi discepoli: egli era sicurissimo che nessuno potrebbe saccheggiare (copiare altrove il lavoro). Il padre, esaminando a caso il tema di suo figlio, conosce donde fu tolto e detta ei medesimo al figliuolo la pagina latina di Cicerone. La copia viene rimessa con le altre. Il sostituto trovandosi occupato, il tema è corretto dal professore titolare, che non sa donde sia stato tolto. Dopo un maturo e coscienzioso esame, ei riconosce che cinque discepoli avevano tradotto meglio che non colui il quale aveva copiato; in modo che Cicerone non fu se non il sesto della classe di colui! – Noi non sappiamo più il latino! Eppure si consacrano sei o sette anni ad impararlo; si spendono in libri ed in professori somme immense. Sembra, vedendo la grande importanza che è data a questo studio, che noi dovremmo essere i più solenni latinanti del mondo. Donde mai deriva siffatto indebolimento nella conoscenza d’un idioma sul quale riposa però tutto quanto il sistema della nostra pubblica istruzione ? Oltre varie cagioni, la cui esposizione ci trarrebbe troppo lungi, una ve n’ha che devo indicare, sia perché è la prima, sia per giustificare la proposizione enunciata più sopra. Lo studio d’una lingua morta presenta già di per se difficoltà abbastanza grandi. Queste difficoltà crescono quando la lingua da studiare è quella di un popolo, le cui idee, i cui sentimenti, la cui religione, le cui istituzioni, i cui usi, la cui vita pubblica e privata sono totalmente diverse dalle nostre. Il giovinetto non trova né nella sua prima educazione, né nella società in mezzo alla quale egli vive, alcuna o quasi alcun’idea corrispondente a quella del mondo di cui è condannato a studiare la lingua; egli deve indovinare ed il senso delle parole ed il senso del pensiero. In questo mondo affatto nuovo per lui, egli non sa come orizzontarsi; il più delle volte cammina a tastoni, si vede fermato da difficoltà insormontabili ch’egli sfugge cadendo in contro-sensi, e finisce con disgustarsi di uno studio che rimane sempre per lui come una fatica, senza mai essere un piacere. – Ecco (ne chiedo a testimoni tutti coloro che fecero le loro classi), ciò che avvenne ad ognuno di noi. Lo stesso succedette a tutti i nostri predecessori dopo il Rinascimento del paganesimo letterario. Ci si fa studiare la lingua latina pagana, cioè la lingua di una società che non ha nessun rapporto con la nostra; una lingua il cui procedere traspositivo non rassomiglia in nulla al procedere logico della nostra lingua materna; una lingua, il cui fondo si compone d’idee, di fatti e di cose, alla cui intelligenza nulla ci ha preparati. Quindi, l’estrema difficoltà d’imparare; quindi, l’imperfetta conoscenza che noi acquistiamo di questa lingua, per non dire l’ignoranza nella quale rimaniamo. – Diversamente avveniva prima del regno del paganesimo classico. Si studiava dapprima la lingua latina cristiana. Questa sola parola lascia trasparire quante difficoltà di meno si opponevano ai progressi del giovinetto. Come madre delle nostre lingue moderne, la lingua latina cristiana presenta relazioni mirabili, e numerose, con l’idioma materno. Aprendo il suo libro latino, il giovane discepolo ritrovava lo stesso procedere semplice e naturale; poco o nulla di inversioni; lo stesso fondo d’idee ch’egli aveva acquistato nella sua prima educazione. La sua intelligenza cristiana indovinava senza pena una parte dei pensieri nascosti sotto una forma estranea. Ei si orizzontava agevolmente in quel mondo che non era più nuovo per lui. A ciascun passo incontrava nomi, fatti, cose, con cui le sue prime letture, la conversazione con sua madre, le istruzioni del sacerdote lo avevano da lungo tempo reso famigliare. Lo studio del latino non era quasi più per lui se non un affare di memoria. Bentosto il piacere congiungevasi al lavoro, perché l’intelligenza entrava facilmente di mezzo, e quegli imparava rapidamente la lingua latina cristiana, la parlava senza pena e la scriveva correttamente. Ecco quanto attestano tutti i monumenti di quella epoca. – Ciò è vero, dicono, ma ei non conosceva la lingua del secolo di Augusto, la bella latinità. Rispondo primieramente, ch’ei conosceva almeno uno dei due idiomi latini. In questo era a noi superiore, poiché dimenticando la lingua latina cristiana per darci esclusivamente allo studio della lingua latina pagana, noi riuscimmo a non sapere né luna né l’altra. Rispondo poi che nulla è più falso quanto il credere e il dire che prima del Rinascimento gli spiriti colti ignorassero la lingua del secolo di Augusto, la bella latinità. Me ne appello alla buona fede di tutti gli eruditi, e li prego di dire se prima del Rinascimento si possedessero, si leggessero, si ammirassero con minore intendimento e buon gusto, di quello che poscia fu fatto, le grandi opere dell’ antichità? Rispondo finalmente che la bella latinità non è solo, come noi provammo, la latinità del secolo di Augusto, ma ancora, e soprattutto, la latinità dei grandi secoli cristiani. – La prima obbiezione che noi esaminammo è dunque falsa del tutto, giacché riposa per intero su una confusione d’idee e di parole condannate dai fatti, ma ostinatamente conservata nella discussione dai partigiani del paganesimo classico. – La seconda obbiezione consiste nel dire che il rimedio, cioè la sostituzione dei classici cristiani ai classici pagani, è impossibile, poiché il baccellierato richiede imperiosamente lo studio degli autori profani. Ed io chiedo, per prima risposta, se sia o no vero, che l’uso esclusivo dei libri pagani nell’educazione è uno dei motivi che maggiormente contribuirono a corrompere i costumi, a pervertire le idee da tre secoli in qua, ed a condurre la società sull’orlo dell’abisso in cui siamo minacciati di vederla sparire? Chiedo inoltre se si possa o no continuare, per una considerazione qualunque, un simile sistema? Supposto che il baccellierato sia un invincibile ostacolo all’adozione di un cammino contrario, ne segue che la questione è impegnata tra la società ed il baccellierato: e poiché la è questione di vita o di morte, ne conchiudo semplicemente che bisogna sopprimere il baccellierato per lasciar vivere la società. Se dunque la società è ancora guaribile, e se i l rimedio proposto è necessario, noi siamo in diritto di affermare che un tal rimedio è possibile. Rispondo di più, che i classici cristiani non sono solo necessari alla Francia, ma all’Europa intera. Ora, grazie a Dio, l’Europa intera non è condannata al baccellierato. Libero dunque ad essa di fare, quando voglia, la riforma che può assicurare 1’avvenire. Finalmente rispondo, che i l Consiglio Superiore stabilito dalla nuova legge sulla pubblica istruzione può pure, quando lo voglia, modificare il programma degli esami da subirsi dai futuri baccellieri. Invece di non farvi figurare se non autori pagani, esso può, senza danno per la letteratura, per la società, per la religione, diminuirne il numero, e chiedere che i giovani cristiani siano tenuti di conoscere a l meno i principali autori cristiani. Può eziandio (il che è ben più conforme alla libertà) contentarsi di esigere dal candidato che sappia il latino, senza obbligarlo ad impararlo in un’opera piuttosto che in un’altra. Oso affermare che, così facendo, il Consiglio Universitario renderà il maggior servizio possibile alla patria, e se eccita le ingiurie dei tristi, avrà per compenso l’approvazione di tutti gli uomini saggi, che seriamente si occupano dell’avvenire. – Passando dal ragionamento alla pratica, noi sosteniamo che simile rimedio è benissimo applicabile. Qui è il luogo di dire tutto quanto il nostro pensiero. Una grande legge sociale fu violata nel XVI secolo. La fonte cristiana, destinata a togliere la sete alle generazioni cristiane, fu mutata in una fonte pagana, e l’educazione diventata pagana produsse una società pagana, ed in seno a questa società noi vedemmo svilupparsi tutte le idee e tutti i vizi del paganesimo. Noi chiediamo un termine a sì strana aberrazione; noi chiediamo che l’ordine venga ristabilito nell’educazione per rientrare nella società; noi chiediamo in conseguenza che i filosofi ed i retori di Atene o di Roma non siano più i soli, né i principali pedagoghi della gioventù cristiana; che autori cristiani adempiscano oramai sì nobile, sì delicata funzione. – Vogliamo noi con ciò escludere gli autori profani? Quando lo volessimo, noi non saremmo se non gli echi dei più grandi uomini e dei più grandi secoli della storia moderna. Ma rassicuratevi, noi vogliamo semplicemente che l’accessorio cessi di essere il principale. Ora, in fatto di educazione cristiana, voi ci concederete senza pena che il paganesimo è solamente l’accessorio, e che a questo titolo il suo posto non deve essere se non secondario. Giacché voi gli date importanza, noi vi concediamo che il giovinetto cristiano abbia a conoscere due società, quella di cui è figliuolo e che deve un giorno servire e onorare; e l’altra ch’egli può ignorare senza danno per la sua felicità o per quella dei suoi simili. Gli autori cristiani sono gli organi della prima, gli autori pagani della seconda: a voi sta di fissare il loro posto rispettivo. Qui io vi vedo uscir fuori con una nuova impossibilità. Voi dite: « Non è possibile studiare a un tempo gli autori cristiani e gli autori pagani; il tempo delle classi non lo permette. Non adottando se non classici profani, appena se ne possono spiegare alcuni, e fra quelli che si spiegano non ve n’ha quasi alcuno che si veda per intero. Il maggior numero dei giovani escono dalla retorica senza avere mai letto, ed ancor meno spiegato Virgilio, Ovidio, Orazio e Quinto Curzio da capo a fondo. Che sarà se voi date loro anche autori cristiani? ». Ecco appunto l’inconveniente dell’uso dei classici pagani nell’educazione. La difficoltà estrema d’imparare la lingua d’una società totalmente diversa dalla nostra, condanna la gioventù ad uno studio lungo e ingrato, e le toglie il tempo di leggere gli autori; a più forte ragione poi di sviscerarne alcuno. Un tale inconveniente sparisce, almeno in gran parte, se voi fate studiare prima la lingua latina cristiana (Bisognerebbe pure modificare il metodo attuale d’imparare le lingue. Un metodo che richiede sei o sette anni per imparare una lingua che in fin dei conti non si sa poi, non può essere essenzialmente buono). La facilità con cui il discepolo la impara, gli lascia tempo da leggere molto latino. Alla sua volta questa lettura abbondante gli dà una meravigliosa facilità per capire la lingua latina pagana, di cui, in fine, le parole sono in generale le stesse che quelle dell’idioma cristiano. D’altra parte, quand’egli fosse vero che 1’uso dei classici cristiani diminuisse un poco lo studio dei classici pagani, qual danno tanto grave ne potrebbe mai derivare? Conoscere un po’ meno Fedro ed Esopo, ed un poco più la Sacra Scrittura; un po’ meno Ovidio e Virgilio, ed un poco più i Salmi e i Profeti; un po’ meno Cicerone e Demostene, ed un poco più San Gregorio e San Crisostomo, sarebbe forse ciò un nuocere allo sviluppo dell’intelligenza, un falsare l’educazione, un compromettere la società, un oltraggiare il senso comune? Noi crediamo dunque, e l’esperienza lo conferma, che cominciando dal far imparare esclusivamente la lingua latina cristiana, non solo si possano vedere i principali autori pagani che servono di presente da classici, ma anche vederli molto meglio. Il giovinetto conoscerà tutto ciò che egli conosce, e lo conoscerà meglio. Di più, conoscerà una lingua ed autori che non conosce in verun modo. Cosi rassicuratevi, il baccellierato che inspira tanta sollecitudine, nulla avrà a soffrire. Soltanto la sua influenza sarà meno funesta alla gioventù ed alla società: ecco tutto. – Ho io d’uopo di aggiungere, che, nella sua forma attuale, il baccellierato non ha alcuna promessa d’immortalità? che l’interesse il più serio dell’avvenire richiede ch’esso venga o soppresso o profondamente modificato? Il mezzo di ucciderlo o di mutarlo è precisamente il mezzo che noi proponiamo. Inutile ancora il dire che per buona sorte il baccellierato non è obbligatorio per il clero; che il clero può dunque immediatamente e con gran vantaggio adottare i classici cristiani. Ora, si “È ANCORA DAL CLERO CHE DEVE COMINCIARE, COME TUTTE LE ALTRE, QUESTA RIFORMA DECISIVA PER LA RELIGIONE E PER LA SOCIETÀ. Per ultima obbiezione si dice: « Il rimedio sarà inefficace, poiché con classici cristiani il professore può sempre, quando Io voglia, formare discepoli pagani ». Rispondo in primo luogo, che la cosa sarà meno focile che noi sia oggidì. In secondo luogo rispondo, che con classici cristiani, i cattivi professori diventeranno sempre più rari, e che i buoni diventeranno eccellenti: è questo il caso di applicare il proverbio: Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei. Rispondo in terzo luogo, che, se con classici cristiani un cattivo professore può formare discepoli pagani, un buon professore non può, in regola generale, con classici pagani formare discepoli cristiani : tre secoli di esperienza stanno dietro di me per provarlo. Ecco la grandissima differenza che separa l’uno e l’altro sistema. Ridotta alla sua più semplice espressione, questa diversità significa che, se i classici cristiani non possono, per colpa degli uomini, salvare in Europa la religione e la società, i classici pagani, malgrado tutti gli sforzi degli uomini, perderanno infallibilmente e senza scampo la religione e la società nell’Europa intera. Quando pure le probabilità di successo fossero ancora più deboli che voi non supponete, io domando se sia lecito esitare un sol momento sull’uso dei classici cristiani. Fra due rimedii, dei quali l’uno ucciderà per fermo l’ammalato, e l’altro offre qualche probabilità d’efficacia, la coscienza non ingiunge forse al medico, in modo sacrosanto, di rigettare il primo e di servirsi del secondo?

[Oggi il buon Abate Gaume stramazzarebbe apprendendo che la gioventù attuale si forma con i libri del maghetto Henry Potter, dei Ninjia, dei Pokemon. Ma per fortuna ora egli vive nella Eternità beata e gode dei frutti del suo instancabile lavoro di “allerta alla società!” Che il Signore lo abbia in gloria! – ndr.-]. (Continua)

J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (13)

CAPITOLO XXVII

CONTINUAZIONE DELLA RISPOSTA ALLE OBBIEZIONI

La lingua latina cristiana non è più barbara della filosofia cristiana, dell’architettura cristiana, della pittura cristiana, dell’Arte cristiana: vogliate non dimenticarlo. Dando al mondo per modelli classici gli scrittori che la parlarono, non è questo dunque un ricondurre il mondo alla barbarie letteraria più che non vi sia ricondotto sotto il riguardo artistico, dandogli per tipo l’Arte cristiana. Voi credete che la nostra gioventù sarebbe barbara in fatto di latino ov’essa parlasse in tutta quanta la sua purezza l’idioma di San Leone, di San Gregorio, di San Bernardo e di San Tommaso. Davvero! voi avete ragione; essa sarebbe altrettanto barbara, né più né meno, quanto i nostri pittori che facessero quadri come il Beato Angelico da Fiesole, quanto i nostri architetti che edificassero templi come le cattedrali di Reims e di Colonia. Tutto codesto timore della barbarie non è dunque se non una chimera. Perciò, sotto il punto di vista meramente letterario, le nazioni moderne non hanno interesse veruno nel mantenere nella educazione il regno esclusivo del paganesimo. Vo più lungi, e dico che il loro amore pel latino e pel greco li obbliga a rannodare la catena infranta alla metà del secolo XV, ed a ristabilire nell’istruzione della gioventù il regno del Cristianesimo. Questa asserzione ci pone agli antipodi di coloro che pretenderebbero che la restaurazione delle lettere latine in Europa dati dal secolo XVI. Noi affermiamo all’opposto che simile restaurazione è anteriore a ciò che si chiama il Rinascimento ben più, che questa è l’epoca e la cagion principale del decadimento e della corruzione della lingua latina, come è l’epoca e la cagione del decadimento dell’arte. Tale è la doppia proposizione che bisogna ora stabilire per far giustizia compiuta della prima obbiezione. Durante tutto il medio-evo i classici furono esclusivamente cristiani; ma è falso, affatto falso, che a simile cagione si debbano il decadimento e la corruzione delle lettere latine, non più che quella delle scienze e delle arti. È dunque egualmente falso che tutte queste cose siano uscite dalla barbarie nel XVI secolo, sotto l’influsso del paganesimo. Al pari dell’arte pagana, la lingua latina pagana seguitò il muoversi della società pagana, di cui essa era l’espressione; ingrandì con quella, cadde con quella, come la forma cade e s’altera col fondo stesso che la sopporta e che la inspira. – Perciò appena Augusto discese nella tomba, e già sotto Tiberio, quando non vi era peranco vcrun classico cristiano, il latino comincia ad alterarsi. L’età dell’oro è bentosto seguita dall’età dell’argento, che non tarda a dar luogo a quella del ferro: tutti i monumenti letterari ne fanno fede. Se dunque, malgrado gli sforzi dei maestri i più segnalati, fra gli altri di Quintiliano, le lettere e le arti declinano nello stesso seno del paganesimo, lo ripetiamo, non lo si deve attribuire né all’uso dei libri cristiani, né all’influsso del Cristianesimo, ma piuttosto alle vicende dell’Impero e soprattutto alle dissensioni intestine, al contatto colle nazioni barbare, alle loro scorrerie ed al loro soggiorno in tutte le parti della repubblica, ed in ispecie alla corruzione generale dei costumi, la quale, un po’più presto od un po’ più tardi, ma inevitabilmente, trae seco la corruzione della letteratura e delle arti. Quindi, allorché i barbari, fattisi signori dell’antico mondo, ebbero coperto di mine il suolo saccheggiato, devastate le città, distrutte le scuole, bruciate le biblioteche, le lettere e le arti dovettero sparire quasi interamente. Qui pure non è né ai classici cristiani, né alla influenza del Cristianesimo che imputare si deve la barbarie in cui caddero lettere, arti e scienze. Al contrario; se alcun prezioso germe fu conservato, devesi renderne omaggio al Cristianesimo. Ritornata la calma, la Chiesa capì eh’ essa non aveva la missione di rifar la lingua pagana più che di risuscitare la società pagana. Sua prima cura, come lo indicammo, si fu di creare un novello mondo con gli infranti elementi del mondo pagano e con gli elementi ancor greggi del mondo barbaro. Si pose all’opera, persuasa che il novello mondo saprebbe col tempo crearsi una nuova lingua. La cosa infatti ebbe luogo; e noi crediamo avere stabilito che la nuova lingua, organo della società cristiana, fu per lo meno cosi perfetta come l’antica, organo della società pagana. – Egli è falso pertanto che la lingua latina, le scienze e le arti siano state ristorate in Europa dall’influenza de’classici pagani: come tutti sanno, il paganesimo nella educazione non data, se non dalla fine del XV secolo. Ora, più di trecent’anni prima di questa epoca, le lettere, le scienze e le arti erano state ristorate: che dico! si erano innalzate al più alto grado di perfezione. Prova ne sia che non v’ha ramo di scienza o d’arte, il quale non abbia generato capi d’opera, la cui perfezione non fu mai sorpassata. E giacché l’occasione ci si offre, ci sia permesso, raccogliendo i tratti sparsi in questa opera, di mostrare una buona volta e la magnifica realtà ed il meraviglioso segreto di cotale restaurazione, così sovente negata dagli uni e così male intesa dagli altri. Partiamo da un principio innegabile: la civiltà delle società non comincia né dalla coltura delle lettere e delle arti, né dalla costruzione dei teatri, né dalla eleganza del vestire, né dai comodi della vita materiale. Essa ha la sua origine ed il suo fondamento nei buoni costumi; i buoni costumi hanno per base l’esatta cognizione e la pratica fedele dei doveri della religione, secondo il detto della Scrittura: Inìtium sapieniiæ timor Domini. Infatti, il vero e il giusto sono il doppio fondamento della società: il bello non ne è se non il raggiare. Pertanto, solamente dopo essersi ben bene nutrita di sì sostanziosi alimenti, la società può darsi alla ricerca del bello, cioè allo studio delle lettere e delle arti. Così vogliono e la ragione e la logica. – Cosiffatto si fu il cammino intellettivo, seguito nel medio-evo dalle nazioni cristiane. Dopo le prime Crociate, le quali sì efficacemente contribuirono ai progressi dello spirito umano, si ebbe fretta di profittare della calma di cui godeva l’Europa. Liberi di darsi, secondo l’ordine dei sacri canoni, allo studio di tutte le scienze, i grandi intelletti che contenevano il clero ed i monasteri si concentrarono tutti con mirabile unanimità sulle scienze religiose e morali. Grazie ai loro sforzi, quelle alte scienze raffermate nella loro base, spiegate in tutte le loro parti, logicamente esposte nelle loro relazioni, presero un immenso sviluppo. Mentre oggidì tutta quanta l’umana attività concentrasi sul mondo fisico, il moto intellettuale di quella grande età si volse per intero verso le speculazioni della religione e della metafisica. Quindi ne viene che le numerose accademie, nate allora in tutte le parti d’Europa al soffio vivificante della Chiesa, non furono in origine se non scuole di teologia. – A questi magnifici studi Sant’Anselmo diede la forma, cioè la dialettica; Pietro Lombardo, più noto sotto i l nome di Maestro delle sentenze, procurò il fondo, estratto con un ammirabile lavoro dalle opere dei Santi Padri. L’ accrescimento venne loro da Alberto il Grande: la mano di San Tommaso e di San Bonaventura vi aggiunse la perfezione. Appena la scienza divina fu stabilita sovra un fondamento incrollabile, la filosofia fu costituita in modo non meno sodo. Aristotelica per la forma, ma cristiana nel suo oggetto, nei suoi princìpi, nelle sue dottrine, nel suo metodo, essa si manifestò con tutta la sua magnificenza nella Somma di San Tommaso. Qui la teologia e la filosofia si danno sempre la mano, si prestano un reciproco concorso e si mostrano talmente unite, che formano non so qual meraviglioso complesso, il quale non poté stancare l’ammirazione di sei secoli. Quest’opera è, infatti, la più bella che sia uscita dall’intendimento dell’uomo; opera angelica e quasi divina; ultimo limite del genio, fonte d’ogni scienza, tesoro d’ogni verità, confutazione d’ogni errore, arsenale d’ogni verità, esposizione la più vasta della religione cristiana, il più forte baluardo della Chiesa, gloria immortale dell’umano spirito, sola giudicata degna dai Padri del Concilio di Trento di stare a fianco dell’Evangelio, in mezzo alla sala delle loro auguste assemblee, onde togliere le difficoltà e terminare le controversie che potessero sorgere nella definizione dei dogmi cattolici. Dalla teologia, cioè dalla perfetta cognizione della legge divina e dalle relazioni sovrannaturali dell’ uomo con Dio, nacque la scienza delle leggi umane, cioè delle relazioni degli uomini tra loro. Non si rinviene dallo stupore, quando studiando i monumenti di questa età, si vede l’altezza alla quale era giunta la cognizione del diritto sia divino, sia umano, sia naturale, sia positivo, sia ecclesiastico, sia civile, sia politico. – D’altra parte, non si creda che le alte scienze, innalzate, come conviene, al posto d’onore nella estimazione e nell’amore dei nostri avi, assorbissero esclusivamente la loro attenzione. La religione e la società essendo poste al sicuro da ogni attacco, uomini di un grande sapere presero a scrutare tutte le parti del mondo fisico, affine di scoprire le proprietà dei corpi e di farle servire al vantaggio materiale ed anche ai piaceri della vita umana. In allora si scopersero tre cose, le quali, come fu detto, mutarono condizione, costumi, abitudini dell’universo: la stampa, la polvere e la bussola. Sì, codeste tre meraviglie, delle quali noi siamo così orgogliosi e di cui troppo spesso abusiamo, noi le dobbiamo a quei secoli che i moderni barbari non temono punto d’accusare di barbarie. Nell’ordine puramente fisico, i progressi non ristettero lì. Le matematiche, la geografia, l’astronomia, la chimica, la medicina, in una parola tutte le scienze naturali gettarono un vivo splendore, che servì ad illuminare la via percorsa dai secoli seguenti. Tali scienze si insegnavano pubblicamente dai più esperti maestri a migliaia di giovani intelletti: il che fece dare a quelle scuole illustri il nome di università. Contemporaneamente a questa universale restaurazione delle scienze camminava di egual passo la restaurazione delle lettere e delle arti. Lo stesso secolo che produsse San Tommaso, il dottore angelico, il principe de’ teologi, produsse Dante, il poeta divino ed il re di tutti i poeti. Per l’altezza del soggetto, per la magnificenza dello stile, pel vigore della espressione, per l’armonia del verso, la sua Divina Commedia si lascia addietro di molto tutte le opere poetiche dei pagani. Il mondo era ancora sotto il fascino di quella meravigliosa poesia, quando la voce di Francesco Petrarca si fece sentire. I suoi canti armoniosi non eccitarono minore ammirazione della forte composizione di Dante. Nulla v’ha di più vigoroso di Dante, nulla v’ha di più soave del Petrarca; nell’uno e nell’altro la poesia s’innalza al grado il più sublime. Ciascuno nel .suo genere è sì perfetto, che sorpassa od eguaglia almeno tutti i poeti che lo precedettero o che lo seguirono. (Faremo notare, coi più giudiziosi critici, che i lati deboli di quei due glandi poeti sono appunto quelli in cui essi vollero mescolare il paganesimo col cristianesimo. Questo miscuglio forma pure il pericolo di alcuni scritti del Petrarca.) – Quanto all’eloquenza, essa non era in uso se non nelle chiese. Dacché il governo dell’Impero romano era diventato privilegio di un uomo solo, e dacché il popolo non era più stato chiamato a dare il suo suffragio nelle pubbliche assemblee, l’eloquenza popolare era caduta; la sua caduta data dal regno dei Cesari. Lo stesso dicasi dell’eloquenza curiale. La sapienza della Chiesa aveva stabilito fra le nazioni cristiane quelle forme di giudizio, in cui più non si decideva sotto l’impressione della parola di un avvocato, subito e per così dire tumultuariamente, della fortuna e della vita degli uomini; ma in cui si procedeva lentamente, dopo maturo esame ed in seguito ai detti contraddittori delle parti. Quel genere di eloquenza, per nulla necessario, talvolta anche pericoloso, era pure caduto da secoli. Quanto all’eloquenza del pergamo, la sola quasi che fosse praticata, essa fiorì a meraviglia. I secoli posteriori non videro oratori che esercitassero sulle nazioni quell’impero prodigioso che fu privilegio di San Bernardo, di Sant’Antonio da Padova, di Guglielmo da Parigi, di San Bonaventura, di Giovanni Taulèro, di San Vincenzo Ferrerò, di San Lorenzo Giustiniani, di San Bernardino da Siena e di molti altri, la cui parola dominatrice regolava sovranamente e le cose dei popoli e le controversie dei re. – Ma come il cammino razionale del progresso va dallo studio delle scienze a quello delle lettere; così, esso trascorre dallo studio delle lettere alla coltura delle arti. Infatti, sebbene lettere ed arti esprimano le idee, le credenze, i costumi della società, le une con parole, le altre con segni, tuttavia, a quella guisa che il pensiero si manifesta più facilmente colla parola che non con statue o con quadri, così gli artisti non vengono se non dopo i poeti e gli oratori. – Ne risulta che le arti ricevono il loro impulso dalla letteratura, come la letteratura medesima riceve il moto dalle alte scienze. I secoli anteriori al Rinascimento confermano eloquentemente questa induzione. – A tale epoca l’ardente studio di tutti i generi di letteratura produsse la coltura ammirabile d’ogni arte. La pittura, ristorata nel secolo stesso di San Tommaso e di Dante, da Cimabue, fece magnifici progressi sotto l’influsso di Giotto, discepolo di Cimabue, degno di avere per panegiristi Dante stesso e Petrarca. Nello stesso XIV secolo, il Pisano la circondò di nuova gloria, e sul cominciare del secolo seguente, il Beato Angelico la innalzò alla perfezione. – Si fu nel cielo, per testimonianza di Michelangelo medesimo, che il Beato Angelico trovò il tipo delle sue inimitabili figure; in egual tempo che la pittura, la scultura e l’architettura salivano rapidamente all’ultimo termine della gloria. Infatti, Giotto ed il Pisano furono ad una pittori ed architetti segnalati. – Sì, e noi, noi diciamo senza un maligno piacere, si fu in quei secoli tanto diffamati che furono in ispecie costrutte quelle chiese, quelle cattedrali, quei Duomi, in cui il marmo, lavorato con infinita delicatezza, unisce gli svariati riflessi delle sue incrostazioni alle magnificenze della pittura; in cui la pietra ed il granito prendono, sotto lo scalpello dello scultore, le forme le più graziose e le più svelte, colla stessa agevolezza dell’argilla sotto le dita del vasaio; in cui la chimica, dando segreti sconosciuti prima e sconosciuti dopo, sospese colla mano del vetraio quei meravigliosi tappeti di porpora, d’oro e d’azzurro alle vaste finestre delle nostre venerabili basiliche: secoli per sempre barbari, in cui una quantità di monumenti, rimasti sinora senza rivali, innalzarono alla perfezione l’Arte cristiana in tutta la sua purezza. Sono inoltre onore del medesimo secolo non solo tutti gli altri incomparabili artisti del XV secolo, come Antonio da Messina, inventore della pittura a olio, il Donatello, l’Alberti, il Verrocchio, maestro di Leonardo da Vinci e del Perugino; ma ancora Leonardo da Vinci stesso, il Perugino, Bramante, Raffaello e Michelangelo. Infatti, benché questi artisti siano morti nel XVI secolo, pure ei cominciarono a fiorire nel XV, e dovettero alla scuola cristiana, fondata nel XIII secolo, e le loro idee ed i loro princìpi ed il fondamento della gloria immortale che si acquistarono. Per non citarne se non una prova, egli è un fatto nolo nelle vie del mondo dolio, che Raffaello e Michelangelo, principi degli artisti, si nutrivano di continuo, il primo della lettura del Petrarca, ed il secondo di quella di Dante. Quindi venne che Michelangelo riproducesse il vigoroso stile di Dante, e Raffaello lo stile grazioso e gentile del Petrarca. Perciò, cosa degna della più seria attenzione, tutti gli uomini immortali che dal secolo X I sino alla fine del XV innalzarono scienze, lettere ed arti ad un sì alto punto di perfezione, attinsero i loro princìpi, le loro idee, le loro regole e le loro ispirazioni dal Cristianesimo. Ciò che la stella fu pei Magi, la face della fede lo fu per ciascuno di loro. Si è unicamente alla sua luce ch’essi andarono debitori di percorrere con sicurezza, con facilità e con gloria la carriera aperta al loro genio. Un altro titolo di gloria pei secoli di fede, si è l’aver essi creato una scienza nuova, un’Arte nuova, esclusivamente cristiana ed appropriata alle nazioni cristiane, e non di aver fatto, come i secoli seguenti, una misera copiatura della scienza e dell’Arte pagana. – La stessa creazione avvenne in letteratura: nuovo omaggio ai secoli di fede. Primieramente, nulla è così vero come il dire che le tre più belle lingue d’Europa e del mondo, la lingua francese, la lingua italiana e la lingua spagnola traggono la loro origine dalla lingua latina. Ma devesi notare (il che non si nota se non da pochi) che cotali lingue non sono per nulla figliuole della lingua latina pagana, ma sì della lingua latina cristiana. . Esse ricordano non già la maniera di Cicerone, ma bensì la maniera di San Leone e di San Gregorio. Vi si ravvisa lo stesso taglio di periodo, lo stesso orrore per la vana abbondanza di parole; la stessa indole di sintassi, chiara e semplice (Quindi, fra mille esempi, venne il che, sempre espresso nelle nostre lingue moderne, e quasi sempre tolto nella lingua latina pagana.); lo stesso genere di stile, scelto, gradevole, grave; la stessa significazione per una quantità di parole, significazione nuova ed interamente cristiana; lo stesso uso delle grazie, casto e moderato; lo stesso modo a un dipresso quanto al numero, naturale e senza affettazione. Quindi ne viene che leggendo codeste belle lingue, uno crede di leggere San Girolamo nelle sue traduzioni sacre, o San Gregorio, Beda, San Pier Damiano, San Bernardo, San Tommaso e San Bonaventura. Qui non v’è illusione alcuna: da quelle fonti pure e feconde provennero infatti ed il genio e la sintassi dei nostri stupendi idiomi, ed anche la più parte di loro parole; vocabula manant parce detorta. Stessa origine per la poesia. Certo, non già in Omero, né in Virgilio, né in Orazio, né in Pindaro, ma nei Profeti e nell’Evangelio i padri della poesia francese, italiana e spagnola cercarono le sublimi loro idee, l’audacia loro felice, il loro modo di dipingere e di sentire, l loro stile, la loro elocuzione, il loro procedere. Non al Delius vates chiesero le loro ispirazioni, ma sì alla fede. Persino la forma della nostra moderna poesia ne indica l’origine cristiana. Differentemente dalla poesia pagana, questa poesia non misura i suoi versi né dai piedi, né dalla quantità lunga o breve delle sillabe, ma dal numero delle sillabe e dalla rima. Tale è, come tutti sanno, il carattere proprio della poesia di San Gregorio, di San Bonaventura, di San Tommaso e degli altri poeti latini dei nostri secoli di fede. Nessuno ignora che il ritmo da essi inventato è ancora quello della poesia moderna, soprattutto della poesia italiana. Nate dall’idea e dalla letteratura cristiana, le belle arti presero esse pure il suggello cristiano in tutta la sua purezza. Lo si trova non solo nei loro soggetti e nei loro motivi, ma ancora nel loro stile, nel loro genere di bellezze, nel fondo e nella forma delle loro opere. Ciò si vede specialmente nell’architettura cristiana che si chiama gotica. Vi sono ancora alcuni che la biasimano. Essi dicono: « Coll’arditezza o piuttosto colla temerità dei suoi concepimenti, quell’architettura stanca lo sguardo dello spettatore anziché adescarlo: colpisce penosamente l’anima, che getta in una specie di turbamento e di stupore. Tratta la pietra con libertà tale, scherza con tale audacia con tutti gli ostacoli, che non si ravvisa, né s’indovina il motivo di quei giuochi di forza, o piuttosto di quei capricci ». – La sola ignoranza può ragionare in tal guisa dell’architettura gotica. Tenere simile linguaggio si è un porre il proprio posto fra il volgo degli artisti, i quali non cercando nell’arte se non il piacere prosaico e sensibile dell’occhio e dell’immaginazione, lo considerano quale ultimo scopo dell’arte. Ciò è ad un tempo vergognoso e assurdo, poiché non è maggiormente permesso di dire che il piacere sensibile sia lo scopo ultimo dell’arte, che noi sia di affermare che i sensi e l’immaginazione sono tutto quanto l’uomo. – Del rimanente, non v’ha a stupirsi se i templi greci e romani hanno il privilegio esclusivo di eccitare l’ammirazione di simili giudici. Tale è la condizione, la natura, lo scopo di quei monumenti, che lasciano vedere a prima vista ed il segreto di loro armonia, ed i motivi del loro ordinamento. Nulla essi lasciano a indovinare; nulla nel loro complesso oltrepassa il livello dei sensi e delle volgari abitudini dell’anima; la loro nudità, la semplicità dei loro ornamenti dispensano da ogni fatica, da ogni studio l’anima del riguardante, e permettono alla sua immaginazione ed ai suoi occhi di riposare tranquilli in una vana contemplazione. Ecco perché consimili edifici sono belli di una bellezza puramente sensibile, ma nudamente di una bellezza morale ed intellettuale. Essi piacciono, ma non colpiscono guari: ricreano l’occhio e l’immaginazione, ma non innalzano l’anima al di sopra delle basse regioni della vita sensibile; non eccitano nella stessa alcun moto divino, non le ricordano alcuna rimembranza del mondo sovrannaturale. Lungi da ciò, l’aspetto generale delle loro forme e delle loro linee architettoniche tiene per forza abbassato lo sguardo verso la terra; quello non parla all’uomo se non un linguaggio terrestre, e non eccita in lui se non pensieri e desideri terrestri. E come si vorrebbe che fosse diversamente? Non è già per onorare il vero Dio né per riformare i costumi dell’uomo che i templi pagani furono eretti, ma si per far trovare all’uomo la felicità quaggiù, e per eccitare le sue passioni e lusingare i suoi sensi. Perciò, il Greco od il Romano non provò mai sotto le vòlte de’suoi templi un solo movimento di eutusiasmo divino. Che tali templi abbiano tutte le condizioni della bellezza sensibile, ne convengo; ma essi non poterono, né potranno mai essere gli eloquenti predicatori del mondo sovrannaturale, né dei suoi sublimi misteri, né delle sue mirabili bellezze, né dei suoi divini splendori. – Al contrario, questo è il glorioso privilegio delle chiese gotiche. Le loro torri slanciate verso il cielo, ch’esse sembrano cercare e raggiungere; le loro volte ardite, le loro ogive che forzano lo sguardo a sempre innalzarsi, le loro gigantesche proporzioni, i loro archi immensi: che mai annunziano essi se non il trionfo assoluto del genio dell’uomo sulla materia, ed il sublime sforzo dell’anima sua per innalzarsi al di sopra del mondo corporeo? Poi, quella pietra, quel marmo ammollito sotto lo scalpello, quei corpi sì pesanti, che perdono in certo modo le loro parti materiali per spiritualizzarsi; quelle linee che fuggono in tutti i sensi e che si prolungano quasi sino all’infinito; quella luce a vari colori che penetra per quei rosoni, per quelle invetriate sì ardite, che si direbbero piuttosto dipinte che scolpite alle porte ed ai vasti lati di quei giganteschi edifici: tutte codeste cose non trasportano esse l’anima nella regione dei miracoli, e non la obbligano forse a pensare al Supremo Architetto dell’universo? – Quest’architettura cristiana non eccita, ne convengo, la sensibilità fisica, non lusinga voluttuosamente l’immaginazione, ma penetra nelle profondità di nostra esistenza, assale le fibre le più intime dell’anima, vi risveglia la fede, l’innalza al di sopra delle cure e delle pene di questa miserabile vita, vi produce impressioni morali, lusinga l’immaginazione avida di grandezza e di magnificenza, rapisce tutte le facoltà intellettuali, ed innalza l’uomo al desiderio ed alle cure della vita futura. Perciò, sebbene noi siamo ancora sulla terra quando entriamo in quegli immensi edifici, pensiamo al cielo, e la vista delle opere dell’uomo ci porta sino a Dio. In una parola, l’architettura gotica delle nostre chiese, basata sul principio cristiano, altro non è se non la manifestazione sublime del pensiero cristiano, poiché scopo del Cristianesimo è quello di sciogliere l’uomo dalla tirannide dei sensi e d’innalzarlo alla contemplazione ed all’amore delle cose celesti. Esaminando freddamente il cammino generale dello spirito umano, si vede che in quell’età gloriosa gli scrittori e gli artisti ebbero il medesimo pensiero ed il medesimo scopo, cioè di esprimere, gli uni con parole, gli altri con segni, le idee, le credenze, le verità, i costumi cristiani, mirabilmente sviluppati dalla teologia e dalla filosofia cristiana. Tale è la vivacità e la purezza della fede che presiede alle loro opere, che gli uni e gli altri si mostrano gl’interpreti e i traduttori fedeli delle stesse verità. Ciò che gli scrittori rendono colla parola, gli artisti lo figurano in un linguaggio, diverso, é vero, ma collo stesso stile semplice, corretto, elegante, grave e quasi divino. Ora, secondo il detto già citato, il bello è lo splendore del vero: Pulchrum splendor veri. Dunque le lettere e le arti di quell’età brillano di tutto lo splendore della bellezza, perchè, affatto imbevute della verità cristiana, non riflettono se non i raggi del vero; dunque la stessa verità cristiana, ispirando i poeti e gli artisti, dà ai primi os magna sonaturum, ed ai secondi manum magna et pulchra confecturam. Ora, v’è egli a stupirsi se i grandi uomini dei secoli di fede non gustavano nell’età matura se non la scienza cristiana, la letteratura cristiana e l’Arte cristiana? Dall’infanzia esclusivamente nutriti dei classici cristiani, quasi altro non conoscevano se non il Cristianesimo e conservavano fedelmente ciò che dapprima avevano ricevuto: Quo semel imbuta fuerit recens testa diu christianum servavit odorem. – Avevamo noi torto (chiederemo terminando) di affermare che la ristorazione generale delle scienze, delle lettere e delle arti in Europa è anteriore a ciò che si chiama il Rinascimento? È egli ancor permesso di sostenere che se i libri classici diventassero di nuovo cristiani, si ricondurrebbe il mondo alla barbarie? Non è egli chiaro come il sole che, sotto l’influsso dei classici cristiani, due cose hanno avuto luogo? La prima, che le scienze, le arti e le lettere diventate essendo interamente cristiane, il mondo vide sorgere dalle fondamenta sino al tetto, il più magnifico edificio della sapienza e della civiltà che l’occhio umano abbia mai contemplato ; la seconda, che la teologia, la filosofia, la letteratura, le arti, giunte al colmo della perfezione, produssero in ogni genere uomini sì grandi, che né il passato né il presente nulla hanno da paragonare ad essi: Alberto il Grande e San Tommaso, Dante e Petrarca, Giotto ed il Beato Angelico, ed anche Raffaello e Michelangelo? Curvate il capo: ho nominato i re immortali della scienza, della letteratura e delle arti.

 

J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (12)

CAPITOLO XXVI

NECESSITA’ DEI CLASSICI CRISTIANI.

RISPOSTA ALLE OBBIEZIONI.

Se nella logica loro concatenazione le conseguenze che precedono non sono attaccabili, esse sono lungi, ben lungi dall’essere compiute nel loro sviluppo. Nondimeno, per quanto esser possa imperfetto il quadro da noi abbozzato, sembra bastante a dimostrare, ad ogni uomo che vuol vedere, i fatali effetti del paganesimo nell’educazione. Grazie ad esso, la società europea si trova condotta sull’orlo d’un vasto precipizio, del quale nessun uomo scandagliare potrebbe la profondità. Qui varie cose vi stupiscono e vi spaventano. Alla vista del verme roditore che le moderne società nutrono da sì lungo tempo nel loro seno, alla vista delle carezze medesime ch’esse gli prodigano, ci chiediamo d’onde provenga un sì strano accecamento? È d’uopo, come noi facemmo, cercarne la cagione nei terribili misteri dell’umana natura. L’introduzione del paganesimo nella educazione fu una reazione possente della carne contro lo spirito, una rivincita lungo tempo meditata del vecchio uomo incatenato dal Cristianesimo dominatore d’Europa, contro l’uomo nuovo, la cui signoria era stata crudelmente scassinata durante il troppo lungo scisma d’Occidente. Tale fu la cagione fondamentale del nuovo ingresso trionfale del paganesimo in seno alle moderne nazioni: la forma letteraria e artistica non fu se non un pretesto. Un fatto palpabile ne è la prova. Questo fatto, troppo poco notato, eccolo qui: il Rinascimento, propagato dapprima con entusiasmo da tutti i nemici della Chiesa, consiste essenzialmente in due cose: nella denigrazione universale delle opere del Cristianesimo; nell’ammirazione parimente universale per le opere del paganesimo; nel profondo disprezzo pei secoli inspirati dal cristianesimo; nel culto fanatico pei secoli nei quali il paganesimo regnò. – Allo stupore succede l’inquietudine. Noi indicammo il male; esso è sì profondo, sì inveterato che ci chiediamo se rimanga ancora qualche probabilità di guarirlo. Ammettendo siffatta probabilità favorevole, la società accetterà essa il rimedio? La risposta è sgraziatamente dubbia. Il rimedio è evidentemente 1’uso dei classici cristiani. Ora, a questo nome, io sento parte della società gridare all’assurdità, al fanatismo, alla barbarie. Malgrado il progresso delle idee, da sedici anni, una tempesta di sarcasmi e d’ingiurie sta aspettando, da parte degli Dei Termini, e il rimedio e lo sgraziato medico che osasse proporlo. Dopo il disprezzo vengono le impossibilità. In verità, codesta esplosione non ci meraviglia; essa ci incoraggia provandoci che noi ponemmo il dito sulla piaga: il paganesimo è sempre simile a sé. – Quando, sotto i Cesari, esso vide apparire il Cristianesimo che si preparava a disputargli la signoria del mondo, faceva rimbombare gli echi delle sue accademie e dei suoi anfiteatri del sanguinario grido: alle belve i cristiani! Padrone oggi delle società moderne, il paganesimo fa sentire in termini diversi lo stesso grido di morte contro il Cristianesimo che viene a rivendicare la signoria della educazione; poiché l’educazione è l’impero, essendo essa l’uomo. Le ingiurie ed i sarcasmi non si confutano: si sta paghi a compiangere colui che ne usa, e si fa di tutto per innalzarsi abbastanza alto per non esserne colpiti. Ma dopo le ingiurie vengono le impossibilità, e la lista ne è lunga. Formulate non solamente dai nemici dichiarati del Cristianesimo, ma ancora da uomini che al medesimo sono sinceramente devoti, richiedono esse un esame serio e imparziale. Ora, codeste impossibilità, ridotte dall’analisi alla loro più semplice espressione, si limitano a tre. In primo luogo si dice che il rimedio sarebbe peggiore del male, giacché esiliando dalla educazione i grandi modelli dell’antichità pagana, sarebbe ciò un ricondurre il mondo alla barbarie letteraria da cui il Rinascimento lo trasse. – In secondo luogo si dice che il rimedio è impossibile, poiché il baccalaureato (in Francia) esige la cognizione degli autori profani, e la più parte dei parenti vorranno che i loro figliuoli siano baccellieri, acciò siano qualche cosa in società, anche a costo di non essere cristiani. – In terzo luogo si dice che il rimedio, fosse pure applicabile, sarebbe inefficace, poiché con dei classici cristiani il professore può sempre, quando lo vorrà, fare dei discepoli pagani.

Esaminiamo in particolare ciascuna di queste obbiezioni.

Sostituendo classici cristiani ai classici pagani, ciò sarebbe, voi dite, un rimedio peggiore del male. Eppure il male è grande come può esserlo, meno che non sia la morte. A noi intorno, tutto è scassinamcnto, tutto è rovina: dal capo alle piante la società è una sola piaga. I medici chiamati a guarirla si dichiarano impotenti: molti la credono all’agonia, ed aspettano da un giorno all’altro ch’essa soggiaccia nelle convulsioni di una lotta suprema. Ecco il male: e voi dite che il rimedio proposto è anco peggiore! Perchè? ve, ne prego. Perché, in ultimo, voi rispondete: meglio vale per una società il perire frammezzo alla luce di una gloriosa civiltà che non il ricadere nella barbarie, la quale pure è una morte, e, per una nazione, di tutte le morti la più vergognosa. Ebbene! esiliando dall’educazione i grandi modelli dell’antichità, sarebbe questo un ricondurre senza fallo il mondo alla barbarie donde il rinascimento lo trasse. Tale è in tutta la sua forza la prima ragione che si oppone al ritorno dei classici cristiani. Noi abbiamo la disgrazia di credere l’opposto: noi sosteniamo che i classici cristiani non ricondurranno il mondo alla barbarie, sia la barbarie in letteratura che in morale; noi sosteniamo che la barbarie, dalla quale si vuole che il Rinascimento abbia tratto l’Europa, non è se non una chimera, e che la restaurazione delle arti è anteriore all’introduzione del paganesimo nella educazione. È vero: si trovano anche oggi molte persone, ben intenzionate di certo, che ripetono quale un assioma che i secoli anteriori al Rinascimento furono secoli barbari: barbari nei loro costumi, barbari nelle leggi loro, barbari nelle loro istituzioni civili e politiche, più barbari ancora nella loro letteratura e nelle loro arti. Queste persone capiscono per fermo quanto dicono. Per me, che nulla affatto le capisco, chiedo licenza di spiegare parola per parola la loro terribile proposizione. – Le tenebre della barbarie seguono le tenebre dell’errore di cui esse sono il prodotto, e le prime stanno sempre in ragion diretta delle seconde. La luce della civiltà, all’opposto, regna colà ove la luce della verità regna. La verità è il Cristianesimo. Per sapere se il medio-evo sia 1′ età della barbarie, basta dunque sapere se il Cristianesimo fosse sconosciuto nel medio-evo; s’esso non fosse per nulla applicato alla società, od anche se fosse men conosciuto, meno applicato che noi sia di presente. Aspetto la vostra risposta… – Aspettandola, vi chiederò perché mai i classici cristiani ricondurrebbero l’Europa alla barbarie? Essi ci farebbero perdere, voi dite, la conoscenza della nostra lingua materna, poiché non si può saper bene alcuna lingua d’Europa senza sapere il latino, dal quale tutte le nostre lingue moderne sono tratte. Una quantità d’ uomini, ed in ispecie di donne, che non sanno di latino, troveranno la vostra proposizione molto poco lusinghiera; infatti essa è troppo assoluta per essere, vera. Prendiamola tutta volta in tutta quanta la sua estensione; ma intendiamoci. Vi sono due lingue latine, lo sapete, e, se fa d’uopo, ve lo proverò in un momento. Ora, voi non potreste ignorare che le nostre lingue volgari sono uscite dalla lingua latina cristiana, e non già dalla lingua latina pagana. Abbiate pazienza, e su questo punto voi sarete ben presto convinto. Voi soggiungete che i classici cristiani ci ricondurrebbero alla barbarie, perché la lingua latina del secolo di Augusto e la lingua greca del secolo di Pericle, cessando d’essere conosciute, noi ci chiuderemmo l’adito ad ogni soda erudizione. Ancora un poco, e voi vedrete che i classici cristiani non faranno punto dimenticare le lingue pagane: all’opposto. Pel momento, debbo farvi convenir meco che queste lingue non sono mezzi di erudizione così necessari come voi sembrate crederlo. Quali sono mai, ditemelo, i tesori della scienza del diritto pubblico e privato delle nazioni d’Europa, del diritto civile e del diritto canonico, della teologia, della nostra istoria, della filosofia, della medicina, della geologia, delle scienze naturali e delle matematiche, se non forse le opere scritte nella lingua latina cristiana o nelle lingue moderne? Che mai sapreste voi di tutto ciò quando aveste letto gli autori del secolo d’Augusto e di Pericle? Voi insistete dicendo che i classici cristiani ci farebbero perdere il gusto del bello che noi dobbiamo al Rinascimento. Io vi rispondo che il gusto del bello nasce dalla conoscenza del vero. Bisogna dunque provarmi che la conoscenza del vero fosse meno perfetta prima del Rinascimento che nol fu dopo. Nominatemi dunque le verità che il Rinascimento ci fece meglio conoscere. Mostrate in qual genere esso sviluppò il senso del bello. Crediatemelo, non retrocediamo di sessantanni. Il rimprovero di barbarie pronunciato tante volte contro i secoli cristiani non è più accettato da tutti. Si conosce oggi, ed è provato che v’ha del bello, e dì molto, nell’ordine morale, nell’ordine scientifico, nell’ordine sociale, nell’ordine artistico anteriormente all’invasione del paganesimo classico. Da un quarto di secolo specialmente, molti pregiudizi secolari sono caduti: ancora ogni giorno ne cadono. Rimane, lo confesso, un punto sul quale i pregiudizi rimangono quasi interi. Voglio parlare della letteratura anteriore al Rinascimento. Siccome questo punto si è il principale motivo, o, per meglio dire, il pretesto il più ordinario che si ponga innanzi per mantenere il paganesimo nell’educazione, esso richiede un esame particolare. Ciò che fu detto a lungo dell’architettura cattolica, che essa era il tipo del cattivo gusto e della barbarie, che non era degna d’esser paragonata all’architettura greca e romana più che non Lucano a Virgilio, o Seneca il Tragico a Sofocle, si dice anche oggi della letteratura dei secoli cristiani. La medesima prosegue ad essere l’oggetto di un superbo disprezzo; si giunge persino ad arrossire di trovarla sulle labbra della Chiesa, e non viene ancora in mente a certi spiriti che si possa essere abbastanza senza buon gusto per porla a confronto colla letteratura dei secoli pagani. In una parola, Fénélon, il P. Maffei, Scaligero e molti altri lasciarono numerosi eredi della loro ammirazione esclusiva per la letteratura pagana e della loro profonda compassione pel cristianesimo letterario (Nella sua Lettera sull’eloquenza, Fénélon, l’egregio Fénélon non teme di dire che, ai di suoi, l’Europa non faceva se non uscire dalla barbarie, p. 399. È noto che la sua Lettera sull’eloquenza è un panegirico pomposo dell’eloquenza, della poesia, della tragedia, della commedia e dell’epopea pagane, offerte come solo tipo del bello). Fra mille esempi, uno solo ne scelgo, il quale a maraviglia compendia le disposizioni degli animi. Ecco ciò che pubblica, nel 1850, un uomo di alto sapere, di soda istruzione, di venerabile carattere: « L’innario del Breviario parigino è cosa che non si potrebbe abbastanza ammirare; gli è l’idioma latino in tutta la purezza del secolo d’Augusto; egli è il genere lirico in tutta la sua leggiadria, in tutta la sua pompa, in tutto il suo sfarzo; sono le figure le più giuste, le più energiche, le più delicate; i moti dell’anima i più naturali, i più toccanti, i più sublimi, i più pii. In una parola, gli è la cosa la più degna della verità discesa dal cielo. La decenza del culto pubblico richiedeva tale riforma, tale quale fu fatta, in ispecie nel secolo in cui viviamo, nel quale cotanto importa che il letterato indifferente od empio, che il fanciullo collegiale nulla trovino a dispregiare nel linguaggio liturgico che è posto sulle labbra al culto ». – Ed ecco la lingua e la poesia cristiana anteriori al Rinascimento, trattate come poco fa era trattata l’architettura gotica. Malgrado la severità di questo giudizio, o piuttosto a motivo di questa severità, il rispettabile autore delle linee sopra citate ci permetterà di discutere la questione e di appellarci a lui medesimo dalla sua propria sentenza. Custode fedele di una delle nostre più sontuose cattedrali, egli è, lo sappiamo, l’ammiratore illuminato dell’Arte cattolica. A questo titolo, egli considererebbe giustamente quale un ignorante ed un vandalo colui che andasse a dirgli: « La sostituzione dell’architettura greca e romana all’architettura gotica è una riforma richiesta dalla decenza del culto pubblico; lo stile artistico del secolo di Augusto e di Pericle è la cosa la più degna della verità discesa dal cielo ». Ebbene! egli ci permetterà di stabilire: 1° che la qualificazione di barbara non potrebbe essere maggiormente applicata alla letteratura cristiana, che all’Arte cristiana, cioè che il letterato indifferente od empio; che il fanciullo collegiale nulla ha a dispregiare nel linguaggio liturgico che gli si pone sulle labbra: 2° che l’idioma latino non ritrovò tutta la sua purezza nel Rinascimento del paganesimo classico, ma che la perdette e finì per perdervisi esso stesso tutto quanto. Dapprima, il semplice buon senso respinge a priori l’argomentazione dei partigiani del Rinascimento. Prima di ogni discussione esso obbliga ogni persona riflessiva a dire con l’illustre vescovo di Langres: « Noi eravamo sulle panche del collegio e già noi ci chiedevamo come poteva mai essere che solo lo spirito di menzogna avesse ricevuto il privilegio delle grazie del linguaggio; e quando poscia fummo incaricati noi stessi d’insegnare agli altri codest’arte del ben dire, la quale, considerata nella prima sua fonte, si è una derivazione meravigliosa del Verbo di Dio, noi non volevamo credere che questo Verbo fatto carne, il quale si era compiaciuto di prodigare un tale ingegno ai suoi nemici, come fa spesso di tutti gli altri doni della natura, l’avesse poi negato a quella Chiesa da lui procacciatasi col suo sangue, e che Egli unì a sé, a segno che, secondo la sublime espressione di San Giovanni, ne fa la sua sposa…. « Ecco quali erano i nostri pensieri in un’epoca di nostra vita, in cui, sotto l’impero di pregiudizi concetti sin dalla nostra tenera età, noi non potevamo ancora apprezzare i tesori letterari della Chiesa, i quali d’altronde noi conoscevamo a mala pena. – « Ma a misura che, innalzandoci al di sopra delle nostre proprie convinzioni, noi esaminammo con imparzialità tranquilla e coscienziosa gli scritti dei nostri dottori e dei nostri padri nella fede, il nostro stupore cangiò di oggetto. Noi ci chiedemmo, non più come mai la Chiesa di Dio non avesse posseduto le sublimi doti del linguaggio così bene come le chiese di Satana, poiché avevamo sott’occhio e sotto mano la manifesta prova dell’opposto; ma come mai fosse avvenuto che nel seno stesso del Cristianesimo si fossero posti da parte, negletti, sconosciuti, e, dal lato della educazione, dimenticati del tutto, i numerosi ed innegabili capi di opera della letteratura cristiana, per non studiare, ammirare, e, umanamente parlando, per non adorare se non le opere letterarie del paganesimo. – « Certo, queste ultime hanno pure il loro notevole merito, e, come dicemmo, la perizia nel parlare e nello scrivere è un dono della natura, lasciato in comune a tutti i figliuoli degli uomini da Colui che fa risplendere il suo sole sui buoni e sui cattivi, che sparge la fecondatrice sua pioggia sulla terra dei peccatori, del pari che su quella dei giusti. Ma ciò che noi non possiamo ammettere, e ciò che tuttavia fu lasciato credere lungamente, si è che quel dono prezioso sia il privilegio dell’errore. Noi sappiamo, per la consolazione di nostra fede, e proclamiamo oggi a discarico di nostra coscienza, che questo non è vero (Lettera ai sigg, superiore e professori del suo piccolo seminario) ». Prima di ogni esame, noi abbiamo dunque il diritto di respingere la qualificazione di barbara, applicata alla letteratura cristiana; giacché è cosa assurda, per nulla dire di più, lo ammettere che le grazie del linguaggio siano privilegio esclusivo dell’errore. Ma andiamo più lungi, e stabiliamo una distinzione fondamentale, sempre dimenticata dai partigiani del paganesimo letterario; questa distinzione fa crollare tutti i loro sofismi. Il latino fu parlato da due società interamente contrarie nel loro modo di giudicare e di sentire: dalla società pagana e dalla società cristiana. A quella guisa che, per confessione di tutti, v’ha una filosofia pagana ed una filosofia cristiana, una architettura pagana ed un’architettura cristiana, una pittura pagana ed una pittura cristiana, un’oreficeria pagana ed un’oreficeria cristiana, così vi fu un’eloquenza pagana ed un’eloquenza cristiana, una poesia pagana ed una poesia cristiana, una lingua latina pagana, ed una lingua latina cristiana.Queste due lingue hanno ciascuna la propria perfezione relativa ed i proprii caratteri distintivi. Sotto il pennello o sotto lo scalpello dei grandi maestri di Grecia e d’Italia, l’Arte pagana rende bene, molto bene, l’idea pagana, il sentimento pagano; parimente in bocca a Cicerone ed a Tito Livio, o sotto la penna di Virgilio e di Orazio, la lingua latina pagana rende bene, molto bene, l’idea pagana ed il sentimento pagano. Al pari della società di cui è l’espressione fedele, codesta lingua è, soprattutto nel secolo di Augusto, molto polita, molto elegante e molto fredda; talvolta maestosa ed il più spesso imperiosa e superba. – L’unzione le manca, perché la carità manca alla società pagana. Organo esclusivo di passioni e d’interessi puramente naturali, essa è profondamente sensualista. Tutto quanto l’ordine d’idee, di virtù, di sentimenti, di relazioni, nato dal Cristianesimo, rimane nella medesima senza traduzione. Perciò, materialismo puro, sensualismo, egoismo e povertà nel fondo, varietà, eleganza, secchezza nella forma, in versione e rigore nel contesto: tali sono i caratteri principali che la distinguono. Espressione di una società differentissima, la lingua latina cristiana presenta caratteri diametralmente opposti. Spiritualismo puro, ricchezza inesauribile nel fondo; semplicità, dolcezza, unzione, pieghevolezza, chiarezza nella forma: ordine logico soprattutto nel contesto: ecco alcune delle sue qualità. Si scorge che queste due lingue differiscono altrettanto l’una dall’altra quanto le due società medesime, di cui elleno sono la espressione. – Si vede ancora che non è né meno impossibile, né meno assurdo il voler fare della lingua latina pagana l’impalcato del Cristianesimo, quanto il voler fare della lingua latina cristiana l’organo del paganesimo. Sotto il punto di vista dell’Arte, egli è un edificare una cattedrale gotica per onorare Giove, o servirsi dei templi di Pesto per far processioni. Ecco perché i Padri della Chiesa, uomini di buon senso e di genio, impadronendosi delle parole dell’idioma latino, ne composero una nuova lingua latina, atta a rendere benissimo le idee, i sentimenti e gli usi cristiani: nella stessa guisa che gli architetti, gli scultori, i pittori e gli orefici cristiani, riconoscendo nell’Arte pagana certi principi e certe regole primitive, le adottarono modificandole sotto la ispirazione della fede, in modo da formarne gli elementi di un’Arte esclusivamente cattolica. Non è dunque per ignoranza della lingua latina pagana che la lingua latina cristiana fu creata. Chi oserebbe dire, ad esempio, che ignorasse la lingua e la letteratura pagana San Cipriano, il quale prima della sua conversione insegnò a lungo in Cartagine, ed in modo tanto splendido, l’eloquenza pagana? o San Girolamo, sì appassionato per Cicerone, e per Plauto, che non ci volle meno d’un castigo divino per guarirlo dalla sua passione? o Sant’Agostino, il quale prima di essere discepolo dell’Evangelio, lo fu per tanto tempo di Cicerone, di Virgilio e di Terenzio, ed il quale insegnò per lunghi anni la retorica mondana in Roma ed in Milano? Certo, se l’avessero voluto, nessun meglio di codesti uomini immortali avrebbe scritto e parlato il latino del secolo di Augusto. Se non lo fecero, non è già perché non lo potessero fare, ma perché non lo vollero; e non lo vollero perché capirono che una lingua nuova faceva mestieri ad una società nuova. A tale proposito noi abbiamo la irrecusabile testimonianza di Sant’Agostino stesso (S. Aug. opp. t. IlI, part. I, p. 129, De Doctr. christ., lib. IV, c. 14, n. 31, Edit. Paris.). – Del rimanente, non si creda già che respingendo e cacciando via dal latino idioma tutta quella mollezza, tutta quella superfetazione di forme, di misure e di sonorità pagana, i fondatori della lingua latina cristiana abbiano dimenticato la proprietà e la scelta dei termini, e l’eleganza stessa ed il numero. All’opposto, essi davano a tutto ciò una cura particolare, come lo testifica ancora Sant’Agostino. Ma la proprietà e la scelta delle parole; ma l’eleganza ed il numero ch’essi ricercavano, erano appropriati alla lingua latina cristiana, della quale è scopo principale non già lusingare i sensi, ma esprimerechiaramente, fortemente, nobilmente la verità. – Come il precedente, noi dobbiamo questo nuovo segreto del loro lavoro al gran Vescovo di Bona. Perciò, le espressioni ed i termini sono comuni all’una e all’altra lingua; ma il suggello, il genio, l’ordine ed il significalo di un gran numero di parole sono totalmente diversi. Questo divario tra i due idiomi è siffattamente reale che i più esperti in latinità pagana non lo sono per ciò in latinità cristiana: e colui che in prosa si lusinga d’imitar Cicerone, ed Orazio in versi, non è per questo capace di scrivere un discorso che sappia di San Leone o di San Gregorio, né un inno che ricordi Sant’Ambrogio o San Tommaso. La prova ne è fatta. Invano un uomo si sarà, per dir così, appropriato la maniera degli autori profani, e conoscerà benissimo la latinità del secolo di Augusto; s’egli non fa uno studio profondo dei principi della latinità cristiana, si troverà imbarazzato e persino incapace di scrivere e di parlare convenientemente del dogma, della disciplina, in una parola, delle cose cristiane. La sua composizione delle parole e pel numero della frase; ma mancherà di precisione, di gravità, di chiarezza; essa sarà vuota di cose, misera, e spesso ridicola. – Nel sedicesimo secolo si era intravveduto questo grave sconcio. Si era anche temuto, e non senza fondamento, che la lingua pagana non introducesse idee pagane ed errori nel Cristianesimo. « Si è dagli autori cristiani, diceva i l celebre P. Possevino, che i giovinetti toglier devono non solo la sana dottrina, ma ancora il modo di esprimerla con convenienza e con verità. Colui che vorrà scrivere o ragionare delle cose cristiane unicamente colla lingua del secolo di Augusto commetterà perniciosi errori, darà alla religione una fisonomia pagana, cadrà ad ogni passo in sconvenienze di lingua, in vanità di pensiero, spesso anche in inesattezze di credenza, le quali aprono la porta all’eresia. Del che noi abbiamo numerosi e tristi esempi in Lorenzo Valla ed in Erasmo, chiamati non senza ragione, da giudiziosissime persone, i precursori di Lutero ». – In prova di quanto asserisco, posso anche citare la testimonianza di un uomo noto a tutta Europa per la sua erudizione profonda e per la sua meravigliosa prestanza nella letteratura latina. Monsignor Laureani, custode della Biblioteca Vaticana, i cui scritti in prosa e in Verso latino sono quanto vi ha di più elegante, di più soave e di più ricco, faceva poco fa ingenuamente questa confessione: « Lo studio di Cicerone ( col quale si può dire ch’egli si sia identificato) non mi servì a nulla o quasi a nulla per trattar convenevolmente gli argomenti cristiani. Da principio, mi sentiva molto imbarazzato per iscrivere sulle cose religiose. Allora mi applicai allo studio di San Leone: ho trovato in questa continua lettura la vera lingua della Chiesa, colla sua eleganza, colla sua forma, colla sua chiarezza. Da quel punto potei dissertare agevolmente sulle materie ecclesiastiche (De oper. SS.Eccl. Pati: in litterar., etc. p. 52.). » Il dotto prelato avrebbe potuto aggiungere ch’egli aveva attinto a quella sorgente 1’eloquenza, il numero e la grazia inimitabile di linguaggio che così altamente lo illustrano. Da tutto ciò conchiudere bisogna non solo che vi sono due lingue latine benissimo separate; ma eziandio che, se si può fare un paragone tra un autore pagano ed un altro autore pagano, tra Cicerone, ad esempio, e Quintiliano, è cosa assurda il voler paragonare un autore cristiano ad un autore pagano, Cicerone, per esempio, a Sant’Ambrogio, o Quintiliano a Sant’Agostino; gli scrittori del secolo d’Augusto agli scrittori del secolo XIII. Infatti, gli uni parlano la lingua latina pagana e gli altri la lingua latina cristiana. Ora, queste due lingue differiscono essenzialmente per la forma, pel numero dei periodi, per l’ordine della sintassi ed anche pel senso di una quantità di parole. « Come mai, grida qui il dotto Vescovo sopraccitato, come mai si concede senza protestare, ad ogni autore di grido il diritto di avere il suo modo di scrivere, e non si concede alla Chiesa di Dio? Forse che la frase di Tito Livio non varia sensibilmente da quella di Tacito? Forse che la poesia di Orazio non ha una fisonomia ben diversa da quella di Virgilio? Chi pensò mai di dar carico ad uno di loro di cattivo gusto solamente pel suo paragone coll’altro ? E tuttavia, non si è forse ciò fatto nella riprovazione assoluta e collettiva dei Tertulliani, dei Cipriani, dei Lattanzii, degli Ambrogi, degli Agostini, dei Girolami, ecc., poscia dei Gregorii da Nazianzo, dei Basilii e dei Grisostomi? Si cercò negli uni la frase ciceroniana, e non fu trovata; negli altri le forme di Demostene, e nemmeno ivi si trovarono; per ciò solo si conchiuse che quegli scrittori fossero di gusto traviato, senza chiedere a se medesimi, se nello speciale loro modo di scrivere essi non contenessero bellezze affatto pure e di altissimo ordine? Ma da quando in qua il genere di uno scrittore forma legge assoluta in letteratura? Si danno a studiare in pari tempo vari autori pagani, sebbene di generi diversissimi: perchè questo, se non affinché il gusto si formi ed ogni nascente ingegno si determini appunto con siffatto paragone? Quale è dunque lo spirito di menzogna che non volle che da trecent’anni in qua venissero seguitate, in quanto riguarda gli scrittori di Santa Chiesa, quelle regole così generali e così naturali ? » L’ esistenza di una doppia lingua latina essendo così resa innegabile, noi respingiamo come un’odiosa menzogna la denominazione di bassa latinità, adoperata per designare l’idioma della Chiesa; a più forte ragione noi respingiamo di nuovo e con tutte le nostre forze il qualificativo di barbara, applicato alla lingua latina cristiana, la quale, elaborata dai più bei geni d’ Occidente, dice egualmente bene in prosa ed in verso. La poesia latina cristiana ha per creatori e per modelli, oltre Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, San Gregorio, San Fulgenzio, Innocenzo III, San Bonaventura e San Tommaso. Quanto alla prosa, questa ricevette tutta quanta la sua perfezione da San Leone e soprattutto da San Gregorio. – Essa fu mirabilmente parlata dai Concili e dai più grandi uomini del medio-evo, e prima ancora, come p. e. da Sant’Eucherio, da San Massimo, da San Vincenzo da Lérins, da San Piero Grisologo, da San Prospero, da San Fulgenzio, da Boezio, da Cassiodoro, da Sant’Isidoro, da Sant’Ildefonso, da Beda, da Rabano, da Aimone, da San Bernardino da Siena, da Sant’Antonio da Padova, da San Pier Damiano, da Sant’Anselmo, da San Bruno, da San Bernardo, da Ugo e da Riccardo di San Vittore, da Pietro di Blois, da Alberto il Grande, da San Bonaventura, da San Tommaso, e da una quantità d’altri ai quali né l’antichità, né i tempi moderni nulla hanno a paragonare. Essa prosegue a parlarsi ed a scriversi con gran perfezione nelle congregazioni romane e negli atti ufficiali della Santa Sede. Tale si è la lingua che si osa chiamare barbara! Come se tutti quegli uomini immortali, come se tutti quei secoli cristiani che rivestir seppero il loro pensiero con sì meravigliose forme artistiche, fossero stati colpiti da idiotismo e da impotenza quando trattasi di esprimerlo colla parola! Non basta affermare; mostrateci l’esistenza di somigliante contraddizione. Mostrateci i titoli scientifici e letterari che vi danno autorità di lanciare l’oltraggio sulla fronte della Chiesa cattolica. Senza di questo, quando voi vi permetterete di qualificare di barbaro il latino dell’Evangelio e di San Bernardo, che forse non avete mai letto; di Tommaso da Kempis e di tanti altri, il cui stile presenta qualità ammirabili e quasi divine, voi provate di essere voi stessi ignoranti e barbari, simili a coloro che poco fa trattavano di gotici e di barbari i nostri capi d’opera d’architettura, la cui inimitabile perfezione non è oggidì negata da alcun uomo di buon gusto. Esaminando la questione intrinsecamente, e fatta astrazione dalle testimonianze esterne, noi siamo anche meglio fondali a respingere le qualificazioni di spregiativi, delle quali è argomento la lingua latina della Chiesa. Trattasi di sapere non già se questa lingua sia la lingua del secolo d’Augusto, ma se essa sia meno perfetta; in altri termini, se la lingua latina cristiana esprima le idee, i sensi e le cose del Cristianesimo men perfettamente di quello che la lingua latina pagana esprimesse le idee, i sensi e le cose del Paganesimo? se in bocca a San Leone, per esempio, a San Gregorio, a San Bernardo, a San Tommaso, il sovrannaturale sia meno eloquente, meno nobile, meno abbondante, meno sublime, meno semplice, meno chiaro, meno vario che noi sia il naturalismo in bocca a Tito Livio, a Quinto Curzio od a Cicerone? Chi può mai, colle prove in mano, rispondere affermativamente? Ecco circa la relativa perfezione dell’uno e dell’altro idioma. Circa la loro perfezione assoluta, volete voi sapere a che attenervene? Ricordatevi che il bello è lo splendore del vero: che lo splendore od il raggiare del vero si appalesa nell’arte e nella parola; che quanto più una società possiede il vero, tanto più il suo stile, la sua arte e la sua lingua sono belli. Ciò posto, a voi basta, per decidere quale delle due lingue sia all’altra superiore, il rispondere al quesito seguente: « il Cristianesimo possiede egli maggior verità che non il Paganesimo? ».

UN’ENCICLICA al giorno toglie il TRADIZIONALISTA ED IL MODERNISTA-APOSTATA di torno: “COMMISSUM DIVINITUS”.

 

S. S. Gregorio XVI

“Commissum divinitus”

Il Santo Padre Gregorio XVI, nel controbattere e rigettare con fermezza le conclusioni del convegno di Baden in Svizzera, ove le autorità civili dell’epoca avevano compiuto un primo tentativo di assalto alla Roccaforte Cattolica, volendo ad essa sottrarre le sue prerogative spirituali, religiose, dottrinali, finanche sacramentali, ed imporre “precetti” laici. Era evidentemente una delle tante prove che “coloro che odiano Dio e tutti gli uomini”, “la razza di vipere”, tentavano di organizzare utilizzando i tentacoli delle varie logge, già all’epoca operanti a pieno regime, ma non ancora infiltrate compiutamente come in tempi successivi, fino al conciliabolo vaticano secondo, quando esplosero con l’esilio del Santo Padre appena validamente eletto, Gregorio XVII, sostituito subito da una serie di apostati e marrani tuttora usurpanti. In ogni caso la lettera è per noi Cattolici molto interessante, perché ribadisce alcuni punti focali della Dottrina Cattolica, dalla proibizione dei matrimoni misti, all’indifferentismo religioso [attuale cavallo di battaglia degli apostati del “novus ordo”], dal primato del potere spirituale e divino su quello prosaico civile, alla costituzione gerarchica della Chiesa. Degni di essere sottolineati sono poi gli inviti, validi in eterno, ai Vescovi dell’epoca: “… impegnatevi a fondo e abbiate a cuore “non soltanto che i giusti perseverino sulla retta via, ma siano recuperati dall’errore anche coloro che sono stati irretiti dalla seduzione“, esortazione quanto mai applicabile agli attuali sedicenti tradizionalisti, sedotti da falsi pastori mercenari senza missione né giurisdizione, a seguire un Magistero alterato e “ad usum delphini”, contrario a tutta una serie di dogmi “scomodi” per essi. E per quanto riguarda la funzione centrale di Pietro, nella “unica” Chiesa di Cristo, ribadendone la condizione essenziale “sine qua non est salus” aggiunge: “ … Datevi da fare, diletti figli, perché tutti partecipino della stessa unità, non si lascino sviare in alcun modo da teorie vane e passeggere, evitino empie novità, restino saldi con ogni precauzione nella fede cattolica, stiano sempre sottomessi al potere e all’autorità della Chiesa, e a questa Cattedra che il potente Redentore di Giacobbe costruì su una colonna di ferro e un muro di bronzo contro i nemici della Religione, in modo tale che i cristiani ogni giorno di più rinsaldino la loro unità e comunione”. “Colonna di ferro e muro di bronzo”, ecco il Papa, il Santo Padre, definito dalle parole profetiche di Dio stesso date, per bocca di Geremia, al Successore di Pietro, il Vicario di Cristo, quello “vero”, unica garanzia di accesso all’Arca di salvezza che nel diluvio del mondo conduce ai Cieli ed alla felicità eterna, promessa a coloro che perseverano fino alla fine … altro che sedevacantismo, sedeprivazionismo, disobbedienza a proprio giudizio ed idiozie varie propinate da tanti cani sciolti! Che Dio ci liberi per l’intercessione della Beatissima Vergine Maria!

“COMMISSUM DIVINITUS humilitati Nostræ apostolici officii … “

“Il compito dell’ufficio apostolico, affidato da Dio alla Nostra umile persona, richiede di vigilare assiduamente e con forza per custodire il gregge del Signore, e di indirizzare in modo particolare gl’intenti e gli sforzi, per quel tanto che Ci è possibile, là dove sembra che la salvezza eterna delle pecore e la stessa Religione Cattolica siano messe in pericolo. – Siamo infatti a perfetta conoscenza, e ne siamo profondamente addolorati, che in codeste regioni gli avversari, con perfidia e non senza effettivi risultati, tramano in molte cose che vanno direttamente a danno esplicito del gregge cristiano e a detrimento della situazione della cattolicità. Il Nostro dolore è accresciuto dal fatto che costoro, per ingannare le persone semplici, sostengono di non voler per nulla intaccare l’integrità della fede, intenti soltanto a salvaguardare i diritti pertinenti al potere laicale. Si preoccupano però di stabilire e sancire tali presunti diritti con rivendicazioni di diritto pubblico del tutto false, sostenute da dottrine erronee e perverse, largamente insinuate e propagate. Di qui l’indizione di assemblee e consultazioni, con cui osano dichiarare e definire una normativa sicura, attraverso la quale il potere secolare può liberamente intervenire negli affari ecclesiastici. – Siete già a conoscenza,Venerabili Fratelli e diletti Figli, che Noi Ci siamo pronunciati su quanto è stato scandalosamente compiuto, o meglio perpetrato, nel mese di gennaio dello scorso anno nella città di Baden del Cantone di Argovia. Tutti questi avvenimenti hanno riempito voi stessi di profondissima angoscia e vi tengono tuttora ansiosi e perplessi. – Non vi possiamo nascondere che all’inizio non volevamo credere che dei laici fossero convenuti in un luogo stabilito [Baden] soltanto con l’intenzione di trattare di cose che interessano la Religione e che avessero voluto spingersi a deliberare, come fosse loro diritto, di varie cose esclusivamente spettanti alla potestà ecclesiastica, e di presentare le decisioni adottate, perché siano approvate con legge, a coloro che in codeste province federate detengono il potere. – Ma gli stessi atti del convegno sopra ricordato, da poco pubblicati a stampa in Gynopedio (Frauenfeld), documentarono a Noi come stavano realmente le cose; in essi sono riportati i nominativi dei presenti, dei deputati al convegno, gl’interventi proferiti da alcuni di loro in varie sessioni e, infine, integralmente le deliberazioni adottate colà. In verità, leggendo attentamente sia gl’interventi, sia queste deliberazioni, siamo rimasti inorriditi rendendoci conto che in essi erano contenuti principi che recano sconvolgimenti contro la Chiesa Cattolica; tali principi, proprio perché contrari espressamente alla sua dottrina e alla sua disciplina e, in più, apertamente indirizzati alla rovina delle anime, non possono in alcun modo essere sostenuti. – Senza dubbio, Colui che fece con profonda sapienza tutte le cose e le dispose secondo un preciso ordinamento, volle anche che nella sua Chiesa fosse presente un ordine gerarchico, così che alcuni avessero il compito di presiedere e comandare, e altri di essere sottomessi e ubbidire. Conseguentemente la Chiesa, dalla stessa istituzione divina, possiede non soltanto il potere di magistero per insegnare e definire i dati di fede e di costume e per interpretare le Sante Scritture senza alcun pericolo di errore, ma anche il potere di governo, allo scopo di mantenere e confermare nella dottrina della tradizione coloro che essa accolse nel suo grembo una volta per sempre; pertanto promuove le leggi in tutti quegli ambiti che riguardano la salvezza delle anime, l’esercizio del sacro ministero e il culto di Dio. – Chiunque si oppone a queste leggi si rende colpevole di un gravissimo crimine. In più, questo potere di insegnare e di comandare negli ambiti che riguardano la Religione sono stati assegnati da Cristo alla sua Sposa non soltanto in modo del tutto specifico ai pastori e ai presuli, al di fuori di ogni possibile ingerenza di magistrati del governo civile, ma in forme del tutto libere e in nulla dipendenti da qualsiasi potere terreno. – Infatti, non ai Principi di questo mondo, ma agli Apostoli e ai loro successori nel mandato, Cristo affidò il deposito della dottrina rivelata e a loro soltanto disse: “Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me“. Gli stessi Apostoli, poi, non da un riconoscimento del potere civile, ma anche in difformità da esso, annunziarono il Vangelo, diffusero gl’insediamenti della Chiesa, stabilirono la disciplina. Anzi, quando i capi della Sinagoga osarono imporre agli Apostoli di non predicare, Pietro e Giovanni, difendendo la libertà del Vangelo, risposero: “Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Lui, giudicatelo voi stessi“. Pertanto, solo colpendo la fede e violando apertamente la divina costituzione della Chiesa e la natura del suo governo, può avvenire che si imponga nei suoi confronti il potere del mondo o che la sua dottrina sia vincolata fino ad impedirle di produrre e promulgare le leggi attinenti al ministero sacro, al culto divino e al bene spirituale dei fedeli. – Questi diritti della Chiesa sono certi e immutabili sulla base dell’autorità di tutti gli antichi Padri e sono garantiti dalla tradizione. – Osio, vescovo di Cordova, scriveva all’imperatore Costantino: “Non immischiarti negli affari ecclesiastici, e in questa materia non inviare a noi degli ordini; al contrario, impara da noi quanto segue: A te Dio affidò l’impero e a noi affidò la Chiesa. Chi in qualsiasi modo sottrae l’impero a te, si mette contro l’ordine stabilito da Dio; ma anche tu sta’ attento a non diventare colpevole di un grande crimine, volendoti immischiare nelle cose della Chiesa“. – I Principi cristiani riconobbero tutto questo e ritennero che fosse per loro un vanto confessarlo apertamente. Tra essi l’imperatore Basilio il Grande così si espresse nell’ottavo Concilio: “Quanto a voi laici, sia nei riguardi di coloro che rivestono posizioni di potere, sia verso tutti gli altri a cui mi riferisco, non ho altre cose da dire se non che in nessun modo a voi è permesso trattare le cose ecclesiastiche. L’investigazione e la ricerca in questo ambito sono riservate ai Patriarchi, ai Pontefici e ai sacerdoti espressamente deputati all’ufficio di governo della Chiesa. Essi hanno il potere di santificare, legare e sciogliere, perché sono in possesso delle chiavi ecclesiastiche e celesti. A noi laici, bisognosi di essere guidati, santificati, giuridicamente legati e sciolti, non competono poteri ecclesiastici“. – Con criterio diametralmente opposto a tutto questo si è deliberato nell’assemblea di Baden, da cui furono emanati articoli che distruggono la giusta dottrina del potere ecclesiastico, e riducono la stessa Chiesa in una riprovevole e ingiusta schiavitù. La Chiesa sarebbe sottomessa al potere laico nel pubblicare i decreti dogmatici qualora si stabilisse che le leggi da lei emanate circa la disciplina rimarrebbero senza forza e senza effetto se non promulgate con il consenso dell’autorità secolare, con aggiunta l’intenzione di procedere penalmente contro coloro che si comportassero diversamente. Che altro? Alla stessa potestà civile si dà libera facoltà di approvare o di rigettare tutto ciò che i sinodi, che noi chiamiamo diocesani, hanno stabilito per le singole circostanze: di presiedere i Seminari; di confermare la loro disciplina interna fissata dai sacri Vescovi; di designare, dopo l’esame nelle singole materie scientifiche, i chierici agli uffici ecclesiastici; di disporre in ogni istituzione religiosa e morale del popolo; di regolare infine tutto ciò che riguarda quella che chiamano disciplina esterna della Chiesa, benché sia di natura e d’indole spirituale, e di ordinare il culto divino e la salute delle anime. – In verità, nulla appartiene più propriamente alla Chiesa, e Cristo nulla più strettamente ha voluto riservare ai suoi pastori che l’amministrazione dei Sacramenti da Lui istituiti. La ragione di questa riserva può essere giudicata soltanto da coloro che Egli stabilì come ministri della sua opera sulla terra. È del tutto ingiusto perciò che il potere civile rivendichi per sé qualcosa a proposito del santissimo esercizio della potestà ecclesiastica; è del tutto ingiusto che il potere civile stabilisca alcunché in tale esercizio o imponga obblighi ai ministri sacri; è del tutto ingiusto che il potere civile con le sue leggi si ponga contro le norme che stabiliscono il modo di amministrare i sacri misteri al popolo cristiano, sia quelle fissate negli scritti, sia quelle trasmesse a viva voce dalle origini della Chiesa fino ai nostri tempi. – San Gelasio, Nostro Predecessore, nella sua lettera all’imperatore Anastasio scriveva: “Hai pienamente conosciuto, o figlio clementissimo, ciò che ti è permesso, per la tua dignità, in quanto presidente della società umana; tuttavia sei devotamente sottomesso ai presuli nelle cose divine, e da loro richiedi le fonti della tua salvezza. Nel ricevere i Sacramenti celesti e nell’amministrazione degli stessi, da parte di chi ne ha legittima competenza, riconosci apertamente che tu devi essere sottomesso all’ordinamento della Religione, anziché Presiederlo. Hai riconosciuto perciò che in questo ambito tu dipendi dal giudizio dei presuli e che non puoi pretendere che essi si conformino al tuo Potere“. – Invece, cosa che appare del tutto incredibile e ha del fantasioso, nell’assemblea di Baden ci si è spinti tanto innanzi da attribuire il diritto e il compito di disporre la stessa amministrazione dei Sacramenti al potere secolare. Su questo preciso aspetto vertono gli articoli deliberati con temeraria arroganza a proposito del grande Sacramento del matrimonio da celebrare in Cristo e nella Chiesa. Da qui deriva un esplicito sostegno al decreto sulle nozze tra diverse confessioni religiose; da qui l’imposizione ai parroci cattolici di benedire queste nozze, prescindendo del tutto dalla diversità di confessione religiosa dei due coniugi; da qui infine minacce severe e punizioni verso coloro che contravvenissero a tali disposizioni. Tutte queste cose non sono soltanto e meritamente da rigettarsi per il fatto che il potere civile legiferi sulla celebrazione del Sacramento istituito da Dio, e per il fatto che osi imporre la propria autorità ai sacri Pastori in una materia così importante; ma sono anche da rifiutarsi con maggior forza per il fatto che favoriscono l’opinione del tutto assurda ed empia che va sotto il nome di indifferentismo, sul quale anzi sono necessariamente fondati. Pertanto tutte queste cose risultano assolutamente contrarie alla verità cattolica e alla dottrina della Chiesa, la quale detestò continuamente e sempre proibì i matrimoni misti, sia come scandalosa comunione in una cosa sacra, sia come grave pericolo di perversione del coniuge cattolico, né mai concesse la libera facoltà di contrarre matrimoni misti, se non a precise condizioni che tenessero lontano dai matrimoni le cause di difformità e di pericolo. – L’Apostolo Paolo, scrivendo agli Efesini, espone con molta chiarezza come Cristo conferì alla sua Chiesa il più alto potere in ordine al governo della Religione e alla conduzione della società cristiana, in nulla sottoposti al potere civile, a tutto vantaggio dell’unità interna. Ma come sarebbe possibile questa unità se non ci fosse un solo responsabile a presiedere su tutta la Chiesa, per difenderla e custodirla, per unire tutte le membra della Chiesa stessa nell’unica professione di fede e congiungerle nell’unico vincolo di carità e di comunione? – La sapienza del divino Legislatore mirava effettivamente a far sì che a un corpo sociale visibile corrispondesse un capo visibile, perché “con la sua istituzione fosse evitato ogni rischio di scisma“. Da questo deriva che tutti i Vescovi, che lo Spirito Santo ha deputato a reggere la Chiesa di Dio, per quanto abbiano una comune dignità e uguale potestà per ciò che riguarda i poteri di ordine, tuttavia non tutti hanno un unico livello gerarchico, né la stessa ampiezza di giurisdizione. In merito Ci riferiamo a quanto ha dichiarato San Leone Magno: “Se è vero che anche fra i beatissimi Apostoli vi fu una certa partecipazione paritaria al potere per quanto attiene alla dignità, essendo uguale per tutti l’elezione, tuttavia ad uno soltanto è stato affidato il potere di presiedere a tutti… perché il Signore dispose che il compito dell’annuncio del Vangelo, proprio della missione degli Apostoli, appartenesse in modo preminente al beato Pietro, al disopra di tutti gli Apostoli“. – Quello dunque che il Signore concesse unicamente a Pietro fra tutti gli Apostoli, quando gli affidò le chiavi del Regno dei cieli unitamente al mandato di pascere gli agnelli e le pecore e di confermare nella fede i fratelli, volle estenderlo anche ai successori di Pietro, che mise a capo della Chiesa con uguali diritti, per l’efficienza della Chiesa stessa, destinata ad esistere fino alla fine del mondo. – Questo fu sempre il parere concorde e fondato di tutti i cattolici; è un dogma di fede che il Romano Pontefice, successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, detiene nella Chiesa universale non solo un primato di onore, ma anche di potere e di giurisdizione; di conseguenza gli stessi Vescovi sono a lui sottomessi. In merito lo stesso San Leone prosegue: “È necessario che tutta la Chiesa diffusa nel mondo sia unita alla Santa Chiesa Romana, sede di Pietro, e converga al centro dell’unità cattolica e della comunione ecclesiastica. Colui che oserà distaccarsi dal fondamento di Pietro deve capire che si estrania dal mistero divino“. – San Girolamo aggiunge: “Chiunque mangerà l’agnello [pasquale] al di fuori di questa casa, si emargina dalla salvezza; se qualcuno non si trova in questa arca di Noè, è destinato a perire al momento del diluvio“. Come colui che non raccoglie con Cristo, disperde tutto, analogamente colui che non raccoglie con il suo Vicario non raccoglie alcunché. – Come può raccogliere con il Vicario di Cristo colui che distrugge la sua autorità sacra, calpesta i diritti di cui egli solo è in possesso in quanto capo della Chiesa e centro dell’unità: diritti da cui gli deriva il primato di ordine e giurisdizione unitamente al supremo potere, affidatogli da Dio, di pascere, reggere e governare la Chiesa universale? – In verità, lo affermiamo tra le lacrime, è proprio questo che si è osato compiere nell’assemblea di Baden. Soltanto un Romano Pontefice, e non un qualsiasi Vescovo, può per diritto innato e proprio mutare i giorni stabiliti come feste da celebrare o da assegnare al digiuno, o abrogare il precetto di partecipare alla Messa, come risulta apertamente definito nella costituzione “Auctorem fidei” contro i pistoiesi, promulgata da Pio VI, Nostro Predecessore di santa memoria, il 28 agosto 1794. Emerge invece il contrario negli articoli dell’assemblea di Baden, che appaiono anzi più pericolosi perché sugli stessi temi si è legiferato indiscriminatamente, riconoscendo in modo esplicito al potere civile il diritto di decidere. – Per contro, spetta soltanto ai Romani Pontefici il diritto particolare di esimere gli Ordini religiosi dalla giurisdizione dei Vescovi e di sottometterli direttamente a se stessi. Questo diritto è stato praticato da loro fin dai tempi più antichi, senza possibilità di smentita. Anche a questo diritto e in modo del tutto esplicito contravvengono gli articoli dell’assemblea di Baden. Infatti, senza menzionare il permesso da richiedere e da ottenere come condizione necessaria dalla Sede Apostolica, si è stabilito che dal potere secolare vengano adottate quelle decisioni con le quali, abolito l’impedimento per i Cenobii presenti in Svizzera, sono sottomesse all’autorità ordinaria dei Vescovi le famiglie religiose. – A tutto questo vanno aggiunte le norme stabilite riguardanti l’esercizio dei diritti dei Vescovi; cose tutte che, se considerate con profonda attenzione, appaiono chiaramente collegate a quei principi su cui sono stati stabiliti gli altri articoli nella medesima assemblea. In essi sembra di capire che la giurisdizione dei Vescovi, in cause fondate, non può e non deve essere vincolata dalla suprema autorità del Pontefice Romano, e talvolta deve essere circoscritta in determinati limiti. – Né possono essere sottaciute le cose trattate e proposte circa l’elezione della sede metropolitana, e a proposito dei territori di alcune Diocesi di costì da congiungersi ad altra Chiesa cattedrale posta fuori dei confini elvetici. Per quanto in questo caso si sia tenuto conto in parte dei diritti della Sede Apostolica, tuttavia non ci si è attenuti rettamente alle esigenze e alla natura del primato divino della stessa Sede; a Baden infatti si è deliberato di decidere intorno a problemi fondamentali, riguardanti le necessità spirituali del popolo cristiano, come se al potere civile fosse permesso, per diritto proprio, di agire del tutto liberamente. – Tralasciamo varie altre osservazioni, che sarebbe tedioso riferire in modo dettagliato; anche tali dati recano tuttavia non piccolo danno a questa santa Cattedra di Pietro e ne diminuiscono, violano e disprezzano la dignità e l’autorità. – Stando così i fatti, in un così grande ed esplicito perturbamento della sana dottrina e del diritto ecclesiastico, in un così pesante e grave discrimine della situazione dei cattolici in codeste regioni, da parte Nostra, appena conclusa l’assemblea di Baden, avremmo dovuto alzare la voce di protesta da questo santo monte e controbattere, respingere e condannare apertamente tutti gli articoli colà dibattuti. In verità, per nessuna ragione e neanche per un istante abbiamo avuto pareri diversi intorno alla malvagità di tali proposizioni, ma speravamo che non solo non venissero ratificate in seguito, ma fossero del tutto rigettate e rifiutate da coloro che costì detengono il potere nell’amministrazione civile. – Ma dal momento che la maggioranza di tali articoli non era stata sottoposta a libera votazione e, anzi, con profondo dolore abbiamo appreso che in qualche luogo erano state promulgate leggi con le quali gli stessi articoli vengono confermati e avvalorati con pubbliche sanzioni, abbiamo capito di non potere più a lungo soprassedere e non pronunciarci, dal momento che rivestiamo l’incarico di Maestro e dottore universale, per quanto immeritevole, a cui compete il dovere operoso di impedire che qualcuno, prendendo lo spunto dal Nostro atteggiamento, sia indotto miseramente in errore, ritenendo che i più volte ricordati articoli dell’assemblea di Baden non siano per nulla contrari alla dottrina e alla disciplina della Chiesa. – Affinché poi da parte di questa Santa Sede un problema di così grave importanza fosse deciso con la massima oculatezza, abbiamo voluto che gli stessi articoli fossero sottoposti ad un esame accuratissimo. Ascoltati in merito vari consigli, ricevuti i pareri dei Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa attraverso la Congregazione preposta al disbrigo degli affari ecclesiastici, e in più, da parte Nostra, ponderata la situazione sotto ogni aspetto con serietà e approfonditamente, con motu proprio e certa scienza nella pienezza del potere apostolico, riproviamo, condanniamo e giudichiamo come riprovevoli e da condannarsi in perpetuo i precitati articoli dell’assemblea di Baden; le asserzioni in essi contenute sono da ritenere false, temerarie, erronee, contrarie ai diritti della Santa Sede, sconvolgenti il governo della Chiesa e la sua divina costituzione in quanto emanazioni dei principi condannati; eretiche e scismatiche, mirano a sottoporre il ministero ecclesiastico al potere secolare. Tutto quello che ritenemmo necessario dichiarare, basandoci sulla missione del Nostro ufficio apostolico, vi diciamo con il più ampio affetto paterno: voi siete partecipi di quell’autorità della quale il Principe dei pastori affidò la pienezza a Noi, assolutamente immeritevoli. – Da quante angosce è oppresso il Nostro cuore, o Venerabili Fratelli, in mezzo ai tanti mali per i quali la Chiesa Cattolica geme oppressa quasi in ogni luogo, in questi tempi pieni di tribolazione! Da quanta tristezza siamo gravati, ve lo lasciamo immaginare, senza che sia necessario dichiararlo a tutti, soprattutto a causa dei fatti recenti costì accaduti, tramati con sfrontata audacia per la rovina della Chiesa. Non possiamo però nascondervi che un forte sollievo al Nostro dolore Ci è giunto apprendendo tutto quello che avete compiuto per difendere la causa cattolica e per curare la salvezza del gregge affidato alla vostra fede. Per questo benediciamo dal profondo dell’animo il Padre di ogni misericordia, Dio di ogni consolazione, che Ci consola in voi, associati con Noi nella prova. – In verità, pensiamo che non ce ne sia bisogno, ma dal momento che la gravità del pericolo lo richiede, non possiamo non spronare il vostro zelo costante verso la Religione; vi esortiamo con ogni ardore, perché quanto più aspro è l’impeto dei nemici, con tanta maggiore applicazione prendiate a cuore la causa di Dio e della Chiesa. A voi in modo tutto speciale compete erigervi come baluardo, affinché non si ponga alla fede cristiana un fondamento diverso da quello che fu posto all’inizio; il santissimo deposito della fede va custodito e difeso integro. Ma vi è un altro deposito che dovete strenuamente difendere e salvaguardare nella sua integrità: quello delle sacre leggi della Chiesa, attraverso le quali la Chiesa stessa stabilì la propria disciplina, e inoltre quello dei diritti di questa Sede Apostolica, con i quali la Sposa di Cristo si pone fieramente come un esercito schierato per la battaglia. – Operate dunque, Venerabili Fratelli, in conformità della posizione che ricoprite, della dignità di cui siete insigniti, del potere che avete ricevuto, del giuramento al quale vi siete legati nel solenne momento iniziale della vostra missione. Sfoderate la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio; richiamate, esortate, rimproverate con ogni magnanimità e dottrina; per la Religione Cattolica, per il potere divino della Chiesa e per le sue leggi, per la Cattedra di Pietro, per la sua dignità e per i suoi diritti, impegnatevi a fondo e abbiate a cuore “non soltanto che i giusti perseverino sulla retta via, ma siano recuperati dall’errore anche coloro che sono stati irretiti dalla seduzione“. Perché si raggiunga l’esito tanto desiderato dagli sforzi e dalle fatiche intraprese dai Nostri Venerabili Fratelli nell’episcopato, facciamo appello anche a voi tutti, sacri ministri dipendenti dai Vescovi, pastori d’anime e predicatori della Parola divina. È vostro compito specifico essere in comunione d’intenti con i Vescovi; essere infiammati da uno stesso zelo, cooperare con un unico consenso degli animi, in modo che il popolo cristiano risulti del tutto preservato da ogni contagio dei mali incombenti e dal pericolo di errori. – Datevi da fare, diletti figli, perché tutti partecipino della stessa unità, non si lascino sviare in alcun modo da teorie vane e passeggere, evitino empie novità, restino saldi con ogni precauzione nella fede cattolica, stiano sempre sottomessi al potere e all’autorità della Chiesa, e a questa Cattedra che il potente Redentore di Giacobbe costruì su una colonna di ferro e un muro di bronzo contro i nemici della Religione, in modo tale che i cristiani ogni giorno di più rinsaldino la loro unità e comunione. – Tutti coloro, poi, che voi accoglierete per educarli alla legge di Cristo e della Chiesa, preoccupatevi di renderli nello stesso tempo sensibili al gravissimo obbligo di prestare obbedienza anche al potere civile e alle leggi da esso emanate riguardanti il bene della società, non soltanto per paura di essere puniti, ma anche per rispettare la voce della propria coscienza: non è mai lecito deviare vergognosamente dalla fedeltà dovuta ad essa. – Quando avrete cosi formato gli animi dei vostri fedeli attraverso il vostro apostolato, potrete provvedere nel migliore dei modi sia alla pace dei cittadini, sia al bene della Chiesa: le due entità non possono essere messe in contrasto. – Porti a compimento questi Nostri desideri il Dio di ogni benevolenza, da cui attendiamo ogni grazia e ogni dono; così dei frutti che aspettiamo ardentissimamente da codesta porzione del gregge cattolico, voglia essere auspice la Nostra Apostolica Benedizione che impartiamo con tutto il cuore a voi, Venerabili Fratelli e signori, da estendere anche al popolo fedele!”

Dato a Roma, presso San Pietro, il 17 maggio 1835, anno quinto del Nostro Pontificato.

 

 

DOMENICA VII dopo PENTECOSTE

I tre Marrani: “dai frutti [ERESIE] li riconoscerete… !” (Matt. VII, 16)

Introitus

Ps XLVI:2.  Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis.[O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo.]

Ps XLVI:3 Quóniam Dóminus excélsus, terríbilis: Rex magnus super omnem terram. [Poiché il Signore è l’Altissimo, il Terribile, il sommo Re, potente su tutta la terra.] Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis. [O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo.]

Oratio

Orémus. Deus, cujus providéntia in sui dispositióne non fállitur: te súpplices exorámus; ut nóxia cuncta submóveas, et ómnia nobis profutúra concédas. [O Dio, la cui provvidenza non fallisce mai nelle sue disposizioni, Ti supplichiamo di allontanare da noi quanto ci nuoce, e di concederci quanto ci giova.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom 6:19-23

“Fratres: Humánum dico, propter infirmitátem carnis vestræ: sicut enim exhibuístis membra vestra servíre immundítiæ et iniquitáti ad iniquitátem, ita nunc exhibéte membra vestra servíre justítiæ in sanctificatiónem. Cum enim servi essétis peccáti, líberi fuístis justítiæ. Quem ergo fructum habuístis tunc in illis, in quibus nunc erubéscitis? Nam finis illórum mors est. Nunc vero liberáti a peccáto, servi autem facti Deo, habétis fructum vestrum in sanctificatiónem, finem vero vitam ætérnam. Stipéndia enim peccáti mors. Grátia autem Dei vita ætérna, in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Omelie, vol III, omelia XV.Torino 1899]

Parlo da uomo, secondo la vostra naturale debolezza: siccome offriste le vostre membra a servire alla immondezza ed alla iniquità per la iniquità, così ora fate di offrirle alla giustizia per la santificazione. E invero, quando eravate servi del peccato, eravate franchi dalla giustizia. Ora qual frutto ricavaste da quelle opere, delle quali ora arrossite? Perché termine di quelle è la morte. Ma ora affrancati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per vostro frutto la santificazione e per termine la vita eterna. Perché lo stipendio del peccato è morte; ma il dono di Dio è vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore„ ( Ai Rom. VI, 19-23).

L’omelia, che tengo, come sapete, si riduce costantemente ad un commento del Vangelo o della Epistola della Domenica corrente. Questo metodo ha il vantaggio di seguire l’esempio dei Padri, di rispondere alla lettera ed spirito della prescrizione tridentina, di esporre l’insegnamento divino della Scrittura, ma non va immune da alcune difficoltà, delle quali la principale è questa: il testo del Vangelo o della Epistola, che si legge nella santa Messa, è tolto qua e là da uno dei quattro Vangeli e dalle Lettere apostoliche. Naturalmente staccato dagli antecedenti e dai conseguenti, raro è che presenti un tutto insieme, che stia da sé e si possa comprendere separatamente dal contesto, e ciò specialmente quanto alla Epistola. Se voi vedete un ramo tagliato dal suo albero, per giudicarne siete obbligati di guardare all’albero, dal quale fu tagliato. Così avviene a me nella spiegazione in particolar modo della Epistola; per conoscere debitamente il senso della parte, che riferisco, sono obbligato a vedere ciò che precede il testo, affine di seguire il filo del ragionamento e trovare il nesso che congiunge le parti. – Scopo dell’apostolo Paolo in questo capo sesto della lettera ai Romani è di mostrare che il battezzato ha l’obbligo di vivere una vita nuova, la vita di Cristo, rimovendo la vita dell’uomo vecchio, la vita del peccando. Svolgendo questa verità, S. Paolo si avvia ad una applicazione pratica bellissima, e dice che tutto quello che in noi servì di strumento alle passioni ed al peccato prima del battesimo, deve servire a strumento di virtù dopo il battesimo: come prima eravamo servi del peccato, cosi dopo dobbiamo essere servi della giustizia. E qui comincia il testo dell’Apostolo, che avete udito e che deve formare il soggetto della presente omelia. – “Parlo secondo uomo per la vostra naturale debolezza: perché siccome offriste le vostre membra a servire alla immondezza ed alla iniquità, così or fate di offrirle alla giustizia per la santificazione. „ Vi ho detto, che voi col battesimo siete diventati servi della giustizia: Servi facti estis justitiæ. Questa parola “servi”, soggiunge l’Apostolo quasi scusandosi, vi torna grave e quasi vi offende, perché l’essere servi importa l’aver perduto ciò che l’uomo ha di più alto e di più caro, la libertà; ma ho dovuto usare questa parola, non avendone altra a mano e che risponda alla cosa. Sono costretto a parlare così per la povertà del nostro linguaggio e per farmi intendere come meglio posso, e voi o Romani, non offendetevi della parola “servi” “Humanum dico, propter infìrmitatem carnis vestræ”. – Fors’anche questa frase Humanum dico, può significare: vi dico cosa piana affatto, naturale, facile ad intendersi. E qual è? Finché voi vivete nel peccato, seguendo le vostre passioni, voi foste servi delle stesse e portaste il loro giogo vergognoso. Le vostre membra furono strumento al peccato, gli occhi, le orecchie, la lingua, le mani, i piedi, tutto il vostro corpo, che altro fecero se non servire in mille modi al peccato? Voi, che disprezzate il servo e non volete essere servi di chicchessia, pure serviste ad ogni turpitudine, “Immunditiæ”, ad ogni iniquità in guisa di precipitare da iniquità in iniquità: Iniquitate in iniquitatem, ora non dovete aver vergogna d’essere servi della giustizia, della virtù, affine di santificarvi. Udite il commento che questa sentenza ci lasciò un Padre della Chiesa: “Con queste parole San Paolo vuole che i suoi lettori arrossiscano di se stessi, affinché facciano per la virtù quello che prima fecero pel vizio, quasi dicesse: prima i vostri piedi correvano al delitto, ora corrano alla virtù; prima le vostre mani si allungavano per rapire l’altrui, ora si stendano per largheggiare del vostro; prima i vostri occhi si volgevano intorno per bramare d’avere l’altrui, ora si volgano intorno per soccorrere i poverelli, e quel servizio che ciascun membro del vostro corpo prestò ai vizi, ora lo renda alle virtù, e se un tempo corse dietro a sozzi piaceri, ora batta le vie della castità e della santità. „ Vi torna amara questa parola” servi della giustizia, „ – “Servi facti estis justitiæ”; non la vorreste udire, perché vi sembra un oltraggio alla vostra dignità; ma ricordatevi di quel tempo, nel quale “eravate servi del peccato, ed eravate franchi, cioè liberi del giogo della giustizia: “Cum servi essetis peccati, lìberi fuistis justitiæ”. – Qui è necessario spiegare più largamente il pensiero dell’Apostolo. Vi è il bene, vi è il male; vi è la virtù, vi è il vizio; vi è la legge di Dio, vi è la legge del mondo e della carne: noi siamo posti tra la legge di Dio e la legge del mondo, tra il vizio e la virtù, tra il bene ed il male: dobbiamo necessariamente appigliarci all’uno od all’altro; lo starcene indifferente è impossibile e vorrebbe dire, se pure fosse possibile, che ci gettiamo dalla parte del male, del vizio e del mondo, perché chi non è con Cristo è contro di Lui. È dunque condizione assoluta dell’uomo il servire al bene od al male, al vizio od alla virtù, a Dio o al mondo; è la sua stessa natura, che l’obbliga a mettersi dall’una o dall’altra parte, a scegliere d’essere servo di Dio o del mondo, del peccato o della giustizia. Per quanto gli spiaccia questa parola servire, non è in poter suo sottrarsi a questa legge sovrana. Ora fino al giorno nel quale avete creduto a Cristo e avete ricevuto il battesimo, a chi avete voi servito? domanda l’Apostolo. Al peccato: Cum servi essetis peccato. Servendo al peccato, per fermo non servivate alla giustizia, eravate sciolti e franchi dal suo giogo: ora vi sembra, così argomenta l’Apostolo, che sia più degno dell’uomo servire al peccato od alla giustizia? Poiché vi è pur forza piegare il collo sotto il gioco dell’uno o dell’altra, chi non vede che è meglio servire alla giustizia che al peccato? – Strana e quasi incredibile contraddizione quella dell’uomo! Egli ha una tendenza innata, che gli fa considerare come nemico chiunque metta un limite alla sua indipendenza, e come un diritto sacro inalienabile quello di usare come meglio gli piace della sua libertà. Egli non vede che i suoi diritti e la sua libertà; di doveri e di dipendere non ama che gli si parli e volentieri li dimentica. Che cosa è la libertà debitamente intesa? È il potere di usare delle proprie forze, di fare o non fare certi atti, di non essere impedito nell’esercizio delle sue facoltà e de suoi diritti. Ora si può essa comprendere questa libertà dell’uomo senza il dovere di rispettare i diritti altrui, ossia la libertà altrui? Evidentemente, no. Intorno ad ogni uomo vi sono altri uomini, che hanno diritti eguali ai suoi, e vi sono libertà che limitano la sua, giacché dove comincia la libertà degli altri cessa la nostra. Al di sopra di lui vi è l’autorità civile e politica con le sue leggi: vi è la Chiesa con le sue leggi, e al di sopra della civile autorità e della Chiesa vi è Dio, il Padrone assoluto di tutti. In faccia ai diritti dei suoi simili, in faccia alle autorità umane, alla Chiesa, a Dio, che a tutti sovrasta, qual è il dovere d’ogni uomo? Che uso deve egli fare della sua libertà? L’uso ch’egli deve fare della sua libertà è quello di sottoporla a chi ha diritto d’averla a sè sottoposta. Allora essa è al suo posto, usa debitamente delle sue forze e con l’adempimento esatto dei suoi doveri si mostra rispettosa pei diritti altrui ed è vera libertà. – Come sarei felice se potessi farvi comprende che la libertà vera sta riposta, non già nel fare ciò che a noi piace, sia bene, sia male, ma solamente nell’adempire i nostri doveri e fare il bene, che solo veramente ci giova! L’occhio per vedere deve dipendere dalla luce, i polmoni per respirare devono dipendere dall’aria, il sangue per fare il suo giro deve dipendere dal cuore e così via via dite di tutte le membra del corpo, ciascuna delle quali più o meno dipende dalle altre. Oltre che direste voi se col pretesto di voler piena libertà l’occhio respingesse la luce, i polmoni non volessero aver che fare coll’aria, il sangue rigettasse ogni dipendenza dal cuore ed ogni membro rifiutasse sottostare all’altro e volesse fare da sé? Avremmo il disordine più perfetto e la morte. È la dovuta dipendenza quella che crea e mantiene la libertà di ciascun membro del nostro corpo: così la legittima dipendenza, o in altre parole l’adempimento perfetto dei nostri doveri verso i nostri simili, verso tutte le autorità e sovra tutto verso Dio quello che ci dà ed assicura la nostra vera libertà, e in questo senso Cristo disse, che chi commette il peccato è schiavo del peccato, e quegli è libero chi è liberato da lui. Dunque, o cari, non confondiamo le cose, non diamo il santo nome di libertà alla schiavitù, né col brutto nome nome di schiavitù vogliamo designare la vera libertà. Schiavo è colui che ubbidisce alle passioni, che serve al peccato; libero invece è quegli che frena le passioni, caccia da sé il peccato e serve alla giustizia ed alla virtù, perché l’uomo di sua natura è fatto per servire alla virtù e non per servire al peccato. – Vi è un figliuolo: egli rifiuta di ubbidire ai suoi genitori ed ubbidisce ad un servo, al quale deve comandare, vantandosi d’essere libero di così fare. Direte voi che questo figliuolo è veramente libero? Voi direte che è libero il figliuolo che ubbidisce ai suoi genitori e comanda al suo servo, perché così vuole la giustizia e l’ordine. Similmente noi diremo che chi respinge il giogo del peccato e serve a Dio, suo Padre, e a cui servire è regnare, è veramente libero. Deh! Carissimi cessiamo dal chiamare luce le tenebre e le tenebre luce, libertà la schiavitù e la schiavitù libertà. Siamo servi della giustizia, servi di Dio, e saremo liberi dal peccato e franchi dal mondo. Forse non mai nel corso dei secoli si parlò tanto di libertà come ai nostri tempi e forse non mai se n’ebbe un’idea sì confusa e sì falsa. Quanti al giorno d’oggi credono ci sia libertà vera fare ciò che piace, sia bene sia male! Quanti che vogliono per sé la libertà più sconfinata, non badando che questa importa la violazione dell’altrui libertà! Siffatta libertà metterebbe il mondo sossopra e produrrebbe la più brutta schiavitù. Ricordatelo bene: la libertà vera secondo la ragione e secondo il Vangelo, è rispettare e osservare le leggi di Dio, della Chiesa e di tutte le autorità anche civili: libertà vera è adempiere ciascuno i propri doveri, rispettando i diritti degli altri. Voi, ne sono certo, vi atterrete a questa legge, e così sarete veramente liberi. – Seguitando ora il nostro commento, vedete come l’Apostolo rincalzi a meraviglia la verità sopra accennata, vale a dire che dobbiamo essere servi della giustizia, e non del peccato. “Qual frutto aveste allora da quelle opere delle quali ora arrossite? „ Un tempo, così S. Paolo, prima di ricevere il battesimo, eravate servi del peccato, facevate le opere del peccato: ora, illuminati dalla verità, considerando quelle opere, non è vero che vi sentite salire sul volto la fiamma della vergogna? Non è vero che sentite tutta la vergogna di quel vituperoso servaggio? Ecco una prova indubitata che il servire al peccato non è libertà, ma servitù indegna, perché se fosse libertà non ne avremmo vergogna, anzi ne andremmo alteri. – Non solo il servire al peccato ci fa vergognare, continua l’Apostolo, ma vi è ben peggio: “Termine, ossia frutto delle opere del peccato è la morte, „ Finis illorurn mors est. Quale morte? La morte eterna! Bando adunque al servaggio del peccato, che dopo averci coperto di vergogna, spesso agli occhi del mondo, sempre a quelli della coscienza e di Dio, ci getta in braccio alla morte eterna. Bando al servaggio del peccato, che ci disonora ed uccide l’anima! – Che faremo dunque? “Sciolti o affrancati dal peccato e divenuti servi di Dio, avete per frutto la santificazione e per termine la vita eterna. „ In questo versetto S. Paolo ha condensato i doveri tutti dell’uomo nel tempo ed il suo destino nella eternità: romperla con le passioni e con il loro frutto, il peccato, santificarsi con l’esercizio della virtù e così toccare la meta ultima, il conseguimento della vita eterna: Finem vero vitam æternam. – Il versetto che segue, ultimo del capo e ultimo della nostra lezione è, possiam dire, la ripetizione di quello che abbiamo spiegato: “Perché lo stipendio del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna, in Cristo Gesù, nostro Signore.„ L a parola stipendio qui adoperata, è tolta dall’uso militare e per sé significa il soldo che si dava qual mercede al soldato. Sì, sembra gridare l’Apostolo: se voi servirete alle passioni, al peccato, e come soldati militerete sotto la sua bandiera, avrete anche dal peccato la mercede dovuta alla vostra miserabile milizia: il vostro stipendio sarà la morte eterna. Volgerete voi le spalle al peccato?” Correrete sotto la bandiera della giustizia e combatterete animosamente per essa? Il vostro stipendio, !a vostra mercede sarà il dono di Dio, che è la vita eterna: autem Dei, vita æterna, e questa la dovrete ai meriti di Gesù Cristo. – Questa sentenza di S. Paolo ci presenta una difficoltà, ed è questa: S. Paolo ci insegna ripetutamente in altri luoghi, che la vita eterna è corona dovuta a chi combatte e vince: è mercede dovuta a chi lavora e dovuta rigorosamente per giustizia: Gesù Cristo stesso ci dice di rallegrarci, perché grande ed abbondante è la mercede, che ci è riserbata in cielo; ora come sta che qui S. Paolo la chiama dono o grazia di Dio? Gratia autem Dei, vita æterna? Se è grazia, non è mercede: se è mercede non può essere grazia. Forsechè l’Apostolo bruttamente contraddice a se stesso? L’Apostolo certamente non può contraddire a se stesso, e la risposta non è difficile. La vita eterna è mercede di giustizia dovuta alle opere nostre: Dio non può negarla a chi opera rettamente. Ma come, con qual mezzo facciamo noi le opere meritevoli della vita eterna? Col mezzo della grazia che Dio ci ha data. E la grazia, la prima grazia, è essa nostra, o dono di Dio? La grazia, la prima grazia non è opera nostra, non la possiamo in alcun modo meritare, ed è dono della bontà divina. La vita eterna pertanto considerata nella sua radice, che è la grazia, è dono di Dio affatto gratuito: considerata nelle opere, frutto della grazia e della nostra corrispondenza alla medesima, è mercede: corona a noi dovuta. Volete comprendere questa verità con una similitudine comunissima, che tolgo dal Vangelo e precisamente dalla parabola dei talenti? Udite. Un ricco signore vi dà una grossa somma da trafficare a vostro talento. Che diritto avete voi a quella somma? Nessuno: essa è dono, ch’egli vi fa per sola sua bontà. Voi trafficate e fate con quella somma, mercé della vostra industria un grosso guadagno. Quel guadagno è frutto delle vostre fatiche e insieme del dono ricevuto da quel generoso signore, ed io potrei dire il vostro guadagno è dono del signore ed anche che è mercede delle vostre fatiche, perché l’una e l’altra cosa è egualmente vera: così è vero il dire, che il cielo è grazia e dono di Dio, ed è vero altresì, che è mercede e ricompensa delle nostre fatiche, perché per guadagnarlo è necessaria la grazia di Dio e necessaria l’opera nostra, e se l’uno o l’altra fa difetto, è impossibile ottenerlo.

Graduale Ps XXXIII:12; XXXIII:6

Veníte, fílii, audíte me: timórem Dómini docébo vos. – V. Accédite ad eum, et illuminámini: et fácies vestræ non confundéntur. [Venite, o figli, e ascoltatemi: vi insegnerò il timore di Dio. V. Accostatevi a Lui e sarete illuminati: e le vostre facce non saranno confuse.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps XLVI:2 Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis. Allelúja. [O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt VII:15-21 “In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Atténdite a falsis prophétis, qui véniunt ad vos in vestiméntis óvium, intrínsecus autem sunt lupi rapáces: a frúctibus eórum cognoscétis eos. Numquid cólligunt de spinis uvas, aut de tríbulis ficus ? Sic omnis arbor bona fructus bonos facit: mala autem arbor malos fructus facit. Non potest arbor bona malos fructus fácere: neque arbor mala bonos fructus fácere. Omnis arbor, quæ non facit fructum bonum, excidétur et in ignem mittétur. Igitur ex frúctibus eórum cognoscétis eos. Non omnis, qui dicit mihi, Dómine, Dómine, intrábit in regnum coelórum: sed qui facit voluntátem Patris mei, qui in cœlis est, ipse intrábit in regnum cœlórum.” [In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli: Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi sotto l’aspetto di pecore, ma che nell’intimo sono lupi rapaci: li riconoscerete dai loro frutti. Forse che alcuno raccoglie l’uva dalle spine o il fico dai rovi? Cosí ogni albero buono dà buoni frutti; mentre l’albero cattivo dà frutti cattivi. Non può l’albero buono produrre frutti cattivi, né l’albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che dà frutti cattivi sarà tagliato e gettato nel fuoco. Dunque, dai loro frutti li riconoscerete. Non chiunque mi dirà: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, questi entrerà nel regno dei cieli.]

Omelia II

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

Vang. di S. Matteo VII, 15-21

– Peccato castigo di sé medesimo –

 “Un albero malvagio, così Gesù Cristo nell’odierno Vangelo, un albero malvagio non può produr frutti buoni”: “Non potest …arbor mala bonos fructus facere”. E che si darà uomo così folle, che si lusinghi raccogliere da uno spino grappoli d’uva, ovvero fichi da’ triboli? Eh che uno spino non può produrre che spine pungenti, e un tribolo non può dare che triboli aspri e molesti. “Non potest arbor mala bonos fructus facere. E qual è quest’albero malvagio? Egli è il peccato; qualunque altro male o di animo o di corpo, o di sostanze non merita il nome di male. Solo il peccato, il peccato solo è l’unico e vero male, è quella pianta infelicemente feconda di tutti gli altri mali, è quell’albero pessimo velenoso che produce frutti a sé proporzionati, pessimi cioè, maligni, avvelenati. – Ad accennarli in compendio, come richiede la strettezza del tempo, basterà il dire che il peccato è pena e castigo di sé medesimo, o si consideri secondo la natural ragione, o si riguardi secondo Dio. Passo a dimostrarvelo, se mi seguite con attenzione cortese.

I . Il peccato è pena e castigo di sé medesimo considerato secondo la natural ragione. Che cosa è il peccato? Egli è una violazione della legge eterna, scritta nel nostro cuore da Dio Creatore, regola infallibile d’ogni nostro operare. Ora un’azione qualunque, opposta a questa legge è un vero disordine, e siccome cosa fuori del suo ordine, trovasi in istato di violenza, la violenza stessa deve portare sconcerto tanto nel fisico, quanto nel morale; sconcerto che non può seguire senza pena e dolore, come un osso fuor dal suo luogo che reca spasimi, finché non torni alla propria giuntura; onde quelle stesse opere malvagie, dice lo scrittore della Sapienza, alle quali si determina l’uomo peccatore, si convertono in suo danno e in suo tormento. “Per quæ peccat quis, per hæc et torquetur” [Sap. XI, 17). – Vediamolo in pratica. Un uomo dedito al vizio del vino, non è egli vero che tosto perde la stima e la reputazione, che diviene l’obbrobrio del paese, e la favola delle conversazioni? Non è un castigo, per uno smodato e vile piacere di gola, restar privo dell’uso di ragione, rovinarsi la sanità, ed abbreviarsi la vita? Gli antichi Spartani, sebbene idolatri, avevano in sommo orrore questo vizio; onde per allontanarne i loro figliuoli, facevano a bella posta divenir ubriaco un loro schiavo; indi convocati i figli: mirate, dicevano, a che si riduce un uomo posseduto dal vino, come parla a sproposito, come va barcollando: ohimè! dà del capo or in questa, or in quella parete. Ahimè! Che cade stramazzone per terra, e sbalordito vomita un lago di caldo vino fetente. Ecco, o figli, i tristi effetti del vino e dell’ubriachezza; abbominate, o cari, vizio tanto vituperoso e dannevole. – Con più ragione dunque possiamo dire noi cristiani che questo peccato è un vero e palpabile castigò di sé medesimo: “Per quæ peccat quis, per hæc et torquetur”. Che diremo poi del vizio del giuoco, di quel giuoco che forma l’occupazione de’ giorni anche festivi, prolungati sovente a notte avanzata? Di quel giuoco in cui si arrischia tutto il guadagno della settimana? Quante spine produce mai quest’albero maligno! Quanti rancori, risse, contrasti, collere, imprecazioni, bestemmie! Che notti inquiete senza chiuder occhi per un giocatore che ha perduto! Guai alla povera moglie, guai ai figli, al primo in cui s’incontra un giocatore disperato. A quanti giusti rimbrotti si espone per la sua crudeltà in togliere il pane di bocca ai suoi figlioletti per sacrificarlo alle carte e alla sua malnata passione! Quanti per giuoco passano da una buona fortuna alla mendicità; quanti, a finirla, morti allo spedale lasciano raminga e pezzente la propria famiglia! Non sono questi i meritati castighi, che si trae addosso il peccato del giuoco disordinato e vizioso? Così è: Per quæ peccat quis, per hæc et torquetur”. E di quel vizio, che l’apostolo neppur vorrebbe si nominasse, del vizio e della disonestà, così universale nel mondo, che dovrò io dire? Io non vorrei camminare in questo fango, non vorrei maneggiare questa pece. Mi basterà mostrarvi nella persona di Sansone, che non v’è forse altro vizio che più di questo formi la pena ed il tormento del vizioso. Sansone, giudice in Israele, terrore dei Filistei, onor di sua nazione, per la rea amicizia di Dalila donna venale, perde la riputazione, perde i capelli, perde la forza, perde gli occhi, perde finalmente la vita. – A tutte queste disavventure va incontro un impudico. Perdite d’onore, di sostanze, di sanità e della vita stessa, dacché non vi è peccato che più di questo acceleri la morte, e consumi la vita di chi n’è infetto, anche per fisiche cagioni. E ben lo sanno per dolorosa prova quei sciagurati, che ancor vivi, portano già le carni marce e infracidite. Qui sì che ci cade precisamente il detto del Savio: “Per quel che uno pecca, per quell’istesso vien tormentato:Per quæ peccat quis, per hæc et torquetur, peccato di carne, pena di carne. – Dite altrettanto d’ogni vizio. L’avaro è nemico di sé stesso, il superbo è da tutti aborrito, l’invidioso fa sangue cattivo, il ladro non ride sempre, il goloso si accorcia la vita. Insomma, siccome il ferro produce la sua ruggine, siccome il legno il suo tarlo, e il panno la sua tignola, così il peccato, anche secondo la natural ragione, genera la sua pena, e il suo castigo.

II. Che sarà poi quando alla ragione naturale si aggiunga la giustizia di Dio? È verità di fede che il peccato deve esser punito. Siccome l’ombra segue necessariamente il suo corpo, così la pena necessariamente segue il peccato. E perciò una delle due, o dobbiamo noi castigare in noi stessi la nostra colpa, e distruggerla con vero dolore di animo umiliato e contrito, o pure Iddio offeso troverà ben Egli modo da prendersi la giusta vendetta. Ve lo ripeto, è di fede, che il peccato deve essere punito o in questa, o nell’altra vita! La sentenza è data, e registrata nell’odierno Vangelo: “Omnis arbor quæ non facit fructum bonum excidetur, et in ignem mittetur”. Ogni albero che non fa frutti buoni “excidetur”, ecco la pena temporale, “et in ignem mitteturecco la pena eterna. La strada dunque non passa: o punire il peccato colla sincera contrizione del cuore, e con le opere di vera penitenza, o lo punirà Iddio colla sua giustizia. Se ne protesta Egli altamente (Ezech. VII, 9 ): “Scitis quia ego sum Domimis percutiens: si pœnitentiam omnes simul peribitis(Luc. XIII, 13). Suppongo qui che forse alcun di voi vada dicendo in cuor suo: Io ho peccato, continuo a peccare e me ne vanto talora nelle brigate degli amici pari miei, e pure vivo tranquillo, e non me ne è venuto alcun male : “Ne dixeris, Peccavi, et quid mifi accidit triste? [Eccl. V, 4]. Rispondo: quando si dice che il peccato chiama il castigo, non si asserisce che sarà castigato sull’istante: la pena non sempre scarica in sul momento sopra il peccatore. Non vi lasciate più passare nel pensiero, o uscir di bocca: io ho peccato e pecco, e non me n’è avvenuto alcun male. “Ne dixeris, peccavi, et quid mihi accidit triste?”. Ve ne avvisa lo Spirito Santo; perciocché l’Altissimo Iddio è un paziente distributore, “Altissimus enim est patiens redditur” [Eccl. ut supra]. Dio è paziente, dice S. Agostino, perché è onnipotente. Paziente, soggiunge S. Pietro (Ep. II, 3, 9), perché abbiate tempo a ravvedervi, perché vi aspetta a penitenza, perché vi vuol salvi; ma se voi abusate di sua sofferenza, il giorno di Dio destinato alla vostra punizione potrà tardare qualche tempo; ma un po’ più presto, un po’ più tardi vi coglierà, quando meno il pensate: “adveniunt autem dies Domini ut fur” (ibidem, v. 10). – Osservate i sempre giusti ed inscrutabili giudizi di Dio in ritardare o in accelerare i meritati castighi. Cento venti anni tardò il castigo di tempi di Noè minacciato agli uomini carnali: venne poi, e sommerse in un universale diluvio il mondo intero. – Venti anni stette nascosto ed impunito l’attentato dei fratelli di Giuseppe da essi venduto in ischiavo: ma in fine la tribolazione, la prigionia e lo spavento di peggiori sciagure tolse loro di bocca la confessione, che il sangue del tradito fratello chiamava sopra di loro la meritata vendetta. – Tre anni Acab godé in pace la vigna usurpata a Nabot, e poi ferito a morte sparse nella stessa vigna l’ultimo sangue. – Un anno Davide riposò tranquillo nel suo peccato, ma dopo con la morte di due figli, con la ribellione di un terzo figlio, con mille altri infortuni provò quant’era pesante la mano di Dio vendicatore. – Poche ore passarono dalla calunniosa sentenza data dai sordidi vecchioni contro la casta Susanna, ad essere sepolti, a furor di popolo sotto una tempesta di pietre. – Un istante, in cui Anania e Saffira confermarono una solenne bugia, bastò per farli cader morti ai piedi di S. Pietro. – Or qui, miei cari, se siamo persuasi che peccato e castigo siano due cose inseparabili, se io e voi che mi ascoltate siamo peccatori, come in tutta verità dobbiamo confessare, che faremo per evitare l’ira di Dio armata a scaricarci sul capo i colpi di sua mano tremenda? Quale scudo al riparo, o qual via alla fuga? È questa l’interrogazione che in riva al Giordano faceva il Battista alle turbe ebree venute ad ascoltarlo. “Razza di vipere, gridava egli altamente, chi vi mostrerà il modo da fuggire la divina iracondia, che si va preparando a farvene sentire i più funesti effetti? “Genimina viperarum, quis ostendit vobis fugere a ventura ira (Luc. III, 7). – Ecco ch’io vel suggerisco e vel predico: fate frutti degni di penitenza “Facite fructus dignos pænitentiæ” (Luc. V, 3). Badate bene al mio avviso. Voi siete alberi malvagi, che non producono alcun buon frutto, e perciò la scure è già vicino alla radice che vi minaccia il taglio: e la condanna al fuoco: “Jam securis ad radicem; omnis arbor non faciens fructum bonzi excidetur, et in ignem mittetur(Ibid. v. 2). – Altrettanto inculco a voi, fedeli miei dilettissimi: volete fuggire l’ira di Dio che vi sovrasta? Fate frutti, e frutti degni di penitenza. La vera e degna penitenza comincia dallo spirito contristato per l’orrore della colpa, e del cuore umiliato e contrito, ch’è quel sacrificio tanto a Dio accettevole che placa il suo sdegno. A questa interiore penitenza fa d’uopo aggiungere l’opera di penitenza esteriore, l’osservanza dei comandati digiuni, l’adempimento dei propri doveri, la mortificazione dei sensi, la pazienza, la rassegnazione alla divina volontà nelle tribolazioni, le preghiere, le limosine, le pratiche infine di soda cristiana pietà. Così facendo non avremo a temere i divini flagelli: saremo alberi ricchi di buoni frutti, frutti di virtù di vita eterna, che Iddio ci conceda. 

Credo …

Offertorium

Orémus Dan III:40

“Sicut in holocáustis aríetum et taurórum, et sicut in mílibus agnórum pínguium: sic fiat sacrifícium nostrum in conspéctu tuo hódie, ut pláceat tibi: quia non est confúsio confidéntibus in te, Dómine”. [Il nostro sacrificio, o Signore, Ti torni oggi gradito come l’olocausto di arieti, di tori e di migliaia di pingui agnelli; perché non vi è confusione per quelli che confidano in Te.]

 

Secreta

Deus, qui legálium differéntiam hostiárum unius sacrifícii perfectione sanxísti: accipe sacrifícium a devótis tibi fámulis, et pari benedictióne, sicut múnera Abel, sanctífica; ut, quod sínguli obtulérunt ad majestátis tuæ honórem, cunctis profíciat ad salútem. [O Dio, che hai perfezionato i molti sacrifici dell’antica legge con l’istituzione del solo sacrificio, gradisci l’offerta dei tuoi servi devoti e benedicila non meno che i doni di Abele; affinché, ciò che i singoli offrono in tuo onore, a tutti giovi a salvezza.]

Communio Ps XXX:3. Inclína aurem tuam, accélera, ut erípias me. [Porgi a me il tuo orecchio, e affrettati a liberarmi.]

Postcommunio Orémus. Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et ad ea, quæ sunt recta, perdúcat. [O Signore, l’opera medicinale (del tuo sacramento), ci liberi misericordiosamente dalle nostre perversità e ci conduca a tutto ciò che è retto.]

FATIMA FARO DI VITA

« Fatima non ha ancora detto al

Portogallo e al Mondo tutto il suo

segreto. Ma non sembra eccessivo

affermare, che quelle che ha già rivelato

il Portogallo, è indizio e pegno

di quello che riserba al Mondo ».

Cardinale-Patriarca di Lisbona

Era fresca l’eco dell’ultima apparizione della Vergine a Fatima quando l’insofferenza del giacobinismo ufficiale e ufficioso contro la « nascente superstizione di Fatima » cominciò a sfociare in aperte minacce e rappresaglie. Una notte, alta notte, i pacifici abitanti dei dintorni della « Cova da Iria » si svegliano impauriti alle grida di allarme: Fuoco! fuoco!… La Cova da Iria è in fiamme! Guardando in quella direzione, si vedeva salire al cielo, nitidamente tracciato nelle tenebre, un chiarore rossastro, come di grande incendio. Non v’era dubbio: i settari avevano eseguito le minacce, appiccando il fuoco a quanto nella Cova poteva essere pasto delle fiamme. – Gli uomini di « Moita » balzano in piedi, si armano di randelli e di quanto trovano alla mano, e decisi corrono alla riscossa… Ma nella Cova regnava pace assoluta e silenzio profondo, reso più solenne dai trilli degli usignoli, che sembravano salmeggiare il Mattutino nella placida notte. – Sarebbe dunque quel fuoco una meteora straordinaria, o più semplicemente… una illusione collettiva? Ma ecco che il fenomeno si ripete due, tre volte, a pochi giorni d’intervallo… No! non poteva essere giuoco di fantasie esaltate! Era una realtà, un segno del Cielo, un simbolo prefigurante l’avvenire. Quel « fattore invisibile, che furono le Apparizioni di Nostra Signora di Fatima », doveva manifestarsi luminosamente come un incendio, perché doveva essere Faro immenso per diffondere torrenti di luce e di calore vitale in un mondo, che si dibatteva nelle tenebre, sotto minaccia di morte.

* * *

Questa irruzione vivificatrice di grazia si inaugurò già al tempo delle Apparizioni. Erano mistici effluvi di soprannaturale, che si irradiavano dalla Cova da Iria, illuminando, attirando, conquistando le anime, trasformandosi in un doppio torrente di vita: vita fisica e vita morale. I primi a sentirne l’efficacia furono gli stessi confidenti della Madonna. La grazia operò in essi meraviglie. Menti semplici e cuori innocenti si lasciarono prendere, trasformare, sollevare in alto, sempre più in alto. Francesco e Giacinta furono trovati in breve tempo maturi per il Cielo. Bambini analfabeti, ma Francesco in uno scarso anno e mezzo, Giacinta in due anni e quattro mesi, avevano percorso una lunga via di santità, da toccarne le vette. La loro tomba è ora i n benedizione, mèta di devoti, mentre è già in corso il Processo Canonico per la loro beatificazione. Fatima si gloria di queste due fiaccole di vita, trapiantate nel cielo, valida testimonianza della bontà del suo Messaggio. E Lucia di Gesù… Lasciamo in pace la candida colomba, che, infastidita del mondo, se n’è volata al vertice del Carmelo, per nascondersi nella cavità della roccia, nel Cuore Immacolato di Maria, lontano, tanto più lontano dalla terra, quanto più alle porte del Cielo. Il segreto della sua vita è là ora, nel Monastero di S. Teresa a Coimbra (Portogallo), che ha il privilegio di averla fra le sue mura, sotto il nome di Suor Maria Lucia del Cuore Immacolato. Ha detto tutto quello che doveva dire al mondo, come messaggera di Maria. Può attendere quindi tranquilla alle sue ascensioni interiori, aspettando l’ora della promessa, che la ricongiungerà ai suoi due cari amici d’infanzia. – Il celeste richiamo di Fatima volava intanto per gli spazi; moltiplicando i suoi prodigi. Il suo influsso toccante e trasfigurante operò anzitutto nei paesi vicini, poi nei più lontani. In breve tempo tutto il Portogallo ne fu conquistato. Ed eccovi una immigrazione sui generis di popolo, un continuo accorrere dì moltitudini sempre più numerose verso la montagna santificata dalla presenza di Maria… Una gran parte, forse i più, a piedi scalzi e col Rosario in mano… non pochi con i piedi sanguinanti, dopo un percorso di cento, duecento e perfino quattrocento chilometri! Non ha forse la Madonna raccomandato preghiera e penitenza, quale frutto della propria conversione, e per la salvezza del mondo? E’ una marea montante che sale ogni anno, dai cinque ai dieci mila pellegrini nei mesi invernali, dai 150 ai 200 mila in maggio e ottobre; in occasioni eccezionali si sale ai 300.000 nella Incoronazione della Regina Mundi (13-5-46) e ad una marea di gente incalcolabile nella solenne Chiusura dell’Anno Santo mondiale (13 Ottobre 1951). E per tutti Fatima è Faro di vita, fisica o morale, o fisica e morale insieme. E’ incontestabile che qui si sono realizzati veri portenti, guarigioni complete e rapide, che le forze della natura sono incapaci di realizzare, e che la scienza umana non riesce a spiegare, e la parola miracolo è sulle labbra di tutti: del « popolo non meno che degli uomini di scienza, che più accuratamente hanno esaminato i fatti. Ancora una volta si dimostra che qui c’è il dito di Dio, e la devozione di Fatima è suggellata dal segno inconfondibile del suo potere ». Così l’Episcopato Portoghese in un solenne documento. – Il « suggello di Dio »! suggello che parla non soltanto all’anima, ma ai sensi, e perciò attira e conquista irresistibilmente. Ogni pellegrinaggio porta i suoi malati, dalle più svariate infermità; ed i registri del Santuario presentano una media annuale superiore a 1000; qualche volta di 1.500 o 1.600. Ma quanti non si fanno registrare! E quanti si associano ai pellegrini, in ispirito, dai loro letti di dolore!… tutti colla speranza di recuperare la salute, o almeno trovare sollievo nei loro mali; e se non questo, certamente la rassegnazione cristiana per portare fruttuosamente e santamente la croce! Quante volte il povero infermo, venuto a Fatima anelando disperatamente la salute miracolosa, arrivato qui si sente inondare l’anima da un soave torrente di rassegnazione cristiana, e finisce per domandare la guarigione per un altro malato, che ora gli ispira più compassione che non le proprie sofferenze!… E non sono questi pure miracoli di luce, di vita, di una vita migliore, più alta della salute miracolosa? Le grazie attribuite all’intercessione della Madonna di Fatima qui nel Santuario e fuori sono a migliaia. La sola « Voz da Fatima» ne ha registrate più di mille in venti anni (1922-42). Oggi sarebbe letteralmente impossibile farne una statistica relativamente completa. Ma non importa; perche non è questa la nota caratteristica di Fatima. « Fatima è stata e continua ad essere soprattutto un fuoco potentissimo di vita spirituale… « …Non sono le guarigioni portentose e le grazie temporali di varia specie qui ottenute i grandi miracoli dì Fatima ; questi avvengono nel dominio recondito delle anime, nell’ambito delle coscienze, nel recinto misterioso dove non penetra la sonda dell’osservazione né l’investigazione della scienza. – Chi assiste alle solennità dei grandi giorni di Fatima e vede tutte le classi della società portoghese confuse nelle acclamazioni alla Vergine e nell’adorazione a Gesù Sacramentato, chi ha modo di osservare le folle immense inginocchiate nella polvere e quante volte nel fango, ricevendo in umile atteggiamento il Pane dei forti, chi sorprende i singhiozzi di pentimento e le lacrime negli occhi di tanti che camminavano sperduti pei sentieri del vizio, o militavano ostinatamente nelle schiere dell’incredulità, chi contempla la commozione profonda, che s’impadronisce degli stessi indifferenti, dinanzi alle invocazioni dolenti e ardenti, che sgorgano da migliaia di petti, chi assiste in spirito allo sfilare delle moltitudini che in Portogallo e fuori del Portogallo portano in trionfo la bianca immagine della Vergine di Fatima e piegano le ginocchia con eguale ardore nella strada e nel tempio, e chi paragona tutto questo con la deplorevole decadenza a cui era scesa in Portogallo la vita religiosa,… ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un mondo nuovo, e non può non riconoscere che un’onda potente di linfa divina e soprannaturale si è infiltrata nell’anima del popolo portoghese, si sono convertiti molti peccatori, si sono riconciliati con la vita molti che avevano perduto ogni speranza, hanno di nuovo imparata la strada della chiesa molti che l’avevano completamente dimenticata, si aprono alla preghiera umile e fiduciosa labbra che l’indifferenza aveva immobilizzato, benedicono il nome del Signore molti che ieri sacrilegamente lo bestemmiavano. In verità scorre nelle anime un fremito di vita più alta. Non è il caso di indagare il segreto delle anime. Ma la salute recuperata si può leggere nei numeri del termometro. Ed un termometro che indica sicuramente la vita delle anime, è la Mensa Eucaristica. A Fatima in ogni pellegrinaggio le Comunioni si contano a mogli aia: sono 20 o 30 mila, qualche volta 45 e 50 mila; nella chiusura dell’Anno Santo circa 160.000. – La media annuale nel quadriennio 1930-1933 fu di 97.550: nel quadriennio immediato saliva a più di 130.500: negli ultimi anni oscilla intorno alle 250.000. l’Anno Santo fu straordinario con le sue 400.000 Comunioni. E se fosse contare le Comunioni generali che nei giorni di pellegrinaggio nazionale si fanno in tante parrocchie del paese in unione coi pellegrini di Fatima?! Un altro termometro in numeri più piccoli parla ancora più alto; perché indica le forze vive che si vanno creando a Fatima, decise a rivivere esse stesse e a propagare la vita intorno a sé . tale è l’opera dei Ritiri chiusi, inaugurata a Fatima nel 1930 con 200 esercizianti; poco dopo superava i 1000; oggi ne conta 2500 all’anno. Fra essi il ptimo posto è riservato all’Episcopato. Vi convengono poi a turno sacerdoti, Medici, Avvocati, Professori, Studenti universitari, Dirigenti dell’A. C. , Membri di terz’ordini, madri e sorelle di sacerdoti, operai … Anche l’Azione Cattolica si è organizzata sotto la protezione della Madonna di Fatima, non chè le truppe ausiliarie della medesima, i 500.000 crociati di Fatima. – Con tutte queste forze vive, sotto il comando della “Vincitrice di tutte le battaglie di Dio” , come non realizzare miracoli? Ed il grande miracolo si è avverato: il profondo cambiamento avvenuto nel Portogallo, non soltanto politico, ma soprattutto morale e religioso. « Chi avesse chiuso gli occhi trent’anni fa e oggi li riaprisse, non riconoscerebbe più il Portogallo ». – Allora uno dei corifei della rivoluzione del 1910 poteva gloriarsi in piena assemblea della Massoneria, di avere vibrato il colpo di grazia al Cattolicesimo nel Portagallo, con l’iniqua « Legge di Separazione fra la Chiesa e lo Stato ». In due generazioni non ve ne sarebbe rimasto neppure vestigio… In rinforzo poi della satanica bravata vennero lunghi anni di persecuzione, bando agli Ordini religiosi, i Vescovi esiliati dalle loro Sedi o incarcerati, i Sacerdoti perseguitati a segno, i Seminari fatti caserme, proibito il catechismo e l’insegnamento religioso, le chiese — più di 40 nella sola capitale — profanate e bruciate, o convertite ad usi profani; e tutto il resto che narra la storia e quello che essa non ardisce narrare… – Trenta, quaranta anni dopo. E’ in piena attività la seconda generazione. Stracciata l’infame Legge di separazione, il Portogallo stringe con la Santa Sede un Concordato quasi modello e lo Accordo Missionario. Lisbona, la rocca forte del laicismo, riceve trionfalmente i Legati del Papa. Le più alte Autorità della Nazione non temono affermare pubblicamente la loro fede; mentre la vita cattolica va rifiorendo dappertutto in una immensa primavera di bene, che permette concepire le più ridenti speranze. « Il Portogallo ha ritrovato le sue antiche tradizioni di Nazione crociata : fedelmente cattolica e missionaria ». – Un simbolo, segno dei tempi. La Guardia Repubblicana, che una volta perseguitava a colpi di sciabola e arrestava i pellegrini di Fatima, oggi in alta tenuta è passata in rivista dal Vicario di Cristo nella persona dei suoi Legati, e si fa vanto non soltanto di montare la guardia d’onore alla Madonna di Fatima, ma di portarla a spalla attraverso un oceano di popolo plaudente. Simbolo quanto mai significativo della nuova vita che si irradia da FATIMA, faro di vita. Un giorno S. S. PIO XII, salendo in ispirito la montagna di Fatima, vedeva la Cova da Iria trasformata in « sorgente perenne di grazie e di « prodigi fisici, e molto più di miracoli morali che a torrenti di qua si riversano su tutto il Portogallo, e poi irrompendo le frontiere invadono tutta la Chiesa e tutto il mondo » (Radio-messaggio del 13-5-46). Fin dalle apparizioni dell’Angelo, e più da quelle della Madonna, con le allusioni trasparenti all’ateismo militante, al comunismo irruente ed iconoclasta, al materialismo ed all’immoralità dilaganti, e poi alle guerre mondiali, castigo di Dio per tante iniquità, il Cielo faceva vedere chiaramente che, se Fatima sorgeva nel Portogallo, era però destinata al mondo. Infatti appena stabilitone solidamente il culto, con il riconoscimento implicito dell’Autorità ecclesiastica (erezione della basilica, maggio 1928), e più con l’approvazione ufficiale (13 ottobre 1930), la devozione alla Madonna di Fatima irradiò largamente al di là delle frontiere del Portogallo, portando dovunque gli stessi frutti di benedizione. Fu però il giubileo delle Apparizioni, coll’intervento solenne del Vicario di Cristo, e la Consacrazione del mondo all’Immacolato Cuore di Maria (31-10-42), che diedero al Faro di Fatima una potenza illuminatrice e vivificatrice di milioni di chilowatt, registrati nei contatori di Dio. – « Dalle più lontane e recondite plaghe dell’Universo. dall’America, dall’Oceania, dalla Cina. dall’India, finanche dalla Russia martoriata arrivano a Fatima offerte, domande di preghiere, ringraziamenti, in una parola, dimostrazioni di confidenza e d’interesse, omaggi a Nostra Signora di Fatima. E’ incontestabile che Nostra Signora di Fatima ha conquistato il Portogallo e va conquistando il mondo ». Così scrivevano allora i Vescovi. – Oggi, passati dieci anni, chi potrebbe semplicemente elencare le chiese, cappelle, oratori, altari in suo onore eretti e venerati nelle cinque parti del mondo, nonché gli Istituti, Parrocchie, Diocesi, Missioni… a Lei intitolate e poste sotto la sua protezione? Si contino, per esempio, le centinaia di statue portate per essere benedette nel Santuario, e di là partite in tutte le direzioni per tutte le latitudini del globo. O si pensi a quel devoto de la Virgen de Fatima » , che a Madrid si diede a diffonderne la devozione, distribuendo immagini a prezzi minimi e spesso gratis: da quella improvvisata officina sono uscite in pochi anni, fra piccole e grandi, ben 3.000 statue dirette alla Spagna, all’India, all’America… – La devozione alla Madonna di Fatima ha preso la forma di una inondazione, serena ma grandiosa, come la piena del Nilo, che, superati i margini, allaga e feconda fino all’orlo estremo tutta la pianura coltivabile…, qui però la pianura è tutta la Chiesa di Dio! . .. Ma il Cuore Immacolato della Vergine Madre non si contenta di questa inondazione serena, per quanto rapida e progressiva. Appena incoronata REGINA MUNDI, ispira l’idea del Pellegrinaggio Mondiale, in circostanze tanto singolari, che è impossibile non riconoscervi un chiaro segno della volontà divina. Ed il Pellegrinaggio è, Come dire?, un violento nubifragio, che percorre l’orbe, travolgendo e trascinando tutto al suo passaggio. La prima tappa, Lisbona; e Lisbona per quattro giorni e quattro notti è ai piedi della Madonna « nella più stupenda e più impressionante manifestazione di fede di tutta la storia del Portogallo ». Poi percorre le provincie più abbandonate, dove fin dal 1910 tante città non avevano visto né voluto vedere l’ombra di un Sacerdote. Si moltiplicano i prodigi … Ma il grande miracolo è la trasformazione quasi repentina di tante migliaia di quei neo-pagani in cristiani ferventi. La Vergine Pellegrina entra in Ispagna da un arco trionfale in cui si legge il distico: « Spagna ai Tuoi piedi ». E il distico si verifica alla lettera. Piovono grazie e miracoli temporali; diluviano gli spirituali. Madrid in un sol giorno vede ben quindici miracoli! Ma allo stesso tempo, tutte le parrocchie, specialmente le periferiche, dove più abbondano gli elementi comunisti, subiscono una vera rivoluzione spirituale. Non vi è una sola che, alla vista notturna della Madre SS.ma, non conti alla Mensa Eucaristica 20 o 30 mila persone, il quaranta per cento delle quali da dieci e più anni non erano entrati mai in Chiesa. In Belgio: chi direbbe, per esempio, che Charleroi è in pieno pays rouge, vedendo che le chiese non bastano a contenere le moltitudini, e che le piazze si trasformano in chiese ed i banchi degli stabilimenti in balaustrata per la Comunione? Il Lussemburgo, paese di 250.000 anime, per tre giorni è tutta una fiamma di amore alla Vergine di Fatima e a Gesù Sacramentato: 100 mila Comunioni! In Olanda, ultima tappa del viaggio i n Europa, « se il Congresso di Maastricht fu una manifestazione grandiosa, il vero spirito di fede e di pietà glielo diede la Vergine Pellegrina », affermava l’ecc.mo Presidente. In Africa i vecchi Missionari piangono a calde lacrime vedendo la commozione delle anime; il passaggio della celeste Regina « è per loro il più bel giorno della vita »; e poi i catecumeni si moltiplicano, si fondano nuove Missioni. Nella grande India, nel Pakistan la Madonna passa spargendo generosamente favori a cristiani e non cristiani. La commozione delle folle è tale, che i Vescovi meravigliati si domandano se è sogno di leggenda orientale, o realtà vera, lo spettacolo che dappertutto si rinnova sotto i loro occhi… Nel Ceylon per qualche giorno si ha l’impressione che la grande isola sia diventata ad un tratto cristiana. Un Arcivescovo osserva: « Quello che il Figlio non ha fatto durante i secoli, la Madre lo ha fatto in pochi giorni »! Così pure nell’Indocina, in Australia, nelle Isole del Pacifico; così in America, dal Canada e Stati Uniti alla Colombia ed al Cile… Ed ora in Brasile: Fortaleza, Rio, S. Paulo, Nova Friburgo, Belo Horizonte, e cento altre città… ognuna protesta che il trionfo della Vergine Pellegrina è stato, da loro, il più grande, il più sentito, il più stupendo che mai si sia visto in Brasile: manifestazioni gigantesche di fede e pietà, conversioni, tante comunioni, e più che nei Congressi Eucaristici! . .. Il torrente avanzando cresce, trascina, vivifica; luce viva delle menti, vita dei cuori! Ma la grande meraviglia inedita di questo Pellegrinaggio di meraviglie è l’intervento di protestanti, di scismatici, di buddisti, di pagani, di mussulmani, che i n Africa, Asia, America, accorrono, spesso i n numero superiore a quello dei cattolici, e con essi fanno a gara nell’onorare la REGINA MUNDI, che passa sorridente e benedicente. S.S. PIO XII lo sottolineava nel suo augusto Messaggio de1 13 ottobre 1951 « La Regina degli Angeli uscendo… da cotesto Santuario di Fatima, dove il Cielo ci ha concesso di incoronarla REGINA MUNDI, percorre in visita giubilare tutti i suoi domini. E al suo passaggio, in America come in Europa, in Africa ed in India, nell’Indonesia e nell’Australia si moltiplicano le meraviglie della grazia per forma tale, che a stento possiamo credere a quanto pure vedono gli occhi. Non sono a soltanto i figli della Chiesa ubbidienti e buoni che diventano più ferventi, sono i prodighi che vinti dalla nostalgia delle carezze materne, ritornano alla casa del Padre; sono ancora (chi mai potrebbe immaginarlo?) in paesi dove ha appena incominciato a risplendere la luce del Vangelo, tanti avvolti nelle tenebre dell’errore, i quali a gara coi fedeli di Cristo, aspettano la Sua visita, La ricevono ed acclamano con delirio, La venerano, La invocano, ne ottengono grazie segnalate. Sotto lo sguardo materno della celeste Pellegrina… tutti per quache momento si sentono felici di essere fratelli. Spettacolo singolare e singolarmente impressionante, che ci fa concepire le più belle speranze!». – Qui viene spontanea una domanda: la REGINA MUNDI non avrà voluto forse prendere il titolo di FATIMA, per aprire una breccia nella fortezza inaccessibile dell’Islamismo?… Il nome di Fatima è un richiamo per i Musulmani. Esso ricorda un’antica leggenda, il nome di una nobile damigella musulmana del sec. XII, figlia di Vali Alcàcer, fatta prigioniera in uno scontro tra cavalieri portoghesi e musulmani, e richiesta in isposa dal condottiero dei portoghesi, Don Gongalo Hermingues. Fatima, che aveva aderito alla proposta, si fece anche cattolica, ma morì dopo pochi anni, con immenso dolore del suo sposo, che a conforto del suo schianto entrò tra i monaci di S. Bernardo nella Badia di Alcobaga a trenta chilometri da Ourém, nome imposto alla cittadina d’Abdegas, dal nome di Battesimo di Fatima, Oureana. Per interessamento dell’Abate del Monastero le spoglie di Fatima furono trasportate in un paesello, a sei chilometri da Ourém, dove l’Abate aveva fatto costruire in onore della Madonna una chiesa e un piccolo convento. Da quel tempo il paesello fu chiamato Fatima. Mons. Fulton J. Sheen, ricordando questa leggenda, si pone la stessa domanda: «Chissà che la Madonna non abbia voluto forse farsi conoscere col nome di Nostra Signora di Fatima, per offrire un segno di predilezione e di speranza ai Musulmani, e quasi un’assicurazione che essi, per il grande rispetto che hanno verso di Lei, accetteranno un giorno il suo Divin Figlio? » ( La Madonna di Fatima o i Musulmani nel pensiero di S. E. Mons. Fulton J. Sheen, in Selezione Missionaria, 1 (1933) p. 153.) . – Le non poche conversioni in atto dall’Islam al Cattolicesimo, al passaggio della Vergine di Fatima, sono un confortante saggio. Ma conforta ancora il pensiero che tutto il mondo missionario è in prodigioso risveglio. La Vergine di Fatima vuole accelerare i tempi, scendendo Lei stessa in aiuto sensibile dei pionieri dell’espansione evangelica. Il « faro di vita », acceso per il mondo in questa piccola località di Fatima, affretta le vie di Roma.

Can. AMILCAR MARTINS FONTES

Rettore del Santuario di Fatima

J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (11)

CAPITOLO XXIII

INFLUSSO DEL PAGANESIMO CLASSICO SULLA SOCIETÀ

II Cristianesimo è la legge della carità universale. Esso insegna due cose: a rispettare ed a sacrificarsi. Vincitore del mondo e padrone della educazione durante mille anni, il Cristianesimo era penetrato col suo spirito fra le nazioni d’Europa, nutrendo del suo sugo vivificante le giovani generazioni: e, per quanto lo permette la umana debolezza, aveva fatto la società ad immagine sua. Quindi, durante tutto il medio-evo, la quasi assoluta mancanza di guerra generale fra i popoli cristiani; quindi, le guerre intestine più ristrette e men crudeli che non nell’antichità; quindi, un patriottismo cattolico che facendo della religione la patria comune, considerava tutti i cristiani dell’universo come fratelli, per i quali si aveva dell’oro a dare e del sangue a versare, qualunque fosse il clima sotto cui soffrivano; quindi, lo spirito cavalleresco, che poneva a disposizione dell’essere debole la potenza disinteressata del nobile e del forte. Quindi, il sovrano potere, contenuto entro giusti limiti dall’autorità superiore della religione, dando durante questo periodo maggiori esempi di santità sul trono, cioè di abnegazione eroica agli interessi dei popoli, che non se ne videro durante tutte le altre epoche della storia; quindi, libertà comunali e provinciali incomparabilmente maggiori di quanto si era prima conosciuto, di quanto poscia fu visto; quindi, finalmente, la libertà assoluta della Chiesa, madre e guardiana di tutte le altre; della Chiesa, che non era punto considerata come una straniera od una rivale, ma che era amata, rispettata e secondata in ogni modo nella sua azione sociale. Oggi, noi abbiamo l’opposto di questo quadro. – Il segno caratteristico dell’Europa, da tre secoli, è l’odio. « Odio di Dio: si vorrebbe abolire la sua religione non solo, ma persino il suo nome; odio dei sacerdoti, che sono calunniati, ingiuriati, oppressi nell’esercizio delle loro funzioni, e sono già proscritti in speranza da certe persone; odio dei re, dei nobili, delle istituzioni stabilite: odio di ogni autorità; odio delle leggi che conservano la pace reprimendo le passioni; odio dei magistrati che difendono le leggi; odio nello Stato, nella famiglia; odio universale che si palesa colla ribellione, col1’assassinio e con un ardente desiderio di distruzione (Saggio sull’indiff., t. II, pref., p. xix e xx.) ». Nell’ordine puramente politico, ecco le principali manifestazioni di un simile odio, sconosciuto dai secoli di fede:

La guerra esterna ed intestina quasi continua;

Un amore feroce della libertà;

Un patriottismo selvaggio;

Un dispotismo brutale che a volte passa dalle mani della moltitudine in quelle di un solo uomo;

Una servilità abbietta;

Una tendenza decisa al comunismo ed alla rovina.

Chi mai produsse, chi mai mantiene questo stato anomalo? D’onde provennero queste idee sì contrarie alle idee cristiane? In qual modo hanno esse fatto irruzione nella società? Perché mai, bandite dall’Europa durante mille anni, l’hanno esse invasa da tre secoli in qua? Rimontiamo alla sorgente d’ogni cosa, interroghiamo l’educazione. Essa ci risponderà. « Sono io che formo l’uomo e la società. Da tre secoli io son pagana: invece d’insegnare ad amare, io insegno ad odiare; io ho fatto l’uomo a mia immagine; l’uomo trasmise ciò che egli ha ricevuto, e la società è diventata pagana, e l’odio ha regnato ». – Infatti, la legge d’odio era la legge del mondo pagano, ed i grandi segni che annunciano la sua presenza nella moderna Europa sono letteralmente gli stessi che la palesavano in seno alle società antiche della Grecia e dell’Italia. La guerra esterna ed interna quasi continua: ecco il fondo della storia di tutte le repubbliche classiche. Ora, da tre secoli, quale quadro vien egli presentato ogni giorno, durante sette anni, allo studio ed alla ammirazione della gioventù di Europa? La guerra. Lasciando da parte alcune insignificanti particolarità di costumi e d’organamento interno, che cosa ci s’insegna mai a conoscere su Roma, su Atene, su Sparta, su Tebe, su Cartagine, sul Peloponneso, sulla Macedonia, sulla Persia, sulle Spagne, sulle Gallie e sulla Germania? La guerra. Gli Etrusci, i Volsci, gli Equi, i Veii, i Sanniti ed una folla di altri popoli non sono da noi conosciuti se non per la guerra. Non solo gli uomini, ma gli Dei ben anco ci offrono il medesimo spettacolo. Colle turpitudini degli Immortali che cosa ci dimostra l’Olimpo? La guerra. Espressione viva della legge d’odio che reggeva il mondo pagano, la guerra, la guerra in cielo ed in terra: tale si è l’elemento nel quale noi fummo tirati su. Non v’ha campo di battaglia sul quale noi non siamo stati condotti a passeggiare, da Maratona alla Trebbia, da Arbella a Farsaglia: non v’ha carneficina che non ci sia stata messa sott’occhio; non v’ha saccheggio di città, al quale noi non abbiamo assistito; non v’hanno eserciti nemici, per i quali noi non abbiamo preso parte; non v’ha gran capitano del quale non ci siano state narrate le gesta, di cui non ci siano stati ridetti i discorsi, di cui non ci siano stati spiegati i disegni e gli stratagemmi; in una parola, non v’ha fibra guerriera nel nostro cuore fanciullo, che non sia stata scossa sovente, scossa a lungo, scossa profondamente. – Ora, che cos’erano nelle loro cagioni e nei loro effetti tutte queste guerre, la cui storia imbeve la giovine nostra anima? Non altro erano se non l’odio universale, figliuolo dell’egoismo, appagante se stesso coll’esercizio del diritto brutale del più forte: l’ingiustizia e il brigantaggio. Pure, ci si ispirava passione per tutte quelle opere; noi eravamo tenuti di ammirare coloro che ne furono gli eroi; i nostri libri e i nostri maestri davano loro nome di grandi, d’illustri, d’immortali. Si aveva cura dimostrarceli, al ritorno dalle loro spedizioni, cantati dai poeti, onorati dal senato, dall’areopago e dagli arconti, coperti d’applausi dal popolo, e montati su carri d’oro o d’avorio ascendere al Campidoglio. Quegli uomini e quei falli, che si proponevano alla nostra ammirazione, furono dopo il Rinascimento proposti all’ammirazione non solo dei figliuoli del popolo, ma ben anco dei figliuoli dei nobili e dei re. Chiamato ad educare i successori di San Luigi, Amyot vescovo di Auxerre e traduttore di Plutarco, non conosceva, dopo la Sacra Scrittura di cui solevasi ancora consigliare la lettura, modelli più compiuti, per un principe, dei grandi uomini di Atene, di Sparta e di Roma. – In questi termini egli scrive al suo regale discepolo, nel dedicargli la sua versione: « Avendo io avuto questa bella fortuna d’essere collocato presso di voi sin dalla vostra prima infanzia, allorché non avevate se non quattro anni, per incamminarvi alla conoscenza di Dio e delle lettere, mi posi a pensare quali fra gli antichi scrittori sarebbero più idonei e più acconci al vostro stato, da proporveli a leggere quando voi foste giunto in età da potervi prendere alcun gusto; ed essendomi parso che dopo le Sante Lettere, la più bella, la più degna lettura che si potesse presentare ad un giovane principe, fossero le Vite di Plutarco, mi posi a rivedere quanto ne aveva cominciato a tradurre in nostro idioma per comando del fu gran re Francesco, mio primo benefattore, e terminai l’opera intera. E la versione essendone stata molto bene accolta, anche in diritto, e siccome voi dopo che l’età e l’uso v’ebbero dato attitudine a leggere ed alcun giudizio naturale non volevate leggere in altro libro, ciò mi pose voglia sin d’allora di volgere in nostra lingua le altre sue opere morali e filosofiche (Epistola al Re Cristianissimo Carlo, Nono di Questo nome, ediz. 158:2.) ».Ecco la cosa: la storia di Costantino, di Teodosio, di Carlo Magno, di San Luigi e di tanti altri santi re od imperatori, era meno propria a formare lo spirito e il cuore di un principe cristiano che non le vite di Teseo, di Romolo, di Licurgo, di Solone, di Pericle, di Mario, di Siila, di Cesare, di Trasibulo e di Bruto! Bentosto le Sante Lettere spariscono dall’educazione; esse non hanno più accesso ai collegi; e, cento anni dopo Amyot, Fénélon compone ad uso dell’erede del Regno Cristianissimo un evangelio, di cui Telemaco è il discepolo, Mentore l’interprete, Minerva l’inspiratrice, ed il paganesimo il più puro il fondo e la forma. – Nello stesso intento, invece di scrivere le vite e le massime dei nostri grandi uomini e dei nostri gran santi, per formare lo spirito e il cuore del duca di Borgogna, il venerabile arcivescovo di Cambrai crede dover consacrare il suo genio ed il suo tempo nello analizzare, nel tradurre l’Odissea, nel fare un compendio delle vite dei filosofi antichi colle loro massime: Talete, Solone, Pittaco, Biante, Periandro, Chilone, Cleobulo, Epimenide, Anacarsi, Pittagora, Eraclito, Anassagora;, Democrito, Empedocle, Socrate, Platone, Antistene, Aristippo, Aristotile, Senocrate, Diogene, Crates, Pirone, Jiione, Epicuro e Zenone. Finalmente ai dì nostri, in faccia all’Europa si proclama, che l’antichità è quanto v’ha di più bello al mondo. – In mezzo a questo concerto d’elogi tributati al paganesimo, ai suoi falsi grand’uomini, alle false sue glorie, alle false sue virtù; fra il rumore rimbombante delle sue guerre e delle sue battaglie; fra lo spettacolo continuo delle sue violenze e delle sue ingiustizie, da tre secoli in qua è formata la gioventù di Europa. Ed è ad una tale scuola che si pretende farle attingere i sensi di giustizia, di dolcezza, di modestia, di subordinazione, d’indulgenza, di abnegazione, d’umiltà e di carità che sono lo spirito stesso dall’Evangelio e le condizioni di vita delle società cristiane! Ma che! Se si volessero a disegno formare uomini ingiusti, superbi, orgogliosi, insubordinati, ed all’occasione devastatori di provincie, si potrebbe forse procedere diversamente? Non è forse in tal modo che furono preparati gli eroi famosissimi di quella guerra dei Trent’Anni (1618-1648) che coprì trequarti d’Europa di sangue e di rovine? Guerra pagana, in cui si commisero maggiori orrori e maggiori infamie di quante il mondo ne avesse veduto da dieci secoli; guerra selvaggia, che distrusse più monumenti e capi d’opera d’ogni genere che non ne avessero distrutto le barbare orde. Non è egli dalla medesima scuola che uscirono i capi dei nostri eserciti rivoluzionari, i feroci proconsoli che condussero la devastazione da Parigi a Napoli, da Lisbona a Mosca, ed i quali, come gli eroi dell’antichità, ritornarono recando nei loro carri non solo l’oro e l’argento, ma ben anco le ricchezze artistiche di lutti i popoli vinti? Non è forse la loro condotta quella ch’essi si gloriavano d’imitare, ed i loro nomi quelli che eglino invocavano? Tuttavia la guerra esterna non è se non una parte dello spettacolo offerto alla gioventù dal paganesimo classico; le lotte interne compiono il quadro. Che cosa abbiam noi veduto nella storia interna di Sparta, di Atene, di Roma in specie, che meglio si cerca di farci conoscere? L’antagonismo continuo delle classi inferiori e delle classi superiori della società; l’orrore dei re, designati sotto il nome di tiranni; l’odio inveterato dei plebei contro i patrizi e dei patrizi contro i plebei, le tempeste nel Foro, le ritirate sul Monte Sacro, le leggi agrarie, l’intervento dei tribuni e la popolarità dei cospiratori; dissensioni sempre rinascenti, fazioni sempre pronte a venire alle mani; il sangue dei cittadini inondante le vie e le piazze delle città, e l’ostracismo che esiliava a volte i vincitori della vigilia, vinti del domani. Begli esempi, sublimi precetti, preziosi semi da deporre nell’anima della gioventù! E sotto il nome di Tarquinio noi detestavamo la monarchia; eravamo aizzati a volte a pro del popolo ed a pro dei nobili, a pro dei Gracchi ed a pro di Druso, a pro di Mario ed a pro di Siila, a pro di Pompeo ed a pro di Cesare, e quasi tutti noi tenevamo dal popolo e dai suoi tribuni, e sentivamo nascere in noi l’odio verso il governo e la gelosia verso le superiorità dei nobili o dei ricchi. Aggiungete a ciò un patriottismo selvaggio che non rispetta né il diritto naturale, né il diritto delle genti, né i vincoli i più sacri della natura. Ora è Scevola che si brucia la mano per avere sbagliato nello assassinare Porsenna; ora è Bruto che uccide i suoi figliuoli sospetti di congiurare contro la patria; ora è un secondo Bruto che pugnala Cesare, suo benefattore, ed altri ancora che sono esaltali come i tipi del patriottismo, come gli adoratori sublimi della libertà. « Che è ancora codesto patriottismo, il lato bello del mondo antico? L’odio dello straniero; distruggere ogni civiltà, soffocare ogni progresso, portare dovunque la face accesa e la spada, incatenare donne, fanciulli, vecchi ai carri trionfali, quest’essa era la gloria, quest’essa era la virtù. A tali atrocità il marmo degli scultori ed il canto dei poeti era riservato. Quante volte i nostri giovani cuori non palpitarono essi di ammirazione, pur troppo! e di emulazione a somigliante spettacolo! In tal modo i nostri professori, venerabili sacerdoti, pieni di cuore e di carità, ci preparavano alla vita cristiana! ». E cosiffatti tempi si chiamano i tempi-modelli, i tempi dell’eroismo e della grandezza d’animo; e quell’antichità pagana, in cui simili azioni si facevano, chiamasi « la più bella cosa del mondo, l’asilo calmo, pacifico e sano, destinato a conservare la gioventù fresca e pura ». Quest’esso è l’aere che da tre secoli la gioventù europea respira. Finalmente, l’albero diede i suoi frutti. Si era creduto che si poteva impunemente affidare al paganesimo la nostra educazione, la nostra letteratura, i nostri teatri, come se la logica del tempo non deducesse sempre, con inflessibile rigore, le conseguenze pratiche dalle teorie deposte nel cuore delle generazioni nascenti. Oggi, la benda fatale è caduta: la Rivoluzione francese fu la traduzione sanguinosa delle nostre idee di collegio. Essa si spiega, senza dubbio, con motivi estranei all’insegnamento classico. Ma si può mai dubitare che un tal insegnamento non v’abbia aggiunto una quantità d’idee false, di sensi brutali, d’utopie sovversive, di esperimenti fatali? Si leggano i discorsi pronunciati all’Assemblea Legislativa ed alla Convenzione Nazionale: non sono altro se non prosopopee, invocazioni, apostrofi a Fabrizio, a Catone, ai due Bruti, ai Gracchi, a Catilina. – Si sta per commettere un’atrocità? Per glorificarla si trova sempre l’esempio di un Romano. Ciò che l’educazione pose nello spirito passa nelle azioni. È cosa convenuta che Sparta e Roma siano dei modelli: bisogna dunque imitarle o parodiarle. L’uno vuole instituire i giuochi olimpici, l’altro le leggi agrarie ed un terzo il brodetto nero degli schiavi. « Che voleva Robespierre? Innalzare gli animi all’altezza delle virtù repubblicane dei popoli antichi (3 nevoso, anno III). Che mai voleva Saint-Just? Voleva offrirci la felicità di Sparla e di Atene, e che tutti i cittadini portassero sotto i loro panni il coltello di Bruto (23 nevoso, anno III). Che mai voleva i l sanguinario Carrier? Che tutta la gioventù guardasse in faccia oramai le braci ardenti di Scevola, la morte di Cicerone e la spada di Catone suicida. Che mai voleva Rabaut-Saint Étienne? Che secondo i dettami dei Cretesi e degli Spartani, lo Stato s’impadronisse dell’uomo sin dalla culla ed anche prima del nascere (16 dic. 1792). Che mai voleva la Sezione dei Trecento? Che si consacrasse un tempio alla Libertà, e si facesse erigere un altare sul quale bruciasse un fuoco perpetuo, nutrito da giovani Vestali (19 marzo 1794). Che mai voleva la Convenzione tutta quanta? Che le nostre comuni non contenessero più se non dei Bruti e dei Publicoli (Baccalaureato e socialismo, p. 48 e 58) ». – Non solo il paganesimo appare per intero nei discorsi, nelle massime e negli atti privati; esso passa nelle leggi, nei pubblici costumi e nei nomi. Il diritto del più forte, schifosa legge del mondo antico, diventa l’unica regola dei legislatori. Il sangue innocente tinge in rosso il palco e si mischia a torrenti alle onde dei nostri fiumi; la spogliazione è di moda in tutta quanta la Francia. Nelle pubbliche feste ritorna tutta quanta la mitologia: i Genii, il Tempo, la Vecchiezza, le Stagioni, i carri trascinati dai buoi colle corna dorate; sulle piazze, nelle vie ricompaiono le Baccanti scapigliate. La più infame delle Dee pagane risale sugli altari; essa ha i suoi sacerdoti e i suoi adoratori; il Panteon riceve i cittadini giudicati degni dell’apoteosi. Noi abbiamo la repubblica, il popolo-re, dei licei, degli Atenei, dei Pritanei, dei ginnasti, degli ippodromi, dei circhi olimpici, dei comizi, delle municipalità, dei prefetti, dei consoli, un dittatore, un tribunato, un senato, un imperatore, dei decreti, dei Senatus-consulti; l’aquila guida le nostre legioni alla vittoria; ed affinché nulla manchi a questa atroce e burlesca parodia, ci si costringe a porci in capo il berretto frigio. I costumi diventano feroci, il dar del tu a tutti rientra nella lingua; il giuramento d’odio alla monarchia è rinnovato conforme ai Romani; dovunque, i loro Mani sono invocati; Bruto ha imitatori. – I Francesi del secolo XVIII si gloriano di portare i nomi di Catone, di Scevola, di Manlio, di Anacarsi, di Dracone, di Simonide, di Socrate, di Gracco e di Anassagora. In qual modo simili pazzie, per non dire simili atrocità, poterono commettersi con un sì strano buon esito? Carlo Nodier risponderà. Dopo aver dipinto le scene orribili della Rivoluzione e la bruttura delle Assemblee popolari, soggiunge: « Ciò che v’ha di notevole si è che noi non eravamo affatto preparati ad un tal ordine di cose eccezionali, noi altri scolari, che da un’educazione anomala ed anormale eravamo assiduamente preparati sin dall’ infanzia a tutte queste aberrazioni di una politica senza base. Non v’era gran sforzo a fare per passare dai nostri studi di collegio alle discussioni del foro e alla guerra degli schiavi. La nostra ammirazione era già tutta per le istituzioni di Licurgo e pei tirannicidi delle Panatenèe: non ci si era mai parlato d’altro che di questo. « I più vecchi di noi riferivano che, alla vigilia dei nuovi avvenimenti, il premio della composizione di retorica si era disputato tra due perorazioni, alla guisa di Seneca l’oratore, in favore di Bruto l’antico e di Bruto il giovine. Non so chi l’abbia vinta agli occhi dei giudici; se colui che uccise il proprio padre o se colui che uccise i suoi figliuoli: ma il laureato fu incoraggiato dall’Intendente, accarezzato dal primo Presidente ed incoronato dall’Arcivescovo. All’indomani si seppe d’una rivoluzione e se ne meravigliarono, come se non si avesse dovuto sapere ch’essa si era fatta nell’educazione del popolo. « Se la moda di tali pedantesche suasorie si rinnovasse, e se si trattasse di decidere chi, di Voltaire o di Rousseau, abbia maggiormente contribuito all’annientamento delle nostre vecchie dottrine monarchiche e religiose, confesso che sarei passabilmente imbarazzato nella scelta; ma non dissimulerei che Tito Livio e Tacito vi ebbero una buona parie. Cotale testimonianza, la filosofìa del secolo XVIII non può non renderla ai Gesuiti, alla Sorbonna ed all’Università (Rimembranze, t. I, 88) ».

CAPITOLO XXIV

SEGUITO DEL PRECEDENTE

Abbiamo veduto il paganesimo antico riprodotto, tratto per tratto, nell’Europa moderna dalla guerra esterna ed interna quasi continua, da un amore feroce della libertà, da un patriottismo selvaggio, così bene imitato secondo i Greci e i Romani, che non si sa quale divario trovare tra i novelli e gli antichi Bruti, tra la lingua, i disegni, le azioni, ed i costumi degli uni e degli altri. Rendiamo compiuto questo quadro che non si potrebbe abbastanza studiare. Quale altra lezione il paganesimo classico dà alla gioventù? Ignorando la vera nozione del potere, il paganesimo classico le dimostra il dispotismo come l’unica legge della società; e siffatto dispotismo passando a volte dalle mani della moltitudine in quelle di un solo uomo. Tale si è l’idea colla quale da tre secoli in qua vien resa famigliare la gioventù. Il paganesimo classico mostra alla gioventù i l potere sovrano non già come cosa divina, la cui origine non trovasi sulla terra; non già come un deposito divino il cui depositario deve rendere conto a Dio; non già come un carico che richiede il sacrificio continuo del superiore all’inferiore; ma sì come cosa d’origine umana, come un deposito umano il cui depositario deve conto all’uomo solo; non già come un carico, ma come un benefizio che suona gloria, onori, piaceri a colui che lo possiede. In una parola, il paganesimo classico falsifica affatto la nozione del potere politico, il quale, più non essendo se non un mandato umano od una conquista della forza, finisce sempre col dispotismo di un solo uomo o della moltitudine. – Quindi vediamo in tutte le repubbliche classiche assemblee popolari di continuo rinnovate per trasmettere il potere, per determinarne i limiti, per giudicarne i contabili; vediamo tribuni faziosi per equilibrare la loro autorità, ed un senato geloso per sorvegliarne l’esercizio. Poscia rivalità e gelosie perpetue; poscia cospirazioni per togliere il potere, o congiure per assassinare i tiranni; poscia elogi egualmente assoluti agli assassini ed ai tiranni, a Bruto e a Cesare, a Cicerone ed ai Triumviri; poscia finalmente la repubblica sempre palleggiata, che inevitabilmente finisce con cadere in eccessi di licenza sfrenata, e quindi in un’abbietta servilità. Tale si è il nuovo tratto del quadro col quale, da tre secoli in qua, vien resa famigliare la gioventù, avendosi cura di ripeterle, qui come altrove, l’eterno ritornello che il sig. Thiers ridice ancora ai dì nostri, e che, nell’ora stessa in cui io vergo queste linee, risuona in lutti i collegi d’Europa: L’antichità è quanto vi è di bello al mondo. Ma qui eziandio giudichiamo l’albero dai suoi frutti. Quali sono le risultanze politiche di simile educazione? Da una parte, la totale alterazione della vera nozione del potere; d’altra parte, la glorificazione e la pratica di queste teorie sovversive. Alterazione della vera nozione del potere. I secoli cristiani ripetevano con San Paolo che ogni potere viene da Dio. Ora, dite di presente all’Europa, discepola del paganesimo, che ogni potere deriva da Dio, e dipende da Gesù Cristo, Re dei Re, Signore dei signori; combattete il dogma pagano della sovranità del popolo: e vedrete se v’ha una sola nazione che vi capisca, e vedrete quanti saggi vi risponderanno con non altro che con un sorriso di pietà. Leggete i discorsi solenni, i discorsi in certo modo nazionali, discorsi del trono, discorsi degli oratori parlamentari, e guardate se non vi trovate ad ogni pagina il nome della Nazione, il nome del Popolo, il nome della Patria, invocato in tutta Europa come la ragion suprema del diritto e del dovere. Perché mai la ripetizione così frequente di tal nome, sostituito al nome di Dio, se non perché l’autorità ch’esso esprime è onnipossente, sola possente, sola considerata come la sorgente del potere nel mondo politico d’adesso? Glorificazione e pratica delle teorie sovversive del paganesimo. Leggete i giureconsulti, i legisti, i filosofi della moderna Europa, tutti nutriti della bella antichità pagana; che cosa vi troverete? Essi vi raccontano che « la società è un contratto; che per essere legittimo il Governo, esser deve fondato sul libero consenso dei sudditi, che senza di ciò esso non è se non violenza, usurpazione, assassinio (Rousseau , Emilio, t. IV, p. 349; Enciclop., Autorità politica; Sistema della natura, 1.1, c. 9. e 16.); che ogni potere viene dal popolo; che il popolo si è la sola potenza la quale non abbia d’uopo d’aver ragione per legittimare i suoi atti (Rousseau, ib.); che insegnare che i principi tengono il loro potere da Dio è una massima immaginata dal clero, il quale non pone i re al di sopra del popolo, se non per comandare ai re stessi in nome della Divinità; dunque non è altro che una catena di ferro la quale tiene una intera nazione sotto i piedi di un solo uomo ; che il Magistrato supremo altro non è se non il primo fattorino della nazione (Elvezio, Dell’uomo, t.II nota 5 p.596); che nei secoli di barbarie si poté pascere d’ambigue parole gli spiriti traviati da un’epidemia di fanatismo, e tener saldi con vuoti suoni dei greggi che camminavano solo al suono delle trombe; ma quando uno Stato si è incivilito, forse che allora esso cerca nelle tenebre dell’ignoranza e dell’errore le fondamenta dell’autorità legittima? che il popolo è il solo sovrano; che esso ha il diritto di giudicare i re; che il loro mandato viene dalla sua volontà; .quando essi lo violano, il loro mandato è infranto; che l’insurrezione è il più santo dei doveri (Dichiaraz. e discorsi di tutti gli oratori rivoluzionari del 93 e del 1848 inclusivamente.) ». E il popolo insorse da un capo all’altro d’Europa, e giudicò i tiranni, e si trastulla colle corone come un fanciullo coi balocchi; e noi vedemmo in meno di un mezzo secolo cinquantadue troni andare in frantumi, e le sanguinose loro reliquie trascinate nel fango dei trivii dal popolo-sovrano; e v’ebbero canti di trionfo per gli assassini dei re, come già ve ne furono per Scevola, per Bruto, per Macrone e per Stefano; e la società sempre divisa dall’odio, sempre palleggiata tra le fazioni, passa alternativamente dalla tirannide la più dura alla servilità la più vile; i più fieri Bruti del 93 diventano i più schifosi servitori del soldato fortunato che indorò le cuciture dei loro abiti; oggi pure, malgrado le sue superbe pretese alla libertà ed all’eguaglianza, la società si sottometterà senza fiatare al Tiberio che vorrà porle il piede sul collo. Aspettando di obbedire alla sciabola d’un soldato pretoriano, la società obbedisce alla penna di un commesso, come una macchina alla cieca forza che la fa muovere. Ecco ciò che noi siamo da tre secoli in qua, ed ecco ciò che dobbiamo essere. Ritornato al paganesimo colla sua educazione, il mondo dové a forza rientrare nelle condizioni sociali del paganesimo: rivalità, anarchia, dispotismo, servilità, instabilità, rivoluzioni. Riflettete e conchiudete. Rimane a porre in luce un ultimo frutto dell’albero pagano. – « Il vero progresso, dice l’illustre pubblicista spagnolo Donoso Cortes, consiste nel sottoporre l’elemento umano, che corrompe la libertà, all’elemento divino, che la purifica. La società seguì una via diversa riguardando siccome la morte l’impero della fede; e proclamando l’impero della ragione e della volontà dell’uomo, rese assoluto, universale e necessario il male, che era relativo, eccezionale e contingente. Questo periodo di rapida retrogradazione cominciò in Europa colla restaurazione del paganesimo letterario, che successivamente produsse le restaurazioni del paganesimo filosofico, del paganesimo religioso e del paganesimo politico. Oggi il mondo è alla vigilia dell’ultima di queste restaurazioni, la ristaurazione del paganesimo socialista ( Lettera al signor di Montalembert, 4 giugno 1849.) ». – Ah sì! Il socialismo che ci minaccia è un frutto del paganesimo classico. Esso è insegnato dagli autori dei quali s’insegna alle generazioni d’Europa a considerare le parole come oracoli, e le teorie sociali come quanto v’ha al mondo di più perfetto e di più leggiadro. – Il socialismo intacca nelle sue basi la famiglia e la proprietà e tende a realizzare, coll’annientamento della libertà individuale a profìtto dello Stato, il più vasto, il più vergognoso, il più spaventoso dispotismo che mai abbia pesato sul mondo. Ora, il paganesimo che ci si insegna ad ammirare, insegna e pratica il socialismo nella famiglia. « Legislatori di popoli guerrieri, Licurgo e Platone capiscono che la famiglia può indebolire l’abnegazione militare. Noi stessi lo sentiamo, poiché vietiamo il matrimonio ai nostri soldati. Pure bisogna che la popolazione cresca. Come risolvere il problema? Come fecero Platone in teoria e Licurgo in pratica? Colla promiscuità. Platone e Licurgo, ecco i nomi che ci si avvezza a non pronunziare se non con idolatria (Baccalaureato e Socialismo, p. 14.) ». – Roma stessa, degna discepola della Grecia, consacrò il concubinato e il divorzio (3 V. Storia della famiglia, t. I, c. 9 e 10.). V’ha di più: nell’antica famiglia il socialismo assorbe la libertà della donna e del figliuolo a pro del padre, come lo Stato medesimo assorbe a suo pro la libertà del padre. Infatti, Licurgo stabilisce in principio che il figliuolo appartiene non già a suo padre, ma sì allo Stato, e noi vedemmo con qual barbaro rigore codesta legge socialista si eseguisse. Vedemmo eziandio che tali teorie pagane sulla famiglia e sul figliuolo sono diventate la base delle istituzioni dell’Europa moderna col divorzio, colla coscrizione militare e col monopolio dell’insegnamento. Se esse non sono riprodotte alla lettera, ringraziamone il Cristianesimo, il cui segreto influsso ci vieta d’essere sì cattivi come i nostri princìpi. – In quanto alla proprietà, io sfido a trovarne in tutta quanta l’antichità una definizione passabile (L’antichità era incapace di darne una. Allora l’uomo non essendo seriamente responsabile innanzi a Dio, non poteva essere realmente inviolabile innanzi agli uomini. « Infatti, l’uomo non è inviolabile se non perché egli ha una responsabilità assoluta innanzi a Dio. La proprietà, frutto dell’uomo, non è inviolabile se non della inviolabilità dell’uomo. Dacché egli non è più responsabile innanzi a Dio, perde la sua inviolabilità sulla terra: la sua proprietà non è più inviolabile di quella del lupo. La difenda, se può; ma la proprietà non è più legittima.). – La vera base della proprietà è la volontà del Proprietario universale di ogni cosa: è codesta parola di Dio: Tu non ruberai: non furtum facies. L’antichità o aveva dimenticato o aveva sprezzato questa ed invece di fondare il diritto di possedere sulla autorità di Dio, l’aveva fondato sull’autorità dell’uomo, cioè sull’autorità della legge. Ma se la legge umana crea la proprietà, la legge umana la può distruggere; è questo il principio del socialismo moderno. Quanto alla supremazia assoluta dello Stato e quanto all’assorbimento della libertà individuale nella volontà di un capo: che questo capo si chiami l’areopago, gli arconti, il Senato, Augusto o Tiberio, questo principio fu praticato in tutta quanta l’antichità classica con un rigore che non sarà sorpassato se non dal socialismo che ci si prepara. Il figliuolo vi era schiavo, la donna vi era schiava, i tre quarti del genere umano erano schiavi. Quest’ordine di cose non era se non l’applicazione degli insegnamenti della filosofia. Il suo più celebre rappresentante, Platone, sciogliendo successivamente tutti gli elementi dal multiplo, giunge all’unità assoluta, cima della sua dialettica. Circoscritta nello spazio delle idee astratte, codesta teoria non è più pericolosa di un’altra; ma applicata al governo delle cose umane, contiene il vizio irrimediabile di annichilare l’individuo sacrificandolo tutto quanto al complesso. Platone, sempre coerente a se stesso, e collo sguardo rivolto alla sua unità assoluta, proclamò infatti nella sua repubblica la comunanza dei beni, la comunanza delle donne, la direzione del cittadino per mezzo dello Stato, dalla culla sino alla tomba. Tali sono le istituzioni che ci si insegna ad ammirare. E voi volete che non si trovino uomini disiderosi di diventare tanti Minossi, tanti Licurghi, tanti Soloni, tanti Numa, tanti Platoni, tanti fabbricatori di costituzioni e di repubbliche sullo stampo delle repubbliche greche e romana! – « Voi esagerate, mi si dirà; non è guari possibile che la nostra gioventù studiosa attinga alla bella antichità opinioni e sensi sì deplorabili. E che mai volete ch’essa vi attinga se non quello che vi si trova? Fate uno sforzo di memoria e rammentatevi con quale disposizione d’animo siete entrato nel mondo Per me, quand’io vedo la società presente gettare i giovani, a decine di migliaia, nello stampo dei Bruti e dei Gracchi, per lanciarli poscia, incapaci d’ogni utile lavoro, nella stampa e nella via, mi stupisco che la società resista a tale prova. Poiché l’insegnamento classico non ha solo l’imprudenza di tuffarci nella vita greca-romana; esso vi ci tuffa avvezzandoci ad appassionarci per quella, a considerarla quale il bello ideale dell’umanità, tipo sublime, troppo alto collocato per le anime moderne, ma che noi dobbiamo sforzarci d’imitare senza mai pretendere di raggiungerlo (Baccalaureato e Socialismo, p. 20.). L’insegnamento classico ha ragione: noi non raggiungeremo mai il sistema sociale del paganesimo. O noi cadremo più in basso, o rimarremo molto al di sopra. « La rivoluzione cristiana è un fatto compiuto, del quale si devono subire le conseguenze. Voi fareste rivivere tutti i geni politici, militari, poetici, filosofici, artistici dell’antico mondo, ed essi sarebbero impotenti a ricostruire le società di cui furono la gloria. Uscite un po’ dalla cerchia fanciullesca delle vostre idee di collegio per tener conto delle realtà. Non vedete voi che il banchetto sociale, al quale l’Europa d’altra volta ammetteva appena dieci milioni di padroni, serviti da duecento milioni di schiavi, è molto troppo stretto pei duecento cinquanta milioni di padroni, di cui non un solo non esiterebbe a sfoderare la spada contro chi gli dicesse: sii tu il mio schiavo? – « Che un tale spirito di fratellanza, di eguaglianza e di libertà, il quale agita i popoli cristiani sia cosa lamentevole per gli ammiratori delle società antiche, sta bene; ma pure è un fatto vivo. – « Ora, ecco una delle conseguenze di questo fatto: lo spazio che poteva bastare alla vita di dieci milioni di cittadini formati dai legislatori della Grecia e del Lazio, sarebbe insufficiente ad un numero eguale d’uomini educati dall’Evangelio: come dunque basterebbe a duecento cinquanta milioni di cristiani? « Noi abbiamo popolazioni venti volte più numerose e senza paragone più esaltate nelle loro idee e nelle loro pretese che non le popolazioni libere dell’antichità. Volere che queste masse di giganti si muovano in buon ordine o rimangano immobili nella sala di equitazione in cui presero le loro mosse ed in cui finirono con rimanere soffocati i figliuoli di Cecrope, di Licurgo, di Romolo e di Numa , si è un volere l’impossibile, si è un originare disastri. – « Però, tale fu lo scopo dei nostri moderni sistemi di educazione, se tuttavia è permesso di chiamare sistemi l’impasto sragionato dei più strani elementi (il sig Martinet, Della educazione dell’uomo) ».

CAPITOLO XXV

SEGUITO DEL PRECEDENTE

Continuiamo a spiegare il fatto particolare che in questo momento ci occupa, il fatto che sulla soglia dell’avvenire si erge come un gigante innanzi al mondo atterrito: il comunismo ed il socialismo. Come volete voi che la gioventù studiosa, non ne attinga i principi nella nostra educazione pagana, giacché vi si trova tutto quanto, e mentre gli uomini i più segnalati non seppero schermirsene? Lo dico a malincuore e scusandone le intenzioni: « La lunga frequentazione degli antichi non fece forse un comunista di Fénélon, di questo uomo che l’Europa moderna considera a ragione quale il più bel tipo della perfezione morale? Leggete il suo Telemaco, questo libro che si ha fretta di porre in mano alla gioventù; voi vi vedrete Fénélon toglier a prestito i lineamenti della Sapienza medesima per istruire i legislatori. E su qual disegno organizza egli la sua società-modello? Da un lato, il legislatore pensa, inventa, opera; dall’altro, la società, impassibile, inerte, lascia fare. – Il motore morale, il principio d’azione è in tale guisa strappato a tutti gli uomini per essere l’attributo di un solo. Precursore dei nostri moderni più ardili organizzatori sociali, Fénélon decide del cibo, della dimora, tutti i Salentini. Egli dice ciò che loro sarà permesso di bere e di mangiare, su qual disegno le loro case dovranno essere fabbricate, quante camere conterranno, e come saranno addobbate. « Mentore, egli dice, stabilì magistrati ai quali i mercanti rendevano conto delle sostanze loro, dei loro lucri, delle loro spese e delle loro imprese… D’altra parte la libertà del commercio era intera… Mentore regolò gli abiti, il cibo, le suppellettili, la grandezza e l’addobbo delle case per tutte le varie condizioni.«Regolate le condizioni della nascita, diceva al re …. Le persone del primo grado, dopo voi, saran vestite di bianco…. quelle del secondo grado, d’azzurro,… le terze, di verde…. le quarte, d’un giallo roseo…. le quinte, d’un rosso pallido o roseo…. le seste, d’un grigio di lino …. e le settime, che saranno le ultime del popolo, d’un colore misto di giallo e di bianco. – Ecco gli abiti di queste varie condizioni per gli uomini liberi. Tutti gli schiavi saranno vestiti di grigiobruno; non si permetterà mai alcun cambiamento, né per la sorta delle stoffe, né per la forma degli abiti. Egli regola parimenti il cibo dei cittadini e degli schiavi; dà modelli di un’architettura semplice e graziosa. – Volle che ogni casa, alquanto considerevole, avesse una sala ed un portico, con camerette per tutte le persone libere ». Non si ravvisa qui forse una fantasia riscaldata dalla lettura di Platone e dall’esempio di Licurgo, divertendosi a fare esperimenti su vili uomini come su vile materia? Dove si troverà descritta in termini più seducenti l’onnipotenza dello Stato, il suo diritto di sistemazione universale, la sua personalità unica, sognata dagli attuali nostri socialisti? Non vi è forse ragione di chiedere a se stessi se ciò che si è letto è una pagina di Telemaco od un capitolo dell’Icaria del signor Cabet? « Vi è un altro uomo, quasi simile a Fénélon per il sapere e per il cuore, il quale s’occupò di educazione più che non Fénélon: egli è Rollin. Ebbene! A qual grado mai d’infermità intellettuale e morale la lunga frequentazione dell’antichità non aveva ridotto il buon Rollin Non si possono leggere i suoi libri senza sentirsi presi da tristezza e da pietà. Non si sa s’egli sia cristiano o pagano, tanto si mostra imparziale tra Dio e gli dei. I miracoli della Bibbia e le leggende dei tempi eroici trovano in lui la medesima credulità. Sul suo placido volto vedesi sempre errare l’ombra delle passioni guerriere; egli non parla che di giavellotti, di spade e di catapulte; per lui è uno dei problemi sociali i più importanti il sapere se la falange macedone valesse meglio che non la legione romana. Egli esalta i Romani, perché non si applicarono se non alle scienze che hanno per oggetto la dominazione, l’eloquenza, la politica, la guerra. Tutto il suo incenso è per Marte e per Bellona: a gran pena ne brucia alcun granello al Cristo…. L’intervento del legislatore in tutto sembra a Rollin così indispensabile, ch’egli si allegra coi Greci che un uomo per nome Pelasgo sia venuto ad insegnar loro a mangiare ghiande. Prima di Pelasgo, dice, i Greci si pascevano d’erba come i bruti (Baccalaur. e Social., p. 28.) ». Dopo qualche riserva per le leggi di Licurgo, Rollin ammette senza difficoltà il principio comunista di questo legislatore, cioè: che la legge crea la proprietà. « Il ladrocinio, dice, era permesso in Isparta, ed era con severità punito fra gli Sciti. Il motivo di simigliante differenza è sensibile; si è che la legge, la quale sola decide della proprietà e dell’uso dei beni, nulla fra gli Sciti, aveva concesso ad un particolare sulla possessione di un altro, e che la legge, fra gli Spartani, aveva fatto tutto l’opposto ». Se la legge è la ragione d’essere della proprietà, perché mai, domanda Proudhon, non sarebbe essa pure la ragione d’essere del furto? Che rispondere a siffatta domanda? – Dopo Rollin viene Montesquieu, ogni frase del quale ebbe per tanto tempo il privilegio di fare autorità, ed i cui scritti esercitarono sullo spirito della società un decisivo influsso. Ora Montesquieu, degno discepolo del paganesimo, non cessa d’ammirare e di proporre all’ammirazione dei suoi lettori le istituzioni dell’antichità le più comuniste e le più barbare. « Gli antichi Greci, dice, penetrati della necessità che i popoli viventi sotto un governo popolare fossero educati alla virtù, fecero, per ispirarla,istituzioni singolari…. Le leggi di Creta erano l’originale di quelle di Sparta, e quelle di Platone ne erano la correzione. Prego che si ponga un po’ di attenzione all’estensione di genio che era d’uopo a quei legislatori per vedere che, urlando lutti gli usi ricevuti, confondendo tutte le virtù, mostrerebbero all’universo la loro saggezza. Licurgo, mescolando il furto collo spirito di giustizia, la schiavitù la più dura colla libertà estrema, i sensi i più atroci colla più grande moderazione, diede stabilità alla città sua. Ei parve toglierle tutte le fortune, le arti, il commercio, il danaro, le mura: vi si ha dell’ambizione senza speranza di stare meglio; vi si hanno i sensi naturali, e e non vi si è né figliuolo, né marito, né padre. Per queste strade Sparta è condotta alla grandezza ed alla gloria; ma con tanta infallibilità nelle sue istituzioni, che nulla si otteneva contro essa guadagnando battaglie, se non si giungeva a toglierle la sua polizia (Spirito dello Leggi, lib. i v , e. 8. ) ». Più lungi, esaltando lo spirito d’ambizione che, ad esempio dei Greci e dei Romani, spinge oggi la gioventù d’Europa intera al dispregio delle professioni umili, ma utili, e produce la sclassificazione universale, così si esprime: « Bisogna riporsi in capo che nelle città greche, in quelle specialmente che avevano per principale oggetto la guerra, tutti i lavori e tutte le professioni che potevano condurre a guadagnar denaro erano considerale come indegne d’uomo libero. « La maggior parte delle arti, dice Senofonte, corrompono i l corpo di coloro che le esercitano; esse obbligano a sedersi all’ombra o presso al fuoco: non si ha tempo né pei proprii amici, né per la repubblica ». Non fu se non nella corruzione di alcune democrazie che gli artigiani giunsero ad essere cittadini. Aristotele ce lo narra, e sostiene che una buona repubblica non darà mai ad essi il diritto di città. Stupitevi se oggi tutti vogliono essere cittadini, se i libri dei filosofi ed i discorsi dei rivoluzionari sono pieni di declamazioni contro le arti, e se il popolo-re ne infranse sì stupidamente i capi d’opera! – « L’agricoltura, prosiegue Montesquieu, era eziandio una professione servile, ed ordinariamente era esercitata da qualche piopolo vinto: dagli Iloti fra i Lacedemoni, dai Perièci fra i Cretesi, dai Ponesti fra i Tessali, e da altri popoli schiavi in altre repubbliche. Finalmente tutto il commercio era infame fra i Greci. Avrebbe bisognato che un cittadino avesse reso servizi ad uno schiavo, ad un locatario, ad uno straniero: questo pensiero era avverso allo spirito della libertà greca. Perciò Platone vuole, nelle sue leggi, che si punisca un cittadino che commerci. Si era adunque molto imbarazzati nelle repubbliche greche: non si voleva che i cittadini lavorassero nel commercio, nell’agricoltura, né nelle arti; nemmeno si voleva che fossero oziosi. Essi rinvenivano una occupazione negli esercizi che dipendono dalla ginnastica ed in quelli che avevano relazione colla guerra: l’istituzione non ne dava altre ad essi (Spirito delle Leggi, lib, v.) ». Ma ecco cosa più direttamente comunista: « Non basta, soggiunge il degno rampollo della bella antichità pagana, che in una buona democrazia le parti di terreno siano eguali; bisogna che siano piccole, come fra i Romani…. Come l’eguaglianza delle fortune mantiene la frugalità, così la frugalità mantiene l’eguaglianza delle fortune. Queste cose, sebbene diverse, sono tali che non possono stare l’una senza dell’altra ». – Più lungi, egli trova meravigliosa un’istituzione che farà sorridere i signori Cabet e Consideraut. « I Sanniti, dice, avevano un’usanza la quale, in una repubblichetta, ed in ispecie nella condizione in cui versava la loro, produr doveva ammirabili effetti. Si che chi era dichiarato il migliore di tutti prendeva per moglie la fanciulla che egli voleva; quegli che dopo lui otteneva i suffragi sceglieva eziandio, e così di seguito…. Sarebbe malagevole immaginare una ricompensa più nobile, più grande, meno a carico di un piccolo Stato, più capace di operare su ambo i sessi. I Sanniti discendevano dagli Spartani, e Platone, le cui istituzioni non sono se non il perfezionamento delle leggi di Licurgo, promulgò a un dipresso una simile legge (Spirito delle Leggi, lib. VIII, c. 16.) ». Montesquieu avrebbe dovuto dirci quali erano gli effetti meravigliosi di tali sponsali, imposti dalla legge. Quanto io ne so (e questo non è per nulla meraviglioso) si è che la libertà di una delle parti non era menomamente contata. Quando dunque gli apostoli della libertà saranno essi d’accordo con loro medesimi? – A misura che il tempo procede, i frutti dell’albero pagano giungono alla loro maturità. Dopo Montesquieu viene Rousseau. Più d’ogni altro, il suo spirito ispirò la Rivoluzione francese. « Le sue opere, dice Luigi Blanc, erano sul tavolo del Comitato di Salute Pubblica. I suoi paradossi, che il suo secolo prese per audacie letterarie, dovevano bentosto risuonare nelle assemblee della nazione sotto la forma di verità dogmatiche e taglienti siccome fa spada. Il suo stile ricordava il linguaggio veemente e patetico di un figliuolo di Cornelia. Pagano pel linguaggio, Rousseau lo era anche per i pensieri; egli stesso dice che la lettura di Plutarco lo fece quale egli è. Poi, rendendo omaggio a Sparta, sua madre nutrice, grida: « Dimenticherò io che fu in seno alla Grecia che si vide innalzare quella città così celebre per la sua fortunata ignoranza, come per la sapienza delle sue leggi? quella repubblica di semidei, anziché d’uomini, talmente le loro virtù parevano superiori alla umanità? O Sparta! eterno obbrobrio di una vana dottrina! Mentre ì vizi, guidati dalle belle arti, si introducevano in Atene; mentre un tiranno vi adunava con tanta cura le opere del principe dei poeti, tu cacciavi dalle tue mura le arti e gli artisti, le scienze e i dotti (Discorso sulla ineguaglianza delle condizioni.)! »Dopo d’avere, con tali declamazioni, empiuto d’idee spartane lo spirito pubblico e preparato l’atroce vandalismo della Rivoluzione francese, egli prosegue ad inspirare se stesso alla bella antichità per scalzare le basi tutte della società: « Io mi fingerò, dice, nel liceo d’Atene, ripetendo le lezioni dei miei maestri, avendo per giudici i Platoni ed i Senocrati, e l’uman genere per uditore. Sinché gli uomini stettero paghi alle loro rustiche capanne, sinché stettero paghi a cucire le loro vesti di pelli con ariste, ad abbigliarsi di penne e di conchiglie, a dipingersi il corpo di vari colori ;…. sinché non si occuparono se non delle opere che un solo poteva fare, essi vissero liberi, sani e felici. Dal punto che un uomo ebbe d’uopo dell’aiuto di un altro uomo; dal punto che fu visto esser vantaggioso ad un solo l’avere provvisioni per due, l’eguaglianza disparve, la proprietà s’introdusse, il lavoro diventò necessario. La metallurgia e l’agricoltura furono le due arti, la cui scoperta produsse questo grande rivolgimento. Pel poeta, si è l’oro e l’argento; pel filosofo, si è il ferro e il grano che incivilirono gli uomini e perdettero il genere umano (Discorso sulla ineguaglianza delle condizioni) ». Uscire dallo stato sociale per rientrare al più presto nello stato di natura; sconoscere tutte le relazioni di superiorità, di rispetto, d’affetto, di proprietà, che il patto sociale, prodotto della corruzione, stabilì fra gli uomini; proclamare il diritto inalienabile ed illimitato d’ogni individuo a quanto lo tenta ed a quanto egli può raggiungere; tali sono, secondo Rousseau, i doveri naturali dell’uomo. Sei fosse morto alcuni anni più tardi, avrebbe visto con i suoi occhi questi doveri letteralmente adempiti dai suoi discepoli; e Licurgo, Platone e Senocrate, suoi degni maestri, commuoversi d’aver trovato un interprete sì fedelmente ascoltato.Infatti, Rousseau aveva detto : « La proprietà è di convenzione e d’instituzione umana, mentre la libertà è un dono della natura ». E Mirabeau prosiegue: « La proprietà è una creazione sociale. Le leggi non proteggono, non mantengono, solamente la proprietà, ma la fanno nascere ». Nel suo famoso discorso sulla soppressione delle decime, nel quale il sig. Thiers, il difensore della proprietà, trova tratti decisivi di ragione e d’ironia, il focoso oratore così si esprime: « La decima è il sussidio col quale la nazione salaria gli ufficiali di morale e d’insegnamento ». La sconvenienza di queste espressioni fece nascere mormorii alla destra dell’Assemblea, ed allora l’eloquente marchese esclamò: « Tempo sarebbe che si abiurassero i pregiudizii d’ignoranza orgogliosa che fan disprezzare le parole salario e salariati. Io non conosco se non tre modi di esistere nella società: bisogna esservi mendicante, ladro o salariato. Il proprietario non è egli stesso se non il primo dei salariati. Ciò che noi chiamiamo volgarmente la proprietà non è altro se non il prezzo che gli paga la società per le distribuzioni ch’egli è incaricato di fare agli altri individui colle sue spese: i proprietarii sono gli agenti, gli economi del corpo sociale ». – Robespierre soggiunge : « Definendo la libertà, questo primo bisogno dell’uomo, il più sacro dei diritti che egli ha dalla natura, noi abbiamo detto a ragione ch’essa ha per limite il diritto altrui. Perché non avete voi applicato questo principio alla proprietà, che è un’istituzione sociale, come se le leggi di natura fossero meno inviolabili delle convenzioni degli uomini?… La proprietà è il diritto che ciascun cittadino ha di godere e di disporre dei beni che a lui sono garantiti dalla legge ». Da questo segue che il legislatore può mettere all’esercizio del diritto di proprietà, poiché egli lo crea, le condizioni che a lui piacciono. Così Robespierre si affretta a dedurre dalla sua definizione il diritto al lavoro, il diritto all’assistenza, l’imposta progressiva. – « La società, ei dice, è obbligata a provvedere alla sussistenza di lutti i suoi membri, sia procurando ad essi lavoro, sia assicurando mezzi di esistenza a coloro, che sono fuori stato di lavorare. I soccorsi necessari all’indigenza sono un debito del ricco verso il povero. Appartiene alla legge il determinare il modo in cui questo debito debba essere soddisfatto. I cittadini, il cui reddito non eccede quanto è necessario alla loro sussistenza, sono dispensati dal contribuire alle pubbliche spese. Gli altri le devono sopportare progressivamente, secondo l’estensione della loro fortuna». Ancor più esplicito, Bruto Saint-Just proclama il lavoro una infamia, ed il comunismo l’unico mezzo di dare dei costumi ai Francesi: « Un telaio, egli dice con Licurgo, sta male al vero cittadino. La mano dell’uomo non è fatta se non per la terra e per le armi. Il giorno in cui io mi fossi convinto ch’è impossibile dare ai Francesi costumi dolci, sensitivi ed inesorabili verso la tirannia e l’ingiustizia, io mi pugnalerei. Sevi fossero costumi, tutto andrebbe bene; sono necessarie delle istituzioni per purgarli. Per riformare i costumi, bisogna cominciare dall’appagare il bisogno e l’interesse. Bisogna dare qualche terreno a tutti. 1 fanciulli siano vestiti di tela in ogni stagione. Dormano essi su pagliericci e dormano otto ore. Siano nutriti in comune e non vivano se non di radici, di frutta, di legumi, di pane e d’acqua: non possano mangiar carne se non dopo i sedici anni. Gli uomini di venticinque anni saranno tenuti di dichiarare ogni anno nel tempio i nomi dei loro amici. Colui che abbandona il suo amico senza sufficiente motivo sarà esiliato ». – Terminiamo queste citazioni che sarebbe agevole il moltiplicare. Mi si permetta soltanto di coronarle coll’aneddoto seguente. Allorché si trattò di dare alla Francia la costituzione dell’anno III, uno dei membri della Commissione incaricata di preparare il lavoro, Hérault de Séchelles, non trovò cosa migliore quanto il prendere a modello le leggi di Minosse. In conseguenza s’affrettò a scrivere ad uno dei suoi amici (Barthélemy), l’autore di Anacarsi, conservatore della Biblioteca Nazionale, pregandolo di mandargli senza indugio il codice del legislatore cretese! Provatevi adesso di negare la potenza delle rimembranze di collegio e l’influsso sociale della bella antichità! A bella posta io mi sono a lungo fermato sulla filiazione del socialismo. Da una parte, esso costituisce il più formidabile nemico della presente Europa; dall’altra, assalendo addirittura l’interesse materiale, esso é tale da far capire meglio di ogni altra considerazione il pericolo del paganesimo classico, di cui è l’irrecusabile progenitura. « Tale è dunque, in due parole, il cammino impresso alla Rivoluzione dal convenzionalismo greco-latino. Platone segnò l’ideale. – Sacerdoti e laici, nei secoli 16°, 17° e 18° si pongono a celebrare questa maraviglia: l’ora dell’operare giunge: Mirabeau discende il primo gradino, Robespierre il secondo, Saint-Just il terzo, Antonelle il quarto, e Babeuf, più logico di tutti i suoi predecessori, s’innalza da ultimo al comunismo assoluto, al platonicisino puro. Dovrei qui citare i suoi scritti; mi limiterò a dire, poiché questa è cosa caratteristica, ch’egli li firmava Caio Gracco ». Per attenuare l’influenza del paganesimo classico, si dice: « Le classi inferiori non conoscono nè Licurgo, nè Platone, e tuttavia esse sono oggidì socialiste ». Lascerò al nostro grande ammiratore dei pagani il sig. Thiers, l’onore di rispondere: « L’insegnamento secondario, egli dice, insegna ai giovanetti delle classi colte le lingue antiche… Né sono già soltanto parole che si insegnano ai giovani, insegnando loro il greco e il latino, ma sì nobili e sublimi cose (La spogliazione, la guerra, la schiavitù, il divorzio, il materialismo e il comunismo.), la storia dell’umanità sotto immagini semplici, grandi, incancellabili… L’istruzione secondaria forma ciò che si dice le classi colte di una nazione. Ora, se le classi colte non sono la nazione tutta quanta, esse la caratterizzano. I loro vizi, le loro qualità, le loro inclinazioni buone e cattive sono in breve quelle di tutta la nazione, e formano il popolo stesso col contagio delle loro idee e del loro sentire (Benissimo). L’antichità, osiamo dirlo ad un secolo orgoglioso di sé, l’antichità è ciò che v’ha di più leggiadro al mondo. Lasciamo, o signori, lasciamo i giovinetti nell’antichità come in un asilo calmo, pacifico e sano, destinato a conservarli freschi e puri ». – Si, o signori, continuate a mandare i giovinetti nella leggiadra antichità, in cui la schiavitù è la base del sistema sociale; in cui l’odio reciproco delle classi sociali è il senso universale; in cui il divorzio è consacrato dalla legge; in cui il socialismo è insegnato dalla filosofia, vantato dall’eloquenza, cantato dalla poesia: continuate a dar loro per modello la calma dell’antica Roma, la pace dell’antica Roma, la santità dell’antica Roma, e fate conto che ritornino a voi freschi e puri.

NOACHISMO: il vero obiettivo del modernismo infernale del “novus ordo”

Dall’angolo del falso concilio o conciliabolo, così detto Vaticano II, e grazie al concorso dei dirigenti franco-massoni che hanno dato e danno tuttora continuità al conciliabolo summenzionato, il giudaismo internazionale si è dunque sforzato di attaccare il Cattolicesimo Romano dal suo interno. Deviare la dottrina, significava snaturarla, distruggerla, annientarla. I fatti sono irrefutabili, la cronologia degli avvenimenti succedutisi dal “concilio” in poi, da svariati anni, approva in pieno questa tesi, oramai sotto gli occhi di tutti coloro che tengono gli occhi aperti! – L’avvento di uno pseudo-papa al servizio della causa mondialista è in fase di avanzata attuazione, iniziatasi visibilmente fin dal 26 ottobre del 1958. L’interreligiosità è ormai ben impiantata a Roma, caduta nella totale apostasia, a tal punto che l’ecumenismo [di stampo massonico] è paragonabile quasi ad un dogma di fede per i “dirigenti” post-conciliari. Questo corrisponde in ogni caso ad una volontà di ecumenismo religioso che la sinarchia mondialista ha da tempo perseguito. All’uscita della seconda guerra mondiale, il franco-massone Julian Huxley profetizzò l’evoluzione del Vaticano in questi termini: « la Chiesa cattolica dovrà essere poco a poco purgata dalle sue dottrine intransigenti e particolari, e non conserverà che le espressioni basilari della religione che possono essere condivise da una vasta fraternità religiosa e culturale che dovrà includere tutti i culti e tutte le civilizzazioni. » [discorso del 20/11/ 1946 in una riunione dell’UNESCO a Parigi]. Attualmente non resta che da completare questo “minestrone” ecumenico mescolando in un blasfemo “pentolone” tutte le confessioni [i cui déi sono demoni, come già recitava il salmista profetando nel salmo XCV], ed imponendo una falsa religione ai goïm [i non giudei e i non falsi giudei-kazari]. « La costituzione di una religione universale è lo scopo finale del Giudaismo, » ha scritto il rabbino Elia Benamozegh [in “Israele e l’umanità”, 1961]. Questa religione porta un nome: si tratta del NOACHISMO. – L’idea noachide per i non-giudei fu concepita dal Giudaismo. Essa proviene direttamente dal Talmud. Questa falsa religione deve sostituirsi al Cristianesimo senza necessariamente che se ne ripudi il nome. È una sorta di Cristianesimo nuovo – che non è necessariamente uno – che la sinagoga kabalista vuole si applichi ai gentili, questi non-Giudei, i disprezzati dal “popolo eletto” [da se stesso!]. – Il rabbino Elia Benamozegh conferma la natura propria del noachismo, questa (falsa) religione universale misconosciuta dal grande pubblico. Secondo il rabbino livornese, « il noachismo è la vera, l’unica, l’eterna religione dei gentili. » si tratta di un movimento religioso che « farà fare al Cristianesimo la sua ultima evoluzione […] mediante questa attitudine, che prendereste, potreste essere molto più utili al Giudaismo che se entraste nel suo seno, si, molto più utili dall’esterno che non dall’interno. Ma quando dico dall’esterno, è un modo di dire; in realtà il laico, il noachita, non è fuori dalla Chiesa, egli è nella Chiesa e costituisce egli stesso la vera Chiesa » [L’Église èclipsée, 1997]. Benamozegh precisa questa nozione importante: « non si tratta di cancellare il Cattolicesimo dalla superficie della terra, ma di operare una metamorfosi secondo i criteri della legge noachita ». [op. citata] è dunque ad una trasformazione della Religione Cattolica che il rabbino si richiama. Elia Benamozegh non è il solo ad approvare il naochismo per i goïm. In effetti già le “costituzioni di Anderson”, datate 1738 si pronunziano per una religione universale in cui ognuno dovrà seguire i sette principi di Noè. Citato da Aimé Pallière nel “Santuario sconosciuto”, Elia Benamozegh prosegue: « la religione dell’umanità non è altra cosa che il naochismo (…). Ecco la religione conservata da Israele per essere trasmessa ai gentili (…). Il noachide si ritrova nell’ambito della sola chiesa veramente universale, fedele di questa religione, come il giudeo ne è il sacerdote incaricato, non si dimentichi, di insegnare all’umanità la religione di questi laici, così come egli è tenuto, in quel che personalmente lo concerne, a praticare quella dei suoi sacerdoti. » – Questo neo-Cristianesimo deviato e mistificato, comporta le sette leggi di Noè, i sette comandamenti ai quali i goïm devono obbedienza. La proibizione dell’idolatria e della blasfemia, sono i primi due comandamenti. Essi cono centrati su Dio. Si distingue in seguito la proibizione dei rapporti carnali illeciti – l’adulterio e l’incesto in particolare che sprofondano nella dissolutezza. “Non uccidere” e “non rubare” sono altre due leggi noachite. Bisogna infine aggiungere l’istituzione dei tribunali. Questa ultima legge serve a copertura delle altre sei [e a farle rispettare]. Con il noachismo il Cristiano deve rinunciare ai suoi dogmi principali come la Santissima Trinità e la Divinità di Gesù-Cristo. Adottando questa nuova religione, egli deve perciò cessare di essere Cattolico! – Il noachismo è la realizzazione della formattazione talmudica per i goïm. In tal modo il popolo giudaico diventerebbe il popolo sacerdotale rispetto ai noachidi, di cui esso controllerebbe la falsa religione. Infatti, come lo ha sottinteso Benamozegh, il noachismo è al servizio del messianesimo giudaico talmudico, lasciando il sedicente fedele goïm all’interno della Chiesa. I giudei realizzerebbero così « questa bella teoria della kabbala che fa dell’unione e della concordia degli spiriti qua in basso, il mezzo per realizzare la discesa e lo stabilirsi della divinità sulla terra » [op. cit.], diceva Benamozegh. Prima di arrivare a questo stadio, il lavoro di demolizione deve essere compiuto dalla Chiesa del Vaticano II. Così è successo che i diversi “capi” usurpanti, specie i marrani Montini (c.d. Paolo VI], Woitiła [il teosofo comunista sedicente Giovanni Paolo II], e Ratzinger [l’emerito … Benedetto XVI], hanno fatto tanto per mascherare il satanismo giudaico e prepararne il trionfo finale, attraverso il Vaticano II. Questa evoluzione voluta dal giudaismo internazionale si inscrive nella continuità del conciliabolo rivoluzionario, [basta osservare anche le ultime “mosse” del marrano-laico Bergoglio, mai prete e mai vescovo, né tantomeno “papa” di cui rappresenta una tragica parodia.] Questa evoluzione raggiunge le aspirazioni del “nuovo (dis)ordine mondiale” sul piano religioso. La questione è ora vedere se essa si compierà pienamente, quali resistenze vi si opporranno, e se la prova sarà trasformata in una realizzazione. Questo attacco estremo può essere considerato come l’esito finale di questa cospirazione incessante contro la Chiesa di Cristo. Quando si amplia la prospettiva, una cosa appare oramai certa dalla storia bimillenaria: iniziando dalla Crocifissione di Cristo e perdurando nel corso dei secoli una feroce persecuzione, questo incessante attacco contro la Chiesa si iscrive in un immenso complotto contro Dio. Un complotto di vizi, in cui la giudeo-massoneria è al presente lo strumento di satana, nella sua eterna cospirazione contro l’ordine divino naturale. Ma il salmista aggiunge: “Dominus autem irridebit eum, quoniam prospicit quod veniet dies ejus” [Ps. XXXVI] … [ed essi dovrebbero ben conoscere lo scritto di Davide, quindi si aspettino le conseguenze!]

– Per comprendere i dettagli di un quadro già abbastanza chiaro, lasciamo la parola ad un rabbino dei nostri giorni che si esprime così in un incontro ebrei-cristiani (rav. Di Segni in: Shalom, mensile ebraico di informazione, n. 2/2002, p. 1).: « La Bibbia ci presenta due personaggi, Noè ed Abramo. Da Noè discende l’intera umanità “per questo tutte le genti vengono chiamate, nel linguaggio rabbinico, Noachidi, figli di Noè”. “Nella famiglia umana esiste però un gruppo particolare, quello dei figli d’Israele, anch’essi originariamente noachidi, ma che in virtù della discendenza di Giacobbe Israele, nipote e prosecutore di Abramo, si distinguono (…). È una condizione che potremmo chiamare, definire sacerdotale e di servizio: ‘un regno di sacerdoti e un popolo distinto’”. Abramo è nettamente superiore a Noè: “Ci sono persone normali e ci sono persone speciali. Abramo è il prototipo delle persone speciali. Noè di quelle oneste ma comuni e senza slanci”. Ai due gruppi, come si vede, si appartiene per nascita: per “salvarsi” “è sufficiente che ognuno segua la strada in cui si trova al momento della sua nascita. [La religione del rabbino sembra confondersi con una appartenenza, diciamo così, etnica, e sembra postulare anche la superiorità di una etnia sull’altra, secondo il “credo” talmudico]. – Un Noachide può salvarsi? [La dottrina della doppia legge e della doppia salvezza]. – Sì, per il giudaismo rabbinico un Noachide può salvarsi [bontà loro!], anche se non dobbiamo credere che “salvarsi” significhi necessariamente ciò che significa per noi Cristiani (ovvero la visione beatifica di Dio nella vita eterna. Per il rabbinismo salvarsi significa “aver parte” in qualche modo “al mondo futuro”, il mondo messianico). – “È noto – dice il rabbino – che la dottrina religiosa ebraica costruisce intorno al nome di Noè e dei suoi discendenti una dottrina di doppia legge e doppia salvezza”. Mentre gli Ebrei hanno ricevuto la Legge mosaica, i Noachidi sono tenuti anch’essi ad una legge, la legge Noachide, che non si trova nella Bibbia, ma nei testi rabbinici [ovviamente, non lo avremmo mai immaginato! -ndr.-]: “questi principi si trovano espressi in tradizioni orali rabbiniche che si basano, con maggiore o minore evidenza, su riferimenti scritturali. (…) Universalismo ebraico significa due strade parallele verso la salvezza; è sufficiente che ognuno segua la strada in cui si trova al momento della nascita e ne rispetti le relative norme. Il Noachide, che segue le sue sette regole e ne riconosce l’origine divina, viene definito ‘il fervente delle nazioni del mondo’ e ha parte nel mondo futuro”.              

Le sette regole che ogni Noachide deve rispettare

     “Queste regole sono: il divieto di ogni culto estraneo a quello monoteistico, il divieto della bestemmia, l’obbligo di costituire tribunali, il divieto dell’omicidio, del furto, dell’adulterio e dell’incesto, il divieto di mangiare parti strappate ad animali in vita”. Secondo il rabbino, cinque di questi sette precetti sono patrimonio comune dell’umanità e non pongono particolari problemi. “La norma di rispetto degli animali – aggiunge – è raramente trasgredita” (in realtà, solo i musulmani e i Testimoni di Geova seguono la macellazione rituale ebraica che esclude la liceità di mangiare del “sangue”, e che viene presentata come “norma di rispetto degli animali”, (ripresa dai vegani! -ndr.-). L’attenzione del rabbino è poi tutta concentrata sul primo precetto, quello del monoteismo. “Quanto al culto monoteistico, apparentemente, non ci sono dubbi per le grandi religioni”. Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo non sono forse definite, nel linguaggio post-conciliare divenuto oggi corrente, “le tre grandi religioni monoteistiche”? Il rabbino difatti non scorge difficoltà alcuna nei musulmani, monosteisti rigorosi e persino circoncisi. Ma ha qualche dubbio a proposito dei Cristiani

  I Cristiani: monoteisti o idolatri?

“È necessario a questo punto un chiarimento sulla teologia ebraica, che sul tema del monoteismo e di come sia vissuto dal Cristianesimo si dibatte in un dilemma essenziale. Si discute se la divinità di Gesù possa essere compatibile per un non ebreo (perché per l’ebreo non lo è assolutamente) con l’idea monoteistica”. In altri termini: l’ebreo che diventasse Cristiano, credendo alla divinità di Gesù, cesserebbe di essere monoteista, per diventare “idolatra”. Si deve dire la stessa cosa del non ebreo? Credere nella divinità di Gesù è un peccato di idolatria, una violazione del primo precetto della legge noachide? – “La risposta a questa domanda nella teologia ebraica, come c’era da aspettarselo, non è univoca: c’è chi la nega fermamente, c’è chi l’ammette a certe condizioni. La conseguenza è che secondo l’opinione rigorosa il Cristiano potrebbe non essere nella strada per la salvezza” essendo colpevole di idolatria.

– Per maggiore “illuminazione”, si può leggere in un libro ebraico (Alan Unterman, Dizionario di usi e leggende ebraiche, Laterza, 1994) quanto segue: “se i gentili trasgrediscono queste leggi [noachidi] potrebbero in teoria essere puniti con la pena di morte” (p. 211). Ora, la prima di queste leggi, lo abbiamo visto, è contro l’idolatria, e “la deificazione di Gesù viene considerata dagli ebrei come idolatria” (p. 120); “Maimonide affermava esplicitamente che la divinizzazione di Gesù era idolatra (…) Anche quei rabbini che non consideravano proibito ai gentili il culto combinato (shituf) di Gesù e di Dio Padre, non avevano dubbi nel ritenere che per gli ebrei la conversione al Cristianesimo significasse sottostare all’idolatria” (p. 140). Come il lettore può constatare, Unterman presenta la stessa dottrina del rabbino precedente, con la sola differenza che specifica molto meglio quanto prudentemente da questi si era omesso, ovverosia che “in teoria” “potrebbero essere puniti con la pena di morte” tutti gli ebrei convertiti al Cristianesimo e, secondo la principale autorità ebraica, Maimonide, con la maggioranza dei dottori, anche i Cristiani non ebrei.- Secondo la dottrina di Maimonide quindi, almeno in teoria, tutti i Cristiani, assieme ai politeisti di ogni genere, dovrebbero essere messi a morte. Capiamo come lo sterminio di qualche miliardo di persone sollevi problemi pratici talmente grandi da rendere il precetto rabbinico – almeno nella sua integrità – puramente teorico … ma una guerra tra Cristiani, magari con atomiche ed una “spolverata” di fosforo o di sarin, potrebbe servire allo scopo. – Ecco quanto i nostri “intonacati” falsi chierici noachiti capitanati dai “clowns” sepolcri imbiancati, ci stanno preparando nell’ombra sinistra e sulfurea con i “fratelli” di loggia con i quali, insieme, giocondi ed inebriati, si brinda: “nokem Adonai!”. Solo l’intercessione della Santa Vergine potrà liberarci!

.. et IPSA conteret CAPUT TUUM