DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 1; 2 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt. [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.] Ps XXVI:3

Si consístant advérsum me castra: non timébit cor meum. [Se anche un esercito si schierasse contro di me: non temerà il mio cuore.]

Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt. [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.]

Oratio

Orémus.

Da nobis, quæsumus, Dómine: ut et mundi cursus pacífice nobis tuo órdine dirigátur; et Ecclésia tua tranquílla devotióne lætétur. [Concedici, Te ne preghiamo, o Signore, che le vicende del mondo, per tua disposizione, si svolgano per noi pacificamente, e la tua Chiesa possa allietarsi d’una tranquilla devozione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom VIII: 18-23.

“Fratres: Exístimo, quod non sunt condígnæ passiónes hujus témporis ad futúram glóriam, quæ revelábitur in nobis. Nam exspectátio creatúræ revelatiónem filiórum Dei exspéctat. Vanitáti enim creatúra subjécta est, non volens, sed propter eum, qui subjécit eam in spe: quia et ipsa creatúra liberábitur a servitúte corruptiónis, in libertátem glóriæ filiórum Dei. Scimus enim, quod omnis creatúra ingemíscit et párturit usque adhuc. Non solum autem illa, sed et nos ipsi primítias spíritus habéntes: et ipsi intra nos gémimus, adoptiónem filiórum Dei exspectántes, redemptiónem córporis nostri: in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA VITA FUTURA

“Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Infatti il creato attende con viva ansia la manifestazione dei figli di Dio. Poiché il creato è stato assoggettato alla vanità non di volontà sua; ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo, invero, che tutta quanta la creazione fino ad ora geme e soffre le doglie del parto. E non solo essa, ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, anche noi gemiamo in noi stessi attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio, cioè la redenzione del nostro corpo” (Rom. VIII, 18-23).

L’epistola è un brano della lettera ai Romani. San Paolo aveva affermato nei versetti precedenti che saremo glorificati con Cristo se avremo patito con Lui. Perché nessuno rimanga scoraggiato da questo condizione, fa conoscere la grandezza della gloria futura. La manifestazione della gloria dei figli di Dio è tanto grande che è aspettata ardentemente anche dal mondo sensibile, che vi prenderà parte in qualche modo con la sua rinnovazione. Assieme con la creazione è aspettata pure da noi che, possedendo già lo Spirito Santo come primizia e pegno della celeste eredità, ne sospiriamo il compimento, mediante la glorificazione del nostro essere intero, anima e corpo. Rivolgiamo oggi il pensiero a questa vita della gloria, a questa vita futura, Essa:

1. È il luogo della nostra abitazione eterna,

2. È il compimento delle nostre aspirazioni,

3. È il sommo godimento nel possesso di Dio.

1.

Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Innanzi tutto, la vita futura, la vita della gloria, è il luogo della nostra dimora alla quale siamo avviati, non avendo quaggiù dimora permanente. – Una delle più gravi preoccupazioni, quaggiù, è quella di cercarsi una dimora conveniente e poter dire: ho trovato il mio posto; finalmente sono tranquillo. Ma un bel giorno, o per una motivo o per un altro, viene l’ordine di sfratto, e bisogna lasciare quel luogo, a cui si era cominciato a portar affezione. È sogno di tanti procurarsi un’abitazione propria, anche modesta, per passarvi tutta la vita: ma quando si incomincia a goderla, bisogna uscire.  Se non sono i padroni che ci danno lo sfratto quando siamo ancor vivi, sono gli eredi che, volendo liberar la casa, ce ne portano fuori cadaveri. – Ma se noi arriveremo a entrare nella dimora futura, nessuna forza, nessun succedersi di eventi ce ne potrà allontanare. È un posto preparato appositamente per noi; e non da mano d’uomo, ma dalla mano del sommo Artefice, il quale unicamente ha diritto di disporre. « Demolita la casa di questa dimora terrena, si acquista nel cielo una abitazione eterna » (Prefazio dei defunti). – Una grande preoccupazione è sempre il pensiero di poter perdere i beni che si posseggono. Guardate chi vive negli affari. L’idea che una sosta nel commercio, un concorrente, un amministratore infedele, un cambiamento della situazione che possano rovinare gli affari, ora bene avviati, non lo lascia in pace. Guardate quelli che vivono col frutto dei propri beni. Vedono pericoli dappertutto, ladri dappertutto; sono sempre in attesa che la terra manchi loro sotto i piedi. Per gli uni e per gli altri, poi, c’è sempre quell’importuna che si chiama morte, che s’avanza senza sosta. Aver dei beni, e non poterli godere che per brevissimo tempo, è un tormento piuttosto che un beneficio. « O morte, quanto è amaro il tuo ricordo per un uomo che vive in pace tra le sue ricchezze » (Eccli. XLI, 1). Quando, come premio delle nostre opere buone, riceveremo la corona di gloria in paradiso, non saremo turbati dal timore che alcuno ce la possa togliere. Non lavorio nascosto o violenza aperta potrà privarcene; e il tempo non potrà far appassire uno solo dei fiori che la compongono: essa sarà «una corona immarcescibile» (1 Piet. V, 4). – Il corso dei secoli abbatte inesorabilmente tutti i regni della terra. Degli uni restano solo ruderi; degli altri non restano che ricordi. E più presto ancora dei regni, passano i regnanti. Oggi sul trono, domani in esilio; oggi la gloria del trionfo, domani l’amarezza della fuga. Ben diversa sarà la sorte dei beati quando Dio dirà loro: «Venite, possedete il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo» (Matth. XXV, 34). Quello è un regno che non avrà fine, e i beati «regneranno pei secoli dei secoli » (Apoc. XXII, 5). Nessuna congiura, nessuna rivoluzione muterà le sorti di quel regno, o detronizzerà i servi di Dio.

2.

Il creato è stato assoggettato alla vanità, non di volontà sua, ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione. Il creato nella speranza di essere affrancato dalla schiavitù a cui lo riduce il peccatore, che lo fa servire al male e alla corruzione, attende, con viva ansia, il giorno della glorificazione dei figli di Dio, perché quel giorno sarà pure il giorno della sua libertà gloriosa. Se tutte le creature che servono all’uomo, cielo, terra, elementi, desiderano ardentemente la gloria futura, noi non dobbiamo lasciarci indietro in questo desiderio. In fondo, la vita futura è il compimento delle nostre aspirazioni.La guerra, quando si prolunga troppo, snerva e stanca anche i più volenterosi. Viene il momento in cui anche il guerriero sente il bisogno di sospendere le armi e di godere i benefici della pace. La vita dell’uomo su questa terra è una battaglia continua. Non tutti hanno da combattere con armi materiali contro nemici forniti di armi materiali; ma tutti hanno da combattere contro nemici spirituali che cercano di sottrarci al dominio di Dio; contro difficoltà d’ogni genere che sono d’ostacolo ai nostri doveri; contro la carne che insorge a far guerra allo spirito, senza un momento di tregua, senza che possiamo esser sicuri della vittoria finale, anche dopo tante battaglie vinte, in modo che tante volte ci facciamo la domanda angosciosa: «Quando finirà questa lotta?» — Quando saremo passati da questa vita alla vita futura. «La morte dei giusti— dice S. Efrem — è fine al combattimento delle passioni carnali; dal quale gli atleti escono vincitori a ricevere la corona della vittoria» (Inno fun. 1).Lo schiavo cerca di togliersi il giogo della tirannia; nessuno vuol adattarsi a sopportare un giogo, tanto più se è pesante. Eppure la nostra vita è un continuo giogo, e giogo pesante: « Un grande travaglio è assegnato a ogni uomo; e un giogo pesante grava sui figli degli uomini dal giorno che uno esce dal seno materno, fino al giorno che è sepolto nel seno della madre comune » (Eccli XLI, 1). Quando ci sottrarremo a questo giogo? Quando passeremo da questa vita al cielo. Là «non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passate » (Apoc. XXI, 4). Là sarà la fine delle nostre pene, delle nostre lagrime, della nostra servitù. Bello è il mare visto dalla sponda! Sia che nella sua calma ci parli della maestà di Dio; sia che nella tempesta ci parli della sua potenza e della sua giustizia. Quanti, contemplando il mare, sognano di aver la fortuna di attraversarlo un giorno. Ma, se vi riescono, si annoiano ben presto, e si ricordano del proverbio: Loda il mare e tieniti a terra. E quando il viaggio è terminato, confessano candidamente che il giorno più bello fu il giorno dell’arrivo. Così avviene del mare della vita. Negli anni della fanciullezza ci si presenta molto affascinante; ma con l’andare del tempo il fascino sparisce; e a mano a mano che si procede, crescono, ogni giorno più, la noia, le disillusioni, lo sconforto. Quando ne saremo liberi? Quando arriveremo alla vita beata. Quello sarà il più bel giorno del nostro viaggio attraverso il mar tempestoso di questa vita. – All’arrivo di un piroscafo di passeggeri è gran festa, fra chi arriva, e tra i parenti e gli amici che stanno ad aspettare. « Nell’altra vita sta ad aspettarci un gran numero di nostri cari: ci desidera una folta e numerosa turba di genitori, di fratelli, di figli, già sicuri della loro vita immortale, e ancor solleciti dalla nostra salvezza » (S. Cipriano – De Mortal. 26). Essi affrettano, coi loro voti, il nostro arrivo, la festa dell’incontro, che ci riunirà per sempre. Durante la persecuzione scatenata nel Tonchino nel 1838, un bambino si rivolge al mandarino: «Grand’uomo, dammi un colpo di sciabola, perché possa andare nella mia patria. — «Dov’è la tua patria?» — « In cielo ». — « Dove sono i tuoi genitori? » — « Sono in cielo: voglio andar da loro; dammi un colpo di sciabola per farmi partire» (A. Larniay. Mons. Pietro Retort e il Monchino Cattolico, Milano, 1927, p. 142-43). Andando in Paradiso andiamo a riunirci ai nostri cari nella nostra vera patria.

3.

S. Paolo dice che gemìamo in noi stessi, attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio. Non siamo già figli adottivi di Dio? Qui siamo figli adottivi di Dio per mezzo della grazia. La nostra adozione piena e perfetta l’avremo nella seconda vita, ove saremo glorificati quanto all’anima e quanto al corpo. È là, dove i figli di Dio desiderano trovarsi con il loro Padre, contemplarlo nella gloria. Davide, perseguitato ingiustamente dai nemici, circondato da pericoli, prega il Signore che lo soccorra, lo protegga, affinché, dopo una vita innocente, possa al risvegliarsi dalla morte, andare a bearsi nelle sembianze di Dio. « Nella mia integrità comparirò al tuo cospetto, e mi sazierò all’apparire della tua gloria » (Ps. XVI, 15). S. Paolo sente quanto sia meglio goder la vista di Dio. e vivere con Lui nella gloria, che vivere su questa terra di miserie e di affanni. « Bramo di sciogliermi e di essere con Cristo » (Filipp. I, 23), scrive ai Filippesi. E S. Ignazio di Antiochia scrive ai Romani: « Nessuna cosa creata, visibile o invisibile, deve fare impressione su l’animo mio, affinché io possa giungere a Cristo. Fuoco, croce, branchi di fiere, lacerazioni, scorticamenti, slogamenti delle ossa, trituramento di tutto il corpo, tutti i terrori e i tormenti del demonio si rovescino sopra di me, purché possa pervenire a Gesù Cristo » (Ad Rom. 5, 3). E chi è che, pensando seriamente al godimento che ci procura la vista di Dio, non desidererebbe d’essere con Lui? – In paradiso vedremo Dio a faccia a faccia; e nella sua visione beatifica, come in un mare di luce, vedremo tutto. Vedremo il creato con tutte le sue meraviglie, con i suoi segreti, con la sua mirabile armonia. In Dio conosceremo tutte le verità di ordine naturale, senza bisogno di alcun sforzo di mente, di studi, come fanno i filosofi, i quali, dopo tanto affaticarsi, non riescono a conoscerle che in parte, e non sempre senza mescolanza di errori. Conosceremo le verità di ordine soprannaturale, che qui crediamo per la fede. Vedremo Dio com’è; vedremo le sue perfezioni, e la nostra mente, nutrendosi in questa conoscenza, troverà la sua piena felicità. « La vita eterna — dice Gesù Cristo rivolto al Padre — consiste nel conoscere Te » (Giov. XVII, 3). – Nella piena conoscenza di Dio il cuore troverà ciò che può accontentare pienamente i suoi desideri. In Dio troverà infinitamente più di ciò che può desiderare e sperare: Godimenti e delizie senza misura e senza durata. « Tu — dice il Salmista — mi darai pienezza di gioie con la tua presenza; le delizie perpetue della tua destra » (Ps. XV, 11). Se Dio, qui su la terra fa generosamente partecipi dei suoi beni gli uomini, di quanta felicità non farà partecipi i beati nel regno della patria? Possiam ben ripetere ancora col Salmista: « Saranno inebriati dall’abbondanza della tua casa, e li disseterai al torrente di tue delizie » (Ps. XXXV, 9). – Anche noi potremo un giorno godere dell’abbondanza della casa del Padre celeste. Se vogliamo arrivarvi dobbiamo pensarci spesso. Dobbiam confrontare il nulla dei beni fugaci di quaggiù coi beni imperituri e immensi del paradiso, i quali solo possono appagarci pienamente. « Adunque, fratelli carissimi — ci esorta S. Gregorio M. — se desiderate esser ricchi, amate le vere ricchezze. Se cercate la sublimità del vero onore, sforzatevi di pervenire al regno celeste. Se amate la gloria della dignità, affrettatevi a esser inscritti a quella suprema corte degli Angeli » (Hom. XV, 1) A nessuno è negato di entrarvi; anzi, la grazia di Dio porge l’aiuto a tutti.

Graduale

Ps LXXVIII: 9; 10 Propítius esto, Dómine, peccátis nostris: ne quando dicant gentes: Ubi est Deus eórum?

V. Adjuva nos, Deus, salutáris noster: et propter honórem nóminis tui, Dómine, líbera nos. [Sii indulgente, o Signore, con i nostri peccati, affinché i popoli non dicano: Dov’è il loro Dio? V. Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, e liberaci, o Signore, per la gloria del tuo nome.]

Allelúja

Alleluja, allelúja Ps IX: 5; 10 Deus, qui sedes super thronum, et júdicas æquitátem: esto refúgium páuperum in tribulatióne. Allelúja [Dio, che siedi sul trono, e giudichi con equità: sii il rifugio dei miseri nelle tribolazioni. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam. Luc. V: 1-11

In illo témpore: Cum turbæ irrúerent in Jesum, ut audírent verbum Dei, et ipse stabat secus stagnum Genésareth. Et vidit duas naves stantes secus stagnum: piscatóres autem descénderant et lavábant rétia. Ascéndens autem in unam navim, quæ erat Simónis, rogávit eum a terra redúcere pusíllum. Et sedens docébat de navícula turbas. Ut cessávit autem loqui, dixit ad Simónem: Duc in altum, et laxáte rétia vestra in captúram. Et respóndens Simon, dixit illi: Præcéptor, per totam noctem laborántes, nihil cépimus: in verbo autem tuo laxábo rete. Et cum hoc fecíssent, conclusérunt píscium multitúdinem copiósam: rumpebátur autem rete eórum. Et annuérunt sóciis, qui erant in ália navi, ut venírent et adjuvárent eos. Et venérunt, et implevérunt ambas navículas, ita ut pæne mergeréntur. Quod cum vidéret Simon Petrus, prócidit ad génua Jesu, dicens: Exi a me, quia homo peccátor sum, Dómine. Stupor enim circumdéderat eum et omnes, qui cum illo erant, in captúra píscium, quam céperant: simíliter autem Jacóbum et Joánnem, fílios Zebedaei, qui erant sócii Simónis. Et ait ad Simónem Jesus: Noli timére: ex hoc jam hómines eris cápiens. Et subdúctis ad terram návibus, relictis ómnibus, secuti sunt eum”.

OMELIA II

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXII

 “In quel tempo mentre intorno a Gesù si affollavano le turbe per udire la parola di Dio, Egli se ne stava presso il lago di Genesaret. E vide due barche ferme a riva del lago; e ne erano usciti i pescatori, e lavavano le reti. Ed entrato in una barca, che era quella di Simone, richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere, insegnava dalla barca alle turbe. E finito che ebbe di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto e gettate le vostre reti per la pesca. E Simone gli rispose, e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla; nondimeno sulla tua parola getterò La rete. E fatto che ebbero questo, chiusero gran quantità di pesci: e si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli E andarono, ed empirono ambedue le barchette, di modo che quasi si affondavano. Veduto ciò Simon Pietro, si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io con uomo peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con Lui, erano restati stupefatti della pesca che avevano fatto di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo: compagni di Simone. E Gesù disse a Simone: Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini. E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono”. (Luc. V, 1-11)

Prima che nostro Signor Gesù Cristo venisse sulla terra, gli uomini erano caduti nei più gravi errori, sicché avevano un bisogno immenso di essere ammaestrati intorno alla verità. E Gesù Cristo per amor degli uomini viene quaggiù, ed essendo Egli la Verità per eccellenza si fece pure ad ammaestrare gli uomini, intorno alla verità. Ma non contento di ciò, perché gli uomini, dopo la sua venuta, potessero essere ammaestrati intorno alla verità sino alla fine del mondo, chiamò a tal fine alla sua sequela gli Apostoli, dei quali fece il fondamento della sua Chiesa, ed ai quali affidò la missione di propagare nel mondo la sua dottrina per guadagnare gli uomini a Dio. Ora questo duplice fatto, d’essere venuto Gesù Cristo ad ammaestrare Egli stesso gli uomini, e d’aver chiamato gli Apostoli alla sua scuola per farne in seguito degli altri maestri di verità, è ciò, che ci pone innanzi il bel tratto di Vangelo, che la Chiesa ci fa leggere in questa domenica. Uditene adunque attentamente la spiegazione.

1. Il divin Redentore Gesù sia con la maestà e con la dolcezza della sua persona, sia con lo splendore dei suoi miracoli e con la sublimità de’ suoi esempi rapiva le menti ed incantava i cuori per modo che è facile il comprendere quel che ci racconta il Vangelo di oggi, che cioè, stando Egli un giorno presso il lago di Genezaret, le turbe gli si affollarono d’intorno quasi premendolo da ogni parte, affine di ascoltare la sua divina parola. Così che Gesù (visto il desiderio ardente e l’amoroso trasporto di queste turbe devote) scorgendo due navi vuote in riva al mare, giacché ne erano usciti i pescatori per lavare le loro reti, entrò nella barca di Simone e lo richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere incominciò da quella barca ad ammaestrare le turbe schierate lungo il lido. Or chi non ammira qui l’ardentissima brama che queste turbe religiose avevano di istruirsi nelle divine verità? E chi non iscorge come la loro condotta sia una severa condanna per certi giovani e per certi Cristiani, che non si danno alcun pensiero di ben conoscere quella santissima fede, in cui per grazia del Signore sono pur nati? Per certi giovani e certi Cristiani, che massime alla Domenica, in cui nella Chiesa di Dio, dai ministri suoi, si insegnano e si spiegano le divine verità, anziché recarsi a queste istruzioni se ne vanno invece a diporto, ai divertimenti ed alle feste mondane, e forse anche a certe adunanze, dove si insegnano errori e menzogne contro le verità della fede? Eppure, o miei cari, quale istruzione, quale scienza è mai più importante della scienza cristiana? Tutte quante le scienze possono avere il loro pregio, la loro utilità, ma la scienza di nostra Religione è la sola, che sia rigorosamente indispensabile. Non vi ha che una sola cosa necessaria all’uomo, diceva Gesù Cristo: e questa si è di salvare la propria anima e di ottenere la vita eterna. Ma ad essa non è possibile di giungere che per la conoscenza di Dio, e del suo divin Figliuolo, Gesù Cristo, che ha mandato sopra la terra a salvarci. Hæc est vita æterna, ut cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum (Ioan. XVII, 3). Né solamente l’istruzione religiosa è la più importante in ordine alla vita eterna, ma lo è eziandio riguardo alla felicità della vita presente. Ed in vero se vi ha un’istruzione, che fedelmente praticata possa far valere l’ordine, l’obbedienza, il rispetto, la giustizia, la carità e la pace tra gli uomini non è certamente l’istruzione letteraria o civile, e tanto meno l’istruzione al tutto laica, cioè mondana ed empia, ma l’istruzione religiosa. È seguendo gli insegnamenti di nostra fede, che il fanciullo è dolce ed obbediente, il giovane casto e laborioso, la giovinetta si serba pura e modesta, la donna merita il rispetto di coloro che l’avvicinano, l’uomo rimane grave e prudente, la sposa è fedele, affettuoso lo sposo, e il vecchio un saggio. Quando si porga ascolto agli insegnamenti religiosi il ricco è generoso, il povero rassegnato, integro il magistrato, probo il negoziante, leale il compratore, il cittadino ama la sua patria, il suddito obbedisce al suo sovrano, e la società, pacifica in tutti i gradi della scala sociale, progredisce nella via del vero progresso. Ma al contrario mancando la conoscenza e la pratica degli insegnamenti religiosi, la società, le famiglie, gli individui perdono a poco a poco ogni sentimento di ordine, di soggezione, di rispetto, di giustizia e di carità e cadono nei più spaventevoli eccessi, nei disordini più gravi, e nei più orribili delitti. Se adunque dall’istruirci convenientemente nelle verità di nostra fede proviene a noi ogni bene temporale ed eterno, mentre invece dalla trascuranza di questa istruzione deriva ogni male in questa o nell’altra vita, ricordiamo il bell’esempio, che nel Vangelo di oggi ci danno le turbe devote, ed al par di esse, ansiosi di santamente istruirci, appigliamoci a tutti i mezzi per ciò giovevoli, ma specialmente a quello di frequentare volentieri e con profitto i catechismi, le prediche e le istruzioni religiose.

2. Prosegue il Vangelo dicendo: Quando Gesù ebbe finito di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto, e gettate le vostre reti per la pesca. Ma Simone rispose e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla: nondimeno sulla tua parola getterò la rete. E fatto che ebber questo, chiusero gran quantità di pesci tanto che si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli. E poiché questi vennero, empirono ambedue le barche, di modo che quasi si affondavano. Quale stupendo miracolo è mai questo e quanto significativo! In relazione all’anima nostra esso significa che durante la notte del peccato, benché le nostre opere buone in se stesse non siano peccati, come insegnano certi eretici, non sono tuttavia tali per cui possiamo coglierne alcun merito per la nostra salute: mentre invece quando per la grazia di Dio vi è in nostra compagnia Gesù Cristo, tutto quello che noi facciamo in suo nome ci procaccia dei meriti infiniti per l’eternità. Sì, o miei cari, ponderiamolo bene.Finché in un’anima sussiste il peccato mortale, ella resta colpita di sterilità ed è impotente a far opere meritorie di vita eterna. Se parlassi, dice S. Paolo, le lingue degli nomini e degli Angeli stessi, se penetrassi anche i più profondi misteri, se avessi tanta fede da trasportare perfino le montagne, se distribuissi ai poveri ogni mia sostanza, se consegnassi anche il mio corpo alle fiamme, quando mi manchi la carità e sia privo della grazia di Dio, tutto questo niente mi giova. » Le opere buone fatte col peccato mortale sull’anima sono come tanto grano gettato in un sacco scucito e senza fondo, che va a perdersi per terra. I digiuni, le limosine, le mortificazioni, le preghiere, gli atti di virtù, che pratica il peccatore, potranno forse giovare a muovere Iddio a misericordia di lui, onde gli accordi la grazia del pentimento e della conversione, ovvero qualche grazia temporale; ma niente gli contano, niente gli giovano pel Paradiso. Sono opere morte nell’ordine soprannaturale, e quindi di nessun valore. Se a questo ben riflettessero tanti poveri peccatori, come potrebbero stare per mesi e forse anche per anni interi col peccato sull’anima, senza prendersi premura di liberarsene al più presto con la sacramental Confessione? Ma al contrario quando fortunatamente il Cristiano si trova in grazia di Dio, in compagnia di Gesù, può con gran facilità accumularsi un tesoro immenso di meriti pel Paradiso; poiché in tale stato di grazia ogni opera buona che fa, ha un valore soprannaturale, e riesce di sommo gradimento a Dio, che quindi anche la rimunera ampiamente con proporzionati gradi di gloria in cielo; poiché ci assicura Gesù Cristo, che neppure una tazza d’acqua fredda data ad un poverello resterà senza la conveniente mercede in Paradiso. Chi non vede pertanto quanto sia importante essere in compagnia di Gesù col possesso della sua grazia? Ma non dimentichiamo che anche in grazia di Dio dobbiamo far tutto nel nome di Gesù, come fecero gli Apostoli nel gettare le loro reti, cioè con rettitudine d’intenzione, cercando sempre unicamente in tutte le nostre buone opere la gloria di Dio e l’adempimento dei suoi divini voleri. Imperciocché noi apparteniamo a Dio per molti titoli; gli apparteniamo a titolo di creazione, poiché Egli ci ha fatto ciò che siamo; gli apparteniamo a titolo di acquisizione, essendoché Egli ci ha comprati col prezzo del sangue del suo proprio Figlio, secondo quella parola dell’Apostolo: Voi non appartenete più a voi, ma foste comperati a grande prezzo; gli apparteniamo per nostra libera scelta, perché noi l’abbiamo scelto per padrone il giorno del nostro Battesimo, e abbiamo giurato di servire a Lui solo. Noi siamo dunque la proprietà di Dio, sul quale Egli ha il dominio più perfetto, più assoluto, più inalienabile. E siccome il campo deve fruttificare per colui che ne ha il dominio, così noi dobbiamo fruttificare per Iddio, vale a dire noi dobbiamo fare ogni essa per Lui, offrirgli tutte quante le nostre azioni e far sì che tutti i nostri passi abbiano per fine la sua gloria e l’adempimento dei suoi santi voleri. È certamente questa rettitudine d’intenzione, che con la grazia rende le nostre opere accettevoli a Dio, meritorie e degne di ricompensa. Infatti, quanto buona, utile e lodevole sia in se stessa un’azione, se Dio, al quale dobbiamo tutto, ed al quale nulla possiamo rapire senza ingiustizia, non ne è l’oggetto, come gli sarebbe mai accettevole e a qual titolo gliene domanderemmo noi la ricompensa? Procuriamo adunque di non ricercare mai nelle nostre buone opere o la nostra compiacenza o l’ammirazione degli uomini, ma invece proponiamoci in tutto la gloria di Dio secondo quell’avviso dell’Apostolo S. Paolo: Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, ricercate sempre la gloria di Dio; e per tal modo potremo ancor noi farci dei grandi meriti per la vita eterna.

3. Si chiude il Vangelo col dirci che « Simon Pietro veduto quel gran miracolo operato da Gesù Cristo (e nella sua profonda umiltà riconoscendosi indegno di stare in sua compagnia), si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io sono un povero peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con lui, erano stati stupefatti della presa che avevano fatta di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo, compagni di Simone. Ma Gesù disse a Simone: «Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini ». E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono. Ecco adunque come gli Apostoli, dopo il miracolo di quella gran pesca, invitati da Gesù Cristo a servirlo per diventare pescatori di uomini, prontamente ed assolutamente rinunziarono a tutto quel po’ che avevano e si diedero a seguirlo. Questo ammirabile esempio deve essere di grande eccitamento a tutti coloro, cui Iddio fa l’onore di chiamarli a lasciare le cose del mondo, e a darsi alla sua sequela nella vita religiosa. La grazia della vocazione allo stato religioso non è una grazia ordinaria, ma molto rara, perché Dio a pochi la concede: ma quanto è più grande questa grazia di esser chiamato alla vita perfetta e ad esser fatto domestico di Dio nella sua casa che l’esser chiamato ad esser re di ogni gran regno terreno! E che paragone mai vi è fra un regno temporale della terra ed il regno eterno nel cielo! Ma appunto perché questa grazia è tanto più grande, tanto più si sdegnerà il Signore con chi non avrà corrisposto a questa vocazione, e tanto più rigoroso sarà il suo giudizio nel giorno dei conti. Se un re chiamasse un pastorello al suo palazzo reale a servirlo tra i nobili della sua corte, quale poi sarebbe il suo sdegno, se quegli ricusasse un tal favore, per non lasciare la povera mandria e il suo piccolo gregge? Ora Dio ben conosce il pregio delle sue grazie, epperò ben castiga con rigore chi le disprezza. Egli è il Signore: quando chiama, vuol essere ubbidito ed ubbidito subito: onde quando con la sua voce chiama un’anima alla vita perfetta, se quella non corrisponde, la priva dell’abbondanza dei suoi aiuti, la lascia in preda ad una indicibile inquietudine, sicché correrà il più grave rischio della sua eterna salute. Ed oh quante povere anime vedremo noi riprovate nel giorno del giudizio per questo appunto, perché chiamate a questo stato sublime non han voluto corrispondere! Ma oltre al riprovarle nel giorno del giudizio Iddio farà poi loro soffrire un particolare tormento nell’inferno. Il rimorso d’aver perduto per colpa propria qualche gran bene o di aversi cagionato volontariamente qualche gran male è una pena così grande, che anche in questa vita dà un tormento insoffribile. Or qual tormento avrà nell’inferno un Cristiano chiamato da Dio con favor singolare allo stato religioso, allorché conoscerà che, se ubbidiva a Dio, avrebbe acquistato un gran posto in Paradiso, e si vedrà invece confinato in quel carcere di tormenti, senza speranza di rimedio alla sua eterna rovina? Questo sarà quel verme, che sempre gli roderà il cuore con un continuo rimorso. Egli dirà allora: Oh pazzo che sono stato! potevo farmi un santo e, se ubbidivo, già mi sarei fatto santo; ed ora invece son dannato senza rimedio. Quanto importa adunque quando si è chiamati da Dio a questo stato imitare l’esempio degli Apostoli! E qui osserviamo che Iddio talvolta chiama con vocazione straordinaria, vale a dire con modo meraviglioso e al tutto manifesto; ma il più delle volte con vocazione ordinaria, cioè col far nascere in cuore un’inclinazione certa alla vita religiosa e col somministrare i mezzi per abbracciarla. Così ad esempio con vocazione straordinaria fu chiamato S. Francesco d’Assisi sul principio della sua conversione. In un’estasi vide spade, lance, scuri ed altre armi tutte ricchissime e segnate con una croce. Coraggio, Francesco, gli fu detto, prendi le armi e cammina sotto il vessillo della croce. Francesco, credendo di esser chiamato alla crociata, che era in sulle mosse per la Palestina, pigliò le armi e montò a cavallo, per raggiungere il capo dei crociati. Ma ecco che di nuovo si fa udire la voce interna e gli dice: È forse meglio seguire un capitano terreno, che un Re celeste? A queste parole comprese Francesco che doveva servire più davvicino Gesù. Ma sebbene Iddio talvolta chiami in modo straordinario, non è tuttavia da pretendersi da tutti una tal vocazione. Dice perciò S. Francesco di Sales: Per sapere se Dio vuole che uno sia religioso, non bisogna aspettare che Dio stesso gli parli o gli mandi un Angelo dal cielo a significargli la sua volontà. Il Signore ha più mezzi di chiamare i suoi servi: qualche volta si vale delle prediche, altre volte della lettura de’ buoni libri. Altri vengono chiamati dall’ascoltare le parole del Vangelo, come S. Antonio, altri son chiamati per mezzo delle afflizioni e travagli loro avvenuti nel mondo, dal quale disgustati prendono motivo di lasciarlo. Costoro, benché vengano a Dio come sdegnati col mondo, nulladimeno non lasciano di darsi a Dio con una volontà risoluta, e talvolta questi diventano più santi di coloro che sono entrati per vocazione più apparente. Ma comunque il Signore chiami, bisogna proporsi di seguire i voleri di Dio, checché ne possa avvenire, e non ostante la disapprovazione di chi giudicasse secondo le viste del secolo. Epperò quando i genitori o altre persone autorevoli volessero distogliere taluno dal cammino, a cui Dio lo invita, si ricordi che quello è il caso di mettere in pratica il grande avviso del Vangelo, di ubbidire prima a Dio che agli uomini. Non dimentichino, il rispetto dovuto agli oppositori, risponda loro e tratti sempre con essi umilmente e mansuetamente, ma senza pregiudicare al supremo interesse dell’anima sua. In questo caso chieda parere a persone sagge, massime al confessore, sul contegno da osservare e confidi in Colui che tutto può. – Quando S. Francesco di Sales ebbe palesato in casa che Iddio lo chiamava al Sacerdozio, i genitori gli osservarono che come primogenito della famiglia doveva esserne l’appoggio ed il sostegno; che l’inclinazione allo stato ecclesiastico derivava da una divozione indiscreta, e che avrebbe ben potuto santificarsi anche vivendo nel secolo; anzi per meglio impegnarlo a secondare le loro intenzioni gli proposero un matrimonio onorevole e vantaggioso. Ma nulla valse a smuovere Francesco dal suo proponimento. Antepose costantemente la volontà di Dio a quella del padre e della madre, che pur teneramente amava e profondamente rispettava, e preferì di rinunciare a tutti i vantaggi temporali, anzi che venir meno alla grazia della sua vocazione. I genitori che, non ostante qualche idea meno retta intorno alle vanità mondane, erano tuttavia persone di cristiana pietà, alfine acconsentirono alla vocazione del loro figlio, e furono ben contenti. – Oh! si degni il Signore di moltiplicare le sue vocazioni allo stato di perfezione, e non ostante la guerra accanita che il mondo fa ai religiosi, che tutti i chiamati ascoltino la voce di Dio, e fedelmente vi corrispondano!

 Credo…

 Offertorium

Orémus Ps XII: 4-5 Illúmina óculos meos, ne umquam obdórmiam in morte: ne quando dicat inimícus meus: Præválui advérsus eum. [Illumina i miei occhi, affinché non mi addormenti nella morte: e il mio nemico non dica: ho prevalso su di lui.]

Secreta

Oblatiónibus nostris, quæsumus, Dómine, placáre suscéptis: et ad te nostras étiam rebélles compélle propítius voluntátes. [Dalle nostre oblazioni, o Signore, Te ne preghiamo, sii placato: e, propizio, attira a Te le nostre ribelli volontà.]

Communio

Ps XVII: 3 Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus: Deus meus, adjútor meus. [Il Signore è la mia forza, il mio rifugio, il mio liberatore: mio Dio, mio aiuto.]

Postcommunio

Orémus. Mystéria nos, Dómine, quæsumus, sumpta puríficent: et suo múnere tueántur. Per … [Ci purifichino, o Signore, Te ne preghiamo, i misteri che abbiamo ricevuti e ci difendano con loro efficacia.]

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.